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2021-07-02
Conte fa la corte a Fico e Di Maio. Giggino va a trovarlo e si inabissa
Luigi Di Maio (Ansa)
Tu quoque, Luigi, figlio mio! Il venticello del sospetto fa presto a diventare bufera: «Luigi è andato a trattare con Conte per assicurarsi un ruolo di primo piano nel nuovo partito, e per garantire i suoi fedelissimi». Sono passati pochi minuti dalla fine del summit tra Luigi Di Maio e Giuseppe Conte, che si è svolto ieri mattina a Roma, presso l'abitazione dell'ex premier, quando dai capannelli dei parlamentari del M5s si diffonde la più velenosa delle ipotesi: Bruto Di Maio, il figlio adottivo prediletto, si prepara a accoltellare alla schiena papà Giulio Cesare Grillo.
«Ma no», dice alla Verità un deputato molto vicino al ministro degli Esteri, «Luigi sta tentando l'ultima mediazione, sta cercando di convincere Grillo e Conte a trovare un accordo, è quello che vorremmo tutti. Queste voci girano», aggiunge la nostra fonte, «perché Luigi non ha risposto a nessuno al telefono». L'ennesimo colpo di scena di questa infinita telenovela a 5 stelle va in onda ieri mattina, alle ore 9, quando Giggino Di Maio varca il portone di casa Conte. Un'ora e mezza di colloquio tra i due ex acerrimi avversari: al termine Di Maio non solo non rilascia nessuna dichiarazione, ma non risponde al cellulare a nessuno, o quasi. «Sono assolutamente fiduciosa», commenta il sindaco di Roma, Virginia Raggi, «che si riuscirà a ricomporre anche questo periodo. Sono due persone che stimo e apprezzo, credo che questo momento di complessità si potrà ricomporre».
Il tempo di dribblare i cronisti e Di Maio raggiunge l'Accademia dei Lincei, dove partecipa alla cerimonia di chiusura dell'anno accademico. C'è anche Roberto Fico, il presidente della Camera e il ministro degli Esteri confabulano in disparte per un quarto d'ora. Bocche cucite, nessuna risposta ai giornalisti. L'ora è quella delle decisioni irrevocabili. O no? «Luigi che va con Conte? La voce», dice nel pomeriggio alla Verità un grillino di governo, «l'ho sentita anch'io, ma certo che sarebbe paradossale. D'altra parte però per Conte portarsi Di Maio sarebbe una vittoria schiacciante». «Conte», ci rivela un deputato molto informato sui fatti, «sta corteggiando Di Maio e Roberto Fico, perché sa bene che senza loro due il suo nuovo partito non potrebbe decollare. Loro prendono tempo, aspettano di capire quello che succede, lasciare Beppe Grillo sarebbe una scelta dolorissima».
Al di là delle indiscrezioni e delle dichiarazioni, riesce veramente difficile credere che Di Maio accetti di fare il vice Conte ben sapendo che il ciuffo della vendetta dell'ex premier, che sa bene quanto ostile gli sia stato il ministro degli Esteri nelle ore cruciali della crisi di governo, si abbatterà su di lui alla prima occasione. D'altra parte, però, tutti quelli che andranno con Conte lo faranno in nome di un altissimo ideale: il terzo mandato. Il marasma è totale, ma ad alimentare le indiscrezioni che vorrebbero un Di Maio pronto ad aderire al partito contiano arriva, alle 12, al palazzo dei gruppi della Camera dei Deputati, un Rocco Casalino in forma smagliante, come non lo si vedeva dai tempi d'oro (più o meno) della caccia ai responsabili. Giacca, cravatta e sguardo altezzoso, si infila nell'ufficio dei deputati del M5s. Da quello stesso ufficio, alle 18, viene diffuso un comunicato stampa che suona un po' come l'ultima sceneggiata di ultima spiaggia: «L'assemblea dei deputati del M5s», recita la nota, «ha avanzato la richiesta di conoscere i contenuti della bozza di statuto e carta dei valori oggetto di discussione. Il capogruppo Davide Crippa, sta portando avanti la richiesta emersa dall'assemblea, verificando nel contempo, stando all'evolversi della situazione, la possibilità di incontrare il garante, Beppe Grillo, e la possibilità di un incontro con Giuseppe Conte». Crippa è uomo di Di Maio, anzi: il gruppo del M5s alla Camera è totalmente sotto il controllo di Di Maio, mentre al Senato dominano i contiani (ieri qualcuno ha diffuso addirittura la voce che il nuovo gruppo parlamentare a Palazzo Madama potrebbe utilizzare il simbolo di Leu). «Se ho un invito», risponde Conte in serata, «volentieri. Ci mancherebbe, sono sempre a disposizione dei parlamentari».
