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2021-04-01
Contentino alla Lega, però si chiude tutto
Roberto Silvino/NurPhoto via Getty Images
Secondo un antico adagio, nel decreto-legge varato dal governo guidato da Mario Draghi, quello che è buono non è nuovo, e quello che è nuovo non è buono. Eppure resta un giallo sul finale della partita di ieri in Cdm, come vedremo.
La notizia positiva (limitatissima, peraltro) era già ampiamente annunciata sin dalla scorsa settimana, e cioè il ritorno a scuola dei ragazzi, ma solo fino alla prima media (e i governatori regionali non potranno assumere misure più restrittive). Resteranno invece in didattica a distanza tutti gli studenti dalla seconda media in su, con i danni facilmente immaginabili sia rispetto al loro processo di apprendimento sia rispetto alla gestione familiare da parte dei genitori.
Il resto del decreto - cioè le parti «nuove» - appare deludente per tre ragioni.
La prima è che c'è la proroga del rosso e dell'arancione anche dopo Pasqua, dal 7 al 30 aprile: un altro mese di Italia blindata. Fino a quel momento, nessuna zona gialla, e ennesimo colpo a bar e ristoranti.
La seconda ragione riguarda la debole possibilità di correzione di questa decisione: un'ipotesi ancora tenue, senza un chiaro automatismo. A meno di colpi di scena e di modifiche in extremis, infatti, dopo la previsione generale di chiusura, il comma 2 dell'articolo 1 del decreto recita così: «In ragione dell'andamento dell'epidemia, nonché dello stato di attuazione del Piano strategico nazionale dei vaccini (…) con particolare riferimento alle persone anziane e alle persone fragili, con deliberazione del Consiglio dei ministri, sono possibili determinazioni in deroga al primo periodo e possono essere modificate le misure stabilite dal provvedimento di cui al comma 1 (…)».
Tradotto dal legalese all'italiano: il governo può rivedere le sue decisioni in base all'andamento dell'epidemia e del piano vaccinale. Ma questo è perfino pleonastico da ricordare: un governo può sempre, in presenza di mutate condizioni, assumere decisioni diverse dal passato. Mancherebbe solo che Roberto Speranza e i chiusuristi precludessero perfino la possibilità teorica di una revisione delle decisioni assunte, blindando la sala riunioni di Palazzo Chigi e sequestrandone la chiave.
Non solo: tutto diventa oggetto di valutazione politica. Altro che «scienza» e «dati»: messa così, ogni nuova decisione è affidata alla discrezionalità politica di una compagine in cui - però - i ministri restano quelli. Ed è ben difficile immaginare che Speranza e Dario Franceschini, passata la Pasqua, decidano improvvisamente di vestire panni liberali.
E infatti, mentre il Cdm era ancora in corso, Matteo Salvini (che avrebbe avuto contatti diretti con Draghi e Speranza) aveva fatto sapere di non essere contento: «È una cosa che non ci soddisfa, si tratta di una scelta politica e non scientifica», ha detto ai microfoni di Fanpage. «Io mi aspetto che il Cdm decida in base ai dati scientifici, come ha detto il presidente Draghi, e che dal 7 aprile si valuti su terapie intensive, contagi, Rt: chi è rosso è rosso, chi è bianco riapre».
Immediatamente dopo il Cdm, però, fonti della Lega hanno accreditato una possibile revisione delle misure dopo Pasqua sulla base dei dati: ma in serata non era chiaro se e come il testo di ingresso fosse stato eventualmente modificato, o se si fosse in presenza solo di un impegno politico.
Secondo la Lega, la modifica in extremis ci sarebbe stata, con relativa irritazione di Pd e grillini. Secondo il Carroccio, il governo «valuterà eventuali riaperture dopo Pasqua, basandosi su dati scientifici e sull'efficacia del piano vaccinale. In altre parole, alcune aree del Paese potrebbero tornare gialle già ad aprile. È la risposta - positiva - alla richiesta della Lega». Sempre secondo la Lega, «alla fine, Salvini strappa il risultato su cui insisteva da giorni. Ed è soddisfatto: il testo finale testimonia in cambio di rotta». Ma questo andrà verificato nelle prossime ore.
