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2020-07-19
Conte in panne ammette lo stallo. Verso tagli ai sussidi per 155 miliardi
Giuseppe Conte e Ursula von der Leyen (Ansa)
Mentre questo giornale va in stampa, si prepara un'altra lunga notte a Bruxelles. Intanto ieri, per diverse ore, c'è chi ha provato a presentare una doccia fredda, anzi gelida, come un bagno caldo per l'Italia: ma, purtroppo, la differenza tra le due cose resta abissale. Ieri di buon mattino, dopo il nulla di fatto del giorno prima e dopo una nottata di contatti (senza l'olandese Mark Rutte), la giornata a Bruxelles è ripresa con un pre vertice a sette. Presenti il presidente del Consiglio europeo, il belga Charles Michel, Ursula von der Leyen, Angela Merkel, Emmanuel Macron, Pedro Sánchez, Giuseppe Conte e stavolta anche Rutte.
Ed è lì che è arrivata la doccia fredda, quando Michel, per tentare di sbloccare la situazione, ha proposto un altro pacchetto, concepito nella direzione pro frugali. Altro che mediazione. Ecco i tre punti qualificanti: più rebates (cioè più sconti, più rimborsi rispetto al prossimo bilancio pluriennale europeo a favore di svariati Paesi del Nord); taglio di 50 miliardi della parte di Recovery fund da destinare ai sussidi (quindi la porzione più vantaggiosa è scesa da 500 a 450 miliardi, facendo salire i prestiti da 250 a 300: ad aprile si parlava di un pacchetto da 1.500 miliardi complessivi…); e soprattutto (la parte più umiliante per noi), un «emergency brake», un superfreno d'emergenza molto somigliante al diritto di veto invocato il giorno prima dall'Olanda.
In questo scenario, non solo il Consiglio europeo dovrebbe approvare i singoli Recovery plan nazionali (una sorta di correzione preliminare del compito in classe, per usare un linguaggio scolastico), ma poi vi sarebbe anche un monitoraggio sull'attuazione dei piani nazionali da parte della Commissione (idea - questa - accettata da tutti), e soprattutto (ecco invece il punto più grave) anche un singolo Paese potrebbe contestare una misura adottata da un altro Paese, bloccando l'erogazione dei fondi e imponendo una pronuncia da parte del Consiglio (con necessaria unanimità).
Il film è fin troppo facile da immaginare, e potrebbe solo aggravarsi con l'avvicinarsi della campagna elettorale in Olanda (o in un altro Paese nordico). L'Italia conferma l'esperimento di quota 100? L'olandese porta tutti dal preside, per restare alla metafora scolastica. L'Italia decide un abbassamento di tasse? Stessa storia. L'Italia assume degli insegnanti? Altro contenzioso europeo. Di tutta evidenza, cioè, si finirebbe per sottoporre ogni scelta economica rilevante alla contestazione politica di un altro Paese, e in ultima analisi alla decisione (politica, e dunque discrezionale, degli altri 26 partner europei). Un vero e proprio commissariamento, oltre che la negazione di qualunque strategia di lungo periodo di politica economica nazionale, visto che chiunque in Ue potrebbe mettere i bastoni tra le ruote. Ovvia la soddisfazione dal fronte olandese: «Un passo nella direzione giusta».
In quegli stessi minuti, pure gli spifferi fatti circolare dall'entourage di Giuseppe Conte hanno dato più che altro il senso di un possibile cedimento italiano, malamente mascherato da qualche dichiarazione roboante (ma vaga) sul fisco olandese: «L'Italia ha deciso di affrontare un percorso di riforme che le consentano di correre ma pretenderà una seria politica fiscale comune, in modo da affrontare una volta per tutte surplus commerciali e dumping fiscali». Poi, però, alla domanda di controprova, quando si è chiesto alle fonti che avevano diffuso questa dichiarazione se Conte avesse inteso respingere la proposta di Charles Michel, la risposta è stata che il premier italiano aveva fatto un «discorso ampio». Come dire: nessuna bocciatura del testo del belga.
Nel tardo pomeriggio, Conte ha diffuso un video, ammettendo i problemi: «Siamo in una fase di stallo: si sta rivelando molto complicato, più complicato del previsto. Sono tante questioni su cui stiamo ancora discutendo che non riusciamo a sciogliere». E poi: «Ci stiamo confrontando duramente con l'Olanda e gli altri Paesi cosiddetti frugali, che mettono in discussione sia i sussidi che i prestiti. Poi ci sono aspetti procedurali sull'attuazione del programma. Dobbiamo trovare una sintesi, ma i provvedimenti che approviamo devono essere adeguati ed efficaci».
