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2024-11-13
Così Trump vuole rivoluzionare la scuola. E agli Esteri piazza i falchi Rubio e Waltz
Marco Rubio e Mike Waltz (Getty images)
Chi continua a sostenere che il trumpismo sia una sorta di rigurgito del ventre molle statunitense con tutta evidenza non ha capito che il Donald di ritorno è molto diverso e molto più strutturato rispetto al Donald degli esordi. Questa volta l’uomo ha piani molto chiari e, soprattutto, ha una battaglia culturale da combattere. L’idea centrale - sostenuta con vigore da Elon Musk - consiste nel ripristino della libertà di pensiero e parola più ampia possibile. Motivo per cui, come abbiamo già avuto occasione di scrivere, Trump ha in mente di smantellare il meccanismo che finora ha regolato il dibattito sui social network e nelle università, cancellando i cosiddetti fact checkers e spazzando via le barriere imposte dalla correttezza politica. Il progetto, tuttavia, è ancora più ambizioso e prevede una rivoluzione anche per il sistema scolastico, ipotesi che sta già mandando in fibrillazione i liberal statunitensi.
Ieri il sito di Abc News ha pubblicato un articolo piuttosto allarmato sul fatto che Donald avrebbe in mente di smantellare il Dipartimento dell’Istruzione, cioè quello che «stabilisce le politiche, amministra e coordina la maggior parte degli aiuti federali all’istruzione». Tale smantellamento è previsto dalla Agenda47 stilata da Trump nei mesi passati, e in effetti ieri Elon Musk ha rilanciato su X un video dello scorso anno in cui Donald spiega che il Dipartimento dell’Istruzione è composto da molte persone che «in molti casi odiano i nostri figli», motivo per cui «vogliamo che gli Stati gestiscano l’istruzione dei nostri figli, perché faranno un lavoro molto migliore. Non si può fare di peggio».
Come ricorda Forbes, «Trump ha definito il Dipartimento dell’Istruzione, creato nel 1979 da Jimmy Carter, un esempio di controllo governativo sulla vita quotidiana degli americani e ha suggerito che è stato un pessimo investimento per i contribuenti, affermando che gli Stati Uniti spendono tre volte più soldi per l’istruzione rispetto a qualsiasi altra nazione». Nonostante la notevole spesa (nell’anno fiscale 2022 sono stati erogati fondi federali per 119 miliardi di dollari, che nel 2024 sono divenuti 238) secondo Trump la scuola americana è tra le peggiori al mondo se non addirittura la peggiore.
Guardando la proposta dal punto di vista italiano, sarebbe legittimo farsi sorgere più di un dubbio a riguardo, poiché nei fatti si tratta di una liberalizzazione imponente. Ma se si considera l’assetto federale degli Usa, allora il discorso cambia e non poco. Par di capire infatti che l’obiettivo di Trump sia quello di sgretolare l’apparato ideologico woke che negli ultimi anni ha condizionato l’intero sistema educativo americano. Conferire maggiore autonomia e potere agli Stati è, a questo riguardo, una mossa fondamentale poiché consentirebbe a questi di rifiutare l’agenda «inclusiva» imposta in questi anni dai democratici.
Trump, riporta ancora Forbes, avrebbe previsto anche «il taglio dei finanziamenti a qualsiasi scuola che insegni la teoria critica della razza o la “follia transgender”». Sarebbe poi contemplato un nuovo sistema di valutazione degli insegnanti basato sul merito, il quale valorizzerebbe i docenti che «abbracciano i valori patriottici e supportano l’American Way of Life».
Va detto che quest’ultima parte del piano non è chiarissima e non è nemmeno così entusiasmante: il rischio di sostituire un blocco ideologico con un altro è sempre in agguato, e il rischio di limitare la pluralità dei punti di vista sarebbe meglio non correrlo. Così come è sempre opportuno diffidare dei tagli radicali al finanziamento pubblico, che potrebbero danneggiare fasce della popolazione già piuttosto fragili.
Detto questo, però, bisogna anche rendersi conto di quanto il politicamente corretto e le sue derive più deleterie abbiano infettato nel corso dei decenni tanto la scuola pubblica quanto quella privata. E bisogna tenere presente che una bella fetta dei fondi federali sono stati utilizzati per imporre un ben preciso orientamento politico agli istituti scolastici.
In ogni caso, per Trump non sarà facile mantenere la promessa. Forbes chiarisce che «la chiusura del Dipartimento dell’Istruzione richiederebbe un’azione del Congresso». Secondo il Washington Post, servirebbe anche «una super maggioranza di 60 voti al Senato», che i repubblicani non avrebbero, motivo per cui si renderebbero necessari anche voti democratici, ovviamente molto difficili da rimediare. Per altro, non è nemmeno detto che l’idea convinca tutti i repubblicani, alcuni dei quali in passato si sono mostrati scettici sulla riforma dell’istruzione.
Vedremo che cosa il nuovo presidente riuscirà a portare a casa. Che rivoluzioni la scuola statunitense o meno, Trump segnerà un determinante cambio di passo, e potrebbe riuscire - se non ad annichilire - per lo meno a colpire duramente la cultura woke. Il che sarebbe comunque un bene.
