True
2020-07-19
Conte in panne ammette lo stallo. Verso tagli ai sussidi per 155 miliardi
Giuseppe Conte e Ursula von der Leyen (Ansa)
Mentre questo giornale va in stampa, si prepara un'altra lunga notte a Bruxelles. Intanto ieri, per diverse ore, c'è chi ha provato a presentare una doccia fredda, anzi gelida, come un bagno caldo per l'Italia: ma, purtroppo, la differenza tra le due cose resta abissale. Ieri di buon mattino, dopo il nulla di fatto del giorno prima e dopo una nottata di contatti (senza l'olandese Mark Rutte), la giornata a Bruxelles è ripresa con un pre vertice a sette. Presenti il presidente del Consiglio europeo, il belga Charles Michel, Ursula von der Leyen, Angela Merkel, Emmanuel Macron, Pedro Sánchez, Giuseppe Conte e stavolta anche Rutte.
Ed è lì che è arrivata la doccia fredda, quando Michel, per tentare di sbloccare la situazione, ha proposto un altro pacchetto, concepito nella direzione pro frugali. Altro che mediazione. Ecco i tre punti qualificanti: più rebates (cioè più sconti, più rimborsi rispetto al prossimo bilancio pluriennale europeo a favore di svariati Paesi del Nord); taglio di 50 miliardi della parte di Recovery fund da destinare ai sussidi (quindi la porzione più vantaggiosa è scesa da 500 a 450 miliardi, facendo salire i prestiti da 250 a 300: ad aprile si parlava di un pacchetto da 1.500 miliardi complessivi…); e soprattutto (la parte più umiliante per noi), un «emergency brake», un superfreno d'emergenza molto somigliante al diritto di veto invocato il giorno prima dall'Olanda.
In questo scenario, non solo il Consiglio europeo dovrebbe approvare i singoli Recovery plan nazionali (una sorta di correzione preliminare del compito in classe, per usare un linguaggio scolastico), ma poi vi sarebbe anche un monitoraggio sull'attuazione dei piani nazionali da parte della Commissione (idea - questa - accettata da tutti), e soprattutto (ecco invece il punto più grave) anche un singolo Paese potrebbe contestare una misura adottata da un altro Paese, bloccando l'erogazione dei fondi e imponendo una pronuncia da parte del Consiglio (con necessaria unanimità).
Il film è fin troppo facile da immaginare, e potrebbe solo aggravarsi con l'avvicinarsi della campagna elettorale in Olanda (o in un altro Paese nordico). L'Italia conferma l'esperimento di quota 100? L'olandese porta tutti dal preside, per restare alla metafora scolastica. L'Italia decide un abbassamento di tasse? Stessa storia. L'Italia assume degli insegnanti? Altro contenzioso europeo. Di tutta evidenza, cioè, si finirebbe per sottoporre ogni scelta economica rilevante alla contestazione politica di un altro Paese, e in ultima analisi alla decisione (politica, e dunque discrezionale, degli altri 26 partner europei). Un vero e proprio commissariamento, oltre che la negazione di qualunque strategia di lungo periodo di politica economica nazionale, visto che chiunque in Ue potrebbe mettere i bastoni tra le ruote. Ovvia la soddisfazione dal fronte olandese: «Un passo nella direzione giusta».
In quegli stessi minuti, pure gli spifferi fatti circolare dall'entourage di Giuseppe Conte hanno dato più che altro il senso di un possibile cedimento italiano, malamente mascherato da qualche dichiarazione roboante (ma vaga) sul fisco olandese: «L'Italia ha deciso di affrontare un percorso di riforme che le consentano di correre ma pretenderà una seria politica fiscale comune, in modo da affrontare una volta per tutte surplus commerciali e dumping fiscali». Poi, però, alla domanda di controprova, quando si è chiesto alle fonti che avevano diffuso questa dichiarazione se Conte avesse inteso respingere la proposta di Charles Michel, la risposta è stata che il premier italiano aveva fatto un «discorso ampio». Come dire: nessuna bocciatura del testo del belga.
Nel tardo pomeriggio, Conte ha diffuso un video, ammettendo i problemi: «Siamo in una fase di stallo: si sta rivelando molto complicato, più complicato del previsto. Sono tante questioni su cui stiamo ancora discutendo che non riusciamo a sciogliere». E poi: «Ci stiamo confrontando duramente con l'Olanda e gli altri Paesi cosiddetti frugali, che mettono in discussione sia i sussidi che i prestiti. Poi ci sono aspetti procedurali sull'attuazione del programma. Dobbiamo trovare una sintesi, ma i provvedimenti che approviamo devono essere adeguati ed efficaci».
