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2024-11-13
Così Trump vuole rivoluzionare la scuola. E agli Esteri piazza i falchi Rubio e Waltz
Marco Rubio e Mike Waltz (Getty images)
Chi continua a sostenere che il trumpismo sia una sorta di rigurgito del ventre molle statunitense con tutta evidenza non ha capito che il Donald di ritorno è molto diverso e molto più strutturato rispetto al Donald degli esordi. Questa volta l’uomo ha piani molto chiari e, soprattutto, ha una battaglia culturale da combattere. L’idea centrale - sostenuta con vigore da Elon Musk - consiste nel ripristino della libertà di pensiero e parola più ampia possibile. Motivo per cui, come abbiamo già avuto occasione di scrivere, Trump ha in mente di smantellare il meccanismo che finora ha regolato il dibattito sui social network e nelle università, cancellando i cosiddetti fact checkers e spazzando via le barriere imposte dalla correttezza politica. Il progetto, tuttavia, è ancora più ambizioso e prevede una rivoluzione anche per il sistema scolastico, ipotesi che sta già mandando in fibrillazione i liberal statunitensi.
Ieri il sito di Abc News ha pubblicato un articolo piuttosto allarmato sul fatto che Donald avrebbe in mente di smantellare il Dipartimento dell’Istruzione, cioè quello che «stabilisce le politiche, amministra e coordina la maggior parte degli aiuti federali all’istruzione». Tale smantellamento è previsto dalla Agenda47 stilata da Trump nei mesi passati, e in effetti ieri Elon Musk ha rilanciato su X un video dello scorso anno in cui Donald spiega che il Dipartimento dell’Istruzione è composto da molte persone che «in molti casi odiano i nostri figli», motivo per cui «vogliamo che gli Stati gestiscano l’istruzione dei nostri figli, perché faranno un lavoro molto migliore. Non si può fare di peggio».
Come ricorda Forbes, «Trump ha definito il Dipartimento dell’Istruzione, creato nel 1979 da Jimmy Carter, un esempio di controllo governativo sulla vita quotidiana degli americani e ha suggerito che è stato un pessimo investimento per i contribuenti, affermando che gli Stati Uniti spendono tre volte più soldi per l’istruzione rispetto a qualsiasi altra nazione». Nonostante la notevole spesa (nell’anno fiscale 2022 sono stati erogati fondi federali per 119 miliardi di dollari, che nel 2024 sono divenuti 238) secondo Trump la scuola americana è tra le peggiori al mondo se non addirittura la peggiore.
Guardando la proposta dal punto di vista italiano, sarebbe legittimo farsi sorgere più di un dubbio a riguardo, poiché nei fatti si tratta di una liberalizzazione imponente. Ma se si considera l’assetto federale degli Usa, allora il discorso cambia e non poco. Par di capire infatti che l’obiettivo di Trump sia quello di sgretolare l’apparato ideologico woke che negli ultimi anni ha condizionato l’intero sistema educativo americano. Conferire maggiore autonomia e potere agli Stati è, a questo riguardo, una mossa fondamentale poiché consentirebbe a questi di rifiutare l’agenda «inclusiva» imposta in questi anni dai democratici.
Trump, riporta ancora Forbes, avrebbe previsto anche «il taglio dei finanziamenti a qualsiasi scuola che insegni la teoria critica della razza o la “follia transgender”». Sarebbe poi contemplato un nuovo sistema di valutazione degli insegnanti basato sul merito, il quale valorizzerebbe i docenti che «abbracciano i valori patriottici e supportano l’American Way of Life».
Va detto che quest’ultima parte del piano non è chiarissima e non è nemmeno così entusiasmante: il rischio di sostituire un blocco ideologico con un altro è sempre in agguato, e il rischio di limitare la pluralità dei punti di vista sarebbe meglio non correrlo. Così come è sempre opportuno diffidare dei tagli radicali al finanziamento pubblico, che potrebbero danneggiare fasce della popolazione già piuttosto fragili.
