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2024-10-29
Crollo Volkswagen, chiudono 3 fabbriche su 10
Volkswagen chiuderà tre fabbriche in Germania. Benvenuti nel futuro del Green Deal Automotive. Accolta dal totale silenzio di Bruxelles, è arrivata la notizia che il colosso dell’auto tedesca, colpita dalla crisi dell’auto elettrica sulla quale peraltro ha investito miliardi di euro andati persi per la mancanza di una risposta da parte del mercato e della concorrenza a basso costo della Cina, sarà costretto a chiudere almeno tre stabilimenti. Ma la cura da cavallo non finisce qui. I vertici del gruppo intendono tagliare gli stipendi del 10% e congelare le retribuzioni per i prossimi due anni. La scure coinvolgerebbe, secondo il quotidiano Bild, anche l’indennità mensile di 167 euro di quadri e dirigenti e i bonus legati all’anzianità per un taglio complessivo del 18% della busta paga. Immediata la reazione dei sindacati che hanno fermato per un’ora la produzione in tutti gli impianti del gruppo.
La decisione era già nell’aria, anticipata da una serie di indiscrezioni circolate nelle ultime settimane ma si pensava più a una minaccia che ad una reale intenzione dell’azienda. Ieri è arrivata la conferma di alcuni quotidiani dal Bild al Die Welt che hanno riportato le dichiarazioni della presidente del Consiglio di fabbrica del Gruppo, Daniela Cavallo, ad un incontro informativo con i lavoratori a Wolfsburg. «Nessuno è più al sicuro, tutti i siti saranno ridimensionati», ha detto lapidaria la sindacalista più importante della Germania, figlia di immigrati calabresi, chiamata a gestire la crisi della Volkswagen. A rischio ci sono decine di migliaia di posti i lavoro. In bilico, in particolare, lo stabilimento di Osnabrueck, che di recente ha perso una commessa sperata da Porsche. La Volkswagen ha circa 120.000 dipendenti in Germania di cui la metà a Wolfsburg e gestisce nel suo Paese un totale di dieci stabilimenti, di cui sei in Bassa Sassonia, tre in Sassonia e uno in Assia. La casa del’automotive avrebbe in mente, secondo le ricostruzioni, un taglio dei costi per 4 miliardi di euro. La notizia della chiusura degli stabilimenti era di fatto annunciata. A settembre scorso lo stop all’impianto Audi a Bruxelles (3.000 addetti) uno dei marchi del gigante tedesco, poi la cancellazione del programma di sicurezza del lavoro, un accordo che per oltre 30 anni ha impedito licenziamenti non concordati. E già allora Cavallo aveva avvertito: «Non ci saranno licenziamenti obbligatori. Difenderemo ferocemente i posti di lavoro». Venerdì Porsche ha detto che sta valutando tagli ai costi e rivedendo la sua gamma di modelli dopo il crollo dei profitti a causa della scarsa domanda in Cina.
È con questo scenario che si confronta il sindacato.
«È una profonda pugnalata al cuore dei lavoratori», ha commentato il responsabile distrettuale dell’IG Metall, Thorsten Gröger. «Questi piani aggressivi sono inaccettabili e rappresentano una rottura con tutto ciò che abbiamo sperimentato in azienda negli ultimi decenni. Ci aspettiamo concetti validi per il futuro al tavolo delle trattative». Un tavolo previsto per domani, a Wolfsburg, per il secondo round di contrattazione collettiva.
Ma Groeger ha minacciato, secondo quanto riporta Handelsblatt, che se «mercoledì VW confermerà il suo percorso distopico, dovrà aspettarsi le dovute conseguenze da parte nostra».
Il governo getta acqua sul fuoco. «Che Vw sia in una situazione difficile è risaputo. Ma per ora non ci sono notizie ufficiali e dobbiamo aspettare che l’azienda chiarisca», ha detto il portavoce del Cancelliere tedesco Olaf Scholz, Wolfgang Buechner.
Domani Volkswagen dovrebbe comunicare i risultati del terzo trimestre e si prevede un bagno di sangue con un calo di vendite e profitti. Il gruppo ha recentemente emesso il suo secondo profit warning in appena tre mesi.