In ogni caso Salvini ha puntato su una divaricazione possibile tra Draghi e Speranza: «Ci fidiamo di Draghi e della scienza, non di Speranza». E ancora: «Se i dati scientifici classificheranno una regione come ancora a rischio, cioè rossa, si manterranno le chiusure. Se invece i dati scientifici classificheranno una regione come più sicura, cioè gialla o bianca, si comincerà a riaprire. Semplice. Non si possono rinchiudere fino a maggio 60 milioni di persone, e migliaia di attività economiche, sportive o culturali, per scelta politica, non medica o scientifica, del ministro Speranza. La nostra lealtà al presidente Draghi ci impone di lavorare insieme per risolvere i problemi, ma anche di avere il coraggio di sottolineare e correggere quello che non va. Dopo Pasqua, il ritorno alla vita e al lavoro nelle zone sicure sarà realtà».
La terza notizia poco rassicurante riguarda i concorsi pubblici, tutti sbloccati. C'è anche quella che il decreto definisce una «semplificazione delle procedure in ragione dell'emergenza epidemiologica»: come regola generale per il reclutamento di personale non dirigenziale, ci sarà una sola prova scritta e una prova orale, e per quest'ultima è prevista una videoconferenza. Si dirà: di per sé si tratta di tutte misure ragionevoli in presenza di un rischio pandemico. Verissimo, ma non sfugge il segnale politico, ancora una volta diretto solo al settore pubblico, dopo il recente aumento di stipendio di cui gli statali sono già stati beneficiari: proprio mentre il settore privato è in tragica sofferenza, riparte la macchina dei concorsi pubblici. Si obietterà ancora che si tratta di questioni distinte: vero anche questo, ma il divario perfino esistenziale tra le due Italie, l'Italia del pubblico e quella del privato, continua a crescere.
In Cdm si scatena la guerra per emarginare il Carroccio. Salvini s’aggrappa a Draghi
«È passata la proposta di mediazione della Gelmini. Siamo assolutamente soddisfatti»: così fonti governative di Forza Italia commentano con La Verità il contenuto del decreto legge anti Covid approvato ieri dal Consiglio dei ministri. «Così come proposto nei giorni scorsi dagli azzurri», aggiungono le fonti, «sarà possibile, laddove la situazione epidemiologica dovesse migliorare, prevedere nelle prossime settimane delle riaperture mirate già prima della fine di aprile e senza un nuovo decreto, basterà infatti una semplice deliberazione del Cdm». Esulta Fi, ma la Lega non è soddisfatta. Per senso di responsabilità Matteo Salvini evita strappi, ma avrebbe voluto un segnale più chiaro sulle riaperture.
È tutta qui la sintesi di una spaccatura non solo in seno alla ampia e variegata coalizione che sostiene il premier Mario Draghi, ma anche tra i due partiti di maggioranza di centrodestra. Una spaccatura che va avanti durante l'intero Cdm, che inizia alle 17.45 di ieri.
La proposta di mediazione del ministro degli Affari regionali, Mariastella Gelmini, quella di un «check» a metà aprile per verificare se sussistano le condizioni per un allentamento delle misure, è contenuta nella bozza del decreto anti Covid che viene posta in discussione in Cdm, al comma 2 dell'articolo 1: «In ragione dell'andamento dell'epidemia»,si legge, «nonché dello stato di attuazione del Piano strategico nazionale dei vaccini, con particolare riferimento alle persone anziane e alle persone fragili, con deliberazione del Consiglio dei ministri, sono possibili determinazioni in deroga» alla norma che abolisce le zone gialle per tutto il mese di aprile.
È questo il punto di equilibrio sul quale Draghi cerca di tenere insieme, ancora una volta e sempre più faticosamente, le forze politiche che compongono la sua variegata maggioranza, quando inizia il Consiglio dei ministri. La Lega però non si accontenta, chiede di più, vuole che nel decreto sia previsto un automatismo che, nel caso l'andamento della curva epidemiologica lo consenta, faccia scattare le riaperture da zona gialla, in un'Italia che dal 7 al 30 aprile sarà tutta rossa e arancione; la sinistra, in particolare Pd e Leu, escludono questa ipotesi. Nella bozza al centro della discussione in Cdm, non c'è l'automatismo, ma la «possibilità» di riesaminare le chiusure in alcune zone, nel caso di una diminuzione dei contagi e dell'allentamento della pressione sugli ospedali.
