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2018-06-29
Conte ribalta il tavolo dell’ipocrisia europea
ANSA
Nessun passo indietro sulle richieste italiane. Il premier Giuseppe Conte ha tenuto il punto fino alla fine sul tema dell'immigrazione. Conte ieri sera ha bloccato l'adozione delle conclusioni della prima parte del vertice europeo di Bruxelles, spiegando che l'Italia intende dare un voto sull'intero documento, compresa la parte dei migranti. La conferenza stampa del presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, e del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, prevista al termine della prima giornata del vertice di Bruxelles, è stata quindi cancellata perché «uno Stato membro (l'Italia, ndr)», ha fatto sapere il portavoce di Tusk, «ha messo la riserva sull'intero progetto di conclusioni, quindi non c'è stato accordo sulle conclusioni stesse. Il Consiglio europeo ha avuto uno scambio di vedute con il presidente del Parlamento Ue, Antonio Tajani, e il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, nonché discussioni su sicurezza, difesa, lavoro, crescita, competitività, innovazione digitale e allargamento. Visto che uno stato membro ha messo la riserva sull'intero progetto di conclusioni, non ne sono state adottate. Per questo», ha aggiunto il portavoce di Tusk, «la conferenza stampa dei rappresentanti delle istituzioni Ue è stata cancellata e avrà luogo domani (oggi per chi legge, ndr) alla fine dell'Eurosummit».
La linea dura era stata annunciata da Conte già al suo arrivo a Bruxelles: «Oggi», aveva detto Conte, «toccheremo con mano se la solidarietà europea esiste o meno. Se dalle parole si vuole passare ai fatti. Questo Consiglio europeo potrà essere uno spartiacque tra un prima e un dopo nell'approccio del fenomeno migratorio».
L'Europa è sul punto di implodere: si ipotizzano accordi solo tra alcuni stati membri che fanno risaltare ancora di più la mancanza di una volontà comune di affrontare il problema sollevato, in particolare, dall'Italia. Ciò che manca all'Unione è un governo forte a Berlino, capace di imporre una linea. La cancelliera tedesca Angela Merkel è arrivata a Bruxelles in una condizione di inedita debolezza, stretta in una tenaglia micidiale: da una parte le pressioni del suo ministro degli interni, Horst Seehofer, che chiede che i richiedenti asilo registrati in un altro paese dell'Unione europea e poi arrivati in Germania debbano essere rispediti allo stato di «primo approdo»; dall'altra la volontà di tenere unita l'Europa, per evitare che la linea dura dei paesi del blocco di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), contrari a ogni ipotesi di accogliere immigrati sbarcati in altri Paesi, produca un effetto-domino spostando a destra l'equilibrio politico dell'Unione.
Conte incontra Angela Merkel, il bilaterale dura circa mezz'ora. Nessuna indiscrezione sui contenuti, ma la cancelliera tedesca, alcune ore prima, aveva fatto scattare l'allarme rosso: «I Paesi che ricevono molti rifugiati», aveva detto la Merkel, «hanno bisogno di sostegno, ma i rifugiati e i migranti non possono scegliere in quale Paese chiedere asilo». È il segnale che la Merkel non può tirare più di tanto la corda con Seehofer. Per mantenere le redini del governo tedesco, la cancelliera deve portare tornare a Berlino con qualche accordo sui «movimenti secondari» degli immigrati, quelli tra i vari stati dell'Unione. Chi sbarca in Italia , viene registrato in Italia e poi si trasferisce in Germania va rispedito nel Paese di primo approdo: è la linea di Seehofer, uno schiaffo all'Italia. La Merkel si attiva per dare vita a intese con stati «volenterosi» e punta a un accordo con Francia e Spagna. A metà pomeriggio fonti di Parigi fanno trapelare che la Francia è pronta a rafforzare l'accordo franco-tedesco che consente di respingere in uno dei rispettivi Paesi un richiedente asilo, nel caso in cui la cancelliera tedesca dovesse chiederlo. Anche l'Ungheria guidata dal «duro e puro» Viktor Orban, a sorpresa, fa sapere di essere disponibile a intese con Berlino. La Francia provoca l'Italia, proponendo la creazione di hotspot «più moderni» sul nostro territorio, sul modello della Grecia.
Il presidente francese, Emmanuel Macron, incontra i leader del gruppo Visegrad, poi tenta di organizzare un bilaterale con Conte, ma non c'è tempo e il vertice salta. Il presidente del parlamento europeo, Antonio Tajani, espone la sua proposta di mediazione: «Ho proposto al Consiglio europeo», dice Tajani, «di investire 6 miliardi di euro per risolvere il problema del corridoio libico».
Le residue possibilità di un'intesa che mantenga l'Europa unita sembrano legate alla realizzazione di piattaforme al di fuori dell'Unione dove far attraccare le navi piene di disperati. Le ipotesi sono Marocco, Albania, Tunisia, Libia, Bosnia, Montenegro. La Merkel sottolinea che «dobbiamo prima discuterne con loro, non possiamo decidere da soli. Anche l'accordo con la Turchia», ricorda la cancelliera, «era reciproco». Il ministro degli Esteri del Marocco, Nasser Bourita, dice no: «Il Marocco», spiega Bourita, «respinge e ha sempre respinto questo genere di metodi per gestire la questione dei flussi migratori». Il leader proseguono la discussione a cena, poi una lunga notte di trattative. L'Italia, almeno per il momento, tiene il punto e non accenna ad arretrare di un solo millimetro. Oggi è il giorno della verità.
Carlo Tarallo
L’Italia rifiuta il compromesso renziano del più flessibilità in cambio di immigrati
L'Italia tiene il punto, rifiuta la logica del baratto (immigrati tutti da noi in cambio di soldi) capovolgendo quanto avevano fatto negli ultimi anni da Renzi in poi, e mette l'Europa di fronte alle proprie responsabilità . Il «no» alle conclusioni del Consiglio europeo era prevedibile. Il governo italiano aveva fatto capire con grande chiarezza ai partner dell'Unione di non essere disposto a cedere sulle richieste sull'immigrazione. «Oggi», aveva detto il premier Giuseppe Conte, «toccheremo con mano se la solidarietà europea esiste o meno. Se dalle parole si vuole passare ai fatti. Questo Consiglio europeo potrà essere uno spartiacque tra un prima e un dopo nell'approccio del fenomeno migratorio. Capiremo se davvero l'Europa vuole gestire in maniera solidale il fenomeno migratorio. Compromessi al ribasso non li accetteremo. L'Italia», aveva aggiunto Conte, «la sua buona volontà l'ha sempre dimostrata. Se questa volta non dovessimo trovare disponibilità da parte degli altri Paesi europei, potremmo chiudere questo Consiglio senza approvare conclusioni condivise».
Giornata convulsa, quella di ieri a Bruxelles. Il premier italiano Giuseppe Conte, al suo arrivo, non esclude la possibilità di un veto italiano sulle conclusioni del vertice in merito all'immigrazione: «È una possibilità che non voglio considerare», dice Conte, «ma se dovessimo arrivare a questo vorrà dire che non ci saranno conclusioni condivise. L'Italia ha elaborato una proposta che riteniamo ragionevole e conforme allo spirito e ai principi su cui è fondata l'Unione Europea», aggiunge Conte, «io stesso negli ultimi incontri ho ricevuto manifestazione di solidarietà adesso aspettiamo che le parole diventino fatti concreti». Da fonti italiane trapela anche che, contrariamente a quanto accaduto con i governi della sinistra, non ci sarà alcun cedimento sull'immigrazione in cambio di un po' di flessibilità sulle questioni di bilancio.
L'intera giornata di febbrili trattative vede l'Italia al centro di ogni discorso. Qualcuno ipotizza che, in cambio di un po' di flessibilità sui conti, il governo possa cedere sull'immigrazione. C'è chi sospetta che la prospettiva del veto sia un bluff. In serata, fonti del governo italiano spazzano il campo da questa illazione: «L'Italia», filtra dalla delegazione, «vuole dall'Europa un segnale chiaro sull'emergenza migranti e l'ipotesi di non approvare il documento conclusivo, se ciò non dovesse accadere, non è un bluff».
