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2020-04-09
Conte fa il finto duro con Bruxelles. Ma non si capisce se ha un piano B
Emmanuel Macron (Ansa)
Dove eravamo rimasti? Le ultime trentasei ore, con il surreale stallo in seno all'Eurogruppo, ci riportano alla sera del 26 marzo, quando, al termine di un Consiglio europeo infruttuoso, Giuseppe Conte finse di battere i pugni sul tavolo. E, da Palazzo Chigi, fece circolare una muscolare velina, tramite il fido Rocco Casalino, il cui senso era: l'Italia dà dieci giorni all'Ue. Che era successo? Vistosi in evidente minoranza, aggregato ad altri otto Paesi ma con un Emmanuel Macron già pronto a intestarsi soluzioni in proprio (e quindi a usare il fronte mediterraneo più che ad aiutare l'Italia), Conte scommise sul fatto che comprare tempo lo avrebbe aiutato ad ottenere qualche risultato. Obiettivo? Presentare ogni eventuale millimetro in più come un suo personale successo. Ecco, trascorsi quattordici giorni (e non dieci), possiamo dire che non è andata così, almeno per ora. Anzi: è come se le due settimane fossero passate invano, riproponendo esattamente lo stesso scenario del 26 marzo, se non per una condizione economica italiana resa ancora più fragile dall'emergenza. C'è l'Olanda come testa d'ariete della posizione ultrarigorista: ma non sfugge a nessuno che le sfuriate provocatorie degli olandesi assomiglino ai comportamenti del proverbiale poliziotto cattivo, il bad cop che si accompagna al good cop tedesco (anzi, per tanti versi, quasi il portavoce e il prestanome di posizioni che i tedeschi, esplicitamente, non vogliono intestarsi). Niente eurobond, dunque, e nessuna mutualizzazione di rischi e debiti. Dall'altra parte, simmetricamente, c'è l'Italia, che (almeno formalmente) dice no al Mes, e si prende la provocazione di un altro schiaffo olandese, con i rappresentanti dell'Aja che sibilano un ok a un presunto «Mes senza condizioni» ma solo per le spese mediche. Il tweet del ministro olandese Wopke Hoekstra è da manuale di bullismo: «A causa della crisi in corso, dobbiamo fare un'eccezione e consentire di usare il Mes senza condizioni per coprire i costi medici». Insomma, per le barelle. Doppia presa in giro: intanto ti impongono una condizione (vincolare i fondi alla sola emergenza sanitaria) e poi si riservano tra qualche mese di metterti al collo un guinzaglio alla greca. Nessuna sorpresa, in questo quadro, per lo stallo. È stato perfino imbarazzante, l'altra notte, sentir promettere una conferenza stampa del Presidente dell'Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno, che si sarebbe dovuta tenere ieri alle 10. Senonché, ieri mattina presto, sul profilo Twitter del portoghese, è comparso un annuncio luttuoso malamente infiocchettato: «Dopo 16 ore di discussione siamo giunti vicini a un accordo ma non ci siamo ancora. Ho sospeso l'Eurogruppo e riprenderemo giovedì». Poco dopo, a certificare la paralisi, la nota del portavoce di Centeno, burocratica come l'annuncio di un ritardo all'aeroporto: «La pianificata conferenza di stamattina alle 10 deve essere cancellata. Dettagli saranno annunciati più tardi». Contestualmente, è saltata pure la presentazione in pompa magna che Ursula von der Leyen aveva immaginato di una fantomatica Exit Strategy dall'emergenza, e che però la tedesca aveva «dimenticato» di condividere con i paesi mediterranei. Cosa resta sul tavolo dunque? L'ormai noto triplice «pacco»: la mini copertura assicurativa Sure (l'equivalente di qualche settimana di cassa integrazione), il vago fondo della Bei, e la solita trappola del Mes.
Al di là delle veline governative, il vero rischio è che l'Italia oggi possa cedere, accontentandosi di una parolina decorativa infilata in fondo al documento, da sventolare in patria come una conquista negoziale, ma finendo per ingoiare tutto il resto. Sullo sfondo, resta la cosiddetta mediazione francese. Ieri Parigi è andata all'assalto degli olandesi («La posizione olandese è controproducente, incomprensibile e non può durare», è stato il succo di una dura nota fatta circolare da fonti dell'Eliseo), ma più che altro è sembrato un modo per provare a stanare Berlino. Cosa vuole Macron? Avrebbe già ottenuto, nel draft di documento finale, la menzione di un Recovery Fund che il presidente francese vuole presentare come un pilastro pro ricostruzione. Ma il punto è: potrà fare emissioni comuni di Recovery bond e raccogliere risorse sul mercato? In caso negativo, Parigi ha ventilato la possibilità che i Paesi favorevoli procedano per conto proprio, ma è parso un espediente per smuovere i tedeschi: altrimenti, si tratterebbe plasticamente della fine dell'Unione.
