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2024-10-29
Crollo Volkswagen, chiudono 3 fabbriche su 10
Volkswagen chiuderà tre fabbriche in Germania. Benvenuti nel futuro del Green Deal Automotive. Accolta dal totale silenzio di Bruxelles, è arrivata la notizia che il colosso dell’auto tedesca, colpita dalla crisi dell’auto elettrica sulla quale peraltro ha investito miliardi di euro andati persi per la mancanza di una risposta da parte del mercato e della concorrenza a basso costo della Cina, sarà costretto a chiudere almeno tre stabilimenti. Ma la cura da cavallo non finisce qui. I vertici del gruppo intendono tagliare gli stipendi del 10% e congelare le retribuzioni per i prossimi due anni. La scure coinvolgerebbe, secondo il quotidiano Bild, anche l’indennità mensile di 167 euro di quadri e dirigenti e i bonus legati all’anzianità per un taglio complessivo del 18% della busta paga. Immediata la reazione dei sindacati che hanno fermato per un’ora la produzione in tutti gli impianti del gruppo.
La decisione era già nell’aria, anticipata da una serie di indiscrezioni circolate nelle ultime settimane ma si pensava più a una minaccia che ad una reale intenzione dell’azienda. Ieri è arrivata la conferma di alcuni quotidiani dal Bild al Die Welt che hanno riportato le dichiarazioni della presidente del Consiglio di fabbrica del Gruppo, Daniela Cavallo, ad un incontro informativo con i lavoratori a Wolfsburg. «Nessuno è più al sicuro, tutti i siti saranno ridimensionati», ha detto lapidaria la sindacalista più importante della Germania, figlia di immigrati calabresi, chiamata a gestire la crisi della Volkswagen. A rischio ci sono decine di migliaia di posti i lavoro. In bilico, in particolare, lo stabilimento di Osnabrueck, che di recente ha perso una commessa sperata da Porsche. La Volkswagen ha circa 120.000 dipendenti in Germania di cui la metà a Wolfsburg e gestisce nel suo Paese un totale di dieci stabilimenti, di cui sei in Bassa Sassonia, tre in Sassonia e uno in Assia. La casa del’automotive avrebbe in mente, secondo le ricostruzioni, un taglio dei costi per 4 miliardi di euro. La notizia della chiusura degli stabilimenti era di fatto annunciata. A settembre scorso lo stop all’impianto Audi a Bruxelles (3.000 addetti) uno dei marchi del gigante tedesco, poi la cancellazione del programma di sicurezza del lavoro, un accordo che per oltre 30 anni ha impedito licenziamenti non concordati. E già allora Cavallo aveva avvertito: «Non ci saranno licenziamenti obbligatori. Difenderemo ferocemente i posti di lavoro». Venerdì Porsche ha detto che sta valutando tagli ai costi e rivedendo la sua gamma di modelli dopo il crollo dei profitti a causa della scarsa domanda in Cina.
È con questo scenario che si confronta il sindacato.
«È una profonda pugnalata al cuore dei lavoratori», ha commentato il responsabile distrettuale dell’IG Metall, Thorsten Gröger. «Questi piani aggressivi sono inaccettabili e rappresentano una rottura con tutto ciò che abbiamo sperimentato in azienda negli ultimi decenni. Ci aspettiamo concetti validi per il futuro al tavolo delle trattative». Un tavolo previsto per domani, a Wolfsburg, per il secondo round di contrattazione collettiva.
Ma Groeger ha minacciato, secondo quanto riporta Handelsblatt, che se «mercoledì VW confermerà il suo percorso distopico, dovrà aspettarsi le dovute conseguenze da parte nostra».
Il governo getta acqua sul fuoco. «Che Vw sia in una situazione difficile è risaputo. Ma per ora non ci sono notizie ufficiali e dobbiamo aspettare che l’azienda chiarisca», ha detto il portavoce del Cancelliere tedesco Olaf Scholz, Wolfgang Buechner.
