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2024-02-05
Il «debanking» arriva in Francia: conti correnti chiusi a chi dissente
Una conferenza tenuta dal gruppo francese Academia Christiana, i cui membri si sono visti bloccare i conti bancari. L’associazione cattolica potrebbe venire sciolta dal governo
«Gentilissimo direttore, riscontro la comunicazione email del 7 febbraio u.s. inviata relativamente al blocco inopinatamente operato sul conto aperto presso il vostro Istituto a nome dell’associazione che rappresento». Chi scrive è una delle tante vittime di «debanking», vero e proprio attentato alla proprietà privata che consiste nella brusca e arbitraria chiusura del conto corrente a privati e associazioni da parte del proprio istituto di credito. Nel Regno Unito è ormai un’operazione diffusa: le banche hanno sospeso più di 1.000 conti ogni giorno lavorativo, i conti chiusi sono aumentati da meno di 50.000 nel 2016 a quasi 350.000 nel 2022, secondo i dati della Financial Conduct Authority, che hanno spinto il governo di Rishi Sunak a emanare una legge per arginare il fenomeno.
Le banche che, senza autorizzazione, dall’oggi al domani chiudono conti e sequestrano soldi a centinaia di migliaia di persone agiscono ufficialmente in nome della «lotta al riciclaggio», delle «frodi bancarie» e del «finanziamento al terrorismo». Molto spesso, però, ai privati e alle associazioni i conti vengono bloccati senza motivo o, peggio ancora, per motivi politici.
È ciò che sta succedendo in Francia dove da qualche anno, in coincidenza con l’elezione di Emmanuel Macron, il «debanking» furoreggia. Basta una semplice lettera e il sistema bancario - con l’implicita compiacenza del tribunale mediatico - blocca i conti correnti dei profili «sospetti», in nome di una rigorosa «etica» che consiste nel rifiutare di gestire i risparmi - di solito piuttosto modesti - di attivisti patrioti e nazionalisti. Poco importa che siano padri di famiglia, artigiani o giovani imprenditori: per le Ppe (persone politicamente esposte) non c’è scampo né carta di credito. La parola d’ordine evocata dagli ignavi funzionari è la «segnalazione». Molte delle associazioni punite subiscono le segnalazioni in coincidenza di ogni apparizione sui media: così è stato per Génération Identitaire (GI), L’Alvarium, Academia Christiana e l’associazione La Citadelle. Il caso di GI è emblematico: dissolta dal ministro degli interni Gérard Darmanin nel 2021, GI si è vista negare la gestione dei fondi associativi dalla piattaforma Stripe, da PayPal e da Banque Populaire, che ha rifiutato i regolari versamenti dei donatori. La procedura è spietata: i soggetti non allineati politicamente passano attraverso le forche caudine dei servizi di «compliance», i cui funzionari monitorano la reputazione sui media. Se i media trasmettono messaggi negativi, i team di conformità creano una regola interna e etichettano l’organizzazione in rosso. Senza neanche che lo Stato si esponga, l’ampio consenso mediatico «antifascista» è sufficiente a incitare gli istituti di credito alla massima prudenza: da quel momento, è finita.
Così è successo anche a Nigel Farage, noto conduttore televisivo ed ex europarlamentare del partito della Brexit, l’Ukip. La banca Coutts, del gruppo bancario NatWest, gli ha bloccato a fine giugno 2023 il conto corrente, sostenendo che il politico non era «compatibile» con Coutts date le sue opinioni, «in contrasto con la nostra organizzazione inclusiva». Il politico è riuscito ad entrare in possesso del documento interno in cui era definito «truffatore» ed era evocata come una colpa la sua amicizia con Donald Trump e con il tennista «no-vax» Novak Djokovic. Dopo aver reso pubblico il suo caso, Farage ha fatto dimettere l’amministratore delegato del gruppo NatWest Alison Rose e il Ceo di Coutts, Peter Flavel.
Il suo connazionale Philip Cato, falegname di 92 anni, ha avuto più difficoltà nel portare alla ribalta la sua situazione. Cato da quasi cinquant’anni riceveva la sua pensione in Giamaica, dove si era trasferito nei primi anni Novanta per prendersi cura dell’anziana madre. A ottobre 2022 NatWest lo ha avvisato che il suo conto sarebbe stato chiuso.
Non ha avuto più fortuna l’avvocato Olga Milanese, presidente dell’associazione Umanità & Ragione (U&R), impegnata dal 2021 nella battaglia civile contro il green pass e l’obbligo di vaccinazione anti Covid. Il conto di Umanità & Ragione è stato operativo per un mese, poi è stato bloccato. Milanese ha provato a contestare la decisione con lettere e diffide: «Tali disposizioni non sono mai state autorizzate dalla titolare del conto e sono, pertanto, arbitrarie ed inaccettabili», ha scritto la professionista salernitana. Ma non c’è stato verso: con la scusa che il suo impegno civile «non rappresenta il core business dell’azienda» la banca le ha comunicato che avrebbe restituito i soldi a chi aveva fatto le donazioni, come fossero di sua proprietà anziché dell’associazione.
Stesse dinamiche negli Stati Uniti, dove la mannaia è dichiaratamente politica. All’associazione UsForThem, impegnata contro la Dad in pandemia, PayPal ha sospeso l’account, impedendo l’accesso ai soldi raccolti con le donazioni. Un portavoce della piattaforma di pagamento digitale ha replicato che la società ha «solo» applicato le policies aziendali, che prevedono di sospendere gli account di chi «fa disinformazione sul vaccino Covid». E il conto corrente? Sparito. «Non ci è stato dato alcun preavviso o spiegazione e non abbiamo potuto ritirare il nostro saldo rimanente», ha dichiarato la co-fondatrice Molly Kingsley. Stessa trafila anche per Toby Young, attivista della libertà di espressione Usa e fondatore del sito di notizie Daily Sceptic, cui è stato sequestrato il conto PayPal. La piattaforma si è accanita anche contro l’associazione Gays for Groomers, impegnata contro «la sessualizzazione, l’indottrinamento e la medicalizzazione dei bambini» e, più in generale, contro l’ideologia di genere. Per lo stesso motivo, nel Regno Unito perfino un religioso, il reverendo Richard Fothergill, è stato «debankato» dalla Yorkshire Building Society (Ybs) per le sue critiche alle teorie di genere con la surreale motivazione: «Abbiamo un approccio di tolleranza zero alla discriminazione».
Nel «democratico» Canada è stato direttamente il governo di Justin Trudeau a intervenire sui conti correnti dei cittadini del «“Freedom Convoy» che protestavano contro il green pass. «Vi faremo male», ha dichiarato all’epoca il ministro delle finanze Chrystia Freeland, e ha mantenuto la promessa: in totale, le banche canadesi hanno congelato 7,8 milioni di dollari di circa 200 conti correnti collegati ai manifestanti, paralizzando sul nascere il movimento di protesta, mentre la piattaforma GoFundMe ha trattenuto milioni di dollari di donazioni che erano state versate ai manifestanti per esprimere solidarietà. Pochi giorni fa, un giudice federale ha condannato il governo per gli illeciti perpetrati nei confronti dei manifestanti, ma l’esecutivo ha già fatto appello.
