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2018-05-05
La pattuglia dei «responsabili»
che può far partire il governo di centrodestra
ANSA
L'operazione è «difficile, ma non impossibile». Parola di un parlamentare di centrodestra particolarmente attivo, in queste ore, nel lavoro di scouting tra i colleghi degli altri partiti. L'obiettivo è consentire al centrodestra, lunedì prossimo, di comunicare al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la effettiva possibilità di raggiungere la maggioranza sia alla Camera sia al Senato. L'operazione «si Salvini chi può» è in pieno svolgimento. Ammiccamenti, occhiolini, messaggini, colloqui segretissimi: il corteggiamento nei confronti dei parlamentari che rischierebbero, in caso di nuove elezioni, di non rivedere mai più le poltrone del Parlamento, non avendo avuto neanche la possibilità di imprimervi l'orma dell'onorevole deretano, è serratissimo. Le tattiche per convincere deputati e senatori a sostenere «responsabilmente» il centrodestra sono innumerevoli. A proposito di numeri: vediamo nel dettaglio quanti sono i pesciolini che dovranno abboccare all'amo perché l'operazione vada in porto.
Alla Camera, la maggioranza assoluta è fissata a quota 316. Il centrodestra, in totale, ha 261 deputati (125 della Lega, 104 di Forza Italia, 32 di Fratelli d'Italia). Mancano 55 voti per l'ipotetica fiducia a un governo di centrodestra. Occhio al gruppo misto: è composto da 21 deputati, tre dei quali (Maurizio Lupi, Ale Colucci e Renzo Tondo) aderiscono già al centrodestra, in quanto eletti con Noi con l'Italia, la quarta gamba della coalizione. Sei deputati del misto fanno parte della componente Movimento associativo Italiani all'estero: tra questi figurano ben cinque parlamentari eletti con il M5s ma espulsi per la vicenda dei mancati rimborsi (Andrea Cecconi e Silvia Benedetti), o perché non avevano dichiarato l'iscrizione alla massoneria (Catello Vitiello) o per altri motivi (Salvatore Caiata, Antonio Tasso). L'eletto all'estero Eugenio Sangregorio non è iscritto ad alcuna componente. Tutti e otto sono considerati «di prima fascia», ovvero prontissimi a dare l'ok al governo di centrodestra, e in particolare Caiata, presidente del Potenza Calcio, espulso dal M5s per una indagine a suo carico, è considerato un fuoriclasse della caccia al deputato. Con i quattro componenti del misto che aderiscono alla componente delle minoranze linguistiche, il discorso è in fase avanzata: «Alcuni di loro», conferma la fonte, «volevano candidarsi con la Lega. Ci stiamo lavorando». Mancherebbero ancora una quarantina di deputati. I restanti sette componenti del misto, provengono da +Europa - Centro democratico e dalla lista Civica Popolare di Beatrice Lorenzin, e sono considerati più o meno inavvicinabili.
Come pescare altri 40 deputati pronti a sostenere un governo di centrodestra, ovviamente per «senso di responsabilità»? Una decina arriverebbero dal Pd, attraverso un transito nel misto, ma il mare più pescoso è rappresentato dai 222 deputati del M5s. L'identikit della preda? «Si punta», aggiunge la fonte, «in particolare, a due categorie: gli avvocati e i medici con uno stipendio non superiore ai 2.000 euro al mese, e i neodeputati eletti per un pelo, quelli candidati agli ultimi posti nei listini proporzionali. Sanno benissimo che non verranno mai rieletti, e dovranno dire addio allo stipendio da 13.000 euro al mese. Qui dentro», conclude il nostro cacciatore di voti, «si diventa avidi». Possibile? Trenta deputati grillini pronti a sostenere un governo di centrodestra, abiurando il sacro blog, per la misera cifra di 13.000 euro al mese? «Non hai idea», rivela alla Verità, tra mille ritrosie, un veterano del M5s, «di chi abbiamo imbarcato a questo giro. C'è di tutto. Perfetti sconosciuti che si sono ritrovati in Parlamento solo perché nelle grazie di Luigi Di Maio e del suo cerchio magico, scattati con il proporzionale senza aver mai fatto neanche un comizio. Non mi stupirebbe niente, considerato quello che è successo sulla vicenda dei rimborsi. Non ce lo saremmo mai aspettati, e invece…». Anche in Leu, incredibile ma vero, ci sarebbero un paio di profili «corteggiabili». In sostanza, i numeri potrebbero esserci. E al Senato?
Qui l'operazione «si Salvini chi può» è meno complicata. La maggioranza è a quota 161. I senatori di centrodestra sono 137 (61 di Forza Italia, 58 della Lega, 18 di Fratelli d'Italia). Mancano 24 voti. Il gruppo per le Autonomie conta 9 membri, tra i quali Pier Ferdinando Casini e due senatori a vita: Elena Cattaneo e Giorgio Napolitano. Almeno i 5 senatori autonomisti doc potrebbero sostenere un governo di centrodestra in cambio di provvedimenti che vadano incontro alle esigenze dei territori che rappresentano. Mancherebbero altri 19 senatori, 3 dei quali, attualmente nel gruppo misto, vengono dati per certi. I restanti 16? Andrebbero pescati tra i 52 senatori del Pd e i 109 del M5s, con i criteri che abbiamo già descritto. Se poi il M5s confermasse la regola dei due mandati, vietando a chi è stato eletto due volte di ricandidarsi, il centrodestra avrebbe solo l'imbarazzo della scelta. Perché grillini si nasce, ma onorevoli si diventa.
Carlo Tarallo
Salvini ha il suo prof e sfida Mattarella: «Governo a tempo sì, quello tecnico no»
Dopo il consiglio federale Matteo Salvini non scopre le carte sul nome del possibile «tecnico» anti Europa che potrebbe guidare un governo della durata di un anno con i voti del centrodestra e del Movimento 5 stelle. Ma a quanto pare il profilo che il segretario della Lega ha in mente è quello di Alberto Bagnai, professore e economista, eletto senatore con il Carroccio, da sempre critico nei confronti dell'eurozona. Il suo nome era già circolato per la presidenza del Senato, incarico poi andato alla forzista Maria Elisabetta Casellati. È questa la novità emersa dalla riunione di ieri pomeriggio in casa del Carroccio, a due giorni dalle consultazioni lampo di lunedì con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Salvini cambia le carte in tavola («Ho già un percorso chiaro in testa, è l'ultimo tentativo che posso fare per rispettare il voto degli italiani. Non appoggerò governi guidati da dame di compagnia dell'Ue»). Se ieri aveva accarezzato l'ipotesi di chiedere l'incarico per sé stesso, come proposto dalla leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, e da diversi esponenti di Forza Italia, ora ha cambiato idea. Perché se davvero il capo dello Stato volesse proporre un governo di «tregua» con un economista che piace a Bruxelles - nel vecchio stile di Mario Monti (il nome che circolava ieri era quello del professore della Bocconi Guido Tabellini) o peggio ancora con il presidente del Consiglio di Stato Alessandro Pajno - allora tanto vale rilanciare con un profilo di un «professore» che sia espressione delle forze politiche che hanno vinto, cioè quelle di centrodestra e del M5s. Per Salvini non dev'essere necessariamente «un leghista» ma una persona di «buon senso», che batta i pugni sul tavolo in Europa e che in estate, tempo di sbarchi vorticosi sulle coste italiche, indichi misure restrittive contro l'immigrazione incontrollata. Nelle prossime ore il leader della coalizione incontrerà Silvio Berlusconi. Subito dopo l'obiettivo è quello di riallacciare i contatti con il leader (ancora?) dei pentastellati, Luigi Di Maio, con cui le comunicazioni si sono interrotte da una settimana: le diplomazie sono già al lavoro. Ora, in teoria, ci sarebbe un argomento su cui discutere.
