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2018-06-29
Conte ribalta il tavolo dell’ipocrisia europea
ANSA
Nessun passo indietro sulle richieste italiane. Il premier Giuseppe Conte ha tenuto il punto fino alla fine sul tema dell'immigrazione. Conte ieri sera ha bloccato l'adozione delle conclusioni della prima parte del vertice europeo di Bruxelles, spiegando che l'Italia intende dare un voto sull'intero documento, compresa la parte dei migranti. La conferenza stampa del presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, e del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, prevista al termine della prima giornata del vertice di Bruxelles, è stata quindi cancellata perché «uno Stato membro (l'Italia, ndr)», ha fatto sapere il portavoce di Tusk, «ha messo la riserva sull'intero progetto di conclusioni, quindi non c'è stato accordo sulle conclusioni stesse. Il Consiglio europeo ha avuto uno scambio di vedute con il presidente del Parlamento Ue, Antonio Tajani, e il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, nonché discussioni su sicurezza, difesa, lavoro, crescita, competitività, innovazione digitale e allargamento. Visto che uno stato membro ha messo la riserva sull'intero progetto di conclusioni, non ne sono state adottate. Per questo», ha aggiunto il portavoce di Tusk, «la conferenza stampa dei rappresentanti delle istituzioni Ue è stata cancellata e avrà luogo domani (oggi per chi legge, ndr) alla fine dell'Eurosummit».
La linea dura era stata annunciata da Conte già al suo arrivo a Bruxelles: «Oggi», aveva detto Conte, «toccheremo con mano se la solidarietà europea esiste o meno. Se dalle parole si vuole passare ai fatti. Questo Consiglio europeo potrà essere uno spartiacque tra un prima e un dopo nell'approccio del fenomeno migratorio».
L'Europa è sul punto di implodere: si ipotizzano accordi solo tra alcuni stati membri che fanno risaltare ancora di più la mancanza di una volontà comune di affrontare il problema sollevato, in particolare, dall'Italia. Ciò che manca all'Unione è un governo forte a Berlino, capace di imporre una linea. La cancelliera tedesca Angela Merkel è arrivata a Bruxelles in una condizione di inedita debolezza, stretta in una tenaglia micidiale: da una parte le pressioni del suo ministro degli interni, Horst Seehofer, che chiede che i richiedenti asilo registrati in un altro paese dell'Unione europea e poi arrivati in Germania debbano essere rispediti allo stato di «primo approdo»; dall'altra la volontà di tenere unita l'Europa, per evitare che la linea dura dei paesi del blocco di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), contrari a ogni ipotesi di accogliere immigrati sbarcati in altri Paesi, produca un effetto-domino spostando a destra l'equilibrio politico dell'Unione.
Conte incontra Angela Merkel, il bilaterale dura circa mezz'ora. Nessuna indiscrezione sui contenuti, ma la cancelliera tedesca, alcune ore prima, aveva fatto scattare l'allarme rosso: «I Paesi che ricevono molti rifugiati», aveva detto la Merkel, «hanno bisogno di sostegno, ma i rifugiati e i migranti non possono scegliere in quale Paese chiedere asilo». È il segnale che la Merkel non può tirare più di tanto la corda con Seehofer. Per mantenere le redini del governo tedesco, la cancelliera deve portare tornare a Berlino con qualche accordo sui «movimenti secondari» degli immigrati, quelli tra i vari stati dell'Unione. Chi sbarca in Italia , viene registrato in Italia e poi si trasferisce in Germania va rispedito nel Paese di primo approdo: è la linea di Seehofer, uno schiaffo all'Italia. La Merkel si attiva per dare vita a intese con stati «volenterosi» e punta a un accordo con Francia e Spagna. A metà pomeriggio fonti di Parigi fanno trapelare che la Francia è pronta a rafforzare l'accordo franco-tedesco che consente di respingere in uno dei rispettivi Paesi un richiedente asilo, nel caso in cui la cancelliera tedesca dovesse chiederlo. Anche l'Ungheria guidata dal «duro e puro» Viktor Orban, a sorpresa, fa sapere di essere disponibile a intese con Berlino. La Francia provoca l'Italia, proponendo la creazione di hotspot «più moderni» sul nostro territorio, sul modello della Grecia.
Il presidente francese, Emmanuel Macron, incontra i leader del gruppo Visegrad, poi tenta di organizzare un bilaterale con Conte, ma non c'è tempo e il vertice salta. Il presidente del parlamento europeo, Antonio Tajani, espone la sua proposta di mediazione: «Ho proposto al Consiglio europeo», dice Tajani, «di investire 6 miliardi di euro per risolvere il problema del corridoio libico».
Le residue possibilità di un'intesa che mantenga l'Europa unita sembrano legate alla realizzazione di piattaforme al di fuori dell'Unione dove far attraccare le navi piene di disperati. Le ipotesi sono Marocco, Albania, Tunisia, Libia, Bosnia, Montenegro. La Merkel sottolinea che «dobbiamo prima discuterne con loro, non possiamo decidere da soli. Anche l'accordo con la Turchia», ricorda la cancelliera, «era reciproco». Il ministro degli Esteri del Marocco, Nasser Bourita, dice no: «Il Marocco», spiega Bourita, «respinge e ha sempre respinto questo genere di metodi per gestire la questione dei flussi migratori». Il leader proseguono la discussione a cena, poi una lunga notte di trattative. L'Italia, almeno per il momento, tiene il punto e non accenna ad arretrare di un solo millimetro. Oggi è il giorno della verità.
Carlo Tarallo
L’Italia rifiuta il compromesso renziano del più flessibilità in cambio di immigrati
L'Italia tiene il punto, rifiuta la logica del baratto (immigrati tutti da noi in cambio di soldi) capovolgendo quanto avevano fatto negli ultimi anni da Renzi in poi, e mette l'Europa di fronte alle proprie responsabilità . Il «no» alle conclusioni del Consiglio europeo era prevedibile. Il governo italiano aveva fatto capire con grande chiarezza ai partner dell'Unione di non essere disposto a cedere sulle richieste sull'immigrazione. «Oggi», aveva detto il premier Giuseppe Conte, «toccheremo con mano se la solidarietà europea esiste o meno. Se dalle parole si vuole passare ai fatti. Questo Consiglio europeo potrà essere uno spartiacque tra un prima e un dopo nell'approccio del fenomeno migratorio. Capiremo se davvero l'Europa vuole gestire in maniera solidale il fenomeno migratorio. Compromessi al ribasso non li accetteremo. L'Italia», aveva aggiunto Conte, «la sua buona volontà l'ha sempre dimostrata. Se questa volta non dovessimo trovare disponibilità da parte degli altri Paesi europei, potremmo chiudere questo Consiglio senza approvare conclusioni condivise».
Giornata convulsa, quella di ieri a Bruxelles. Il premier italiano Giuseppe Conte, al suo arrivo, non esclude la possibilità di un veto italiano sulle conclusioni del vertice in merito all'immigrazione: «È una possibilità che non voglio considerare», dice Conte, «ma se dovessimo arrivare a questo vorrà dire che non ci saranno conclusioni condivise. L'Italia ha elaborato una proposta che riteniamo ragionevole e conforme allo spirito e ai principi su cui è fondata l'Unione Europea», aggiunge Conte, «io stesso negli ultimi incontri ho ricevuto manifestazione di solidarietà adesso aspettiamo che le parole diventino fatti concreti». Da fonti italiane trapela anche che, contrariamente a quanto accaduto con i governi della sinistra, non ci sarà alcun cedimento sull'immigrazione in cambio di un po' di flessibilità sulle questioni di bilancio.
