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2024-02-05
Il «debanking» arriva in Francia: conti correnti chiusi a chi dissente
Una conferenza tenuta dal gruppo francese Academia Christiana, i cui membri si sono visti bloccare i conti bancari. L’associazione cattolica potrebbe venire sciolta dal governo
«Gentilissimo direttore, riscontro la comunicazione email del 7 febbraio u.s. inviata relativamente al blocco inopinatamente operato sul conto aperto presso il vostro Istituto a nome dell’associazione che rappresento». Chi scrive è una delle tante vittime di «debanking», vero e proprio attentato alla proprietà privata che consiste nella brusca e arbitraria chiusura del conto corrente a privati e associazioni da parte del proprio istituto di credito. Nel Regno Unito è ormai un’operazione diffusa: le banche hanno sospeso più di 1.000 conti ogni giorno lavorativo, i conti chiusi sono aumentati da meno di 50.000 nel 2016 a quasi 350.000 nel 2022, secondo i dati della Financial Conduct Authority, che hanno spinto il governo di Rishi Sunak a emanare una legge per arginare il fenomeno.
Le banche che, senza autorizzazione, dall’oggi al domani chiudono conti e sequestrano soldi a centinaia di migliaia di persone agiscono ufficialmente in nome della «lotta al riciclaggio», delle «frodi bancarie» e del «finanziamento al terrorismo». Molto spesso, però, ai privati e alle associazioni i conti vengono bloccati senza motivo o, peggio ancora, per motivi politici.
È ciò che sta succedendo in Francia dove da qualche anno, in coincidenza con l’elezione di Emmanuel Macron, il «debanking» furoreggia. Basta una semplice lettera e il sistema bancario - con l’implicita compiacenza del tribunale mediatico - blocca i conti correnti dei profili «sospetti», in nome di una rigorosa «etica» che consiste nel rifiutare di gestire i risparmi - di solito piuttosto modesti - di attivisti patrioti e nazionalisti. Poco importa che siano padri di famiglia, artigiani o giovani imprenditori: per le Ppe (persone politicamente esposte) non c’è scampo né carta di credito. La parola d’ordine evocata dagli ignavi funzionari è la «segnalazione». Molte delle associazioni punite subiscono le segnalazioni in coincidenza di ogni apparizione sui media: così è stato per Génération Identitaire (GI), L’Alvarium, Academia Christiana e l’associazione La Citadelle. Il caso di GI è emblematico: dissolta dal ministro degli interni Gérard Darmanin nel 2021, GI si è vista negare la gestione dei fondi associativi dalla piattaforma Stripe, da PayPal e da Banque Populaire, che ha rifiutato i regolari versamenti dei donatori. La procedura è spietata: i soggetti non allineati politicamente passano attraverso le forche caudine dei servizi di «compliance», i cui funzionari monitorano la reputazione sui media. Se i media trasmettono messaggi negativi, i team di conformità creano una regola interna e etichettano l’organizzazione in rosso. Senza neanche che lo Stato si esponga, l’ampio consenso mediatico «antifascista» è sufficiente a incitare gli istituti di credito alla massima prudenza: da quel momento, è finita.
Così è successo anche a Nigel Farage, noto conduttore televisivo ed ex europarlamentare del partito della Brexit, l’Ukip. La banca Coutts, del gruppo bancario NatWest, gli ha bloccato a fine giugno 2023 il conto corrente, sostenendo che il politico non era «compatibile» con Coutts date le sue opinioni, «in contrasto con la nostra organizzazione inclusiva». Il politico è riuscito ad entrare in possesso del documento interno in cui era definito «truffatore» ed era evocata come una colpa la sua amicizia con Donald Trump e con il tennista «no-vax» Novak Djokovic. Dopo aver reso pubblico il suo caso, Farage ha fatto dimettere l’amministratore delegato del gruppo NatWest Alison Rose e il Ceo di Coutts, Peter Flavel.
Il suo connazionale Philip Cato, falegname di 92 anni, ha avuto più difficoltà nel portare alla ribalta la sua situazione. Cato da quasi cinquant’anni riceveva la sua pensione in Giamaica, dove si era trasferito nei primi anni Novanta per prendersi cura dell’anziana madre. A ottobre 2022 NatWest lo ha avvisato che il suo conto sarebbe stato chiuso.
Non ha avuto più fortuna l’avvocato Olga Milanese, presidente dell’associazione Umanità & Ragione (U&R), impegnata dal 2021 nella battaglia civile contro il green pass e l’obbligo di vaccinazione anti Covid. Il conto di Umanità & Ragione è stato operativo per un mese, poi è stato bloccato. Milanese ha provato a contestare la decisione con lettere e diffide: «Tali disposizioni non sono mai state autorizzate dalla titolare del conto e sono, pertanto, arbitrarie ed inaccettabili», ha scritto la professionista salernitana. Ma non c’è stato verso: con la scusa che il suo impegno civile «non rappresenta il core business dell’azienda» la banca le ha comunicato che avrebbe restituito i soldi a chi aveva fatto le donazioni, come fossero di sua proprietà anziché dell’associazione.
Stesse dinamiche negli Stati Uniti, dove la mannaia è dichiaratamente politica. All’associazione UsForThem, impegnata contro la Dad in pandemia, PayPal ha sospeso l’account, impedendo l’accesso ai soldi raccolti con le donazioni. Un portavoce della piattaforma di pagamento digitale ha replicato che la società ha «solo» applicato le policies aziendali, che prevedono di sospendere gli account di chi «fa disinformazione sul vaccino Covid». E il conto corrente? Sparito. «Non ci è stato dato alcun preavviso o spiegazione e non abbiamo potuto ritirare il nostro saldo rimanente», ha dichiarato la co-fondatrice Molly Kingsley. Stessa trafila anche per Toby Young, attivista della libertà di espressione Usa e fondatore del sito di notizie Daily Sceptic, cui è stato sequestrato il conto PayPal. La piattaforma si è accanita anche contro l’associazione Gays for Groomers, impegnata contro «la sessualizzazione, l’indottrinamento e la medicalizzazione dei bambini» e, più in generale, contro l’ideologia di genere. Per lo stesso motivo, nel Regno Unito perfino un religioso, il reverendo Richard Fothergill, è stato «debankato» dalla Yorkshire Building Society (Ybs) per le sue critiche alle teorie di genere con la surreale motivazione: «Abbiamo un approccio di tolleranza zero alla discriminazione».
