True
2020-04-09
Conte fa il finto duro con Bruxelles. Ma non si capisce se ha un piano B
Emmanuel Macron (Ansa)
Dove eravamo rimasti? Le ultime trentasei ore, con il surreale stallo in seno all'Eurogruppo, ci riportano alla sera del 26 marzo, quando, al termine di un Consiglio europeo infruttuoso, Giuseppe Conte finse di battere i pugni sul tavolo. E, da Palazzo Chigi, fece circolare una muscolare velina, tramite il fido Rocco Casalino, il cui senso era: l'Italia dà dieci giorni all'Ue. Che era successo? Vistosi in evidente minoranza, aggregato ad altri otto Paesi ma con un Emmanuel Macron già pronto a intestarsi soluzioni in proprio (e quindi a usare il fronte mediterraneo più che ad aiutare l'Italia), Conte scommise sul fatto che comprare tempo lo avrebbe aiutato ad ottenere qualche risultato. Obiettivo? Presentare ogni eventuale millimetro in più come un suo personale successo. Ecco, trascorsi quattordici giorni (e non dieci), possiamo dire che non è andata così, almeno per ora. Anzi: è come se le due settimane fossero passate invano, riproponendo esattamente lo stesso scenario del 26 marzo, se non per una condizione economica italiana resa ancora più fragile dall'emergenza. C'è l'Olanda come testa d'ariete della posizione ultrarigorista: ma non sfugge a nessuno che le sfuriate provocatorie degli olandesi assomiglino ai comportamenti del proverbiale poliziotto cattivo, il bad cop che si accompagna al good cop tedesco (anzi, per tanti versi, quasi il portavoce e il prestanome di posizioni che i tedeschi, esplicitamente, non vogliono intestarsi). Niente eurobond, dunque, e nessuna mutualizzazione di rischi e debiti. Dall'altra parte, simmetricamente, c'è l'Italia, che (almeno formalmente) dice no al Mes, e si prende la provocazione di un altro schiaffo olandese, con i rappresentanti dell'Aja che sibilano un ok a un presunto «Mes senza condizioni» ma solo per le spese mediche. Il tweet del ministro olandese Wopke Hoekstra è da manuale di bullismo: «A causa della crisi in corso, dobbiamo fare un'eccezione e consentire di usare il Mes senza condizioni per coprire i costi medici». Insomma, per le barelle. Doppia presa in giro: intanto ti impongono una condizione (vincolare i fondi alla sola emergenza sanitaria) e poi si riservano tra qualche mese di metterti al collo un guinzaglio alla greca. Nessuna sorpresa, in questo quadro, per lo stallo. È stato perfino imbarazzante, l'altra notte, sentir promettere una conferenza stampa del Presidente dell'Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno, che si sarebbe dovuta tenere ieri alle 10. Senonché, ieri mattina presto, sul profilo Twitter del portoghese, è comparso un annuncio luttuoso malamente infiocchettato: «Dopo 16 ore di discussione siamo giunti vicini a un accordo ma non ci siamo ancora. Ho sospeso l'Eurogruppo e riprenderemo giovedì». Poco dopo, a certificare la paralisi, la nota del portavoce di Centeno, burocratica come l'annuncio di un ritardo all'aeroporto: «La pianificata conferenza di stamattina alle 10 deve essere cancellata. Dettagli saranno annunciati più tardi». Contestualmente, è saltata pure la presentazione in pompa magna che Ursula von der Leyen aveva immaginato di una fantomatica Exit Strategy dall'emergenza, e che però la tedesca aveva «dimenticato» di condividere con i paesi mediterranei. Cosa resta sul tavolo dunque? L'ormai noto triplice «pacco»: la mini copertura assicurativa Sure (l'equivalente di qualche settimana di cassa integrazione), il vago fondo della Bei, e la solita trappola del Mes.
Al di là delle veline governative, il vero rischio è che l'Italia oggi possa cedere, accontentandosi di una parolina decorativa infilata in fondo al documento, da sventolare in patria come una conquista negoziale, ma finendo per ingoiare tutto il resto. Sullo sfondo, resta la cosiddetta mediazione francese. Ieri Parigi è andata all'assalto degli olandesi («La posizione olandese è controproducente, incomprensibile e non può durare», è stato il succo di una dura nota fatta circolare da fonti dell'Eliseo), ma più che altro è sembrato un modo per provare a stanare Berlino. Cosa vuole Macron? Avrebbe già ottenuto, nel draft di documento finale, la menzione di un Recovery Fund che il presidente francese vuole presentare come un pilastro pro ricostruzione. Ma il punto è: potrà fare emissioni comuni di Recovery bond e raccogliere risorse sul mercato? In caso negativo, Parigi ha ventilato la possibilità che i Paesi favorevoli procedano per conto proprio, ma è parso un espediente per smuovere i tedeschi: altrimenti, si tratterebbe plasticamente della fine dell'Unione.