La realtà è che nel teatro europeo, comprensibilmente, ciascuno difende con le unghie e con i denti il proprio interesse nazionale. E ogni leader - ciò che più conta - pensa ai propri elettori. Si pensi al caso olandese, dove ben quattro figure (il macronista Rutte, il democristiano ministro delle Finanze Wopke Hoekstra, più dall'opposizione il sovranista Geert Wilders e il conservatore Thierry Baudet) gareggiano a chi è più rigorista verso i Paesi mediterranei. Soltanto in Italia, da anni, ci si racconta la favola di un'Ue come un giardino d'infanzia dove tutti si vogliono bene.
In ogni caso, la trattativa è proseguita e solo nelle prossime ore ne capiremo l'esito, anche perché i frugali - scandinavi più Austria in testa - sono tornati a chiedere una ancora più forte riduzione dei sussidi: sarebbe arrivato un documento comune in cui viene chiesto di tagliare i sussidi di 155 miliardi. E Michel sarebbe al lavoro su un nuovo documento. Un'altra lunga notte densa di incognite.
Un balletto di cifre che copre il vuoto
Parole, parole, parole. Se dovessimo descrivere la risposta dell'Unione europea alla pandemia basterebbero questi tre termini. E tanta, anzi troppa lentezza. Nel corso dei primi mesi di emergenza, da febbraio a maggio, dal punto di vista pratico la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen si è concentrata principalmente sui rimpatri dei cittadini Ue dalle zone più colpite dalla pandemia, oltre che sul tentativo di garantire l'approvvigionamento dei dispositivi di protezione. Ancora a fine febbraio, Bruxelles annunciava la creazione di un pacchetto di aiuti internazionali, a favore dell'Oms, pari ad appena 232 milioni di euro. Bisognerà attendere fino al 20 marzo per imbattersi nei primi atti concreti. È in quella data, infatti, che la Commissione propone ufficialmente l'attivazione della clausola generale di salvaguardia, che di fatto sospende il Patto di stabilità e crescita. Solo 20 giorni dopo, l'8 aprile, la von der Leyen annuncia la risposta globale dell'Ue alla pandemia, «finalizzata a gestire la crisi sanitaria immediata e a soddisfare le esigenze umanitarie che ne derivano». Dal punto di vista finanziario, le risorse messe in campo - pari a 15,6 miliardi di euro - risultano ancora decisamente insufficienti. Passa una settimana e, il 14 aprile, Bruxelles sblocca 2,7 miliardi tramite lo strumento di sostegno per l'emergenza dell'Ue.
Nel frattempo, Eurogruppo e Consiglio rimangono impantanati per svariate settimane sulle misure da attuare. «Faremo tutto il necessario, e anche di più, per ripristinare la fiducia e sostenere una ripresa rapida», dichiarava il 16 marzo Mário Centeno, presidente della riunione dei ministri dell'Economia dell'Eurozona. Passa altro tempo, ma i leader non riescono a mettersi d'accordo. Si litiga soprattutto sugli eurobond, i titoli di Stato comuni che dovrebbero finalmente aprire la porta alla condivisione del debito. A seguito delle concitate riunioni esplorative dei primi di aprile, gli Eurobond lasciano la strada al Meccanismo europeo di stabilità «light» (cioè senza condizionalità, almeno sulla carta), che consta di prestiti fino al 2% del Pil da utilizzarsi solo per spese sanitarie. Uno strumento che, per timore dello stigma dei mercati, ancora nessun Paese - eccetto Cipro - ha dichiarato di voler utilizzare. Contestualmente, fa capolino con sempre maggiore insistenza la volontà di attivare il Recovery fund, un massiccio piano per sostenere la ripresa.
Siamo allo spartiacque della risposta europea. A margine dell'Eurogruppo del 9 aprile, il ministro francese Bruno Le Maire parlava di «un piano del valore complessivo di 1.000 miliardi per far fronte all'emergenza coronavirus». Quando però il 18 maggio Emmanuel Macron e Angela Merkel annunciano l'iniziativa francotedesca, i miliardi per la ripresa sono diventati 500, dunque la metà di quanto annunciato da Le Maire. Passano dieci giorni, e la Commissione vara il progetto Next generation, di fatto un ampliamento del budget Ue pari a 750 miliardi di euro.