«Statuto, non statuto», chiosa una fonte di primo piano, «tutte balle: chi va con Conte lo fa per avere il terzo giro in parlamento garantito. Io stesso sono stato contattato: non ha parlato né di progetto, né di percorso, né di squadra né di struttura, ma solo di ricandidatura». Intanto, un gruppo di eletti in vari consigli comunali e regionali diffida il Comitato di garanzia (Vito Crimi, Roberta Lombardi e Giancarlo Cancelleri, tutti contiani) ad avviare le procedure per votare su Rousseau il Comitato direttivo, come chiesto da Beppe Grillo e negato da Crimi, e ad «astenersi dall'avviare le procedure per eventuali modifiche statutarie diverse da quelle indicate dagli Stati Generali» minacciando in caso contrario azioni giudiziarie. Un primo siluro legale contro Giuseppe Conte subito raccolto da Vito Crimi che ha comunicato a Grillo di aver avviato tutti gli adempimenti prodromici allo svolgimento delle votazioni per il comitato direttivo utilizzando lo strumento di voto messo a disposizione da Skyvote.
Altri quattro grillini mollano la Raggi
Che la sindaca di Roma Virginia Raggi non avesse più una maggioranza politica in Consiglio Comunale, era cosa risaputa da tempo. Ora, con l'abbandono polemico di ben quattro eletti pentastellati, all'ombra del Campidoglio viene certificata anche aritmeticamente l'assenza di un sostegno alla giunta da parte della Sala Giulio Cesare. Una sala, d'altra parte, dove la prima cittadina romana non ha potuto portare al voto dossier spinosi (come ad esempio la variante urbanistica per lo stadio della Roma, prima del naufragio del progetto Tor di Valle) ben consapevole che i consiglieri grillini sarebbero andati in ordine sparso, costringendola a prendere atto della triste realtà. Un epilogo, però, solamente rimandato, e benché manchino una manciata di settimane alla fine della consiliatura, la Raggi dovrà ora fare i conti con chi la sta incalzando da più fronti nelle ultime ore, chiedendole di porre fine all'agonia di una gestione della Città Eterna che presenta - per usare un eufemismo - più di una criticità.
Tornando a chi ha sbattuto la porta, c'è da dire che non si tratta di peones: tra questi spicca infatti Enrico Stefano, ex vicepresidente del Consiglio comunale e presidente della commissione mobilità, riconosciuto da tutti come consigliere preparato e competente sui temi urbanistici. Tanto preparato da entrare inevitabilmente in rotta di collisione col gruppo dirigente grillino romano, da cui aveva preso le distanze ben prima dell'annuncio odierno, in cui, prendendo la parola in aula, ha parlato di «deriva di M5s» e di «politica dei like». La goccia che ha fatto traboccare il vaso, per lui e per gli altri, è stata la faida che si è innescata negli ultimi giorni tra i lealisti di Beppe Grillo e i sostenitori di Giuseppe Conte, definito da Stefano «uno dei pochi motivi che mi erano rimasti per continuare a credere nel M5s».