Attenti alla trappola perfetta, però. La maggioranza dell'Ue (nordici inclusi) potrebbe irrobustire la citazione del Recovery Fund nel documento finale a patto che tutti gli altri accettino il Mes, più o meno truccato. E quella sarebbe la definitiva fregatura per l'Italia: oggi, apparentemente, nessuna condizione o condizioni attenuate, ma in futuro - in base alle immutate regole dei Trattati - resteremmo alla mercé del pilota automatico che gli altri potrebbero tranquillamente imporci in qualunque momento.
Ciò che rende fragile la posizione italiana è l'assenza di un visibile «piano b», e la dipendenza da fattori esterni. Un esempio? Sarebbe sufficiente una contrazione degli acquisti Bce per far salire lo spread, una specie di avvertimento, se non il preannuncio di un metodo già sperimentato nel 2011: produrre la capitolazione di un Paese via spread, maneggiando il rubinetto degli acquisti di titoli.
Ieri, a fine giornata, Conte ha riprovato a fare la faccia feroce: «Ammorbidire le regole di bilancio, altrimenti dobbiamo fare senza l'Europa e ognuno fa per sé». Ma a molti è sembrato un modo per farsi coraggio prima di dire sì oggi.
L’ombrello della Bce frena lo spread
«Non siamo qui per ridurre gli spread», era stata la gaffe fatta in conferenza stampa da Christine Lagarde lo scorso 12 marzo. Dimenticandosi che se la forchetta tra Bund e Btp sale, e non è colpa dell'Italia ma di un virus, la Bce da lei presieduta serve proprio a quello. Lo si è visto proprio ieri mattina quando lo spread tra Btp e Bund tedeschi è schizzato in apertura a 217 punti base (dai 194 di martedì sera) per poi perdere quota e chiudere a 197 punti.
Se non ci fosse stato l'ombrello della Bce, ora che anche madame Lagarde ha capito di non lavorare più per il Fmi, i danni della fumata nera dell'Eurogruppo sarebbero stati assai peggiori. La Vigilanza ha infatti annunciato martedì un pacchetto di misure che ha praticamente tolto ogni valutazione di rischio ai prestiti bancari e decurtato gli haircut, i margini di garanzia sulla liquidità, per impedire che «l'emergenza del coronavirus» provochi una gravissima stretta creditizia. Una vera e propria inversione a U sul fronte della politica monetaria, sulle banche, che si ritrovano in prima linea data la colossale crisi di liquidità per famiglie e imprese, specie le piccole, a causa dei lockdown causati dal Corona. Ammontano, intanto, a 30,2 miliardi gli interventi compiuti da Francoforte nella prima settimana di operatività del Programma di emergenza contro la pandemia di coronavirus (Pepp) varato quindici giorni fa. Con un aumento da 15,4 miliardi della posizione netta in valuta estera per via delle operazioni di liquidità in dollari. Consistenti anche gli interventi nel quadro del Qe «normale» con acquisti di titoli del settore pubblico per 13,2 miliardi che - a fronte di titoli in scadenza per 5 miliardi - portano il totale a 2.169,6 miliardi.
In attesa della soluzione politica, dunque, il tampone finanziario ha funzionato. Sono andate bene anche le aste con un rendimento in rialzo per i Bot annuali assegnati ieri dal Tesoro. Sono stati emessi 6,5 miliardi di Buoni a 12 mesi (scadenza 14 aprile 2021) spuntando un rendimento pari a 0,534%, in rialzo di 46 centesimi rispetto all'asta del mese precedente. Positivo anche l'esito del collocamento dei Bot trimestrali: offerti per 3 miliardi a sette anni dall'ultimo collocamento, i Buoni a tre mesi hanno spuntato un rendimento dello 0,188% e una richiesta elevata.
Hanno retto al flop della maratona notturna dell'Eurogruppo anche le Borse Ue. A Piazza Affari il Ftse Mib ha perso lo 0,18%, Francoforte lo 0,2%, Madrid l'1% mentre Parigi ha chiuso con un +0,10% e Londra ha ceduto lo 0,8 per cento. I settori europei più penalizzati dalle vendite sono soprattutto le banche. Secondo le stime di Goldman Sachs tra quest'anno e il 2023 i big del credito del Vecchio Continente distribuiranno cumulativamente agli azionisti circa 125 miliardi di euro, la metà rispetto ai 253 miliardi delle stime ante coronavirus. Il taglio delle stime è drastico sul 2020: Goldman Sachs calcola che le 56 banche di cui si occupa in Europa distribuiranno ai soci (tra cedole 2019 e riacquisti di azioni) solo 4,6 miliardi contro i 51,9 miliardi che erano attesi.
Dall'altra parte dell'Atlantico, Wall Street è partita bene (con Dow Jones e Nasdaq in rialzo di oltre un punto percentuale) ma ha perso slancio nel corso della seduta con gli investitori in attesa della pubblicazione delle minute della Federal Reserve e nonostante il cinguettio di Donald Trump che su Twitter ieri ha promesso: «Una volta aperto il nostro grande Paese, e succederà il prima possibile, la nostra economia subirà un boom, forse come mai prima d'ora».