Detto questo, però, bisogna anche rendersi conto di quanto il politicamente corretto e le sue derive più deleterie abbiano infettato nel corso dei decenni tanto la scuola pubblica quanto quella privata. E bisogna tenere presente che una bella fetta dei fondi federali sono stati utilizzati per imporre un ben preciso orientamento politico agli istituti scolastici.
In ogni caso, per Trump non sarà facile mantenere la promessa. Forbes chiarisce che «la chiusura del Dipartimento dell’Istruzione richiederebbe un’azione del Congresso». Secondo il Washington Post, servirebbe anche «una super maggioranza di 60 voti al Senato», che i repubblicani non avrebbero, motivo per cui si renderebbero necessari anche voti democratici, ovviamente molto difficili da rimediare. Per altro, non è nemmeno detto che l’idea convinca tutti i repubblicani, alcuni dei quali in passato si sono mostrati scettici sulla riforma dell’istruzione.
Vedremo che cosa il nuovo presidente riuscirà a portare a casa. Che rivoluzioni la scuola statunitense o meno, Trump segnerà un determinante cambio di passo, e potrebbe riuscire - se non ad annichilire - per lo meno a colpire duramente la cultura woke. Il che sarebbe comunque un bene.
Con le nomine agli esteri pugno duro su Cina e Iran. E caute aperture a Putin
Dura con la Cina, severa con l’Iran, disposta a parlare con la Russia, ma sempre con un significativo ancoraggio nella Nato. Sono queste le caratteristiche, che vanno delineandosi, della politica estera della nuova amministrazione Trump. È infatti emerso che il presidente in pectore ha intenzione di nominare il senatore Marco Rubio come segretario di Stato e il deputato Mike Waltz come consigliere per la sicurezza nazionale.
Entrambi sono innanzitutto dei falchi anticinesi. Nel 2021, Waltz introdusse alla Camera una risoluzione che chiedeva di boicottare le Olimpiadi di Pechino dell’anno successivo: in particolare, il deputato tacciò la Cina di genocidio ai danni degli uiguri nello Xinjiang. Nel 2020, aveva inoltre lanciato l’allarme sulle attività di infiltrazione e di spionaggio cinesi ai danni degli atenei statunitensi. Anche Rubio è tutt’altro che tenero nei confronti della Repubblica popolare. A settembre, ha proposto un disegno di legge per impedire a Pechino di aggirare i dazi statunitensi, appoggiandosi a Paesi terzi. Era invece luglio, quando il diretto interessato ha sostenuto un provvedimento volto a rafforzare la partnership tra Stati Uniti e India in funzione anticinese. Il Dragone, per parte sua, annunciò delle sanzioni contro il senatore nel 2020. Insomma, è chiaro come, con queste due nomine, Donald Trump stia lasciando intendere di voler mantenere una linea severa nei confronti di Pechino. Guardingo verso la Cina è, del resto, anche l’uomo che il tycoon vuole mettere a capo dell’Epa, l’agenzia governativa per l’ambiente: parliamo dell’ex deputato Lee Zeldin che, a settembre, è stato nominato responsabile della China Policy Initiative presso l’America First Policy Institute, per «combattere l’influenza della Cina comunista sugli Usa».
Un approccio duro inizia a delinearsi anche nei confronti dell’Iran. Waltz è un aspro critico di Teheran e ha spesso accusato l’amministrazione Biden di essersi rivelata troppo blanda nei confronti degli ayatollah. Una linea, questa, condivisa anche da Rubio. Nel 2023, il senatore fu tra gli sponsor di un disegno di legge che chiedeva l’imposizione di sanzioni al regime khomeinista per la sua violazione dei diritti umani. Inoltre, Rubio è uno storico oppositore del controverso accordo sul nucleare iraniano che, abbandonato da Trump nel 2018, Joe Biden aveva fatto di tutto per ripristinare. È quindi chiaro che, optando per Waltz e Rubio, il presidente in pectore sta lanciando un duro monito all’Iran, rassicurando al contempo Israele. Non dimentichiamo d’altronde che Trump ha intenzione di nominare ambasciatrice all’Onu un’aspra critica dell’Unrwa, come la deputata Elise Stefanik.
