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2020-07-19
Conte in panne ammette lo stallo. Verso tagli ai sussidi per 155 miliardi
Giuseppe Conte e Ursula von der Leyen (Ansa)
Mentre questo giornale va in stampa, si prepara un'altra lunga notte a Bruxelles. Intanto ieri, per diverse ore, c'è chi ha provato a presentare una doccia fredda, anzi gelida, come un bagno caldo per l'Italia: ma, purtroppo, la differenza tra le due cose resta abissale. Ieri di buon mattino, dopo il nulla di fatto del giorno prima e dopo una nottata di contatti (senza l'olandese Mark Rutte), la giornata a Bruxelles è ripresa con un pre vertice a sette. Presenti il presidente del Consiglio europeo, il belga Charles Michel, Ursula von der Leyen, Angela Merkel, Emmanuel Macron, Pedro Sánchez, Giuseppe Conte e stavolta anche Rutte.
Ed è lì che è arrivata la doccia fredda, quando Michel, per tentare di sbloccare la situazione, ha proposto un altro pacchetto, concepito nella direzione pro frugali. Altro che mediazione. Ecco i tre punti qualificanti: più rebates (cioè più sconti, più rimborsi rispetto al prossimo bilancio pluriennale europeo a favore di svariati Paesi del Nord); taglio di 50 miliardi della parte di Recovery fund da destinare ai sussidi (quindi la porzione più vantaggiosa è scesa da 500 a 450 miliardi, facendo salire i prestiti da 250 a 300: ad aprile si parlava di un pacchetto da 1.500 miliardi complessivi…); e soprattutto (la parte più umiliante per noi), un «emergency brake», un superfreno d'emergenza molto somigliante al diritto di veto invocato il giorno prima dall'Olanda.
In questo scenario, non solo il Consiglio europeo dovrebbe approvare i singoli Recovery plan nazionali (una sorta di correzione preliminare del compito in classe, per usare un linguaggio scolastico), ma poi vi sarebbe anche un monitoraggio sull'attuazione dei piani nazionali da parte della Commissione (idea - questa - accettata da tutti), e soprattutto (ecco invece il punto più grave) anche un singolo Paese potrebbe contestare una misura adottata da un altro Paese, bloccando l'erogazione dei fondi e imponendo una pronuncia da parte del Consiglio (con necessaria unanimità).
Il film è fin troppo facile da immaginare, e potrebbe solo aggravarsi con l'avvicinarsi della campagna elettorale in Olanda (o in un altro Paese nordico). L'Italia conferma l'esperimento di quota 100? L'olandese porta tutti dal preside, per restare alla metafora scolastica. L'Italia decide un abbassamento di tasse? Stessa storia. L'Italia assume degli insegnanti? Altro contenzioso europeo. Di tutta evidenza, cioè, si finirebbe per sottoporre ogni scelta economica rilevante alla contestazione politica di un altro Paese, e in ultima analisi alla decisione (politica, e dunque discrezionale, degli altri 26 partner europei). Un vero e proprio commissariamento, oltre che la negazione di qualunque strategia di lungo periodo di politica economica nazionale, visto che chiunque in Ue potrebbe mettere i bastoni tra le ruote. Ovvia la soddisfazione dal fronte olandese: «Un passo nella direzione giusta».
In quegli stessi minuti, pure gli spifferi fatti circolare dall'entourage di Giuseppe Conte hanno dato più che altro il senso di un possibile cedimento italiano, malamente mascherato da qualche dichiarazione roboante (ma vaga) sul fisco olandese: «L'Italia ha deciso di affrontare un percorso di riforme che le consentano di correre ma pretenderà una seria politica fiscale comune, in modo da affrontare una volta per tutte surplus commerciali e dumping fiscali». Poi, però, alla domanda di controprova, quando si è chiesto alle fonti che avevano diffuso questa dichiarazione se Conte avesse inteso respingere la proposta di Charles Michel, la risposta è stata che il premier italiano aveva fatto un «discorso ampio». Come dire: nessuna bocciatura del testo del belga.