La realtà è che nel teatro europeo, comprensibilmente, ciascuno difende con le unghie e con i denti il proprio interesse nazionale. E ogni leader - ciò che più conta - pensa ai propri elettori. Si pensi al caso olandese, dove ben quattro figure (il macronista Rutte, il democristiano ministro delle Finanze Wopke Hoekstra, più dall'opposizione il sovranista Geert Wilders e il conservatore Thierry Baudet) gareggiano a chi è più rigorista verso i Paesi mediterranei. Soltanto in Italia, da anni, ci si racconta la favola di un'Ue come un giardino d'infanzia dove tutti si vogliono bene.
In ogni caso, la trattativa è proseguita e solo nelle prossime ore ne capiremo l'esito, anche perché i frugali - scandinavi più Austria in testa - sono tornati a chiedere una ancora più forte riduzione dei sussidi: sarebbe arrivato un documento comune in cui viene chiesto di tagliare i sussidi di 155 miliardi. E Michel sarebbe al lavoro su un nuovo documento. Un'altra lunga notte densa di incognite.
Un balletto di cifre che copre il vuoto
Parole, parole, parole. Se dovessimo descrivere la risposta dell'Unione europea alla pandemia basterebbero questi tre termini. E tanta, anzi troppa lentezza. Nel corso dei primi mesi di emergenza, da febbraio a maggio, dal punto di vista pratico la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen si è concentrata principalmente sui rimpatri dei cittadini Ue dalle zone più colpite dalla pandemia, oltre che sul tentativo di garantire l'approvvigionamento dei dispositivi di protezione. Ancora a fine febbraio, Bruxelles annunciava la creazione di un pacchetto di aiuti internazionali, a favore dell'Oms, pari ad appena 232 milioni di euro. Bisognerà attendere fino al 20 marzo per imbattersi nei primi atti concreti. È in quella data, infatti, che la Commissione propone ufficialmente l'attivazione della clausola generale di salvaguardia, che di fatto sospende il Patto di stabilità e crescita. Solo 20 giorni dopo, l'8 aprile, la von der Leyen annuncia la risposta globale dell'Ue alla pandemia, «finalizzata a gestire la crisi sanitaria immediata e a soddisfare le esigenze umanitarie che ne derivano». Dal punto di vista finanziario, le risorse messe in campo - pari a 15,6 miliardi di euro - risultano ancora decisamente insufficienti. Passa una settimana e, il 14 aprile, Bruxelles sblocca 2,7 miliardi tramite lo strumento di sostegno per l'emergenza dell'Ue.
Nel frattempo, Eurogruppo e Consiglio rimangono impantanati per svariate settimane sulle misure da attuare. «Faremo tutto il necessario, e anche di più, per ripristinare la fiducia e sostenere una ripresa rapida», dichiarava il 16 marzo Mário Centeno, presidente della riunione dei ministri dell'Economia dell'Eurozona. Passa altro tempo, ma i leader non riescono a mettersi d'accordo. Si litiga soprattutto sugli eurobond, i titoli di Stato comuni che dovrebbero finalmente aprire la porta alla condivisione del debito. A seguito delle concitate riunioni esplorative dei primi di aprile, gli Eurobond lasciano la strada al Meccanismo europeo di stabilità «light» (cioè senza condizionalità, almeno sulla carta), che consta di prestiti fino al 2% del Pil da utilizzarsi solo per spese sanitarie. Uno strumento che, per timore dello stigma dei mercati, ancora nessun Paese - eccetto Cipro - ha dichiarato di voler utilizzare. Contestualmente, fa capolino con sempre maggiore insistenza la volontà di attivare il Recovery fund, un massiccio piano per sostenere la ripresa.
Siamo allo spartiacque della risposta europea. A margine dell'Eurogruppo del 9 aprile, il ministro francese Bruno Le Maire parlava di «un piano del valore complessivo di 1.000 miliardi per far fronte all'emergenza coronavirus». Quando però il 18 maggio Emmanuel Macron e Angela Merkel annunciano l'iniziativa francotedesca, i miliardi per la ripresa sono diventati 500, dunque la metà di quanto annunciato da Le Maire. Passano dieci giorni, e la Commissione vara il progetto Next generation, di fatto un ampliamento del budget Ue pari a 750 miliardi di euro.
