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2020-09-21
Dai pro agli amatori il ciclismo coinvolge 2 milioni e mezzo di italiani
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Nella mente e nell'immaginario di chi segue lo sport, qualunque esso sia, si viaggia spesso per associazione di idee legate a squadre o personaggi che con le loro imprese hanno scritto pagine indelebili e fatto appassionare milioni di tifosi in tutto il mondo. Se nel calcio è inevitabile pensare a Pelè e Maradona, o Messi e Cristiano Ronaldo per i più giovani, così come nella Formula 1 a Michael Schumacher e Ayrton Senna, o nel pugilato a Muhammad Ali, per quanto riguarda il ciclismo il pensiero va immediatamente ai miti delle due ruote: da Gino Bartali a Fausto Coppi ed Eddy Mrckx.
Il ciclismo, però, non è solo grandi corse a tappe, classiche e campioni professionisti, ma anche milioni di appassionati che fanno della bici e delle due ruote un vero e proprio culto. Secondo una ricerca condotta da Esp GroupM consulting e sinottica Tssp in Italia l'11,9% degli sportivi, ovvero 2.414.000, pratica ciclismo a livello agonistico o amatoriale, mentre dall'ultimo report redatto dalla Federazione ciclistica italiana si legge che nel 2019 i tesserati sono stati 103.124. Numeri non sorprendenti visto che il ciclismo è da sempre considerato uno sport che come pochi altri incarna il sentimento del popolo, uno dei primi a grande diffusione internazionale. Le prime gare agonistiche risalgono alla seconda meta dell'Ottocento, e più in particolare, la prima corsa documentata fu quella del 31 maggio 1868 disputata all'interno del Parco di Saint-Cloud nei pressi di Parigi e vinta dall'inglese James Moore, che l'anno dopo vinse anche la Parigi-Rouen. In Italia, invece, si dovette aspettare il 2 febbraio 1870 per assistere alla Firenze-Pistoia, vinta dall'americano Rynner Van Heste. La Federazione ciclistica italiana fu fondata a Pavia il 6 dicembre 1885 con il nome di Unione velocipedistica italiana che contava 17 società affiliate che diedero vita nello stesso anno al primo campionato su strada sul percorso Milano-Cremona-Milano. Il 1896 fu invece l'anno della prima Parigi-Roubaix, la prima grande classica della storia denominata per la sua difficoltà la «Regina delle classiche», ma anche l'anno in cui il ciclismo fu inserito tra gli sport olimpici. Dopo le grandi classiche, tra le quali il Giro di Lombardia nato nel 1905 e la Milano-Sanremo nata nel 1907, l'introduzione dei grandi giri avvenne con l'inizio del secolo successivo: nel 1903 si corse il primo Tour de France, mentre nel 1909 toccò al Giro d'Italia, mentre la Vuelta di Spagna arrivò solo nel 1935.
Da noi il ciclismo ha viaggiato spesso di pari passo con la storia sociale e il costume del nostro Paese, soprattutto dal secondo dopoguerra in poi con l'acceso dualismo tra Gino Bartali e Fausto Coppi, un dualismo nato sulla bicicletta e sfociato poi in politica, religione e cultura. Anche per questo il ciclismo era considerato fino agli anni Sessanta lo sport più popolare e seguito, anche più del calcio. La gente si immedesimava nelle gesta e nelle storie di quegli eroi che attraversavano le strade d'Italia in sella alla loro bici, storie di povertà, di fatica e di sudore per andare incontro a qualcosa di meglio in un Paese che stava attraversando la delicata fase di ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale.
Al Tour de France dominano gli sloveni

Lo sloveno Tadej Pogačar, vincitore del Tour de France (Ansa)
Ieri si è conclusa la 107esima edizione della corsa a tappe più antica di sempre, il Tour de France. A vincere è stato, a sorpresa, Tadej Pogačar, ventunenne sloveno in sella alla Uae Team Emirates, autore di una rimonta epica negli ultimi 6 chilometri della cronoscalata a La Planche des Belles Filles, in quella che era la penultima tappa della Grande Boucle prima della passerella finale sugli Champs Elysees, sul connazionale del Team Jumbo-Visma Primož Roglič.