Dal punto di vista legale, il «debanking» occupa un’area grigia: le banche sono enti privati che non hanno l’obbligo di servire tutti i clienti, ma al tempo stesso i fornitori di servizi non possono basare tali decisioni su discriminazioni di razza, religione o convinzioni politiche. Detto questo, è spesso difficile, per le persone colpite da «debanking», dimostrare che alla base della decisione ci sia effettivamente una discriminazione, perché le banche raramente rivelano i dettagli del processo decisionale e si nascondono dietro la tutela della privacy. Gli stessi dati del «debanking» nel mondo sono poco trasparenti: soltanto nel Regno Unito sono stati resi noti, mentre negli altri Paesi i governi stentano a prendere atto della situazione e ad adottare provvedimenti.
«Sono colpiti i gruppi critici con Macron. Oggi pensare è reato»
La Francia di Macron sta diventando una dittatura? Così la pensa la redazione della rivista Éléments, che alla deriva autoritaria transalpina dedica la sua ultima copertina. Ne abbiamo parlato con François Bousquet, caporedattore del magazine francese, nonché direttore della Nouvelle Librairie. In italiano ha pubblicato il libro Coraggio! (Passaggio al bosco).
L’ultimo numero di Éléments parla di «dictature en marche» a proposito di Macron. È una formula forte. La Francia non è forse uno Stato di diritto con un governo democratico?
«Si tratta di una prima pagina evocatrice per il pubblico francese, dato che En marche! era lo slogan della campagna di Macron nel 2017. Egli ha poi lanciato un’associazione con questo nome. Del resto ne circostanziamo la portata nelle pagine interne. La verità è che è difficile definire la natura del regime che subiamo. La tirannia è greca, la dittatura romana, il dispotismo orientale, l’assolutismo francese, il totalitarismo germano-sovietico, il liberalismo autoritario neoconservatore… Abbiamo optato per il concetto di anarco-tirannia o più esattamente di tirannia anomica, l’anomia essendo l’assenza di leggi. Anarco-tirannia significa avere uno Stato canaglia, lassista con coloro che sono al di sopra delle leggi (la delinquenza in colletto bianco) e al di sotto delle leggi (la delinquenza ordinaria), ma al contempo uno Stato poliziesco, che usa il pugno di ferro solo con le persone normali. Il fenomeno non è specifico della Francia. Pensi a Matteo Salvini, che rischia fino a 15 anni di carcere per aver bloccato un barcone di migranti in mare aperto, mentre questi stessi migranti beneficiano dell’empatia, quando non della clemenza, di giudici e giornalisti».
Come funziona la repressione «finanziaria» dei dissidenti tramite la chiusura dei conti di persone non ancora condannate?
«Si tratta purtroppo di una pratica “legale”, anche se oltrepassa largamente il suo quadro regolamentare. Si tratta di “debancarizzare” i conti (debanking, in inglese) che presentano dei rischi, per esempio riguardo alla reputazione delle banche. Nella pratica, la sinistra radicale non è mai presa di mira con chiusure simili. Con i dissidenti di destra le cose vanno differentemente. Il caso più famoso resta quello di Nigel Farage, il leader della Brexit, che si è visto chiudere i conti per ragioni politiche. Le altre vittime di queste chiusure abusive non sono altrettanto mediatiche, la loro debancarizzazione avviene nella più grande discrezione, senza possibilità di ricorso. Molti militanti e strutture patriottiche o identitarie sono stati paralizzati finanziariamente in questo modo in Francia negli ultimi mesi. L’ultimo caso è quello di Academia Christiana. E un modo di condannarli alla morte sociale e di imbavagliarli. Austria e Germania in questo sono state “pioniere”. Martin Sellner, cofondatore del movimento identitario austriaco, ha dovuto cambiare conto 70 volte, e in più Paesi europei, fino alla Georgia. Le lascio immaginare i soldi e il tempo che ha perso. Il governo subappalta così la repressione al settore privato, dalle banche ai giganti della Silicon Valley».
Con i gilet gialli abbiamo assistito a una repressione particolarmente dura. Questa risposta violenta dello Stato è usuale in Francia o è un fenomeno nuovo?
«Cose mai viste in Francia dalla fine della guerra d’Algeria, nel 1962, ma allora il Paese era in guerra, con omicidi politici mirati e una profusione di atti di terrorismo. Al 30 giugno 2019, ovvero 32 settimane dopo l’inizio della crisi, 10.852 manifestanti erano stati arrestati, 3.163 condannati, di cui 1.000 a pene detentive. Per non parlare della brutalità della polizia: più di venti manifestanti hanno perso un occhio, mutilazioni che non hanno portato ad alcuna condanna delle forze di polizia. Mai, dagli anni Sessanta, il potere aveva avuto tanta paura. Nel dicembre del 2018, al picco della crisi, un elicottero si teneva sempre pronto a evacuare Macron dall’Eliseo. La feroce repressione dei gilet gialli da parte di un governo disperato illustra perfettamente la doppia natura dell’anarco-tirannia: forte con i deboli e debole con i forti. Questo è talmente vero che, dal 2017, 26 membri del governo e stretti collaboratori di Macron sono stati incriminati giudiziariamente. Ad oggi, solo due di loro sono stati condannati».
Qual è lo stato della libertà di opinione in Francia?
«Si sta riducendo rapidamente. Nell’ultimo mezzo secolo, abbiamo perso il conto del numero di leggi liberticide e che ci hanno riportato a prima del XII secolo, quando i chierici distinguevano tra crimine e peccato. Oggi il peccato - il pensiero malvagio - è un crimine. È su questa base che i successivi ministri degli Interni di Macron hanno giustificato le loro richieste di vietare o sciogliere i gruppi politici etichettati come “di ultradestra”».
Chi è l’Emmanuel Macron del 2024? È più debole o più forte? C’è una componente psicologica nella sua deriva autoritaria?
«Egli è il sottoprodotto di un’élite sradicata, traviata dalla finanza e da un sistema che ha il fiato corto e non vuole rinunciare ai suoi privilegi. È allo stesso tempo un simbolo e un sintomo dello spirito del tempo: narcisismo, senso di onnipotenza, immaturità, arroganza, fantasie onnipresenti (l’“allo stesso tempo” caro alla retorica del macronismo), tutti tratti psicologici che senza dubbio accompagnano la sua deriva autoritaria. Nel momento in cui il “Mozart della finanza” è stato elevato al rango di “Giove” - così lo hanno definito i suoi cortigiani - ha portato il debito francese a livelli stratosferici. In nome della logica manageriale e del clientelismo, ha smantellato il grande corpo dello Stato (diplomatico, prefettizio) per far posto a una “nazione start-up” invertebrata come le società di consulenza americane, i “McKinsey boys”, che lui chiama in causa a ogni occasione e che fanno pagare allo Stato francese, così esternalizzato, cifre esorbitanti per acquistare file PowerPoint intercambiabili da un Paese all’altro. Il nulla con molti zeri».