Attenti alla trappola perfetta, però. La maggioranza dell'Ue (nordici inclusi) potrebbe irrobustire la citazione del Recovery Fund nel documento finale a patto che tutti gli altri accettino il Mes, più o meno truccato. E quella sarebbe la definitiva fregatura per l'Italia: oggi, apparentemente, nessuna condizione o condizioni attenuate, ma in futuro - in base alle immutate regole dei Trattati - resteremmo alla mercé del pilota automatico che gli altri potrebbero tranquillamente imporci in qualunque momento.
Ciò che rende fragile la posizione italiana è l'assenza di un visibile «piano b», e la dipendenza da fattori esterni. Un esempio? Sarebbe sufficiente una contrazione degli acquisti Bce per far salire lo spread, una specie di avvertimento, se non il preannuncio di un metodo già sperimentato nel 2011: produrre la capitolazione di un Paese via spread, maneggiando il rubinetto degli acquisti di titoli.
Ieri, a fine giornata, Conte ha riprovato a fare la faccia feroce: «Ammorbidire le regole di bilancio, altrimenti dobbiamo fare senza l'Europa e ognuno fa per sé». Ma a molti è sembrato un modo per farsi coraggio prima di dire sì oggi.
L’ombrello della Bce frena lo spread
«Non siamo qui per ridurre gli spread», era stata la gaffe fatta in conferenza stampa da Christine Lagarde lo scorso 12 marzo. Dimenticandosi che se la forchetta tra Bund e Btp sale, e non è colpa dell'Italia ma di un virus, la Bce da lei presieduta serve proprio a quello. Lo si è visto proprio ieri mattina quando lo spread tra Btp e Bund tedeschi è schizzato in apertura a 217 punti base (dai 194 di martedì sera) per poi perdere quota e chiudere a 197 punti.
Se non ci fosse stato l'ombrello della Bce, ora che anche madame Lagarde ha capito di non lavorare più per il Fmi, i danni della fumata nera dell'Eurogruppo sarebbero stati assai peggiori. La Vigilanza ha infatti annunciato martedì un pacchetto di misure che ha praticamente tolto ogni valutazione di rischio ai prestiti bancari e decurtato gli haircut, i margini di garanzia sulla liquidità, per impedire che «l'emergenza del coronavirus» provochi una gravissima stretta creditizia. Una vera e propria inversione a U sul fronte della politica monetaria, sulle banche, che si ritrovano in prima linea data la colossale crisi di liquidità per famiglie e imprese, specie le piccole, a causa dei lockdown causati dal Corona. Ammontano, intanto, a 30,2 miliardi gli interventi compiuti da Francoforte nella prima settimana di operatività del Programma di emergenza contro la pandemia di coronavirus (Pepp) varato quindici giorni fa. Con un aumento da 15,4 miliardi della posizione netta in valuta estera per via delle operazioni di liquidità in dollari. Consistenti anche gli interventi nel quadro del Qe «normale» con acquisti di titoli del settore pubblico per 13,2 miliardi che - a fronte di titoli in scadenza per 5 miliardi - portano il totale a 2.169,6 miliardi.
In attesa della soluzione politica, dunque, il tampone finanziario ha funzionato. Sono andate bene anche le aste con un rendimento in rialzo per i Bot annuali assegnati ieri dal Tesoro. Sono stati emessi 6,5 miliardi di Buoni a 12 mesi (scadenza 14 aprile 2021) spuntando un rendimento pari a 0,534%, in rialzo di 46 centesimi rispetto all'asta del mese precedente. Positivo anche l'esito del collocamento dei Bot trimestrali: offerti per 3 miliardi a sette anni dall'ultimo collocamento, i Buoni a tre mesi hanno spuntato un rendimento dello 0,188% e una richiesta elevata.
Hanno retto al flop della maratona notturna dell'Eurogruppo anche le Borse Ue. A Piazza Affari il Ftse Mib ha perso lo 0,18%, Francoforte lo 0,2%, Madrid l'1% mentre Parigi ha chiuso con un +0,10% e Londra ha ceduto lo 0,8 per cento. I settori europei più penalizzati dalle vendite sono soprattutto le banche. Secondo le stime di Goldman Sachs tra quest'anno e il 2023 i big del credito del Vecchio Continente distribuiranno cumulativamente agli azionisti circa 125 miliardi di euro, la metà rispetto ai 253 miliardi delle stime ante coronavirus. Il taglio delle stime è drastico sul 2020: Goldman Sachs calcola che le 56 banche di cui si occupa in Europa distribuiranno ai soci (tra cedole 2019 e riacquisti di azioni) solo 4,6 miliardi contro i 51,9 miliardi che erano attesi.