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Eurogruppo ancora in pieno stallo, Giuseppi alza i toni: «Ammorbidire le regole, altrimenti ognuno fa per sé». Ma dalla sua, contro il fronte dei rigoristi del Nord, ha solo l'aiuto di Emmanuel Macron. Che non sembra disinteressato.L'ombrello della Bce frena lo spread. L'inversione a U di Christine Lagarde permette di contenere il differenziale tra Btp e Bund nonostante i segnali negativi che vengono dall'Europa politica. Bene anche le aste.Lo speciale comprende due articoli.Dove eravamo rimasti? Le ultime trentasei ore, con il surreale stallo in seno all'Eurogruppo, ci riportano alla sera del 26 marzo, quando, al termine di un Consiglio europeo infruttuoso, Giuseppe Conte finse di battere i pugni sul tavolo. E, da Palazzo Chigi, fece circolare una muscolare velina, tramite il fido Rocco Casalino, il cui senso era: l'Italia dà dieci giorni all'Ue. Che era successo? Vistosi in evidente minoranza, aggregato ad altri otto Paesi ma con un Emmanuel Macron già pronto a intestarsi soluzioni in proprio (e quindi a usare il fronte mediterraneo più che ad aiutare l'Italia), Conte scommise sul fatto che comprare tempo lo avrebbe aiutato ad ottenere qualche risultato. Obiettivo? Presentare ogni eventuale millimetro in più come un suo personale successo. Ecco, trascorsi quattordici giorni (e non dieci), possiamo dire che non è andata così, almeno per ora. Anzi: è come se le due settimane fossero passate invano, riproponendo esattamente lo stesso scenario del 26 marzo, se non per una condizione economica italiana resa ancora più fragile dall'emergenza. C'è l'Olanda come testa d'ariete della posizione ultrarigorista: ma non sfugge a nessuno che le sfuriate provocatorie degli olandesi assomiglino ai comportamenti del proverbiale poliziotto cattivo, il bad cop che si accompagna al good cop tedesco (anzi, per tanti versi, quasi il portavoce e il prestanome di posizioni che i tedeschi, esplicitamente, non vogliono intestarsi). Niente eurobond, dunque, e nessuna mutualizzazione di rischi e debiti. Dall'altra parte, simmetricamente, c'è l'Italia, che (almeno formalmente) dice no al Mes, e si prende la provocazione di un altro schiaffo olandese, con i rappresentanti dell'Aja che sibilano un ok a un presunto «Mes senza condizioni» ma solo per le spese mediche. Il tweet del ministro olandese Wopke Hoekstra è da manuale di bullismo: «A causa della crisi in corso, dobbiamo fare un'eccezione e consentire di usare il Mes senza condizioni per coprire i costi medici». Insomma, per le barelle. Doppia presa in giro: intanto ti impongono una condizione (vincolare i fondi alla sola emergenza sanitaria) e poi si riservano tra qualche mese di metterti al collo un guinzaglio alla greca. Nessuna sorpresa, in questo quadro, per lo stallo. È stato perfino imbarazzante, l'altra notte, sentir promettere una conferenza stampa del Presidente dell'Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno, che si sarebbe dovuta tenere ieri alle 10. Senonché, ieri mattina presto, sul profilo Twitter del portoghese, è comparso un annuncio luttuoso malamente infiocchettato: «Dopo 16 ore di discussione siamo giunti vicini a un accordo ma non ci siamo ancora. Ho sospeso l'Eurogruppo e riprenderemo giovedì». Poco dopo, a certificare la paralisi, la nota del portavoce di Centeno, burocratica come l'annuncio di un ritardo all'aeroporto: «La pianificata conferenza di stamattina alle 10 deve essere cancellata. Dettagli saranno annunciati più tardi». Contestualmente, è saltata pure la presentazione in pompa magna che Ursula von der Leyen aveva immaginato di una fantomatica Exit Strategy dall'emergenza, e che però la tedesca aveva «dimenticato» di condividere con i paesi mediterranei. Cosa resta sul tavolo dunque? L'ormai noto triplice «pacco»: la mini copertura assicurativa Sure (l'equivalente di qualche settimana di cassa integrazione), il vago fondo della Bei, e la solita trappola del Mes. Al di là delle veline governative, il vero rischio è che l'Italia oggi possa cedere, accontentandosi di una parolina decorativa infilata in fondo al documento, da sventolare in patria come una conquista negoziale, ma finendo per ingoiare tutto il resto. Sullo sfondo, resta la cosiddetta mediazione francese. Ieri Parigi è andata all'assalto degli olandesi («La posizione olandese è controproducente, incomprensibile e non può durare», è stato il succo di una dura nota fatta circolare da fonti dell'Eliseo), ma più che altro è sembrato un modo per provare a stanare Berlino. Cosa vuole Macron? Avrebbe già ottenuto, nel draft di documento finale, la menzione di un Recovery Fund che il presidente francese vuole presentare come un pilastro pro ricostruzione. Ma il punto è: potrà fare emissioni comuni di Recovery bond e raccogliere risorse sul mercato? In caso negativo, Parigi ha ventilato la possibilità che i Paesi favorevoli procedano per conto proprio, ma è parso un espediente per smuovere i tedeschi: altrimenti, si tratterebbe plasticamente della fine dell'Unione.Attenti