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2018-06-29
Conte ribalta il tavolo dell’ipocrisia europea
ANSA
Nessun passo indietro sulle richieste italiane. Il premier Giuseppe Conte ha tenuto il punto fino alla fine sul tema dell'immigrazione. Conte ieri sera ha bloccato l'adozione delle conclusioni della prima parte del vertice europeo di Bruxelles, spiegando che l'Italia intende dare un voto sull'intero documento, compresa la parte dei migranti. La conferenza stampa del presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, e del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, prevista al termine della prima giornata del vertice di Bruxelles, è stata quindi cancellata perché «uno Stato membro (l'Italia, ndr)», ha fatto sapere il portavoce di Tusk, «ha messo la riserva sull'intero progetto di conclusioni, quindi non c'è stato accordo sulle conclusioni stesse. Il Consiglio europeo ha avuto uno scambio di vedute con il presidente del Parlamento Ue, Antonio Tajani, e il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, nonché discussioni su sicurezza, difesa, lavoro, crescita, competitività, innovazione digitale e allargamento. Visto che uno stato membro ha messo la riserva sull'intero progetto di conclusioni, non ne sono state adottate. Per questo», ha aggiunto il portavoce di Tusk, «la conferenza stampa dei rappresentanti delle istituzioni Ue è stata cancellata e avrà luogo domani (oggi per chi legge, ndr) alla fine dell'Eurosummit».
La linea dura era stata annunciata da Conte già al suo arrivo a Bruxelles: «Oggi», aveva detto Conte, «toccheremo con mano se la solidarietà europea esiste o meno. Se dalle parole si vuole passare ai fatti. Questo Consiglio europeo potrà essere uno spartiacque tra un prima e un dopo nell'approccio del fenomeno migratorio».
L'Europa è sul punto di implodere: si ipotizzano accordi solo tra alcuni stati membri che fanno risaltare ancora di più la mancanza di una volontà comune di affrontare il problema sollevato, in particolare, dall'Italia. Ciò che manca all'Unione è un governo forte a Berlino, capace di imporre una linea. La cancelliera tedesca Angela Merkel è arrivata a Bruxelles in una condizione di inedita debolezza, stretta in una tenaglia micidiale: da una parte le pressioni del suo ministro degli interni, Horst Seehofer, che chiede che i richiedenti asilo registrati in un altro paese dell'Unione europea e poi arrivati in Germania debbano essere rispediti allo stato di «primo approdo»; dall'altra la volontà di tenere unita l'Europa, per evitare che la linea dura dei paesi del blocco di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), contrari a ogni ipotesi di accogliere immigrati sbarcati in altri Paesi, produca un effetto-domino spostando a destra l'equilibrio politico dell'Unione.
Conte incontra Angela Merkel, il bilaterale dura circa mezz'ora. Nessuna indiscrezione sui contenuti, ma la cancelliera tedesca, alcune ore prima, aveva fatto scattare l'allarme rosso: «I Paesi che ricevono molti rifugiati», aveva detto la Merkel, «hanno bisogno di sostegno, ma i rifugiati e i migranti non possono scegliere in quale Paese chiedere asilo». È il segnale che la Merkel non può tirare più di tanto la corda con Seehofer. Per mantenere le redini del governo tedesco, la cancelliera deve portare tornare a Berlino con qualche accordo sui «movimenti secondari» degli immigrati, quelli tra i vari stati dell'Unione. Chi sbarca in Italia , viene registrato in Italia e poi si trasferisce in Germania va rispedito nel Paese di primo approdo: è la linea di Seehofer, uno schiaffo all'Italia. La Merkel si attiva per dare vita a intese con stati «volenterosi» e punta a un accordo con Francia e Spagna. A metà pomeriggio fonti di Parigi fanno trapelare che la Francia è pronta a rafforzare l'accordo franco-tedesco che consente di respingere in uno dei rispettivi Paesi un richiedente asilo, nel caso in cui la cancelliera tedesca dovesse chiederlo. Anche l'Ungheria guidata dal «duro e puro» Viktor Orban, a sorpresa, fa sapere di essere disponibile a intese con Berlino. La Francia provoca l'Italia, proponendo la creazione di hotspot «più moderni» sul nostro territorio, sul modello della Grecia.
Il presidente francese, Emmanuel Macron, incontra i leader del gruppo Visegrad, poi tenta di organizzare un bilaterale con Conte, ma non c'è tempo e il vertice salta. Il presidente del parlamento europeo, Antonio Tajani, espone la sua proposta di mediazione: «Ho proposto al Consiglio europeo», dice Tajani, «di investire 6 miliardi di euro per risolvere il problema del corridoio libico».