Intanto il settore metallurgico è sulle barricate. Oggi scioperano 3,9 milioni di lavoratori, tra cui quelli dello stabilimento Volkswagen di Osnabuck a rischio chiusura, che rientra nel contratto collettivo del settore metallurgico. Il sindacato Ig Metall chiede un aumento del 7% dei salari per i prossimi dodici mesi per recuperare l’inflazione. La mobilitazione arriva dopo che la trattativa si è impantanata. Gli imprenditori hanno proposto un aumento del 3,6% su un periodo di 27 mesi con una prima tranche dell’1,7% per luglio 2025, citando bassi livelli di produzione e la mancanza di ordini. Un’offerta che il sindacato reputa «insufficiente» come pure respinge lo scaglionamento della prima tranche a luglio prossimo.
C’è da chiedersi quanto il caso Volkswagen sia destinato ad essere un precedente per gli stabilimenti Stellantis in Italia. Anche il ceo Carlos Tavares ha parlato di tagli alla produzione per rispettare i nuovi target delle emissioni e in assenza di domanda di auto elettriche. Tagli, inevitabilmente, anche di personale. Sul settore in crisi piomba anche la notizia, denunciata dall’Anfia, l’associazione dell’industria dell’auto, che la manovra economica ha tagliato 4,6 miliardi al Fondo Automotive destinato all'adozione di misure a sostegno della riconversione della filiera. È un cambio di strategia o si stanno recuperando risorse in un comparto in cui la discontinuità con il passato non si è ancora vista?
Poche materie prime e troppa CO2. Il piano ecologico Ue è già un flop
Pochi giorni fa l’Agenzia Internazionale per l’Energia (Iea), in un rapporto sulla transizione energetica, celebrava con grande enfasi «L’era dell’energia elettrica», in contrapposizione all’era dei combustibili fossili che, secondo l’agenzia, è destinata a una rapida fine. Ebbene, ora arriva un report di McKinsey che mette in fila tutti i motivi per cui tale celebrazione appare quanto meno prematura, e, soprattutto, evidenzia le gravi criticità del progetto mondiale di elettrificazione dei consumi energetici allo scopo di ridurre le emissioni.
Il rapporto di McKinsey «Global Energy Perspective 2024» spiega che le emissioni non stanno scendendo abbastanza rapidamente, rispetto alla traiettoria disegnata dalla stessa Iea in accordo con gli impegni presi con gli Accordi di Parigi del 2015. Nonostante gli investimenti, gli impegni dei politici, quelli della finanza e delle imprese, le emissioni non scendono, anzi continuano a salire e potrebbero farlo fino al 2035.
Già da questo primo punto si percepisce la sproporzione tra mezzi utilizzati e risultati ottenuti. Poi, prosegue il rapporto, la domanda di energia crescerà del 18% da qui al 2050, ma con grandi differenze. In particolare, in Europa la deindustrializzazione in atto potrebbe provocare addirittura un calo della domanda di energia. In particolare, il 40% del previsto aumento nel consumo di energia elettrica previsto al 2030 in Europa potrebbe non materializzarsi mai.
Il rapporto spiega anche che la domanda di combustibili fossili, che era prevista in calo a partire dalla fine di questi anni Venti, in realtà proseguirà piatta almeno fino al 2035 e in ogni caso al 2050 rappresenterà ancora tra il 40 e il 60% della domanda di energia. Questo significa che gli investimenti in gas e petrolio continueranno, e che devono farlo per sostenere la transizione, che altrimenti rischierebbe di trovarsi senza energia sufficiente.
