True
2020-09-21
Dai pro agli amatori il ciclismo coinvolge 2 milioni e mezzo di italiani
True
iStock
Nella mente e nell'immaginario di chi segue lo sport, qualunque esso sia, si viaggia spesso per associazione di idee legate a squadre o personaggi che con le loro imprese hanno scritto pagine indelebili e fatto appassionare milioni di tifosi in tutto il mondo. Se nel calcio è inevitabile pensare a Pelè e Maradona, o Messi e Cristiano Ronaldo per i più giovani, così come nella Formula 1 a Michael Schumacher e Ayrton Senna, o nel pugilato a Muhammad Ali, per quanto riguarda il ciclismo il pensiero va immediatamente ai miti delle due ruote: da Gino Bartali a Fausto Coppi ed Eddy Mrckx.
Il ciclismo, però, non è solo grandi corse a tappe, classiche e campioni professionisti, ma anche milioni di appassionati che fanno della bici e delle due ruote un vero e proprio culto. Secondo una ricerca condotta da Esp GroupM consulting e sinottica Tssp in Italia l'11,9% degli sportivi, ovvero 2.414.000, pratica ciclismo a livello agonistico o amatoriale, mentre dall'ultimo report redatto dalla Federazione ciclistica italiana si legge che nel 2019 i tesserati sono stati 103.124. Numeri non sorprendenti visto che il ciclismo è da sempre considerato uno sport che come pochi altri incarna il sentimento del popolo, uno dei primi a grande diffusione internazionale. Le prime gare agonistiche risalgono alla seconda meta dell'Ottocento, e più in particolare, la prima corsa documentata fu quella del 31 maggio 1868 disputata all'interno del Parco di Saint-Cloud nei pressi di Parigi e vinta dall'inglese James Moore, che l'anno dopo vinse anche la Parigi-Rouen. In Italia, invece, si dovette aspettare il 2 febbraio 1870 per assistere alla Firenze-Pistoia, vinta dall'americano Rynner Van Heste. La Federazione ciclistica italiana fu fondata a Pavia il 6 dicembre 1885 con il nome di Unione velocipedistica italiana che contava 17 società affiliate che diedero vita nello stesso anno al primo campionato su strada sul percorso Milano-Cremona-Milano. Il 1896 fu invece l'anno della prima Parigi-Roubaix, la prima grande classica della storia denominata per la sua difficoltà la «Regina delle classiche», ma anche l'anno in cui il ciclismo fu inserito tra gli sport olimpici. Dopo le grandi classiche, tra le quali il Giro di Lombardia nato nel 1905 e la Milano-Sanremo nata nel 1907, l'introduzione dei grandi giri avvenne con l'inizio del secolo successivo: nel 1903 si corse il primo Tour de France, mentre nel 1909 toccò al Giro d'Italia, mentre la Vuelta di Spagna arrivò solo nel 1935.
Da noi il ciclismo ha viaggiato spesso di pari passo con la storia sociale e il costume del nostro Paese, soprattutto dal secondo dopoguerra in poi con l'acceso dualismo tra Gino Bartali e Fausto Coppi, un dualismo nato sulla bicicletta e sfociato poi in politica, religione e cultura. Anche per questo il ciclismo era considerato fino agli anni Sessanta lo sport più popolare e seguito, anche più del calcio. La gente si immedesimava nelle gesta e nelle storie di quegli eroi che attraversavano le strade d'Italia in sella alla loro bici, storie di povertà, di fatica e di sudore per andare incontro a qualcosa di meglio in un Paese che stava attraversando la delicata fase di ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale.
Al Tour de France dominano gli sloveni

Lo sloveno Tadej Pogačar, vincitore del Tour de France (Ansa)
Ieri si è conclusa la 107esima edizione della corsa a tappe più antica di sempre, il Tour de France. A vincere è stato, a sorpresa, Tadej Pogačar, ventunenne sloveno in sella alla Uae Team Emirates, autore di una rimonta epica negli ultimi 6 chilometri della cronoscalata a La Planche des Belles Filles, in quella che era la penultima tappa della Grande Boucle prima della passerella finale sugli Champs Elysees, sul connazionale del Team Jumbo-Visma Primož Roglič.
