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2021-04-01
Contentino alla Lega, però si chiude tutto
Roberto Silvino/NurPhoto via Getty Images
Secondo un antico adagio, nel decreto-legge varato dal governo guidato da Mario Draghi, quello che è buono non è nuovo, e quello che è nuovo non è buono. Eppure resta un giallo sul finale della partita di ieri in Cdm, come vedremo.
La notizia positiva (limitatissima, peraltro) era già ampiamente annunciata sin dalla scorsa settimana, e cioè il ritorno a scuola dei ragazzi, ma solo fino alla prima media (e i governatori regionali non potranno assumere misure più restrittive). Resteranno invece in didattica a distanza tutti gli studenti dalla seconda media in su, con i danni facilmente immaginabili sia rispetto al loro processo di apprendimento sia rispetto alla gestione familiare da parte dei genitori.
Il resto del decreto - cioè le parti «nuove» - appare deludente per tre ragioni.
La prima è che c'è la proroga del rosso e dell'arancione anche dopo Pasqua, dal 7 al 30 aprile: un altro mese di Italia blindata. Fino a quel momento, nessuna zona gialla, e ennesimo colpo a bar e ristoranti.
La seconda ragione riguarda la debole possibilità di correzione di questa decisione: un'ipotesi ancora tenue, senza un chiaro automatismo. A meno di colpi di scena e di modifiche in extremis, infatti, dopo la previsione generale di chiusura, il comma 2 dell'articolo 1 del decreto recita così: «In ragione dell'andamento dell'epidemia, nonché dello stato di attuazione del Piano strategico nazionale dei vaccini (…) con particolare riferimento alle persone anziane e alle persone fragili, con deliberazione del Consiglio dei ministri, sono possibili determinazioni in deroga al primo periodo e possono essere modificate le misure stabilite dal provvedimento di cui al comma 1 (…)».
Tradotto dal legalese all'italiano: il governo può rivedere le sue decisioni in base all'andamento dell'epidemia e del piano vaccinale. Ma questo è perfino pleonastico da ricordare: un governo può sempre, in presenza di mutate condizioni, assumere decisioni diverse dal passato. Mancherebbe solo che Roberto Speranza e i chiusuristi precludessero perfino la possibilità teorica di una revisione delle decisioni assunte, blindando la sala riunioni di Palazzo Chigi e sequestrandone la chiave.
Non solo: tutto diventa oggetto di valutazione politica. Altro che «scienza» e «dati»: messa così, ogni nuova decisione è affidata alla discrezionalità politica di una compagine in cui - però - i ministri restano quelli. Ed è ben difficile immaginare che Speranza e Dario Franceschini, passata la Pasqua, decidano improvvisamente di vestire panni liberali.
E infatti, mentre il Cdm era ancora in corso, Matteo Salvini (che avrebbe avuto contatti diretti con Draghi e Speranza) aveva fatto sapere di non essere contento: «È una cosa che non ci soddisfa, si tratta di una scelta politica e non scientifica», ha detto ai microfoni di Fanpage. «Io mi aspetto che il Cdm decida in base ai dati scientifici, come ha detto il presidente Draghi, e che dal 7 aprile si valuti su terapie intensive, contagi, Rt: chi è rosso è rosso, chi è bianco riapre».
Immediatamente dopo il Cdm, però, fonti della Lega hanno accreditato una possibile revisione delle misure dopo Pasqua sulla base dei dati: ma in serata non era chiaro se e come il testo di ingresso fosse stato eventualmente modificato, o se si fosse in presenza solo di un impegno politico.
Secondo la Lega, la modifica in extremis ci sarebbe stata, con relativa irritazione di Pd e grillini. Secondo il Carroccio, il governo «valuterà eventuali riaperture dopo Pasqua, basandosi su dati scientifici e sull'efficacia del piano vaccinale. In altre parole, alcune aree del Paese potrebbero tornare gialle già ad aprile. È la risposta - positiva - alla richiesta della Lega». Sempre secondo la Lega, «alla fine, Salvini strappa il risultato su cui insisteva da giorni. Ed è soddisfatto: il testo finale testimonia in cambio di rotta». Ma questo andrà verificato nelle prossime ore.
In ogni caso Salvini ha puntato su una divaricazione possibile tra Draghi e Speranza: «Ci fidiamo di Draghi e della scienza, non di Speranza». E ancora: «Se i dati scientifici classificheranno una regione come ancora a rischio, cioè rossa, si manterranno le chiusure. Se invece i dati scientifici classificheranno una regione come più sicura, cioè gialla o bianca, si comincerà a riaprire. Semplice. Non si possono rinchiudere fino a maggio 60 milioni di persone, e migliaia di attività economiche, sportive o culturali, per scelta politica, non medica o scientifica, del ministro Speranza. La nostra lealtà al presidente Draghi ci impone di lavorare insieme per risolvere i problemi, ma anche di avere il coraggio di sottolineare e correggere quello che non va. Dopo Pasqua, il ritorno alla vita e al lavoro nelle zone sicure sarà realtà».
