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2024-03-27
I clan volevano prendersi l’azienda delle campagne elettorali dei dem
A sinistra Michele Emiliano, a destra l’ex consigliere regionale pugliese Giacomo Olivieri (Imagoeconomica)
Nel luglio del 2023 Giacomo Olivieri, l’ex consigliere regionale pugliese finito in manette per il presunto voto di scambio alle elezioni comunali di Bari del 2019, voleva rilevare insieme a un uomo del clan criminali locali una società attiva nell’organizzazione di eventi, da affidare a un prestanome. Non un’azienda qualunque, quella che negli anni precedenti sarebbe stata impegnata negli allestimenti delle campagne elettorali del presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano e del sindaco di Bari Antonio Decaro. Secondo quanto evidenziato dagli inquirenti, la «Romano exhibit “nell’ultima campagna elettorale di Emiliano“ e alla “campagna elettorale di De caro (Decaro, ndr)” , si è occupata della fornitura ed assistenza dell’allestimento degli eventi». La circostanza, che emerge dalle oltre 2.000 pagine della «Attualizzazione delle esigenze cautelari in relazione alla richiesta di misura cautelari» trasmessa dai pm baresi al gip, conferma la capacità di infiltrazione dei clan all’interno del tessuto politico-imprenditoriale. È il 3 luglio dell’anno scorso quando Olivieri si reca nell’abitazione di Angelo «Lello» Falco, che si trova agli arresti domiciliari e che, secondo le dichiarazioni di un pentito riportate dai magistrati sarebbe «considerato un criminale barese di lungo corso». I due discutono dell’opportunità di rilevare una società «affidabile e solida», con i conti in ordine e senza debiti, affidarla a un prestanome, e usarla come strumento per accedere a «finanziamenti statali» e «bancari», per poi far sparire i fondi ottenuti senza restituirli. E Olivieri propone appunto la Romano exhibit, all’interno della quale, intenderebbe mantenere come schermo «l’attuale titolare per due anni, tre anni...».
L’ex consigliere spiega: «Quando voglio io, rimane accanto .... domani mattina ... mio nipote, ... io ho 75 anni, mio nipote sta continuando l’attività...». Poi spende come una garanzia di solidità le attività dell’azienda nelle campagne elettorali degli esponenti dem: «nell’ultima campagna elettorale di Emiliano, quelli mi fecero tutti i box, mi fecero tutta l’assistenza, alla campagna elettorale di De Caro (Decaro, ndr), l’anno scorso , mi prepararono tutti i locali, cioè l’azienda esiste veramente, allora con un azienda del genere tu, a parte il prestito che puoi avere che poi non restituisci, ma se c’è ... Lello che ha un immobile che vale 1.000.000 ... e ci mettiamo d’accordo e ce lo vende a 5.000.000 di cui quattro devono andare la è chiaro». Per Olivieri, l’anziano titolare della società «ha paura pure dell’ombra sua, ha 75 anni, ha fatto sempre questo lavoro, non prende debiti bancari, non è uno che rischia nulla, cioè uno che vive liscio liscio, proprio tranquillo, tutto sempre perfetto, non è proprio il soggetto…». Insomma, un galantuomo, che diventerebbe a sua insaputa lo schermo di operazioni truffaldine. E poi, le due campagne elettorali sarebbero un biglietto da visita straordinario: «un’azienda che richiede informazioni bancarie, quindi informazioni particolari no? Del tipo chiamano a Emiliano “perfetto!”, chiamano a Decaro “perfetto!” ... cioè è un’azienda che anche dal punto di vista della nomea e lui come persona, ha una marea di rapporti, tutti da santo […] che vuoi una spiegazione della cessione aziendale ... è per l’età che lui ha per far continuare a lui...che si chiama Oronzo (il prestanome, ndr) che è imprenditore .... che può diversificare». L’azienda, spiega ancora l’indagato, prende anche appalti per gli eventi alla Fiera del Levante, partecipata anche dal Comune di Bari: loro fanno allestimenti in fiera... quindi loro prendono appalti quando c’è la Fiera... La Fiera del Levante, dice «io appalto tutto l’allestimento dei capannoni degli stand a chi mi fa l’offerta migliore».