Nel tardo pomeriggio, Conte ha diffuso un video, ammettendo i problemi: «Siamo in una fase di stallo: si sta rivelando molto complicato, più complicato del previsto. Sono tante questioni su cui stiamo ancora discutendo che non riusciamo a sciogliere». E poi: «Ci stiamo confrontando duramente con l'Olanda e gli altri Paesi cosiddetti frugali, che mettono in discussione sia i sussidi che i prestiti. Poi ci sono aspetti procedurali sull'attuazione del programma. Dobbiamo trovare una sintesi, ma i provvedimenti che approviamo devono essere adeguati ed efficaci».
La realtà è che nel teatro europeo, comprensibilmente, ciascuno difende con le unghie e con i denti il proprio interesse nazionale. E ogni leader - ciò che più conta - pensa ai propri elettori. Si pensi al caso olandese, dove ben quattro figure (il macronista Rutte, il democristiano ministro delle Finanze Wopke Hoekstra, più dall'opposizione il sovranista Geert Wilders e il conservatore Thierry Baudet) gareggiano a chi è più rigorista verso i Paesi mediterranei. Soltanto in Italia, da anni, ci si racconta la favola di un'Ue come un giardino d'infanzia dove tutti si vogliono bene.
In ogni caso, la trattativa è proseguita e solo nelle prossime ore ne capiremo l'esito, anche perché i frugali - scandinavi più Austria in testa - sono tornati a chiedere una ancora più forte riduzione dei sussidi: sarebbe arrivato un documento comune in cui viene chiesto di tagliare i sussidi di 155 miliardi. E Michel sarebbe al lavoro su un nuovo documento. Un'altra lunga notte densa di incognite.
Un balletto di cifre che copre il vuoto
Parole, parole, parole. Se dovessimo descrivere la risposta dell'Unione europea alla pandemia basterebbero questi tre termini. E tanta, anzi troppa lentezza. Nel corso dei primi mesi di emergenza, da febbraio a maggio, dal punto di vista pratico la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen si è concentrata principalmente sui rimpatri dei cittadini Ue dalle zone più colpite dalla pandemia, oltre che sul tentativo di garantire l'approvvigionamento dei dispositivi di protezione. Ancora a fine febbraio, Bruxelles annunciava la creazione di un pacchetto di aiuti internazionali, a favore dell'Oms, pari ad appena 232 milioni di euro. Bisognerà attendere fino al 20 marzo per imbattersi nei primi atti concreti. È in quella data, infatti, che la Commissione propone ufficialmente l'attivazione della clausola generale di salvaguardia, che di fatto sospende il Patto di stabilità e crescita. Solo 20 giorni dopo, l'8 aprile, la von der Leyen annuncia la risposta globale dell'Ue alla pandemia, «finalizzata a gestire la crisi sanitaria immediata e a soddisfare le esigenze umanitarie che ne derivano». Dal punto di vista finanziario, le risorse messe in campo - pari a 15,6 miliardi di euro - risultano ancora decisamente insufficienti. Passa una settimana e, il 14 aprile, Bruxelles sblocca 2,7 miliardi tramite lo strumento di sostegno per l'emergenza dell'Ue.
Nel frattempo, Eurogruppo e Consiglio rimangono impantanati per svariate settimane sulle misure da attuare. «Faremo tutto il necessario, e anche di più, per ripristinare la fiducia e sostenere una ripresa rapida», dichiarava il 16 marzo Mário Centeno, presidente della riunione dei ministri dell'Economia dell'Eurozona. Passa altro tempo, ma i leader non riescono a mettersi d'accordo. Si litiga soprattutto sugli eurobond, i titoli di Stato comuni che dovrebbero finalmente aprire la porta alla condivisione del debito. A seguito delle concitate riunioni esplorative dei primi di aprile, gli Eurobond lasciano la strada al Meccanismo europeo di stabilità «light» (cioè senza condizionalità, almeno sulla carta), che consta di prestiti fino al 2% del Pil da utilizzarsi solo per spese sanitarie. Uno strumento che, per timore dello stigma dei mercati, ancora nessun Paese - eccetto Cipro - ha dichiarato di voler utilizzare. Contestualmente, fa capolino con sempre maggiore insistenza la volontà di attivare il Recovery fund, un massiccio piano per sostenere la ripresa.