Un passettino in direzione delle richieste della Lega, che però non soddisfa il Carroccio. In Cdm Giancarlo Giorgetti è battagliero, cerca di convincere Draghi e i colleghi ad alzare almeno un altro po' l'asticella. Gli alleati fanno muro: il ministro della Salute, Roberto Speranza, ricorda che la pandemia sta mietendo centinaia di vittime al giorno. Il Pd concorda. Italia viva si accontenta di poter cantare vittoria sulla riapertura delle scuole anche in zona rossa, mentre Forza Italia difende la proposta di mediazione della Gelmini. Il M5s, rimasto in bilico fino all'ultimo, alla fine sposa la linea del rigore.
Salvini però non ci sta: «Chiediamo un automatismo», dice il leader della Lega a Cdm in corso, «per le chiusure e per le riaperture. Se ci sono regioni italiane che dopo Pasqua avranno una situazione fortunatamente sotto controllo», aggiunge Salvini, «la stessa scienza deve valere per le riaperture. Se è rosso è rosso, se è giallo è giallo».
L'automatismo «se è giallo è giallo», però, nel testo del decreto, non c'è. Del resto, all'interno del governo, la Lega è rimasta da sola a spingere per un segnale più forte, per un sostanziale mantenimento delle zone gialle, con la possibilità per le attività commerciali, i bar e i ristoranti, di restare aperti dove i dati dei contagi siano, appunto, da zona gialla. Mentre la discussione va avanti, ci sono ripetuti contatti tra la Lega e Draghi.
Nessuno screzio, sottolineano fonti del Carroccio, ma la Lega è convinta della necessità di seguire i dati scientifici. Tra le altre cose, dal partito di Salvini arrivano proposte costruttive sul turismo: la Lega chiede di indicare un calendario di riaperture per eventi, fiere, congressi, spiagge. Su questi argomenti, Matteo Salvini si è confrontato personalmente con Roberto Speranza. Il Consiglio dei ministri termina poco dopo le 20. L'automatismo non c'è, la possibilità di deroghe sì. «Noi», commenta Salvini dopo la fine del Cdm, «ci appelliamo alla scienza, noi ci fidiamo dei medici italiani. Se i dati scientifici classificheranno una Regione come ancora a rischio, cioè rossa, si manterranno le chiusure. Se invece i dati scientifici classificheranno una regione come più sicura, cioè gialla o bianca, si comincerà a riaprire. Semplice. Non si possono rinchiudere fino a maggio 60 milioni di persone, e migliaia di attività economiche, sportive o culturali, per scelta politica, non medica o scientifica, del ministro Speranza. La nostra lealtà al presidente Draghi», aggiunge Salvini, «ci impone di lavorare insieme per risolvere i problemi, ma anche di avere il coraggio di sottolineare e correggere quello che non va. Dopo Pasqua, il ritorno alla vita e al lavoro nelle zone sicure sarà realtà». La sensazione è che ormai il gioco degli «alleati» sia quello di marginalizzare la Lega, di provocare il partito di Salvini, come se si volesse arrivare a una rottura. Nei prossimi giorni capiremo quanto profonda è la frattura tra il Carroccio e il resto della coalizione di maggioranza.
