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2024-11-13
Così Trump vuole rivoluzionare la scuola. E agli Esteri piazza i falchi Rubio e Waltz
Marco Rubio e Mike Waltz (Getty images)
Chi continua a sostenere che il trumpismo sia una sorta di rigurgito del ventre molle statunitense con tutta evidenza non ha capito che il Donald di ritorno è molto diverso e molto più strutturato rispetto al Donald degli esordi. Questa volta l’uomo ha piani molto chiari e, soprattutto, ha una battaglia culturale da combattere. L’idea centrale - sostenuta con vigore da Elon Musk - consiste nel ripristino della libertà di pensiero e parola più ampia possibile. Motivo per cui, come abbiamo già avuto occasione di scrivere, Trump ha in mente di smantellare il meccanismo che finora ha regolato il dibattito sui social network e nelle università, cancellando i cosiddetti fact checkers e spazzando via le barriere imposte dalla correttezza politica. Il progetto, tuttavia, è ancora più ambizioso e prevede una rivoluzione anche per il sistema scolastico, ipotesi che sta già mandando in fibrillazione i liberal statunitensi.
Ieri il sito di Abc News ha pubblicato un articolo piuttosto allarmato sul fatto che Donald avrebbe in mente di smantellare il Dipartimento dell’Istruzione, cioè quello che «stabilisce le politiche, amministra e coordina la maggior parte degli aiuti federali all’istruzione». Tale smantellamento è previsto dalla Agenda47 stilata da Trump nei mesi passati, e in effetti ieri Elon Musk ha rilanciato su X un video dello scorso anno in cui Donald spiega che il Dipartimento dell’Istruzione è composto da molte persone che «in molti casi odiano i nostri figli», motivo per cui «vogliamo che gli Stati gestiscano l’istruzione dei nostri figli, perché faranno un lavoro molto migliore. Non si può fare di peggio».
Come ricorda Forbes, «Trump ha definito il Dipartimento dell’Istruzione, creato nel 1979 da Jimmy Carter, un esempio di controllo governativo sulla vita quotidiana degli americani e ha suggerito che è stato un pessimo investimento per i contribuenti, affermando che gli Stati Uniti spendono tre volte più soldi per l’istruzione rispetto a qualsiasi altra nazione». Nonostante la notevole spesa (nell’anno fiscale 2022 sono stati erogati fondi federali per 119 miliardi di dollari, che nel 2024 sono divenuti 238) secondo Trump la scuola americana è tra le peggiori al mondo se non addirittura la peggiore.
Guardando la proposta dal punto di vista italiano, sarebbe legittimo farsi sorgere più di un dubbio a riguardo, poiché nei fatti si tratta di una liberalizzazione imponente. Ma se si considera l’assetto federale degli Usa, allora il discorso cambia e non poco. Par di capire infatti che l’obiettivo di Trump sia quello di sgretolare l’apparato ideologico woke che negli ultimi anni ha condizionato l’intero sistema educativo americano. Conferire maggiore autonomia e potere agli Stati è, a questo riguardo, una mossa fondamentale poiché consentirebbe a questi di rifiutare l’agenda «inclusiva» imposta in questi anni dai democratici.
Trump, riporta ancora Forbes, avrebbe previsto anche «il taglio dei finanziamenti a qualsiasi scuola che insegni la teoria critica della razza o la “follia transgender”». Sarebbe poi contemplato un nuovo sistema di valutazione degli insegnanti basato sul merito, il quale valorizzerebbe i docenti che «abbracciano i valori patriottici e supportano l’American Way of Life».
Va detto che quest’ultima parte del piano non è chiarissima e non è nemmeno così entusiasmante: il rischio di sostituire un blocco ideologico con un altro è sempre in agguato, e il rischio di limitare la pluralità dei punti di vista sarebbe meglio non correrlo. Così come è sempre opportuno diffidare dei tagli radicali al finanziamento pubblico, che potrebbero danneggiare fasce della popolazione già piuttosto fragili.
Detto questo, però, bisogna anche rendersi conto di quanto il politicamente corretto e le sue derive più deleterie abbiano infettato nel corso dei decenni tanto la scuola pubblica quanto quella privata. E bisogna tenere presente che una bella fetta dei fondi federali sono stati utilizzati per imporre un ben preciso orientamento politico agli istituti scolastici.