Un duello tutto sloveno senza precedenti che dà spazio e visibilità a un Paese che prima d'ora, nel ciclismo come nello sport in generale, eccetto basket e sci, non aveva avuto grande tradizione. Una Nazione che conta circa 3 milioni di abitanti che ha deciso di puntare molto sullo sport, e più in particolare sulla crescita e la valorizzazione dei propri atleti. Oggi sui principali portali web, sulle prime pagine dei giornali e sui notiziari sportivi televisivi e radiofonici si parla di Pogačar e Roglič, ma anche in altri sport la Slovenia sta raccogliendo quanto seminato dal 1991, anno in cui Lubiana chiese l'indipendenza dalla Jugoslavia e cominciò a puntare forte sulla formazione sportiva nelle scuole, sulla cultura della fatica e sulla valorizzazione del talento. Ecco quindi che nel basket brillano le stella di Luka Dončić, guardia dei Dallas Mavericks in Nba e considerato dagli esperti di pallacanestro uno dei giovani talenti più promettenti della sua generazione a livello internazionale; e quella di Goran Dragić, playmaker dei Miami Heat. Anche nel calcio non mancano i nomi di giocatori importanti: dal portiere e capitano dell'Inter Samir Handanovic all'attaccante dell'Atalanta Josip Iličić, passando per il portiere dell'Atletico Madrid Jan Oblak.
Tutto pronto per la 103esima edizione del Giro d'Italia
Nemmeno il tempo di archiviare il Tour de France, vinto a sorpresa dallo sloveno Tadej Pogačar, che per i ciclisti e tutti gli appassionati è già tempo di pensare alle prossime corse e classiche in programma nei prossimi mesi. Dal Giro d'Italia ai Mondiali passando per la Vuelta e le grandi classiche ci sono tutti gli ingredienti per fare una scorpacciata di ciclismo. Sabato 3 ottobre, infatti, prende il via l'edizione numero 103 in una inedita versione autunnale della storica corsa a tappe, la cui partenza originaria era fissata a maggio, e che ora si appresta a cominciare dalle strade di Monreale in Sicilia dopo che la pandemia da coronavirus ne aveva messo a repentaglio lo svolgimento.
Dalla cronometro da Monreale a Palermo fino alla passerella di Milano, dove il 25 ottobre celebrerà la maglia rosa in piazza Duomo, si tratta di 21 tappe da correre in tre settimane per un totale di 3.469,8 chilometri. Dall'Etna alle Alpi passando per la costa adriatica, il Giro di quest'anno condensa prove contro il tempo (tre in totale), cinque tappe per velocisti puri, sette di media montagna e sei di alta montagna. Le speranze italiane sono riposte tutte in Vincenzo Nibali che corre per il team Trek-Segafredo e già vincitore nel 2013 e nel 2016, Giacomo Nizzolo e Domenico Pozzovivo, entrambi in squadra Ntt. Tra i favoriti, invece, troviamo i nomi del danese Jakob Fuglsang e del russo Aleksandr Vlasov, entrambi del team Astana, e Simon Yates, britannico del team Mitchelton-Scott. I grandi assenti, invece, saranno il campione in carica Richard Carapaz, ecuadoriano in sella alla Ineos, con il team inglese che te ha deciso di farlo correre al Tour de France e puntare tutto su Geraint Thomas per il Giro, e il giovane promettente Remco Eveneopoel, belga della Deceuninck-Quick Step caduto all'ultimo Giro di Lombardia fratturandosi il bacino, infortunio che lo ha messo fuori gioco.