Domani Volkswagen dovrebbe comunicare i risultati del terzo trimestre e si prevede un bagno di sangue con un calo di vendite e profitti. Il gruppo ha recentemente emesso il suo secondo profit warning in appena tre mesi.
Intanto il settore metallurgico è sulle barricate. Oggi scioperano 3,9 milioni di lavoratori, tra cui quelli dello stabilimento Volkswagen di Osnabuck a rischio chiusura, che rientra nel contratto collettivo del settore metallurgico. Il sindacato Ig Metall chiede un aumento del 7% dei salari per i prossimi dodici mesi per recuperare l’inflazione. La mobilitazione arriva dopo che la trattativa si è impantanata. Gli imprenditori hanno proposto un aumento del 3,6% su un periodo di 27 mesi con una prima tranche dell’1,7% per luglio 2025, citando bassi livelli di produzione e la mancanza di ordini. Un’offerta che il sindacato reputa «insufficiente» come pure respinge lo scaglionamento della prima tranche a luglio prossimo.
C’è da chiedersi quanto il caso Volkswagen sia destinato ad essere un precedente per gli stabilimenti Stellantis in Italia. Anche il ceo Carlos Tavares ha parlato di tagli alla produzione per rispettare i nuovi target delle emissioni e in assenza di domanda di auto elettriche. Tagli, inevitabilmente, anche di personale. Sul settore in crisi piomba anche la notizia, denunciata dall’Anfia, l’associazione dell’industria dell’auto, che la manovra economica ha tagliato 4,6 miliardi al Fondo Automotive destinato all'adozione di misure a sostegno della riconversione della filiera. È un cambio di strategia o si stanno recuperando risorse in un comparto in cui la discontinuità con il passato non si è ancora vista?
Poche materie prime e troppa CO2. Il piano ecologico Ue è già un flop
Pochi giorni fa l’Agenzia Internazionale per l’Energia (Iea), in un rapporto sulla transizione energetica, celebrava con grande enfasi «L’era dell’energia elettrica», in contrapposizione all’era dei combustibili fossili che, secondo l’agenzia, è destinata a una rapida fine. Ebbene, ora arriva un report di McKinsey che mette in fila tutti i motivi per cui tale celebrazione appare quanto meno prematura, e, soprattutto, evidenzia le gravi criticità del progetto mondiale di elettrificazione dei consumi energetici allo scopo di ridurre le emissioni.
Il rapporto di McKinsey «Global Energy Perspective 2024» spiega che le emissioni non stanno scendendo abbastanza rapidamente, rispetto alla traiettoria disegnata dalla stessa Iea in accordo con gli impegni presi con gli Accordi di Parigi del 2015. Nonostante gli investimenti, gli impegni dei politici, quelli della finanza e delle imprese, le emissioni non scendono, anzi continuano a salire e potrebbero farlo fino al 2035.
Già da questo primo punto si percepisce la sproporzione tra mezzi utilizzati e risultati ottenuti. Poi, prosegue il rapporto, la domanda di energia crescerà del 18% da qui al 2050, ma con grandi differenze. In particolare, in Europa la deindustrializzazione in atto potrebbe provocare addirittura un calo della domanda di energia. In particolare, il 40% del previsto aumento nel consumo di energia elettrica previsto al 2030 in Europa potrebbe non materializzarsi mai.
Il rapporto spiega anche che la domanda di combustibili fossili, che era prevista in calo a partire dalla fine di questi anni Venti, in realtà proseguirà piatta almeno fino al 2035 e in ogni caso al 2050 rappresenterà ancora tra il 40 e il 60% della domanda di energia. Questo significa che gli investimenti in gas e petrolio continueranno, e che devono farlo per sostenere la transizione, che altrimenti rischierebbe di trovarsi senza energia sufficiente.
