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2018-05-05
La pattuglia dei «responsabili»
che può far partire il governo di centrodestra
ANSA
L'operazione è «difficile, ma non impossibile». Parola di un parlamentare di centrodestra particolarmente attivo, in queste ore, nel lavoro di scouting tra i colleghi degli altri partiti. L'obiettivo è consentire al centrodestra, lunedì prossimo, di comunicare al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la effettiva possibilità di raggiungere la maggioranza sia alla Camera sia al Senato. L'operazione «si Salvini chi può» è in pieno svolgimento. Ammiccamenti, occhiolini, messaggini, colloqui segretissimi: il corteggiamento nei confronti dei parlamentari che rischierebbero, in caso di nuove elezioni, di non rivedere mai più le poltrone del Parlamento, non avendo avuto neanche la possibilità di imprimervi l'orma dell'onorevole deretano, è serratissimo. Le tattiche per convincere deputati e senatori a sostenere «responsabilmente» il centrodestra sono innumerevoli. A proposito di numeri: vediamo nel dettaglio quanti sono i pesciolini che dovranno abboccare all'amo perché l'operazione vada in porto.
Alla Camera, la maggioranza assoluta è fissata a quota 316. Il centrodestra, in totale, ha 261 deputati (125 della Lega, 104 di Forza Italia, 32 di Fratelli d'Italia). Mancano 55 voti per l'ipotetica fiducia a un governo di centrodestra. Occhio al gruppo misto: è composto da 21 deputati, tre dei quali (Maurizio Lupi, Ale Colucci e Renzo Tondo) aderiscono già al centrodestra, in quanto eletti con Noi con l'Italia, la quarta gamba della coalizione. Sei deputati del misto fanno parte della componente Movimento associativo Italiani all'estero: tra questi figurano ben cinque parlamentari eletti con il M5s ma espulsi per la vicenda dei mancati rimborsi (Andrea Cecconi e Silvia Benedetti), o perché non avevano dichiarato l'iscrizione alla massoneria (Catello Vitiello) o per altri motivi (Salvatore Caiata, Antonio Tasso). L'eletto all'estero Eugenio Sangregorio non è iscritto ad alcuna componente. Tutti e otto sono considerati «di prima fascia», ovvero prontissimi a dare l'ok al governo di centrodestra, e in particolare Caiata, presidente del Potenza Calcio, espulso dal M5s per una indagine a suo carico, è considerato un fuoriclasse della caccia al deputato. Con i quattro componenti del misto che aderiscono alla componente delle minoranze linguistiche, il discorso è in fase avanzata: «Alcuni di loro», conferma la fonte, «volevano candidarsi con la Lega. Ci stiamo lavorando». Mancherebbero ancora una quarantina di deputati. I restanti sette componenti del misto, provengono da +Europa - Centro democratico e dalla lista Civica Popolare di Beatrice Lorenzin, e sono considerati più o meno inavvicinabili.
Come pescare altri 40 deputati pronti a sostenere un governo di centrodestra, ovviamente per «senso di responsabilità»? Una decina arriverebbero dal Pd, attraverso un transito nel misto, ma il mare più pescoso è rappresentato dai 222 deputati del M5s. L'identikit della preda? «Si punta», aggiunge la fonte, «in particolare, a due categorie: gli avvocati e i medici con uno stipendio non superiore ai 2.000 euro al mese, e i neodeputati eletti per un pelo, quelli candidati agli ultimi posti nei listini proporzionali. Sanno benissimo che non verranno mai rieletti, e dovranno dire addio allo stipendio da 13.000 euro al mese. Qui dentro», conclude il nostro cacciatore di voti, «si diventa avidi». Possibile? Trenta deputati grillini pronti a sostenere un governo di centrodestra, abiurando il sacro blog, per la misera cifra di 13.000 euro al mese? «Non hai idea», rivela alla Verità, tra mille ritrosie, un veterano del M5s, «di chi abbiamo imbarcato a questo giro. C'è di tutto. Perfetti sconosciuti che si sono ritrovati in Parlamento solo perché nelle grazie di Luigi Di Maio e del suo cerchio magico, scattati con il proporzionale senza aver mai fatto neanche un comizio. Non mi stupirebbe niente, considerato quello che è successo sulla vicenda dei rimborsi. Non ce lo saremmo mai aspettati, e invece…». Anche in Leu, incredibile ma vero, ci sarebbero un paio di profili «corteggiabili». In sostanza, i numeri potrebbero esserci. E al Senato?