Nessun passo indietro e nessun «baratto»: «È importante», riferiscono le fonti del governo italiano in serata, «che ci si ponga anche il problema economico, ma questo tentativo si fa da un po' e noi abbiamo sempre detto che la soluzione non può essere che ci dicano: teneteveli voi, vi diamo i soldi. Non siamo nel 2014». Ha assunto il gusto amaro della provocazione la proposta trapelata dal governo francese in serata, basata anch'essa sulla logica del baratto. La Francia, si è appreso, vuole proporre all'Italia la creazione di «hotspot di nuova generazione, più europei», sul modello di quanto fatto in Grecia dal 2016. Lo fanno sapere fonti dell'Eliseo a margine dei lavori del Consiglio Ue. Su questa proposta, secondo Parigi, «si può avere il finanziamento e l'appoggio europeo». Il governo francese fa trapelare di riconoscere «che l'idea dei centri chiusi sia un punto sensibile» per l'Italia, ma è convinto che il governo Conte potrebbe accettare se questi centri saranno finanziati dall'Ue. Secondo la proposta francese, negli hotspot dovrebbe essere filtrati i richiedenti asilo da ridistribuire tra alcuni paesi europei, e i migranti economici, che dovrebbero essere rimpatriati sempre con i fondi dell'Ue. «Se c'è solidarietà europea rapida e capace di rimpatriare chi non ha diritto all'asilo», aggiungono le fonti francesi, «questa soluzione potrebbe essere accettabile per l'Italia, è esattamente ciò che aveva accettato la Grecia». Un paragone che non ha bisogno di commenti.
Carlo Tarallo
Anche Malta chiude i porti alle Ong. Ma allora si può fare per davvero
Li hanno accusati di essere dei fanatici, degli ideologizzati, gente senza rispetto alcuno per le regole. Loro, per smentire le malelingue, sono approdati a Malta mostrando il dito medio, intonando «siamo tutti antifascisti», per poi attaccare i governi di mezza Europa. Se non ci fossero, quelli di Lifeline bisognerebbe inventarli. Nel loro modo di agire, nelle loro dichiarazioni, persino nel loro aspetto fisico hanno finalmente mostrato il vero volto delle Ong.
Il comandante della Lifeline, Klaus Peter, ieri è stato interrogato di nuovo a Malta, dopo essere finito sotto indagine per aver disobbedito alle indicazioni della Guardia costiera italiana. È libero, ma non ha il permesso di lasciare l'isola. Dovrebbe comunque essere incriminato lunedì per la registrazione della nave, che batte bandiera olandese ma, secondo le autorità dei Paesi Bassi, non sarebbe iscritta nei registri come richiesto dalle norme. Gli altri componenti dell'equipaggio sono tutti liberi e non sono stati denunciati. La nave, invece, resta sequestrata. Nel frattempo, da Berlino, la portavoce dell'Ong, Marie Naass, tuonava contro tutti.
Soprattutto contro la Germania, paradossalmente riecheggiando, nel suo sfogo, alcuni temi cari proprio al governo italiano. «Il comportamento del governo tedesco è scandaloso, anche perché la Germania è fortemente responsabile del fatto che l'Italia sia stata lasciata sola. Non è possibile da un lato bloccare la soluzione europea, come ad esempio sul sistema di Dublino, e dall'altro venire meno alla cooperazione e rifiutare la solidarietà». Berlino ha voltato le spalle a Roma? Sembra di sentire Matteo Salvini. Anche se l'ascia di guerra, nei confronti del ministro italiano, non è certo stata sotterrata: «Le accuse che ci ha rivolto il ministro dell'Interno italiano ci hanno scioccato», ha detto Naass. Aggiungendo, tuttavia, che «è sbagliato chiudere i porti, ma è comprensibile che l'Italia prenda delle misure per disperazione se il resto d'Europa non agisce».
Insomma, alla fine persino all'Ong antifascista è scappato di bocca che l'Italia ha agito in modo «comprensibile». Non è l'unico, né il più importante segnale che il vento sia cambiato. Tutta una serie di luoghi comuni che fine a qualche tempo fa punteggiavano l'intero discorso ufficiale sull'immigrazione stanno velocemente venendo meno. Che le Ong siano pericolose e irresponsabili o che l'immigrazione non sia il nostro destino, fino a qualche tempo fa lo dicevano solo i tanto vituperati «populisti». Oggi lo dicono (quasi) tutti e chi non lo dice comunque si comporta di conseguenza. Basti solo vedere il cambio di passo di Malta, che ieri, con una decisione senza precedenti, ha deciso di chiudere il proprio porto a tutte le navi delle Ong, «finché non sarà fatta chiarezza sulle loro operazioni». In una nota, l'esecutivo maltese ha precisato che «alla luce degli ultimi eventi, Malta deve accertarsi che le operazioni condotte da entità che utilizzano i suoi servizi portuali e operanti nell'area della responsabilità maltese siano conformi alle leggi nazionali e internazionali».
Fino a quando non saranno chiarite le questioni, su cui si sta indagando, con particolare riferimento al caso Lifelive, «Malta non può consentire alle entità, la cui struttura potrebbe essere simile a quella oggetto di indagini, di utilizzare Malta come loro porto di operazioni, e per entrare o uscire dal porto». Una decisione anticipata dalla chiusura dei porti a Proactiva Open Arms, che su Twitter si era lamentata dei divieti apposti alla sua barca da Malta e Italia, anche se «fonti qualificate» hanno riferito all'agenzia Ansa che non ci sarebbe stata alcuna richiesta di entrare nelle acque territoriali o nei porti italiani da parte di Open Arms.
Nel giro di pochi giorni, il governo isolano ha anche negato il rifornimento di carburante all'aereo di Pilotes Volontaires e tenuto fuori dalle sue acque la Aquarius. Una linea dura, culminata nella decisione definitiva di ieri. Va da sé che se vengono meno la sponda maltese e quella italiana, per le Ong la vita si fa dura, durissima. Anche perché, nel frattempo, senza che molti ci abbiano fatto caso, la Libia ha dichiarato ufficialmente una sua zona di Search and Rescue (Sar). La notizia è arrivata ieri dall'Organizzazione marittima internazionale (Imo). Quest'ultima ha comunicato: «Il governo libico adesso ha inserito delle informazioni rilevanti nel Gisis global Sar plan», ovvero la directory relativa al piano Sar globale. E «tra queste vi è anche la definizione di una regione di ricerca e soccorso». Il portavoce della Marina libica, Ayoub Qassem ha già dichiarato che questo aiuterà la Guardia costiera del paese nordafricano a salvare i migranti e allo stesso tempo prevenire l'ingresso di altre organizzazioni. In caso di difficoltà, infatti, un'imbarcazione che passi in queste acque ora dovrà rivolgersi in via preventiva ai libici. Era proprio l'assenza della zona Sar a far sì che i natanti facessero riferimento al centro di coordinamento di Roma. Ora non sarà più così. E se l'espressione è stata ritenuta offensiva per i migranti, almeno per le Ong forse si può finalmente dire che la pacchia è finita.
Adriano Scianca
Il piano di Vienna: Ue a sbarchi zero
Obbiettivo numero uno: «L'arresto dell'immigrazione illegale in Europa». Il governo austriaco, che da domenica guiderà il semestre di presidenza dell'Ue, rompe quello che fino a pochi mesi fa era un tabù: non si tratta più di come accogliere e come distribuire, ma di non accogliere più. L'immigrazione, insomma, non è più una fatalità a cui arrendersi sperando in un vago «arricchimento culturale» futuro. Tutto bene, almeno sul piano delle petizioni di principio.