Già sino a qui le previsioni di McKinsey mostrano un quadro assai critico della situazione della transizione. Ma non è finita. Si segnala un grave ritardo delle fonti alternative, come idrogeno (che è un prodotto che richiede investimenti cospicui), biometano, biocarburanti. Anche l’energia nucleare, che pure rappresenta una componente essenziale della transizione, incontra degli ostacoli, soprattutto di natura politica, e non si sta ancora sviluppando come sarebbe necessario. Afferma McKinsey, poi, che la geopolitica delle materie prime ostacola la transizione: posizioni di quasi monopolio nell’estrazione o nella lavorazione dei materiali critici necessari alla transizione si stanno rivelando un freno per i progetti occidentali in particolare. Allo stesso tempo, lo sviluppo di catene di fornitura alternative sui materiali critici e il soddisfacimento della nuova domanda legata ai dispositivi di accumulo e alle reti richiede tempi lunghi e investimenti cospicui, che ancora non si vedono.
Il rapporto fornisce anche una spiegazione, per questo, che è del resto una spiegazione che qui avevamo già dato più volte in passato: l’incertezza sulla domanda a lungo termine, che crea esitazione tra gli investitori e indebolisce l’appetito per nuove attività di estrazione e raffinazione. In altre parole, se i prezzi delle materie prime non salgono, per via di una domanda robusta nel lungo termine, le imprese non investono perché opererebbero in perdita. Vi è dunque il paradosso che ci viene raccontato per cui la transizione dovrebbe far scendere i prezzi ma non ci può essere transizione se i prezzi delle materie prime non salgono.
Notevole anche quanto dice McKinsey sul costo delle emissioni: oggi i permessi di emissione costano ancora troppo poco, rispetto alle necessità di disincentivare l’utilizzo degli idrocarburi. Solo un aumento consistente dei costi associati all’Emission trading system può rappresentare una spinta. Il che significa, di nuovo, che i costi devono aumentare.
Il progetto mondiale di decarbonizzazione, insomma, arriva alla vigilia della COP29 in serie difficoltà, mostrando tutti i suoi limiti, i rischi e i costi.
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I tedeschi zavorrati dal flop delle vetture a batteria e dalla concorrenza cinese annunciano la chiusura del 30% degli stabilimenti, la riduzione del 10% degli stipendi e il trasferimento di attività all’estero. I fornitori in Italia: ridotto di 4,6 miliardi il fondo automotive.Report McKinsey: la domanda di fonti fossili resiste, idrogeno e biocarburanti stentano.Lo speciale contiene due articoli.Volkswagen chiuderà tre fabbriche in Germania. Benvenuti nel futuro del Green Deal Automotive. Accolta dal totale silenzio di Bruxelles, è arrivata la notizia che il colosso dell’auto tedesca, colpita dalla crisi dell’auto elettrica sulla quale peraltro ha investito miliardi di euro andati persi per la mancanza di una risposta da parte del mercato e della concorrenza a basso costo della Cina, sarà costretto a chiudere almeno tre stabilimenti. Ma la cura da cavallo non finisce qui. I vertici del gruppo intendono tagliare gli stipendi del 10% e congelare le retribuzioni per i prossimi due anni. La scure coinvolgerebbe, secondo il quotidiano Bild, anche l’indennità mensile di 167 euro di quadri e dirigenti e i bonus legati all’anzianità per un taglio complessivo del 18% della busta paga. Immediata la reazione dei sindacati che hanno fermato per un’ora la produzione in tutti gli impianti del gruppo.La decisione era già nell’aria, anticipata da una serie di indiscrezioni circolate nelle ultime settimane ma si pensava più a una minaccia che ad una reale intenzione dell’azienda. Ieri è arrivata la conferma di alcuni quotidiani dal Bild al Die Welt che hanno riportato le dichiarazioni della presidente del Consiglio di fabbrica del Gruppo, Daniela Cavallo, ad un incontro informativo con i lavoratori a Wolfsburg. «Nessuno è più al sicuro, tutti i siti saranno ridimensionati», ha detto lapidaria la sindacalista più importante della Germania, figlia di