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2023-07-30
«Chiariamoci». Marocchino sgozza la ex
In alto l'assassino, Zakaria Atqaoui. Sotto, la vittima Sofia Castelli (Ansa)
Due donne assassinate in modo spietato da due uomini di origine straniera che poi sono corsi in caserma a consegnarsi, sperando di liberarsi la coscienza. Uno a Cologno Monzese (Milano), l’altro a Rovereto (Trento). Una studentessa e una pensionata. Strappate via a coltellate la prima e a colpi d’ascia la seconda.
Sofia Castelli aveva solo 20 anni e il sogno di laurearsi in sociologia alla Bicocca mentre lavorava da cassiera in un market, si è accasciata in una pozza di sangue, sgozzata con un coltellaccio da Zakaria Atqaoui, 23 anni, nato a Rivoli, in provincia di Torino, ma di origini marocchine. Origini che rivendicava sui social, dove sono ben presenti le gif (foto animate) della stella verde su sfondo rosso, ovvero la bandiera del Marocco. Lei lo aveva lasciato, ma continuava a vederlo. E l’altra notte, che era da sola a casa perché i genitori erano in Sardegna per partecipare alla festa di un matrimonio, dopo una serata passata in discoteca con lui e con un’amica, ha commesso l’errore più grave: permettergli di salire nell’appartamento di Corso Roma a Cologno Monzese.
Zakaria durante una lite ha preso un coltellaccio e l’ha colpita al collo con più fendenti. Le ultime ore di vita della ragazza sono ricostruite nelle sue storie di Instagram. Alle 5.58, rientrando a casa, ha immortalato il cielo albeggiante sulla palazzina in cui viveva con i suoi. Ma probabilmente era già inquieta, visto che il sottofondo musicale che aveva scelto, una canzone del rapper Vegas Jones, nella quale l’artista manda a quel paese la gente che ha attorno e a cui sostiene di non dover rendere conto. Le ultime frasi sono: «Non ti permetto di metterci bocca, non l’ho mai lasciato fare a nessuno». Era probabilmente quello che Sofia avrebbe voluto dire a Zakaria. E forse, poi, una volta a casa l’ha fatto davvero. Ma di certo non immaginava che quel ragazzo che conosceva sin dall’adolescenza, e che i suoi genitori avevano accolto come un figlio, potesse arrivare a commettere quel gesto estremo.
Le poche foto che Sofia ha postato la descrivono come una delle tante ragazze della sua età: il selfie davanti allo specchio con l’iPhone in mano, l’abito dal corpetto scintillante da indossare in discoteca, una vacanza in Sicilia con le amiche. Fino a venerdì. Quella notte maledetta passata al Beach club, una discoteca milanese, alla quale Sofia ha dedicato due video. Aveva le ore contate. All’alba è scattato qualcosa nella testa di Zakaria. Qualcosa che non ha ancora spiegato.
Il movente, infatti, è già un rompicapo per i carabinieri di Cologno Monzese, che stanno cercando di ricostruire, passo dopo passo, la vicenda. Zakaria è corso al comando della polizia locale, ha confessato l’omicidio e per lui la Procura ha disposto un fermo di indiziato di delitto. Cosa sia accaduto tra le 5.58, ora dell’ultimo post della ragazza, e le 9 del mattino, quando Zakaria è arrivato in caserma, è ancora un mistero, che l’indagato non ha chiarito durante l’interrogatorio con il pm di Monza Emma Gambardella.
Il magistrato ha svolto anche un sopralluogo nell’appartamento, dove sono in corso i rilievi della sezione investigazioni scientifiche del Nucleo investigativo dell’Arma.
Mara Fait, infermiera caposala all’ospedale di Rovereto in pensione, invece, da anni subiva le angherie del vicino di casa albanese, Shehi Zyba Ilir, 48 anni, operaio. Pure lui dopo il delitto si è consegnato ai carabinieri e ha confessato. Ora è in carcere a Spini di Gardolo. Alle 20 di venerdì l’albanese, che occupava uno dei cinque appartamenti della palazzina di via Fontani davanti alla quale è avvenuto l’omicidio (gli altri quattro sono di proprietà della vittima), stava tornando dall’orto con un’accetta da taglialegna e, quando si è trovato Mara sulla sua strada, l’ha colpita alla testa davanti agli occhi dell’anziana madre, che si è trasformata nella testimone oculare del delitto.
