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2020-07-19
Conte in panne ammette lo stallo. Verso tagli ai sussidi per 155 miliardi
Giuseppe Conte e Ursula von der Leyen (Ansa)
Mentre questo giornale va in stampa, si prepara un'altra lunga notte a Bruxelles. Intanto ieri, per diverse ore, c'è chi ha provato a presentare una doccia fredda, anzi gelida, come un bagno caldo per l'Italia: ma, purtroppo, la differenza tra le due cose resta abissale. Ieri di buon mattino, dopo il nulla di fatto del giorno prima e dopo una nottata di contatti (senza l'olandese Mark Rutte), la giornata a Bruxelles è ripresa con un pre vertice a sette. Presenti il presidente del Consiglio europeo, il belga Charles Michel, Ursula von der Leyen, Angela Merkel, Emmanuel Macron, Pedro Sánchez, Giuseppe Conte e stavolta anche Rutte.
Ed è lì che è arrivata la doccia fredda, quando Michel, per tentare di sbloccare la situazione, ha proposto un altro pacchetto, concepito nella direzione pro frugali. Altro che mediazione. Ecco i tre punti qualificanti: più rebates (cioè più sconti, più rimborsi rispetto al prossimo bilancio pluriennale europeo a favore di svariati Paesi del Nord); taglio di 50 miliardi della parte di Recovery fund da destinare ai sussidi (quindi la porzione più vantaggiosa è scesa da 500 a 450 miliardi, facendo salire i prestiti da 250 a 300: ad aprile si parlava di un pacchetto da 1.500 miliardi complessivi…); e soprattutto (la parte più umiliante per noi), un «emergency brake», un superfreno d'emergenza molto somigliante al diritto di veto invocato il giorno prima dall'Olanda.
In questo scenario, non solo il Consiglio europeo dovrebbe approvare i singoli Recovery plan nazionali (una sorta di correzione preliminare del compito in classe, per usare un linguaggio scolastico), ma poi vi sarebbe anche un monitoraggio sull'attuazione dei piani nazionali da parte della Commissione (idea - questa - accettata da tutti), e soprattutto (ecco invece il punto più grave) anche un singolo Paese potrebbe contestare una misura adottata da un altro Paese, bloccando l'erogazione dei fondi e imponendo una pronuncia da parte del Consiglio (con necessaria unanimità).
Il film è fin troppo facile da immaginare, e potrebbe solo aggravarsi con l'avvicinarsi della campagna elettorale in Olanda (o in un altro Paese nordico). L'Italia conferma l'esperimento di quota 100? L'olandese porta tutti dal preside, per restare alla metafora scolastica. L'Italia decide un abbassamento di tasse? Stessa storia. L'Italia assume degli insegnanti? Altro contenzioso europeo. Di tutta evidenza, cioè, si finirebbe per sottoporre ogni scelta economica rilevante alla contestazione politica di un altro Paese, e in ultima analisi alla decisione (politica, e dunque discrezionale, degli altri 26 partner europei). Un vero e proprio commissariamento, oltre che la negazione di qualunque strategia di lungo periodo di politica economica nazionale, visto che chiunque in Ue potrebbe mettere i bastoni tra le ruote. Ovvia la soddisfazione dal fronte olandese: «Un passo nella direzione giusta».
In quegli stessi minuti, pure gli spifferi fatti circolare dall'entourage di Giuseppe Conte hanno dato più che altro il senso di un possibile cedimento italiano, malamente mascherato da qualche dichiarazione roboante (ma vaga) sul fisco olandese: «L'Italia ha deciso di affrontare un percorso di riforme che le consentano di correre ma pretenderà una seria politica fiscale comune, in modo da affrontare una volta per tutte surplus commerciali e dumping fiscali». Poi, però, alla domanda di controprova, quando si è chiesto alle fonti che avevano diffuso questa dichiarazione se Conte avesse inteso respingere la proposta di Charles Michel, la risposta è stata che il premier italiano aveva fatto un «discorso ampio». Come dire: nessuna bocciatura del testo del belga.
