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2024-10-29
Crollo Volkswagen, chiudono 3 fabbriche su 10
Volkswagen chiuderà tre fabbriche in Germania. Benvenuti nel futuro del Green Deal Automotive. Accolta dal totale silenzio di Bruxelles, è arrivata la notizia che il colosso dell’auto tedesca, colpita dalla crisi dell’auto elettrica sulla quale peraltro ha investito miliardi di euro andati persi per la mancanza di una risposta da parte del mercato e della concorrenza a basso costo della Cina, sarà costretto a chiudere almeno tre stabilimenti. Ma la cura da cavallo non finisce qui. I vertici del gruppo intendono tagliare gli stipendi del 10% e congelare le retribuzioni per i prossimi due anni. La scure coinvolgerebbe, secondo il quotidiano Bild, anche l’indennità mensile di 167 euro di quadri e dirigenti e i bonus legati all’anzianità per un taglio complessivo del 18% della busta paga. Immediata la reazione dei sindacati che hanno fermato per un’ora la produzione in tutti gli impianti del gruppo.
La decisione era già nell’aria, anticipata da una serie di indiscrezioni circolate nelle ultime settimane ma si pensava più a una minaccia che ad una reale intenzione dell’azienda. Ieri è arrivata la conferma di alcuni quotidiani dal Bild al Die Welt che hanno riportato le dichiarazioni della presidente del Consiglio di fabbrica del Gruppo, Daniela Cavallo, ad un incontro informativo con i lavoratori a Wolfsburg. «Nessuno è più al sicuro, tutti i siti saranno ridimensionati», ha detto lapidaria la sindacalista più importante della Germania, figlia di immigrati calabresi, chiamata a gestire la crisi della Volkswagen. A rischio ci sono decine di migliaia di posti i lavoro. In bilico, in particolare, lo stabilimento di Osnabrueck, che di recente ha perso una commessa sperata da Porsche. La Volkswagen ha circa 120.000 dipendenti in Germania di cui la metà a Wolfsburg e gestisce nel suo Paese un totale di dieci stabilimenti, di cui sei in Bassa Sassonia, tre in Sassonia e uno in Assia. La casa del’automotive avrebbe in mente, secondo le ricostruzioni, un taglio dei costi per 4 miliardi di euro. La notizia della chiusura degli stabilimenti era di fatto annunciata. A settembre scorso lo stop all’impianto Audi a Bruxelles (3.000 addetti) uno dei marchi del gigante tedesco, poi la cancellazione del programma di sicurezza del lavoro, un accordo che per oltre 30 anni ha impedito licenziamenti non concordati. E già allora Cavallo aveva avvertito: «Non ci saranno licenziamenti obbligatori. Difenderemo ferocemente i posti di lavoro». Venerdì Porsche ha detto che sta valutando tagli ai costi e rivedendo la sua gamma di modelli dopo il crollo dei profitti a causa della scarsa domanda in Cina.
È con questo scenario che si confronta il sindacato.
«È una profonda pugnalata al cuore dei lavoratori», ha commentato il responsabile distrettuale dell’IG Metall, Thorsten Gröger. «Questi piani aggressivi sono inaccettabili e rappresentano una rottura con tutto ciò che abbiamo sperimentato in azienda negli ultimi decenni. Ci aspettiamo concetti validi per il futuro al tavolo delle trattative». Un tavolo previsto per domani, a Wolfsburg, per il secondo round di contrattazione collettiva.
Ma Groeger ha minacciato, secondo quanto riporta Handelsblatt, che se «mercoledì VW confermerà il suo percorso distopico, dovrà aspettarsi le dovute conseguenze da parte nostra».
Il governo getta acqua sul fuoco. «Che Vw sia in una situazione difficile è risaputo. Ma per ora non ci sono notizie ufficiali e dobbiamo aspettare che l’azienda chiarisca», ha detto il portavoce del Cancelliere tedesco Olaf Scholz, Wolfgang Buechner.