E arriviamo così ai giorni nostri, durante i quali si discutono ancora forma e sostanza del Recovery fund. La propaganda di Bruxelles parla di complessivi 2.364 miliardi, ma in questa cifra è inclusa la quota di budget Ue (1.074 miliardi) ancora da negoziare, e le reti di protezione del lavoro (540 miliardi). La prima proposta del presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, prevedeva 500 miliardi di sovvenzioni e 250 di prestiti. Ma, complice l'opposizione dei Paesi «frugali», la «negobox» di Michel sarebbero stata rivoluzionata, facendo salire i prestiti a 450 miliardi e, d'altro canto, diminuire i sussidi a 300 miliardi. Una sola cosa è certa in questo balletto di cifre: sono passati quasi sei mesi - era il 30 gennaio - da quando l'Organizzazione mondiale della sanità ha lanciato l'allarme a livello globale, ma ancora nelle casse degli Stati dell'Ue non si è visto un euro.
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Il premier confessa: «Situazione più difficile del previsto». Poi arriva la controproposta dei Paesi frugali. Vincoli soffocanti: ogni Stato avrebbe il diritto di bocciare le politiche interne altrui. Trattativa nella notte.Tutti ne hanno sparata una diversa: dai 1.000 miliardi di aiuti annunciati da Parigi, fino a somme sempre più basse. L'unica certezza è che non si è ancora visto niente.Lo speciale contiene due articoli.Mentre questo giornale va in stampa, si prepara un'altra lunga notte a Bruxelles. Intanto ieri, per diverse ore, c'è chi ha provato a presentare una doccia fredda, anzi gelida, come un bagno caldo per l'Italia: ma, purtroppo, la differenza tra le due cose resta abissale. Ieri di buon mattino, dopo il nulla di fatto del giorno prima e dopo una nottata di contatti (senza l'olandese Mark Rutte), la giornata a Bruxelles è ripresa con un pre vertice a sette. Presenti il presidente del Consiglio europeo, il belga Charles Michel, Ursula von der Leyen, Angela Merkel, Emmanuel Macron, Pedro Sánchez, Giuseppe Conte e stavolta anche Rutte. Ed è lì che è arrivata la doccia fredda, quando Michel, per tentare di sbloccare la situazione, ha proposto un altro pacchetto, concepito nella direzione pro frugali. Altro che mediazione. Ecco i tre punti qualificanti: più rebates (cioè più sconti, più rimborsi rispetto al prossimo bilancio pluriennale europeo a favore di svariati Paesi del Nord); taglio di 50 miliardi della parte di Recovery fund da destinare ai sussidi (quindi la porzione più vantaggiosa è scesa da 500 a 450 miliardi, facendo salire i prestiti da 250 a 300: ad aprile si parlava di un pacchetto da 1.500 miliardi complessivi…); e soprattutto (la parte più umiliante per noi), un «emergency brake», un superfreno d'emergenza molto somigliante al diritto di veto invocato il giorno prima dall'Olanda. In questo scenario, non solo il Consiglio europeo dovrebbe approvare i singoli Recovery plan nazionali (una sorta di correzione preliminare del compito in classe, per usare un linguaggio scolastico), ma poi vi sarebbe anche un monitoraggio sull'attuazione dei piani nazionali da parte della Commissione (idea - questa - accettata da tutti), e soprattutto (ecco invece il punto più grave) anche un singolo Paese potrebbe contestare una misura adottata da un altro Paese, bloccando l'erogazione dei fondi e imponendo una pronuncia da parte del Consiglio (con necessaria unanimità). Il film è fin troppo facile da immaginare, e potrebbe solo aggravarsi con l'avvicinarsi della campagna elettorale in Olanda (o in un altro Paese nordico). L'Italia conferma l'esperimento di quota 100? L'olandese porta tutti dal preside, per restare alla metafora scolastica. L'Italia decide un abbassamento di tasse? Stessa storia. L'Italia assume degli insegnanti? Altro contenzioso europeo. Di tutta evidenza, cioè, si finirebbe per sottoporre ogni scelta economica rilevante alla contestazione politica di un altro Paese, e in ultima analisi alla decisione (politica, e dunque discrezionale, degli altri 26 partner europei). Un vero e proprio commissariamento, oltre che la negazione di qualunque strategia di lungo periodo di politica