True
2024-10-17
Con i deliri contro Colombo Kamala può giocarsi i voti degli italoamericani
Kamala Harris (Ansa)
Kamala Harris rischia di avere un grosso problema con gli italoamericani. La vicepresidente ha sostenuto che Donald Trump avrebbe mostrato segni di scarsa lucidità dopo che, lunedì, il tycoon aveva interrotto un evento elettorale in Pennsylvania, facendo mettere della musica per una quarantina di minuti. Secondo la candidata dem, che ha ritwittato un taglia e cuci di clip, Trump sarebbe apparso «perso e confuso». Ora, tralasciando il fatto che la Harris è da quasi quattro anni vice di un presidente dalla lucidità assai dubbia, quell’interruzione, come ha spiegato Abc News, è avvenuta per consentire che fossero soccorsi alcuni astanti, che avevano avuto un malore. Forse la candidata dem, con il suo attacco, ha cercato di mettere in ombra un aspetto molto interessante dell’inconsueto evento di Trump: e cioè che, tra i brani musicali mandati nell’intervallo, spiccavano l’Ave Maria di Franz Schubert cantata da Luciano Pavarotti e Con te partirò di Andrea Bocelli.
Una scelta tutt’altro che casuale. Quel giorno era infatti il secondo lunedì di ottobre: data in cui, negli Stati Uniti, si celebra il Columbus Day.
Ora, non è un mistero che Trump stia da tempo corteggiando il voto italoamericano. L’aver messo brani di Bocelli e Pavarotti è quindi stata una mossa strategica, anche perché l’evento si teneva in un’area elettoralmente cruciale come la Pennsylvania: il sesto Stato su cinquanta per popolazione italoamericana (quasi l’11%). Ne seguono due conclusioni. Primo: Trump non era confuso né poco lucido (anche perché l’altro ieri ha tenuto testa, durante un’intervista live e senza rete, al direttore di Bloomberg News John Micklethwait, che si è mostrato tutt’altro che amichevole nei suoi confronti). Secondo: mandando quei brani lunedì, il tycoon puntava esattamente all’elettorato italoamericano.
A conferma di ciò sta il fatto che, sempre lunedì, la campagna di Trump ha emesso un comunicato, tacciando la Harris di voler abolire il Columbus Day, festività a cui notoriamente gli italoamericani sono assai legati. In effetti, non è che l’accusa mossa da Trump sia proprio campata per aria. Basti pensare alle parole che la vicepresidente pronunciò nel 2021. «Dal 1934, ogni ottobre gli Stati Uniti commemorano il viaggio degli esploratori europei che per primi sbarcarono sulle coste delle Americhe», disse, per poi aggiungere: «Quegli esploratori hanno inaugurato un’ondata di devastazione per i popoli tribali, perpetrando violenza, rubando terre e diffondendo malattie». Del resto, già nel 2019, la diretta interessata si era mostrata favorevole a ribattezzare il Columbus Day come Indigenous People Day, in ossequio all’estremismo liberal della Cancel Culture, che vorrebbe sostituire la festività in onore del navigatore genovese con una commemorazione dei nativi americani. E proprio l’Indigenous People Day è stato celebrato, lunedì scorso, dalla Harris e dal suo vice, Tim Walz, con un paio di post su X. Tutto questo, sebbene il Columbus Day non c’entri nulla con il colonialismo. La festa fu infatti originariamente istituita dal presidente Benjamin Harrison nel 1892, dopo che, l’anno precedente, si era verificato il linciaggio di undici italoamericani a New Orleans. Successivamente, nel 1934, fu introdotta la ricorrenza vera e propria, che divenne infine festività federale nel 1968.
E attenzione. Storicamente, tra i principali promotori del Columbus Day, figurano i «Cavalieri di Colombo»: antica associazione cattolica statunitense che, fondata nel 1882, prese il nome proprio dal navigatore genovese. Peccato che la Harris abbia problemi anche con questa realtà: nel 2018, da senatrice, contestò infatti a un candidato giudice la sua appartenenza a tale organizzazione, nonostante in passato essa avesse annoverato tra i propri membri alti esponenti del Partito democratico, come John F. Kennedy. È quindi chiaro che, con questa crociata ideologica contro Cristoforo Colombo, la vicepresidente rischia di mettersi contro sia gli italoamericani sia i cattolici: cattolici, con cui è già da tempo in difficoltà. E la situazione non migliora con Walz che, da governatore del Minnesota, non ha fatto nulla di concreto per fermare l’abbattimento della statua di Colombo a Saint Paul nel 2020. Anzi, la sua vice, Peggy Flanagan, dichiarò «Non posso dire di essere triste per l’abbattimento».