Un duello tutto sloveno senza precedenti che dà spazio e visibilità a un Paese che prima d'ora, nel ciclismo come nello sport in generale, eccetto basket e sci, non aveva avuto grande tradizione. Una Nazione che conta circa 3 milioni di abitanti che ha deciso di puntare molto sullo sport, e più in particolare sulla crescita e la valorizzazione dei propri atleti. Oggi sui principali portali web, sulle prime pagine dei giornali e sui notiziari sportivi televisivi e radiofonici si parla di Pogačar e Roglič, ma anche in altri sport la Slovenia sta raccogliendo quanto seminato dal 1991, anno in cui Lubiana chiese l'indipendenza dalla Jugoslavia e cominciò a puntare forte sulla formazione sportiva nelle scuole, sulla cultura della fatica e sulla valorizzazione del talento. Ecco quindi che nel basket brillano le stella di Luka Dončić, guardia dei Dallas Mavericks in Nba e considerato dagli esperti di pallacanestro uno dei giovani talenti più promettenti della sua generazione a livello internazionale; e quella di Goran Dragić, playmaker dei Miami Heat. Anche nel calcio non mancano i nomi di giocatori importanti: dal portiere e capitano dell'Inter Samir Handanovic all'attaccante dell'Atalanta Josip Iličić, passando per il portiere dell'Atletico Madrid Jan Oblak.
Tutto pronto per la 103esima edizione del Giro d'Italia
Nemmeno il tempo di archiviare il Tour de France, vinto a sorpresa dallo sloveno Tadej Pogačar, che per i ciclisti e tutti gli appassionati è già tempo di pensare alle prossime corse e classiche in programma nei prossimi mesi. Dal Giro d'Italia ai Mondiali passando per la Vuelta e le grandi classiche ci sono tutti gli ingredienti per fare una scorpacciata di ciclismo. Sabato 3 ottobre, infatti, prende il via l'edizione numero 103 in una inedita versione autunnale della storica corsa a tappe, la cui partenza originaria era fissata a maggio, e che ora si appresta a cominciare dalle strade di Monreale in Sicilia dopo che la pandemia da coronavirus ne aveva messo a repentaglio lo svolgimento.
Dalla cronometro da Monreale a Palermo fino alla passerella di Milano, dove il 25 ottobre celebrerà la maglia rosa in piazza Duomo, si tratta di 21 tappe da correre in tre settimane per un totale di 3.469,8 chilometri. Dall'Etna alle Alpi passando per la costa adriatica, il Giro di quest'anno condensa prove contro il tempo (tre in totale), cinque tappe per velocisti puri, sette di media montagna e sei di alta montagna. Le speranze italiane sono riposte tutte in Vincenzo Nibali che corre per il team Trek-Segafredo e già vincitore nel 2013 e nel 2016, Giacomo Nizzolo e Domenico Pozzovivo, entrambi in squadra Ntt. Tra i favoriti, invece, troviamo i nomi del danese Jakob Fuglsang e del russo Aleksandr Vlasov, entrambi del team Astana, e Simon Yates, britannico del team Mitchelton-Scott. I grandi assenti, invece, saranno il campione in carica Richard Carapaz, ecuadoriano in sella alla Ineos, con il team inglese che te ha deciso di farlo correre al Tour de France e puntare tutto su Geraint Thomas per il Giro, e il giovane promettente Remco Eveneopoel, belga della Deceuninck-Quick Step caduto all'ultimo Giro di Lombardia fratturandosi il bacino, infortunio che lo ha messo fuori gioco.