alla trappola perfetta, però. La maggioranza dell'Ue (nordici inclusi) potrebbe irrobustire la citazione del Recovery Fund nel documento finale a patto che tutti gli altri accettino il Mes, più o meno truccato. E quella sarebbe la definitiva fregatura per l'Italia: oggi, apparentemente, nessuna condizione o condizioni attenuate, ma in futuro - in base alle immutate regole dei Trattati - resteremmo alla mercé del pilota automatico che gli altri potrebbero tranquillamente imporci in qualunque momento. Ciò che rende fragile la posizione italiana è l'assenza di un visibile «piano b», e la dipendenza da fattori esterni. Un esempio? Sarebbe sufficiente una contrazione degli acquisti Bce per far salire lo spread, una specie di avvertimento, se non il preannuncio di un metodo già sperimentato nel 2011: produrre la capitolazione di un Paese via spread, maneggiando il rubinetto degli acquisti di titoli. Ieri, a fine giornata, Conte ha riprovato a fare la faccia feroce: «Ammorbidire le regole di bilancio, altrimenti dobbiamo fare senza l'Europa e ognuno fa per sé». Ma a molti è sembrato un modo per farsi coraggio prima di dire sì oggi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-fa-il-finto-duro-con-bruxelles-ma-non-si-capisce-se-ha-un-piano-b-2645671512.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lombrello-della-bce-frena-lo-spread" data-post-id="2645671512" data-published-at="1586371709" data-use-pagination="False"> L’ombrello della Bce frena lo spread «Non siamo qui per ridurre gli spread», era stata la gaffe fatta in conferenza stampa da Christine Lagarde lo scorso 12 marzo. Dimenticandosi che se la forchetta tra Bund e Btp sale, e non è colpa dell'Italia ma di un virus, la Bce da lei presieduta serve proprio a quello. Lo si è visto proprio ieri mattina quando lo spread tra Btp e Bund tedeschi è schizzato in apertura a 217 punti base (dai 194 di martedì sera) per poi perdere quota e chiudere a 197 punti. Se non ci fosse stato l'ombrello della Bce, ora che anche madame Lagarde ha capito di non lavorare più per il Fmi, i danni della fumata nera dell'Eurogruppo sarebbero stati assai peggiori. La Vigilanza ha infatti annunciato martedì un pacchetto di misure che ha praticamente tolto ogni valutazione di rischio ai prestiti bancari e decurtato gli haircut, i margini di garanzia sulla liquidità, per impedire che «l'emergenza del coronavirus» provochi una gravissima stretta creditizia. Una vera e propria inversione a U sul fronte della politica monetaria, sulle banche, che si ritrovano in prima linea data la colossale crisi di liquidità per famiglie e imprese, specie le piccole, a causa dei lockdown causati dal Corona. Ammontano, intanto, a 30,2 miliardi gli interventi compiuti da Francoforte nella prima settimana di operatività del Programma di emergenza contro la pandemia di coronavirus (Pepp) varato quindici giorni fa. Con un aumento da 15,4 miliardi della posizione netta in valuta estera per via delle operazioni di liquidità in dollari. Consistenti anche gli interventi nel quadro del Qe «normale» con acquisti di titoli del settore pubblico per 13,2 miliardi che - a fronte di titoli in scadenza per 5 miliardi - portano il totale a 2.169,6 miliardi. In attesa della soluzione politica, dunque, il tampone finanziario ha funzionato. Sono andate bene anche le aste con un rendimento in rialzo per i Bot annuali assegnati ieri dal Tesoro. Sono stati emessi 6,5 miliardi di Buoni a 12 mesi (scadenza 14 aprile 2021) spuntando un rendimento pari a 0,534%, in rialzo di 46 centesimi rispetto all'asta del mese precedente. Positivo anche l'esito del collocamento dei Bot trimestrali: offerti per 3 miliardi a sette anni dall'ultimo collocamento, i Buoni a tre mesi hanno spuntato un rendimento dello 0,188% e una richiesta elevata. Hanno retto al flop della maratona notturna dell'Eurogruppo anche le Borse Ue. A Piazza Affari il Ftse Mib ha perso lo 0,18%, Francoforte lo 0,2%, Madrid l'1% mentre Parigi ha chiuso con un +0,10% e Londra ha ceduto lo 0,8 per cento. I settori europei più penalizzati dalle vendite sono soprattutto le banche. Secondo le stime di Goldman Sachs tra quest'anno e il 2023 i big del credito del Vecchio Continente distribuiranno cumulativamente agli azionisti circa 125 miliardi di euro, la metà rispetto ai 253 miliardi delle stime ante coronavirus. Il taglio delle stime è drastico sul 2020: Goldman Sachs calcola che le 56 banche di cui si occupa in Europa distribuiranno ai soci (tra cedole 2019 e riacquisti di azioni) solo 4,6 miliardi contro i 51,9 miliardi che erano attesi. Dall'altra parte dell'Atlantico, Wall Street è partita bene (con Dow Jones e Nasdaq in rialzo di oltre un punto percentuale) ma ha perso slancio nel corso della seduta con gli investitori in attesa della pubblicazione delle minute della Federal Reserve e nonostante il cinguettio di Donald Trump che su Twitter ieri ha promesso: «Una volta aperto il nostro grande Paese, e succederà il prima possibile, la nostra economia subirà un boom, forse come mai prima d'ora».