Insomma, non è che la strategia della Harris per il voto italoamericano sembri particolarmente brillante. Certo, a inizio settembre fu organizzato il «Paisans for Kamala», un evento virtuale di sostegno alla vicepresidente a cui parteciparono l’ex Speaker della Camera Nancy Pelosi, l’ex sindaco di New York Bill de Blasio, oltre agli attori Robert De Niro e John Turturro. Eppure, sembra proprio che tutte queste personalità non stiano suggerendo alla candidata dem una linea troppo efficace con il voto italoamericano. Magari, con la crociata contro Colombo, la Harris farà felici gli attivisti dell’estrema sinistra californiana. Rischia però dei seri contraccolpi in Pennsylvania e, sebbene in forma minore, in Michigan e Wisconsin, dove, essendo la situazione in bilico, anche degli spostamenti elettorali minimi possono fare la differenza. Infine, una domanda: come mai l’establishment mediatico italiano, sempre pronto a cogliere Trump in fallo, non si sta occupando dello scarso rispetto mostrato dalla Harris verso la comunità italoamericana?
Il piano di Trump in breve: buonsenso
Servirebbe un fact checker che lavori al debunking di una gigantesca mistificazione politica: l’aver spacciato l’agenda del buonsenso per estremista e quella del radicalismo per moderata.L’altro ieri, John Micklethwait di Bloomberg news ha intervistato Donald Trump. In quel colloquio, il tycoon ha riassunto in modo efficace la sua proposta agli americani: «Questo», ha detto, «è il partito - il Partito repubblicano - del buonsenso. Dimenticatevi dei conservatori, dei liberali… Diciamo pure che siamo conservatori, ma in realtà noi siamo il partito dell’abbiamo bisogno di confini; abbiamo bisogno di elezioni eque; non vogliamo che degli uomini partecipino a sport femminili; non vogliamo operazioni di cambio di sesso [nei minori, ndr] senza il consenso dei genitori». Cosa c’è, in tutto ciò, di folle ed eversivo? Dov’è la minaccia all’ordine mondiale? Il candidato del Gop sostiene che parlare con Vladimir Putin sia una trovata «intelligente. […] Ha 2.000 armi nucleari - e pure noi ne abbiamo». E allora? Dove sta lo scandalo? The Donald suggerisce un sistema di dazi per costringere le imprese a non delocalizzare gli impianti. È roba da Mein Kampf? Trump rivendica il diritto di un presidente a esercitare pressioni sulla Federal reserve, a proposito delle decisioni sui tassi d’interesse. È un fascista? L’indipendenza dei banchieri centrali è un dogma incontestabile? Raccontatelo alla sinistra di una volta… Che cosa si può rimproverare al miliardario newyorkese? Di voler ripristinare il primato della politica sull’economia? Della democrazia sulla tecnocrazia? Di essere un marxista? Certo, non è possibile dimenticare le tante sbavature istituzionali di Trump, né l’assalto al Campidoglio. D’altro canto, negli Stati Uniti i parossismi abbondano: ormai è considerato «di destra» persino chiedere a una persona che si reca al seggio di identificarsi. Semmai, è il programma dei dem, che la stessa Kamala Harris fatica a spiegare, a nascondere autentiche insidie. Quando Joe Biden vinse nel 2020, i commentatori giubilarono: finalmente alla Casa Bianca torna un «adulto». Più che da adulto, poi lo hanno trattato da vecchio. Ma il punto è un altro: con l’«adulto», l’America ha perso autorevolezza; si è resa protagonista di un disastroso ritiro dall’Afghanistan; un conflitto si è acceso alle porte dell’Europa; il Medio Oriente è in fiamme; durante la pandemia, le piattaforme social hanno messo su, di concerto con l’amministrazione, un pervasivo sistema di censura; le relazioni razziali non sono migliorate; il problema dell’immigrazione si è aggravato; la cancel culture e il woke avrebbero avuto campo libero, non fosse che le assurdità incontrano ancora dei limiti naturali.Che c’è di moderato nell’alimentare l’escalation in Ucraina, combattendo per procura una guerra contro una potenza atomica? Cosa c’è di saggio nel servirsi di questa tempesta, per sganciare i rivali tedeschi dalla Russia, trascinando nel baratro l’economia del Vecchio continente? È normale guidare un partito che è ostaggio di una frangia massimalista, la quale disarmerebbe Israele e, con ogni probabilità, sarebbe pure lieta se scomparisse? È giusto consentire la compravendita dei bambini tramite maternità surrogata? E liberalizzare la transessualità infantile? Chi è l’estremista? Chi vuole lasciare in pace i più piccoli, o chi rifilerebbe loro i bloccanti della pubertà?Ai tempi della Brexit e dell’inatteso trionfo di Trump, i «competenti», sconvolti, coniarono un termine per giustificare il loro fallimento: «postverità». Se perdevano, era perché alla gente non interessava più la verità, di cui essi, evidentemente, si reputavano gli unici depositari. Ma se qui c’è una postverità, è proprio il ribaltamento del mondo come l’abbiamo sempre concepito. Che capolavoro: alla fine, il buonsenso è diventato un atto rivoluzionario.