Domani Volkswagen dovrebbe comunicare i risultati del terzo trimestre e si prevede un bagno di sangue con un calo di vendite e profitti. Il gruppo ha recentemente emesso il suo secondo profit warning in appena tre mesi.
Intanto il settore metallurgico è sulle barricate. Oggi scioperano 3,9 milioni di lavoratori, tra cui quelli dello stabilimento Volkswagen di Osnabuck a rischio chiusura, che rientra nel contratto collettivo del settore metallurgico. Il sindacato Ig Metall chiede un aumento del 7% dei salari per i prossimi dodici mesi per recuperare l’inflazione. La mobilitazione arriva dopo che la trattativa si è impantanata. Gli imprenditori hanno proposto un aumento del 3,6% su un periodo di 27 mesi con una prima tranche dell’1,7% per luglio 2025, citando bassi livelli di produzione e la mancanza di ordini. Un’offerta che il sindacato reputa «insufficiente» come pure respinge lo scaglionamento della prima tranche a luglio prossimo.
C’è da chiedersi quanto il caso Volkswagen sia destinato ad essere un precedente per gli stabilimenti Stellantis in Italia. Anche il ceo Carlos Tavares ha parlato di tagli alla produzione per rispettare i nuovi target delle emissioni e in assenza di domanda di auto elettriche. Tagli, inevitabilmente, anche di personale. Sul settore in crisi piomba anche la notizia, denunciata dall’Anfia, l’associazione dell’industria dell’auto, che la manovra economica ha tagliato 4,6 miliardi al Fondo Automotive destinato all'adozione di misure a sostegno della riconversione della filiera. È un cambio di strategia o si stanno recuperando risorse in un comparto in cui la discontinuità con il passato non si è ancora vista?
Poche materie prime e troppa CO2. Il piano ecologico Ue è già un flop
Pochi giorni fa l’Agenzia Internazionale per l’Energia (Iea), in un rapporto sulla transizione energetica, celebrava con grande enfasi «L’era dell’energia elettrica», in contrapposizione all’era dei combustibili fossili che, secondo l’agenzia, è destinata a una rapida fine. Ebbene, ora arriva un report di McKinsey che mette in fila tutti i motivi per cui tale celebrazione appare quanto meno prematura, e, soprattutto, evidenzia le gravi criticità del progetto mondiale di elettrificazione dei consumi energetici allo scopo di ridurre le emissioni.
Il rapporto di McKinsey «Global Energy Perspective 2024» spiega che le emissioni non stanno scendendo abbastanza rapidamente, rispetto alla traiettoria disegnata dalla stessa Iea in accordo con gli impegni presi con gli Accordi di Parigi del 2015. Nonostante gli investimenti, gli impegni dei politici, quelli della finanza e delle imprese, le emissioni non scendono, anzi continuano a salire e potrebbero farlo fino al 2035.
Già da questo primo punto si percepisce la sproporzione tra mezzi utilizzati e risultati ottenuti. Poi, prosegue il rapporto, la domanda di energia crescerà del 18% da qui al 2050, ma con grandi differenze. In particolare, in Europa la deindustrializzazione in atto potrebbe provocare addirittura un calo della domanda di energia. In particolare, il 40% del previsto aumento nel consumo di energia elettrica previsto al 2030 in Europa potrebbe non materializzarsi mai.
Il rapporto spiega anche che la domanda di combustibili fossili, che era prevista in calo a partire dalla fine di questi anni Venti, in realtà proseguirà piatta almeno fino al 2035 e in ogni caso al 2050 rappresenterà ancora tra il 40 e il 60% della domanda di energia. Questo significa che gli investimenti in gas e petrolio continueranno, e che devono farlo per sostenere la transizione, che altrimenti rischierebbe di trovarsi senza energia sufficiente.