immigrati calabresi, chiamata a gestire la crisi della Volkswagen. A rischio ci sono decine di migliaia di posti i lavoro. In bilico, in particolare, lo stabilimento di Osnabrueck, che di recente ha perso una commessa sperata da Porsche. La Volkswagen ha circa 120.000 dipendenti in Germania di cui la metà a Wolfsburg e gestisce nel suo Paese un totale di dieci stabilimenti, di cui sei in Bassa Sassonia, tre in Sassonia e uno in Assia. La casa del’automotive avrebbe in mente, secondo le ricostruzioni, un taglio dei costi per 4 miliardi di euro. La notizia della chiusura degli stabilimenti era di fatto annunciata. A settembre scorso lo stop all’impianto Audi a Bruxelles (3.000 addetti) uno dei marchi del gigante tedesco, poi la cancellazione del programma di sicurezza del lavoro, un accordo che per oltre 30 anni ha impedito licenziamenti non concordati. E già allora Cavallo aveva avvertito: «Non ci saranno licenziamenti obbligatori. Difenderemo ferocemente i posti di lavoro». Venerdì Porsche ha detto che sta valutando tagli ai costi e rivedendo la sua gamma di modelli dopo il crollo dei profitti a causa della scarsa domanda in Cina.È con questo scenario che si confronta il sindacato. «È una profonda pugnalata al cuore dei lavoratori», ha commentato il responsabile distrettuale dell’IG Metall, Thorsten Gröger. «Questi piani aggressivi sono inaccettabili e rappresentano una rottura con tutto ciò che abbiamo sperimentato in azienda negli ultimi decenni. Ci aspettiamo concetti validi per il futuro al tavolo delle trattative». Un tavolo previsto per domani, a Wolfsburg, per il secondo round di contrattazione collettiva.Ma Groeger ha minacciato, secondo quanto riporta Handelsblatt, che se «mercoledì VW confermerà il suo percorso distopico, dovrà aspettarsi le dovute conseguenze da parte nostra».Il governo getta acqua sul fuoco. «Che Vw sia in una situazione difficile è risaputo. Ma per ora non ci sono notizie ufficiali e dobbiamo aspettare che l’azienda chiarisca», ha detto il portavoce del Cancelliere tedesco Olaf Scholz, Wolfgang Buechner.Domani Volkswagen dovrebbe comunicare i risultati del terzo trimestre e si prevede un bagno di sangue con un calo di vendite e profitti. Il gruppo ha recentemente emesso il suo secondo profit warning in appena tre mesi.Intanto il settore metallurgico è sulle barricate. Oggi scioperano 3,9 milioni di lavoratori, tra cui quelli dello stabilimento Volkswagen di Osnabuck a rischio chiusura, che rientra nel contratto collettivo del settore metallurgico. Il sindacato Ig Metall chiede un aumento del 7% dei salari per i prossimi dodici mesi per recuperare l’inflazione. La mobilitazione arriva dopo che la trattativa si è impantanata. Gli imprenditori hanno proposto un aumento del 3,6% su un periodo di 27 mesi con una prima tranche dell’1,7% per luglio 2025, citando bassi livelli di produzione e la mancanza di ordini. Un’offerta che il sindacato reputa «insufficiente» come pure respinge lo scaglionamento della prima tranche a luglio prossimo. C’è da chiedersi quanto il caso Volkswagen sia destinato ad essere un precedente per gli stabilimenti Stellantis in Italia. Anche il ceo Carlos Tavares ha parlato di tagli alla produzione per rispettare i nuovi target delle emissioni e in assenza di domanda di auto elettriche. Tagli, inevitabilmente, anche di personale. Sul settore in crisi piomba anche la notizia, denunciata dall’Anfia, l’associazione dell’industria dell’auto, che la manovra economica ha tagliato 4,6 miliardi al Fondo Automotive destinato all'adozione di misure a sostegno della riconversione della filiera. È un cambio di strategia o si stanno recuperando risorse in un comparto in cui la discontinuità con il passato non si è ancora vista?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/crisi-volkswagen-2669496883.