Con le nomine agli esteri pugno duro su Cina e Iran. E caute aperture a Putin
Dura con la Cina, severa con l’Iran, disposta a parlare con la Russia, ma sempre con un significativo ancoraggio nella Nato. Sono queste le caratteristiche, che vanno delineandosi, della politica estera della nuova amministrazione Trump. È infatti emerso che il presidente in pectore ha intenzione di nominare il senatore Marco Rubio come segretario di Stato e il deputato Mike Waltz come consigliere per la sicurezza nazionale.
Entrambi sono innanzitutto dei falchi anticinesi. Nel 2021, Waltz introdusse alla Camera una risoluzione che chiedeva di boicottare le Olimpiadi di Pechino dell’anno successivo: in particolare, il deputato tacciò la Cina di genocidio ai danni degli uiguri nello Xinjiang. Nel 2020, aveva inoltre lanciato l’allarme sulle attività di infiltrazione e di spionaggio cinesi ai danni degli atenei statunitensi. Anche Rubio è tutt’altro che tenero nei confronti della Repubblica popolare. A settembre, ha proposto un disegno di legge per impedire a Pechino di aggirare i dazi statunitensi, appoggiandosi a Paesi terzi. Era invece luglio, quando il diretto interessato ha sostenuto un provvedimento volto a rafforzare la partnership tra Stati Uniti e India in funzione anticinese. Il Dragone, per parte sua, annunciò delle sanzioni contro il senatore nel 2020. Insomma, è chiaro come, con queste due nomine, Donald Trump stia lasciando intendere di voler mantenere una linea severa nei confronti di Pechino. Guardingo verso la Cina è, del resto, anche l’uomo che il tycoon vuole mettere a capo dell’Epa, l’agenzia governativa per l’ambiente: parliamo dell’ex deputato Lee Zeldin che, a settembre, è stato nominato responsabile della China Policy Initiative presso l’America First Policy Institute, per «combattere l’influenza della Cina comunista sugli Usa».
Un approccio duro inizia a delinearsi anche nei confronti dell’Iran. Waltz è un aspro critico di Teheran e ha spesso accusato l’amministrazione Biden di essersi rivelata troppo blanda nei confronti degli ayatollah. Una linea, questa, condivisa anche da Rubio. Nel 2023, il senatore fu tra gli sponsor di un disegno di legge che chiedeva l’imposizione di sanzioni al regime khomeinista per la sua violazione dei diritti umani. Inoltre, Rubio è uno storico oppositore del controverso accordo sul nucleare iraniano che, abbandonato da Trump nel 2018, Joe Biden aveva fatto di tutto per ripristinare. È quindi chiaro che, optando per Waltz e Rubio, il presidente in pectore sta lanciando un duro monito all’Iran, rassicurando al contempo Israele. Non dimentichiamo d’altronde che Trump ha intenzione di nominare ambasciatrice all’Onu un’aspra critica dell’Unrwa, come la deputata Elise Stefanik.
Venendo al dossier ucraino, la situazione appare più sfumata. A settembre, Rubio si è detto favorevole a far terminare la guerra attraverso un approccio negoziale. «Non sono dalla parte della Russia, ma sfortunatamente la realtà è che il modo in cui la guerra in Ucraina finirà è con un accordo negoziato», ha detto, per poi aggiungere: «E voglio, e vogliamo, e credo che Donald Trump voglia, che l'Ucraina abbia più influenza in quella negoziazione». Dal canto suo, l’anno scorso, Waltz si è espresso contro gli «assegni in bianco» a Kiev, sostenendo che l’Europa dovrebbe fare di più e che gli Stati Uniti avrebbero dovuto concentrarsi maggiormente sulla salvaguardia del proprio confine meridionale. Attenzione però: l’apertura al negoziato non va interpretata come arrendevolezza. Bisogna infatti ricordare che, nel 2023, Rubio, al Senato, è stato co-sponsor della legge che vieta al presidente degli Usa di ritirarsi unilateralmente dalla Nato senza l’assenso del Congresso. La scelta del senatore come segretario di Stato certifica dunque il fatto che, pur essendo disposto a trattare, Trump non ha intenzione di lasciarsi andare a un appeasement verso Mosca. Il presidente in pectore sa del resto di dover urgentemente ripristinare la deterrenza azzoppata dal predecessore.
Infine, occhio a non sottovalutare la Santa sede. È chiaro che, sotto il profilo delle relazioni con la Cina, i rapporti tra Washington e i sacri palazzi peggioreranno, visto che papa Francesco ha appena rinnovato per quattro anni il controverso accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi. Però attenzione. L’apertura al negoziato sull’Ucraina, mostrata da Trump, potrebbe non dispiacere al segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin. Inoltre, è bene ricordare che Rubio è cattolico. Un fattore, questo, che potrebbe favorire dei rapporti più distesi tra l’amministrazione americana entrante e la Santa Sede.