Gli altri consiglieri che oggi hanno formalizzato il proprio addio a M5s sono Donatella Iorio, Marco Terranova e Angelo Sturni (presidente della commissione Roma Capitale), che contestualmente hanno annunciato la nascita di un nuovo gruppo, chiamato «Il Piano di Roma», per una situazione numerica da cui sarebbe fin troppo facile per la sindaca trarre le conseguenze: Virginia Raggi può infatti al momento contare su 20 voti in un'Aula di 49 eletti. Non a caso, dopo l'addio dei quattro consiglieri citati sono arrivate le richieste di dimissioni da parte di Lega e Fdi, che hanno fatto sapere che in caso contrario presenteranno una mozione di sfiducia: «In cinque anni», ha dichiarato Giorgia Meloni, «nessun problema della Capitale è stato risolto e rimangono solo disastri e promesse non mantenute. Enrico Michetti è la persona giusta e siamo certi che avrà la fiducia dei romani».
Il tutto, mentre il livello dei mucchi di immondizia che lastricano le strade romane non accenna a diminuire e prosegue la guerra di trincea tra la sindaca e il governatore del Lazio Nicola Zingaretti. Quest'ultimo, infatti, ha preannunciato l'ennesimo round della battaglia a colpi di carte bollate, ordinanze e ricorsi al Tar su a chi spetti la responsabilità di individuare i siti per i nuovi impianti, minacciando il commissariamento del Comune per «manifesta incapacità».
In attesa della replica di un Campidoglio sempre più azzoppato, i carichi di rifiuti continuano a prendere la via degli impianti extraurbani o esteri, con costi che al danno delle strade invase dalla «monnezza» aggiungono per i romani la beffa di una tassa sullo smaltimento tra le più alte d'Italia.
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C'è chi non crede al ruolo di pontiere del ministro degli Esteri e sostiene che si preparerebbe a tradire Beppe Grillo. Giuseppi farebbe leva sulla voglia di terzo mandato. I parlamentari chiedono un dibattito sul nuovo statutoIl sindaco di Roma ora può contare solo su 20 voti su 49. Da Fdi e Lega ipotesi sfiducia per porre fine alla sua amministrazione. E pure Nicola Zingaretti minaccia di commissariarlaLo speciale contiene due articoliTu quoque, Luigi, figlio mio! Il venticello del sospetto fa presto a diventare bufera: «Luigi è andato a trattare con Conte per assicurarsi un ruolo di primo piano nel nuovo partito, e per garantire i suoi fedelissimi». Sono passati pochi minuti dalla fine del summit tra Luigi Di Maio e Giuseppe Conte, che si è svolto ieri mattina a Roma, presso l'abitazione dell'ex premier, quando dai capannelli dei parlamentari del M5s si diffonde la più velenosa delle ipotesi: Bruto Di Maio, il figlio adottivo prediletto, si prepara a accoltellare alla schiena papà Giulio Cesare Grillo. «Ma no», dice alla Verità un deputato molto vicino al ministro degli Esteri, «Luigi sta tentando l'ultima mediazione, sta cercando di convincere Grillo e Conte a trovare un accordo, è quello che vorremmo tutti. Queste voci girano», aggiunge la nostra fonte, «perché Luigi non ha risposto a nessuno al telefono». L'ennesimo colpo di scena di questa infinita telenovela a 5 stelle va in onda ieri mattina, alle ore 9, quando Giggino Di Maio varca il portone di casa Conte. Un'ora e mezza di colloquio tra i due ex acerrimi avversari: al termine Di Maio non solo non rilascia nessuna dichiarazione, ma non risponde al cellulare a nessuno, o quasi. «Sono assolutamente fiduciosa», commenta il sindaco di Roma, Virginia Raggi, «che si riuscirà a ricomporre anche questo periodo. Sono due persone che stimo e apprezzo, credo che questo momento di complessità si potrà ricomporre». Il tempo di dribblare i cronisti e Di Maio raggiunge l'Accademia dei Lincei, dove partecipa alla cerimonia di chiusura dell'anno