Continua a leggereRiduci
La Harris vuole eliminare la festa per il genovese. Surreale attacco dem al tycoon: «Musica al comizio per non rispondere». Ma era una pausa per far soccorrere un fan. Intervistato da Bloomberg, The Donald ha riassunto il suo programma: confini chiusi, stop alle storture Lgbt e dialogo con Putin. Nulla di estremo, al contrario della sinistra...Lo speciale contiene due articoli.Kamala Harris rischia di avere un grosso problema con gli italoamericani. La vicepresidente ha sostenuto che Donald Trump avrebbe mostrato segni di scarsa lucidità dopo che, lunedì, il tycoon aveva interrotto un evento elettorale in Pennsylvania, facendo mettere della musica per una quarantina di minuti. Secondo la candidata dem, che ha ritwittato un taglia e cuci di clip, Trump sarebbe apparso «perso e confuso». Ora, tralasciando il fatto che la Harris è da quasi quattro anni vice di un presidente dalla lucidità assai dubbia, quell’interruzione, come ha spiegato Abc News, è avvenuta per consentire che fossero soccorsi alcuni astanti, che avevano avuto un malore. Forse la candidata dem, con il suo attacco, ha cercato di mettere in ombra un aspetto molto interessante dell’inconsueto evento di Trump: e cioè che, tra i brani musicali mandati nell’intervallo, spiccavano l’Ave Maria di Franz Schubert cantata da Luciano Pavarotti e Con te partirò di Andrea Bocelli. Una scelta tutt’altro che casuale. Quel giorno era infatti il secondo lunedì di ottobre: data in cui, negli Stati Uniti, si celebra il Columbus Day. Ora, non è un mistero che Trump stia da tempo corteggiando il voto italoamericano. L’aver messo brani di Bocelli e Pavarotti è quindi stata una mossa strategica, anche perché l’evento si teneva in un’area elettoralmente cruciale come la Pennsylvania: il sesto Stato su cinquanta per popolazione italoamericana (quasi l’11%). Ne seguono due conclusioni. Primo: Trump non era confuso né poco lucido (anche perché l’altro ieri ha tenuto testa, durante un’intervista live e senza rete, al direttore di Bloomberg News John Micklethwait, che si è mostrato tutt’altro che amichevole nei suoi confronti). Secondo: mandando quei brani lunedì, il tycoon puntava esattamente all’elettorato italoamericano.A conferma di ciò sta il fatto che, sempre lunedì, la campagna di Trump ha emesso un comunicato, tacciando la Harris di voler abolire il Columbus Day, festività a cui notoriamente gli italoamericani sono assai legati. In effetti, non è che l’accusa mossa da Trump sia proprio campata per aria. Basti pensare alle parole che la vicepresidente pronunciò nel 2021. «Dal 1934, ogni ottobre gli Stati Uniti commemorano il viaggio degli esploratori europei che per primi sbarcarono sulle coste delle Americhe», disse, per poi aggiungere: «Quegli esploratori hanno inaugurato un’ondata di devastazione per i popoli tribali, perpetrando violenza, rubando terre e diffondendo malattie». Del resto, già nel 2019, la diretta interessata si era mostrata favorevole a ribattezzare il Columbus Day come Indigenous People Day, in ossequio all’estremismo liberal della Cancel Culture, che vorrebbe sostituire la festività in onore del navigatore genovese con una commemorazione dei nativi americani. E proprio l’Indigenous People Day è stato celebrato, lunedì scorso, dalla Harris e dal suo vice, Tim Walz, con un paio di post su X. Tutto questo, sebbene il Columbus Day non c’entri nulla con il colonialismo. La festa fu infatti originariamente istituita dal presidente Benjamin Harrison nel 1892, dopo che, l’anno precedente, si era verificato il linciaggio di undici italoamericani a New Orleans. Successivamente, nel 1934, fu introdotta la ricorrenza vera e propria, che divenne infine festività federale nel 1968.E attenzione. Storicamente, tra i principali promotori del Columbus Day, figurano i «Cavalieri di Colombo»: antica associazione cattolica statunitense che, fondata nel 1882, prese il nome proprio dal navigatore genovese. Peccato che la Harris abbia problemi anche con questa realtà: nel 2018, da senatrice, contestò infatti a un candidato giudice la sua appartenenza a tale organizzazione, nonostante in passato essa avesse annoverato tra i propri membri alti esponenti del Partito democratico, come John F. Kennedy. È quindi chiaro che, con questa crociata ideologica contro Cristoforo Colombo, la vicepresidente rischia di mettersi contro sia gli italoamericani sia i cattolici: cattolici, con cui è già da tempo in difficoltà. E la situazione non migliora con Walz che, da governatore del Minnesota, non ha fatto nulla di concreto per fermare l’abbattimento della statua di Colombo a Saint Paul nel 2020. Anzi, la sua vice, Peggy Flanagan, dichiarò «Non posso dire di essere triste per l’abbattimento».Insomma, non è che la strategia della Harris per il voto italoamericano sembri particolarmente brillante. Certo, a inizio settembre fu organizzato il «Paisans for Kamala», un evento virtuale di sostegno alla vicepresidente a cui parteciparono l’ex Speaker della Camera Nancy Pelosi, l’ex sindaco di New York Bill de Blasio, oltre agli attori Robert De Niro e John Turturro. Eppure, sembra proprio che tutte queste personalità non stiano suggerendo alla candidata dem una linea troppo efficace con il voto italoamericano. Magari, con la crociata contro Colombo, la Harris farà felici gli attivisti dell’estrema sinistra californiana. Rischia però dei seri contraccolpi in Pennsylvania e, sebbene in forma minore, in Michigan e Wisconsin, dove, essendo la situazione in bilico, anche degli spostamenti elettorali minimi possono fare la differenza. Infine, una domanda: come mai l’establishment mediatico italiano, sempre pronto a cogliere Trump in fallo, non si sta occupando dello scarso rispetto mostrato dalla Harris verso la comunità italoamericana?