Già sino a qui le previsioni di McKinsey mostrano un quadro assai critico della situazione della transizione. Ma non è finita. Si segnala un grave ritardo delle fonti alternative, come idrogeno (che è un prodotto che richiede investimenti cospicui), biometano, biocarburanti. Anche l’energia nucleare, che pure rappresenta una componente essenziale della transizione, incontra degli ostacoli, soprattutto di natura politica, e non si sta ancora sviluppando come sarebbe necessario. Afferma McKinsey, poi, che la geopolitica delle materie prime ostacola la transizione: posizioni di quasi monopolio nell’estrazione o nella lavorazione dei materiali critici necessari alla transizione si stanno rivelando un freno per i progetti occidentali in particolare. Allo stesso tempo, lo sviluppo di catene di fornitura alternative sui materiali critici e il soddisfacimento della nuova domanda legata ai dispositivi di accumulo e alle reti richiede tempi lunghi e investimenti cospicui, che ancora non si vedono.
Il rapporto fornisce anche una spiegazione, per questo, che è del resto una spiegazione che qui avevamo già dato più volte in passato: l’incertezza sulla domanda a lungo termine, che crea esitazione tra gli investitori e indebolisce l’appetito per nuove attività di estrazione e raffinazione. In altre parole, se i prezzi delle materie prime non salgono, per via di una domanda robusta nel lungo termine, le imprese non investono perché opererebbero in perdita. Vi è dunque il paradosso che ci viene raccontato per cui la transizione dovrebbe far scendere i prezzi ma non ci può essere transizione se i prezzi delle materie prime non salgono.
Notevole anche quanto dice McKinsey sul costo delle emissioni: oggi i permessi di emissione costano ancora troppo poco, rispetto alle necessità di disincentivare l’utilizzo degli idrocarburi. Solo un aumento consistente dei costi associati all’Emission trading system può rappresentare una spinta. Il che significa, di nuovo, che i costi devono aumentare.
Il progetto mondiale di decarbonizzazione, insomma, arriva alla vigilia della COP29 in serie difficoltà, mostrando tutti i suoi limiti, i rischi e i costi.
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I tedeschi zavorrati dal flop delle vetture a batteria e dalla concorrenza cinese annunciano la chiusura del 30% degli stabilimenti, la riduzione del 10% degli stipendi e il trasferimento di attività all’estero. I fornitori in Italia: ridotto di 4,6 miliardi il fondo automotive.Report McKinsey: la domanda di fonti fossili resiste, idrogeno e biocarburanti stentano.Lo speciale contiene due articoli.Volkswagen chiuderà tre fabbriche in Germania. Benvenuti nel futuro del Green Deal Automotive. Accolta dal totale silenzio di Bruxelles, è arrivata la notizia che il colosso dell’auto tedesca, colpita dalla crisi dell’auto elettrica sulla quale peraltro ha investito miliardi di euro andati persi per la mancanza di una risposta da parte del mercato e della concorrenza a basso costo della Cina, sarà costretto a chiudere almeno tre stabilimenti. Ma la cura da cavallo non finisce qui. I vertici del gruppo intendono tagliare gli stipendi del 10% e congelare le retribuzioni per i prossimi due anni. La scure coinvolgerebbe, secondo il quotidiano Bild, anche l’indennità mensile di 167 euro di quadri e dirigenti e i bonus legati all’anzianità per un taglio complessivo del 18% della busta paga. Immediata la reazione dei sindacati che hanno fermato per un’ora la produzione in tutti gli impianti del gruppo.La decisione era già nell’aria, anticipata da una serie di indiscrezioni circolate nelle ultime settimane ma si pensava più a una minaccia che ad una reale intenzione dell’azienda. Ieri è arrivata la conferma di alcuni quotidiani dal Bild al Die Welt che hanno riportato le dichiarazioni della presidente del Consiglio di fabbrica del Gruppo, Daniela Cavallo, ad un incontro informativo con i lavoratori a Wolfsburg. «Nessuno è più al sicuro, tutti i siti saranno ridimensionati», ha detto lapidaria la sindacalista più importante della Germania, figlia di