La terza notizia poco rassicurante riguarda i concorsi pubblici, tutti sbloccati. C'è anche quella che il decreto definisce una «semplificazione delle procedure in ragione dell'emergenza epidemiologica»: come regola generale per il reclutamento di personale non dirigenziale, ci sarà una sola prova scritta e una prova orale, e per quest'ultima è prevista una videoconferenza. Si dirà: di per sé si tratta di tutte misure ragionevoli in presenza di un rischio pandemico. Verissimo, ma non sfugge il segnale politico, ancora una volta diretto solo al settore pubblico, dopo il recente aumento di stipendio di cui gli statali sono già stati beneficiari: proprio mentre il settore privato è in tragica sofferenza, riparte la macchina dei concorsi pubblici. Si obietterà ancora che si tratta di questioni distinte: vero anche questo, ma il divario perfino esistenziale tra le due Italie, l'Italia del pubblico e quella del privato, continua a crescere.
In Cdm si scatena la guerra per emarginare il Carroccio. Salvini s’aggrappa a Draghi
«È passata la proposta di mediazione della Gelmini. Siamo assolutamente soddisfatti»: così fonti governative di Forza Italia commentano con La Verità il contenuto del decreto legge anti Covid approvato ieri dal Consiglio dei ministri. «Così come proposto nei giorni scorsi dagli azzurri», aggiungono le fonti, «sarà possibile, laddove la situazione epidemiologica dovesse migliorare, prevedere nelle prossime settimane delle riaperture mirate già prima della fine di aprile e senza un nuovo decreto, basterà infatti una semplice deliberazione del Cdm». Esulta Fi, ma la Lega non è soddisfatta. Per senso di responsabilità Matteo Salvini evita strappi, ma avrebbe voluto un segnale più chiaro sulle riaperture.
È tutta qui la sintesi di una spaccatura non solo in seno alla ampia e variegata coalizione che sostiene il premier Mario Draghi, ma anche tra i due partiti di maggioranza di centrodestra. Una spaccatura che va avanti durante l'intero Cdm, che inizia alle 17.45 di ieri.
La proposta di mediazione del ministro degli Affari regionali, Mariastella Gelmini, quella di un «check» a metà aprile per verificare se sussistano le condizioni per un allentamento delle misure, è contenuta nella bozza del decreto anti Covid che viene posta in discussione in Cdm, al comma 2 dell'articolo 1: «In ragione dell'andamento dell'epidemia»,si legge, «nonché dello stato di attuazione del Piano strategico nazionale dei vaccini, con particolare riferimento alle persone anziane e alle persone fragili, con deliberazione del Consiglio dei ministri, sono possibili determinazioni in deroga» alla norma che abolisce le zone gialle per tutto il mese di aprile.
È questo il punto di equilibrio sul quale Draghi cerca di tenere insieme, ancora una volta e sempre più faticosamente, le forze politiche che compongono la sua variegata maggioranza, quando inizia il Consiglio dei ministri. La Lega però non si accontenta, chiede di più, vuole che nel decreto sia previsto un automatismo che, nel caso l'andamento della curva epidemiologica lo consenta, faccia scattare le riaperture da zona gialla, in un'Italia che dal 7 al 30 aprile sarà tutta rossa e arancione; la sinistra, in particolare Pd e Leu, escludono questa ipotesi. Nella bozza al centro della discussione in Cdm, non c'è l'automatismo, ma la «possibilità» di riesaminare le chiusure in alcune zone, nel caso di una diminuzione dei contagi e dell'allentamento della pressione sugli ospedali.
Un passettino in direzione delle richieste della Lega, che però non soddisfa il Carroccio. In Cdm Giancarlo Giorgetti è battagliero, cerca di convincere Draghi e i colleghi ad alzare almeno un altro po' l'asticella. Gli alleati fanno muro: il ministro della Salute, Roberto Speranza, ricorda che la pandemia sta mietendo centinaia di vittime al giorno. Il Pd concorda. Italia viva si accontenta di poter cantare vittoria sulla riapertura delle scuole anche in zona rossa, mentre Forza Italia difende la proposta di mediazione della Gelmini. Il M5s, rimasto in bilico fino all'ultimo, alla fine sposa la linea del rigore.
Salvini però non ci sta: «Chiediamo un automatismo», dice il leader della Lega a Cdm in corso, «per le chiusure e per le riaperture. Se ci sono regioni italiane che dopo Pasqua avranno una situazione fortunatamente sotto controllo», aggiunge Salvini, «la stessa scienza deve valere per le riaperture. Se è rosso è rosso, se è giallo è giallo».
L'automatismo «se è giallo è giallo», però, nel testo del decreto, non c'è. Del resto, all'interno del governo, la Lega è rimasta da sola a spingere per un segnale più forte, per un sostanziale mantenimento delle zone gialle, con la possibilità per le attività commerciali, i bar e i ristoranti, di restare aperti dove i dati dei contagi siano, appunto, da zona gialla. Mentre la discussione va avanti, ci sono ripetuti contatti tra la Lega e Draghi.
Nessuno screzio, sottolineano fonti del Carroccio, ma la Lega è convinta della necessità di seguire i dati scientifici. Tra le altre cose, dal partito di Salvini arrivano proposte costruttive sul turismo: la Lega chiede di indicare un calendario di riaperture per eventi, fiere, congressi, spiagge. Su questi argomenti, Matteo Salvini si è confrontato personalmente con Roberto Speranza. Il Consiglio dei ministri termina poco dopo le 20. L'automatismo non c'è, la possibilità di deroghe sì. «Noi», commenta Salvini dopo la fine del Cdm, «ci appelliamo alla scienza, noi ci fidiamo dei medici italiani. Se i dati scientifici classificheranno una Regione come ancora a rischio, cioè rossa, si manterranno le chiusure. Se invece i dati scientifici classificheranno una regione come più sicura, cioè gialla o bianca, si comincerà a riaprire. Semplice. Non si possono rinchiudere fino a maggio 60 milioni di persone, e migliaia di attività economiche, sportive o culturali, per scelta politica, non medica o scientifica, del ministro Speranza. La nostra lealtà al presidente Draghi», aggiunge Salvini, «ci impone di lavorare insieme per risolvere i problemi, ma anche di avere il coraggio di sottolineare e correggere quello che non va. Dopo Pasqua, il ritorno alla vita e al lavoro nelle zone sicure sarà realtà». La sensazione è che ormai il gioco degli «alleati» sia quello di marginalizzare la Lega, di provocare il partito di Salvini, come se si volesse arrivare a una rottura. Nei prossimi giorni capiremo quanto profonda è la frattura tra il Carroccio e il resto della coalizione di maggioranza.