Già sino a qui le previsioni di McKinsey mostrano un quadro assai critico della situazione della transizione. Ma non è finita. Si segnala un grave ritardo delle fonti alternative, come idrogeno (che è un prodotto che richiede investimenti cospicui), biometano, biocarburanti. Anche l’energia nucleare, che pure rappresenta una componente essenziale della transizione, incontra degli ostacoli, soprattutto di natura politica, e non si sta ancora sviluppando come sarebbe necessario. Afferma McKinsey, poi, che la geopolitica delle materie prime ostacola la transizione: posizioni di quasi monopolio nell’estrazione o nella lavorazione dei materiali critici necessari alla transizione si stanno rivelando un freno per i progetti occidentali in particolare. Allo stesso tempo, lo sviluppo di catene di fornitura alternative sui materiali critici e il soddisfacimento della nuova domanda legata ai dispositivi di accumulo e alle reti richiede tempi lunghi e investimenti cospicui, che ancora non si vedono.
Il rapporto fornisce anche una spiegazione, per questo, che è del resto una spiegazione che qui avevamo già dato più volte in passato: l’incertezza sulla domanda a lungo termine, che crea esitazione tra gli investitori e indebolisce l’appetito per nuove attività di estrazione e raffinazione. In altre parole, se i prezzi delle materie prime non salgono, per via di una domanda robusta nel lungo termine, le imprese non investono perché opererebbero in perdita. Vi è dunque il paradosso che ci viene raccontato per cui la transizione dovrebbe far scendere i prezzi ma non ci può essere transizione se i prezzi delle materie prime non salgono.
Notevole anche quanto dice McKinsey sul costo delle emissioni: oggi i permessi di emissione costano ancora troppo poco, rispetto alle necessità di disincentivare l’utilizzo degli idrocarburi. Solo un aumento consistente dei costi associati all’Emission trading system può rappresentare una spinta. Il che significa, di nuovo, che i costi devono aumentare.
Il progetto mondiale di decarbonizzazione, insomma, arriva alla vigilia della COP29 in serie difficoltà, mostrando tutti i suoi limiti, i rischi e i costi.
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I tedeschi zavorrati dal flop delle vetture a batteria e dalla concorrenza cinese annunciano la chiusura del 30% degli stabilimenti, la riduzione del 10% degli stipendi e il trasferimento di attività all’estero. I fornitori in Italia: ridotto di 4,6 miliardi il fondo automotive.Report McKinsey: la domanda di fonti fossili resiste, idrogeno e biocarburanti stentano.Lo speciale contiene due articoli.Volkswagen chiuderà tre fabbriche in Germania. Benvenuti nel futuro del Green Deal Automotive. Accolta dal totale silenzio di Bruxelles, è arrivata la notizia che il colosso dell’auto tedesca, colpita dalla crisi dell’auto elettrica sulla quale peraltro ha investito miliardi di euro andati persi per la mancanza di una risposta da parte del mercato e della concorrenza a basso costo della Cina, sarà costretto a chiudere almeno tre stabilimenti. Ma la cura da cavallo non finisce qui. I vertici del gruppo intendono tagliare gli stipendi del 10% e congelare le retribuzioni per i prossimi due anni. La scure coinvolgerebbe, secondo il quotidiano Bild, anche l’indennità mensile di 167 euro di quadri e dirigenti e i bonus legati all’anzianità per un taglio complessivo del 18% della busta paga. Immediata la reazione dei sindacati che hanno fermato per un’ora la produzione in tutti gli impianti del gruppo.La decisione era già nell’aria, anticipata da una serie di indiscrezioni circolate nelle ultime settimane ma si pensava più a una minaccia che ad una reale intenzione dell’azienda. Ieri è arrivata la conferma di alcuni quotidiani dal Bild al Die Welt che hanno riportato le dichiarazioni della presidente del Consiglio di fabbrica del Gruppo, Daniela Cavallo, ad un incontro informativo con i lavoratori a Wolfsburg. «Nessuno è più al sicuro, tutti i siti saranno ridimensionati», ha detto lapidaria la sindacalista più importante della Germania, figlia di