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/deliri-contro-colombo-kamala-2669415197.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-piano-di-trump-in-breve-buonsenso" data-post-id="2669415197" data-published-at="1729175575" data-use-pagination="False"> Il piano di Trump in breve: buonsenso Servirebbe un fact checker che lavori al debunking di una gigantesca mistificazione politica: l’aver spacciato l’agenda del buonsenso per estremista e quella del radicalismo per moderata.L’altro ieri, John Micklethwait di Bloomberg news ha intervistato Donald Trump. In quel colloquio, il tycoon ha riassunto in modo efficace la sua proposta agli americani: «Questo», ha detto, «è il partito - il Partito repubblicano - del buonsenso. Dimenticatevi dei conservatori, dei liberali… Diciamo pure che siamo conservatori, ma in realtà noi siamo il partito dell’abbiamo bisogno di confini; abbiamo bisogno di elezioni eque; non vogliamo che degli uomini partecipino a sport femminili; non vogliamo operazioni di cambio di sesso [nei minori, ndr] senza il consenso dei genitori». Cosa c’è, in tutto ciò, di folle ed eversivo? Dov’è la minaccia all’ordine mondiale? Il candidato del Gop sostiene che parlare con Vladimir Putin sia una trovata «intelligente. […] Ha 2.000 armi nucleari - e pure noi ne abbiamo». E allora? Dove sta lo scandalo? The Donald suggerisce un sistema di dazi per costringere le imprese a non delocalizzare gli impianti. È roba da Mein Kampf? Trump rivendica il diritto di un presidente a esercitare pressioni sulla Federal reserve, a proposito delle decisioni sui tassi d’interesse. È un fascista? L’indipendenza dei banchieri centrali è un dogma incontestabile? Raccontatelo alla sinistra di una volta… Che cosa si può rimproverare al miliardario newyorkese? Di voler ripristinare il primato della politica sull’economia? Della democrazia sulla tecnocrazia? Di essere un marxista? Certo, non è possibile dimenticare le tante sbavature istituzionali di Trump, né l’assalto al Campidoglio. D’altro canto, negli Stati Uniti i parossismi abbondano: ormai è considerato «di destra» persino chiedere a una persona che si reca al seggio di identificarsi. Semmai, è il programma dei dem, che la stessa Kamala Harris fatica a spiegare, a nascondere autentiche insidie. Quando Joe Biden vinse nel 2020, i commentatori giubilarono: finalmente alla Casa Bianca torna un «adulto». Più che da adulto, poi lo hanno trattato da vecchio. Ma il punto è un altro: con l’«adulto», l’America ha perso autorevolezza; si è resa protagonista di un disastroso ritiro dall’Afghanistan; un conflitto si è acceso alle porte dell’Europa; il Medio Oriente è in fiamme; durante la pandemia, le piattaforme social hanno messo su, di concerto con l’amministrazione, un pervasivo sistema di censura; le relazioni razziali non sono migliorate; il problema dell’immigrazione si è aggravato; la cancel culture e il woke avrebbero avuto campo libero, non fosse che le assurdità incontrano ancora dei limiti naturali.Che c’è di moderato nell’alimentare l’escalation in Ucraina, combattendo per procura una guerra contro una potenza atomica? Cosa c’è di saggio nel servirsi di questa tempesta, per sganciare i rivali tedeschi dalla Russia, trascinando nel baratro l’economia del Vecchio continente? È normale guidare un partito che è ostaggio di una frangia massimalista, la quale disarmerebbe Israele e, con ogni probabilità, sarebbe pure lieta se scomparisse? È giusto consentire la compravendita dei bambini tramite maternità surrogata? E liberalizzare la transessualità infantile? Chi è l’estremista? Chi vuole lasciare in pace i più piccoli, o chi rifilerebbe loro i bloccanti della pubertà?Ai tempi della Brexit e dell’inatteso trionfo di Trump, i «competenti», sconvolti, coniarono un termine per giustificare il loro fallimento: «postverità». Se perdevano, era perché alla gente non interessava più la verità, di cui essi, evidentemente, si reputavano gli unici depositari. Ma se qui c’è una postverità, è proprio il ribaltamento del mondo come l’abbiamo sempre concepito. Che capolavoro: alla fine, il buonsenso è diventato un atto rivoluzionario.
Con lo slogan globale Safety for Everyone, Honda sta ampliando l'impegno nelle tecnologie avanzate di sicurezza e di assistenza alla guida, iniziative per aumentare la sicurezza e influenzare il comportamento dei conducenti, oltre ad azioni indirizzate a migliorare il sistema della sicurezza stradale attraverso la collaborazione con governi, industria e comunità locali. Tra queste rientrano nuove iniziative come il Proactive Roadway Maintenance System, sviluppato dal 2021.