Che i fatti seguano le parole, come sappiamo, è tutt'altro paio di maniche. Ma intanto il punto è stato fissato. Il governo di Sebastian Kurz presenterà lunedì al Cosi, il Comitato per la sicurezza interna dell'Unione europea, un documento in cui spiegherà le linee direttive che intenderà seguire per affrontare il tema dell'immigrazione. Secondo La Stampa, che ha avuto accesso al paper di 7 pagine, Vienna si dirà ostile a qualsiasi ipotesi di quote di migranti da redistribuire fra i vari Paesi: «In caso di ulteriori crisi migratorie, che purtroppo sono prevedibili», si legge, «la distribuzione dei migranti negli Stati Ue potrebbe portare a un'ulteriore destabilizzazione della situazione». Il che è un bene o un male per l'Italia? Dipende. Il modello seguito finora da Bruxelles era semplice: sì all'accoglienza, non alla redistribuzione. In pratica, l'unica frontiera che era stata abolita nell'Ue era il mar Mediterraneo. Porte girevoli a sud, porte sbarrate a nord. In mezzo, l'Italia a fare da campo profughi per l'Unione.
Il no alla redistribuzione unito al principio anche solo ideale degli ingressi illegali a quota zero, invece, ha tutt'altro senso. Nel documento austriaco, il fenomeno migratorio è criticato senza mezzi termini: «La crisi migratoria», si legge, «ha avuto un impatto negativo sia sulla fiducia delle persone nella sicurezza, sia sulla sicurezza in quanto tale». Gli immigrati, inoltre, «a causa di fattori legati al loro background e alle loro scarse prospettive, hanno problemi a vivere in società libere o addirittura nel rigettarle», quindi «molti di questi sono particolarmente suscettibili alle ideologie ostili alla libertà e/o inclini a rivolgersi al crimine». Toni mai sentiti, nelle stanze dei bottoni europee.
E ancora: «Non sono principalmente i più bisognosi che vengono in Europa, ma soprattutto le persone che possono permettersi di pagare i trafficanti e che si sentono abbastanza forti da intraprendere viaggi pericolosi». Si propone quindi «un cambiamento di paradigma completo nella politica di asilo Ue». Ovvero: va sviluppato un «nuovo e migliore sistema di protezione in base al quale nessuna richiesta di asilo viene presentata sul territorio dell'Ue».
In ogni caso, per le domande comunque da esaminare, «in caso di decisione negativa, la persona deve essere trasferita nel suo Paese di origine oppure - opzione che deve essere esaminata - in un centro di rimpatrio in un Paese terzo». L'idea austriaca è quella di allestire campi in uno Stato extra Ue in cui mandare i migranti espulsi. Per Vienna bisogna «dare priorità alla protezione il più vicino possibile alle regioni in crisi». L'asilo in Europa, infatti, va «concesso solo a coloro che rispettano i valori europei e i diritti e le libertà sostenuti nell'Ue». Insomma, una secchiata di acqua gelata in faccia all'Europa. Che questa riesca poi a svegliarsi, è tutto da vedere.
Fabrizio La Rocca
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Niente conferenza stampa per il veto di Roma, che chiede prima un'intesa sugli immigrati: trattative notturne. Emmanuel Macron vuole imporci gli hotspot come in Grecia. Angela Merkel apre a chiunque accetti accordi bilaterali. Il blocco di Visegrad vacilla. È tutto un grande suk.L'Italia rifiuta il compromesso renziano del più flessibilità in cambio di immigrati. L'azzardo del premier sposta gli equilibri, certo dell'appoggio strategico dell'America.La Valletta: «Finché non c'è chiarezza, non entrano». Il comandante della Lifeline verso l'incriminazione. La Libia dichiara la zona Sar: nelle sue acque, i soccorsi spettano solo alla Guardia costiera di Tripoli.Il governo austriaco da domenica guiderà il semestre di presidenza europeo. Per gestire l'emergenza migranti, Sebastian Kurz punta sulla protezione delle frontiere.Lo speciale contiene quattro articoliNessun passo indietro sulle richieste italiane. Il premier Giuseppe Conte ha tenuto il punto fino alla fine sul tema dell'immigrazione. Conte ieri sera ha bloccato l'adozione delle conclusioni della prima parte del vertice europeo di Bruxelles, spiegando che l'Italia intende dare un voto sull'intero documento, compresa la parte dei migranti. La conferenza stampa del presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, e del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, prevista al termine della prima giornata del vertice di Bruxelles, è stata quindi cancellata perché «uno Stato membro (l'Italia, ndr)», ha fatto sapere il portavoce di Tusk, «ha messo la riserva sull'intero progetto di conclusioni, quindi non c'è stato accordo sulle conclusioni stesse. Il Consiglio europeo ha avuto uno scambio di vedute con il presidente del Parlamento Ue, Antonio Tajani, e il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, nonché discussioni su sicurezza, difesa, lavoro, crescita, competitività, innovazione digitale e allargamento. Visto che uno stato membro ha messo la riserva sull'intero progetto di conclusioni, non ne sono state adottate. Per questo», ha aggiunto il portavoce di Tusk, «la conferenza stampa dei rappresentanti delle istituzioni Ue è stata cancellata e avrà luogo domani (oggi per chi legge, ndr) alla fine dell'Eurosummit». La linea dura era stata annunciata da Conte già al suo arrivo a Bruxelles: «Oggi», aveva detto Conte, «toccheremo con mano se la solidarietà europea esiste o meno. Se dalle parole si vuole passare ai fatti. Questo Consiglio europeo potrà essere uno spartiacque tra un prima e un dopo nell'approccio del fenomeno migratorio». L'Europa è sul punto di implodere: si ipotizzano accordi solo tra alcuni stati membri che fanno risaltare ancora di più la mancanza di una volontà comune di affrontare il problema sollevato, in particolare, dall'Italia. Ciò che manca all'Unione è un governo forte a Berlino, capace di imporre una linea. La cancelliera tedesca Angela Merkel è arrivata a Bruxelles in una condizione di inedita debolezza, stretta in una tenaglia micidiale: da una parte le pressioni del suo ministro degli interni, Horst Seehofer, che chiede che i richiedenti asilo registrati in un altro paese dell'Unione europea e poi arrivati in Germania debbano essere rispediti allo stato di «primo approdo»; dall'altra la volontà di tenere unita l'Europa, per evitare che la linea dura dei paesi del blocco di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), contrari a ogni ipotesi di accogliere immigrati sbarcati in altri Paesi, produca un effetto-domino spostando a destra l'equilibrio politico dell'Unione.Conte incontra Angela Merkel, il bilaterale dura circa mezz'ora. Nessuna indiscrezione sui contenuti, ma la cancelliera tedesca, alcune ore prima, aveva fatto scattare l'allarme rosso: «I Paesi che ricevono molti rifugiati», aveva detto la Merkel, «hanno bisogno di sostegno, ma i rifugiati e i migranti non possono scegliere in quale Paese chiedere asilo». È il segnale che la Merkel non può tirare più di tanto la corda con Seehofer. Per mantenere le redini del governo tedesco, la cancelliera deve portare tornare a Berlino con qualche accordo sui «movimenti secondari» degli immigrati, quelli tra i vari stati dell'Unione. Chi sbarca in Italia , viene registrato in Italia e poi si trasferisce in Germania va rispedito nel Paese di primo approdo: è la linea di Seehofer, uno schiaffo all'Italia. La Merkel si attiva per dare vita a intese con stati «volenterosi» e punta a un accordo con Francia e Spagna. A metà pomeriggio fonti di Parigi fanno trapelare che la Francia è pronta a rafforzare l'accordo franco-tedesco che consente di respingere in uno dei rispettivi Paesi un richiedente asilo, nel caso in cui la cancelliera tedesca dovesse chiederlo. Anche l'Ungheria guidata dal «duro e puro» Viktor Orban, a sorpresa, fa sapere di essere disponibile a intese con Berlino. La Francia provoca l'Italia, proponendo