Dall'altra parte dell'Atlantico, Wall Street è partita bene (con Dow Jones e Nasdaq in rialzo di oltre un punto percentuale) ma ha perso slancio nel corso della seduta con gli investitori in attesa della pubblicazione delle minute della Federal Reserve e nonostante il cinguettio di Donald Trump che su Twitter ieri ha promesso: «Una volta aperto il nostro grande Paese, e succederà il prima possibile, la nostra economia subirà un boom, forse come mai prima d'ora».
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Eurogruppo ancora in pieno stallo, Giuseppi alza i toni: «Ammorbidire le regole, altrimenti ognuno fa per sé». Ma dalla sua, contro il fronte dei rigoristi del Nord, ha solo l'aiuto di Emmanuel Macron. Che non sembra disinteressato.L'ombrello della Bce frena lo spread. L'inversione a U di Christine Lagarde permette di contenere il differenziale tra Btp e Bund nonostante i segnali negativi che vengono dall'Europa politica. Bene anche le aste.Lo speciale comprende due articoli.Dove eravamo rimasti? Le ultime trentasei ore, con il surreale stallo in seno all'Eurogruppo, ci riportano alla sera del 26 marzo, quando, al termine di un Consiglio europeo infruttuoso, Giuseppe Conte finse di battere i pugni sul tavolo. E, da Palazzo Chigi, fece circolare una muscolare velina, tramite il fido Rocco Casalino, il cui senso era: l'Italia dà dieci giorni all'Ue. Che era successo? Vistosi in evidente minoranza, aggregato ad altri otto Paesi ma con un Emmanuel Macron già pronto a intestarsi soluzioni in proprio (e quindi a usare il fronte mediterraneo più che ad aiutare l'Italia), Conte scommise sul fatto che comprare tempo lo avrebbe aiutato ad ottenere qualche risultato. Obiettivo? Presentare ogni eventuale millimetro in più come un suo personale successo. Ecco, trascorsi quattordici giorni (e non dieci), possiamo dire che non è andata così, almeno per ora. Anzi: è come se le due settimane fossero passate invano, riproponendo esattamente lo stesso scenario del 26 marzo, se non per una condizione economica italiana resa ancora più fragile dall'emergenza. C'è l'Olanda come testa d'ariete della posizione ultrarigorista: ma non sfugge a nessuno che le sfuriate provocatorie degli olandesi assomiglino ai comportamenti del proverbiale poliziotto cattivo, il bad cop che si accompagna al good cop tedesco (anzi, per tanti versi, quasi il portavoce e il prestanome di posizioni che i tedeschi, esplicitamente, non vogliono intestarsi). Niente eurobond, dunque, e nessuna mutualizzazione di rischi e debiti. Dall'altra parte, simmetricamente, c'è l'Italia, che (almeno formalmente) dice no al Mes, e si prende la provocazione di un altro schiaffo olandese, con i rappresentanti dell'Aja che sibilano un ok a un presunto «Mes senza condizioni» ma solo per le spese mediche. Il tweet del ministro olandese Wopke Hoekstra è da manuale di bullismo: «A causa della crisi in corso, dobbiamo fare un'eccezione e consentire di usare il Mes senza condizioni per coprire i costi medici». Insomma, per le barelle. Doppia presa in giro: intanto ti impongono una condizione (vincolare i fondi alla sola emergenza sanitaria) e poi si riservano tra qualche mese di metterti al collo un guinzaglio alla greca. Nessuna sorpresa, in questo quadro, per lo stallo. È stato perfino imbarazzante, l'altra notte, sentir promettere una conferenza stampa del Presidente dell'Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno, che si sarebbe dovuta tenere ieri alle 10. Senonché, ieri mattina presto, sul profilo Twitter del portoghese, è comparso un annuncio luttuoso malamente infiocchettato: «Dopo 16 ore di discussione siamo giunti vicini a un accordo ma non ci siamo ancora. Ho sospeso l'Eurogruppo e riprenderemo giovedì». Poco dopo, a certificare la paralisi, la nota del portavoce di Centeno, burocratica come l'annuncio di un ritardo all'aeroporto: «La pianificata conferenza di stamattina alle 10 deve essere cancellata. Dettagli saranno annunciati più tardi». Contestualmente, è saltata pure la presentazione in pompa magna che Ursula von der Leyen aveva immaginato di una fantomatica Exit Strategy dall'emergenza, e che però la tedesca aveva «dimenticato» di condividere con i paesi mediterranei. Cosa resta sul tavolo dunque? L'ormai noto triplice «pacco»: la mini copertura assicurativa Sure (l'equivalente di qualche settimana di cassa integrazione), il vago