- Le ricerche lo dimostrano: chi partecipa alle funzioni religiose va meglio a scuola e coltiva relazioni sane con tutti. Una panacea nell’era del disagio adolescenziale.
- Con le paritarie lo Stato risparmia. Il voucher proposto da Fdi non è favoritismo: l’erario sborsa solo 500 euro all’anno per ogni alunno iscritto a tali istituti. Fino a 7.000, invece, per quelli delle pubbliche.
Lo speciale contiene due articoli.
«Ai giovani dico: non abbiate paura e accettate l’invito della Chiesa e di Cristo Signore!». Quello scandito l’11 maggio scorso da papa Leone XIV nel suo Regina coeli è stato un vigoroso appello alla fede. Un appello che ha ricordato da vicino quello, celebre e indimenticabile, di papa Giovanni Paolo II e che è risuonato in un momento assai delicato. Sì, perché la fede cristiana tra i giovani purtroppo arranca; almeno in Occidente, certamente in Europa e quindi anche in Italia, tanti ragazzi dopo la cresima – quando ci arrivano -, dicono addio alla chiesa. Eloquenti, al riguardo, le parole del cantante Ultimo, al secolo Niccolò Moriconi, 29 anni, rilasciate esattamente un anno fa al Corriere della sera: «Essere giovani oggi è tremendo. Perché sei senza punti di riferimento. Non conosco un ragazzo della mia età che vada a votare e che vada in chiesa». Forse Moriconi è stato un po’ drastico, ma non troppo.
La ricerca condotta dal Censis per conto della Conferenza episcopale italiana, lo scorso anno – svoltasi tra fine settembre e il 1° ottobre 2024 -, ha difatti rilevato che, se il 71% degli italiani si definisce cattolico, nella fascia tra i 18 e i 34 anni quella stessa percentuale crolla al 53,4%; e se il 15,3% dei nostri connazionali dice di essere praticante, tra i giovani quella percentuale si aggira intorno al 10%: significa che nove giovani su dieci vanno a messa solo per matrimoni e, se va bene, battesimi. Null’altro. Il che è drammatico non solo per la Chiesa cattolica ma, anzitutto, per i giovani stessi i quali, privandosi dell’esperienza religiosa – in favore, quando va bene, d’una spiritualità vaga, indefinita e individualizzata -, perdono un sostegno fondamentale per la loro vita. E questo sotto vari profili a partire da quello scolastico, come la letteratura sociologica documenta da ormai molti anni.
Significativi, al riguardo, gli esiti di una ricerca pubblicata nel 2008 su The sociological quarterly a cura di studiosi dell’Università dell’Iowa e dell’Università di Notre Dame, i quali – considerando come campione i bambini di 132 scuole in rappresentanza di 80 differenti comunità – hanno osservato come gli studenti che settimanalmente frequentano le funzioni religiose abbiano, rispetto ad altri, una media scolastica superiore. Più recente, essendo stato pubblicato nel 2018, e notevole per accuratezza è poi un lavoro di Ilana Horwitz, sociologa dell’Università di Stanford, la quale, attraverso il National study of youth and religion (Nsyr), ha studiato un campione di 2.500 adolescenti di età compresa tra i 13 e i 17 anni iscritti alle scuole pubbliche. Tenendo sotto controllo vari fattori che possono incidere sul rendimento quali etnia, classe, sesso, il consumo di alcol e denominazione religiosa, la Horwitz è arrivata alla conclusione che sì, gli adolescenti che praticano la religione regolarmente, rispetto ai disimpegnati, ottengono risultati scolastici migliori.