Per questo motivo ci sono anche altri di nomi che in queste ore stanno circolando sui telefonini di leghisti e grillini, sostenitori di un ancora possibile governo gialloverde. Per esempio quello di Paolo Savona, già ministro dell'Industria del governo Ciampi, più volte critico nei confronti dell'euro. Oppure ancora c'è chi parla di Giovanni Dosi, professore di Economia alla scuola superiore Sant'Anna di Pisa, spesso relatore ai convegni organizzati dal M5s. Un altro profilo potrebbe essere quello di Mariana Mazzucato, altra economista gradita ai grillini, autrice del libro Lo Stato innovatore. E infine c'è chi abbozza il nome di Marcello Minenna, ora alla Consob, già assessore del Comune di Roma sotto il mandato di Virginia Raggi, critico nei confronti della moneta unica.
«Se di governo tecnico, di scopo o istituzionale, l'incarico va dato partendo da chi ha vinto le elezioni, escludo qualsiasi tecnico alla Monti», dichiara Salvini in conferenza stampa. «E ribadisco l'invito a M5s come fare insieme un governo a tempo per fare poche cose e bene». Salvini ha spiegato che si presenterà con questa proposta al Quirinale. Ha aggiunto il mese di dicembre come orizzonte di durata massima dell'esecutivo, sottolineando che l'unica condizione è che dall'alleanza sia escluso il segretario del Pd, Matteo Renzi («Dove c'è Renzi non c'è Salvini»). Poi c'è un «no» grande come una casa a una proroga del governo di Paolo Gentiloni: «Non posso pensare di andare con Alfano ministro degli Esteri al prossimo Consiglio europeo di giugno».
Come detto, l'esecutivo per Salvini avrebbe scadenza a dicembre e dovrebbe occuparsi di poche cose, tra cui la legge elettorale e le manovre di bilancio. «È un governo che vede prima gli interessi nazionali», spiega il leader leghista, «che si faccia carico di fare in fretta e bene buone cose, tra cui una legge elettorale con il premio di maggioranza per la coalizione o anche per il partito, come accade per le elezioni regionali. Gli italiani devono sapere che si manda al governo chi prende un voto in più il giorno dopo le elezioni». Poi, seconda cosa: «Dobbiamo bloccare gli aumenti di Iva e accise. La bozza di bilancio dell'Ue va rigettata in toto».
Secondo alcuni osservatori Salvini sarebbe già in campagna elettorale. Anzi, la proposta del tecnico «no euro» sarebbe una replica alla proposta di referendum contro la moneta unica avanzata nelle ultime ore dal garante pentastellato Beppe Grillo. «Mi interessa», rimarca Salvini a chi gli domanda un parere sull'ultima novità del comico genovese, «ma credo che lui e Di Maio dovrebbero parlarsi». Proprio qui sta il punto. Il numero uno della Lega vuole stanare - agli occhi dell'elettorato - il M5s: una settimana fa, prima di aprire il forno con il Partito democratico, diceva che l'Europa era «la casa naturale», ora invece sembra avere altre idee sul tema. In serata Toninelli chiude: «Salvini? Ha perso la sua chance scegliendo il pluricondannato Berlusconi».
Già, Berlusconi Cosa pensa della proposta di Salvini? «Perché dovrebbe dire di no?», replica il leader leghista a chi glielo domanda. Eppure nei giorni scorsi il gran ciambellano azzurro Gianni Letta aveva fatto circolare sui giornali l'ipotesi di un governo guidato dalla mente economica del Carroccio, Giancarlo Giorgetti, con i voti del Pd. Fedele Confalonieri, ascoltassimo dal Cavaliere, ieri ha avuto parole al miele per Salvini: «Penso che non sia così male come certa stampa lo dipinge. Io un pochino leghista lo sono e poi ha preso il partito al 4% e lo ha portato al 18%. Qualche qualità ce l'ha e ha certamente la testa sulle spalle». L'endorsement non è di poco conto.
Alessandro Da Rold
Grillo pensa al voto e silura Di Maio: «Vogliamo un referendum sull'euro»
Il Quirinale prepara un governo «del Presidente», affidato a un personaggio del mondo dell'economia, e Beppe Grillo torna a fare il bombarolo proprio sull'economia, rilanciando l'idea di un referendum per uscire dall'euro. C'è una precisa strategia del fondatore, al quale guarda tutta quella parte del mondo pentastellato che ha sofferto per due mesi a vedere le aperture di Luigi Di Maio in grisaglia ministeriale, dietro il ripescaggio del referendum sulla moneta unica. I vertici del Movimento sono ormai convinti che Sergio Mattarella «stia cercando il suo Mario Monti e abbia già mezzo governo pronto». E allora ecco che si torna sulle barricate.
Il comico genovese, al termine di uno spettacolo teatrale, ha parlato a ruota libera con il mensile francese Putsch e ha ritrovato toni incendiari, anche se i contenuti non sono esattamente nuovissimi. Il primo affondo è stato sul famigerato Rosatellum, una legge elettorale «decisa a tavolino per impedirci di governare». In sostanza, questa l'affabulazione di Grillo, «c'è stato un colpo di Stato al contrario: hanno utilizzato la democrazia per distruggerla». E poi ecco la degna risposta alle ansie del Quirinale sulla collocazione europea dell'Italia: «Ho proposto un referendum per la zona euro e voglio che il popolo italiano si esprima. Tutti i trattati che sono stati firmati erano giusti, ma sono stati deformati dai regolamenti». Per finire, calcione sui denti alle fobìe tedesche e all'ortodossia monetaria dei partner del Nord Europa, con la riproposizione degli eurobond di tremontiana memoria, che significa farci garantire dal resto d'Europa anche il nostro maxidebito pubblico da 2.300 miliardi.