Le residue possibilità di un'intesa che mantenga l'Europa unita sembrano legate alla realizzazione di piattaforme al di fuori dell'Unione dove far attraccare le navi piene di disperati. Le ipotesi sono Marocco, Albania, Tunisia, Libia, Bosnia, Montenegro. La Merkel sottolinea che «dobbiamo prima discuterne con loro, non possiamo decidere da soli. Anche l'accordo con la Turchia», ricorda la cancelliera, «era reciproco». Il ministro degli Esteri del Marocco, Nasser Bourita, dice no: «Il Marocco», spiega Bourita, «respinge e ha sempre respinto questo genere di metodi per gestire la questione dei flussi migratori». Il leader proseguono la discussione a cena, poi una lunga notte di trattative. L'Italia, almeno per il momento, tiene il punto e non accenna ad arretrare di un solo millimetro. Oggi è il giorno della verità.
Carlo Tarallo
L’Italia rifiuta il compromesso renziano del più flessibilità in cambio di immigrati
L'Italia tiene il punto, rifiuta la logica del baratto (immigrati tutti da noi in cambio di soldi) capovolgendo quanto avevano fatto negli ultimi anni da Renzi in poi, e mette l'Europa di fronte alle proprie responsabilità . Il «no» alle conclusioni del Consiglio europeo era prevedibile. Il governo italiano aveva fatto capire con grande chiarezza ai partner dell'Unione di non essere disposto a cedere sulle richieste sull'immigrazione. «Oggi», aveva detto il premier Giuseppe Conte, «toccheremo con mano se la solidarietà europea esiste o meno. Se dalle parole si vuole passare ai fatti. Questo Consiglio europeo potrà essere uno spartiacque tra un prima e un dopo nell'approccio del fenomeno migratorio. Capiremo se davvero l'Europa vuole gestire in maniera solidale il fenomeno migratorio. Compromessi al ribasso non li accetteremo. L'Italia», aveva aggiunto Conte, «la sua buona volontà l'ha sempre dimostrata. Se questa volta non dovessimo trovare disponibilità da parte degli altri Paesi europei, potremmo chiudere questo Consiglio senza approvare conclusioni condivise».
Giornata convulsa, quella di ieri a Bruxelles. Il premier italiano Giuseppe Conte, al suo arrivo, non esclude la possibilità di un veto italiano sulle conclusioni del vertice in merito all'immigrazione: «È una possibilità che non voglio considerare», dice Conte, «ma se dovessimo arrivare a questo vorrà dire che non ci saranno conclusioni condivise. L'Italia ha elaborato una proposta che riteniamo ragionevole e conforme allo spirito e ai principi su cui è fondata l'Unione Europea», aggiunge Conte, «io stesso negli ultimi incontri ho ricevuto manifestazione di solidarietà adesso aspettiamo che le parole diventino fatti concreti». Da fonti italiane trapela anche che, contrariamente a quanto accaduto con i governi della sinistra, non ci sarà alcun cedimento sull'immigrazione in cambio di un po' di flessibilità sulle questioni di bilancio.
L'intera giornata di febbrili trattative vede l'Italia al centro di ogni discorso. Qualcuno ipotizza che, in cambio di un po' di flessibilità sui conti, il governo possa cedere sull'immigrazione. C'è chi sospetta che la prospettiva del veto sia un bluff. In serata, fonti del governo italiano spazzano il campo da questa illazione: «L'Italia», filtra dalla delegazione, «vuole dall'Europa un segnale chiaro sull'emergenza migranti e l'ipotesi di non approvare il documento conclusivo, se ciò non dovesse accadere, non è un bluff».
Nessun passo indietro e nessun «baratto»: «È importante», riferiscono le fonti del governo italiano in serata, «che ci si ponga anche il problema economico, ma questo tentativo si fa da un po' e noi abbiamo sempre detto che la soluzione non può essere che ci dicano: teneteveli voi, vi diamo i soldi. Non siamo nel 2014». Ha assunto il gusto amaro della provocazione la proposta trapelata dal governo francese in serata, basata anch'essa sulla logica del baratto. La Francia, si è appreso, vuole proporre all'Italia la creazione di «hotspot di nuova generazione, più europei», sul modello di quanto fatto in Grecia dal 2016. Lo fanno sapere fonti dell'Eliseo a margine dei lavori del Consiglio Ue. Su questa proposta, secondo Parigi, «si può avere il finanziamento e l'appoggio europeo». Il governo francese fa trapelare di riconoscere «che l'idea dei centri chiusi sia un punto sensibile» per l'Italia, ma è convinto che il governo Conte potrebbe accettare se questi centri saranno finanziati dall'Ue. Secondo la proposta francese, negli hotspot dovrebbe essere filtrati i richiedenti asilo da ridistribuire tra alcuni paesi europei, e i migranti economici, che dovrebbero essere rimpatriati sempre con i fondi dell'Ue. «Se c'è solidarietà europea rapida e capace di rimpatriare chi non ha diritto all'asilo», aggiungono le fonti francesi, «questa soluzione potrebbe essere accettabile per l'Italia, è esattamente ciò che aveva accettato la Grecia». Un paragone che non ha bisogno di commenti.