la creazione di hotspot «più moderni» sul nostro territorio, sul modello della Grecia. Il presidente francese, Emmanuel Macron, incontra i leader del gruppo Visegrad, poi tenta di organizzare un bilaterale con Conte, ma non c'è tempo e il vertice salta. Il presidente del parlamento europeo, Antonio Tajani, espone la sua proposta di mediazione: «Ho proposto al Consiglio europeo», dice Tajani, «di investire 6 miliardi di euro per risolvere il problema del corridoio libico». Le residue possibilità di un'intesa che mantenga l'Europa unita sembrano legate alla realizzazione di piattaforme al di fuori dell'Unione dove far attraccare le navi piene di disperati. Le ipotesi sono Marocco, Albania, Tunisia, Libia, Bosnia, Montenegro. La Merkel sottolinea che «dobbiamo prima discuterne con loro, non possiamo decidere da soli. Anche l'accordo con la Turchia», ricorda la cancelliera, «era reciproco». Il ministro degli Esteri del Marocco, Nasser Bourita, dice no: «Il Marocco», spiega Bourita, «respinge e ha sempre respinto questo genere di metodi per gestire la questione dei flussi migratori». Il leader proseguono la discussione a cena, poi una lunga notte di trattative. L'Italia, almeno per il momento, tiene il punto e non accenna ad arretrare di un solo millimetro. Oggi è il giorno della verità.Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-ribalta-il-tavolo-dellipocrisia-europea-2582172637.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="litalia-rifiuta-il-compromesso-renziano-del-piu-flessibilita-in-cambio-di-immigrati" data-post-id="2582172637" data-published-at="1768547966" data-use-pagination="False"> L’Italia rifiuta il compromesso renziano del più flessibilità in cambio di immigrati L'Italia tiene il punto, rifiuta la logica del baratto (immigrati tutti da noi in cambio di soldi) capovolgendo quanto avevano fatto negli ultimi anni da Renzi in poi, e mette l'Europa di fronte alle proprie responsabilità . Il «no» alle conclusioni del Consiglio europeo era prevedibile. Il governo italiano aveva fatto capire con grande chiarezza ai partner dell'Unione di non essere disposto a cedere sulle richieste sull'immigrazione. «Oggi», aveva detto il premier Giuseppe Conte, «toccheremo con mano se la solidarietà europea esiste o meno. Se dalle parole si vuole passare ai fatti. Questo Consiglio europeo potrà essere uno spartiacque tra un prima e un dopo nell'approccio del fenomeno migratorio. Capiremo se davvero l'Europa vuole gestire in maniera solidale il fenomeno migratorio. Compromessi al ribasso non li accetteremo. L'Italia», aveva aggiunto Conte, «la sua buona volontà l'ha sempre dimostrata. Se questa volta non dovessimo trovare disponibilità da parte degli altri Paesi europei, potremmo chiudere questo Consiglio senza approvare conclusioni condivise».Giornata convulsa, quella di ieri a Bruxelles. Il premier italiano Giuseppe Conte, al suo arrivo, non esclude la possibilità di un veto italiano sulle conclusioni del vertice in merito all'immigrazione: «È una possibilità che non voglio considerare», dice Conte, «ma se dovessimo arrivare a questo vorrà dire che non ci saranno conclusioni condivise. L'Italia ha elaborato una proposta che riteniamo ragionevole e conforme allo spirito e ai principi su cui è fondata l'Unione Europea», aggiunge Conte, «io stesso negli ultimi incontri ho ricevuto manifestazione di solidarietà adesso aspettiamo che le parole diventino fatti concreti». Da fonti italiane trapela anche che, contrariamente a quanto accaduto con i governi della sinistra, non ci sarà alcun cedimento sull'immigrazione in cambio di un po' di flessibilità sulle questioni di bilancio.L'intera giornata di febbrili trattative vede l'Italia al centro di ogni discorso. Qualcuno ipotizza che, in cambio di un po' di flessibilità sui conti, il governo possa cedere sull'immigrazione. C'è chi sospetta che la prospettiva del veto sia un bluff. In serata, fonti del governo italiano spazzano il campo da questa illazione: «L'Italia», filtra dalla delegazione, «vuole dall'Europa un segnale chiaro sull'emergenza migranti e l'ipotesi di non approvare il documento conclusivo, se ciò non dovesse accadere, non è un bluff».Nessun passo indietro e nessun «baratto»: «È importante», riferiscono le fonti del governo italiano in serata, «che ci si ponga anche il problema economico, ma questo tentativo si fa da un po' e noi abbiamo sempre detto che la soluzione non può essere che ci dicano: teneteveli voi, vi diamo i soldi. Non siamo nel 2014». Ha assunto il gusto amaro della provocazione la proposta trapelata dal governo francese in serata, basata anch'essa sulla logica del baratto. La Francia, si è appreso, vuole proporre all'Italia la creazione di «hotspot di nuova generazione, più europei», sul modello di quanto fatto in Grecia dal 2016. Lo fanno sapere fonti dell'Eliseo a margine dei lavori del Consiglio Ue. Su questa proposta, secondo Parigi, «si può avere il finanziamento e l'appoggio europeo». Il governo francese fa trapelare di riconoscere «che l'idea dei centri chiusi sia un punto sensibile» per l'Italia, ma è convinto che il governo Conte potrebbe accettare se questi centri saranno finanziati dall'Ue. Secondo la proposta francese, negli hotspot dovrebbe essere filtrati i richiedenti asilo da ridistribuire tra alcuni paesi europei, e i migranti economici, che dovrebbero essere rimpatriati sempre con i fondi dell'Ue. «Se c'è solidarietà europea rapida e capace di rimpatriare chi non ha diritto all'asilo», aggiungono le fonti francesi, «questa soluzione potrebbe essere accettabile per l'Italia, è esattamente ciò che aveva accettato la Grecia». Un paragone che non ha bisogno di commenti.Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-ribalta-il-tavolo-dellipocrisia-europea-2582172637.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="anche-malta-chiude-i-porti-alle-ong-ma-allora-si-puo-fare-per-davvero" data-post-id="2582172637" data-published-at="1768547966" data-use-pagination="False"> Anche Malta chiude i porti alle Ong. Ma allora si può fare per davvero Li hanno accusati di essere dei fanatici, degli ideologizzati, gente senza rispetto alcuno per le regole. Loro, per smentire le malelingue, sono approdati a Malta mostrando il dito medio, intonando «siamo tutti antifascisti», per poi attaccare i governi di mezza Europa. Se non ci fossero, quelli di Lifeline bisognerebbe inventarli. Nel loro modo di agire, nelle loro dichiarazioni, persino nel loro aspetto fisico hanno finalmente mostrato il vero volto delle Ong. Il comandante della Lifeline, Klaus Peter, ieri è stato interrogato di nuovo a Malta, dopo essere finito sotto indagine per aver disobbedito alle indicazioni della Guardia costiera italiana. È libero, ma non ha il permesso di lasciare l'isola. Dovrebbe comunque essere incriminato lunedì per la registrazione della nave, che batte bandiera olandese ma, secondo le autorità dei Paesi Bassi, non sarebbe iscritta nei registri come richiesto dalle norme. Gli altri componenti dell'equipaggio sono tutti liberi e non sono stati denunciati. La nave, invece, resta sequestrata. Nel frattempo, da Berlino, la portavoce dell'Ong, Marie Naass, tuonava contro tutti. Soprattutto contro la Germania, paradossalmente riecheggiando, nel suo sfogo, alcuni temi cari proprio al governo italiano. «Il comportamento del governo tedesco è scandaloso, anche perché la Germania è fortemente responsabile del fatto che l'Italia sia stata lasciata sola. Non è possibile da un lato bloccare la soluzione europea, come ad esempio sul sistema di Dublino, e dall'altro venire meno alla cooperazione e rifiutare la solidarietà». Berlino ha voltato le spalle a Roma? Sembra di sentire Matteo Salvini. Anche se l'ascia di guerra, nei confronti del ministro italiano, non è certo stata sotterrata: «Le accuse che ci ha rivolto il ministro