Nel tardo pomeriggio, Conte ha diffuso un video, ammettendo i problemi: «Siamo in una fase di stallo: si sta rivelando molto complicato, più complicato del previsto. Sono tante questioni su cui stiamo ancora discutendo che non riusciamo a sciogliere». E poi: «Ci stiamo confrontando duramente con l'Olanda e gli altri Paesi cosiddetti frugali, che mettono in discussione sia i sussidi che i prestiti. Poi ci sono aspetti procedurali sull'attuazione del programma. Dobbiamo trovare una sintesi, ma i provvedimenti che approviamo devono essere adeguati ed efficaci».
La realtà è che nel teatro europeo, comprensibilmente, ciascuno difende con le unghie e con i denti il proprio interesse nazionale. E ogni leader - ciò che più conta - pensa ai propri elettori. Si pensi al caso olandese, dove ben quattro figure (il macronista Rutte, il democristiano ministro delle Finanze Wopke Hoekstra, più dall'opposizione il sovranista Geert Wilders e il conservatore Thierry Baudet) gareggiano a chi è più rigorista verso i Paesi mediterranei. Soltanto in Italia, da anni, ci si racconta la favola di un'Ue come un giardino d'infanzia dove tutti si vogliono bene.
In ogni caso, la trattativa è proseguita e solo nelle prossime ore ne capiremo l'esito, anche perché i frugali - scandinavi più Austria in testa - sono tornati a chiedere una ancora più forte riduzione dei sussidi: sarebbe arrivato un documento comune in cui viene chiesto di tagliare i sussidi di 155 miliardi. E Michel sarebbe al lavoro su un nuovo documento. Un'altra lunga notte densa di incognite.
Un balletto di cifre che copre il vuoto
Parole, parole, parole. Se dovessimo descrivere la risposta dell'Unione europea alla pandemia basterebbero questi tre termini. E tanta, anzi troppa lentezza. Nel corso dei primi mesi di emergenza, da febbraio a maggio, dal punto di vista pratico la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen si è concentrata principalmente sui rimpatri dei cittadini Ue dalle zone più colpite dalla pandemia, oltre che sul tentativo di garantire l'approvvigionamento dei dispositivi di protezione. Ancora a fine febbraio, Bruxelles annunciava la creazione di un pacchetto di aiuti internazionali, a favore dell'Oms, pari ad appena 232 milioni di euro. Bisognerà attendere fino al 20 marzo per imbattersi nei primi atti concreti. È in quella data, infatti, che la Commissione propone ufficialmente l'attivazione della clausola generale di salvaguardia, che di fatto sospende il Patto di stabilità e crescita. Solo 20 giorni dopo, l'8 aprile, la von der Leyen annuncia la risposta globale dell'Ue alla pandemia, «finalizzata a gestire la crisi sanitaria immediata e a soddisfare le esigenze umanitarie che ne derivano». Dal punto di vista finanziario, le risorse messe in campo - pari a 15,6 miliardi di euro - risultano ancora decisamente insufficienti. Passa una settimana e, il 14 aprile, Bruxelles sblocca 2,7 miliardi tramite lo strumento di sostegno per l'emergenza dell'Ue.
Nel frattempo, Eurogruppo e Consiglio rimangono impantanati per svariate settimane sulle misure da attuare. «Faremo tutto il necessario, e anche di più, per ripristinare la fiducia e sostenere una ripresa rapida», dichiarava il 16 marzo Mário Centeno, presidente della riunione dei ministri dell'Economia dell'Eurozona. Passa altro tempo, ma i leader non riescono a mettersi d'accordo. Si litiga soprattutto sugli eurobond, i titoli di Stato comuni che dovrebbero finalmente aprire la porta alla condivisione del debito. A seguito delle concitate riunioni esplorative dei primi di aprile, gli Eurobond lasciano la strada al Meccanismo europeo di stabilità «light» (cioè senza condizionalità, almeno sulla carta), che consta di prestiti fino al 2% del Pil da utilizzarsi solo per spese sanitarie. Uno strumento che, per timore dello stigma dei mercati, ancora nessun Paese - eccetto Cipro - ha dichiarato di voler utilizzare. Contestualmente, fa capolino con sempre maggiore insistenza la volontà di attivare il Recovery fund, un massiccio piano per sostenere la ripresa.
Siamo allo spartiacque della risposta europea. A margine dell'Eurogruppo del 9 aprile, il ministro francese Bruno Le Maire parlava di «un piano del valore complessivo di 1.000 miliardi per far fronte all'emergenza coronavirus». Quando però il 18 maggio Emmanuel Macron e Angela Merkel annunciano l'iniziativa francotedesca, i miliardi per la ripresa sono diventati 500, dunque la metà di quanto annunciato da Le Maire. Passano dieci giorni, e la Commissione vara il progetto Next generation, di fatto un ampliamento del budget Ue pari a 750 miliardi di euro.