E arriviamo così ai giorni nostri, durante i quali si discutono ancora forma e sostanza del Recovery fund. La propaganda di Bruxelles parla di complessivi 2.364 miliardi, ma in questa cifra è inclusa la quota di budget Ue (1.074 miliardi) ancora da negoziare, e le reti di protezione del lavoro (540 miliardi). La prima proposta del presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, prevedeva 500 miliardi di sovvenzioni e 250 di prestiti. Ma, complice l'opposizione dei Paesi «frugali», la «negobox» di Michel sarebbero stata rivoluzionata, facendo salire i prestiti a 450 miliardi e, d'altro canto, diminuire i sussidi a 300 miliardi. Una sola cosa è certa in questo balletto di cifre: sono passati quasi sei mesi - era il 30 gennaio - da quando l'Organizzazione mondiale della sanità ha lanciato l'allarme a livello globale, ma ancora nelle casse degli Stati dell'Ue non si è visto un euro.
Continua a leggereRiduci
Il premier confessa: «Situazione più difficile del previsto». Poi arriva la controproposta dei Paesi frugali. Vincoli soffocanti: ogni Stato avrebbe il diritto di bocciare le politiche interne altrui. Trattativa nella notte.Tutti ne hanno sparata una diversa: dai 1.000 miliardi di aiuti annunciati da Parigi, fino a somme sempre più basse. L'unica certezza è che non si è ancora visto niente.Lo speciale contiene due articoli.Mentre questo giornale va in stampa, si prepara un'altra lunga notte a Bruxelles. Intanto ieri, per diverse ore, c'è chi ha provato a presentare una doccia fredda, anzi gelida, come un bagno caldo per l'Italia: ma, purtroppo, la differenza tra le due cose resta abissale. Ieri di buon mattino, dopo il nulla di fatto del giorno prima e dopo una nottata di contatti (senza l'olandese Mark Rutte), la giornata a Bruxelles è ripresa con un pre vertice a sette. Presenti il presidente del Consiglio europeo, il belga Charles Michel, Ursula von der Leyen, Angela Merkel, Emmanuel Macron, Pedro Sánchez, Giuseppe Conte e stavolta anche Rutte. Ed è lì che è arrivata la doccia fredda, quando Michel, per tentare di sbloccare la situazione, ha proposto un altro pacchetto, concepito nella direzione pro frugali. Altro che mediazione. Ecco i tre punti qualificanti: più rebates (cioè più sconti, più rimborsi rispetto al prossimo bilancio pluriennale europeo a favore di svariati Paesi del Nord); taglio di 50 miliardi della parte di Recovery fund da destinare ai sussidi (quindi la porzione più vantaggiosa è scesa da 500 a 450 miliardi, facendo salire i prestiti da 250 a 300: ad aprile si parlava di un pacchetto da 1.500 miliardi complessivi…); e soprattutto (la parte più umiliante per noi), un «emergency brake», un superfreno d'emergenza molto somigliante al diritto di veto invocato il giorno prima dall'Olanda. In questo scenario, non solo il Consiglio europeo dovrebbe approvare i singoli Recovery plan nazionali (una sorta di correzione preliminare del compito in classe, per usare un linguaggio scolastico), ma poi vi sarebbe anche un monitoraggio sull'attuazione dei piani nazionali da parte della Commissione (idea - questa - accettata da tutti), e soprattutto (ecco invece il punto più grave) anche un singolo Paese potrebbe contestare una misura adottata da un altro Paese, bloccando l'erogazione dei fondi e imponendo una pronuncia da parte del Consiglio (con necessaria unanimità). Il film è fin troppo facile da immaginare, e potrebbe solo aggravarsi con l'avvicinarsi della campagna elettorale in Olanda (o in un altro Paese nordico). L'Italia conferma l'esperimento di quota 100? L'olandese porta tutti dal preside, per restare alla metafora scolastica. L'Italia decide un abbassamento di tasse? Stessa storia. L'Italia assume degli insegnanti? Altro contenzioso europeo. Di tutta evidenza, cioè, si finirebbe per sottoporre ogni scelta economica rilevante alla contestazione politica di un altro Paese, e in ultima analisi alla decisione (politica, e dunque discrezionale, degli altri 26 partner europei). Un vero e proprio commissariamento, oltre che la negazione di qualunque strategia di lungo periodo di politica economica nazionale, visto che chiunque in Ue potrebbe mettere i bastoni tra le ruote. Ovvia la soddisfazione dal fronte olandese: «Un passo nella direzione giusta». In quegli stessi minuti, pure gli spifferi fatti circolare dall'entourage di Giuseppe Conte hanno dato più che altro il senso di un possibile cedimento italiano, malamente mascherato da qualche dichiarazione roboante (ma vaga) sul fisco olandese: «L'Italia ha deciso di affrontare un percorso di riforme che