La conversazione prosegue tra Olivieri, Angelo Falco e il nipote di quest’ultimo, Michele Falco. I tre parlano del rapporto con il presidente della Regione. Angelo Falco chiede a Olivieri se è stato pagato o meno da Emiliano. L’ex consigliere risponde: No, da Emiliano eravamo legati». Poi aggiunge: «Ma noi non facciamo regali a nessuno…». Angelo Falco chiosa: «quantomeno a Emiliano». Olivieri rincara la dose: «no, nemmeno a Decaro ... a nessuno ..». Per Michele Falco invece, il sindaco di Bari «è peggio di Emiliano». Lo zio, forse forte della «nomea» della società, sembra addirittura puntare a prendere appalti dal governatore pugliese: «A Emiliano ci prendiamo il 50% di anticipo .... e non so niente!». Il nipote lo avverte: «Se hai idea di voler truffare a Emiliano ti inguai!». Per Olivieri invece «sarebbe cosa giusta». Poi aggiunge: «Qua è un peccato, cosi ad accontentarsi, capito cosa voglio dire? .... cioè se io faccio muovere un mezzo mondo e poi continuo a drenare, che cacchio me ne frega […]». Il suo interlocutore però, forse anche dopo l’avvertimento del nipote è prudente: «Avvocato, cos’é? ... per un anno avere un azienda del genere, non penso che li conosci, la vita com’è». Ma l’ex consigliere regionale tira dritto: «Lello, che ce ne frega a noi... Ci prendiamo 1.500.000 euro e se non riusciamo ci togliamo di mezzo…».
«Le verifiche? Sono obbligatorie»
Onorevole Stefano Candiani, l’opposizione vi accusa di voler sciogliere l’amministrazione comunale di Bari a qualche mese dall’elezione per pure propaganda elettorale.
«Intanto il ministero dell’interno non ha sciolto un bel niente. Si è semplicemente costituita una commissione di verifica. I meccanismi della sua attivazione sono codificati da una legge in vigore dal 2000. Pensi un po’ lei. Il Testo unico enti locali, approvato esattamente 24 anni fa, ha recepito quanto già previsto nel nostro ordinamento dal decreto-legge 164 del 1991 in materia di scioglimento delle amministrazioni locali in odore di mafia».
E non vi è parso vero di proporre lo scioglimento …
«No, guardi, la correggo di nuovo. Non abbiamo proposto proprio un bel niente. L’attivazione della commissione di verifica non è una decisione discrezionale. È un passaggio pressoché automatico. Un atto dovuto, qualora si ravvisi il sospetto dell’infiltrazione. Quando hai 130 arresti, anche di persone che stanno anche dentro l’amministrazione di Bari compresi due consiglieri comunali, il minimo sindacale è che il Viminale apra un’istruttoria per verificare l’effettiva situazione ed escludere ogni possibile infiltrazione mafiosa».
Da leghista che crede nel valore delle autonomie locali non si sente a disagio?
«Niente affatto. Quelle attivate sono procedure di garanzia previste proprio a tutela dell’ente locale e soltanto dopo che saranno eventualmente rilevati elementi concreti, univoci e rilevanti partirebbe la proposta di scioglimento dell’intero consiglio comunale. Proposta del Consiglio dei ministri e controfirmata dal Presidente della Repubblica. Ripeto: una filiera decisionale codificata, ponderata e ben rodata negli anni».
