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2020-04-09
Conte fa il finto duro con Bruxelles. Ma non si capisce se ha un piano B
Emmanuel Macron (Ansa)
Dove eravamo rimasti? Le ultime trentasei ore, con il surreale stallo in seno all'Eurogruppo, ci riportano alla sera del 26 marzo, quando, al termine di un Consiglio europeo infruttuoso, Giuseppe Conte finse di battere i pugni sul tavolo. E, da Palazzo Chigi, fece circolare una muscolare velina, tramite il fido Rocco Casalino, il cui senso era: l'Italia dà dieci giorni all'Ue. Che era successo? Vistosi in evidente minoranza, aggregato ad altri otto Paesi ma con un Emmanuel Macron già pronto a intestarsi soluzioni in proprio (e quindi a usare il fronte mediterraneo più che ad aiutare l'Italia), Conte scommise sul fatto che comprare tempo lo avrebbe aiutato ad ottenere qualche risultato. Obiettivo? Presentare ogni eventuale millimetro in più come un suo personale successo. Ecco, trascorsi quattordici giorni (e non dieci), possiamo dire che non è andata così, almeno per ora. Anzi: è come se le due settimane fossero passate invano, riproponendo esattamente lo stesso scenario del 26 marzo, se non per una condizione economica italiana resa ancora più fragile dall'emergenza. C'è l'Olanda come testa d'ariete della posizione ultrarigorista: ma non sfugge a nessuno che le sfuriate provocatorie degli olandesi assomiglino ai comportamenti del proverbiale poliziotto cattivo, il bad cop che si accompagna al good cop tedesco (anzi, per tanti versi, quasi il portavoce e il prestanome di posizioni che i tedeschi, esplicitamente, non vogliono intestarsi). Niente eurobond, dunque, e nessuna mutualizzazione di rischi e debiti. Dall'altra parte, simmetricamente, c'è l'Italia, che (almeno formalmente) dice no al Mes, e si prende la provocazione di un altro schiaffo olandese, con i rappresentanti dell'Aja che sibilano un ok a un presunto «Mes senza condizioni» ma solo per le spese mediche. Il tweet del ministro olandese Wopke Hoekstra è da manuale di bullismo: «A causa della crisi in corso, dobbiamo fare un'eccezione e consentire di usare il Mes senza condizioni per coprire i costi medici». Insomma, per le barelle. Doppia presa in giro: intanto ti impongono una condizione (vincolare i fondi alla sola emergenza sanitaria) e poi si riservano tra qualche mese di metterti al collo un guinzaglio alla greca. Nessuna sorpresa, in questo quadro, per lo stallo. È stato perfino imbarazzante, l'altra notte, sentir promettere una conferenza stampa del Presidente dell'Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno, che si sarebbe dovuta tenere ieri alle 10. Senonché, ieri mattina presto, sul profilo Twitter del portoghese, è comparso un annuncio luttuoso malamente infiocchettato: «Dopo 16 ore di discussione siamo giunti vicini a un accordo ma non ci siamo ancora. Ho sospeso l'Eurogruppo e riprenderemo giovedì». Poco dopo, a certificare la paralisi, la nota del portavoce di Centeno, burocratica come l'annuncio di un ritardo all'aeroporto: «La pianificata conferenza di stamattina alle 10 deve essere cancellata. Dettagli saranno annunciati più tardi». Contestualmente, è saltata pure la presentazione in pompa magna che Ursula von der Leyen aveva immaginato di una fantomatica Exit Strategy dall'emergenza, e che però la tedesca aveva «dimenticato» di condividere con i paesi mediterranei. Cosa resta sul tavolo dunque? L'ormai noto triplice «pacco»: la mini copertura assicurativa Sure (l'equivalente di qualche settimana di cassa integrazione), il vago fondo della Bei, e la solita trappola del Mes.
Al di là delle veline governative, il vero rischio è che l'Italia oggi possa cedere, accontentandosi di una parolina decorativa infilata in fondo al documento, da sventolare in patria come una conquista negoziale, ma finendo per ingoiare tutto il resto. Sullo sfondo, resta la cosiddetta mediazione francese. Ieri Parigi è andata all'assalto degli olandesi («La posizione olandese è controproducente, incomprensibile e non può durare», è stato il succo di una dura nota fatta circolare da fonti dell'Eliseo), ma più che altro è sembrato un modo per provare a stanare Berlino. Cosa vuole Macron? Avrebbe già ottenuto, nel draft di documento finale, la menzione di un Recovery Fund che il presidente francese vuole presentare come un pilastro pro ricostruzione. Ma il punto è: potrà fare emissioni comuni di Recovery bond e raccogliere risorse sul mercato? In caso negativo, Parigi ha ventilato la possibilità che i Paesi favorevoli procedano per conto proprio, ma è parso un espediente per smuovere i tedeschi: altrimenti, si tratterebbe plasticamente della fine dell'Unione.