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Viaggio all'interno di uno degli sport più popolari di sempre che tra miti e leggende ha scritto pagine importanti di storia e costume e appassiona sempre più: nel nostro Paese l'11,9% degli atleti pratica sport pedalando e correndo in sella a una bicicletta.Ieri si è concluso uno dei Tour de France più entusiasmanti degli ultimi anni e dominato da due corridori sloveni: a vincere in volata è stato il ventunenne Tadej Pogačar in rimonta sul connazionale Primož Roglič.Tutto pronto per il Giro d'Italia, al via il 3 ottobre da Monreale in una inedita versione autunnale causa Covid.Lo speciale contiene tre articoli.Nella mente e nell'immaginario di chi segue lo sport, qualunque esso sia, si viaggia spesso per associazione di idee legate a squadre o personaggi che con le loro imprese hanno scritto pagine indelebili e fatto appassionare milioni di tifosi in tutto il mondo. Se nel calcio è inevitabile pensare a Pelè e Maradona, o Messi e Cristiano Ronaldo per i più giovani, così come nella Formula 1 a Michael Schumacher e Ayrton Senna, o nel pugilato a Muhammad Ali, per quanto riguarda il ciclismo il pensiero va immediatamente ai miti delle due ruote: da Gino Bartali a Fausto Coppi ed Eddy Mrckx.Il ciclismo, però, non è solo grandi corse a tappe, classiche e campioni professionisti, ma anche milioni di appassionati che fanno della bici e delle due ruote un vero e proprio culto. Secondo una ricerca condotta da Esp GroupM consulting e sinottica Tssp in Italia l'11,9% degli sportivi, ovvero 2.414.000, pratica ciclismo a livello agonistico o amatoriale, mentre dall'ultimo report redatto dalla Federazione ciclistica italiana si legge che nel 2019 i tesserati sono stati 103.124. Numeri non sorprendenti visto che il ciclismo è da sempre considerato uno sport che come pochi altri incarna il sentimento del popolo, uno dei primi a grande diffusione internazionale. Le prime gare agonistiche risalgono alla seconda meta dell'Ottocento, e più in particolare, la prima corsa documentata fu quella del 31 maggio 1868 disputata all'interno del Parco di Saint-Cloud nei pressi di Parigi e vinta dall'inglese James Moore, che l'anno dopo vinse anche la Parigi-Rouen. In Italia, invece, si dovette aspettare il 2 febbraio 1870 per assistere alla Firenze-Pistoia, vinta dall'americano Rynner Van Heste. La Federazione ciclistica italiana fu fondata a Pavia il 6 dicembre 1885 con il nome di Unione velocipedistica italiana che contava 17 società affiliate che diedero vita nello stesso anno al primo campionato su strada sul percorso Milano-Cremona-Milano. Il 1896 fu invece l'anno della prima Parigi-Roubaix, la prima grande classica della storia denominata per la sua difficoltà la «Regina delle classiche», ma anche l'anno in cui il ciclismo fu inserito tra gli sport olimpici. Dopo le grandi classiche, tra le quali il Giro di Lombardia nato nel 1905 e la Milano-Sanremo nata nel 1907, l'introduzione dei grandi giri avvenne con l'inizio del secolo successivo: nel 1903 si corse il primo Tour de France, mentre nel 1909 toccò al Giro d'Italia, mentre la Vuelta di Spagna arrivò solo nel 1935.Da noi il ciclismo ha viaggiato spesso di pari passo con la storia sociale e il costume del nostro Paese, soprattutto dal secondo dopoguerra in poi con l'acceso dualismo tra Gino Bartali e Fausto Coppi, un dualismo nato sulla bicicletta e sfociato poi in politica, religione e cultura. Anche per questo il ciclismo era considerato fino agli anni Sessanta lo sport più popolare e seguito, anche più del calcio. La gente si immedesimava nelle gesta e nelle storie di quegli eroi che attraversavano le strade d'Italia in sella alla loro bici, storie di povertà, di fatica e di sudore per andare incontro a qualcosa di meglio in un Paese che stava attraversando la delicata fase di ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/ciclismo-2647727921.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="al-tour-de-france-dominano-gli-sloveni" data-post-id="2647727921" data-published-at="1600699207" data-use-pagination="False"> Al Tour de France dominano gli sloveni Lo sloveno Tadej Pogačar, vincitore del Tour de France (Ansa) Ieri si è conclusa la 107esima edizione della corsa a tappe più antica di sempre, il Tour de France. A vincere è stato, a sorpresa, Tadej Pogačar, ventunenne sloveno in sella alla Uae Team Emirates, autore di una rimonta epica negli ultimi 6 chilometri della cronoscalata a La Planche des Belles Filles, in quella che era la penultima tappa della Grande Boucle prima della passerella finale sugli Champs Elysees, sul connazionale del Team Jumbo-Visma