Ma in finale sarebbe stato sufficiente attendere le prossime elezioni di qui a qualche mese…
«Le garantisco che quando ero al Viminale ho potuto verificare di persona che il meccanismo viene attivato inesorabilmente a prescindere dalla volontà politica. Cosa ben diversa è invece, come dicevo, il passaggio relativo all’eventuale e successivo scioglimento adottato da Palazzo Chigi. È qui che è necessaria una valutazione di tipo politico a seguito dell’istruttoria avviata e che dovrà concludersi».
Lei che idea si è fatto a proposito del sindaco Decaro?
«L’ho conosciuto da presidente di Anci (associazione nazionale comuni italiani). Sindaco dinamico e molto attivo. Mi ha colpito l’affermazione sciagurata di Emiliano. Lo ha praticamente descritto come un gregario sprovveduto. Scivolata frutto di un ego smisurato o confessione di un atto compiuto in spregio alla legge di chi si considera al di sopra di essa? Non lo so, ma mi preoccupa. E poi c’è la levata di scudi della sinistra. Di fronte alla confessione del reo, cosa di una gravità assoluta, sposta l’attenzione sul Viminale, che doverosamente deve accertare o escludere infiltrazioni mafiose. Assurdo!».
Le vostre polemiche su Ursula von der Leyen ed i distinguo sulla situazione in Ucraina non rischiano di mettere in difficoltà l’esecutivo?
«Ma quale distinguo? Supportiamo lealmente il governo senza dimenticare però che esiste anche la necessità di trovare una via di uscita. Abituarsi alla normalità della guerra non fa bene al nostro futuro. Per il resto la Lega non è d’accordo sulle politiche della commissione europea. In materia di ambiente le regole imposte sono senza senso. Se non le cambiamo metteranno in difficoltà la nostra economia, peraltro senza alcun vantaggio ambientale. Se un cambiamento bisogna fare a Bruxelles è quindi proprio quello della maggioranza, a partire dal manovratore. Se altri vogliono provare polpettoni sgangherati in salsa europea coi socialisti, per coerenza, noi non ci stiamo».
A che punto siete con le candidature per le europee? Il tormentone Vannacci Si/No come va a finire?
«Lo scoprirete fra qualche giorno».
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Uno degli arrestati puntava a rilevare la società che lavorò agli eventi del sindaco di Bari e del governatore pugliese e spendere i loro nomi per ottenere commesse e prestiti dalle banche (che non avrebbe restituito).L’ex sottosegretario Stefano Candiani: «Con elementi come quelli emersi dall’inchiesta i controlli da parte del Viminale partono in automatico. Ma lo scioglimento non è scontato».Lo speciale contiene due articoli.Nel luglio del 2023 Giacomo Olivieri, l’ex consigliere regionale pugliese finito in manette per il presunto voto di scambio alle elezioni comunali di Bari del 2019, voleva rilevare insieme a un uomo del clan criminali locali una società attiva nell’organizzazione di eventi, da affidare a un prestanome. Non un’azienda qualunque, quella che negli anni precedenti sarebbe stata impegnata negli allestimenti delle campagne elettorali del presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano e del sindaco di Bari Antonio Decaro. Secondo quanto evidenziato dagli inquirenti, la «Romano exhibit “nell’ultima campagna elettorale di Emiliano“ e alla “campagna elettorale di De caro (Decaro, ndr)” , si è occupata della fornitura ed assistenza dell’allestimento degli eventi». La circostanza, che emerge dalle oltre 2.000 pagine della «Attualizzazione delle esigenze cautelari in relazione alla richiesta di misura cautelari» trasmessa dai pm baresi al gip, conferma la capacità di infiltrazione dei clan all’interno del tessuto politico-imprenditoriale. È il 3 luglio dell’anno scorso quando Olivieri si reca nell’abitazione di Angelo «Lello» Falco, che si trova agli arresti domiciliari e che, secondo le dichiarazioni di un pentito riportate dai magistrati sarebbe «considerato un criminale barese di lungo corso». I due discutono dell’opportunità di