In ogni caso, per Trump non sarà facile mantenere la promessa. Forbes chiarisce che «la chiusura del Dipartimento dell’Istruzione richiederebbe un’azione del Congresso». Secondo il Washington Post, servirebbe anche «una super maggioranza di 60 voti al Senato», che i repubblicani non avrebbero, motivo per cui si renderebbero necessari anche voti democratici, ovviamente molto difficili da rimediare. Per altro, non è nemmeno detto che l’idea convinca tutti i repubblicani, alcuni dei quali in passato si sono mostrati scettici sulla riforma dell’istruzione.
Vedremo che cosa il nuovo presidente riuscirà a portare a casa. Che rivoluzioni la scuola statunitense o meno, Trump segnerà un determinante cambio di passo, e potrebbe riuscire - se non ad annichilire - per lo meno a colpire duramente la cultura woke. Il che sarebbe comunque un bene.
Con le nomine agli esteri pugno duro su Cina e Iran. E caute aperture a Putin
Dura con la Cina, severa con l’Iran, disposta a parlare con la Russia, ma sempre con un significativo ancoraggio nella Nato. Sono queste le caratteristiche, che vanno delineandosi, della politica estera della nuova amministrazione Trump. È infatti emerso che il presidente in pectore ha intenzione di nominare il senatore Marco Rubio come segretario di Stato e il deputato Mike Waltz come consigliere per la sicurezza nazionale.
Entrambi sono innanzitutto dei falchi anticinesi. Nel 2021, Waltz introdusse alla Camera una risoluzione che chiedeva di boicottare le Olimpiadi di Pechino dell’anno successivo: in particolare, il deputato tacciò la Cina di genocidio ai danni degli uiguri nello Xinjiang. Nel 2020, aveva inoltre lanciato l’allarme sulle attività di infiltrazione e di spionaggio cinesi ai danni degli atenei statunitensi. Anche Rubio è tutt’altro che tenero nei confronti della Repubblica popolare. A settembre, ha proposto un disegno di legge per impedire a Pechino di aggirare i dazi statunitensi, appoggiandosi a Paesi terzi. Era invece luglio, quando il diretto interessato ha sostenuto un provvedimento volto a rafforzare la partnership tra Stati Uniti e India in funzione anticinese. Il Dragone, per parte sua, annunciò delle sanzioni contro il senatore nel 2020. Insomma, è chiaro come, con queste due nomine, Donald Trump stia lasciando intendere di voler mantenere una linea severa nei confronti di Pechino. Guardingo verso la Cina è, del resto, anche l’uomo che il tycoon vuole mettere a capo dell’Epa, l’agenzia governativa per l’ambiente: parliamo dell’ex deputato Lee Zeldin che, a settembre, è stato nominato responsabile della China Policy Initiative presso l’America First Policy Institute, per «combattere l’influenza della Cina comunista sugli Usa».
Un approccio duro inizia a delinearsi anche nei confronti dell’Iran. Waltz è un aspro critico di Teheran e ha spesso accusato l’amministrazione Biden di essersi rivelata troppo blanda nei confronti degli ayatollah. Una linea, questa, condivisa anche da Rubio. Nel 2023, il senatore fu tra gli sponsor di un disegno di legge che chiedeva l’imposizione di sanzioni al regime khomeinista per la sua violazione dei diritti umani. Inoltre, Rubio è uno storico oppositore del controverso accordo sul nucleare iraniano che, abbandonato da Trump nel 2018, Joe Biden aveva fatto di tutto per ripristinare. È quindi chiaro che, optando per Waltz e Rubio, il presidente in pectore sta lanciando un duro monito all’Iran, rassicurando al contempo Israele. Non dimentichiamo d’altronde che Trump ha intenzione di nominare ambasciatrice all’Onu un’aspra critica dell’Unrwa, come la deputata Elise Stefanik.
Venendo al dossier ucraino, la situazione appare più sfumata. A settembre, Rubio si è detto favorevole a far terminare la guerra attraverso un approccio negoziale. «Non sono dalla parte della Russia, ma sfortunatamente la realtà è che il modo in cui la guerra in Ucraina finirà è con un accordo negoziato», ha detto, per poi aggiungere: «E voglio, e vogliamo, e credo che Donald Trump voglia, che l'Ucraina abbia più influenza in quella negoziazione». Dal canto suo, l’anno scorso, Waltz si è espresso contro gli «assegni in bianco» a Kiev, sostenendo che l’Europa dovrebbe fare di più e che gli Stati Uniti avrebbero dovuto concentrarsi maggiormente sulla salvaguardia del proprio confine meridionale. Attenzione però: l’apertura al negoziato non va interpretata come arrendevolezza. Bisogna infatti ricordare che, nel 2023, Rubio, al Senato, è stato co-sponsor della legge che vieta al presidente degli Usa di ritirarsi unilateralmente dalla Nato senza l’assenso del Congresso. La scelta del senatore come segretario di Stato certifica dunque il fatto che, pur essendo disposto a trattare, Trump non ha intenzione di lasciarsi andare a un appeasement verso Mosca. Il presidente in pectore sa del resto di dover urgentemente ripristinare la deterrenza azzoppata dal predecessore.