E arriviamo così ai giorni nostri, durante i quali si discutono ancora forma e sostanza del Recovery fund. La propaganda di Bruxelles parla di complessivi 2.364 miliardi, ma in questa cifra è inclusa la quota di budget Ue (1.074 miliardi) ancora da negoziare, e le reti di protezione del lavoro (540 miliardi). La prima proposta del presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, prevedeva 500 miliardi di sovvenzioni e 250 di prestiti. Ma, complice l'opposizione dei Paesi «frugali», la «negobox» di Michel sarebbero stata rivoluzionata, facendo salire i prestiti a 450 miliardi e, d'altro canto, diminuire i sussidi a 300 miliardi. Una sola cosa è certa in questo balletto di cifre: sono passati quasi sei mesi - era il 30 gennaio - da quando l'Organizzazione mondiale della sanità ha lanciato l'allarme a livello globale, ma ancora nelle casse degli Stati dell'Ue non si è visto un euro.
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Il premier confessa: «Situazione più difficile del previsto». Poi arriva la controproposta dei Paesi frugali. Vincoli soffocanti: ogni Stato avrebbe il diritto di bocciare le politiche interne altrui. Trattativa nella notte.Tutti ne hanno sparata una diversa: dai 1.000 miliardi di aiuti annunciati da Parigi, fino a somme sempre più basse. L'unica certezza è che non si è ancora visto niente.Lo speciale contiene due articoli.Mentre questo giornale va in stampa, si prepara un'altra lunga notte a Bruxelles. Intanto ieri, per diverse ore, c'è chi ha provato a presentare una doccia fredda, anzi gelida, come un bagno caldo per l'Italia: ma, purtroppo, la differenza tra le due cose resta abissale. Ieri di buon mattino, dopo il nulla di fatto del giorno prima e dopo una nottata di contatti (senza l'olandese Mark Rutte), la giornata a Bruxelles è ripresa con un pre vertice a sette. Presenti il presidente del Consiglio europeo, il belga Charles Michel, Ursula von der Leyen, Angela Merkel, Emmanuel Macron, Pedro Sánchez, Giuseppe Conte e stavolta anche Rutte. Ed è lì che è arrivata la doccia fredda, quando Michel, per tentare di sbloccare la situazione, ha proposto un altro pacchetto, concepito nella direzione pro frugali. Altro che mediazione. Ecco i tre punti qualificanti: più rebates (cioè più sconti, più rimborsi rispetto al prossimo bilancio pluriennale europeo a favore di svariati Paesi del Nord); taglio di 50 miliardi della parte di Recovery fund da destinare ai sussidi (quindi la porzione più vantaggiosa è scesa da 500 a 450 miliardi, facendo salire i prestiti da 250 a 300: ad aprile si parlava di un pacchetto da 1.500 miliardi complessivi…); e soprattutto (la parte più umiliante per noi), un «emergency brake», un superfreno d'emergenza molto somigliante al diritto di veto invocato il giorno prima dall'Olanda. In questo scenario, non solo il Consiglio europeo dovrebbe approvare i singoli Recovery plan nazionali (una sorta di correzione preliminare del compito in classe, per usare un linguaggio scolastico), ma poi vi sarebbe anche un monitoraggio sull'attuazione dei piani nazionali da parte della Commissione (idea - questa - accettata da tutti), e soprattutto (ecco invece il punto più grave) anche un singolo Paese potrebbe contestare una misura adottata da un altro Paese, bloccando l'erogazione dei fondi e imponendo una pronuncia da parte del Consiglio (con necessaria unanimità). Il film è fin troppo facile da immaginare, e potrebbe solo aggravarsi con l'avvicinarsi della campagna elettorale in Olanda (o in un altro Paese nordico). L'Italia conferma l'esperimento di quota 100? L'olandese porta tutti dal preside, per restare alla metafora scolastica. L'Italia decide un abbassamento di tasse? Stessa storia. L'Italia assume degli insegnanti? Altro contenzioso europeo. Di tutta evidenza, cioè, si finirebbe per sottoporre ogni scelta economica rilevante alla contestazione politica di un altro Paese, e in ultima analisi alla decisione (politica, e dunque discrezionale, degli