Qui l'operazione «si Salvini chi può» è meno complicata. La maggioranza è a quota 161. I senatori di centrodestra sono 137 (61 di Forza Italia, 58 della Lega, 18 di Fratelli d'Italia). Mancano 24 voti. Il gruppo per le Autonomie conta 9 membri, tra i quali Pier Ferdinando Casini e due senatori a vita: Elena Cattaneo e Giorgio Napolitano. Almeno i 5 senatori autonomisti doc potrebbero sostenere un governo di centrodestra in cambio di provvedimenti che vadano incontro alle esigenze dei territori che rappresentano. Mancherebbero altri 19 senatori, 3 dei quali, attualmente nel gruppo misto, vengono dati per certi. I restanti 16? Andrebbero pescati tra i 52 senatori del Pd e i 109 del M5s, con i criteri che abbiamo già descritto. Se poi il M5s confermasse la regola dei due mandati, vietando a chi è stato eletto due volte di ricandidarsi, il centrodestra avrebbe solo l'imbarazzo della scelta. Perché grillini si nasce, ma onorevoli si diventa.
Carlo Tarallo
Salvini ha il suo prof e sfida Mattarella: «Governo a tempo sì, quello tecnico no»
Dopo il consiglio federale Matteo Salvini non scopre le carte sul nome del possibile «tecnico» anti Europa che potrebbe guidare un governo della durata di un anno con i voti del centrodestra e del Movimento 5 stelle. Ma a quanto pare il profilo che il segretario della Lega ha in mente è quello di Alberto Bagnai, professore e economista, eletto senatore con il Carroccio, da sempre critico nei confronti dell'eurozona. Il suo nome era già circolato per la presidenza del Senato, incarico poi andato alla forzista Maria Elisabetta Casellati. È questa la novità emersa dalla riunione di ieri pomeriggio in casa del Carroccio, a due giorni dalle consultazioni lampo di lunedì con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Salvini cambia le carte in tavola («Ho già un percorso chiaro in testa, è l'ultimo tentativo che posso fare per rispettare il voto degli italiani. Non appoggerò governi guidati da dame di compagnia dell'Ue»). Se ieri aveva accarezzato l'ipotesi di chiedere l'incarico per sé stesso, come proposto dalla leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, e da diversi esponenti di Forza Italia, ora ha cambiato idea. Perché se davvero il capo dello Stato volesse proporre un governo di «tregua» con un economista che piace a Bruxelles - nel vecchio stile di Mario Monti (il nome che circolava ieri era quello del professore della Bocconi Guido Tabellini) o peggio ancora con il presidente del Consiglio di Stato Alessandro Pajno - allora tanto vale rilanciare con un profilo di un «professore» che sia espressione delle forze politiche che hanno vinto, cioè quelle di centrodestra e del M5s. Per Salvini non dev'essere necessariamente «un leghista» ma una persona di «buon senso», che batta i pugni sul tavolo in Europa e che in estate, tempo di sbarchi vorticosi sulle coste italiche, indichi misure restrittive contro l'immigrazione incontrollata. Nelle prossime ore il leader della coalizione incontrerà Silvio Berlusconi. Subito dopo l'obiettivo è quello di riallacciare i contatti con il leader (ancora?) dei pentastellati, Luigi Di Maio, con cui le comunicazioni si sono interrotte da una settimana: le diplomazie sono già al lavoro. Ora, in teoria, ci sarebbe un argomento su cui discutere.
Per questo motivo ci sono anche altri di nomi che in queste ore stanno circolando sui telefonini di leghisti e grillini, sostenitori di un ancora possibile governo gialloverde. Per esempio quello di Paolo Savona, già ministro dell'Industria del governo Ciampi, più volte critico nei confronti dell'euro. Oppure ancora c'è chi parla di Giovanni Dosi, professore di Economia alla scuola superiore Sant'Anna di Pisa, spesso relatore ai convegni organizzati dal M5s. Un altro profilo potrebbe essere quello di Mariana Mazzucato, altra economista gradita ai grillini, autrice del libro Lo Stato innovatore. E infine c'è chi abbozza il nome di Marcello Minenna, ora alla Consob, già assessore del Comune di Roma sotto il mandato di Virginia Raggi, critico nei confronti della moneta unica.
«Se di governo tecnico, di scopo o istituzionale, l'incarico va dato partendo da chi ha vinto le elezioni, escludo qualsiasi tecnico alla Monti», dichiara Salvini in conferenza stampa. «E ribadisco l'invito a M5s come fare insieme un governo a tempo per fare poche cose e bene». Salvini ha spiegato che si presenterà con questa proposta al Quirinale. Ha aggiunto il mese di dicembre come orizzonte di durata massima dell'esecutivo, sottolineando che l'unica condizione è che dall'alleanza sia escluso il segretario del Pd, Matteo Renzi («Dove c'è Renzi non c'è Salvini»). Poi c'è un «no» grande come una casa a una proroga del governo di Paolo Gentiloni: «Non posso pensare di andare con Alfano ministro degli Esteri al prossimo Consiglio europeo di giugno».
Come detto, l'esecutivo per Salvini avrebbe scadenza a dicembre e dovrebbe occuparsi di poche cose, tra cui la legge elettorale e le manovre di bilancio. «È un governo che vede prima gli interessi nazionali», spiega il leader leghista, «che si faccia carico di fare in fretta e bene buone cose, tra cui una legge elettorale con il premio di maggioranza per la coalizione o anche per il partito, come accade per le elezioni regionali. Gli italiani devono sapere che si manda al governo chi prende un voto in più il giorno dopo le elezioni». Poi, seconda cosa: «Dobbiamo bloccare gli aumenti di Iva e accise. La bozza di bilancio dell'Ue va rigettata in toto».