immigrati calabresi, chiamata a gestire la crisi della Volkswagen. A rischio ci sono decine di migliaia di posti i lavoro. In bilico, in particolare, lo stabilimento di Osnabrueck, che di recente ha perso una commessa sperata da Porsche. La Volkswagen ha circa 120.000 dipendenti in Germania di cui la metà a Wolfsburg e gestisce nel suo Paese un totale di dieci stabilimenti, di cui sei in Bassa Sassonia, tre in Sassonia e uno in Assia. La casa del’automotive avrebbe in mente, secondo le ricostruzioni, un taglio dei costi per 4 miliardi di euro. La notizia della chiusura degli stabilimenti era di fatto annunciata. A settembre scorso lo stop all’impianto Audi a Bruxelles (3.000 addetti) uno dei marchi del gigante tedesco, poi la cancellazione del programma di sicurezza del lavoro, un accordo che per oltre 30 anni ha impedito licenziamenti non concordati. E già allora Cavallo aveva avvertito: «Non ci saranno licenziamenti obbligatori. Difenderemo ferocemente i posti di lavoro». Venerdì Porsche ha detto che sta valutando tagli ai costi e rivedendo la sua gamma di modelli dopo il crollo dei profitti a causa della scarsa domanda in Cina.È con questo scenario che si confronta il sindacato. «È una profonda pugnalata al cuore dei lavoratori», ha commentato il responsabile distrettuale dell’IG Metall, Thorsten Gröger. «Questi piani aggressivi sono inaccettabili e rappresentano una rottura con tutto ciò che abbiamo sperimentato in azienda negli ultimi decenni. Ci aspettiamo concetti validi per il futuro al tavolo delle trattative». Un tavolo previsto per domani, a Wolfsburg, per il secondo round di contrattazione collettiva.Ma Groeger ha minacciato, secondo quanto riporta Handelsblatt, che se «mercoledì VW confermerà il suo percorso distopico, dovrà aspettarsi le dovute conseguenze da parte nostra».Il governo getta acqua sul fuoco. «Che Vw sia in una situazione difficile è risaputo. Ma per ora non ci sono notizie ufficiali e dobbiamo aspettare che l’azienda chiarisca», ha detto il portavoce del Cancelliere tedesco Olaf Scholz, Wolfgang Buechner.Domani Volkswagen dovrebbe comunicare i risultati del terzo trimestre e si prevede un bagno di sangue con un calo di vendite e profitti. Il gruppo ha recentemente emesso il suo secondo profit warning in appena tre mesi.Intanto il settore metallurgico è sulle barricate. Oggi scioperano 3,9 milioni di lavoratori, tra cui quelli dello stabilimento Volkswagen di Osnabuck a rischio chiusura, che rientra nel contratto collettivo del settore metallurgico. Il sindacato Ig Metall chiede un aumento del 7% dei salari per i prossimi dodici mesi per recuperare l’inflazione. La mobilitazione arriva dopo che la trattativa si è impantanata. Gli imprenditori hanno proposto un aumento del 3,6% su un periodo di 27 mesi con una prima tranche dell’1,7% per luglio 2025, citando bassi livelli di produzione e la mancanza di ordini. Un’offerta che il sindacato reputa «insufficiente» come pure respinge lo scaglionamento della prima tranche a luglio prossimo. C’è da chiedersi quanto il caso Volkswagen sia destinato ad essere un precedente per gli stabilimenti Stellantis in Italia. Anche il ceo Carlos Tavares ha parlato di tagli alla produzione per rispettare i nuovi target delle emissioni e in assenza di domanda di auto elettriche. Tagli, inevitabilmente, anche di personale. Sul settore in crisi piomba anche la notizia, denunciata dall’Anfia, l’associazione dell’industria dell’auto, che la manovra economica ha tagliato 4,6 miliardi al Fondo Automotive destinato all'adozione di misure a sostegno della riconversione della filiera. È un cambio di strategia o si stanno recuperando risorse in un comparto in cui la discontinuità con il passato non si è ancora vista?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/crisi-volkswagen-2669496883.