le consentano di correre ma pretenderà una seria politica fiscale comune, in modo da affrontare una volta per tutte surplus commerciali e dumping fiscali». Poi, però, alla domanda di controprova, quando si è chiesto alle fonti che avevano diffuso questa dichiarazione se Conte avesse inteso respingere la proposta di Charles Michel, la risposta è stata che il premier italiano aveva fatto un «discorso ampio». Come dire: nessuna bocciatura del testo del belga. Nel tardo pomeriggio, Conte ha diffuso un video, ammettendo i problemi: «Siamo in una fase di stallo: si sta rivelando molto complicato, più complicato del previsto. Sono tante questioni su cui stiamo ancora discutendo che non riusciamo a sciogliere». E poi: «Ci stiamo confrontando duramente con l'Olanda e gli altri Paesi cosiddetti frugali, che mettono in discussione sia i sussidi che i prestiti. Poi ci sono aspetti procedurali sull'attuazione del programma. Dobbiamo trovare una sintesi, ma i provvedimenti che approviamo devono essere adeguati ed efficaci».La realtà è che nel teatro europeo, comprensibilmente, ciascuno difende con le unghie e con i denti il proprio interesse nazionale. E ogni leader - ciò che più conta - pensa ai propri elettori. Si pensi al caso olandese, dove ben quattro figure (il macronista Rutte, il democristiano ministro delle Finanze Wopke Hoekstra, più dall'opposizione il sovranista Geert Wilders e il conservatore Thierry Baudet) gareggiano a chi è più rigorista verso i Paesi mediterranei. Soltanto in Italia, da anni, ci si racconta la favola di un'Ue come un giardino d'infanzia dove tutti si vogliono bene. In ogni caso, la trattativa è proseguita e solo nelle prossime ore ne capiremo l'esito, anche perché i frugali - scandinavi più Austria in testa - sono tornati a chiedere una ancora più forte riduzione dei sussidi: sarebbe arrivato un documento comune in cui viene chiesto di tagliare i sussidi di 155 miliardi. E Michel sarebbe al lavoro su un nuovo documento. Un'altra lunga notte densa di incognite. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-in-panne-ammette-lo-stallo-verso-tagli-ai-sussidi-per-155-miliardi-2646433976.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-balletto-di-cifre-che-copre-il-vuoto" data-post-id="2646433976" data-published-at="1595115314" data-use-pagination="False"> Un balletto di cifre che copre il vuoto Parole, parole, parole. Se dovessimo descrivere la risposta dell'Unione europea alla pandemia basterebbero questi tre termini. E tanta, anzi troppa lentezza. Nel corso dei primi mesi di emergenza, da febbraio a maggio, dal punto di vista pratico la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen si è concentrata principalmente sui rimpatri dei cittadini Ue dalle zone più colpite dalla pandemia, oltre che sul tentativo di garantire l'approvvigionamento dei dispositivi di protezione. Ancora a fine febbraio, Bruxelles annunciava la creazione di un pacchetto di aiuti internazionali, a favore dell'Oms, pari ad appena 232 milioni di euro. Bisognerà attendere fino al 20 marzo per imbattersi nei primi atti concreti. È in quella data, infatti, che la Commissione propone ufficialmente l'attivazione della clausola generale di salvaguardia, che di fatto sospende il Patto di stabilità e crescita. Solo 20 giorni dopo, l'8 aprile, la von der Leyen annuncia la risposta globale dell'Ue alla pandemia, «finalizzata a gestire la crisi sanitaria immediata e a soddisfare le esigenze umanitarie che ne derivano». Dal punto di vista finanziario, le risorse messe in campo - pari a 15,6 miliardi di euro - risultano ancora decisamente insufficienti. Passa una settimana e, il 14 aprile, Bruxelles sblocca 2,7 miliardi tramite lo strumento di sostegno per l'emergenza dell'Ue. Nel frattempo, Eurogruppo e Consiglio rimangono impantanati per svariate settimane sulle misure da attuare. «Faremo tutto il necessario, e anche di più, per ripristinare la fiducia e sostenere una ripresa rapida», dichiarava il 16 marzo Mário Centeno, presidente della riunione dei ministri dell'Economia dell'Eurozona. Passa altro tempo, ma i leader non riescono a mettersi d'accordo. Si litiga soprattutto sugli eurobond, i titoli di Stato comuni che dovrebbero finalmente aprire la porta alla condivisione del debito. A seguito delle concitate riunioni esplorative dei primi di aprile, gli Eurobond lasciano la strada al Meccanismo europeo di stabilità «light» (cioè senza condizionalità, almeno sulla carta), che consta di prestiti fino al 2% del Pil da utilizzarsi solo per spese sanitarie. Uno strumento che, per