Nel «democratico» Canada è stato direttamente il governo di Justin Trudeau a intervenire sui conti correnti dei cittadini del «“Freedom Convoy» che protestavano contro il green pass. «Vi faremo male», ha dichiarato all’epoca il ministro delle finanze Chrystia Freeland, e ha mantenuto la promessa: in totale, le banche canadesi hanno congelato 7,8 milioni di dollari di circa 200 conti correnti collegati ai manifestanti, paralizzando sul nascere il movimento di protesta, mentre la piattaforma GoFundMe ha trattenuto milioni di dollari di donazioni che erano state versate ai manifestanti per esprimere solidarietà. Pochi giorni fa, un giudice federale ha condannato il governo per gli illeciti perpetrati nei confronti dei manifestanti, ma l’esecutivo ha già fatto appello.
Dal punto di vista legale, il «debanking» occupa un’area grigia: le banche sono enti privati che non hanno l’obbligo di servire tutti i clienti, ma al tempo stesso i fornitori di servizi non possono basare tali decisioni su discriminazioni di razza, religione o convinzioni politiche. Detto questo, è spesso difficile, per le persone colpite da «debanking», dimostrare che alla base della decisione ci sia effettivamente una discriminazione, perché le banche raramente rivelano i dettagli del processo decisionale e si nascondono dietro la tutela della privacy. Gli stessi dati del «debanking» nel mondo sono poco trasparenti: soltanto nel Regno Unito sono stati resi noti, mentre negli altri Paesi i governi stentano a prendere atto della situazione e ad adottare provvedimenti.
«Sono colpiti i gruppi critici con Macron. Oggi pensare è reato»
La Francia di Macron sta diventando una dittatura? Così la pensa la redazione della rivista Éléments, che alla deriva autoritaria transalpina dedica la sua ultima copertina. Ne abbiamo parlato con François Bousquet, caporedattore del magazine francese, nonché direttore della Nouvelle Librairie. In italiano ha pubblicato il libro Coraggio! (Passaggio al bosco).
L’ultimo numero di Éléments parla di «dictature en marche» a proposito di Macron. È una formula forte. La Francia non è forse uno Stato di diritto con un governo democratico?
«Si tratta di una prima pagina evocatrice per il pubblico francese, dato che En marche! era lo slogan della campagna di Macron nel 2017. Egli ha poi lanciato un’associazione con questo nome. Del resto ne circostanziamo la portata nelle pagine interne. La verità è che è difficile definire la natura del regime che subiamo. La tirannia è greca, la dittatura romana, il dispotismo orientale, l’assolutismo francese, il totalitarismo germano-sovietico, il liberalismo autoritario neoconservatore… Abbiamo optato per il concetto di anarco-tirannia o più esattamente di tirannia anomica, l’anomia essendo l’assenza di leggi. Anarco-tirannia significa avere uno Stato canaglia, lassista con coloro che sono al di sopra delle leggi (la delinquenza in colletto bianco) e al di sotto delle leggi (la delinquenza ordinaria), ma al contempo uno Stato poliziesco, che usa il pugno di ferro solo con le persone normali. Il fenomeno non è specifico della Francia. Pensi a Matteo Salvini, che rischia fino a 15 anni di carcere per aver bloccato un barcone di migranti in mare aperto, mentre questi stessi migranti beneficiano dell’empatia, quando non della clemenza, di giudici e giornalisti».
Come funziona la repressione «finanziaria» dei dissidenti tramite la chiusura dei conti di persone non ancora condannate?
«Si tratta purtroppo di una pratica “legale”, anche se oltrepassa largamente il suo quadro regolamentare. Si tratta di “debancarizzare” i conti (debanking, in inglese) che presentano dei rischi, per esempio riguardo alla reputazione delle banche. Nella pratica, la sinistra radicale non è mai presa di mira con chiusure simili. Con i dissidenti di destra le cose vanno differentemente. Il caso più famoso resta quello di Nigel Farage, il leader della Brexit, che si è visto chiudere i conti per ragioni politiche. Le altre vittime di queste chiusure abusive non sono altrettanto mediatiche, la loro debancarizzazione avviene nella più grande discrezione, senza possibilità di ricorso. Molti militanti e strutture patriottiche o identitarie sono stati paralizzati finanziariamente in questo modo in Francia negli ultimi mesi. L’ultimo caso è quello di Academia Christiana. E un modo di condannarli alla morte sociale e di imbavagliarli. Austria e Germania in questo sono state “pioniere”. Martin Sellner, cofondatore del movimento identitario austriaco, ha dovuto cambiare conto 70 volte, e in più Paesi europei, fino alla Georgia. Le lascio immaginare i soldi e il tempo che ha perso. Il governo subappalta così la repressione al settore privato, dalle banche ai giganti della Silicon Valley».
Con i gilet gialli abbiamo assistito a una repressione particolarmente dura. Questa risposta violenta dello Stato è usuale in Francia o è un fenomeno nuovo?
«Cose mai viste in Francia dalla fine della guerra d’Algeria, nel 1962, ma allora il Paese era in guerra, con omicidi politici mirati e una profusione di atti di terrorismo. Al 30 giugno 2019, ovvero 32 settimane dopo l’inizio della crisi, 10.852 manifestanti erano stati arrestati, 3.163 condannati, di cui 1.000 a pene detentive. Per non parlare della brutalità della polizia: più di venti manifestanti hanno perso un occhio, mutilazioni che non hanno portato ad alcuna condanna delle forze di polizia. Mai, dagli anni Sessanta, il potere aveva avuto tanta paura. Nel dicembre del 2018, al picco della crisi, un elicottero si teneva sempre pronto a evacuare Macron dall’Eliseo. La feroce repressione dei gilet gialli da parte di un governo disperato illustra perfettamente la doppia natura dell’anarco-tirannia: forte con i deboli e debole con i forti. Questo è talmente vero che, dal 2017, 26 membri del governo e stretti collaboratori di Macron sono stati incriminati giudiziariamente. Ad oggi, solo due di loro sono stati condannati».
Qual è lo stato della libertà di opinione in Francia?
«Si sta riducendo rapidamente. Nell’ultimo mezzo secolo, abbiamo perso il conto del numero di leggi liberticide e che ci hanno riportato a prima del XII secolo, quando i chierici distinguevano tra crimine e peccato. Oggi il peccato - il pensiero malvagio - è un crimine. È su questa base che i successivi ministri degli Interni di Macron hanno giustificato le loro richieste di vietare o sciogliere i gruppi politici etichettati come “di ultradestra”».
Chi è l’Emmanuel Macron del 2024? È più debole o più forte? C’è una componente psicologica nella sua deriva autoritaria?
