True
2024-10-17
Con i deliri contro Colombo Kamala può giocarsi i voti degli italoamericani
Kamala Harris (Ansa)
Kamala Harris rischia di avere un grosso problema con gli italoamericani. La vicepresidente ha sostenuto che Donald Trump avrebbe mostrato segni di scarsa lucidità dopo che, lunedì, il tycoon aveva interrotto un evento elettorale in Pennsylvania, facendo mettere della musica per una quarantina di minuti. Secondo la candidata dem, che ha ritwittato un taglia e cuci di clip, Trump sarebbe apparso «perso e confuso». Ora, tralasciando il fatto che la Harris è da quasi quattro anni vice di un presidente dalla lucidità assai dubbia, quell’interruzione, come ha spiegato Abc News, è avvenuta per consentire che fossero soccorsi alcuni astanti, che avevano avuto un malore. Forse la candidata dem, con il suo attacco, ha cercato di mettere in ombra un aspetto molto interessante dell’inconsueto evento di Trump: e cioè che, tra i brani musicali mandati nell’intervallo, spiccavano l’Ave Maria di Franz Schubert cantata da Luciano Pavarotti e Con te partirò di Andrea Bocelli.
Una scelta tutt’altro che casuale. Quel giorno era infatti il secondo lunedì di ottobre: data in cui, negli Stati Uniti, si celebra il Columbus Day.
Ora, non è un mistero che Trump stia da tempo corteggiando il voto italoamericano. L’aver messo brani di Bocelli e Pavarotti è quindi stata una mossa strategica, anche perché l’evento si teneva in un’area elettoralmente cruciale come la Pennsylvania: il sesto Stato su cinquanta per popolazione italoamericana (quasi l’11%). Ne seguono due conclusioni. Primo: Trump non era confuso né poco lucido (anche perché l’altro ieri ha tenuto testa, durante un’intervista live e senza rete, al direttore di Bloomberg News John Micklethwait, che si è mostrato tutt’altro che amichevole nei suoi confronti). Secondo: mandando quei brani lunedì, il tycoon puntava esattamente all’elettorato italoamericano.
A conferma di ciò sta il fatto che, sempre lunedì, la campagna di Trump ha emesso un comunicato, tacciando la Harris di voler abolire il Columbus Day, festività a cui notoriamente gli italoamericani sono assai legati. In effetti, non è che l’accusa mossa da Trump sia proprio campata per aria. Basti pensare alle parole che la vicepresidente pronunciò nel 2021. «Dal 1934, ogni ottobre gli Stati Uniti commemorano il viaggio degli esploratori europei che per primi sbarcarono sulle coste delle Americhe», disse, per poi aggiungere: «Quegli esploratori hanno inaugurato un’ondata di devastazione per i popoli tribali, perpetrando violenza, rubando terre e diffondendo malattie». Del resto, già nel 2019, la diretta interessata si era mostrata favorevole a ribattezzare il Columbus Day come Indigenous People Day, in ossequio all’estremismo liberal della Cancel Culture, che vorrebbe sostituire la festività in onore del navigatore genovese con una commemorazione dei nativi americani. E proprio l’Indigenous People Day è stato celebrato, lunedì scorso, dalla Harris e dal suo vice, Tim Walz, con un paio di post su X. Tutto questo, sebbene il Columbus Day non c’entri nulla con il colonialismo. La festa fu infatti originariamente istituita dal presidente Benjamin Harrison nel 1892, dopo che, l’anno precedente, si era verificato il linciaggio di undici italoamericani a New Orleans. Successivamente, nel 1934, fu introdotta la ricorrenza vera e propria, che divenne infine festività federale nel 1968.
E attenzione. Storicamente, tra i principali promotori del Columbus Day, figurano i «Cavalieri di Colombo»: antica associazione cattolica statunitense che, fondata nel 1882, prese il nome proprio dal navigatore genovese. Peccato che la Harris abbia problemi anche con questa realtà: nel 2018, da senatrice, contestò infatti a un candidato giudice la sua appartenenza a tale organizzazione, nonostante in passato essa avesse annoverato tra i propri membri alti esponenti del Partito democratico, come John F. Kennedy. È quindi chiaro che, con questa crociata ideologica contro Cristoforo Colombo, la vicepresidente rischia di mettersi contro sia gli italoamericani sia i cattolici: cattolici, con cui è già da tempo in difficoltà. E la situazione non migliora con Walz che, da governatore del Minnesota, non ha fatto nulla di concreto per fermare l’abbattimento della statua di Colombo a Saint Paul nel 2020. Anzi, la sua vice, Peggy Flanagan, dichiarò «Non posso dire di essere triste per l’abbattimento».