Le carte di credito «rieducano» i consumatori
In Canada è stato possibile per il premier Justin Trudeau ottenere da parte della piattaforma di donazioni GoFundMe il blocco di 4,5 milioni di dollari destinati ai convogli di camion, dopo la rivolta dei sindacati contro l’uso invasivo del green pass. In Italia un intervento del genere non sarebbe nemmeno immaginabile ma ciò non toglie che una forma di ingerenza nelle transazioni finanziarie è già ravvisabile laddove vengono usati gli strumenti digitali.
Non è detto che non sia possibile utilizzare i metodi di pagamento digitale per condizionare comportamenti di acquisto a sostegno della transizione ecologica. La strada l’ha tracciata, anche in questo caso, il Canada. Come riportato su La Verità da Claudio Antonelli, a Vancouver la banca Vancity ha emesso una carta di credito che calcola il livello di CO2 prodotto per ogni spesa effettuata. Alle transazioni si abbina, dunque, una voce grazie a una seconda app fondata a Berlino che si chiama Ecolitiq. Quest’ultima a sua volta ha stretto un accordo con Visa per un programma dal nome Eco Benefit. Lo schema è semplice. Più si usano l’auto endotermica e gli aerei, e maggiore è la carne consumata, più aumenta il saldo negativo. Maggiore invece è la quantità di verdura a chilometro zero o l’uso del bike sharing, più si ottengono punti. Il valore mensile viene confrontato con una sorta di parametro che negli Usa e in Canada si chiama Pca, personal carbon allowance. Un valore prettamente teorico che si prefigge di stabilire la soglia massima di anidride che un cittadino può emettere. Alla fine di tutto questo percorso, il consumatore virtuoso è premiato e i punti accumulati possono essere usati come benefit per spese su marketplace, siti di ecommerce, considerati in linea con l’ideologia green. Se invece il possessore della carta non ha seguito le indicazioni giuste può comunque «salvarsi», facendo donazioni a enti benefici che secondo il circuito Visa aiutano l’ambiente.
L’esperimento è stato avviato anche in Australia, in Nuova Zelanda e a breve anche in Germania e Svezia. Le app non solo tracciano le spese ma suggeriscono anche gli acquisti con la mission di educare l’utente a e spendere in modo sostenibile. A pensar male, il Pca potrebbe diventare un parametro finanziario. In un sistema con la valuta digitale, le banche centrali potrebbero anche decidere, sempre con la scusa dell’ambiente, che il costo del denaro e la difficoltà di accesso ai finanziamenti possano essere incrociati con le abitudini dei cittadini. Le banche centrali avrebbero così il controllo della filiera della valuta e i governi potrebbero indirizzare i cittadini verso determinate scelte. In prospettiva se l’app di monitoraggio venisse collegata a una qualche blockchain, tipo il green pass, potrebbero essere bloccati singoli pagamenti.
Esperimenti di carte di credito che incentivano i consumi green si stanno sviluppando ovunque. Negli Usa c’è la carta di debito Aspiration Plus che consente di ottenere un rimborso fino al 10% sugli acquisti da marchi attenti al sociale e all’ambiente. Con la carta di credito Aspiration Zero, ogni volta che si fa un acquisto, viene piantato un albero. Inoltre sull’app c’è il monitoraggio di quanta CO2 l’utente emette ogni mese e se il risultato è zero, si può avere fino all’1% di rimborso su tutti gli acquisti.
In Svezia la fintech Doconomy ha lanciato la carta di credito DO con MasterCard che calcola l’impronta di carbonio degli acquisti e stabilisce un limite di CO2 per la spesa. La FutureCard Visa Card operativa negli Usa premia gli utenti per gli acquisti rispettosi dell’ambiente con un rimborso del 5% su trasporti pubblici, ricarica elettrica, biciclette e spese online di vestiti usati, e dell’1% per altri prodotti green. Il rimborso sale al 6% se gli acquisti sono effettuati presso partner di Future che promuovono uno stile di vita ecologicamente sostenibile come Just Salade, una catena di ristoranti che serve esclusivamente insalate o Earth Hero, brand di negozi con prodotti a impatto zero. Sempre negli Usa la Treecard Wooden Mastercard consente per gli acquisti green, di guadagnare premi come viaggi sostenibili e abbigliamento di marchi rispettosi dell’ambiente. Sono sistemi che tracciano un determinato tipo di acquisti e con una logica premiale, convincono il consumatore a fare alcune scelte rispetto ad altre.