rilevare una società «affidabile e solida», con i conti in ordine e senza debiti, affidarla a un prestanome, e usarla come strumento per accedere a «finanziamenti statali» e «bancari», per poi far sparire i fondi ottenuti senza restituirli. E Olivieri propone appunto la Romano exhibit, all’interno della quale, intenderebbe mantenere come schermo «l’attuale titolare per due anni, tre anni...». L’ex consigliere spiega: «Quando voglio io, rimane accanto .... domani mattina ... mio nipote, ... io ho 75 anni, mio nipote sta continuando l’attività...». Poi spende come una garanzia di solidità le attività dell’azienda nelle campagne elettorali degli esponenti dem: «nell’ultima campagna elettorale di Emiliano, quelli mi fecero tutti i box, mi fecero tutta l’assistenza, alla campagna elettorale di De Caro (Decaro, ndr), l’anno scorso , mi prepararono tutti i locali, cioè l’azienda esiste veramente, allora con un azienda del genere tu, a parte il prestito che puoi avere che poi non restituisci, ma se c’è ... Lello che ha un immobile che vale 1.000.000 ... e ci mettiamo d’accordo e ce lo vende a 5.000.000 di cui quattro devono andare la è chiaro». Per Olivieri, l’anziano titolare della società «ha paura pure dell’ombra sua, ha 75 anni, ha fatto sempre questo lavoro, non prende debiti bancari, non è uno che rischia nulla, cioè uno che vive liscio liscio, proprio tranquillo, tutto sempre perfetto, non è proprio il soggetto…». Insomma, un galantuomo, che diventerebbe a sua insaputa lo schermo di operazioni truffaldine. E poi, le due campagne elettorali sarebbero un biglietto da visita straordinario: «un’azienda che richiede informazioni bancarie, quindi informazioni particolari no? Del tipo chiamano a Emiliano “perfetto!”, chiamano a Decaro “perfetto!” ... cioè è un’azienda che anche dal punto di vista della nomea e lui come persona, ha una marea di rapporti, tutti da santo […] che vuoi una spiegazione della cessione aziendale ... è per l’età che lui ha per far continuare a lui...che si chiama Oronzo (il prestanome, ndr) che è imprenditore .... che può diversificare». L’azienda, spiega ancora l’indagato, prende anche appalti per gli eventi alla Fiera del Levante, partecipata anche dal Comune di Bari: loro fanno allestimenti in fiera... quindi loro prendono appalti quando c’è la Fiera... La Fiera del Levante, dice «io appalto tutto l’allestimento dei capannoni degli stand a chi mi fa l’offerta migliore». La conversazione prosegue tra Olivieri, Angelo Falco e il nipote di quest’ultimo, Michele Falco. I tre parlano del rapporto con il presidente della Regione. Angelo Falco chiede a Olivieri se è stato pagato o meno da Emiliano. L’ex consigliere risponde: No, da Emiliano eravamo legati». Poi aggiunge: «Ma noi non facciamo regali a nessuno…». Angelo Falco chiosa: «quantomeno a Emiliano». Olivieri rincara la dose: «no, nemmeno a Decaro ... a nessuno ..». Per Michele Falco invece, il sindaco di Bari «è peggio di Emiliano». Lo zio, forse forte della «nomea» della società, sembra addirittura puntare a prendere appalti dal governatore pugliese: «A Emiliano ci prendiamo il 50% di anticipo .... e non so niente!». Il nipote lo avverte: «Se hai idea di voler truffare a Emiliano ti inguai!». Per Olivieri invece «sarebbe cosa giusta». Poi aggiunge: «Qua è un peccato, cosi ad accontentarsi, capito cosa voglio dire? .... cioè se io faccio muovere un mezzo mondo e poi continuo a drenare, che cacchio me ne frega […]». Il suo interlocutore però, forse anche dopo l’avvertimento del nipote è prudente: «Avvocato, cos’é? ... per un anno avere un azienda del genere, non penso che li conosci, la vita com’è». Ma l’ex consigliere regionale tira dritto: «Lello, che ce ne frega a noi... Ci prendiamo 1.500.000 euro e se non riusciamo ci togliamo di mezzo…».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/clan-azienda-campagne-elettorali-dem-2667607796.