I rapporti tra i due erano conflittuali da anni per questioni condominiali. E più volte erano sfociati in azioni legali. E Mara aveva chiesto perfino l’attivazione del Codice rosso, il programma di tutela delle donne che subiscono violenze e atti persecutori, ma è rimasta inascoltata. L’ultima denuncia risale allo scorso marzo, quando la donna ha denunciato l’albanese per aggressione. Temeva per la sua incolumità. E ieri è arrivata la prova che non si trattava di paranoie. Shehi ha brandito l’ascia, che poi ha buttato in un cespuglio (dove è stato ritrovato dai carabinieri), e si è diretto in caserma. Agli inquirenti ha detto di essere esasperato e di non ricordare cosa sia successo: «Quando l’ho vista non ho capito più nulla». Poi il black out. Le scene successive le ha raccontate ai carabinieri e al pm Viviana Del Tedesco la mamma della vittima. Il figlio della vittima si è affacciato alla finestra solo in un secondo momento, quando ha sentito le urla. Quando è corso in strada ha trovato il corpo di sua madre a terra e la nonna in lacrime.
Col mare calmo tornano gli sbarchi. A Lampedusa arrivano 330 migranti
C’era stato il mare mosso e gli sbarchi si erano fermati, poi il mare è tornato calmo e gli sbarchi sono ricominciati. Senza fine. Senza tregua. In una continua emorragia che scarica i migranti dal mare.
Dato aggiornato a ieri pomeriggio, i migranti approdati a Lampedusa erano 330 per un totale di 11 sbarchi. Per lo più subsahariani, qualche tunisino ed egiziano. Hanno detto di essere salpati da Sfax, città portuale della costa orientale della Tunisia. Tutti sono stati portati all’hotspot dell’isola, dove le presenze sono tornate a salire.
Ieri mattina erano 645, ma ieri pomeriggio, in seguito ai trasferimenti effettuati, erano poco meno di 600. Venerdì scorso erano 320. Ma il problema non è tanto l’hotspot di Lampedusa, dove la permanenza media di un migrante è di 28 ore, il problema è che questi poi vanno trasferiti, redistribuiti e non si sa più dove metterli. In alcune regioni d’Italia sono già apparsi i primi accampamenti e si rischia di tornare all’era delle tendopoli. A Verona per esempio, due settimane fa sono apparse le tende mimetiche dell’esercito perché la struttura della vecchia palazzina Nato, nella zona delle Torricelle, adibita a ospitare i «profughi», ha esaurito i posti disponibili. Stop. Finito. Non ci stanno più.
Quando i migranti arrivano a Lampedusa infatti, mettono piede sul molo scortati dalle barche della guardia costiera e della guardia di finanza, i sanitari poi prendono un braccialetto, danno ai richiedenti asilo un codice di arrivo e un documento dove viene indicata la nazionalità dichiarata, l’età approssimativa, e l’indicazione se il soggetto arriva in gruppo, in famiglia o da solo. Se il migrante ha necessità viene assistito medicalmente, altrimenti sale sul pullman e viene portato all’hotspot. Qui la procedura di identificazione dura ore, i migranti vengono chiamati per gruppo di sbarco e poi vengono smistati. Infatti, ieri in giornata ne sono stati trasferiti 345 e in serata 180.
Alle dieci di ieri mattina, i 345 migranti sono stati imbarcati sulla nave Galaxy, il traghetto di linea che collega Porto Empedocle con le isole Pelagie, e a scortarli sulla motonave c’erano due squadre del battaglione Sicilia e Puglia. Ma gli arrivi sono veramente tanti. Giusto per rendere l’idea. La settimana scorsa, nella notte tra venerdì e sabato, i barchini soccorsi dalla guardia di finanza e dalla capitaneria di porto, sono stati 7. E venerdì 21 luglio, sull’isola di Lampedusa ci sono stati ben 28 approdi per un totale di 936 persone. Numeri da far accapponare la pelle.
