True
2023-07-30
«Chiariamoci». Marocchino sgozza la ex
In alto l'assassino, Zakaria Atqaoui. Sotto, la vittima Sofia Castelli (Ansa)
Due donne assassinate in modo spietato da due uomini di origine straniera che poi sono corsi in caserma a consegnarsi, sperando di liberarsi la coscienza. Uno a Cologno Monzese (Milano), l’altro a Rovereto (Trento). Una studentessa e una pensionata. Strappate via a coltellate la prima e a colpi d’ascia la seconda.
Sofia Castelli aveva solo 20 anni e il sogno di laurearsi in sociologia alla Bicocca mentre lavorava da cassiera in un market, si è accasciata in una pozza di sangue, sgozzata con un coltellaccio da Zakaria Atqaoui, 23 anni, nato a Rivoli, in provincia di Torino, ma di origini marocchine. Origini che rivendicava sui social, dove sono ben presenti le gif (foto animate) della stella verde su sfondo rosso, ovvero la bandiera del Marocco. Lei lo aveva lasciato, ma continuava a vederlo. E l’altra notte, che era da sola a casa perché i genitori erano in Sardegna per partecipare alla festa di un matrimonio, dopo una serata passata in discoteca con lui e con un’amica, ha commesso l’errore più grave: permettergli di salire nell’appartamento di Corso Roma a Cologno Monzese.
Zakaria durante una lite ha preso un coltellaccio e l’ha colpita al collo con più fendenti. Le ultime ore di vita della ragazza sono ricostruite nelle sue storie di Instagram. Alle 5.58, rientrando a casa, ha immortalato il cielo albeggiante sulla palazzina in cui viveva con i suoi. Ma probabilmente era già inquieta, visto che il sottofondo musicale che aveva scelto, una canzone del rapper Vegas Jones, nella quale l’artista manda a quel paese la gente che ha attorno e a cui sostiene di non dover rendere conto. Le ultime frasi sono: «Non ti permetto di metterci bocca, non l’ho mai lasciato fare a nessuno». Era probabilmente quello che Sofia avrebbe voluto dire a Zakaria. E forse, poi, una volta a casa l’ha fatto davvero. Ma di certo non immaginava che quel ragazzo che conosceva sin dall’adolescenza, e che i suoi genitori avevano accolto come un figlio, potesse arrivare a commettere quel gesto estremo.
Le poche foto che Sofia ha postato la descrivono come una delle tante ragazze della sua età: il selfie davanti allo specchio con l’iPhone in mano, l’abito dal corpetto scintillante da indossare in discoteca, una vacanza in Sicilia con le amiche. Fino a venerdì. Quella notte maledetta passata al Beach club, una discoteca milanese, alla quale Sofia ha dedicato due video. Aveva le ore contate. All’alba è scattato qualcosa nella testa di Zakaria. Qualcosa che non ha ancora spiegato.
Il movente, infatti, è già un rompicapo per i carabinieri di Cologno Monzese, che stanno cercando di ricostruire, passo dopo passo, la vicenda. Zakaria è corso al comando della polizia locale, ha confessato l’omicidio e per lui la Procura ha disposto un fermo di indiziato di delitto. Cosa sia accaduto tra le 5.58, ora dell’ultimo post della ragazza, e le 9 del mattino, quando Zakaria è arrivato in caserma, è ancora un mistero, che l’indagato non ha chiarito durante l’interrogatorio con il pm di Monza Emma Gambardella.
Il magistrato ha svolto anche un sopralluogo nell’appartamento, dove sono in corso i rilievi della sezione investigazioni scientifiche del Nucleo investigativo dell’Arma.
Mara Fait, infermiera caposala all’ospedale di Rovereto in pensione, invece, da anni subiva le angherie del vicino di casa albanese, Shehi Zyba Ilir, 48 anni, operaio. Pure lui dopo il delitto si è consegnato ai carabinieri e ha confessato. Ora è in carcere a Spini di Gardolo. Alle 20 di venerdì l’albanese, che occupava uno dei cinque appartamenti della palazzina di via Fontani davanti alla quale è avvenuto l’omicidio (gli altri quattro sono di proprietà della vittima), stava tornando dall’orto con un’accetta da taglialegna e, quando si è trovato Mara sulla sua strada, l’ha colpita alla testa davanti agli occhi dell’anziana madre, che si è trasformata nella testimone oculare del delitto.