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="poche-materie-prime-e-troppa-co2-il-piano-ecologico-ue-e-gia-un-flop" data-post-id="2669496883" data-published-at="1730149181" data-use-pagination="False"> Poche materie prime e troppa CO2. Il piano ecologico Ue è già un flop Pochi giorni fa l’Agenzia Internazionale per l’Energia (Iea), in un rapporto sulla transizione energetica, celebrava con grande enfasi «L’era dell’energia elettrica», in contrapposizione all’era dei combustibili fossili che, secondo l’agenzia, è destinata a una rapida fine. Ebbene, ora arriva un report di McKinsey che mette in fila tutti i motivi per cui tale celebrazione appare quanto meno prematura, e, soprattutto, evidenzia le gravi criticità del progetto mondiale di elettrificazione dei consumi energetici allo scopo di ridurre le emissioni. Il rapporto di McKinsey «Global Energy Perspective 2024» spiega che le emissioni non stanno scendendo abbastanza rapidamente, rispetto alla traiettoria disegnata dalla stessa Iea in accordo con gli impegni presi con gli Accordi di Parigi del 2015. Nonostante gli investimenti, gli impegni dei politici, quelli della finanza e delle imprese, le emissioni non scendono, anzi continuano a salire e potrebbero farlo fino al 2035. Già da questo primo punto si percepisce la sproporzione tra mezzi utilizzati e risultati ottenuti. Poi, prosegue il rapporto, la domanda di energia crescerà del 18% da qui al 2050, ma con grandi differenze. In particolare, in Europa la deindustrializzazione in atto potrebbe provocare addirittura un calo della domanda di energia. In particolare, il 40% del previsto aumento nel consumo di energia elettrica previsto al 2030 in Europa potrebbe non materializzarsi mai. Il rapporto spiega anche che la domanda di combustibili fossili, che era prevista in calo a partire dalla fine di questi anni Venti, in realtà proseguirà piatta almeno fino al 2035 e in ogni caso al 2050 rappresenterà ancora tra il 40 e il 60% della domanda di energia. Questo significa che gli investimenti in gas e petrolio continueranno, e che devono farlo per sostenere la transizione, che altrimenti rischierebbe di trovarsi senza energia sufficiente. Già sino a qui le previsioni di McKinsey mostrano un quadro assai critico della situazione della transizione. Ma non è finita. Si segnala un grave ritardo delle fonti alternative, come idrogeno (che è un prodotto che richiede investimenti cospicui), biometano, biocarburanti. Anche l’energia nucleare, che pure rappresenta una componente essenziale della transizione, incontra degli ostacoli, soprattutto di natura politica, e non si sta ancora sviluppando come sarebbe necessario. Afferma McKinsey, poi, che la geopolitica delle materie prime ostacola la transizione: posizioni di quasi monopolio nell’estrazione o nella lavorazione dei materiali critici necessari alla transizione si stanno rivelando un freno per i progetti occidentali in particolare. Allo stesso tempo, lo sviluppo di catene di fornitura alternative sui materiali critici e il soddisfacimento della nuova domanda legata ai dispositivi di accumulo e alle reti richiede tempi lunghi e investimenti cospicui, che ancora non si vedono. Il rapporto fornisce anche una spiegazione, per questo, che è del resto una spiegazione che qui avevamo già dato più volte in passato: l’incertezza sulla domanda a lungo termine, che crea esitazione tra gli investitori e indebolisce l’appetito per nuove attività di estrazione e raffinazione. In altre parole, se i prezzi delle materie prime non salgono, per via di una domanda robusta nel lungo termine, le imprese non investono perché opererebbero in perdita. Vi è dunque il paradosso che ci viene raccontato per cui la transizione dovrebbe far scendere i prezzi ma non ci può essere transizione se i prezzi delle materie prime non salgono. Notevole anche quanto dice McKinsey sul costo delle emissioni: oggi i permessi di emissione costano ancora troppo poco, rispetto alle necessità di disincentivare l’utilizzo degli idrocarburi. Solo un aumento consistente dei costi associati all’Emission trading system può rappresentare una spinta. Il che significa, di nuovo, che i costi devono aumentare. Il progetto mondiale di decarbonizzazione, insomma, arriva alla vigilia della COP29 in serie difficoltà, mostrando tutti i suoi limiti, i rischi e i costi.