Carlo Tarallo
Anche Malta chiude i porti alle Ong. Ma allora si può fare per davvero
Li hanno accusati di essere dei fanatici, degli ideologizzati, gente senza rispetto alcuno per le regole. Loro, per smentire le malelingue, sono approdati a Malta mostrando il dito medio, intonando «siamo tutti antifascisti», per poi attaccare i governi di mezza Europa. Se non ci fossero, quelli di Lifeline bisognerebbe inventarli. Nel loro modo di agire, nelle loro dichiarazioni, persino nel loro aspetto fisico hanno finalmente mostrato il vero volto delle Ong.
Il comandante della Lifeline, Klaus Peter, ieri è stato interrogato di nuovo a Malta, dopo essere finito sotto indagine per aver disobbedito alle indicazioni della Guardia costiera italiana. È libero, ma non ha il permesso di lasciare l'isola. Dovrebbe comunque essere incriminato lunedì per la registrazione della nave, che batte bandiera olandese ma, secondo le autorità dei Paesi Bassi, non sarebbe iscritta nei registri come richiesto dalle norme. Gli altri componenti dell'equipaggio sono tutti liberi e non sono stati denunciati. La nave, invece, resta sequestrata. Nel frattempo, da Berlino, la portavoce dell'Ong, Marie Naass, tuonava contro tutti.
Soprattutto contro la Germania, paradossalmente riecheggiando, nel suo sfogo, alcuni temi cari proprio al governo italiano. «Il comportamento del governo tedesco è scandaloso, anche perché la Germania è fortemente responsabile del fatto che l'Italia sia stata lasciata sola. Non è possibile da un lato bloccare la soluzione europea, come ad esempio sul sistema di Dublino, e dall'altro venire meno alla cooperazione e rifiutare la solidarietà». Berlino ha voltato le spalle a Roma? Sembra di sentire Matteo Salvini. Anche se l'ascia di guerra, nei confronti del ministro italiano, non è certo stata sotterrata: «Le accuse che ci ha rivolto il ministro dell'Interno italiano ci hanno scioccato», ha detto Naass. Aggiungendo, tuttavia, che «è sbagliato chiudere i porti, ma è comprensibile che l'Italia prenda delle misure per disperazione se il resto d'Europa non agisce».
Insomma, alla fine persino all'Ong antifascista è scappato di bocca che l'Italia ha agito in modo «comprensibile». Non è l'unico, né il più importante segnale che il vento sia cambiato. Tutta una serie di luoghi comuni che fine a qualche tempo fa punteggiavano l'intero discorso ufficiale sull'immigrazione stanno velocemente venendo meno. Che le Ong siano pericolose e irresponsabili o che l'immigrazione non sia il nostro destino, fino a qualche tempo fa lo dicevano solo i tanto vituperati «populisti». Oggi lo dicono (quasi) tutti e chi non lo dice comunque si comporta di conseguenza. Basti solo vedere il cambio di passo di Malta, che ieri, con una decisione senza precedenti, ha deciso di chiudere il proprio porto a tutte le navi delle Ong, «finché non sarà fatta chiarezza sulle loro operazioni». In una nota, l'esecutivo maltese ha precisato che «alla luce degli ultimi eventi, Malta deve accertarsi che le operazioni condotte da entità che utilizzano i suoi servizi portuali e operanti nell'area della responsabilità maltese siano conformi alle leggi nazionali e internazionali».
Fino a quando non saranno chiarite le questioni, su cui si sta indagando, con particolare riferimento al caso Lifelive, «Malta non può consentire alle entità, la cui struttura potrebbe essere simile a quella oggetto di indagini, di utilizzare Malta come loro porto di operazioni, e per entrare o uscire dal porto». Una decisione anticipata dalla chiusura dei porti a Proactiva Open Arms, che su Twitter si era lamentata dei divieti apposti alla sua barca da Malta e Italia, anche se «fonti qualificate» hanno riferito all'agenzia Ansa che non ci sarebbe stata alcuna richiesta di entrare nelle acque territoriali o nei porti italiani da parte di Open Arms.
Nel giro di pochi giorni, il governo isolano ha anche negato il rifornimento di carburante all'aereo di Pilotes Volontaires e tenuto fuori dalle sue acque la Aquarius. Una linea dura, culminata nella decisione definitiva di ieri. Va da sé che se vengono meno la sponda maltese e quella italiana, per le Ong la vita si fa dura, durissima. Anche perché, nel frattempo, senza che molti ci abbiano fatto caso, la Libia ha dichiarato ufficialmente una sua zona di Search and Rescue (Sar). La notizia è arrivata ieri dall'Organizzazione marittima internazionale (Imo). Quest'ultima ha comunicato: «Il governo libico adesso ha inserito delle informazioni rilevanti nel Gisis global Sar plan», ovvero la directory relativa al piano Sar globale. E «tra queste vi è anche la definizione di una regione di ricerca e soccorso». Il portavoce della Marina libica, Ayoub Qassem ha già dichiarato che questo aiuterà la Guardia costiera del paese nordafricano a salvare i migranti e allo stesso tempo prevenire l'ingresso di altre organizzazioni. In caso di difficoltà, infatti, un'imbarcazione che passi in queste acque ora dovrà rivolgersi in via preventiva ai libici. Era proprio l'assenza della zona Sar a far sì che i natanti facessero riferimento al centro di coordinamento di Roma. Ora non sarà più così. E se l'espressione è stata ritenuta offensiva per i migranti, almeno per le Ong forse si può finalmente dire che la pacchia è finita.