I rapporti tra i due erano conflittuali da anni per questioni condominiali. E più volte erano sfociati in azioni legali. E Mara aveva chiesto perfino l’attivazione del Codice rosso, il programma di tutela delle donne che subiscono violenze e atti persecutori, ma è rimasta inascoltata. L’ultima denuncia risale allo scorso marzo, quando la donna ha denunciato l’albanese per aggressione. Temeva per la sua incolumità. E ieri è arrivata la prova che non si trattava di paranoie. Shehi ha brandito l’ascia, che poi ha buttato in un cespuglio (dove è stato ritrovato dai carabinieri), e si è diretto in caserma. Agli inquirenti ha detto di essere esasperato e di non ricordare cosa sia successo: «Quando l’ho vista non ho capito più nulla». Poi il black out. Le scene successive le ha raccontate ai carabinieri e al pm Viviana Del Tedesco la mamma della vittima. Il figlio della vittima si è affacciato alla finestra solo in un secondo momento, quando ha sentito le urla. Quando è corso in strada ha trovato il corpo di sua madre a terra e la nonna in lacrime.
Col mare calmo tornano gli sbarchi. A Lampedusa arrivano 330 migranti
C’era stato il mare mosso e gli sbarchi si erano fermati, poi il mare è tornato calmo e gli sbarchi sono ricominciati. Senza fine. Senza tregua. In una continua emorragia che scarica i migranti dal mare.
Dato aggiornato a ieri pomeriggio, i migranti approdati a Lampedusa erano 330 per un totale di 11 sbarchi. Per lo più subsahariani, qualche tunisino ed egiziano. Hanno detto di essere salpati da Sfax, città portuale della costa orientale della Tunisia. Tutti sono stati portati all’hotspot dell’isola, dove le presenze sono tornate a salire.
Ieri mattina erano 645, ma ieri pomeriggio, in seguito ai trasferimenti effettuati, erano poco meno di 600. Venerdì scorso erano 320. Ma il problema non è tanto l’hotspot di Lampedusa, dove la permanenza media di un migrante è di 28 ore, il problema è che questi poi vanno trasferiti, redistribuiti e non si sa più dove metterli. In alcune regioni d’Italia sono già apparsi i primi accampamenti e si rischia di tornare all’era delle tendopoli. A Verona per esempio, due settimane fa sono apparse le tende mimetiche dell’esercito perché la struttura della vecchia palazzina Nato, nella zona delle Torricelle, adibita a ospitare i «profughi», ha esaurito i posti disponibili. Stop. Finito. Non ci stanno più.
Quando i migranti arrivano a Lampedusa infatti, mettono piede sul molo scortati dalle barche della guardia costiera e della guardia di finanza, i sanitari poi prendono un braccialetto, danno ai richiedenti asilo un codice di arrivo e un documento dove viene indicata la nazionalità dichiarata, l’età approssimativa, e l’indicazione se il soggetto arriva in gruppo, in famiglia o da solo. Se il migrante ha necessità viene assistito medicalmente, altrimenti sale sul pullman e viene portato all’hotspot. Qui la procedura di identificazione dura ore, i migranti vengono chiamati per gruppo di sbarco e poi vengono smistati. Infatti, ieri in giornata ne sono stati trasferiti 345 e in serata 180.
Alle dieci di ieri mattina, i 345 migranti sono stati imbarcati sulla nave Galaxy, il traghetto di linea che collega Porto Empedocle con le isole Pelagie, e a scortarli sulla motonave c’erano due squadre del battaglione Sicilia e Puglia. Ma gli arrivi sono veramente tanti. Giusto per rendere l’idea. La settimana scorsa, nella notte tra venerdì e sabato, i barchini soccorsi dalla guardia di finanza e dalla capitaneria di porto, sono stati 7. E venerdì 21 luglio, sull’isola di Lampedusa ci sono stati ben 28 approdi per un totale di 936 persone. Numeri da far accapponare la pelle.
Sempre due settimane fa, c’è stato un momento in cui al centro della contrada Imbriacola c’erano 2501 ospiti, poi 760 sono stati scortati dalla polizia e trasferiti verso il porto. Tre giorni fa, AlarmPhone, la piattaforma nata per soccorrere i migranti in mare, alle 22.35 lanciava l’allarme per una «barca in pericolo con 100 persone a bordo tra Corfù e l’Italia». «Le autorità sono allertate», scrivevano, «e chiediamo loro di soccorrere senza indugio». E che vengano soccorsi, su questo non ci piove, a parlare sono i numeri. Ma a Catania in meno di tre mesi, in 15.000 sono stati accolti nella struttura di via Forcile, nei locali dell’ex mercato ortofrutticolo ed ex hub vaccinale. Impressiona soprattutto il numero di minori, ossia 700. E una decina di donne in gravidanza. Migranti provenienti soprattutto dalla Tunisia, ma anche eritrei, etiopi, afgani, egiziani, marocchini.