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Dopo i casi in Usa, Regno Unito e Canada (dove il governo è intervenuto direttamente), anche Oltralpe le banche puniscono le associazioni «scomode». Guarda caso, quelle che si oppongono al governo.François Bousquet, caporedattore di «Éléments»: «I militanti vengono paralizzati finanziariamente. Contro i gilet gialli una repressione mai vista».Circuiti come Visa promuovono piani per orientare agli acquisti «green». Il modello può divenire più invasivo.Lo speciale contiene tre articoli.«Gentilissimo direttore, riscontro la comunicazione email del 7 febbraio u.s. inviata relativamente al blocco inopinatamente operato sul conto aperto presso il vostro Istituto a nome dell’associazione che rappresento». Chi scrive è una delle tante vittime di «debanking», vero e proprio attentato alla proprietà privata che consiste nella brusca e arbitraria chiusura del conto corrente a privati e associazioni da parte del proprio istituto di credito. Nel Regno Unito è ormai un’operazione diffusa: le banche hanno sospeso più di 1.000 conti ogni giorno lavorativo, i conti chiusi sono aumentati da meno di 50.000 nel 2016 a quasi 350.000 nel 2022, secondo i dati della Financial Conduct Authority, che hanno spinto il governo di Rishi Sunak a emanare una legge per arginare il fenomeno.Le banche che, senza autorizzazione, dall’oggi al domani chiudono conti e sequestrano soldi a centinaia di migliaia di persone agiscono ufficialmente in nome della «lotta al riciclaggio», delle «frodi bancarie» e del «finanziamento al terrorismo». Molto spesso, però, ai privati e alle associazioni i conti vengono bloccati senza motivo o, peggio ancora, per motivi politici. È ciò che sta succedendo in Francia dove da qualche anno, in coincidenza con l’elezione di Emmanuel Macron, il «debanking» furoreggia. Basta una semplice lettera e il sistema bancario - con l’implicita compiacenza del tribunale mediatico - blocca i conti correnti dei profili «sospetti», in nome di una rigorosa «etica» che consiste nel rifiutare di gestire i risparmi - di solito piuttosto modesti - di attivisti patrioti e nazionalisti. Poco importa che siano padri di famiglia, artigiani o giovani imprenditori: per le Ppe (persone politicamente esposte) non c’è scampo né carta di credito. La parola d’ordine evocata dagli ignavi funzionari è la «segnalazione». Molte delle associazioni punite subiscono le segnalazioni in coincidenza di ogni apparizione sui media: così è stato per Génération Identitaire (GI), L’Alvarium, Academia Christiana e l’associazione La Citadelle. Il caso di GI è emblematico: dissolta dal ministro degli interni Gérard Darmanin nel 2021, GI si è vista negare la gestione dei fondi associativi dalla piattaforma Stripe, da PayPal e da Banque Populaire, che ha rifiutato i regolari versamenti dei donatori. La procedura è spietata: i soggetti non allineati politicamente passano attraverso le forche caudine dei servizi di «compliance», i cui funzionari monitorano la reputazione sui media. Se i media trasmettono messaggi negativi, i team di conformità creano una regola interna e etichettano l’organizzazione in rosso. Senza neanche che lo Stato si esponga, l’ampio consenso mediatico «antifascista» è sufficiente a incitare gli istituti di credito alla massima prudenza: da quel momento, è finita.Così è successo anche a Nigel Farage, noto conduttore televisivo ed ex europarlamentare del partito della Brexit, l’Ukip. La banca Coutts, del gruppo bancario NatWest, gli ha bloccato a fine giugno 2023 il conto corrente, sostenendo che il politico non era «compatibile» con Coutts date le sue opinioni, «in contrasto con la nostra organizzazione inclusiva». Il politico è riuscito ad entrare in possesso del documento interno in cui era definito «truffatore» ed era evocata come una colpa la sua amicizia con Donald Trump e con il tennista «no-vax» Novak Djokovic. Dopo aver reso pubblico il suo caso, Farage ha fatto dimettere l’amministratore delegato del gruppo NatWest Alison Rose e il Ceo di Coutts, Peter Flavel.Il suo connazionale Philip Cato, falegname di 92 anni, ha avuto più difficoltà nel portare alla ribalta la sua situazione. Cato da quasi cinquant’anni riceveva la sua pensione in Giamaica, dove si era trasferito nei primi anni Novanta per prendersi cura dell’anziana madre. A ottobre 2022 NatWest lo ha avvisato che il suo conto sarebbe stato chiuso.Non ha avuto più fortuna l’avvocato Olga Milanese, presidente dell’associazione Umanità & Ragione (U&R), impegnata dal 2021 nella battaglia civile contro il green pass e l’obbligo di vaccinazione anti Covid. Il conto di Umanità & Ragione è stato operativo per un mese, poi è stato bloccato. Milanese ha provato a contestare la decisione con lettere e diffide: «Tali disposizioni non sono mai state autorizzate dalla titolare del conto e sono, pertanto, arbitrarie ed inaccettabili», ha scritto la professionista salernitana. Ma non c’è stato verso: con la scusa che il suo impegno civile «non rappresenta il core business dell’azienda» la banca le ha comunicato che avrebbe restituito i soldi a chi aveva fatto le donazioni, come fossero di sua proprietà anziché dell’associazione.Stesse dinamiche negli Stati Uniti, dove la mannaia è dichiaratamente politica. All’associazione UsForThem, impegnata contro la Dad in pandemia, PayPal ha sospeso l’account, impedendo l’accesso ai soldi raccolti con le donazioni. Un portavoce della piattaforma di pagamento digitale ha replicato che la società ha «solo» applicato le policies aziendali, che prevedono di sospendere gli account di chi «fa disinformazione sul vaccino Covid». E il conto corrente? Sparito. «Non ci è stato dato alcun preavviso o spiegazione e non abbiamo potuto ritirare il nostro saldo rimanente», ha dichiarato la co-fondatrice Molly Kingsley. Stessa trafila anche per Toby Young, attivista della libertà di espressione Usa e fondatore del sito di notizie Daily Sceptic, cui è stato sequestrato il conto PayPal. La piattaforma si è accanita anche contro l’associazione Gays for Groomers, impegnata contro «la sessualizzazione, l’indottrinamento e la medicalizzazione dei bambini» e, più in generale, contro l’ideologia di genere. Per lo stesso motivo, nel Regno Unito perfino un religioso, il reverendo Richard Fothergill, è stato «debankato» dalla Yorkshire Building Society (Ybs) per le sue critiche alle teorie di genere con la surreale motivazione: «Abbiamo un approccio di tolleranza zero alla discriminazione». Nel «democratico» Canada è stato direttamente il governo di Justin Trudeau a intervenire sui conti correnti dei cittadini del «“Freedom Convoy» che protestavano contro il green pass. «Vi faremo male», ha dichiarato all’epoca il ministro delle finanze Chrystia Freeland, e ha mantenuto la promessa: in totale, le banche canadesi hanno congelato 7,8 milioni di dollari di circa 200 conti correnti collegati ai manifestanti, paralizzando sul nascere il movimento di protesta, mentre la piattaforma GoFundMe ha trattenuto milioni di dollari di donazioni che erano state versate ai manifestanti per esprimere solidarietà. Pochi giorni fa, un giudice federale ha condannato il governo per gli illeciti perpetrati nei confronti dei manifestanti, ma l’esecutivo ha già fatto appello. Dal punto di vista legale, il «debanking» occupa un’area grigia: le banche sono enti privati che non hanno l’obbligo di servire tutti i clienti, ma al tempo stesso i fornitori di servizi non possono basare tali decisioni su discriminazioni di razza, religione o convinzioni politiche. Detto questo, è spesso difficile, per le persone colpite da «debanking», dimostrare che alla base della decisione ci sia effettivamente una discriminazione, perché le banche raramente rivelano i dettagli del processo decisionale e si nascondono dietro la tutela della privacy. 