L'intera giornata di febbrili trattative vede l'Italia al centro di ogni discorso. Qualcuno ipotizza che, in cambio di un po' di flessibilità sui conti, il governo possa cedere sull'immigrazione. C'è chi sospetta che la prospettiva del veto sia un bluff. In serata, fonti del governo italiano spazzano il campo da questa illazione: «L'Italia», filtra dalla delegazione, «vuole dall'Europa un segnale chiaro sull'emergenza migranti e l'ipotesi di non approvare il documento conclusivo, se ciò non dovesse accadere, non è un bluff».
Nessun passo indietro e nessun «baratto»: «È importante», riferiscono le fonti del governo italiano in serata, «che ci si ponga anche il problema economico, ma questo tentativo si fa da un po' e noi abbiamo sempre detto che la soluzione non può essere che ci dicano: teneteveli voi, vi diamo i soldi. Non siamo nel 2014». Ha assunto il gusto amaro della provocazione la proposta trapelata dal governo francese in serata, basata anch'essa sulla logica del baratto. La Francia, si è appreso, vuole proporre all'Italia la creazione di «hotspot di nuova generazione, più europei», sul modello di quanto fatto in Grecia dal 2016. Lo fanno sapere fonti dell'Eliseo a margine dei lavori del Consiglio Ue. Su questa proposta, secondo Parigi, «si può avere il finanziamento e l'appoggio europeo». Il governo francese fa trapelare di riconoscere «che l'idea dei centri chiusi sia un punto sensibile» per l'Italia, ma è convinto che il governo Conte potrebbe accettare se questi centri saranno finanziati dall'Ue. Secondo la proposta francese, negli hotspot dovrebbe essere filtrati i richiedenti asilo da ridistribuire tra alcuni paesi europei, e i migranti economici, che dovrebbero essere rimpatriati sempre con i fondi dell'Ue. «Se c'è solidarietà europea rapida e capace di rimpatriare chi non ha diritto all'asilo», aggiungono le fonti francesi, «questa soluzione potrebbe essere accettabile per l'Italia, è esattamente ciò che aveva accettato la Grecia». Un paragone che non ha bisogno di commenti.
Carlo Tarallo
Anche Malta chiude i porti alle Ong. Ma allora si può fare per davvero
Li hanno accusati di essere dei fanatici, degli ideologizzati, gente senza rispetto alcuno per le regole. Loro, per smentire le malelingue, sono approdati a Malta mostrando il dito medio, intonando «siamo tutti antifascisti», per poi attaccare i governi di mezza Europa. Se non ci fossero, quelli di Lifeline bisognerebbe inventarli. Nel loro modo di agire, nelle loro dichiarazioni, persino nel loro aspetto fisico hanno finalmente mostrato il vero volto delle Ong.
Il comandante della Lifeline, Klaus Peter, ieri è stato interrogato di nuovo a Malta, dopo essere finito sotto indagine per aver disobbedito alle indicazioni della Guardia costiera italiana. È libero, ma non ha il permesso di lasciare l'isola. Dovrebbe comunque essere incriminato lunedì per la registrazione della nave, che batte bandiera olandese ma, secondo le autorità dei Paesi Bassi, non sarebbe iscritta nei registri come richiesto dalle norme. Gli altri componenti dell'equipaggio sono tutti liberi e non sono stati denunciati. La nave, invece, resta sequestrata. Nel frattempo, da Berlino, la portavoce dell'Ong, Marie Naass, tuonava contro tutti.
Soprattutto contro la Germania, paradossalmente riecheggiando, nel suo sfogo, alcuni temi cari proprio al governo italiano. «Il comportamento del governo tedesco è scandaloso, anche perché la Germania è fortemente responsabile del fatto che l'Italia sia stata lasciata sola. Non è possibile da un lato bloccare la soluzione europea, come ad esempio sul sistema di Dublino, e dall'altro venire meno alla cooperazione e rifiutare la solidarietà». Berlino ha voltato le spalle a Roma? Sembra di sentire Matteo Salvini. Anche se l'ascia di guerra, nei confronti del ministro italiano, non è certo stata sotterrata: «Le accuse che ci ha rivolto il ministro dell'Interno italiano ci hanno scioccato», ha detto Naass. Aggiungendo, tuttavia, che «è sbagliato chiudere i porti, ma è comprensibile che l'Italia prenda delle misure per disperazione se il resto d'Europa non agisce».
Insomma, alla fine persino all'Ong antifascista è scappato di bocca che l'Italia ha agito in modo «comprensibile». Non è l'unico, né il più importante segnale che il vento sia cambiato. Tutta una serie di luoghi comuni che fine a qualche tempo fa punteggiavano l'intero discorso ufficiale sull'immigrazione stanno velocemente venendo meno. Che le Ong siano pericolose e irresponsabili o che l'immigrazione non sia il nostro destino, fino a qualche tempo fa lo dicevano solo i tanto vituperati «populisti». Oggi lo dicono (quasi) tutti e chi non lo dice comunque si comporta di conseguenza. Basti solo vedere il cambio di passo di Malta, che ieri, con una decisione senza precedenti, ha deciso di chiudere il proprio porto a tutte le navi delle Ong, «finché non sarà fatta chiarezza sulle loro operazioni». In una nota, l'esecutivo maltese ha precisato che «alla luce degli ultimi eventi, Malta deve accertarsi che le operazioni condotte da entità che utilizzano i suoi servizi portuali e operanti nell'area della responsabilità maltese siano conformi alle leggi nazionali e internazionali».
Fino a quando non saranno chiarite le questioni, su cui si sta indagando, con particolare riferimento al caso Lifelive, «Malta non può consentire alle entità, la cui struttura potrebbe essere simile a quella oggetto di indagini, di utilizzare Malta come loro porto di operazioni, e per entrare o uscire dal porto». Una decisione anticipata dalla chiusura dei porti a Proactiva Open Arms, che su Twitter si era lamentata dei divieti apposti alla sua barca da Malta e Italia, anche se «fonti qualificate» hanno riferito all'agenzia Ansa che non ci sarebbe stata alcuna richiesta di entrare nelle acque territoriali o nei porti italiani da parte di Open Arms.
Nel giro di pochi giorni, il governo isolano ha anche negato il rifornimento di carburante all'aereo di Pilotes Volontaires e tenuto fuori dalle sue acque la Aquarius. Una linea dura, culminata nella decisione definitiva di ieri. Va da sé che se vengono meno la sponda maltese e quella italiana, per le Ong la vita si fa dura, durissima. Anche perché, nel frattempo, senza che molti ci abbiano fatto caso, la Libia ha dichiarato ufficialmente una sua zona di Search and Rescue (Sar). La notizia è arrivata ieri dall'Organizzazione marittima internazionale (Imo). Quest'ultima ha comunicato: «Il governo libico adesso ha inserito delle informazioni rilevanti nel Gisis global Sar plan», ovvero la directory relativa al piano Sar globale. E «tra queste vi è anche la definizione di una regione di ricerca e soccorso». Il portavoce della Marina libica, Ayoub Qassem ha già dichiarato che questo aiuterà la Guardia costiera del paese nordafricano a salvare i migranti e allo stesso tempo prevenire l'ingresso di altre organizzazioni. In caso di difficoltà, infatti, un'imbarcazione che passi in queste acque ora dovrà rivolgersi in via preventiva ai libici. Era proprio l'assenza della zona Sar a far sì che i natanti facessero riferimento al centro di coordinamento di Roma. Ora non sarà più così. E se l'espressione è stata ritenuta offensiva per i migranti, almeno per le Ong forse si può finalmente dire che la pacchia è finita.