Infine, occhio a non sottovalutare la Santa sede. È chiaro che, sotto il profilo delle relazioni con la Cina, i rapporti tra Washington e i sacri palazzi peggioreranno, visto che papa Francesco ha appena rinnovato per quattro anni il controverso accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi. Però attenzione. L’apertura al negoziato sull’Ucraina, mostrata da Trump, potrebbe non dispiacere al segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin. Inoltre, è bene ricordare che Rubio è cattolico. Un fattore, questo, che potrebbe favorire dei rapporti più distesi tra l’amministrazione americana entrante e la Santa Sede.
Più in generale, la scelta di Rubio poggia anche su ragioni di politica interna. Avversario di Trump nel 2016, è col tempo diventato uno dei suoi principali alleati al Senato. Come ha fatto con JD Vance, il tycoon punta a dimostrare di essere pronto a collaborare e a dar fiducia anche ai suoi ex nemici. Infine, ma non meno importante, Rubio è ispanico. Trump vuole quindi dare un segnale anche a quell’elettorato latino rispetto a cui, alle ultime elezioni, ha guadagnato significativamente terreno. Nel frattempo, il presidente in pectore punta a nominare Kristi Noem segretario alla Sicurezza interna: si tratta della governatrice del South Dakota che, mesi fa, finì nella polemica per aver raccontato di aver ucciso il suo cane in quanto, riportò, «impossibile da addestrare». La scelta della Noem, così come quella di Tom Homan a responsabile della frontiera, evidenzia come Trump miri a incrementare la deterrenza nei confronti dell’immigrazione clandestina. Un tema, per il presidente in pectore, che ha a che fare non solo con l’ordine pubblico ma anche con la sicurezza nazionale.
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Smantellare il Dipartimento dell’Istruzione, delegando i suoi poteri agli Stati, e tagliare i fondi agli istituti che insegnano le teorie gender. Gli obiettivi della nuova amministrazione avranno al centro la battaglia culturale.Il presidente in pectore punta su Rubio come segretario di Stato e su Waltz come consigliere per la sicurezza nazionale. Possibili rapporti più distesi col Vaticano.Lo speciale contiene due articoliChi continua a sostenere che il trumpismo sia una sorta di rigurgito del ventre molle statunitense con tutta evidenza non ha capito che il Donald di ritorno è molto diverso e molto più strutturato rispetto al Donald degli esordi. Questa volta l’uomo ha piani molto chiari e, soprattutto, ha una battaglia culturale da combattere. L’idea centrale - sostenuta con vigore da Elon Musk - consiste nel ripristino della libertà di pensiero e parola più ampia possibile. Motivo per cui, come abbiamo già avuto occasione di scrivere, Trump ha in mente di smantellare il meccanismo che finora ha regolato il dibattito sui social network e nelle università, cancellando i cosiddetti fact checkers e spazzando via le barriere imposte dalla correttezza politica. Il progetto, tuttavia, è ancora più ambizioso e prevede una rivoluzione anche per il sistema scolastico, ipotesi che sta già mandando in fibrillazione i liberal statunitensi. Ieri il sito di Abc News ha pubblicato un articolo piuttosto allarmato sul fatto che Donald avrebbe in mente di smantellare il Dipartimento dell’Istruzione, cioè quello che «stabilisce le politiche, amministra e coordina la maggior parte degli aiuti federali all’istruzione». Tale smantellamento è previsto dalla Agenda47 stilata da Trump nei mesi passati, e in effetti ieri Elon Musk ha rilanciato su X un video dello scorso anno in cui Donald spiega che il Dipartimento dell’Istruzione è composto da molte persone che «in molti casi odiano i nostri figli», motivo per cui «vogliamo che gli Stati gestiscano l’istruzione dei nostri figli, perché faranno un lavoro molto migliore. Non si può fare di peggio».Come ricorda Forbes, «Trump ha definito il Dipartimento dell’Istruzione, creato nel 1979 da Jimmy Carter, un esempio di controllo governativo sulla vita quotidiana degli americani e ha suggerito che è stato un pessimo investimento per i contribuenti, affermando che gli Stati Uniti spendono tre volte più soldi per l’istruzione rispetto a qualsiasi altra nazione». Nonostante la notevole spesa (nell’anno fiscale 2022 sono stati erogati fondi federali per 119 miliardi di dollari, che nel 2024 sono divenuti 238) secondo Trump la scuola americana è tra le peggiori