economica nazionale, visto che chiunque in Ue potrebbe mettere i bastoni tra le ruote. Ovvia la soddisfazione dal fronte olandese: «Un passo nella direzione giusta». In quegli stessi minuti, pure gli spifferi fatti circolare dall'entourage di Giuseppe Conte hanno dato più che altro il senso di un possibile cedimento italiano, malamente mascherato da qualche dichiarazione roboante (ma vaga) sul fisco olandese: «L'Italia ha deciso di affrontare un percorso di riforme che le consentano di correre ma pretenderà una seria politica fiscale comune, in modo da affrontare una volta per tutte surplus commerciali e dumping fiscali». Poi, però, alla domanda di controprova, quando si è chiesto alle fonti che avevano diffuso questa dichiarazione se Conte avesse inteso respingere la proposta di Charles Michel, la risposta è stata che il premier italiano aveva fatto un «discorso ampio». Come dire: nessuna bocciatura del testo del belga. Nel tardo pomeriggio, Conte ha diffuso un video, ammettendo i problemi: «Siamo in una fase di stallo: si sta rivelando molto complicato, più complicato del previsto. Sono tante questioni su cui stiamo ancora discutendo che non riusciamo a sciogliere». E poi: «Ci stiamo confrontando duramente con l'Olanda e gli altri Paesi cosiddetti frugali, che mettono in discussione sia i sussidi che i prestiti. Poi ci sono aspetti procedurali sull'attuazione del programma. Dobbiamo trovare una sintesi, ma i provvedimenti che approviamo devono essere adeguati ed efficaci».La realtà è che nel teatro europeo, comprensibilmente, ciascuno difende con le unghie e con i denti il proprio interesse nazionale. E ogni leader - ciò che più conta - pensa ai propri elettori. Si pensi al caso olandese, dove ben quattro figure (il macronista Rutte, il democristiano ministro delle Finanze Wopke Hoekstra, più dall'opposizione il sovranista Geert Wilders e il conservatore Thierry Baudet) gareggiano a chi è più rigorista verso i Paesi mediterranei. Soltanto in Italia, da anni, ci si racconta la favola di un'Ue come un giardino d'infanzia dove tutti si vogliono bene. In ogni caso, la trattativa è proseguita e solo nelle prossime ore ne capiremo l'esito, anche perché i frugali - scandinavi più Austria in testa - sono tornati a chiedere una ancora più forte riduzione dei sussidi: sarebbe arrivato un documento comune in cui viene chiesto di tagliare i sussidi di 155 miliardi. E Michel sarebbe al lavoro su un nuovo documento. Un'altra lunga notte densa di incognite. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-in-panne-ammette-lo-stallo-verso-tagli-ai-sussidi-per-155-miliardi-2646433976.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-balletto-di-cifre-che-copre-il-vuoto" data-post-id="2646433976" data-published-at="1595115314" data-use-pagination="False"> Un balletto di cifre che copre il vuoto Parole, parole, parole. Se dovessimo descrivere la risposta dell'Unione europea alla pandemia basterebbero questi tre termini. E tanta, anzi troppa lentezza. Nel corso dei primi mesi di emergenza, da febbraio a maggio, dal punto di vista pratico la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen si è concentrata principalmente sui rimpatri dei cittadini Ue dalle zone più colpite dalla pandemia, oltre che sul tentativo di garantire l'approvvigionamento dei dispositivi di protezione. Ancora a fine febbraio, Bruxelles annunciava la creazione di un pacchetto di aiuti internazionali, a favore dell'Oms, pari ad appena 232 milioni di euro. Bisognerà attendere fino al 20 marzo per imbattersi nei primi atti concreti. È in quella data, infatti, che la Commissione propone ufficialmente l'attivazione della clausola generale di salvaguardia, che di fatto sospende il Patto di stabilità e crescita. Solo 20 giorni dopo, l'8 aprile, la von der Leyen annuncia la risposta globale dell'Ue alla pandemia, «finalizzata a gestire la crisi sanitaria immediata e a soddisfare le esigenze umanitarie che ne derivano». Dal punto di vista finanziario, le risorse messe in campo - pari a 15,6 miliardi di euro - risultano ancora decisamente insufficienti. Passa una settimana e, il 