Siamo allo spartiacque della risposta europea. A margine dell'Eurogruppo del 9 aprile, il ministro francese Bruno Le Maire parlava di «un piano del valore complessivo di 1.000 miliardi per far fronte all'emergenza coronavirus». Quando però il 18 maggio Emmanuel Macron e Angela Merkel annunciano l'iniziativa francotedesca, i miliardi per la ripresa sono diventati 500, dunque la metà di quanto annunciato da Le Maire. Passano dieci giorni, e la Commissione vara il progetto Next generation, di fatto un ampliamento del budget Ue pari a 750 miliardi di euro.
E arriviamo così ai giorni nostri, durante i quali si discutono ancora forma e sostanza del Recovery fund. La propaganda di Bruxelles parla di complessivi 2.364 miliardi, ma in questa cifra è inclusa la quota di budget Ue (1.074 miliardi) ancora da negoziare, e le reti di protezione del lavoro (540 miliardi). La prima proposta del presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, prevedeva 500 miliardi di sovvenzioni e 250 di prestiti. Ma, complice l'opposizione dei Paesi «frugali», la «negobox» di Michel sarebbero stata rivoluzionata, facendo salire i prestiti a 450 miliardi e, d'altro canto, diminuire i sussidi a 300 miliardi. Una sola cosa è certa in questo balletto di cifre: sono passati quasi sei mesi - era il 30 gennaio - da quando l'Organizzazione mondiale della sanità ha lanciato l'allarme a livello globale, ma ancora nelle casse degli Stati dell'Ue non si è visto un euro.
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Il premier confessa: «Situazione più difficile del previsto». Poi arriva la controproposta dei Paesi frugali. Vincoli soffocanti: ogni Stato avrebbe il diritto di bocciare le politiche interne altrui. Trattativa nella notte.Tutti ne hanno sparata una diversa: dai 1.000 miliardi di aiuti annunciati da Parigi, fino a somme sempre più basse. L'unica certezza è che non si è ancora visto niente.Lo speciale contiene due articoli.Mentre questo giornale va in stampa, si prepara un'altra lunga notte a Bruxelles. Intanto ieri, per diverse ore, c'è chi ha provato a presentare una doccia fredda, anzi gelida, come un bagno caldo per l'Italia: ma, purtroppo, la differenza tra le due cose resta abissale. Ieri di buon mattino, dopo il nulla di fatto del giorno prima e dopo una nottata di contatti (senza l'olandese Mark Rutte), la giornata a Bruxelles è ripresa con un pre vertice a sette. Presenti il presidente del Consiglio europeo, il belga Charles Michel, Ursula von der Leyen, Angela Merkel, Emmanuel Macron, Pedro Sánchez, Giuseppe Conte e stavolta anche Rutte. Ed è lì che è arrivata la doccia fredda, quando Michel, per tentare di sbloccare la situazione, ha proposto un altro pacchetto, concepito nella direzione pro frugali. Altro che mediazione. Ecco i tre punti qualificanti: più rebates (cioè più sconti, più rimborsi rispetto al prossimo bilancio pluriennale europeo a favore di svariati Paesi del Nord); taglio di 50 miliardi della parte di Recovery fund da destinare ai sussidi (quindi la porzione più vantaggiosa è scesa da 500 a 450 miliardi, facendo salire i prestiti da 250 a 300: ad aprile si parlava di un pacchetto da 1.500 miliardi complessivi…); e soprattutto (la parte più umiliante per noi), un «emergency brake», un superfreno d'emergenza molto somigliante al diritto di veto invocato il giorno prima dall'Olanda. In questo scenario, non solo il Consiglio europeo dovrebbe approvare i singoli Recovery plan nazionali (una sorta di correzione preliminare del compito in classe, per usare un linguaggio scolastico), ma poi vi sarebbe anche un monitoraggio sull'attuazione dei piani nazionali da parte della Commissione (idea - questa - accettata da tutti), e soprattutto (ecco invece il punto più grave) anche un singolo Paese potrebbe contestare una misura adottata da un altro Paese, bloccando l'erogazione dei fondi e imponendo una pronuncia da parte del Consiglio (con necessaria unanimità). Il film è fin troppo facile da immaginare, e potrebbe solo aggravarsi con l'avvicinarsi della campagna elettorale in Olanda (o in un altro Paese nordico). L'Italia conferma l'esperimento di quota 100? L'olandese porta tutti dal