Sempre due settimane fa, c’è stato un momento in cui al centro della contrada Imbriacola c’erano 2501 ospiti, poi 760 sono stati scortati dalla polizia e trasferiti verso il porto. Tre giorni fa, AlarmPhone, la piattaforma nata per soccorrere i migranti in mare, alle 22.35 lanciava l’allarme per una «barca in pericolo con 100 persone a bordo tra Corfù e l’Italia». «Le autorità sono allertate», scrivevano, «e chiediamo loro di soccorrere senza indugio». E che vengano soccorsi, su questo non ci piove, a parlare sono i numeri. Ma a Catania in meno di tre mesi, in 15.000 sono stati accolti nella struttura di via Forcile, nei locali dell’ex mercato ortofrutticolo ed ex hub vaccinale. Impressiona soprattutto il numero di minori, ossia 700. E una decina di donne in gravidanza. Migranti provenienti soprattutto dalla Tunisia, ma anche eritrei, etiopi, afgani, egiziani, marocchini.
Nelle ultime settimane la struttura ha raggiunto picchi di 500 persone assistite al giorno, e ieri era previsto l’arrivo di altri 400 migranti provenienti da Porto Empedocle. Qui l’ospitalità dura di media dai due ai quattro giorni, poi gli ospiti vengono preparati per il trasferimento nelle varie regioni. E infatti arrivano ormai in tutta Italia. Da inizio anno ne sono sbarcati finora 83.439.
«Ammirevole lo sforzo di tanti catanesi che, facenti parte di varie associazioni», ha detto il vescovo Luigi Renna, «muovono un piccolo esercito di volontari per rispondere all’emergenza».
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Orrore a Cologno Monzese: il giovane ha ucciso a coltellate la studentessa universitaria, poi è andato in caserma a confessare. A Rovereto una infermiera in pensione è stata ammazzata a colpi di ascia dal vicino albanese: «L’ho vista e ho perso la testa».Nuovi sbarchi a Lampedusa: I barchini sarebbero partiti dalla Tunisia. Hotspot al limite malgrado i trasferimenti.Lo speciale contiene due articoli.Due donne assassinate in modo spietato da due uomini di origine straniera che poi sono corsi in caserma a consegnarsi, sperando di liberarsi la coscienza. Uno a Cologno Monzese (Milano), l’altro a Rovereto (Trento). Una studentessa e una pensionata. Strappate via a coltellate la prima e a colpi d’ascia la seconda. Sofia Castelli aveva solo 20 anni e il sogno di laurearsi in sociologia alla Bicocca mentre lavorava da cassiera in un market, si è accasciata in una pozza di sangue, sgozzata con un coltellaccio da Zakaria Atqaoui, 23 anni, nato a Rivoli, in provincia di Torino, ma di origini marocchine. Origini che rivendicava sui social, dove sono ben presenti le gif (foto animate) della stella verde su sfondo rosso, ovvero la bandiera del Marocco. Lei lo aveva lasciato, ma continuava a vederlo. E l’altra notte, che era da sola a casa perché i genitori erano in Sardegna per partecipare alla festa di un matrimonio, dopo una serata passata in discoteca con lui e con un’amica, ha commesso l’errore più grave: permettergli di salire nell’appartamento di Corso Roma a Cologno Monzese. Zakaria durante una lite ha preso un coltellaccio e l’ha colpita al collo con più fendenti. Le ultime ore di vita della ragazza sono ricostruite nelle sue storie di Instagram. Alle 5.58, rientrando a casa, ha immortalato il cielo albeggiante sulla palazzina in cui viveva con i suoi. Ma probabilmente era già inquieta, visto che il sottofondo musicale che aveva scelto, una canzone del rapper Vegas Jones, nella quale l’artista manda a quel paese la gente che ha attorno e a cui sostiene di non dover rendere conto. Le ultime frasi sono: «Non ti permetto di metterci bocca, non l’ho mai lasciato fare a nessuno». Era probabilmente quello che Sofia avrebbe voluto dire a Zakaria. E forse, poi, una volta a casa l’ha fatto davvero. Ma di certo non immaginava che quel ragazzo che conosceva sin dall’adolescenza, e che i suoi genitori avevano accolto come un figlio, potesse arrivare a commettere quel gesto estremo. Le poche foto che Sofia ha postato la descrivono come una delle