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="poche-materie-prime-e-troppa-co2-il-piano-ecologico-ue-e-gia-un-flop" data-post-id="2669496883" data-published-at="1730149181" data-use-pagination="False"> Poche materie prime e troppa CO2. Il piano ecologico Ue è già un flop Pochi giorni fa l’Agenzia Internazionale per l’Energia (Iea), in un rapporto sulla transizione energetica, celebrava con grande enfasi «L’era dell’energia elettrica», in contrapposizione all’era dei combustibili fossili che, secondo l’agenzia, è destinata a una rapida fine. Ebbene, ora arriva un report di McKinsey che mette in fila tutti i motivi per cui tale celebrazione appare quanto meno prematura, e, soprattutto, evidenzia le gravi criticità del progetto mondiale di elettrificazione dei consumi energetici allo scopo di ridurre le emissioni. Il rapporto di McKinsey «Global Energy Perspective 2024» spiega che le emissioni non stanno scendendo abbastanza rapidamente, rispetto alla traiettoria disegnata dalla stessa Iea in accordo con gli impegni presi con gli Accordi di Parigi del 2015. Nonostante gli investimenti, gli impegni dei politici, quelli della finanza e delle imprese, le emissioni non scendono, anzi continuano a salire e potrebbero farlo fino al 2035. Già da questo primo punto si percepisce la sproporzione tra mezzi utilizzati e risultati ottenuti. Poi, prosegue il rapporto, la domanda di energia crescerà del 18% da qui al 2050, ma con grandi differenze. In particolare, in Europa la deindustrializzazione in atto potrebbe provocare addirittura un calo della domanda di energia. In particolare, il 40% del previsto aumento nel consumo di energia elettrica previsto al 2030 in Europa potrebbe non materializzarsi mai. Il rapporto spiega anche che la domanda di combustibili fossili, che era prevista in calo a partire dalla fine di questi anni Venti, in realtà proseguirà piatta almeno fino al 2035 e in ogni caso al 2050 rappresenterà ancora tra il 40 e il 60% della domanda di energia. Questo significa che gli investimenti in gas e petrolio continueranno, e che devono farlo per sostenere la transizione, che altrimenti rischierebbe di trovarsi senza energia sufficiente. Già sino a qui le previsioni di McKinsey mostrano un quadro assai critico della situazione della transizione. Ma non è finita. Si segnala un grave ritardo delle fonti alternative, come idrogeno (che è un prodotto che richiede investimenti cospicui), biometano, biocarburanti. Anche l’energia nucleare, che pure rappresenta una componente essenziale della transizione, incontra degli ostacoli, soprattutto di natura politica, e non si sta ancora sviluppando come sarebbe necessario. Afferma McKinsey, poi, che la geopolitica delle materie prime ostacola la transizione: posizioni di quasi monopolio nell’estrazione o nella lavorazione dei materiali critici necessari alla transizione si stanno rivelando un freno per i progetti occidentali in particolare. Allo stesso tempo, lo sviluppo di catene di fornitura alternative sui materiali critici e il soddisfacimento della nuova domanda legata ai dispositivi di accumulo e alle reti richiede tempi lunghi e investimenti cospicui, che ancora non si vedono. Il rapporto fornisce anche una spiegazione, per questo, che è del resto una spiegazione che qui avevamo già dato più volte in passato: l’incertezza sulla domanda a lungo termine, che crea esitazione tra gli investitori e indebolisce l’appetito per nuove attività di estrazione e raffinazione. In altre parole, se i prezzi delle materie prime non salgono, per via di una domanda robusta nel lungo termine, le imprese non investono perché opererebbero in perdita. Vi è dunque il paradosso che ci viene raccontato per cui la transizione dovrebbe far scendere i prezzi ma non ci può essere transizione se i prezzi delle materie prime non salgono. Notevole anche quanto dice McKinsey sul costo delle emissioni: oggi i permessi di emissione costano ancora troppo poco, rispetto alle necessità di disincentivare l’utilizzo degli idrocarburi. Solo un aumento consistente dei costi associati all’Emission trading system può rappresentare una spinta. Il che significa, di nuovo, che i costi devono aumentare. Il progetto mondiale di decarbonizzazione, insomma, arriva alla vigilia della COP29 in serie difficoltà, mostrando tutti i suoi limiti, i rischi e i costi.