Adriano Scianca
Il piano di Vienna: Ue a sbarchi zero
Obbiettivo numero uno: «L'arresto dell'immigrazione illegale in Europa». Il governo austriaco, che da domenica guiderà il semestre di presidenza dell'Ue, rompe quello che fino a pochi mesi fa era un tabù: non si tratta più di come accogliere e come distribuire, ma di non accogliere più. L'immigrazione, insomma, non è più una fatalità a cui arrendersi sperando in un vago «arricchimento culturale» futuro. Tutto bene, almeno sul piano delle petizioni di principio.
Che i fatti seguano le parole, come sappiamo, è tutt'altro paio di maniche. Ma intanto il punto è stato fissato. Il governo di Sebastian Kurz presenterà lunedì al Cosi, il Comitato per la sicurezza interna dell'Unione europea, un documento in cui spiegherà le linee direttive che intenderà seguire per affrontare il tema dell'immigrazione. Secondo La Stampa, che ha avuto accesso al paper di 7 pagine, Vienna si dirà ostile a qualsiasi ipotesi di quote di migranti da redistribuire fra i vari Paesi: «In caso di ulteriori crisi migratorie, che purtroppo sono prevedibili», si legge, «la distribuzione dei migranti negli Stati Ue potrebbe portare a un'ulteriore destabilizzazione della situazione». Il che è un bene o un male per l'Italia? Dipende. Il modello seguito finora da Bruxelles era semplice: sì all'accoglienza, non alla redistribuzione. In pratica, l'unica frontiera che era stata abolita nell'Ue era il mar Mediterraneo. Porte girevoli a sud, porte sbarrate a nord. In mezzo, l'Italia a fare da campo profughi per l'Unione.
Il no alla redistribuzione unito al principio anche solo ideale degli ingressi illegali a quota zero, invece, ha tutt'altro senso. Nel documento austriaco, il fenomeno migratorio è criticato senza mezzi termini: «La crisi migratoria», si legge, «ha avuto un impatto negativo sia sulla fiducia delle persone nella sicurezza, sia sulla sicurezza in quanto tale». Gli immigrati, inoltre, «a causa di fattori legati al loro background e alle loro scarse prospettive, hanno problemi a vivere in società libere o addirittura nel rigettarle», quindi «molti di questi sono particolarmente suscettibili alle ideologie ostili alla libertà e/o inclini a rivolgersi al crimine». Toni mai sentiti, nelle stanze dei bottoni europee.
E ancora: «Non sono principalmente i più bisognosi che vengono in Europa, ma soprattutto le persone che possono permettersi di pagare i trafficanti e che si sentono abbastanza forti da intraprendere viaggi pericolosi». Si propone quindi «un cambiamento di paradigma completo nella politica di asilo Ue». Ovvero: va sviluppato un «nuovo e migliore sistema di protezione in base al quale nessuna richiesta di asilo viene presentata sul territorio dell'Ue».
In ogni caso, per le domande comunque da esaminare, «in caso di decisione negativa, la persona deve essere trasferita nel suo Paese di origine oppure - opzione che deve essere esaminata - in un centro di rimpatrio in un Paese terzo». L'idea austriaca è quella di allestire campi in uno Stato extra Ue in cui mandare i migranti espulsi. Per Vienna bisogna «dare priorità alla protezione il più vicino possibile alle regioni in crisi». L'asilo in Europa, infatti, va «concesso solo a coloro che rispettano i valori europei e i diritti e le libertà sostenuti nell'Ue». Insomma, una secchiata di acqua gelata in faccia all'Europa. Che questa riesca poi a svegliarsi, è tutto da vedere.
Fabrizio La Rocca
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Niente conferenza stampa per il veto di Roma, che chiede prima un'intesa sugli immigrati: trattative notturne. Emmanuel Macron vuole imporci gli hotspot come in Grecia. Angela Merkel apre a chiunque accetti accordi bilaterali. Il blocco di Visegrad vacilla. È tutto un grande suk.L'Italia rifiuta il compromesso renziano del più flessibilità in cambio di immigrati. L'azzardo del premier sposta gli equilibri, certo dell'appoggio strategico dell'America.La Valletta: «Finché non c'è chiarezza, non entrano». Il comandante della Lifeline verso l'incriminazione. La Libia dichiara la zona Sar: nelle sue acque, i soccorsi spettano solo alla Guardia costiera di Tripoli.Il governo austriaco da domenica guiderà il semestre di presidenza europeo. Per gestire l'emergenza migranti, Sebastian Kurz punta sulla protezione delle frontiere.Lo speciale contiene quattro articoliNessun passo indietro sulle richieste italiane. Il premier Giuseppe Conte ha tenuto il punto fino alla fine sul tema dell'immigrazione. Conte ieri sera ha bloccato l'adozione delle conclusioni della prima parte del vertice europeo di Bruxelles, spiegando che l'Italia intende dare un voto sull'intero documento, compresa la parte dei migranti. La conferenza stampa del presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, e del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, prevista al termine della prima giornata del vertice di Bruxelles, è stata quindi cancellata perché «uno Stato membro (l'Italia, ndr)», ha fatto sapere il portavoce di Tusk, «ha messo la riserva sull'intero progetto di conclusioni, quindi non c'è stato accordo sulle conclusioni stesse. Il Consiglio europeo ha avuto uno scambio di vedute con il presidente del Parlamento Ue, Antonio Tajani, e il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, nonché discussioni su sicurezza, difesa, lavoro, crescita, competitività, innovazione digitale e allargamento. Visto che uno stato membro ha messo la riserva sull'intero progetto di conclusioni, non ne sono state adottate. Per questo», ha aggiunto il portavoce di Tusk, «la conferenza stampa dei rappresentanti delle istituzioni Ue è stata cancellata e avrà luogo domani (oggi per chi legge, ndr) alla fine dell'Eurosummit». La linea dura era stata annunciata da Conte già al suo arrivo a Bruxelles: «Oggi», aveva detto Conte, «toccheremo con mano se la solidarietà europea esiste o meno. Se dalle parole si vuole passare ai fatti. Questo Consiglio europeo potrà essere uno spartiacque tra un prima e un dopo nell'approccio del fenomeno migratorio». L'Europa è sul punto di implodere: si ipotizzano accordi solo tra alcuni stati membri che fanno risaltare ancora di più la mancanza di una volontà comune di affrontare il problema sollevato, in particolare, dall'Italia. Ciò che manca all'Unione è un governo forte a Berlino, capace di imporre una linea. La cancelliera tedesca Angela Merkel è arrivata a Bruxelles in una condizione di inedita debolezza, stretta in una tenaglia micidiale: da una parte le pressioni del suo ministro degli interni, Horst Seehofer, che chiede che i richiedenti asilo registrati in un altro paese dell'Unione europea e poi arrivati in Germania debbano essere rispediti allo stato di «primo approdo»; dall'altra la volontà di tenere unita l'Europa, per evitare che la linea dura dei paesi del blocco di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), contrari a ogni ipotesi di accogliere immigrati sbarcati in altri Paesi, produca un effetto-domino