Adriano Scianca
Il piano di Vienna: Ue a sbarchi zero
Obbiettivo numero uno: «L'arresto dell'immigrazione illegale in Europa». Il governo austriaco, che da domenica guiderà il semestre di presidenza dell'Ue, rompe quello che fino a pochi mesi fa era un tabù: non si tratta più di come accogliere e come distribuire, ma di non accogliere più. L'immigrazione, insomma, non è più una fatalità a cui arrendersi sperando in un vago «arricchimento culturale» futuro. Tutto bene, almeno sul piano delle petizioni di principio.
Che i fatti seguano le parole, come sappiamo, è tutt'altro paio di maniche. Ma intanto il punto è stato fissato. Il governo di Sebastian Kurz presenterà lunedì al Cosi, il Comitato per la sicurezza interna dell'Unione europea, un documento in cui spiegherà le linee direttive che intenderà seguire per affrontare il tema dell'immigrazione. Secondo La Stampa, che ha avuto accesso al paper di 7 pagine, Vienna si dirà ostile a qualsiasi ipotesi di quote di migranti da redistribuire fra i vari Paesi: «In caso di ulteriori crisi migratorie, che purtroppo sono prevedibili», si legge, «la distribuzione dei migranti negli Stati Ue potrebbe portare a un'ulteriore destabilizzazione della situazione». Il che è un bene o un male per l'Italia? Dipende. Il modello seguito finora da Bruxelles era semplice: sì all'accoglienza, non alla redistribuzione. In pratica, l'unica frontiera che era stata abolita nell'Ue era il mar Mediterraneo. Porte girevoli a sud, porte sbarrate a nord. In mezzo, l'Italia a fare da campo profughi per l'Unione.
Il no alla redistribuzione unito al principio anche solo ideale degli ingressi illegali a quota zero, invece, ha tutt'altro senso. Nel documento austriaco, il fenomeno migratorio è criticato senza mezzi termini: «La crisi migratoria», si legge, «ha avuto un impatto negativo sia sulla fiducia delle persone nella sicurezza, sia sulla sicurezza in quanto tale». Gli immigrati, inoltre, «a causa di fattori legati al loro background e alle loro scarse prospettive, hanno problemi a vivere in società libere o addirittura nel rigettarle», quindi «molti di questi sono particolarmente suscettibili alle ideologie ostili alla libertà e/o inclini a rivolgersi al crimine». Toni mai sentiti, nelle stanze dei bottoni europee.
E ancora: «Non sono principalmente i più bisognosi che vengono in Europa, ma soprattutto le persone che possono permettersi di pagare i trafficanti e che si sentono abbastanza forti da intraprendere viaggi pericolosi». Si propone quindi «un cambiamento di paradigma completo nella politica di asilo Ue». Ovvero: va sviluppato un «nuovo e migliore sistema di protezione in base al quale nessuna richiesta di asilo viene presentata sul territorio dell'Ue».
In ogni caso, per le domande comunque da esaminare, «in caso di decisione negativa, la persona deve essere trasferita nel suo Paese di origine oppure - opzione che deve essere esaminata - in un centro di rimpatrio in un Paese terzo». L'idea austriaca è quella di allestire campi in uno Stato extra Ue in cui mandare i migranti espulsi. Per Vienna bisogna «dare priorità alla protezione il più vicino possibile alle regioni in crisi». L'asilo in Europa, infatti, va «concesso solo a coloro che rispettano i valori europei e i diritti e le libertà sostenuti nell'Ue». Insomma, una secchiata di acqua gelata in faccia all'Europa. Che questa riesca poi a svegliarsi, è tutto da vedere.