immigrati calabresi, chiamata a gestire la crisi della Volkswagen. A rischio ci sono decine di migliaia di posti i lavoro. In bilico, in particolare, lo stabilimento di Osnabrueck, che di recente ha perso una commessa sperata da Porsche. La Volkswagen ha circa 120.000 dipendenti in Germania di cui la metà a Wolfsburg e gestisce nel suo Paese un totale di dieci stabilimenti, di cui sei in Bassa Sassonia, tre in Sassonia e uno in Assia. La casa del’automotive avrebbe in mente, secondo le ricostruzioni, un taglio dei costi per 4 miliardi di euro. La notizia della chiusura degli stabilimenti era di fatto annunciata. A settembre scorso lo stop all’impianto Audi a Bruxelles (3.000 addetti) uno dei marchi del gigante tedesco, poi la cancellazione del programma di sicurezza del lavoro, un accordo che per oltre 30 anni ha impedito licenziamenti non concordati. E già allora Cavallo aveva avvertito: «Non ci saranno licenziamenti obbligatori. Difenderemo ferocemente i posti di lavoro». Venerdì Porsche ha detto che sta valutando tagli ai costi e rivedendo la sua gamma di modelli dopo il crollo dei profitti a causa della scarsa domanda in Cina.È con questo scenario che si confronta il sindacato. «È una profonda pugnalata al cuore dei lavoratori», ha commentato il responsabile distrettuale dell’IG Metall, Thorsten Gröger. «Questi piani aggressivi sono inaccettabili e rappresentano una rottura con tutto ciò che abbiamo sperimentato in azienda negli ultimi decenni. Ci aspettiamo concetti validi per il futuro al tavolo delle trattative». Un tavolo previsto per domani, a Wolfsburg, per il secondo round di contrattazione collettiva.Ma Groeger ha minacciato, secondo quanto riporta Handelsblatt, che se «mercoledì VW confermerà il suo percorso distopico, dovrà aspettarsi le dovute conseguenze da parte nostra».Il governo getta acqua sul fuoco. «Che Vw sia in una situazione difficile è risaputo. Ma per ora non ci sono notizie ufficiali e dobbiamo aspettare che l’azienda chiarisca», ha detto il portavoce del Cancelliere tedesco Olaf Scholz, Wolfgang Buechner.Domani Volkswagen dovrebbe comunicare i risultati del terzo trimestre e si prevede un bagno di sangue con un calo di vendite e profitti. Il gruppo ha recentemente emesso il suo secondo profit warning in appena tre mesi.Intanto il settore metallurgico è sulle barricate. Oggi scioperano 3,9 milioni di lavoratori, tra cui quelli dello stabilimento Volkswagen di Osnabuck a rischio chiusura, che rientra nel contratto collettivo del settore metallurgico. Il sindacato Ig Metall chiede un aumento del 7% dei salari per i prossimi dodici mesi per recuperare l’inflazione. La mobilitazione arriva dopo che la trattativa si è impantanata. Gli imprenditori hanno proposto un aumento del 3,6% su un periodo di 27 mesi con una prima tranche dell’1,7% per luglio 2025, citando bassi livelli di produzione e la mancanza di ordini. Un’offerta che il sindacato reputa «insufficiente» come pure respinge lo scaglionamento della prima tranche a luglio prossimo. C’è da chiedersi quanto il caso Volkswagen sia destinato ad essere un precedente per gli stabilimenti Stellantis in Italia. Anche il ceo Carlos Tavares ha parlato di tagli alla produzione per rispettare i nuovi target delle emissioni e in assenza di domanda di auto elettriche. Tagli, inevitabilmente, anche di personale. Sul settore in crisi piomba anche la notizia, denunciata dall’Anfia, l’associazione dell’industria dell’auto, che la manovra economica ha tagliato 4,6 miliardi al Fondo Automotive destinato all'adozione di misure a sostegno della riconversione della filiera. È un cambio di strategia o si stanno recuperando risorse in un comparto in cui la discontinuità con il passato non si è ancora vista?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/crisi-volkswagen-2669496883.