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Un altro mese di chiusure e niente zone gialle. Ma passa l'ipotesi di deroghe locali in base ai contagi: il primo «check» tra una settimana. Mistero sul testo finale, modificato in extremis, che avrebbe irritato Pd e grillini.Tensione anche tra i due partiti di centrodestra nel governo. Matteo Salvini avrebbe voluto automatismi nel cambio colore. Giancarlo Giorgetti ha tentato fino alla fine il pressing sul premier.Lo speciale contiene due articoli.Secondo un antico adagio, nel decreto-legge varato dal governo guidato da Mario Draghi, quello che è buono non è nuovo, e quello che è nuovo non è buono. Eppure resta un giallo sul finale della partita di ieri in Cdm, come vedremo. La notizia positiva (limitatissima, peraltro) era già ampiamente annunciata sin dalla scorsa settimana, e cioè il ritorno a scuola dei ragazzi, ma solo fino alla prima media (e i governatori regionali non potranno assumere misure più restrittive). Resteranno invece in didattica a distanza tutti gli studenti dalla seconda media in su, con i danni facilmente immaginabili sia rispetto al loro processo di apprendimento sia rispetto alla gestione familiare da parte dei genitori. Il resto del decreto - cioè le parti «nuove» - appare deludente per tre ragioni. La prima è che c'è la proroga del rosso e dell'arancione anche dopo Pasqua, dal 7 al 30 aprile: un altro mese di Italia blindata. Fino a quel momento, nessuna zona gialla, e ennesimo colpo a bar e ristoranti. La seconda ragione riguarda la debole possibilità di correzione di questa decisione: un'ipotesi ancora tenue, senza un chiaro automatismo. A meno di colpi di scena e di modifiche in extremis, infatti, dopo la previsione generale di chiusura, il comma 2 dell'articolo 1 del decreto recita così: «In ragione dell'andamento dell'epidemia, nonché dello stato di attuazione del Piano strategico nazionale dei vaccini (…) con particolare riferimento alle persone anziane e alle persone fragili, con deliberazione del Consiglio dei ministri, sono possibili determinazioni in deroga al primo periodo e possono essere modificate le misure stabilite dal provvedimento di cui al comma 1 (…)».Tradotto dal legalese all'italiano: il governo può rivedere le sue decisioni in base all'andamento dell'epidemia e del piano vaccinale. Ma questo è perfino pleonastico da ricordare: un governo può sempre, in presenza di mutate condizioni, assumere decisioni diverse dal passato. Mancherebbe solo che Roberto Speranza e i chiusuristi precludessero perfino la possibilità teorica di una revisione delle decisioni assunte, blindando la sala riunioni di Palazzo Chigi e sequestrandone la chiave. Non solo: tutto diventa oggetto di valutazione politica. Altro che «scienza» e «dati»: messa così, ogni nuova decisione è affidata alla discrezionalità politica di una compagine in cui - però - i ministri restano quelli. Ed è ben difficile immaginare che Speranza e Dario Franceschini, passata la Pasqua, decidano improvvisamente di vestire panni liberali. E infatti, mentre il Cdm era ancora in corso, Matteo Salvini (che avrebbe avuto contatti diretti con Draghi e Speranza) aveva fatto sapere di non essere contento: «È una cosa che non ci soddisfa, si tratta di una scelta politica e non scientifica», ha detto ai microfoni di Fanpage. «Io mi aspetto che il Cdm decida in base ai dati scientifici, come ha detto il presidente Draghi, e che dal 7 aprile si valuti su terapie intensive, contagi, Rt: chi è rosso è rosso, chi è bianco riapre». Immediatamente dopo il Cdm, però, fonti della Lega hanno accreditato una possibile revisione delle misure dopo Pasqua sulla base dei dati: ma in serata non era chiaro se e come il testo di ingresso fosse stato eventualmente modificato, o se si fosse in presenza solo di un impegno politico. Secondo la Lega, la modifica in extremis ci sarebbe stata, con relativa irritazione di Pd e grillini. Secondo il Carroccio, il governo «valuterà eventuali riaperture dopo Pasqua, basandosi su dati scientifici e sull'efficacia del piano vaccinale. In altre parole, alcune aree del Paese potrebbero tornare gialle già ad aprile. È la risposta - positiva - alla richiesta della Lega». Sempre secondo la Lega, «alla fine, Salvini strappa il risultato su cui insisteva da giorni. Ed è soddisfatto: il testo finale testimonia in cambio di rotta». Ma questo andrà verificato nelle prossime ore. In ogni caso Salvini ha puntato su una divaricazione possibile tra Draghi e Speranza: «Ci fidiamo di Draghi e della scienza, non di Speranza». E ancora: «Se i dati scientifici classificheranno una regione come ancora a rischio, cioè rossa, si manterranno le chiusure. Se invece i dati scientifici classificheranno una regione come più sicura, cioè gialla o bianca, si comincerà a riaprire. Semplice. Non si possono rinchiudere fino a maggio 60 milioni di persone, e migliaia di attività economiche, sportive o culturali, per scelta politica, non medica o scientifica, del ministro Speranza. La nostra lealtà al presidente Draghi ci impone di lavorare insieme per risolvere i problemi, ma anche di avere il coraggio di sottolineare e correggere quello che non va. Dopo Pasqua, il ritorno alla vita e al lavoro nelle zone sicure sarà realtà». La terza notizia poco rassicurante riguarda i concorsi pubblici, tutti sbloccati. C'è anche quella che il decreto definisce una «semplificazione delle procedure in ragione dell'emergenza epidemiologica»: come regola generale per il reclutamento di personale non dirigenziale, ci sarà una sola prova scritta e una prova orale, e per quest'ultima è prevista una videoconferenza. Si dirà: di per sé si tratta di tutte misure ragionevoli in presenza di un rischio pandemico. Verissimo, ma non sfugge il segnale politico, ancora una volta diretto solo al settore pubblico, dopo il recente aumento di stipendio di cui gli statali sono già stati beneficiari: proprio mentre il settore privato è in tragica sofferenza, riparte la macchina dei concorsi pubblici. Si obietterà ancora che si tratta di questioni distinte: vero anche questo, ma il divario perfino esistenziale tra le due Italie, l'Italia del pubblico e quella del privato, continua a crescere. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/contentino-alla-lega-chiude-tutto-2651307278.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-cdm-si-scatena-la-guerra-per-emarginare-il-carroccio-salvini-saggrappa-a-draghi" data-post-id="2651307278" data-published-at="1617241182" data-use-pagination="False"> In Cdm si scatena la guerra per emarginare il Carroccio. Salvini s’aggrappa a Draghi «È passata la proposta di mediazione della Gelmini. Siamo assolutamente soddisfatti»: così fonti governative di Forza Italia commentano con La Verità il contenuto del decreto legge anti Covid approvato ieri dal Consiglio dei ministri. «Così come proposto nei giorni scorsi dagli azzurri», aggiungono le fonti, «sarà possibile, laddove la situazione epidemiologica dovesse migliorare, prevedere nelle prossime settimane delle riaperture mirate già prima della fine di aprile e senza un nuovo decreto, basterà infatti una semplice deliberazione del Cdm». Esulta Fi, ma la Lega non è soddisfatta. Per senso di responsabilità Matteo Salvini evita strappi, ma avrebbe voluto un segnale più chiaro sulle riaperture. È tutta qui la sintesi di una spaccatura non solo in seno alla ampia e variegata coalizione che sostiene il premier Mario Draghi, ma anche tra i due partiti di maggioranza di centrodestra. Una spaccatura che va avanti durante l'intero Cdm, che inizia alle 17.45 di ieri. La proposta di mediazione del ministro degli Affari regionali, Mariastella Gelmini, quella di un «check» a metà aprile per verificare se sussistano le condizioni per un allentamento delle misure, è contenuta nella bozza del decreto anti Covid che viene posta in discussione in Cdm, al comma 2 dell'articolo 1: «In ragione dell'andamento dell'epidemia»,si legge, «nonché dello stato di attuazione del Piano strategico nazionale dei vaccini, con particolare riferimento alle persone anziane e alle persone fragili, con deliberazione del Consiglio dei ministri, sono possibili determinazioni in deroga» alla norma che abolisce le zone gialle per tutto il mese di aprile. È questo il punto di equilibrio sul quale Draghi cerca di tenere insieme, ancora una volta e sempre più faticosamente, le forze politiche che compongono la sua variegata maggioranza, quando inizia il Consiglio dei ministri. La Lega però non si accontenta, chiede di più, vuole che nel decreto sia previsto un automatismo che, nel caso l'andamento della curva epidemiologica lo consenta, faccia scattare le riaperture da zona gialla, in un'Italia che dal 7 al 30 aprile sarà tutta rossa e arancione; la sinistra, in particolare Pd e Leu, escludono questa ipotesi. Nella bozza al centro della discussione in Cdm, non c'è l'automatismo, ma la «possibilità» di riesaminare le chiusure in alcune zone, nel caso di una diminuzione dei contagi e dell'allentamento della pressione sugli ospedali. Un passettino in direzione delle richieste della Lega, che però non soddisfa il Carroccio. In Cdm Giancarlo Giorgetti è battagliero, cerca di convincere Draghi e i colleghi ad alzare almeno un altro po' l'asticella. Gli alleati fanno muro: il ministro della Salute, Roberto Speranza, ricorda che la pandemia sta mietendo centinaia di vittime al giorno. Il Pd concorda. Italia viva si accontenta di poter cantare vittoria sulla riapertura delle scuole anche in zona rossa, mentre Forza Italia difende la proposta di mediazione della Gelmini. Il M5s, rimasto in bilico fino all'ultimo, alla fine sposa la linea del rigore. Salvini però non ci sta: «Chiediamo un automatismo», dice il leader della Lega a Cdm in corso, «per le chiusure e per le riaperture. Se ci sono regioni italiane che dopo Pasqua avranno una situazione fortunatamente sotto controllo», aggiunge Salvini, «la stessa scienza deve valere per le riaperture. Se è rosso è rosso, se è giallo è giallo». L'automatismo «se è giallo è giallo», però, nel testo del decreto, non c'è. Del resto, all'interno del governo, la Lega è rimasta da sola a spingere per un segnale più forte, per un sostanziale mantenimento delle zone gialle, con la possibilità per le attività commerciali, i bar e i ristoranti, di restare aperti dove i dati dei contagi siano, appunto, da zona gialla. Mentre la discussione va avanti, ci sono ripetuti contatti tra la Lega e Draghi. Nessuno screzio, sottolineano fonti del Carroccio, ma la Lega è convinta della necessità di seguire i dati scientifici. Tra le altre cose, dal partito di Salvini arrivano proposte costruttive sul turismo: la Lega chiede di indicare un calendario di riaperture per eventi, fiere, congressi, spiagge. Su questi argomenti, Matteo Salvini si è confrontato