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In italiano ha pubblicato il libro Coraggio! (Passaggio al bosco). L’ultimo numero di Éléments parla di «dictature en marche» a proposito di Macron. È una formula forte. La Francia non è forse uno Stato di diritto con un governo democratico? «Si tratta di una prima pagina evocatrice per il pubblico francese, dato che En marche! era lo slogan della campagna di Macron nel 2017. Egli ha poi lanciato un’associazione con questo nome. Del resto ne circostanziamo la portata nelle pagine interne. La verità è che è difficile definire la natura del regime che subiamo. La tirannia è greca, la dittatura romana, il dispotismo orientale, l’assolutismo francese, il totalitarismo germano-sovietico, il liberalismo autoritario neoconservatore… Abbiamo optato per il concetto di anarco-tirannia o più esattamente di tirannia anomica, l’anomia essendo l’assenza di leggi. Anarco-tirannia significa avere uno Stato canaglia, lassista con coloro che sono al di sopra delle leggi (la delinquenza in colletto bianco) e al di sotto delle leggi (la delinquenza ordinaria), ma al contempo uno Stato poliziesco, che usa il pugno di ferro solo con le persone normali. Il fenomeno non è specifico della Francia. Pensi a Matteo Salvini, che rischia fino a 15 anni di carcere per aver bloccato un barcone di migranti in mare aperto, mentre questi stessi migranti beneficiano dell’empatia, quando non della clemenza, di giudici e giornalisti». Come funziona la repressione «finanziaria» dei dissidenti tramite la chiusura dei conti di persone non ancora condannate? «Si tratta purtroppo di una pratica “legale”, anche se oltrepassa largamente il suo quadro regolamentare. Si tratta di “debancarizzare” i conti (debanking, in inglese) che presentano dei rischi, per esempio riguardo alla reputazione delle banche. Nella pratica, la sinistra radicale non è mai presa di mira con chiusure simili. Con i dissidenti di destra le cose vanno differentemente. Il caso più famoso resta quello di Nigel Farage, il leader della Brexit, che si è visto chiudere i conti per ragioni politiche. Le altre vittime di queste chiusure abusive non sono altrettanto mediatiche, la loro debancarizzazione avviene nella più grande discrezione, senza possibilità di ricorso. Molti militanti e strutture patriottiche o identitarie sono stati paralizzati finanziariamente in questo modo in Francia negli ultimi mesi. L’ultimo caso è quello di Academia Christiana. E un modo di condannarli alla morte sociale e di imbavagliarli. Austria e Germania in questo sono state “pioniere”. Martin Sellner, cofondatore del movimento identitario austriaco, ha dovuto cambiare conto 70 volte, e in più Paesi europei, fino alla Georgia. Le lascio immaginare i soldi e il tempo che ha perso. Il governo subappalta così la repressione al settore privato, dalle banche ai giganti della Silicon Valley». Con i gilet gialli abbiamo assistito a una repressione particolarmente dura. Questa risposta violenta dello Stato è usuale in Francia o è un fenomeno nuovo? «Cose mai viste in Francia dalla fine della guerra d’Algeria, nel 1962, ma allora il Paese era in guerra, con omicidi politici mirati e una profusione di atti di terrorismo. Al 30 giugno 2019, ovvero 32 settimane dopo l’inizio della crisi, 10.852 manifestanti erano stati arrestati, 3.163 condannati, di cui 1.000 a pene detentive. Per non parlare della brutalità della polizia: più di venti manifestanti hanno perso un occhio, mutilazioni che non hanno portato ad alcuna condanna delle forze di polizia. Mai, dagli anni Sessanta, il potere aveva avuto tanta paura. Nel dicembre del 2018, al picco della crisi, un elicottero si teneva sempre pronto a evacuare Macron dall’Eliseo. La feroce repressione dei gilet gialli da parte di un governo disperato illustra perfettamente la doppia natura dell’anarco-tirannia: forte con i deboli e debole con i forti. Questo è talmente vero che, dal 2017, 26 membri del governo e stretti collaboratori di Macron sono stati incriminati giudiziariamente. Ad oggi, solo due di loro sono stati condannati». Qual è lo stato della libertà di opinione in Francia? «Si sta riducendo rapidamente. Nell’ultimo mezzo secolo, abbiamo perso il conto del numero di leggi liberticide e che ci hanno riportato a prima del XII secolo, quando i chierici distinguevano tra crimine e peccato. Oggi il peccato - il pensiero malvagio - è un crimine. È su questa base che i successivi ministri degli Interni di Macron hanno giustificato le loro richieste di vietare o sciogliere i gruppi politici etichettati come “di ultradestra”». Chi è l’Emmanuel Macron del 2024? È più debole o più forte? C’è una componente psicologica nella sua deriva autoritaria? «Egli è il sottoprodotto di un’élite sradicata, traviata dalla finanza e da un sistema che ha il fiato corto e non vuole rinunciare ai suoi privilegi. È allo stesso tempo un simbolo e un sintomo dello spirito del tempo: narcisismo, senso di onnipotenza, immaturità, arroganza, fantasie onnipresenti (l’“allo stesso tempo” caro alla retorica del macronismo), tutti tratti psicologici che senza dubbio accompagnano la sua deriva autoritaria. Nel momento in cui il “Mozart della finanza” è stato elevato al rango di “Giove” - così lo hanno definito i suoi cortigiani - ha portato il debito francese a livelli stratosferici. In nome della logica manageriale e del clientelismo, ha smantellato il grande corpo dello Stato (diplomatico, prefettizio) per far posto a una “nazione start-up” invertebrata come le società di consulenza americane, i “McKinsey boys”, che lui chiama in causa a ogni occasione e che fanno pagare allo Stato francese, così esternalizzato, cifre esorbitanti per acquistare file PowerPoint intercambiabili da un Paese all’altro. Il nulla con molti zeri». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/debanking-arriva-in-francia-2667170979.