14 aprile, Bruxelles sblocca 2,7 miliardi tramite lo strumento di sostegno per l'emergenza dell'Ue. Nel frattempo, Eurogruppo e Consiglio rimangono impantanati per svariate settimane sulle misure da attuare. «Faremo tutto il necessario, e anche di più, per ripristinare la fiducia e sostenere una ripresa rapida», dichiarava il 16 marzo Mário Centeno, presidente della riunione dei ministri dell'Economia dell'Eurozona. Passa altro tempo, ma i leader non riescono a mettersi d'accordo. Si litiga soprattutto sugli eurobond, i titoli di Stato comuni che dovrebbero finalmente aprire la porta alla condivisione del debito. A seguito delle concitate riunioni esplorative dei primi di aprile, gli Eurobond lasciano la strada al Meccanismo europeo di stabilità «light» (cioè senza condizionalità, almeno sulla carta), che consta di prestiti fino al 2% del Pil da utilizzarsi solo per spese sanitarie. Uno strumento che, per timore dello stigma dei mercati, ancora nessun Paese - eccetto Cipro - ha dichiarato di voler utilizzare. Contestualmente, fa capolino con sempre maggiore insistenza la volontà di attivare il Recovery fund, un massiccio piano per sostenere la ripresa. Siamo allo spartiacque della risposta europea. A margine dell'Eurogruppo del 9 aprile, il ministro francese Bruno Le Maire parlava di «un piano del valore complessivo di 1.000 miliardi per far fronte all'emergenza coronavirus». Quando però il 18 maggio Emmanuel Macron e Angela Merkel annunciano l'iniziativa francotedesca, i miliardi per la ripresa sono diventati 500, dunque la metà di quanto annunciato da Le Maire. Passano dieci giorni, e la Commissione vara il progetto Next generation, di fatto un ampliamento del budget Ue pari a 750 miliardi di euro. E arriviamo così ai giorni nostri, durante i quali si discutono ancora forma e sostanza del Recovery fund. La propaganda di Bruxelles parla di complessivi 2.364 miliardi, ma in questa cifra è inclusa la quota di budget Ue (1.074 miliardi) ancora da negoziare, e le reti di protezione del lavoro (540 miliardi). La prima proposta del presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, prevedeva 500 miliardi di sovvenzioni e 250 di prestiti. Ma, complice l'opposizione dei Paesi «frugali», la «negobox» di Michel sarebbero stata rivoluzionata, facendo salire i prestiti a 450 miliardi e, d'altro canto, diminuire i sussidi a 300 miliardi. Una sola cosa è certa in questo balletto di cifre: sono passati quasi sei mesi - era il 30 gennaio - da quando l'Organizzazione mondiale della sanità ha lanciato l'allarme a livello globale, ma ancora nelle casse degli Stati dell'Ue non si è visto un euro.
Guido George Lombardi, consigliere di Trump (Getty Images)
Lombardi ha poco tempo, ma ci tiene a chiarire una questione, fondamentale per provare a comprendere l’attacco senza precedenti del presidente americano: «C’è stato un momento decisivo nel cambiamento di Trump: il suo rientro dalla Cina». Un vero e proprio punto di non ritorno: «Ha cambiato attitudine per quanto riguarda l’Iran. Probabilmente c’è stato un momento di stress molto forte, che sta durando ancora». Possibile, certo. Ma, gli chiediamo, dovuto a cosa? «Lo conosco da tanto tempo e posso dire che forse Donald è stressato per il troppo lavoro, oppure per i troppi viaggi senza dormire. Non lo so con precisione, però si vede che è stressato». Non è solamente una questione fisica o di stanchezza. «Certamente», prosegue Lombardi, «un po’ di questo stress è dovuto alla difficoltà nei negoziati con Teheran, un altro po’ alle resistenze che Trump ha dovuto accettare nel corso della fase iniziale della guerra all’Iran, come per esempio la mancanza di appoggio dei Paesi europei e la chiusura delle basi, che sono della Nato, e quindi non sono veramente a disposizione dei governi». L’indipendenza della Meloni in politica estera e, in particolare, la decisione di non voler concedere le basi agli americani avrebbero quindi deluso Trump. O meglio: lo avrebbe fatto sentire tradito: «E purtroppo andrà avanti per un po’, anche se dovremmo riuscire a risolvere anche questa situazione», conclude Lombardi.