personalmente con Roberto Speranza. Il Consiglio dei ministri termina poco dopo le 20. L'automatismo non c'è, la possibilità di deroghe sì. «Noi», commenta Salvini dopo la fine del Cdm, «ci appelliamo alla scienza, noi ci fidiamo dei medici italiani. Se i dati scientifici classificheranno una Regione come ancora a rischio, cioè rossa, si manterranno le chiusure. Se invece i dati scientifici classificheranno una regione come più sicura, cioè gialla o bianca, si comincerà a riaprire. Semplice. Non si possono rinchiudere fino a maggio 60 milioni di persone, e migliaia di attività economiche, sportive o culturali, per scelta politica, non medica o scientifica, del ministro Speranza. La nostra lealtà al presidente Draghi», aggiunge Salvini, «ci impone di lavorare insieme per risolvere i problemi, ma anche di avere il coraggio di sottolineare e correggere quello che non va. Dopo Pasqua, il ritorno alla vita e al lavoro nelle zone sicure sarà realtà». La sensazione è che ormai il gioco degli «alleati» sia quello di marginalizzare la Lega, di provocare il partito di Salvini, come se si volesse arrivare a una rottura. Nei prossimi giorni capiremo quanto profonda è la frattura tra il Carroccio e il resto della coalizione di maggioranza.
Il padiglione della Russia alla Biennale di Venezia 2026 (Ansa)
Si chiama eterogenesi dei fini e significa che, all’opposto dell’obiettivo di stigmatizzare l’apertura del padiglione della Federazione russa nell’ambito della 61ª edizione della Biennale d’arte contemporanea, le reprimende dei vertici di Bruxelles e gli appelli dei ministri europei della Cultura e degli Esteri hanno ottenuto il risultato di accendere l’attenzione mondiale proprio sull’esposizione degli artisti provenienti da Mosca.
Ieri, nel primo giorno di preapertura, davanti al fluire di giornalisti, artisti e curatori, è stata palese la percezione di due mondi che viaggiano su binari paralleli e usano linguaggi reciprocamente estranei. Da una parte ci sono le burocrazie con i loro rappresentanti armati di veti e diktat, dall’altra c’è l’espressione dell’arte e della creatività, magari anche non condivisibile o criticabile, ma pur sempre liberale e libertaria. Da una parte gli ispettori e le carte bollate, dall’altra una cittadella di confronto imperfetto, ma possibile. Difeso senza ripensamenti dal presidente Pietrangelo Buttafuoco («L’arte ha una potenza che supera ogni prepotenza») e dal suo staff.
Ieri il contrasto si è ulteriormente radicalizzato. La Commissione europea ha inviato l’ennesima lettera «sulla base di ulteriori prove», secondo le quali la Biennale avrebbe fornito «servizi agli ospiti russi». Lo ha confermato Henna Virkkunen, commissaria per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia - raramente titolo istituzionale è parso più paradossale - ribadendo che se la violazione del finanziamento di 2 milioni di euro verrà confermata, Bruxelles «non esiterà a sospenderlo e revocarlo». Curiosamente, ha osservato la commissaria, la Biennale aprirà al pubblico il 9 maggio, «nella Giornata dell’Europa» pensata come un’occasione «per celebrare la pace, non per la Russia di brillare». L’osservazione risulta quanto mai grottesca, considerando che il 9 maggio il padiglione russo verrà chiuso, non sarà visitabile dal pubblico e le performance saranno visibili solo su maxischermi.
Immediata è giunta, comunque, la nota della Fondazione che ha annunciato la replica «nei tempi e termini dovuti le proprie controdeduzioni alla seconda lettera della Commissione europea» e che, rimandando alle informazioni fornite agli ispettori del ministero della Cultura italiano, ha ribadito di «aver verificato e rispettato tutte le norme nazionali e internazionali». Intanto, mentre la partita a scacchi prosegue, ieri nella palazzina liberty dei Giardini di proprietà di Mosca dal 1914, è stato finalmente aperto The tree is rooted in the sky - L’albero è radicato nel cielo (inaugurazione ufficiale oggi alle 17, visite solo a inviti). È uno spazio dominato da un impianto sensoriale immersivo. Il visitatore viene accolto da una musica evocativa che si sviluppa senza soluzione di continuità, composta da sonorità folk, ancestrali e ipnotiche provenienti da geografie e epoche lontane. Ci sono note primordiali e canti spirituali e liturgici che dialogano con paesaggi siberiani, orizzonti sconfinati, distese innevate, foreste di abeti. Al centro della scena s’impone l’installazione di «un albero che trae la propria forza dal cielo», proponendosi come «un punto di attrazione per persone con coordinate culturali ed estetiche differenti». Non ci sono simboli riconducibili al potere politico, nessuna propaganda legata al governo di Vladimir Putin, nessun segno diretto di retorica istituzionale. «Lasciamo che sia l’arte a occupare il centro della scena», sottolinea la curatrice Anastasia Karneeva in un video sui social. «Noi crediamo che l’arte debba rimanere indipendente. Sono fermamente convinta che l’apertura di questo padiglione, così come di ogni padiglione, sia significativa, perché diventa un luogo in cui accrescere la conoscenza e la comprensione reciproca. Al contrario, in un padiglione chiuso nulla può crescere». Era il 2019 quando il padiglione russo è stato aperto l’ultima volta. Nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, gli artisti e i curatori si erano ritirati. Nel 2024 il padiglione è stato prestato alla Bolivia.
