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2019-12-20
Congelata la licenza Usa a Leonardo. Verifiche sugli elicotteri e la Cina
Gettyimages
I primi di ottobre Mike Pompeo, segretario di Stato a stelle e strisce, atterra a Roma. Trascorre tre giorni nella capitale, incontra Sergio Mattarella, i vertici del governo, fa un salto in Vaticano e il quarto giorno si reca pure in Abruzzo, terra d'origine della sua famiglia. Una delle serate è dedicata alla cena di gala: rappresentanti dell'Ambasciata e delle grandi aziende tricolore comprese quelle della Difesa. Si discute di tanti temi. Dal futuro dell'Italia, al posizionamento di Roma dentro l'Ue, dentro la Nato e fuori la Nato. Soprattutto verso la Cina. Temi caldi 5G e cybersecurity. A distanza di qualche giorno il Dipartimento della Difesa Usa prende una decisione delicatissima. Decide di mettere in freezer e congelare la licenza di Leonardo per la commercializzazione degli elicotteri made by Boeing, chiamati in gergo tecnico Chinook 47 Er. La sigla sta per Extentend range. Per i non addetti ai lavori sono gli elicotteri che usano varie forze speciali in giro per il mondo. Gli stessi che la nostra Difesa aveva messo a budget per 500 milioni e poi sospeso alal fine del 2018. L'eventuale acquisto dei quattro velivoli prevederebbe l'attività congiunta - sebbene a Filadelfia - di Boeing e Leonardo. Ora il dipartimento Usa ha sospeso questa possibilità e di fatto inibito all'azienda guidata da Alessandro Profumo di partecipare a quella super tecnologia. Le motivazioni sono altrettanto delicate come la scelta. Gli Usa avrebbero deciso di fare verifiche e accertare che non ci sia alcuna contaminazione tecnologia veros Pechino. La partecipazione congiunta con Boeing tocca anche lo stabilimento di Pomigliano dove da anni c'è una linea dedicata al velivolo civile Dreamliner e dove in futuro Leonardo e i cinesi dovrebbero assemblare il Comac, un altro aereo passeggeri. Il tema più spinoso su cui gli Usa hanno acceso un faro riguarda però le attività di Piazza Montegrappa in Turchia dove da tempo c'è una stretta parternship relativa ai mezzi ad ala rotante. Le verifiche servirebbero ad escludere che sul suolo turco non possa esserci alcuna contaminazione a favore anche indiretto di Pechino.
La mossa Usa contro Leonardo ha però un sapere fortemente politico. Non solo perché arriva all'indomani della visita di Pompeo a Roma, ma anche perché serve a far sapere al governo giallorosso che qualunque avvicinamento alla Cina si muove seocndo il principio dei vasi comunicanti. Un accordo con la Cina sembrano dire gli usa porterà a una riduzione delle relazioni con gli Usa. Il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, i suoi sottoposti, il premier e chi rappresenta il Quirinale, non potranno dire di non essere stati avvisati. Se la Casaleggio & c, Beppe Grillo e Luigi Di Maio dovessero prendere decisioni - anche in autonomia - a favore del 5G o peggio per attività border line rispetto alla Nato, saranno tenuti a fare i conti con le conseguenze di là dall'Atlantico. La scelta di congelare la licenza richiama anche l'attenzione a quelle che saranno le scelte dell'industria della Difesa nel post Brexit. I nostri mercati diretti sono nell'ordine Uk, Usa e Polonia. Potremo cercare di crescere in Germania e bilanciare lo strapotere francese e continueremo ad avere il sostegno di Donald Trump. Seguire le sirene cinesi non sembra essere concesso. Il Dod, dipartimento della Difesa, non scherza. Come è il detto? Uomo avvisato...
