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2020-09-21
Dai pro agli amatori il ciclismo coinvolge 2 milioni e mezzo di italiani
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Nella mente e nell'immaginario di chi segue lo sport, qualunque esso sia, si viaggia spesso per associazione di idee legate a squadre o personaggi che con le loro imprese hanno scritto pagine indelebili e fatto appassionare milioni di tifosi in tutto il mondo. Se nel calcio è inevitabile pensare a Pelè e Maradona, o Messi e Cristiano Ronaldo per i più giovani, così come nella Formula 1 a Michael Schumacher e Ayrton Senna, o nel pugilato a Muhammad Ali, per quanto riguarda il ciclismo il pensiero va immediatamente ai miti delle due ruote: da Gino Bartali a Fausto Coppi ed Eddy Mrckx.
Il ciclismo, però, non è solo grandi corse a tappe, classiche e campioni professionisti, ma anche milioni di appassionati che fanno della bici e delle due ruote un vero e proprio culto. Secondo una ricerca condotta da Esp GroupM consulting e sinottica Tssp in Italia l'11,9% degli sportivi, ovvero 2.414.000, pratica ciclismo a livello agonistico o amatoriale, mentre dall'ultimo report redatto dalla Federazione ciclistica italiana si legge che nel 2019 i tesserati sono stati 103.124. Numeri non sorprendenti visto che il ciclismo è da sempre considerato uno sport che come pochi altri incarna il sentimento del popolo, uno dei primi a grande diffusione internazionale. Le prime gare agonistiche risalgono alla seconda meta dell'Ottocento, e più in particolare, la prima corsa documentata fu quella del 31 maggio 1868 disputata all'interno del Parco di Saint-Cloud nei pressi di Parigi e vinta dall'inglese James Moore, che l'anno dopo vinse anche la Parigi-Rouen. In Italia, invece, si dovette aspettare il 2 febbraio 1870 per assistere alla Firenze-Pistoia, vinta dall'americano Rynner Van Heste. La Federazione ciclistica italiana fu fondata a Pavia il 6 dicembre 1885 con il nome di Unione velocipedistica italiana che contava 17 società affiliate che diedero vita nello stesso anno al primo campionato su strada sul percorso Milano-Cremona-Milano. Il 1896 fu invece l'anno della prima Parigi-Roubaix, la prima grande classica della storia denominata per la sua difficoltà la «Regina delle classiche», ma anche l'anno in cui il ciclismo fu inserito tra gli sport olimpici. Dopo le grandi classiche, tra le quali il Giro di Lombardia nato nel 1905 e la Milano-Sanremo nata nel 1907, l'introduzione dei grandi giri avvenne con l'inizio del secolo successivo: nel 1903 si corse il primo Tour de France, mentre nel 1909 toccò al Giro d'Italia, mentre la Vuelta di Spagna arrivò solo nel 1935.
Da noi il ciclismo ha viaggiato spesso di pari passo con la storia sociale e il costume del nostro Paese, soprattutto dal secondo dopoguerra in poi con l'acceso dualismo tra Gino Bartali e Fausto Coppi, un dualismo nato sulla bicicletta e sfociato poi in politica, religione e cultura. Anche per questo il ciclismo era considerato fino agli anni Sessanta lo sport più popolare e seguito, anche più del calcio. La gente si immedesimava nelle gesta e nelle storie di quegli eroi che attraversavano le strade d'Italia in sella alla loro bici, storie di povertà, di fatica e di sudore per andare incontro a qualcosa di meglio in un Paese che stava attraversando la delicata fase di ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale.
Al Tour de France dominano gli sloveni

Lo sloveno Tadej Pogačar, vincitore del Tour de France (Ansa)
Ieri si è conclusa la 107esima edizione della corsa a tappe più antica di sempre, il Tour de France. A vincere è stato, a sorpresa, Tadej Pogačar, ventunenne sloveno in sella alla Uae Team Emirates, autore di una rimonta epica negli ultimi 6 chilometri della cronoscalata a La Planche des Belles Filles, in quella che era la penultima tappa della Grande Boucle prima della passerella finale sugli Champs Elysees, sul connazionale del Team Jumbo-Visma Primož Roglič.