Durante il progetto pilota, i membri del team ODOT hanno guidato auto Honda equipaggiate con sensori avanzati di visione e LiDAR (Light Detection and Ranging) per monitorare circa 4.800 km di strade nell’Ohio centrale e sud-orientale. I veicoli hanno operato in un’ampia gamma di condizioni, comprendendo diversi tipi di strade in contesti rurali e urbani, condizioni meteorologiche variabili e diversi momenti della giornata. Il sistema ha rilevato le condizioni stradali e le carenze infrastrutturali, fornendo a ODOT informazioni operative concrete tramite l’identificazione di segnali stradali usurati o ostruiti, danni ai guardrail e alle barriere stradali, presenza di buche con dimensioni e posizione, dislivelli delle banchine con profondità relativa, segnaletica orizzontale insufficiente che influisce sul funzionamento di alcune funzioni di assistenza alla guida, come il mantenimento della corsia e in generale la scarsa qualità del manto stradale.
Man mano che i veicoli di prova Honda rilevavano lo stato delle superfici stradali critiche, della segnaletica orizzontale e degli elementi a bordo strada, gli operatori ODOT hanno analizzato le criticità in tempo reale tramite dashboard web sviluppate da Honda e Parsons. ODOT ha utilizzato questi dati per confrontarli con le normali ispezioni visive.
I dati raccolti dai veicoli sono stati elaborati tramite modelli di Edge AI, trasmessi a una piattaforma cloud Honda per l’analisi e integrati nel sistema iNET® Asset Guardian di Parsons.
Ciò ha permesso di implementare una pipeline capace di generare automaticamente ordini di lavoro prioritizzati per i team di manutenzione ODOT. Gli ordini di lavoro possono essere raggruppati per gravità e prossimità, mentre il sistema iNET® Asset Guardian semplifica i flussi di lavoro, migliorando l’efficienza delle operazioni di manutenzione sul campo.
i-Probe ha fornito la validazione dei dati e competenze analitiche per la valutazione della rugosità stradale e delle condizioni della segnaletica orizzontale. L’Università di Cincinnati ha supportato Honda nell’integrazione dei sensori sui veicoli di prova, ha guidato lo sviluppo delle funzionalità di rilevamento dei danni (inclusi buche, guardrail, segnali e dislivelli delle banchine) e ha fornito il servizio di manutenzione del sistema a ODOT durante la fase di sperimentazione.
I risultati hanno confermato che il rilevamento automatizzato tramite il Proactive Roadway Maintenance System ha raggiunto un’elevata accuratezza per segnali, guardrail e dislivelli delle banchine, oltre a garantire un’ottima capacità di individuazione delle buche sulla maggior parte dei tipi di strada: 99% di accuratezza per segnali danneggiati o ostruiti 93% per guardrail danneggiati e 89% nel rilevamento delle buche.
È stata inoltre realizzata una pipeline di feedback basata sull’intelligenza artificiale che ha consentito ai membri del team ODOT di segnalare le rilevazioni errate, permettendo al sistema di apprendere e migliorare nel tempo.
Le analisi condotte hanno mostrato che solo una piccola percentuale presentava una segnaletica orizzontale insufficiente, suggerendo la possibilità di ottimizzare i programmi di ritracciatura. I dati dei sensori dei veicoli hanno inoltre misurato in modo affidabile i livelli di rugosità stradale, fornendo informazioni preziose per la pianificazione della manutenzione. Il Proactive Roadway Maintenance System ha anche individuato dislivelli delle banchine ad alta gravità, difficili da identificare tramite le ispezioni visive di routine, segnalando con successo queste condizioni lungo la rete stradale.
Riducendo la necessità di ispezioni manuali, il sistema migliora la sicurezza delle squadre di manutenzione e ne limita l’esposizione ai rischi del traffico. Il team di progetto stima che il rilevamento automatizzato delle condizioni stradali potrebbe consentire a ODOT un risparmio annuo superiore a 4,5 milioni di dollari, grazie alla riduzione del tempo dedicato alle ispezioni manuali, all’ottimizzazione dei programmi di manutenzione e alla prevenzione di costose riparazioni rinviate tramite controlli proattivi.
Nella fase successiva di test, il team di progetto sta valutando le modalità per scalare il prototipo del Proactive Roadway Maintenance System verso un utilizzo operativo reale. In futuro, Honda mira a consentire ai propri clienti di contribuire a strade più sicure e migliori attraverso la condivisione anonimizzata dei dati dei loro veicoli. Questo approccio orientato alla comunità crea un senso di responsabilità condivisa a livello di gestione della rete stradale, permettendo agli automobilisti di passare dal semplice utilizzo delle strade a un contributo attivo al loro miglioramento.
Continua a leggereRiduci
Il cui piatto piange a causa del ritiro statunitense da 31 agenzie a essa collegate, del ritardo nei versamenti da parte di alcuni Paesi contributori, nonché di una regola, che il portoghese ha definito «kafkiana», e che costringe l’ente a restituire il denaro non speso. Anche se quel denaro non è davvero nelle sue disponibilità.
Ecco all’opera il «segno di contraddizione» impresso da Donald Trump: la brutalità delle sue politiche, la scelta di additare l’ipocrisia del sistema internazionale, anziché continuare a far recitare agli Usa e all’Occidente la parte dei finti tonti, sono state sufficienti a squarciare il velo. E a mostrare per cosa stanno scorrendo i fiumi di lacrime degli interminabili pianti greci per la crisi del multilateralismo, la chimera che accende le intenzioni e i discorsi - nobili, beninteso - di tanti leader mondiali, da Sergio Mattarella al pontefice. Follow the money.