Non sarà facile, però. Del resto, lo stesso manager italoamericano non sa che dire («mi dispiace moltissimo, perché neanche io, che ho sempre cercato di difendere Donald, oggi proprio non trovo le parole»). Ma poi le trova e pensa che il presidente americano abbia commesso degli errori. Come, per esempio, «parlare direttamente con un giornalista, invece di affidarsi al suo ufficio stampa, o ancora meglio al ministro degli Esteri, Marco Rubio». A tal proposito, con un certo orgoglio, ci manda una sua foto insieme al segretario di Stato: «È di 16 anni fa», chiosa l’imprenditore, mentre ci manda altri scatti insieme a Santiago Abascal, Javier Milei e il presidente della commissione Esteri del Congresso americano, Brian Mast, che sta andando a incontrare.
Già il giorno in cui erano state diffuse le parole del tycoon, Lombardi aveva pubblicato una nota in cui diceva: «Posso capire i commenti di Trump riguardo l’eccessiva immigrazione clandestina nei Paesi europei, ma c’era di peggio sotto Obama e Biden. Io, invece, rimango sempre coerente con i nostri valori conservatori, condivisi con la nostra coalizione di governo. Quante volte, in passato, sono stato con Umberto Bossi o con il grande Silvio Berlusconi ad Arcore o a Gemonio. Sono fedele alle nostre tradizioni di libertà e rispetto per il prossimo e per le istituzioni». E poi quella che sembra una chiara presa di posizione: «Resto un sincero, e sopratutto un leale, ammiratore della nostra eccezionale presidente del Consiglio, Giorgia Meloni».
L’aereo è ormai in volo. Lombardi ci manda un audio, con il vociare dei passeggeri in sottofondo. E aggiunge una promessa: «Continuiamo tra due giorni. Ma per l’Italia il futuro resta roseo». Non è certo facile immaginarlo oggi, almeno per quanto riguarda i rapporti tra il nostro Paese e gli Stati Uniti. Ma, precisa il businessman prima di congedarsi, «le imprese americane e quelle del Golfo sono entusiaste del lavoro italiano e di quello del governo Meloni». È arrivato il momento di di salutarsi. Un’ultima frase: «Ci saranno tante sorprese». Un saluto in perfetto stile trumpiano, che appare come il trailer di un film che sta per arrivare sul grande schermo della politica. Anche se per Lombardi il peggio è passato. E spera che i rapporti tra Italia e Stati Uniti tornino alla normalità. Chissà. Tutto dipende dal suo dirimpettaio.
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Alla base della decisione vi è la scelta di Zelensky di intitolare un’unità delle forze speciali agli «eroi dell’Upa», ossia l’Esercito insurrezionale ucraino che durante la Seconda guerra mondiale combatté per l’indipendenza del Paese ma che, in Polonia, è ricordato soprattutto per i massacri di decine di migliaia di civili polacchi in Volinia e Galizia orientale tra il 1943 e il 1945.
Storico di formazione, da anni impegnato nella valorizzazione della memoria delle vittime polacche del nazionalsocialismo e del comunismo, Nawrocki ci ha tenuto a precisare che la sua decisione non rappresenta un cambiamento della linea strategica polacca sulla guerra russo-ucraina, ma ha sostenuto che «i polacchi non devono tradire con il silenzio i sacrifici dei loro antenati». Il capo dello Stato ha inoltre affermato che «intitolare una delle unità militari ucraine ai criminali dell’Upa ha un significato che va ben oltre gli affari interni dell’Ucraina».
La replica di Kiev non si è fatta attendere. Zelensky ha ricordato che «l’Ucraina è grata al popolo polacco per il sostegno e la cooperazione» ricevuti dall’inizio dell’invasione russa, ma ha annunciato la restituzione dell’onorificenza, che comunque non considerava come un titolo personale: «Credevamo che l’Ordine dell’aquila bianca, assegnato nel 2023, fosse destinato al popolo ucraino e al nostro esercito, o così almeno ci era stato detto». La polemica è stata ulteriormente alimentata da alcuni alti funzionari ucraini, tra cui il ministro degli Esteri, Andrij Sybiha, il capo dell’intelligence militare, Kyrylo Budanov, e l’ambasciatore a Varsavia, Vasyl Bodnar, che hanno deciso di rinunciare a loro volta alle decorazioni ricevute dalla Polonia. Budanov, in particolare, ha definito la scelta di Nawrocki «un regalo all’aggressore moscovita» e ha ricordato polemicamente che l’onorificenza non era stata revocata neanche a Benito Mussolini.