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="poche-materie-prime-e-troppa-co2-il-piano-ecologico-ue-e-gia-un-flop" data-post-id="2669496883" data-published-at="1730149181" data-use-pagination="False"> Poche materie prime e troppa CO2. Il piano ecologico Ue è già un flop Pochi giorni fa l’Agenzia Internazionale per l’Energia (Iea), in un rapporto sulla transizione energetica, celebrava con grande enfasi «L’era dell’energia elettrica», in contrapposizione all’era dei combustibili fossili che, secondo l’agenzia, è destinata a una rapida fine. Ebbene, ora arriva un report di McKinsey che mette in fila tutti i motivi per cui tale celebrazione appare quanto meno prematura, e, soprattutto, evidenzia le gravi criticità del progetto mondiale di elettrificazione dei consumi energetici allo scopo di ridurre le emissioni. Il rapporto di McKinsey «Global Energy Perspective 2024» spiega che le emissioni non stanno scendendo abbastanza rapidamente, rispetto alla traiettoria disegnata dalla stessa Iea in accordo con gli impegni presi con gli Accordi di Parigi del 2015. Nonostante gli investimenti, gli impegni dei politici, quelli della finanza e delle imprese, le emissioni non scendono, anzi continuano a salire e potrebbero farlo fino al 2035. Già da questo primo punto si percepisce la sproporzione tra mezzi utilizzati e risultati ottenuti. Poi, prosegue il rapporto, la domanda di energia crescerà del 18% da qui al 2050, ma con grandi differenze. In particolare, in Europa la deindustrializzazione in atto potrebbe provocare addirittura un calo della domanda di energia. In particolare, il 40% del previsto aumento nel consumo di energia elettrica previsto al 2030 in Europa potrebbe non materializzarsi mai. Il rapporto spiega anche che la domanda di combustibili fossili, che era prevista in calo a partire dalla fine di questi anni Venti, in realtà proseguirà piatta almeno fino al 2035 e in ogni caso al 2050 rappresenterà ancora tra il 40 e il 60% della domanda di energia. Questo significa che gli investimenti in gas e petrolio continueranno, e che devono farlo per sostenere la transizione, che altrimenti rischierebbe di trovarsi senza energia sufficiente. Già sino a qui le previsioni di McKinsey mostrano un quadro assai critico della situazione della transizione. Ma non è finita. Si segnala un grave ritardo delle fonti alternative, come idrogeno (che è un prodotto che richiede investimenti cospicui), biometano, biocarburanti. Anche l’energia nucleare, che pure rappresenta una componente essenziale della transizione, incontra degli ostacoli, soprattutto di natura politica, e non si sta ancora sviluppando come sarebbe necessario. Afferma McKinsey, poi, che la geopolitica delle materie prime ostacola la transizione: posizioni di quasi monopolio nell’estrazione o nella lavorazione dei materiali critici necessari alla transizione si stanno rivelando un freno per i progetti occidentali in particolare. Allo stesso tempo, lo sviluppo di catene di fornitura alternative sui materiali critici e il soddisfacimento della nuova domanda legata ai dispositivi di accumulo e alle reti richiede tempi lunghi e investimenti cospicui, che ancora non si vedono. Il rapporto fornisce anche una spiegazione, per questo, che è del resto una spiegazione che qui avevamo già dato più volte in passato: l’incertezza sulla domanda a lungo termine, che crea esitazione tra gli investitori e indebolisce l’appetito per nuove attività di estrazione e raffinazione. In altre parole, se i prezzi delle materie prime non salgono, per via di una domanda robusta nel lungo termine, le imprese non investono perché opererebbero in perdita. Vi è dunque il paradosso che ci viene raccontato per cui la transizione dovrebbe far scendere i prezzi ma non ci può essere transizione se i prezzi delle materie prime non salgono. Notevole anche quanto dice McKinsey sul costo delle emissioni: oggi i permessi di emissione costano ancora troppo poco, rispetto alle necessità di disincentivare l’utilizzo degli idrocarburi. Solo un aumento consistente dei costi associati all’Emission trading system può rappresentare una spinta. Il che significa, di nuovo, che i costi devono aumentare. Il progetto mondiale di decarbonizzazione, insomma, arriva alla vigilia della COP29 in serie difficoltà, mostrando tutti i suoi limiti, i rischi e i costi.