altri 26 partner europei). Un vero e proprio commissariamento, oltre che la negazione di qualunque strategia di lungo periodo di politica economica nazionale, visto che chiunque in Ue potrebbe mettere i bastoni tra le ruote. Ovvia la soddisfazione dal fronte olandese: «Un passo nella direzione giusta». In quegli stessi minuti, pure gli spifferi fatti circolare dall'entourage di Giuseppe Conte hanno dato più che altro il senso di un possibile cedimento italiano, malamente mascherato da qualche dichiarazione roboante (ma vaga) sul fisco olandese: «L'Italia ha deciso di affrontare un percorso di riforme che le consentano di correre ma pretenderà una seria politica fiscale comune, in modo da affrontare una volta per tutte surplus commerciali e dumping fiscali». Poi, però, alla domanda di controprova, quando si è chiesto alle fonti che avevano diffuso questa dichiarazione se Conte avesse inteso respingere la proposta di Charles Michel, la risposta è stata che il premier italiano aveva fatto un «discorso ampio». Come dire: nessuna bocciatura del testo del belga. Nel tardo pomeriggio, Conte ha diffuso un video, ammettendo i problemi: «Siamo in una fase di stallo: si sta rivelando molto complicato, più complicato del previsto. Sono tante questioni su cui stiamo ancora discutendo che non riusciamo a sciogliere». E poi: «Ci stiamo confrontando duramente con l'Olanda e gli altri Paesi cosiddetti frugali, che mettono in discussione sia i sussidi che i prestiti. Poi ci sono aspetti procedurali sull'attuazione del programma. Dobbiamo trovare una sintesi, ma i provvedimenti che approviamo devono essere adeguati ed efficaci».La realtà è che nel teatro europeo, comprensibilmente, ciascuno difende con le unghie e con i denti il proprio interesse nazionale. E ogni leader - ciò che più conta - pensa ai propri elettori. Si pensi al caso olandese, dove ben quattro figure (il macronista Rutte, il democristiano ministro delle Finanze Wopke Hoekstra, più dall'opposizione il sovranista Geert Wilders e il conservatore Thierry Baudet) gareggiano a chi è più rigorista verso i Paesi mediterranei. Soltanto in Italia, da anni, ci si racconta la favola di un'Ue come un giardino d'infanzia dove tutti si vogliono bene. In ogni caso, la trattativa è proseguita e solo nelle prossime ore ne capiremo l'esito, anche perché i frugali - scandinavi più Austria in testa - sono tornati a chiedere una ancora più forte riduzione dei sussidi: sarebbe arrivato un documento comune in cui viene chiesto di tagliare i sussidi di 155 miliardi. 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Nel corso dei primi mesi di emergenza, da febbraio a maggio, dal punto di vista pratico la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen si è concentrata principalmente sui rimpatri dei cittadini Ue dalle zone più colpite dalla pandemia, oltre che sul tentativo di garantire l'approvvigionamento dei dispositivi di protezione. Ancora a fine febbraio, Bruxelles annunciava la creazione di un pacchetto di aiuti internazionali, a favore dell'Oms, pari ad appena 232 milioni di euro. Bisognerà attendere fino al 20 marzo per imbattersi nei primi atti concreti. È in quella data, infatti, che la Commissione propone ufficialmente l'attivazione della clausola generale di salvaguardia, che di fatto sospende il Patto di stabilità e crescita. Solo 20 giorni dopo, l'8 aprile, la von der Leyen annuncia la risposta globale dell'Ue alla pandemia, «finalizzata a gestire la crisi sanitaria immediata e a soddisfare le esigenze umanitarie che ne derivano». Dal punto di vista finanziario, le risorse messe in campo - pari a 15,6 miliardi di euro - risultano ancora decisamente insufficienti. Passa una settimana e, il 14 aprile, Bruxelles sblocca 2,7 miliardi tramite lo strumento di sostegno per l'emergenza dell'Ue. Nel frattempo, Eurogruppo e Consiglio rimangono impantanati per svariate settimane sulle misure da attuare. «Faremo tutto il necessario, e anche di più, per