Venendo al dossier ucraino, la situazione appare più sfumata. A settembre, Rubio si è detto favorevole a far terminare la guerra attraverso un approccio negoziale. «Non sono dalla parte della Russia, ma sfortunatamente la realtà è che il modo in cui la guerra in Ucraina finirà è con un accordo negoziato», ha detto, per poi aggiungere: «E voglio, e vogliamo, e credo che Donald Trump voglia, che l'Ucraina abbia più influenza in quella negoziazione». Dal canto suo, l’anno scorso, Waltz si è espresso contro gli «assegni in bianco» a Kiev, sostenendo che l’Europa dovrebbe fare di più e che gli Stati Uniti avrebbero dovuto concentrarsi maggiormente sulla salvaguardia del proprio confine meridionale. Attenzione però: l’apertura al negoziato non va interpretata come arrendevolezza. Bisogna infatti ricordare che, nel 2023, Rubio, al Senato, è stato co-sponsor della legge che vieta al presidente degli Usa di ritirarsi unilateralmente dalla Nato senza l’assenso del Congresso. La scelta del senatore come segretario di Stato certifica dunque il fatto che, pur essendo disposto a trattare, Trump non ha intenzione di lasciarsi andare a un appeasement verso Mosca. Il presidente in pectore sa del resto di dover urgentemente ripristinare la deterrenza azzoppata dal predecessore.
Infine, occhio a non sottovalutare la Santa sede. È chiaro che, sotto il profilo delle relazioni con la Cina, i rapporti tra Washington e i sacri palazzi peggioreranno, visto che papa Francesco ha appena rinnovato per quattro anni il controverso accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi. Però attenzione. L’apertura al negoziato sull’Ucraina, mostrata da Trump, potrebbe non dispiacere al segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin. Inoltre, è bene ricordare che Rubio è cattolico. Un fattore, questo, che potrebbe favorire dei rapporti più distesi tra l’amministrazione americana entrante e la Santa Sede.
Più in generale, la scelta di Rubio poggia anche su ragioni di politica interna. Avversario di Trump nel 2016, è col tempo diventato uno dei suoi principali alleati al Senato. Come ha fatto con JD Vance, il tycoon punta a dimostrare di essere pronto a collaborare e a dar fiducia anche ai suoi ex nemici. Infine, ma non meno importante, Rubio è ispanico. Trump vuole quindi dare un segnale anche a quell’elettorato latino rispetto a cui, alle ultime elezioni, ha guadagnato significativamente terreno. Nel frattempo, il presidente in pectore punta a nominare Kristi Noem segretario alla Sicurezza interna: si tratta della governatrice del South Dakota che, mesi fa, finì nella polemica per aver raccontato di aver ucciso il suo cane in quanto, riportò, «impossibile da addestrare». La scelta della Noem, così come quella di Tom Homan a responsabile della frontiera, evidenzia come Trump miri a incrementare la deterrenza nei confronti dell’immigrazione clandestina. Un tema, per il presidente in pectore, che ha a che fare non solo con l’ordine pubblico ma anche con la sicurezza nazionale.