Secondo alcuni osservatori Salvini sarebbe già in campagna elettorale. Anzi, la proposta del tecnico «no euro» sarebbe una replica alla proposta di referendum contro la moneta unica avanzata nelle ultime ore dal garante pentastellato Beppe Grillo. «Mi interessa», rimarca Salvini a chi gli domanda un parere sull'ultima novità del comico genovese, «ma credo che lui e Di Maio dovrebbero parlarsi». Proprio qui sta il punto. Il numero uno della Lega vuole stanare - agli occhi dell'elettorato - il M5s: una settimana fa, prima di aprire il forno con il Partito democratico, diceva che l'Europa era «la casa naturale», ora invece sembra avere altre idee sul tema. In serata Toninelli chiude: «Salvini? Ha perso la sua chance scegliendo il pluricondannato Berlusconi».
Già, Berlusconi Cosa pensa della proposta di Salvini? «Perché dovrebbe dire di no?», replica il leader leghista a chi glielo domanda. Eppure nei giorni scorsi il gran ciambellano azzurro Gianni Letta aveva fatto circolare sui giornali l'ipotesi di un governo guidato dalla mente economica del Carroccio, Giancarlo Giorgetti, con i voti del Pd. Fedele Confalonieri, ascoltassimo dal Cavaliere, ieri ha avuto parole al miele per Salvini: «Penso che non sia così male come certa stampa lo dipinge. Io un pochino leghista lo sono e poi ha preso il partito al 4% e lo ha portato al 18%. Qualche qualità ce l'ha e ha certamente la testa sulle spalle». L'endorsement non è di poco conto.
Alessandro Da Rold
Grillo pensa al voto e silura Di Maio: «Vogliamo un referendum sull'euro»
Il Quirinale prepara un governo «del Presidente», affidato a un personaggio del mondo dell'economia, e Beppe Grillo torna a fare il bombarolo proprio sull'economia, rilanciando l'idea di un referendum per uscire dall'euro. C'è una precisa strategia del fondatore, al quale guarda tutta quella parte del mondo pentastellato che ha sofferto per due mesi a vedere le aperture di Luigi Di Maio in grisaglia ministeriale, dietro il ripescaggio del referendum sulla moneta unica. I vertici del Movimento sono ormai convinti che Sergio Mattarella «stia cercando il suo Mario Monti e abbia già mezzo governo pronto». E allora ecco che si torna sulle barricate.
Il comico genovese, al termine di uno spettacolo teatrale, ha parlato a ruota libera con il mensile francese Putsch e ha ritrovato toni incendiari, anche se i contenuti non sono esattamente nuovissimi. Il primo affondo è stato sul famigerato Rosatellum, una legge elettorale «decisa a tavolino per impedirci di governare». In sostanza, questa l'affabulazione di Grillo, «c'è stato un colpo di Stato al contrario: hanno utilizzato la democrazia per distruggerla». E poi ecco la degna risposta alle ansie del Quirinale sulla collocazione europea dell'Italia: «Ho proposto un referendum per la zona euro e voglio che il popolo italiano si esprima. Tutti i trattati che sono stati firmati erano giusti, ma sono stati deformati dai regolamenti». Per finire, calcione sui denti alle fobìe tedesche e all'ortodossia monetaria dei partner del Nord Europa, con la riproposizione degli eurobond di tremontiana memoria, che significa farci garantire dal resto d'Europa anche il nostro maxidebito pubblico da 2.300 miliardi.
Pare che la sortita di Grillo non fosse stata concordata con Di Maio, che si è affrettato a inquadrare la faccenda come la mossa di uno che è «il nostro garante e un battitore libero, lo conoscete…» Anche se lo stesso Di Maio si vede costretto in qualche modo a «correggere» Grillo dicendo che sull'euro «la linea non cambia». Già, non cambia, ma qual è? L'ex candidato premier se la cava così: «Cambiare tutto». Anche se M5s sa benissimo che un referendum come quello rilanciato ieri andrebbe innanzitutto autorizzato, e poi sarebbe solo consultivo.
Il fatto è che in realtà è difficile ignorare che le parole di Beppe Grillo sull'euro sono in piena continuità con quello che il Movimento ha sempre sostenuto prima dell'exploit di domenica 4 marzo. «Torneremo guerrieri e liberi battitori, su tutto», ha confidato Grillo agli amici, nei giorni scorsi. Dopo che ha visto Di Maio messo nell'angolo «dalle manovre di un Palazzo morente». E allora ecco un'intervista al periodico francese che ricalca in modo abbastanza evidente un intervento di un anno fa sul blog delle Stelle, intitolato «Comanda il popolo, non Draghi», firmato da Elio Lannutti, il presidente dell'Adusbef che oggi è diventato senatore del Movimento, ma che soprattutto è uno dei consiglieri più ascoltati dello stesso Grillo fin dai tempi in cui andavano insieme a vivacizzare le assemblee della Telecom Italia appena privatizzata. Lannutti parlava di euro come «rapina del secolo», di sovranità italiana «svenduta a cleptocrati, tecnocrati e oligarchi», di «bail-in come esproprio criminale del risparmio, intimato dall'ideologia tedesca» e di necessità di abbandonare la moneta unica per uscire da questa «gabbia di strozzinaggio europeo con egemonia di Berlino».