Insomma, non è che la strategia della Harris per il voto italoamericano sembri particolarmente brillante. Certo, a inizio settembre fu organizzato il «Paisans for Kamala», un evento virtuale di sostegno alla vicepresidente a cui parteciparono l’ex Speaker della Camera Nancy Pelosi, l’ex sindaco di New York Bill de Blasio, oltre agli attori Robert De Niro e John Turturro. Eppure, sembra proprio che tutte queste personalità non stiano suggerendo alla candidata dem una linea troppo efficace con il voto italoamericano. Magari, con la crociata contro Colombo, la Harris farà felici gli attivisti dell’estrema sinistra californiana. Rischia però dei seri contraccolpi in Pennsylvania e, sebbene in forma minore, in Michigan e Wisconsin, dove, essendo la situazione in bilico, anche degli spostamenti elettorali minimi possono fare la differenza. Infine, una domanda: come mai l’establishment mediatico italiano, sempre pronto a cogliere Trump in fallo, non si sta occupando dello scarso rispetto mostrato dalla Harris verso la comunità italoamericana?
Il piano di Trump in breve: buonsenso
Servirebbe un fact checker che lavori al debunking di una gigantesca mistificazione politica: l’aver spacciato l’agenda del buonsenso per estremista e quella del radicalismo per moderata.L’altro ieri, John Micklethwait di Bloomberg news ha intervistato Donald Trump. In quel colloquio, il tycoon ha riassunto in modo efficace la sua proposta agli americani: «Questo», ha detto, «è il partito - il Partito repubblicano - del buonsenso. Dimenticatevi dei conservatori, dei liberali… Diciamo pure che siamo conservatori, ma in realtà noi siamo il partito dell’abbiamo bisogno di confini; abbiamo bisogno di elezioni eque; non vogliamo che degli uomini partecipino a sport femminili; non vogliamo operazioni di cambio di sesso [nei minori, ndr] senza il consenso dei genitori». Cosa c’è, in tutto ciò, di folle ed eversivo? Dov’è la minaccia all’ordine mondiale? Il candidato del Gop sostiene che parlare con Vladimir Putin sia una trovata «intelligente. […] Ha 2.000 armi nucleari - e pure noi ne abbiamo». E allora? Dove sta lo scandalo? The Donald suggerisce un sistema di dazi per costringere le imprese a non delocalizzare gli impianti. È roba da Mein Kampf? Trump rivendica il diritto di un presidente a esercitare pressioni sulla Federal reserve, a proposito delle decisioni sui tassi d’interesse. È un fascista? L’indipendenza dei banchieri centrali è un dogma incontestabile? Raccontatelo alla sinistra di una volta… Che cosa si può rimproverare al miliardario newyorkese? Di voler ripristinare il primato della politica sull’economia? Della democrazia sulla tecnocrazia? Di essere un marxista? Certo, non è possibile dimenticare le tante sbavature istituzionali di Trump, né l’assalto al Campidoglio. D’altro canto, negli Stati Uniti i parossismi abbondano: ormai è considerato «di destra» persino chiedere a una persona che si reca al seggio di identificarsi. Semmai, è il programma dei dem, che la stessa Kamala Harris fatica a spiegare, a nascondere autentiche insidie. Quando Joe Biden vinse nel 2020, i commentatori giubilarono: finalmente alla Casa Bianca torna un «adulto». Più che da adulto, poi lo hanno trattato da vecchio. Ma il punto è un altro: con l’«adulto», l’America ha perso autorevolezza; si è resa protagonista di un disastroso ritiro dall’Afghanistan; un conflitto si è acceso alle porte dell’Europa; il Medio Oriente è in fiamme; durante la pandemia, le piattaforme social hanno messo su, di concerto con l’amministrazione, un pervasivo sistema di censura; le relazioni razziali non sono migliorate; il problema dell’immigrazione si è aggravato; la cancel culture e il woke avrebbero avuto campo libero, non fosse che le assurdità incontrano ancora dei limiti naturali.Che c’è di moderato nell’alimentare l’escalation in Ucraina, combattendo per procura una guerra contro una potenza atomica? Cosa c’è di saggio nel servirsi di questa tempesta, per sganciare i rivali tedeschi dalla Russia, trascinando