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Smantellare il Dipartimento dell’Istruzione, delegando i suoi poteri agli Stati, e tagliare i fondi agli istituti che insegnano le teorie gender. Gli obiettivi della nuova amministrazione avranno al centro la battaglia culturale.Il presidente in pectore punta su Rubio come segretario di Stato e su Waltz come consigliere per la sicurezza nazionale. Possibili rapporti più distesi col Vaticano.Lo speciale contiene due articoliChi continua a sostenere che il trumpismo sia una sorta di rigurgito del ventre molle statunitense con tutta evidenza non ha capito che il Donald di ritorno è molto diverso e molto più strutturato rispetto al Donald degli esordi. Questa volta l’uomo ha piani molto chiari e, soprattutto, ha una battaglia culturale da combattere. L’idea centrale - sostenuta con vigore da Elon Musk - consiste nel ripristino della libertà di pensiero e parola più ampia possibile. Motivo per cui, come abbiamo già avuto occasione di scrivere, Trump ha in mente di smantellare il meccanismo che finora ha regolato il dibattito sui social network e nelle università, cancellando i cosiddetti fact checkers e spazzando via le barriere imposte dalla correttezza politica. Il progetto, tuttavia, è ancora più ambizioso e prevede una rivoluzione anche per il sistema scolastico, ipotesi che sta già mandando in fibrillazione i liberal statunitensi. Ieri il sito di Abc News ha pubblicato un articolo piuttosto allarmato sul fatto che Donald avrebbe in mente di smantellare il Dipartimento dell’Istruzione, cioè quello che «stabilisce le politiche, amministra e coordina la maggior parte degli aiuti federali all’istruzione». Tale smantellamento è previsto dalla Agenda47 stilata da Trump nei mesi passati, e in effetti ieri Elon Musk ha rilanciato su X un video dello scorso anno in cui Donald spiega che il Dipartimento dell’Istruzione è composto da molte persone che «in molti casi odiano i nostri figli», motivo per cui «vogliamo che gli Stati gestiscano l’istruzione dei nostri figli, perché faranno un lavoro molto migliore. Non si può fare di peggio».Come ricorda Forbes, «Trump ha definito il Dipartimento dell’Istruzione, creato nel 1979 da Jimmy Carter, un esempio di controllo governativo sulla vita quotidiana degli americani e ha suggerito che è stato un pessimo investimento per i contribuenti, affermando che gli Stati Uniti spendono tre volte più soldi per l’istruzione rispetto a qualsiasi altra nazione». Nonostante la notevole spesa (nell’anno fiscale 2022 sono stati erogati fondi federali per 119 miliardi di dollari, che nel 2024 sono divenuti 238) secondo Trump la scuola americana è tra le peggiori al mondo se non addirittura la peggiore.Guardando la proposta dal punto di vista italiano, sarebbe legittimo farsi sorgere più di un dubbio a riguardo, poiché nei fatti si tratta di una liberalizzazione imponente. Ma se si considera l’assetto federale degli Usa, allora il discorso cambia e non poco. Par di capire infatti che l’obiettivo di Trump sia quello di sgretolare l’apparato ideologico woke che negli ultimi anni ha condizionato l’intero sistema educativo americano. Conferire maggiore autonomia e potere agli Stati è, a questo riguardo, una mossa fondamentale poiché consentirebbe a questi di rifiutare l’agenda «inclusiva» imposta in questi anni dai democratici. Trump, riporta ancora Forbes, avrebbe previsto anche «il taglio dei finanziamenti a qualsiasi scuola che insegni la teoria critica della razza o la “follia transgender”». Sarebbe poi contemplato un nuovo sistema di valutazione degli insegnanti basato sul merito, il quale valorizzerebbe i docenti che «abbracciano i valori patriottici e supportano l’American Way of Life». Va detto che quest’ultima parte del piano non è chiarissima e non è nemmeno così entusiasmante: il