Attenti alla trappola perfetta, però. La maggioranza dell'Ue (nordici inclusi) potrebbe irrobustire la citazione del Recovery Fund nel documento finale a patto che tutti gli altri accettino il Mes, più o meno truccato. E quella sarebbe la definitiva fregatura per l'Italia: oggi, apparentemente, nessuna condizione o condizioni attenuate, ma in futuro - in base alle immutate regole dei Trattati - resteremmo alla mercé del pilota automatico che gli altri potrebbero tranquillamente imporci in qualunque momento.
Ciò che rende fragile la posizione italiana è l'assenza di un visibile «piano b», e la dipendenza da fattori esterni. Un esempio? Sarebbe sufficiente una contrazione degli acquisti Bce per far salire lo spread, una specie di avvertimento, se non il preannuncio di un metodo già sperimentato nel 2011: produrre la capitolazione di un Paese via spread, maneggiando il rubinetto degli acquisti di titoli.
Ieri, a fine giornata, Conte ha riprovato a fare la faccia feroce: «Ammorbidire le regole di bilancio, altrimenti dobbiamo fare senza l'Europa e ognuno fa per sé». Ma a molti è sembrato un modo per farsi coraggio prima di dire sì oggi.
L’ombrello della Bce frena lo spread
«Non siamo qui per ridurre gli spread», era stata la gaffe fatta in conferenza stampa da Christine Lagarde lo scorso 12 marzo. Dimenticandosi che se la forchetta tra Bund e Btp sale, e non è colpa dell'Italia ma di un virus, la Bce da lei presieduta serve proprio a quello. Lo si è visto proprio ieri mattina quando lo spread tra Btp e Bund tedeschi è schizzato in apertura a 217 punti base (dai 194 di martedì sera) per poi perdere quota e chiudere a 197 punti.
Se non ci fosse stato l'ombrello della Bce, ora che anche madame Lagarde ha capito di non lavorare più per il Fmi, i danni della fumata nera dell'Eurogruppo sarebbero stati assai peggiori. La Vigilanza ha infatti annunciato martedì un pacchetto di misure che ha praticamente tolto ogni valutazione di rischio ai prestiti bancari e decurtato gli haircut, i margini di garanzia sulla liquidità, per impedire che «l'emergenza del coronavirus» provochi una gravissima stretta creditizia. Una vera e propria inversione a U sul fronte della politica monetaria, sulle banche, che si ritrovano in prima linea data la colossale crisi di liquidità per famiglie e imprese, specie le piccole, a causa dei lockdown causati dal Corona. Ammontano, intanto, a 30,2 miliardi gli interventi compiuti da Francoforte nella prima settimana di operatività del Programma di emergenza contro la pandemia di coronavirus (Pepp) varato quindici giorni fa. Con un aumento da 15,4 miliardi della posizione netta in valuta estera per via delle operazioni di liquidità in dollari. Consistenti anche gli interventi nel quadro del Qe «normale» con acquisti di titoli del settore pubblico per 13,2 miliardi che - a fronte di titoli in scadenza per 5 miliardi - portano il totale a 2.169,6 miliardi.
In attesa della soluzione politica, dunque, il tampone finanziario ha funzionato. Sono andate bene anche le aste con un rendimento in rialzo per i Bot annuali assegnati ieri dal Tesoro. Sono stati emessi 6,5 miliardi di Buoni a 12 mesi (scadenza 14 aprile 2021) spuntando un rendimento pari a 0,534%, in rialzo di 46 centesimi rispetto all'asta del mese precedente. Positivo anche l'esito del collocamento dei Bot trimestrali: offerti per 3 miliardi a sette anni dall'ultimo collocamento, i Buoni a tre mesi hanno spuntato un rendimento dello 0,188% e una richiesta elevata.