«È arrivato il giorno della verità». Maurizio Belpietro presenta così la terza edizione dell’evento in programma domani all’Acquario Romano di Roma.
Dalla geopolitica all'economia, dall'energia all'agroalimentare, fino al lavoro e all'innovazione. Saranno le grandi sfide che stanno ridefinendo il ruolo dell'Italia e dell'Occidente al centro dell'evento promosso dal quotidiano. Una giornata di confronto che vedrà alternarsi sul palco esponenti delle istituzioni, leader politici, ministri, imprenditori e manager chiamati a discutere i temi che più incidono sul presente e sul futuro del Paese.
Ad aprire i lavori, dopo i saluti del direttore Belpietro, sarà il ministro degli Esteri Antonio Tajani. L'intervista dedicata alla crisi globale affronterà i dossier internazionali più delicati, tra conflitti, diplomazia e tutela degli interessi italiani in uno scenario internazionale sempre più instabile. Subito dopo sarà la volta del presidente del Movimento Cinque Stelle Giuseppe Conte, protagonista di un confronto dedicato agli equilibri politici e alle prospettive del Paese. Il pomeriggio entrerà nel vivo con un approfondimento sul nuovo disordine mondiale e sulle sfide della sicurezza. Al centro del dibattito il rapporto tra guerre, difesa, approvvigionamenti energetici e competizione globale. È prevista l'intervista al ministro della Difesa Guido Crosetto. I temi economici saranno invece al centro dell'incontro con il ministro dell'Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti. Debito pubblico, dazi, crescita industriale e competitività del sistema produttivo saranno alcuni degli argomenti affrontati nel corso del confronto.
L'attenzione si sposterà quindi sulla trasformazione digitale e sulle infrastrutture che sostengono la crescita del Paese. Nel panel dedicato alla «Fabbrica del futuro» dialogherà con Belpietro l'amministratore delegato di Autostrade per l'Italia Arrigo Emilio Giana. Porteranno inoltre il loro contributo Georg Gufler, amministratore delegato di Doppelmayr Italia, Fulvio Giuliani, responsabile della comunicazione di Interporto Rivers, e Stefano Paggi, chief technology and operation officer di Fibercop.
Uno dei momenti centrali della giornata sarà dedicato all'agroalimentare, settore strategico per l'economia nazionale. Il ministro dell'Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste Francesco Lollobrigida sarà intervistato dal condirettore Massimo de' Manzoni, mentre Federico Vecchioni, amministratore delegato di BF Spa, offrirà il punto di vista di una delle principali realtà del comparto.
Ampio spazio sarà riservato anche al nodo energetico, considerato decisivo per il futuro dell'Europa e per la competitività del sistema industriale. Nel panel dedicato a «L'energia del potere», condotto dal vicedirettore Giuliano Zulin, interverrà Regina Corradini D'Arienzo, amministratore delegato e direttore generale di Simest. Seguiranno gli interventi di Riccardo Toto, direttore generale di Renexia, Edoardo Antonio De Luca, head of central affairs di Enel, Lorenzo Fiorillo, director technology, R&D/digital di Eni, e Marco Gay, presidente dell'Unione Industriali Torino. Sempre sul fronte energetico è prevista l'intervista al ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin.
La riflessione proseguirà con un focus dedicato alle infrastrutture strategiche e alla sicurezza degli approvvigionamenti. Nel panel «Le reti della sovranità» interverranno rappresentanti di alcune delle principali realtà del settore: Andrea Giordano, chief infrastructure officer di Aeroporti di Roma, Lorenzo Giussani, direttore strategy and growth di A2A, ed Enrico Pezzoli, amministratore delegato di Acea Acqua.