rischio di sostituire un blocco ideologico con un altro è sempre in agguato, e il rischio di limitare la pluralità dei punti di vista sarebbe meglio non correrlo. Così come è sempre opportuno diffidare dei tagli radicali al finanziamento pubblico, che potrebbero danneggiare fasce della popolazione già piuttosto fragili. Detto questo, però, bisogna anche rendersi conto di quanto il politicamente corretto e le sue derive più deleterie abbiano infettato nel corso dei decenni tanto la scuola pubblica quanto quella privata. E bisogna tenere presente che una bella fetta dei fondi federali sono stati utilizzati per imporre un ben preciso orientamento politico agli istituti scolastici. In ogni caso, per Trump non sarà facile mantenere la promessa. Forbes chiarisce che «la chiusura del Dipartimento dell’Istruzione richiederebbe un’azione del Congresso». Secondo il Washington Post, servirebbe anche «una super maggioranza di 60 voti al Senato», che i repubblicani non avrebbero, motivo per cui si renderebbero necessari anche voti democratici, ovviamente molto difficili da rimediare. Per altro, non è nemmeno detto che l’idea convinca tutti i repubblicani, alcuni dei quali in passato si sono mostrati scettici sulla riforma dell’istruzione. Vedremo che cosa il nuovo presidente riuscirà a portare a casa. Che rivoluzioni la scuola statunitense o meno, Trump segnerà un determinante cambio di passo, e potrebbe riuscire - se non ad annichilire - per lo meno a colpire duramente la cultura woke. Il che sarebbe comunque un bene. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cosi-trump-vuole-rivoluzionare-la-scuola-e-agli-esteri-piazza-i-falchi-rubio-e-waltz-2669865213.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="con-le-nomine-agli-esteri-pugno-duro-su-cina-e-iran-e-caute-aperture-a-putin" data-post-id="2669865213" data-published-at="1731452948" data-use-pagination="False"> Con le nomine agli esteri pugno duro su Cina e Iran. E caute aperture a Putin Dura con la Cina, severa con l’Iran, disposta a parlare con la Russia, ma sempre con un significativo ancoraggio nella Nato. Sono queste le caratteristiche, che vanno delineandosi, della politica estera della nuova amministrazione Trump. È infatti emerso che il presidente in pectore ha intenzione di nominare il senatore Marco Rubio come segretario di Stato e il deputato Mike Waltz come consigliere per la sicurezza nazionale. Entrambi sono innanzitutto dei falchi anticinesi. Nel 2021, Waltz introdusse alla Camera una risoluzione che chiedeva di boicottare le Olimpiadi di Pechino dell’anno successivo: in particolare, il deputato tacciò la Cina di genocidio ai danni degli uiguri nello Xinjiang. Nel 2020, aveva inoltre lanciato l’allarme sulle attività di infiltrazione e di spionaggio cinesi ai danni degli atenei statunitensi. Anche Rubio è tutt’altro che tenero nei confronti della Repubblica popolare. A settembre, ha proposto un disegno di legge per impedire a Pechino di aggirare i dazi statunitensi, appoggiandosi a Paesi terzi. Era invece luglio, quando il diretto interessato ha sostenuto un provvedimento volto a rafforzare la partnership tra Stati Uniti e India in funzione anticinese. Il Dragone, per parte sua, annunciò delle sanzioni contro il senatore nel 2020. Insomma, è chiaro come, con queste due nomine, Donald Trump stia lasciando intendere di voler mantenere una linea severa nei confronti di Pechino. Guardingo verso la Cina è, del resto, anche l’uomo che il tycoon vuole mettere a capo dell’Epa, l’agenzia governativa per l’ambiente: parliamo dell’ex deputato Lee Zeldin che, a settembre, è stato nominato responsabile della China Policy Initiative presso l’America First Policy Institute, per «combattere l’influenza della Cina comunista sugli Usa». Un approccio duro inizia a delinearsi anche nei confronti dell’Iran. Waltz