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2020-04-09
Conte fa il finto duro con Bruxelles. Ma non si capisce se ha un piano B
Emmanuel Macron (Ansa)
Dove eravamo rimasti? Le ultime trentasei ore, con il surreale stallo in seno all'Eurogruppo, ci riportano alla sera del 26 marzo, quando, al termine di un Consiglio europeo infruttuoso, Giuseppe Conte finse di battere i pugni sul tavolo. E, da Palazzo Chigi, fece circolare una muscolare velina, tramite il fido Rocco Casalino, il cui senso era: l'Italia dà dieci giorni all'Ue. Che era successo? Vistosi in evidente minoranza, aggregato ad altri otto Paesi ma con un Emmanuel Macron già pronto a intestarsi soluzioni in proprio (e quindi a usare il fronte mediterraneo più che ad aiutare l'Italia), Conte scommise sul fatto che comprare tempo lo avrebbe aiutato ad ottenere qualche risultato. Obiettivo? Presentare ogni eventuale millimetro in più come un suo personale successo. Ecco, trascorsi quattordici giorni (e non dieci), possiamo dire che non è andata così, almeno per ora. Anzi: è come se le due settimane fossero passate invano, riproponendo esattamente lo stesso scenario del 26 marzo, se non per una condizione economica italiana resa ancora più fragile dall'emergenza. C'è l'Olanda come testa d'ariete della posizione ultrarigorista: ma non sfugge a nessuno che le sfuriate provocatorie degli olandesi assomiglino ai comportamenti del proverbiale poliziotto cattivo, il bad cop che si accompagna al good cop tedesco (anzi, per tanti versi, quasi il portavoce e il prestanome di posizioni che i tedeschi, esplicitamente, non vogliono intestarsi). Niente eurobond, dunque, e nessuna mutualizzazione di rischi e debiti. Dall'altra parte, simmetricamente, c'è l'Italia, che (almeno formalmente) dice no al Mes, e si prende la provocazione di un altro schiaffo olandese, con i rappresentanti dell'Aja che sibilano un ok a un presunto «Mes senza condizioni» ma solo per le spese mediche. Il tweet del ministro olandese Wopke Hoekstra è da manuale di bullismo: «A causa della crisi in corso, dobbiamo fare un'eccezione e consentire di usare il Mes senza condizioni per coprire i costi medici». Insomma, per le barelle. Doppia presa in giro: intanto ti impongono una condizione (vincolare i fondi alla sola emergenza sanitaria) e poi si riservano tra qualche mese di metterti al collo un guinzaglio alla greca. Nessuna sorpresa, in questo quadro, per lo stallo. È stato perfino imbarazzante, l'altra notte, sentir promettere una conferenza stampa del Presidente dell'Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno, che si sarebbe dovuta tenere ieri alle 10. Senonché, ieri mattina presto, sul profilo Twitter del portoghese, è comparso un annuncio luttuoso malamente infiocchettato: «Dopo 16 ore di discussione siamo giunti vicini a un accordo ma non ci siamo ancora. Ho sospeso l'Eurogruppo e riprenderemo giovedì». Poco dopo, a certificare la paralisi, la nota del portavoce di Centeno, burocratica come l'annuncio di un ritardo all'aeroporto: «La pianificata conferenza di stamattina alle 10 deve essere cancellata. Dettagli saranno annunciati più tardi». Contestualmente, è saltata pure la presentazione in pompa magna che Ursula von der Leyen aveva immaginato di una fantomatica Exit Strategy dall'emergenza, e che però la tedesca aveva «dimenticato» di condividere con i paesi mediterranei. Cosa resta sul tavolo dunque? L'ormai noto triplice «pacco»: la mini copertura assicurativa Sure (l'equivalente di qualche settimana di cassa integrazione), il vago fondo della Bei, e la solita trappola del Mes.