Guterres, con gli ambasciatori dei Paesi rappresentati all’Onu, ha dovuto battere cassa, temendo che le riserve si esauriscano entro luglio. Ha alluso al voltafaccia dell’America e, per tappare la voragine aperta dal tycoon, ha sollecitato i pagamenti dagli altri debitori, pur senza nominarli. Va detto che nella lista dei Paesi già in regola per il 2026, aggiornata al 29 gennaio, non figurano alcuni dei donatori più importanti: Italia, Francia, Germania, Giappone, Corea del Sud, Cina, Russia. C’è invece l’Ucraina, che ha dato oltre 2 milioni e 300.000 dollari. Giunti chissà da dove, visto che pure Kiev è in bolletta. Guterres si è limitato a segnalare che, nell’anno appena trascorso, è stato raggiunto il record di 1,57 miliardi di dollari di arretrati, il doppio rispetto al 2024. «O tutti gli Stati membri onorano i loro obblighi di pagare tutto e in tempo», ha scritto, «o devono modificare radicalmente le nostre regole finanziarie, per prevenire un imminente collasso finanziario dell’Onu». Il riferimento, appunto, è alla clausola che impone di restituire fondi non impiegati, il cui transito sui conti delle Nazioni Unite, però, è stato figurativo.
Gli Stati Uniti sono stati finora la vacca grassa: valgono il 22% del budget dell’organizzazione, seguiti dal 20% della Cina. Anche questo è un segnale: la ritirata di Trump - secondo lui, l’Onu ha un «grande potenziale» inespresso, tanto che, per risolvere la fase due della guerra a Gaza, ha preferito battezzare un controverso «Board of peace» - certifica il protagonismo del Dragone. Ma piuttosto che a una sconfitta per Washington, la mossa equivale alla denuncia di una stortura che si era già prodotta da parecchio tempo e che gli Usa, i primi ad aprire le porte delle istituzioni multilaterali a Pechino, avevano tollerato: l’influenza sproporzionata dei cinesi, alla faccia dei miliardi sborsati dall’America. Non a caso, Trump era entrato in polemica, già durante il primo mandato, con l’Oms, il cui capo, Tedros Adhanom Ghebreyesus, vicino al regime di Xi Jinping, in era Covid aveva usato il guanto di velluto con la Cina. L’uscita dall’agenzia sanitaria, annunciata subito dopo il secondo insediamento alla Casa Bianca, è stata completata pochi giorni fa.
La somma che Washington ha congelato ammonta a 2,19 miliardi di dollari per il bilancio Onu, 1,88 per le missioni di peacekeeping dei caschi blu ancora in corso e 528 milioni per quelle che si sono concluse, ma per le quali tocca saldare il conto.
In previsione dei chiari di luna, Guterres aveva messo all’opera una task force, denominata Un80, con il compito di prescrivere una spending review e migliorare l’efficienza del colosso fondato nel 1945. Entro il 2026, arriverà un taglio del 7% del budget complessivo erogato dagli Stati.
Dopo decenni di inefficacia, prigioniere del gioco delle grandi potenze e al netto di qualche tentativo di riformare il Consiglio di Sicurezza, estendendone la rappresentanza al di là degli equilibri definiti al termine della seconda guerra mondiale, le Nazioni Unite si sono arenate nell’ennesima secca: le frizioni provocate dal conflitto in Medio Oriente, durante il quale si è consumato lo scontro tra il segretario lusitano - «persona non grata in Israele» - e il governo di Benjamin Netanyahu. Infine, all’Assemblea generale di settembre, si era fatto notare il discorso con cui Giorgia Meloni, dando voce alle perplessità di parecchi Paesi, aveva denunciato la vetustà delle convenzioni «che regolano la migrazione e l’asilo. Sono regole», aveva detto il premier, «sancite in un’epoca nella quale non esistevano le migrazioni irregolari di massa e non esistevano i trafficanti di esseri umani. Convenzioni non più attuali in questo contesto».
All’età di 81 anni, insomma, l’Onu è invecchiata malino. E adesso è nel panico: teme di restare senza pensione d’oro.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Tutte le misure di risposta necessarie a livello del sistema energetico ucraino sono state attivate». Il malfunzionamento avrebbe infatti causato interruzioni simultanee su due linee elettriche ad alta tensione: una collega le reti di Moldavia e Romania, mentre l’altra mette in collegamento l’Ucraina centrale e occidentale.
A escludere esplicitamente un attacco cyber è stata una nota diffusa dal ministero della Trasformazione digitale: «L’emergenza nel sistema energetico non è stata causata da un attacco informatico». Dal primo pomeriggio, il sistema elettrico è stato parzialmente ripristinato, ma il sindaco di Kiev, Vitaliy Klitschko, a fine giornata, ha sottolineato che «3.419 grattacieli» sono rimasti «senza riscaldamento». Nella serata, Zelensky ha dichiarato: «Le cause sono in fase di indagine. Al momento non ci sono conferme di interferenze esterne o attacchi informatici. A causa delle condizioni meteorologiche, le linee si sono ghiacciate e si sono verificati spegnimenti automatici».