Hanno retto al flop della maratona notturna dell'Eurogruppo anche le Borse Ue. A Piazza Affari il Ftse Mib ha perso lo 0,18%, Francoforte lo 0,2%, Madrid l'1% mentre Parigi ha chiuso con un +0,10% e Londra ha ceduto lo 0,8 per cento. I settori europei più penalizzati dalle vendite sono soprattutto le banche. Secondo le stime di Goldman Sachs tra quest'anno e il 2023 i big del credito del Vecchio Continente distribuiranno cumulativamente agli azionisti circa 125 miliardi di euro, la metà rispetto ai 253 miliardi delle stime ante coronavirus. Il taglio delle stime è drastico sul 2020: Goldman Sachs calcola che le 56 banche di cui si occupa in Europa distribuiranno ai soci (tra cedole 2019 e riacquisti di azioni) solo 4,6 miliardi contro i 51,9 miliardi che erano attesi.
Dall'altra parte dell'Atlantico, Wall Street è partita bene (con Dow Jones e Nasdaq in rialzo di oltre un punto percentuale) ma ha perso slancio nel corso della seduta con gli investitori in attesa della pubblicazione delle minute della Federal Reserve e nonostante il cinguettio di Donald Trump che su Twitter ieri ha promesso: «Una volta aperto il nostro grande Paese, e succederà il prima possibile, la nostra economia subirà un boom, forse come mai prima d'ora».
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Eurogruppo ancora in pieno stallo, Giuseppi alza i toni: «Ammorbidire le regole, altrimenti ognuno fa per sé». Ma dalla sua, contro il fronte dei rigoristi del Nord, ha solo l'aiuto di Emmanuel Macron. Che non sembra disinteressato.L'ombrello della Bce frena lo spread. L'inversione a U di Christine Lagarde permette di contenere il differenziale tra Btp e Bund nonostante i segnali negativi che vengono dall'Europa politica. Bene anche le aste.Lo speciale comprende due articoli.Dove eravamo rimasti? Le ultime trentasei ore, con il surreale stallo in seno all'Eurogruppo, ci riportano alla sera del 26 marzo, quando, al termine di un Consiglio europeo infruttuoso, Giuseppe Conte finse di battere i pugni sul tavolo. E, da Palazzo Chigi, fece circolare una muscolare velina, tramite il fido Rocco Casalino, il cui senso era: l'Italia dà dieci giorni all'Ue. Che era successo? Vistosi in evidente minoranza, aggregato ad altri otto Paesi ma con un Emmanuel Macron già pronto a intestarsi soluzioni in proprio (e quindi a usare il fronte mediterraneo più che ad aiutare l'Italia), Conte scommise sul fatto che comprare tempo lo avrebbe aiutato ad ottenere qualche risultato. Obiettivo? Presentare ogni eventuale millimetro in più come un suo personale successo. Ecco, trascorsi quattordici giorni (e non dieci), possiamo dire che non è andata così, almeno per ora. Anzi: è come se le due settimane fossero passate invano, riproponendo esattamente lo stesso scenario del 26 marzo, se non per una condizione economica italiana resa ancora più fragile dall'emergenza. C'è l'Olanda come testa d'ariete della posizione ultrarigorista: ma non sfugge a nessuno che le sfuriate provocatorie degli olandesi assomiglino ai comportamenti del proverbiale poliziotto cattivo, il bad cop che si accompagna al good cop tedesco (anzi, per tanti versi, quasi il portavoce e il prestanome di posizioni che i tedeschi, esplicitamente, non vogliono intestarsi). Niente eurobond, dunque, e nessuna mutualizzazione di rischi e debiti. Dall'altra parte, simmetricamente, c'è l'Italia, che (almeno formalmente) dice no al Mes, e si prende la provocazione di un altro schiaffo olandese, con i rappresentanti dell'Aja che sibilano un ok a un presunto «Mes senza condizioni» ma solo per le spese mediche. Il tweet del ministro olandese Wopke Hoekstra è da manuale di bullismo: «A causa della crisi in corso, dobbiamo fare un'eccezione e consentire di usare il Mes senza condizioni per coprire i costi medici». Insomma, per le barelle. Doppia presa in giro: intanto ti impongono una condizione (vincolare i fondi alla sola emergenza sanitaria) e poi si riservano tra qualche mese di metterti al collo un guinzaglio alla greca. Nessuna sorpresa, in questo quadro, per lo stallo. È stato perfino imbarazzante, l'altra notte, sentir