Pare che la sortita di Grillo non fosse stata concordata con Di Maio, che si è affrettato a inquadrare la faccenda come la mossa di uno che è «il nostro garante e un battitore libero, lo conoscete…» Anche se lo stesso Di Maio si vede costretto in qualche modo a «correggere» Grillo dicendo che sull'euro «la linea non cambia». Già, non cambia, ma qual è? L'ex candidato premier se la cava così: «Cambiare tutto». Anche se M5s sa benissimo che un referendum come quello rilanciato ieri andrebbe innanzitutto autorizzato, e poi sarebbe solo consultivo.
Il fatto è che in realtà è difficile ignorare che le parole di Beppe Grillo sull'euro sono in piena continuità con quello che il Movimento ha sempre sostenuto prima dell'exploit di domenica 4 marzo. «Torneremo guerrieri e liberi battitori, su tutto», ha confidato Grillo agli amici, nei giorni scorsi. Dopo che ha visto Di Maio messo nell'angolo «dalle manovre di un Palazzo morente». E allora ecco un'intervista al periodico francese che ricalca in modo abbastanza evidente un intervento di un anno fa sul blog delle Stelle, intitolato «Comanda il popolo, non Draghi», firmato da Elio Lannutti, il presidente dell'Adusbef che oggi è diventato senatore del Movimento, ma che soprattutto è uno dei consiglieri più ascoltati dello stesso Grillo fin dai tempi in cui andavano insieme a vivacizzare le assemblee della Telecom Italia appena privatizzata. Lannutti parlava di euro come «rapina del secolo», di sovranità italiana «svenduta a cleptocrati, tecnocrati e oligarchi», di «bail-in come esproprio criminale del risparmio, intimato dall'ideologia tedesca» e di necessità di abbandonare la moneta unica per uscire da questa «gabbia di strozzinaggio europeo con egemonia di Berlino».
Di Maio abbozza, mantiene il sorriso ministeriale, ma comunque ha di fronte a sé un sentiero stretto. Ha chiesto elezioni subito, indicando perfino una data precisa a Mattarella (24 giugno), ma sa bene che il Quirinale al massimo potrebbe concedere il ritorno alle urne in autunno, a patto che sia anche la Lega a chiederlo. E comunque preferirebbe di gran lunga far passare un anno. Anzi «perdere un anno», dicono i capi del Movimento, che dietro a un governo «di tutti», al quale comunque M5s non darebbe un voto, temono si nasconda solo la necessità di Silvio Berlusconi e Matteo Renzi di riorganizzarsi e basta. E anche se tra i 5 stelle tutti giurano che la leadership non si discute, più tardi si tornerà a votare e più è difficile che il candidato premier sia ancora Di Maio e non un Alessandro Di Battista. E un altro punto che preoccupa non solo il leader di Pomigliano d'Arco, ma anche lo stratega Davide Casaleggio è quello dei soldi: il Pd è al collasso e in questo momento non ha i denari per una nuova campagna elettorale, così come sulle finanze del Carroccio ci sono molti dubbi. Insomma, la paura è di avere di fronte avversari pronti a tutto, pur di aggrapparsi agli scranni parlamentari.
L'incubo dei vertici 5 stelle non è solo «l'evidente patto tra Berlusconi e Renzi», ma anche il governo di tregua che temono stia preparando Mattarella, pescando tra «i soliti professori della Bocconi». Per Di Maio sarebbe semplicemente «un tradimento del popolo». Meglio dunque votare subito e fare una sorta di ballottaggio con Matteo Salvini. Una posizione così rigida che sembra destinata a far cadere nel vuoto anche l'ennesima offerta last minute del capo del Carroccio, per un governo di sei mesi, che cambi la legge elettorale e disinneschi la tagliola degli aumenti Iva.
Lega e M5s che vanno al «ballottaggio», magari dopo aver governato anche un po' insieme. La fortuna di Mattarella è che i capelli ce li ha già tutti bianchi.
Francesco Bonazzi
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Caccia ai voti per costruire una maggioranza d'aula che sostenga un esecutivo a guida Lega-Fdi-Forza Italia: nel mirino ci sono i grillini con stipendio basso, che potrebbero restare onorevoli e salvare la paga. Abboccamenti anche con Leu e alcuni dem.Il leghista apre a un esecutivo fino a dicembre con il M5s, ma vuole un esperto non prono all'Ue. Spunta l'idea Alberto Bagnai.Il comico solletica l'area più radicale del M5s con il ripescaggio del voto sulla moneta unica e il ritorno sulle barricate antisistema. L'ex candidato premier tenta la correzione: «La linea non cambia». Ma qual è?Lo speciale contiene tre articoli.L'operazione è «difficile, ma non impossibile». Parola di un parlamentare di centrodestra particolarmente attivo, in queste ore, nel lavoro di scouting tra i colleghi degli altri partiti. L'obiettivo è consentire al centrodestra, lunedì prossimo, di comunicare al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la effettiva possibilità di raggiungere la maggioranza sia alla Camera sia al Senato. L'operazione «si Salvini chi può» è in pieno svolgimento. Ammiccamenti, occhiolini, messaggini, colloqui segretissimi: il corteggiamento nei confronti dei parlamentari che rischierebbero, in caso di nuove elezioni, di non rivedere mai più le poltrone del Parlamento, non avendo avuto neanche la possibilità di imprimervi l'orma dell'onorevole deretano, è serratissimo. Le tattiche per convincere deputati e senatori a sostenere «responsabilmente» il centrodestra sono innumerevoli. A proposito di numeri: vediamo nel dettaglio quanti sono i pesciolini che dovranno abboccare all'amo perché l'operazione vada in porto.Alla Camera, la maggioranza assoluta è fissata a quota 316. Il centrodestra, in totale, ha 261 deputati (125 della Lega, 104 di Forza Italia, 32 di Fratelli d'Italia). Mancano 55 voti per l'ipotetica fiducia a un governo di centrodestra. Occhio al gruppo misto: è composto da 21 deputati, tre dei quali (Maurizio Lupi, Ale Colucci e Renzo Tondo) aderiscono già al centrodestra, in quanto eletti con Noi con l'Italia, la quarta gamba della coalizione. Sei deputati del misto fanno parte della componente Movimento associativo Italiani all'estero: tra questi figurano ben cinque parlamentari eletti con il M5s ma espulsi per la vicenda dei mancati rimborsi (Andrea Cecconi e Silvia Benedetti), o perché non avevano dichiarato l'iscrizione alla massoneria (Catello Vitiello) o per altri motivi (Salvatore Caiata, Antonio Tasso). L'eletto all'estero Eugenio Sangregorio non è iscritto ad alcuna componente. Tutti e otto sono considerati «di prima fascia», ovvero prontissimi a dare l'ok al governo di centrodestra, e in particolare Caiata, presidente del Potenza Calcio, espulso dal M5s per una indagine a suo carico, è considerato un fuoriclasse della caccia al deputato. Con i quattro componenti del misto che aderiscono alla componente delle minoranze linguistiche, il discorso è in fase avanzata: «Alcuni di loro», conferma la fonte, «volevano candidarsi con la Lega. Ci stiamo lavorando». Mancherebbero ancora una quarantina di deputati. I restanti sette componenti del misto, provengono da +Europa - Centro democratico e dalla lista Civica Popolare di Beatrice Lorenzin, e sono considerati più o meno inavvicinabili.Come pescare altri 40 deputati pronti a sostenere un governo di centrodestra, ovviamente per «senso di responsabilità»? Una decina arriverebbero dal Pd, attraverso un transito nel misto, ma il mare più pescoso è rappresentato dai 222 deputati del M5s. L'identikit della preda? «Si punta», aggiunge la fonte, «in particolare, a due categorie: gli avvocati e i medici con uno stipendio non superiore ai 2.000 euro al mese, e i neodeputati eletti per un pelo, quelli candidati agli ultimi posti nei listini proporzionali. Sanno benissimo che non verranno mai rieletti, e dovranno dire addio allo stipendio da 13.000 euro al mese. Qui dentro», conclude il nostro cacciatore di voti, «si diventa avidi». Possibile? Trenta deputati grillini pronti a sostenere un governo di centrodestra, abiurando il sacro blog, per la misera cifra di 13.000 euro al mese? «Non hai idea», rivela alla Verità, tra mille ritrosie, un veterano del M5s, «di chi abbiamo imbarcato a questo giro. C'è di tutto. Perfetti sconosciuti che si sono ritrovati in Parlamento solo perché nelle grazie di Luigi Di Maio e del suo cerchio magico, scattati con il proporzionale senza aver mai fatto neanche un comizio. Non mi stupirebbe niente, considerato quello che è successo sulla vicenda dei rimborsi. Non ce lo saremmo mai aspettati, e invece…». Anche in Leu, incredibile ma vero, ci sarebbero un paio di profili «corteggiabili». In sostanza, i numeri potrebbero esserci. E al Senato?Qui l'operazione «si Salvini chi può» è meno complicata. La maggioranza è a quota 161. I senatori di centrodestra sono 137 (61 di Forza Italia, 58 della Lega, 18 di Fratelli d'Italia). Mancano 24 voti. Il gruppo per le Autonomie conta 9 membri, tra i quali Pier Ferdinando Casini e due senatori a vita: Elena Cattaneo e Giorgio Napolitano. Almeno i 5 senatori autonomisti doc potrebbero sostenere un governo di centrodestra in cambio di provvedimenti che vadano incontro alle esigenze dei territori che rappresentano. Mancherebbero altri 19 senatori, 3 dei quali, attualmente nel gruppo misto, vengono dati per certi. I restanti 16? Andrebbero pescati tra i 52 senatori del Pd e i 109 del M5s, con i criteri che abbiamo già descritto. Se poi il M5s confermasse la regola dei due mandati, vietando a chi è stato eletto due volte di ricandidarsi, il centrodestra avrebbe solo l'imbarazzo della scelta. Perché grillini si nasce, ma onorevoli si diventa. Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chi-puo-mandare-il-centrodestra-al-potere-2565912059.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-ha-il-suo-prof-e-sfida-mattarella-governo-a-tempo-si-quello-tecnico-no" data-post-id="2565912059" data-published-at="1781942087" data-use-pagination="False"> Salvini ha il suo prof e sfida Mattarella: «Governo a tempo sì, quello tecnico no» Dopo il consiglio federale Matteo Salvini non scopre le carte sul nome del possibile «tecnico» anti Europa che potrebbe guidare un governo della durata di un anno con i voti del centrodestra e del Movimento 5 stelle. Ma a quanto pare il profilo che il segretario della Lega ha in mente è quello di Alberto Bagnai, professore e economista, eletto senatore con il Carroccio, da sempre critico nei confronti dell'eurozona. Il suo nome era già circolato per la presidenza del Senato, incarico poi andato alla forzista Maria Elisabetta Casellati. È questa la novità emersa dalla riunione di ieri pomeriggio in casa del Carroccio, a due giorni dalle consultazioni lampo di lunedì con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Salvini cambia le carte in tavola («Ho già un percorso chiaro in testa, è l'ultimo tentativo che posso fare per rispettare il voto degli italiani. Non appoggerò governi guidati da dame di compagnia dell'Ue»). Se ieri aveva accarezzato l'ipotesi di chiedere l'incarico per sé stesso, come proposto dalla leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, e da diversi esponenti di Forza Italia, ora ha cambiato idea. Perché se davvero il capo dello Stato volesse proporre un governo di «tregua» con un economista che piace a Bruxelles - nel vecchio stile di Mario Monti (il nome che circolava ieri era quello del professore della Bocconi Guido Tabellini) o peggio ancora con il presidente del Consiglio di Stato Alessandro Pajno - allora tanto vale rilanciare con un profilo di un «professore» che sia espressione delle forze politiche che hanno vinto, cioè quelle di centrodestra e del M5s. Per Salvini non dev'essere necessariamente «un leghista» ma una persona di «buon senso», che batta i pugni sul tavolo in Europa e che in estate, tempo di sbarchi vorticosi sulle coste italiche, indichi misure restrittive contro l'immigrazione incontrollata. Nelle prossime ore il leader della coalizione incontrerà Silvio Berlusconi. Subito dopo l'obiettivo è quello di riallacciare i contatti con il leader (ancora?) dei pentastellati, Luigi Di Maio, con cui le comunicazioni si sono interrotte da una settimana: le diplomazie sono già al lavoro. Ora, in teoria, ci sarebbe un argomento su cui discutere. Per questo motivo ci sono anche altri di nomi che in queste ore stanno circolando sui telefonini di leghisti e grillini, sostenitori di un ancora possibile governo gialloverde. Per esempio quello di Paolo Savona, già ministro dell'Industria del governo Ciampi, più volte critico nei confronti dell'euro. Oppure ancora c'è chi parla di Giovanni Dosi, professore di Economia alla scuola superiore Sant'Anna di Pisa, spesso relatore ai convegni organizzati dal M5s. Un altro profilo potrebbe essere quello di Mariana Mazzucato, altra economista gradita ai grillini, autrice del libro Lo Stato innovatore. E infine c'è chi abbozza il nome di Marcello Minenna, ora alla Consob, già assessore del Comune di Roma sotto il mandato di Virginia Raggi, critico nei confronti della moneta unica. «Se di governo tecnico, di scopo o istituzionale, l'incarico va dato partendo da chi ha vinto le elezioni, escludo qualsiasi tecnico alla Monti», dichiara Salvini in conferenza stampa. «E ribadisco l'invito a M5s come fare insieme un governo a tempo per fare poche cose e bene». Salvini ha spiegato che si presenterà con questa proposta al Quirinale. Ha aggiunto il mese di dicembre come orizzonte di durata massima dell'esecutivo, sottolineando che l'unica condizione è che dall'alleanza sia escluso il segretario del Pd, Matteo Renzi («Dove c'è Renzi non