Continua a leggereRiduci
Viaggio all'interno di uno degli sport più popolari di sempre che tra miti e leggende ha scritto pagine importanti di storia e costume e appassiona sempre più: nel nostro Paese l'11,9% degli atleti pratica sport pedalando e correndo in sella a una bicicletta.Ieri si è concluso uno dei Tour de France più entusiasmanti degli ultimi anni e dominato da due corridori sloveni: a vincere in volata è stato il ventunenne Tadej Pogačar in rimonta sul connazionale Primož Roglič.Tutto pronto per il Giro d'Italia, al via il 3 ottobre da Monreale in una inedita versione autunnale causa Covid.Lo speciale contiene tre articoli.Nella mente e nell'immaginario di chi segue lo sport, qualunque esso sia, si viaggia spesso per associazione di idee legate a squadre o personaggi che con le loro imprese hanno scritto pagine indelebili e fatto appassionare milioni di tifosi in tutto il mondo. Se nel calcio è inevitabile pensare a Pelè e Maradona, o Messi e Cristiano Ronaldo per i più giovani, così come nella Formula 1 a Michael Schumacher e Ayrton Senna, o nel pugilato a Muhammad Ali, per quanto riguarda il ciclismo il pensiero va immediatamente ai miti delle due ruote: da Gino Bartali a Fausto Coppi ed Eddy Mrckx.Il ciclismo, però, non è solo grandi corse a tappe, classiche e campioni professionisti, ma anche milioni di appassionati che fanno della bici e delle due ruote un vero e proprio culto. Secondo una ricerca condotta da Esp GroupM consulting e sinottica Tssp in Italia l'11,9% degli sportivi, ovvero 2.414.000, pratica ciclismo a livello agonistico o amatoriale, mentre dall'ultimo report redatto dalla Federazione ciclistica italiana si legge che nel 2019 i tesserati sono stati 103.124. Numeri non sorprendenti visto che il ciclismo è da sempre considerato uno sport che come pochi altri incarna il sentimento del popolo, uno dei primi a grande diffusione internazionale. Le prime gare agonistiche risalgono alla seconda meta dell'Ottocento, e più in particolare, la prima corsa documentata fu quella del 31 maggio 1868 disputata all'interno del Parco di Saint-Cloud nei pressi di Parigi e vinta dall'inglese James Moore, che l'anno dopo vinse anche la Parigi-Rouen. In Italia, invece, si dovette aspettare il 2 febbraio 1870 per assistere alla Firenze-Pistoia, vinta dall'americano Rynner Van Heste. La Federazione ciclistica italiana fu fondata a Pavia il 6 dicembre 1885 con il nome di Unione velocipedistica italiana che contava 17 società affiliate che diedero vita nello stesso anno al primo campionato su strada sul percorso Milano-Cremona-Milano. Il 1896 fu invece l'anno della prima Parigi-Roubaix, la prima grande classica della storia denominata per la sua difficoltà la «Regina delle classiche», ma anche l'anno in cui il ciclismo fu inserito tra gli sport olimpici. Dopo le grandi classiche, tra le quali il Giro di Lombardia nato nel 1905 e la Milano-Sanremo nata nel 1907, l'introduzione dei grandi giri avvenne con l'inizio del secolo successivo: nel 1903 si corse il primo Tour de France, mentre nel 1909 toccò al Giro d'Italia, mentre la Vuelta di Spagna arrivò solo nel 1935.Da noi il ciclismo ha viaggiato spesso di pari passo con la storia sociale e il costume del nostro Paese, soprattutto dal secondo dopoguerra in poi con l'acceso dualismo tra Gino Bartali e Fausto Coppi, un dualismo nato sulla bicicletta e sfociato poi in politica, religione e cultura. Anche per questo il ciclismo era considerato fino agli anni Sessanta lo sport più popolare e seguito, anche più del calcio. La gente si immedesimava nelle gesta e nelle storie di quegli eroi che attraversavano le strade d'Italia in sella alla loro bici, storie di povertà, di fatica e di sudore per andare incontro a qualcosa di meglio in un Paese che stava attraversando la delicata fase di ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/ciclismo-2647727921.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="al-tour-de-france-dominano-gli-sloveni" data-post-id="2647727921" data-published-at="1600699207" data-use-pagination="False"> Al Tour de France dominano gli sloveni Lo sloveno Tadej Pogačar, vincitore del Tour de France (Ansa) Ieri si è conclusa la 107esima edizione della corsa a tappe più antica di sempre, il Tour de France. A vincere è stato, a sorpresa, Tadej Pogačar, ventunenne sloveno in sella alla Uae Team Emirates, autore di una rimonta epica negli ultimi 6 chilometri della cronoscalata a La Planche des Belles Filles, in quella che era la penultima tappa della Grande Boucle prima della passerella finale sugli Champs Elysees, sul connazionale del Team Jumbo-Visma Primož Roglič.Un duello tutto sloveno senza precedenti che dà spazio e visibilità a un Paese che prima d'ora, nel ciclismo come nello sport in generale, eccetto basket e sci, non aveva avuto grande tradizione. Una Nazione che conta circa 3 milioni di abitanti che ha deciso di puntare molto sullo sport, e più in particolare sulla crescita e la valorizzazione dei propri atleti. Oggi sui principali portali web, sulle prime pagine dei giornali e sui notiziari sportivi televisivi e radiofonici si parla di Pogačar e Roglič, ma anche in altri sport la Slovenia sta raccogliendo quanto seminato dal 1991, anno in cui Lubiana chiese l'indipendenza dalla Jugoslavia e cominciò a puntare forte sulla formazione sportiva nelle scuole, sulla cultura della fatica e sulla valorizzazione del talento. Ecco quindi che nel basket brillano le stella di Luka Dončić, guardia dei Dallas Mavericks in Nba e considerato dagli esperti di pallacanestro uno dei giovani talenti più promettenti della sua generazione a livello internazionale; e quella di Goran Dragić, playmaker dei Miami Heat. Anche nel calcio non mancano i nomi di giocatori importanti: dal portiere e capitano dell'Inter Samir Handanovic all'attaccante dell'Atalanta Josip Iličić, passando per il portiere dell'Atletico Madrid Jan Oblak. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ciclismo-2647727921.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tutto-pronto-per-la-103esima-edizione-del-giro-d-italia" data-post-id="2647727921" data-published-at="1600699207" data-use-pagination="False"> Tutto pronto per la 103esima edizione del Giro d'Italia Nemmeno il tempo di archiviare il Tour de France, vinto a sorpresa dallo sloveno Tadej Pogačar, che per i ciclisti e tutti gli appassionati è già tempo di pensare alle prossime corse e classiche in programma nei prossimi mesi. Dal Giro d'Italia ai Mondiali passando per la Vuelta e le grandi classiche ci sono tutti gli ingredienti per fare una scorpacciata di ciclismo. Sabato 3 ottobre, infatti, prende il via l'edizione numero 103 in una inedita versione autunnale della storica corsa a tappe, la cui partenza originaria era fissata a maggio, e che ora si appresta a cominciare dalle strade di Monreale in Sicilia dopo che la pandemia da coronavirus ne aveva messo a repentaglio lo svolgimento.Dalla cronometro da Monreale a Palermo fino alla passerella di Milano, dove il 25 ottobre celebrerà la maglia rosa in piazza Duomo, si tratta di 21 tappe da correre in tre settimane per un totale di 3.469,8 chilometri. Dall'Etna alle Alpi passando per la costa adriatica, il Giro di quest'anno condensa prove contro il tempo (tre in totale), cinque tappe per velocisti puri, sette di media montagna e sei di alta montagna. Le speranze italiane sono riposte tutte in Vincenzo Nibali che corre per il team Trek-Segafredo e già vincitore nel 2013 e nel 2016, Giacomo Nizzolo e Domenico Pozzovivo, entrambi in squadra Ntt. Tra i favoriti, invece, troviamo i nomi del danese Jakob Fuglsang e del russo Aleksandr Vlasov, entrambi del team Astana, e Simon Yates, britannico del team Mitchelton-Scott. I grandi assenti, invece, saranno il campione in carica Richard Carapaz, ecuadoriano in sella alla Ineos, con il team inglese che te ha deciso di farlo correre al Tour de France e puntare tutto su Geraint Thomas per il Giro, e il giovane promettente Remco Eveneopoel, belga della Deceuninck-Quick Step caduto all'ultimo Giro di Lombardia fratturandosi il bacino, infortunio che lo ha messo fuori gioco.
content.jwplatform.com
«Oggi è il giorno dell’orgoglio di una patria, la nostra patria», ha esordito il ministro, richiamando il valore della patria come «sacro dovere» da difendere, in linea con i principi della Costituzione italiana.