preside, per restare alla metafora scolastica. L'Italia decide un abbassamento di tasse? Stessa storia. L'Italia assume degli insegnanti? Altro contenzioso europeo. Di tutta evidenza, cioè, si finirebbe per sottoporre ogni scelta economica rilevante alla contestazione politica di un altro Paese, e in ultima analisi alla decisione (politica, e dunque discrezionale, degli altri 26 partner europei). Un vero e proprio commissariamento, oltre che la negazione di qualunque strategia di lungo periodo di politica economica nazionale, visto che chiunque in Ue potrebbe mettere i bastoni tra le ruote. Ovvia la soddisfazione dal fronte olandese: «Un passo nella direzione giusta». In quegli stessi minuti, pure gli spifferi fatti circolare dall'entourage di Giuseppe Conte hanno dato più che altro il senso di un possibile cedimento italiano, malamente mascherato da qualche dichiarazione roboante (ma vaga) sul fisco olandese: «L'Italia ha deciso di affrontare un percorso di riforme che le consentano di correre ma pretenderà una seria politica fiscale comune, in modo da affrontare una volta per tutte surplus commerciali e dumping fiscali». Poi, però, alla domanda di controprova, quando si è chiesto alle fonti che avevano diffuso questa dichiarazione se Conte avesse inteso respingere la proposta di Charles Michel, la risposta è stata che il premier italiano aveva fatto un «discorso ampio». Come dire: nessuna bocciatura del testo del belga. Nel tardo pomeriggio, Conte ha diffuso un video, ammettendo i problemi: «Siamo in una fase di stallo: si sta rivelando molto complicato, più complicato del previsto. Sono tante questioni su cui stiamo ancora discutendo che non riusciamo a sciogliere». E poi: «Ci stiamo confrontando duramente con l'Olanda e gli altri Paesi cosiddetti frugali, che mettono in discussione sia i sussidi che i prestiti. Poi ci sono aspetti procedurali sull'attuazione del programma. Dobbiamo trovare una sintesi, ma i provvedimenti che approviamo devono essere adeguati ed efficaci».La realtà è che nel teatro europeo, comprensibilmente, ciascuno difende con le unghie e con i denti il proprio interesse nazionale. E ogni leader - ciò che più conta - pensa ai propri elettori. Si pensi al caso olandese, dove ben quattro figure (il macronista Rutte, il democristiano ministro delle Finanze Wopke Hoekstra, più dall'opposizione il sovranista Geert Wilders e il conservatore Thierry Baudet) gareggiano a chi è più rigorista verso i Paesi mediterranei. Soltanto in Italia, da anni, ci si racconta la favola di un'Ue come un giardino d'infanzia dove tutti si vogliono bene. In ogni caso, la trattativa è proseguita e solo nelle prossime ore ne capiremo l'esito, anche perché i frugali - scandinavi più Austria in testa - sono tornati a chiedere una ancora più forte riduzione dei sussidi: sarebbe arrivato un documento comune in cui viene chiesto di tagliare i sussidi di 155 miliardi. E Michel sarebbe al lavoro su un nuovo documento. Un'altra lunga notte densa di incognite. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-in-panne-ammette-lo-stallo-verso-tagli-ai-sussidi-per-155-miliardi-2646433976.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-balletto-di-cifre-che-copre-il-vuoto" data-post-id="2646433976" data-published-at="1595115314" data-use-pagination="False"> Un balletto di cifre che copre il vuoto Parole, parole, parole. Se dovessimo descrivere la risposta dell'Unione europea alla pandemia basterebbero questi tre termini. E tanta, anzi troppa lentezza. Nel corso dei primi mesi di emergenza, da febbraio a maggio, dal punto di vista pratico la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen si è concentrata principalmente sui rimpatri dei cittadini Ue dalle zone più colpite dalla pandemia, oltre che sul tentativo di garantire l'approvvigionamento dei dispositivi di protezione. Ancora a fine febbraio, Bruxelles annunciava la creazione di un pacchetto di aiuti internazionali, a favore dell'Oms, pari ad appena 232 milioni di euro. Bisognerà attendere fino al 20 marzo per imbattersi nei primi atti concreti. È in quella data, infatti, che la Commissione propone ufficialmente l'attivazione della