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-verifiche-sono-obbligatorie" data-post-id="2667607796" data-published-at="1711512994" data-use-pagination="False"> «Le verifiche? Sono obbligatorie» Onorevole Stefano Candiani, l’opposizione vi accusa di voler sciogliere l’amministrazione comunale di Bari a qualche mese dall’elezione per pure propaganda elettorale. «Intanto il ministero dell’interno non ha sciolto un bel niente. Si è semplicemente costituita una commissione di verifica. I meccanismi della sua attivazione sono codificati da una legge in vigore dal 2000. Pensi un po’ lei. Il Testo unico enti locali, approvato esattamente 24 anni fa, ha recepito quanto già previsto nel nostro ordinamento dal decreto-legge 164 del 1991 in materia di scioglimento delle amministrazioni locali in odore di mafia». E non vi è parso vero di proporre lo scioglimento … «No, guardi, la correggo di nuovo. Non abbiamo proposto proprio un bel niente. L’attivazione della commissione di verifica non è una decisione discrezionale. È un passaggio pressoché automatico. Un atto dovuto, qualora si ravvisi il sospetto dell’infiltrazione. Quando hai 130 arresti, anche di persone che stanno anche dentro l’amministrazione di Bari compresi due consiglieri comunali, il minimo sindacale è che il Viminale apra un’istruttoria per verificare l’effettiva situazione ed escludere ogni possibile infiltrazione mafiosa». Da leghista che crede nel valore delle autonomie locali non si sente a disagio? «Niente affatto. Quelle attivate sono procedure di garanzia previste proprio a tutela dell’ente locale e soltanto dopo che saranno eventualmente rilevati elementi concreti, univoci e rilevanti partirebbe la proposta di scioglimento dell’intero consiglio comunale. Proposta del Consiglio dei ministri e controfirmata dal Presidente della Repubblica. Ripeto: una filiera decisionale codificata, ponderata e ben rodata negli anni». Ma in finale sarebbe stato sufficiente attendere le prossime elezioni di qui a qualche mese… «Le garantisco che quando ero al Viminale ho potuto verificare di persona che il meccanismo viene attivato inesorabilmente a prescindere dalla volontà politica. Cosa ben diversa è invece, come dicevo, il passaggio relativo all’eventuale e successivo scioglimento adottato da Palazzo Chigi. È qui che è necessaria una valutazione di tipo politico a seguito dell’istruttoria avviata e che dovrà concludersi». Lei che idea si è fatto a proposito del sindaco Decaro? «L’ho conosciuto da presidente di Anci (associazione nazionale comuni italiani). Sindaco dinamico e molto attivo. Mi ha colpito l’affermazione sciagurata di Emiliano. Lo ha praticamente descritto come un gregario sprovveduto. Scivolata frutto di un ego smisurato o confessione di un atto compiuto in spregio alla legge di chi si considera al di sopra di essa? Non lo so, ma mi preoccupa. E poi c’è la levata di scudi della sinistra. Di fronte alla confessione del reo, cosa di una gravità assoluta, sposta l’attenzione sul Viminale, che doverosamente deve accertare o escludere infiltrazioni mafiose. Assurdo!». Le vostre polemiche su Ursula von der Leyen ed i distinguo sulla situazione in Ucraina non rischiano di mettere in difficoltà l’esecutivo? «Ma quale distinguo? Supportiamo lealmente il governo senza dimenticare però che esiste anche la necessità di trovare una via di uscita. Abituarsi alla normalità della guerra non fa bene al nostro futuro. Per il resto la Lega non è d’accordo sulle politiche della commissione europea. In materia di ambiente le regole imposte sono senza senso. Se non le cambiamo metteranno in difficoltà la nostra economia, peraltro senza alcun vantaggio ambientale. Se un cambiamento bisogna fare a Bruxelles è quindi proprio quello della maggioranza, a partire dal manovratore. Se altri vogliono provare polpettoni sgangherati in salsa europea coi socialisti, per coerenza, noi non ci stiamo». A che punto siete con le candidature per le europee? Il tormentone Vannacci Si/No come va a finire? «Lo scoprirete fra qualche giorno».