Dario Amodei
Olah non ha seguito un percorso universitario tradizionale e non ha conseguito una laurea. Frequentò l’università per circa un anno, poi la lasciò per stare vicino a un conoscente accusato di terrorismo, poi prosciolto da tutte le accuse. Nel 2012 Olah ha ricevuto il Thiel Fellowship, una borsa da 100.000 dollari destinata agli under 22 che rinunciano agli studi universitari per sviluppare i propri progetti, finanziata da Peter Thiel, lo stesso che ha fondato Palantir, la nota azienda di sorveglianza di massa. Com’è piccola la California.
Da quel momento Olah si è dedicato agli algoritmi. Un tirocinio in Google Brain, il gruppo di ricerca poi confluito in DeepMind, dove ha contribuito al progetto DeepDream, rete neurale capace di generare immagini allucinatorie. Nel 2018 è entrato in OpenAI come capo tecnico del gruppo di interpretabilità, poi nel 2021 è diventato uno dei cofondatori di Anthropic, dove guida tuttora la ricerca sulla stessa materia. La sua specialità, l’interpretabilità dei modelli linguistici, consiste nello studio dei meccanismi interni con cui un modello di Intelligenza artificiale arriva alle sue risposte. Nel 2024 il Time lo ha inserito nella lista dei cento protagonisti più influenti dell’IA.
Il nome più noto di Anthropic è però Amodei, ovvero la coppia dei fratelli Amodei. Dario e Daniela, 43 e 39 anni, sono nati a San Francisco da genitori italiani. Il geniaccio è Dario, che ha studiato fisica nelle prestigiose università Caltech, Stanford e Princeton. Daniela si è data da fare in letteratura inglese e musica all’Università della California di Santa Cruz. Poi entrambi hanno lavorato in OpenAI, il rivale guidato da Sam Altman, prima di lasciare e fondare Anthropic nel 2021, insieme a Olah e ad altri ex colleghi. Dario è ceo e si occupa dei modelli, Daniela è presidente e gestisce l’organizzazione, le finanze, le relazioni con i clienti. L’azienda, con sede a San Francisco, è oggi valutata intorno ai 500 miliardi di dollari ma viaggia verso valutazioni stellari da 900 miliardi.
All’inizio del 2026 Anthropic è diventata celebre per aver rifiutato di allentare i propri vincoli etici sull’uso militare di Claude, rinunciando a un contratto da circa 200 milioni di dollari con il Dipartimento della Difesa americano. L’azienda si è opposta alla richiesta di consentire l’uso indiscriminato dei propri modelli per la sorveglianza di massa e per le armi autonome. Il Pentagono ha poi siglato accordi con otto altri colossi, OpenAI e Google incluse, escludendo esplicitamente Anthropic.
Il gesto ha avuto un costo reale ma ha fruttato un capitale reputazionale enorme, dando ad Anthropic la targa di unica «Big tech etica». Ora, con la casacca dei buoni indosso, gli Amodei e Olah costruiscono la propria identità pubblica attorno alla narrativa di un’azienda che conosce i rischi dell’IA meglio di chiunque altra, che li racconta ad alta voce, che accetta di perdere contratti pur di non tradire i propri principi.
Dario Amodei interviene spesso sull’impatto potenzialmente catastrofico dell’Intelligenza artificiale. Olah invoca controlli esterni all’industria. Daniela cita Joan Didion e Umberto Eco, parlando di quanto sia importante non ripetere gli errori dei social media. Dietro le quinte, in un gioco di vedo-non vedo che stuzzica gli appetiti, si parla di Mythos, un altro prodotto della premiata ditta, così devastante che i creatori avrebbero deciso di non divulgarlo. Una specie di impalpabile segreto alchemico mantenuto tale dagli scrupoli etici dei creatori. La stessa azienda che evoca il rischio si presenta anche come il soggetto più adatto a costruire il rimedio.
L’invito in Vaticano per presentare l’Enciclica papale non nasce quindi dal nulla. Da aprile, Anthropic ha avviato una serie di incontri sull’etica dell’IA con leader religiosi, cominciando dai rappresentanti del mondo cristiano e annunciando di voler estendere la conversazione ad altre tradizioni.