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Un altro mese di chiusure e niente zone gialle. Ma passa l'ipotesi di deroghe locali in base ai contagi: il primo «check» tra una settimana. Mistero sul testo finale, modificato in extremis, che avrebbe irritato Pd e grillini.Tensione anche tra i due partiti di centrodestra nel governo. Matteo Salvini avrebbe voluto automatismi nel cambio colore. Giancarlo Giorgetti ha tentato fino alla fine il pressing sul premier.Lo speciale contiene due articoli.Secondo un antico adagio, nel decreto-legge varato dal governo guidato da Mario Draghi, quello che è buono non è nuovo, e quello che è nuovo non è buono. Eppure resta un giallo sul finale della partita di ieri in Cdm, come vedremo. La notizia positiva (limitatissima, peraltro) era già ampiamente annunciata sin dalla scorsa settimana, e cioè il ritorno a scuola dei ragazzi, ma solo fino alla prima media (e i governatori regionali non potranno assumere misure più restrittive). Resteranno invece in didattica a distanza tutti gli studenti dalla seconda media in su, con i danni facilmente immaginabili sia rispetto al loro processo di apprendimento sia rispetto alla gestione familiare da parte dei genitori. Il resto del decreto - cioè le parti «nuove» - appare deludente per tre ragioni. La prima è che c'è la proroga del rosso e dell'arancione anche dopo Pasqua, dal 7 al 30 aprile: un altro mese di Italia blindata. Fino a quel momento, nessuna zona gialla, e ennesimo colpo a bar e ristoranti. La seconda ragione riguarda la debole possibilità di correzione di questa decisione: un'ipotesi ancora tenue, senza un chiaro automatismo. A meno di colpi di scena e di modifiche in extremis, infatti, dopo la previsione generale di chiusura, il comma 2 dell'articolo 1 del decreto recita così: «In ragione dell'andamento dell'epidemia, nonché dello stato di attuazione del Piano strategico nazionale dei vaccini (…) con particolare riferimento alle persone anziane e alle persone fragili, con deliberazione del Consiglio dei ministri, sono possibili determinazioni in deroga al primo periodo e possono essere modificate le misure stabilite dal provvedimento di cui al comma 1 (…)».Tradotto dal legalese all'italiano: il governo può rivedere le sue decisioni in base all'andamento dell'epidemia e del piano vaccinale. Ma questo è perfino pleonastico da ricordare: un governo può sempre, in presenza di mutate condizioni, assumere decisioni diverse dal passato. Mancherebbe solo che Roberto Speranza e i chiusuristi precludessero perfino la possibilità teorica di una revisione delle decisioni assunte, blindando la sala riunioni di Palazzo Chigi e sequestrandone la chiave. Non solo: tutto diventa oggetto di valutazione politica. Altro che «scienza» e «dati»: messa così, ogni nuova decisione è affidata alla discrezionalità politica di una compagine in cui - però - i ministri restano quelli. Ed è ben difficile immaginare che Speranza e Dario Franceschini, passata la Pasqua, decidano improvvisamente di vestire panni liberali. E infatti, mentre il Cdm era ancora in corso, Matteo Salvini (che avrebbe avuto contatti diretti con Draghi e Speranza) aveva fatto sapere di non essere contento: «È una cosa che non ci soddisfa, si tratta di una scelta politica e non scientifica», ha detto ai microfoni di Fanpage. «Io mi aspetto che il Cdm decida in base ai dati scientifici, come ha detto il presidente Draghi, e che dal 7 aprile si valuti su terapie intensive, contagi, Rt: chi è rosso è rosso, chi è bianco riapre». Immediatamente dopo il Cdm, però, fonti della Lega hanno accreditato una possibile revisione delle misure dopo Pasqua sulla base dei dati: ma in serata non era chiaro se e come il testo di ingresso fosse stato eventualmente modificato, o se si fosse in presenza solo di un impegno politico. Secondo la Lega, la modifica in extremis ci sarebbe stata, con relativa irritazione di Pd e grillini. Secondo il Carroccio, il governo «valuterà eventuali riaperture dopo Pasqua, basandosi su dati scientifici e sull'efficacia del piano vaccinale. In altre parole, alcune aree del Paese potrebbero tornare gialle già ad aprile. È la risposta - positiva - alla richiesta della Lega». Sempre secondo la Lega, «alla fine, Salvini strappa il risultato su cui insisteva da giorni. Ed è soddisfatto: il testo finale testimonia in cambio di rotta». Ma