timore dello stigma dei mercati, ancora nessun Paese - eccetto Cipro - ha dichiarato di voler utilizzare. Contestualmente, fa capolino con sempre maggiore insistenza la volontà di attivare il Recovery fund, un massiccio piano per sostenere la ripresa. Siamo allo spartiacque della risposta europea. A margine dell'Eurogruppo del 9 aprile, il ministro francese Bruno Le Maire parlava di «un piano del valore complessivo di 1.000 miliardi per far fronte all'emergenza coronavirus». Quando però il 18 maggio Emmanuel Macron e Angela Merkel annunciano l'iniziativa francotedesca, i miliardi per la ripresa sono diventati 500, dunque la metà di quanto annunciato da Le Maire. Passano dieci giorni, e la Commissione vara il progetto Next generation, di fatto un ampliamento del budget Ue pari a 750 miliardi di euro. E arriviamo così ai giorni nostri, durante i quali si discutono ancora forma e sostanza del Recovery fund. La propaganda di Bruxelles parla di complessivi 2.364 miliardi, ma in questa cifra è inclusa la quota di budget Ue (1.074 miliardi) ancora da negoziare, e le reti di protezione del lavoro (540 miliardi). La prima proposta del presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, prevedeva 500 miliardi di sovvenzioni e 250 di prestiti. Ma, complice l'opposizione dei Paesi «frugali», la «negobox» di Michel sarebbero stata rivoluzionata, facendo salire i prestiti a 450 miliardi e, d'altro canto, diminuire i sussidi a 300 miliardi. Una sola cosa è certa in questo balletto di cifre: sono passati quasi sei mesi - era il 30 gennaio - da quando l'Organizzazione mondiale della sanità ha lanciato l'allarme a livello globale, ma ancora nelle casse degli Stati dell'Ue non si è visto un euro.
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
La risoluzione impegna il governo ad «attivare interlocuzioni presso l’Ue volte al riconoscimento dell’eccezionalità della situazione in vista di una possibile attuazione della clausola di salvaguardia». Questa è una possibilità prevista dalle regole europee che consente agli Stati membri di sospendere temporaneamente i vincoli del Patto di Stabilità in caso di grave recessione economica nell’Eurozona e nell’Unione europea. Non si tratta comunque di misure unilaterali ed è sempre prevista l’autorizzazione da parte delle istituzioni Ue. Secondo il Codice di condotta sull’attuazione del Patto di Stabilità, in caso di attivazione delle clausole i Paesi con disavanzo eccessivo, che è il caso dell’Italia, non vedono sospese le regole fiscali ma possono ottenere una revisione del percorso di aggiustamento e una valutazione più flessibile da parte della Commissione Ue.
L’aggiornamento della risoluzione di maggioranza è un passo ulteriore e più forte rispetto al testo precedente dove c’era solo una generica richiesta alla Ue di una maggiore flessibilità nella gestione dei conti pubblici. La Camera ha approvato il testo con 180 voti favorevoli, 97 contrari e quattro astensioni (compreso il partito di Vannacci). Al Senato approvato con 96 sì e 60 no. La modifica è certamente il frutto di una pressione della Lega condotta in Parlamento da Alberto Bagnai e Claudio Borghi. «Il testo della risoluzione l’ho validato io quindi vuol dire che è stato condiviso», ha precisato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Da un lato la Lega spingeva per inserire un riferimento esplicito allo scostamento di bilancio, strumento che il governo non può e non vuole evocare apertamente per non irrigidire il non facile dialogo con Bruxelles, le clausole di salvaguardia tuttavia sono uno strumento concreto. La motivazione per invocarle è, come appare evidente, la situazione energetica seguita agli eventi bellici che si sono sviluppati a partire dal 28 febbraio, cioè dopo l’intervento americano in Iran. Una guerra che ha prodotto «un rilevante impatto asimmetrico sui costi energetici, in conseguenza di fattori al di fuori del controllo degli Stati dell’Unione», si legge nella risoluzione. D’altra parte la nuova governance europea prevede clausole di uscita in caso di circostanze eccezionali e in base alla risoluzione l’Italia deve intraprendere questa strada. Nel suo intervento al termine della discussione generale sul Dfp, il ministro Giorgetti aveva detto: «È molto difficile da sostenere, quantomeno politicamente, una clausola escape che preveda la possibilità di non considerare ai fini del Patto le spese per la difesa e invece le escluda per gli interventi in favore di famiglie e imprese per l’energia. C’è un’incongruenza logica che continueremo a ribadire».