c'è Salvini»). Poi c'è un «no» grande come una casa a una proroga del governo di Paolo Gentiloni: «Non posso pensare di andare con Alfano ministro degli Esteri al prossimo Consiglio europeo di giugno». Come detto, l'esecutivo per Salvini avrebbe scadenza a dicembre e dovrebbe occuparsi di poche cose, tra cui la legge elettorale e le manovre di bilancio. «È un governo che vede prima gli interessi nazionali», spiega il leader leghista, «che si faccia carico di fare in fretta e bene buone cose, tra cui una legge elettorale con il premio di maggioranza per la coalizione o anche per il partito, come accade per le elezioni regionali. Gli italiani devono sapere che si manda al governo chi prende un voto in più il giorno dopo le elezioni». Poi, seconda cosa: «Dobbiamo bloccare gli aumenti di Iva e accise. La bozza di bilancio dell'Ue va rigettata in toto». Secondo alcuni osservatori Salvini sarebbe già in campagna elettorale. Anzi, la proposta del tecnico «no euro» sarebbe una replica alla proposta di referendum contro la moneta unica avanzata nelle ultime ore dal garante pentastellato Beppe Grillo. «Mi interessa», rimarca Salvini a chi gli domanda un parere sull'ultima novità del comico genovese, «ma credo che lui e Di Maio dovrebbero parlarsi». Proprio qui sta il punto. Il numero uno della Lega vuole stanare - agli occhi dell'elettorato - il M5s: una settimana fa, prima di aprire il forno con il Partito democratico, diceva che l'Europa era «la casa naturale», ora invece sembra avere altre idee sul tema. In serata Toninelli chiude: «Salvini? Ha perso la sua chance scegliendo il pluricondannato Berlusconi». Già, Berlusconi Cosa pensa della proposta di Salvini? «Perché dovrebbe dire di no?», replica il leader leghista a chi glielo domanda. Eppure nei giorni scorsi il gran ciambellano azzurro Gianni Letta aveva fatto circolare sui giornali l'ipotesi di un governo guidato dalla mente economica del Carroccio, Giancarlo Giorgetti, con i voti del Pd. Fedele Confalonieri, ascoltassimo dal Cavaliere, ieri ha avuto parole al miele per Salvini: «Penso che non sia così male come certa stampa lo dipinge. Io un pochino leghista lo sono e poi ha preso il partito al 4% e lo ha portato al 18%. Qualche qualità ce l'ha e ha certamente la testa sulle spalle». L'endorsement non è di poco conto. Alessandro Da Rold <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chi-puo-mandare-il-centrodestra-al-potere-2565912059.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="grillo-pensa-al-voto-e-silura-di-maio-vogliamo-un-referendum-sulleuro" data-post-id="2565912059" data-published-at="1781942087" data-use-pagination="False"> Grillo pensa al voto e silura Di Maio: «Vogliamo un referendum sull'euro» Il Quirinale prepara un governo «del Presidente», affidato a un personaggio del mondo dell'economia, e Beppe Grillo torna a fare il bombarolo proprio sull'economia, rilanciando l'idea di un referendum per uscire dall'euro. C'è una precisa strategia del fondatore, al quale guarda tutta quella parte del mondo pentastellato che ha sofferto per due mesi a vedere le aperture di Luigi Di Maio in grisaglia ministeriale, dietro il ripescaggio del referendum sulla moneta unica. I vertici del Movimento sono ormai convinti che Sergio Mattarella «stia cercando il suo Mario Monti e abbia già mezzo governo pronto». E allora ecco che si torna sulle barricate. Il comico genovese, al termine di uno spettacolo teatrale, ha parlato a ruota libera con il mensile francese Putsch e ha ritrovato toni incendiari, anche se i contenuti non sono esattamente nuovissimi. Il primo affondo è stato sul famigerato Rosatellum, una legge elettorale «decisa a tavolino per impedirci di governare». In sostanza, questa l'affabulazione di Grillo, «c'è stato un colpo di Stato al contrario: hanno utilizzato la democrazia per distruggerla». E poi ecco la degna risposta alle ansie del Quirinale sulla collocazione europea dell'Italia: «Ho proposto un referendum per la zona euro e voglio che il popolo italiano si esprima. Tutti i trattati che sono stati firmati erano giusti, ma sono stati deformati dai regolamenti». Per finire, calcione sui denti alle fobìe tedesche e all'ortodossia monetaria dei partner del Nord Europa, con la riproposizione degli eurobond di tremontiana memoria, che significa farci garantire dal resto d'Europa anche il nostro maxidebito pubblico da 2.300 miliardi. Pare che la sortita di Grillo non fosse stata concordata con Di Maio, che si è affrettato a inquadrare la faccenda come la mossa di uno che è «il nostro garante e un battitore libero, lo conoscete…» Anche se lo stesso Di Maio si vede costretto in qualche modo a «correggere» Grillo dicendo che sull'euro «la linea non cambia». Già, non cambia, ma qual è? L'ex candidato premier se la cava così: «Cambiare tutto». Anche se M5s sa benissimo che un referendum come quello rilanciato ieri andrebbe innanzitutto autorizzato, e poi sarebbe solo consultivo. Il fatto è che in realtà è difficile ignorare che le parole di Beppe Grillo sull'euro sono in piena continuità con quello che il Movimento ha sempre sostenuto prima dell'exploit di domenica 4 marzo. «Torneremo guerrieri e liberi battitori, su tutto», ha confidato Grillo agli amici, nei giorni scorsi. Dopo che ha visto Di Maio messo nell'angolo «dalle manovre di un Palazzo morente». E allora ecco un'intervista al periodico francese che ricalca in modo abbastanza evidente un intervento di un anno fa sul blog delle Stelle, intitolato «Comanda il popolo, non Draghi», firmato da Elio Lannutti, il presidente dell'Adusbef che oggi è diventato senatore del Movimento, ma che soprattutto è uno dei consiglieri più ascoltati dello stesso Grillo fin dai tempi in cui andavano insieme a vivacizzare le assemblee della Telecom Italia appena privatizzata. Lannutti parlava di euro come «rapina del secolo», di sovranità italiana «svenduta a cleptocrati, tecnocrati e oligarchi», di «bail-in come esproprio criminale del risparmio, intimato dall'ideologia tedesca» e di necessità di abbandonare la moneta unica per uscire da questa «gabbia di strozzinaggio europeo con egemonia di Berlino». Di Maio abbozza, mantiene il sorriso ministeriale, ma comunque ha di fronte a sé un sentiero stretto. Ha chiesto elezioni subito, indicando perfino una data precisa a Mattarella (24 giugno), ma sa bene che il Quirinale al massimo potrebbe concedere il ritorno alle urne in autunno, a patto che sia anche la Lega a chiederlo. E comunque preferirebbe di gran lunga far passare un anno. Anzi «perdere un anno», dicono i capi del Movimento, che dietro a un governo «di tutti», al quale comunque M5s non darebbe un voto, temono si nasconda solo la necessità di Silvio Berlusconi