«Egli è il sottoprodotto di un’élite sradicata, traviata dalla finanza e da un sistema che ha il fiato corto e non vuole rinunciare ai suoi privilegi. È allo stesso tempo un simbolo e un sintomo dello spirito del tempo: narcisismo, senso di onnipotenza, immaturità, arroganza, fantasie onnipresenti (l’“allo stesso tempo” caro alla retorica del macronismo), tutti tratti psicologici che senza dubbio accompagnano la sua deriva autoritaria. Nel momento in cui il “Mozart della finanza” è stato elevato al rango di “Giove” - così lo hanno definito i suoi cortigiani - ha portato il debito francese a livelli stratosferici. In nome della logica manageriale e del clientelismo, ha smantellato il grande corpo dello Stato (diplomatico, prefettizio) per far posto a una “nazione start-up” invertebrata come le società di consulenza americane, i “McKinsey boys”, che lui chiama in causa a ogni occasione e che fanno pagare allo Stato francese, così esternalizzato, cifre esorbitanti per acquistare file PowerPoint intercambiabili da un Paese all’altro. Il nulla con molti zeri».
Le carte di credito «rieducano» i consumatori
In Canada è stato possibile per il premier Justin Trudeau ottenere da parte della piattaforma di donazioni GoFundMe il blocco di 4,5 milioni di dollari destinati ai convogli di camion, dopo la rivolta dei sindacati contro l’uso invasivo del green pass. In Italia un intervento del genere non sarebbe nemmeno immaginabile ma ciò non toglie che una forma di ingerenza nelle transazioni finanziarie è già ravvisabile laddove vengono usati gli strumenti digitali.
Non è detto che non sia possibile utilizzare i metodi di pagamento digitale per condizionare comportamenti di acquisto a sostegno della transizione ecologica. La strada l’ha tracciata, anche in questo caso, il Canada. Come riportato su La Verità da Claudio Antonelli, a Vancouver la banca Vancity ha emesso una carta di credito che calcola il livello di CO2 prodotto per ogni spesa effettuata. Alle transazioni si abbina, dunque, una voce grazie a una seconda app fondata a Berlino che si chiama Ecolitiq. Quest’ultima a sua volta ha stretto un accordo con Visa per un programma dal nome Eco Benefit. Lo schema è semplice. Più si usano l’auto endotermica e gli aerei, e maggiore è la carne consumata, più aumenta il saldo negativo. Maggiore invece è la quantità di verdura a chilometro zero o l’uso del bike sharing, più si ottengono punti. Il valore mensile viene confrontato con una sorta di parametro che negli Usa e in Canada si chiama Pca, personal carbon allowance. Un valore prettamente teorico che si prefigge di stabilire la soglia massima di anidride che un cittadino può emettere. Alla fine di tutto questo percorso, il consumatore virtuoso è premiato e i punti accumulati possono essere usati come benefit per spese su marketplace, siti di ecommerce, considerati in linea con l’ideologia green. Se invece il possessore della carta non ha seguito le indicazioni giuste può comunque «salvarsi», facendo donazioni a enti benefici che secondo il circuito Visa aiutano l’ambiente.
L’esperimento è stato avviato anche in Australia, in Nuova Zelanda e a breve anche in Germania e Svezia. Le app non solo tracciano le spese ma suggeriscono anche gli acquisti con la mission di educare l’utente a e spendere in modo sostenibile. A pensar male, il Pca potrebbe diventare un parametro finanziario. In un sistema con la valuta digitale, le banche centrali potrebbero anche decidere, sempre con la scusa dell’ambiente, che il costo del denaro e la difficoltà di accesso ai finanziamenti possano essere incrociati con le abitudini dei cittadini. Le banche centrali avrebbero così il controllo della filiera della valuta e i governi potrebbero indirizzare i cittadini verso determinate scelte. In prospettiva se l’app di monitoraggio venisse collegata a una qualche blockchain, tipo il green pass, potrebbero essere bloccati singoli pagamenti.
Esperimenti di carte di credito che incentivano i consumi green si stanno sviluppando ovunque. Negli Usa c’è la carta di debito Aspiration Plus che consente di ottenere un rimborso fino al 10% sugli acquisti da marchi attenti al sociale e all’ambiente. Con la carta di credito Aspiration Zero, ogni volta che si fa un acquisto, viene piantato un albero. Inoltre sull’app c’è il monitoraggio di quanta CO2 l’utente emette ogni mese e se il risultato è zero, si può avere fino all’1% di rimborso su tutti gli acquisti.
In Svezia la fintech Doconomy ha lanciato la carta di credito DO con MasterCard che calcola l’impronta di carbonio degli acquisti e stabilisce un limite di CO2 per la spesa. La FutureCard Visa Card operativa negli Usa premia gli utenti per gli acquisti rispettosi dell’ambiente con un rimborso del 5% su trasporti pubblici, ricarica elettrica, biciclette e spese online di vestiti usati, e dell’1% per altri prodotti green. Il rimborso sale al 6% se gli acquisti sono effettuati presso partner di Future che promuovono uno stile di vita ecologicamente sostenibile come Just Salade, una catena di ristoranti che serve esclusivamente insalate o Earth Hero, brand di negozi con prodotti a impatto zero. Sempre negli Usa la Treecard Wooden Mastercard consente per gli acquisti green, di guadagnare premi come viaggi sostenibili e abbigliamento di marchi rispettosi dell’ambiente. Sono sistemi che tracciano un determinato tipo di acquisti e con una logica premiale, convincono il consumatore a fare alcune scelte rispetto ad altre.