tante ragazze della sua età: il selfie davanti allo specchio con l’iPhone in mano, l’abito dal corpetto scintillante da indossare in discoteca, una vacanza in Sicilia con le amiche. Fino a venerdì. Quella notte maledetta passata al Beach club, una discoteca milanese, alla quale Sofia ha dedicato due video. Aveva le ore contate. All’alba è scattato qualcosa nella testa di Zakaria. Qualcosa che non ha ancora spiegato. Il movente, infatti, è già un rompicapo per i carabinieri di Cologno Monzese, che stanno cercando di ricostruire, passo dopo passo, la vicenda. Zakaria è corso al comando della polizia locale, ha confessato l’omicidio e per lui la Procura ha disposto un fermo di indiziato di delitto. Cosa sia accaduto tra le 5.58, ora dell’ultimo post della ragazza, e le 9 del mattino, quando Zakaria è arrivato in caserma, è ancora un mistero, che l’indagato non ha chiarito durante l’interrogatorio con il pm di Monza Emma Gambardella. Il magistrato ha svolto anche un sopralluogo nell’appartamento, dove sono in corso i rilievi della sezione investigazioni scientifiche del Nucleo investigativo dell’Arma. Mara Fait, infermiera caposala all’ospedale di Rovereto in pensione, invece, da anni subiva le angherie del vicino di casa albanese, Shehi Zyba Ilir, 48 anni, operaio. Pure lui dopo il delitto si è consegnato ai carabinieri e ha confessato. Ora è in carcere a Spini di Gardolo. Alle 20 di venerdì l’albanese, che occupava uno dei cinque appartamenti della palazzina di via Fontani davanti alla quale è avvenuto l’omicidio (gli altri quattro sono di proprietà della vittima), stava tornando dall’orto con un’accetta da taglialegna e, quando si è trovato Mara sulla sua strada, l’ha colpita alla testa davanti agli occhi dell’anziana madre, che si è trasformata nella testimone oculare del delitto.I rapporti tra i due erano conflittuali da anni per questioni condominiali. E più volte erano sfociati in azioni legali. E Mara aveva chiesto perfino l’attivazione del Codice rosso, il programma di tutela delle donne che subiscono violenze e atti persecutori, ma è rimasta inascoltata. L’ultima denuncia risale allo scorso marzo, quando la donna ha denunciato l’albanese per aggressione. Temeva per la sua incolumità. E ieri è arrivata la prova che non si trattava di paranoie. Shehi ha brandito l’ascia, che poi ha buttato in un cespuglio (dove è stato ritrovato dai carabinieri), e si è diretto in caserma. Agli inquirenti ha detto di essere esasperato e di non ricordare cosa sia successo: «Quando l’ho vista non ho capito più nulla». Poi il black out. Le scene successive le ha raccontate ai carabinieri e al pm Viviana Del Tedesco la mamma della vittima. Il figlio della vittima si è affacciato alla finestra solo in un secondo momento, quando ha sentito le urla. Quando è corso in strada ha trovato il corpo di sua madre a terra e la nonna in lacrime.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chiariamoci-marocchino-sgozza-la-ex-2662568278.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="col-mare-calmo-tornano-gli-sbarchi-a-lampedusa-arrivano-330-migranti" data-post-id="2662568278" data-published-at="1690664409" data-use-pagination="False"> Col mare calmo tornano gli sbarchi. A Lampedusa arrivano 330 migranti C’era stato il mare mosso e gli sbarchi si erano fermati, poi il mare è tornato calmo e gli sbarchi sono ricominciati. Senza fine. Senza tregua. In una continua emorragia che scarica i migranti dal mare. Dato aggiornato a ieri pomeriggio, i migranti approdati a Lampedusa erano 330 per un totale di 11 sbarchi. Per lo più subsahariani, qualche tunisino ed egiziano. Hanno detto di essere salpati da Sfax, città portuale della costa orientale della Tunisia. Tutti sono stati portati all’hotspot dell’isola, dove le presenze sono tornate a salire. Ieri mattina erano 645, ma ieri pomeriggio, in seguito ai trasferimenti effettuati, erano poco meno di 600. Venerdì scorso erano 320. Ma il problema non è tanto l’hotspot di Lampedusa, dove la