True
2021-11-10
«I clienti del pezzotto frodano mezzo miliardo l'anno»
True
Ansa
«La lotta alla pirateria non conosce momenti di tregua. È come un drago a tante teste, nel momento in cui ne tagliamo una dobbiamo restare vigili affinché non ne nascano altre 3». Il tenente colonnello Luca Petrocchi, Comandante alla guida del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza di Gorizia, spiega alla Verità il fenomeno della pirateria online. Nello specifico quella che consente di guardare – tra l'altro - eventi sportivi gratis, tra cui in particolare le partite del campionato di calcio di serie A. Da almeno 2 giorni, da quando sono uscite indiscrezioni sulla possibilità che Dazn impedisca agli utenti di guardare le partite su un secondo device lontano da casa, si è tornato a parlare dei famosi «pezzotti», ovvero abbonamenti pirata che permettono di guardare tutto quello che si vuole. Si calcola che nel solo 2019 ci siano stati circa 400 milioni di accessi pirata in Italia, per 500 milioni di euro di danni al nostro prodotto interno loro e fino a 200 milioni di euro di mancati introiti fiscali. Lo scorso anno proprio le fiamme gialle di Gorizia hanno portato avanti l'operazione Evil Web. Sono stati sequestrati 58 siti web illegali e 18 canali Telegram a cui vanno ad aggiungersi per la prima volta nel sistema penale italiano tutti i cd "Alias" associati ai domini web di secondo livello. Questa innovazione procedurale, spiega Petrocchi, ha consentito anche nell'arco temporale successivo al sequestro, l'immediata inibizione di centinaia di nuovi domini web illecitamente creati nell'intento di aggirare l'originario provvedimento dell'Autorità Giudiziaria.
Ovvero?
«Le faccio un esempio. Se io ho un sito con un nome (dominio) e ho un seguito di 200.000 o 300.000 persone, nel momento in cui cambia, perché viene sequestrato dall'autorità giudiziaria, tutto questo pubblico rischio di perderlo. Così dopo aver subito il sequestro di un sito ne creo subito un altro, con lo stesso nome ma con un numero diverso (dominio1), e così via. Questo sistema è andato avanti per anni».
Invece adesso qualcosa è cambiato?
«Grazie all'innovativa procedura adottata in ambito giudiziario ora riusciamo a bloccare anche quelli che vengono rigenerati immediatamente. Per almeno una ventina di giorni eravamo riusciti a infierire un duro colpo a questo tipo di pirateria online. Abbiamo fatto un ottimo lavoro e questo lo hanno confermato anche i pirati nelle varie chat di tutto il mondo, Telegram compreso.
Ma non è bastato.
«Nello specifico settore è quasi impossibile trovare collaborazione nei gestori delle varie chat mondiali attualmente esistenti come Telegram. Il più delle volte gli utenti di queste chat che sfruttano i servizi di pirateria informatica, si celano dietro una identità virtuale (nickname). Anche gli organizzatori/gestori dei servizi in parola, nascondono la loro identità dietro a nickname di fantasia e tra loro spesso non si conoscono. I compensi dell'attività illecita ai fini di impedire la ricostruzione della filiera illecita, vengono introitati attraverso i più svariati sistemi, tra cui l'utilizzo di criptovalute, difficili da tracciare».
È un lavoro molto complesso?
«Ci sono diversi tipi di pirateria digitale. Tra questi c'è anche il caso delle cosiddette Iptv che - con una spesa irrisoria o un abbonamento mensile ridicolo chiamato "pezzotto" - permettono agli utenti di guardare migliaia di contenuti multimediali illegali di tutto il mondo, film, eventi sportivi di ogni genere, cartoni e persino quotidiani».
E poi?
«C'è anche il fenomeno delle Apk, applicazioni che vengono installate sui dispositivi mobili, smartphone o Ipad, che permettono di vedere quello che si vuole. In questo caso non si paga alcun compenso per l'accesso, gli introiti da parte dei promotori avvengono grazie alla pubblicità: più clic hanno e più guadagnano. Si sentono dei paladini, dando la possibilità di far accedere ai contenuti illeciti anche a chi non ha soldi».
Quindi ci sono anche i siti dove vedere partite gratuitamente?
«Si, attraverso lo scambio delle sorgenti in rete mediante specifiche applicazioni».
Come partono di solito le indagini?