questo andrà verificato nelle prossime ore. In ogni caso Salvini ha puntato su una divaricazione possibile tra Draghi e Speranza: «Ci fidiamo di Draghi e della scienza, non di Speranza». E ancora: «Se i dati scientifici classificheranno una regione come ancora a rischio, cioè rossa, si manterranno le chiusure. Se invece i dati scientifici classificheranno una regione come più sicura, cioè gialla o bianca, si comincerà a riaprire. Semplice. Non si possono rinchiudere fino a maggio 60 milioni di persone, e migliaia di attività economiche, sportive o culturali, per scelta politica, non medica o scientifica, del ministro Speranza. La nostra lealtà al presidente Draghi ci impone di lavorare insieme per risolvere i problemi, ma anche di avere il coraggio di sottolineare e correggere quello che non va. Dopo Pasqua, il ritorno alla vita e al lavoro nelle zone sicure sarà realtà». La terza notizia poco rassicurante riguarda i concorsi pubblici, tutti sbloccati. C'è anche quella che il decreto definisce una «semplificazione delle procedure in ragione dell'emergenza epidemiologica»: come regola generale per il reclutamento di personale non dirigenziale, ci sarà una sola prova scritta e una prova orale, e per quest'ultima è prevista una videoconferenza. Si dirà: di per sé si tratta di tutte misure ragionevoli in presenza di un rischio pandemico. Verissimo, ma non sfugge il segnale politico, ancora una volta diretto solo al settore pubblico, dopo il recente aumento di stipendio di cui gli statali sono già stati beneficiari: proprio mentre il settore privato è in tragica sofferenza, riparte la macchina dei concorsi pubblici. Si obietterà ancora che si tratta di questioni distinte: vero anche questo, ma il divario perfino esistenziale tra le due Italie, l'Italia del pubblico e quella del privato, continua a crescere. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/contentino-alla-lega-chiude-tutto-2651307278.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-cdm-si-scatena-la-guerra-per-emarginare-il-carroccio-salvini-saggrappa-a-draghi" data-post-id="2651307278" data-published-at="1617241182" data-use-pagination="False"> In Cdm si scatena la guerra per emarginare il Carroccio. Salvini s’aggrappa a Draghi «È passata la proposta di mediazione della Gelmini. Siamo assolutamente soddisfatti»: così fonti governative di Forza Italia commentano con La Verità il contenuto del decreto legge anti Covid approvato ieri dal Consiglio dei ministri. «Così come proposto nei giorni scorsi dagli azzurri», aggiungono le fonti, «sarà possibile, laddove la situazione epidemiologica dovesse migliorare, prevedere nelle prossime settimane delle riaperture mirate già prima della fine di aprile e senza un nuovo decreto, basterà infatti una semplice deliberazione del Cdm». Esulta Fi, ma la Lega non è soddisfatta. Per senso di responsabilità Matteo Salvini evita strappi, ma avrebbe voluto un segnale più chiaro sulle riaperture. È tutta qui la sintesi di una spaccatura non solo in seno alla ampia e variegata coalizione che sostiene il premier Mario Draghi, ma anche tra i due partiti di maggioranza di centrodestra. Una spaccatura che va avanti durante l'intero Cdm, che inizia alle 17.45 di ieri. La proposta di mediazione del ministro degli Affari regionali, Mariastella Gelmini, quella di un «check» a metà aprile per verificare se sussistano le condizioni per un allentamento delle misure, è contenuta nella bozza del decreto anti Covid che viene posta in discussione in Cdm, al comma 2 dell'articolo 1: «In ragione dell'andamento dell'epidemia»,si legge, «nonché dello stato di attuazione del Piano strategico nazionale dei vaccini, con particolare riferimento alle persone anziane e alle persone fragili, con deliberazione del Consiglio dei ministri, sono possibili determinazioni in deroga» alla norma che abolisce le zone gialle per tutto il mese di aprile. È questo il punto di equilibrio sul quale Draghi cerca di tenere insieme, ancora una volta e sempre più faticosamente, le forze politiche che compongono la sua variegata maggioranza, quando inizia il Consiglio dei ministri. La Lega però non si accontenta, chiede di più, vuole che nel decreto sia previsto un automatismo che, nel caso l'andamento della curva epidemiologica lo consenta, faccia scattare le riaperture da zona gialla, in un'Italia che dal 7 al 30 aprile