permanenza media di un migrante è di 28 ore, il problema è che questi poi vanno trasferiti, redistribuiti e non si sa più dove metterli. In alcune regioni d’Italia sono già apparsi i primi accampamenti e si rischia di tornare all’era delle tendopoli. A Verona per esempio, due settimane fa sono apparse le tende mimetiche dell’esercito perché la struttura della vecchia palazzina Nato, nella zona delle Torricelle, adibita a ospitare i «profughi», ha esaurito i posti disponibili. Stop. Finito. Non ci stanno più. Quando i migranti arrivano a Lampedusa infatti, mettono piede sul molo scortati dalle barche della guardia costiera e della guardia di finanza, i sanitari poi prendono un braccialetto, danno ai richiedenti asilo un codice di arrivo e un documento dove viene indicata la nazionalità dichiarata, l’età approssimativa, e l’indicazione se il soggetto arriva in gruppo, in famiglia o da solo. Se il migrante ha necessità viene assistito medicalmente, altrimenti sale sul pullman e viene portato all’hotspot. Qui la procedura di identificazione dura ore, i migranti vengono chiamati per gruppo di sbarco e poi vengono smistati. Infatti, ieri in giornata ne sono stati trasferiti 345 e in serata 180. Alle dieci di ieri mattina, i 345 migranti sono stati imbarcati sulla nave Galaxy, il traghetto di linea che collega Porto Empedocle con le isole Pelagie, e a scortarli sulla motonave c’erano due squadre del battaglione Sicilia e Puglia. Ma gli arrivi sono veramente tanti. Giusto per rendere l’idea. La settimana scorsa, nella notte tra venerdì e sabato, i barchini soccorsi dalla guardia di finanza e dalla capitaneria di porto, sono stati 7. E venerdì 21 luglio, sull’isola di Lampedusa ci sono stati ben 28 approdi per un totale di 936 persone. Numeri da far accapponare la pelle. Sempre due settimane fa, c’è stato un momento in cui al centro della contrada Imbriacola c’erano 2501 ospiti, poi 760 sono stati scortati dalla polizia e trasferiti verso il porto. Tre giorni fa, AlarmPhone, la piattaforma nata per soccorrere i migranti in mare, alle 22.35 lanciava l’allarme per una «barca in pericolo con 100 persone a bordo tra Corfù e l’Italia». «Le autorità sono allertate», scrivevano, «e chiediamo loro di soccorrere senza indugio». E che vengano soccorsi, su questo non ci piove, a parlare sono i numeri. Ma a Catania in meno di tre mesi, in 15.000 sono stati accolti nella struttura di via Forcile, nei locali dell’ex mercato ortofrutticolo ed ex hub vaccinale. Impressiona soprattutto il numero di minori, ossia 700. E una decina di donne in gravidanza. Migranti provenienti soprattutto dalla Tunisia, ma anche eritrei, etiopi, afgani, egiziani, marocchini. Nelle ultime settimane la struttura ha raggiunto picchi di 500 persone assistite al giorno, e ieri era previsto l’arrivo di altri 400 migranti provenienti da Porto Empedocle. Qui l’ospitalità dura di media dai due ai quattro giorni, poi gli ospiti vengono preparati per il trasferimento nelle varie regioni. E infatti arrivano ormai in tutta Italia. Da inizio anno ne sono sbarcati finora 83.439. «Ammirevole lo sforzo di tanti catanesi che, facenti parte di varie associazioni», ha detto il vescovo Luigi Renna, «muovono un piccolo esercito di volontari per rispondere all’emergenza».
@Petronas
Searah integra portafogli, competenze industriali ed esperienza regionale complementari, con l’obiettivo di creare valore di lungo periodo e rafforzare l’eccellenza operativa nei due Paesi. La nuova piattaforma parte con 19 asset di produzione e sviluppo gas, di cui 14 in Indonesia e 5 in Malesia. La produzione iniziale sarà superiore a 300.000 barili equivalenti di petrolio al giorno, con l’obiettivo di superare i 500.000 barili al giorno di produzione sostenibile entro i prossimi tre anni.
La costituzione della joint venture è stata completata dopo l’ottenimento di tutte le autorizzazioni regolatorie, governative e dei partner in Indonesia e Malesia, insieme al soddisfacimento delle condizioni sospensive previste.