Nelle ultime settimane la struttura ha raggiunto picchi di 500 persone assistite al giorno, e ieri era previsto l’arrivo di altri 400 migranti provenienti da Porto Empedocle. Qui l’ospitalità dura di media dai due ai quattro giorni, poi gli ospiti vengono preparati per il trasferimento nelle varie regioni. E infatti arrivano ormai in tutta Italia. Da inizio anno ne sono sbarcati finora 83.439.
«Ammirevole lo sforzo di tanti catanesi che, facenti parte di varie associazioni», ha detto il vescovo Luigi Renna, «muovono un piccolo esercito di volontari per rispondere all’emergenza».
Continua a leggereRiduci
Orrore a Cologno Monzese: il giovane ha ucciso a coltellate la studentessa universitaria, poi è andato in caserma a confessare. A Rovereto una infermiera in pensione è stata ammazzata a colpi di ascia dal vicino albanese: «L’ho vista e ho perso la testa».Nuovi sbarchi a Lampedusa: I barchini sarebbero partiti dalla Tunisia. Hotspot al limite malgrado i trasferimenti.Lo speciale contiene due articoli.Due donne assassinate in modo spietato da due uomini di origine straniera che poi sono corsi in caserma a consegnarsi, sperando di liberarsi la coscienza. Uno a Cologno Monzese (Milano), l’altro a Rovereto (Trento). Una studentessa e una pensionata. Strappate via a coltellate la prima e a colpi d’ascia la seconda. Sofia Castelli aveva solo 20 anni e il sogno di laurearsi in sociologia alla Bicocca mentre lavorava da cassiera in un market, si è accasciata in una pozza di sangue, sgozzata con un coltellaccio da Zakaria Atqaoui, 23 anni, nato a Rivoli, in provincia di Torino, ma di origini marocchine. Origini che rivendicava sui social, dove sono ben presenti le gif (foto animate) della stella verde su sfondo rosso, ovvero la bandiera del Marocco. Lei lo aveva lasciato, ma continuava a vederlo. E l’altra notte, che era da sola a casa perché i genitori erano in Sardegna per partecipare alla festa di un matrimonio, dopo una serata passata in discoteca con lui e con un’amica, ha commesso l’errore più grave: permettergli di salire nell’appartamento di Corso Roma a Cologno Monzese. Zakaria durante una lite ha preso un coltellaccio e l’ha colpita al collo con più fendenti. Le ultime ore di vita della ragazza sono ricostruite nelle sue storie di Instagram. Alle 5.58, rientrando a casa, ha immortalato il cielo albeggiante sulla palazzina in cui viveva con i suoi. Ma probabilmente era già inquieta, visto che il sottofondo musicale che aveva scelto, una canzone del rapper Vegas Jones, nella quale l’artista manda a quel paese la gente che ha attorno e a cui sostiene di non dover rendere conto. Le ultime frasi sono: «Non ti permetto di metterci bocca, non l’ho mai lasciato fare a nessuno». Era probabilmente quello che Sofia avrebbe voluto dire a Zakaria. E forse, poi, una volta a casa l’ha fatto davvero. Ma di certo non immaginava che quel ragazzo che conosceva sin dall’adolescenza, e che i suoi genitori avevano accolto come un figlio, potesse arrivare a commettere quel gesto estremo. Le poche foto che Sofia ha postato la descrivono come una delle tante ragazze della sua età: il selfie davanti allo specchio con l’iPhone in mano, l’abito dal corpetto scintillante da indossare in discoteca, una vacanza in Sicilia con le amiche. Fino a venerdì. Quella notte maledetta passata al Beach club, una discoteca milanese, alla quale Sofia ha dedicato due video. Aveva le ore contate. All’alba è scattato qualcosa nella testa di Zakaria. Qualcosa che non ha ancora spiegato. Il movente, infatti, è già un rompicapo per i carabinieri di Cologno Monzese, che stanno cercando di ricostruire, passo dopo passo, la vicenda. Zakaria è corso al comando della polizia locale, ha confessato l’omicidio e per lui la Procura ha disposto un fermo di indiziato di delitto. Cosa sia accaduto tra le 5.58, ora dell’ultimo post della ragazza, e le 9 del mattino, quando Zakaria è arrivato in caserma, è ancora un mistero, che l’indagato non ha chiarito durante l’interrogatorio con il pm di Monza Emma Gambardella. Il magistrato ha svolto anche un sopralluogo nell’appartamento, dove sono in corso i rilievi della sezione investigazioni scientifiche del Nucleo investigativo dell’Arma. Mara Fait, infermiera caposala all’ospedale di