Al di là delle veline governative, il vero rischio è che l'Italia oggi possa cedere, accontentandosi di una parolina decorativa infilata in fondo al documento, da sventolare in patria come una conquista negoziale, ma finendo per ingoiare tutto il resto. Sullo sfondo, resta la cosiddetta mediazione francese. Ieri Parigi è andata all'assalto degli olandesi («La posizione olandese è controproducente, incomprensibile e non può durare», è stato il succo di una dura nota fatta circolare da fonti dell'Eliseo), ma più che altro è sembrato un modo per provare a stanare Berlino. Cosa vuole Macron? Avrebbe già ottenuto, nel draft di documento finale, la menzione di un Recovery Fund che il presidente francese vuole presentare come un pilastro pro ricostruzione. Ma il punto è: potrà fare emissioni comuni di Recovery bond e raccogliere risorse sul mercato? In caso negativo, Parigi ha ventilato la possibilità che i Paesi favorevoli procedano per conto proprio, ma è parso un espediente per smuovere i tedeschi: altrimenti, si tratterebbe plasticamente della fine dell'Unione.
Attenti alla trappola perfetta, però. La maggioranza dell'Ue (nordici inclusi) potrebbe irrobustire la citazione del Recovery Fund nel documento finale a patto che tutti gli altri accettino il Mes, più o meno truccato. E quella sarebbe la definitiva fregatura per l'Italia: oggi, apparentemente, nessuna condizione o condizioni attenuate, ma in futuro - in base alle immutate regole dei Trattati - resteremmo alla mercé del pilota automatico che gli altri potrebbero tranquillamente imporci in qualunque momento.
Ciò che rende fragile la posizione italiana è l'assenza di un visibile «piano b», e la dipendenza da fattori esterni. Un esempio? Sarebbe sufficiente una contrazione degli acquisti Bce per far salire lo spread, una specie di avvertimento, se non il preannuncio di un metodo già sperimentato nel 2011: produrre la capitolazione di un Paese via spread, maneggiando il rubinetto degli acquisti di titoli.
Ieri, a fine giornata, Conte ha riprovato a fare la faccia feroce: «Ammorbidire le regole di bilancio, altrimenti dobbiamo fare senza l'Europa e ognuno fa per sé». Ma a molti è sembrato un modo per farsi coraggio prima di dire sì oggi.
L’ombrello della Bce frena lo spread
«Non siamo qui per ridurre gli spread», era stata la gaffe fatta in conferenza stampa da Christine Lagarde lo scorso 12 marzo. Dimenticandosi che se la forchetta tra Bund e Btp sale, e non è colpa dell'Italia ma di un virus, la Bce da lei presieduta serve proprio a quello. Lo si è visto proprio ieri mattina quando lo spread tra Btp e Bund tedeschi è schizzato in apertura a 217 punti base (dai 194 di martedì sera) per poi perdere quota e chiudere a 197 punti.
Se non ci fosse stato l'ombrello della Bce, ora che anche madame Lagarde ha capito di non lavorare più per il Fmi, i danni della fumata nera dell'Eurogruppo sarebbero stati assai peggiori. La Vigilanza ha infatti annunciato martedì un pacchetto di misure che ha praticamente tolto ogni valutazione di rischio ai prestiti bancari e decurtato gli haircut, i margini di garanzia sulla liquidità, per impedire che «l'emergenza del coronavirus» provochi una gravissima stretta creditizia. Una vera e propria inversione a U sul fronte della politica monetaria, sulle banche, che si ritrovano in prima linea data la colossale crisi di liquidità per famiglie e imprese, specie le piccole, a causa dei lockdown causati dal Corona. Ammontano, intanto, a 30,2 miliardi gli interventi compiuti da Francoforte nella prima settimana di operatività del Programma di emergenza contro la pandemia di coronavirus (Pepp) varato quindici giorni fa. Con un aumento da 15,4 miliardi della posizione netta in valuta estera per via delle operazioni di liquidità in dollari. Consistenti anche gli interventi nel quadro del Qe «normale» con acquisti di titoli del settore pubblico per 13,2 miliardi che - a fronte di titoli in scadenza per 5 miliardi - portano il totale a 2.169,6 miliardi.
In attesa della soluzione politica, dunque, il tampone finanziario ha funzionato. Sono andate bene anche le aste con un rendimento in rialzo per i Bot annuali assegnati ieri dal Tesoro. Sono stati emessi 6,5 miliardi di Buoni a 12 mesi (scadenza 14 aprile 2021) spuntando un rendimento pari a 0,534%, in rialzo di 46 centesimi rispetto all'asta del mese precedente. Positivo anche l'esito del collocamento dei Bot trimestrali: offerti per 3 miliardi a sette anni dall'ultimo collocamento, i Buoni a tre mesi hanno spuntato un rendimento dello 0,188% e una richiesta elevata.
Hanno retto al flop della maratona notturna dell'Eurogruppo anche le Borse Ue. A Piazza Affari il Ftse Mib ha perso lo 0,18%, Francoforte lo 0,2%, Madrid l'1% mentre Parigi ha chiuso con un +0,10% e Londra ha ceduto lo 0,8 per cento. I settori europei più penalizzati dalle vendite sono soprattutto le banche. Secondo le stime di Goldman Sachs tra quest'anno e il 2023 i big del credito del Vecchio Continente distribuiranno cumulativamente agli azionisti circa 125 miliardi di euro, la metà rispetto ai 253 miliardi delle stime ante coronavirus. Il taglio delle stime è drastico sul 2020: Goldman Sachs calcola che le 56 banche di cui si occupa in Europa distribuiranno ai soci (tra cedole 2019 e riacquisti di azioni) solo 4,6 miliardi contro i 51,9 miliardi che erano attesi.
Dall'altra parte dell'Atlantico, Wall Street è partita bene (con Dow Jones e Nasdaq in rialzo di oltre un punto percentuale) ma ha perso slancio nel corso della seduta con gli investitori in attesa della pubblicazione delle minute della Federal Reserve e nonostante il cinguettio di Donald Trump che su Twitter ieri ha promesso: «Una volta aperto il nostro grande Paese, e succederà il prima possibile, la nostra economia subirà un boom, forse come mai prima d'ora».
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Eurogruppo ancora in pieno stallo, Giuseppi alza i toni: «Ammorbidire le regole, altrimenti ognuno fa per sé». Ma dalla sua, contro il fronte dei rigoristi del Nord, ha solo l'aiuto di Emmanuel Macron. Che non sembra disinteressato.L'ombrello della Bce frena lo spread. L'inversione a U di Christine Lagarde permette di contenere il differenziale tra Btp e Bund nonostante i segnali negativi che vengono dall'Europa politica. Bene anche le aste.Lo speciale comprende due articoli.Dove eravamo rimasti? Le ultime trentasei ore, con il surreale stallo in seno all'Eurogruppo, ci riportano alla sera del 26 marzo, quando, al termine di un Consiglio europeo infruttuoso, Giuseppe Conte finse di battere i pugni sul tavolo. E, da Palazzo Chigi, fece circolare una muscolare velina, tramite il fido Rocco Casalino, il cui senso era: l'Italia dà dieci giorni all'Ue. Che era successo? Vistosi in evidente minoranza, aggregato ad altri otto Paesi ma con un Emmanuel Macron già pronto a intestarsi soluzioni in proprio (e quindi a usare il fronte mediterraneo più che ad aiutare l'Italia), Conte scommise sul fatto che comprare tempo lo avrebbe aiutato ad ottenere qualche risultato. Obiettivo? Presentare ogni eventuale millimetro in più come un suo personale successo. Ecco, trascorsi quattordici giorni (e non dieci), possiamo dire che non è andata così, almeno per ora. Anzi: è come se le due settimane fossero passate invano, riproponendo esattamente lo stesso scenario del 26 marzo, se non per una condizione economica italiana resa ancora più fragile dall'emergenza. C'è l'Olanda come testa d'ariete della posizione ultrarigorista: ma non sfugge a nessuno che le sfuriate provocatorie degli olandesi assomiglino ai comportamenti del proverbiale poliziotto cattivo, il bad cop che si accompagna al good cop tedesco (anzi, per tanti versi, quasi il portavoce e il prestanome di posizioni che i tedeschi, esplicitamente, non vogliono intestarsi). Niente eurobond, dunque, e nessuna mutualizzazione di rischi e debiti. Dall'altra parte, simmetricamente, c'è l'Italia, che (almeno formalmente) dice no al Mes, e si prende la provocazione di un altro schiaffo olandese, con i rappresentanti dell'Aja che sibilano un ok a un presunto «Mes senza condizioni» ma solo per le spese mediche. Il tweet del ministro olandese Wopke Hoekstra è da manuale di bullismo: «A causa della crisi in corso, dobbiamo fare un'eccezione e consentire di usare il Mes senza condizioni per coprire i costi medici». Insomma, per le barelle. Doppia presa in giro: intanto ti impongono una condizione (vincolare i fondi alla sola emergenza sanitaria) e poi si riservano tra qualche mese di metterti al collo un guinzaglio alla greca. Nessuna sorpresa, in questo quadro, per lo stallo. È stato perfino imbarazzante, l'altra notte, sentir promettere una conferenza stampa del Presidente dell'Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno, che si sarebbe dovuta tenere ieri alle 10. Senonché, ieri mattina presto, sul profilo Twitter del portoghese, è comparso un annuncio luttuoso malamente infiocchettato: «Dopo 16 ore di discussione siamo giunti vicini a un accordo ma non ci siamo ancora. Ho sospeso l'Eurogruppo e riprenderemo giovedì». Poco dopo, a certificare la paralisi, la nota del portavoce di Centeno, burocratica come l'annuncio di un ritardo all'aeroporto: «La pianificata conferenza di stamattina alle 10 deve essere cancellata. Dettagli saranno annunciati più tardi». Contestualmente, è saltata pure la presentazione in pompa magna che Ursula von der Leyen aveva immaginato di una fantomatica Exit Strategy dall'emergenza, e che però la tedesca aveva «dimenticato» di condividere con i paesi mediterranei. Cosa resta sul tavolo dunque? L'ormai noto triplice «pacco»: la mini copertura assicurativa Sure (l'equivalente di qualche settimana di cassa integrazione), il vago fondo della Bei, e la solita trappola del Mes. Al di là delle veline governative, il vero rischio è che l'Italia oggi possa cedere, accontentandosi di una parolina decorativa infilata in fondo al documento, da sventolare in patria come una conquista negoziale, ma finendo per ingoiare tutto il resto. Sullo sfondo, resta la cosiddetta mediazione francese. Ieri Parigi è andata all'assalto degli olandesi («La posizione olandese è controproducente, incomprensibile e non può durare», è stato il succo di una dura nota fatta circolare da fonti dell'Eliseo), ma più che altro è sembrato un modo per provare a stanare Berlino. Cosa vuole Macron? Avrebbe già ottenuto, nel draft di documento finale, la menzione di un Recovery Fund che il presidente francese vuole presentare come un pilastro pro ricostruzione. Ma il punto è: potrà fare emissioni comuni di Recovery bond e raccogliere risorse sul mercato? In caso negativo, Parigi ha ventilato la possibilità che i Paesi favorevoli procedano per conto proprio, ma è parso un espediente per smuovere i tedeschi: altrimenti, si tratterebbe plasticamente della fine dell'Unione.Attenti alla trappola perfetta, però. La maggioranza dell'Ue (nordici inclusi) potrebbe irrobustire la citazione del Recovery Fund nel documento finale a patto che tutti gli altri accettino il Mes, più o meno truccato. E quella sarebbe la definitiva fregatura per l'Italia: oggi, apparentemente, nessuna condizione o condizioni attenuate, ma in futuro - in base alle immutate regole dei Trattati - resteremmo alla mercé del pilota automatico che gli altri potrebbero tranquillamente imporci in qualunque momento. Ciò che rende fragile la posizione italiana è l'assenza di un visibile «piano b», e la dipendenza da fattori esterni. Un esempio? Sarebbe sufficiente una contrazione degli acquisti Bce per far salire lo spread, una specie di avvertimento, se non il preannuncio di un metodo già sperimentato nel 2011: produrre la capitolazione di un Paese via spread, maneggiando il rubinetto degli acquisti di titoli. Ieri, a fine giornata, Conte ha riprovato a fare la faccia feroce: «Ammorbidire le regole di bilancio, altrimenti dobbiamo fare senza l'Europa e ognuno fa per sé». Ma a molti è sembrato un modo per farsi coraggio prima di dire sì oggi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-fa-il-finto-duro-con-bruxelles-ma-non-si-capisce-se-ha-un-piano-b-2645671512.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lombrello-della-bce-frena-lo-spread" data-post-id="2645671512" data-published-at="1586371709" data-use-pagination="False"> L’ombrello della Bce frena lo spread «Non siamo qui per ridurre gli spread», era stata la gaffe fatta in conferenza stampa da Christine Lagarde lo scorso 12 marzo. Dimenticandosi che se la forchetta tra Bund e Btp sale, e non è colpa dell'Italia ma di un virus, la Bce da lei presieduta serve proprio a quello. Lo si è visto proprio ieri mattina quando lo spread tra Btp e Bund tedeschi è schizzato in apertura a 217 punti base (dai 194 di martedì sera) per poi perdere quota e chiudere a 197 punti. Se non ci fosse stato l'ombrello della Bce, ora che anche madame Lagarde ha capito di non lavorare più per il Fmi, i danni della fumata nera dell'Eurogruppo sarebbero stati assai peggiori. La Vigilanza ha infatti annunciato martedì un pacchetto di misure che ha praticamente tolto ogni valutazione di rischio ai prestiti bancari e decurtato gli haircut, i margini di garanzia sulla liquidità, per impedire che «l'emergenza del coronavirus» provochi una gravissima stretta creditizia. Una vera e propria inversione a U sul fronte della politica monetaria, sulle banche, che si ritrovano in prima linea data la colossale crisi di liquidità per famiglie e imprese, specie le piccole, a causa dei lockdown causati dal Corona. Ammontano, intanto, a 30,2 miliardi gli interventi compiuti da Francoforte nella prima settimana di operatività del Programma di emergenza contro la pandemia di coronavirus (Pepp) varato quindici giorni fa. Con un aumento da 15,4 miliardi della posizione netta in valuta estera per via delle operazioni di liquidità in dollari. Consistenti anche gli interventi nel quadro del Qe «normale» con acquisti di titoli del settore pubblico per 13,2 miliardi che - a fronte di titoli in scadenza per 5 miliardi - portano il totale a 2.169,6 miliardi. In attesa della soluzione politica, dunque, il tampone finanziario ha funzionato. Sono andate bene anche le aste con un rendimento in rialzo per i Bot annuali assegnati ieri dal Tesoro. Sono stati emessi 6,5 miliardi di Buoni a 12 mesi (scadenza 14 aprile 2021) spuntando un rendimento pari a 0,534%, in rialzo di 46 centesimi rispetto all'asta del mese precedente. Positivo anche l'esito del collocamento dei Bot trimestrali: offerti per 3 miliardi a sette anni dall'ultimo collocamento, i Buoni a tre mesi hanno spuntato un rendimento dello 0,188% e una richiesta elevata. Hanno retto al flop della maratona notturna dell'Eurogruppo anche le Borse Ue. A Piazza Affari il Ftse Mib ha perso lo 0,18%, Francoforte lo 0,2%, Madrid l'1% mentre Parigi ha chiuso con un +0,10% e Londra ha ceduto lo 0,8 per cento. I settori europei più penalizzati dalle vendite sono soprattutto le banche. Secondo le stime di Goldman Sachs tra quest'anno e il 2023 i big del credito del Vecchio Continente distribuiranno cumulativamente agli azionisti circa 125 miliardi di euro, la metà rispetto ai 253 miliardi delle stime ante coronavirus. Il taglio delle stime è drastico sul 2020: Goldman Sachs calcola che le 56 banche di cui si occupa in Europa distribuiranno ai soci (tra cedole 2019 e riacquisti di azioni) solo 4,6 miliardi contro i 51,9 miliardi che erano attesi. Dall'altra parte dell'Atlantico, Wall Street è partita bene (con Dow Jones e Nasdaq in rialzo di oltre un punto percentuale) ma ha perso slancio nel corso della seduta con gli investitori in attesa della pubblicazione delle minute della Federal Reserve e nonostante il cinguettio di Donald Trump che su Twitter ieri ha promesso: «Una volta aperto il nostro grande Paese, e succederà il prima possibile, la nostra economia subirà un boom, forse come mai prima d'ora».
Giorgia Meloni (Ansa)
Il provvedimento è tutt’altro che un «pannicello caldo»: il taglio delle accise è una misura che già da questa mattina si tradurrà in un corposo risparmio per automobilisti e autotrasportatori che faranno rifornimento alla pompa di benzina, vedendo finalmente sparire il famigerato numero 2 dalle tabelle dei distributori: il diesel scenderà sotto i 2 euro al litro. Una misura che vale per tutti, mentre una delle ipotesi circolate nei giorni scorsi, quella di un bonus per le sole famiglie con un Isee basso, avrebbe escluso dal beneficio milioni e milioni di italiani. Ieri mattina, a Palazzo Chigi, si è svolta una riunione alla quale hanno partecipato il premier Giorgia Meloni, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, con al centro il dossier carburanti, al quale il governo ha lavorato incessantemente in questi giorni, per cercare il modo migliore per fronteggiare l’aumento dei prezzi dopo la crisi in Medio Oriente per la guerra in Iran. Nel primo pomeriggio poi, è stato il vicepremier Matteo Salvini a riunire in Prefettura, a Milano, le compagnie petrolifere. Curiosità: il tavolo avrebbe dovuto in teoria convocarlo, per competenza, il ministro delle Imprese Adolfo Urso, ma è sceso in campo direttamente il vicepremier. Del resto, pochi giorni fa, Urso aveva dichiarato di considerare inefficace il taglio delle accise, criticando i benefici del provvedimento preso nel marzo 2022 dal governo allora guidato da Mario Draghi. Troppo importante fare presto e bene: il malcontento per l’aumento dei prezzi dovuto alla guerra si stava saldando con la campagna elettorale del No al referendum, giunta agli sgoccioli. «Occhio ai rincari», ha scritto domenica scorsa il nostro direttore Maurizio Belpietro, «il portafogli spinge il No. Prima del voto è necessario calmare le acque. Il governo non può porre fine a bombardamenti che non ha scatenato, ma può almeno limitare gli effetti dei rincari di benzina e gasolio. Alle urne non si fa il pieno di carburante, ma disinnescare questa preoccupazione può aiutare a fare il pieno di Sì». Una riflessione che evidentemente ha fatto breccia anche a Palazzo Chigi, convincendo il governo che fosse necessario un provvedimento forte per togliere ai sostenitori del No un’arma impropria, assolutamente strumentale ma potenzialmente efficace.
«Siamo intervenuti in consiglio dei ministri», dice il premier Giorgia Meloni al Tg1, al termine del cdm, «con un decreto che riguarda il prezzo del carburante, la priorità in questo momento. Siamo intervenuti con tre misure: tagliamo di 25 centesimi al litro, introduciamo il credito d’imposta per gli autotrasportatori, perché non vogliamo che l’aumento del prezzo si trasferisca sui prezzi di consumo, e diamo vita al meccanismo antispeculazione che, di fatto, lega il prezzo del carburante all’andamento reale del prezzo del petrolio, introducendo delle sanzioni per chi dovesse discostarsi. Quindi combattiamo la speculazione», aggiunge la Meloni, «e intanto abbassiamo immediatamente il prezzo».
«Con il taglio delle accise deciso dal governo», esulta Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori, «considerando i prezzi medi resi noti oggi dal Mimit, il gasolio in modalità self service in autostrada, nell’ipotesi di prezzi industriali costanti, scenderà a 1,864 euro, con un risparmio per un pieno di 50 litri pari a 15,25 euro; la benzina diminuirà a 1,645 euro con una minor spesa a rifornimento sempre pari a 15,25 euro, mentre nella rete stradale nazionale il gasolio calerà a 1,798 euro e la benzina a 1,562 euro. Il fatto che l'intervento duri solo 20 giorni, non è un problema. Anche il decreto di Draghi durava inizialmente solo 30 giorni e poi veniva prorogato di mese in mese, sia per poter trovare nel frattempo le coperture, sia perché, se la guerra finisce i prezzi scendono, anche se più lentamente, quindi l'abbassamento può essere modulato».
Il cdm di ieri ha inoltre deciso un credito d’imposta del 20% per l’acquisto dei carburanti per il settore ittico, per un valore di 10 milioni di euro. «Il governo», commenta il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, «dà un sostegno concreto al settore ittico italiano, con il credito di imposta del 20% per l’acquisto dei carburanti. A partire da domani le nostre marinerie, i nostri pescatori, potranno attutire i rincari del costo del carburante necessario a far lavorare le imbarcazioni. È una misura che ha un impatto sia sulle nostre imprese ittiche che sui cittadini che potranno continuare a scegliere cibo di qualità senza ulteriori aumenti derivanti dall’aumento dei costi di produzione sopportati dai pescatori».
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Oscar Luigi Scalfaro (Ansa)
Fin dai tempi di Scalfaro ho sempre pensato che la par condicio fosse una scemenza. Innanzitutto, perché si basa sul convincimento che gli italiani siano fessi, e dunque abbiano bisogno che l’informazione venga loro somministrata a piccole dosi, con particolari precauzioni e con un antidoto, quasi che gli elettori non siano in grado di intendere e di volere, ma soprattutto di cambiare canale. Ma poi la lottizzazione dell’informazione istituzionalizzata da una legge (questo, infatti, è ciò che di fatto impone la par condicio) si basa sul convincimento che la tv sia il centro del mondo e anche dell’informazione, frutto dell’ossessione che Scalfaro, al secolo il Campanaro, aveva nei confronti di Silvio Berlusconi. Secondo lui le tv del Cavaliere erano l’oppio dei popoli e dunque era necessario sottoporre gli italiani a una cura disintossicante, perché non fossero vittima dell’overdose di propaganda politica. Tuttavia, se già nel secolo scorso, quello per intenderci in cui Scalfaro era capo dello Stato, la televisione non era l’unica fonte, perché la comunicazione politica era già affidata anche ad altri mezzi (la stampa è da sempre schierata a sinistra e nessuno si sogna di riequilibrare editoriali ed articoli), ora lo è ancor meno.
Sui social e in Rete si discute liberamente, senza che nessuno si preoccupi di percentuali a favore di un fronte o dell’altro. Nessuno si chiede quanti siano i post a favore del Sì e quanti quelli per il No. E soprattutto nessuno si interroga su quante visualizzazioni abbia un video rispetto a un altro e dunque quale sia la platea che ha avuto accesso a una posizione. Forse in base alla par condicio, l’occhiuta Agcom ha chiesto a Meta, TikTok o Youtube di controbilanciare i messaggi di un opinionista o di un politico? Eppure, ci sono milioni di utenti che ogni giorno si abbeverano all’informazione che circola sui social network. E allora, che facciamo delle norme prodotte da Scalfaro e che ancora sono in circolazione? Continuiamo a tappare la bocca in tv a chi la pensa diversamente calcolando con il bilancino ogni parola? Ma avete presente che cosa accadrà a breve, anzi, che cosa è già accaduto con l’Intelligenza artificiale, che è in grado di generare milioni di informazioni scarsamente certificate, ma soprattutto senza un padre o una madre che si assumano la responsabilità di ciò che viene diffuso? E che farà la temutissima Agcom, che infligge multe se si sfora di qualche minuto con un intervento in tv e fissa regole rigide per le campagne elettorali? Immagino nulla, anche perché saranno le piattaforme a farsi un baffo delle norme che apparivano già datate all’epoca di Scalfaro e del suo «io non ci sto», ma adesso sono fuori dal mondo. Proprio come i commissari che insistono ad applicarle.
Vista la situazione, e visto che non mi piace essere né classificato né imbavagliato, propongo di abolire l’Agcom. Risparmieremmo un sacco di soldi. Di sicuro quelli che preoccupano il comitato del No, che - fra i tanti argomenti usati per contestare la riforma della giustizia - ha schierato anche la questione dell’istituzione di due Csm e dell’Alta corte disciplinare per parlare di spreco. Beh, non sprechiamo i soldi dell’Agenzia garante della comunicazione, che - anche se non a carico della fiscalità generale - sono pagati dalle aziende editoriali in un periodo in cui le aziende editoriali, stante la crisi di giornali, radio e tv, non se la passano bene.
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Sandra Zampa (Imagoeconomica)
Lo ha detto senza mezzi termini a chi scrive, un paio di giorni fa, il senatore dem Walter Verini: «Bisogna avere fiducia nell’apparato», intendendo con questo che non si deve dubitare di assistenti sociali e giudici che hanno deciso di separare la famiglia silvestre, per quanto surreali e pretestuose siano le loro argomentazioni.
Si spiega con questa fedeltà al potere burocratico l’astio che il Partito democratico riversa da giorni sui Trevallion e chi li difende. Prima i progressisti si sono scatenati contro Ignazio La Russa, reo di aver detto che avrebbe incontrato la famiglia. L’accusa mossa al presidente del Senato era di voler strumentalizzare le vicende di mamma Catherine e papà Nathan per fare propaganda a favore del referendum (perché ovviamente c’è anche questo: il terrore di perdere alle urne, dunque guai a sfiorare il potere giudiziario, anche se c’è di mezzo una famigliola innocente).
Ha detto bene, a riguardo, Lucio Malan: i Trevallion hanno meno diritti dei carcerati, perché i detenuti possono ricevere e in effetti ricevono visite dai politici, mentre questi genitori non possono incontrare una autorità a meno che il Pd non abbia espresso assenso preventivo.
Lo conferma il comportamento di un’altra illustre esponente piddina che risponde al nome di Sandra Zampa. Quest’ultima, già distintasi per le posizioni aperte e tolleranti sul Covid (si fa per scherzare, ovviamente), se l’è presa addirittura con la Garante nazionale dell’infanzia Marina Terragni, colpevole a suo dire di avere fatto visita ai bambini nella casa protetta di Vasto e di avere espresso valutazioni a riguardo.
«La Garante nazionale dell’infanzia Terragni che in diretta televisiva dà notizie sui bambini della casa del bosco e ne interpreta i sentimenti e le reazioni a spanne», ha attaccato Zampa via social. «Una cosa così non l’avevo mai vista. Spero di non vederla mai più. Farò una interrogazione al Senato».
Se non ci fosse di mezzo una faccenda serissima, sarebbe una esternazione semplicemente esilarante, se non altro perché l’esponente dem dimostra di ignorare del tutto che cosa sia un garante e quali poteri abbia. L’autorità, infatti, è indipendente, motivo per cui non si capisce a chi dovrebbe presentare una interrogazione la Zampa. Alla stessa Terragni? O forse al presidente del Senato o un ministro che non ha potere sulla Garante? Mistero buffo.
Non solo la Terragni rappresenta un organismo indipendente, ma il suo compito consiste precisamente nel vigilare sulle condizioni dei minori e nel valutare se siano o meno trattati dignitosamente. Dunque aver fatto visita ai Trevallion non solo è un gesto che rientra nei suoi poteri, ma si potrebbe affermare che incontrare quei fanciulli fosse anche un suo dovere. Che il Pd lo ignori è curioso, soprattutto se si considera quanto il partito insista sui diritti e sulla salute delle minoranze.
C’è poi un altro aspetto della questione. Se la Zampa ritiene che le valutazioni della garante siano spannometriche (su che base, poi?) allora dovrebbe prendersela con il tribunale dei minori dell’Aquila. È stato infatti quel tribunale, per la penna di Cecilia Angrisano, a stabilire che la Terragni non avrebbe potuto essere accompagnata nella visita da esperti indipendenti e titolati che potessero osservare la situazione e valutare la condizione dei minori. Con tutta evidenza, però, qui il problema è un altro. Semplicemente i dem non sono in grado di tollerare i dissenzienti, apprezzano soltanto le minoranze che possono controllare e infieriscono su tutte le altre. Se a questa violenza discriminatoria si aggiunge il terrore folle di perdere il referendum, capite bene che i Trevallion sono i nemici perfetti, assoluti. Qualsiasi cosa li favorisca va combattuta, osteggiata. Chi difende i loro diritti va contestato, anche se sta agendo a norma di legge e ha tutte le ragioni per farlo.
Vivere nei boschi è rischioso: talvolta ci sono i lupi. Ma vivere fuori è molto peggio: ci sono i progressisti.
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