Qualcosa stride, però. Anthropic fa mostra di nutrire dubbi sulla natura di ciò che essa stessa sta costruendo, con posizioni pubbliche che sfiorano l’ipotesi che l’Intelligenza artificiale abbia una forma embrionale di esperienza soggettiva, qualcosa di simile a un io. La tragicomica intervista di Walter Veltroni a Claude fa parte di questa rappresentazione. Sono posizioni esposte con cautela, come ipotesi di lavoro, ma contribuiscono a costruire un’aura attorno a Anthropic che è funzionale tanto alla ricerca quanto al marketing.
L’ostentata prudenza, cioè, finisce per costruire una narrazione molto favorevole all’azienda e ai suoi prodotti. Claude non appare come un semplice chatbot, ma come qualcosa di così avanzato da meritare persino domande sulla coscienza. Suggerendo cautela, relazione e perfino una possibile interiorità della macchina, si aumenta il fascino dell’oggetto da cui si invita a stare in guardia. In altri termini, oggi Anthropic produce cornici culturali, in cui si stabiliscono le paure accettabili e la lingua attraverso cui il potere tecnologico chiede la patente di coscienza critica di sé stesso.
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Il quadro resta favorevole anche per il comparto artigiano, che mostra continuità e resilienza: produzione in crescita dello 0,3%, fatturato al +0,2% e ordini esteri in aumento dello 0,7%. Numeri che confermano la capacità delle imprese lombarde, grandi e piccole, di generare valore anche in una fase segnata da tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati e rincari delle materie prime.
Su base annua, la Lombardia continua a distinguersi per performance superiori alla media europea. La produzione industriale cresce del 2,4%, mentre l’artigianato segna un +2,0%. Ancora più significativa la dinamica del fatturato: +2,8% per l’industria e +1,9% per l’artigianato. L’export resta uno dei principali punti di forza, con il 38,9% del fatturato industriale realizzato sui mercati internazionali, mentre la domanda interna si rafforza con ordini industriali in aumento del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Positivi anche i dati occupazionali: nell’industria il saldo tra ingressi e uscite torna favorevole (+0,4%), mentre nell’artigianato raggiunge il +0,8%. Resta contenuto il ricorso alla Cassa integrazione, a conferma della buona tenuta complessiva del sistema produttivo lombardo.
La crescita appare diffusa in diversi settori manifatturieri. Nell’industria spiccano mezzi di trasporto, legno-arredo, siderurgia, meccanica e sistema moda ad alto valore aggiunto. Nell’artigianato risultano in espansione alimentare, tessile, carta-stampa e manifatture innovative.
Restano, però, forti elementi di preoccupazione. «Teniamo duro ma non è facile», ha detto l’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi, «ora o c’è un cambiamento radicale rispetto ai vincoli europei e al protagonismo dei territori o rischiamo veramente di uscire dalla competitività».
Sulla stessa linea Gian Domenico Auricchio: «I numeri di questo primo trimestre confermano la tenuta e la forza del nostro sistema produttivo. In uno scenario internazionale complesso, la Lombardia continua a dimostrare competitività, capacità di esportazione e grande qualità manifatturiera».
Più cauto Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, secondo cui «il 2026 per le imprese si prefigura duro e ricco di incognite». Pasini richiama l’attenzione su guerre, crisi permanenti, prezzi delle materie prime e costi energetici, sottolineando che «chi controlla l’energia e le materie prime controlla la crescita».
Dubbi condivisi anche dal mondo artigiano. «Le principali preoccupazioni degli artigiani, in questo momento, sono sicuramente l’impennata dei costi energetici e dei prezzi delle materie prime in questo contesto di crisi internazionali», ha dichiarato Stefano Fugazza, presidente Unione artigiani Lombardia.
Il quadro complessivo conferma, dunque, una Lombardia ancora forte, competitiva e proiettata sui mercati esteri, ma chiamata ad affrontare nodi strutturali decisivi: energia, materie prime, credito, competenze e ricambio generazionale.