è un aspro critico di Teheran e ha spesso accusato l’amministrazione Biden di essersi rivelata troppo blanda nei confronti degli ayatollah. Una linea, questa, condivisa anche da Rubio. Nel 2023, il senatore fu tra gli sponsor di un disegno di legge che chiedeva l’imposizione di sanzioni al regime khomeinista per la sua violazione dei diritti umani. Inoltre, Rubio è uno storico oppositore del controverso accordo sul nucleare iraniano che, abbandonato da Trump nel 2018, Joe Biden aveva fatto di tutto per ripristinare. È quindi chiaro che, optando per Waltz e Rubio, il presidente in pectore sta lanciando un duro monito all’Iran, rassicurando al contempo Israele. Non dimentichiamo d’altronde che Trump ha intenzione di nominare ambasciatrice all’Onu un’aspra critica dell’Unrwa, come la deputata Elise Stefanik. Venendo al dossier ucraino, la situazione appare più sfumata. A settembre, Rubio si è detto favorevole a far terminare la guerra attraverso un approccio negoziale. «Non sono dalla parte della Russia, ma sfortunatamente la realtà è che il modo in cui la guerra in Ucraina finirà è con un accordo negoziato», ha detto, per poi aggiungere: «E voglio, e vogliamo, e credo che Donald Trump voglia, che l'Ucraina abbia più influenza in quella negoziazione». Dal canto suo, l’anno scorso, Waltz si è espresso contro gli «assegni in bianco» a Kiev, sostenendo che l’Europa dovrebbe fare di più e che gli Stati Uniti avrebbero dovuto concentrarsi maggiormente sulla salvaguardia del proprio confine meridionale. Attenzione però: l’apertura al negoziato non va interpretata come arrendevolezza. Bisogna infatti ricordare che, nel 2023, Rubio, al Senato, è stato co-sponsor della legge che vieta al presidente degli Usa di ritirarsi unilateralmente dalla Nato senza l’assenso del Congresso. La scelta del senatore come segretario di Stato certifica dunque il fatto che, pur essendo disposto a trattare, Trump non ha intenzione di lasciarsi andare a un appeasement verso Mosca. Il presidente in pectore sa del resto di dover urgentemente ripristinare la deterrenza azzoppata dal predecessore. Infine, occhio a non sottovalutare la Santa sede. È chiaro che, sotto il profilo delle relazioni con la Cina, i rapporti tra Washington e i sacri palazzi peggioreranno, visto che papa Francesco ha appena rinnovato per quattro anni il controverso accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi. Però attenzione. L’apertura al negoziato sull’Ucraina, mostrata da Trump, potrebbe non dispiacere al segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin. Inoltre, è bene ricordare che Rubio è cattolico. Un fattore, questo, che potrebbe favorire dei rapporti più distesi tra l’amministrazione americana entrante e la Santa Sede. Più in generale, la scelta di Rubio poggia anche su ragioni di politica interna. Avversario di Trump nel 2016, è col tempo diventato uno dei suoi principali alleati al Senato. Come ha fatto con JD Vance, il tycoon punta a dimostrare di essere pronto a collaborare e a dar fiducia anche ai suoi ex nemici. Infine, ma non meno importante, Rubio è ispanico. Trump vuole quindi dare un segnale anche a quell’elettorato latino rispetto a cui, alle ultime elezioni, ha guadagnato significativamente terreno. Nel frattempo, il presidente in pectore punta a nominare Kristi Noem segretario alla Sicurezza interna: si tratta della governatrice del South Dakota che, mesi fa, finì nella polemica per aver raccontato di aver ucciso il suo cane in quanto, riportò, «impossibile da addestrare». La scelta della Noem, così come quella di Tom Homan a responsabile della frontiera, evidenzia come Trump miri a incrementare la deterrenza nei confronti dell’immigrazione clandestina. Un tema, per il presidente in pectore, che ha a che fare non solo con l’ordine pubblico ma anche con la sicurezza nazionale.