accademico. C'è anche Roberto Fico, il presidente della Camera e il ministro degli Esteri confabulano in disparte per un quarto d'ora. Bocche cucite, nessuna risposta ai giornalisti. L'ora è quella delle decisioni irrevocabili. O no? «Luigi che va con Conte? La voce», dice nel pomeriggio alla Verità un grillino di governo, «l'ho sentita anch'io, ma certo che sarebbe paradossale. D'altra parte però per Conte portarsi Di Maio sarebbe una vittoria schiacciante». «Conte», ci rivela un deputato molto informato sui fatti, «sta corteggiando Di Maio e Roberto Fico, perché sa bene che senza loro due il suo nuovo partito non potrebbe decollare. Loro prendono tempo, aspettano di capire quello che succede, lasciare Beppe Grillo sarebbe una scelta dolorissima». Al di là delle indiscrezioni e delle dichiarazioni, riesce veramente difficile credere che Di Maio accetti di fare il vice Conte ben sapendo che il ciuffo della vendetta dell'ex premier, che sa bene quanto ostile gli sia stato il ministro degli Esteri nelle ore cruciali della crisi di governo, si abbatterà su di lui alla prima occasione. D'altra parte, però, tutti quelli che andranno con Conte lo faranno in nome di un altissimo ideale: il terzo mandato. Il marasma è totale, ma ad alimentare le indiscrezioni che vorrebbero un Di Maio pronto ad aderire al partito contiano arriva, alle 12, al palazzo dei gruppi della Camera dei Deputati, un Rocco Casalino in forma smagliante, come non lo si vedeva dai tempi d'oro (più o meno) della caccia ai responsabili. Giacca, cravatta e sguardo altezzoso, si infila nell'ufficio dei deputati del M5s. Da quello stesso ufficio, alle 18, viene diffuso un comunicato stampa che suona un po' come l'ultima sceneggiata di ultima spiaggia: «L'assemblea dei deputati del M5s», recita la nota, «ha avanzato la richiesta di conoscere i contenuti della bozza di statuto e carta dei valori oggetto di discussione. Il capogruppo Davide Crippa, sta portando avanti la richiesta emersa dall'assemblea, verificando nel contempo, stando all'evolversi della situazione, la possibilità di incontrare il garante, Beppe Grillo, e la possibilità di un incontro con Giuseppe Conte». Crippa è uomo di Di Maio, anzi: il gruppo del M5s alla Camera è totalmente sotto il controllo di Di Maio, mentre al Senato dominano i contiani (ieri qualcuno ha diffuso addirittura la voce che il nuovo gruppo parlamentare a Palazzo Madama potrebbe utilizzare il simbolo di Leu). «Se ho un invito», risponde Conte in serata, «volentieri. Ci mancherebbe, sono sempre a disposizione dei parlamentari».«Statuto, non statuto», chiosa una fonte di primo piano, «tutte balle: chi va con Conte lo fa per avere il terzo giro in parlamento garantito. Io stesso sono stato contattato: non ha parlato né di progetto, né di percorso, né di squadra né di struttura, ma solo di ricandidatura». Intanto, un gruppo di eletti in vari consigli comunali e regionali diffida il Comitato di garanzia (Vito Crimi, Roberta Lombardi e Giancarlo Cancelleri, tutti contiani) ad avviare le procedure per votare su Rousseau il Comitato direttivo, come chiesto da Beppe Grillo e negato da Crimi, e ad «astenersi dall'avviare le procedure per eventuali modifiche statutarie diverse da quelle indicate dagli Stati Generali» minacciando in caso contrario azioni giudiziarie. Un primo siluro legale contro Giuseppe Conte subito raccolto da Vito Crimi che ha comunicato a Grillo di aver avviato tutti gli adempimenti prodromici allo svolgimento delle votazioni per il comitato direttivo utilizzando lo strumento di voto messo a disposizione da Skyvote.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-fa-la-corte-a-fico-e-di-maio-giggino-va-a-trovarlo-e-si-inabissa-2653623697.