al mondo se non addirittura la peggiore.Guardando la proposta dal punto di vista italiano, sarebbe legittimo farsi sorgere più di un dubbio a riguardo, poiché nei fatti si tratta di una liberalizzazione imponente. Ma se si considera l’assetto federale degli Usa, allora il discorso cambia e non poco. Par di capire infatti che l’obiettivo di Trump sia quello di sgretolare l’apparato ideologico woke che negli ultimi anni ha condizionato l’intero sistema educativo americano. Conferire maggiore autonomia e potere agli Stati è, a questo riguardo, una mossa fondamentale poiché consentirebbe a questi di rifiutare l’agenda «inclusiva» imposta in questi anni dai democratici. Trump, riporta ancora Forbes, avrebbe previsto anche «il taglio dei finanziamenti a qualsiasi scuola che insegni la teoria critica della razza o la “follia transgender”». Sarebbe poi contemplato un nuovo sistema di valutazione degli insegnanti basato sul merito, il quale valorizzerebbe i docenti che «abbracciano i valori patriottici e supportano l’American Way of Life». Va detto che quest’ultima parte del piano non è chiarissima e non è nemmeno così entusiasmante: il rischio di sostituire un blocco ideologico con un altro è sempre in agguato, e il rischio di limitare la pluralità dei punti di vista sarebbe meglio non correrlo. Così come è sempre opportuno diffidare dei tagli radicali al finanziamento pubblico, che potrebbero danneggiare fasce della popolazione già piuttosto fragili. Detto questo, però, bisogna anche rendersi conto di quanto il politicamente corretto e le sue derive più deleterie abbiano infettato nel corso dei decenni tanto la scuola pubblica quanto quella privata. E bisogna tenere presente che una bella fetta dei fondi federali sono stati utilizzati per imporre un ben preciso orientamento politico agli istituti scolastici. In ogni caso, per Trump non sarà facile mantenere la promessa. Forbes chiarisce che «la chiusura del Dipartimento dell’Istruzione richiederebbe un’azione del Congresso». Secondo il Washington Post, servirebbe anche «una super maggioranza di 60 voti al Senato», che i repubblicani non avrebbero, motivo per cui si renderebbero necessari anche voti democratici, ovviamente molto difficili da rimediare. Per altro, non è nemmeno detto che l’idea convinca tutti i repubblicani, alcuni dei quali in passato si sono mostrati scettici sulla riforma dell’istruzione. Vedremo che cosa il nuovo presidente riuscirà a portare a casa. Che rivoluzioni la scuola statunitense o meno, Trump segnerà un determinante cambio di passo, e potrebbe riuscire - se non ad annichilire - per lo meno a colpire duramente la cultura woke. Il che sarebbe comunque un bene. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cosi-trump-vuole-rivoluzionare-la-scuola-e-agli-esteri-piazza-i-falchi-rubio-e-waltz-2669865213.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="con-le-nomine-agli-esteri-pugno-duro-su-cina-e-iran-e-caute-aperture-a-putin" data-post-id="2669865213" data-published-at="1731452948" data-use-pagination="False"> Con le nomine agli esteri pugno duro su Cina e Iran. E caute aperture a Putin Dura con la Cina, severa con l’Iran, disposta a parlare con la Russia, ma sempre con un significativo ancoraggio nella Nato. Sono queste le caratteristiche, che vanno delineandosi, della politica estera della nuova amministrazione Trump. È infatti emerso che il presidente in pectore ha intenzione di nominare il senatore Marco Rubio come segretario di Stato e il deputato Mike Waltz come consigliere per la sicurezza nazionale. Entrambi sono innanzitutto dei falchi anticinesi. Nel 2021, Waltz introdusse alla Camera una risoluzione che chiedeva di boicottare le Olimpiadi di Pechino dell’anno successivo: in particolare, il deputato tacciò la Cina di genocidio ai danni degli uiguri nello Xinjiang. Nel 2020, aveva inoltre lanciato l’allarme sulle attività di infiltrazione e di spionaggio cinesi ai danni degli atenei statunitensi. Anche Rubio è tutt’altro che tenero nei confronti della Repubblica popolare. A settembre, ha proposto un disegno di legge per impedire a Pechino di aggirare i dazi statunitensi, appoggiandosi a Paesi terzi. Era invece luglio, quando il diretto interessato ha sostenuto un provvedimento volto a rafforzare la partnership tra Stati Uniti e India in funzione anticinese. Il Dragone, per parte sua, annunciò delle sanzioni contro il senatore nel 