spostando a destra l'equilibrio politico dell'Unione.Conte incontra Angela Merkel, il bilaterale dura circa mezz'ora. Nessuna indiscrezione sui contenuti, ma la cancelliera tedesca, alcune ore prima, aveva fatto scattare l'allarme rosso: «I Paesi che ricevono molti rifugiati», aveva detto la Merkel, «hanno bisogno di sostegno, ma i rifugiati e i migranti non possono scegliere in quale Paese chiedere asilo». È il segnale che la Merkel non può tirare più di tanto la corda con Seehofer. Per mantenere le redini del governo tedesco, la cancelliera deve portare tornare a Berlino con qualche accordo sui «movimenti secondari» degli immigrati, quelli tra i vari stati dell'Unione. Chi sbarca in Italia , viene registrato in Italia e poi si trasferisce in Germania va rispedito nel Paese di primo approdo: è la linea di Seehofer, uno schiaffo all'Italia. La Merkel si attiva per dare vita a intese con stati «volenterosi» e punta a un accordo con Francia e Spagna. A metà pomeriggio fonti di Parigi fanno trapelare che la Francia è pronta a rafforzare l'accordo franco-tedesco che consente di respingere in uno dei rispettivi Paesi un richiedente asilo, nel caso in cui la cancelliera tedesca dovesse chiederlo. Anche l'Ungheria guidata dal «duro e puro» Viktor Orban, a sorpresa, fa sapere di essere disponibile a intese con Berlino. La Francia provoca l'Italia, proponendo la creazione di hotspot «più moderni» sul nostro territorio, sul modello della Grecia. Il presidente francese, Emmanuel Macron, incontra i leader del gruppo Visegrad, poi tenta di organizzare un bilaterale con Conte, ma non c'è tempo e il vertice salta. Il presidente del parlamento europeo, Antonio Tajani, espone la sua proposta di mediazione: «Ho proposto al Consiglio europeo», dice Tajani, «di investire 6 miliardi di euro per risolvere il problema del corridoio libico». Le residue possibilità di un'intesa che mantenga l'Europa unita sembrano legate alla realizzazione di piattaforme al di fuori dell'Unione dove far attraccare le navi piene di disperati. Le ipotesi sono Marocco, Albania, Tunisia, Libia, Bosnia, Montenegro. La Merkel sottolinea che «dobbiamo prima discuterne con loro, non possiamo decidere da soli. Anche l'accordo con la Turchia», ricorda la cancelliera, «era reciproco». Il ministro degli Esteri del Marocco, Nasser Bourita, dice no: «Il Marocco», spiega Bourita, «respinge e ha sempre respinto questo genere di metodi per gestire la questione dei flussi migratori». Il leader proseguono la discussione a cena, poi una lunga notte di trattative. L'Italia, almeno per il momento, tiene il punto e non accenna ad arretrare di un solo millimetro. Oggi è il giorno della verità.Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-ribalta-il-tavolo-dellipocrisia-europea-2582172637.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="litalia-rifiuta-il-compromesso-renziano-del-piu-flessibilita-in-cambio-di-immigrati" data-post-id="2582172637" data-published-at="1779234908" data-use-pagination="False"> L’Italia rifiuta il compromesso renziano del più flessibilità in cambio di immigrati L'Italia tiene il punto, rifiuta la logica del baratto (immigrati tutti da noi in cambio di soldi) capovolgendo quanto avevano fatto negli ultimi anni da Renzi in poi, e mette l'Europa di fronte alle proprie responsabilità . Il «no» alle conclusioni del Consiglio europeo era prevedibile. Il governo italiano aveva fatto capire con grande chiarezza ai partner dell'Unione di non essere disposto a cedere sulle richieste sull'immigrazione. «Oggi», aveva detto il premier Giuseppe Conte, «toccheremo con mano se la solidarietà europea esiste o meno. Se dalle parole si vuole passare ai fatti. Questo Consiglio europeo potrà essere uno spartiacque tra un prima e un dopo nell'approccio del fenomeno migratorio. Capiremo se davvero l'Europa vuole gestire in maniera solidale il fenomeno migratorio. Compromessi al ribasso non li accetteremo. L'Italia», aveva aggiunto Conte, «la sua buona volontà l'ha sempre dimostrata. Se questa volta non dovessimo trovare disponibilità da parte degli altri Paesi europei, potremmo chiudere questo Consiglio senza approvare conclusioni condivise».Giornata convulsa, quella di ieri a Bruxelles. Il premier italiano Giuseppe Conte, al suo arrivo, non esclude la possibilità di un veto italiano sulle conclusioni del vertice in merito all'immigrazione: «È una possibilità che non voglio considerare», dice Conte, «ma se dovessimo arrivare a questo vorrà dire che non ci saranno conclusioni condivise. L'Italia ha elaborato una proposta che riteniamo ragionevole e conforme allo spirito e ai principi su cui è fondata l'Unione Europea», aggiunge Conte, «io stesso negli ultimi incontri ho ricevuto manifestazione di solidarietà adesso aspettiamo che le parole diventino fatti concreti». Da fonti italiane trapela anche che, contrariamente a quanto accaduto con i governi della sinistra, non ci sarà alcun cedimento sull'immigrazione in cambio di un po' di flessibilità sulle questioni di bilancio.L'intera giornata di febbrili trattative vede l'Italia al centro di ogni discorso. Qualcuno ipotizza che, in cambio di un po' di flessibilità sui conti, il governo possa cedere sull'immigrazione. C'è chi sospetta che la prospettiva del veto sia un bluff. In serata, fonti del governo italiano spazzano il campo da questa illazione: «L'Italia», filtra dalla delegazione, «vuole dall'Europa un segnale chiaro sull'emergenza migranti e l'ipotesi di non approvare il documento conclusivo, se ciò non dovesse accadere, non è un bluff».Nessun passo indietro e nessun «baratto»: «È importante», riferiscono le fonti del governo italiano in serata, «che ci si ponga anche il problema economico, ma questo tentativo si fa da un po' e noi abbiamo sempre detto che la soluzione non può essere che ci dicano: teneteveli voi, vi diamo i soldi. Non siamo nel 2014». Ha assunto il gusto amaro della provocazione la proposta trapelata dal governo francese in serata, basata anch'essa sulla logica del baratto. La Francia, si è appreso, vuole proporre all'Italia la creazione di «hotspot di nuova generazione, più europei», sul modello di quanto fatto in Grecia dal 2016. Lo fanno sapere fonti dell'Eliseo a margine dei lavori del Consiglio Ue. Su questa proposta, secondo Parigi, «si può avere il finanziamento e l'appoggio europeo». Il governo francese fa trapelare di riconoscere «che l'idea dei centri chiusi sia un punto sensibile» per l'Italia, ma è convinto che il governo Conte potrebbe accettare se questi centri saranno finanziati dall'Ue. Secondo la proposta francese, negli hotspot dovrebbe essere filtrati i richiedenti asilo da ridistribuire tra alcuni paesi europei, e i migranti economici, che dovrebbero essere rimpatriati sempre con i fondi dell'Ue. «Se c'è solidarietà europea rapida e capace di rimpatriare chi non ha diritto all'asilo», aggiungono le fonti francesi, «questa soluzione potrebbe essere accettabile per l'Italia, è esattamente ciò che aveva accettato la Grecia». Un paragone che non ha bisogno di commenti.Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-ribalta-il-tavolo-dellipocrisia-europea-2582172637.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="anche-malta-chiude-i-porti-alle-ong-ma-allora-si-puo-fare-per-davvero" data-post-id="2582172637" data-published-at="1779234908" data-use-pagination="False"> Anche Malta chiude i porti alle Ong. Ma allora si può fare per davvero Li hanno accusati di essere dei fanatici, degli ideologizzati, gente senza rispetto alcuno per le regole. Loro, per smentire le malelingue, sono approdati a Malta mostrando il dito medio, intonando «siamo tutti antifascisti», per poi attaccare i governi di mezza Europa. Se non ci fossero, quelli di Lifeline bisognerebbe inventarli. Nel loro modo di agire, nelle loro dichiarazioni, persino nel loro aspetto fisico hanno finalmente mostrato il vero volto delle Ong. Il comandante della Lifeline, Klaus Peter, ieri è stato interrogato di nuovo a Malta, dopo essere finito sotto indagine per aver disobbedito alle indicazioni della Guardia costiera italiana. È libero, ma non ha il permesso di lasciare l'isola. Dovrebbe comunque essere incriminato lunedì per la registrazione della nave, che batte bandiera olandese ma, secondo le autorità dei Paesi Bassi, non sarebbe iscritta nei registri come richiesto dalle norme. Gli altri componenti dell'equipaggio sono tutti liberi e non sono stati denunciati. La nave, invece, resta sequestrata. Nel frattempo, da Berlino, la portavoce dell'Ong, Marie Naass, tuonava contro tutti. Soprattutto contro la Germania, paradossalmente riecheggiando, nel suo sfogo, alcuni temi cari proprio al governo italiano. «Il comportamento del governo tedesco è scandaloso, anche perché la Germania è fortemente responsabile del fatto che l'Italia sia stata lasciata sola. Non è possibile da un lato bloccare la soluzione europea, come ad esempio sul sistema di Dublino, e dall'altro venire meno alla cooperazione e rifiutare la solidarietà». Berlino ha voltato le spalle a Roma? Sembra di sentire Matteo Salvini. Anche se l'ascia di guerra, nei confronti del ministro italiano, non è certo stata sotterrata: «Le accuse che ci ha rivolto il ministro dell'Interno italiano ci hanno scioccato», ha detto Naass. Aggiungendo, tuttavia, che «è sbagliato chiudere i porti, ma è comprensibile che l'Italia prenda delle misure per disperazione se il resto d'Europa non agisce». Insomma, alla fine persino all'Ong antifascista è scappato di bocca che l'Italia ha agito in modo «comprensibile». Non è l'unico, né il più importante segnale che il vento sia cambiato. Tutta una serie di luoghi comuni che fine a qualche tempo fa punteggiavano l'intero discorso ufficiale sull'immigrazione stanno velocemente venendo meno. Che le Ong siano pericolose e irresponsabili o che l'immigrazione non sia il nostro destino, fino a qualche tempo fa lo dicevano solo i tanto vituperati «populisti». Oggi lo dicono (quasi) tutti e chi non lo dice comunque si comporta di conseguenza. Basti solo vedere il cambio di passo di Malta, che ieri, con una decisione senza precedenti, ha deciso di chiudere il proprio porto a tutte le navi delle Ong, «finché non sarà fatta chiarezza sulle loro operazioni». In una nota, l'esecutivo maltese ha precisato che «alla luce degli ultimi eventi, Malta deve accertarsi che le operazioni condotte da entità che utilizzano i suoi servizi portuali e operanti nell'area della responsabilità maltese siano conformi alle leggi nazionali e internazionali». Fino a quando non saranno chiarite le questioni, su cui si sta indagando, con particolare riferimento al caso Lifelive, «Malta non può consentire alle entità, la cui struttura potrebbe essere simile a quella oggetto di indagini, di utilizzare Malta come loro porto di operazioni, e per entrare o uscire dal porto». Una decisione anticipata dalla chiusura dei porti a Proactiva Open Arms, che su Twitter si era lamentata dei divieti apposti alla sua barca da Malta e Italia, anche se «fonti qualificate» hanno riferito all'agenzia Ansa che non ci sarebbe stata alcuna richiesta di entrare nelle acque territoriali o nei porti italiani da parte di Open Arms. Nel giro di pochi giorni, il governo isolano ha anche negato il rifornimento di carburante all'aereo di Pilotes Volontaires e tenuto fuori dalle sue acque la Aquarius. Una linea dura, culminata nella decisione definitiva di ieri. Va da sé che se vengono meno la sponda maltese e quella italiana, per le Ong la vita si fa dura, durissima. Anche perché, nel frattempo, senza che molti ci abbiano fatto caso, la Libia ha dichiarato ufficialmente una sua zona di Search and Rescue (Sar). La notizia è arrivata ieri dall'Organizzazione marittima internazionale (Imo). Quest'ultima ha comunicato: «Il governo libico adesso ha inserito delle informazioni rilevanti nel Gisis global Sar plan», ovvero la directory relativa al piano Sar globale. E «tra queste vi è anche la definizione di una regione di ricerca e soccorso». Il portavoce della Marina libica, Ayoub Qassem ha già dichiarato che questo aiuterà la Guardia costiera del paese nordafricano a salvare i migranti e allo stesso tempo prevenire l'ingresso di altre organizzazioni. In caso di difficoltà, infatti, un'imbarcazione che passi in queste acque ora dovrà rivolgersi in via preventiva ai libici. Era proprio l'assenza della zona Sar a far sì che i natanti facessero riferimento al centro di coordinamento di Roma. Ora non sarà più così. E se l'espressione è stata ritenuta offensiva per i migranti, almeno per le Ong forse si può finalmente dire che la pacchia è finita. Adriano Scianca <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-ribalta-il-tavolo-dellipocrisia-europea-2582172637.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="il-piano-di-vienna-ue-a-sbarchi-zero" data-post-id="2582172637" data-published-at="1779234908" data-use-pagination="False"> Il piano di Vienna: Ue a sbarchi zero Obbiettivo numero uno: «L'arresto dell'immigrazione illegale in Europa». Il governo austriaco, che da domenica guiderà il semestre di presidenza dell'Ue, rompe quello che fino a pochi mesi fa era un tabù: non si tratta più di come accogliere e come distribuire, ma di non accogliere più. L'immigrazione, insomma, non è più una fatalità a cui arrendersi sperando in un vago «arricchimento culturale» futuro. Tutto bene, almeno sul piano delle petizioni di principio. Che i fatti seguano le parole, come sappiamo, è tutt'altro paio di maniche. Ma intanto il punto è stato fissato. Il governo di Sebastian Kurz presenterà lunedì al Cosi, il Comitato per la sicurezza interna dell'Unione europea, un documento in cui spiegherà le linee direttive che intenderà seguire per affrontare il tema dell'immigrazione. Secondo La Stampa, che ha avuto accesso al paper di 7 pagine, Vienna si dirà ostile a qualsiasi ipotesi di quote di migranti da redistribuire fra i vari Paesi: «In caso di ulteriori crisi