Un duello tutto sloveno senza precedenti che dà spazio e visibilità a un Paese che prima d'ora, nel ciclismo come nello sport in generale, eccetto basket e sci, non aveva avuto grande tradizione. Una Nazione che conta circa 3 milioni di abitanti che ha deciso di puntare molto sullo sport, e più in particolare sulla crescita e la valorizzazione dei propri atleti. Oggi sui principali portali web, sulle prime pagine dei giornali e sui notiziari sportivi televisivi e radiofonici si parla di Pogačar e Roglič, ma anche in altri sport la Slovenia sta raccogliendo quanto seminato dal 1991, anno in cui Lubiana chiese l'indipendenza dalla Jugoslavia e cominciò a puntare forte sulla formazione sportiva nelle scuole, sulla cultura della fatica e sulla valorizzazione del talento. Ecco quindi che nel basket brillano le stella di Luka Dončić, guardia dei Dallas Mavericks in Nba e considerato dagli esperti di pallacanestro uno dei giovani talenti più promettenti della sua generazione a livello internazionale; e quella di Goran Dragić, playmaker dei Miami Heat. Anche nel calcio non mancano i nomi di giocatori importanti: dal portiere e capitano dell'Inter Samir Handanovic all'attaccante dell'Atalanta Josip Iličić, passando per il portiere dell'Atletico Madrid Jan Oblak.
Tutto pronto per la 103esima edizione del Giro d'Italia
Nemmeno il tempo di archiviare il Tour de France, vinto a sorpresa dallo sloveno Tadej Pogačar, che per i ciclisti e tutti gli appassionati è già tempo di pensare alle prossime corse e classiche in programma nei prossimi mesi. Dal Giro d'Italia ai Mondiali passando per la Vuelta e le grandi classiche ci sono tutti gli ingredienti per fare una scorpacciata di ciclismo. Sabato 3 ottobre, infatti, prende il via l'edizione numero 103 in una inedita versione autunnale della storica corsa a tappe, la cui partenza originaria era fissata a maggio, e che ora si appresta a cominciare dalle strade di Monreale in Sicilia dopo che la pandemia da coronavirus ne aveva messo a repentaglio lo svolgimento.
Dalla cronometro da Monreale a Palermo fino alla passerella di Milano, dove il 25 ottobre celebrerà la maglia rosa in piazza Duomo, si tratta di 21 tappe da correre in tre settimane per un totale di 3.469,8 chilometri. Dall'Etna alle Alpi passando per la costa adriatica, il Giro di quest'anno condensa prove contro il tempo (tre in totale), cinque tappe per velocisti puri, sette di media montagna e sei di alta montagna. Le speranze italiane sono riposte tutte in Vincenzo Nibali che corre per il team Trek-Segafredo e già vincitore nel 2013 e nel 2016, Giacomo Nizzolo e Domenico Pozzovivo, entrambi in squadra Ntt. Tra i favoriti, invece, troviamo i nomi del danese Jakob Fuglsang e del russo Aleksandr Vlasov, entrambi del team Astana, e Simon Yates, britannico del team Mitchelton-Scott. I grandi assenti, invece, saranno il campione in carica Richard Carapaz, ecuadoriano in sella alla Ineos, con il team inglese che te ha deciso di farlo correre al Tour de France e puntare tutto su Geraint Thomas per il Giro, e il giovane promettente Remco Eveneopoel, belga della Deceuninck-Quick Step caduto all'ultimo Giro di Lombardia fratturandosi il bacino, infortunio che lo ha messo fuori gioco.