promettere una conferenza stampa del Presidente dell'Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno, che si sarebbe dovuta tenere ieri alle 10. Senonché, ieri mattina presto, sul profilo Twitter del portoghese, è comparso un annuncio luttuoso malamente infiocchettato: «Dopo 16 ore di discussione siamo giunti vicini a un accordo ma non ci siamo ancora. Ho sospeso l'Eurogruppo e riprenderemo giovedì». Poco dopo, a certificare la paralisi, la nota del portavoce di Centeno, burocratica come l'annuncio di un ritardo all'aeroporto: «La pianificata conferenza di stamattina alle 10 deve essere cancellata. Dettagli saranno annunciati più tardi». Contestualmente, è saltata pure la presentazione in pompa magna che Ursula von der Leyen aveva immaginato di una fantomatica Exit Strategy dall'emergenza, e che però la tedesca aveva «dimenticato» di condividere con i paesi mediterranei. Cosa resta sul tavolo dunque? L'ormai noto triplice «pacco»: la mini copertura assicurativa Sure (l'equivalente di qualche settimana di cassa integrazione), il vago fondo della Bei, e la solita trappola del Mes. Al di là delle veline governative, il vero rischio è che l'Italia oggi possa cedere, accontentandosi di una parolina decorativa infilata in fondo al documento, da sventolare in patria come una conquista negoziale, ma finendo per ingoiare tutto il resto. Sullo sfondo, resta la cosiddetta mediazione francese. Ieri Parigi è andata all'assalto degli olandesi («La posizione olandese è controproducente, incomprensibile e non può durare», è stato il succo di una dura nota fatta circolare da fonti dell'Eliseo), ma più che altro è sembrato un modo per provare a stanare Berlino. Cosa vuole Macron? Avrebbe già ottenuto, nel draft di documento finale, la menzione di un Recovery Fund che il presidente francese vuole presentare come un pilastro pro ricostruzione. Ma il punto è: potrà fare emissioni comuni di Recovery bond e raccogliere risorse sul mercato? In caso negativo, Parigi ha ventilato la possibilità che i Paesi favorevoli procedano per conto proprio, ma è parso un espediente per smuovere i tedeschi: altrimenti, si tratterebbe plasticamente della fine dell'Unione.Attenti alla trappola perfetta, però. La maggioranza dell'Ue (nordici inclusi) potrebbe irrobustire la citazione del Recovery Fund nel documento finale a patto che tutti gli altri accettino il Mes, più o meno truccato. E quella sarebbe la definitiva fregatura per l'Italia: oggi, apparentemente, nessuna condizione o condizioni attenuate, ma in futuro - in base alle immutate regole dei Trattati - resteremmo alla mercé del pilota automatico che gli altri potrebbero tranquillamente imporci in qualunque momento. Ciò che rende fragile la posizione italiana è l'assenza di un visibile «piano b», e la dipendenza da fattori esterni. Un esempio? Sarebbe sufficiente una contrazione degli acquisti Bce per far salire lo spread, una specie di avvertimento, se non il preannuncio di un metodo già sperimentato nel 2011: produrre la capitolazione di un Paese via spread, maneggiando il rubinetto degli acquisti di titoli. Ieri, a fine giornata, Conte ha riprovato a fare la faccia feroce: «Ammorbidire le regole di bilancio, altrimenti dobbiamo fare senza l'Europa e ognuno fa per sé». 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Se non ci fosse stato l'ombrello della Bce, ora che anche madame Lagarde ha capito di non lavorare più per il Fmi, i danni della fumata nera dell'Eurogruppo sarebbero stati assai peggiori. La Vigilanza ha infatti annunciato martedì un pacchetto di misure che ha praticamente tolto ogni valutazione di rischio ai prestiti bancari e decurtato gli haircut, i margini di garanzia sulla liquidità, per impedire che «l'emergenza del coronavirus» provochi una gravissima stretta creditizia. Una vera e propria inversione a U sul fronte della politica monetaria, sulle banche, che si ritrovano in prima linea data la colossale crisi di liquidità per famiglie e imprese, specie le piccole, a causa dei lockdown causati dal Corona. Ammontano, intanto, a 30,2 miliardi gli interventi compiuti