2020. Insomma, è chiaro come, con queste due nomine, Donald Trump stia lasciando intendere di voler mantenere una linea severa nei confronti di Pechino. Guardingo verso la Cina è, del resto, anche l’uomo che il tycoon vuole mettere a capo dell’Epa, l’agenzia governativa per l’ambiente: parliamo dell’ex deputato Lee Zeldin che, a settembre, è stato nominato responsabile della China Policy Initiative presso l’America First Policy Institute, per «combattere l’influenza della Cina comunista sugli Usa». Un approccio duro inizia a delinearsi anche nei confronti dell’Iran. Waltz è un aspro critico di Teheran e ha spesso accusato l’amministrazione Biden di essersi rivelata troppo blanda nei confronti degli ayatollah. Una linea, questa, condivisa anche da Rubio. Nel 2023, il senatore fu tra gli sponsor di un disegno di legge che chiedeva l’imposizione di sanzioni al regime khomeinista per la sua violazione dei diritti umani. Inoltre, Rubio è uno storico oppositore del controverso accordo sul nucleare iraniano che, abbandonato da Trump nel 2018, Joe Biden aveva fatto di tutto per ripristinare. È quindi chiaro che, optando per Waltz e Rubio, il presidente in pectore sta lanciando un duro monito all’Iran, rassicurando al contempo Israele. Non dimentichiamo d’altronde che Trump ha intenzione di nominare ambasciatrice all’Onu un’aspra critica dell’Unrwa, come la deputata Elise Stefanik. Venendo al dossier ucraino, la situazione appare più sfumata. A settembre, Rubio si è detto favorevole a far terminare la guerra attraverso un approccio negoziale. «Non sono dalla parte della Russia, ma sfortunatamente la realtà è che il modo in cui la guerra in Ucraina finirà è con un accordo negoziato», ha detto, per poi aggiungere: «E voglio, e vogliamo, e credo che Donald Trump voglia, che l'Ucraina abbia più influenza in quella negoziazione». Dal canto suo, l’anno scorso, Waltz si è espresso contro gli «assegni in bianco» a Kiev, sostenendo che l’Europa dovrebbe fare di più e che gli Stati Uniti avrebbero dovuto concentrarsi maggiormente sulla salvaguardia del proprio confine meridionale. Attenzione però: l’apertura al negoziato non va interpretata come arrendevolezza. Bisogna infatti ricordare che, nel 2023, Rubio, al Senato, è stato co-sponsor della legge che vieta al presidente degli Usa di ritirarsi unilateralmente dalla Nato senza l’assenso del Congresso. La scelta del senatore come segretario di Stato certifica dunque il fatto che, pur essendo disposto a trattare, Trump non ha intenzione di lasciarsi andare a un appeasement verso Mosca. Il presidente in pectore sa del resto di dover urgentemente ripristinare la deterrenza azzoppata dal predecessore. Infine, occhio a non sottovalutare la Santa sede. È chiaro che, sotto il profilo delle relazioni con la Cina, i rapporti tra Washington e i sacri palazzi peggioreranno, visto che papa Francesco ha appena rinnovato per quattro anni il controverso accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi. Però attenzione. L’apertura al negoziato sull’Ucraina, mostrata da Trump, potrebbe non dispiacere al segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin. Inoltre, è bene ricordare che Rubio è cattolico. Un fattore, questo, che potrebbe favorire dei rapporti più distesi tra l’amministrazione americana entrante e la Santa Sede. Più in generale, la scelta di Rubio poggia anche su ragioni di politica interna. Avversario di Trump nel 2016, è col tempo diventato uno dei suoi principali alleati al Senato. Come ha fatto con JD Vance, il tycoon punta a dimostrare di essere pronto a collaborare e a dar fiducia anche ai suoi ex nemici. Infine, ma non meno importante, Rubio è ispanico. Trump vuole quindi dare un segnale anche a quell’elettorato latino rispetto a cui, alle ultime elezioni, ha guadagnato significativamente terreno. Nel frattempo, il presidente in pectore punta a nominare Kristi Noem segretario alla Sicurezza interna: si tratta della governatrice del South Dakota che, mesi fa, finì nella polemica per aver raccontato di aver ucciso il suo cane in quanto, riportò, «impossibile da addestrare». La scelta della Noem, così come quella di Tom Homan a responsabile della frontiera, evidenzia come Trump miri a incrementare la deterrenza nei confronti dell’immigrazione clandestina. Un tema, per il presidente in pectore, che ha a che fare non solo con l’ordine pubblico ma anche con la sicurezza nazionale.