La parte finale della manifestazione sarà dedicata al mercato del lavoro e alle trasformazioni in corso nel mondo dell'occupazione. Il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Marina Calderone discuterà di salari, formazione e sviluppo economico. Al dibattito parteciperanno inoltre Andrea Stazi, professore di Diritto comparato e Diritto delle nuove tecnologie dell'Università San Raffaele di Roma, Rosario Rasizza, amministratore delegato di Openjobmetis e presidente di Assosomm, e Daniele Grassucci, direttore di Skuola.net. A condurre l'evento lungo i diversi momenti della giornata sarà la giornalista Rai Manuela Moreno, chiamata a guidare il confronto tra istituzioni, politica e mondo delle imprese.
A chiudere la terza edizione de «Il Giorno della Verità» sarà l'intervista del direttore Belpietro al presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Un confronto conclusivo che offrirà l'occasione per affrontare i principali dossier politici, economici e internazionali che attendono l'Italia nei prossimi mesi.
«Un appuntamento ormai fisso, lo facciamo da alcuni anni – spiega il direttore – l’abbiamo tenuto a Milano nei primi anni ma ultimamente lo facciamo a Roma e invitiamo ministri, personalità, uomini dell’economia, uomini dell’opposizione, perché no? E quindi discutiamo con loro del futuro che ci attende»
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La mamma, il suo compagno e il nonno delle due sorelle di 12 e 16 anni ritrovate ieri sera a Formia, a quindici giorni dalla loro scomparsa da una casa famiglia di Civitella Alfedena, sono stati fermati all'alba con l'accusa di sequestro di persona in concorso.
La donna è in carcere a Teramo, il suo compagno e il nonno delle ragazze sono in quello di Sulmona. È indagata a piede libero l'anziana nel cui appartamento di Formia sono state ritrovate le due sorelle. Secondo quanto si apprende, la donna sarebbe una lontana parente della madre delle ragazze, fermata nella notte insieme con il compagno e il nonno con l'accusa di sequestro di persona aggravato in concorso.
«Non sapevo nulla, me le hanno portate e basta». Sono queste le parole dell'anziana che in questi giorni ha ospitato Sarah e Alisya, intervistata da Rainews24.
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Giovanni Malagò durante l'Assemblea elettorale della Figc (Getty Images)
L'ex numero uno del Coni è il nuovo presidente della Figc, eletto con il 68,58% dei voti dopo le dimissioni di Gravina. Ora la Federazione apre la fase delle riforme e della scelta del nuovo ct della Nazionale.
Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Figc. L’assemblea elettiva riunita oggi a Roma lo ha eletto con il 68,58% dei voti, affidandogli la guida del calcio italiano dopo le dimissioni di Gabriele Gravina, arrivate all’indomani della mancata qualificazione della Nazionale ai Mondiali del 2026.
La votazione ha chiuso una giornata iniziata nella tarda mattinata all’hotel Astoria, dove i delegati delle diverse componenti federali si sono riuniti per ridisegnare gli equilibri del calcio italiano. In corsa per la presidenza c’erano Giovanni Malagò e Giancarlo Abete, due profili diversi per esperienza e percorso, ma entrambi interni al sistema sportivo.