«La Guardia di Finanza da sempre è molto attenta nei confronti delle frodi online. Ci sono figure specifiche in ogni Nucleo di Polizia Economico Finanziaria ubicati a livello provinciale oltre alla componente specialistica a livello centrale. Abbiamo macchinari all'avanguardia, con postazioni pc e hardware. L'ultima inchiesta condotta dal Nucleo di Gorizia non è partita dal web ma da una persona reale che ha contattato la persona sbagliata…Poi abbiamo iniziato a pedinarlo sul web».
Quindi un'investigazione di un tempo?
«Quella dell'anno scorso è stata un'indagine avveniristica dal punto di vista tecnologico ma che è partita vecchio stampo. In quel caso abbiamo identificato sia Iptv sia Apk. Individuare chi crea queste piattaforme è importante, ma non stiamo trascurando le responsabilità in capo ai clienti, perché solo in questo modo si riesce a debellare questo tipo di pirateria digitale. Colpire i consumatori finali ha un forte potere deterrente, infatti l'attuale quadro normativo sanziona sia chi diffonde che chi beneficia dei contenuti diffusi».
Collaborate anche con l'estero?
«È in corso una rogatoria internazionale con gli Stati Uniti e alcuni stati europei, dove sono stati individuati i server utilizzati per stoccare e diffondere i contenuti pirata».
Dazn vieta di condividere l’account. L’ira degli utenti arriva alla Camera
Le condizioni d'uso di Dazn, quell'elenco chilometrico di clausole e norme che nessuno legge mai, parlano chiarissimo: «L'abbonamento», a stabilirlo è il punto 8.3, «dà diritto all'utilizzo del servizio su un massimo di due dispositivi contemporaneamente». Vuol dire che, a oggi, chi paga è libero di guardare nello stesso momento le partite su una coppia di televisori, un computer più un cellulare, qualsiasi bis di schermi a proprio piacimento, senza altri limiti o paletti. Qualche riga dopo, in verità, viene specificato: «L'utente accetta che i dati di login… non possano essere condivisi con altri». Ma si tratta di un comportamento affidato alla buona volontà di ognuno, non concretamente né tecnicamente osteggiato dalla piattaforma: nessuno impedisce, in via pratica, di cedere la password all'amico, al parente o al collega, con cui magari dividere l'esborso dei 30 euro mensili per la Serie A e il resto del palinsesto sportivo.
Questo, però, dovrebbe essere il passato. Salvo una clamorosa marcia indietro, Dazn avrebbe deciso di permettere la doppia visione solo a chi si aggancia alla stessa rete Internet. Quindi sì a una tv e magari un tablet collegati al medesimo wifi; no se vogliamo entrare dal nostro cellulare connesso alla rete mobile con lo stesso account in uso sulla tv attaccata al modem domestico. Diventa determinante l'Ip, quella sequenza di numeri che identifica ogni connessione: se questa cambia, niente doppietta. Il secondo utente che prova a entrare troverà la porta sbarrata. Pare un meccanismo macchinoso, in realtà è meno difficile di quello che sembra: due persone nella stessa abitazione potranno continuare a guardare le partite su una coppia di dispositivi differenti, magari in stanze diverse; se abitano distanti o se un genitore è a casa, il figlio in vacanza o sull'autobus, dovranno entrambi sottoscrivere un abbonamento.
A livello pratico, gli effetti cominceranno a vedersi intorno a metà dicembre. Una volta arrivata l'ufficialità della decisione, gli iscritti saranno informati via mail del cambiamento delle condizioni di utilizzo per esercitare la facoltà del recesso entro 30 giorni dalla comunicazione (è la voce 2.3 delle condizioni di utilizzo, per i più precisi). Poco più che una formalità: l'abbonamento a Dazn ha una durata mensile, quindi chi non è d'accordo può semplicemente optare per non rinnovarlo.
La manovra del servizio in streaming suona come un ibrido tra una speranza e una scommessa: puntare sul fatto che i nuovi potenziali arrivi siano maggiori degli effettivi addii. Che, a conti fatti, il bacino dei sottoscrittori crescerà. Aumentando i ricavi in modo decisivo e ripagando l'ingente investimento per aggiudicarsi i diritti della Serie A. Ma, anche, contrastando il fenomeno prolifico del traffico degli account, decisamente meno innocente della pratica di condividere la propria utenza con un amico o un congiunto: vari servizi online, intascandosi una commissione, permettono di vendere la password a perfetti sconosciuti, che così possono guardare i contenuti a prezzo tagliato. Secondo stime circolate nelle ultime ore, a ricorrere a questo piano b poco limpido sarebbe il 20% degli spettatori. Non briciole. Tant'è che su mercati come quello spagnolo l'account unico è già la norma, anzi una clausola inserita nel bando di gara per aggiudicarsi i diritti del massimo campionato locale, preservandone la profittabilità.