Le vincitrici della medaglia d'oro Andrea Voetter e Marion Oberhofer festeggiano sul podio dopo le gare di doppio femminile di slittino ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Gold. Anche se pronunciato alla tedesca significa oro, inno di Mameli e tricolore che sventola. Lassù sulle montagne c’è gente che non tradisce mai. È un trionfo totale nello slittino, dove in meno di un’ora l’Italia raddoppia gli ori (da due a quattro) e aumenta le medaglie, domani 13 nella cavalcata verso il record di Lillehammer (20). Il distretto dei miracoli, nei 40 km fra Bolzano e Bressanone, si conferma la nostra Silicon Valley dello Sport. Andrea Voetter e Marion Oberhofer, all’esordio ai Giochi, conquistano il mondo nel doppio femminile davanti a Germania e Austria. Qualche manciata di minuti dopo i due eroici carabinieri Emanuel Rieder e Simon Kainzwaldner fanno lo storico bis lasciandosi alle spalle austriaci e tedeschi. Un trionfo assoluto, l’impresa è completa.
Esulta da lassù anche Eugenio Monti, il Rosso volante, al quale è dedicata la stupenda pista criticata dagli ambientalisti (zitti e mosca almeno oggi). I fenomeni della velocità nella specialità più antica e più cara ai bambini si avvolgono nel tricolore in un gruppo laocoontico che fa il giro del pianeta. Orgoglio italiano in purezza, anche questa volta (come si usa dire per Jannik Sinner) la cicogna non è stata pigra e ha superato le Alpi. Ma al di là del destino, il pensiero corre al genio che ha plasmato questa squadra: Armin Zoeggeler, il cannibale, che vinse sei medaglie olimpiche e 57 gare e oggi è il ds guru di una nazionale senza rivali.
Senza i missili schutzen sugli slittini, la giornata sarebbe un pianto. Sulla pista Stelvio di Bormio si coglie per la prima volta un senso d’impotenza durante il SuperG che si trasforma in MiniG. Giovanni Franzoni è stanco e non riesce a spingere (6°), travolto anche dai brindisi e dagli elogi di un totem come Piero Gros, che prima della gara sottolinea: «Non parlare di sorpresa, ha un istinto da fuoriclasse». Come non detto, in compenso si candida per un’ospitata al festival di Sanremo.
Quanto agli altri, Christof Innerhofer (11º) e Mattia Casse (24°) non pervenuti. Ma il simbolo del momento storto è rappresentato dal destino di Dominik Paris, il più esperto di tutti, costretto al ritiro per una caduta da sciatore della domenica, tradito da un attacco regolato male che si sgancia alla minima pressione. «Quando lo sci è partito per la tangente ho tirato una bestemmia, si è rotto l’attacco oppure è difficile da capire», allarga le braccia Domme, con l’aria di chi non vede l’ora di regolare i conti con lo skiman, anche se in pubblico lo esenta da colpe.
Affondati gli azzurri non resta che ammirare il formidabile esercito svizzero, come da imperdibile saggio di John McPhee. Franjo Von Allmen vince anche qui, terza medaglia d’oro in cinque giorni: relega al terzo posto il connazionale Marco Odermatt - che sale sul podio con l’aria di chi ha perso gli amici e la corriera - e si candida a simbolo dell’Olimpiade. Non lascia scampo a nessuno; solo l’americano Ryan Cochran-Siegle (2º) gli arriva vicino. Franjo è il più elvetico di tutti. Arriva dalla valle della carne Simmenthal e celebra ogni successo facendo il gesto delle corna per salutare le sue mucche.
Azzurri male in SuperG e male nel Biathon, dove l’argentea Lisa Vittozzi sembra appagata e si perde nelle retrovie della 15 km sparando a casaccio. Va meglio Dorothea Wierer, la capofila italiana, che agguanta il quinto posto con una prova dignitosa nel giorno sbagliato («per noi donne una volta al mese é così»), non sufficiente ad impensierire la francese Julia Simon, al secondo oro consecutivo dopo quello in staffetta mista. Argento alla connazionale gentile e tatuatissima Lou Jeanmonnot, bronzo a sorpresa per la bulgara Lora Hristova, paradigma del rimpianto azzurro.