nel baratro l’economia del Vecchio continente? È normale guidare un partito che è ostaggio di una frangia massimalista, la quale disarmerebbe Israele e, con ogni probabilità, sarebbe pure lieta se scomparisse? È giusto consentire la compravendita dei bambini tramite maternità surrogata? E liberalizzare la transessualità infantile? Chi è l’estremista? Chi vuole lasciare in pace i più piccoli, o chi rifilerebbe loro i bloccanti della pubertà?Ai tempi della Brexit e dell’inatteso trionfo di Trump, i «competenti», sconvolti, coniarono un termine per giustificare il loro fallimento: «postverità». Se perdevano, era perché alla gente non interessava più la verità, di cui essi, evidentemente, si reputavano gli unici depositari. Ma se qui c’è una postverità, è proprio il ribaltamento del mondo come l’abbiamo sempre concepito. Che capolavoro: alla fine, il buonsenso è diventato un atto rivoluzionario.
Continua a leggereRiduci
La Harris vuole eliminare la festa per il genovese. Surreale attacco dem al tycoon: «Musica al comizio per non rispondere». Ma era una pausa per far soccorrere un fan. Intervistato da Bloomberg, The Donald ha riassunto il suo programma: confini chiusi, stop alle storture Lgbt e dialogo con Putin. Nulla di estremo, al contrario della sinistra...Lo speciale contiene due articoli.Kamala Harris rischia di avere un grosso problema con gli italoamericani. La vicepresidente ha sostenuto che Donald Trump avrebbe mostrato segni di scarsa lucidità dopo che, lunedì, il tycoon aveva interrotto un evento elettorale in Pennsylvania, facendo mettere della musica per una quarantina di minuti. Secondo la candidata dem, che ha ritwittato un taglia e cuci di clip, Trump sarebbe apparso «perso e confuso». Ora, tralasciando il fatto che la Harris è da quasi quattro anni vice di un presidente dalla lucidità assai dubbia, quell’interruzione, come ha spiegato Abc News, è avvenuta per consentire che fossero soccorsi alcuni astanti, che avevano avuto un malore. Forse la candidata dem, con il suo attacco, ha cercato di mettere in ombra un aspetto molto interessante dell’inconsueto evento di Trump: e cioè che, tra i brani musicali mandati nell’intervallo, spiccavano l’Ave Maria di Franz Schubert cantata da Luciano Pavarotti e Con te partirò di Andrea Bocelli. Una scelta tutt’altro che casuale. Quel giorno era infatti il secondo lunedì di ottobre: data in cui, negli Stati Uniti, si celebra il Columbus Day. Ora, non è un mistero che Trump stia da tempo corteggiando il voto italoamericano. L’aver messo brani di Bocelli e Pavarotti è quindi stata una mossa strategica, anche perché l’evento si teneva in un’area elettoralmente cruciale come la Pennsylvania: il sesto Stato su cinquanta per popolazione italoamericana (quasi l’11%). Ne seguono due conclusioni. Primo: Trump non era confuso né poco lucido (anche perché l’altro ieri ha tenuto testa, durante un’intervista live e senza rete, al direttore di Bloomberg News John Micklethwait, che si è mostrato tutt’altro che amichevole nei suoi confronti). Secondo: mandando quei brani lunedì, il tycoon puntava esattamente all’elettorato italoamericano.A conferma di ciò sta il fatto che, sempre lunedì, la campagna di Trump ha emesso un comunicato, tacciando la Harris di voler abolire il Columbus Day, festività a cui notoriamente gli italoamericani sono assai legati. In effetti, non è che l’accusa mossa da Trump sia proprio campata per aria. Basti pensare alle parole che la vicepresidente pronunciò nel 2021. «Dal 1934, ogni ottobre gli Stati Uniti commemorano il viaggio degli esploratori europei che per primi sbarcarono sulle coste delle Americhe», disse, per poi aggiungere: «Quegli esploratori hanno inaugurato un’ondata di devastazione per i popoli tribali, perpetrando violenza, rubando terre e diffondendo malattie». Del resto, già nel 2019, la diretta interessata si era mostrata favorevole a ribattezzare il Columbus Day come Indigenous People Day, in ossequio all’estremismo liberal della Cancel Culture, che vorrebbe sostituire