Dopo le dimissioni delle giurie a seguito della minaccia di azione legale dell’artista israeliano Belu Simon Fainaru e dopo la cancellazione dell’inaugurazione seguita alla defezione del ministro Alessandro Giuli, lo scontro tra i vertici della Commissione europea e la Fondazione Biennale sembra lontano dal comporsi. In Italia, dal ministero della Cultura ora l’istruttoria è sul tavolo del premier Giorgia Meloni. Ma il dibattito attraversa la maggioranza. Pur premettendo che «la Biennale gode di ampia autonomia», il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovambattista Fazzolari ha definito la riapertura del padiglione russo «un pastrocchio testimoniato anche dal fatto che rimarrà chiuso nei giorni aperti al pubblico». Di opinione diametralmente opposta è Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale: «La Biennale non è la vetrina di Mosca né di alcun governo. È uno dei più grandi presidi mondiali di cultura, libertà di espressione e confronto tra popoli», afferma l’ex doge di Venezia riferendosi alle parole della commissaria Virkkunen. «Difendo Pietrangelo Buttafuoco che sta tutelando l’autonomia e la dignità di un’istituzione conosciuta in tutto il mondo. Se ci sono verifiche tecniche, si facciano. Ma non si accetta l’idea che Bruxelles, attraverso queste lettere fin troppo formali, possa mettere sotto processo Venezia e la Biennale».
Dal canto suo, il vicepremier Matteo Salvini annuncia che venerdì visiterà la Biennale, «nessun padiglione escluso, l’arte è arte. L’arte e lo sport dovrebbero essere immuni da boicottaggi e divieti. Spero che il ministro della Cultura trovi l’accordo col presidente della Fondazione autonoma Biennale di Venezia».
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Il ministro della Cultura Alessandro Giuli (Imagoeconomica)
Intendiamoci: nessuno ha intenzione di cancellare la vicenda del giovane friulano vittima di uomini dei servizi segreti del Cairo, anche perché sarebbe impossibile dato che a Roma è in corso un processo contro quattro alti ufficiali del regime di Al Sisi. Questo, però, non significa che si possa usare il caso Regeni come grimaldello per scassinare il bancomat che per anni ha mantenuto attori e registi, finanziando opere di dubbia qualità e con nessun spettatore.
La storia di Giulio Regeni è tragica, ma non può essere trasformata in farsa, con società di produzione che presentano sceneggiature scadenti nella certezza che saranno ricoperte di soldi pubblici, a garanzia dei compensi per il circoletto radical chic che ruota intorno alla cinematografia italiana. Chi ha voluto, in passato, ricostruire la vicenda di Regeni lo ha potuto fare, riuscendo a produrre una miniserie efficace. Ma non basta il nome della vittima dei sicari del Cairo per poter battere cassa. Ciò che sto dicendo vi sembrerà ovvio, ma di questi tempi non lo è. Forse provato dalle polemiche che lo inseguono da oltre un anno, non ultime quelle sulla partecipazione di una delegazione russa alla Biennale, il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, da cui dipendono anche i fondi per il cinema, non soltanto ha condannato l’esclusione del film su Regeni dal novero di quelli da finanziare, ma pare pure intenzionato a tornare al passato. Ovvero a riaprire la mangiatoia pubblica attorno alla quale per un lungo periodo ha banchettato la compagnia di cinematografari italiani e non solo.
L’elenco dei beneficiari di contributi statali è lungo e si resta basiti a scorrerlo, soprattutto quando si scopre che, a fronte di una montagna di denaro, non solo non ci sono opere da premio Oscar, ma neppure esistono pellicole che siano state premiate dal botteghino. Alcuni di questi film sono finiti nel mirino della magistratura perché, più che al grande pubblico, miravano al grande affare del credito d’imposta. Altri, invece, sono al vaglio delle forze dell’ordine perché, nel novero dei richiedenti, c’era pure l’assassino di Villa Pamphili, l’americano che ha ammazzato figlia e fidanzata, abbandonandone poi i cadaveri nella boscaglia.
Tutto ciò consiglierebbe di procedere con prudenza, per evitare sprechi e ruberie. Invece, proprio parlando del film di Regeni, Giuli è tornato sui suoi passi, dicendo di aver pronti 20 milioni per far ritornare il Fondo cinema e audiovisivo ai fasti del passato, con una dotazione di 626 milioni. Sì, avete capito bene. Mentre non si trovano soldi per sostenere spese fondamentali, il ministro della Cultura si prepara a staccare un assegno in bianco a registi e attori. Come e con quali modalità? Ma con una proposta di legge del Pd, che diamine.