dell'Interno italiano ci hanno scioccato», ha detto Naass. Aggiungendo, tuttavia, che «è sbagliato chiudere i porti, ma è comprensibile che l'Italia prenda delle misure per disperazione se il resto d'Europa non agisce». Insomma, alla fine persino all'Ong antifascista è scappato di bocca che l'Italia ha agito in modo «comprensibile». Non è l'unico, né il più importante segnale che il vento sia cambiato. Tutta una serie di luoghi comuni che fine a qualche tempo fa punteggiavano l'intero discorso ufficiale sull'immigrazione stanno velocemente venendo meno. Che le Ong siano pericolose e irresponsabili o che l'immigrazione non sia il nostro destino, fino a qualche tempo fa lo dicevano solo i tanto vituperati «populisti». Oggi lo dicono (quasi) tutti e chi non lo dice comunque si comporta di conseguenza. Basti solo vedere il cambio di passo di Malta, che ieri, con una decisione senza precedenti, ha deciso di chiudere il proprio porto a tutte le navi delle Ong, «finché non sarà fatta chiarezza sulle loro operazioni». In una nota, l'esecutivo maltese ha precisato che «alla luce degli ultimi eventi, Malta deve accertarsi che le operazioni condotte da entità che utilizzano i suoi servizi portuali e operanti nell'area della responsabilità maltese siano conformi alle leggi nazionali e internazionali». Fino a quando non saranno chiarite le questioni, su cui si sta indagando, con particolare riferimento al caso Lifelive, «Malta non può consentire alle entità, la cui struttura potrebbe essere simile a quella oggetto di indagini, di utilizzare Malta come loro porto di operazioni, e per entrare o uscire dal porto». Una decisione anticipata dalla chiusura dei porti a Proactiva Open Arms, che su Twitter si era lamentata dei divieti apposti alla sua barca da Malta e Italia, anche se «fonti qualificate» hanno riferito all'agenzia Ansa che non ci sarebbe stata alcuna richiesta di entrare nelle acque territoriali o nei porti italiani da parte di Open Arms. Nel giro di pochi giorni, il governo isolano ha anche negato il rifornimento di carburante all'aereo di Pilotes Volontaires e tenuto fuori dalle sue acque la Aquarius. Una linea dura, culminata nella decisione definitiva di ieri. Va da sé che se vengono meno la sponda maltese e quella italiana, per le Ong la vita si fa dura, durissima. Anche perché, nel frattempo, senza che molti ci abbiano fatto caso, la Libia ha dichiarato ufficialmente una sua zona di Search and Rescue (Sar). La notizia è arrivata ieri dall'Organizzazione marittima internazionale (Imo). Quest'ultima ha comunicato: «Il governo libico adesso ha inserito delle informazioni rilevanti nel Gisis global Sar plan», ovvero la directory relativa al piano Sar globale. E «tra queste vi è anche la definizione di una regione di ricerca e soccorso». Il portavoce della Marina libica, Ayoub Qassem ha già dichiarato che questo aiuterà la Guardia costiera del paese nordafricano a salvare i migranti e allo stesso tempo prevenire l'ingresso di altre organizzazioni. In caso di difficoltà, infatti, un'imbarcazione che passi in queste acque ora dovrà rivolgersi in via preventiva ai libici. Era proprio l'assenza della zona Sar a far sì che i natanti facessero riferimento al centro di coordinamento di Roma. Ora non sarà più così. E se l'espressione è stata ritenuta offensiva per i migranti, almeno per le Ong forse si può finalmente dire che la pacchia è finita. Adriano Scianca <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-ribalta-il-tavolo-dellipocrisia-europea-2582172637.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="il-piano-di-vienna-ue-a-sbarchi-zero" data-post-id="2582172637" data-published-at="1768547966" data-use-pagination="False"> Il piano di Vienna: Ue a sbarchi zero Obbiettivo numero uno: «L'arresto dell'immigrazione illegale in Europa». Il governo austriaco, che da domenica guiderà il semestre di presidenza dell'Ue, rompe quello che fino a pochi mesi fa era un tabù: non si tratta più di come accogliere e come distribuire, ma di non accogliere più. L'immigrazione, insomma, non è più una fatalità a cui arrendersi sperando in un vago «arricchimento culturale» futuro. Tutto bene, almeno sul piano delle petizioni di principio. Che i fatti seguano le parole, come sappiamo, è tutt'altro paio di maniche. Ma intanto il punto è stato fissato. Il governo di Sebastian Kurz presenterà lunedì al Cosi, il Comitato per la sicurezza interna dell'Unione europea, un documento in cui spiegherà le linee direttive che intenderà seguire per affrontare il tema dell'immigrazione. Secondo La Stampa, che ha avuto accesso al paper di 7 pagine, Vienna si dirà ostile a qualsiasi ipotesi di quote di migranti da redistribuire fra i vari Paesi: «In caso di ulteriori crisi migratorie, che purtroppo sono prevedibili», si legge, «la distribuzione dei migranti negli Stati Ue potrebbe portare a un'ulteriore destabilizzazione della situazione». Il che è un bene o un male per l'Italia? Dipende. Il modello seguito finora da Bruxelles era semplice: sì all'accoglienza, non alla redistribuzione. In pratica, l'unica frontiera che era stata abolita nell'Ue era il mar Mediterraneo. Porte girevoli a sud, porte sbarrate a nord. In mezzo, l'Italia a fare da campo profughi per l'Unione. Il no alla redistribuzione unito al principio anche solo ideale degli ingressi illegali a quota zero, invece, ha tutt'altro senso. Nel documento austriaco, il fenomeno migratorio è criticato senza mezzi termini: «La crisi migratoria», si legge, «ha avuto un impatto negativo sia sulla fiducia delle persone nella sicurezza, sia sulla sicurezza in quanto tale». Gli immigrati, inoltre, «a causa di fattori legati al loro background e alle loro scarse prospettive, hanno problemi a vivere in società libere o addirittura nel rigettarle», quindi «molti di questi sono particolarmente suscettibili alle ideologie ostili alla libertà e/o inclini a rivolgersi al crimine». Toni mai sentiti, nelle stanze dei bottoni europee. E ancora: «Non sono principalmente i più bisognosi che vengono in Europa, ma soprattutto le persone che possono permettersi di pagare i trafficanti e che si sentono abbastanza forti da intraprendere viaggi pericolosi». Si propone quindi «un cambiamento di paradigma completo nella politica di asilo Ue». Ovvero: va sviluppato un «nuovo e migliore sistema di protezione in base al quale nessuna richiesta di asilo viene presentata sul territorio dell'Ue». In ogni caso, per le domande comunque da esaminare, «in caso di decisione negativa, la persona deve essere trasferita nel suo Paese di origine oppure - opzione che deve essere esaminata - in un centro di rimpatrio in un Paese terzo». L'idea austriaca è quella di allestire campi in uno Stato extra Ue in cui mandare i migranti espulsi. Per Vienna bisogna «dare priorità alla protezione il più vicino possibile alle regioni in crisi». L'asilo in Europa, infatti, va «concesso solo a coloro che rispettano i valori europei e i diritti e le libertà sostenuti nell'Ue». Insomma, una secchiata di acqua gelata in faccia all'Europa. Che questa riesca poi a svegliarsi, è tutto da vedere. Fabrizio La Rocca
Maurizio Landini (Ansa)
Siamo nel 2010 e a Pomigliano la Fiat sfida le parti sociali a ribaltare il tavolo. L’azienda non va e il sito campano è l’emblema di un andazzo poco propenso al lavoro. Marchionne propone un’intesa in deroga al contratto nazionale che riguarda turni, straordinari e malattia. Una mezza rivoluzione. Tutti d’accordo (Fim e Uilm) tranne il sindacato più a sinistra della fabbrica: la Fiom di Landini, appunto.
Stagione più recente, con Renato Brunetta a capo del Cnel. L’ex ministro presenta un documento di base su salario minimo e lavoro povero. Firmano tutti. Anche perché si tratta di un primo passo, non certo di quello definitivo. Tutti, tranne uno: neanche a dirlo il compagno Maurizio.