fondo della Bei, e la solita trappola del Mes. Al di là delle veline governative, il vero rischio è che l'Italia oggi possa cedere, accontentandosi di una parolina decorativa infilata in fondo al documento, da sventolare in patria come una conquista negoziale, ma finendo per ingoiare tutto il resto. Sullo sfondo, resta la cosiddetta mediazione francese. Ieri Parigi è andata all'assalto degli olandesi («La posizione olandese è controproducente, incomprensibile e non può durare», è stato il succo di una dura nota fatta circolare da fonti dell'Eliseo), ma più che altro è sembrato un modo per provare a stanare Berlino. Cosa vuole Macron? Avrebbe già ottenuto, nel draft di documento finale, la menzione di un Recovery Fund che il presidente francese vuole presentare come un pilastro pro ricostruzione. Ma il punto è: potrà fare emissioni comuni di Recovery bond e raccogliere risorse sul mercato? In caso negativo, Parigi ha ventilato la possibilità che i Paesi favorevoli procedano per conto proprio, ma è parso un espediente per smuovere i tedeschi: altrimenti, si tratterebbe plasticamente della fine dell'Unione.Attenti alla trappola perfetta, però. La maggioranza dell'Ue (nordici inclusi) potrebbe irrobustire la citazione del Recovery Fund nel documento finale a patto che tutti gli altri accettino il Mes, più o meno truccato. E quella sarebbe la definitiva fregatura per l'Italia: oggi, apparentemente, nessuna condizione o condizioni attenuate, ma in futuro - in base alle immutate regole dei Trattati - resteremmo alla mercé del pilota automatico che gli altri potrebbero tranquillamente imporci in qualunque momento. Ciò che rende fragile la posizione italiana è l'assenza di un visibile «piano b», e la dipendenza da fattori esterni. Un esempio? Sarebbe sufficiente una contrazione degli acquisti Bce per far salire lo spread, una specie di avvertimento, se non il preannuncio di un metodo già sperimentato nel 2011: produrre la capitolazione di un Paese via spread, maneggiando il rubinetto degli acquisti di titoli. Ieri, a fine giornata, Conte ha riprovato a fare la faccia feroce: «Ammorbidire le regole di bilancio, altrimenti dobbiamo fare senza l'Europa e ognuno fa per sé». 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Se non ci fosse stato l'ombrello della Bce, ora che anche madame Lagarde ha capito di non lavorare più per il Fmi, i danni della fumata nera dell'Eurogruppo sarebbero stati assai peggiori. La Vigilanza ha infatti annunciato martedì un pacchetto di misure che ha praticamente tolto ogni valutazione di rischio ai prestiti bancari e decurtato gli haircut, i margini di garanzia sulla liquidità, per impedire che «l'emergenza del coronavirus» provochi una gravissima stretta creditizia. Una vera e propria inversione a U sul fronte della politica monetaria, sulle banche, che si ritrovano in prima linea data la colossale crisi di liquidità per famiglie e imprese, specie le piccole, a causa dei lockdown causati dal Corona. Ammontano, intanto, a 30,2 miliardi gli interventi compiuti da Francoforte nella prima settimana di operatività del Programma di emergenza contro la pandemia di coronavirus (Pepp) varato quindici giorni fa. Con un aumento da 15,4 miliardi della posizione netta in valuta estera per via delle operazioni di liquidità in dollari. Consistenti anche gli interventi nel quadro del Qe «normale» con acquisti di titoli del settore pubblico per 13,2 miliardi che - a fronte di titoli in scadenza per 5 miliardi - portano il totale a 2.169,6 miliardi. In attesa della soluzione politica, dunque, il tampone finanziario ha funzionato. Sono andate bene anche le aste con un rendimento in rialzo per i Bot annuali assegnati ieri dal Tesoro. Sono stati emessi 6,5 miliardi di Buoni a 12 mesi (scadenza 14 aprile 2021) spuntando un rendimento pari a 0,534%, in rialzo di 46 centesimi rispetto all'asta del mese precedente. Positivo anche l'esito del collocamento dei Bot trimestrali: offerti per 3 miliardi a sette anni dall'ultimo collocamento, i Buoni a tre mesi hanno spuntato un rendimento dello 0,188% e una richiesta elevata. Hanno retto al flop della maratona notturna dell'Eurogruppo anche le Borse Ue. A Piazza Affari il Ftse Mib ha perso lo 0,18%, Francoforte lo 0,2%, Madrid l'1% mentre Parigi ha chiuso con un +0,10% e Londra ha ceduto lo 0,8 per cento. I settori europei più penalizzati dalle vendite