Anzi, Giuli fa un appello alla sua maggioranza perché sostenga il disegno del principale partito d’opposizione. Non importa che il Pd, tramite Dario Franceschini, nel mondo del cinema la faccia da sempre da padrone e proprio questo intreccio fra politica e cultura abbia consentito di finanziare a carico dei contribuenti film di nessun peso. Non importa neppure che Giorgia Meloni un anno fa avesse promesso di smantellare il magico mondo con cui per anni si è alimentata una narrazione cinematografica di parte e per pochi intimi.
No, forse per garantirsi un anno senza polemiche, Giuli vuole tornare al passato, rimettendo il settore nelle mani dei soliti noti. E Regeni torna utile per dire che così le cose non vanno e bisogna cambiare. Certo, era molto meglio quando non bastava un nome e neppure una sceneggiatura per avere accesso ai soldi pubblici. Che poi sono la sola cosa che conta in un sistema che non produce grandi opere, ma grandi guadagni per poche persone.
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Un frame del film «The Palace» di Roman Polanski (01 Distribution)
Si scrive Alessandro Giuli, si legge Dario Franceschini. Quello che doveva essere il grande riformatore delle sovvenzioni pubbliche al settore cinematografico italiano, piagate da anni di assistenzialismo rosso messo in piedi dall’ex segretario dem quando era ministro della Cultura, si sta rivelando una copia perfetta del suo predecessore. Perché, invece di morigerare (soprattutto in tempi di vacche magrissime come quelli attuali) le spese per il sostegno alle produzioni cinematografiche, magari premiando le opere prime o quelle di giovani autori e limando i contributi a pioggia alle grandi case di produzione italiani, continentali o extraeuropee, Giuli ha pensato bene di proseguire sulla strada maestra del «più soldi per (i soliti) tutti».
Si può leggere così, infatti, la scelta di destinare 606 milioni di euro al Fondo per il cinema e l’audiovisivo per il 2026, a sostegno dell’intera filiera, pubblicato lo scorso 16 aprile. La quota principale, ça va sans dire, è stata assegnata al tax credit, con 441 milioni di euro destinati a sostenere produzione, distribuzione, esercizio cinematografico e attrazione di investimenti internazionali. Poi sono stati stanziati 41,7 milioni di euro per la sezione di contributi selettivi destinati a interventi mirati su sviluppo e produzione. Le risorse sono orientate in particolare verso nuovi talenti, opere prime e seconde, documentari, animazione e coproduzioni. Infine, oltre 100 milioni di euro dedicati a iniziative che spaziano dai festival alla valorizzazione del patrimonio audiovisivo, fino al sostegno delle principali istituzioni del settore.
Nel suo intervento di ieri al Quirinale con i candidati al David di Donatello, Giuli ha aperto ancora di più il portafoglio annunciando che «con grande sforzo, abbiamo stanziato altri 20 milioni per il fondo», portando la dotazione a 626 milioni. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha ricevuto e letto il documento firmato da tutte le associazioni di categoria, che rappresentano complessivamente oltre 120.000 lavoratori, in cui viene chiesto «un confronto con le istituzioni reali, aperto e costruttivo» per affrontare questa fase complicata, ha auspicato che «si riesca a trovare un punto di equilibrio tra le diverse esigenze». Un appello al governo, neanche tanto velato, ad aprire i cordoni della borsa.
La sforbiciata rispetto all’anno prima c’è stata: la scure di Giuli ha tagliato una settantina di milioni di euro, visto che nel 2025 il Fondo per il cinema ammontava a 696 milioni. Però la forbice ministeriale pare non essersi concentrata sulle giuste voci. Guardando il Tax credit, per esempio (l’agevolazione fiscale che riconosce un credito d’imposta alle imprese del settore per produzione, distribuzione e internazionalizzazione), una voce di spesa finita nell’occhio del ciclone, come certificato a più riprese dalla Verità con una serie di articoli nei mesi scorsi, perché erano state generosamente aiutate produzioni milionarie che al botteghino avevano rimediato solo flop, ebbene gli sgravi fiscali sono passati da una dotazione di 412 milioni a 441. Poi c’è quella che la rivista Box office ha bollato come «la madre di tutte le storture», l’aumento «sproporzionato delle risorse destinate al credito d’imposta internazionale», a fronte del taglio dei contributi automatici e selettivi, accompagnato da scelte «punitive» nei confronti dei produttori italiani. Questa voce è passata dai 42 milioni del 2025 ai 100 tondi tondi dell’anno in corso. Ma perché, si è chiesta nei mesi scorsi La Verità, dobbiamo finanziare opere disertate dagli spettatori come Without blood di Angelina Jolie, che ha ricevuto 8,2 milioni di euro, o come The Palace di Roman Polanski, un clamoroso insuccesso al botteghino italiano: nonostante un investimento pubblico considerevole, oltre 6 milioni di euro in contributi statali, quest’ultimo film ha incassato appena 398.766 euro. E che dire dei 793.629 euro andati a finanziare la docuserie di Fabrizio Corona, Io sono notizia? Perché concedere aiuti pari a un terzo delle spese sostenute (circa 2,5 milioni di euro) per un prodotto poi distribuito su Netflix e prodotto dalla srl Bloom media house? Mistero. Giuli, ieri al Quirinale, ha auspicato «un sistema più giusto, con più qualità e meno politica». Moralmente auspicabile, visto che le scelte politiche non devono entrare, come quasi sempre accaduto finora, nelle segrete stanze dove le commissioni preposte decidono a chi dare (tanti) soldi e a chi no. La politica serve prima, nel creare l’impalcatura che eviti certe storture e gli sprechi. Obiettivo che pare sparito dall’orizzonte dell’esecutivo.