Più in generale, la scelta di Rubio poggia anche su ragioni di politica interna. Avversario di Trump nel 2016, è col tempo diventato uno dei suoi principali alleati al Senato. Come ha fatto con JD Vance, il tycoon punta a dimostrare di essere pronto a collaborare e a dar fiducia anche ai suoi ex nemici. Infine, ma non meno importante, Rubio è ispanico. Trump vuole quindi dare un segnale anche a quell’elettorato latino rispetto a cui, alle ultime elezioni, ha guadagnato significativamente terreno. Nel frattempo, il presidente in pectore punta a nominare Kristi Noem segretario alla Sicurezza interna: si tratta della governatrice del South Dakota che, mesi fa, finì nella polemica per aver raccontato di aver ucciso il suo cane in quanto, riportò, «impossibile da addestrare». La scelta della Noem, così come quella di Tom Homan a responsabile della frontiera, evidenzia come Trump miri a incrementare la deterrenza nei confronti dell’immigrazione clandestina. Un tema, per il presidente in pectore, che ha a che fare non solo con l’ordine pubblico ma anche con la sicurezza nazionale.
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Smantellare il Dipartimento dell’Istruzione, delegando i suoi poteri agli Stati, e tagliare i fondi agli istituti che insegnano le teorie gender. Gli obiettivi della nuova amministrazione avranno al centro la battaglia culturale.Il presidente in pectore punta su Rubio come segretario di Stato e su Waltz come consigliere per la sicurezza nazionale. Possibili rapporti più distesi col Vaticano.Lo speciale contiene due articoliChi continua a sostenere che il trumpismo sia una sorta di rigurgito del ventre molle statunitense con tutta evidenza non ha capito che il Donald di ritorno è molto diverso e molto più strutturato rispetto al Donald degli esordi. Questa volta l’uomo ha piani molto chiari e, soprattutto, ha una battaglia culturale da combattere. L’idea centrale - sostenuta con vigore da Elon Musk - consiste nel ripristino della libertà di pensiero e parola più ampia possibile. Motivo per cui, come abbiamo già avuto occasione di scrivere, Trump ha in mente di smantellare il meccanismo che finora ha regolato il dibattito sui social network e nelle università, cancellando i cosiddetti fact checkers e spazzando via le barriere imposte dalla correttezza politica. Il progetto, tuttavia, è ancora più ambizioso e prevede una rivoluzione anche per il sistema scolastico, ipotesi che sta già mandando in fibrillazione i liberal statunitensi. Ieri il sito di Abc News ha pubblicato un articolo piuttosto allarmato sul fatto che Donald avrebbe in mente di smantellare il Dipartimento dell’Istruzione, cioè quello che «stabilisce le politiche, amministra e coordina la maggior parte degli aiuti federali all’istruzione». Tale smantellamento è previsto dalla Agenda47 stilata da Trump nei mesi passati, e in effetti ieri Elon Musk ha rilanciato su X un video dello scorso anno in cui Donald spiega che il Dipartimento dell’Istruzione è composto da molte persone che «in molti casi odiano i nostri figli», motivo per cui «vogliamo che gli Stati gestiscano l’istruzione dei nostri figli, perché faranno un lavoro molto migliore. Non si può fare di peggio».Come ricorda Forbes, «Trump ha definito il Dipartimento dell’Istruzione, creato nel 1979 da Jimmy Carter, un esempio di controllo governativo sulla vita quotidiana degli americani e ha suggerito che è stato un pessimo investimento per i contribuenti, affermando che gli Stati Uniti spendono tre volte più soldi per l’istruzione rispetto a qualsiasi altra nazione». Nonostante la notevole spesa (nell’anno fiscale 2022 sono stati erogati fondi federali per 119 miliardi di dollari, che nel 2024 sono divenuti 238) secondo Trump la scuola americana è tra le peggiori al mondo se non addirittura la peggiore.Guardando la proposta dal punto di vista italiano, sarebbe legittimo farsi sorgere più di un dubbio a riguardo, poiché nei fatti si tratta di una liberalizzazione imponente. Ma se si considera l’assetto federale degli Usa, allora il discorso cambia e non poco. Par di capire infatti che l’obiettivo di Trump sia quello di sgretolare l’apparato ideologico woke che negli ultimi anni ha condizionato l’intero sistema educativo americano. Conferire maggiore autonomia e potere agli Stati è, a questo riguardo, una mossa fondamentale poiché consentirebbe a questi di rifiutare l’agenda «inclusiva» imposta in questi anni dai democratici. Trump, riporta ancora Forbes, avrebbe previsto anche «il taglio dei finanziamenti a qualsiasi scuola che insegni la teoria critica della razza o la “follia transgender”». Sarebbe poi contemplato un nuovo sistema di valutazione degli insegnanti basato sul merito, il quale valorizzerebbe i docenti che «abbracciano i valori patriottici e supportano l’American Way of Life». Va detto che quest’ultima parte del piano non è chiarissima e non è nemmeno così entusiasmante: il rischio di sostituire un blocco ideologico con un altro è sempre in agguato, e il rischio di limitare la pluralità dei punti di vista sarebbe meglio non correrlo. Così come è sempre opportuno diffidare dei tagli radicali al finanziamento pubblico, che potrebbero danneggiare fasce della popolazione già piuttosto