La notizia dell'addio a quella che tecnicamente si chiama «concurrency», la doppia visione pure a distanza, ha scatenato moltissime polemiche e reazioni di sdegno. Il Codacons ha deciso di «presentare un esposto all'Autorità per le comunicazioni e a quella per la concorrenza affinché si accerti la correttezza dell'operato della società». La ragione è che «si potrebbe profilare un danno per quegli utenti che hanno attivato abbonamenti sulla base di condizioni su cui ora Dazn fa marcia indietro». La deputata Augusta Montaruli di Fratelli d'Italia ha promesso un'interrogazione parlamentare alla luce di «una palese compromissione dei diritti degli abbonati».
Il punto essenziale appare un altro: certo, si è liberi di andarsene, ma per una buona fetta di tifosi la Serie A rimane un piacere irrinunciabile. In moltissimi si sentono sotto lo schiaffo di decisioni calate dall'alto. Non è una riflessione, quanto la sintesi delle proteste riversate sui social network, a cominciare da Twitter, dove ieri l'hashtag #Dazn è diventato subito di tendenza. C'è chi contesta i continui problemi di streaming e la qualità non ottimale delle immagini, reputando inaccettabile un ulteriore sgarbo agli abbonati. Chi percorre la strada dell'ironia: «Dal prossimo dicembre Dazn si potrà impallare su un solo dispositivo». Chi prevede inevitabili assembramenti domestici, chi la butta sul sentimentale, sottolineando come la stessa password abbia fatto sentire sotto lo stesso tetto famiglie geograficamente divise. Fino all'implacabile, definitivo, minaccioso tormentone: «Disdetta Leotta».
Social in subbuglio: «Disdiciamo tutto e torniamo al pezzotto»
Gruppi Whatsapp, Twitter, Facebook, Instagram ieri pullulavano di commenti di protesta contro la decisione presa da Dazn di vietare l'accesso con lo stesso account su un doppio dispositivo. Da «Non potete cambiare i contratti sottoscritti con gli utenti» a «Disdiremo l'abbonamento», fino ai più preoccupanti «Disdico tutto e faccio tutto illegalmente» o «Torniamo tutti sul pezzotto» si leggeva ieri sotto qualunque post pubblicato dall'account Instagram della piattaforma streaming che da quest'anno e per le prossime due stagioni detiene tutti i diritti televisivi della Serie A.
E se tra le motivazioni che hanno spinto Dazn a correggere il tiro in merito al passaggio da due a un solo dispositivo ci sarebbe quella di proteggersi dalla pirateria, considerata la presenza in rete di alcuni servizi che su commissione vendono accessi a un prezzo inferiore a quello richiesto da Dazn - il 20% di utenti ne farebbe uso secondo una stima - dall'altro lato potrebbe palesarsi il rischio di vedere aumentare il passaggio ai servizi di streaming illegali che si trovano in giro per il web. Il pezzotto, appunto. Il pezzotto è una piattaforma pirata dove si possono trovare contenuti trasmessi sulle pay tv, come in questo caso Dazn, ma anche Sky, Netflix, Disney+ per accedere a partite, film o serie tv. In che modo? Con un decoder che riceve il segnale di questi canali televisivi e li ricodifica per distribuirli in maniera illegale.
Una pratica illecita che, come dimostrato da un'indagine condotta dalla Fapav - Federazione per la tutela dei contenuti audiovisivi - oggi conta 2 milioni di abbonamenti pirata e genera circa 700 milioni di euro di perdite alle tv, e che può portare, non solo chi gestisce queste piattaforme, ma anche chi ne usufruisce ad andare incontro a pesanti sanzioni, civili e penali. Tra i reati di cui si può essere accusati c'è quello di ricettazione che può comportare una multa di 25.000 euro e fino a 8 anni di reclusione.
Sul fenomeno restano sempre vigili gli occhi della Polizia postale e della Guardia di finanza che attraverso gli strumenti a disposizione possono risalire agli utenti che usufruiscono di contenuti piratati tracciandone gli indirizzi Ip, ma anche i movimenti delle carte di credito con cui acquistano il pezzotto.