Rovereto in pensione, invece, da anni subiva le angherie del vicino di casa albanese, Shehi Zyba Ilir, 48 anni, operaio. Pure lui dopo il delitto si è consegnato ai carabinieri e ha confessato. Ora è in carcere a Spini di Gardolo. Alle 20 di venerdì l’albanese, che occupava uno dei cinque appartamenti della palazzina di via Fontani davanti alla quale è avvenuto l’omicidio (gli altri quattro sono di proprietà della vittima), stava tornando dall’orto con un’accetta da taglialegna e, quando si è trovato Mara sulla sua strada, l’ha colpita alla testa davanti agli occhi dell’anziana madre, che si è trasformata nella testimone oculare del delitto.I rapporti tra i due erano conflittuali da anni per questioni condominiali. E più volte erano sfociati in azioni legali. E Mara aveva chiesto perfino l’attivazione del Codice rosso, il programma di tutela delle donne che subiscono violenze e atti persecutori, ma è rimasta inascoltata. L’ultima denuncia risale allo scorso marzo, quando la donna ha denunciato l’albanese per aggressione. Temeva per la sua incolumità. E ieri è arrivata la prova che non si trattava di paranoie. Shehi ha brandito l’ascia, che poi ha buttato in un cespuglio (dove è stato ritrovato dai carabinieri), e si è diretto in caserma. Agli inquirenti ha detto di essere esasperato e di non ricordare cosa sia successo: «Quando l’ho vista non ho capito più nulla». Poi il black out. Le scene successive le ha raccontate ai carabinieri e al pm Viviana Del Tedesco la mamma della vittima. Il figlio della vittima si è affacciato alla finestra solo in un secondo momento, quando ha sentito le urla. Quando è corso in strada ha trovato il corpo di sua madre a terra e la nonna in lacrime.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chiariamoci-marocchino-sgozza-la-ex-2662568278.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="col-mare-calmo-tornano-gli-sbarchi-a-lampedusa-arrivano-330-migranti" data-post-id="2662568278" data-published-at="1690664409" data-use-pagination="False"> Col mare calmo tornano gli sbarchi. A Lampedusa arrivano 330 migranti C’era stato il mare mosso e gli sbarchi si erano fermati, poi il mare è tornato calmo e gli sbarchi sono ricominciati. Senza fine. Senza tregua. In una continua emorragia che scarica i migranti dal mare. Dato aggiornato a ieri pomeriggio, i migranti approdati a Lampedusa erano 330 per un totale di 11 sbarchi. Per lo più subsahariani, qualche tunisino ed egiziano. Hanno detto di essere salpati da Sfax, città portuale della costa orientale della Tunisia. Tutti sono stati portati all’hotspot dell’isola, dove le presenze sono tornate a salire. Ieri mattina erano 645, ma ieri pomeriggio, in seguito ai trasferimenti effettuati, erano poco meno di 600. Venerdì scorso erano 320. Ma il problema non è tanto l’hotspot di Lampedusa, dove la permanenza media di un migrante è di 28 ore, il problema è che questi poi vanno trasferiti, redistribuiti e non si sa più dove metterli. In alcune regioni d’Italia sono già apparsi i primi accampamenti e si rischia di tornare all’era delle tendopoli. A Verona per esempio, due settimane fa sono apparse le tende mimetiche dell’esercito perché la struttura della vecchia palazzina Nato, nella zona delle Torricelle, adibita a ospitare i «profughi», ha esaurito i posti disponibili. Stop. Finito. Non ci stanno più. Quando i migranti arrivano a Lampedusa infatti, mettono piede sul molo scortati dalle barche della guardia costiera e della guardia di finanza, i sanitari poi prendono un braccialetto, danno ai richiedenti asilo un codice di arrivo e un documento dove viene indicata la nazionalità dichiarata, l’età approssimativa, e l’indicazione se il soggetto arriva in gruppo, in famiglia o da solo. Se il migrante ha necessità viene assistito medicalmente, altrimenti sale sul pullman e viene portato all’hotspot. Qui la procedura di identificazione dura ore, i migranti vengono chiamati per gruppo di sbarco e poi vengono smistati. Infatti, ieri in giornata ne sono stati trasferiti 345 e in serata 180. Alle dieci di ieri mattina, i 345 migranti sono stati imbarcati sulla nave Galaxy, il traghetto di linea che collega Porto Empedocle con le isole Pelagie, e a scortarli sulla motonave c’erano due squadre del