Il ministro dell'Ambiente Gilberto Pichetto Fratin
Uno dei grandi temi energetici a livello nazionale è senza dubbio il nucleare. La riforma in merito è all'inizio del percorso in Senato, ed è già stato approvato il primo giro alla Camera. «La speranza», sostiene il ministro, «è di chiudere tutto entro la pausa estiva per poi presentare una proposta di decreto attuativo entro la fine dell'anno».
Ricorda inoltre che, nonostante il referendum che ha chiuso la relazione dell'Italia con il nucleare risalga al lontano 1987, «in Europa siamo rimasti il secondo Paese per competenze. Pensiamo a Marsiglia, dove si sta costruendo un enorme reattore di prova per la fusione nucleare: per quella infrastruttura, la guida è tutta italiana».
Nell'attesa, si continua ad andare avanti sul gas, che tuttavia presenta un forte problema di costi: il problema, racconta il ministro, è che quando arriva in Europa (sia che provenga dagli Usa sia dalla Russia) il prezzo si alza inevitabilmente. Chiaro poi che il blocco dello stretto di Hormuz ne abbia ulteriormente alzato i prezzi.
Spostando la tematica sul cambiamento climatico, le parole d'ordine sono adattamento e mitigazione. Pichetto Fratin, a questo proposito, spiega che «l'energia pulita significa proprio mitigazione, ad esempio un minor utilizzo del fossile. L'Italia, attualmente, pesa sulle emissioni mondiali per 0,6 %. Un terzo della nostra ricchezza risiede nelle esportazioni, non perché l'Italia faccia i prezzi più bassi (le commodities le vende la Cina), ma perché punta sulla qualità. Per produrre la stessa energia di un piccolo reattore nucleare da 300 MegaWatt (che occupa lo spazio di 3/4 campi da calcio), con il fotovoltaico occuperemmo lo spazio impressionante di 3000/4000 campi da calcio».
Riguardo alla lite fra Meloni e Trump, il ministro non pensa vi possano essere delle conseguenze a livello energetico: «Il mercato viaggia indipendentemente degli eventuali colpi di testa di Trump. Personalmente, già all'epoca delle elezioni, pensavo che per l'Europa fosse meglio la vittoria di Kamala Harris».
L'intervista si è chiusa con un commento sul generale Vannacci e sul suo partito Futuro nazionale: «Rappresenta certamente una parte della posizione politica nazionale. Bisogna tuttavia ancora vedere qual è la sua reale forza. Per quanto riguarda eventuali alleanze, le coalizioni si fanno sui contenuti, sugli obiettivi comuni. Le sue posizioni non rappresentano le mie».
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Al «Giorno della Verità» Riccardo Toto, direttore generale di Renexia; Edoardo Antonio De Luca, Head of Central Affairs di Enel; Lorenzo Fiorillo, Director Technology, R&D & Digital di Eni; e Marco Gay, presidente dell’Unione Industriali Torino, si sono confrontati sul futuro energetico europeo. Al centro del dibattito reti, supercalcolo, rinnovabili e competitività industriale.
Autonomia energetica, investimenti nelle reti, innovazione tecnologica e sviluppo delle rinnovabili. Sono stati questi i temi al centro del panel L’energia del potere – La partita decisiva per l’Europa, andato in scena al «Giorno della Verità» e moderato dal vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin.