Ansa
La lente d’ingrandimento sull’ospedale Monaldi mette a fuoco un metodo di lavoro pieno di dubbi e lacune: gli inquirenti della Procura di Napoli hanno allargato le indagini dalla morte del piccolo Domenico al modus operandi dell’ospedale, per capire quanto accaduto nelle stanze del reparto di cardiochirurgia negli ultimi anni. Un esposto depositato ieri da Federconsumatori lascia intendere che si trattasse di un vero e proprio «sistema Monaldi», basato sulla mancanza di mezzi e strumenti del centro trapianti. Come avevamo spiegato martedì, il reparto non disponeva dei requisiti fondamentali per poter ospitare pazienti, soprattutto bimbi, che necessitano di cure e attenzioni maggiori rispetto agli adulti. «Chiediamo di indagare sul nesso tra carenze strutturali, organizzative ed eventi letali in ambito pediatrico», denuncia Carlo Spirito, avvocato di Federconsumatori, «una catena che induce a pensare come il decesso di Domenico Caliendo non sia un evento isolato ma qualcosa di sistemico derivante proprio dalle innumerevoli gravi criticità di cui è affetta la struttura». Un sistema Monaldi su cui ora si concentrano le indagini: ci sarebbero, infatti, altri due bambini tra le potenziali vittime delle presunte carenze della struttura.
Una di queste si chiama Pamela, ricoverata al Monaldi nel maggio del 2023, che non ce l’ha fatta e non è mai uscita dall’ospedale. Come ci racconta Rumy Dimitrova, la sua mamma, che per un anno e mezzo ha assistito la piccola nel reparto di chirurgia pediatrica. Perché il cuoricino di Pamela, purtroppo, non ha mai funzionato correttamente e per questo la bambina era collegata a una macchina che la manteneva in vita attraverso una pompa meccanica, un’apparecchiatura molto sofisticata che si chiama Berlin Heart. Ma ora la mamma di Pamela ripensa a quei mesi difficili e ci racconta: «Pensavamo di trovare un reparto protetto, con medici scrupolosi e attenti alle possibili infezioni che nello stato in cui versava Pamela potevano essere pericolosissime». E aggiunge: «Le pulizie della stanza di Pamela, invece, le facevo io», come dimostrano le immagini di cui siamo in possesso. Conoscendo la delicatezza delle condizioni della sua bambina, Rumy, infatti, non poteva sopportare di vedere lo sporco tra i letti e così preferiva passare da sola lo strofinaccio per proteggere Pamela da microbi e potenziali infezioni. Sempre con il sorriso sulle labbra e la speranza nel cuore, perché si trattava pur sempre di una stanza piena di bambini: come mostrano i video in cui Rumy e le altre mamme sono intente a sistemare sorridenti quella che avrebbe dovuto essere una camera sterile. «La mia bambina era attaccata al macchinario, in attesa di trapianto e spesso capitava che fossi io ad aiutare i medici a tenere le cannule. Mancavano i dottori». Dopo un anno di ricovero all’ospedale Monaldi, Pamela non era mai rientrata nella lista dei trapianti, ci racconta la mamma, che ha visto la sua piccola peggiorare di giorno in giorno, tanto che in 12 mesi Pamela ha subito ben quattro ictus molto importanti. Poi sono arrivati la perdita della vista, della capacità motoria e dell’appetito. «Solo con il peggiorare della situazione», continua Rumy, «la bambina avrebbe avuto il diritto di rientrare nella lista attesa trapianti, quando ormai era troppo tardi». Quella che sarebbe mancata, in pratica, è stata un’assistenza medica adeguata su cui ora si sta indagando, così come sarà