sono soprattutto le banche. Secondo le stime di Goldman Sachs tra quest'anno e il 2023 i big del credito del Vecchio Continente distribuiranno cumulativamente agli azionisti circa 125 miliardi di euro, la metà rispetto ai 253 miliardi delle stime ante coronavirus. Il taglio delle stime è drastico sul 2020: Goldman Sachs calcola che le 56 banche di cui si occupa in Europa distribuiranno ai soci (tra cedole 2019 e riacquisti di azioni) solo 4,6 miliardi contro i 51,9 miliardi che erano attesi. Dall'altra parte dell'Atlantico, Wall Street è partita bene (con Dow Jones e Nasdaq in rialzo di oltre un punto percentuale) ma ha perso slancio nel corso della seduta con gli investitori in attesa della pubblicazione delle minute della Federal Reserve e nonostante il cinguettio di Donald Trump che su Twitter ieri ha promesso: «Una volta aperto il nostro grande Paese, e succederà il prima possibile, la nostra economia subirà un boom, forse come mai prima d'ora».
(Ansa)
In alcune città sono stati anche affissi dei manifesti che celebrano alcune delle splendide qualità dell’Unione europea. Sono ripresi direttamente dal sito della Commissione Ue, e sono veramente formidabili. La Commissione li presenta con un comunicato commovente dal titolo «La democrazia merita di essere protetta», e già basterebbe a farsi una idea. «Che si tratti di scorrere le notizie online, guardare i tuoi programmi preferiti in streaming o discutere con gli amici al bar, la democrazia all’interno dell’Ue ci garantisce la libertà nei gesti della vita di tutti i giorni», dice il testo. «È difficile immaginare una vita senza queste forme di libertà. Tuttavia, i diritti e le libertà che abbiamo oggi non sono sempre stati garantiti, ma sono stati costruiti e difesi di generazione in generazione. Oggi», spiega la Commissione, «i principi democratici sono messi sempre più a dura prova, anche in Europa. Insieme però possiamo arginare questo fenomeno».
Viene da chiedersi chi sia il responsabile di tale scempio. Chi mette a dura prova i principi democratici? Viene il sospetto che la Commissione ce l’abbia con i suoi nemici di sempre: sovranisti, populisti, destre ed euroscettici in genere. Veramente strabiliante: l’Ue si vanta della sua democrazia producendo un comunicato che sembra una caricatura della propaganda di regime. Sentite come prosegue il documento: «Anche tu puoi aiutare a dare forma alla democrazia in Europa. Esprimendo il tuo voto nelle elezioni locali, regionali, nazionali ed europee, puoi difendere le tue idee e i tuoi valori. Puoi anche avviare un’iniziativa dei cittadini per far approvare nuove legislazioni, condividere le tue opinioni sulle politiche in atto, presentare petizioni all’Ue su questioni che ti stanno a cuore o fare volontariato nella tua comunità. Il potere è nelle tue mani. Proteggere la democrazia e rafforzare la resilienza democratica dei cittadini, delle società e delle istituzioni è uno sforzo collettivo urgente per proteggere ciò che conta per gli europei. Per proteggere i nostri valori democratici, le nostre libertà e il nostro stile di vita». Di nuovo, viene da chiedersi: proteggere da chi? Da chi dobbiamo guardarci? Da Putin? Dall’Iran? Da Trump?
I manifesti ispirati a questi sublimi concetti, dicevamo, sono memorabili. Sono tutti più o meno simili. Mostrano immagini di giovani che si suppone siano europei e hanno tre slogan diversi: stampa libera, espressione libera, scienza libera. E se non li avessimo visti nelle strade penseremmo a uno scherzo.
Il fatto è che stampa, espressione e scienza sono esattamente le cose che l’Unione Europea da anni minaccia. Riprendendo il comunicato della Commissione Ue, potremmo dire che il nostro stile di vita e i nostri valori sono sì sotto pressione e sotto attacco, ma a metterli in pericolo non sono chissà quali nemici esterni: sono semmai i burocrati di Bruxelles a costituire la principale minaccia. L’Ue ha clamorosamente cercato di controllare la libera scienza durante l’emergenza Covid, diventando il principale ostacolo alla diffusione di informazioni. Da anni cerca di porre limiti ai social network, di dare la caccia ai dissidenti e di colpire chi osa uscire dai confini del politicamente corretto. Inoltre, come ha dimostrato il ricercatore Thomas Fazi, spende milioni per farsi propaganda sui media. Se la democrazia in Europa è a rischio, occorre ringraziare Bruxelles.