Fabrizio La Rocca
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Niente conferenza stampa per il veto di Roma, che chiede prima un'intesa sugli immigrati: trattative notturne. Emmanuel Macron vuole imporci gli hotspot come in Grecia. Angela Merkel apre a chiunque accetti accordi bilaterali. Il blocco di Visegrad vacilla. È tutto un grande suk.L'Italia rifiuta il compromesso renziano del più flessibilità in cambio di immigrati. L'azzardo del premier sposta gli equilibri, certo dell'appoggio strategico dell'America.La Valletta: «Finché non c'è chiarezza, non entrano». Il comandante della Lifeline verso l'incriminazione. La Libia dichiara la zona Sar: nelle sue acque, i soccorsi spettano solo alla Guardia costiera di Tripoli.Il governo austriaco da domenica guiderà il semestre di presidenza europeo. Per gestire l'emergenza migranti, Sebastian Kurz punta sulla protezione delle frontiere.Lo speciale contiene quattro articoliNessun passo indietro sulle richieste italiane. Il premier Giuseppe Conte ha tenuto il punto fino alla fine sul tema dell'immigrazione. Conte ieri sera ha bloccato l'adozione delle conclusioni della prima parte del vertice europeo di Bruxelles, spiegando che l'Italia intende dare un voto sull'intero documento, compresa la parte dei migranti. La conferenza stampa del presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, e del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, prevista al termine della prima giornata del vertice di Bruxelles, è stata quindi cancellata perché «uno Stato membro (l'Italia, ndr)», ha fatto sapere il portavoce di Tusk, «ha messo la riserva sull'intero progetto di conclusioni, quindi non c'è stato accordo sulle conclusioni stesse. Il Consiglio europeo ha avuto uno scambio di vedute con il presidente del Parlamento Ue, Antonio Tajani, e il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, nonché discussioni su sicurezza, difesa, lavoro, crescita, competitività, innovazione digitale e allargamento. Visto che uno stato membro ha messo la riserva sull'intero progetto di conclusioni, non ne sono state adottate. Per questo», ha aggiunto il portavoce di Tusk, «la conferenza stampa dei rappresentanti delle istituzioni Ue è stata cancellata e avrà luogo domani (oggi per chi legge, ndr) alla fine dell'Eurosummit». La linea dura era stata annunciata da Conte già al suo arrivo a Bruxelles: «Oggi», aveva detto Conte, «toccheremo con mano se la solidarietà europea esiste o meno. Se dalle parole si vuole passare ai fatti. Questo Consiglio europeo potrà essere uno spartiacque tra un prima e un dopo nell'approccio del fenomeno migratorio». L'Europa è sul punto di implodere: si ipotizzano accordi solo tra alcuni stati membri che fanno risaltare ancora di più la mancanza di una volontà comune di affrontare il problema sollevato, in particolare, dall'Italia. Ciò che manca all'Unione è un governo forte a Berlino, capace di imporre una linea. La cancelliera tedesca Angela Merkel è arrivata a Bruxelles in una condizione di inedita debolezza, stretta in una tenaglia micidiale: da una parte le pressioni del suo ministro degli interni, Horst Seehofer, che chiede che i richiedenti asilo registrati in un altro paese dell'Unione europea e poi arrivati in Germania debbano essere rispediti allo stato di «primo approdo»; dall'altra la volontà di tenere unita l'Europa, per evitare che la linea dura dei paesi del blocco di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), contrari a ogni ipotesi di accogliere immigrati sbarcati in altri Paesi, produca un effetto-domino spostando a destra l'equilibrio politico dell'Unione.Conte incontra Angela Merkel, il bilaterale dura circa mezz'ora. Nessuna indiscrezione sui contenuti, ma la cancelliera tedesca, alcune ore prima, aveva fatto scattare l'allarme rosso: «I Paesi che ricevono molti rifugiati», aveva detto la Merkel, «hanno bisogno di sostegno, ma i rifugiati e i migranti non possono scegliere in quale Paese chiedere asilo». È il segnale che la Merkel non può tirare più di tanto la corda con Seehofer. Per mantenere le redini del governo tedesco, la cancelliera deve portare tornare a Berlino con qualche accordo sui «movimenti secondari» degli immigrati, quelli tra i vari stati dell'Unione. Chi sbarca in Italia , viene registrato in Italia e poi si trasferisce in Germania va rispedito nel Paese di primo approdo: è la linea di Seehofer, uno schiaffo all'Italia. La Merkel si attiva per dare vita a intese con stati «volenterosi» e punta a un accordo con Francia e Spagna. A metà pomeriggio fonti di Parigi fanno trapelare che la Francia è pronta a rafforzare l'accordo franco-tedesco che consente di respingere in uno dei rispettivi Paesi un richiedente asilo, nel caso in cui la cancelliera tedesca dovesse chiederlo. Anche l'Ungheria guidata dal «duro e puro» Viktor Orban, a sorpresa, fa sapere di essere disponibile a intese con Berlino. La Francia provoca l'Italia, proponendo la creazione di hotspot «più moderni» sul nostro territorio, sul