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Viaggio all'interno di uno degli sport più popolari di sempre che tra miti e leggende ha scritto pagine importanti di storia e costume e appassiona sempre più: nel nostro Paese l'11,9% degli atleti pratica sport pedalando e correndo in sella a una bicicletta.Ieri si è concluso uno dei Tour de France più entusiasmanti degli ultimi anni e dominato da due corridori sloveni: a vincere in volata è stato il ventunenne Tadej Pogačar in rimonta sul connazionale Primož Roglič.Tutto pronto per il Giro d'Italia, al via il 3 ottobre da Monreale in una inedita versione autunnale causa Covid.Lo speciale contiene tre articoli.Nella mente e nell'immaginario di chi segue lo sport, qualunque esso sia, si viaggia spesso per associazione di idee legate a squadre o personaggi che con le loro imprese hanno scritto pagine indelebili e fatto appassionare milioni di tifosi in tutto il mondo. Se nel calcio è inevitabile pensare a Pelè e Maradona, o Messi e Cristiano Ronaldo per i più giovani, così come nella Formula 1 a Michael Schumacher e Ayrton Senna, o nel pugilato a Muhammad Ali, per quanto riguarda il ciclismo il pensiero va immediatamente ai miti delle due ruote: da Gino Bartali a Fausto Coppi ed Eddy Mrckx.Il ciclismo, però, non è solo grandi corse a tappe, classiche e campioni professionisti, ma anche milioni di appassionati che fanno della bici e delle due ruote un vero e proprio culto. Secondo una ricerca condotta da Esp GroupM consulting e sinottica Tssp in Italia l'11,9% degli sportivi, ovvero 2.414.000, pratica ciclismo a livello agonistico o amatoriale, mentre dall'ultimo report redatto dalla Federazione ciclistica italiana si legge che nel 2019 i tesserati sono stati 103.124. Numeri non sorprendenti visto che il ciclismo è da sempre considerato uno sport che come pochi altri incarna il sentimento del popolo, uno dei primi a grande diffusione internazionale. Le prime gare agonistiche risalgono alla seconda meta dell'Ottocento, e più in particolare, la prima corsa documentata fu quella del 31 maggio 1868 disputata all'interno del Parco di Saint-Cloud nei pressi di Parigi e vinta dall'inglese James Moore, che l'anno dopo vinse anche la Parigi-Rouen. In Italia, invece, si dovette aspettare il 2 febbraio 1870 per assistere alla Firenze-Pistoia, vinta dall'americano Rynner Van Heste. La Federazione ciclistica italiana fu fondata a Pavia il 6 dicembre 1885 con il nome di Unione velocipedistica italiana che contava 17 società affiliate che diedero vita nello stesso anno al primo campionato su strada sul percorso Milano-Cremona-Milano. Il 1896 fu invece l'anno della prima Parigi-Roubaix, la prima grande classica della storia denominata per la sua difficoltà la «Regina delle classiche», ma anche l'anno in cui il ciclismo fu inserito tra gli sport olimpici. Dopo le grandi classiche, tra le quali il Giro di Lombardia nato nel 1905 e la Milano-Sanremo nata nel 1907, l'introduzione dei grandi giri avvenne con l'inizio del secolo successivo: nel 1903 si corse il primo Tour de France, mentre nel 1909 toccò al Giro d'Italia, mentre la Vuelta di Spagna arrivò solo nel 1935.Da noi il ciclismo ha viaggiato spesso di pari passo con la storia sociale e il costume del nostro Paese, soprattutto dal secondo dopoguerra in poi con l'acceso dualismo tra Gino Bartali e Fausto Coppi, un dualismo nato sulla bicicletta e sfociato poi in politica, religione e cultura. Anche per questo il ciclismo era considerato fino agli anni Sessanta lo sport più popolare e seguito, anche più del calcio. La gente si immedesimava nelle gesta e nelle storie di quegli eroi che attraversavano le strade d'Italia in sella alla loro bici, storie di povertà, di fatica e di sudore per andare incontro a qualcosa di meglio in un Paese che stava attraversando la delicata fase di ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/ciclismo-2647727921.