Edoardo Antonio De Luca, Head of Central Affairs di Enel, ha sottolineato come dalla guerra in Ucraina l’energia sia diventata sempre più una questione strategica per i Paesi europei, soprattutto per quelli che producono meno energia di quanta ne consumino. Secondo De Luca, per garantire resilienza di fronte agli shock energetici servono due direttrici: aumentare la produzione interna attraverso le fonti rinnovabili e rafforzare le infrastrutture di rete.
Un’esigenza destinata a crescere, considerando che i consumi energetici in Italia sono attesi in aumento del 20% nei prossimi anni. In questo contesto Enel ha annunciato un piano di investimenti globale da 53 miliardi di euro nel triennio 2026-2028, dieci miliardi in più rispetto al precedente piano industriale.
Sul fronte dell’innovazione tecnologica è intervenuto Lorenzo Fiorillo, Director Technology, R&D & Digital di Eni, che ha evidenziato il ruolo strategico del supercalcolo nello sviluppo industriale. «Il valore del supercalcolo nasce dall’unione tra potenza computazionale e competenze tecnico-scientifiche», ha spiegato, sottolineando come l’elaborazione di enormi quantità di dati permetta di sviluppare modelli più accurati e accelerare l’innovazione.
Fiorillo ha inoltre annunciato l’avvio del nuovo supercalcolatore Hpc7 di Eni, che porta l’Italia al primo posto in Europa e al quarto nel mondo per capacità di supercalcolo, dietro soltanto a Stati Uniti, Cina e Giappone.
Marco Gay, presidente dell’Unione Industriali Torino, ha invece posto l’accento sulla competitività delle imprese. Per affrontare il nodo energetico, ha spiegato, occorre agire su tre direttrici: proteggere il costo dell’energia attraverso una maggiore efficienza, investire nelle infrastrutture necessarie a rendere sostenibile la crescita delle rinnovabili e rafforzare ricerca, innovazione e tecnologia all’interno di una strategia industriale europea.
A chiudere il confronto è stato Riccardo Toto, direttore generale di Renexia, che ha indicato nell’eolico galleggiante una delle principali opportunità per il futuro energetico del Paese. Secondo Toto, le rinnovabili rappresentano una risposta fondamentale, ma servono approcci diversi rispetto al passato.
«Oggi c’è la possibilità di essere i primi in Europa e nel mondo nell’eolico fluttuante», ha affermato, spiegando come questa tecnologia possa contribuire non solo a ridurre la dipendenza da fattori geopolitici esterni, ma anche a creare una nuova filiera industriale nazionale. Una prospettiva che, secondo il manager, consentirebbe di trasformare la transizione energetica in un fattore di crescita economica e competitività per l’Italia.
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L'amministratore delegato e direttore generale di Simest Regina Corradini D'Arienzo
Al «Giorno della Verità» nel dialogo L’energia del potere – La partita decisiva per l’Europa è intervenuta Regina Corradini D’Arienzo, amministratore delegato e direttore generale di Simest. Al centro del confronto il sostegno alle imprese colpite dallo shock energetico, il ruolo delle Pmi, la filiera produttiva e le prospettive dell’export italiano.
Un miliardo di euro per sostenere le imprese che hanno subito lo shock energetico e il rischio di un rallentamento degli investimenti, soprattutto per le piccole e medie imprese. È uno dei passaggi chiave del dialogo andato in scena al «Giorno della Verità» nel panel L’energia del potere – La partita decisiva per l’Europa, con protagonista Regina Corradini D’Arienzo, amministratore delegato e direttore generale di Simest, intervistata dal vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin.
L’intervento ha messo al centro la necessità di evitare un freno alla crescita delle imprese dopo la fase di shock energetico. Le risorse stanziate, è stato spiegato, nascono dalla volontà di sostenere la continuità degli investimenti attraverso un’iniezione immediata di liquidità e un contributo a fondo perduto fino al 30%.