la festività in onore del navigatore genovese con una commemorazione dei nativi americani. E proprio l’Indigenous People Day è stato celebrato, lunedì scorso, dalla Harris e dal suo vice, Tim Walz, con un paio di post su X. Tutto questo, sebbene il Columbus Day non c’entri nulla con il colonialismo. La festa fu infatti originariamente istituita dal presidente Benjamin Harrison nel 1892, dopo che, l’anno precedente, si era verificato il linciaggio di undici italoamericani a New Orleans. Successivamente, nel 1934, fu introdotta la ricorrenza vera e propria, che divenne infine festività federale nel 1968.E attenzione. Storicamente, tra i principali promotori del Columbus Day, figurano i «Cavalieri di Colombo»: antica associazione cattolica statunitense che, fondata nel 1882, prese il nome proprio dal navigatore genovese. Peccato che la Harris abbia problemi anche con questa realtà: nel 2018, da senatrice, contestò infatti a un candidato giudice la sua appartenenza a tale organizzazione, nonostante in passato essa avesse annoverato tra i propri membri alti esponenti del Partito democratico, come John F. Kennedy. È quindi chiaro che, con questa crociata ideologica contro Cristoforo Colombo, la vicepresidente rischia di mettersi contro sia gli italoamericani sia i cattolici: cattolici, con cui è già da tempo in difficoltà. E la situazione non migliora con Walz che, da governatore del Minnesota, non ha fatto nulla di concreto per fermare l’abbattimento della statua di Colombo a Saint Paul nel 2020. Anzi, la sua vice, Peggy Flanagan, dichiarò «Non posso dire di essere triste per l’abbattimento».Insomma, non è che la strategia della Harris per il voto italoamericano sembri particolarmente brillante. Certo, a inizio settembre fu organizzato il «Paisans for Kamala», un evento virtuale di sostegno alla vicepresidente a cui parteciparono l’ex Speaker della Camera Nancy Pelosi, l’ex sindaco di New York Bill de Blasio, oltre agli attori Robert De Niro e John Turturro. Eppure, sembra proprio che tutte queste personalità non stiano suggerendo alla candidata dem una linea troppo efficace con il voto italoamericano. Magari, con la crociata contro Colombo, la Harris farà felici gli attivisti dell’estrema sinistra californiana. Rischia però dei seri contraccolpi in Pennsylvania e, sebbene in forma minore, in Michigan e Wisconsin, dove, essendo la situazione in bilico, anche degli spostamenti elettorali minimi possono fare la differenza. Infine, una domanda: come mai l’establishment mediatico italiano, sempre pronto a cogliere Trump in fallo, non si sta occupando dello scarso rispetto mostrato dalla Harris verso la comunità italoamericana?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/deliri-contro-colombo-kamala-2669415197.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-piano-di-trump-in-breve-buonsenso" data-post-id="2669415197" data-published-at="1729175575" data-use-pagination="False"> Il piano di Trump in breve: buonsenso Servirebbe un fact checker che lavori al debunking di una gigantesca mistificazione politica: l’aver spacciato l’agenda del buonsenso per estremista e quella del radicalismo per moderata.L’altro ieri, John Micklethwait di Bloomberg news ha intervistato Donald Trump. In quel colloquio, il tycoon ha riassunto in modo efficace la sua proposta agli americani: «Questo», ha detto, «è il partito - il Partito repubblicano - del buonsenso. Dimenticatevi dei conservatori, dei liberali… Diciamo pure che siamo conservatori, ma in realtà noi siamo il partito dell’abbiamo bisogno di confini; abbiamo bisogno di elezioni eque; non vogliamo che degli uomini partecipino a sport femminili; non vogliamo operazioni di cambio di sesso [nei minori, ndr] senza il consenso dei genitori». Cosa c’è, in tutto ciò, di folle ed eversivo? Dov’è la minaccia all’ordine mondiale? Il candidato del Gop sostiene che parlare con Vladimir Putin sia una trovata «intelligente. […] Ha 2.000 armi nucleari - e pure noi ne abbiamo». E allora? Dove sta lo scandalo? The