Nel Fondo si accende un caso dal nulla: due sciatrici sudcoreane vengono squalificate per l’uso di una sciolina-doping a base di fluoro, sostanza proibita dal Cio. È la prima volta che il doping viene rilevato non sulle atlete ma sui materiali con un eccesso di zelo fuori dal tempo. Sono anni che le nazionali più ricche e organizzate si portano appresso Tir con almeno un centinaio di diversi tipi di sciolina; la scienza è applicata in tutto e per tutto, sostenuta da investimenti milionari. Niente da fare, quell’unguento da dentifricio è proibito. Per la cronaca, le due non si sarebbe mai neppure avvicinate ai primi dieci.
Se martedì il gesto «umano» del giorno era stata la confessione sul podio del biathleta norvegese Sturla Lagreid («ho tradito la mia fidanzata e sono distrutto dal dolore»), oggi ha fatto emozionare tutti la dedica del pattinatore americano Maxim Naumov, che al termine della sua prova ha mostrato al pubblico del Forum di Milano la foto dei genitori ex campioni della stessa specialità, morti in una sciagura aerea un anno fa. «Mamma e papà, ho pattinato per voi, guardate cosa abbiamo fatto». Nel vedere quel ragazzo pattinare divinamente, guidato dal cielo, si sono commossi tutti.
Domani si torna in pista con donne speciali che hanno l’oro in testa: la mammina Francesca Lollobrigida nel Pattinaggio (5000 metri velocità), la regina Arianna Fontana nello sprint dello Short Track. Identica adrenalina sulle Tofane, dove le ragazze dello squadrone azzurro vanno a caccia di medaglie nel SuperG. Al cancelletto di partenza Federica Brignone, Laura Pirovano, Elena Curtoni e soprattutto Sofia Goggia che oggi ha ricevuto la visita di un portafortuna speciale, il presidente Sergio Mattarella. Molte speranze e un rischio meteo: è prevista nebbia. A Cortina siete pregati di soffiare.
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Ansa
Invece, per le nazioni partecipanti del programma Gcap, Gran Bretagna, Italia e Giappone, l’arrivo di Berlino, sempre che sia approvato e soprattutto ben definito dal Regno Unito come dal Giappone oltre che dall’Italia, avrebbe effetti differenti. Servirà valutare come inserire i tedeschi nella joint-venture trinazionale Edgewing che costruisce il Gcap e l’effetto a lungo termine sarebbe la maggiore suddivisione dei costi tra ogni Paese, certamente un vantaggio come l’accresciuto numero di aerei da costruire. Secondo: a breve termine aprirebbe la porta a più aziende coinvolte nel programma aumentando le possibilità di forniture da parte di piccole e medie imprese. Ma al tempo stesso incrementerebbe la concorrenza tra esse poiché queste, per partecipare alle commesse, sono valutate in termini di qualità, tempi e costi delle forniture. Risultato: le pmi italiane si troverebbero innanzi a più opportunità come a maggiore concorrenza e al tempo stesso anche a dover correre ancora più per ammodernarsi di quanto non facciano già oggi, per soddisfare i requisiti dettati da colossi dell’aerospazio come Bae System e Leonardo.
Airbus intanto sta riorganizzando la divisione Defence and Space con un piano di 2.500 tagli entro la metà dell’anno. A dare speranza per una positiva collaborazione con Berlino è anche il fatto che Regno Unito, Italia, Spagna e Germania già collaborano da quarant’anni nel consorzio Eurofighter Typhoon (BaeSystems 37,5%; Eads Deutschland 30%; Leonardo 19,5%; Eads-Casa 13%), tempo nel quale sono state affrontate e risolte le maggiori criticità apparse all’inizio dell’impresa. Soprattutto, con la Germania nel programma Gcap aumenterebbe la possibilità europea di raggiungere in tempi rapidi la tanto desiderata indipendenza tecnologica dagli Usa che oggi costringe la maggioranza dei Paesi Nato a comprare prodotti della difesa da Washington e tante piccole e medie imprese ad affrontare difficoltà nel reperimento di componenti qualificati per uso militare e aerospaziale. Un piccolo esempio: un semplice micro-interruttore o un connettore elettrico approvati per uso militare, quindi qualificati dal produttore per superare determinate prestazioni (come funzionare a temperature estreme, non essere affetti da corrosione, ecc.), compreso nei cataloghi di parti in standard Nato, con molta probabilità oggi proviene dagli Usa dove viene fornito attraverso i canali ufficiali per 300 dollari con un’attesa di due anni o per mille dollari in sei mesi. Questo sia per la forte domanda interna statunitense, sia per carenza di materie prime, sia per evidente opportunità ma anche per vetustà delle componenti stesse e mancanza di alternative, poiché ha caratteristiche definite al tempo della Guerra fredda e poco aggiornate. Così è arduo per una pmi garantire i tempi previsti senza perdere competitività rispetto a concorrenti inglesi o asiatiche. Moltiplicate l’esempio per le migliaia di parti e lavorazioni necessarie per costruire un caccia o un missile e si ottiene la dimensione della dipendenza tecnologica ancor prima di considerare l’intelligenza artificiale o altre innovazioni delle quali il Gcap sarà portatore. E che avranno grandi e utili ricadute anche in ambito civile.