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Christine Lagarde (Ansa)
Questo contrasto è apparso evidente nel confronto tra diversi report con le preoccupazioni sulla crescita economica dell’Eurozona, da una parte, e dall’altra, un intervento di Piero Cipollone, membro del consiglio esecutivo della Bce, la Banca centrale europea che tiene sotto controllo la dinamica inflazionistica.
È il dilemma con cui si stanno confrontando i diversi decisori nel tentativo di evitare una crisi pesante dell’economia reale - che richiede interventi a favore delle attività produttive e di aiuto alle famiglie - ma anche di non correre il rischio di una spirale inflazionistica che metterebbe in difficoltà non solo famiglie e consumatori ma anche i grandi numeri della finanza pubblica.
Cipollone ha parlato a Milano al Festival dello sviluppo sostenibile e, pur con la cautela propria dei banchieri centrali, non ha escluso l’eventualità di un aumento dei tassi e quindi del costo del denaro. «La situazione attuale sembra discostarsi dalle nostre proiezioni di base di marzo» - ha detto l’esponente Bce - e per questo «aumenta la probabilità che potremmo dover adeguare i nostri tassi di interesse». L’obiettivo è di contenere gli effetti a catena del caro-carburanti per evitare che l’inflazione si discosti eccessivamente dal 2% da sempre indicato come il livello auspicabile a livello europeo. Ma è altrettanto evidente che l’effetto collaterale rischia di essere un impatto pesante sulla crescita. Nulla di deciso, anche perché le implicazioni del conflitto sull’inflazione e sull’attività economica a medio termine «dipenderanno dall’intensità, dalla durata e dalla propagazione dello shock dei prezzi dell’energia».
Ma secondo Piero Cipollone, la divisione dei compiti è chiara: di fronte a uno shock come quello che si sta registrando, «la politica monetaria può ancorare le aspettative e garantire il ritorno dell’inflazione all’obiettivo nel medio termine», mentre è la politica fiscale che «può attenuare l’impatto sull’attività economica». Quindi la palla per la crescita passa ai governi e alla Ue. La preoccupazione per la scarsa crescita e i rischi di recessione sono in aumento. L’indice S&P Global Pmi della produzione composita dell’Eurozona è sceso ad aprile al 48,8 (contro il 50,7 di marzo) toccando il minimo degli ultimi 17 mesi. Anche l’indice che riguarda il terziario ha toccato il minimo degli ultimi 5 anni: al 47,6 contro il 50,2 di marzo. Poiché la soglia 50 separa la crescita dalla contrazione, siamo passati a una fase negativa. Se aggiungiamo un aumento, sempre secondo S&P, dei prezzi di vendita come non si vedeva da almeno tre anni, l’incubo è quello, temutissimo della stagflazione: prezzi in rialzo in una economia depressa. Ora, l’indagine evidenzia un andamento migliore della produzione in Italia e Irlanda (ancora positivo) mentre è negativo per Germania, Francia e Spagna, ma certo il quadro appare preoccupante, con un indice di fiducia dell’Eurozona fortemente peggiorato per i prossimi 12 mesi. Così le proposte italiane di interventi e politiche europee adeguati alla situazione appaiono non solo di buon senso ma obbligati e indispensabili.
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Alessandro Giuli (Imagoeconomica)
Il pensiero ha fatto breccia persino nelle stesse stanze del Mic, da anni cornucopia di prebende e assegni pesantissimi alle opere intellettuali degli amici intellò. Solo che, dalle parti di via del Collegio Romano, devono aver trovato difficile, se non proprio impossibile, estirpare questa prassi, ormai evidentemente ben radicata, dei finanziamenti a pioggia a opere discutibili o firmati dai soliti membri del circoletto rosso. E così il dicastero guidato da Alessandro Giuli e dalla sottosegretaria con delega al Cinema, Lucia Borgonzoni, sì è visto costretto a chiedere l’intervento della Guardia di finanza dopo i risultati (leggasi: contributi e tax credit) delle commissioni preposte alla valutazione delle opere prima del sì o no definitivo al sostegno economico.
La telefonata dagli uffici del ministero in direzione delle Fiamme gialle è partita il 9 aprile scorso. I finanziari si sono presentati nella sede del Mic il successivo lunedì 13 aprile. Hanno ascoltato quello che i loro interlocutori avevano da dire e hanno acquisito la documentazione sui contributi concessi a numerosi film. La Verità è in grado di anticipare qualche nome di pellicola finita nel mirino della Finanza.