modello della Grecia. Il presidente francese, Emmanuel Macron, incontra i leader del gruppo Visegrad, poi tenta di organizzare un bilaterale con Conte, ma non c'è tempo e il vertice salta. Il presidente del parlamento europeo, Antonio Tajani, espone la sua proposta di mediazione: «Ho proposto al Consiglio europeo», dice Tajani, «di investire 6 miliardi di euro per risolvere il problema del corridoio libico». Le residue possibilità di un'intesa che mantenga l'Europa unita sembrano legate alla realizzazione di piattaforme al di fuori dell'Unione dove far attraccare le navi piene di disperati. Le ipotesi sono Marocco, Albania, Tunisia, Libia, Bosnia, Montenegro. La Merkel sottolinea che «dobbiamo prima discuterne con loro, non possiamo decidere da soli. Anche l'accordo con la Turchia», ricorda la cancelliera, «era reciproco». Il ministro degli Esteri del Marocco, Nasser Bourita, dice no: «Il Marocco», spiega Bourita, «respinge e ha sempre respinto questo genere di metodi per gestire la questione dei flussi migratori». Il leader proseguono la discussione a cena, poi una lunga notte di trattative. L'Italia, almeno per il momento, tiene il punto e non accenna ad arretrare di un solo millimetro. Oggi è il giorno della verità.Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-ribalta-il-tavolo-dellipocrisia-europea-2582172637.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="litalia-rifiuta-il-compromesso-renziano-del-piu-flessibilita-in-cambio-di-immigrati" data-post-id="2582172637" data-published-at="1774130765" data-use-pagination="False"> L’Italia rifiuta il compromesso renziano del più flessibilità in cambio di immigrati L'Italia tiene il punto, rifiuta la logica del baratto (immigrati tutti da noi in cambio di soldi) capovolgendo quanto avevano fatto negli ultimi anni da Renzi in poi, e mette l'Europa di fronte alle proprie responsabilità . Il «no» alle conclusioni del Consiglio europeo era prevedibile. Il governo italiano aveva fatto capire con grande chiarezza ai partner dell'Unione di non essere disposto a cedere sulle richieste sull'immigrazione. «Oggi», aveva detto il premier Giuseppe Conte, «toccheremo con mano se la solidarietà europea esiste o meno. Se dalle parole si vuole passare ai fatti. Questo Consiglio europeo potrà essere uno spartiacque tra un prima e un dopo nell'approccio del fenomeno migratorio. Capiremo se davvero l'Europa vuole gestire in maniera solidale il fenomeno migratorio. Compromessi al ribasso non li accetteremo. L'Italia», aveva aggiunto Conte, «la sua buona volontà l'ha sempre dimostrata. Se questa volta non dovessimo trovare disponibilità da parte degli altri Paesi europei, potremmo chiudere questo Consiglio senza approvare conclusioni condivise».Giornata convulsa, quella di ieri a Bruxelles. Il premier italiano Giuseppe Conte, al suo arrivo, non esclude la possibilità di un veto italiano sulle conclusioni del vertice in merito all'immigrazione: «È una possibilità che non voglio considerare», dice Conte, «ma se dovessimo arrivare a questo vorrà dire che non ci saranno conclusioni condivise. L'Italia ha elaborato una proposta che riteniamo ragionevole e conforme allo spirito e ai principi su cui è fondata l'Unione Europea», aggiunge Conte, «io stesso negli ultimi incontri ho ricevuto manifestazione di solidarietà adesso aspettiamo che le parole diventino fatti concreti». Da fonti italiane trapela anche che, contrariamente a quanto accaduto con i governi della sinistra, non ci sarà alcun cedimento sull'immigrazione in cambio di un po' di flessibilità sulle questioni di bilancio.L'intera giornata di febbrili trattative vede l'Italia al centro di ogni discorso. Qualcuno ipotizza che, in cambio di un po' di flessibilità sui conti, il governo possa cedere sull'immigrazione. C'è chi sospetta che la prospettiva del veto sia un bluff. In serata, fonti del governo italiano spazzano il campo da questa illazione: «L'Italia», filtra dalla delegazione, «vuole dall'Europa un segnale chiaro sull'emergenza migranti e l'ipotesi di non approvare il documento conclusivo, se ciò non dovesse accadere, non è un bluff».Nessun passo indietro e nessun «baratto»: «È importante», riferiscono le fonti del governo italiano in serata, «che ci si ponga anche il problema economico, ma questo tentativo si fa da un po' e noi abbiamo sempre detto che la soluzione non può essere che ci dicano: teneteveli voi, vi diamo i soldi. Non siamo nel 2014». Ha assunto il gusto amaro della provocazione la proposta trapelata dal governo francese in serata, basata anch'essa sulla logica del baratto. La Francia, si è appreso, vuole proporre all'Italia la creazione di «hotspot di nuova generazione, più europei», sul modello di quanto fatto in Grecia dal 2016. Lo fanno sapere fonti dell'Eliseo a margine dei lavori del Consiglio Ue. Su questa proposta, secondo Parigi, «si può avere il finanziamento e l'appoggio europeo». Il governo francese fa trapelare di riconoscere «che l'idea dei centri chiusi sia un punto sensibile» per l'Italia, ma è convinto che il governo Conte potrebbe accettare se questi centri saranno finanziati dall'Ue. Secondo la proposta francese, negli hotspot dovrebbe essere filtrati i richiedenti asilo da ridistribuire tra alcuni paesi europei, e i migranti economici, che dovrebbero essere rimpatriati sempre con i fondi dell'Ue. «Se c'è solidarietà europea rapida e capace di rimpatriare chi non ha diritto all'asilo», aggiungono le fonti francesi, «questa soluzione potrebbe essere accettabile per l'Italia, è esattamente ciò che aveva accettato la Grecia». Un paragone che non ha bisogno di commenti.Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-ribalta-il-tavolo-dellipocrisia-europea-2582172637.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="anche-malta-chiude-i-porti-alle-ong-ma-allora-si-puo-fare-per-davvero" data-post-id="2582172637" data-published-at="1774130765" data-use-pagination="False"> Anche Malta chiude i porti alle Ong. Ma allora si può fare per davvero Li hanno accusati di essere dei fanatici, degli ideologizzati, gente senza rispetto alcuno per le regole. Loro, per smentire le malelingue, sono approdati a Malta mostrando il dito medio, intonando «siamo tutti antifascisti», per poi attaccare i governi di mezza Europa. Se non ci fossero, quelli di Lifeline bisognerebbe inventarli. Nel loro modo di agire, nelle loro dichiarazioni, persino nel loro aspetto fisico hanno finalmente mostrato il vero volto delle Ong. Il comandante della Lifeline, Klaus Peter, ieri è stato interrogato di nuovo a Malta, dopo essere finito sotto indagine per aver disobbedito alle indicazioni della Guardia costiera italiana. È libero, ma non ha il permesso di lasciare l'isola. Dovrebbe comunque essere incriminato lunedì per la registrazione della nave, che batte bandiera olandese ma, secondo le autorità dei Paesi Bassi, non sarebbe iscritta nei registri come richiesto dalle norme. Gli altri componenti dell'equipaggio sono tutti liberi e non sono stati denunciati. La nave, invece, resta sequestrata. Nel frattempo, da Berlino, la portavoce dell'Ong, Marie Naass, tuonava contro tutti. Soprattutto contro la Germania, paradossalmente riecheggiando, nel suo sfogo, alcuni temi cari proprio al governo italiano. «Il comportamento del governo tedesco è scandaloso, anche perché la Germania è fortemente responsabile del fatto che l'Italia sia stata lasciata sola. Non è possibile da un lato bloccare la soluzione europea, come ad esempio sul sistema di Dublino, e dall'altro venire meno alla cooperazione e rifiutare la solidarietà». Berlino ha voltato le spalle a Roma? Sembra di sentire Matteo Salvini. Anche se l'ascia di guerra, nei confronti del ministro italiano, non è certo stata sotterrata: «Le accuse che ci ha rivolto il ministro dell'Interno italiano ci hanno scioccato», ha detto Naass. Aggiungendo, tuttavia, che «è sbagliato chiudere i porti, ma è comprensibile che l'Italia prenda delle misure per disperazione se il resto d'Europa non agisce». Insomma, alla fine persino all'Ong antifascista è scappato di bocca che l'Italia ha agito in modo «comprensibile». Non è l'unico, né il più importante segnale che il vento sia cambiato. Tutta una serie di luoghi comuni che fine a qualche tempo fa punteggiavano l'intero discorso ufficiale sull'immigrazione stanno velocemente venendo meno. Che le Ong siano pericolose e irresponsabili o che l'immigrazione non sia il nostro destino, fino a qualche tempo fa lo dicevano solo i tanto vituperati «populisti». Oggi lo dicono (quasi) tutti e chi non lo dice comunque si comporta di conseguenza. Basti solo vedere il cambio di passo di Malta, che ieri, con una decisione senza precedenti, ha deciso di chiudere il proprio porto a tutte le navi delle Ong, «finché non sarà fatta chiarezza sulle loro operazioni». In una nota, l'esecutivo maltese ha precisato che «alla luce degli ultimi eventi, Malta deve accertarsi che le operazioni condotte da entità che utilizzano i suoi servizi portuali e operanti nell'area della responsabilità maltese siano conformi alle leggi nazionali e internazionali». Fino a quando non saranno chiarite le questioni, su cui si sta indagando, con particolare riferimento al caso Lifelive, «Malta non può consentire alle entità, la cui struttura potrebbe essere simile a quella oggetto di indagini, di utilizzare Malta come loro porto di operazioni, e per entrare o uscire dal porto». Una decisione anticipata dalla chiusura dei porti a Proactiva Open Arms, che su Twitter si era lamentata dei divieti apposti alla sua barca da Malta e Italia, anche se «fonti qualificate» hanno riferito all'agenzia Ansa che non ci sarebbe stata alcuna richiesta di entrare nelle acque territoriali o nei porti italiani da parte di Open Arms. Nel giro di pochi giorni, il governo isolano ha anche negato il rifornimento di carburante all'aereo di Pilotes Volontaires e tenuto fuori dalle sue acque la Aquarius. Una linea dura, culminata nella decisione definitiva di ieri. Va da sé che se vengono