Continua a leggereRiduci
Il tenente colonnello Luca Petrocchi, Comandante alla guida del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza di Gorizia, spiega: «Colpire i consumatori finali ha un forte potere deterrente, infatti l'attuale quadro normativo sanziona sia chi diffonde che chi beneficia dei contenuti diffusi».Svolta anti pirateria di Dazn: non si potrà più usare un solo abbonamento su due dispositivi connessi a reti diverse. Clienti furiosi: «Diritti compromessi». Annunciata un'interrogazione parlamentare.Sui social la rabbia degli utenti che minacciano: «Disdiciamo e guardiamo le partite sul pezzotto».Lo speciale contiene tre articoli.«La lotta alla pirateria non conosce momenti di tregua. È come un drago a tante teste, nel momento in cui ne tagliamo una dobbiamo restare vigili affinché non ne nascano altre 3». Il tenente colonnello Luca Petrocchi, Comandante alla guida del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza di Gorizia, spiega alla Verità il fenomeno della pirateria online. Nello specifico quella che consente di guardare – tra l'altro - eventi sportivi gratis, tra cui in particolare le partite del campionato di calcio di serie A. Da almeno 2 giorni, da quando sono uscite indiscrezioni sulla possibilità che Dazn impedisca agli utenti di guardare le partite su un secondo device lontano da casa, si è tornato a parlare dei famosi «pezzotti», ovvero abbonamenti pirata che permettono di guardare tutto quello che si vuole. Si calcola che nel solo 2019 ci siano stati circa 400 milioni di accessi pirata in Italia, per 500 milioni di euro di danni al nostro prodotto interno loro e fino a 200 milioni di euro di mancati introiti fiscali. Lo scorso anno proprio le fiamme gialle di Gorizia hanno portato avanti l'operazione Evil Web. Sono stati sequestrati 58 siti web illegali e 18 canali Telegram a cui vanno ad aggiungersi per la prima volta nel sistema penale italiano tutti i cd "Alias" associati ai domini web di secondo livello. Questa innovazione procedurale, spiega Petrocchi, ha consentito anche nell'arco temporale successivo al sequestro, l'immediata inibizione di centinaia di nuovi domini web illecitamente creati nell'intento di aggirare l'originario provvedimento dell'Autorità Giudiziaria. Ovvero?«Le faccio un esempio. Se io ho un sito con un nome (dominio) e ho un seguito di 200.000 o 300.000 persone, nel momento in cui cambia, perché viene sequestrato dall'autorità giudiziaria, tutto questo pubblico rischio di perderlo. Così dopo aver subito il sequestro di un sito ne creo subito un altro, con lo stesso nome ma con un numero diverso (dominio1), e così via. Questo sistema è andato avanti per anni».Invece adesso qualcosa è cambiato?«Grazie all'innovativa procedura adottata in ambito giudiziario ora riusciamo a bloccare anche quelli che vengono rigenerati immediatamente. Per almeno una ventina di giorni eravamo riusciti a infierire un duro colpo a questo tipo di pirateria online. Abbiamo fatto un ottimo lavoro e questo lo hanno confermato anche i pirati nelle varie chat di tutto il mondo, Telegram compreso.Ma non è bastato.«Nello specifico settore è quasi impossibile trovare collaborazione nei gestori delle varie chat mondiali attualmente esistenti come Telegram. Il più delle volte gli utenti di queste chat che sfruttano i servizi di pirateria informatica, si celano dietro una identità virtuale (nickname). Anche gli organizzatori/gestori dei servizi in parola, nascondono la loro identità dietro a nickname di fantasia e tra loro spesso non si conoscono. I compensi dell'attività illecita ai fini di impedire la ricostruzione della filiera illecita, vengono introitati attraverso i più svariati sistemi, tra cui l'utilizzo di criptovalute, difficili da tracciare».È un lavoro molto complesso?«Ci sono diversi tipi di pirateria digitale. Tra questi c'è anche il caso delle cosiddette Iptv che - con una spesa irrisoria o un abbonamento mensile ridicolo chiamato "pezzotto" - permettono agli utenti di guardare migliaia di contenuti multimediali illegali di tutto il mondo, film, eventi sportivi di ogni genere, cartoni e persino quotidiani».E poi?«C'è anche il fenomeno delle Apk, applicazioni che vengono installate sui dispositivi mobili, smartphone o Ipad, che permettono di vedere quello che si vuole. In questo caso non si paga alcun compenso per l'accesso, gli introiti da parte dei promotori avvengono grazie alla pubblicità: più clic hanno e più guadagnano. Si sentono dei paladini, dando la possibilità di far accedere ai contenuti illeciti anche a chi non ha soldi».Quindi ci sono anche i siti dove vedere partite gratuitamente?