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Nicole Minetti (Getty Images)
Ieri c’è stato un primo incontro, ma ce ne saranno altri anche nelle prossime settimane. Sul tavolo ci sono gli atti del procedimento adottivo, la ricostruzione dei passaggi davanti alle autorità uruguaiane, l’indicazione degli ospedali consultati e i nomi dei medici sentiti, che restano riservati per ragioni di privacy.
Il fascicolo, nel frattempo, ha iniziato a muoversi. Alla Procura generale di Milano stanno arrivando anche i primi esiti degli accertamenti all’estero, in particolare in Uruguay e in Spagna, disposti nell’istruttoria supplementare sulla grazia concessa a Minetti. Nanni e il sostituto pg Gaetano Brusa valuteranno gli atti quando il quadro sarà completo. Se emergeranno elementi ostativi, potranno rivedere il giudizio favorevole già espresso. Una nuova valutazione non è attesa questa settimana: con ogni probabilità se ne parlerà dalla prossima. Sarà poi trasmessa al ministero della Giustizia e, da lì, al Quirinale.
Le verifiche affidate all’Interpol riguardano prima di tutto l’adozione: la copia originale degli atti, la procedura seguita dalle autorità uruguaiane, il ruolo dell’Inau (l’Istituto per l’infanzia e l’adolescenza dell’Uruguay) e il tema dell’abbandono da parte dei genitori biologici. Si controllano anche eventuali procedimenti penali all’estero, che allo stato non risultano, e gli spostamenti di Minetti tra Punta del Este, Ibiza, Milano, Roma e Boston, dove il bambino è stato curato.
Resta inoltre il profilo personale indicato nell’istanza di grazia: la verifica che, dopo la condanna, Minetti abbia effettivamente preso le distanze dalla vita precedente, non abbia avuto nuove pendenze e abbia costruito un percorso stabile di reinserimento.
Il capitolo sanitario è uno dei più delicati. Nei giorni scorsi gli ospedali di Padova e Milano hanno smentito di avere avuto in cura il bambino. La difesa, però, contesta il modo in cui quel dato è stato letto. Il punto, secondo la ricostruzione difensiva, non è che il bambino sia stato ricoverato o preso in carico ufficialmente dal San Raffaele o da Padova. Il punto è che Minetti e Cipriani si sarebbero rivolti direttamente a professionisti di fiducia per ottenere pareri medici sulla situazione del figlio. Non sarebbero stati seguiti percorsi «ufficiali», ma sarebbero stati interpellati direttamente medici del San Raffaele e di Padova per un consulto.
Per questo saranno sentiti i due specialisti indicati dalla difesa: uno del San Raffaele e uno dell’ospedale di Padova. Resta poi il dato di fondo: il bambino è malato ed è stato curato a Boston. Cipriani, nell’intervista al Corriere della Sera, ha spiegato che il minore deve essere seguito nel tempo con controlli periodici negli Stati Uniti. Boston, del resto, non è una destinazione casuale. Il Boston Children’s Hospital ha un centro specializzato nelle patologie pediatriche complesse, con équipe multidisciplinari dedicate. Sul proprio sito descrive un’équipe specializzata e trattamenti avanzati; nella sezione dedicata ai professionisti sanitari parla di medici rinomati, terapie pionieristiche e piani di cura personalizzati.
Le classifiche internazionali confermano il livello della struttura. Newsweek, nella graduatoria 2025 degli ospedali pediatrici americani, colloca il Boston Children’s Hospital al primo posto negli Usa per neurologia e neurochirurgia pediatrica. Nella classifica mondiale 2025 degli ospedali specializzati in pediatria, sempre Newsweek indica Boston Children’s al primo posto.
Sul fronte uruguaiano, intanto, l’Inau ha aperto un’indagine amministrativa interna. Non per accertare se l’adozione esista: l’adozione piena è stata formalizzata nel febbraio 2023 dalla giustizia familiare uruguaiana. La verifica serve a ricostruire se furono rispettati i protocolli, perché fu esclusa l’altra famiglia uruguaiana interessata, come nacque il legame tra il bambino e la coppia italiana e come furono valutati i precedenti di Minetti.
Pablo Abdala, ex presidente dell’Inau dal 2020 al 2023, ha difeso la procedura. Ha detto che gli accertamenti interni sono legittimi, ma ha aggiunto che l’adozione si svolse secondo legge e fu riconosciuto dalla giustizia. Ha ricordato che intervennero più magistrati, prima nella fase di integrazione provvisoria del minore nella famiglia adottiva, poi nella sentenza finale di separazione dalla famiglia biologica e adozione piena. Abdala ha spiegato che la vicenda nasce nel 2018, quando il bambino entrò nel sistema di protezione dell’Inau, e che il rapporto con Minetti e Cipriani si formò nel 2019. Secondo lui, quel vincolo affettivo fu poi valutato da psicologi e dai giudici. La sentenza, ha ricordato, avrebbe dato atto del fatto che il bambino chiedeva di loro, li chiamava «papà» e «mamma» e non voleva tornare nella struttura dopo un periodo trascorso con la coppia.
Il 4 maggio Abdala ha aggiunto un dettaglio rilevante: quando il fascicolo arrivò al direttorio dell’Inau, nella fase finale, fu votato all’unanimità. Nel direttorio sedevano esponenti di orientamenti politici diversi. La ragione, secondo Abdala, è semplice: «Era tutto in regola».
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