Nel suo intervento, Valditara ha distinto tra «sano patriottismo» e «aggressivo nazionalismo», sottolineando la volontà di collocare il tema dell’identità nazionale in una dimensione legata alla storia, alle radici e alla convivenza civile.
Sul tema dell’immigrazione, ha affermato che la civiltà italiana ed europea ha sempre saputo accogliere chi desidera costruirsi «Onestamente» un futuro, ma a condizione del rispetto delle leggi e delle regole condivise: «Non è razzismo» sostenere che l’integrazione «non è una banale inclusione» e non può significare accettare chiunque a prescindere.
Il ministro ha poi respinto ogni accusa di discriminazione: «La discriminazione e l’odio non ci appartengono». E ha aggiunto un passaggio polemico: «Non ci sono solo i fascisti, ci sono certamente anche i comunisti, i loro epigoni e i loro discendenti».
Nella parte finale del discorso, Valditara ha affrontato anche il tema linguistico, criticando «asterischi, schwa e generi neutri», ritenuti contrari a una civiltà che — secondo il ministro — riconosce la pari dignità tra uomo e donna.
L’intervento ha ribadito una linea centrata su difesa della patria, radici culturali, integrazione fondata su regole e rifiuto di quelle che il ministro definisce derive ideologiche.
Continua a leggereRiduci
«Sono qui perché amo la libertà e amo stare con chi ama la libertà». Mario Giordano apre così il suo intervento, la manifestazione Senza Paura organizzata dalla Lega di Matteo Salvini. Di fronte a più di 2000 persone, il giornalista lo fa con un richiamo diretto a quello che definisce il valore centrale della battaglia politica e culturale di oggi: la libertà di non avere paura, la libertà di sentirsi padroni a casa propria, la libertà di pronunciare perfino parole che, sostiene, sono diventate proibite. Tra queste, anche «remigrazione». Da lì parte un attacco frontale contro la narrazione che per anni ha accompagnato il fenomeno migratorio.
Secondo Giordano, agli italiani «Hanno raccontato un sacco di palle»: che gli immigrati sarebbero stati una risorsa, che avrebbero sostenuto il sistema pensionistico, che avrebbero portato benefici diffusi. Per il giornalista, invece, i vantaggi si sarebbero concentrati altrove: negli interessi degli scafisti, dei trafficanti, delle mafie, della criminalità e di chi, a suo dire, ha costruito affari sul «business della solidarietà». Il punto centrale del suo ragionamento è economico e sociale. Giordano sostiene infatti che l’immigrazione sia stata utilizzata come strumento per comprimere diritti e salari dei lavoratori italiani. Non una risorsa, dunque, ma «La più gigantesca opera di distruzione dei diritti dei lavoratori e degli stipendi dei lavoratori», dice dal palco, collegando direttamente questo processo al peggioramento delle condizioni di vita nelle città. Ed è proprio sul tema della sicurezza che il discorso si fa ancora più duro. Giordano descrive città ridotte a luoghi in cui, afferma, è diventato pericoloso fare qualsiasi cosa: prendere un treno, salire su un autobus, uscire perfino per portare a spasso il cane. Non solo. Denuncia anche un sistema che, secondo lui, impedirebbe perfino di difendersi, citando il caso di carabinieri finiti sotto processo dopo l'inseguimento di Ramy Elgaml. «È uno schifo», scandisce.
L’ultima parte dell’intervento si sposta sul terreno identitario e religioso. Giordano rivendica la sua idea di «Europa cristiana», fondata sulle radici, sulla fede dei padri e dei nonni. Dice di non poter accettare un continente in cui, a suo giudizio, «Scompaiono le chiese e compaiono le moschee», dove si tolgono i simboli cristiani e avanzano altre presenze religiose e culturali. Da qui l’affondo più duro contro quelle che definisce aree d’Europa in cui starebbe prendendo piede la Sharia, una legge che giudica incompatibile con la storia, la Costituzione e la civiltà europea. Nel finale, il bersaglio diventa un imam di Brescia, citato da Giordano per dichiarazioni choc sui matrimoni con bambine. «Quello è un pedofilo e va cacciato dal nostro Paese», conclude tra gli applausi del popolo dei Patrioti.