fragili. Detto questo, però, bisogna anche rendersi conto di quanto il politicamente corretto e le sue derive più deleterie abbiano infettato nel corso dei decenni tanto la scuola pubblica quanto quella privata. E bisogna tenere presente che una bella fetta dei fondi federali sono stati utilizzati per imporre un ben preciso orientamento politico agli istituti scolastici. In ogni caso, per Trump non sarà facile mantenere la promessa. Forbes chiarisce che «la chiusura del Dipartimento dell’Istruzione richiederebbe un’azione del Congresso». Secondo il Washington Post, servirebbe anche «una super maggioranza di 60 voti al Senato», che i repubblicani non avrebbero, motivo per cui si renderebbero necessari anche voti democratici, ovviamente molto difficili da rimediare. Per altro, non è nemmeno detto che l’idea convinca tutti i repubblicani, alcuni dei quali in passato si sono mostrati scettici sulla riforma dell’istruzione. Vedremo che cosa il nuovo presidente riuscirà a portare a casa. Che rivoluzioni la scuola statunitense o meno, Trump segnerà un determinante cambio di passo, e potrebbe riuscire - se non ad annichilire - per lo meno a colpire duramente la cultura woke. Il che sarebbe comunque un bene. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cosi-trump-vuole-rivoluzionare-la-scuola-e-agli-esteri-piazza-i-falchi-rubio-e-waltz-2669865213.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="con-le-nomine-agli-esteri-pugno-duro-su-cina-e-iran-e-caute-aperture-a-putin" data-post-id="2669865213" data-published-at="1731452948" data-use-pagination="False"> Con le nomine agli esteri pugno duro su Cina e Iran. E caute aperture a Putin Dura con la Cina, severa con l’Iran, disposta a parlare con la Russia, ma sempre con un significativo ancoraggio nella Nato. Sono queste le caratteristiche, che vanno delineandosi, della politica estera della nuova amministrazione Trump. È infatti emerso che il presidente in pectore ha intenzione di nominare il senatore Marco Rubio come segretario di Stato e il deputato Mike Waltz come consigliere per la sicurezza nazionale. Entrambi sono innanzitutto dei falchi anticinesi. Nel 2021, Waltz introdusse alla Camera una risoluzione che chiedeva di boicottare le Olimpiadi di Pechino dell’anno successivo: in particolare, il deputato tacciò la Cina di genocidio ai danni degli uiguri nello Xinjiang. Nel 2020, aveva inoltre lanciato l’allarme sulle attività di infiltrazione e di spionaggio cinesi ai danni degli atenei statunitensi. Anche Rubio è tutt’altro che tenero nei confronti della Repubblica popolare. A settembre, ha proposto un disegno di legge per impedire a Pechino di aggirare i dazi statunitensi, appoggiandosi a Paesi terzi. Era invece luglio, quando il diretto interessato ha sostenuto un provvedimento volto a rafforzare la partnership tra Stati Uniti e India in funzione anticinese. Il Dragone, per parte sua, annunciò delle sanzioni contro il senatore nel 2020. Insomma, è chiaro come, con queste due nomine, Donald Trump stia lasciando intendere di voler mantenere una linea severa nei confronti di Pechino. Guardingo verso la Cina è, del resto, anche l’uomo che il tycoon vuole mettere a capo dell’Epa, l’agenzia governativa per l’ambiente: parliamo dell’ex deputato Lee Zeldin che, a settembre, è stato nominato responsabile della China Policy Initiative presso l’America First Policy Institute, per «combattere l’influenza della Cina comunista sugli Usa». Un approccio duro inizia a delinearsi anche nei confronti dell’Iran. Waltz è un aspro critico di Teheran e ha spesso accusato l’amministrazione Biden di essersi rivelata troppo blanda nei confronti degli ayatollah. Una linea, questa, condivisa anche da Rubio. Nel 2023, il senatore fu tra gli sponsor di un disegno di legge che chiedeva l’imposizione di sanzioni al regime khomeinista per la sua violazione dei diritti umani. Inoltre, Rubio è uno storico oppositore del controverso accordo sul nucleare iraniano che, abbandonato da Trump nel 2018, Joe Biden aveva fatto di tutto per ripristinare. È quindi chiaro che, optando per Waltz e Rubio, il presidente in pectore sta lanciando un duro monito all’Iran, rassicurando al contempo Israele. Non dimentichiamo d’altronde che Trump ha intenzione di nominare ambasciatrice all’Onu un’aspra critica dell’Unrwa, come la deputata Elise Stefanik. Venendo al dossier ucraino, la situazione appare più sfumata. A settembre, Rubio si è detto favorevole a far terminare la guerra attraverso un approccio negoziale. «Non sono dalla parte della Russia, ma sfortunatamente la realtà è che il modo in cui la guerra in Ucraina finirà è con un accordo negoziato», ha detto, per poi aggiungere: «E voglio, e vogliamo, e credo che Donald Trump voglia, che l'Ucraina abbia più influenza in quella negoziazione». Dal canto suo, l’anno scorso, Waltz si è espresso contro gli «assegni in bianco» a Kiev, sostenendo che l’Europa dovrebbe fare di più e che gli Stati Uniti avrebbero dovuto concentrarsi maggiormente sulla salvaguardia del proprio confine meridionale. Attenzione però: l’apertura al negoziato non va interpretata come arrendevolezza. Bisogna infatti ricordare che, nel 2023, Rubio, al Senato, è stato co-sponsor della legge che vieta al