I nuovi campioni dell’inseguimento: Davide Ghiotto, Michele Malfatti e Andrea Giovannini (Ansa)
Nono oro, 24ª medaglia, un exploit straordinario nell’Olimpiade più generosa della storia. Ed è orgoglio puro - alla faccia di chi continua a rosicare contro i Giochi - quello che ti assale quando vedi il tricolore salire affiancato dalla bandiera a stelle e strisce e dal vessillo cinese: le superpotenze sono dietro i ragazzi italiani. Ora a invidiarci sono gli altri e lo scettico blu può consolarsi con una battuta neorealista: a guardie e ladri siamo sempre i numeri uno. Vent’anni dopo l’impresa di Enrico Fabris, Matteo Anesi e Ippolito Sanfratello sul ghiaccio di Torino, ancora tre azzurri a dettar legge. Tre ori di specialità sono un’enormità, e in tribuna a esultare c’è Francesca Lollobrigida che ha incamerato gli altri due. La locomotiva della squadra è Ghiotto, di nome e di fatto, vicentino di 32 anni che cominciò con le rotelle e avvitò le lame sotto i pattini assistendo all’exploit di Fabris a Torino. «Ho provato a imitarlo, oggi posso dire di esserci riuscito». Fin qui era andato male, medaglia di legno nei 5,000 e solo sesto nei 10.000. Giovannini (32 anni) cominciò a pattinare sul lago ghiacciato di Baselga di Pinè (Trento), poi è venuto il resto, anche i titoli mondiali a Calgary e Hamar. Torna in gara sabato nella Mass Start, praticamente una tonnara. Il trentino Malfatti ha un anno di meno (a questi livelli l’esperienza non è mai un optional), ha calzato i pattini a 5 anni e non li ha più tolti.
Sono tutti figli sportivi di Maurizio Marchetto, considerato a 70 anni il guru del pattinaggio. È stato lui a inventare la squadra stellare in un contesto difficile: piste all’aperto, un freddo boia, lunghe trasferte soprattutto in Olanda per allenarsi come si deve. Pane e pattini. Spiega Giovannini: «Ho due bimbi, Enea e Celeste, che mi riconoscono alla Tv. Adesso mi dedicherò a loro. Ma questo sport è troppo figo, a 65 all’ora in curva ti dà l’ebbrezza della velocità». Lui è milanista sfegatato, è cresciuto col mito di Kakà e come premio extra andrà a San Siro a vedere il derby.
Pattini d’oro per uomini veloci, sci di bronzo per ragazze stravaganti. Lo è Flora Tabanelli, salita lunedì notte sul podio nel Freestyle big air, che significa un trampolino quasi ad angolo retto, evoluzioni pazzesche in volo e atterraggi da reparto di traumatologia. La diciottenne modenese, figlia di albergatori che gestiscono un rifugio sull’Appennino, ha conquistato pubblico e avversarie per la folle genialità. I suoi idoli sono Alberto Tomba, amico di famiglia, e il fratello Miro, eliminato nella prova maschile di Freestyle. Alcuni mesi fa Flora si era fratturata una gamba cadendo e nella rieducazione a Torino ha incontrato Federica Brignone: «L’ho vista lavorare e mi ha impressionato. Ha un’energia interiore incredibile, il suo esempio mi ha aiutato a tornare più forte di prima». Lei è dolce e semplice, niente a che vedere con la sexy star olandese Jutta Leerdam, che dopo aver vinto nel pattinaggio ha mostrato un reggiseno Nike che gli varrà un milione di compenso. A proposito di soldi, l’ucraino dello skeleton Vladi Heraskevych, squalificato per via del casco con le foto delle vittime sportive della guerra, è stato ricompensato con 200.000 euro dal proprietario dello Shakhtar Donetsk. Come se avesse vinto l’oro.