La questione è chiara: da un lato l’esigenza di mettere in campo misure per evitare che l’impatto del conflitto in Medio Oriente si propaghi nel nostro Paese alla struttura dei prezzi, generando inflazione e quindi comprimendo il potere d’acquisto dei cittadini; dall’altro ci sono gli spazi assai limitati di finanza pubblica in un Paese come l’Italia fortemente indebitato, con un rapporto tra lo stock del debito e il Pil che nel 2025 è stato del 137,1% e che è dato in crescita nel 2026.
Nel corso del dibattito parlamentare il ministro Giorgetti aveva sottolineato come un Paese «fortemente indebitato non sia totalmente libero e ha un vincolo che non si può ignorare». La clausola invocata potrebbe essere il percorso giusto in questa fase in base a come andrà l’interlocuzione con l’Unione europea.
Intanto il governo si avvicina alla data di domani, 2 maggio, quando diventerà il secondo più longevo della storia repubblicana sorpassando il Berlusconi quater (2008-2011), di cui peraltro Giorgia Meloni faceva parte come ministro della Gioventù.
Continua a leggereRiduci
Via libera del Consiglio dei ministri al piano casa e al ddl sugli sgomberi. Il premier Giorgia Meloni annuncia fino a 100.000 alloggi in 10 anni e procedure più rapide per liberare gli immobili occupati abusivamente.
Il governo accelera sul fronte abitativo e della legalità. Al termine del Consiglio dei ministri, il premier Giorgia Meloni ha illustrato i contenuti del piano casa, definito «ambizioso», con l’obiettivo di mettere a disposizione fino a 100.000 alloggi tra edilizia popolare e soluzioni a canone calmierato nell’arco di un decennio.
Il progetto prevede uno stanziamento pubblico fino a 10 miliardi di euro, destinato a generare un effetto moltiplicatore grazie al coinvolgimento di capitali privati. Tra le priorità anche il recupero di circa 60mila immobili oggi non assegnabili perché in condizioni non adeguate. Parallelamente, l’esecutivo ha approvato un disegno di legge con dichiarazione d’urgenza sugli sgomberi, con l’obiettivo di rendere più rapide ed efficaci le procedure per liberare gli immobili occupati abusivamente. Una misura che punta a rafforzare la tutela della proprietà e a velocizzare gli interventi sul territorio.
Continua a leggereRiduci
«Roma e Milano», ha evidenziato il presidente del Consiglio, «sono tra le città europee dove è più difficile acquistare casa: 16 a Roma, 13 a Milano sono i metri quadri di abitazione che un giovane può permettersi se destina un terzo del suo stipendio al pagamento di un prestito a 30 anni a tasso fisso. E quindi capiamo che un problema c’è. Non riguarda esclusivamente le città, perché il problema esiste ovunque».
E visto che c’è un problema che riguarda giovani, famiglie e anziani, il governo è intervenuto con un provvedimento «corposo» che poggia su tre pilastri. Il primo riguarda l’edilizia residenziale popolare e prevede di impiegare inizialmente non meno di 1,7 miliardi per ristrutturare alloggi pubblici che in questo momento non sono «agibili» e quindi restano fuori dalla graduatorie. Quanti? «L’obiettivo», ha sottolineato il vicepremier Matteo Salvini, «è recuperare entro un anno dall’approvazione del decreto 60.000 appartamenti ad oggi non assegnati perché fuori norma, perché occupati abusivamente, perché non hanno gli infissi ecc. in tutte le regioni italiane, con un costo medio per appartamento fra i 15 e i 20.000 euro».
Ma non ci sono solo i soldi. Perché a breve verrà nominato un commissario che avrà il compito di «facilitare» tutte le procedure. Il secondo pilastro invece prevede la nascita di uno strumento finanziario in capo a Invimit nel quale confluiranno le risorse finanziarie sia nazionali che europee destinate all’housing sociale e all’emergenza abitativa e che saranno ripartite tra i vari livelli di governo. Poi c’è la terza gamba, quella che fa perno sui privati, affiancati dalla mano pubblica che vede come protagonista Cassa Depositi e Prestiti, Confindustria e la rete del Real Estate guidata dal manager Mario Abbadessa.