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La Commissione Ue sta preparando l’ennesimo giro di vite sul tabacco con una revisione della direttiva europea (Tpd), il quadro normativo che disciplina sigarette e nuovi prodotti senza combustione. Il primo passo è stato già fatto, con l’avvio della consultazione pubblica. Il punto di partenza è però controverso. L’Evaluation Report pubblicato dalla Commissione, che dovrebbe fornire una valutazione oggettiva delle regole attuali, è stato oggetto di rilievi interni: il Regulatory Scrutiny Board ha infatti espresso un parere negativo su una sua versione preliminare, segnalando l’uso di evidenze incomplete e selettive. Il che fa sorgere il sospetto che dietro a questa partita le motivazioni siano più politiche che altro. A conferma di questo c’è l’assenza, nel dibattito europeo, della valutazione dell’impatto che misure più restrittive avrebbero su un settore pesante nell’economia dell’Unione. È quello che è accaduto quando si è dichiarata guerra all’auto a combustione senza mettere in conto che avrebbe annientato l’industria competitiva europea e aperto le porte ai giganti cinesi del motore elettrico.
Il protocollo è simile: più restrizioni e più divieti con l’aggravante di mettere sullo stesso piano prodotti diversi, con una omogeneità regolatoria. Nel dettaglio, la Commissione sembra orientata a trattare allo stesso modo le sigarette tradizionali, quelle che bruciano il tabacco e producono fumo e i prodotti alternativi come sigarette elettroniche, dispositivi a tabacco riscaldato o prodotti a base di nicotina orale, che non prevedono combustione e quindi presentano profili di rischio differenti. Le conseguenze di questa strategia sarebbero un boomerang per il settore. Il rischio è l’espansione del mercato illecito, già oggi un fenomeno massiccio: miliardi di sigarette illegali circolano ogni anno in Europa, con perdite fiscali stimate nell’ordine di decine di miliardi.
C’è anche un altro aspetto che i regolatori di Bruxelles non tengono presente, ovvero che i prodotti alternativi sono sempre più usati dai consumatori per abbandonare la dipendenza dalle sigarette tradizionali in modo anche totale. Eppure il dibattito europeo tende a non distinguere pienamente tra le diverse categorie di prodotti, mettendo in secondo piano il principio di proporzionalità basato sul rischio. Il rischio è di non centrare gli obiettivi dichiarati. La prevalenza del fumo nell’Ue resta intorno al 24,6% e, secondo le attuali proiezioni, è destinata a scendere solo gradualmente nei prossimi anni, restando ben lontana dal target del 5%. Non per mancanza di norme, ma per l’inefficacia di un approccio che non incide sulle dinamiche reali dei consumatori. C’è uno iato tra la politica di Bruxelles e la realtà del fumo.
In Europa c’è chi si muove diversamente e con risultati concreti. La Svezia ha adottato politiche che hanno consentito la diffusione di prodotti alternativi al consumo di sigarette e il numero di fumatori si è ridotto a livelli inferiori al 5%.
La Commissione però con l’avvio della consultazione, intende andare avanti. Resta da capire se sarà disposta a integrare realmente dati ed evidenze, oppure se la revisione della direttiva seguirà un percorso già tracciato, con il rischio di ripetere contraddizioni e limiti già emersi.
In Italia, tutta la filiera del tabacco è in allarme e anche la sinistra fa fronte comune con il governo sollecitando un intervento sulla Commissione Ue. Ieri si è riunito il tavolo permanente dell’Emilia-Romagna per il comparto tabacco (avviato l’anno corso su iniziativa del vicepresidente della Regione, Vincenzo Colla, e dell’assessore regionale al Lavoro, Giovanni Paglia) a cui partecipa la Regione, i sindacati e le imprese del settore, e al termine dell’incontro è partita una richiesta di presa di posizione decisa dell’Italia a Bruxelles, con un intervento urgente del governo con le istituzioni europee, affinché «venga scongiurata la presentazione di una proposta di revisione in una fase già segnata da una complessa congiuntura economica e internazionale». Tutti concordano sul fatto che «se la Commissione dovesse andare avanti in questa direzione, si metterebbe a rischio un comparto strategico, fatto di agricoltura, manifattura avanzata, ricerca e innovazione, con conseguenze su occupazione, investimenti ed export nazionali».
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