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Dopo i casi in Usa, Regno Unito e Canada (dove il governo è intervenuto direttamente), anche Oltralpe le banche puniscono le associazioni «scomode». Guarda caso, quelle che si oppongono al governo.François Bousquet, caporedattore di «Éléments»: «I militanti vengono paralizzati finanziariamente. Contro i gilet gialli una repressione mai vista».Circuiti come Visa promuovono piani per orientare agli acquisti «green». Il modello può divenire più invasivo.Lo speciale contiene tre articoli.«Gentilissimo direttore, riscontro la comunicazione email del 7 febbraio u.s. inviata relativamente al blocco inopinatamente operato sul conto aperto presso il vostro Istituto a nome dell’associazione che rappresento». Chi scrive è una delle tante vittime di «debanking», vero e proprio attentato alla proprietà privata che consiste nella brusca e arbitraria chiusura del conto corrente a privati e associazioni da parte del proprio istituto di credito. Nel Regno Unito è ormai un’operazione diffusa: le banche hanno sospeso più di 1.000 conti ogni giorno lavorativo, i conti chiusi sono aumentati da meno di 50.000 nel 2016 a quasi 350.000 nel 2022, secondo i dati della Financial Conduct Authority, che hanno spinto il governo di Rishi Sunak a emanare una legge per arginare il fenomeno.Le banche che, senza autorizzazione, dall’oggi al domani chiudono conti e sequestrano soldi a centinaia di migliaia di persone agiscono ufficialmente in nome della «lotta al riciclaggio», delle «frodi bancarie» e del «finanziamento al terrorismo». Molto spesso, però, ai privati e alle associazioni i conti vengono bloccati senza motivo o, peggio ancora, per motivi politici. È ciò che sta succedendo in Francia dove da qualche anno, in coincidenza con l’elezione di Emmanuel Macron, il «debanking» furoreggia. Basta una semplice lettera e il sistema bancario - con l’implicita compiacenza del tribunale mediatico - blocca i conti correnti dei profili «sospetti», in nome di una rigorosa «etica» che consiste nel rifiutare di gestire i risparmi - di solito piuttosto modesti - di attivisti patrioti e nazionalisti. Poco importa che siano padri di famiglia, artigiani o giovani imprenditori: per le Ppe (persone politicamente esposte) non c’è scampo né carta di credito. La parola d’ordine evocata dagli ignavi funzionari è la «segnalazione». Molte delle associazioni punite subiscono le segnalazioni in coincidenza di ogni apparizione sui media: così è stato per Génération Identitaire (GI), L’Alvarium, Academia Christiana e l’associazione La Citadelle. Il caso di GI è emblematico: dissolta dal ministro degli interni Gérard Darmanin nel 2021, GI si è vista negare la gestione dei fondi associativi dalla piattaforma Stripe, da PayPal e da Banque Populaire, che ha rifiutato i regolari versamenti dei donatori. La procedura è spietata: i soggetti non allineati politicamente passano attraverso le forche caudine dei servizi di «compliance», i cui funzionari monitorano la reputazione sui media. Se i media trasmettono messaggi negativi, i team di conformità creano una regola interna e etichettano l’organizzazione in rosso. Senza neanche che lo Stato si esponga, l’ampio consenso mediatico «antifascista» è sufficiente a incitare gli istituti di credito alla massima prudenza: da quel momento, è finita.Così è successo anche a Nigel Farage, noto conduttore televisivo ed ex europarlamentare del partito della Brexit, l’Ukip. La banca Coutts, del gruppo bancario NatWest, gli ha bloccato a fine giugno 2023 il conto corrente, sostenendo che il politico non era «compatibile» con Coutts date le sue opinioni, «in contrasto con la nostra organizzazione inclusiva». Il politico è riuscito ad entrare in possesso del documento interno in cui era definito «truffatore» ed era evocata come una colpa la sua amicizia con Donald Trump e con il tennista «no-vax» Novak Djokovic. Dopo aver reso pubblico il suo caso, Farage ha fatto dimettere l’amministratore delegato del gruppo NatWest Alison Rose e il Ceo di Coutts, Peter Flavel.Il suo connazionale Philip Cato, falegname di 92 anni, ha avuto più difficoltà nel portare alla ribalta la sua situazione. Cato da quasi cinquant’anni riceveva la sua pensione in Giamaica, dove si era trasferito nei primi anni Novanta per prendersi cura dell’anziana madre. A ottobre 2022 NatWest lo ha avvisato che il suo conto sarebbe stato chiuso.Non ha avuto più fortuna l’avvocato Olga Milanese, presidente dell’associazione Umanità & Ragione (U&R), impegnata dal 2021 nella battaglia civile contro il green pass e l’obbligo di vaccinazione anti Covid. Il conto di Umanità & Ragione è stato operativo per un mese, poi è stato bloccato. Milanese ha provato a contestare la decisione con lettere e diffide: «Tali disposizioni non sono mai state autorizzate dalla titolare del conto e sono, pertanto, arbitrarie ed inaccettabili», ha scritto la professionista salernitana. Ma non c’è stato verso: con la scusa che il suo impegno civile «non rappresenta il core business dell’azienda» la banca le ha comunicato che avrebbe restituito i soldi a chi aveva fatto le donazioni, come fossero di sua proprietà anziché dell’associazione.Stesse dinamiche negli Stati Uniti, dove la mannaia è dichiaratamente politica. All’associazione UsForThem, impegnata contro la Dad in pandemia, PayPal ha sospeso l’account, impedendo l’accesso ai soldi raccolti con le donazioni. Un portavoce della piattaforma di pagamento digitale ha replicato che la società ha «solo» applicato le policies aziendali, che prevedono di sospendere gli account di chi «fa disinformazione sul vaccino Covid». E il conto corrente? Sparito. «Non ci è stato dato alcun preavviso o spiegazione e non abbiamo potuto ritirare il nostro saldo rimanente», ha dichiarato la co-fondatrice Molly Kingsley. Stessa trafila anche per Toby Young, attivista della libertà di espressione Usa e fondatore del sito di notizie Daily Sceptic, cui è stato sequestrato il conto PayPal. La piattaforma si è accanita anche contro l’associazione Gays for Groomers, impegnata contro «la sessualizzazione, l’indottrinamento e la medicalizzazione dei bambini» e, più in generale, contro l’ideologia di genere. Per lo stesso motivo, nel Regno Unito perfino un religioso, il reverendo Richard Fothergill, è stato «debankato» dalla Yorkshire Building Society (Ybs) per le sue critiche alle teorie di genere con la surreale motivazione: «Abbiamo un approccio di tolleranza zero alla discriminazione». Nel «democratico» Canada è stato direttamente il governo di Justin Trudeau a intervenire sui conti correnti dei cittadini del «“Freedom Convoy» che protestavano contro il green pass. «Vi faremo male», ha dichiarato all’epoca il ministro delle finanze Chrystia Freeland, e ha mantenuto la promessa: in totale, le banche canadesi hanno congelato 7,8 milioni di dollari di circa 200 conti correnti collegati ai manifestanti, paralizzando sul nascere il movimento di protesta, mentre la piattaforma GoFundMe ha trattenuto milioni di dollari di donazioni che erano state versate ai manifestanti per esprimere solidarietà. Pochi giorni fa, un giudice federale ha condannato il governo per gli illeciti perpetrati nei confronti dei manifestanti, ma l’esecutivo ha già fatto appello. Dal punto di vista legale, il «debanking» occupa un’area grigia: le banche sono enti privati che non hanno l’obbligo di servire tutti i clienti, ma al tempo stesso i fornitori di servizi non possono basare tali decisioni su discriminazioni di razza, religione o convinzioni politiche. Detto questo, è spesso difficile, per le persone colpite da «debanking», dimostrare che alla base della decisione ci sia effettivamente una discriminazione, perché le banche raramente rivelano i dettagli del processo decisionale e si nascondono dietro la tutela della privacy. 