«Si, attraverso lo scambio delle sorgenti in rete mediante specifiche applicazioni».Come partono di solito le indagini?«La Guardia di Finanza da sempre è molto attenta nei confronti delle frodi online. Ci sono figure specifiche in ogni Nucleo di Polizia Economico Finanziaria ubicati a livello provinciale oltre alla componente specialistica a livello centrale. Abbiamo macchinari all'avanguardia, con postazioni pc e hardware. L'ultima inchiesta condotta dal Nucleo di Gorizia non è partita dal web ma da una persona reale che ha contattato la persona sbagliata…Poi abbiamo iniziato a pedinarlo sul web».Quindi un'investigazione di un tempo?«Quella dell'anno scorso è stata un'indagine avveniristica dal punto di vista tecnologico ma che è partita vecchio stampo. In quel caso abbiamo identificato sia Iptv sia Apk. Individuare chi crea queste piattaforme è importante, ma non stiamo trascurando le responsabilità in capo ai clienti, perché solo in questo modo si riesce a debellare questo tipo di pirateria digitale. Colpire i consumatori finali ha un forte potere deterrente, infatti l'attuale quadro normativo sanziona sia chi diffonde che chi beneficia dei contenuti diffusi».Collaborate anche con l'estero?«È in corso una rogatoria internazionale con gli Stati Uniti e alcuni stati europei, dove sono stati individuati i server utilizzati per stoccare e diffondere i contenuti pirata». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dazn-2655532306.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="dazn-vieta-di-condividere-laccount-lira-degli-utenti-arriva-alla-camera" data-post-id="2655532306" data-published-at="1636560922" data-use-pagination="False"> Dazn vieta di condividere l’account. L’ira degli utenti arriva alla Camera Le condizioni d'uso di Dazn, quell'elenco chilometrico di clausole e norme che nessuno legge mai, parlano chiarissimo: «L'abbonamento», a stabilirlo è il punto 8.3, «dà diritto all'utilizzo del servizio su un massimo di due dispositivi contemporaneamente». Vuol dire che, a oggi, chi paga è libero di guardare nello stesso momento le partite su una coppia di televisori, un computer più un cellulare, qualsiasi bis di schermi a proprio piacimento, senza altri limiti o paletti. Qualche riga dopo, in verità, viene specificato: «L'utente accetta che i dati di login… non possano essere condivisi con altri». Ma si tratta di un comportamento affidato alla buona volontà di ognuno, non concretamente né tecnicamente osteggiato dalla piattaforma: nessuno impedisce, in via pratica, di cedere la password all'amico, al parente o al collega, con cui magari dividere l'esborso dei 30 euro mensili per la Serie A e il resto del palinsesto sportivo. Questo, però, dovrebbe essere il passato. Salvo una clamorosa marcia indietro, Dazn avrebbe deciso di permettere la doppia visione solo a chi si aggancia alla stessa rete Internet. Quindi sì a una tv e magari un tablet collegati al medesimo wifi; no se vogliamo entrare dal nostro cellulare connesso alla rete mobile con lo stesso account in uso sulla tv attaccata al modem domestico. Diventa determinante l'Ip, quella sequenza di numeri che identifica ogni connessione: se questa cambia, niente doppietta. Il secondo utente che prova a entrare troverà la porta sbarrata. Pare un meccanismo macchinoso, in realtà è meno difficile di quello che sembra: due persone nella stessa abitazione potranno continuare a guardare le partite su una coppia di dispositivi differenti, magari in stanze diverse; se abitano distanti o se un genitore è a casa, il figlio in vacanza o sull'autobus, dovranno entrambi sottoscrivere un abbonamento. A livello pratico, gli effetti cominceranno a vedersi intorno a metà dicembre. Una volta arrivata l'ufficialità della decisione, gli iscritti saranno informati via mail del cambiamento delle condizioni di utilizzo per esercitare la facoltà del recesso entro 30 giorni dalla comunicazione (è la voce 2.3 delle condizioni di utilizzo, per i più precisi). Poco più che una formalità: l'abbonamento a Dazn ha una durata mensile, quindi chi non è d'accordo può semplicemente optare per non rinnovarlo. La manovra del servizio in streaming suona come un ibrido tra una speranza e una scommessa: puntare sul fatto che i nuovi potenziali arrivi siano maggiori degli effettivi addii. Che, a conti fatti, il bacino dei sottoscrittori crescerà. Aumentando i ricavi in modo decisivo e ripagando l'ingente investimento per aggiudicarsi i diritti della Serie A. Ma, anche, contrastando il fenomeno prolifico del traffico degli account, decisamente meno innocente della pratica di condividere la propria utenza con un amico o un congiunto: vari servizi online, intascandosi