importante fare luce sulla capacità di utilizzo del macchinario Berlin Heart (che richiede un patentino speciale, ndr) da parte di tutti i membri dell’equipe medica. Il primario del reparto, Guido Oppido, racconta la donna, passava raramente da Pamela, tanto che lei ha il ricordo di un solo giorno in cui la piccola sia stata visitata da lui. Con il peggiorare delle condizioni di Pamela è poi arrivata la decisione della famiglia di chiedere il trasferimento all’Ospedale Bambino Gesù, ma a quel punto ecco la notizia che Rumy non avrebbe mai voluto sentire: Pamela non era più trapiantabile, non c’erano più le condizioni per chiedere un cuore nuovo per la piccola. Nessuna struttura italiana era disposta a rischiare un intervento e un trapianto in quelle condizioni cliniche, un quadro considerato sotto gli standard di riuscita per un intervento. Soltanto tramite l’aiuto di un legale, la famiglia scoprirà che la loro figlia era stata tolta dalla lista trapianti richiesta dall’ospedale Monaldi già da tempo. Senza alcuna comunicazione. Pamela è morta il 15 agosto 2024 per una miocardite batterica, una grave infiammazione del muscolo cardiaco causata da batteri. Si è perso troppo tempo? Su questo la Procura ora dovrà indagare, per dare una risposta a Rumy che oggi con amarezza aggiunge: «Se qualcuno avesse ascoltato la storia della mia Pamela, se le condizioni del reparto e l’abbandono in cui siamo stati lasciati fossero stati raccontati prima, forse i genitori di Domenico avrebbero scelto un altro ospedale, chi lo sa».
Tutte domande legittime, perché come vi abbiamo già raccontato nella nostra inchiesta, era stata un’ispezione ministeriale del 2016 a riscontrare una «situazione insoddisfacente» nell’ospedale Monaldi, tanto da decidere di sospendere il programma di trapianto pediatrico. Se le condizioni da allora al 2024, anno i cui il reparto ha ricominciato a occuparsi di casi pediatrici così difficili e delicati come quello di Pamela e Domenico, fossero cambiate, ora saranno le indagini a stabilirlo.
Il no del Bambino Gesù al trapianto: «Infezione attiva e incontrollata»
La morte del piccolo Domenico Caliendo continua ad assumere contorni sempre più «agghiaccianti». Ora dopo ora emergono nuovi dettagli al vaglio degli inquirenti, dai racconti dei sanitari ai verbali dell’equipe di Bolzano. La Procura di Napoli vuole fare chiarezza anche su altri due casi di trapianti avvenuti al Monaldi prima di quello del bimbo di due anni deceduto dopo che gli è stato trapiantato un cuore «bruciato». Al momento, da quanto si è appreso, gli inquirenti vogliono compiere ulteriori approfondimenti per verificare che al centro trapianti ogni procedura sia stata eseguita correttamente.
Intanto, il gip di Napoli, Mariano Sorrentino, ha accolto la richiesta del pm Giuseppe Tittaferrante e dell’aggiunto Antonio Ricci (che stanno coordinando l’inchiesta) di incidente probatorio per eseguire l’autopsia e la perizia medico-legale sul corpo del piccolo. L’udienza è stata fissata per il prossimo 3 marzo. Il giudice ha nominato consulenti medico-legali Mauro Rinaldi, Biagio Solarini e Luca Lorini, rispettivamente ordinario di cardiochirurgia a Torino e direttore del centro trapianti della Molinette, associato di medicina legale a Bari e direttore del dipartimento emergenza-urgenza del Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Dagli esami autoptici potrebbe emergere la verità sulla morte di Domenico.