da Francoforte nella prima settimana di operatività del Programma di emergenza contro la pandemia di coronavirus (Pepp) varato quindici giorni fa. Con un aumento da 15,4 miliardi della posizione netta in valuta estera per via delle operazioni di liquidità in dollari. Consistenti anche gli interventi nel quadro del Qe «normale» con acquisti di titoli del settore pubblico per 13,2 miliardi che - a fronte di titoli in scadenza per 5 miliardi - portano il totale a 2.169,6 miliardi. In attesa della soluzione politica, dunque, il tampone finanziario ha funzionato. Sono andate bene anche le aste con un rendimento in rialzo per i Bot annuali assegnati ieri dal Tesoro. Sono stati emessi 6,5 miliardi di Buoni a 12 mesi (scadenza 14 aprile 2021) spuntando un rendimento pari a 0,534%, in rialzo di 46 centesimi rispetto all'asta del mese precedente. Positivo anche l'esito del collocamento dei Bot trimestrali: offerti per 3 miliardi a sette anni dall'ultimo collocamento, i Buoni a tre mesi hanno spuntato un rendimento dello 0,188% e una richiesta elevata. Hanno retto al flop della maratona notturna dell'Eurogruppo anche le Borse Ue. A Piazza Affari il Ftse Mib ha perso lo 0,18%, Francoforte lo 0,2%, Madrid l'1% mentre Parigi ha chiuso con un +0,10% e Londra ha ceduto lo 0,8 per cento. I settori europei più penalizzati dalle vendite sono soprattutto le banche. Secondo le stime di Goldman Sachs tra quest'anno e il 2023 i big del credito del Vecchio Continente distribuiranno cumulativamente agli azionisti circa 125 miliardi di euro, la metà rispetto ai 253 miliardi delle stime ante coronavirus. Il taglio delle stime è drastico sul 2020: Goldman Sachs calcola che le 56 banche di cui si occupa in Europa distribuiranno ai soci (tra cedole 2019 e riacquisti di azioni) solo 4,6 miliardi contro i 51,9 miliardi che erano attesi. Dall'altra parte dell'Atlantico, Wall Street è partita bene (con Dow Jones e Nasdaq in rialzo di oltre un punto percentuale) ma ha perso slancio nel corso della seduta con gli investitori in attesa della pubblicazione delle minute della Federal Reserve e nonostante il cinguettio di Donald Trump che su Twitter ieri ha promesso: «Una volta aperto il nostro grande Paese, e succederà il prima possibile, la nostra economia subirà un boom, forse come mai prima d'ora».
Suez, novembre 1956: relitti di navi affondate bloccano il canale (Getty Images)
Un tassello della Guerra fredda fu all’origine della crisi che, alla fine del 1956, interessò il Canale di Suez. Per la costruzione della diga di Assuan, il presidente egiziano Abdel Nasser aveva richiesto finanziamenti A Stati Uniti e Regno Unito. Questi ultimi ritirarono la disponibilità quando Nasser si rivolse all’Unione Sovietica per l’acquisto di armamenti. In risposta, il presidente egiziano proclamò la nazionalizzazione di Suez, fino ad allora gestito da un consorzio anglo-francese.
Attraverso il canale lungo 193 chilometri ed aperto dal 1869, nel 1956 assicurava il transito di circa 2 milioni di barili di petrolio verso un mercato europeo allora fortemente dipendente dall’oro nero. All’ intervento militare di Regno Unito, Francia e Israele, Nasser rispose con la chiusura del canale (che fu minato) e con l’affondamento delle 40 navi presenti nelle acque di Suez. All’inizio delle ostilità, oltre il 60% del traffico di greggio verso occidente fu bloccato.
In Italia la crisi del 1956 fece temere una battuta d’arresto in pieno «boom» economico, sia per l’industria in forte crescita sia per i consumi privati che seguivano la parabola ascendente dell’economia italiana. Il governo, allora guidato dal democristiano Antonio Segni, fu subito attivo in due direzioni: quella diplomatica, dove abbracciò l’atlantismo della «dottrina Eisenhower» (che considerava pericolosa l’azione di Israele e delle potenze coloniali in Medio Oriente in quanto spingevano i Paesi arabi verso l’Unione Sovietica) prendendo decisamente le distanze dalla soluzione armata di Francia e Regno Unito e presentandosi come mediatore internazionale grazie ai consolidati rapporti politici ed economici con l’Egitto.