presidente degli Usa di ritirarsi unilateralmente dalla Nato senza l’assenso del Congresso. La scelta del senatore come segretario di Stato certifica dunque il fatto che, pur essendo disposto a trattare, Trump non ha intenzione di lasciarsi andare a un appeasement verso Mosca. Il presidente in pectore sa del resto di dover urgentemente ripristinare la deterrenza azzoppata dal predecessore. Infine, occhio a non sottovalutare la Santa sede. È chiaro che, sotto il profilo delle relazioni con la Cina, i rapporti tra Washington e i sacri palazzi peggioreranno, visto che papa Francesco ha appena rinnovato per quattro anni il controverso accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi. Però attenzione. L’apertura al negoziato sull’Ucraina, mostrata da Trump, potrebbe non dispiacere al segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin. Inoltre, è bene ricordare che Rubio è cattolico. Un fattore, questo, che potrebbe favorire dei rapporti più distesi tra l’amministrazione americana entrante e la Santa Sede. Più in generale, la scelta di Rubio poggia anche su ragioni di politica interna. Avversario di Trump nel 2016, è col tempo diventato uno dei suoi principali alleati al Senato. Come ha fatto con JD Vance, il tycoon punta a dimostrare di essere pronto a collaborare e a dar fiducia anche ai suoi ex nemici. Infine, ma non meno importante, Rubio è ispanico. Trump vuole quindi dare un segnale anche a quell’elettorato latino rispetto a cui, alle ultime elezioni, ha guadagnato significativamente terreno. Nel frattempo, il presidente in pectore punta a nominare Kristi Noem segretario alla Sicurezza interna: si tratta della governatrice del South Dakota che, mesi fa, finì nella polemica per aver raccontato di aver ucciso il suo cane in quanto, riportò, «impossibile da addestrare». La scelta della Noem, così come quella di Tom Homan a responsabile della frontiera, evidenzia come Trump miri a incrementare la deterrenza nei confronti dell’immigrazione clandestina. Un tema, per il presidente in pectore, che ha a che fare non solo con l’ordine pubblico ma anche con la sicurezza nazionale.
Rodolfo Fiesoli (Ansa)
Una bella vacanza, insomma. Peccato che durante quella gita, come certificano le sentenze, Fiesoli ne approfittò per abusare di due minorenni che aveva al seguito. Questa atroce vicenda, decisamente emblematica della mostruosità che furono il Forteto e il suo sistema di potere, è stata raccontata ieri durante l’audizione dell’ex giudice Di Matteo presso la Commissione parlamentare che ancora indaga sulla struttura toscana e sulle malefatte del suo fondatore. In particolare, la Commissione si sta concentrando sulle responsabilità dei magistrati che continuarono per anni e anni ad affidare al Forteto ragazzini in difficoltà, senza mai controllare che cosa accadesse realmente nella cooperativa e senza preoccuparsi della condanna che già gravava su Fiesoli per reati decisamente sgradevoli. Di Matteo ha risposto alle domande stando sempre sulla difensiva e in alcuni frangenti è apparso in evidente imbarazzo.
Ha raccontato di essere stato in servizio a Firenze dal 1993 al 1997, anno in cui si fece trasferire a Salerno. Conobbe Fiesoli nel 1995, in occasione del collocamento al Forteto di un minorenne «difficile». Si trattava di un ragazzino di 14 anni che non aveva ancora commesso particolari reati, ma che fu trasferito alla cooperativa agricola per via di un procedura amministrativa che quasi nessun tribunale utilizzava, ma che a Firenze - per volontà del presidente, il dottor Francesco Scarcella - era ancora in vigore. Il minore mostrava «comportamenti irregolari» e a fini preventivi di futuri crimini fu mandato da Fiesoli e compagni.
In quell’epoca, ha ricordato Di Matteo, «il Forteto era un porto di mare, passavano continuamente politici, uomini di cultura, si organizzavano eventi e convegni». Lo stesso giudice partecipò ad alcuni di questi happening, tra cui «una escursione a Barbiana, dove era sepolto don Lorenzo Milani, perché i riferimenti culturali erano quelli». Di Matteo fu già sentito su questi fatti dalla commissione regionale sul Forteto nel 2016, ma le dichiarazioni che rese - su sua richiesta - furono secretate. Ora, però, le sue affermazioni sono pubbliche e ricostruiscono perfettamente il clima dell’epoca, oltre a costituire una schiacciante testimonianza della superficialità dimostrata dai magistrati. L’ex giudice ha più volte cercato di spiegare che nessuno poteva immaginare che nella cooperativa avessero luogo violenze e abusi, ma il problema è proprio questo: avrebbero dovuto controllare i giudici e, a prescindere, avrebbero dovuto evitare di frequentare un personaggio già condannato per violenze sui ragazzini. E invece Di Matteo conferma di non aver mai controllato i casellari giudiziali di chi si candidava a ottenere in affidamento i minori.
Quanto alla sentenza del 1985 che riconobbe colpevole Fiesoli, le sue risposte sono state agghiaccianti. «La vicenda era divisiva», ha detto il magistrato. «Quello fu vissuto come un giudizio molto controverso. L’allora presidente Gian Paolo Meucci, subito dopo la scarcerazione dei vertici del Forteto, decise di affidare il giorno stesso un bambino alla cooperativa».