ripristinare la fiducia e sostenere una ripresa rapida», dichiarava il 16 marzo Mário Centeno, presidente della riunione dei ministri dell'Economia dell'Eurozona. Passa altro tempo, ma i leader non riescono a mettersi d'accordo. Si litiga soprattutto sugli eurobond, i titoli di Stato comuni che dovrebbero finalmente aprire la porta alla condivisione del debito. A seguito delle concitate riunioni esplorative dei primi di aprile, gli Eurobond lasciano la strada al Meccanismo europeo di stabilità «light» (cioè senza condizionalità, almeno sulla carta), che consta di prestiti fino al 2% del Pil da utilizzarsi solo per spese sanitarie. Uno strumento che, per timore dello stigma dei mercati, ancora nessun Paese - eccetto Cipro - ha dichiarato di voler utilizzare. Contestualmente, fa capolino con sempre maggiore insistenza la volontà di attivare il Recovery fund, un massiccio piano per sostenere la ripresa. Siamo allo spartiacque della risposta europea. A margine dell'Eurogruppo del 9 aprile, il ministro francese Bruno Le Maire parlava di «un piano del valore complessivo di 1.000 miliardi per far fronte all'emergenza coronavirus». Quando però il 18 maggio Emmanuel Macron e Angela Merkel annunciano l'iniziativa francotedesca, i miliardi per la ripresa sono diventati 500, dunque la metà di quanto annunciato da Le Maire. Passano dieci giorni, e la Commissione vara il progetto Next generation, di fatto un ampliamento del budget Ue pari a 750 miliardi di euro. E arriviamo così ai giorni nostri, durante i quali si discutono ancora forma e sostanza del Recovery fund. La propaganda di Bruxelles parla di complessivi 2.364 miliardi, ma in questa cifra è inclusa la quota di budget Ue (1.074 miliardi) ancora da negoziare, e le reti di protezione del lavoro (540 miliardi). La prima proposta del presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, prevedeva 500 miliardi di sovvenzioni e 250 di prestiti. Ma, complice l'opposizione dei Paesi «frugali», la «negobox» di Michel sarebbero stata rivoluzionata, facendo salire i prestiti a 450 miliardi e, d'altro canto, diminuire i sussidi a 300 miliardi. Una sola cosa è certa in questo balletto di cifre: sono passati quasi sei mesi - era il 30 gennaio - da quando l'Organizzazione mondiale della sanità ha lanciato l'allarme a livello globale, ma ancora nelle casse degli Stati dell'Ue non si è visto un euro.
Alicia Keys ed Eros Ramazzotti sul palco del teatro Ariston (Ansa)
Serata più movimentata delle precedenti, merito di ospiti e conduttori. Grazie a Mogol, Ubaldo Pantani, Eros Ramazzotti e Alicia Keys trova ritmo e leggerezza.
Irina Shayk 6 di stima Alla conferenza stampa, in sottoveste bianca, dice di essere «femminista a modo mio». Sul palco, in abito lungo tutto trasparenze e pizzi, riesce a dire «Ciao Italia, ciao Sanremo». All’uscita successiva, in total black generoso di curve, presenta Sal Da Vinci… Ornamentale, come a una passerella. (La Pausini: «Sei un pezzo di ragazza»).
Gianluca Gazzoli 6,5 Giovani presentatori crescono. Cita la mamma e fa leva sui sentimenti, ma gestisce con eleganza le Giovani proposte. Professionale, impeccabile, un po’ patinato. Lo rivedremo.
Ubaldo Pantani 8 Lapo è un must, provato e riprovato, un mix di sfrontatezza e demenzialità stralunata, il violino diventa «l’ukulele da spalla». Gaffeur seriale. Sanremo, «la città dei fiordi». Alla Shayk: «Anche dal vivo ha un rendering eccezionale». Incontenibile.
Mogol 10 «Un monumento della musica italiana» in gran forma a 90 anni. Si merita la standing ovation dell’Ariston mentre scorrono le sue canzoni al Festival, sequenza di capolavori. E poi la playlist colonna sonora di intere generazioni. Non se la tira. Intramontabile.
Sal Da Vinci 8 Canta Per sempre sì. Inno all’amore e alla fedeltà coniugale, considerata obsoleta. Dopo Rossetto e caffè un altro brano tormentone di spudorata impronta popolare e neomelodica. La critica lo osteggia, lui avanza indomito e infiamma il teatro. Coraggioso.