Risorse che dovrebbero aggiungersi ai 10 miliardi di cui parla la Meloni. Secondo quanto risulta alla Verità sarà costituito un fondo immobiliare chiuso che oltre a Cdp (che investirà più di 400 milioni per avere un ruolo soprattutto di supervisione) coinvolgerà anche Mubadala (il fondo sovrano di Abu Dhabi che metterà sul piatto 1 miliardo per poi accrescere la sua partecipazione) e quasi sicuramente anche il fondo sovrano del Kuwait (Kia). E sempre dal Golfo Persico potrebbero arrivare altre sorprese. Anche per la creazione della terza gamba del piano casa il ruolo e i rapporti internazionali della Meloni (pensiamo al bilaterale di dicembre con l’Emiro del Kuwait Misha’al Al-Ahmad Al-Sabah e all’incontro di gennaio con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan) sono stati fondamentali.
I fondi sovrani puntano a un ritorno certo, ma va ricordato che nel piano di Cdp e Abbadessa avranno un ruolo importante le più grandi casse di previdenza del Paese, soggetti che per loro natura hanno una visione poco speculativa (Enpam, Cassa Forense, Inarcassa, Cnpadc ed Enasarco).
Si parla di una potenza di fuco (a leva) di circa 20 miliardi.
Anche per il terzo pilastro è prevista la nomina di un commissario alla semplificazione, ma come ha spiegato la Meloni, «lo Stato assicura al privato che vuole investire semplificazioni burocratiche, e procedure veloci, ma in cambio il privato dovrà garantire su 100 alloggi che costruisce che 70 siano di edilizia convenzionata. Un prezzo di affitto scontato di almeno il 33% rispetto al costo di mercato, ma speriamo che si possa fare anche meglio».
Sono essenziali per la riuscita del piano anche altre operazioni. Lo stesso presidente del Consiglio ha sottolineato come per la parte di edilizia a prezzi calmierati sia previsto il dimezzamento di tutti gli oneri dei notai: «Significa», ha spiegato, «dimezzare il costo dell’atto di compravendita, del mutuo, della locazione». Così come sarà centrale l’approvazione del disegno di legge con la dichiarazione d’urgenza sul tema degli sgomberi. Un pacchetto di misure per rendere più efficace e veloce la liberazione degli immobili occupati abusivamente intervenendo sulle procedure di notifica di esecuzione dello sfratto, sui tempi per le esecuzioni e sulla procedura accelerata e di urgenza per ottenere in via giudiziale il titolo esecutivo e quindi il rilascio dell’immobile.
Occhio infine al meccanismo del rent to buy. «C’è per l’edilizia sociale la formula innovativa del rent to buy. Cioè», ha insistito Salvini, «non si paga più a vuoto l’affitto di una lunga locazione perché dopo un tot di anni puoi andare a riscattare quell’immobile. Quindi non è più un affitto ma è un anticipo diluito nel tempo dell’acquisto». A cui si aggiunge anche un «aiuto per i prossimi tre anni dedicato esclusivamente ai genitori separati di 400-500 euro al mese». Mostrano apprezzamento le parti sociali. «Come Confindustria Assoimmobiliare», commenta per esempio il presidente Davide Albertini Petroni, «apprezziamo il forte impegno che Meloni, Salvini e Foti hanno dedicato all’emergenza abitativa, oggi tra le principali urgenze sociali del Paese».
Tutto bellissimo nella pratica, ora arriva il difficile: mettere il piano casa a terra.
Continua a leggereRiduci
Silvia Salis (Getty Images)
«A Rimini», racconta Massimo Cortesi, responsabile della comunicazione dell’Associazione nazionale Alpini e direttore del mensile nazionale L’Alpino, «siamo stati preceduti da alcuni manifesti che dicevano: “Alpino molesto se mi tocchi ti calpesto”. È in quell’occasione che, per la prima volta, siamo stati travolti da accuse di questo tipo. Tutti hanno raccontato quello che alcuni di noi avrebbero fatto quella volta, ma nessuno, o quasi, ha detto che poi abbiamo creato un sito contro le molestie e prodotto un manuale di consapevolezza. Rigettiamo ogni tipo di comportamento scorretto nei confronti delle donne. Questo genere di cose non ha nulla a che fare con noi».