Sull’emergenza energetica il governo, rappresentato nel settore dal ministro dell’Industria Guido Cortese (Pli), scelse di caricare sulle spalle dello Stato il maggior costo del greggio in modo mirato. Deliberò di evitare gli aumenti dei derivati fondamentali per il funzionamento dell’industria e per la produzione di energia come l’olio combustibile, che sarebbe aumentato di molto a causa dell’impennata dei noli delle navi che erano costrette alla rotta Africana. Applicò invece un aumento del costo della benzina, ma anche in questo caso intervenne per limitarne il rincaro risultante dagli effetti della crisi. Nel 1956, prima della crisi di Suez, un litro di benzina costava 128 lire al litro, di cui ben 91 di oneri fiscali. Gli aumenti dovuti alla crescita del prezzo del greggio e al costo dei trasporti avrebbero fatto crescere di ben 30 lire al litro il prezzo della benzina. Il governo italiano decise di sacrificare una parte degli introiti fiscali e scelse di applicare un aumento di sole 14 lire al litro (7 per i taxisti e i turisti), destinando parte dei proventi dell’aumento ai raffinatori nazionali per compensare i maggiori costi alla fonte. La formula funzionò, impedendo la battuta d’arresto nella crescita industriale ed economica italiana. Il 1956 si chiuse infatti con un bilancio positivo, con una crescita della produzione industriale tra il 7 e l’8%, pur terminando l’anno con l’incognita della durata del blocco di Suez. Peggio andò per le due grandi potenze coloniali, Gran Bretagna e Francia, che avevano deciso di intervenire militarmente rigettando l’idea diplomatica di una gestione multinazionale del canale. Oltre ad aver dovuto affrontare il prezzo della guerra, il blocco dei carburanti e la crescita dei prezzi costrinsero Londra e Parigi a misure ben più drastiche di quelle di Roma, con razionamenti forzati dell’energia, crescita dell’inflazione e conseguente tensione politica. La crisi del 1956 sarà il tramonto definitivo della colonizzazione anglo-francese in Medio Oriente, sostituita dall’egemonia economica degli Usa. La piccola Italia, pur in crescita, era riuscita a reggere meglio il colpo anche per la ancora limitata diffusione di beni privati energivori come automobili ed elettrodomestici (nel 1956 la motorizzazione di massa era ancora agli albori, con poco più di 1 milione di auto circolanti).
Fu nel periodo della crisi di Suez che l’Eni sviluppò la sua presenza in Medio Oriente, gettando le basi della coraggiosa e spregiudicata «dottrina Mattei». Già alla salita al potere di Nasser il presidente dell’ente italiano Enrico Mattei aveva stretto legami con il governo egiziano, offrendo tecnologia e know-how. Con Saipem aveva vinto in breve la gara per la costruzione dell’oleodotto tra Suez e il Cairo. Poco prima della crisi, Mattei entrò nella nuova società petrolifera di Stato egiziana, la International Egyptian Oil Company – IEOC), offrendo al governo del Cairo condizioni molto vantaggiose in termini economici, una formula che ripeté nel 1957 con l’Iran, aggirando la storica egemonia delle Sette Sorelle grazie alla partecipazione ad una società a capitale pubblico.
L’italia ebbe un ruolo importante anche nell’epilogo della crisi del Canale di Suez. Dal 31 ottobre 1956 ben 44 relitti di grandi navi ostruivano il passaggio. Serviva una task force per una bonifica urgente, per non prolungare ulteriormente il blocco. Tra le italiane fu scelta dalle Nazioni Unite la compagnia milanese Micoperi, con sede operativa a Ravenna. Dal 1946 si occupava di bonifica di relitti della guerra. A Suez operò con i pontoni «Squalo» e «Pegaso», affiancata dalle navi delle due società triestine Banfield e Tripcovich. Gli specialisti italiani lavorarono talmente bene da meritare un encomio solenne da parte del consorzio internazionale di bonifica a guida Danese e Olandese. Nell’aprile del 1957 il canale di Suez era libero. Ed il petrolio passò nuovamente, ma lasciando l’Europa con il sapore di una catastrofe economica devastante se solamente il blocco fosse stato prolungato solo di qualche mese.
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Così il premier durante l'informativa alla Camera sull'azione del governo, che ha toccato anche i temi di Hormuz, della crisi in Medio Oriente e del rapporto con gli Stati Uniti.
Quindi la stoccata alla leader Pd sul rapporto Europa-Usa e l'unità dell'Occidente: «Mi verrebbe da dire, prendendo a prestito una frase cara a Elly Schlein, che noi siamo testardamente unitari. E se può permettersi di esserlo lei rispetto alle variopinte forze politiche che compongono il campo largo, potrò ben permettermelo io rispetto a Europa e Stati Uniti che stanno insieme da molto, molto tempo».