Per Eni, Searah rappresenta una nuova applicazione della propria strategia, basata sulla creazione di società focalizzate, efficienti e capaci di accelerare la crescita degli asset. L’amministratore delegato Claudio Descalzi ha sottolineato che «Searah riflette la nostra consolidata strategia satellitare, volta a creare business mirati e di qualità, in grado di coniugare dimensioni, efficienza e crescita». Descalzi ha aggiunto che la nuova società sarà «una nuova e solida entità nel Sud-Est asiatico, la prima e la più grande del suo genere nella regione», nata per sostenere lo sviluppo delle risorse energetiche in Indonesia e Malesia, con attenzione alla tutela dell’ambiente e alla crescita locale.
Anche Petronas attribuisce all’operazione un valore strategico rilevante. Il presidente e amministratore delegato del gruppo, Tengku Muhammad Taufik, ha evidenziato che la costituzione di Searah è in linea con «una maggiore disciplina nello sviluppo delle risorse», con «un impiego del capitale più agile» e con una maggiore attenzione alla creazione di valore sostenibile lungo l’intera catena del gas. Facendo leva sui portafogli e sulle capacità complementari dei due gruppi, Searah punta a rafforzare profondità operativa, resilienza finanziaria e capacità di crescita, contribuendo alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici di Indonesia e Malesia.
A sostegno dei piani industriali, Searah ha ottenuto una linea di credito revolving da sei miliardi di dollari, segnale della fiducia dei mercati finanziari nella nuova piattaforma. Gli investimenti previsti superano i 20 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni e saranno destinati allo sviluppo di oltre tre miliardi di barili equivalenti di petrolio di risorse scoperte, oltre alla valorizzazione di un potenziale esplorativo addizionale stimato in diversi miliardi di boe.
La nuova società punta, inoltre, a generare sinergie significative, soprattutto in ambito logistico e tecnologico, grazie a un modello operativo indipendente e integrato. Tutto il personale di Eni Indonesia e Petronas Indonesia è confluito in Searah, mentre in Malesia è stata costituita Searah Malaysia Sdn Bhd, società dedicata alla gestione delle attività locali.
Il lancio di Searah segue le recenti decisioni finali di investimento relative ai giacimenti Gendalo e Gandang, nel South Hub, e Geng North e Gehem, nel North Hub, annunciate da Eni nel marzo 2026. Questi progetti contengono quasi 283 miliardi di metri cubi di gas inizialmente in posto e circa 550 milioni di barili di condensato associato. La produzione è attesa dal 2028, con un plateau previsto entro il 2029 pari a 56,5 milioni di metri cubi di gas e 90.000 barili al giorno di condensato.
Alla crescita futura contribuirà anche la scoperta del pozzo Geliga-1, nel blocco Ganal, all’interno del bacino del Kutei. La scoperta è stimata in circa 140 miliardi di metri cubi di gas e 300 milioni di barili di condensato in posto. Il pozzo ha mostrato un’elevata qualità del giacimento, con capacità produttiva indicata in circa 5,7 milioni di metri cubi di gas e 10.000 barili al giorno di condensato.
In particolare, per il cane a sei zampe, presente in Indonesia dal 2001, l’operazione segna un nuovo capitolo di crescita all’interno del gruppo, che può fare affidamento su un portafoglio diversificato di attività di esplorazione, sviluppo e produzione, con una produzione netta di circa 90.000 barili al giorno.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 giugno 2026. Il generale Giuseppe Santomartino, docente di intelligence, spiega perché in Medio Oriente la situazione è pericolosissima.
Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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Francesca Michielin (Getty Images)
Ne hanno tutto il diritto, intendiamoci: ciascuno si impegna per le battaglie in cui crede e, se è davvero motivato, fa bene a sostenerle perché la democrazia funziona bene proprio grazie all’impegno dei singoli e appassisce nell’indifferenza. Il problema, però, è nella gran parte delle «lotte per i diritti» della sinistra odierna c’è ben poco di alato ideale e molto di concreto tornaconto. Più che l’onor, insomma, può il digiuno o il timore del digiuno, cioè la paura di restare senza soldi.
Assistiamo in queste ore alla mobilitazione del consueto gruppo di artisti, Vip e presunti intellettuali contro il ddl Valditara sul consenso informato, una norma sacrosanta che introduce per i genitori la possibilità di difendersi da intrusioni ideologiche di varia natura nelle classi dei loro figli. L’esercito degli impegnati non ha perso un momento, è subito sceso in campo con furore.