La procedura di voto è stata aperta poco dopo le 14, con la presenza di 266 delegati su 273 aventi diritto. I voti complessivi erano 502,946: per essere eletti era necessaria la soglia dei 252. Un passaggio tecnico che ha preceduto l’esito finale arrivato nel primo pomeriggio. Nel corso dell’assemblea non sono mancati gli interventi dei principali rappresentanti del calcio italiano. Il presidente della Lega Serie A Ezio Maria Simonelli ha parlato di una «ferita profonda» lasciata dalle mancate qualificazioni ai Mondiali, sottolineando la necessità di trasformare la crisi in un punto di ripartenza. «Serve il coraggio delle riforme e la volontà di lavorare insieme», ha detto. Più duro il presidente della Lega Pro Matteo Marani, che ha richiamato un «declino che dura da trent’anni» e una difficoltà strutturale del sistema nel trovare responsabilità condivise. Dal fronte dei calciatori, il presidente dell’Aic Umberto Calcagno ha parlato di «odio» che ha colpito il presidente dimissionario Gravina, indicando la necessità di una guida forte e di un cambiamento profondo.
Anche la Uefa, con il vicepresidente Armand Duka, ha richiamato l’Italia all’urgenza delle infrastrutture in vista di Euro 2032, sottolineando la necessità di un intervento strutturale per garantire un’eredità duratura al sistema. Nel suo intervento in assemblea, Malagò ha rivendicato il proprio legame con la federazione: «Non sono un Papa nero, sono uno di voi, sono figlio della Figc e ho un solo scopo, fare grande l’Italia». Ha poi aggiunto di sentire «fortissimo il peso delle responsabilità», ricordando di essere arrivato a questa candidatura dopo una lunga esperienza nel mondo dello sport e della dirigenza.
Dalla parte opposta, Giancarlo Abete ha contestato il metodo che ha portato all’elezione, definendolo «un percorso incomprensibile», e ha criticato la gestione della fase successiva alle dimissioni di Gravina, sottolineando la necessità di affrontare i problemi del calcio italiano con un confronto più diretto sui contenuti.
Proprio Gravina, nel suo intervento di apertura, ha difeso la scelta delle dimissioni come «convinta, meditata e sofferta», rivendicando un atto di responsabilità istituzionale e personale. Ha poi parlato di un sistema attraversato da tensioni e da una forte polarizzazione, che avrebbe reso necessario un passo indietro per evitare ulteriori divisioni.
A chiudere la giornata, l’esito del voto ha consegnato a Giovanni Malagò la guida della Federcalcio con una maggioranza netta, aprendo una nuova fase per il calcio italiano, chiamato ora a confrontarsi con le riforme e le criticità emerse nel corso dell’assemblea. Il primo nodo da sciogliere per Malagò, sarà ora la scelta del nuovo commissario tecnico della Nazionale. Tra i favoriti sembrerebbe esserci Roberto Mancini, pronto a tornare dopo l'addio burrascoso dell'estate 2023. Sul piano operativo, la nuova gestione avrebbe già individuato alcune priorità su cui intervenire a stretto giro. Tra queste, la volontà di inserire nell’organigramma federale una figura di raccordo tecnico tra presidenza e area sportiva, con competenze calcistiche specifiche, chiamata a incidere sia sulla scelta dei commissari tecnici delle varie nazionali sia sul rapporto quotidiano con lo staff della Nazionale maggiore. Tra i profili presi in considerazione circolano quelli di Paolo Maldini e di Frederic Massara, mentre l’impostazione complessiva rimanda anche all’idea, sostenuta da diverse componenti del mondo dei calciatori, di rafforzare la struttura tecnica del Club Italia e valorizzare figure come Sara Gama. La scelta del nuovo commissario tecnico non sarà comunque immediata e richiederà ulteriori settimane di confronto interno.
Sul fronte politico-istituzionale, l’agenda del nuovo presidente dovrebbe aprirsi con un confronto con il governo su alcuni dossier ritenuti strategici per il sistema calcio: dalla possibile reintroduzione di un meccanismo simile al Decreto Crescita, alla revisione del divieto di pubblicità legato al betting, fino all’ipotesi di destinare una quota dei proventi delle scommesse sul calcio a un fondo dedicato allo sviluppo del movimento. Risorse che, nelle intenzioni, verrebbero poi indirizzate soprattutto su settori giovanili e infrastrutture, considerate le due criticità strutturali su cui il sistema viene chiamato da tempo a intervenire.
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