Il Copasir vuole bandire Huawei
Huawei building in ShenzhenAnsa
Il Copasir vorrebbe mettere fuori dai giochi la cinese Huawei dalla tecnologia 5 G in Italia. È una relazione durissima quella sulla cybersecurity depositata l'11 dicembre scorso dal comitato parlamentare per la sorveglianza sui nostri servizi segreti. Le 28 pagine di relazione sono frutto di un'indagine iniziata nel dicembre del 2018 con l'audizione dei nostri direttori dell'agenzie Aisi e Aise, nonché esponenti del mondo della Difesa, come dei principali gruppi di telecomunicazioni di rete mobile nel nostro Paese, tra cui Telecom Italia, Wind Tre, Vodafone Italia, Telsy, Huawei Italia, Fastweb ed Ericsson. Queste sono le conclusioni. A pagina 17 i membri di Palazzo San Macuto avvertono i presidenti di Camera e Senato, perché «sulla base di tali elementi informativi, il Comitato non può pertanto che ritenere in gran parte fondate le preoccupazioni circa l'ingresso delle aziende cinesi nelle attività di installazione, configurazione e mantenimento delle infrastrutture delle reti 5 G. Conseguentemente, oltre a ritenere necessario un innalzamento degli standard di sicurezza idonei per accedere alla implementazione di tali infrastrutture, rileva che si dovrebbe valutare anche l'ipotesi, ove necessario per tutelare la sicurezza nazionale, di escludere le predette aziende dalla attività di fornitura di tecnologia per le reti 5G». Del resto, la relazione «sottolinea i potenziali scenari di rischio connessi alla implementazione delle nuove reti, come la maggiore esposizione agli attacchi e aumento del numero dei potenziali punti di accesso per gli autori di tali attacchi». La storia è nota da tempo. Sono stati gli Usa i primi, nel maggio del 2019, a disporre per motivi di sicurezza nazionale il divieto per Huawei di acquistare tecnologia statunitense se non previa autorizzazione, nonché di vendere e installare le proprie infrastrutture sul territorio americano. Questa «linea di restrizione», ricordano i relatori, «è stata anche adottata da Australia, Nuova Zelanda e Giappone, mentre la maggior parte dei Paesi europei finora ha scelto di rafforzare le misure di sicurezza cibernetica senza imporre limitazioni alla presenza di tali soggetti)». Il Copasir aggiunge anche qualche dettaglio ulteriore. E se la prende con Huawei, lanciata 32 anni fa dall'ex militare del Partito comunista cinese Ren Zhengfei. L'azienda, sostiene il comitato sui servizi, «ha notevolmente potenziato la sua presenza commerciale nel nostro Paese, ed oggi è uno degli attori fondamentali per la realizzazione della rete 5 G. Contrariamente a quanto avviene per le imprese occidentali, le aziende cinesi, pur formalmente indipendenti dal potere governativo, sono tuttavia indirettamente collegate alle istituzioni del loro Paese, anche in virtù di alcune norme della legislazione interna».
Il Copasir fa un esempio, parlando di un attacco del 2009, quando tramite l'installazione di backdoor su cellulari forniti da Huawei a Vodafone Italia, ci sarebbero stati accessi non autorizzati «all'infrastruttura e quindi alle informazioni veicolate». Proprio nel corso dell'audizione i rappresentanti di Vodafone Italia hanno precisato che le backdoor, «avevano in effetti fatto registrare alcune vulnerabilità». E ancora: «I tecnici dell'azienda sono riusciti a porre rimedio al problema, prima che potessero determinarsi rischi per i dati e le informazioni transitate sui sistemi».
Secondo Huawei Italia, l'importanza della vicenda è stata «eccessivamente enfatizzata» dai mezzi di informazione, non essendosi in realtà trattato di una backdoor, ma di una procedura ordinariamente utilizzata per consentire gli interventi da remoto, che era rimasta erroneamente attiva».