una commissione, permettono di vendere la password a perfetti sconosciuti, che così possono guardare i contenuti a prezzo tagliato. Secondo stime circolate nelle ultime ore, a ricorrere a questo piano b poco limpido sarebbe il 20% degli spettatori. Non briciole. Tant'è che su mercati come quello spagnolo l'account unico è già la norma, anzi una clausola inserita nel bando di gara per aggiudicarsi i diritti del massimo campionato locale, preservandone la profittabilità. La notizia dell'addio a quella che tecnicamente si chiama «concurrency», la doppia visione pure a distanza, ha scatenato moltissime polemiche e reazioni di sdegno. Il Codacons ha deciso di «presentare un esposto all'Autorità per le comunicazioni e a quella per la concorrenza affinché si accerti la correttezza dell'operato della società». La ragione è che «si potrebbe profilare un danno per quegli utenti che hanno attivato abbonamenti sulla base di condizioni su cui ora Dazn fa marcia indietro». La deputata Augusta Montaruli di Fratelli d'Italia ha promesso un'interrogazione parlamentare alla luce di «una palese compromissione dei diritti degli abbonati». Il punto essenziale appare un altro: certo, si è liberi di andarsene, ma per una buona fetta di tifosi la Serie A rimane un piacere irrinunciabile. In moltissimi si sentono sotto lo schiaffo di decisioni calate dall'alto. Non è una riflessione, quanto la sintesi delle proteste riversate sui social network, a cominciare da Twitter, dove ieri l'hashtag #Dazn è diventato subito di tendenza. C'è chi contesta i continui problemi di streaming e la qualità non ottimale delle immagini, reputando inaccettabile un ulteriore sgarbo agli abbonati. Chi percorre la strada dell'ironia: «Dal prossimo dicembre Dazn si potrà impallare su un solo dispositivo». Chi prevede inevitabili assembramenti domestici, chi la butta sul sentimentale, sottolineando come la stessa password abbia fatto sentire sotto lo stesso tetto famiglie geograficamente divise. Fino all'implacabile, definitivo, minaccioso tormentone: «Disdetta Leotta». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dazn-2655532306.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="social-in-subbuglio-disdiciamo-tutto-e-torniamo-al-pezzotto" data-post-id="2655532306" data-published-at="1636562026" data-use-pagination="False"> Social in subbuglio: «Disdiciamo tutto e torniamo al pezzotto» Gruppi Whatsapp, Twitter, Facebook, Instagram ieri pullulavano di commenti di protesta contro la decisione presa da Dazn di vietare l'accesso con lo stesso account su un doppio dispositivo. Da «Non potete cambiare i contratti sottoscritti con gli utenti» a «Disdiremo l'abbonamento», fino ai più preoccupanti «Disdico tutto e faccio tutto illegalmente» o «Torniamo tutti sul pezzotto» si leggeva ieri sotto qualunque post pubblicato dall'account Instagram della piattaforma streaming che da quest'anno e per le prossime due stagioni detiene tutti i diritti televisivi della Serie A.E se tra le motivazioni che hanno spinto Dazn a correggere il tiro in merito al passaggio da due a un solo dispositivo ci sarebbe quella di proteggersi dalla pirateria, considerata la presenza in rete di alcuni servizi che su commissione vendono accessi a un prezzo inferiore a quello richiesto da Dazn - il 20% di utenti ne farebbe uso secondo una stima - dall'altro lato potrebbe palesarsi il rischio di vedere aumentare il passaggio ai servizi di streaming illegali che si trovano in giro per il web. Il pezzotto, appunto. Il pezzotto è una piattaforma pirata dove si possono trovare contenuti trasmessi sulle pay tv, come in questo caso Dazn, ma anche Sky, Netflix, Disney+ per accedere a partite, film o serie tv. In che modo? Con un decoder che riceve il segnale di questi canali televisivi e li ricodifica per distribuirli in maniera illegale.Una pratica illecita che, come dimostrato da un'indagine condotta dalla Fapav - Federazione per la tutela dei contenuti audiovisivi - oggi conta 2 milioni di abbonamenti pirata e genera circa 700 milioni di euro di perdite alle tv, e che può portare, non solo chi gestisce queste piattaforme, ma anche chi ne usufruisce ad andare incontro a pesanti sanzioni, civili e penali. Tra i reati di cui si può essere accusati c'è quello di ricettazione che può comportare una multa di 25.000 euro e fino a 8 anni di reclusione.Sul fenomeno restano sempre vigili gli occhi della Polizia postale e della Guardia di finanza che attraverso gli strumenti a disposizione possono risalire agli utenti che usufruiscono di contenuti piratati tracciandone gli indirizzi Ip, ma anche i movimenti delle carte di credito con cui acquistano il pezzotto.