battaglione Sicilia e Puglia. Ma gli arrivi sono veramente tanti. Giusto per rendere l’idea. La settimana scorsa, nella notte tra venerdì e sabato, i barchini soccorsi dalla guardia di finanza e dalla capitaneria di porto, sono stati 7. E venerdì 21 luglio, sull’isola di Lampedusa ci sono stati ben 28 approdi per un totale di 936 persone. Numeri da far accapponare la pelle. Sempre due settimane fa, c’è stato un momento in cui al centro della contrada Imbriacola c’erano 2501 ospiti, poi 760 sono stati scortati dalla polizia e trasferiti verso il porto. Tre giorni fa, AlarmPhone, la piattaforma nata per soccorrere i migranti in mare, alle 22.35 lanciava l’allarme per una «barca in pericolo con 100 persone a bordo tra Corfù e l’Italia». «Le autorità sono allertate», scrivevano, «e chiediamo loro di soccorrere senza indugio». E che vengano soccorsi, su questo non ci piove, a parlare sono i numeri. Ma a Catania in meno di tre mesi, in 15.000 sono stati accolti nella struttura di via Forcile, nei locali dell’ex mercato ortofrutticolo ed ex hub vaccinale. Impressiona soprattutto il numero di minori, ossia 700. E una decina di donne in gravidanza. Migranti provenienti soprattutto dalla Tunisia, ma anche eritrei, etiopi, afgani, egiziani, marocchini. Nelle ultime settimane la struttura ha raggiunto picchi di 500 persone assistite al giorno, e ieri era previsto l’arrivo di altri 400 migranti provenienti da Porto Empedocle. Qui l’ospitalità dura di media dai due ai quattro giorni, poi gli ospiti vengono preparati per il trasferimento nelle varie regioni. E infatti arrivano ormai in tutta Italia. Da inizio anno ne sono sbarcati finora 83.439. «Ammirevole lo sforzo di tanti catanesi che, facenti parte di varie associazioni», ha detto il vescovo Luigi Renna, «muovono un piccolo esercito di volontari per rispondere all’emergenza».
Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi al suo arrivo ai colloqui in Oman (Ansa)
Gli incontri, mediati dal governo dell’Oman, hanno avuto luogo in due sessioni: una mattutina e un’altra pomeridiana. «Si sono tenuti colloqui molto seri di mediazione tra Iran e Stati Uniti oggi a Muscat. Sono stati utili per chiarire le idee sia iraniane che americane e individuare aree di potenziale progresso. Puntiamo a riunirci nuovamente a tempo debito, con i risultati che saranno attentamente valutati a Teheran e Washington», ha dichiarato il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr bin Hamad Al Busaidi, dopo la conclusione dei colloqui.
Eppure, se Teheran ha espresso una certa soddisfazione per l’incontro di ieri, Washington si è mostrata molto più fredda. Da una parte, Araghchi, che vedrà oggi il primo ministro qatariota Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, ha definito «positivo» il risultato dei colloqui, specificando che i negoziati proseguiranno. «Il prerequisito per qualsiasi dialogo è astenersi da minacce e pressioni», ha anche detto, per poi specificare che le trattative con gli Stati Uniti riguarderebbero soltanto la questione nucleare. Se confermato, ciò si discosterebbe nettamente dai desiderata di Washington che, negli scorsi giorni, aveva fatto sapere di voler discutere anche di altri dossier: dal programma balistico di Teheran ai rapporti di quest’ultima con i suoi proxy regionali. Non solo: secondo il Wall Street Journal, Araghchi, nel corso del vertice, avrebbe altresì respinto la richiesta americana di bloccare il processo di arricchimento dell’uranio iraniano.
Non è quindi escluso che gli Stati Uniti non siano troppo contenti. Sotto questo aspetto, è significativo il fatto che, quando La Verità andava in stampa ieri sera, Washington non avesse ancora rilasciato un commento sui colloqui di Muscat: colloqui, dopo la cui conclusione l’America ha, anzi, imposto nuove sanzioni a 15 entità e a 14 navi, coinvolte nel commercio petrolifero iraniano. «Finché il regime iraniano tenterà di eludere le sanzioni e di generare entrate dal petrolio e dai prodotti petrolchimici per finanziare il suo comportamento oppressivo e sostenere attività terroristiche e proxy, gli Stati Uniti agiranno per inchiodare alle loro responsabilità sia il regime iraniano che i suoi partner», ha affermato, a tal proposito, il governo statunitense.