6 aprile 2009, L'Aquila: le macerie riempiono una strada nel centro dopo il devastante terremoto che ha colpito la città (Ansa)
«Il 6 aprile di 17 anni fa il terremoto in Abruzzo, la ferita resta aperta», ha dichiarato il ministro. «Oggi ricordiamo commossi le 309 persone la cui vita fu spezzata dalla violenza del terremoto che nel 2009 colpì l’Abruzzo». Piantedosi ha rivolto il proprio pensiero anche ai feriti e a chi ha dovuto affrontare le conseguenze del sisma, sottolineando la reazione della popolazione nei giorni successivi. «Il mio pensiero va anche a tutti coloro che rimasero feriti e a chi, con dignità e determinazione, ha affrontato il dolore e la devastazione che seguirono al sisma», ha aggiunto. Il ministro ha poi voluto ringraziare le strutture impegnate nei soccorsi: «Rinnovo la mia gratitudine alle Forze dell’ordine, ai Vigili del fuoco, ai militari, ai volontari della Protezione Civile e a tutti i soccorritori che, fin dalle prime ore, hanno lavorato senza sosta per salvare vite umane e assistere la popolazione colpita». Infine, ha richiamato l’impegno sul fronte della prevenzione e della sicurezza dei territori.
A L’Aquila, la commemorazione si è svolta tra la sera del 5 e la notte del 6 aprile, in una forma diversa rispetto al tradizionale corteo, ma con una partecipazione diffusa e raccolta. La città si è fermata nel silenzio, accompagnata dalla musica dei Solisti Aquilani, che all’Emiciclo hanno eseguito brani di Händel, Vivaldi e Bach durante la cerimonia. Accanto alle istituzioni, con il sindaco Pierluigi Biondi e rappresentanti locali, erano presenti cittadini, forze dell’ordine e associazioni.
Al centro della commemorazione il telo con i nomi delle vittime, stampati in rosso, e lo striscione dei familiari con la scritta: «Per loro. Per tutti i familiari delle vittime. L’Aquila 6 aprile 2009». La notte del ricordo è proseguita al Parco della Memoria, dove è stato acceso il braciere dal funzionario comunale Daniele Ciuffetelli, in rappresentanza dei dipendenti del Comune. Qui si è svolta anche la lettura dei nomi delle 309 vittime e la deposizione dei fiori sulla fontana monumentale.
Nel corso della cerimonia è intervenuto Vincenzo Vittorini, in rappresentanza dei familiari, che ha ricordato «la notte più lunga per gli aquilani» e il valore della memoria come responsabilità condivisa. «Abbiamo scelto di non sfilare, ma di ritrovarci», ha spiegato, richiamando anche la figura di Antonietta Centofanti e citando José Saramago: «Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo». Un appello, rivolto soprattutto ai più giovani, a farsi «sentinelle della memoria» per non disperdere il ricordo nel tempo. La commemorazione si è chiusa nel segno della sobrietà, tra musica, fiori e silenzio, mentre sui social il sindaco Biondi ha scritto: «Onoriamo la nostra notte più lunga, la luce fa sperare. Onoriamo il dolore, attraversiamo il buio, camminiamo nel silenzio verso il giorno».
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Gli sfollati fuggono dal campo di Zamzam a causa del conflitto in corso nel Darfur settentrionale in Sudan (Ansa)
Dopo oltre 150.000 morti e 13 milioni di profughi, il conflitto tra il capo dell’esercito al Burhan e il leader paramilitare Hemeti resta senza sbocco. I governativi riconquistano la capitale, mentre i paramilitari dominano il Darfur e sono accusati di pulizia etnica. Paese diviso e crisi umanitaria fuori controllo.
Da ormai tre anni il Sudan è dilaniato da una sanguinosa guerra civile che ha causato oltre 150.000 vittime e quasi 13 milioni di profughi. La nazione africana ha una popolazione di 46 milioni di abitanti e oltre la metà di questi hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria, mentre 20 milioni sono a rischio di carestia.