Il guasto a cascata in Moldavia ha coinvolto anche la capitale Chisinau, mettendo fuori uso alcuni semafori e mezzi pubblici. A intervenire in merito è stato il ministro dell’Energia della Moldavia, Dorin Junghietu: «A causa della perdita della corrente elettrica sul territorio dell’Ucraina, è scattato il sistema di protezione automatico».
E se la tregua riguarda solo le infrastrutture energetiche, Mosca ha preso di mira «oggetti delle infrastrutture di trasporto» utilizzate dalle forze armate ucraine. Dall’altra parte, Kiev, secondo Rbc Ukraine, ha colpito obiettivi militari russi nei territori occupati di Luhansk, Donetsk, Zaporizhzhia.
Sul fronte delle trattative, lo svolgimento del secondo round di negoziati ad Abu Dhabi previsto oggi resta un punto interrogativo. Dopo che il leader di Kiev non ha escluso il rinvio «a causa della situazione tra Stati Uniti e Iran», la Tass ha invece precisato che i colloqui non sono stati cancellati. Nel frattempo, l’inviato del Cremlino, Kirill Dmitriev, ha incontrato a Miami la delegazione americana composta dall’inviato Steve Witkoff, il genero di Donald Trump, Jared Kushner, il segretario al Tesoro, Scott Bessent e il consigliere della Casa Bianca, Josh Gruenbaum. Il primo a esprimersi sull’esito del meeting è stato Witkoff. Definendo il colloquio «produttivo e costruttivo», ha scritto su X: «Siamo incoraggiati da questo incontro, dal fatto che la Russia stia lavorando per garantire la pace in Ucraina». A confermare la riuscita positiva è stato anche Dmitriev: «Incontro costruttivo con la delegazione statunitense per la pace. Discussione produttiva anche sul gruppo di lavoro economico Usa-Russia».
Ma per il leader di Kiev è «indispensabile» l’incontro con il presidente russo, Vladimir Putin, per sciogliere il nodo dei territori. Egli, inoltre, confida nel vertice con gli Usa della prossima settimana. Dopo aver respinto il faccia a faccia a Mosca e aver invitato lo zar russo a Kiev, Zelensky ha affermato che «nessuno, tranne i leader, sarà in grado di risolvere» la questione territoriale. Durante un’intervista a una radio ceca ha infatti precisato: «Come minimo, dovremmo avere l’opportunità di mantenere i contatti con la Federazione russa, con il leader della Russia», altrimenti «le nostre squadre non saranno in grado di concordare sulle questioni territoriali».
Da Mosca arrivano intanto gesti di distensione verso l’Italia. In occasione a Roma del congresso di Democrazia sovrana popolare, è andata in onda un’intervista alla portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova: «Il nostro obiettivo è la pace anche con il popolo italiano. Agli italiani dico: se volete conoscere ciò che accade nel mondo, venite in Russia. Non è vero ciò che viene trasmesso nelle tv italiane».
Continua a leggereRiduci
In più, negli ultimi anni, la sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura ha registrato un notevole aumento dei rinvii e, di conseguenza, del costo dei procedimenti (appesantito, per esempio, dalla convocazione di testimoni e spostamento delle udienze).
Nel 2025, su 80 azioni disciplinari definite sono arrivate solo 35 condanne. Un numero che fa a pugni con la montagna di denaro che il governo deve pagare ogni anno ai cittadini per riparare i casi di ingiusta detenzione: 26,9 milioni di euro nel 2024, 27,8 nel 2023 e 27,4 nel 2022 (fonte Ministero dell’Economia e delle Finanze). Gli ultimi dati sulle azioni disciplinari sono contenuti nell’intervento sull’amministrazione della Giustizia preparato dal procuratore generale della Cassazione, Pietro Gaeta, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario.
Dalle tabelle apprendiamo che le rare sanzioni subite dai magistrati partono da procedimenti che prima di prendere corpo devono superare filtri severi. Infatti, se sono moltissimi gli esposti che giungono alla Procura generale della Cassazione (per esempio nel 2025 sono stati 1.587), la maggior parte di queste denunce (laddove siano considerate «notizie non circostanziate» o che non riguardano magistrati ordinari) vengono definite con uno stringato provvedimento che finisce tra gli atti di segreteria (1.067 l’anno scorso). Gli estremi, in tal caso, sono inviati, con una sintetica descrizione, al ministro della Giustizia. Questo tipo di archiviazione disciplinare non passa per un giudice che potrebbe anche rigettare la richiesta come nel giudizio penale. Quando viene avviata l’azione disciplinare può arrivare, comunque, l’archiviazione, ma deve passare per il Csm che, come il gip, può non condividere e ordinare l’imputazione coatta. L’anno scorso hanno superato questa prima ghigliottina appena 520 denunce su 1.587 e, alla fine dell’anno, l’azione disciplinare è stata richiesta solo 76 volte (43 volte dal pg Gaeta e 33 dal ministro Carlo Nordio), un dato che rappresenta il 14, 6 per cento delle 520 iscrizioni di procedimenti predisciplinari. Nel 2025 risultano ancora pendenti in Procura generale 461 notizie di illecito (un numero in linea con gli anni precedenti). Da un’altra tabella apprendiamo che l’azione è stata promossa contro 38 magistrati (12 pm, 26 giudici), un numero molto più basso di quelli coinvolti negli anni precedenti (58 nel 2024, 66 nel 2023) e in particolare nel biennio del cosiddetto caso Palamara (84 e 79) o nel 2017 (98). Numeri comunque risibili se confrontati con le denunce. Sono davvero tutte così campate per aria o tra colleghi si tende a non essere troppo severi? Si tratta comunque di cifre che non possono non suscitare qualche riflessione e dare argomenti a chi, per esempio i sostenitori della riforma Nordio, ritengono che serva un’Alta corte disciplinare al di fuori della giurisdizione.