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-carte-di-credito-rieducano-i-consumatori" data-post-id="2667170979" data-published-at="1707143178" data-use-pagination="False"> Le carte di credito «rieducano» i consumatori In Canada è stato possibile per il premier Justin Trudeau ottenere da parte della piattaforma di donazioni GoFundMe il blocco di 4,5 milioni di dollari destinati ai convogli di camion, dopo la rivolta dei sindacati contro l’uso invasivo del green pass. In Italia un intervento del genere non sarebbe nemmeno immaginabile ma ciò non toglie che una forma di ingerenza nelle transazioni finanziarie è già ravvisabile laddove vengono usati gli strumenti digitali. Non è detto che non sia possibile utilizzare i metodi di pagamento digitale per condizionare comportamenti di acquisto a sostegno della transizione ecologica. La strada l’ha tracciata, anche in questo caso, il Canada. Come riportato su La Verità da Claudio Antonelli, a Vancouver la banca Vancity ha emesso una carta di credito che calcola il livello di CO2 prodotto per ogni spesa effettuata. Alle transazioni si abbina, dunque, una voce grazie a una seconda app fondata a Berlino che si chiama Ecolitiq. Quest’ultima a sua volta ha stretto un accordo con Visa per un programma dal nome Eco Benefit. Lo schema è semplice. Più si usano l’auto endotermica e gli aerei, e maggiore è la carne consumata, più aumenta il saldo negativo. Maggiore invece è la quantità di verdura a chilometro zero o l’uso del bike sharing, più si ottengono punti. Il valore mensile viene confrontato con una sorta di parametro che negli Usa e in Canada si chiama Pca, personal carbon allowance. Un valore prettamente teorico che si prefigge di stabilire la soglia massima di anidride che un cittadino può emettere. Alla fine di tutto questo percorso, il consumatore virtuoso è premiato e i punti accumulati possono essere usati come benefit per spese su marketplace, siti di ecommerce, considerati in linea con l’ideologia green. Se invece il possessore della carta non ha seguito le indicazioni giuste può comunque «salvarsi», facendo donazioni a enti benefici che secondo il circuito Visa aiutano l’ambiente. L’esperimento è stato avviato anche in Australia, in Nuova Zelanda e a breve anche in Germania e Svezia. Le app non solo tracciano le spese ma suggeriscono anche gli acquisti con la mission di educare l’utente a e spendere in modo sostenibile. A pensar male, il Pca potrebbe diventare un parametro finanziario. In un sistema con la valuta digitale, le banche centrali potrebbero anche decidere, sempre con la scusa dell’ambiente, che il costo del denaro e la difficoltà di accesso ai finanziamenti possano essere incrociati con le abitudini dei cittadini. Le banche centrali avrebbero così il controllo della filiera della valuta e i governi potrebbero indirizzare i cittadini verso determinate scelte. In prospettiva se l’app di monitoraggio venisse collegata a una qualche blockchain, tipo il green pass, potrebbero essere bloccati singoli pagamenti. Esperimenti di carte di credito che incentivano i consumi green si stanno sviluppando ovunque. Negli Usa c’è la carta di debito Aspiration Plus che consente di ottenere un rimborso fino al 10% sugli acquisti da marchi attenti al sociale e all’ambiente. Con la carta di credito Aspiration Zero, ogni volta che si fa un acquisto, viene piantato un albero. Inoltre sull’app c’è il monitoraggio di quanta CO2 l’utente emette ogni mese e se il risultato è zero, si può avere fino all’1% di rimborso su tutti gli acquisti. In Svezia la fintech Doconomy ha lanciato la carta di credito DO con MasterCard che calcola l’impronta di carbonio degli acquisti e stabilisce un limite di CO2 per la spesa. La FutureCard Visa Card operativa negli Usa premia gli utenti per gli acquisti rispettosi dell’ambiente con un rimborso del 5% su trasporti pubblici, ricarica elettrica, biciclette e spese online di vestiti usati, e dell’1% per altri prodotti green. Il rimborso sale al 6% se gli acquisti sono effettuati presso partner di Future che promuovono uno stile di vita ecologicamente sostenibile come Just Salade, una catena di ristoranti che serve esclusivamente insalate o Earth Hero, brand di negozi con prodotti a impatto zero. Sempre negli Usa la Treecard Wooden Mastercard consente per gli acquisti green, di guadagnare premi come viaggi sostenibili e abbigliamento di marchi rispettosi dell’ambiente. Sono sistemi che tracciano un determinato tipo di acquisti e con una logica premiale, convincono il consumatore a fare alcune scelte rispetto ad altre.
Nasa
L’uomo li creò maschio e femmina, i bulloni. Ma dopo 500 anni di utilizzo inconsapevole è arrivato il momento di liberarli da stereotipi sessisti. Basta con viti maschio e dadi femmina. La Nasa ha brevettato un connettore genderless, che si assembla in qualunque direzione. Per secoli milioni di esseri umani hanno usato i bulloni con rozza insensibilità e sottile discriminazione. Come non capire che il dado-donna era un simbolo della dominazione patriarcale? Lo stesso vale per il reparto elettricità, dove si sprecano spinotti fallocrati, da abbinare per forza a spine femmine dolci e remissive. E pure nell’idraulica, è tutto un pullulare di tubi maschi, manicotti femmina e perfino «prolunghe femmina» sulla cui destinazione finale sarà meglio non elucubrare troppo.
Sul sito gay.it, tra i più popolari nei cantieri e nelle ferramenta, leggiamo che «il binarismo, anche nell’hardware, è un limite tecnico prima ancora che culturale. I connettori convenzionali impongono orientamento, gerarchia, direzione obbligata. Quello androgino no: si assembla in qualunque direzione, tollera il disallineamento, non richiede che il robot sappia distinguere chi sta sopra e chi sta sotto». E quindi ben venga il bullone no gender della Nasa, «strumento non-escludente che garantisce più ampi margini di manovra, più adattabilità e maggior efficienza». Tutto pronto, insomma, anche per la rondella ermafrodita e il trapano non binario. Sembra da gay.it apprendiamo che il connettore genderless «troverà immediato utilizzo nella costruzione di habitat lunari assemblati da robot: strutture modulari, reversibili, riconfigurabilabili. Metafora perfetta di identità deidentificate: non fisse, non gerarchiche, ma adattabili e polifunzionali». Come i batteri, le muffe e altre forme di vita umida e spugnosa.
Tomaso Montanari (Imagoeconomica)
Un complesso che l’ha sempre portata, per dirla con Massimo Fini, ad essere «antropologicamente incapace di accettare la destra», a disprezzarne gli esponenti e i sostenitori, giudicati sempre e comunque ignoranti e gretti, a negarne o a ridicolizzarne le espressioni culturali, «perché la sinistra difende ideali, mentre la destra difende interessi» e quindi, se presenta un profilo intellettuale, o si maschera o ricicla idee altrui. Questo retroterra psicologico, faceva notare il sociologo, produce nel mondo progressista un atteggiamento pedagogico, «un misto di supponenza e snobismo» al cui fondo c’è un riflesso razzista, connotato «da un assunto di irrecuperabilità, ossia dalla convinzione che gli «inferiori» siano destinati a rimanere tali», che «riaffiora continuamente nel [suo] discorso politico» e che «non si esprime solo nella petulanza un po’ rituale del politicamente corretto, nell’incapacità di intendere le ragioni degli altri […] ma si esprime anche nelle forme più dirette e aggressive del disprezzo e della derisione».
Da quando, nel settembre 2022, il successo elettorale ha portato a Palazzo Chigi Giorgia Meloni, la malattia descritta da Ricolfi si è ulteriormente aggravata. Sulla sinistra intellettuale italiana si è abbattuta un’ondata depressiva simile a quella che seguì l’exploit di Berlusconi nel 1994, che in molti dei suoi esponenti si è trasformata in nevrosi e in ossessione del «ritorno del fascismo», condita da una forte dose di aggressività, che è ulteriormente cresciuta quando l’ex ministro Sangiuliano ha espresso la sua velleitaria intenzione di promuovere un’azione di «contro-egemonia» in campo culturale. Gli appassionati di talk show ne hanno avuto - e tuttora ne hanno - un’ampia quantità di esempi nelle frequenti risse verbali e appassionate concioni in argomento, ma la stringatezza dei tempi televisivi non consente di constatare in tutta la sua gravità questo stato di malessere psicologico. Che si rivela in pieno, invece, nelle sue forme scritte.