Una verità da incrociare anche con quanto già sta emergendo dalla relazione inviata dalla Regione Campania al ministero della Salute e che riporta il parere negativo espresso dall’ospedale Bambino Gesù di Roma. I medici romani erano stati interpellati dai colleghi del Monaldi quando il piccolo era ancora in vita, dopo il trapianto fallito, e la famiglia sperava in un nuovo intervento. I medici romani spiegano perché non era più possibile il secondo trapianto e parlano anche di «un’infezione attiva non controllata» che avrebbe rappresentato un’importante controindicazione a un secondo intervento: «Il ri-trapianto entro i primi mesi dal primo intervento è associato a tassi significativamente superiori di mortalità precoce». Il parere negativo sul secondo trapianto si basava su due elementi fondamentali: una valutazione delle caratteristiche generali di trapiantabilità ed elementi specifici correlati alla precocità del ritrapianto.
I medici del Bambino Gesù si sono soffermati poi sul quadro infettivo, precisando: «Pur non essendo disponibile documentazione dettagliata su eventuale stato setticemico, profilo antibiotico-resistenza, terapia antibiotica in corso e risposta microbiologica, la presenza di infezione attiva non controllata costituisce controindicazione assoluta a trapianto per l’elevatissimo rischio di mortalità precoce post-operatoria in regime di immunosoppressione intensiva». Per loro, dunque, il quadro clinico del bambino era «ulteriormente aggravato da insufficienza multiorgano conclamata».
Nella relazione inviata sono contenuti, inoltre, i verbali dell’audit interno all’azienda ospedaliera dei Colli di cui fa parte il Monaldi. Gli esperti hanno sottolineato «assenza o mancata applicazione delle procedure condivise per l’espianto, conservazione e trasporto dell’organo». Tra le criticità evidenti ci sarebbe «l’assenza di monitoraggio e controllo della temperatura durante il trasporto», ma soprattutto «la mancata formalizzazione di ruoli, responsabilità e punti di verifica nelle fasi critiche del processo», il tutto dovuto a «un’insufficiente comunicazione tra equipe di espianto ed equipe di impianto». La relazione ribadisce che falle ed errori si sono manifestati nella conservazione dell’organo e nell’utilizzo del ghiaccio, nella mancata verifica del contenitore di trasporto da parte dell’équipe di espianto e nel deficit comunicativo e procedurale all’interno dell’équipe di sala operatoria relativa all’espianto del cuore del piccolo e all’impianto del cuore del donatore. Non ci sarebbe stata, dunque, una comunicazione efficace tra gli operatori.
Dai verbali è emerso che il primario Guido Oppido (uno dei sette indagati), in una riunione interna, ha riferito di aver chiesto, prima di effettuare l’espianto, rassicurazioni sulla presenza del nuovo cuore nella sala operatoria del Monaldi e dell’avvenuto avvio delle procedure di cardioplegia «al banco» sul cuore del donatore. Oppido ha spiegato di aver capito che la risposta era positiva. Ma dagli audit emergerebbe che nessuno degli operatori presenti in sala operatoria, tra i quali cardiochirurghi, coordinatore infermieristico, tecnico perfusionista e infermieri di sala, avrebbe invece dato una «risposta affermativa esplicita» sull’inizio della cardioplegia sul cuoricino.
La mamma di Domenico continua, comunque, ad avere fiducia nei medici: «Io ci credo ancora e credo nella sanità italiana». Il presidente della Regione Campania, Roberto Fico, ieri ha precisato di non essere stato avvisato della «gravità della situazione». Non si è espresso sulla possibilità di commissariare l’azienda. E ha aggiunto: «Chiaramente ho parlato con la direttrice del Monaldi, Anna Iervolino, ma non riporto quello che ci siamo detti nelle telefonate».
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