Insomma, al netto del rilancio della diplomazia, il quadro complessivo resta teso. Basti pensare che, appena poche ore prima dell’inizio dei colloqui in Oman, il Dipartimento di Stato americano aveva esortato i cittadini statunitensi presenti in Iran a lasciare il Paese. Inoltre, il regime khomeinista non sembra granché compatto al suo interno per quanto riguarda la linea da seguire nei rapporti con gli Stati Uniti. Se Araghchi sembra spingere per il negoziato, i pasdaran stanno cercando di sabotare la distensione: l’altro ieri, hanno sequestrato due petroliere nel Golfo Persico, schierando inoltre un nuovo missile balistico a medio raggio in una base sotterranea. Infine, bisogna fare attenzione ai precedenti storici. Anche l’anno scorso, i negoziati tra Washington e Teheran erano partiti beni: a un certo punto, sembrava addirittura che un accordo sul nucleare tra le due capitali fosse a portata di mano. Poi, però, il processo si incagliò sulla questione dell’arricchimento dell’uranio. Si entrò così in uno stallo che avrebbe infine portato, nel mese di giugno, all’attacco americano contro i siti atomici iraniani.
La situazione complessiva resta ricca di fibrillazioni. E Israele si fa sempre più irrequieto. Ynet ha riferito ieri che i vertici militari dello Stato ebraico avrebbero discusso di una possibile operazione contro l’Iran, in caso di un attacco bellico statunitense.
Continua a leggereRiduci
Il generale russo Vladimir Alekseyev (Ansa)
Ieri mattina, in un condominio di Mosca, il generale russo Vladimir Alekseyev è stato ferito gravemente da diversi colpi di arma da fuoco. A ricostruire la dinamica è stato il quotidiano Kommersant: l’aggressore, prima di scappare, ha sparato sulle scale del palazzo, colpendo il braccio, il piede e il petto di Alekseyev. Sull’attentato sono al lavoro «le agenzie di intelligence», ha riferito il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Ma, sebbene l’identità dell’aggressore non sia ancora nota, i primi sospetti sono ricaduti su Kiev. Ad accusare esplicitamente l’Ucraina è stato il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov: «Questo atto ancora una volta ha confermato la determinazione del regime di Zelensky nel provocare continuamente per far saltare il processo negoziale». Però, nonostante le accuse, Peskov ha confermato che a breve si svolgeranno altri negoziati sulla pace in Ucraina.
Quel che è certo è che Alekseyev ha svolto un ruolo di primo piano nei servizi di intelligence su diversi fronti. Il generale di 64 anni, premiato dal presidente russo, Vladimir Putin, con il titolo di Eroe della Federazione russa, è uno degli ufficiali di alto rango che ha condiviso con lo zar le informazioni di intelligence per l’invasione dell’Ucraina nel 2022. Tra l’altro, nell’estate del 2023, ha negoziato con Yevgeny Prigozhin durante l’ammutinamento del gruppo Wagner. Il generale è anche finito nel mirino delle sanzioni degli Stati Uniti e dell’Ue: nel primo caso per la presunta interferenza russa nelle elezioni presidenziali americane del 2016, nel secondo per l’avvelenamento nel 2018 a Salisbury dell’ex agente russo, Sergei Skripal. Pur non rivendicando l’attacco, il comandante del reggimento ucraino Azov, Denys Prokopenko, ha scritto che, nel caso in cui Alekseyev sopravvivesse, «non dormirebbe sonni tranquilli». Stando a quanto reso noto da Prokopenko, nel maggio del 2022 il generale russo avrebbe rappresentato Mosca nei colloqui a Mariupol durante il ritiro dei militari ucraini dall’acciaieria Azovstal. E «la tortura regolare dei combattenti catturati dell’Azov» sono la prova di quanto Alekseyev avesse infranto la promessa di rispettare la Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra.