Nel ragionamento, un ruolo centrale è stato attribuito al concetto di filiera, indicato come elemento chiave per la tenuta del sistema produttivo italiano. L’eventuale blocco degli investimenti, è stato sottolineato, rappresenterebbe infatti un rischio significativo per la competitività complessiva.
Ampio spazio anche al tema dell’export italiano e alla sua evoluzione. Secondo quanto illustrato, la forza delle imprese italiane risiede nella diversificazione settoriale e nella struttura familiare delle aziende, considerata un punto di forza nella capacità di resistere agli shock esterni, anche in contesti geopolitici complessi.
Tra i dati citati, la prospettiva di un export italiano in crescita fino a 700 miliardi di euro entro il 2027. Un obiettivo che, è stato osservato, richiede un sistema in grado non solo di sostenere ma anche di incentivare l’internazionalizzazione delle imprese.
Attualmente, meno del 9% delle aziende italiane esporta: un dato che, secondo quanto emerso dal confronto, evidenzia la necessità di ampliare la platea delle imprese attive sui mercati esteri. Per questo motivo, è stato spiegato, gli strumenti di sostegno sono stati estesi anche alle piccole e medie imprese, con l’obiettivo di rafforzare l’intera filiera produttiva.
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Francesco Lollobrigida e Massimo De Manzoni
«Le Tecniche di Evoluzione Assistita non sono OGM. Con la Tea la scienza non modifica la natura ma la mette in condizione di affrontare nuove sfide. L'intervista di Massimo De Manzoni al ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida.
L'agricoltura italiana è la prima per valore aggiunto in Europa. Sono dati del 2024, confermati nel 2025. Il nostro export tocca quasi i 73 miliardi. Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura e delle Foreste Francesco Lollobrigida intervistato dal codirettore della Verità Massimo De Manzoni. Frutto di un governo che ha investito 16, 8 miliardi di euro nel settore. «Mai nessun governo ha impegnato così tanto in un settore primario e noi abbiamo investito non speso» ha spiegato Lollobrigida. Investimenti che secondo uno studio di Ambrosetti genereranno 245 miliardi di euro di impatto nel settore.
Lollobrigida ha l'occasione di rivendicare il lavoro fatto per normare la commercializzazione della carne sintetica: «Una poltiglia cellulare che qualcuno ambiva a chiamare carne. Un alimento pensato per i poveri, non per tutti. Noi abbiamo chiesto di normare il prodotto. In Parlamento la legge è passata con il centrodestra, l’appoggio di altri e l’astensione di parte del Pd. Ci accusarono di restare isolati in Europa, ma poi in molti invece con noi. Così anche nel resto del mondo, dove qualcuno ha ripreso la nostra legge. Una vittoria che ha dimostrato che avevamo ragione. Non si potrà chiamare carne ma l’obiettivo è bannarla». Sulle Tecniche di Evoluzione Assistita risponde: «non sono OGM. Gli OGM intervengono tra specie diverse forzando la natura, mentre le TEA sono operazioni intraspecie: si accelera con la scienza qualcosa che la natura potrebbe realizzare da sola». Il Ministro fa un esempio: «Grazie alle TEA, la scienza non modifica la natura ma la mette in condizione di affrontare nuove sfide. Tra le sperimentazioni che stiamo conducendo come Italia, c'è il riso senza acqua. Sembra una cosa impossibile, ma stiamo sperimentando per raggiungere questo risultato». Sull'energia solare chiarisce: «Non siamo contro energia solare, ma siamo contro la speculazione dei terreni agricoli». Interrogato dal codirettore sulla possibilità di ricadute nel settore dovute al duro scambio tra Trump e Meloni, Lollobrigida risponde: «La rappresaglia di Trump è un rischio che vedo relativamente perché c’è una grande richiesta da parte del mercato americano».
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