Proprio la storia dell’Ordine dell’aquila bianca, in effetti, costituisce uno degli aspetti più curiosi della vicenda. Istituita nel 1705, la decorazione è stata assegnata nel corso dei secoli a personalità eminenti come papa Giovanni Paolo II, al leader di Solidarnosc, Lech Walesa, e all’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, noto per i suoi stretti rapporti con Vladimir Putin. Ma anche, appunto, allo stesso Mussolini. Come precisa Politico, la revoca decisa da Nawrocki rappresenta un caso senza precedenti, poiché l’onorificenza non era mai stata ritirata in modo permanente a nessun destinatario. Non a caso, Zelensky ha osservato che, se si ritiene che «tale riconoscimento possa continuare a essere associato a figure come Caterina II, Mussolini e Schröder, allora noi ucraini non abbiamo nulla da eccepire».
A cercare di contenere l’escalation è stato il premier polacco Donald Tusk, avversario politico di Nawrocki, che nelle scorse settimane aveva invitato le parti a evitare uno scontro pubblico. Come osserva sempre Politico, tuttavia, la disputa sull’Upa si inserisce in un quadro più ampio di progressivo raffreddamento dei rapporti tra Varsavia e Kiev. Oltre alle controversie storiche, infatti, pesano le tensioni legate ai rifugiati ucraini, alle proteste degli agricoltori polacchi contro le importazioni agricole provenienti dall’Ucraina e alle discussioni sulle conseguenze di una futura adesione di Kiev all’Unione europea.
La crisi diplomatica, peraltro, arriva mentre sul terreno continuano i combattimenti e i tentativi di rilanciare i negoziati faticano a produrre risultati concreti. Nella notte tra venerdì e sabato la Russia ha lanciato un nuovo attacco contro Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina. Secondo le autorità locali, le bombe hanno colpito il quartiere di Kholodnohirsky provocando almeno cinque vittime civili, tra cui un bambino, e alcune persone potrebbero trovarsi ancora sotto le macerie.
Malgrado tutto, però, Donald Trump ha ribadito il proprio ottimismo sulla possibilità di porre fine al conflitto. Prima di partire per Camp David, il presidente americano ha dichiarato di aver «risolto otto guerre» e di ritenere che anche quella tra Russia e Ucraina possa essere risolta. In un’intervista ad Axios, Trump è inoltre tornato a criticare l’espulsione della Russia dal G8, sostenendo che si sia trattato di «un errore» e che, se Mosca fosse rimasta nel gruppo, «probabilmente non ci sarebbe stata la guerra tra Russia e Ucraina».
Eppure, nonostante l’ottimismo professato da Trump, proseguono senza sosta anche gli attacchi reciproci lontano dalla linea del fronte. Il sindaco di Mosca, Sergej Sobjanin, ha per esempio annunciato che la difesa aerea russa ha abbattuto due droni diretti verso la capitale. Tanto che il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitrij Medvedev, ha dichiarato che ormai «non esistono più regole» nei confronti del «regime neonazista di Kiev». I negoziati, insomma, appaiono ancora lontani.
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Giorgia Meloni (Ansa). Nel riquadro post pubblicato sul social Truth da Donald Trump
Trump è tornato a criticarla, questa volta con un post su Truth. «Meloni ha chiesto, ripetutamente, di fare una foto con me durante il vertice del G7 in Francia» ha ribadito. «Sta andando male in Italia in termini di popolarità, forse perché ha rifiutato gli Stati Uniti d’America, un Paese che davvero ama e protegge l’Italia, quando si è trattato di impedire all’Iran di ottenere o sviluppare un’arma nucleare (ma anche la Nato ha fatto lo stesso!). Non ci ha neppure permesso di utilizzare le piste o le basi aeree italiane, creando un grande problema logistico, e questo nonostante gli Stati Uniti contribuiscano con centinaia di miliardi di dollari all’anno per proteggere l’Italia e gli altri cosiddetti alleati della Nato», ha insistito. «Ora, dopo che gli Stati Uniti hanno sconfitto militarmente l’Iran, vuole tornare a essere amica per far risalire i suoi numeri. No grazie!!!».