e Matteo Renzi di riorganizzarsi e basta. E anche se tra i 5 stelle tutti giurano che la leadership non si discute, più tardi si tornerà a votare e più è difficile che il candidato premier sia ancora Di Maio e non un Alessandro Di Battista. E un altro punto che preoccupa non solo il leader di Pomigliano d'Arco, ma anche lo stratega Davide Casaleggio è quello dei soldi: il Pd è al collasso e in questo momento non ha i denari per una nuova campagna elettorale, così come sulle finanze del Carroccio ci sono molti dubbi. Insomma, la paura è di avere di fronte avversari pronti a tutto, pur di aggrapparsi agli scranni parlamentari. L'incubo dei vertici 5 stelle non è solo «l'evidente patto tra Berlusconi e Renzi», ma anche il governo di tregua che temono stia preparando Mattarella, pescando tra «i soliti professori della Bocconi». Per Di Maio sarebbe semplicemente «un tradimento del popolo». Meglio dunque votare subito e fare una sorta di ballottaggio con Matteo Salvini. Una posizione così rigida che sembra destinata a far cadere nel vuoto anche l'ennesima offerta last minute del capo del Carroccio, per un governo di sei mesi, che cambi la legge elettorale e disinneschi la tagliola degli aumenti Iva. Lega e M5s che vanno al «ballottaggio», magari dopo aver governato anche un po' insieme. La fortuna di Mattarella è che i capelli ce li ha già tutti bianchi. Francesco Bonazzi
L'ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene (Ansa). Nel riquadro il suo post su X
Insomma, un endorsement in piena regola. Il che è significativo. Nonostante al momento non rivesta un peso politico troppo rilevante, la Taylor Greene è stata un tempo una delle principali sostenitrici di Trump. Poi, a partire dall’anno scorso, i loro rapporti si sono progressivamente incrinati. L’allora deputata ha infatti iniziato a criticare il presidente americano su vari fronti: la sua politica su Israele e Siria, l’inflazione e i file di Jeffrey Epstein. In altre parole, la Greene è una di quelle figure del mondo politico-mediatico Maga che hanno drammaticamente rotto con l’attuale inquilino della Casa Bianca, accusandolo di aver abbandonato il trumpismo delle origini. Da questo punto di vista, un altro personaggio collocato su una linea simile è il giornalista conservatore Tucker Carlson che, un tempo deciso fautore dell’attuale presidente, ha litigato con lui soprattutto a causa della guerra in Iran.
Queste rotture sono, almeno in parte, la diretta conseguenza della «traversata nel deserto» che il trumpismo ha condotto nei quattro anni dell’amministrazione Biden. Delusi dal Partito democratico, vari mondi un tempo ostili a Trump (Silicon Valley, apparati della sicurezza nazionale, alta burocrazia del Pentagono) si sono man mano avvicinati ai repubblicani, innestandosi sul trumpismo originario, che, pur non essendo monoliticamente isolazionista, era più concentrato sulla tutela dei colletti blu della Rust Belt e, quindi, sui temi della reindustrializzazione e della post globalizzazione. Dal 2025, queste due anime del mondo Maga sono entrate spesso in dialettica, arrivando a produrre alcune rotture, come quelle della Greene e di Carlson.
È quindi interessante il fatto che l’ex deputata repubblicana si sia schierata con la Meloni. Una Meloni che aveva già comunque, almeno in parte, diviso il mondo Maga. Se la maggioranza di esso la vedeva in modo favorevole, Steve Bannon, a marzo, la criticò per non aver dato abbastanza sostegno a Trump nella crisi di Hormuz. Un ulteriore aspetto interessante da notare è che Bannon, la Greene e Carlson provengono tutti, pur con tratti e sensibilità differenti, da quel trumpismo originario di cui abbiamo parlato: trumpismo originario che, nella sua sfera mediatico-politica, si è spaccato sul conflitto in Iran (se Carlson , come detto, è contrario alla guerra, Laura Loomer la sostiene). Da questo punto di vista, a essere interessante è anche la sponda che, nel 2025, si registrò tra la Meloni ed Elon Musk: un esponente di quei nuovi «innesti» che era, non a caso, ai ferri corti con Bannon. Tra l’altro, anche Musk l’anno scorso ruppe con Trump, per poi significativamente ricucire (vista soprattutto la crescente interdipendenza tra SpaceX e il Pentagono).
Ma attenzione. I risvolti della nuova rottura tra il presidente americano e la Meloni potrebbero irrompere nella stessa amministrazione statunitense. Nell’ultimo anno e mezzo, l’inquilina di Palazzo Chigi ha stretto un rapporto molto cordiale con Marco Rubio e con JD Vance (il quale, dopo aver firmato la prefazione all’edizione statunitense del volume «La versione di Giorgia», ha anche citato la premier nel suo ultimo libro, «Communion»). Ora, nel breve termine, lo scontro tra Trump e la Meloni rischia di mettere in una posizione scomoda tanto il vicepresidente quanto il segretario di Stato. Tuttavia il tema è più complesso. Sì, perché sia Vance che Rubio sono assai interessati a candidarsi alla nomination presidenziale repubblicana del 2028. In quest’ottica, entrambi guardano con favore al mantenimento di una convergenza con la Meloni. Se il centrodestra italiano dovesse vincere le elezioni l’anno prossimo e, nel 2029, dovesse insediarsi alla presidenza statunitense uno dei due, sia Vance che Rubio auspicherebbero una sponda con Roma per arginare l’asse franco-tedesco e, soprattutto, per cercare di allentare i rapporti tra l’Ue e la Cina.
Nel frattempo, la stampa statunitense ha riportato la notizia del nuovo scontro tra Trump e la Meloni: da Nbc News al Wall Street Journal, passando per il Washington Post, le varie testate hanno raccontato le tensioni, ricordando che ci fu un tempo in cui i due leader erano stretti alleati. Per quanto non impossibile, sembra sempre più difficile che quel tempo possa tornare. Il conflitto iraniano ha del resto contribuito a scavare un solco profondo tra le due sponde dell’Atlantico. È dunque da qui che Vance e Rubio dovranno partire per cercare di riavvicinarle.
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Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Altro che «riavvicinamento»: poche ore dopo la fine del G7 di Evian, tra Donald Trump e Giorgia Meloni esplode uno dei più gravi incidenti diplomatici mai registrati nella storia dell’Italia repubblicana tra un presidente degli Stati Uniti e un premier italiano, secondo solo al famoso caso di Sigonella, che nel 1985 vide Bettino Craxi opporsi a Donald Reagan per la sorte dei miliziani palestinesi che avevano dirottato la nave da crociera Achille Lauro. In quel caso si rischiò lo scontro armato tra la Delta Force da una parte e i carabinieri e i Vam dall’altra, ieri invece il conflitto è stato tutto dialettico, ma quanto mai aspro.