Chiaro, no? Per i giudici fiorentini quella sentenza di condanna non valeva. Era divisiva. E l’autorevole giudice Gian Paolo Meucci aveva mostrato di non condividerla, quindi di fatto si poteva ignorarla. E poi, che volete, al Forteto andavano i politici, gli uomini di cultura… Chi mai poteva immaginare? Il risultato di questo atteggiamento sono stati anni di abusi impuniti. Che si sarebbero potuti evitare se i magistrati avessero controllato la cooperativa o se si fossero fatti venire qualche dubbio su Fiesoli invece di andare a cena e in gita con lui.
Ieri, in commissione, Di Matteo ha detto di non aver mai subito procedimenti disciplinari per il suo comportamento riguardo al Forteto e per la sua frequentazione del pederasta e abusatore che lo dirigeva. A dirla tutta non è mai nemmeno stato sentito dal Csm. Certo, si potrebbe obiettare che si tratti di fatti lontani nel tempo, di atteggiamenti che oggi difficilmente potrebbero ripetersi. Ma a ben vedere le cose non sono cambiate molto, anzi. Ci sono numerosi casi anche molto recenti di operato discutibile dei Tribunali per i minori, a partire da quello - incredibile - che riguarda la famiglia nel bosco. Potremmo citare, però, anche altre vicende abbastanza clamorose. Prima fra tutte quella di Monteverde, a Roma, dove il tribunale aveva disposto il collocamento in casa famiglia di una bambina di 5 anni con una grave sindrome genetica. La verifica indipendente sulle sue condizioni di salute fu chiesta dalla Garante per l’infanzia, il tribunale non l’aveva disposta. Gli esperti spiegarono che la bambina sarebbe stata gravemente danneggiata dalla separazione, che per questo fu fermata. Ma se non fosse intervenuta l’autorità, il tribunale avrebbe tirato dritto.
Un’altra storia incredibile è in corso a Varese. Protagonisti sono tre bambini molto piccoli. La due sorelline sono in una struttura, il bambino più piccino, di un anno e mezzo, sta in un’altra comunità con la madre ed è in una struttura da quando è nato. Le relazioni dei servizi sociali sono buone, la famiglia potrebbe riunirsi a casa. Ma il giudice che doveva sentire le parti a gennaio ha rinviato l’udienza a maggio. I genitori, protestando vigorosamente, hanno ottenuto di anticipare a marzo, ma intanto il tempo è passato. E chi pagherà per questi ritardi?
Se esiste un buon argomento per votare sì al referendum è costituito da queste storie. Con l’introduzione dell’Alta corte prevista dalla riforma, la sanzionabilità dei magistrati che commettono errori sarà più certa, anche per chi si occupa dei minorenni e che finora sembra essere sfuggito a ogni controllo. Forse è ora che chi rovina l’esistenza dei più piccoli per superficialità o per altre ragioni si assuma le sue responsabilità.
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Bill Clinton (Getty Images)
Se la questione non fosse estremamente seria, ci sarebbe materiale per imbastire una barzelletta: l’ex presidente americano Bill Clinton ha dichiarato sotto giuramento di non aver mai mentito sotto giuramento. Non è una burla: i filmati appena pubblicati delle audizioni di lui e sua moglie presso la commissione del Congresso che si occupa del caso Epstein lo testimoniano. «Ha mai mentito durante una deposizione?», chiede una deputata. «No», risponde l’ex presidente. «Ha mai mentito sotto giuramento?». «No», ribadisce di nuovo.
La cera dell’ex leader dem non è delle migliori. Rallentato nelle risposte, espressione spesso persa nel vuoto, sorrisi a tratti ebeti degni di una lieve demenza senile. Di segno opposto, invece, la strategia della moglie: Hillary è apparsa combattiva, sicura di sé, risoluta nel far percepire l’inutilità della sua convocazione e la certezza della sua innocenza. Sicuramente è in una posizione di minore difficoltà: non ci sono, negli Epstein files, foto di lei in una vasca idromassaggio di fianco a un giovane uomo, in compagnia di un pedofilo. E non ci sono precedenti noti a tutto il mondo di lei che, dopo aver tradito il marito, ha pure mentito sui rapporti avuti con una giovane stagista. In ogni caso non mancano email in cui diversi personaggi a lei vicini invitano Jeffrey Epstein a raccolte fondi per la sua campagna elettorale.
La sincerità di Bill Clinton è celebre in tutto al mondo: nel 1998, incalzato sullo scandalo che coinvolse la stagista Monica Lewinsky, il presidente si avventurò in una celebre «acrobazia semantica» durante una deposizione giurata, negando di aver avuto rapporti sessuali con la giovane. La sua strategia difensiva si basava sul presupposto che il sesso orale non rientrasse nella definizione tecnica di rapporto sessuale. Questa mossa gli valse l’impeachment per spergiuro e ostruzione alla giustizia nel dicembre 1998. Sebbene la Camera dei Rappresentanti votò a favore della messa in stato d’accusa, il Senato lo assolse. Un episodio che già allora insegnò molto sulla considerazione che le élite liberal hanno della gente. E che ancora oggi dice molto di Bill Clinton.