Primož Roglič.Un duello tutto sloveno senza precedenti che dà spazio e visibilità a un Paese che prima d'ora, nel ciclismo come nello sport in generale, eccetto basket e sci, non aveva avuto grande tradizione. Una Nazione che conta circa 3 milioni di abitanti che ha deciso di puntare molto sullo sport, e più in particolare sulla crescita e la valorizzazione dei propri atleti. Oggi sui principali portali web, sulle prime pagine dei giornali e sui notiziari sportivi televisivi e radiofonici si parla di Pogačar e Roglič, ma anche in altri sport la Slovenia sta raccogliendo quanto seminato dal 1991, anno in cui Lubiana chiese l'indipendenza dalla Jugoslavia e cominciò a puntare forte sulla formazione sportiva nelle scuole, sulla cultura della fatica e sulla valorizzazione del talento. Ecco quindi che nel basket brillano le stella di Luka Dončić, guardia dei Dallas Mavericks in Nba e considerato dagli esperti di pallacanestro uno dei giovani talenti più promettenti della sua generazione a livello internazionale; e quella di Goran Dragić, playmaker dei Miami Heat. Anche nel calcio non mancano i nomi di giocatori importanti: dal portiere e capitano dell'Inter Samir Handanovic all'attaccante dell'Atalanta Josip Iličić, passando per il portiere dell'Atletico Madrid Jan Oblak. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ciclismo-2647727921.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tutto-pronto-per-la-103esima-edizione-del-giro-d-italia" data-post-id="2647727921" data-published-at="1600699207" data-use-pagination="False"> Tutto pronto per la 103esima edizione del Giro d'Italia Nemmeno il tempo di archiviare il Tour de France, vinto a sorpresa dallo sloveno Tadej Pogačar, che per i ciclisti e tutti gli appassionati è già tempo di pensare alle prossime corse e classiche in programma nei prossimi mesi. Dal Giro d'Italia ai Mondiali passando per la Vuelta e le grandi classiche ci sono tutti gli ingredienti per fare una scorpacciata di ciclismo. Sabato 3 ottobre, infatti, prende il via l'edizione numero 103 in una inedita versione autunnale della storica corsa a tappe, la cui partenza originaria era fissata a maggio, e che ora si appresta a cominciare dalle strade di Monreale in Sicilia dopo che la pandemia da coronavirus ne aveva messo a repentaglio lo svolgimento.Dalla cronometro da Monreale a Palermo fino alla passerella di Milano, dove il 25 ottobre celebrerà la maglia rosa in piazza Duomo, si tratta di 21 tappe da correre in tre settimane per un totale di 3.469,8 chilometri. Dall'Etna alle Alpi passando per la costa adriatica, il Giro di quest'anno condensa prove contro il tempo (tre in totale), cinque tappe per velocisti puri, sette di media montagna e sei di alta montagna. Le speranze italiane sono riposte tutte in Vincenzo Nibali che corre per il team Trek-Segafredo e già vincitore nel 2013 e nel 2016, Giacomo Nizzolo e Domenico Pozzovivo, entrambi in squadra Ntt. Tra i favoriti, invece, troviamo i nomi del danese Jakob Fuglsang e del russo Aleksandr Vlasov, entrambi del team Astana, e Simon Yates, britannico del team Mitchelton-Scott. I grandi assenti, invece, saranno il campione in carica Richard Carapaz, ecuadoriano in sella alla Ineos, con il team inglese che te ha deciso di farlo correre al Tour de France e puntare tutto su Geraint Thomas per il Giro, e il giovane promettente Remco Eveneopoel, belga della Deceuninck-Quick Step caduto all'ultimo Giro di Lombardia fratturandosi il bacino, infortunio che lo ha messo fuori gioco.
Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Secondo i media della Repubblica islamica, le detonazioni sarebbero state causate da un’operazione militare americana contro infrastrutture presenti sull’isola. L’allarme si è rapidamente esteso ai Paesi del Golfo. Nel Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme mentre le batterie antiaeree intercettavano i vettori diretti verso il Paese. In Kuwait si registra un morto e numerosi feriti. A rivendicare gli attacchi è stato il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. I pasdaran hanno confermato il lancio di missili e droni contro obiettivi militari regionali, sostenendo di aver reagito a una precedente aggressione americana contro Qeshm. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha spiegato che le sue forze sono intervenute per autodifesa dopo aver individuato preparativi offensivi iraniani contro interessi statunitensi e alleati della regione. Secondo la versione americana, nessuno dei missili lanciati da Teheran avrebbe raggiunto il bersaglio e diversi droni diretti contro il traffico commerciale nel Golfo sarebbero stati intercettati.
Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha scritto sui social che «gli americani hanno dimostrato di capire meglio il linguaggio dei missili che quello dei diplomatici». Teheran ha inoltre accusato Kuwait e Bahrein di aver facilitato le operazioni statunitensi consentendo l’utilizzo delle proprie basi militari. Il ministero degli Esteri iraniano ha parlato di una «responsabilità diretta e chiara» dei due Paesi negli attacchi contro la Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che le forze armate di Teheran stanno conducendo «azioni difensive» contro siti utilizzati dagli Stati Uniti per operazioni che, secondo l’Iran, minacciano il traffico marittimo civile e violano il cessate il fuoco. Sul fronte diplomatico, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha rivelato alcuni segnali di apertura da parte dell’Iran sul dossier nucleare. «Hanno accettato di negoziare aspetti del loro programma nucleare che un mese fa, un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare», ha dichiarato davanti alla commissione Esteri della Camera, precisando però che ciò non garantisce il successo dei colloqui. Rubio ha inoltre affermato che Mojtaba Khamenei (che Donald Trump vorrebbe incontrare), «è vivo e sempre più attivo», sottolineando che tutte le comunicazioni tra Washington e la leadership iraniana «sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari». Rubio ha inoltre sostenuto che «l’operazione militare americana contro l’Iran si è conclusa» e che eventuali future azioni degli Stati Uniti avranno «carattere puramente difensivo», con l’obiettivo di proteggere il traffico marittimo civile nello Stretto di Hormuz. Nel frattempo continua a far discutere il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha confermato di aver definito il premier israeliano «fottutamente pazzo» durante una telefonata dedicata agli sviluppi della crisi regionale. Trump ha inoltre respinto le accuse di chi sostiene che sarebbe stato trascinato da Netanyahu nello scontro con Teheran. Intervistato dal New York Post, ha dichiarato: «Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare». Il presidente ha poi aggiunto: «Questo riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso». Trump ha ribadito la solidità dell’alleanza con Israele: «Mi piace molto Bibi. Lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra e lui è un primo ministro in tempo di guerra». Netanyahu ha cercato di smorzare le polemiche. «A volte, come nelle migliori famiglie, abbiamo divergenze tattiche. Troviamo sempre il modo di risolverle», ha dichiarato alla Cnbc. Il premier israeliano ha ribadito la convergenza strategica tra Gerusalemme e Washington: «Siamo d’accordo sulle questioni principali», aggiungendo che «Israele è pronto e anche le forze statunitensi sono pronte» qualora la situazione dovesse precipitare nuovamente. Netanyahu ha attaccato alcuni leader europei, in particolare il presidente francese Emmanuel Macron. «Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso», ha affermato. «Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari».
Nel frattempo l’Ue valuta un ruolo più attivo nello Stretto di Hormuz. L’Alto rappresentante Kaja Kallas propone di affidare all’operazione Aspides un ruolo centrale nelle attività di sminamento come contributo europeo agli sforzi della coalizione franco-britannica. La proposta sarà esaminata dai ministri della Difesa dell’Ue nel prossimo incontro informale a Cipro.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 4 giugno con Carlo Cambi
La colonna di fumo causata dall'attacco ucraino a San Pietroburgo (Getty Images)
Sono stati colpiti un terminal petrolifero nella zona del porto e l’area della vicina isola di Kronstadt, sede di una base navale e di una fabbrica di droni. Alte colonne di fumo nero hanno sovrastato la città e le fonti russe hanno parlato di «diversi feriti».
Robert Brovdi, comandante della forza droni ucraina, ha dichiarato che l’attacco ha «incendiato la nave militare lanciamissili Boikiy», in manutenzione nel bacino di carenaggio di Kronstadt. Si tratta una corvetta da 2.100 tonnellate, di classe Stereguschy, in servizio dal 2013, non direttamente implicata nei combattimenti contro l’Ucraina, ma comunque bersaglio simbolico. Il raid di velivoli senza pilota ha gettato così un’ombra sul Forum a cui il presidente russo Vladimir Putin ha invitato delegazioni di 130 Paesi, fra cui l’Arabia Saudita come nazione ospite e gli Stati Uniti di Donald Trump, che per la prima volta dopo anni ha voluto mandare un funzionario americano, il capo della commissione Belle arti Rodney Mims Cook Jr, per proseguire il disgelo Washington-Mosca passando per la cultura. L’arrivo di Putin a San Pietroburgo per il vertice è stato accompagnato da un blocco di internet e della telefonia mobile in città per «assicurare la sicurezza del presidente». È noto che i droni ucraini, con a bordo carte Sim, sfruttano la rete mobile russa come sistema di guida durante i voli in territorio nemico. L’incursione sull’ex-capitale zarista è stata presentata dal presidente ucraino Volodymir Zelensky come «una risposta giusta e legittima agli attacchi russi». Parlando mentre ospitava a Kiev il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, e il presidente del comitato militare dell’alleanza, l’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, giunti in treno nella capitale ucraina per una visita a sorpresa, Zelensky ha affermato che «noi colpiamo solo raffinerie o obiettivi militari». Ma poche ore prima un drone ucraino aveva centrato un autobus di civili russi che transitava dalla regione del Donetsk, annessa alla Russia, causando otto morti e 11 feriti. Come confermato dal governatore locale Denis Pushilin, l’autobus è stato colpito a Jenakijeve, lungo il tragitto con partenza da Mosca e arrivo previsto a Simferopoli, in Crimea. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito «imperdonabile» il raid sul veicolo civile, promettendo che «verrà punito» e ricordando che «l’operazione militare speciale continua per prevenire tali attacchi». Gli ucraini hanno annunciato d’aver colpito con un missile Neptun, di fabbricazione nazionale, la raffineria di petrolio russa di Novoshakhtinsky, nella regione di Rostov, mettendo fuori uso «due impianti di raffinazione del petrolio, ciascuno con capacità fino a 2,5 milioni di tonnellate all’anno, e gli impianti di stoccaggio».
Zelensky ha detto a Rutte che spera di «raggiungere una pace onesta e dignitosa durante l’estate» e s’è detto «pronto a parlare con Putin», rilevando che «spendiamo 50 miliardi di dollari l’anno in armi». Rutte s’è rivolto idealmente ai giovani russi: «Vi stanno rifilando una fregatura. Non sarete addestrati. Avrete equipaggiamento scadente. Se feriti, sarete lasciati a soffrire nel fango e a morire». In parte è propaganda, poiché se i russi continuano a lottare dopo quattro anni è anche perché sono riusciti a migliorare l’efficienza dei loro reparti cercando di limitare le perdite. L’Ucraina ha accumulato enorme esperienza nei droni, i propri e quelli nemici, tanto che Zelensky ha annunciato l’invio di esperti ucraini nella difesa anti-droni in Lituania, Lettonia, Estonia e Romania, ma spesso gli ordigni vanno fuori rotta.
Ieri il ministero degli Esteri di Atene ha inviato una protesta ufficiale a Kiev dopo aver accertato che era ucraino un drone marittimo Magura V5, sorta di motoscafo telecomandato, rinvenuto da pescatori greci fin dal 7 maggio sulla costa dell’isola di Lefkada, nel Mar Ionio. Il drone marino era implicato in azioni sotto copertura nel Mediterraneo per insidiare le navi cargo della «flotta ombra» russa. Sebbene gli ucraini sostengano di aver abbattuto la scorsa notte 189 su 198 droni russi, utilizzando caccia dell’aviazione, contraerea e disturbi elettronici, la difesa dei cieli resta critica perché non sono mai abbastanza i missili Patriot in grado di intercettare missili balistici e da crociera. Zelensky ha chiesto che l’accordo per l’acquisto di nuovi Patriot dagli Usa, utilizzando parte dei 90 miliardi di euro dei fondi europei, venga attivato «entro venerdì». Riconosce però che l’arrivo di questi missili americani, pur a rilento, non s’è azzerato. Sulla partecipazione statunitense ai negoziati di pace che il tandem Ucraina-Unione Europea auspica con la Russia, ammette: «Ci vorrà tempo poiché per gli Usa la priorità è l’Iran e noi veniamo al secondo posto».
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Sergio Mattarella e Nicole Minetti (Ansa)
Così, dopo un mese e mezzo di chiacchiere, la Procura generale di Milano certifica in un lungo comunicato che Nicole Minetti non ha una doppia vita. L’ex igienista dentale condannata per il caso Ruby e per le spese pazze del Pirellone non ha ingannato Sergio Mattarella. Semmai il presidente della Repubblica si è fatto ingannare dagli articoli del Fatto quotidiano e dagli scivoloni di Sigfrido Ranucci, con i quali per giorni si è accreditato un caso internazionale, che a un certo punto si è cercato di addossare a Carlo Nordio allo scopo neanche troppo nascosto di indurlo alle dimissioni.