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Lunedì il quindicenne esce da scuola e sale sull’autobus nel quartiere San Felice, per tornare a casa, che è parecchio distante. Come ha raccontato la mamma al Giornale di Vicenza, «credeva di aver dimenticato l’abbonamento: nella sua completa onestà lo ha detto subito all’autista e lui lo ha fatto scendere». Insomma, una piccola botta di ansia, affrontata «autodenunciandosi», nella speranza di trovare un minimo di umanità. E invece, nulla. Il guidatore è stato inflessibile. Pioveva pure e il minore ha chiamato il nonno per farsi venire a prendere. Poi è stata informata la mamma, stupitissima, perché il figlio ha l’abbonamento, che per altro ha trovato poco dopo. La signora ha protestato con l’azienda locale di trasporti, che promette la solita «rapida inchiesta», ma intanto già si cosparge il capo di cenere. Dice il presidente di Svt, Marco Sandonà: «A nome dell’azienda vorrei scusarmi pubblicamente con lo studente e la sua famiglia per questo increscioso episodio».
L’azienda ha subito aperto una procedura di contestazione nei confronti del proprio dipendente. Possibile che la disabilità non fosse molto evidente, ma non sposta più di tanto i termini della questione perché un quindicenne è un quindicenne.
Se ne rende conto lo stesso Sandonà, che spiega: «Abbiamo una responsabilità nei confronti dei nostri utenti, a maggior ragione quando si tratta di minorenni, che in nessun caso devono essere lasciati a terra». E aggiunge un’osservazione non banale: «La giusta applicazione delle regole deve sempre e comunque tenere conto della persona che abbiamo di fronte, proprio perché trasportiamo persone». Anche la mamma dimostra una certa pacatezza quando dice: «Non capisco perché mio figlio sia stato fatto scendere. Non avrebbero dovuto semplicemente fargli una multa che poi noi avremmo potuto contestare dimostrando che mio figlio è in possesso di un regolare abbonamento?». Si vede che l’autista non aveva tempo di multare un innocuo ragazzino.
Il regolamento dell’azienda di trasporti vicentina prevede che una multa possa essere annullata entro 15 giorni, se l’utente dimostra di avere un biglietto o un abbonamento valido. In ogni caso sul grave infortunio della municipalizzata interviene anche Zaia, per il quale «il rispetto viene prima di ogni procedura. Non è solo un fatto di regole, ma di umanità, di responsabilità e di buon senso».
Tre qualità che sono forse sospese nel Veneto che ospita le Olimpiadi invernali, almeno a bordo dei mezzi pubblici. È incredibile, ma a Vicenza si ripete, in versione anche peggiore, quello che è successo nel Bellunese appena dieci giorni fa, con la notizia che ha fatto il giro d’Italia. Si tratta di quel ragazzino di 11 anni che non aveva il biglietto «olimpico» ma solo biglietti ordinari (avrebbero potuto essere cumulati), ed è stato fatto scendere dall’autobus. Non aveva il cellulare e quindi ha camminato fino a casa per sei chilometri nella neve, dove è arrivato in condizioni pietose.
Questi due episodi, che si spera non siano la punta di un iceberg, confermano che dal Covid in poi questo non è un Paese per bimbi e ragazzini. Prima li hanno rinchiusi a casa senza motivo, ora escono e chiunque abbia un minimo di autorità li bullizza. Tutto intorno, bande di maranza senza biglietto non vengono degnate di uno sguardo. Nessuno chiede gesti di eroismo a chi guida l’autobus spesso in condizioni difficili, ma mostre i muscoli con undicenni e disabili non è il modo di rifarsi.
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