Il primo è Tradita, un «thriller sentimentale» (così è definito) diretto da Gabriele Altobelli, girato per tre settimane nelle Marche (anche se è stato bocciato dalla Film commissione regionale) e che segna il ritorno al cinema di Manuela Arcuri come protagonista. Distribuito nei cinema a marzo, è scritto e sceneggiato da Steve Della Casa, ex militante di Lotta continua e coinvolto nell’indagine sull’attentato al bar Angelo azzurro di via Po, a Torino, dove mori bruciato un giovane studente, nel 1977, dopo il lancio di una bomba Molotov. Tradita, finora, ha racimolato 26.074 euro al botteghino, «tenendo incollati» alla poltrona ben 3.631 spettatori. Per questo film che non sta proprio sbancando il box office, lo Stato ha garantito ben 1,2 milioni e rotti di euro di Tax credit, a fronte di un costo complessivo di produzione di 2,9 milioni. Il lungometraggio è stato prodotto dalla Mattia’s film, oscura srl romana di proprietà di Giovanni Di Gianfrancesco e Alfonsina Libroja, amministratrice unica della società che «vanta» un capitale sociale di 40.000 euro.
Le altre pellicole finite nel mirino della Finanza, su segnalazione del Mic, sono Solo se tu canti - L’irresistibile storia di Gigi D’Alessio, diretto da Luca Miniero, che ha portato a casa 1.050.000 milioni su un costo complessivo di 6,8, Tony Pappalardo Investigation di Pier Francesco Pingitore, che ha ottenuto 800.000 euro di sgravi, Il tempo delle mele cotte di Andrea Muzzi, con altri 400.000 euro di aiuti, e La leggenda sul Grappa, misterioso film prodotto dalla Marte Studios di Guglielmo Brancato che è valso ai produttori ben 572.000 euro di contributi.
La cronaca recente ha visto spesso gli uomini delle Fiamme gialle aggirarsi per gli uffici del ministero della Cultura: l’ultima «visita» era avvenuta a marzo, per acquisire la documentazione relativa alla produzione di alcune pellicole targate The Apartment, controllata dal colosso Fremantle: acquisiti documenti, contratti e rapporti economici legati alla produzione della prima stagione della serie M. Il figlio del secolo, diretta da Joe Wright, tratta dall’omonimo libro di Antonio Scurati e incentrata sul primo Benito Mussolini, del film del 2024 Queer, di Luca Guadagnino, con Daniel Craig, e Finalmente l’alba, pellicola sempre del 2024 scritta e diretta da Saverio Costanzo e prodotta direttamente da Fremantle. In precedenza, a ottobre 2025, i finanziari avevano acquisito altri documenti relativi al Tax credit concesso ad alcune pellicole, nell’ambito di un’inchiesta della procura di Roma sul sistema di aiuti al settore messo in piedi dall’ex ministro del Pd, Dario Franceschini: sotto la lente dei pm, erano finiti film come L’immensità di Emanuele Crialese, Siccità di Paolo Virzì e ancora Finalmente l’alba di Saverio Costanzo.
Intanto, a livello politico, le opposizioni cercano di infilarsi nelle difficoltà di Giuli nel gestire la pratica dei finanziamenti al settore. «Giuli ha rivolto un appello a non sprecare l’occasione di una riforma parlamentare condivisa che dia risposte e stabilità al mondo del cinema e dell’audiovisivo. Giova ricordare che se quell’occasione c’è è per una iniziativa delle opposizioni che, sfruttando gli spazi riservati alle minoranze, calendarizzato le proprie proposte di riforma», hanno affermato in una nota i deputati dei gruppi di Pd, M5s, Avs, talia viva e Azione della commissione Cultura della Camera. Dialogo sì, dunque, ma alle condizioni della sinistra: lo ha ribadito anche il segretario del Pd, Elly Schlein: «La disponibilità al confronto c’è, ma a partire dalle nostre proposte già calendarizzate».