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="al-tour-de-france-dominano-gli-sloveni" data-post-id="2647727921" data-published-at="1600699207" data-use-pagination="False"> Al Tour de France dominano gli sloveni Lo sloveno Tadej Pogačar, vincitore del Tour de France (Ansa) Ieri si è conclusa la 107esima edizione della corsa a tappe più antica di sempre, il Tour de France. A vincere è stato, a sorpresa, Tadej Pogačar, ventunenne sloveno in sella alla Uae Team Emirates, autore di una rimonta epica negli ultimi 6 chilometri della cronoscalata a La Planche des Belles Filles, in quella che era la penultima tappa della Grande Boucle prima della passerella finale sugli Champs Elysees, sul connazionale del Team Jumbo-Visma Primož Roglič.Un duello tutto sloveno senza precedenti che dà spazio e visibilità a un Paese che prima d'ora, nel ciclismo come nello sport in generale, eccetto basket e sci, non aveva avuto grande tradizione. Una Nazione che conta circa 3 milioni di abitanti che ha deciso di puntare molto sullo sport, e più in particolare sulla crescita e la valorizzazione dei propri atleti. Oggi sui principali portali web, sulle prime pagine dei giornali e sui notiziari sportivi televisivi e radiofonici si parla di Pogačar e Roglič, ma anche in altri sport la Slovenia sta raccogliendo quanto seminato dal 1991, anno in cui Lubiana chiese l'indipendenza dalla Jugoslavia e cominciò a puntare forte sulla formazione sportiva nelle scuole, sulla cultura della fatica e sulla valorizzazione del talento. Ecco quindi che nel basket brillano le stella di Luka Dončić, guardia dei Dallas Mavericks in Nba e considerato dagli esperti di pallacanestro uno dei giovani talenti più promettenti della sua generazione a livello internazionale; e quella di Goran Dragić, playmaker dei Miami Heat. Anche nel calcio non mancano i nomi di giocatori importanti: dal portiere e capitano dell'Inter Samir Handanovic all'attaccante dell'Atalanta Josip Iličić, passando per il portiere dell'Atletico Madrid Jan Oblak. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ciclismo-2647727921.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tutto-pronto-per-la-103esima-edizione-del-giro-d-italia" data-post-id="2647727921" data-published-at="1600699207" data-use-pagination="False"> Tutto pronto per la 103esima edizione del Giro d'Italia Nemmeno il tempo di archiviare il Tour de France, vinto a sorpresa dallo sloveno Tadej Pogačar, che per i ciclisti e tutti gli appassionati è già tempo di pensare alle prossime corse e classiche in programma nei prossimi mesi. Dal Giro d'Italia ai Mondiali passando per la Vuelta e le grandi classiche ci sono tutti gli ingredienti per fare una scorpacciata di ciclismo. Sabato 3 ottobre, infatti, prende il via l'edizione numero 103 in una inedita versione autunnale della storica corsa a tappe, la cui partenza originaria era fissata a maggio, e che ora si appresta a cominciare dalle strade di Monreale in Sicilia dopo che la pandemia da coronavirus ne aveva messo a repentaglio lo svolgimento.Dalla cronometro da Monreale a Palermo fino alla passerella di Milano, dove il 25 ottobre celebrerà la maglia rosa in piazza Duomo, si tratta di 21 tappe da correre in tre settimane per un totale di 3.469,8 chilometri. Dall'Etna alle Alpi passando per la costa adriatica, il Giro di quest'anno condensa prove contro il tempo (tre in totale), cinque tappe per velocisti puri, sette di media montagna e sei di alta montagna. Le speranze italiane sono riposte tutte in Vincenzo Nibali che corre per il team Trek-Segafredo e già vincitore nel 2013 e nel 2016, Giacomo Nizzolo e Domenico Pozzovivo, entrambi in squadra Ntt. Tra i favoriti, invece, troviamo i nomi del danese Jakob Fuglsang e del russo Aleksandr Vlasov, entrambi del team Astana, e Simon Yates, britannico del team Mitchelton-Scott. I grandi assenti, invece, saranno il campione in carica Richard Carapaz, ecuadoriano in sella alla Ineos, con il team inglese che te ha deciso di farlo correre al Tour de France e puntare tutto su Geraint Thomas per il Giro, e il giovane promettente Remco Eveneopoel, belga della Deceuninck-Quick Step caduto all'ultimo Giro di Lombardia fratturandosi il bacino, infortunio che lo ha messo fuori gioco.
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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