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Dopo la visita di Pompeo, il dipartimento di Stato stoppa la possibilità di operare con Boeing sui velivoli per le forze speciali. Mira ad escludere passaggi di tecnologia verso Pechino. Messaggio politico per Giuseppe Conte.Dura relazione del comitato parlamentare per la sicurezza: «Riteniamo fondate le preoccupazioni per l'ingresso cinese nelle attività del 5 G e nelle relative reti».Lo speciale contiene due articoliI primi di ottobre Mike Pompeo, segretario di Stato a stelle e strisce, atterra a Roma. Trascorre tre giorni nella capitale, incontra Sergio Mattarella, i vertici del governo, fa un salto in Vaticano e il quarto giorno si reca pure in Abruzzo, terra d'origine della sua famiglia. Una delle serate è dedicata alla cena di gala: rappresentanti dell'Ambasciata e delle grandi aziende tricolore comprese quelle della Difesa. Si discute di tanti temi. Dal futuro dell'Italia, al posizionamento di Roma dentro l'Ue, dentro la Nato e fuori la Nato. Soprattutto verso la Cina. Temi caldi 5G e cybersecurity. A distanza di qualche giorno il Dipartimento della Difesa Usa prende una decisione delicatissima. Decide di mettere in freezer e congelare la licenza di Leonardo per la commercializzazione degli elicotteri made by Boeing, chiamati in gergo tecnico Chinook 47 Er. La sigla sta per Extentend range. Per i non addetti ai lavori sono gli elicotteri che usano varie forze speciali in giro per il mondo. Gli stessi che la nostra Difesa aveva messo a budget per 500 milioni e poi sospeso alal fine del 2018. L'eventuale acquisto dei quattro velivoli prevederebbe l'attività congiunta - sebbene a Filadelfia - di Boeing e Leonardo. Ora il dipartimento Usa ha sospeso questa possibilità e di fatto inibito all'azienda guidata da Alessandro Profumo di partecipare a quella super tecnologia. Le motivazioni sono altrettanto delicate come la scelta. Gli Usa avrebbero deciso di fare verifiche e accertare che non ci sia alcuna contaminazione tecnologia veros Pechino. La partecipazione congiunta con Boeing tocca anche lo stabilimento di Pomigliano dove da anni c'è una linea dedicata al velivolo civile Dreamliner e dove in futuro Leonardo e i cinesi dovrebbero assemblare il Comac, un altro aereo passeggeri. Il tema più spinoso su cui gli Usa hanno acceso un faro riguarda però le attività di Piazza Montegrappa in Turchia dove da tempo c'è una stretta parternship relativa ai mezzi ad ala rotante. Le verifiche servirebbero ad escludere che sul suolo turco non possa esserci alcuna contaminazione a favore anche indiretto di Pechino. La mossa Usa contro Leonardo ha però un sapere fortemente politico. Non solo perché arriva all'indomani della visita di Pompeo a Roma, ma anche perché serve a far sapere al governo giallorosso che qualunque avvicinamento alla Cina si muove seocndo il principio dei vasi comunicanti. Un accordo con la Cina sembrano dire gli usa porterà a una riduzione delle relazioni con gli Usa. Il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, i suoi sottoposti, il premier e chi rappresenta il Quirinale, non potranno dire di non essere stati avvisati. Se la Casaleggio & c, Beppe Grillo e Luigi Di Maio dovessero prendere decisioni - anche in autonomia - a favore del 5G o peggio per attività border line rispetto alla Nato, saranno tenuti a fare i conti con le conseguenze di là dall'Atlantico. La scelta di congelare la licenza richiama anche l'attenzione a quelle che saranno le scelte dell'industria della Difesa nel post Brexit. I nostri mercati diretti sono nell'ordine Uk, Usa e Polonia. Potremo cercare di crescere in Germania e bilanciare lo strapotere francese e continueremo ad avere il sostegno di Donald Trump. Seguire le sirene cinesi non sembra essere concesso. Il Dod, dipartimento della Difesa, non scherza. Come è il detto? Uomo avvisato...<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/congelata-la-licenza-usa-a-leonardo-verifiche-sugli-elicotteri-e-la-cina-2641657189.