Donald suggerisce un sistema di dazi per costringere le imprese a non delocalizzare gli impianti. È roba da Mein Kampf? Trump rivendica il diritto di un presidente a esercitare pressioni sulla Federal reserve, a proposito delle decisioni sui tassi d’interesse. È un fascista? L’indipendenza dei banchieri centrali è un dogma incontestabile? Raccontatelo alla sinistra di una volta… Che cosa si può rimproverare al miliardario newyorkese? Di voler ripristinare il primato della politica sull’economia? Della democrazia sulla tecnocrazia? Di essere un marxista? Certo, non è possibile dimenticare le tante sbavature istituzionali di Trump, né l’assalto al Campidoglio. D’altro canto, negli Stati Uniti i parossismi abbondano: ormai è considerato «di destra» persino chiedere a una persona che si reca al seggio di identificarsi. Semmai, è il programma dei dem, che la stessa Kamala Harris fatica a spiegare, a nascondere autentiche insidie. Quando Joe Biden vinse nel 2020, i commentatori giubilarono: finalmente alla Casa Bianca torna un «adulto». Più che da adulto, poi lo hanno trattato da vecchio. Ma il punto è un altro: con l’«adulto», l’America ha perso autorevolezza; si è resa protagonista di un disastroso ritiro dall’Afghanistan; un conflitto si è acceso alle porte dell’Europa; il Medio Oriente è in fiamme; durante la pandemia, le piattaforme social hanno messo su, di concerto con l’amministrazione, un pervasivo sistema di censura; le relazioni razziali non sono migliorate; il problema dell’immigrazione si è aggravato; la cancel culture e il woke avrebbero avuto campo libero, non fosse che le assurdità incontrano ancora dei limiti naturali.Che c’è di moderato nell’alimentare l’escalation in Ucraina, combattendo per procura una guerra contro una potenza atomica? Cosa c’è di saggio nel servirsi di questa tempesta, per sganciare i rivali tedeschi dalla Russia, trascinando nel baratro l’economia del Vecchio continente? È normale guidare un partito che è ostaggio di una frangia massimalista, la quale disarmerebbe Israele e, con ogni probabilità, sarebbe pure lieta se scomparisse? È giusto consentire la compravendita dei bambini tramite maternità surrogata? E liberalizzare la transessualità infantile? Chi è l’estremista? Chi vuole lasciare in pace i più piccoli, o chi rifilerebbe loro i bloccanti della pubertà?Ai tempi della Brexit e dell’inatteso trionfo di Trump, i «competenti», sconvolti, coniarono un termine per giustificare il loro fallimento: «postverità». Se perdevano, era perché alla gente non interessava più la verità, di cui essi, evidentemente, si reputavano gli unici depositari. Ma se qui c’è una postverità, è proprio il ribaltamento del mondo come l’abbiamo sempre concepito. Che capolavoro: alla fine, il buonsenso è diventato un atto rivoluzionario.
Ma Ursula von der Leyen non intende indugiare. Si aggrappa al pretesto dei dazi americani e dell’impellente necessità di diversificare i nostri mercati di sbocco, anche se, in verità, saremo noi a diventare il mercato di sbocco per merci prodotte senza garanzie su qualità ed equa competizione nei prezzi. L’accordo entrerà in vigore, intanto, con le nazioni che lo hanno ratificato, a partire dal primo giorno del secondo mese successivo alla data in cui l’Ue e l’Uruguay, che è stato il primo ad approvare il testo, si notificheranno le note verbali. E pazienza se nemmeno i Parlamenti nazionali, qui nel Vecchio continente, lo hanno ancora esaminato e autorizzato.
Il punto è che quello che viene spacciato come un passo cruciale verso l’autonomia strategica dell’Unione, in realtà ne certifica lo sgretolamento. La fretta della Von der Leyen è il frutto delle pressioni della sua Germania, in un quadro in cui, all’asse Parigi-Berlino, va subentrando quello Roma-Berlino: anche l’Italia considera vitale il protocollo. Non a caso, la presidente della Commissione ha rivendicato il mandato ricevuto a gennaio dal Consiglio. Ossia, dall’assemblea degli Stati. Ossia da chi, al suo interno, vanta il maggior peso specifico.