Contro la Russia è intanto in arrivo il ventesimo pacchetto di sanzioni dell’Ue. E per la ventesima volta, il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è convinta che le misure funzioneranno. Visto che «questo è l’unico linguaggio che la Russia capisce», von der Leyen ha annunciato che la Commissione «sta proponendo un nuovo pacchetto di sanzioni» che «riguarda energia, servizi finanziari e commercio». Per quanto riguarda il settore energetico, ha comunicato che sarà introdotto «un divieto totale dei servizi marittimi per il petrolio greggio russo». Tra i bersagli di Bruxelles anche «20 banche russe», «una serie di raffinerie in Russia colpite dai raid ucraini, per impedire il coinvolgimento di operatori dell’Ue nelle loro riparazioni» e «altre società coinvolte nella prospezione, nella trivellazione e nel trasporto di petrolio». L’alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, pure lei certa che «le sanzioni danneggiano gravemente l’economia russa», visto che Mosca «non è invincibile» e «sta perdendo terreno», ha dichiarato che verrà proposto «di attivare il nostro strumento anti-elusione verso un Paese per impedire che prodotti sensibili raggiungano la Russia».
Ma mentre i vertici di Bruxelles continuano la stretta su Mosca, sempre più Paesi mirano invece ad aprire un canale di comunicazione con il Cremlino. A incassare il colpo è l’Ue: la portavoce della Commissione, Paula Pinho, ha ammesso: «Stiamo effettivamente assistendo a un cambiamento nella posizione di alcuni Stati membri». Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, seppur contrario ad aprire «canali per colloqui paralleli» visto che i negoziati di Abu Dhabi restano centrali, ha comunque dichiarato: «Noi siamo sempre pronti ad avere dei colloqui con la Russia». Lo stesso Lavrov ha rivelato che Mosca è in contatto «segreto» con alcuni leader europei, la cui posizione però non differisce da quanto dichiarano pubblicamente. Ha poi bollato i tentativi del presidente francese, Emmanuel Macron, di dialogare con Putin come «una diplomazia patetica», visto che non ha mai telefonato allo zar.
Chi cerca un accordo con Mosca è Washington, nell’ambito della non proliferazione nucleare. Dopo la scadenza del trattato New Start sia la Russia sia gli Stati Uniti sono decisi ad aprire nuovi colloqui in merito. Il sottosegretario di Stato americano per il controllo degli armamenti, Thomas DiNanno, sostiene però la necessità che «al tavolo dei negoziati» si unisca anche la Cina, visto che «l’arsenale nucleare cinese non ha limiti». Dall’altra parte, per la Russia, nelle trattative devono essere coinvolti anche il Regno Unito e la Francia.
Continua a leggereRiduci
Roberto Vannacci. Nel riquadro, Rossano Sasso ed Edoardo Ziello (Ansa)
Il carro è pronto, i buoi pure. Il progetto politico di Roberto Vannacci, pare prendere forma.
«Non voglio far vincere la sinistra. Futuro Nazionale è uno squillo di tromba, una sveglia per una destra che ha perso radici e identità», sostiene il generale. Arianna Meloni è tranquilla: «Vannacci toglie voti alla premier? Siamo ancora all’inizio, non ci preoccupiamo». L’umore nero di Matteo Salvini, invece, riecheggia su Radio24: «Mi sono fidato della parola di un uomo, evidentemente è stata fiducia mal riposta». Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, a Sky Tg24, lo definisce «incompatibile con i valori della Lega, che è stata un taxi anche molto comodo sul quale si è seduto». L’avventura ultrasovranista dell’ex generale apre le porte ai primi aspiranti adepti e rimescola le carte in Parlamento. In tanti sono pronti a dire «ci sono», ma con una postilla grossa come una casa. Serve una classe dirigente. Tradotto: vogliono sapere chi comanda, chi paga e chi garantisce per loro un seggio sicuro. Lasciare un partito va bene, ma rimanere senza poltrona mai. A Vannacci riconoscono il carisma di un vero patriota ma la fedeltà passa prima dall’ufficio di un notaio.