Stesso copione anche a Genova, dove si terrà la prossima adunata. Non una di meno ha subito pubblicato dei post contro le penne nere, paragonandoli a dei molestatori che coltivano la cultura machista. «Si tratta di un movimento che esiste solo online, senza segreteria e senza un vero e proprio consiglio», prosegue Cortesi. «Ci aveva già preso di mira durante l’adunata del 2018 a Trento». Polemica chiusa, quindi. Anche se il responsabile comunicazione dell’Ana ci tiene ad aggiungere: «Avere come bersaglio la nostra associazione è l’ideale perché abbiamo un’immagine molto positiva. Sparare sugli alpini provoca sempre molto rumore». Cortesi precisa poi una cosa: «Capisco che i genovesi siano a disagio per il fatto che siano state chiuse le scuole e i parchi, ma è una decisione che ha preso il Comune, senza che noi facessimo alcuna richiesta in questo senso. Lo ripeto: capisco che le famiglie potranno risentire della nostra presenza perché hanno i bambini a casa per due giorni. Lo comprendo. Ma non è né una decisione né una richiesta fatta dagli alpini». Anzi... Con un certo orgoglio, Cortesi ricorda un fatto: «Nel 2019, durante l’adunata di Milano, il sindaco Beppe Sala ci chiese quando saremmo tornati visto che avevamo lasciato i parchi in cui eravamo stati meglio di come li avevamo trovati».
A Genova però non è così. A dominare, almeno per il momento, sono le polemiche. Del resto la richiesta di ospitare l’adunata dell’Associazione nazionale Alpini era stata fatta tanto tempo fa, quando il sindaco era un altro, Marco Bucci, certamente più vicino al sentire degli Alpini rispetto a Silvia Salis. «Ai cittadini che protestano per i disagi», precisa Cortesi, «bisogna ricordare che l’adunata a Genova è stata chiesta certamente dalla nostra sezione locale, ma anche dal Comune e dalla Regione. E che portiamo sempre un introito significativo nelle casse delle città in cui passiamo. Mi sorprende che», prosegue poi il responsabile della comunicazione dell’Ana, «il Comune abbia celebrato il 25 aprile e poi abbia voltato le spalle agli Alpini, a cui sono state concesse 62 medaglie al valor militare durante la Resistenza. Non è una critica, ma bisogna dire che il confronto politico è scaduto. Gli interessi di una parte, in questo caso, sono prevalsi sull’oggettività».
Anche perché su queste adunate c’è un grande errore di fondo. Spesso si pensa che abbiano a che fare con il mondo militare o, peggio ancora, con la guerra. Ma non è così. L’Associazione nazionale alpini ha come obiettivo, grazie ai suoi volontari, quello di assistere chi si trova in difficoltà. Certo, l’Ana è una associazione di volontari che hanno in comune l’aver prestato servizio di leva nei reparti alpini, ma che poi hanno continuato tutta la vita in professioni diverse, in ogni campo. Che più che alla guerra pensano alla pace. Del resto, i motti delle ultime adunate sono stati «Il sogno di pace degli alpini» e «Alpini portatori di pace». Quest’anno invece il motto dell’adunata sarà «Un faro per il futuro d’Italia». Anche in questo caso i conflitti non c’entrano: «Vogliamo puntare su solidarietà, condivisione e disponibilità nei confronti degli altri. Come associazione nazionale alpini facciamo memoria degli uomini travolti dalle guerre, quindi delle vittime. Uno dei nostri motti è: “Noi onoriamo i morti aiutando i vivi”. Realizziamo opere a favore di tutti. Dove c’è un’emergenza arriviamo. Abbiamo fatto strutture in tutto il mondo per aiutare le persone», spiega Cortesi.
C’è poi un’altra questione, quella delle polemiche relative alla richiesta dell’Ana di Udine di evitare che la sfilata degli alpini fosse in concomitanza con il gay pride: «La sezione lo ha chiesto perché sono due manifestazioni talmente diverse che sarebbe meglio farle in giorni diversi. Udine non è una città assediata dagli eventi e quindi ci sono date e spazi per tutti».
Sia come sia, un fatto è certo: gli alpini piacciono a gran parte degli italiani. Sia perché ne riconoscono il valore nelle emergenze, sia perché guardando a quelle penne nere si ricordano dei giovani costretti a stare per anni in montagna, senza nulla con sé. Con solo qualche canto malinconico che racconta di ragazze perdute e di una guerra che non volevano fare. O della campagna di Russia, da cui i più non ritornarono, per parafrasare il titolo di un bel libro di Eugenio Corti. O di capitani che chiedevano che il loro corpo venisse spartito. Un po’ alla patria e al battaglione, un po’ alla mamma e al primo amore. E, infine, alle montagne «Ché lo fioriscano di rose e fior».
Continua a leggereRiduci