clausola generale di salvaguardia, che di fatto sospende il Patto di stabilità e crescita. Solo 20 giorni dopo, l'8 aprile, la von der Leyen annuncia la risposta globale dell'Ue alla pandemia, «finalizzata a gestire la crisi sanitaria immediata e a soddisfare le esigenze umanitarie che ne derivano». Dal punto di vista finanziario, le risorse messe in campo - pari a 15,6 miliardi di euro - risultano ancora decisamente insufficienti. Passa una settimana e, il 14 aprile, Bruxelles sblocca 2,7 miliardi tramite lo strumento di sostegno per l'emergenza dell'Ue. Nel frattempo, Eurogruppo e Consiglio rimangono impantanati per svariate settimane sulle misure da attuare. «Faremo tutto il necessario, e anche di più, per ripristinare la fiducia e sostenere una ripresa rapida», dichiarava il 16 marzo Mário Centeno, presidente della riunione dei ministri dell'Economia dell'Eurozona. Passa altro tempo, ma i leader non riescono a mettersi d'accordo. Si litiga soprattutto sugli eurobond, i titoli di Stato comuni che dovrebbero finalmente aprire la porta alla condivisione del debito. A seguito delle concitate riunioni esplorative dei primi di aprile, gli Eurobond lasciano la strada al Meccanismo europeo di stabilità «light» (cioè senza condizionalità, almeno sulla carta), che consta di prestiti fino al 2% del Pil da utilizzarsi solo per spese sanitarie. Uno strumento che, per timore dello stigma dei mercati, ancora nessun Paese - eccetto Cipro - ha dichiarato di voler utilizzare. Contestualmente, fa capolino con sempre maggiore insistenza la volontà di attivare il Recovery fund, un massiccio piano per sostenere la ripresa. Siamo allo spartiacque della risposta europea. A margine dell'Eurogruppo del 9 aprile, il ministro francese Bruno Le Maire parlava di «un piano del valore complessivo di 1.000 miliardi per far fronte all'emergenza coronavirus». Quando però il 18 maggio Emmanuel Macron e Angela Merkel annunciano l'iniziativa francotedesca, i miliardi per la ripresa sono diventati 500, dunque la metà di quanto annunciato da Le Maire. Passano dieci giorni, e la Commissione vara il progetto Next generation, di fatto un ampliamento del budget Ue pari a 750 miliardi di euro. E arriviamo così ai giorni nostri, durante i quali si discutono ancora forma e sostanza del Recovery fund. La propaganda di Bruxelles parla di complessivi 2.364 miliardi, ma in questa cifra è inclusa la quota di budget Ue (1.074 miliardi) ancora da negoziare, e le reti di protezione del lavoro (540 miliardi). La prima proposta del presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, prevedeva 500 miliardi di sovvenzioni e 250 di prestiti. Ma, complice l'opposizione dei Paesi «frugali», la «negobox» di Michel sarebbero stata rivoluzionata, facendo salire i prestiti a 450 miliardi e, d'altro canto, diminuire i sussidi a 300 miliardi. Una sola cosa è certa in questo balletto di cifre: sono passati quasi sei mesi - era il 30 gennaio - da quando l'Organizzazione mondiale della sanità ha lanciato l'allarme a livello globale, ma ancora nelle casse degli Stati dell'Ue non si è visto un euro.
Benjamin Netanyahu (Ansa)
Il vicecomandante della marina delle Guardie rivoluzionarie, Saeed Siahsarani, ha dichiarato all’agenzia Irna che «il campo di battaglia e lo Stretto di Hormuz sono sotto il controllo dell’Iran». L’ufficiale ha avvertito che Teheran non consentirà alcuna operazione americana contro il territorio iraniano e ha minacciato direttamente Washington. «Non permetteremo che venga portato via nemmeno un granello di polvere dal nostro Paese», ha affermato, sostenendo inoltre che nessuna petroliera possa attraversare Hormuz senza il consenso iraniano. Secondo Siahsarani, un eventuale errore degli Stati Uniti trasformerebbe il Golfo Persico «nel più grande cimitero acquatico per le forze americane». Nel frattempo gli Stati Uniti hanno aumentato la pressione economica contro i Pasdaran. Il Dipartimento di Stato ha annunciato una ricompensa fino a 15 milioni di dollari per informazioni sulle spedizioni petrolifere collegate al corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche e alle reti che ne sostengono il commercio clandestino.