Continua a leggereRiduci
Beppe Sala (Ansa)
Anche perché il problema è che arriva dopo anni in cui Sala ha governato la città in direzione opposta, aprendo ai grandi investitori, agevolando la centralità della rendita immobiliare, trattando il patrimonio pubblico sempre più come qualcosa da valorizzare o dismettere, non da usare come leva sociale.
Il punto non è la battuta, ma sono i provvedimenti favorevoli ai costruttori. Per tredici anni il Comune non ha aggiornato adeguatamente proprio quegli oneri di urbanizzazione che i privati devono pagare quando costruiscono (e che servono alla comunità). E non basta: nelle inchieste urbanistiche è emerso anche il meccanismo di interventi trattati come ristrutturazioni, con semplice Scia, invece che come nuove costruzioni, con contributi ancora più bassi per i privati e un buco potenziale di centinaia di milioni di euro. In altre parole, prima a Milano si è consentito ai costruttori di pagare meno del dovuto, poi Sala ha cominciato a piangere sui soldi che mancavano. E adesso prova perfino a rifarsi una verginità politica parlando di tassa sui ricchi, quando per anni i veri sconti li ha fatti a chi costruiva e speculava sulla città.
Lo stesso schema si vede nella gestione del patrimonio comunale: Largo Treves 1, ex sede dell’assessorato alle Politiche sociali, venduto nel 2021 per 52,7 milioni, e corso Vercelli 22, messo all’asta nel 2020 e poi finito in operazioni di sviluppo privato, non sono episodi isolati, ma il riflesso di una linea che il Comune stesso, nei suoi atti, ha definito di «valorizzazione» e «dismissione» del patrimonio immobiliare pubblico. In sostanza: usare il patrimonio pubblico non come leva sociale, ma come patrimonio da collocare sul mercato.
San Siro è il caso più evidente. La stima dell’Agenzia delle Entrate parla di 197 milioni complessivi, ma Luigi Corbani ha contestato con argomenti precisi proprio quella base di partenza: secondo l’ex vicesindaco, nel valore del Meazza sarebbe stato considerato solo il corrispettivo ordinario della concessione, circa 6 milioni annui, e non l’intero contributo vicino agli 11 milioni. Partendo dai proventi di bilancio 2000-2024, oltre 259 milioni complessivi, Corbani sostiene che il solo stadio potrebbe valere tra 125 e 218 milioni; e che, applicando alle aree il valore di monetizzazione fissato dalla stessa giunta comunale, il totale dell’operazione arriverebbe vicino ai 403 milioni. Anche contestando i numeri resta il punto politico che Corbani ha messo a fuoco: il Comune ha trattato come inevitabile una vendita fondata su una valutazione contestata e ritenuta favorevole ai privati.
Lo stesso vale per la M4: un project financing presentato come modello moderno, ma costruito in larghissima parte con soldi pubblici e poi chiuso con un assegno da circa 225 milioni a Webuild e Hitachi per rilevarne le quote residue attraverso Atm. Più che una prova di forza del pubblico, è sembrata la liquidazione comoda dei soci privati, liberati nel momento in cui i rischi residui e gli eventuali extracosti restano in capo al Comune e quindi ai cittadini. Messa così, la frase di Sala sui ricchi non appare di certo una svolta, ma l’ultimo artificio retorico di un sindaco che, arrivato alla fine del mandato, finisce quasi per prendere in giro i milanesi, parlando come se i problemi della città li scoprisse solo adesso. Eppure, Milano resta sempre più ostile al ceto medio: a marzo 2026 comprare casa costava in media 5.645 euro al metro quadro, mentre affittare 70 metri quadri richiede oltre 1.550 euro al mese.
Continua a leggereRiduci