Questo conflitto è iniziato all’interno del Consiglio Sovrano, nato dopo il colpo di stato del 25 ottobre del 2021, per il tentativo di integrare nell’esercito nazionale il gruppo paramilitare delle Forze di Supporto Rapido. Il generale Mohamed Hamdam Dagalo, detto Hemeti, capo di questi miliziani, aveva chiesto un lungo periodo di transizione per non perdere il suo potere, ma al rifiuto del capo della giunta militare era iniziato il conflitto. Le Forze di Supporto Rapido avevano agito all’alba del 13 aprile prendendo di sorpresa l’esercito del generale Abdel-Fattah al Burhan, che aveva perso il controllo di interi quartieri di Khartoum. I governativi avevano reagito utilizzando l’aviazione sudanese e martellando la capitale con centinaia di vittime fra la popolazione civile. Intanto lo scontro fra i due generali aveva coinvolto tutto il paese con i paramilitari che avevano dilagato in Darfur, la loro regione di provenienza. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti gli eredi dei miliziani Janjaweed ( diavoli a cavallo), i genocidiari che nei primi anni del 2000 avevano massacrato la popolazione africana del Darfur.
Lo stesso Hemeti aveva fatto parte di queste bande irregolari,utilizzate dal governo del presidente Omar al Bashir per effettuare un’autentica pulizia etnica dei popoli non arabi. Il conflitto ha vissuto molte fasi alterne nell’arco di questi tre anni, ma oggi le Forze armate Sudanesi hanno stabilmente ripreso il controllo di Khartoum, riportando il governo nella capitale dopo essersi spostati a Port Sudan, eletta come capitale provvisoria. Nel Kordofan, una regione a sud, si continua combattere e le Forze di Supporto Rapido hanno siglato un’alleanza con un signore della guerra locale Abdelaziz al Hilu, che con i suoi mercenari ha preso il controllo del Kordofan settentrionale. Le milizie, create sia su base etnica che politica, hanno un ruolo sempre più importante nella guerra civile sudanese che coinvolge direttamente o indirettamente diverse nazioni dell’area. Il generale al Burhan ogni settimana vola al Cairo dove prende ordini dal presidente egiziano al Sisi, che è il suo principale mentore e che ha rifornito l’esercito sudanese di armi ed istruttori. Le Forze di Supporto Rapido sono invece economicamente sostenute dagli Emirati Arabi Uniti, e parzialmente dall’Arabia Saudita, che attraverso il poroso confine con il Ciad permette ai paramilitari di avere armi e soldi. Con il passare dei mesi i paramilitari hanno perso terreno, ma hanno preso il controllo della totalità del Darfur, la regione occidentale. Qui per espugnare l’ultima città difesa da un milizia alleata dei governativi hanno bloccato ogni via di accesso prendendo el Fasher per fame. Una volta entrate le Forze di Supporto Rapido hanno giustiziato i notabili della città, costringendo alla fuga migliaia di persone.
Le Nazioni Unite hanno aperto una serie di inchieste per indagare sui crimini di guerra commessi sia dai ribelli che dai governativi, in una nazione nella quale lo stupro è diventato un’arma di guerra. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti accusate di pulizia etnica in Darfur, dove vivono diverse tribù africane come i Fur e i Masalit, che questi miliziani vogliono sterminare per arabizzare la regione. Questa operazione viene portata avanti da anni utilizzando uomini delle tribù beduine dei Baggara e degli Abbala, da cui provengono la maggioranza dei fedelissimi di Hemeti. Al terzo anno di combattimenti le forze del governo ed i suoi alleati controllano circa il 70% del Sudan, mentre i ribelli l’altro 30%. Il generale Hemeti ha anche formato un governo parallelo nelle aree sotto il suo controllo ed ha minacciato una secessione nel martoriato Darfur, tutto mentre il popolo del Sudan continua a morire nell’indifferenza del mondo.
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Un ingegnere prepara un drone intercettore FPV (First Person View) P1-Sun per il volo durante i test effettuati dal produttore SkyFall in una località non specificata in Ucraina (Getty Imasges)
«Secondo un documento operativo sulle tattiche FPV attribuito a fonti militari legate al conflitto ucraino», questi sistemi sono diventati uno degli strumenti più incisivi delle operazioni tattiche, capaci di influenzare direttamente l’esito degli scontri e di ridefinire il rapporto tra forze terrestri e supporto aereo. I droni FPV (First Person View) sono piccoli velivoli senza pilota controllati a distanza tramite una telecamera che trasmette immagini in tempo reale all’operatore, il quale li guida come se fosse a bordo. A differenza dei droni tradizionali vengono pilotati manualmente con grande precisione, consentendo manovre rapide e voli a bassa quota. Derivati dal mondo civile e costruiti con componenti modulari a basso costo, sono facilmente modificabili e impiegabili in massa. Possono raggiungere velocità elevate, ma hanno autonomia limitata e raggio operativo ridotto. In ambito militare vengono spesso utilizzati come munizioni guidate, dirette direttamente contro il bersaglio, combinando flessibilità, precisione e costi contenuti.