Sul piano diplomatico emergono intanto nuovi dettagli sui contatti tra Washington e Pechino. Secondo l’agenzia giapponese Kyodo News, il segretario di Stato americano Marco Rubio e il ministro degli Esteri cinese Wang Yi avrebbero concordato, durante una telefonata avvenuta ad aprile, di non permettere a nessun Paese di imporre pedaggi o restrizioni al traffico nello Stretto di Hormuz. Nelle ultime ore Wang Yi ha inoltre chiesto al Pakistan di intensificare il ruolo di mediazione tra Iran e Stati Uniti, assicurando il sostegno della Cina agli sforzi diplomatici di Islamabad. Donald Trump continua però a mantenere toni duri. Prima della partenza per la Cina il presidente americano ha dichiarato che con l’Iran «si farà un buon accordo, in un modo o nell’altro», precisando però che Washington non avrebbe bisogno dell’aiuto cinese per gestire la crisi.
Dietro le dichiarazioni pubbliche della Casa Bianca emergono però valutazioni differenti da parte dell’intelligence statunitense. Trump continua infatti a sostenere che l’Iran sarebbe stato «annientato», senza una marina efficiente, con un’aviazione quasi distrutta e scorte missilistiche ridotte al minimo. Secondo le informazioni riservate presentate ai membri del Congresso durante briefing a porte chiuse, la situazione sarebbe invece diversa: Teheran manterrebbe ancora significative capacità missilistiche e continuerebbe a rappresentare una seria minaccia regionale. L’Iran punta inoltre a utilizzare il controllo dello Stretto di Hormuz come leva economica e strategica. Il portavoce dell’esercito iraniano Mohammad Akraminia ha dichiarato che la gestione della rotta marittima potrebbe produrre «importanti» benefici economici per Teheran, arrivando persino a raddoppiare i proventi petroliferi del Paese e rafforzandone il peso internazionale. Attraverso Hormuz transita circa il 20% del petrolio mondiale e il blocco parziale del traffico ha già provocato forti tensioni sui mercati energetici. Per Teheran, una parte dello stretto sarebbe controllata dai Pasdaran mentre la sezione orientale sarebbe sotto supervisione della marina regolare. Secondo Nbc News, l’operazione americana contro l’Iran potrebbe cambiare nome da «Epic Fury» a «Sledgehammer» («Martello da demolizione») se il cessate il fuoco fallisse e Donald Trump ordinasse una nuova offensiva senza passare dal Congresso.
Intanto Benjamin Netanyahu ha rivelato di aver compiuto una visita segreta negli Emirati Arabi Uniti durante la guerra, incontrando il presidente Mohamed bin Zayed Al Nahyan.
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L’inquilino della Casa Bianca, che è stato accolto in serata all’aeroporto di Pechino in pompa magna dal vicepresidente cinese Han Zheng, ha infatti portato con sé i Ceo di varie aziende, tra cui: Elon Musk (SpaceX), Tim Cook (Apple), Larry Fink (BlackRock), David Solomon (Goldman Sach), Stephen Schwarzman (Blackstone), Kelly Ortberg (Boeing) e Ryan McInerney (Visa), Jensen Huang (Nvidia). Il titolo di quest’ultima ha peraltro superato la soglia dei 5.500 miliardi di dollari: ora vale più dell’intero prodotto interno lordo annuo di ogni nazione sulla Terra, ad eccezione di Stati Uniti e Cina.