Un messaggio con un (forse voluto) refuso, in cui invece di scrivere Giorgia, scrive «Gigiorgia». Un infantilismo tipico di chi ha evidenti accenni di demenza senile. Peggiore di quella di Biden, che almeno se ne andava per prati e Truth non lo sapeva utilizzare. Trump, che è convinto di aver sconfitto militarmente l’Iran, sta collezionando una figuraccia dopo l’altra, una figura pessima davanti al mondo, uno spettacolo da asilo nido. A bloccare tutto, almeno dal canto su, ci pensa Meloni, che scrive: «Non tornerò sull’argomento, perché credo ancora nell’unità dell’Occidente e non credo che questo sia uno spettacolo all’altezza del nostro compito».
Prima però ha risposto con una frecciata sanguinosissima: «Presidente Trump, questi continui e gratuiti attacchi sono privi di senso. Quanto alla mia popolarità, esserti amica non mi ha certamente aiutata, né dipende dal mio rapporto con te. La mia popolarità dipende dalla mia capacità di difendere l’interesse nazionale italiano, ed è esattamente quello che ho sempre fatto. È quello che ho fatto anche riguardo alle basi militari americane in Italia. Il loro utilizzo è regolato da accordi che abbiamo sempre rispettato, e che non possono essere violati finché sarò presidente del Consiglio. L’Italia è ancora una nazione sovrana. In ogni caso, la mia popolarità non ti riguarda. Ti suggerirei di concentrarti sulla tua».
Resta unanime il coro a sostegno del premier. Il vicepremier Matteo Salvini si schiera senza indugio: «Litigare con gli alleati non è utile, lo dico dal punto di vista della presidenza americana. L’Italia è un Paese alleato responsabile, sempre presente e generoso. Nessuno può mettere in discussione i buoni rapporti fra Italia e Stati Uniti, sicuramente c’è un problema in questo momento perché, ribadisco, chi attacca il nostro presidente del Consiglio attacca tutto il governo e tutto il Paese. Tuttavia, questo non può e non deve mettere in discussione i buoni rapporti e le relazioni diplomatiche e commerciali fra Italia e Stati Uniti, che prescindono dal presidente attuale o dal presidente futuro». Lo ha detto a margine delle primarie del partito per la scelta del candidato sindaco di Milano, e sul nuovo botta e risposta ha commentato: «È chiaro che sono parole gratuite, inutili, sgradevoli, però non c’è una guerra fra Italia e Stati Uniti, ci sono già troppe guerre e spero che gliUsa ci aiutino a porre fine ad alcune di queste guerre, visto che anche in Iran mi sembra che le cose non stiano andando benissimo. Mentre in Iran, in Libano, in Israele, in Ucraina e in Russia si continua a sparare, ritengo che la più importante potenza mondiale debba rivolgere le sue attenzioni a questi fronti di guerra e non ad altro». Il movimento 5 stelle coglie l’occasione per attaccare il premier: «Lo scontro di oggi non è contro un leader che alza la testa, ma è un richiamo all’ordine verso chi ha sempre obbedito senza fiatare, assumendo impegni insostenibili per il popolo italiano. Chi ha ridotto l’Italia così non la rimetterà in piedi di certo. Tocca a noi», scrive Giuseppe Conte, «Risparmiateci la favoletta del governo Meloni che tutela l’Italia con la schiena dritta. La premier si guardi allo specchio». A sinistra, nel Pd, c’è chi pensa al complotto: «Mi pare evidente che, con i suoi attacchi sconsiderati e arroganti a Meloni, Trump stia provando a tutti i costi a far vincere la destra al governo alle prossime elezioni. Ma ti abbiamo sgamato, mascherina» ha scritto il senatore Filippo Sensi.
Francesco Boccia, capogruppo del Pd al Senato è più istituzionale: «Per qualsiasi italiano la reazione immediata è la difesa della dignità delle nostre istituzioni» dichiara, ma sottolinea anche Meloni ha puntato su un rapporto personale con Trump che «non ha rafforzato il peso dell’Italia».
Livello bassissimo per Matteo Renzi, che non attacca e non difende, ma si limita a dire: «Bei tempi quando il G7 ospitava discussioni politiche e non litigi da asilo». Ahhh quando c’era lui…
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