Di Maio abbozza, mantiene il sorriso ministeriale, ma comunque ha di fronte a sé un sentiero stretto. Ha chiesto elezioni subito, indicando perfino una data precisa a Mattarella (24 giugno), ma sa bene che il Quirinale al massimo potrebbe concedere il ritorno alle urne in autunno, a patto che sia anche la Lega a chiederlo. E comunque preferirebbe di gran lunga far passare un anno. Anzi «perdere un anno», dicono i capi del Movimento, che dietro a un governo «di tutti», al quale comunque M5s non darebbe un voto, temono si nasconda solo la necessità di Silvio Berlusconi e Matteo Renzi di riorganizzarsi e basta. E anche se tra i 5 stelle tutti giurano che la leadership non si discute, più tardi si tornerà a votare e più è difficile che il candidato premier sia ancora Di Maio e non un Alessandro Di Battista. E un altro punto che preoccupa non solo il leader di Pomigliano d'Arco, ma anche lo stratega Davide Casaleggio è quello dei soldi: il Pd è al collasso e in questo momento non ha i denari per una nuova campagna elettorale, così come sulle finanze del Carroccio ci sono molti dubbi. Insomma, la paura è di avere di fronte avversari pronti a tutto, pur di aggrapparsi agli scranni parlamentari.
L'incubo dei vertici 5 stelle non è solo «l'evidente patto tra Berlusconi e Renzi», ma anche il governo di tregua che temono stia preparando Mattarella, pescando tra «i soliti professori della Bocconi». Per Di Maio sarebbe semplicemente «un tradimento del popolo». Meglio dunque votare subito e fare una sorta di ballottaggio con Matteo Salvini. Una posizione così rigida che sembra destinata a far cadere nel vuoto anche l'ennesima offerta last minute del capo del Carroccio, per un governo di sei mesi, che cambi la legge elettorale e disinneschi la tagliola degli aumenti Iva.
Lega e M5s che vanno al «ballottaggio», magari dopo aver governato anche un po' insieme. La fortuna di Mattarella è che i capelli ce li ha già tutti bianchi.
Francesco Bonazzi
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Caccia ai voti per costruire una maggioranza d'aula che sostenga un esecutivo a guida Lega-Fdi-Forza Italia: nel mirino ci sono i grillini con stipendio basso, che potrebbero restare onorevoli e salvare la paga. Abboccamenti anche con Leu e alcuni dem.Il leghista apre a un esecutivo fino a dicembre con il M5s, ma vuole un esperto non prono all'Ue. Spunta l'idea Alberto Bagnai.Il comico solletica l'area più radicale del M5s con il ripescaggio del voto sulla moneta unica e il ritorno sulle barricate antisistema. L'ex candidato premier tenta la correzione: «La linea non cambia». Ma qual è?Lo speciale contiene tre articoli.L'operazione è «difficile, ma non impossibile». Parola di un parlamentare di centrodestra particolarmente attivo, in queste ore, nel lavoro di scouting tra i colleghi degli altri partiti. L'obiettivo è consentire al centrodestra, lunedì prossimo, di comunicare al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la effettiva possibilità di raggiungere la maggioranza sia alla Camera sia al Senato. L'operazione «si Salvini chi può» è in pieno svolgimento. Ammiccamenti, occhiolini, messaggini, colloqui segretissimi: il corteggiamento nei confronti dei parlamentari che rischierebbero, in caso di nuove elezioni, di non rivedere mai più le poltrone del Parlamento, non avendo avuto neanche la possibilità di imprimervi l'orma dell'onorevole deretano, è serratissimo. Le tattiche per convincere deputati e senatori a sostenere «responsabilmente» il centrodestra sono innumerevoli. A proposito di numeri: vediamo nel dettaglio quanti sono i pesciolini che dovranno abboccare all'amo perché l'operazione vada in porto.Alla Camera, la maggioranza assoluta è fissata a quota 316. Il centrodestra, in totale, ha 261 deputati (125 della Lega, 104 di Forza Italia, 32 di Fratelli d'Italia). Mancano 55 voti per l'ipotetica fiducia a un governo di centrodestra. Occhio al gruppo misto: è composto da 21 deputati, tre dei quali (Maurizio Lupi, Ale Colucci e Renzo Tondo) aderiscono già al centrodestra, in quanto eletti con Noi con l'Italia, la quarta gamba della coalizione. Sei deputati del misto fanno parte della componente Movimento associativo Italiani all'estero: tra questi figurano ben cinque parlamentari eletti con il M5s ma espulsi per la vicenda dei mancati rimborsi (Andrea Cecconi e Silvia Benedetti), o perché non avevano dichiarato l'iscrizione alla massoneria (Catello Vitiello) o per altri motivi (Salvatore Caiata, Antonio Tasso). L'eletto all'estero Eugenio Sangregorio non è iscritto ad alcuna componente. Tutti e otto sono considerati «di prima fascia», ovvero prontissimi a dare l'ok al governo di centrodestra, e