Infatti i magistrati in Italia sono 9.192 (di cui 6.898 giudicanti e 2.294 requirenti) e quindi, a voler fare un conto grossolano, nel 2025, per ogni sei magistrati è stata presentata una denuncia. Eppure solo lo 0,7 per cento di loro risulta sottoposto a procedimento disciplinare nel 2025. Certo qualcuno obietterà che per il disciplinare dei magistrati occorre considerare che spesso i cittadini, come i tifosi di calcio con l’arbitro, si considerano vittime di illecito quando perdono una causa che ritenevamo di aver ottime ragioni per vincere. Quindi moltissime notizie di reato sono infondate per questo motivo, quando non provengono da squilibrati e querelomani. Semmai il dato interessante è che la tanto temuta iniziativa disciplinare del ministro continua a essere, quantitativamente, poco significativa, e questo, in teoria, è un dato che può essere letto come rassicurante anche rispetto alla riforma perché è evidente che non solo la Procura generale, ma anche il ministro opera una grande selezione a monte ed esercita l’azione disciplinare solo in pochi casi ritenuti gravi.
Nel 2025, come detto, su 76 azioni disciplinari solo il 43,4 per cento è stata avviata su iniziativa di Nordio, mentre il 56,6 è partita da Gaeta. Nel biennio precedente, sempre con questo governo, il Guardasigilli ha promosso il 33,8 e il 26,7 per cento delle azioni. Complessivamente ministro e pg ne hanno fatte partire 80 nel 2024 e 90 nel 2023. Non esattamente numeri da purga. L’anno scorso il Csm, in pratica il tribunale di questo tipo di procedimenti, ha emesso 154 provvedimenti. Di questi 118 sono state decisioni: 35 condanne, 31 assoluzioni, 52 ordinanze di non luogo a procedere. In quest’ultimo caso in 24 occasioni il magistrato ha lasciato l’ordine giudiziario, quasi sempre per dimissioni volontarie, in 13 è scattata l’esimente della scarsa rilevanza del fatto. Ventisei magistrati hanno ottenuto, invece, l’applicazione dell’istituto della riabilitazione. Il perdono è toccato a un numero di toghe di poco inferiore a quello dei condannati. A questi ultimi è quasi sempre toccato un buffetto: nel 2025, una ha ricevuto un ammonimento, 19 la censura, sette la perdita di anzianità, quattro sono state sospese dalle funzioni e altrettante sono state rimosse. Tale decisione è quasi sempre la conseguenza di una condanna penale di una certa rilevanza (anche se Palamara, per esempio, è stato espulso dalla magistratura prima del suo patteggiamento davanti al tribunale di Perugia).
Nella relazione ci sono anche altri numeri interessanti. Si scopre che i magistrati sotto procedimento disciplinare sono soprattutto quelli delle grandi città (l’11,8 per cento fa parte del distretto di Roma, il 10,3 di Milano, l’8,8 di Torino e Bari, il 5,9 di Napoli). Ovviamente la percentuale si abbassa se il numero è parametrato ai magistrati in servizio nell’area (l’incidenza di Milano scende a 0,9 e quella di Torino a 1,1). Più birichine le toghe di Ancona che hanno una media di 2,2 toghe incolpate ogni 100 in servizio e il 5,9 del totale (come Napoli, ma anche Lecce e Salerno). Nei procedimenti le contestazioni più frequenti sono i «reiterati, gravi e ingiustificati ritardi» e la «grave violazione di legge determinata da ignoranza e negligenza inescusabile». Ma c’è anche chi è accusato di avere leso l’immagine della magistratura commettendo reati penali o, al di fuori delle funzioni, di avere utilizzato il proprio ruolo «per conseguire vantaggi ingiusti per sé o per altri» o di avere svolto «incarichi extragiudiziari non autorizzati». Solo a un magistrato, l’anno scorso, è stato contestato di avere divulgato atti coperti da segreto. Per quanto riguarda il genere, le donne, pur essendo la maggioranza delle toghe (il 57 per cento del totale), subiscono meno procedimenti disciplinari, anche se, nel 2025, il numero di azioni nei loro confronti è aumentato (le incolpate sono passate dal 33,3 per cento al 38,2). Pare di capire che pure in questo settore poco commendevole le signore abbiano intrapreso il cammino della parità.
Continua a leggereRiduci