Questo rapporto tra efficacia operativa e prezzo ha accelerato la diffusione dei FPV e ne ha favorito l’integrazione nelle unità combattenti. Nel documento emerge come i droni «kamikaze» abbiano progressivamente assunto un ruolo dominante nel causare perdite sul campo, trasformandosi da strumenti di supporto a protagonisti dell’azione offensiva. Il cambiamento non riguarda solo la tecnologia, ma anche la dottrina. Le operazioni non si limitano più a un singolo drone impiegato in modo isolato, ma prevedono coordinamento, sequenze di attacco e integrazione con altre armi. In questo scenario, il drone diventa una sorta di artiglieria tattica a corto raggio, capace di intervenire in tempi rapidi e con elevata precisione. Tra le tecniche più diffuse figura la modalità cosiddetta «classica», basata sulla cooperazione tra drone di ricognizione e drone d’attacco. Il primo individua il bersaglio e trasmette le coordinate, mentre il secondo procede all’ingaggio. Questo schema consente di colpire rapidamente obiettivi mobili o posizioni fortificate. Accanto a questa tecnica si sviluppano operazioni di «free hunting», in cui i droni vengono lanciati contro obiettivi già individuati, aumentando la pressione costante sull’avversario.
Un’evoluzione significativa è rappresentata dagli attacchi «swarm», cioè l’impiego simultaneo di più droni contro un singolo obiettivo o una zona specifica. Questo approccio consente di saturare le difese e ridurre la capacità di reazione. L’uso coordinato di più piattaforme trasforma il drone in uno strumento di attacco di massa, capace di generare effetti simili a quelli di un bombardamento di precisione su scala tattica. Il documento descrive inoltre l’impiego dei FPV come supporto diretto alle unità d’assalto. Durante l’avanzata, i droni vengono utilizzati in sequenza per neutralizzare posizioni nemiche, coprire il movimento delle truppe e colpire eventuali rinforzi. Questa integrazione con la manovra terrestre riduce l’esposizione dei soldati e aumenta la velocità dell’offensiva. L’efficacia cresce ulteriormente quando i droni vengono combinati con artiglieria e mortai, creando un sistema di fuoco distribuito e flessibile.Particolarmente rilevante è la tattica dell’imboscata, in cui il drone viene posizionato in anticipo e resta in attesa del bersaglio. In questa configurazione il FPV si trasforma in una mina intelligente, capace di colpire improvvisamente veicoli o personale. L’impiego di droni relay estende il raggio operativo e aumenta il tempo di attesa, rendendo l’attacco più imprevedibile. Questa modalità dimostra come i droni possano essere utilizzati non solo per l’offensiva immediata, ma anche per il controllo del terreno.
Il documento evidenzia anche l’uso di attacchi combinati. Un primo drone colpisce un veicolo o una posizione, mentre un secondo interviene contro il personale durante le operazioni di evacuazione. Analogamente, la tecnica del doppio attacco prevede l’impiego di due droni in successione per penetrare coperture e colpire all’interno di strutture protette. Queste procedure indicano un crescente livello di coordinamento e sofisticazione tattica. Un altro elemento significativo riguarda l’organizzazione delle squadre operative. L’impiego dei FPV richiede team dedicati, composti da pilota, operatore di ricognizione, specialista delle munizioni e coordinatore. Questo assetto conferma la trasformazione del drone in un sistema integrato e non più in uno strumento individuale. La professionalizzazione degli operatori e la standardizzazione delle procedure aumentano l’efficacia complessiva delle operazioni. L’analisi del documento mostra come i droni FPV stiano riducendo il vantaggio dei mezzi corazzati, abbassando il costo delle operazioni offensive e aumentando la letalità a corto raggio. La combinazione di flessibilità, precisione e rapidità rende questi sistemi centrali nella guerra moderna. La diffusione capillare dei FPV indica una trasformazione destinata a incidere sui conflitti futuri, dove la superiorità numerica e l’innovazione tattica avranno un peso sempre maggiore. La guerra sul campo di battaglia diventa così più decentralizzata e dinamica. Unità leggere, supportate da droni a basso costo, possono colpire con precisione e rapidità, ridisegnando gli equilibri operativi. In questo scenario, la capacità di adattamento e l’uso intelligente della tecnologia diventano fattori decisivi, mentre i droni FPV si affermano come uno degli strumenti più influenti della guerra contemporanea.
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Il premier ungherese Viktor Orbán (Ansa)
Il 12 aprile sfida decisiva tra Orbán e Magyar: in gioco i rapporti con Ue, Russia e Ucraina. Dalla visita di JD Vance a sostegno del premier al caso delle telefonate Szijjártó-Lavrov, tra accuse di interferenze straniere, scandali e sondaggi opposti, il voto ungherese diventa un test per gli equilibri europei e per i finanziamenti a Kiev.
Il 12 aprile si sancirà il futuro dell’Ungheria. Questa domenica, infatti, i cittadini ungheresi saranno chiamati a rinnovare il Parlamento e il governo del proprio Paese nelle elezioni parlamentari. Di più, perché i due principali schieramenti che si affronteranno, ovvero Fidesz, guidato dell’attuale premier Viktor Orbán, e Tisza, dello sfidante Péter Magyar, sono latori di interessi sostanzialmente antitetici.