Giorni nostri. Contratto del pubblico impiego. Il governo Meloni, grazie anche alla spinta del ministro Paolo Zangrillo, mette sul piatto una cifra record per i rinnovi 2022-2024 e 2025-2027 degli statali. Ben 20 miliardi di euro. Ci sono più di 3 milioni di lavoratori in attesa di un rinnovo che certo non copre tutta l’inflazione monstre del periodo (più del 15%), ma una buona parte sì. La Cisl ci sta subito, la Uil cede dopo un po’ e lascia al suo destino le scelte di un sindacato, la Cgil ovviamente, che, pur di contrastare il governo e di avallare la politica del suo capo, non ha mai neanche minimamente preso in considerazione l’idea di firmare e così far guadagnare circa 300 euro lordi in più (considerando le due tornate contrattuali) ai dipendenti della Pa. Una follia.
Ci siamo un po’ dilungati, ma neanche troppo perché abbiamo scelto solo alcuni dei casi più eclatanti, per raccontare il cursus honorum del segretario della Cgil. E per porci la seguente domanda: può un sindacalista che ha un curriculum del genere proporre seriamente che, per incrementare gli stipendi degli italiani, bisogna ricontrattare i salari ogni anno? Insomma, perché aspettare 36 mesi per ridiscutere la parte economica di un accordo, meglio mettersi seduti intorno a un tavolo ogni sei mesi.
Da un certo punto di vista vorrebbe dire tornare alla scala mobile, perché ovviamente l’obiettivo è quello di adeguare costantemente le buste paga all’inflazione, da un altro ci troveremmo di fronte a uno stillicidio. Alla paralisi continua, con il Landini di turno pronto a bloccare tutto e tutti pur di prendersi ancora una volta la scena e qualche titolo di giornale.
Anche no. Ieri il tema è tornato di stretta attualità perché l’Inps ha presentato uno studio sulle dinamiche salariali. E il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, ha ricordato che in Italia «la produttività ristagna da un quarto di secolo» e che «dal 2000, i salari orari sono rimasti pressoché fermi in termini reali, contro una crescita del 21% in Germania e del 14% in Francia».
Dubitiamo che Panetta sia d’accordo con Landini sull’idea ricontrattare ogni 12 mesi gli accordi collettivi. Siamo più propensi a credere che abbia guardato con attenzione l’analisi curata dalla direzione centrale studi e ricerche dell’Inps che, nel descrivere l’andamento delle buste paga tra il 2020 e il 2024, parla del peso preponderante dello choc inflattivo esogeno osservato nel biennio 2022-2023. E osserva che gli stipendi sono stati rallentati da componenti legate alle imprese come la produttività, il potere contrattuale e le politiche retributive.
In buona sostanza, è su queste che bisogna agire. Sul rinnovo dei contratti, sull’innovazione tecnologica (che vuol dire produttività) e sulla riduzione della pressione fiscale e contributiva anche per detassare il lavoro festivo, notturno e straordinario. Alcune di queste cose il governo ha solo iniziato a farle. Bisogna accelerare. È stato già perso troppo tempo a causa dei no a prescindere dei Landini di turno.
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Pasquale Stanzione (Imagoeconomica)
Peculato, corruzione e sospette connivenze con colossi come Meta e Ita Airways. Ipotesi che la Procura di Roma ricostruisce in un decreto di perquisizione che ieri ha spinto gli investigatori del Nucleo di Polizia economico finanziaria della Guardia di finanza fin nelle stanze dei bottoni del Garante della privacy, per verificare se l’Authority fosse stata trasformata in un bancomat. Oltre al presidente Pasquale Stanzione risultano indagati i membri del collegio: Guido Scorza, Agostino Ghiglia e Ginevra Cerrina Feroni. L’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe De Falco, è partita da un’inchiesta di Report, la trasmissione di Sigfrido Ranucci, che aveva sollevato dubbi sulle spese di rappresentanza dell’Autorità e sui rapporti con le due aziende. L’origine è dichiarata nell’introduzione del decreto. Che, subito dopo, riconosce apertamente: molte informazioni provengono «da accessi civici» e altre da «fonti interne» sulle quali al momento la Procura mantiene riserbo. La premessa, insomma, è questa: le condotte, definite dai magistrati «disinvolte» sarebbero emerse «a più riprese e in molteplici occasioni, disvelando comportamenti che da meri illeciti offensivi del decoro dell’ente sarebbero sfociati con facilità nelle ipotesi delittuose provvisoriamente ascritte, oltre a integrare, in molteplici occasioni, la abrogata fattispecie del reato di abuso d’ufficio». Al centro dell’attenzione ci sono le «spese significative» del presidente Stanzione nella macelleria romana di Angelo Feroci. Lo shopping da tirannosauro rex è costato per il 2023 1.551 euro, per il 2024 addirittura 3.318 euro e per il 2025 1.749 euro. Un appetito giustificato, secondo l’accusa, con vaghe ricevute per «pasti pronti». Poi c’è la questione Meta, la multinazionale di Mark Zuckerberg. Gli smart glasses Ray-Ban stories, un concentrato di tecnologia e rischi per la privacy, avevano attirato l’attenzione del Garante, che aveva ipotizzato una sanzione da 44 milioni di euro. Poi progressivamente ridotta e, infine, annullata. E Scorza aveva elogiato gli smart glasses di Meta in un video pubblicato sui social. La sua imparzialità è, quindi, finita sulla graticola. Ora gli investigatori stanno cercando di capire «se e in che modo questi», si legge nel decreto, «si sia astenuto dalle adunanze riguardanti il procedimento a carico della società». Non è tutto: si indaga anche su un incontro, avvenuto il 16 ottobre 2024 durante il Como Lake, tra un’esponente di Meta, Angelo Mazzotti, all’epoca responsabile delle relazioni istituzionali della società, e Ghiglia. Un incontro, secondo l’accusa, «le cui finalità e il cui contenuto non sono noti». La ricostruzione successiva punta i riflettori sui rapporti con Ita Airways. Secondo il pm i membri del Collegio avrebbero chiuso un occhio sulle irregolarità della compagnia, ricevendo in cambio «tessere Volare classe executive», dal valore di 6.000 euro ciascuna. Ed ecco il reato di corruzione: «Omettendo un atto del loro ufficio, ovvero non erogando alcuna sanzione se non una meramente formale alla società Ita Airways […]», scrive il pm, «ricevevano come utilità tessere Volare». E l’ipotizzato conflitto d’interessi si fa ancora più stridente se si considera che «il responsabile della protezione dei dati era, per gli anni 2022 e 2023, un avvocato dello studio legale fondato da Scorza e del quale è partner la moglie». Il contrappasso per gli indagati è che a occuparsi della loro passione per il volo sia l’ufficio guidato da Francesco Lo Voi, che qualche mattacchione ha soprannominato «Lo Volo». La boutade trae origine dalla querelle del procuratore con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, il quale aveva messo nero su bianco le ragioni con cui negava al capo della Procura di Roma l’uso dei voli di Stato. Ma non è finita. C’è pure una rimborsopoli (inchieste che in passato sono spesso finite in un nulla di fatto). Vengono contestati anche l’utilizzo di rimborsi per spese «estranee al mandato» e l’uso «dell’auto di servizio per finalità estranee alla funzione». Ghiglia, per esempio, avrebbe usato l’auto di servizio per recarsi nella sede di un partito politico. E poi ci sono i numeri. Le spese di rappresentanza e gestione sarebbero schizzate: da una spesa marginale nel 2021 (poco superiore a 20.000 euro)» a «circa 400.000 euro annui nel 2024». I costi per organi e incarichi istituzionali avrebbero raggiunto, nel 2024, l’importo complessivo di 1 milione e 247.000 euro, in larga parte riconducibile a rimborsi per «viaggi, soggiorni in alberghi a cinque stelle, cene di rappresentanza, servizi di lavanderia, ma anche per fitness e cura della persona». Pure le missioni all’estero sono finite sotto la lente. In particolare, quella del G7 di Tokyo (2023), il cui costo, secondo «fonti interne e documentazione informale», avrebbe superato gli 80.000 euro, di cui 40.000 destinati ai soli voli. E mentre Ranucci non nasconde soddisfazione per la profezia che si è avverata, Stanzione ha assicurato di essere «tranquillo». Ora tocca alla Procura cercare di dare consistenza a quello che nel decreto definisce il «fumus» delle contestazioni.