Un braccio di mare lungo 50 chilometri e largo massimo 26, da cui transita quasi il 12% del commercio mondiale marittimo di petrolio. È un passaggio che, sulla direttrice che porta al canale di Suez e quindi al Mediterraneo, insiste sul Mar Rosso già presidiato dalle navi Usa e dalla missione europea Aspides. Le quali si sono rivelate insufficienti a neutralizzare le doti offensive del nemico: tra il 2024 e il 2025, gli Huthi hanno affondato quattro imbarcazioni; intanto, la coalizione occidentale ha speso oltre un miliardo di dollari in testate antimissile e antiaeree. Il giudizio di Reuters, che ne ha scritto pochi giorni fa, è stato definitivo: si parla di proteggere Hormuz, ma il «tentativo simile» nel Mar Rosso «alla fine è fallito».
La nuova escalation del conflitto in Medio Oriente ci espone, in quanto italiani ed europei, anche sul piano militare. Inutile nascondersi: quando l’Ue e il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, hanno risposto all’appello di Donald Trump per il Golfo proponendo di rafforzare Aspides, lo hanno fatto anche per trarsi d’impaccio dalla polveriera di Hormuz. Ma ora la stessa tensione potrebbe riproporsi a Bab el-Mandeb. E noi ci siamo dentro fino al collo.
«Gli Huthi non hanno la capacità per bloccare lo Stretto come hanno fatto gli iraniani», spiega alla Verità il direttore di Analisi Difesa, Gianandrea Gaiani. Tuttavia, segnala il generale Marco Bartolini, «un’operazione che si svolge in mare chiuso, lungo costa, dove ci si trova costantemente sotto tiro, presenta difficoltà molto maggiori rispetto a una in mare aperto». I ribelli hanno a disposizione sciami di droni e missili da crociera in abbondanza. La nostra incognita riguarda proprio gli approvvigionamenti. Per rispondere agli attacchi dovremmo utilizzare, continua Gaiani, «cannoni con munizionamento antidrone e missili da difesa aerea». Pietro Batacchi, direttore di Rivista Italiana Difesa, sottolinea che, contro i velivoli senza pilota, abbiamo già usato, «con grande soddisfazione, il cannone da 76 millimetri, reso ancor più efficace dal munizionamento guidato. Tant’è che Leonardo ne ha prodotto anche una versione terrestre», oltre a quella per le navi. Tuttavia, avverte Gaiani, «noi abbiamo un problema di quantità. Già l’anno scorso, gli americani hanno provato a colpire depositi e infrastrutture degli Huthi, a differenza degli europei, che si limitavano ad abbattere le minacce sul mare. Ma persino gli statunitensi hanno finito i missili antiaerei sulle navi e, nonostante i raid, non hanno distrutto i depositi sotterranei degli Huthi. Per riuscire nell’intento, bisognerebbe avere molte navi, con molti missili e con molti proiettili; cosa che nessuno, oggi, ha».