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In italiano ha pubblicato il libro Coraggio! (Passaggio al bosco). L’ultimo numero di Éléments parla di «dictature en marche» a proposito di Macron. È una formula forte. La Francia non è forse uno Stato di diritto con un governo democratico? «Si tratta di una prima pagina evocatrice per il pubblico francese, dato che En marche! era lo slogan della campagna di Macron nel 2017. Egli ha poi lanciato un’associazione con questo nome. Del resto ne circostanziamo la portata nelle pagine interne. La verità è che è difficile definire la natura del regime che subiamo. La tirannia è greca, la dittatura romana, il dispotismo orientale, l’assolutismo francese, il totalitarismo germano-sovietico, il liberalismo autoritario neoconservatore… Abbiamo optato per il concetto di anarco-tirannia o più esattamente di tirannia anomica, l’anomia essendo l’assenza di leggi. Anarco-tirannia significa avere uno Stato canaglia, lassista con coloro che sono al di sopra delle leggi (la delinquenza in colletto bianco) e al di sotto delle leggi (la delinquenza ordinaria), ma al contempo uno Stato poliziesco, che usa il pugno di ferro solo con le persone normali. Il fenomeno non è specifico della Francia. Pensi a Matteo Salvini, che rischia fino a 15 anni di carcere per aver bloccato un barcone di migranti in mare aperto, mentre questi stessi migranti beneficiano dell’empatia, quando non della clemenza, di giudici e giornalisti». Come funziona la repressione «finanziaria» dei dissidenti tramite la chiusura dei conti di persone non ancora condannate? «Si tratta purtroppo di una pratica “legale”, anche se oltrepassa largamente il suo quadro regolamentare. Si tratta di “debancarizzare” i conti (debanking, in inglese) che presentano dei rischi, per esempio riguardo alla reputazione delle banche. Nella pratica, la sinistra radicale non è mai presa di mira con chiusure simili. Con i dissidenti di destra le cose vanno differentemente. Il caso più famoso resta quello di Nigel Farage, il leader della Brexit, che si è visto chiudere i conti per ragioni politiche. Le altre vittime di queste chiusure abusive non sono altrettanto mediatiche, la loro debancarizzazione avviene nella più grande discrezione, senza possibilità di ricorso. Molti militanti e strutture patriottiche o identitarie sono stati paralizzati finanziariamente in questo modo in Francia negli ultimi mesi. L’ultimo caso è quello di Academia Christiana. E un modo di condannarli alla morte sociale e di imbavagliarli. Austria e Germania in questo sono state “pioniere”. Martin Sellner, cofondatore del movimento identitario austriaco, ha dovuto cambiare conto 70 volte, e in più Paesi europei, fino alla Georgia. Le lascio immaginare i soldi e il tempo che ha perso. Il governo subappalta così la repressione al settore privato, dalle banche ai giganti della Silicon Valley». Con i gilet gialli abbiamo assistito a una repressione particolarmente dura. Questa risposta violenta dello Stato è usuale in Francia o è un fenomeno nuovo? «Cose mai viste in Francia dalla fine della guerra d’Algeria, nel 1962, ma allora il Paese era in guerra, con omicidi politici mirati e una profusione di atti di terrorismo. Al 30 giugno 2019, ovvero 32 settimane dopo l’inizio della crisi, 10.852 manifestanti erano stati arrestati, 3.163 condannati, di cui 1.000 a pene detentive. Per non parlare della brutalità della polizia: più di venti manifestanti hanno perso un occhio, mutilazioni che non hanno portato ad alcuna condanna delle forze di polizia. Mai, dagli anni Sessanta, il potere aveva avuto tanta paura. Nel dicembre del 2018, al picco della crisi, un elicottero si teneva sempre pronto a evacuare Macron dall’Eliseo. La feroce repressione dei gilet gialli da parte di un governo disperato illustra perfettamente la doppia natura dell’anarco-tirannia: forte con i deboli e debole con i forti. Questo è talmente vero che, dal 2017, 26 membri del governo e stretti collaboratori di Macron sono stati incriminati giudiziariamente. Ad oggi, solo due di loro sono stati condannati». Qual è lo stato della libertà di opinione in Francia? «Si sta riducendo rapidamente. Nell’ultimo mezzo secolo, abbiamo perso il conto del numero di leggi liberticide e che ci hanno riportato a prima del XII secolo, quando i chierici distinguevano tra crimine e peccato. Oggi il peccato - il pensiero malvagio - è un crimine. È su questa base che i successivi ministri degli Interni di Macron hanno giustificato le loro richieste di vietare o sciogliere i gruppi politici etichettati come “di ultradestra”». Chi è l’Emmanuel Macron del 2024? È più debole o più forte? C’è una componente psicologica nella sua deriva autoritaria? «Egli è il sottoprodotto di un’élite sradicata, traviata dalla finanza e da un sistema che ha il fiato corto e non vuole rinunciare ai suoi privilegi. È allo stesso tempo un simbolo e un sintomo dello spirito del tempo: narcisismo, senso di onnipotenza, immaturità, arroganza, fantasie onnipresenti (l’“allo stesso tempo” caro alla retorica del macronismo), tutti tratti psicologici che senza dubbio accompagnano la sua deriva autoritaria. Nel momento in cui il “Mozart della finanza” è stato elevato al rango di “Giove” - così lo hanno definito i suoi cortigiani - ha portato il debito francese a livelli stratosferici. In nome della logica manageriale e del clientelismo, ha smantellato il grande corpo dello Stato (diplomatico, prefettizio) per far posto a una “nazione start-up” invertebrata come le società di consulenza americane, i “McKinsey boys”, che lui chiama in causa a ogni occasione e che fanno pagare allo Stato francese, così esternalizzato, cifre esorbitanti per acquistare file PowerPoint intercambiabili da un Paese all’altro. Il nulla con molti zeri». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/debanking-arriva-in-francia-2667170979.