La fondazione «Una nessuna centomila» ha inviato al ministro una lettera di protesta firmata da Fiorella Mannoia, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Noemi, Tosca, Lino Guanciale, Gigi D’Alessio, Ermal Meta, l’immancabile Piero Pelù, Caterina Caselli, Ferzan Özpetek, Carolina Crescentini, Francesca Michielin (quella che voleva lasciare l’Italia per colpa dei fascisti), Giuliano Sangiorgi, Paola Turci, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Claudia Pandolfi, Edoardo Leo, Brunori Sas, Cristina Comencini, Serena Dandini e ci fermiamo qui per evitare svenimenti. Sono sempre i soliti, quelli che militano per tutte le buone cause, i travet della firma e della mobilitazione politica.
«Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere, l’eduzione sessuoaffettiva», dicono gli eroici combattenti. E spiegano che «ostacolare il cambiamento culturale significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti».
Inutile stare a spiegare che nella scuola italiana esistono già miriadi di progetti di educazione sessuale, affettiva, ai diritti... Inutile pure ribadire che è un diritto consentire alle famiglie di esprimersi sull’educazione dei figli. La verità è che ai nostri Vip della firma pronta non interessano realmente né i cambiamenti culturali né la libertà di espressione né tantomeno il benessere di questo o quell’altro. La ragione della protesta è una sola: i soldi.
Il ddl Valditara di certo non danneggia i ragazzi e nemmeno impedisce che siano trattati a scuola argomenti delicati. Rischia, però, di fare perdere a qualche associazione e cooperativa incarichi remunerativi. Ecco perché suscita tanta rabbia: perché qualche attivista finora abituato a entrare nelle classi col generoso finanziamento degli istituti pubblici potrebbe vedersi tagliato il budget. Per questo ogni volta, attorno ai temi dell’educazione, si sviluppa tanta accorata attenzione: perché c’è in ballo il grano che foraggia gli amichetti del quartierino.
Tra coloro che in queste ore si scagliano contro Valditara c’è Silvia Salis, sindaco di Genova. Dura e un po’ destrorsa in materia di sicurezza (come ha notato ieri Giacomo Amadori), ma sempre bene attenta a garantirsi l’appoggio arcobaleno. La giunta genovese, infatti, ha annunciato lotta dura senza paura: «Non cancelliamo nulla: se il ddl Valditara vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia di educazione ai diritti: ce lo chiedono le famiglie, gli insegnanti, è un nostro impegno», dichiara Rita Bruzzone, assessore al Diritto all’istruzione, alle pari opportunità e alle politiche di genere. «Ora interpelleremo il Garante dei diritti dell’infanzia, sia comunale che regionale, e ovviamente l’ufficio scolastico regionale, ma non abbandoneremo il nostro percorso».
L’iniziativa che il Comune intende difendere a ogni costo è una sperimentazione partita all’inizio dell’anno scolastico in quattro scuole dell’infanzia che coinvolge 300 bambini tra i 3 e i 6 anni. Non ci sarebbe nemmeno da perdere tempo a commentarla: parlare di educazione sessuo-affettiva a bambini di 3 o 4 anni è una totale assurdità, una idiozia dolosa che va fermata. E se nel progetto non c’è «niente di sessuale», come ribadisce l’assessore Bruzzone, una ragione in più per non farlo. A insegnare ai bambini le «competenze relazionali» basta quel che già si fa normalmente nelle scuole italiane, senza stravaganti integrazioni utili a compiacere questa o quella associazione di pedagogisti.
In fondo, è sempre la solita vecchia storia, già ampiamente vista ai tempi del ddl Zan. Anche allora il vero tema non era tanto la difesa delle minoranze quanto, piuttosto, la possibilità per attivisti e sedicenti formatori di ottenere preziose prebende dagli istituti. Non c’entrano la libertà e i diritti, ma il potere e il denaro. L’egemonia culturale tanto discussa, dopo tutto, è solo il corollario di una più profonda e pervasiva egemonia senza cultura basata sull’occupazione degli spazi e l’utilizzo dei fondi.
A questo punto, tanto varrebbe che i progressisti lasciassero perdere l’educazione affettiva per concentrarsi sull’educazione finanziaria: mostrerebbero maggiore onestà intellettuale.
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