in particolare Caiata, presidente del Potenza Calcio, espulso dal M5s per una indagine a suo carico, è considerato un fuoriclasse della caccia al deputato. Con i quattro componenti del misto che aderiscono alla componente delle minoranze linguistiche, il discorso è in fase avanzata: «Alcuni di loro», conferma la fonte, «volevano candidarsi con la Lega. Ci stiamo lavorando». Mancherebbero ancora una quarantina di deputati. I restanti sette componenti del misto, provengono da +Europa - Centro democratico e dalla lista Civica Popolare di Beatrice Lorenzin, e sono considerati più o meno inavvicinabili.Come pescare altri 40 deputati pronti a sostenere un governo di centrodestra, ovviamente per «senso di responsabilità»? Una decina arriverebbero dal Pd, attraverso un transito nel misto, ma il mare più pescoso è rappresentato dai 222 deputati del M5s. L'identikit della preda? «Si punta», aggiunge la fonte, «in particolare, a due categorie: gli avvocati e i medici con uno stipendio non superiore ai 2.000 euro al mese, e i neodeputati eletti per un pelo, quelli candidati agli ultimi posti nei listini proporzionali. Sanno benissimo che non verranno mai rieletti, e dovranno dire addio allo stipendio da 13.000 euro al mese. Qui dentro», conclude il nostro cacciatore di voti, «si diventa avidi». Possibile? Trenta deputati grillini pronti a sostenere un governo di centrodestra, abiurando il sacro blog, per la misera cifra di 13.000 euro al mese? «Non hai idea», rivela alla Verità, tra mille ritrosie, un veterano del M5s, «di chi abbiamo imbarcato a questo giro. C'è di tutto. Perfetti sconosciuti che si sono ritrovati in Parlamento solo perché nelle grazie di Luigi Di Maio e del suo cerchio magico, scattati con il proporzionale senza aver mai fatto neanche un comizio. Non mi stupirebbe niente, considerato quello che è successo sulla vicenda dei rimborsi. Non ce lo saremmo mai aspettati, e invece…». Anche in Leu, incredibile ma vero, ci sarebbero un paio di profili «corteggiabili». In sostanza, i numeri potrebbero esserci. E al Senato?Qui l'operazione «si Salvini chi può» è meno complicata. La maggioranza è a quota 161. I senatori di centrodestra sono 137 (61 di Forza Italia, 58 della Lega, 18 di Fratelli d'Italia). Mancano 24 voti. Il gruppo per le Autonomie conta 9 membri, tra i quali Pier Ferdinando Casini e due senatori a vita: Elena Cattaneo e Giorgio Napolitano. Almeno i 5 senatori autonomisti doc potrebbero sostenere un governo di centrodestra in cambio di provvedimenti che vadano incontro alle esigenze dei territori che rappresentano. Mancherebbero altri 19 senatori, 3 dei quali, attualmente nel gruppo misto, vengono dati per certi. I restanti 16? Andrebbero pescati tra i 52 senatori del Pd e i 109 del M5s, con i criteri che abbiamo già descritto. Se poi il M5s confermasse la regola dei due mandati, vietando a chi è stato eletto due volte di ricandidarsi, il centrodestra avrebbe solo l'imbarazzo della scelta. Perché grillini si nasce, ma onorevoli si diventa. Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chi-puo-mandare-il-centrodestra-al-potere-2565912059.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-ha-il-suo-prof-e-sfida-mattarella-governo-a-tempo-si-quello-tecnico-no" data-post-id="2565912059" data-published-at="1768894077" data-use-pagination="False"> Salvini ha il suo prof e sfida Mattarella: «Governo a tempo sì, quello tecnico no» Dopo il consiglio federale Matteo Salvini non scopre le carte sul nome del possibile «tecnico» anti Europa che potrebbe guidare un governo della durata di un anno con i voti del centrodestra e del Movimento 5 stelle. Ma a quanto pare il profilo che il segretario della Lega ha in mente è quello di Alberto Bagnai, professore e economista, eletto senatore con il Carroccio, da sempre critico nei confronti dell'eurozona. Il suo nome era già circolato per la presidenza del Senato, incarico poi andato alla forzista Maria Elisabetta Casellati. È questa la novità emersa dalla riunione di ieri pomeriggio in casa del Carroccio, a due giorni dalle consultazioni lampo di lunedì con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Salvini cambia le carte in tavola («Ho già un percorso chiaro in testa, è l'ultimo tentativo che posso fare per rispettare il voto degli italiani. Non appoggerò governi guidati da dame di compagnia dell'Ue»). Se ieri aveva accarezzato l'ipotesi di chiedere l'incarico per sé stesso, come proposto dalla leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, e da diversi esponenti di Forza Italia, ora ha cambiato idea. Perché se davvero il capo dello Stato volesse proporre un governo di «tregua» con un economista che piace