La fotografia dello sfarinamento europeo non arriva soltanto dal fronte agroalimentare. Pure in altri settori, dietro l’élite di Bruxelles, si muovono i fili della lotta per ricalibrare il fulcro dell’Ue. Persino l’ipotetica formula per ripristinare la collaborazione tra teutonici e transalpini contribuisce a dimostrare l’implosione dell’utopia federalista: ciò che sembrerebbe uno scatto politico del progetto d’integrazione, a ben vedere, deriverebbe semmai da un compromesso maturato alla luce degli interessi nazionali. Si legga l’analisi di Bloomberg. Ieri, ricostruendo gli attriti in merito alle spese militari, fino al naufragio del caccia di sesta generazione Fcas, la testata Usa osservava che per sbloccare l’impasse potrebbe bastare un equo baratto: l’ombrello nucleare francese da un lato, dall’altro il via libera tedesco al debito comune per finanziare il riarmo.
Il grande balzo in avanti dell’Ue - mettere insieme le risorse per realizzare un unico sistema di difesa, anziché puntare sul rafforzamento degli eserciti nazionali - dovrebbe nascere da un gioco di partite e contropartite, soppesate dalle singole cancellerie. Non che sia un male: è da un realismo del genere che si strutturò il primo nucleo della Comunità economica europea. Ma almeno, ci si risparmi la propaganda: ad esempio, la Von der Leyen che, dopo il blitz sul Mercosur, prova a vendersi un’Ue «più forte e indipendente»; Maros Sefcovic, commissario europeo al Commercio, che plaude alla mossa «fondamentale per la nostra credibilità»; Johann Wadephul, ministro degli Esteri della Germania, che blatera di «ora dell’Europa». Anche perché l’adozione a scaglioni di un’intesa che, alla fine, potrebbe saltare, accresce proprio quell’incertezza di cui gli eurosauri si lamentano a proposito delle tariffe di Donald Trump. Ennesima conferma dell’altro trucchetto perenne che, ormai, riesce a malapena alle classi dirigenti europee: spacciare delle scelte politiche per asettiche valutazioni tecniche. Sono solo le foglie di fico necessarie a coprire le incursioni con le quali si aggira la democrazia, quando genera degli esiti sgraditi. In questa occasione, ne sta uscendo sconfitta la Francia: che, per Macron, l’imposizione del Mercosur sia stata una «sorpresa», la dice lunga. Ma lo stesso Macron si prepara a beffare i concorrenti, spingendo per l’abolizione del criterio dell’unanimità.
Il tutto avviene sullo sfondo di un conflitto di attribuzioni sempre più aspro tra gli organi di governo dell’Ue: è notizia di pochi giorni fa che il Consiglio - di nuovo: gli Stati membri - è pronto a ricorrere alla Corte di giustizia, qualora passasse il bilaterale che darebbe all’Europarlamento quasi il ruolo di promotore del processo legislativo, al fianco della Commissione. La quale, in questa circostanza, sarebbe disposta a violare i Trattati a beneficio dei rappresentanti eletti, mentre li snobba nel dossier Mercosur. Mica male, per essere «l’ora dell’Europa»…
Continua a leggereRiduci
Carlo Conti e Laura Pausini (Ansa)
La formula è quella ormai nota: tutti e trenta i Campioni tornano a esibirsi e il voto viene ripartito tra televoto (34%), sala stampa, tv e web (33%) e giuria delle radio (33%). Al termine delle esibizioni verrà stilata una classifica complessiva che terrà conto anche delle serate precedenti. I primi cinque, annunciati senza ordine di piazzamento, si sfideranno un’ultima volta davanti alle tre giurie. Solo allora si conoscerà il vincitore, chiamato a rappresentare l’Italia all’Eurovision Song Contest 2026 in programma a Vienna dal 12 al 16 maggio.