«Perché Epstein disse che le piacciono le ragazze giovani?», gli ha chiesto la deputata Nancy Mace durante l’audizione. Qui uno degli avvocati dell’ex presidente, Cherry Mills (sua storica legale quando era alla Casa Bianca, nello staff di Hillary da segretario di Stato e membro del cda di Blackrock), è intervenuta per cercare di edulcorare la domanda: «Le sta chiedendo un’opinione? Le sta chiedendo perché Epstein diceva questo?». Poi si è rivolta a Clinton per riformulare: «Le sta chiedendo di entrare nella testa di Epstein e immaginare quale fosse il suo pensiero a riguardo». Bill, visivamente provato e molto rallentato, non coglie la difesa del legale: «Prima di tutto, non è vero», risponde. «Che cosa?», incalza Mace. «Che io abbia qualche interesse verso ragazze minorenni». «Non ho detto minorenni», continua la deputata, «ho detto giovani». «Ma rimane che non è vero», ribadisce l’ex presidente. «Una stagista è giovane?». «Sì». Gioco, partita, incontro.
Fin troppo facile. E non è finita qui. Perché incalzato sulla famosa foto di lui in una vasca idromassaggio con accanto una ragazza (il cui volto è stato oscurato per motivi di privacy), ha raccontato la sua versione di come ci è finito dentro. L’ex presidente Usa ha confermato che l’istantanea è stata scattata durante un viaggio nel Brunei, in Asia, in cui il suo team, compreso di Epstein e la compagna Ghislaine Maxwell, stava lavorando su iniziative legate all’Aids. Erano gli anni in cui il faccendiere collaborava con Clinton alla sua fondazione filantropica. Brunei era l’ultima tappa di un lungo viaggio, ha raccontato Bill, e fu proprio il sultano locale, sua conoscenza dai tempi della presidenza, a chiedergli esplicitamente di stare in quell’albergo e di godere della piscina. «Io l’ho fatto, sono stato dentro cinque minuti e poi esausto sono andato a letto», ha continuato. A domanda diretta sull’identità della ragazza immortalata nella foto, ha risposto di non sapere chi fosse e che nella vasca c’erano diverse persone, ammettendo, però, che fossero tutte del suo gruppo. Ricapitolando: un ex presidente degli Stati Uniti, arrivato stanco nel Brunei, si è concesso un bagno in piscina per compiacere chi lo ospitava e senza avere idea di chi avesse a un metro e mezzo di distanza.
Non meno imbarazzante è la risposta alla domanda sulla morte di Epstein. «Crede che Epstein si sia ucciso?». «Gli sta chiedendo di fare supposizioni su come è morto Epstein?», interviene ancora l’avvocato Mace. Dopo una serie di botta e risposta tra le due donne, l’ex presidente risponde: «Non lo so». Attenzione: non dice di no, ma «non lo so». «A un certo punto è stato preso e forse…», lascia in sospeso. «Non lo so. Nella mia mente ho accettato l’idea che si sia suicidato, ma non so che cosa sia successo». Il tutto con questa aria un po’ stralunata, la stessa con cui, in un altro momento, si è messo a guardare un po’ di foto dei bei vecchi tempi, quelle degli Epstein files, sorridendo in maniera ebete. Età che avanza o strategia deliberata? Forse è meglio non avere una risposta.
Quanto al filmato della moglie Hillary, tra i momenti più esilaranti vi è sicuramente quello in cui scopre di una sua foto circolata sul Web e va su tutte le furie. Ma il punto più denso di ambiguità è quando viene incalzata su Howard Lutnick, che nel 2015 invitò Epstein a un evento «intimo» di raccolta fondi per la campagna di Hillary. La Clinton ha dichiarato sotto giuramento di non aver mai conosciuto Epstein. Speriamo la sua parola valga più di quella del marito.
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Il generale Giorgio Battisti lancia l'allarme: nel mirino non c'è solo il Medio Oriente, ma anche il Mediterraneo e il Sud Italia, dove si trovano basi strategiche NATO e americane.
Giovanni Falcone (Imagoeconomica)
Da ultimo, riesumando Maurizio Gelli per fargli dire che il padre sarebbe «felice» se trionfasse il Sì, in attuazione postuma del suo mitico «Piano di rinascita democratica». In realtà l’affermazione del figlio al Fatto quotidiano è più sfumata: «Sono certo che avrebbe avuto un’opinione molto favorevole su questa riforma», ma tant’è. Tutto fa brodo se serve a poter titolare: «Questo governo realizza le idee di mio padre Licio». Kiss me, kiss me Licio, canticchierebbe insomma la premier. Non basta: come dimenticare che il ministro della Giustizia Carlo Nordio non ha avuto alcun imbarazzo, horribile auditu, a non prendere le distanze da Gelli, arrivando - secondo l’interessata vulgata - quasi a incensarlo? In verità, Nordio espresse - male: purtroppo la sua verve comunicativa è quella che è - un concetto ovvio. Infatti, dopo dopo aver premesso: «Non conosco il suo Piano. Se la sua opinione era giusta, non si vede perché non la si debba seguire perché l’ha detto lui», ha aggiunto: «Le verità non dipendono da chi le proclama ma dall’oggettività che rappresentano. Se Gelli ha detto che Gesù Cristo è morto in croce, non per questo dobbiamo dire che è morto di polmonite. Anche l’orologio sbagliato segna due volte al giorno l’ora giusta. Gli inglesi dicono: “Sei inciampato nella verità”. Se anche Gelli è inciampato nella verità, non per questo la verità non è più tale».