a Bruxelles - nel vecchio stile di Mario Monti (il nome che circolava ieri era quello del professore della Bocconi Guido Tabellini) o peggio ancora con il presidente del Consiglio di Stato Alessandro Pajno - allora tanto vale rilanciare con un profilo di un «professore» che sia espressione delle forze politiche che hanno vinto, cioè quelle di centrodestra e del M5s. Per Salvini non dev'essere necessariamente «un leghista» ma una persona di «buon senso», che batta i pugni sul tavolo in Europa e che in estate, tempo di sbarchi vorticosi sulle coste italiche, indichi misure restrittive contro l'immigrazione incontrollata. Nelle prossime ore il leader della coalizione incontrerà Silvio Berlusconi. Subito dopo l'obiettivo è quello di riallacciare i contatti con il leader (ancora?) dei pentastellati, Luigi Di Maio, con cui le comunicazioni si sono interrotte da una settimana: le diplomazie sono già al lavoro. Ora, in teoria, ci sarebbe un argomento su cui discutere. Per questo motivo ci sono anche altri di nomi che in queste ore stanno circolando sui telefonini di leghisti e grillini, sostenitori di un ancora possibile governo gialloverde. Per esempio quello di Paolo Savona, già ministro dell'Industria del governo Ciampi, più volte critico nei confronti dell'euro. Oppure ancora c'è chi parla di Giovanni Dosi, professore di Economia alla scuola superiore Sant'Anna di Pisa, spesso relatore ai convegni organizzati dal M5s. Un altro profilo potrebbe essere quello di Mariana Mazzucato, altra economista gradita ai grillini, autrice del libro Lo Stato innovatore. E infine c'è chi abbozza il nome di Marcello Minenna, ora alla Consob, già assessore del Comune di Roma sotto il mandato di Virginia Raggi, critico nei confronti della moneta unica. «Se di governo tecnico, di scopo o istituzionale, l'incarico va dato partendo da chi ha vinto le elezioni, escludo qualsiasi tecnico alla Monti», dichiara Salvini in conferenza stampa. «E ribadisco l'invito a M5s come fare insieme un governo a tempo per fare poche cose e bene». Salvini ha spiegato che si presenterà con questa proposta al Quirinale. Ha aggiunto il mese di dicembre come orizzonte di durata massima dell'esecutivo, sottolineando che l'unica condizione è che dall'alleanza sia escluso il segretario del Pd, Matteo Renzi («Dove c'è Renzi non c'è Salvini»). Poi c'è un «no» grande come una casa a una proroga del governo di Paolo Gentiloni: «Non posso pensare di andare con Alfano ministro degli Esteri al prossimo Consiglio europeo di giugno». Come detto, l'esecutivo per Salvini avrebbe scadenza a dicembre e dovrebbe occuparsi di poche cose, tra cui la legge elettorale e le manovre di bilancio. «È un governo che vede prima gli interessi nazionali», spiega il leader leghista, «che si faccia carico di fare in fretta e bene buone cose, tra cui una legge elettorale con il premio di maggioranza per la coalizione o anche per il partito, come accade per le elezioni regionali. Gli italiani devono sapere che si manda al governo chi prende un voto in più il giorno dopo le elezioni». Poi, seconda cosa: «Dobbiamo bloccare gli aumenti di Iva e accise. La bozza di bilancio dell'Ue va rigettata in toto». Secondo alcuni osservatori Salvini sarebbe già in campagna elettorale. Anzi, la proposta del tecnico «no euro» sarebbe una replica alla proposta di referendum contro la moneta unica avanzata nelle ultime ore dal garante pentastellato Beppe Grillo. «Mi interessa», rimarca Salvini a chi gli domanda un parere sull'ultima novità del comico genovese, «ma credo che lui e Di Maio dovrebbero parlarsi». Proprio qui sta il punto. Il numero uno della Lega vuole stanare - agli occhi dell'elettorato - il M5s: una settimana fa, prima di aprire il forno con il Partito democratico, diceva che l'Europa era «la casa naturale», ora invece sembra avere altre idee sul tema. In serata Toninelli chiude: «Salvini? Ha perso la sua chance scegliendo il pluricondannato Berlusconi». Già, Berlusconi Cosa pensa della proposta di Salvini? «Perché dovrebbe dire di no?», replica il leader leghista a chi glielo domanda. Eppure nei giorni scorsi il gran ciambellano azzurro Gianni Letta aveva fatto circolare sui giornali l'ipotesi di un governo guidato dalla mente economica del Carroccio, Giancarlo Giorgetti, con i voti del Pd. Fedele Confalonieri, ascoltassimo dal Cavaliere, ieri ha avuto parole al miele per Salvini: «Penso che non sia così male come certa stampa lo dipinge. Io un pochino leghista lo sono e poi ha preso il partito al 4% e lo ha portato al 18%. Qualche qualità ce l'ha e ha certamente la testa sulle spalle». L'endorsement non è di poco conto. Alessandro Da Rold <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chi-puo-mandare-il-centrodestra-al-potere-2565912059.