Pd e M5s gridano allo scandalo. Ma l’Authority l’hanno eletta loro
Monta lo sdegno a sinistra sul caso del Garante della Privacy. Ieri mattina sono partite le perquisizioni nella sede dell’Authority. E Report, la trasmissione Rai condotta da Sigfrido Ranucci che aveva sollevato il caso, sui suoi social scrive: «Tutti i membri del Garante della Privacy sono indagati per peculato e corruzione, in un’inchiesta della Procura di Roma». Si tratta del presidente Pasquale Stanzione e i componenti del Collegio Ginevra Cerrina Feroni (in quota Lega), Agostino Ghiglia (quota Fdi) e Guido Scorza (quota M5s). Al vaglio degli inquirenti ci sono anche le spese della macelleria del presidente Stanzione: dal 2023 al 2025 ben 6.619,95 euro».
Pd, Movimento Cinque Stelle e Avs, già dopo la puntata andata in onda a inizio novembre scorso chiesero a gran voce lo scioglimento del collegio, dimenticandosi però che non è nelle facoltà del governo. Elly Schlein, segretaria del Pd, parlava di un «quadro grave e desolante sulle modalità di gestione» e della necessità di un «segnale forte di discontinuità». Secca la replica del premier Giorgia Meloni: «Questo Garante è stato eletto durante il governo giallorosso. Se il Pd e i 5s non si fidano di chi hanno messo all’Autorità, non se la possono prendere con me», aveva replicato il premier mentre il responsabile organizzativo di Fdi, Giovanni Donzelli, aggiungeva: «Favorevoli allo scioglimento di qualsiasi ente o autorità nominata dalla sinistra».
Anche adesso il registro non cambia. «Le perquisizioni e i sequestri negli uffici del Garante per la privacy, con l’intervento della Guardia di Finanza e un’indagine aperta dalla procura dopo i servizi di Report, rappresentano l’ennesimo colpo durissimo alla credibilità dell’istituzione. Spese di rappresentanza e la mancata sanzione a Meta per i Ray-Ban Stories sono al centro di un’inchiesta che è solo uno degli elementi che da mesi mette in discussione scelte e comportamenti del Collegio». Così gli esponenti del Movimento 5 stelle in commissione vigilanza Rai, Dario Carotenuto, Dolores Bevilacqua, Anna Laura Orrico e Gaetano Amato. Nella nota tuttavia non si legge nessuna autocritica sulla selezione del Garante compiuta proprio dal Movimento insieme al Pd quando governavano insieme. Anzi. «Lo stesso presidente Pasquale Stanzione risulterebbe indagato. In una situazione del genere, restare aggrappati alle poltrone è un atto di grave irresponsabilità. Così si espone l’istituzione al pubblico ludibrio e si nega la minima tutela del suo prestigio. Per questo ribadiamo una richiesta di semplice igiene istituzionale: l’intero Collegio si dimetta. Subito. Per rispetto dell’Autorità, dei cittadini e della funzione che essa dovrebbe svolgere».
Ancora più duri quelli di Alleanza Verdi Sinistra. Il portavoce Angelo Bonelli denuncia: «Un problema politico e istituzionale immediato. Un’Authority deve essere indipendente, terza, al di sopra delle parti. Qui emergono elementi che indicano una gestione non trasparente. Il Garante non può essere percepito come sotto l’influenza dell’esecutivo né come una sua succursale. In questo quadro, la permanenza dell’attuale presidente è incompatibile con la funzione di garanzia che l’Autorità deve svolgere. Per ristabilire terzietà, autorevolezza e fiducia, le dimissioni dell’intero collegio sono un atto necessario». Il capogruppo Peppe De Cristofaro parla di «preoccupanti zone d’ombra». Questa vicenda mette in luce alcune criticità su questa autorità di garanzia, come i conflitti di interesse e gli stretti rapporti di alcuni suoi componenti con la politica». Dimenticandosi anche qui di evidenziare quale parte politica abbia messo Stanzione su quella poltrona.
Per il Pd parla Sandro Ruotolo, responsabile Informazione: «Cos’altro dobbiamo aspettare per le dimissioni dei membri del collegio del Garante per la protezione dei dati personali?». E poi: «La credibilità dell’Authority era già stata messa seriamente in discussione nei mesi scorsi» spiega, facendo riferimento «a quando si scoprì che, alla vigilia della multa inflitta a Report, un membro del collegio, Agostino Ghiglia, ex parlamentare ed esponente di Fratelli d’Italia, si era recato il giorno prima in via della Scrofa, sede nazionale del partito di governo». Nessuna prova, solo illazioni. Eppure Ruotolo per conto del Pd parla di «un fatto politicamente e istituzionalmente gravissimo per ciò che compromette sul piano dell’indipendenza e dell’imparzialità. Eppure, nonostante tutto questo, sono rimasti al loro posto. Nessuna assunzione di responsabilità, nessun passo indietro». Cenni alla responsabilità di chi ha messo quelle persone in quelle posizioni? Zero. L’imbarazzo è evidente, tanto che sono in pochi a parlare della vicenda. Sostanzialmente si tratta di uno scontro tra dem e giustizia in qualche modo. Giorgia Meloni e il governo ne escono comunque bene perché la responsabilità non è dell’esecutivo e, se si dimettesse, la nomina del nuovo Garante spetterebbe alla maggioranza.
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Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Dall’altra parte, non è invece chiaro se Donald Trump voglia o meno ricorrere all’opzione militare. Ieri, il presidente americano ha definito una «buona notizia» il fatto che, secondo Fox News, il regime khomeinista non avrebbe più condannato a morte un manifestante iraniano. Alcune ore prima, l’inviato di Teheran in Pakistan, Reza Amiri Moghadam, aveva riportato che l’inquilino della Casa Bianca avrebbe fatto sapere alla Repubblica islamica di non avere intenzione di attaccarla. Non solo. Washington, ieri, ha anche abbassato l’allerta di sicurezza nella base aerea di Al Udeid, situata in territorio qatariota. Del resto, secondo quanto riferito dall’Afp, sembrerebbe che i governi di Riad, Doha e Muscat abbiano fatto pressioni sulla Casa Bianca per convincerla a non intervenire militarmente contro Teheran, temendo «gravi contraccolpi nella regione». Infine, secondo il New York Times, sarebbe stato lo stesso Benjamin Netanyahu a chiedere a Trump di rimandare l’attacco.
Eppure non è ancora escluso che Washington possa ricorrere all’opzione bellica. Innanzitutto, il senatore repubblicano Lindsey Graham, notorio falco anti iraniano, ha definito ieri «oltremodo inaccurate» le indiscrezioni, secondo cui il presidente americano non avrebbe intenzione di attaccare. In secondo luogo, nella notte tra mercoledì e giovedì, Nbc News ha riferito che Trump vuole, sì, evitare lo scenario di un conflitto prolungato. Ma ha anche sottolineato che il presidente americano resterebbe solidale con i manifestanti anti khomeinisti e che sarebbe aperto ad azioni militari circoscritte. Inoltre, non è che da Teheran siano arrivate delle dichiarazioni granché concilianti sulle proteste. Ieri, il ministro della Difesa iraniano, Aziz Nasirzadeh, ha affermato che il suo governo sta facendo di tutto per «sopprimere i selvaggi terroristi armati», che, a suo dire, starebbero fomentando le manifestazioni. Ora, se la repressione brutale non dovesse cessare, questo potrebbe aumentare le probabilità di un intervento armato da parte di Washington. «Se le uccisioni continueranno, ci saranno gravi conseguenze», ha affermato ieri sera la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, per poi aggiungere che l’Iran si sarebbe impegnato ad annullare 800 esecuzioni. Non a caso, già qualche ora prima, i pasdaran avevano fatto sapere di essere militarmente «pronti al massimo livello possibile». Non si può neanche escludere che Washington consideri l’imposizione delle nuove sanzioni come il primo passo verso un ulteriore incremento della pressione in senso militare.