La storia è quella della grazia concessa dal capo dello Stato all’ex consigliera regionale. Mattarella, a cui in base alla Costituzione competono in via esclusiva gli atti di clemenza, il 18 febbraio di quest’anno ha cancellato la pena inflitta a Minetti dal Tribunale di Milano. La donna, finita nei guai all’epoca di Silvio Berlusconi per lo scandalo delle Olgettine, avrebbe dovuto scontare tre anni ai servizi sociali, ma i suoi avvocati alla fine di luglio del 2025 inoltrarono al Quirinale una domanda di grazia. Dovendo accudire un minore adottato da lei e dal compagno e bisognoso di cure all’estero, Minetti tramite i legali chiese di essere esentata dall’espiazione della pena. Domanda legittima, che poteva essere accolta o respinta, ma che sul Colle trovò una rapida istruzione e appena una settimana dopo, weekend compreso, il fascicolo riguardante l’ex igienista dentale finì sul tavolo del ministero della Giustizia, inoltrato dal responsabile dell’ufficio grazie di Mattarella. E da via Arenula la richiesta fu spedita a Milano, alla Procura generale della Corte d’appello, per il dovuto parere. In pochi mesi, Minetti fu dunque sollevata da ogni pendenza con la giustizia e autorizzata a occuparsi del figlio adottivo. Tutto bene? Eh, no, perché quando la notizia della grazia divenne di dominio pubblico, ai giornalisti del Fatto quotidiano cominciarono a prudere le mani. Così, a metà aprile, la vicenda di presunti favoritismi nell’adozione, di misteri profondi nella scomparsa della madre del bimbo e pure di oscuri decessi, uniti a un giro di festini a base di coca e donnine allegre in Uruguay, finì in prima pagina, con tanto di testimonianze rigorosamente anonime.
Un giallo internazionale, in luoghi esotici frequentati dal jet set, con sullo sfondo addirittura l’ombra di Jeffrey Epstein, il miliardario pedofilo che ha inguaiato mezzo mondo, governi e regni compresi, era un’occasione troppo ghiotta. Soprattutto se la si poteva rovesciare contro il governo in carica e il ministro della Giustizia. Sono bastati tre o quattro giorni di campagna a tutta pagina e pur di fronte al nulla, perché le testimonianze anonime sono il nulla, al Quirinale, sempre attento all’immagine sacra e inviolabile del presidente, ci dev’essere stata un po’ di tensione. E così ecco partire un secco comunicato per ingiungere al ministero di via Arenula di fare chiarezza e accertare se nella ricostruzione del percorso di grazia alla Minetti fossero stati omessi comportamenti poco commendevoli. Cioè il Colle chiedeva al ministero di verificare se il ministero, che pur nella faccenda non aveva avuto alcun ruolo se non quello di inoltrare la richiesta del Quirinale, avesse compiuto errori. La palla a questo punto è passata alla Procura generale di Milano, che pure aveva concesso il nulla osta, e nel frattempo, mentre le opposizioni reclamavano le dimissioni di Nordio, il conduttore di Report Sigfrido Ranucci si presentava in tv, da Bianca Berlinguer, per dire che una sua fonte accreditava un viaggio del Guardasigilli a casa della Minetti, in Uruguay. Bum. La bomba era pronta per esplodere e per spazzare via sia il ministro che il suo governo.
Peccato che Nordio non conosca la Minetti e non abbia dunque mai messo piede nella sua casa in Sudamerica. E peccato che adesso la Procura generale abbia accertato che le accuse contro l’ex consigliera regionale, i festini, l’adozione taroccata, l’uccisione del legale e pure la sparizione della madre naturale del bambino adottato siano tutte un’invenzione. In altre parole, una bufala.
A questo punto però si impongono due riflessioni. La prima è sul cosiddetto giornalismo d’inchiesta, che le inchieste le confeziona con le chiacchiere. La seconda invece riguarda Sergio Mattarella, monarca a cui la stampa plaude a ogni sospiro, ma a cui basta qualche titolo del Fatto quotidiano per fare marcia indietro, lasciando che i suoi uffici scarichino le responsabilità di un presunto passo falso su altri.
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