migratorie, che purtroppo sono prevedibili», si legge, «la distribuzione dei migranti negli Stati Ue potrebbe portare a un'ulteriore destabilizzazione della situazione». Il che è un bene o un male per l'Italia? Dipende. Il modello seguito finora da Bruxelles era semplice: sì all'accoglienza, non alla redistribuzione. In pratica, l'unica frontiera che era stata abolita nell'Ue era il mar Mediterraneo. Porte girevoli a sud, porte sbarrate a nord. In mezzo, l'Italia a fare da campo profughi per l'Unione. Il no alla redistribuzione unito al principio anche solo ideale degli ingressi illegali a quota zero, invece, ha tutt'altro senso. Nel documento austriaco, il fenomeno migratorio è criticato senza mezzi termini: «La crisi migratoria», si legge, «ha avuto un impatto negativo sia sulla fiducia delle persone nella sicurezza, sia sulla sicurezza in quanto tale». Gli immigrati, inoltre, «a causa di fattori legati al loro background e alle loro scarse prospettive, hanno problemi a vivere in società libere o addirittura nel rigettarle», quindi «molti di questi sono particolarmente suscettibili alle ideologie ostili alla libertà e/o inclini a rivolgersi al crimine». Toni mai sentiti, nelle stanze dei bottoni europee. E ancora: «Non sono principalmente i più bisognosi che vengono in Europa, ma soprattutto le persone che possono permettersi di pagare i trafficanti e che si sentono abbastanza forti da intraprendere viaggi pericolosi». Si propone quindi «un cambiamento di paradigma completo nella politica di asilo Ue». Ovvero: va sviluppato un «nuovo e migliore sistema di protezione in base al quale nessuna richiesta di asilo viene presentata sul territorio dell'Ue». In ogni caso, per le domande comunque da esaminare, «in caso di decisione negativa, la persona deve essere trasferita nel suo Paese di origine oppure - opzione che deve essere esaminata - in un centro di rimpatrio in un Paese terzo». L'idea austriaca è quella di allestire campi in uno Stato extra Ue in cui mandare i migranti espulsi. Per Vienna bisogna «dare priorità alla protezione il più vicino possibile alle regioni in crisi». L'asilo in Europa, infatti, va «concesso solo a coloro che rispettano i valori europei e i diritti e le libertà sostenuti nell'Ue». Insomma, una secchiata di acqua gelata in faccia all'Europa. Che questa riesca poi a svegliarsi, è tutto da vedere. Fabrizio La Rocca
Domenico Paganelli
Domenico Paganelli, detto Mimmo, tarantino e milanese d’azione, è stato dirigente artistico della Rca (oggi Sony Bmg), della Peer Southern e della Emi. È un alchimista della musica pop ed è appena uscito il suo libro Music Masterclass (edizioni Dantone). La sua è sempre stata una politica della qualità e ha collaborato con mostri sacri del pop italiano, da Dalla a Battiato, da Vecchioni a Fossati, da Bennato a Guccini, da Branduardi a Vasco Rossi, da De Gregori a Rino Gaetano e molti altri.
Come conobbe Rino Gaetano?
«Aveva appena fatto Sanremo. Lo conobbi nel 1977. Quando veniva a Milano ero io che organizzavo la promozione, le radio, le interviste, erano nate le tv private».
I testi di questo cantautore, talvolta più espliciti, talaltra più enigmatici, davano fastidio a qualche potente?
«Era un cantautore emergente. Secondo me non ha dato fastidio ai potenti perché aveva un certo modo di dire le cose… Una volta cantò Nun te reggae più davanti a Susanna Agnelli (sorella di Gianni Agnelli, ndr.) e lei lo trovò divertente…».
Sì, ad Acquario, in Rai, 1978. Tuttavia, in quell’occasione, Costanzo lo mise un po’ alla berlina…
«In quella trasmissione era molto timido, non tanto a suo agio. Usò tutto il mestiere possibile. In effetti non fu molto aiutato. Ma la sua coerenza fece sì che disse ciò che pensava».
Il cielo è sempre più blu. Canzone di denuncia sociale. Quel refrain era ironico o sarcastico?
«In quella canzone parlava di qualcosa di negativo ma i grandi fanno in modo di bilanciarlo con qualcosa di positivo e non c’è frase più bella di questa che lui ha scritto. “Guardiamo avanti e siamo positivi”. Non era sarcastico ma ironico. L’ironia è una grande arma».
Sono stati espressi dubbi sulla sua morte, in quell’incidente stradale…
«Non ho mai creduto a disegni nascosti. C’è da dire che Rino è un artista anomalo. Quando è morto era sì famoso ma non c’era ancora il sentore del mito e ha quasi superato gli altri cantautori, ma post mortem. Dalla, Pino Daniele, Pino Mango - che se ne andò sul palco - erano già grandi in vita. Lui vendette molto con Gianna, un singolo, ma per gli album era da 30-50.000 copie, una quantità all’epoca non elevatissima ma normale».
La celebre Luci a San Siro di Vecchioni, che parlava di compromessi imposti per vendere dischi. «Parli di sesso, da buoncostume… / Scrivi Vecchioni / scrivi canzoni / che più ne scrivi più sei bravo e fai i danée…».
«Era una critica nei confronti del “fai questo che vogliono le discografiche” ma un artista può prendere la scorciatoia per il successo. Il duetto Vecchioni-Guccini al premio Tenco è più una riflessione tra artisti. Insomma, il denaro non ha mai fatto schifo a nessun artista. Vecchioni scrisse quella canzone per un artista barese, Rossano, e aveva un altro titolo e un altro testo. Non successe nulla, la ripescò ma il testo non gli calzava e lo riscrisse. Venne quel capolavoro di Luci a San Siro. Più di una volta Guccini mi ha detto che questa canzone l’avrebbe voluta scrivere lui».
Il pubblico può influire sul mercato discografico?
«Il pubblico, alla lunga, è sempre un sovrano. Si facevano anche gli spot su un disco e questo poteva far vendere di più. Ma il pubblico ha un sesto senso. C’è da dire poi che nelle scuole si insegnano i cantautori, ma tra dieci o vent’anni forse si farà la stessa cosa con la musica rap…».
Il fatto che un disco abbia successo dipende anche dal momento in cui esce?
«Può accadere che un album sia bellissimo ma un po’ in anticipo sui tempi. Deve essere giusto al momento giusto. Se è troppo in anticipo non va bene, se troppo in ritardo nemmeno. Se è troppo in ritardo significa che ciò che in quel disco l’artista dice è stato già detto da qualcun altro. Dal momento in cui un artista concepisce un disco, diciamo a casa sua, al momento operativo passano circa sei mesi, talvolta un anno e nel frattempo il mondo va avanti. Può succedere che un altro esca prima con caratteristiche simili e sia un problema replicarlo».
Nella sua carriera di discografico ha promosso musica e testi di qualità.
«Ho iniziato in discografia nel 1971. Ho fatto negozio, vendita, ascoltavo concerti di artisti nazionali e internazionali. Poi entrai nella stanza di bottoni. Mi interessava tutto, non mi piaceva tutto ma cercavo il bello ovunque. Siamo abituati a dividere il mondo in rock, pop, folk, jazz e via di seguito, ma quello è il vestito. La canzone in sé non ha un genere. Sono la registrazione e l’arrangiamento del pezzo che determinano se esso è pop, rock o altro. Amavo scomporre le canzoni senza lasciarmi prendere dal vestito».
Ci faccia capire.
«Una canzone melodica può diventare rock e sembrare scritta per essere rock. Quando faccio le masterclass dico ai ragazzi: “Quando si scrive il testo il genere ancora non esiste”, e già mi guardano male. Gli canticchio Fotoromanza di Gianna Nannini, in tre quarti, ma il tre quarti poteva essere un liscio dei Casadei. Questo per dire che l’arrangiamento modifica tutto. Dico ai ragazzi: “Sapete qual è il compositore più rock del mondo di sempre? È Beethoven. T-ta-ta-tan” (accenna la Sinfonia n. 5, ndr.). Quello è rock, anche se non esisteva. Il maestro Walter Margoni, “Gualtiero”, autore di Guarda che luna, si metteva al pianoforte, prendeva una canzone, ad esempio di Ramazzotti o Mina, e mi diceva: “Adesso ti faccio capire perché è un successo”». La scomponeva come un lego. Questo mi ha aperto la mente».
Preso atto che dev’esserci una metrica delle note che ne sancisca l’«orecchiabilità», quanto è importante il testo?
«Il testo ha sempre importanza e nel nostro Paese ancora di più che nel mondo anglosassone, dove ci sono canzoni meravigliose ma quando le traduci un po’ di amaro in bocca rimane. Nella nostra lingua i termini hanno spesso molti sinonimi, da loro molto meno. Con poche centinaia di parole loro scrivono. Pensiamo invece alle parole che usa Battiato i cui testi sono tuttavia enormemente diversi rispetto a un cantante pop degli anni Sessanta…».
Cantautori più profondi e autori più semplici, con rispetto di entrambi.
«Per un cantautore il testo può arrivare anche all’80%di importanza. I cantautori hanno inventato un modo più libero di scrivere. Negli anni del boom economico si scrissero i testi più ingenui ed è giusto. Poi il 1968 e, dalla fine degli anni Settanta, quel “noi” che si usava è diventato “io”, con l’eccezione di Vasco Rossi che negli anni ’80 ha detto “Siamo solo noi”».
Resta il fatto che anche le canzonette leggere hanno un loro diritto di cittadinanza, tant’è che a tante di esse, lo ammettiamo o no, siamo affezionati…
«Sono d’accordissimo. Se uno va al mare mette ad esempio Vamos a la playa. Se ci eleviamo a giudici facciamo un errore. Ma la realtà è che le canzoni più belle sono quelle sentite da chi le ha scritte e non fatte a tavolino per puro marketing. Quindi distinguerei le Canzonette dalle canzonette con la “c” minuscola, quelle preconfezionate. Il ballo del qua qua è una Canzonetta con la “c” maiuscola. Conosco il compositore, svizzero. Un giorno gli è venuta così, spontaneamente, bellissima, da organetto, tradotta in moltissime lingue, una canzone così viene una volta nella vita… Oggi c’è la tendenza a trovare scorciatoie per il successo. Je so’ pazzo di Pino Daniele è una Canzonetta con la “c” maiuscola».
Quali speranze ha oggi, agli inizi, un cantautore talentuoso anche per sostentarsi economicamente?
«Dico sempre, live, live, live, ovunque, da dieci persone in su prendere tutto e soprattutto non prostituirsi artisticamente ma fare il vestito che ti vuoi mettere. Oggi la canzone d’autore è in crisi, è una nicchia. Una volta beneficiavano di vendite anche cantautori più mediocri, perché l’andazzo era quello. Oggi non c’è più e quindi si fa fatica».
Le grandi case discografiche di oggi scommettono sulla qualità?
«No. Oggi le majors hanno il 20% del personale che avevamo noi. Da quando hanno avuto l’idea della “musica liquida” non c’è più il possesso, ma solo l’ascolto. I ragazzi hanno disimparato a possedere l’album, il disco, che non si comprano più. Negli anni Sessanta lo streaming era il juke box. La musica digitale non fa guadagnare per vivere. I divi dei ragazzini sono sui social, magari non li conosciamo, con milioni di like e di streaming, la qualità non conta più. Non si parte più da zero, come facevamo noi, con il rischio di non vendere un disco…».
Luigi Tenco. Ho chiesto un parere a Orietta Berti, Iva Zanicchi, Vilma Goich, al criminologo Francesco Bruno. Tutti convinti che il suo non sia stato un suicidio…
«Le case discografiche cercavano il miglior disco possibile. Alle volte è normale che un artista vada verso il calcio d’angolo. C’erano due problemi, l’artista che andava troppo o verso destra o verso sinistra, e la censura, ufficiale e no. Inizialmente Ciao amore, ciao, il ritorno dalla guerra, era una canzone molto più profonda e magari anche molto più bella. Doveva rimanere un po’ più sull’amore. Ma non vedo un complotto. Secondo me lui era già una pianta con i segni del vivere, era molto critico, voleva fare musica d’autore. Non andò in finale ma alcune canzoni erano bruttine. Vide questa cosa come un attacco al suo modo di ragionare e, secondo me, andò in crisi. Aveva un principio di depressione. Tenco dedicò la sua vita a tenere integra la sua arte, ecco perché, secondo me, si sentiva così. Altri artisti non avevano il problema del Sanremo e non ci andavano».
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Leone XIV (Ansa)
Il documento, dedicato alla «custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza artificiale», reca la datadel 15 maggio, il giorno in cui sono caduti i 135 anni dalla promulgazione della Rerum Novarum di Leone XIII: è a lui che Robert Francis Prevost ha voluto ispirarsi nella scelta del nome, perché, come il predecessore, sente di doversi impegnare nella questione sociale dell’epoca contemporanea. Tanto che ha appena approvato l’istituzione della Commissione interdicasteriale incaricata di seguire il dossier IA. Così, se Benedetto XVI si opponeva alla «dittatura del relativismo», lui combatte la dittatura degli algoritmi.
L’enciclica sarà presentata lunedì prossimo nell’Aula del Sinodo. Sarà presente il pontefice in persona, insieme ai cardinali Víctor Manuel Fernández (prefetto della Fede) e Michael Czerny (prefetto per il Servizio allo sviluppo umano integrale); alla professoressa Anna Dowlands, teologa della Durham University, nel Regno Unito; a Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, il volto «buono» dell’IA; e alla professoressa Leocadie Lushombo, docente di teologica politica della Jesuit school of theology di Santa Clara, in California. La conclusione sarà affidata al segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin. E al termine dell’evento, il vicario di Cristo impartirà la benedizione.
È ragionevole aspettarsi che il testo riprenda le argomentazioni di Quo vadis, humanitas?, il documento della Commissione teologica internazionale uscito il 4 marzo. Lo scritto presentava un’ampia disamina delle insidie collegate al rapido sviluppo dell’Intelligenza artificiale generale, suscettibile di rendere «incontrollabili e quindi ingovernabili» le dinamiche economiche, politiche e persino militari, oltre che di schiudere perniciosi orizzonti alle pratiche di «controllo sociale», nonché di privare la democrazia dei «legami solidali» che ne costituiscono il nutrimento. Centrale era l’invito a non liquidare i poveri in quanto meri «danni collaterali» del progresso e a tenere presente la «dignità infinita» della persona, contro le derive transumane e postumane.