Tutto ciò è talmente vero che secondo William Jeynes, docente alla California state university, il solo rimuovere lo studio della Bibbia dalle scuole e dai programmi didattici è qualcosa che provoca un «importante costo educativo» del quale, a fare le spese, sono i giovani stessi e in definitiva la collettività. E in effetti suoi studi lo dimostrano. Significa che la religiosità sia intesa come frequenza ai luoghi di culto sia come conoscenza dei testi sacri è un supporto tangibile a beneficio dei giovani nella loro formazione e nel loro costruirsi un avvenire. Aveva insomma ragione Robert Putnam, il sociologo di Harvard, che in suo volume qualche anno fa, Our kids: the American dream in crisis (Simon & Schuster), scriveva: «Rispetto ai loro coetanei, i giovani che sono coinvolti in organizzazioni religiose seguono corsi più difficili, ottengono voti e punteggi più alti nei test e hanno meno probabilità di abbandonare il liceo, hanno migliori relazioni con i loro genitori e gli altri adulti».
In un tempo in cui si parla molto di bullismo, non va inoltre dimenticato come la fede sia un antidoto anche a questa piaga. A tal proposito, risultano convincenti le conclusioni, pubblicate sul Journal of interpersonal violence, di un imponente studio che – utilizzando un campione rappresentativo di 90.000 adolescenti proveniente dal National survey on drug use and health (Nsduh) – ha riscontrato come non una, bensì molteplici componenti della religiosità adolescenziale siano associati alla ridotta probabilità di scontri, lotte di gruppo e condotte devianti da parte dei giovani.
Non tutte le religioni, però, arginano allo stesso modo la devianza giovanile. Lo indicano i dati raccolti da Dirk Baier del Centro di ricerche criminologiche della Bassa Sassonia. Costui a partire dai dati, relativamente alla Germania, di poco meno di 45.000 adolescenti, ha scoperto come, negli ultimi 12 mesi, la quota di giovani che si dichiarava responsabile di un comportamento violento fosse del 30% tra gli islamici e del 18% tra i giovani cristiani. Non è finita. Tra i giovani cristiani quanto più era elevata la devozione religiosa, tanto più bassa risultava la probabilità di riferire una serie di fattori predisponenti alla violenza, dal maschilismo allo scarso autocontrollo, dal tempo trascorsi in discoteca o al bar all’uso di videogiochi e alcol. Non è finita.
Le norme morali e la consapevolezza di dover rispondere a Dio delle proprie azioni modellano virtuosamente la condotta giovanile anche ritardando il debutto sessuale, riducendo la probabilità di comportamenti sessuali rischiosi – rispetto all’Hiv e non solo -, aumentando in modo significativo la probabilità che il primo rapporto sia con un fidanzato o coniuge – anziché essere frutto di relazioni brevi o di incontri occasionali – e riducendo così i rapporti prematrimoniali e le gravidanze tra giovanissime.
Come se non bastasse, la fede protegge i giovani anche dalla lacerante solitudine della vita digitale. L’ha notato sulle colonne del Boston Globe, nel giugno 2024, Zach Rausch, ricercatore sociale della NYU Stern school of nusiness. «L’introduzione dello smartphone e della vita digitale ha esacerbato problemi già esistenti come solitudine, mancanza di impegno civico ed erosione delle comunità locali», ha osservato Rausch, subito aggiungendo: «Questa disintegrazione della comunità non si è verificata in modo così significativo per un sottogruppo di americani: i conservatori religiosi hanno continuato a frequentare le funzioni religiose, e questi adulti e adolescenti hanno continuato a impegnarsi in attività civiche come il volontariato e i gruppi giovanili a tassi più elevati rispetto ad altri».
Tutto ciò per stare all’adolescenza; ma è fin dall’infanzia che i benefici di un’educazione religiosa si fanno sentire. Parola di Erica Komisar, psicanalista di New York con oltre quarto di secolo di esperienza che sull’insospettabile Wall street journal nel 2019 scriveva: «Come terapeuta, mi viene spesso chiesto di spiegare perché la depressione e l’ansia sono così comuni tra i bambini e gli adolescenti. Una delle spiegazioni più importanti – e forse la più trascurata – è il declino dell’interesse per la religione». «Si tratta di un cambiamento culturale in corso, che si è già rivelato disastroso per milioni di giovani vulnerabili», continuava la Komisar, firmando un articolo il cui titolo era già da solo assai eloquente: Don’t believe in God? Lie to your children, «Non credi in Dio? Menti ai tuoi bambini».
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >