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2020-04-09
Conte fa il finto duro con Bruxelles. Ma non si capisce se ha un piano B
Emmanuel Macron (Ansa)
Dove eravamo rimasti? Le ultime trentasei ore, con il surreale stallo in seno all'Eurogruppo, ci riportano alla sera del 26 marzo, quando, al termine di un Consiglio europeo infruttuoso, Giuseppe Conte finse di battere i pugni sul tavolo. E, da Palazzo Chigi, fece circolare una muscolare velina, tramite il fido Rocco Casalino, il cui senso era: l'Italia dà dieci giorni all'Ue. Che era successo? Vistosi in evidente minoranza, aggregato ad altri otto Paesi ma con un Emmanuel Macron già pronto a intestarsi soluzioni in proprio (e quindi a usare il fronte mediterraneo più che ad aiutare l'Italia), Conte scommise sul fatto che comprare tempo lo avrebbe aiutato ad ottenere qualche risultato. Obiettivo? Presentare ogni eventuale millimetro in più come un suo personale successo. Ecco, trascorsi quattordici giorni (e non dieci), possiamo dire che non è andata così, almeno per ora. Anzi: è come se le due settimane fossero passate invano, riproponendo esattamente lo stesso scenario del 26 marzo, se non per una condizione economica italiana resa ancora più fragile dall'emergenza. C'è l'Olanda come testa d'ariete della posizione ultrarigorista: ma non sfugge a nessuno che le sfuriate provocatorie degli olandesi assomiglino ai comportamenti del proverbiale poliziotto cattivo, il bad cop che si accompagna al good cop tedesco (anzi, per tanti versi, quasi il portavoce e il prestanome di posizioni che i tedeschi, esplicitamente, non vogliono intestarsi). Niente eurobond, dunque, e nessuna mutualizzazione di rischi e debiti. Dall'altra parte, simmetricamente, c'è l'Italia, che (almeno formalmente) dice no al Mes, e si prende la provocazione di un altro schiaffo olandese, con i rappresentanti dell'Aja che sibilano un ok a un presunto «Mes senza condizioni» ma solo per le spese mediche. Il tweet del ministro olandese Wopke Hoekstra è da manuale di bullismo: «A causa della crisi in corso, dobbiamo fare un'eccezione e consentire di usare il Mes senza condizioni per coprire i costi medici». Insomma, per le barelle. Doppia presa in giro: intanto ti impongono una condizione (vincolare i fondi alla sola emergenza sanitaria) e poi si riservano tra qualche mese di metterti al collo un guinzaglio alla greca. Nessuna sorpresa, in questo quadro, per lo stallo. È stato perfino imbarazzante, l'altra notte, sentir promettere una conferenza stampa del Presidente dell'Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno, che si sarebbe dovuta tenere ieri alle 10. Senonché, ieri mattina presto, sul profilo Twitter del portoghese, è comparso un annuncio luttuoso malamente infiocchettato: «Dopo 16 ore di discussione siamo giunti vicini a un accordo ma non ci siamo ancora. Ho sospeso l'Eurogruppo e riprenderemo giovedì». Poco dopo, a certificare la paralisi, la nota del portavoce di Centeno, burocratica come l'annuncio di un ritardo all'aeroporto: «La pianificata conferenza di stamattina alle 10 deve essere cancellata. Dettagli saranno annunciati più tardi». Contestualmente, è saltata pure la presentazione in pompa magna che Ursula von der Leyen aveva immaginato di una fantomatica Exit Strategy dall'emergenza, e che però la tedesca aveva «dimenticato» di condividere con i paesi mediterranei. Cosa resta sul tavolo dunque? L'ormai noto triplice «pacco»: la mini copertura assicurativa Sure (l'equivalente di qualche settimana di cassa integrazione), il vago fondo della Bei, e la solita trappola del Mes.
Al di là delle veline governative, il vero rischio è che l'Italia oggi possa cedere, accontentandosi di una parolina decorativa infilata in fondo al documento, da sventolare in patria come una conquista negoziale, ma finendo per ingoiare tutto il resto. Sullo sfondo, resta la cosiddetta mediazione francese. Ieri Parigi è andata all'assalto degli olandesi («La posizione olandese è controproducente, incomprensibile e non può durare», è stato il succo di una dura nota fatta circolare da fonti dell'Eliseo), ma più che altro è sembrato un modo per provare a stanare Berlino. Cosa vuole Macron? Avrebbe già ottenuto, nel draft di documento finale, la menzione di un Recovery Fund che il presidente francese vuole presentare come un pilastro pro ricostruzione. Ma il punto è: potrà fare emissioni comuni di Recovery bond e raccogliere risorse sul mercato? In caso negativo, Parigi ha ventilato la possibilità che i Paesi favorevoli procedano per conto proprio, ma è parso un espediente per smuovere i tedeschi: altrimenti, si tratterebbe plasticamente della fine dell'Unione.
Attenti alla trappola perfetta, però. La maggioranza dell'Ue (nordici inclusi) potrebbe irrobustire la citazione del Recovery Fund nel documento finale a patto che tutti gli altri accettino il Mes, più o meno truccato. E quella sarebbe la definitiva fregatura per l'Italia: oggi, apparentemente, nessuna condizione o condizioni attenuate, ma in futuro - in base alle immutate regole dei Trattati - resteremmo alla mercé del pilota automatico che gli altri potrebbero tranquillamente imporci in qualunque momento.
Ciò che rende fragile la posizione italiana è l'assenza di un visibile «piano b», e la dipendenza da fattori esterni. Un esempio? Sarebbe sufficiente una contrazione degli acquisti Bce per far salire lo spread, una specie di avvertimento, se non il preannuncio di un metodo già sperimentato nel 2011: produrre la capitolazione di un Paese via spread, maneggiando il rubinetto degli acquisti di titoli.
Ieri, a fine giornata, Conte ha riprovato a fare la faccia feroce: «Ammorbidire le regole di bilancio, altrimenti dobbiamo fare senza l'Europa e ognuno fa per sé». Ma a molti è sembrato un modo per farsi coraggio prima di dire sì oggi.
L’ombrello della Bce frena lo spread
«Non siamo qui per ridurre gli spread», era stata la gaffe fatta in conferenza stampa da Christine Lagarde lo scorso 12 marzo. Dimenticandosi che se la forchetta tra Bund e Btp sale, e non è colpa dell'Italia ma di un virus, la Bce da lei presieduta serve proprio a quello. Lo si è visto proprio ieri mattina quando lo spread tra Btp e Bund tedeschi è schizzato in apertura a 217 punti base (dai 194 di martedì sera) per poi perdere quota e chiudere a 197 punti.
Se non ci fosse stato l'ombrello della Bce, ora che anche madame Lagarde ha capito di non lavorare più per il Fmi, i danni della fumata nera dell'Eurogruppo sarebbero stati assai peggiori. La Vigilanza ha infatti annunciato martedì un pacchetto di misure che ha praticamente tolto ogni valutazione di rischio ai prestiti bancari e decurtato gli haircut, i margini di garanzia sulla liquidità, per impedire che «l'emergenza del coronavirus» provochi una gravissima stretta creditizia. Una vera e propria inversione a U sul fronte della politica monetaria, sulle banche, che si ritrovano in prima linea data la colossale crisi di liquidità per famiglie e imprese, specie le piccole, a causa dei lockdown causati dal Corona. Ammontano, intanto, a 30,2 miliardi gli interventi compiuti da Francoforte nella prima settimana di operatività del Programma di emergenza contro la pandemia di coronavirus (Pepp) varato quindici giorni fa. Con un aumento da 15,4 miliardi della posizione netta in valuta estera per via delle operazioni di liquidità in dollari. Consistenti anche gli interventi nel quadro del Qe «normale» con acquisti di titoli del settore pubblico per 13,2 miliardi che - a fronte di titoli in scadenza per 5 miliardi - portano il totale a 2.169,6 miliardi.
In attesa della soluzione politica, dunque, il tampone finanziario ha funzionato. Sono andate bene anche le aste con un rendimento in rialzo per i Bot annuali assegnati ieri dal Tesoro. Sono stati emessi 6,5 miliardi di Buoni a 12 mesi (scadenza 14 aprile 2021) spuntando un rendimento pari a 0,534%, in rialzo di 46 centesimi rispetto all'asta del mese precedente. Positivo anche l'esito del collocamento dei Bot trimestrali: offerti per 3 miliardi a sette anni dall'ultimo collocamento, i Buoni a tre mesi hanno spuntato un rendimento dello 0,188% e una richiesta elevata.
Hanno retto al flop della maratona notturna dell'Eurogruppo anche le Borse Ue. A Piazza Affari il Ftse Mib ha perso lo 0,18%, Francoforte lo 0,2%, Madrid l'1% mentre Parigi ha chiuso con un +0,10% e Londra ha ceduto lo 0,8 per cento. I settori europei più penalizzati dalle vendite sono soprattutto le banche. Secondo le stime di Goldman Sachs tra quest'anno e il 2023 i big del credito del Vecchio Continente distribuiranno cumulativamente agli azionisti circa 125 miliardi di euro, la metà rispetto ai 253 miliardi delle stime ante coronavirus. Il taglio delle stime è drastico sul 2020: Goldman Sachs calcola che le 56 banche di cui si occupa in Europa distribuiranno ai soci (tra cedole 2019 e riacquisti di azioni) solo 4,6 miliardi contro i 51,9 miliardi che erano attesi.
Dall'altra parte dell'Atlantico, Wall Street è partita bene (con Dow Jones e Nasdaq in rialzo di oltre un punto percentuale) ma ha perso slancio nel corso della seduta con gli investitori in attesa della pubblicazione delle minute della Federal Reserve e nonostante il cinguettio di Donald Trump che su Twitter ieri ha promesso: «Una volta aperto il nostro grande Paese, e succederà il prima possibile, la nostra economia subirà un boom, forse come mai prima d'ora».
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Eurogruppo ancora in pieno stallo, Giuseppi alza i toni: «Ammorbidire le regole, altrimenti ognuno fa per sé». Ma dalla sua, contro il fronte dei rigoristi del Nord, ha solo l'aiuto di Emmanuel Macron. Che non sembra disinteressato.L'ombrello della Bce frena lo spread. L'inversione a U di Christine Lagarde permette di contenere il differenziale tra Btp e Bund nonostante i segnali negativi che vengono dall'Europa politica. Bene anche le aste.Lo speciale comprende due articoli.Dove eravamo rimasti? Le ultime trentasei ore, con il surreale stallo in seno all'Eurogruppo, ci riportano alla sera del 26 marzo, quando, al termine di un Consiglio europeo infruttuoso, Giuseppe Conte finse di battere i pugni sul tavolo. E, da Palazzo Chigi, fece circolare una muscolare velina, tramite il fido Rocco Casalino, il cui senso era: l'Italia dà dieci giorni all'Ue. Che era successo? Vistosi in evidente minoranza, aggregato ad altri otto Paesi ma con un Emmanuel Macron già pronto a intestarsi soluzioni in proprio (e quindi a usare il fronte mediterraneo più che ad aiutare l'Italia), Conte scommise sul fatto che comprare tempo lo avrebbe aiutato ad ottenere qualche risultato. Obiettivo? Presentare ogni eventuale millimetro in più come un suo personale successo. Ecco, trascorsi quattordici giorni (e non dieci), possiamo dire che non è andata così, almeno per ora. Anzi: è come se le due settimane fossero passate invano, riproponendo esattamente lo stesso scenario del 26 marzo, se non per una condizione economica italiana resa ancora più fragile dall'emergenza. C'è l'Olanda come testa d'ariete della posizione ultrarigorista: ma non sfugge a nessuno che le sfuriate provocatorie degli olandesi assomiglino ai comportamenti del proverbiale poliziotto cattivo, il bad cop che si accompagna al good cop tedesco (anzi, per tanti versi, quasi il portavoce e il prestanome di posizioni che i tedeschi, esplicitamente, non vogliono intestarsi). Niente eurobond, dunque, e nessuna mutualizzazione di rischi e debiti. Dall'altra parte, simmetricamente, c'è l'Italia, che (almeno formalmente) dice no al Mes, e si prende la provocazione di un altro schiaffo olandese, con i rappresentanti dell'Aja che sibilano un ok a un presunto «Mes senza condizioni» ma solo per le spese mediche. Il tweet del ministro olandese Wopke Hoekstra è da manuale di bullismo: «A causa della crisi in corso, dobbiamo fare un'eccezione e consentire di usare il Mes senza condizioni per coprire i costi medici». Insomma, per le barelle. Doppia presa in giro: intanto ti impongono una condizione (vincolare i fondi alla sola emergenza sanitaria) e poi si riservano tra qualche mese di metterti al collo un guinzaglio alla greca. Nessuna sorpresa, in questo quadro, per lo stallo. È stato perfino imbarazzante, l'altra notte, sentir promettere una conferenza stampa del Presidente dell'Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno, che si sarebbe dovuta tenere ieri alle 10. Senonché, ieri mattina presto, sul profilo Twitter del portoghese, è comparso un annuncio luttuoso malamente infiocchettato: «Dopo 16 ore di discussione siamo giunti vicini a un accordo ma non ci siamo ancora. Ho sospeso l'Eurogruppo e riprenderemo giovedì». Poco dopo, a certificare la paralisi, la nota del portavoce di Centeno, burocratica come l'annuncio di un ritardo all'aeroporto: «La pianificata conferenza di stamattina alle 10 deve essere cancellata. Dettagli saranno annunciati più tardi». Contestualmente, è saltata pure la presentazione in pompa magna che Ursula von der Leyen aveva immaginato di una fantomatica Exit Strategy dall'emergenza, e che però la tedesca aveva «dimenticato» di condividere con i paesi mediterranei. Cosa resta sul tavolo dunque? L'ormai noto triplice «pacco»: la mini copertura assicurativa Sure (l'equivalente di qualche settimana di cassa integrazione), il vago fondo della Bei, e la solita trappola del Mes. Al di là delle veline governative, il vero rischio è che l'Italia oggi possa cedere, accontentandosi di una parolina decorativa infilata in fondo al documento, da sventolare in patria come una conquista negoziale, ma finendo per ingoiare tutto il resto. Sullo sfondo, resta la cosiddetta mediazione francese. Ieri Parigi è andata all'assalto degli olandesi («La posizione olandese è controproducente, incomprensibile e non può durare», è stato il succo di una dura nota fatta circolare da fonti dell'Eliseo), ma più che altro è sembrato un modo per provare a stanare Berlino. Cosa vuole Macron? Avrebbe già ottenuto, nel draft di documento finale, la menzione di un Recovery Fund che il presidente francese vuole presentare come un pilastro pro ricostruzione. Ma il punto è: potrà fare emissioni comuni di Recovery bond e raccogliere risorse sul mercato? In caso negativo, Parigi ha ventilato la possibilità che i Paesi favorevoli procedano per conto proprio, ma è parso un espediente per smuovere i tedeschi: altrimenti, si tratterebbe plasticamente della fine dell'Unione.Attenti alla trappola perfetta, però. La maggioranza dell'Ue (nordici inclusi) potrebbe irrobustire la citazione del Recovery Fund nel documento finale a patto che tutti gli altri accettino il Mes, più o meno truccato. E quella sarebbe la definitiva fregatura per l'Italia: oggi, apparentemente, nessuna condizione o condizioni attenuate, ma in futuro - in base alle immutate regole dei Trattati - resteremmo alla mercé del pilota automatico che gli altri potrebbero tranquillamente imporci in qualunque momento. Ciò che rende fragile la posizione italiana è l'assenza di un visibile «piano b», e la dipendenza da fattori esterni. Un esempio? Sarebbe sufficiente una contrazione degli acquisti Bce per far salire lo spread, una specie di avvertimento, se non il preannuncio di un metodo già sperimentato nel 2011: produrre la capitolazione di un Paese via spread, maneggiando il rubinetto degli acquisti di titoli. Ieri, a fine giornata, Conte ha riprovato a fare la faccia feroce: «Ammorbidire le regole di bilancio, altrimenti dobbiamo fare senza l'Europa e ognuno fa per sé». 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Se non ci fosse stato l'ombrello della Bce, ora che anche madame Lagarde ha capito di non lavorare più per il Fmi, i danni della fumata nera dell'Eurogruppo sarebbero stati assai peggiori. La Vigilanza ha infatti annunciato martedì un pacchetto di misure che ha praticamente tolto ogni valutazione di rischio ai prestiti bancari e decurtato gli haircut, i margini di garanzia sulla liquidità, per impedire che «l'emergenza del coronavirus» provochi una gravissima stretta creditizia. Una vera e propria inversione a U sul fronte della politica monetaria, sulle banche, che si ritrovano in prima linea data la colossale crisi di liquidità per famiglie e imprese, specie le piccole, a causa dei lockdown causati dal Corona. Ammontano, intanto, a 30,2 miliardi gli interventi compiuti da Francoforte nella prima settimana di operatività del Programma di emergenza contro la pandemia di coronavirus (Pepp) varato quindici giorni fa. Con un aumento da 15,4 miliardi della posizione netta in valuta estera per via delle operazioni di liquidità in dollari. Consistenti anche gli interventi nel quadro del Qe «normale» con acquisti di titoli del settore pubblico per 13,2 miliardi che - a fronte di titoli in scadenza per 5 miliardi - portano il totale a 2.169,6 miliardi. In attesa della soluzione politica, dunque, il tampone finanziario ha funzionato. Sono andate bene anche le aste con un rendimento in rialzo per i Bot annuali assegnati ieri dal Tesoro. Sono stati emessi 6,5 miliardi di Buoni a 12 mesi (scadenza 14 aprile 2021) spuntando un rendimento pari a 0,534%, in rialzo di 46 centesimi rispetto all'asta del mese precedente. Positivo anche l'esito del collocamento dei Bot trimestrali: offerti per 3 miliardi a sette anni dall'ultimo collocamento, i Buoni a tre mesi hanno spuntato un rendimento dello 0,188% e una richiesta elevata. Hanno retto al flop della maratona notturna dell'Eurogruppo anche le Borse Ue. A Piazza Affari il Ftse Mib ha perso lo 0,18%, Francoforte lo 0,2%, Madrid l'1% mentre Parigi ha chiuso con un +0,10% e Londra ha ceduto lo 0,8 per cento. I settori europei più penalizzati dalle vendite sono soprattutto le banche. Secondo le stime di Goldman Sachs tra quest'anno e il 2023 i big del credito del Vecchio Continente distribuiranno cumulativamente agli azionisti circa 125 miliardi di euro, la metà rispetto ai 253 miliardi delle stime ante coronavirus. Il taglio delle stime è drastico sul 2020: Goldman Sachs calcola che le 56 banche di cui si occupa in Europa distribuiranno ai soci (tra cedole 2019 e riacquisti di azioni) solo 4,6 miliardi contro i 51,9 miliardi che erano attesi. Dall'altra parte dell'Atlantico, Wall Street è partita bene (con Dow Jones e Nasdaq in rialzo di oltre un punto percentuale) ma ha perso slancio nel corso della seduta con gli investitori in attesa della pubblicazione delle minute della Federal Reserve e nonostante il cinguettio di Donald Trump che su Twitter ieri ha promesso: «Una volta aperto il nostro grande Paese, e succederà il prima possibile, la nostra economia subirà un boom, forse come mai prima d'ora».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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