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-copasir-vuole-bandire-huawei" data-post-id="2641657189" data-published-at="1771995505" data-use-pagination="False"> Il Copasir vuole bandire Huawei Huawei building in Shenzhen Ansa Il Copasir vorrebbe mettere fuori dai giochi la cinese Huawei dalla tecnologia 5 G in Italia. È una relazione durissima quella sulla cybersecurity depositata l'11 dicembre scorso dal comitato parlamentare per la sorveglianza sui nostri servizi segreti. Le 28 pagine di relazione sono frutto di un'indagine iniziata nel dicembre del 2018 con l'audizione dei nostri direttori dell'agenzie Aisi e Aise, nonché esponenti del mondo della Difesa, come dei principali gruppi di telecomunicazioni di rete mobile nel nostro Paese, tra cui Telecom Italia, Wind Tre, Vodafone Italia, Telsy, Huawei Italia, Fastweb ed Ericsson. Queste sono le conclusioni. A pagina 17 i membri di Palazzo San Macuto avvertono i presidenti di Camera e Senato, perché «sulla base di tali elementi informativi, il Comitato non può pertanto che ritenere in gran parte fondate le preoccupazioni circa l'ingresso delle aziende cinesi nelle attività di installazione, configurazione e mantenimento delle infrastrutture delle reti 5 G. Conseguentemente, oltre a ritenere necessario un innalzamento degli standard di sicurezza idonei per accedere alla implementazione di tali infrastrutture, rileva che si dovrebbe valutare anche l'ipotesi, ove necessario per tutelare la sicurezza nazionale, di escludere le predette aziende dalla attività di fornitura di tecnologia per le reti 5G». Del resto, la relazione «sottolinea i potenziali scenari di rischio connessi alla implementazione delle nuove reti, come la maggiore esposizione agli attacchi e aumento del numero dei potenziali punti di accesso per gli autori di tali attacchi». La storia è nota da tempo. Sono stati gli Usa i primi, nel maggio del 2019, a disporre per motivi di sicurezza nazionale il divieto per Huawei di acquistare tecnologia statunitense se non previa autorizzazione, nonché di vendere e installare le proprie infrastrutture sul territorio americano. Questa «linea di restrizione», ricordano i relatori, «è stata anche adottata da Australia, Nuova Zelanda e Giappone, mentre la maggior parte dei Paesi europei finora ha scelto di rafforzare le misure di sicurezza cibernetica senza imporre limitazioni alla presenza di tali soggetti)». Il Copasir aggiunge anche qualche dettaglio ulteriore. E se la prende con Huawei, lanciata 32 anni fa dall'ex militare del Partito comunista cinese Ren Zhengfei. L'azienda, sostiene il comitato sui servizi, «ha notevolmente potenziato la sua presenza commerciale nel nostro Paese, ed oggi è uno degli attori fondamentali per la realizzazione della rete 5 G. Contrariamente a quanto avviene per le imprese occidentali, le aziende cinesi, pur formalmente indipendenti dal potere governativo, sono tuttavia indirettamente collegate alle istituzioni del loro Paese, anche in virtù di alcune norme della legislazione interna». Il Copasir fa un esempio, parlando di un attacco del 2009, quando tramite l'installazione di backdoor su cellulari forniti da Huawei a Vodafone Italia, ci sarebbero stati accessi non autorizzati «all'infrastruttura e quindi alle informazioni veicolate». Proprio nel corso dell'audizione i rappresentanti di Vodafone Italia hanno precisato che le backdoor, «avevano in effetti fatto registrare alcune vulnerabilità». E ancora: «I tecnici dell'azienda sono riusciti a porre rimedio al problema, prima che potessero determinarsi rischi per i dati e le informazioni transitate sui sistemi». Secondo Huawei Italia, l'importanza della vicenda è stata «eccessivamente enfatizzata» dai mezzi di informazione, non essendosi in realtà trattato di una backdoor, ma di una procedura ordinariamente utilizzata per consentire gli interventi da remoto, che era rimasta erroneamente attiva».
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.