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="altri-quattro-grillini-mollano-la-raggi" data-post-id="2653623697" data-published-at="1625178431" data-use-pagination="False"> Altri quattro grillini mollano la Raggi Che la sindaca di Roma Virginia Raggi non avesse più una maggioranza politica in Consiglio Comunale, era cosa risaputa da tempo. Ora, con l'abbandono polemico di ben quattro eletti pentastellati, all'ombra del Campidoglio viene certificata anche aritmeticamente l'assenza di un sostegno alla giunta da parte della Sala Giulio Cesare. Una sala, d'altra parte, dove la prima cittadina romana non ha potuto portare al voto dossier spinosi (come ad esempio la variante urbanistica per lo stadio della Roma, prima del naufragio del progetto Tor di Valle) ben consapevole che i consiglieri grillini sarebbero andati in ordine sparso, costringendola a prendere atto della triste realtà. Un epilogo, però, solamente rimandato, e benché manchino una manciata di settimane alla fine della consiliatura, la Raggi dovrà ora fare i conti con chi la sta incalzando da più fronti nelle ultime ore, chiedendole di porre fine all'agonia di una gestione della Città Eterna che presenta - per usare un eufemismo - più di una criticità. Tornando a chi ha sbattuto la porta, c'è da dire che non si tratta di peones: tra questi spicca infatti Enrico Stefano, ex vicepresidente del Consiglio comunale e presidente della commissione mobilità, riconosciuto da tutti come consigliere preparato e competente sui temi urbanistici. Tanto preparato da entrare inevitabilmente in rotta di collisione col gruppo dirigente grillino romano, da cui aveva preso le distanze ben prima dell'annuncio odierno, in cui, prendendo la parola in aula, ha parlato di «deriva di M5s» e di «politica dei like». La goccia che ha fatto traboccare il vaso, per lui e per gli altri, è stata la faida che si è innescata negli ultimi giorni tra i lealisti di Beppe Grillo e i sostenitori di Giuseppe Conte, definito da Stefano «uno dei pochi motivi che mi erano rimasti per continuare a credere nel M5s». Gli altri consiglieri che oggi hanno formalizzato il proprio addio a M5s sono Donatella Iorio, Marco Terranova e Angelo Sturni (presidente della commissione Roma Capitale), che contestualmente hanno annunciato la nascita di un nuovo gruppo, chiamato «Il Piano di Roma», per una situazione numerica da cui sarebbe fin troppo facile per la sindaca trarre le conseguenze: Virginia Raggi può infatti al momento contare su 20 voti in un'Aula di 49 eletti. Non a caso, dopo l'addio dei quattro consiglieri citati sono arrivate le richieste di dimissioni da parte di Lega e Fdi, che hanno fatto sapere che in caso contrario presenteranno una mozione di sfiducia: «In cinque anni», ha dichiarato Giorgia Meloni, «nessun problema della Capitale è stato risolto e rimangono solo disastri e promesse non mantenute. Enrico Michetti è la persona giusta e siamo certi che avrà la fiducia dei romani». Il tutto, mentre il livello dei mucchi di immondizia che lastricano le strade romane non accenna a diminuire e prosegue la guerra di trincea tra la sindaca e il governatore del Lazio Nicola Zingaretti. Quest'ultimo, infatti, ha preannunciato l'ennesimo round della battaglia a colpi di carte bollate, ordinanze e ricorsi al Tar su a chi spetti la responsabilità di individuare i siti per i nuovi impianti, minacciando il commissariamento del Comune per «manifesta incapacità». In attesa della replica di un Campidoglio sempre più azzoppato, i carichi di rifiuti continuano a prendere la via degli impianti extraurbani o esteri, con costi che al danno delle strade invase dalla «monnezza» aggiungono per i romani la beffa di una tassa sullo smaltimento tra le più alte d'Italia.
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.