La visita del presidente americano è particolarmente delicata. L’anno scorso, Washington e Pechino hanno siglato una tregua commerciale. E proprio il commercio si avvia a essere un tema decisivo nell’incontro tra i due presidenti. Non a caso, ieri, a Seul, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha avuto dei colloqui «franchi, approfonditi e costruttivi» in materia con il vicepremier cinese, He Lifeng. Tuttavia, i nodi sul tavolo restano numerosi. E ciascuno dei due presidenti ha i suoi obiettivi. Trump punta a far sì che la Cina accetti di acquistare aeromobili e ingenti quantitativi di prodotti agricoli: in vista delle Midterm di novembre, l’inquilino della Casa Bianca intende infatti sia tutelare gli agricoltori americani sia abbassare i prezzi dei prodotti alimentari sul mercato interno. Xi, dal canto suo, vuole che Washington revochi le restrizioni all’export di tecnologia avanzata, elimini le aziende cinesi dalla sua blacklist e riduca sensibilmente il proprio sostegno a Taiwan.
Neanche a dirlo, ciascuno dei due presidenti è pronto a sfruttare le debolezze dell’altro. Il leader cinese vuole mettere sotto pressione Trump, facendo principalmente leva su due punti: le difficoltà degli Usa in Iran e il significativo peso della Cina nel settore delle terre rare. Senza poi trascurare la sentenza della Corte Suprema statunitense che, a febbraio, ha cassato alcuni dei dazi che l’amministrazione americana aveva imposto.
Dall’altra parte, neanche Xi può permettersi dormire sonni troppo tranquilli. Innanzitutto, l’economia cinese continua ad avere un rilevante problema di scarso consumo interno. In secondo luogo, da quando è tornato in carica l’anno scorso, Trump ha promosso una riedizione aggiornata della Dottrina Monroe con il preciso obiettivo di estromettere Pechino dall’Emisfero occidentale. Tutto questo ha inferto un duro colpo all’influenza cinese in America Latina: un’influenza che era cresciuta durante l’amministrazione Biden. Panama, su input statunitense, ha abbandonato la Belt and Road Initiative nel febbraio 2025, mentre la cattura di Nicolás Maduro, avvenuta a gennaio scorso, ha portato Caracas a uscire dall’orbita del Dragone per entrare in quella di Washington. Infine, Pechino guarda con preoccupazione sia alle difficoltà con cui Cuba sta affrontando l’aumento della pressione americana sia al rinnovato interesse espresso dalla Casa Bianca verso la regione artica.
In questo quadro, i due presidenti oggi cercheranno probabilmente di trovare un punto di caduta sulla crisi iraniana: un obiettivo, questo, non certo semplice da conseguire. Funzionari statunitensi hanno riferito alla Cnn che Trump cercherà di convincere Xi a far pressione su Teheran affinché riapra lo Stretto di Hormuz. Non dimentichiamo del resto che il regime khomeinista è uno dei principali punti di riferimento di Pechino in Medio Oriente. Sotto questo aspetto, il presidente cinese si trova però davanti a un dilemma. Da una parte, come detto, intende sfruttare le difficoltà di Trump in Iran, sapendo benissimo che l’alto costo dell’energia rappresenta un problema per il Partito repubblicano in vista delle Midterm. Dall’altra parte, la Cina teme la crisi di Hormuz, essendo il principale importatore di greggio iraniano. Inoltre, a fine aprile, il New York Times riferiva che «l’aumento dei prezzi del petrolio e del gas naturale dovuto alla guerra in Iran sta iniziando a pesare sull’economia cinese, rallentando ulteriormente la già debole spesa dei consumatori e danneggiando settori chiave per le esportazioni».
Infine, non è escludibile che Trump e Xi possano anche parlare di Russia. Ieri, The Diplomat riferiva che, poco dopo il summit tra i due presidenti, il leader cinese dovrebbe avere un incontro con Vladimir Putin. Il che alimenta le speculazioni sull’ipotesi che i tre capi di Stato stiano lavorando sottobanco a una sorta di Jalta 2.0: un progetto che - chissà! - potrebbe forse affondare le sue radici nel vertice di Anchorage dell’anno scorso. Come che sia, l’incontro odierno a Pechino si preannuncia complicato sia per Trump che per Xi. Tra punti di forza e vulnerabilità, i due presidenti dovranno agire con circospezione, oscillando tra accordio e competizione geopolitica.
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Le nuove generazioni non vogliono più lavorare nei ristoranti? Oppure sono i ristoratori che pagano poco e non offrono buone condizioni? O ci sono altri temi più profondi da affrontare? Ne parliamo con Anastasia Paris, chef e imprenditrice di Futura.