La cronaca di questa surreale, incredibile giornata, inizia poco dopo le 10 italiane, le 4 di notte a Washington, quando La7 diffonde un annuncio: «Oggi in esclusiva a L’Aria che tira su La7 una nuova telefonata con Donald Trump. Il programma di David Parenzo ha raggiunto telefonicamente il presidente statunitense per un colloquio. Al centro, le ultime dal G7 sulla pace in Medio Oriente e, soprattutto, sull’incontro tra il tycoon e il premier italiana Meloni dopo le tensioni delle ultime settimane». Siamo abituati al fatto che, tra le tante stravaganze (eufemismo) di Trump, ci sia pure quella di chiacchierare al telefono con i giornalisti. Alle 11, però, scoppia la bomba: Parenzo manda in onda la trascrizione della telefonata tra il tycoon e il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, Daniele Compatangelo: «Come sta il suo primo ministro? Come sta lei?», chiede a un certo punto Trump. «Beh, l’ha appena incontrata al G7», risponde il giornalista, «cosa ne pensa?». «Probabilmente è felice», replica Trump, «che io le abbia parlato! Non ero obbligato a farlo! Non so cosa dire! Mi ha supplicato di fare una foto! Voleva a tutti i costi una foto con me. Non l’avrei fatto, ma mi ha fatto pena!».
La7 non pubblica l’audio originale della telefonata, ma direttamente la traduzione: perché? A quanto spiega il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, per precise direttive dello staff del presidente Usa, le registrazioni delle telefonate non possono essere diffuse con l’audio originale. La trascrizione in lingua originale dell’ultima frase di Trump è la seguente: «She begged me for a picture! She wanted a picture with me so badly. I would haven’t done it, but I felt sorry for her!».
«I felt sorry for her» viene tradotto con «mi ha fatto pena», il che è formalmente corretto, ma la stessa frase può anche essere tradotta con un molto meno maleducato «mi dispiaceva per lei» o «mi è dispiaciuto per lei», come fa notare in diretta Antonio Di Bella, tra l’altro ex direttore del Tg3 e di Rai3 e già corrispondente da New York per il Tg1. Fatto sta che la Meloni la prende, come è ovvio, malissimo: impugna lo smartphone e da Bruxelles, dove sta partecipando al Consiglio europeo, registra un durissimo video di risposta: «Certe cose», scandisce Giorgia Meloni, «meritano una risposta immediata. Le dichiarazioni di Donald Trump sono totalmente inventate. Sono francamente allibita. Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati e non è del resto la prima volta che accade. Posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, con i nemici degli Stati Uniti, con leadership con le quali invece si dimostra molto più accondiscendente. Però una cosa se la deve ricordare: io e l’Italia, non imploriamo mai». L’aria che tira, potremmo dire, è quella di tempesta: piovono reazioni indignate da tutto il mondo politico e istituzionale, italiano e non solo. Si muove il Colle: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, telefona alla Meloni e le esprime solidarietà.
Immediate anche le reazioni dei due vicepremier: «Le gravi e offensive parole del presidente Trump nei confronti del presidente del Consiglio», scrive su X il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, «offendono tutta l’Italia. Per questo motivo ho deciso di annullare la mia visita negli Stati Uniti prevista per i prossimi 21 e 22 giugno». Anche Confindustria cancella la sua partecipazione al business forum di Miami del 22 giugno. Più tardi, parlando con i cronisti, Tajani aggiunge: «Non possiamo pensare che qualcuno offenda l’Italia così come ha fatto il presidente Usa», invitando comunque a «mantenere il rapporto transatlantico come stella polare». L’altro vicepremier, il ministro dei Trasporti e leader della Lega Matteo Salvini, sui social scrive: «Chi attacca Giorgia, attacca tutti noi». E adesso che succede? La Verità ha avuto modo di sondare ambienti di governo e maggioranza, e c’è una sostanziale unanimità su un punto: i dubbi sull’equilibrio di Donald Trump. Sono diventate troppo frequenti e sempre più deliranti, ormai, le sparate del tycoon, tra insulti ad alleati, avversari e giornalisti, prese di posizione surreali, video, foto e post deliranti postati a raffica sui social, e, cosa più grave, continui cambi di strategia e opinione sulle questioni più importanti di politica internazionale.
Compiacimento abbiamo poi registrato per l’intervento di Mattarella, arrivato mentre tra le opposizioni non mancava chi, pur esprimendo solidarietà alla Meloni, aggiungeva che è stata però proprio lei a scegliere il presidente degli Stati Uniti come alleato privilegiato, manco fosse una colpa o avesse altra scelta. Sono una donna dotata di doti divinatorie poteva prevedere che Trump sarebbe diventato quello che è oggi: per non sbilanciarci troppo, sicuramente un gran maleducato. Che, dopo la replica di Meloni, ha rincarato la dose: «Non la voglio come fan perché lei, così come gli altri del gruppo Nato, non c'è stata riguardo allo Stretto di Hormuz».
Eppure la sinistra incolpa Giorgia
Centinaia, dall’Italia e dall’estero, le reazioni allo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni: «Sono stato sorpreso», commenta il presidente francese Emmanuel Macron, «dall’attacco di Trump a Meloni, ne parlerò con lei». «Riguardo alla Meloni», dice il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, «vorrei dire due cose: la prima, tutta la mia solidarietà. In secondo luogo, vorrei dirvi che non solo l’ho espressa pubblicamente ora, ma l’ho fatto anche in privato. Le ho espresso la mia solidarietà direttamente in Consiglio di fronte a questo attacco che non è né politico né personale. In realtà, non so nemmeno come qualificarlo».
Passiamo all’Italia: «Le parole del presidente Donald Trump, chiaramente false», attacca il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «sono un evidente tentativo di vendicarsi della premier italiana per il suo non essersi piegata ai voleri del tycoon. Conoscendola molto bene, posso scommettere di mangiare un pollo vivo piuttosto che credere che Giorgia Meloni supplichi qualcuno. Fa pena chi lo sostiene». «La mia solidarietà al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Le parole pronunciate nei suoi confronti», argomenta il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, «non contribuiscono certamente a rafforzare quel clima di rispetto fondamentale nei rapporti tra paesi amici e alleati». Durissimo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari: «I deliri di Trump su Giorgia Meloni», azzanna Fazzolari, «sono solo l’ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei. Non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all’intero continente europeo, danneggiando non solo l’Europa ma soprattutto gli Stati Uniti».
In serata, ospite di 10 minuti su Retequattro, Fazzolari fornisce una inedita interpretazione dell’accaduto: «Una delle interpretazioni che è stata data oltreoceano», spiega Fazzolari, «è che il video del G7 di Evian è diventato virale negli Usa, e i commenti erano: Meloni mette al suo posto Trump. Il presidente americano è particolarmente attento e sensibile alle dinamiche delle rete. Una delle interpretazioni che è stata data è che è stata una reazione per questo video che era stato particolarmente diffuso negli Stati Uniti».