A questo punto ai miei sette lettori potrebbe venire il dubbio che io mi sia spostato irreversibilmente a destra, iscrivendomi al club dei fan della compagine governativa, o vestendo i panni della cheerleader, o del ragazzo pompon, dei comitati per il Sì. Ma spero di sorprenderli confessando loro che i miei ragionamenti trovano conforto in quelli - ben più autorevoli- espressi da un uomo che di destra certo non è. Anzi: è stato infatti eletto in Parlamento con Rifondazione comunista, sindaco di sinistra a Milano dal 2011 al 2016, europarlamentare eletto nelle liste del Pd dal 2019 al 2024. L’avvocato Giuliano Pisapia. Che nel 2010 firmò un libro, In attesa di giustizia - Dialogo sulle riforme possibili (Guerini e Associati), a quattro mani con, toh, proprio Nordio, in quel momento procuratore aggiunto a Venezia. La lettura vale i 18,5 euro del prezzo del volume. Perché Pisapia non si tira indietro, e lo fa in maniera netta, precisa, documentata. Pescando a strascico: «So che è stata la mia posizione sull’argomento della separazione delle carriere a spingere le correnti di sinistra della magistratura, soprattutto a livello di vertice, ad attaccarmi politicamente accusandomi di fare il gioco del nemico. Non per questo ho cambiato opinione, convinto come sono che la qualità e l’equità di qualsiasi processo presupponga necessariamente la terzietà del giudice. Anche un bambino capisce che l’arbitro non può una volta indossare la casacca nera e l’altra la divisa del calciatore». Sdeng. Dopo l’antipasto, ecco il resto del menu. «Voci autorevoli nei lavori della Costituente (ben prima di Gelli, dunque) hanno sostenuto questa tesi, condivisa - in tempi non sospetti - da giuristi che hanno illuminato il cammino della democrazia non solo nel nostro Paese. Da Montesquieu ad Alexis de Tocqueville, fino a Piero Calamandrei, che riteneva necessario evitare “un pubblico ministero totalmente privo di controllo”». Arisdeng. Qui entra in gioco la memoria di Falcone. «Che, consapevole delle difficoltà, sosteneva che “bisogna arrivare” alla separazione delle carriere perchè “la regolamentazione delle funzioni e della stessa carriera dei pm non può essere identica a quella dei giudici, diverse essendo le funzioni, e quindi le attitudini, l’habitus mentale, e le capacità professionali richieste per l’espletamento di compiti così diversi”». Di più: «Cito ancora Falcone: “Disconoscere la specificità delle funzioni requirenti rispetto a quelle giudicanti, nell’antistorico tentativo di continuare a considerare la magistratura unitariamente, equivale paradossalmente a garantire meno la stessa indipendenza e autonomia della magistratura”». Sdeng sdeng. Pisapia a questo punto piccona quello che oggi è un altro mantra del No: «Separazione delle carriere non significa affatto dipendenza del pm dall’esecutivo. Ecco perché sbaglia, o non conosce la materia, chi sostiene che l’obiettivo sia quello di indebolire o cancellare l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. Mentre è in malafede chi fa risalire tale proposta a Gelli, accusando i sostenitori della separazione di portare avanti il programma della P2». Pisapia è incontinente: «Da uomo di sinistra mi è difficile capire perchè si sia lasciata al centrodestra una simile battaglia, sostenuta in passato dai più autorevoli giuristi democratici. La parità delle parti, il diritto di difesa, il diritto a un giudizio equo sono state da sempre bandiere, oggi purtroppo ammainate, della sinistra». Alla fine, un invito: «È ora di uscire dalla logica delle contrapposizioni frontali che impediscono qualsiasi cambiamento. Perchè è incontestabile che la separazione delle carriere è uno dei presupposti della parità delle parti, sancita dall’art. 111 della Costituzione. Solo un giudice davvero equidistante può garantire un reale contraddittorio e verificare, senza pregiudizi, la validità delle diverse tesi prospettate da accusa e difesa». Sdeng sdeng sdeng.
Capite adesso perchè viene l’orticaria ogni volta che viene riproposta la supposta paternità della riforma a Licio Gelli? Fare il karaoke di tali slogan fuorvianti, agitando lo spauracchio di una deriva che è nelle teste dei supporter del No più di quanto sia effettiva nella realtà, significa dare l’impressione di non disporre di munizioni più efficaci. Senza rendersi conto che suonare la grancassa dell’allarme «democratico e antifascista» genera il sospetto che si preferisca la propaganda manipolatoria ad un serio e civile confronto sul merito, le barricate fragorose al pacato ragionamento. Con il rischio concreto, per l’eterogenesi dei fini, di spingere anche chi non simpatizza - o non ha votato - per i partiti di maggioranza, a prendere in seria considerazione la possibilità di andare a votare, e di mettere una croce sul Sì.
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