Chi si butta a corpo morto nel sacro fuoco del sovranismo sono i deputati (ex) leghisti Edoardo Ziello e Rossano Sasso. Ieri hanno lasciato la Lega e sono entrati, a piedi, nel grande garage del gruppo misto: «Seguiamo Vannacci nella sua battaglia identitaria e sovranista». Un altro che non ha avuto esitazioni è Emanuele Pozzolo, anche lui nel minestrone del misto, emarginato da Fratelli d’Italia per aver ferito una persona con una pistola ad una festa di Capodanno. Per lui Vannacci è destinato a diventare il Charles de Gaulle italiano. La concorrenza si fa affollata, il posto buono in lista non è infinito e la fila si allunga. Ex leghisti in cerca d’autore, raccattati, transfughi ideologici, nostalgici assortiti e qualche impresentabile. Qualche giorno fa, a proposito dei fantomatici incontri tra Vannacci, Matteo Renzi e Giuseppe Conte, l’ex generale scrisse su Facebook: «Di questo passo ci diranno che sono pronto a prendere come portavoce Luxuria, come responsabile della sicurezza Ilaria Salis e come tesoriere Mimmo Lucano. Soumahoro sarebbe naturalmente ministro dell’Agricoltura». L’ex paladino dei braccianti ieri ha smentito i rumors di un suo possibile ingresso nel movimento dell’ex parà: «Una barzelletta che mi ha fatto sorridere, essendo la notizia completamente priva di fondamento e che pertanto smentisco totalmente. Mi sorprende, inoltre, che provenga da persone che avrebbero potuto, se non altro, contattarmi direttamente, anziché diffondere un mucchio di falsità».
Il folklore attorno a Vannacci continua con il sindaco di Pennabili (comune di 2.000 anime in provincia di Rimini), Mauro Giannini, il quale si dichiara pronto a sostenere Vannacci, «patriota vero», con toni da adunata del Ventennio e camicia strappata per mostrare il tatuaggio della Decima Mas. «Sarà la nostra Decima che rivolterà questo mondo al contrario. Per lui sono pronto a versare il mio sangue: se fallisce, questo è il mio petto, fucilatemi». Una scena che sembra uscita dall’Istituto Luce e caricata su Instagram. Non meno pittoresco Stefano Valdegamberi, imposto da Vannacci come consigliere della Lega in Veneto, il quale vuol farci digerire che difendere Vladimir Putin significa difendere la democrazia. Il premio del grande guazzabuglio va però a Mario Adinolfi, che vaneggia di un tridente con Vannacci e Fabrizio Corona a difesa della cristianità e dei valori morali. «Noi del Popolo della Famiglia siamo pronti a raccogliere le firme». Pure Marco Rizzo, ex comunista oggi sovranista integralista, con la sua Democrazia sovrana popolare, apre a collaborazioni. Tra i veterani rispunta Mario Borghezio, convinto che Salvini abbia snaturato la Lega e che Vannacci possa intercettare una folla di scontenti.
Insomma, il mercato è aperto e i colori sono quelli del banco della frutta. Tutti. A orbitare attorno a Futuro Nazionale c’è anche Simone Ruzzi, conosciuto come «Cicalone», ex kickboxer e paladino metropolitano contro borseggiatori e degrado. «Sono disponibile a collaborare con lui come consulente». Per candidarsi c’è sempre tempo. Infine, c’è pure chi, a sorpresa, dice no e resta dov’è, come il deputato leghista Domenico Furgiuele, quello che voleva fare la conferenza stampa con Casapound alla Camera sulla remigrazione, che ringrazia ma prosegue col Carroccio. Il progetto di Vannacci è pronto, in tanti vogliono arrampicarsi, soprattutto quelli che non hanno nulla da perdere, in cerca di notorietà. Mentre questo raduno avanza, c’è da risolvere il problema del simbolo. Il marchio «Futuro Nazionale» risultava già registrato. Ma ieri questa nube si è dissolta. Il simbolo fu infatti depositato nel 2010 all’Ufficio brevetti e marchi del ministero delle Imprese da un ex consigliere regionale M5s, Riccardo Mercante, poi deceduto in un incidente stradale nel 2020. «Non mi piace Vannacci. Non mi piace proprio. E non intendiamo cedergli il marchio depositato da mio marito», ha dichiarato al Fatto quotidiano la vedova del penstallato, Marina Caprioni. Tuttavia si è scoperto che la registrazione non è stata rinnovata alla scadenza dei dieci anni come la legge impone, pertanto è libero da ogni proprietà. «Finché non c’è nulla di diverso - replica Vannacci - continueremo a usare il simbolo. Se non c’è nulla di vietato si può usare».
Il portavoce del movimento «Il Mondo al Contrario» e consigliere regionale della Toscana Massimiliano Simoni, chiarisce: "Il nome e simbolo di Futuro Nazionale sono registrati regolarmente. Il presidente del Mondo al Contrario ha inviato semplicemente un messaggio agli associati per chiarire che l’uso improprio e non autorizzato del simbolo di Futuro Nazionale che è di Vannacci non può essere usato per qualsiasi fine o scopo se non previa autorizzazione. Noi partiamo lunedì con l’organizzazione del partito a livello territoriale e quindi fino a quel momento queste sono le disposizioni».
Continua a leggereRiduci