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="grillo-pensa-al-voto-e-silura-di-maio-vogliamo-un-referendum-sulleuro" data-post-id="2565912059" data-published-at="1768894077" data-use-pagination="False"> Grillo pensa al voto e silura Di Maio: «Vogliamo un referendum sull'euro» Il Quirinale prepara un governo «del Presidente», affidato a un personaggio del mondo dell'economia, e Beppe Grillo torna a fare il bombarolo proprio sull'economia, rilanciando l'idea di un referendum per uscire dall'euro. C'è una precisa strategia del fondatore, al quale guarda tutta quella parte del mondo pentastellato che ha sofferto per due mesi a vedere le aperture di Luigi Di Maio in grisaglia ministeriale, dietro il ripescaggio del referendum sulla moneta unica. I vertici del Movimento sono ormai convinti che Sergio Mattarella «stia cercando il suo Mario Monti e abbia già mezzo governo pronto». E allora ecco che si torna sulle barricate. Il comico genovese, al termine di uno spettacolo teatrale, ha parlato a ruota libera con il mensile francese Putsch e ha ritrovato toni incendiari, anche se i contenuti non sono esattamente nuovissimi. Il primo affondo è stato sul famigerato Rosatellum, una legge elettorale «decisa a tavolino per impedirci di governare». In sostanza, questa l'affabulazione di Grillo, «c'è stato un colpo di Stato al contrario: hanno utilizzato la democrazia per distruggerla». E poi ecco la degna risposta alle ansie del Quirinale sulla collocazione europea dell'Italia: «Ho proposto un referendum per la zona euro e voglio che il popolo italiano si esprima. Tutti i trattati che sono stati firmati erano giusti, ma sono stati deformati dai regolamenti». Per finire, calcione sui denti alle fobìe tedesche e all'ortodossia monetaria dei partner del Nord Europa, con la riproposizione degli eurobond di tremontiana memoria, che significa farci garantire dal resto d'Europa anche il nostro maxidebito pubblico da 2.300 miliardi. Pare che la sortita di Grillo non fosse stata concordata con Di Maio, che si è affrettato a inquadrare la faccenda come la mossa di uno che è «il nostro garante e un battitore libero, lo conoscete…» Anche se lo stesso Di Maio si vede costretto in qualche modo a «correggere» Grillo dicendo che sull'euro «la linea non cambia». Già, non cambia, ma qual è? L'ex candidato premier se la cava così: «Cambiare tutto». Anche se M5s sa benissimo che un referendum come quello rilanciato ieri andrebbe innanzitutto autorizzato, e poi sarebbe solo consultivo. Il fatto è che in realtà è difficile ignorare che le parole di Beppe Grillo sull'euro sono in piena continuità con quello che il Movimento ha sempre sostenuto prima dell'exploit di domenica 4 marzo. «Torneremo guerrieri e liberi battitori, su tutto», ha confidato Grillo agli amici, nei giorni scorsi. Dopo che ha visto Di Maio messo nell'angolo «dalle manovre di un Palazzo morente». E allora ecco un'intervista al periodico francese che ricalca in modo abbastanza evidente un intervento di un anno fa sul blog delle Stelle, intitolato «Comanda il popolo, non Draghi», firmato da Elio Lannutti, il presidente dell'Adusbef che oggi è diventato senatore del Movimento, ma che soprattutto è uno dei consiglieri più ascoltati dello stesso Grillo fin dai tempi in cui andavano insieme a vivacizzare le assemblee della Telecom Italia appena privatizzata. Lannutti parlava di euro come «rapina del secolo», di sovranità italiana «svenduta a cleptocrati, tecnocrati e oligarchi», di «bail-in come esproprio criminale del risparmio, intimato dall'ideologia tedesca» e di necessità di abbandonare la moneta unica per uscire da questa «gabbia di strozzinaggio europeo con egemonia di Berlino». Di Maio abbozza, mantiene il sorriso ministeriale, ma comunque ha di fronte a sé un sentiero stretto. Ha chiesto elezioni subito, indicando perfino una data precisa a Mattarella (24 giugno), ma sa bene che il Quirinale al massimo potrebbe concedere il ritorno alle urne in autunno, a patto che sia anche la Lega a chiederlo. E comunque preferirebbe di gran lunga far passare un anno. Anzi «perdere un anno», dicono i capi del Movimento, che dietro a un governo «di tutti», al quale comunque M5s non darebbe un voto, temono si nasconda solo la necessità di Silvio Berlusconi e Matteo Renzi di riorganizzarsi e basta. E anche se tra i 5 stelle tutti giurano che la leadership non si discute, più tardi si tornerà a votare e più è difficile che il candidato premier sia ancora Di Maio e non un Alessandro Di Battista. E un altro punto che preoccupa non solo il leader di Pomigliano d'Arco, ma anche lo