Da un paio d’anni a questa parte ha infatti iniziato a fare la sua comparsa nelle librerie una serie di testi che non si limitano più alla generica denuncia del prossimo rientro sulla scena delle camicie nere ma si concentrato sulla scoperta, e successiva decrittazione, delle fonti ideologiche che starebbero preparando il terreno al temuto revival. Ad alimentare questo filone c’è l’impegno di una pletora di avanguardisti che, sprezzanti del disgusto che con ogni probabilità li avrebbe colti, si sono avventurati nella lettura di autori e opere del sulfureo mondo della destra radicale - da sempre circolanti, in tirature confidenziali, negli ambienti giovanili dei vari partiti della Fiamma - con l’esclusivo scopo di sostenere che, dietro la facciata delle politiche ufficiali del governo Meloni, il suo ferreo atlantismo, il sostegno a Israele, l’appoggio a Zelensky, le scelte liberali in economia, c’è un oscuro lato nascosto fatto di antiamericanismo, antisemitismo, razzismo, anticapitalismo, rivolta contro la modernità, celebrazione di ogni forma di diseguaglianza, suprematismo. Ovvero, per citare l’epigrafe del libro di Tomaso Montanari La continuità del male, ultimo (per adesso) prodotto di questa pamphlettistica livorosa e militante, svelare che «c’è un lungo e sotterraneo filo nero che lega le idee della destra che governa l’Italia al fascismo».
Ripetitiva, sommaria, zeppa di errori, intrisa di complottismo, questa letteratura ossessiva - che purtroppo, oltre a giornalisti e polemisti da talk show, ha coinvolto anche studiosi che su altri temi o in altre occasioni hanno dimostrato il loro valore - esemplifica alla perfezione quel razzismo etico di cui scriveva Ricolfi. Ogni manifestazione di una cultura accostabile al Nemico viene bollata come inaccettabile, assoggettata alla cultura del sospetto, manipolata sulla base del pregiudizio, adattata ai bisogni della propria fazione e denigrata. Perché, quando si è fanaticamente convinti di agire in nome del Bene, ogni mezzo per colpire il Male è lecito.
Capita così a chi scrive queste righe - che pure da più di quarant’anni rifiuta di essere classificato a destra e rivendica una libertà di giudizio che lo rende sgradito tanto all’attuale governo quanto ai suoi oppositori (e ai rispettivi fiancheggiatori radiotelevisivi e giornalistici) - di subire da parte di Montanari, «intellettuale pubblico fra i più influenti», come umilmente si lascia definire nella bandella della sua più recente fatica editoriale, l’accusa di non essere uno studioso «neutrale» per il solo fatto di aver dimostrato, testi alla mano, nel mio libro Le tre età della Fiamma (Solferino) che inserire Fratelli d’Italia nella categoria della «destra radicale populista» è infondato, e che l’etichetta che più gli si addice è quella di un partito nazional-conservatore e afascista.
A questa convinzione sono giunti altri politologi come Salvatore Vassallo, già deputato del Pd e direttore dell’Istituto Cattaneo, e Rinaldo Vignati, nel loro libro Fratelli di Giorgia (il Mulino), o Alice Santaniello, autrice della prima ricerca empirica sul FdI. Ma ciò non sembra indignare Montanari, stanti le opinioni di sinistra degli autori citati. Nel mio caso c’è invece da segnalare e denunciare «una vita [che] si è svolta così dentro la galassia neofascista, che a un certo punto fu eletto alla guida del Fronte della Gioventù, salvo essere sostituito con Gianfranco Fini per decisione di Giorgio Almirante» [i fatti non andarono così, ma poco importa…] «e quindi espulso dal Movimento Sociale per un numero satirico della Voce della fogna che dirigeva».
Con un simile pedigree, che risale agli anni 1977 e 1981, per i piccoli Torquemada alla Montanari ce n’è abbastanza per essere destinati al ghetto dei deplorevoli e degli infrequentabili. Non servono più di trent’anni di insegnamento e più di un centinaio di corsi di Scienza politica e materie affini tenuti all’università di Firenze, le attestazioni di stima di studenti, collaboratori e colleghi molto spesso di opinioni politiche lontane, la produzione scientifica, gli inviti ai convegni internazionali, l’elezione a professore emerito, per essere al riparo dalla denigrazione di chi, accecato dalla faziosità, ovunque e comunque vede nero.
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«Margo» (Apple Tv)
Dal romanzo di Rufi Thorpe, la serie segue una diciannovenne sola con un figlio, tra difficoltà economiche e giudizi sociali. Quando perde il lavoro, sceglie una strada controversa pur di sopravvivere, aprendo una riflessione su maternità e stigma.
Margo è vagamente diversa da come Rufi Thorpe l'aveva dipinta. Ha un pizzico di strafottenza, lo sguardo severo di Elle Fanning. Fra le braccia, però, lo stesso neonato che la scrittrice americana aveva immaginato per lei. Margo, diciannove anni, ha portato a termine la propria gravidanza nonostante gli strali del mondo circostante. Le dicevano di abortire, di restarsene al college, in California, e darsi l'occasione di vivere una vita di intenzionalità e scelte consapevoli. Urlavano che un figlio le avrebbe distrutto la vita, e lei, così giovane e inesperta, avrebbe finito per distruggerla a lui, esserino senza colpa. Margo, invece, quel bambino ha deciso di tenerlo. Da sola, ché il padre, adultero, s'è tenuto stretto la moglie che tradiva, e i figli avuti con lei. Un'esistenza di plastica, finta e miserevole. Margo è tornata a casa, dalla madre e dalle amiche ormai estranee. Lo ha fatto da sola, e di questa sua solitudine la Thorpe ha fatto un libro.Nessuna storia vera, solo verosimile.
Margo ha problemi di soldi, da cui Apple Tv ha tratto una serie omonima, pronta a debuttare online mercoledì 15 aprile, ha preso spunto dalla contemporaneità per dar forma ad un racconto sottile e ironico. Un racconto che può dirsi iniziato con la crisi di questa diciannovenne di belle speranze. Margo, contro tutti fuorché se stessa, ha scelto una vita difficile. Ostinata, credeva di poterla sostenere. Ma il castello che s'era figurata crolla miseramente il giorno in cui la licenziano. Troppe assenze per badare al figlio, nessuna capacità economica che le consenta una tata. Margo è sul baratro della disperazione. Ed è guardando giù, nell'abisso nero, che pensa l'impensabile: aprire un account OnlyFans per garantire a sé e al figlio un posto nel mondo.Lo show, in cui Michelle Pfeiffer è madre di Margo, ex cameriera di Hooter's perennemente in bolletta, si muove così a raccontare le difficoltà intrinseche alla maternità, alla solitudine che spesso ne consegue e, pure, al pregiudizio legato ai lavori online. Specie, a quelli che abbiano a che fare con il sesso.