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Marco Rubio (Ansa)
Secondo una nota del governo di Washington, oggi si discuterà «della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale». Inoltre, qualche dettaglio in più è stato lo stesso Rubio a fornirlo l’altro ieri sera. «C’è molto di cui parlare con il Vaticano», ha detto il segretario di Stato americano, per poi aggiungere: «Il papa è appena rientrato da un viaggio in Africa, dove la Chiesa sta crescendo in modo molto dinamico, e abbiamo condiviso le preoccupazioni sulla libertà religiosa in diverse parti del mondo. Ci piacerebbe parlarne con loro». «Siamo disposti a fornire ulteriori aiuti umanitari a Cuba, distribuiti tramite la Chiesa, ma il regime cubano deve consentircelo», ha proseguito. «Il Papa è ovviamente il Vicario di Cristo, ma è anche il capo di uno Stato nazionale, un’organizzazione presente in oltre cento Paesi in tutto il mondo, e noi collaboriamo spesso con il Vaticano proprio perché è presente in molti luoghi diversi», ha anche detto.
Insomma, Rubio ha cercato di smorzare la tensione, mentre Parolin, pur bollando ieri come «strane» le critiche di Donald Trump al pontefice, ha definito gli Usa un «interlocutore» e non ha escluso in futuro un colloquio diretto tra i due leader. Da entrambe le parti si sta quindi tentando di rasserenare il clima, dopo i recenti attriti tra il presidente americano e Leone, scoppiati soprattutto a causa della guerra in Iran: guerra rispetto a cui, ieri, Parolin ha invocato il ricorso al «negoziato». Non è del resto un mistero che la Casa Bianca sia ai ferri corti con l’episcopato cattolico statunitense su vari dossier: dalla stessa crisi iraniana all’immigrazione clandestina. Dall’altra parte, il quadro generale ha una sua complessità. Al netto degli attriti con i vescovi, Trump, nel 2024, ha conquistato la maggioranza del voto cattolico, facendo leva sull’irritazione che quel mondo nutriva verso l’ala woke del Partito democratico statunitense. La missione odierna del cattolico Rubio è quindi innanzitutto quella di ricucire i recenti strappi con la Santa Sede.
Tuttavia, è al contempo possibile che sul tavolo ci sarà anche dell’altro. E un’indicazione è arrivata dallo stesso Rubio quando ha affermato che, tra le altre cose, si parlerà di libertà religiosa. E qui torna in mente un precedente. Tra settembre e ottobre 2020, il segretario di Stato americano della prima amministrazione Trump, Mike Pompeo, si recò a Roma. Nell’occasione, tenne un discorso sulla libertà religiosa e, al contempo, ebbe delle tensioni con Parolin a causa dell’accordo che, nel 2018, la Santa Sede aveva firmato con la Cina sulla nomina dei vescovi. Pompeo cercò di convincere il cardinale a bloccare il rinnovo dell’intesa, senza riuscirci. Un’intesa che, nello stesso 2018, era stata criticata proprio da Rubio, all’epoca senatore della Florida.
Il Partito repubblicano ha sempre visto quell’accordo come il fumo negli occhi: un accordo che ha suscitato lo scetticismo anche di vari settori della stessa Chiesa statunitense. «Il mio istinto mi dice anche che non si può negoziare con queste persone. Potrebbe essere straordinariamente controproducente», affermò, nel 2021, il cardinale Timothy Dolan, riferendosi ai vertici del Partito comunista cinese. La stessa Conferenza episcopale statunitense, nel 2024, pur non criticandola apertamente, si mostrò guardinga sull’intesa tra Santa Sede e Cina. «Resta da vedere se la speranza del Vaticano di costruire fiducia e amicizia attraverso il dialogo porterà frutti concreti in miglioramenti della libertà religiosa», dichiarò.
L’accordo -rinnovato per altri quattro anni nel 2024- è stato nuovamente difeso, a ottobre scorso, da Parolin, che fu il suo principale artefice, insieme a gruppi favorevoli alla distensione con Pechino, come la Compagnia di Gesù e la Comunità di S. Egidio: tutte realtà filocinesi che erano uscite sconfitte dal conclave dell’anno scorso. E qui arriviamo al nodo. Nonostante Leone abbia parzialmente raffreddato la spinta pro Pechino del predecessore, l’amministrazione Trump si attendeva un cambio di passo più deciso nella politica estera vaticana. La Casa Bianca teme infatti che la Cina possa approfittare dell’accordo con Roma per rafforzare la propria influenza sull’America Latina, che è notoriamente a maggioranza cattolica. Il che è visto con preoccupazione da Trump, che ha rilanciato la Dottrina Monroe col chiaro intento di estromettere Pechino dall’Emisfero occidentale. Leone, dal canto suo, sa di doversi muovere con circospezione per evitare strappi traumatici in seno alla Chiesa. Dall’altra parte, però, a ottobre ha sottolineato l’estrema importanza della libertà religiosa, definendola un diritto «essenziale». È quindi su questo terreno che, forse, il Papa e Rubio cercheranno di trovare oggi una convergenza.
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