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-carte-di-credito-rieducano-i-consumatori" data-post-id="2667170979" data-published-at="1707143178" data-use-pagination="False"> Le carte di credito «rieducano» i consumatori In Canada è stato possibile per il premier Justin Trudeau ottenere da parte della piattaforma di donazioni GoFundMe il blocco di 4,5 milioni di dollari destinati ai convogli di camion, dopo la rivolta dei sindacati contro l’uso invasivo del green pass. In Italia un intervento del genere non sarebbe nemmeno immaginabile ma ciò non toglie che una forma di ingerenza nelle transazioni finanziarie è già ravvisabile laddove vengono usati gli strumenti digitali. Non è detto che non sia possibile utilizzare i metodi di pagamento digitale per condizionare comportamenti di acquisto a sostegno della transizione ecologica. La strada l’ha tracciata, anche in questo caso, il Canada. Come riportato su La Verità da Claudio Antonelli, a Vancouver la banca Vancity ha emesso una carta di credito che calcola il livello di CO2 prodotto per ogni spesa effettuata. Alle transazioni si abbina, dunque, una voce grazie a una seconda app fondata a Berlino che si chiama Ecolitiq. Quest’ultima a sua volta ha stretto un accordo con Visa per un programma dal nome Eco Benefit. Lo schema è semplice. Più si usano l’auto endotermica e gli aerei, e maggiore è la carne consumata, più aumenta il saldo negativo. Maggiore invece è la quantità di verdura a chilometro zero o l’uso del bike sharing, più si ottengono punti. Il valore mensile viene confrontato con una sorta di parametro che negli Usa e in Canada si chiama Pca, personal carbon allowance. Un valore prettamente teorico che si prefigge di stabilire la soglia massima di anidride che un cittadino può emettere. Alla fine di tutto questo percorso, il consumatore virtuoso è premiato e i punti accumulati possono essere usati come benefit per spese su marketplace, siti di ecommerce, considerati in linea con l’ideologia green. Se invece il possessore della carta non ha seguito le indicazioni giuste può comunque «salvarsi», facendo donazioni a enti benefici che secondo il circuito Visa aiutano l’ambiente. L’esperimento è stato avviato anche in Australia, in Nuova Zelanda e a breve anche in Germania e Svezia. Le app non solo tracciano le spese ma suggeriscono anche gli acquisti con la mission di educare l’utente a e spendere in modo sostenibile. A pensar male, il Pca potrebbe diventare un parametro finanziario. In un sistema con la valuta digitale, le banche centrali potrebbero anche decidere, sempre con la scusa dell’ambiente, che il costo del denaro e la difficoltà di accesso ai finanziamenti possano essere incrociati con le abitudini dei cittadini. Le banche centrali avrebbero così il controllo della filiera della valuta e i governi potrebbero indirizzare i cittadini verso determinate scelte. In prospettiva se l’app di monitoraggio venisse collegata a una qualche blockchain, tipo il green pass, potrebbero essere bloccati singoli pagamenti. Esperimenti di carte di credito che incentivano i consumi green si stanno sviluppando ovunque. Negli Usa c’è la carta di debito Aspiration Plus che consente di ottenere un rimborso fino al 10% sugli acquisti da marchi attenti al sociale e all’ambiente. Con la carta di credito Aspiration Zero, ogni volta che si fa un acquisto, viene piantato un albero. Inoltre sull’app c’è il monitoraggio di quanta CO2 l’utente emette ogni mese e se il risultato è zero, si può avere fino all’1% di rimborso su tutti gli acquisti. In Svezia la fintech Doconomy ha lanciato la carta di credito DO con MasterCard che calcola l’impronta di carbonio degli acquisti e stabilisce un limite di CO2 per la spesa. La FutureCard Visa Card operativa negli Usa premia gli utenti per gli acquisti rispettosi dell’ambiente con un rimborso del 5% su trasporti pubblici, ricarica elettrica, biciclette e spese online di vestiti usati, e dell’1% per altri prodotti green. Il rimborso sale al 6% se gli acquisti sono effettuati presso partner di Future che promuovono uno stile di vita ecologicamente sostenibile come Just Salade, una catena di ristoranti che serve esclusivamente insalate o Earth Hero, brand di negozi con prodotti a impatto zero. Sempre negli Usa la Treecard Wooden Mastercard consente per gli acquisti green, di guadagnare premi come viaggi sostenibili e abbigliamento di marchi rispettosi dell’ambiente. Sono sistemi che tracciano un determinato tipo di acquisti e con una logica premiale, convincono il consumatore a fare alcune scelte rispetto ad altre.
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
La risoluzione impegna il governo ad «attivare interlocuzioni presso l’Ue volte al riconoscimento dell’eccezionalità della situazione in vista di una possibile attuazione della clausola di salvaguardia». Questa è una possibilità prevista dalle regole europee che consente agli Stati membri di sospendere temporaneamente i vincoli del Patto di Stabilità in caso di grave recessione economica nell’Eurozona e nell’Unione europea. Non si tratta comunque di misure unilaterali ed è sempre prevista l’autorizzazione da parte delle istituzioni Ue. Secondo il Codice di condotta sull’attuazione del Patto di Stabilità, in caso di attivazione delle clausole i Paesi con disavanzo eccessivo, che è il caso dell’Italia, non vedono sospese le regole fiscali ma possono ottenere una revisione del percorso di aggiustamento e una valutazione più flessibile da parte della Commissione Ue.
L’aggiornamento della risoluzione di maggioranza è un passo ulteriore e più forte rispetto al testo precedente dove c’era solo una generica richiesta alla Ue di una maggiore flessibilità nella gestione dei conti pubblici. La Camera ha approvato il testo con 180 voti favorevoli, 97 contrari e quattro astensioni (compreso il partito di Vannacci). Al Senato approvato con 96 sì e 60 no. La modifica è certamente il frutto di una pressione della Lega condotta in Parlamento da Alberto Bagnai e Claudio Borghi. «Il testo della risoluzione l’ho validato io quindi vuol dire che è stato condiviso», ha precisato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Da un lato la Lega spingeva per inserire un riferimento esplicito allo scostamento di bilancio, strumento che il governo non può e non vuole evocare apertamente per non irrigidire il non facile dialogo con Bruxelles, le clausole di salvaguardia tuttavia sono uno strumento concreto. La motivazione per invocarle è, come appare evidente, la situazione energetica seguita agli eventi bellici che si sono sviluppati a partire dal 28 febbraio, cioè dopo l’intervento americano in Iran. Una guerra che ha prodotto «un rilevante impatto asimmetrico sui costi energetici, in conseguenza di fattori al di fuori del controllo degli Stati dell’Unione», si legge nella risoluzione. D’altra parte la nuova governance europea prevede clausole di uscita in caso di circostanze eccezionali e in base alla risoluzione l’Italia deve intraprendere questa strada. Nel suo intervento al termine della discussione generale sul Dfp, il ministro Giorgetti aveva detto: «È molto difficile da sostenere, quantomeno politicamente, una clausola escape che preveda la possibilità di non considerare ai fini del Patto le spese per la difesa e invece le escluda per gli interventi in favore di famiglie e imprese per l’energia. C’è un’incongruenza logica che continueremo a ribadire».