D’altronde, già il 10 maggio 2025, a due giorni dalla sua elezione, al Collegio cardinalizio, Prevost spiegò che la Chiesa era chiamata ad affrontare gli effetti di «un’altra rivoluzione industriale e gli sviluppi dell’Intelligenza artificiale». Lo scorso gennaio, nel suo messaggio per la sessantesima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, il Papa americano ha ricordato che quella umana non è «una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo». E ha segnalato che addirittura «gran parte dell’industria creativa» è in pericolo, con «i capolavori del genio umano» che vengono «ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine», destinate a soppiantare i prodotti dell’arte e della fantasia.
Le trappole di quello che Leone chiamava «affidamento ingenuamente acritico all’Intelligenza artificiale», «“oracolo” di ogni consiglio», emergono, proprio in questi giorni, da un dettaglio sulle amministrative francesi: un’inchiesta del think tank Terra Nova ha svelato che, alle elezioni municipali di marzo, un francese su sei ha fatto ricorso all’IA per decidere quale candidato votare. Il 7% vi ha trovato solo una conferma delle proprie preferenze; ma il 5%, sotto la sua influenza, ha cambiato parere; e il 4%, privo di un’opinione, se l’è fatta suggerire dal cervellone elettronico. Sono cifre piccole, che però offrono un assaggio della gigantesca transizione che stiamo attraversando: se l’IA contribuirà a definire i contorni della coscienza collettiva, diventerà cruciale portare alla luce il reticolo di interessi che si cela dietro la fornitura dei servizi digitali. E operare affinché la logica algoritmica sia messa al servizio del bene comune, piuttosto che del tornaconto di pochi miliardari e delle potenze imperiali. Il vaglio critico del «potere computazionale» è esattamente il compito che, nel suo ultimo saggio, La nuova logica del dominio, affida all’etica delle tecnologie padre Paolo Benanti, dirigente dell’Osservatorio sull’Intelligenza artificiale istituito dal ministero del Lavoro.
A subire l’impatto più devastante dal perfezionamento e dalla diffusione pervasiva dell’IA sarà il lavoro. Tanto che lo stesso Elon Musk ha sentito il bisogno di rispondere alle proiezioni che prevedono la cancellazione di 300 milioni di impieghi nel mondo, proponendo un «alto reddito universale» che compensi la disoccupazione.
Il pontefice ha ben presente questa piaga. E avverte l’urgenza di tutelare i minori dai tranelli dei modelli linguistici robotici, capaci di «imitare i sentimenti umani e simulare così una relazione». Ma nel mondo sdoppiato delle tecnologie basate sui dati, la persona diventa secondaria; a chi governa questa «forza invisibile» interessa solo il nostro simulacro digitale.
E poi c’è la guerra: Leone ne ha appena parlato nel suo discorso alla Sapienza, paventando che l’applicazione dell’IA in ambito bellico peggiori «la tragicità dei conflitti» e deresponsabilizzi «le scelte umane». Forse, per l’annientamento non serve un Terminator. A «terminarci» siamo già bravi da soli.
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Mario Delpini (Ansa)
Si può: tutto questo accade a Milano, dove la diocesi ha presentato nei giorni scorsi il progetto del Monastero ambrosiano firmato da Stefano Boeri, «la modalità con cui la diocesi di Milano sarà presente all’interno di Mind, il Milano innovation district, il distretto sorto nell’area dell’Expo 2015. Nel 2023 era stata lanciata una Call for ideas, così la chiamano, che aveva coinvolto realtà ecclesiali, istituzioni, centri di ricerca e studi di architettura: l’obiettivo, decidere che cosa realizzare in quell’area. Da allora, Stefano Boeri ha preso il largo e ha firmato il progetto finale benedetto anche dall’arcivescovo, Mario Delpini, e che si estenderà nell’area all’incrocio tra il Cardo e il Decumano, in un’area che entro il 2030 (anno in cui è prevista la realizzazione del Monastero) ospiterà circa 70.000 persone tra residenti, lavoratori e studenti. Questo Monastero «avrà una presenza stabile di pastorale ordinaria, affidata a una piccola comunità che scandisce i ritmi della preghiera e della vita liturgica». Cinque le mini strutture abitative che ospiteranno i monaci del futuro. Gli altri spazi vedranno la presenza di un Chiostro delle religioni, un Giardino delle religioni, «dove le diverse tradizioni monoteiste presenti a Milano sono richiamate simbolicamente attraverso le essenze vegetali», e una Biblioteca delle religioni.
Boeri ha spiegato che il nuovo Monastero si svilupperà su una superficie di 2.700 metri quadri, 1.100 dei quali destinati agli spazi aperti. La chiesa vera e propria avrà un impianto trigono e potrà accogliere 300-350 fedeli. Ipotizzando la capienza massima, secondo le linee guida ufficiali per la progettazione di nuove chiese pubblicate dall’Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici, l’aula dell’assemblea sarà grande circa 350 metri quadri. A questa bisogna aggiungere il presbiterio (circa 50 mq), i vani accessorio (atri, corridoi, bagni, depositi: altri 150 mq), la sacrestia (30 mq): si arriva così a poco meno di 600 mq di sola chiesa, poco meno di un quinto dello spazio interessato dall’intervento. Forse un po’ pochino, visto che dovrebbe essere anche la chiesa di riferimenti dell’attiguo quartiere di Cascina Merlata, nuovo di zecca, popoloso ma privo di strutture religiose. Costo stimato? «Edificare nuovi centri parrocchiali», ha ricordato monsignor Luca Bressan, vicario episcopale per la Cultura, la carità, la missione e l’azione sociale, «costa fra i 5 e i 6 milioni di euro. Il Monastero ambrosiano non costerà di meno». I soldi saranno saranno reperiti attraverso una raccolta fondi.
Sui social, i fedeli non hanno preso bene il progetto. C’è chi dubita della funzionalità della struttura per ospitare celebrazioni sacre, chi si chiede «Ma sempre Boeri?», chi (tantissimi) sottolinea che, invece di costruirne uno nuovo, la Curia dovrebbe badare ai numerosi monasteri chiusi o che stanno chiudendo e che rischiano di rovinarsi (e qui il grande accusato è proprio l’arcivescovo Delpini). La domanda, infine, che molti si pongono è: quale è la ratio di una diocesi che finanzia un centro per il sincretismo religioso? Non dovrebbe annunciare Cristo invece di mischiare la fede cristiana con il resto del mondo? Il monastero medievale, al quale quello «ambrosiano» si richiama, era il pilastro della società di allora. Nella visione boeriana, la chiesa è messa in un angolo, lo spazio viene fagocitato dalla mescolanza della fede cristiana con gli altri credo. Lo stesso Boeri, nel rispondere a un commento particolarmente critico di un utente su Facebook che si domandava «Chi dovrebbe usufruire di una simile costruzione?», ha risposto: «Cittadini e fedeli di fedi diverse».
E c’è un altro fattore, da considerare: non è che l’idea del Monastero ambrosiano arrivi troppo tardi? Il 30 gennaio 2022 monsignor Luigi Stucchi, allora collaboratore del vicario episcopale per la vita consacrata della Diocesi di Milano, sottolineava il calo generale delle vocazioni per le congregazioni religiose. Il «monastero contemporaneo, manca dei pilastri fondamentali di un monastero: non è un baluardo della fede. Rischia di essere solo un Bosco orizzontale».
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