Eros Ramazzotti e Alicia Keys 9 Adesso tu vinse il Festival quarant’anni fa ed è ancora una storia giovane ed Eros una presenza affidabile. Dopo l’inconveniente tecnico, duettano insieme sulle note di L’aurora. E lei improvvisa al pianoforte New York. Sorriso soul.
Virginia Raffaele 7 «Ciao Carlo, son passati solo dieci anni ed è cambiato tutto. Trump dava fuori di matto, tu presentavi Sanremo e in gara c’erano Arisa e Patty Pravo». Fulminante. Come il promo del nuovo film in uscita in coppia con Fabio De Luigi. Affiatati.
I pasdaran della sala stampa 4 Vogliono politicizzare a tutti i costi la kermesse. La presenza del premier, le donne cantanti discriminate, il pressing di Fratelli d’Italia. Vedono un Festival parallelo. Non accettano che Conti suoni uno spartito diverso dal solito mainstream. FantaSanremisti.
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La fotografia del luogo, a Bujumbura, in Burundi, in cui nel 2014 sono state uccise tre suore (Ansa). Nel riquadro Olga Raschietti, una delle tre suore assassinate
Ma Harushimana non è solo un attivista internazionale per i diritti umani, viene indicato come uno stretto collaboratore del generale Adolphe Nshimirimana, il capo della polizia segreta del Burundi che tentò di diventare presidente e che fu ucciso in un attentato politico. Ora è accusato di aver avuto un ruolo nell’omicidio di tre suore saveriane della congregazione delle missionarie di Maria: Olga Raschietti, 83 anni, Lucia Pulici, 75, e Bernardetta Boggian, 79. Uccise a Kamenge, quartiere di Bujumbura. Alle prime due fu tagliata la gola nel pomeriggio del 7 settembre 2014. La terza, che era fuori sede durante il primo delitto, fu decapitata la notte seguente. Il capo, reciso, venne riposto accanto al corpo. Harushimana, per la Procura di Parma, sarebbe «istigatore» e «co-organizzatore» del triplice delitto.
Un caso per il quale il Burundi ritiene di aver fatto giustizia, arrestando e condannando pochi giorni dopo un uomo con problemi psichiatrici. Ora si scopre che sarebbe stato Harushimana, secondo l’accusa, a portare alle religiose la richiesta di aiutare le milizie burundesi in Congo e a incassare il loro rifiuto. Da qui la condanna a morte. Con tre ipotesi di movente: il rifiuto di collaborare con i ribelli; la decisione della direzione dei saveriani di affidare il Centro Giovani Kamenge, al quale affluivano ingenti risorse economiche, alla locale diocesi; un rito propiziatorio come buon auspicio per la candidatura del generale Nshimirimana a presidente della Repubblica. L’indagine era stata avviata nel 2014, dopo una relazione dall’ambasciata italiana di Kampala in Uganda, indirizzata alla Procura di Parma.
Il fascicolo contro ignoti venne definito con archiviazione nel 2015 per insussistenza della giurisdizione italiana. Nel maggio 2018 si apre una seconda fase. L’ambasciata di Kampala trasmette una nota: Harushimana, che aveva ottenuto un visto per l’Italia per partecipare a un corso di formazione legato a un incarico in una associazione di Parma, era stato menzionato durante le indagini sull’omicidio delle tre suore da un ex agente segreto che era stato allontanato dal Burundi e che si era arruolato in Somalia. In quella fase Harushimana venne sentito. Affermò che nei giorni del delitto si trovava lontano dal Burundi ed esibì copia del passaporto con timbri attestanti la presenza in un altro Stato. Anche questa indagine si chiuse con un’archiviazione. Il libro Nel cuore dei misteri della giornalista freelance Giusy Baioni e un articolo della Gazzetta di Parma con la cronaca della presentazione riscrivono la storia. Vengono acquisite dichiarazioni di alcune suore saveriane mai sentite in precedenza. Viene sentita anche la Baioni, che aveva verificato sul campo molti dettagli. «Quello che avevo ricostruito oggi viene confermato dalla Procura», conferma alla Verità la giornalista, che aggiunge: «Le testimonianze dicono che avrebbe partecipato a una riunione preparatoria, a un sopralluogo e avrebbe fornito supporto logistico». Gli esecutori sarebbero entrati nella missione saveriana travestiti da chierichetti o da coristi, accompagnati da Harushimana, presente alla riunione durante la quale sarebbe stata ideata l’esecuzione. «Molto attiva», racconta la Baioni, «è stata una radio locale che aveva raccolto importanti testimonianze e che in Burundi era molto contrastata».