Margo è il cuore di ogni complessità, motore di ogni riflessione che la serie induca. Non somiglia per forza alle ragazze di oggi, così particolare nelle sue scelte. Eppure, è capace di indurre al pensiero critico chiunque la guardi muoversi nel mondo dei grandi: lei, piccola e bionda, testarda e fiera, di quella fierezza che ogni madre scopre in sé nel momento in cui capisce di essere l'unica responsabile dell'esistenza minuscola che le sta fra le braccia.
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Ansa
Suo padre, magari anche per insegnare a suo figlio come ci si comporta, è intervenuto con suo cognato per farli smettere. Il branco di ragazzini allora si è scagliato contro, in particolare alcuni di loro, tra cui due romeni maggiorenni e un italiano minorenne, poi fermati dalla polizia. Ha visto suo padre morire davanti ai suoi occhi, inutilmente soccorso dal 118. Ma esco dalla cronaca, non vi racconto quello che è già stato descritto nei dettagli; vorrei entrare invece nella testa di quel bambino e in quella degli assassini di suo padre, per capire come hanno vissuto quella domenica sera di aprile a Massa.
Io non sono riuscito a capire cos’hanno in testa quei ragazzi che hanno massacrato l’uomo, e cosa frullava nella loro testa in quel momento, quando hanno cominciato a colpirlo e a finirlo. Se avevano bevuto, fumato, oppure no. Certo, non è stato tutto l’intero branco ad aggredirlo, c’è chi si è limitato a vedere la scena o magari a godersi il brutto spettacolo di un uomo adulto che soccombe sotto i colpi furiosi dei ragazzi fino a morire. Ma l’effetto branco è sicuramente la prima molla che li muove e li contagia. E ogni branco ha sempre un capo-branco, o forse due, cioè qualcuno che dà l’esempio e indica la linea da violare, individua il nemico o l’ostacolo da abbattere e sveglia la molla bestiale che è in loro, dà inizio al massacro, come se fosse una festa crudele, invita all’imitazione e al rito tribale.
Ma si può uccidere per così poco un essere umano di cui non sai nulla, che non ti ha mai fatto nulla, che ti ha solo detto di non fare danni, non far del male e non farvi male? Cos’è per loro un uomo, non è un loro simile, uno che vive, fatica, ama, soffre, ha il suo mondo e i suoi affetti proprio come te? No, lui è solo un’ombra molesta, un ostacolo da abbattere, come nei videogiochi; e a differenza della vetrina che subisce inerte il loro scempio, è uno che osa mettere in discussione la tua libertà e frenare i tuoi desideri. Ma non ti ricorda, quell’uomo che hai pestato a sangue, tuo padre, tua madre, un amico o una persona a cui sei affezionato, non ti dice nulla l’umanità che avete in comune, non provi nulla davanti a qualcuno che soffre, per giunta a causa tua, non vedi la sproporzione gigantesca tra un piccolo bisticcio e la soppressione definitiva di una persona? E non ti sembra da vigliacchi pestarlo in branco? Non hai nessun codice elementare di vita, nessuna residua, istintiva pietà, nessun freno o nessun senso del limite che a un certo punto, quando lo vedi a terra, inerme e ferito, ti spinge a fermarti? Nessuno ti ha insegnato nulla o nessuno è riuscito a insegnarti nulla? Da chi attingi i tuoi modelli di vita, dalla tv, dai social, dalla scuola, dalla famiglia, dal rione? Ma come vivi, cosa dà significato e valore alla tua vita e a quella degli altri, vale solo quel che ti passa in quel momento per la testa e per le mani? Pensi pure tu, come quel tredicenne di Bergamo che scriveva prima di aggredire l’insegnante e progettare l’uccisione dei suoi genitori, che «conto solo io, gli altri sono nulla»? Non ti fa nessun effetto che con lui c’era anche sua moglie e soprattutto c’era un bambino, suo figlio; non ti sei neanche per un momento messo nei suoi panni, per capire come avrà sofferto davanti a quella scena, quanto dolore e forse quanto odio impotente, che è il peggiore delle forme di odio accumulate nel tempo, gli hai trasmesso per tutta la sua vita, massacrandogli il padre davanti ai suoi occhi?
Mentre scrivo queste parole so che sto parlando al vento o so che potrà ascoltarmi e magari capirmi solo chi non avrebbe mai compiuto un massacro del genere, non certo quei ragazzi; so che le parole rimbalzano nel vuoto quando hanno davanti il nulla più sordo e più cieco; se potessero, costoro ucciderebbero anche me. So che ogni frase rivolta a loro cade in una terra straniera, come se mi rivolgessi a barbari o alieni che non ne capiscono il più basilare significato; so che parliamo due lingue diverse, abitiamo in due mondi diversi anche se in apparenza è lo stesso.
Ma qui la domanda che più preme è l’altra, da cui sono partito. Cosa avrà capito della vita il bambino che ha visto suo padre colpito e ucciso dal branco di ragazzi un po’ più grandi di lui? Che idea si sarà fatto del mondo, dei rapporti tra gli uomini, della legge che vige sulla terra? Che fiducia potrà avere nella vita e nel futuro avendo patito un colpo così letale che gli ha lasciato un macigno così enorme sulle sue spalle? Da grande sarà come suo padre, e cercherà di opporsi al male e di educare a sua volta suo figlio, o sarà come i suoi assassini, per vendicarsi della vita subita e perché ha capito che quello è l’unico modo per stare al mondo, uccidi prima che ti uccidano gli altri, se non sbrani vieni sbranato? Io mi auguro che quel dolore lo renda migliore, lo vaccini dal male, lo conduca a una vita decisamente diversa da quella di chi ha imboccato quel vicolo cieco sull’abisso. Ma non sempre il dolore ci rende migliori, non sempre l’ingiustizia subita, il male patito, vengono ripagati con un più acuto senso della giustizia e un più forte desiderio del bene. Le tragedie educano i migliori, incattiviscono i peggiori, migliorano i più costruttivi, peggiorano i più disfattisti. Conta l’indole, e l’habitat, il mondo circostante, le esperienze successive di vita.
Intanto hanno rubato a quel bambino suo padre, per sempre, e lo hanno prematuramente gettato nella vita, facendolo passare dalla porta peggiore, lasciandogli addosso l’odore nero e acre della disperazione e della vita selvaggia. Spero che gli resti almeno l’esempio di suo padre come un segno benefico lasciato nella sua mente e nella sua anima: a lui è costato la vita insegnare agli altri, a cominciare da suo figlio, il rispetto per le regole, per le cose e per la vita degli altri. Ha fatto il suo dovere di uomo, di padre, di cittadino, esponendosi a un rischio che si è rivelato mortale. Che di quella domenica sera a passeggio, gli resti da adulto almeno la fierezza di essere il figlio di quel Giacomo e la tenerezza indimenticabile di averlo visto morire, in modo così stupido e brutale. Ricordarsi e pensare, con fierezza e tenerezza: di questo vive la nostra umanità.
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