La gara prende il via alle 20.45 con Francesco Renga e Il meglio di me. Subito dopo è il turno di Chiello con Ti penso sempre e di Raf con Ora e per sempre. La prima parte della serata prosegue con le Bambole di pezza (Resta con me), Leo Gassmann (Naturale), Malika Ayane (Animali notturni) e Tommaso Paradiso (I romantici). Spazio poi a J-Ax con Italia starter pack, al duo formato da LDA e Aka 7even con Poesie clandestine e a Serena Brancale con Qui con me. La scaletta continua con Patty Pravo (Opera), Sal Da Vinci (Per sempre sì), Elettra Lamborghini (Voilà) ed Ermal Meta (Stella stellina).
Nella seconda parte della maratona si alternano Ditonellapiaga (Che fastidio!), Nayt (Prima che), Arisa (Magica favola) e Sayf (Tu mi piaci tanto). Dalla nave Costa Toscana è previsto il collegamento con Max Pezzali, mentre sul palco dell’Ariston arrivano Levante con Sei tu e il duo Fedez e Marco Masini con Male necessario.
Dopo la mezzanotte si entra nell’ultima parte della competizione con Samurai Jay (Ossessione), Michele Bravi (Prima o poi), Fulminacci (Stupida fortuna) e Luchè (Labirinto). Nel finale si esibiscono Tredici Pietro (Uomo che cade), Mara Sattei (Le cose che non sai di me), Dargen D'Amico (AI AI), Enrico Nigiotti (Ogni volta che non so volare), il duo Maria Antonietta e Colombre con La felicità e basta e, a chiudere la gara, Eddie Brock con Avvoltoi.
La finale non è solo competizione. All’Ariston è atteso Andrea Bocelli, che propone Il mare calmo della sera e Con te partirò, in un passaggio che richiama anche la figura di Pippo Baudo, tra i primi a credere nel tenore toscano. In piazza Colombo, al Suzuki Stage, i Pooh celebrano sessant’anni di carriera con Uomini soli. È previsto anche un momento di raccoglimento con l’intervento di Gino Cecchettin, che porterà un messaggio contro il femminicidio.
Quando il televoto verrà chiuso, inizierà la lettura della classifica dal trentesimo al sesto posto. Poi l’annuncio dei cinque finalisti, il nuovo voto e la consegna dei premi collaterali, dal Mia Martini al riconoscimento per il miglior testo e per la miglior composizione musicale, fino al Premio Tim. Infine resteranno in due. A quel punto il nome del vincitore della 76ª edizione sarà pronunciato e l’Ariston ascolterà ancora una volta la canzone che ha conquistato il Festival, prima dei saluti finali e dei titoli di coda, ben oltre la mezzanotte.
Continua a leggereRiduci
Per comprendere l’attuale fase di tensione tra Stati Uniti e Iran occorre partire da un presupposto: Teheran ha applicato a Donald Trump uno schema interpretativo già utilizzato con i suoi predecessori, senza cogliere la natura radicalmente diversa del suo approccio politico e negoziale.
Per oltre due decenni la Repubblica islamica ha gestito il confronto con Washington attraverso una strategia calibrata su tempi lunghi, ambiguità calcolate e negoziati diluiti. Con presidenti come Barack Obama o Joe Biden, Teheran aveva individuato margini di trattativa fondati su un presupposto condiviso: evitare l’escalation militare e mantenere aperto un canale diplomatico, anche a costo di incontri ripetuti e progressi minimi. Con Donald Trump, questo paradigma si è rivelato inadeguato.
Trump non ha mai concepito il negoziato come un processo infinito, ma come una sequenza di scadenze ravvicinate, risultati tangibili e pressioni crescenti. L’uscita unilaterale dal Joint Comprehensive Plan of Action nel 2018 aveva già rappresentato un segnale inequivocabile: per la nuova amministrazione non esistevano accordi intoccabili, né automatismi diplomatici. Ogni dossier poteva essere riaperto, rinegoziato oppure stravolto. Teheran, tuttavia, ha continuato a muoversi come se il tempo fosse una variabile a proprio favore. Riunioni tecniche, incontri indiretti, dichiarazioni interlocutorie, aperture seguite da irrigidimenti: una diplomazia rituale che in passato aveva consentito di guadagnare mesi, talvolta anni. L’obiettivo era duplice: alleggerire gradualmente la pressione internazionale e, nel frattempo, consolidare le proprie capacità strategiche, in particolare sul fronte nucleare. Ma provocare Trump con continue riunioni senza risultati concreti è stato un errore fatale.