sarà tutta rossa e arancione; la sinistra, in particolare Pd e Leu, escludono questa ipotesi. Nella bozza al centro della discussione in Cdm, non c'è l'automatismo, ma la «possibilità» di riesaminare le chiusure in alcune zone, nel caso di una diminuzione dei contagi e dell'allentamento della pressione sugli ospedali. Un passettino in direzione delle richieste della Lega, che però non soddisfa il Carroccio. In Cdm Giancarlo Giorgetti è battagliero, cerca di convincere Draghi e i colleghi ad alzare almeno un altro po' l'asticella. Gli alleati fanno muro: il ministro della Salute, Roberto Speranza, ricorda che la pandemia sta mietendo centinaia di vittime al giorno. Il Pd concorda. Italia viva si accontenta di poter cantare vittoria sulla riapertura delle scuole anche in zona rossa, mentre Forza Italia difende la proposta di mediazione della Gelmini. Il M5s, rimasto in bilico fino all'ultimo, alla fine sposa la linea del rigore. Salvini però non ci sta: «Chiediamo un automatismo», dice il leader della Lega a Cdm in corso, «per le chiusure e per le riaperture. Se ci sono regioni italiane che dopo Pasqua avranno una situazione fortunatamente sotto controllo», aggiunge Salvini, «la stessa scienza deve valere per le riaperture. Se è rosso è rosso, se è giallo è giallo». L'automatismo «se è giallo è giallo», però, nel testo del decreto, non c'è. Del resto, all'interno del governo, la Lega è rimasta da sola a spingere per un segnale più forte, per un sostanziale mantenimento delle zone gialle, con la possibilità per le attività commerciali, i bar e i ristoranti, di restare aperti dove i dati dei contagi siano, appunto, da zona gialla. Mentre la discussione va avanti, ci sono ripetuti contatti tra la Lega e Draghi. Nessuno screzio, sottolineano fonti del Carroccio, ma la Lega è convinta della necessità di seguire i dati scientifici. Tra le altre cose, dal partito di Salvini arrivano proposte costruttive sul turismo: la Lega chiede di indicare un calendario di riaperture per eventi, fiere, congressi, spiagge. Su questi argomenti, Matteo Salvini si è confrontato personalmente con Roberto Speranza. Il Consiglio dei ministri termina poco dopo le 20. L'automatismo non c'è, la possibilità di deroghe sì. «Noi», commenta Salvini dopo la fine del Cdm, «ci appelliamo alla scienza, noi ci fidiamo dei medici italiani. Se i dati scientifici classificheranno una Regione come ancora a rischio, cioè rossa, si manterranno le chiusure. Se invece i dati scientifici classificheranno una regione come più sicura, cioè gialla o bianca, si comincerà a riaprire. Semplice. Non si possono rinchiudere fino a maggio 60 milioni di persone, e migliaia di attività economiche, sportive o culturali, per scelta politica, non medica o scientifica, del ministro Speranza. La nostra lealtà al presidente Draghi», aggiunge Salvini, «ci impone di lavorare insieme per risolvere i problemi, ma anche di avere il coraggio di sottolineare e correggere quello che non va. Dopo Pasqua, il ritorno alla vita e al lavoro nelle zone sicure sarà realtà». La sensazione è che ormai il gioco degli «alleati» sia quello di marginalizzare la Lega, di provocare il partito di Salvini, come se si volesse arrivare a una rottura. Nei prossimi giorni capiremo quanto profonda è la frattura tra il Carroccio e il resto della coalizione di maggioranza.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 24 giugno con Carlo Cambi
Giancarlo Giorgetti (Michele Silvestro)
Prima la sorpresa. Poi la speranza. Infine la politica. In mezzo, come sempre, Giancarlo Giorgetti snocciola una montagna di numeri e lancia una manciata di frecciate.
Sul palco del Giorno della Verità, incalzato dalle domande di Maurizio Belpietro, il ministro dell’Economia si presenta con un messaggio che vale molto più di una semplice fotografia dei conti pubblici. Perché dietro le cifre, dietro il Superbonus, dietro il debito e perfino dietro le schermaglie nella Lega, emerge un’idea precisa: il governo intende arrivare alla fine naturale della legislatura. Il voto ad aprile si allontana. Prima delle elezioni bisogna completare il percorso dell’autonomia differenziata e il federalismo fiscale. Un’agenda che richiede tempo, passaggi parlamentari e soprattutto stabilità politica. Considerati i calendari l’ipotesi delle urne a primavera perde consistenza. Ma la vera novità arriva dai numeri.