Prima che si aprissero le ostilità con Teheran, gli Usa erano riusciti a raggiungere un accordo con i ribelli: voi non provate a colpire i natanti, noi smettiamo di colpire voi. Il punto è che, alla luce delle permanenti insidie, alle quali le compagnie assicurative hanno peraltro risposto prontamente, sospendendo in vari casi le polizze, molti mercantili hanno già smesso di avventurarsi nel Mar Rosso, preferendo circumnavigare l’Africa. Aggirare il pericolo, però, comporta un aggravio di costi indipendente dall’effettivo blocco manu militari di Bab el-Mandem. La minaccia di chiudere lo Stretto è essa stessa la chiusura dello Stretto.
Il nostro Paese, protagonista di alcuni interventi a protezione delle imbarcazioni civili, ha contribuito ad Aspides con i pezzi d’élite della Marina, tra cui i cacciatorpediniere lanciamissili Caio Duilio e Andrea Doria e le fregate Virginio Fasan e Federico Martinengo. Roma svolge un ruolo da protagonista: la guida della missione, il 2 luglio 2025, era stata trasferita dal contrammiraglio greco Michail Pantouvakis al contrammiraglio italiano Andrea Quondamatteo; il comando tattico, invece, è in capo a un gruppo composto da otto Paesi membri e, lo scorso 14 marzo, a bordo della frega italiana Luigi Rizzo, che fungerà da quartier generale, è stato affidato al contrammiraglio friulano Milos Argenton. Il 23 febbraio, cinque giorni prima che Trump iniziasse a bersagliare l’Iran, l’Ue aveva prorogato Aspides fino al 28 febbraio 2027, stanziando altri 15 milioni. Poi, è arrivata la promessa di potenziarla con più navi e migliori capacità d’intercettazione dei vettori nemici. Sarebbe più difficile adattarne il mandato giuridico: Bruxelles si vanta di aver varato un’operazione puramente difensiva, che in quanto tale, però, non può rendere gli Huthi inoffensivi. Adesso, oltre ad aver subìto una guerra che non voleva, l’Europa potrebbe essere anche costretta a combatterla.
Continua a leggereRiduci
Ilaria Salis con Angelo Bonelli (Ansa)
I fatti, per chi ha ancora la pazienza di frequentarli, dicono questo: le forze dell’ordine si presentano all’alba per un controllo preventivo, atto dovuto dopo una segnalazione internazionale. La polizia tedesca aveva emanato qualche settimana fa un alert nei confronti della Salis - il motivo non è noto - che è scattato in automatico nel momento in cui la signora ha presentato i documenti nell’albergo romano in cui ha soggiornato per partecipare alla manifestazione «No Kings» indetta dalle sinistre contro le guerre. In base ai trattati internazionali, l’Italia non poteva che aderire alla richiesta, insomma routine amministrativa, roba che capita a chiunque abbia un curriculum giudiziario «movimentato» all’estero. Ma per la Salis no. Per lei è «Stato di polizia», è il «regime della Meloni» che le bussa alla porta per intimidirla. Insomma, la solita cagnara.
Siamo alle solite: la sinistra ha bisogno di martiri come l’ossigeno e, se non ci sono, se li inventa. Non le è bastato farsi eleggere per sfuggire alle carceri ungheresi - operazione simpatia riuscita grazie alla complicità di chi scambia l’antifascismo militante con il diritto a spaccare teste -, ora pretende anche un’immunità speciale: quella dal buon senso. Secondo la narrazione di Avs, un’europarlamentare dovrebbe essere intoccabile, una sorta di divinità laica sopra ogni controllo, specialmente se quel controllo ricorda al mondo che il suo passato non è esattamente quello di una damigella di San Vincenzo.
La verità è che la Salis soffre di una forma acuta di narcisismo politico che, per altro, ha trasformato una banale richiesta di documenti in una «perquisizione» mai avvenuta (gli agenti sono rimasti sulla porta della camera). Ogni divisa è un nemico, ogni regola è un sopruso, ogni procedura è un attentato alla democrazia. Grida al regime mentre siede comodamente su uno scranno pagato dai contribuenti europei, gli stessi a cui chiede di ignorare le accuse pendenti a Budapest.
La questura ha chiarito subito: «atto dovuto». Ma per la «maestrina» e per i suoi sponsor, la chiarezza è un optional fastidioso. Meglio urlare alla dittatura, meglio alimentare il fuoco di una piazza che non aspetta altro che un pretesto per incendiare il clima. Cara Salis, rassegnati: farsi controllare i documenti non è una persecuzione politica, è la legge. Quella cosa che per voi vale solo quando colpisce gli avversari, ma che diventa «fascismo» quando osa bussare alla vostra porta.
Continua a leggereRiduci