Un ulteriore elemento di fragilità riguarda la figura del ministro degli Esteri Hossein Amir-Abdollahian (spesso indicato in modo impreciso come «Aranghi»), apparso in questa fase inadeguato alla gravità della crisi. La diplomazia iraniana, tradizionalmente abituata a muoversi su più tavoli e a mantenere canali aperti anche nei momenti di massima tensione, sembra aver perso incisività proprio quando sarebbe stato necessario costruire sponde internazionali e rafforzare la narrativa difensiva di Teheran. Le sue dichiarazioni pubbliche, improntate a toni rigidi ma prive di una chiara strategia di de-escalation, non hanno contribuito a ridurre l’isolamento del Paese. In un sistema in cui la politica estera è fortemente condizionata dalla Guida Suprema e dai Pasdaran, il margine d’azione del capo della diplomazia è certamente limitato; tuttavia, in una fase di possibile transizione al vertice, l’assenza di una regia diplomatica credibile rischia di amplificare l’impressione di disorientamento e di lasciare l’iniziativa interamente nelle mani dell’apparato militare.
Donald Trump (Ansa)
Nel linguaggio politico del presidente americano, l’assenza di un’intesa non equivale a una fase di stallo gestibile, bensì a una sfida diretta. Ogni incontro inconcludente è stato percepito come un tentativo di prendere tempo, se non come una forma di provocazione. In questo quadro, la pressione economica – sanzioni secondarie, isolamento finanziario, targeting delle esportazioni energetiche – è diventata lo strumento privilegiato per forzare un cambio di atteggiamento.
L’Iran ha probabilmente sottovalutato un elemento centrale: Donald Trump non cercava semplicemente di rientrare in un accordo migliorato, ma di ridefinire l’intero equilibrio di deterrenza regionale. La richiesta di condizioni più stringenti, la volontà di estendere la durata di eventuali restrizioni e l’insistenza su un meccanismo permanente di controllo rappresentavano un salto qualitativo rispetto alla logica del compromesso temporaneo. Nel frattempo, la leadership iraniana ha continuato a calibrare la propria risposta su un doppio binario: mantenere formalmente aperto il dialogo e, parallelamente, aumentare la leva strategica attraverso l’arricchimento dell’uranio e il consolidamento delle reti regionali di influenza. Una strategia che con altri presidenti avrebbe potuto produrre nuove fasi negoziali, ma che con Trump ha generato l’effetto opposto.
La differenza non è soltanto ideologica, ma metodologica. Trump ha interpretato la politica estera come una transazione ad alto rischio: o si chiude l’accordo alle sue condizioni, o si alza il livello dello scontro. In questa cornice, la diplomazia dilatoria di Teheran è apparsa come un rifiuto sostanziale. Le conseguenze sono evidenti. L’inasprimento delle sanzioni ha colpito l’economia iraniana in modo sistemico, riducendo le entrate petrolifere e aggravando le tensioni interne. Al tempo stesso, la percezione di una minaccia crescente ha alimentato un clima regionale sempre più instabile, con il rischio costante di incidenti o escalation indirette. L’errore di fondo di Teheran è stato di natura psicologica prima ancora che politica: aver trattato Donald Trump come una variante più rumorosa di presidenti precedenti, senza comprendere che il suo margine di tolleranza verso negoziati inconcludenti è prossimo allo zero. In altre parole, l’Iran ha giocato una partita di logoramento contro un avversario che preferisce le mosse drastiche.
Oggi lo scenario appare segnato da una polarizzazione più netta. Le occasioni di compromesso si sono ridotte, mentre la soglia di rischio si è abbassata. In un contesto regionale già attraversato da conflitti latenti e rivalità strategiche, la combinazione tra ambizioni nucleari iraniane e approccio massimalista statunitense ha creato una miscela altamente instabile. La lezione geopolitica è chiara: nei rapporti internazionali non basta conoscere la forza dell’avversario, occorre comprenderne la mentalità. Teheran ha letto Washington con le lenti del passato. Ma il passato, questa volta, non era più un parametro affidabile.
Continua a leggereRiduci
«Non sarà una guerra lampo», ha dichiarato il ministro degli Esteri informando la stampa sugli sviluppi dell’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran.