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2024-10-17
Con i deliri contro Colombo Kamala può giocarsi i voti degli italoamericani
Kamala Harris (Ansa)
Kamala Harris rischia di avere un grosso problema con gli italoamericani. La vicepresidente ha sostenuto che Donald Trump avrebbe mostrato segni di scarsa lucidità dopo che, lunedì, il tycoon aveva interrotto un evento elettorale in Pennsylvania, facendo mettere della musica per una quarantina di minuti. Secondo la candidata dem, che ha ritwittato un taglia e cuci di clip, Trump sarebbe apparso «perso e confuso». Ora, tralasciando il fatto che la Harris è da quasi quattro anni vice di un presidente dalla lucidità assai dubbia, quell’interruzione, come ha spiegato Abc News, è avvenuta per consentire che fossero soccorsi alcuni astanti, che avevano avuto un malore. Forse la candidata dem, con il suo attacco, ha cercato di mettere in ombra un aspetto molto interessante dell’inconsueto evento di Trump: e cioè che, tra i brani musicali mandati nell’intervallo, spiccavano l’Ave Maria di Franz Schubert cantata da Luciano Pavarotti e Con te partirò di Andrea Bocelli.
Una scelta tutt’altro che casuale. Quel giorno era infatti il secondo lunedì di ottobre: data in cui, negli Stati Uniti, si celebra il Columbus Day.
Ora, non è un mistero che Trump stia da tempo corteggiando il voto italoamericano. L’aver messo brani di Bocelli e Pavarotti è quindi stata una mossa strategica, anche perché l’evento si teneva in un’area elettoralmente cruciale come la Pennsylvania: il sesto Stato su cinquanta per popolazione italoamericana (quasi l’11%). Ne seguono due conclusioni. Primo: Trump non era confuso né poco lucido (anche perché l’altro ieri ha tenuto testa, durante un’intervista live e senza rete, al direttore di Bloomberg News John Micklethwait, che si è mostrato tutt’altro che amichevole nei suoi confronti). Secondo: mandando quei brani lunedì, il tycoon puntava esattamente all’elettorato italoamericano.
A conferma di ciò sta il fatto che, sempre lunedì, la campagna di Trump ha emesso un comunicato, tacciando la Harris di voler abolire il Columbus Day, festività a cui notoriamente gli italoamericani sono assai legati. In effetti, non è che l’accusa mossa da Trump sia proprio campata per aria. Basti pensare alle parole che la vicepresidente pronunciò nel 2021. «Dal 1934, ogni ottobre gli Stati Uniti commemorano il viaggio degli esploratori europei che per primi sbarcarono sulle coste delle Americhe», disse, per poi aggiungere: «Quegli esploratori hanno inaugurato un’ondata di devastazione per i popoli tribali, perpetrando violenza, rubando terre e diffondendo malattie». Del resto, già nel 2019, la diretta interessata si era mostrata favorevole a ribattezzare il Columbus Day come Indigenous People Day, in ossequio all’estremismo liberal della Cancel Culture, che vorrebbe sostituire la festività in onore del navigatore genovese con una commemorazione dei nativi americani. E proprio l’Indigenous People Day è stato celebrato, lunedì scorso, dalla Harris e dal suo vice, Tim Walz, con un paio di post su X. Tutto questo, sebbene il Columbus Day non c’entri nulla con il colonialismo. La festa fu infatti originariamente istituita dal presidente Benjamin Harrison nel 1892, dopo che, l’anno precedente, si era verificato il linciaggio di undici italoamericani a New Orleans. Successivamente, nel 1934, fu introdotta la ricorrenza vera e propria, che divenne infine festività federale nel 1968.
E attenzione. Storicamente, tra i principali promotori del Columbus Day, figurano i «Cavalieri di Colombo»: antica associazione cattolica statunitense che, fondata nel 1882, prese il nome proprio dal navigatore genovese. Peccato che la Harris abbia problemi anche con questa realtà: nel 2018, da senatrice, contestò infatti a un candidato giudice la sua appartenenza a tale organizzazione, nonostante in passato essa avesse annoverato tra i propri membri alti esponenti del Partito democratico, come John F. Kennedy. È quindi chiaro che, con questa crociata ideologica contro Cristoforo Colombo, la vicepresidente rischia di mettersi contro sia gli italoamericani sia i cattolici: cattolici, con cui è già da tempo in difficoltà. E la situazione non migliora con Walz che, da governatore del Minnesota, non ha fatto nulla di concreto per fermare l’abbattimento della statua di Colombo a Saint Paul nel 2020. Anzi, la sua vice, Peggy Flanagan, dichiarò «Non posso dire di essere triste per l’abbattimento».
Insomma, non è che la strategia della Harris per il voto italoamericano sembri particolarmente brillante. Certo, a inizio settembre fu organizzato il «Paisans for Kamala», un evento virtuale di sostegno alla vicepresidente a cui parteciparono l’ex Speaker della Camera Nancy Pelosi, l’ex sindaco di New York Bill de Blasio, oltre agli attori Robert De Niro e John Turturro. Eppure, sembra proprio che tutte queste personalità non stiano suggerendo alla candidata dem una linea troppo efficace con il voto italoamericano. Magari, con la crociata contro Colombo, la Harris farà felici gli attivisti dell’estrema sinistra californiana. Rischia però dei seri contraccolpi in Pennsylvania e, sebbene in forma minore, in Michigan e Wisconsin, dove, essendo la situazione in bilico, anche degli spostamenti elettorali minimi possono fare la differenza. Infine, una domanda: come mai l’establishment mediatico italiano, sempre pronto a cogliere Trump in fallo, non si sta occupando dello scarso rispetto mostrato dalla Harris verso la comunità italoamericana?
Il piano di Trump in breve: buonsenso
Servirebbe un fact checker che lavori al debunking di una gigantesca mistificazione politica: l’aver spacciato l’agenda del buonsenso per estremista e quella del radicalismo per moderata.L’altro ieri, John Micklethwait di Bloomberg news ha intervistato Donald Trump. In quel colloquio, il tycoon ha riassunto in modo efficace la sua proposta agli americani: «Questo», ha detto, «è il partito - il Partito repubblicano - del buonsenso. Dimenticatevi dei conservatori, dei liberali… Diciamo pure che siamo conservatori, ma in realtà noi siamo il partito dell’abbiamo bisogno di confini; abbiamo bisogno di elezioni eque; non vogliamo che degli uomini partecipino a sport femminili; non vogliamo operazioni di cambio di sesso [nei minori, ndr] senza il consenso dei genitori». Cosa c’è, in tutto ciò, di folle ed eversivo? Dov’è la minaccia all’ordine mondiale? Il candidato del Gop sostiene che parlare con Vladimir Putin sia una trovata «intelligente. […] Ha 2.000 armi nucleari - e pure noi ne abbiamo». E allora? Dove sta lo scandalo? The Donald suggerisce un sistema di dazi per costringere le imprese a non delocalizzare gli impianti. È roba da Mein Kampf? Trump rivendica il diritto di un presidente a esercitare pressioni sulla Federal reserve, a proposito delle decisioni sui tassi d’interesse. È un fascista? L’indipendenza dei banchieri centrali è un dogma incontestabile? Raccontatelo alla sinistra di una volta… Che cosa si può rimproverare al miliardario newyorkese? Di voler ripristinare il primato della politica sull’economia? Della democrazia sulla tecnocrazia? Di essere un marxista? Certo, non è possibile dimenticare le tante sbavature istituzionali di Trump, né l’assalto al Campidoglio. D’altro canto, negli Stati Uniti i parossismi abbondano: ormai è considerato «di destra» persino chiedere a una persona che si reca al seggio di identificarsi. Semmai, è il programma dei dem, che la stessa Kamala Harris fatica a spiegare, a nascondere autentiche insidie. Quando Joe Biden vinse nel 2020, i commentatori giubilarono: finalmente alla Casa Bianca torna un «adulto». Più che da adulto, poi lo hanno trattato da vecchio. Ma il punto è un altro: con l’«adulto», l’America ha perso autorevolezza; si è resa protagonista di un disastroso ritiro dall’Afghanistan; un conflitto si è acceso alle porte dell’Europa; il Medio Oriente è in fiamme; durante la pandemia, le piattaforme social hanno messo su, di concerto con l’amministrazione, un pervasivo sistema di censura; le relazioni razziali non sono migliorate; il problema dell’immigrazione si è aggravato; la cancel culture e il woke avrebbero avuto campo libero, non fosse che le assurdità incontrano ancora dei limiti naturali.Che c’è di moderato nell’alimentare l’escalation in Ucraina, combattendo per procura una guerra contro una potenza atomica? Cosa c’è di saggio nel servirsi di questa tempesta, per sganciare i rivali tedeschi dalla Russia, trascinando nel baratro l’economia del Vecchio continente? È normale guidare un partito che è ostaggio di una frangia massimalista, la quale disarmerebbe Israele e, con ogni probabilità, sarebbe pure lieta se scomparisse? È giusto consentire la compravendita dei bambini tramite maternità surrogata? E liberalizzare la transessualità infantile? Chi è l’estremista? Chi vuole lasciare in pace i più piccoli, o chi rifilerebbe loro i bloccanti della pubertà?Ai tempi della Brexit e dell’inatteso trionfo di Trump, i «competenti», sconvolti, coniarono un termine per giustificare il loro fallimento: «postverità». Se perdevano, era perché alla gente non interessava più la verità, di cui essi, evidentemente, si reputavano gli unici depositari. Ma se qui c’è una postverità, è proprio il ribaltamento del mondo come l’abbiamo sempre concepito. Che capolavoro: alla fine, il buonsenso è diventato un atto rivoluzionario.
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La Harris vuole eliminare la festa per il genovese. Surreale attacco dem al tycoon: «Musica al comizio per non rispondere». Ma era una pausa per far soccorrere un fan. Intervistato da Bloomberg, The Donald ha riassunto il suo programma: confini chiusi, stop alle storture Lgbt e dialogo con Putin. Nulla di estremo, al contrario della sinistra...Lo speciale contiene due articoli.Kamala Harris rischia di avere un grosso problema con gli italoamericani. La vicepresidente ha sostenuto che Donald Trump avrebbe mostrato segni di scarsa lucidità dopo che, lunedì, il tycoon aveva interrotto un evento elettorale in Pennsylvania, facendo mettere della musica per una quarantina di minuti. Secondo la candidata dem, che ha ritwittato un taglia e cuci di clip, Trump sarebbe apparso «perso e confuso». Ora, tralasciando il fatto che la Harris è da quasi quattro anni vice di un presidente dalla lucidità assai dubbia, quell’interruzione, come ha spiegato Abc News, è avvenuta per consentire che fossero soccorsi alcuni astanti, che avevano avuto un malore. Forse la candidata dem, con il suo attacco, ha cercato di mettere in ombra un aspetto molto interessante dell’inconsueto evento di Trump: e cioè che, tra i brani musicali mandati nell’intervallo, spiccavano l’Ave Maria di Franz Schubert cantata da Luciano Pavarotti e Con te partirò di Andrea Bocelli. Una scelta tutt’altro che casuale. Quel giorno era infatti il secondo lunedì di ottobre: data in cui, negli Stati Uniti, si celebra il Columbus Day. Ora, non è un mistero che Trump stia da tempo corteggiando il voto italoamericano. L’aver messo brani di Bocelli e Pavarotti è quindi stata una mossa strategica, anche perché l’evento si teneva in un’area elettoralmente cruciale come la Pennsylvania: il sesto Stato su cinquanta per popolazione italoamericana (quasi l’11%). Ne seguono due conclusioni. Primo: Trump non era confuso né poco lucido (anche perché l’altro ieri ha tenuto testa, durante un’intervista live e senza rete, al direttore di Bloomberg News John Micklethwait, che si è mostrato tutt’altro che amichevole nei suoi confronti). Secondo: mandando quei brani lunedì, il tycoon puntava esattamente all’elettorato italoamericano.A conferma di ciò sta il fatto che, sempre lunedì, la campagna di Trump ha emesso un comunicato, tacciando la Harris di voler abolire il Columbus Day, festività a cui notoriamente gli italoamericani sono assai legati. In effetti, non è che l’accusa mossa da Trump sia proprio campata per aria. Basti pensare alle parole che la vicepresidente pronunciò nel 2021. «Dal 1934, ogni ottobre gli Stati Uniti commemorano il viaggio degli esploratori europei che per primi sbarcarono sulle coste delle Americhe», disse, per poi aggiungere: «Quegli esploratori hanno inaugurato un’ondata di devastazione per i popoli tribali, perpetrando violenza, rubando terre e diffondendo malattie». Del resto, già nel 2019, la diretta interessata si era mostrata favorevole a ribattezzare il Columbus Day come Indigenous People Day, in ossequio all’estremismo liberal della Cancel Culture, che vorrebbe sostituire la festività in onore del navigatore genovese con una commemorazione dei nativi americani. E proprio l’Indigenous People Day è stato celebrato, lunedì scorso, dalla Harris e dal suo vice, Tim Walz, con un paio di post su X. Tutto questo, sebbene il Columbus Day non c’entri nulla con il colonialismo. La festa fu infatti originariamente istituita dal presidente Benjamin Harrison nel 1892, dopo che, l’anno precedente, si era verificato il linciaggio di undici italoamericani a New Orleans. Successivamente, nel 1934, fu introdotta la ricorrenza vera e propria, che divenne infine festività federale nel 1968.E attenzione. Storicamente, tra i principali promotori del Columbus Day, figurano i «Cavalieri di Colombo»: antica associazione cattolica statunitense che, fondata nel 1882, prese il nome proprio dal navigatore genovese. Peccato che la Harris abbia problemi anche con questa realtà: nel 2018, da senatrice, contestò infatti a un candidato giudice la sua appartenenza a tale organizzazione, nonostante in passato essa avesse annoverato tra i propri membri alti esponenti del Partito democratico, come John F. Kennedy. È quindi chiaro che, con questa crociata ideologica contro Cristoforo Colombo, la vicepresidente rischia di mettersi contro sia gli italoamericani sia i cattolici: cattolici, con cui è già da tempo in difficoltà. E la situazione non migliora con Walz che, da governatore del Minnesota, non ha fatto nulla di concreto per fermare l’abbattimento della statua di Colombo a Saint Paul nel 2020. Anzi, la sua vice, Peggy Flanagan, dichiarò «Non posso dire di essere triste per l’abbattimento».Insomma, non è che la strategia della Harris per il voto italoamericano sembri particolarmente brillante. Certo, a inizio settembre fu organizzato il «Paisans for Kamala», un evento virtuale di sostegno alla vicepresidente a cui parteciparono l’ex Speaker della Camera Nancy Pelosi, l’ex sindaco di New York Bill de Blasio, oltre agli attori Robert De Niro e John Turturro. Eppure, sembra proprio che tutte queste personalità non stiano suggerendo alla candidata dem una linea troppo efficace con il voto italoamericano. Magari, con la crociata contro Colombo, la Harris farà felici gli attivisti dell’estrema sinistra californiana. Rischia però dei seri contraccolpi in Pennsylvania e, sebbene in forma minore, in Michigan e Wisconsin, dove, essendo la situazione in bilico, anche degli spostamenti elettorali minimi possono fare la differenza. Infine, una domanda: come mai l’establishment mediatico italiano, sempre pronto a cogliere Trump in fallo, non si sta occupando dello scarso rispetto mostrato dalla Harris verso la comunità italoamericana?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/deliri-contro-colombo-kamala-2669415197.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-piano-di-trump-in-breve-buonsenso" data-post-id="2669415197" data-published-at="1729175575" data-use-pagination="False"> Il piano di Trump in breve: buonsenso Servirebbe un fact checker che lavori al debunking di una gigantesca mistificazione politica: l’aver spacciato l’agenda del buonsenso per estremista e quella del radicalismo per moderata.L’altro ieri, John Micklethwait di Bloomberg news ha intervistato Donald Trump. In quel colloquio, il tycoon ha riassunto in modo efficace la sua proposta agli americani: «Questo», ha detto, «è il partito - il Partito repubblicano - del buonsenso. Dimenticatevi dei conservatori, dei liberali… Diciamo pure che siamo conservatori, ma in realtà noi siamo il partito dell’abbiamo bisogno di confini; abbiamo bisogno di elezioni eque; non vogliamo che degli uomini partecipino a sport femminili; non vogliamo operazioni di cambio di sesso [nei minori, ndr] senza il consenso dei genitori». Cosa c’è, in tutto ciò, di folle ed eversivo? Dov’è la minaccia all’ordine mondiale? Il candidato del Gop sostiene che parlare con Vladimir Putin sia una trovata «intelligente. […] Ha 2.000 armi nucleari - e pure noi ne abbiamo». E allora? Dove sta lo scandalo? The Donald suggerisce un sistema di dazi per costringere le imprese a non delocalizzare gli impianti. È roba da Mein Kampf? Trump rivendica il diritto di un presidente a esercitare pressioni sulla Federal reserve, a proposito delle decisioni sui tassi d’interesse. È un fascista? L’indipendenza dei banchieri centrali è un dogma incontestabile? Raccontatelo alla sinistra di una volta… Che cosa si può rimproverare al miliardario newyorkese? Di voler ripristinare il primato della politica sull’economia? Della democrazia sulla tecnocrazia? Di essere un marxista? Certo, non è possibile dimenticare le tante sbavature istituzionali di Trump, né l’assalto al Campidoglio. D’altro canto, negli Stati Uniti i parossismi abbondano: ormai è considerato «di destra» persino chiedere a una persona che si reca al seggio di identificarsi. Semmai, è il programma dei dem, che la stessa Kamala Harris fatica a spiegare, a nascondere autentiche insidie. Quando Joe Biden vinse nel 2020, i commentatori giubilarono: finalmente alla Casa Bianca torna un «adulto». Più che da adulto, poi lo hanno trattato da vecchio. Ma il punto è un altro: con l’«adulto», l’America ha perso autorevolezza; si è resa protagonista di un disastroso ritiro dall’Afghanistan; un conflitto si è acceso alle porte dell’Europa; il Medio Oriente è in fiamme; durante la pandemia, le piattaforme social hanno messo su, di concerto con l’amministrazione, un pervasivo sistema di censura; le relazioni razziali non sono migliorate; il problema dell’immigrazione si è aggravato; la cancel culture e il woke avrebbero avuto campo libero, non fosse che le assurdità incontrano ancora dei limiti naturali.Che c’è di moderato nell’alimentare l’escalation in Ucraina, combattendo per procura una guerra contro una potenza atomica? Cosa c’è di saggio nel servirsi di questa tempesta, per sganciare i rivali tedeschi dalla Russia, trascinando nel baratro l’economia del Vecchio continente? È normale guidare un partito che è ostaggio di una frangia massimalista, la quale disarmerebbe Israele e, con ogni probabilità, sarebbe pure lieta se scomparisse? È giusto consentire la compravendita dei bambini tramite maternità surrogata? E liberalizzare la transessualità infantile? Chi è l’estremista? Chi vuole lasciare in pace i più piccoli, o chi rifilerebbe loro i bloccanti della pubertà?Ai tempi della Brexit e dell’inatteso trionfo di Trump, i «competenti», sconvolti, coniarono un termine per giustificare il loro fallimento: «postverità». Se perdevano, era perché alla gente non interessava più la verità, di cui essi, evidentemente, si reputavano gli unici depositari. Ma se qui c’è una postverità, è proprio il ribaltamento del mondo come l’abbiamo sempre concepito. Che capolavoro: alla fine, il buonsenso è diventato un atto rivoluzionario.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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