La questione è chiara: da un lato l’esigenza di mettere in campo misure per evitare che l’impatto del conflitto in Medio Oriente si propaghi nel nostro Paese alla struttura dei prezzi, generando inflazione e quindi comprimendo il potere d’acquisto dei cittadini; dall’altro ci sono gli spazi assai limitati di finanza pubblica in un Paese come l’Italia fortemente indebitato, con un rapporto tra lo stock del debito e il Pil che nel 2025 è stato del 137,1% e che è dato in crescita nel 2026.
Nel corso del dibattito parlamentare il ministro Giorgetti aveva sottolineato come un Paese «fortemente indebitato non sia totalmente libero e ha un vincolo che non si può ignorare». La clausola invocata potrebbe essere il percorso giusto in questa fase in base a come andrà l’interlocuzione con l’Unione europea.
Intanto il governo si avvicina alla data di domani, 2 maggio, quando diventerà il secondo più longevo della storia repubblicana sorpassando il Berlusconi quater (2008-2011), di cui peraltro Giorgia Meloni faceva parte come ministro della Gioventù.
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Via libera del Consiglio dei ministri al piano casa e al ddl sugli sgomberi. Il premier Giorgia Meloni annuncia fino a 100.000 alloggi in 10 anni e procedure più rapide per liberare gli immobili occupati abusivamente.
Il governo accelera sul fronte abitativo e della legalità. Al termine del Consiglio dei ministri, il premier Giorgia Meloni ha illustrato i contenuti del piano casa, definito «ambizioso», con l’obiettivo di mettere a disposizione fino a 100.000 alloggi tra edilizia popolare e soluzioni a canone calmierato nell’arco di un decennio.
Il progetto prevede uno stanziamento pubblico fino a 10 miliardi di euro, destinato a generare un effetto moltiplicatore grazie al coinvolgimento di capitali privati. Tra le priorità anche il recupero di circa 60mila immobili oggi non assegnabili perché in condizioni non adeguate. Parallelamente, l’esecutivo ha approvato un disegno di legge con dichiarazione d’urgenza sugli sgomberi, con l’obiettivo di rendere più rapide ed efficaci le procedure per liberare gli immobili occupati abusivamente. Una misura che punta a rafforzare la tutela della proprietà e a velocizzare gli interventi sul territorio.
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«Roma e Milano», ha evidenziato il presidente del Consiglio, «sono tra le città europee dove è più difficile acquistare casa: 16 a Roma, 13 a Milano sono i metri quadri di abitazione che un giovane può permettersi se destina un terzo del suo stipendio al pagamento di un prestito a 30 anni a tasso fisso. E quindi capiamo che un problema c’è. Non riguarda esclusivamente le città, perché il problema esiste ovunque».
E visto che c’è un problema che riguarda giovani, famiglie e anziani, il governo è intervenuto con un provvedimento «corposo» che poggia su tre pilastri. Il primo riguarda l’edilizia residenziale popolare e prevede di impiegare inizialmente non meno di 1,7 miliardi per ristrutturare alloggi pubblici che in questo momento non sono «agibili» e quindi restano fuori dalla graduatorie. Quanti? «L’obiettivo», ha sottolineato il vicepremier Matteo Salvini, «è recuperare entro un anno dall’approvazione del decreto 60.000 appartamenti ad oggi non assegnati perché fuori norma, perché occupati abusivamente, perché non hanno gli infissi ecc. in tutte le regioni italiane, con un costo medio per appartamento fra i 15 e i 20.000 euro».
Ma non ci sono solo i soldi. Perché a breve verrà nominato un commissario che avrà il compito di «facilitare» tutte le procedure. Il secondo pilastro invece prevede la nascita di uno strumento finanziario in capo a Invimit nel quale confluiranno le risorse finanziarie sia nazionali che europee destinate all’housing sociale e all’emergenza abitativa e che saranno ripartite tra i vari livelli di governo. Poi c’è la terza gamba, quella che fa perno sui privati, affiancati dalla mano pubblica che vede come protagonista Cassa Depositi e Prestiti, Confindustria e la rete del Real Estate guidata dal manager Mario Abbadessa.
Risorse che dovrebbero aggiungersi ai 10 miliardi di cui parla la Meloni. Secondo quanto risulta alla Verità sarà costituito un fondo immobiliare chiuso che oltre a Cdp (che investirà più di 400 milioni per avere un ruolo soprattutto di supervisione) coinvolgerà anche Mubadala (il fondo sovrano di Abu Dhabi che metterà sul piatto 1 miliardo per poi accrescere la sua partecipazione) e quasi sicuramente anche il fondo sovrano del Kuwait (Kia). E sempre dal Golfo Persico potrebbero arrivare altre sorprese. Anche per la creazione della terza gamba del piano casa il ruolo e i rapporti internazionali della Meloni (pensiamo al bilaterale di dicembre con l’Emiro del Kuwait Misha’al Al-Ahmad Al-Sabah e all’incontro di gennaio con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan) sono stati fondamentali.
I fondi sovrani puntano a un ritorno certo, ma va ricordato che nel piano di Cdp e Abbadessa avranno un ruolo importante le più grandi casse di previdenza del Paese, soggetti che per loro natura hanno una visione poco speculativa (Enpam, Cassa Forense, Inarcassa, Cnpadc ed Enasarco).
Si parla di una potenza di fuco (a leva) di circa 20 miliardi.
Anche per il terzo pilastro è prevista la nomina di un commissario alla semplificazione, ma come ha spiegato la Meloni, «lo Stato assicura al privato che vuole investire semplificazioni burocratiche, e procedure veloci, ma in cambio il privato dovrà garantire su 100 alloggi che costruisce che 70 siano di edilizia convenzionata. Un prezzo di affitto scontato di almeno il 33% rispetto al costo di mercato, ma speriamo che si possa fare anche meglio».
Sono essenziali per la riuscita del piano anche altre operazioni. Lo stesso presidente del Consiglio ha sottolineato come per la parte di edilizia a prezzi calmierati sia previsto il dimezzamento di tutti gli oneri dei notai: «Significa», ha spiegato, «dimezzare il costo dell’atto di compravendita, del mutuo, della locazione». Così come sarà centrale l’approvazione del disegno di legge con la dichiarazione d’urgenza sul tema degli sgomberi. Un pacchetto di misure per rendere più efficace e veloce la liberazione degli immobili occupati abusivamente intervenendo sulle procedure di notifica di esecuzione dello sfratto, sui tempi per le esecuzioni e sulla procedura accelerata e di urgenza per ottenere in via giudiziale il titolo esecutivo e quindi il rilascio dell’immobile.