Relazioni con le istituzioni europee, supporto all’Ucraina, rapporti con la Russia, economia e immigrazione. I due candidati, appartenenti entrambi al campo politico sommariamente definibile come «destra», non potevano tuttavia essere più diversi. Da una parte Orbán, grande nemico di Bruxelles e degli euroburocrati, contrario ai finanziamenti multimiliardari all’Ucraina, alle sanzioni autolesionistiche alla Russia e fautore di una politica di tolleranza zero nei confronti dell’immigrazione clandestina. Dall’altra Magyar, europarlamentare che potremmo definire vera e propria incarnazione dell’ortodossia «bruxelliana».
L’importanza del voto di domenica è testimoniata anche dalla visita del Vicepresidente americano JD Vance, che il 7 e l’8 aprile sarà a Budapest; una missione pensata appositamente per dare all’alleato Orbán la giusta spinta elettorale in vista del voto di fine settimana.
Quella che si avvia alla sua conclusione è stata, senza esagerazioni, una campagna elettorale brutale, con reciproche accuse di interferenze da parte di servizi d’intelligence stranieri. L’ultimo esempio, in ordine cronologico, è quello che vede protagonista il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó. Un consorzio di testate giornalistiche investigative dell'Europa orientale (The Insider, VSquare e Delfi) ha pubblicato nelle scorse settimane registrazioni e trascrizioni di telefonate in cui il capo della diplomazia di Budapest avrebbe fornito a Mosca un accesso privilegiato a «informazioni strategiche riservate». In una delle conversazioni diffuse, Szijjártó si rivolge al suo omologo russo Sergej Lavrov con toni amichevoli, promettendo di adoperarsi, insieme al governo slovacco, per ottenere la rimozione di una parente di un oligarca russo dalla lista delle sanzioni europee. Dall’Europa si sono subito alzate le voci che hanno urlato al tradimento, non è chiaro di cosa, non essendo l’Ungheria in guerra con la Russia.
Ma come sono state ottenute tali informazioni? In un video pubblicato sui propri canali social, Szijjártó ha descritto l'episodio come «l'intervento di intelligence straniera più grave, serio e vergognoso della storia» del Paese, sostenendo che i servizi segreti di altri stati avrebbero intercettato sistematicamente le sue comunicazioni telefoniche e reso pubbliche le registrazioni a una settimana e mezza dal voto nell'interesse dell'Ucraina. Ciò sembrerebbe essere confermato da una conversazione telefonica trapelata sui media ungheresi tra il giornalista investigativo Szabolcs Panyi e una donna, in cui il primo ammette di aver dato «due numeri», quello di Szijjártó e della donna, a un «servizio statale di un paese dell’Unione Europea», conscio del fatto che quel servizio potesse monitorare «chi chiama chi e quando».
Un altro polverone si era sollevato a metà febbraio, quando Magyar era finito al centro di uno scandalo per la sua partecipazione ad un festino a base di «sesso e droga» dopo una festa di partito, risalente all'agosto del 2024. Il leader di Tisza ha confermato di aver avuto una relazione consensuale con la sua ex fidanzata, negando tuttavia con fermezza di aver fatto uso di droghe, pur riconoscendo che nella stanza erano presenti sostanze stupefacenti. Magyar ha definito l'accaduto una classica «operazione di compromissione in stile russo», sostenendo di essere stato deliberatamente attirato in una trappola.
Per non farci mancare niente, il candidato dell’opposizione ha dichiarato che ufficiali dell'intelligence militare russa sarebbero giunti a Budapest sotto copertura diplomatica, con il preciso mandato di influenzare il voto a favore di Orbán, senza tuttavia fornire alcuna prova. Orbán ha risposto con un contrattacco altrettanto aggressivo. In un videomessaggio diffuso a fine marzo, il premier ha dichiarato di non aver mai assistito a un'elezione in cui «i servizi segreti stranieri avessero interferito» con tale intensità, accusando Tisza di essere un «girevole» per le spie ucraine e facendo riferimento a un rapporto di intelligence declassificato secondo cui alcuni tecnici informatici legati al partito di Magyar avrebbero contatti con la cosiddetta «IT Army of Ukraine» e con l'ambasciata di Kiev a Budapest.
A rendere il quadro ancora più opaco contribuisce la situazione dei sondaggi, che in questa tornata elettorale si rivelano di fatto inaffidabili, o quanto meno fortemente condizionati dall'orientamento politico degli istituti che li realizzano. Quelli vicini all'opposizione, come Medián o Závecz Research, attribuiscono a Tisza un netto vantaggio, che oscilla tra i dieci e i quindici punti. Gli istituti legati al governo, invece, come il Nézőpont Institute, dipingono uno scenario opposto, con Fidesz stabilmente avanti.
Le elezioni ungheresi faranno sentire i loro effetti in tutta Europa. In caso di riconferma del partito di Orbán (sarebbe il quinto di fila), il maxi-prestito da 90 miliardi in favore di Kiev continuerebbe ad essere bloccato, come allo stato attuale delle cose; se a trionfare dovesse essere invece Magyar, l’ennesimo salasso di soldi pubblici europei verrà quasi certamente elargito in favore dell’Ucraina. agli ungheresi l’ultima parola.
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