Nel libro, spiega la giornalista, il nome di Harushimana «è uno di quelli che ritorna più frequentemente». Poi precisa: «Sulla stampa locale si è sempre dichiarato estraneo. Diverse fonti lo mettevano in contatto con la polizia segreta del Burundi. Raccoglieva fondi in diversi Paesi europei. Io non l’ho intervistato perché sapevo che si muoveva anche in Italia e avevo fatto dei calcoli rispetto al rischio». Proprio a Parma una delle associazioni per le quali Harushimana coordinava i progetti, ParmAlimenta, avrebbe incassato oltre 260.000 euro di fondi della Regione Emilia-Romagna. A sollevare il caso è Priamo Bocchi di Fratelli d’Italia: la Regione avrebbe destinato all’associazione 82.858 nel triennio 2018-2020 come contributi diretti; 146.346 euro tra il 2022 e il 2024 tramite il Comune di Parma con risorse regionali e 33.159 euro liquidati nel 2025 per il progetto «Nutrire il futuro», finalizzato alla lotta alla malnutrizione infantile in Burundi. «Harushimana ha collaborato con ParmAlimenta Burundi nel periodo 2016-2018 per un progetto di cooperazione nello stato africano», precisa ora il presidente di ParmAlimenta Gualtiero Ghirardi, aggiungendo: «Stante la sua presenza in Italia, nel 2022, con un contratto di collaborazione ha affiancato il direttore per un paio di mesi nella rendicontazione di un progetto. Poi abbiamo chiuso i rapporti con lui e non abbiamo più avuto sue notizie».
Nel 2015, però, il nome del cooperante era già finito sulle cronache. «Solo un anno prima», denuncia Bocchi, «Harushimana fu ricevuto da sindaco e assessori in municipio con tutti gli onori». E con interrogazioni e inviti al sindaco aveva richiamato l’attenzione su quel progetto che «visti i personaggi coinvolti», afferma l’esponente di Fdi, «rischiava di infangare l’immagine della città». È rimasto inascoltato.
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Il cambio di paradigma arriva dall’Asia: la Gen Z cinese ha fatto del «pingti» (alternative economiche di alta qualità a marchi di lusso o brand occidentali famosi) un gesto identitario, spostando la domanda verso alternative locali. «Il consumatore cinese non ha smesso di comprare, ha smesso di comprare “occidentale” a ogni costo. Trovare l’alternativa locale di qualità è diventato un motivo d’orgoglio patriottico e di intelligenza finanziaria», osserva lo strategist. «Questo “orgoglio autarchico” sta mettendo in crisi il soft power di brand storici. Se un tempo il logo era uno status symbol, oggi per i giovani cinesi il vero status è non farsi “fregare” dai listini gonfiati delle multinazionali estere».
Sull’online europeo, Zalando viene da un 2025 disastroso e da un -45% circa in 12 mesi: la partita è difendere i margini contro l’ultra-fast asiatica e usare l’Ai per ridurre i resi. Nello sportswear, Adidas chiude il 2025 a 24,8 miliardi di euro di vendite e lancia un buyback da un miliardo; Puma entra nel radar di Anta (obiettivo 29%). «L’ingresso di Anta in Puma segna una nuova fase: i giganti cinesi non si accontentano più di dominare il mercato interno, ma usano i marchi europei in difficoltà come cavalli di Troia per la loro espansione globale», avverte Gaziano. «Nel frattempo, nel fast fashion, assistiamo alla fuga in avanti di Inditex (Zara), che sta riuscendo a “nobilitare” il proprio marchio alzando il posizionamento, mentre H&M resta incastrata in una guerra di margini contro la concorrenza spietata di realtà ultra-fast come Shein».
In Italia BasicNet (Kappa, K-Way, Superga) prova a reggere alzando il peso dell’heritage con Woolrich e Sundek. «Per sopravvivere nel 2026, l’abbigliamento accessibile dovrà offrire più del semplice “pronto moda”. Il divario tra chi riesce a mantenere un legame emotivo con il cliente e chi vende solo merce destinata a essere sostituita da un duplicato cinese è destinato ad ampliarsi ulteriormente», conclude l’esperto.
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