Resta intanto sul tavolo il nodo della transizione di potere a Teheran in caso di regime change. Il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, è tornato a proporsi per assumere un ruolo di primo piano. Ha inoltre assicurato che, una volta caduto il regime khomeinista, «il programma militare nucleare dell’Iran finirà», per poi aggiungere che avrà luogo la normalizzazione delle relazioni di Teheran con Washington e Gerusalemme. Tuttavia, Trump continua a esprimere scetticismo sul figlio dello scià. «Sembra molto simpatico, ma non so come si comporterebbe all’interno del suo Paese. E non siamo ancora arrivati a quel punto. Non so se il suo Paese accetterebbe o meno la sua leadership, e certamente, se lo facesse, per me andrebbe bene», ha affermato il presidente americano.
Il problema, ragionano alla Casa Bianca, è la base sociale e di consenso di un eventuale nuovo governo. Vale la pena di sottolineare che il ceto mercantile sta svolgendo un ruolo significativo nel corso delle proteste in atto contro il regime degli ayatollah. Quello stesso ceto mercantile che, nel 1979, rappresentò l’ossatura economico-finanziaria del khomeinismo, in quanto contrario alle riforme e alle politiche commerciali di Mohammad Reza Pahlavi. Tuttavia l’alleanza tra ceto mercantile e clero sciita è ormai entrata in una fase di turbolenza. I bazar sono sempre più irritati dall’inflazione e dalle politiche nucleari di Teheran che hanno portato alle sanzioni occidentali. Senza poi trascurare il loro astio verso le Guardie della rivoluzione che, soprattutto negli ultimi dieci anni, hanno sempre più messo le mani sui settori chiave dell’economia iraniana. Trump è consapevole che la «ribellione» del ceto mercantile indebolisce enormemente il potere di Ali Khamenei. E probabilmente teme che il figlio dello scià non otterrebbe l’appoggio di questo settore della società iraniana: uno scenario che, agli occhi del presidente americano, creerebbe instabilità nel Paese.
Come che sia, ieri sera, quando La Verità era già andata in stampa, si è tenuta una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dedicata alla repressione delle proteste in Iran. Nel frattempo, la Commissione europea ha reso noto che considererà l’imposizione di nuove sanzioni al regime.
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(IStock)
La signora Liliana vive a Reggio Calabria, è cardiopatica e invalida. Ha bisogno di una visita pneumologica. Si rivolge all’Asl il 7 settembre 2025, la visita viene fissata il 24 marzo 2026. Fuori tempo massimo. Fuori da ogni logica. E pure fuori legge. Ma non è tutto: sul suo foglio di prenotazione compare una scritta: «L’assistito rinuncia alla prima disponibilità per martedì 7 ottobre 2025». Con un piccolo particolare: Liliana non ha mai rinunciato a quella prima visita per il semplice fatto che nessuno gliel’ha mai proposta. L’hanno presa in giro.
Il signor Giovanni vive ad Avellino e soffre di una grave malattia al cuore. Ha bisogno di una visita: si rivolge all’Asl l’8 ottobre 2025, la visita viene fissata il 20 maggio 2026. Ancora una volta: fuori tempo massimo. Fuori da ogni logica. E pure fuori legge. Ma non è tutto: sul suo foglio di prenotazione compare una scritta: «L’assistito rinuncia alla prima disponibilità per il 6 novembre 2025». Con un piccolo particolare: Giovanni non ha mai rinunciato a quella prima visita per il semplice fatto che nessuno gliel’ha mai stata proposta. Hanno preso in giro anche lui.
Potremmo continuare: le testimonianze di questo tipo sono a decine. Quello che abbiamo scoperto a Fuori dal Coro è uno scandalo nello scandalo: non bastano le liste d’attesa lunghissime e le visite fissate il giorno di san mai più, hanno deciso di prendere i pazienti per i fondelli indicando sui loro fogli di prenotazioni l’esistenza di prime visite che in realtà non esistono. Sono finte. Inventate. Completamente farlocche. Sui documenti ufficiali dell’Asl c’è scritto che quelle visite (mai esistite) sono state rifiutate dal paziente. Ma le Asl lo sanno benissimo che non è vero. In pratica dichiarano il falso. E lo fanno deliberatamente, per aggirare la legge e taroccare le statistiche. Una delle Regioni dove sono state segnalate più visite farlocche, per esempio, è la Campania, che si autoproclama «eccellenza nella gestione delle liste d’attesa» presentando report con risultati strepitosi. Che sono fasulli, però.
Prendiamo il caso della signora Marisa: la visita per suo figlio è stata fissata nel gennaio 2027, cosa già di per sé completamente illegale. Ma nei report ufficiali della Regione Campania risulterà fissata il 26 marzo 2026, perché, se è stato il paziente a rifiutare, il ritardo non può essere attribuito all’Asl. Peccato che il paziente non abbia rifiutato un bel niente: quella visita rifiutata non è stata proposta. Quella visita (fintamente) rifiutata compare automaticamente sul foglio di prenotazione e molti pazienti, magari, neppure se ne accorgono. Si tratta di un trucco. Un trucco indecente. Anzi di più: si tratta di una vera e propria truffa ai danni di chi sta male. E non capisco come si possa tollerare: se io dichiarassi il falso verrei (giustamente) condannato. Perché se lo fa l’Asl nessuno dice nulla?
Per altro c’è anche un tema economico: sulla base di quelle statistiche (evidentemente taroccate) e di quei report (evidentemente fasulli), infatti, vengono distribuiti premi ai dirigenti che possono dimostrare di aver raggiunto gli obiettivi, quando invece gli obiettivi non sono stati raggiunti per una beata mazza di niente. Vengono così premiati dirigenti che ogni giorno mettono a repentaglio la vita di chi sta male e non può permettersi visite a pagamento. È chiaro infatti che se a un malato di cuore, a rischio infarto e con insufficienza respiratoria, viene fissata una visita il 22 settembre 2027 (è successo a Mario, ad Avellino), probabilmente lo si condanna a morte. E leggere sul foglio prenotazione la palese falsità che Mario avrebbe rinunciato a una visita il 2 dicembre 2025, è una crudeltà, oltre che una truffa.
«Perché mai avrei dovuto rinunciare a una visita il 2 dicembre scorso se ho ogni notte paura di morire?», ci ha detto Mario. In effetti. Ma sono settimane che raccogliamo testimonianze come la sua. E raccogliamo pure documenti. Ed è incredibile che nessuno si sia ancora mosso per porre fine a questo scandalo. Un ministro della salute ce l’abbiamo ancora? Orazio Schillaci che fa? Dorme?
Faccio notare a buonanotte fiorellino Schillaci, ex collaboratore di Speranza, che lui aveva fatto approvare una legge, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 31 luglio 2024, sulle liste d’attesa: in base a quelle norme le Asl, quando non riescono a rispettare i tempi previsti delle prenotazioni, dovrebbero consentire ai pazienti di fare la visita privatamente senza pagare. Invece non succede. E questo trucchetto delle prime visite rifiutate viene utilizzato anche e proprio per aggirare quella legge, per fare in modo che le visite siano tranquillamente fissate nel maggio 2027 o addirittura nel settembre 2027, senza che nessun direttore Asl si senta obbligato a intervenire. Ovvio, no? «Il ritardo è colpa del paziente». Ma non è vero. È un inganno. Una truffa. Possibile che il ministro non abbia nulla da dire? Possibile che non senta il dovere di almeno muovere gli ispettori? O di far sentire la sua voce? Che cosa aspetta?
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