Per anni l’Italia è stata raccontata come il sorvegliato speciale costretto a presentarsi agli esami comunitari con il cappello in mano. Giorgetti prova a ribaltare il racconto. «L’Italia è uno dei pochi Paesi che rispetta totalmente il Patto di stabilità europeo». Un messaggio indirizzato ai mercati, alla Commissione europea e agli elettori. Il ministro sostiene che Roma sta facendo i compiti meglio di molti partner continentali che per anni hanno impartito lezioni di rigore. «Potremmo scoprire a settembre di essere dentro il 3%, uscendo dalla procedura d’infrazione». Il ministro sceglie la prudenza. «Le probabilità non sono altissime» ammette «Ma la partita non è ancora finita, ci sono i tempi supplementari». La metafora calcistica non è casuale. Lui che tifa Southampton e che addirittura contribuì a fondare un fan club conosce bene la passione degli inglesi per le scommesse. Soprattutto quelle giocate all’ultimo minuto. La speranza è legata al gigantesco lavoro di pulizia contabile sui contributi all’edilizia. «I controlli sul Superbonus stanno producendo risultati e per questo ringrazio l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza». Stanno emergendo gigantesche irregolarità che valgono dieci miliardi. Da quando è arrivato all’Economia non ha mai nascosto il suo giudizio. Considera quella misura una delle più controverse mai realizzate dalla finanza pubblica italiana. «Tra bonus facciate e Superbonus sono stati spesi circa 195 miliardi». Una montagna di denaro. Diverse leggi finanziarie messe una sopra l’altra come mattoni.
Secondo il ministro, il problema non riguarda soltanto il costo. È sbagliato anche il modo in cui quei soldi sono stati distribuiti. A suo parere bisognava concentrarsi sulle prime case, sulle famiglie in difficoltà, sulle situazioni realmente meritevoli di sostegno. Invece ha finito per finanziare ristrutturazioni di ville, residenze di pregio e persino castelli. Insomma ha regalato cappotti termici anche all’aristocrazia immobiliare. «Ci sono ancora da liquidare circa 40 miliardi nel 2026 e altri 23 miliardi nel 2027» ricorda. In sostanza il conto continua a correre anche quando il banchetto è stato già smontato. Se il Superbonus rappresenta il capitolo delle zavorre, la finanza è quello delle soddisfazioni. Per anni il debito italiano è stato descritto come una montagna instabile, una minaccia permanente, una specie di Vesuvio finanziario pronto a risvegliarsi. Oggi Giorgetti racconta una storia diversa. «Adesso c’è la corsa a comprare Btp: anche banche centrali asiatiche sono venute a comprare debito pubblico italiano, cosa che non avevano mai fatto». I mercati internazionali stanno mostrando fiducia. «Anche gestire il debito pubblico è sovranismo». Una definizione che probabilmente farà discutere economisti e politologi ma che fotografa bene il ragionamento di Giorgetti: uno Stato è davvero sovrano quando riesce a finanziare il proprio debito a condizioni sostenibili. E finora, osserva, i risultati gli stanno dando ragione.
«Siamo riusciti a venderlo e anche a un buon prezzo». Naturalmente il ministro non nasconde il problema rappresentato dai tassi d'interesse.
Con quasi 3.000 miliardi di debito ogni movimento deciso dalla Banca centrale europea viene osservato con la stessa attenzione con cui un cardiologo segue il battito di un paziente delicato.
«Se mi chiedete se sono contento che aumentino i tassi di interesse, dico di no». Ogni rialzo costa miliardi. Ogni punto percentuale si trasforma in una fattura da pagare.
Sul fronte della difesa, invece, Giorgetti sceglie la via della diplomazia. Nessuna polemica con Guido Crosetto. Nessuna guerra di bilancio. «Tutti legittimamente chiedono stanziamenti. Chi deve fare il bilancio deve dosarli saggiamente». Tutti vogliono soldi, ma qualcuno deve fare i conti. Poi arriva la politica. Quella vera. Quella che agita i corridoi dei partiti molto più delle tabelle del deficit. La Lega attraversa settimane agitate. Giorgetti sceglie una definizione destinata probabilmente a entrare negli annali del lessico politico. «La Lega è un movimento politico effervescente». Ma non per questo fuori controllo. «Troveremo la via giusta». Molto meno diplomatico quando il discorso cade su Roberto Vannacci. «Il programma economico mi sembra leggermente irrealistico». Aggiunge una riflessione che sembra una lezione di realismo politico.
«Capisco che la politica a volte sconfini nell’utopia e che l’utopia può essere una bellissima cosa. Ma bisogna essere realisti». E forse è proprio questa la chiave di lettura dell’intervento del ministro.
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