Dopo le medaglie, la delusione più scontata arriva dall’hockey: l’Italia torna a casa. Nei playoff l’ha eliminata la Svizzera (3-0) che avrebbe segnato più gol se non si fosse trovata di fronte Damian Clara, il gemello con i pattini di Gigio Donnarumma. Ha parato quasi tutto: 48 tiri su 51. A 21 anni il ragazzone di Brunico è stato scelto dalla squadra di Los Angeles, gli Anaheim Ducks di Nhl. È il primo italiano chiamato nel gotha dei pro americani. Usa e Canada corrono verso lo scontro stellare nella finale di domenica e a questo proposito c’è un’ipotesi che agita l’organizzazione: all’arena Santa Giulia potrebbe materializzarsi Donald Trump, tifosissimo dello sport più Maga d’America.
Oggi si gareggia per medaglie pesanti, forgiate dalla fatica di uomini e donne degli altopiani. Nella sprint a squadre del Fondo, Federico Pellegrino aspira al podio; nella staffetta femminile di biathlon, Lisa Vittozzi e Dorothea Wierer vogliono imitarlo. Nello slalom speciale donne Lara Della Mea (quarta in gigante) può essere la sorpresa, mentre la notte dello short track promette ovazioni: Pietro Sighel per la vendetta, Arianna Fontana in staffetta per la leggenda.
C’è una gara che non vince nessuno: la caccia alle introvabili mascotte Milo e Tina, i peluche simbolo dei Giochi. I rifornimenti latitano, si comincia a parlare di mercato nero e di contraffazioni. È il consueto effetto collaterale cinese-partenopeo del fascino italiano.
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«Creatives» (Amazon Prime Video)
Avrebbero perso la salute, il sonno. I propri, legittimi proventi. Eppure, nonostante l'ambiguità del caso, nonostante le rimostranze di chi lo ha vissuto sulla propria pelle, Amazon Prime Video ha deciso di proporre una narrazione diversa di quel che è accaduto a Velvet Media.
Di intessere una trama romantica, corredata di sliding doors dall'esito felice. Creatives, serie televisiva cui è stato affidato il compito di rileggere l'intera vicenda senza mai farvi accenno diretto, nasce per dare forma all'ipotesi che sia una buona intenzione all'origine del tutto. Un'idea pura, quella di anime decise a creare un ambiente di lavoro basato sul rispetto e la comprensione delle persone che ne siano coinvolte.
Creatives, al debutto sulla piattaforma streaming venerdì 20 febbraio, torna nella provincia di Treviso, tra le sue strade strette. Torna a un gruppo di giovani, che, senza troppo badare agli esiti dell'impresa, specie a quelli nefasti, ha deciso di mettere in piedi un'agenzia sui generis, regalando ai propri dipendenti la più totale autonomia. L'agenzia di cui racconta la serie televisiva, non aveva un orario di lavoro. Ciascuno era libero di autogestirsi. C'era uno psicologo a disposizione dei lavoratori, un'attenzione rara al benessere delle persone. C'era la piena convinzione di come la felicità fosse condicio sine qua non per ottenere produttività. E c'era, pure, una sorta di prova empirica rispetto alla validità del metodo. In poco tempo, l'agenzia è cresciuta, e con lei il numero dei dipendenti, arrivato a superare il centinaio. Sembrava tutto funzionasse, specie l'idea che le persone potessero valere più dei numeri, delle regole. Ma, come spesso accade, la realtà ha fatto presto irruzione nel castello di sogni, svelandone le crepe, le ombre, le fragilità. Complice la pandemia, l'agenzia di cui racconta la serie tv di Amazon Prime Video s'è fermata. Una battuta d'arresto dolorosa e violenta, che, nell'economia del racconto, non ha tolto all'esperimento umano il suo romanticismo.
Creatives, in sei episodi, documenta gli sforzi del gruppo, il colpo di reni per rialzarsi, più forti di prima. Tace il resto, però: quello che le cronache hanno riportato, la disillusione di chi lì dentro ha lavorato, di chi giura di essere stato preso in giro. Tace e il confine rimane labile, sospeso tra verità giudiziaria e narrazione televisiva.
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