meno la sponda maltese e quella italiana, per le Ong la vita si fa dura, durissima. Anche perché, nel frattempo, senza che molti ci abbiano fatto caso, la Libia ha dichiarato ufficialmente una sua zona di Search and Rescue (Sar). La notizia è arrivata ieri dall'Organizzazione marittima internazionale (Imo). Quest'ultima ha comunicato: «Il governo libico adesso ha inserito delle informazioni rilevanti nel Gisis global Sar plan», ovvero la directory relativa al piano Sar globale. E «tra queste vi è anche la definizione di una regione di ricerca e soccorso». Il portavoce della Marina libica, Ayoub Qassem ha già dichiarato che questo aiuterà la Guardia costiera del paese nordafricano a salvare i migranti e allo stesso tempo prevenire l'ingresso di altre organizzazioni. In caso di difficoltà, infatti, un'imbarcazione che passi in queste acque ora dovrà rivolgersi in via preventiva ai libici. Era proprio l'assenza della zona Sar a far sì che i natanti facessero riferimento al centro di coordinamento di Roma. Ora non sarà più così. E se l'espressione è stata ritenuta offensiva per i migranti, almeno per le Ong forse si può finalmente dire che la pacchia è finita. Adriano Scianca <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-ribalta-il-tavolo-dellipocrisia-europea-2582172637.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="il-piano-di-vienna-ue-a-sbarchi-zero" data-post-id="2582172637" data-published-at="1774130765" data-use-pagination="False"> Il piano di Vienna: Ue a sbarchi zero Obbiettivo numero uno: «L'arresto dell'immigrazione illegale in Europa». Il governo austriaco, che da domenica guiderà il semestre di presidenza dell'Ue, rompe quello che fino a pochi mesi fa era un tabù: non si tratta più di come accogliere e come distribuire, ma di non accogliere più. L'immigrazione, insomma, non è più una fatalità a cui arrendersi sperando in un vago «arricchimento culturale» futuro. Tutto bene, almeno sul piano delle petizioni di principio. Che i fatti seguano le parole, come sappiamo, è tutt'altro paio di maniche. Ma intanto il punto è stato fissato. Il governo di Sebastian Kurz presenterà lunedì al Cosi, il Comitato per la sicurezza interna dell'Unione europea, un documento in cui spiegherà le linee direttive che intenderà seguire per affrontare il tema dell'immigrazione. Secondo La Stampa, che ha avuto accesso al paper di 7 pagine, Vienna si dirà ostile a qualsiasi ipotesi di quote di migranti da redistribuire fra i vari Paesi: «In caso di ulteriori crisi migratorie, che purtroppo sono prevedibili», si legge, «la distribuzione dei migranti negli Stati Ue potrebbe portare a un'ulteriore destabilizzazione della situazione». Il che è un bene o un male per l'Italia? Dipende. Il modello seguito finora da Bruxelles era semplice: sì all'accoglienza, non alla redistribuzione. In pratica, l'unica frontiera che era stata abolita nell'Ue era il mar Mediterraneo. Porte girevoli a sud, porte sbarrate a nord. In mezzo, l'Italia a fare da campo profughi per l'Unione. Il no alla redistribuzione unito al principio anche solo ideale degli ingressi illegali a quota zero, invece, ha tutt'altro senso. Nel documento austriaco, il fenomeno migratorio è criticato senza mezzi termini: «La crisi migratoria», si legge, «ha avuto un impatto negativo sia sulla fiducia delle persone nella sicurezza, sia sulla sicurezza in quanto tale». Gli immigrati, inoltre, «a causa di fattori legati al loro background e alle loro scarse prospettive, hanno problemi a vivere in società libere o addirittura nel rigettarle», quindi «molti di questi sono particolarmente suscettibili alle ideologie ostili alla libertà e/o inclini a rivolgersi al crimine». Toni mai sentiti, nelle stanze dei bottoni europee. E ancora: «Non sono principalmente i più bisognosi che vengono in Europa, ma soprattutto le persone che possono permettersi di pagare i trafficanti e che si sentono abbastanza forti da intraprendere viaggi pericolosi». Si propone quindi «un cambiamento di paradigma completo nella politica di asilo Ue». Ovvero: va sviluppato un «nuovo e migliore sistema di protezione in base al quale nessuna richiesta di asilo viene presentata sul territorio dell'Ue». In ogni caso, per le domande comunque da esaminare, «in caso di decisione negativa, la persona deve essere trasferita nel suo Paese di origine oppure - opzione che deve essere esaminata - in un centro di rimpatrio in un Paese terzo». L'idea austriaca è quella di allestire campi in uno Stato extra Ue in cui mandare i migranti espulsi. Per Vienna bisogna «dare priorità alla protezione il più vicino possibile alle regioni in crisi». L'asilo in Europa, infatti, va «concesso solo a coloro che rispettano i valori europei e i diritti e le libertà sostenuti nell'Ue». Insomma, una secchiata di acqua gelata in faccia all'Europa. Che questa riesca poi a svegliarsi, è tutto da vedere. Fabrizio La Rocca
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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