Arrivano anche i commenti degli esponenti di opposizione: «La triste realtà», sottolinea il leder del M5s, Giuseppe Conte, «è che abbiamo subito una grande mortificazione da parte di Trump e queste sono parole assolutamente inaccettabili nei confronti dei nostri vertici istituzionali. Però dobbiamo anche riflettere. Giorgia Meloni e il suo governo hanno detto sì a tutto e hanno svenduto l’interesse nazionale». «Gli attacchi di Trump alla Meloni», sottolinea la segretaria del Pd, Elly Schlein, «sono inaccettabili, da respingere con forza. Noi non accettiamo attacchi né insulti rivolti al governo del nostro paese e continueremo a difendere le istituzioni italiane. Ci aspettiamo però che lo faccia, e cominci a farlo di più, anche la destra di questo paese e che capisca quanto è stata sbagliata la strategia di un atteggiamento remissivo verso Trump». «Le frasi di Trump sono orripilanti, come sempre. Finalmente», scrive su X il leader di Italia viva Matteo Renzi, «se ne è accorta anche la presidente Meloni: buongiorno Giorgia, ben svegliata. Ora basta cappellini Maga e basta ponti con Trump».
La missione del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, negli Stati Uniti, prevista per la prossima settimana, è stata annullata, dopo le offese di Trump Arriva anche il commento del generale Roberto Vannacci: «L’Italia», dice il leader di Futuro nazionale, «non può diventare terreno di scontro per calcoli di parte o convenienze politiche del momento. Non condivido chi, per attaccare Giorgia Meloni o il suo governo, finisce per gettare fango sul presidente del Consiglio e, con esso, sull’immagine della nostra nazione». Solidarietà alla Meloni e condanna della prepotenza da parte di Domenico Menorello, portavoce del network associativo «Ditelo sui tetti».
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Nella notte tra il 18 e il 19 giugno il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver abbattuto 133 droni ucraini nelle regioni di Belgorod, Bryansk, Kaluga, Kursk, Voronezh, Oryol, Smolensk, Tula, Rostov e Ryazan, oltre che nell’area di Mosca, in Crimea e sul Mar Nero. L’attacco è arrivato dopo la più grande offensiva con droni contro la capitale russa dall’inizio della guerra, che ha colpito la raffineria di petrolio di Mosca provocando danni e disagi al traffico aereo. La risposta russa è arrivata con bombardamenti su Kharkiv, città che continua a essere uno degli obiettivi principali delle offensive del Cremlino. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha rivolto un duro avvertimento ad Alexander Lukashenko, accusando la Bielorussia di mantenere lungo il confine sistemi utilizzati per correggere il tiro contro il territorio ucraino. «Concedo una settimana di tempo perché vengano ritirati. In caso contrario, provvederemo noi stessi», ha dichiarato il presidente ucraino.
Mentre sul terreno proseguono gli scontri, sul piano diplomatico iniziano a emergere segnali di possibili sviluppi. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato di avere la sensazione che gli Stati Uniti possano modificare nuovamente il loro approccio alla guerra in Ucraina. Pur riconoscendo che Washington continua a sostenere militarmente Kiev attraverso sanzioni e programmi di assistenza, Lavrov ha lasciato intendere che qualcosa potrebbe cambiare nei prossimi mesi. Le sue parole arrivano mentre The Economist rivela l’esistenza di colloqui informali tra rappresentanti ucraini e figure vicine al presidente americano Donald Trump. Secondo il settimanale britannico, tra le ipotesi allo studio vi sarebbe un piano di pace articolato in due fasi. La prima prevederebbe il congelamento delle ostilità lungo l’attuale linea del fronte con la creazione di una fascia di sicurezza profonda tra cinquanta e settanta chilometri. Solo in una fase successiva si aprirebbe il negoziato sulle questioni territoriali e sulle garanzie di sicurezza.
Secondo la stessa ricostruzione sarebbero ripresi anche contatti informali con Mosca. Tuttavia Kiev mantiene un forte scetticismo. Un alto funzionario ucraino ha dichiarato che il Cremlino potrebbe preferire prendere tempo almeno fino all’autunno e forse addirittura fino alla prossima primavera. Mosca continua a sostenere che qualsiasi trattativa dovrà svolgersi nello «spirito di Anchorage», facendo riferimento agli accordi discussi durante l’incontro tra Vladimir Putin e Donald Trump in Alaska nell’agosto 2025. Secondo la posizione russa, un’intesa dovrebbe prevedere il riconoscimento del controllo di Mosca sulla Crimea e sui territori occupati nelle regioni di Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia.
Anche il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha affrontato il tema dei negoziati, criticando l’atteggiamento europeo. Secondo Peskov, Bruxelles e le principali capitali occidentali commettono un errore nel ritenere di poter trattare con la Russia da una posizione di forza. Mosca, ha spiegato, resta disponibile al dialogo ma soltanto a condizione che vengano abbandonati ultimatum e pressioni politiche. Proprio sul tema del dialogo con Mosca stanno emergendo divisioni all’interno dell’Unione europea. Secondo Politico, durante il vertice notturno di Bruxelles il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz avrebbero contestato l’iniziativa del presidente del Consiglio Europeo António Costa volta ad aprire un canale di dialogo con la Russia in vista di eventuali negoziati di pace. Secondo le indiscrezioni, alcuni leader europei hanno definito la proposta prematura e non coordinata, mentre altri hanno sostenuto la necessità di mantenere aperti i contatti diplomatici con il Cremlino.
Ursula von der Leyen ha dichiarato che «prima o poi la Russia dovrà sedersi al tavolo dei negoziati, anche grazie alla pressione delle sanzioni europee». Il presidente della Commissione europea ha aggiunto che, quando si aprirà una reale prospettiva di dialogo, sarà essenziale che l’Unione europea si presenti con una posizione unitaria nei confronti di Putin, commentando l’ipotesi di un canale di comunicazione con Mosca avanzata dal presidente del Consiglio europeo. In questo contesto Lavrov ha rilanciato l’allarme sul rischio di uno scontro diretto tra Russia e Nato. In un’intervista diffusa dal ministero degli Esteri russo, il capo della diplomazia ha avvertito che un confronto militare aperto tra le due potenze potrebbe rapidamente degenerare in uno scambio di attacchi nucleari dalle conseguenze catastrofiche. Lavrov ha inoltre criticato il rafforzamento delle capacità militari europee e il progetto francese di estendere il proprio ombrello nucleare ad altri Paesi dell’Unione europea e dell’Alleanza Atlantica. Nel frattempo Donald Trump, nella «famosa» intervista a La7, ha ribadito: «Gli Usa vogliono soltanto la pace e non sono coinvolti nel percorso di adesione dell’Ucraina all’Ue».
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