Occhio infine al meccanismo del rent to buy. «C’è per l’edilizia sociale la formula innovativa del rent to buy. Cioè», ha insistito Salvini, «non si paga più a vuoto l’affitto di una lunga locazione perché dopo un tot di anni puoi andare a riscattare quell’immobile. Quindi non è più un affitto ma è un anticipo diluito nel tempo dell’acquisto». A cui si aggiunge anche un «aiuto per i prossimi tre anni dedicato esclusivamente ai genitori separati di 400-500 euro al mese». Mostrano apprezzamento le parti sociali. «Come Confindustria Assoimmobiliare», commenta per esempio il presidente Davide Albertini Petroni, «apprezziamo il forte impegno che Meloni, Salvini e Foti hanno dedicato all’emergenza abitativa, oggi tra le principali urgenze sociali del Paese».
Tutto bellissimo nella pratica, ora arriva il difficile: mettere il piano casa a terra.
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Silvia Salis (Getty Images)
«A Rimini», racconta Massimo Cortesi, responsabile della comunicazione dell’Associazione nazionale Alpini e direttore del mensile nazionale L’Alpino, «siamo stati preceduti da alcuni manifesti che dicevano: “Alpino molesto se mi tocchi ti calpesto”. È in quell’occasione che, per la prima volta, siamo stati travolti da accuse di questo tipo. Tutti hanno raccontato quello che alcuni di noi avrebbero fatto quella volta, ma nessuno, o quasi, ha detto che poi abbiamo creato un sito contro le molestie e prodotto un manuale di consapevolezza. Rigettiamo ogni tipo di comportamento scorretto nei confronti delle donne. Questo genere di cose non ha nulla a che fare con noi».
Stesso copione anche a Genova, dove si terrà la prossima adunata. Non una di meno ha subito pubblicato dei post contro le penne nere, paragonandoli a dei molestatori che coltivano la cultura machista. «Si tratta di un movimento che esiste solo online, senza segreteria e senza un vero e proprio consiglio», prosegue Cortesi. «Ci aveva già preso di mira durante l’adunata del 2018 a Trento». Polemica chiusa, quindi. Anche se il responsabile comunicazione dell’Ana ci tiene ad aggiungere: «Avere come bersaglio la nostra associazione è l’ideale perché abbiamo un’immagine molto positiva. Sparare sugli alpini provoca sempre molto rumore». Cortesi precisa poi una cosa: «Capisco che i genovesi siano a disagio per il fatto che siano state chiuse le scuole e i parchi, ma è una decisione che ha preso il Comune, senza che noi facessimo alcuna richiesta in questo senso. Lo ripeto: capisco che le famiglie potranno risentire della nostra presenza perché hanno i bambini a casa per due giorni. Lo comprendo. Ma non è né una decisione né una richiesta fatta dagli alpini». Anzi... Con un certo orgoglio, Cortesi ricorda un fatto: «Nel 2019, durante l’adunata di Milano, il sindaco Beppe Sala ci chiese quando saremmo tornati visto che avevamo lasciato i parchi in cui eravamo stati meglio di come li avevamo trovati».
A Genova però non è così. A dominare, almeno per il momento, sono le polemiche. Del resto la richiesta di ospitare l’adunata dell’Associazione nazionale Alpini era stata fatta tanto tempo fa, quando il sindaco era un altro, Marco Bucci, certamente più vicino al sentire degli Alpini rispetto a Silvia Salis. «Ai cittadini che protestano per i disagi», precisa Cortesi, «bisogna ricordare che l’adunata a Genova è stata chiesta certamente dalla nostra sezione locale, ma anche dal Comune e dalla Regione. E che portiamo sempre un introito significativo nelle casse delle città in cui passiamo. Mi sorprende che», prosegue poi il responsabile della comunicazione dell’Ana, «il Comune abbia celebrato il 25 aprile e poi abbia voltato le spalle agli Alpini, a cui sono state concesse 62 medaglie al valor militare durante la Resistenza. Non è una critica, ma bisogna dire che il confronto politico è scaduto. Gli interessi di una parte, in questo caso, sono prevalsi sull’oggettività».
Anche perché su queste adunate c’è un grande errore di fondo. Spesso si pensa che abbiano a che fare con il mondo militare o, peggio ancora, con la guerra. Ma non è così. L’Associazione nazionale alpini ha come obiettivo, grazie ai suoi volontari, quello di assistere chi si trova in difficoltà. Certo, l’Ana è una associazione di volontari che hanno in comune l’aver prestato servizio di leva nei reparti alpini, ma che poi hanno continuato tutta la vita in professioni diverse, in ogni campo. Che più che alla guerra pensano alla pace. Del resto, i motti delle ultime adunate sono stati «Il sogno di pace degli alpini» e «Alpini portatori di pace». Quest’anno invece il motto dell’adunata sarà «Un faro per il futuro d’Italia». Anche in questo caso i conflitti non c’entrano: «Vogliamo puntare su solidarietà, condivisione e disponibilità nei confronti degli altri. Come associazione nazionale alpini facciamo memoria degli uomini travolti dalle guerre, quindi delle vittime. Uno dei nostri motti è: “Noi onoriamo i morti aiutando i vivi”. Realizziamo opere a favore di tutti. Dove c’è un’emergenza arriviamo. Abbiamo fatto strutture in tutto il mondo per aiutare le persone», spiega Cortesi.
C’è poi un’altra questione, quella delle polemiche relative alla richiesta dell’Ana di Udine di evitare che la sfilata degli alpini fosse in concomitanza con il gay pride: «La sezione lo ha chiesto perché sono due manifestazioni talmente diverse che sarebbe meglio farle in giorni diversi. Udine non è una città assediata dagli eventi e quindi ci sono date e spazi per tutti».
Sia come sia, un fatto è certo: gli alpini piacciono a gran parte degli italiani. Sia perché ne riconoscono il valore nelle emergenze, sia perché guardando a quelle penne nere si ricordano dei giovani costretti a stare per anni in montagna, senza nulla con sé. Con solo qualche canto malinconico che racconta di ragazze perdute e di una guerra che non volevano fare. O della campagna di Russia, da cui i più non ritornarono, per parafrasare il titolo di un bel libro di Eugenio Corti. O di capitani che chiedevano che il loro corpo venisse spartito. Un po’ alla patria e al battaglione, un po’ alla mamma e al primo amore. E, infine, alle montagne «Ché lo fioriscano di rose e fior».
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