stratega Davide Casaleggio è quello dei soldi: il Pd è al collasso e in questo momento non ha i denari per una nuova campagna elettorale, così come sulle finanze del Carroccio ci sono molti dubbi. Insomma, la paura è di avere di fronte avversari pronti a tutto, pur di aggrapparsi agli scranni parlamentari. L'incubo dei vertici 5 stelle non è solo «l'evidente patto tra Berlusconi e Renzi», ma anche il governo di tregua che temono stia preparando Mattarella, pescando tra «i soliti professori della Bocconi». Per Di Maio sarebbe semplicemente «un tradimento del popolo». Meglio dunque votare subito e fare una sorta di ballottaggio con Matteo Salvini. Una posizione così rigida che sembra destinata a far cadere nel vuoto anche l'ennesima offerta last minute del capo del Carroccio, per un governo di sei mesi, che cambi la legge elettorale e disinneschi la tagliola degli aumenti Iva. Lega e M5s che vanno al «ballottaggio», magari dopo aver governato anche un po' insieme. La fortuna di Mattarella è che i capelli ce li ha già tutti bianchi. Francesco Bonazzi
Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara (Ansa)
Da più parti si fa notare come il nuovo decreto dovrà essere elaborato con estrema attenzione, senza rincorrere le notizie che ogni giorno scuotono l’opinione pubblica spesso e volentieri amplificate da media e social: «Il decreto Sicurezza», sottolinea a Rtl 102.5 il vicepremier, Matteo Salvini, «è in lavorazione da alcuni mesi, non possiamo essere veloci e non riusciamo ovviamente a inseguire le cronache quotidiane che ahimè non sono particolarmente felici». «Possiamo anche immaginare di rimpatriare i minori irregolari che delinquono in Italia», argomenta a Sky Tg24 il deputato di Fratelli d’Italia Francesco Filini, «ma abbiamo qualche problema con i rimpatri e questo problema riguarda soprattutto i giudici che molto spesso evitano che si facciano dei rimpatri. Nel momento in cui il governo Meloni propone e proporrà probabilmente già da domani (oggi, ndr) in cdm se uscirà fuori questo decreto legge di vietare la vendita di armi da taglio ai minori, perché non essere favorevoli?». «Il decreto Sicurezza su cui sta lavorando il governo è praticamente pronto», sottolinea il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, «e ha anche lobiettivo di contrastare la diffusione di quella che sembra quasi diventata una moda in certi ambiti e in certe fasce della popolazione giovanile, ossia portare il coltello. Questo non può più essere consentito e non può più essere tollerato. Occorrono quelle misure forti a cui noi stiamo pensando e che presto realizzeremo per evitare che ci possano essere dei rischi per la collettività».
In realtà, più che di emergenza-sicurezza, sarebbe il caso di parlare di emergenza-sicurezza legata all’immigrazione incontrollata, considerato che i numeri parlano chiaro: i delitti più gravi, in Italia, sono in diminuzione. Nel corso del 2025, fa sapere il ministero dell’Interno, «gli omicidi sono calati complessivamente del 15%, passando dai 335 del 2024 ai 286 dell’anno appena concluso, il numero più basso dell’ultimo decennio. La flessione riguarda in particolare i femminicidi, diminuiti del 18% nel 2025 rispetto al 2024. Sono state 97 le donne assassinate lo scorso anno rispetto alle 118 del 2024, alle 120 nel 2023 e alle 130 del 2022. Tra le 97 vittime del 2025 si segnala che 85 sono state uccise per mano di un soggetto riconducibile all'ambito familiare-affettivo, una casistica che segna un -16% rispetto al 2024».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 20 gennaio con Flaminia Camilletti
Lucia Lotti (Imagoeconomica)
La Lotti aveva scelto il rito abbreviato (che garantisce una riduzione di un terzo della pena) e rinunciato alla prescrizione, forte anche della convinzione dei pm nella sua innocenza.
Ovviamente adesso avrà la possibilità di fare valere le proprie ragioni in Corte d’Appello e, se necessario, in Cassazione, ma intanto deve incassare una condanna che in qualche modo segna una forte rottura, almeno a Catania, tra la Procura e l’ufficio dei giudici.
Il 20 dicembre 2024 il gip Luca Lorenzetti, dopo le ripetute richieste di archiviazione presentate dalla Procura, ha chiesto ai pm di formulare l’imputazione coatta per la Lotti e il suo presunto corruttore, l’ex avvocato (oggi radiato) Piero Amara, rinviato ieri a giudizio con rito ordinario (prima udienza il prossimo 13 ottobre).
Il 28 dicembre successivo, in piene vacanze natalizie, il sostituto procuratore Rocco Liguori ha dovuto elaborare di gran carriera l’imputazione per corruzione in atti giudiziari «perché in cambio della promessa, poi mantenuta, di Amara di intercedere presso l’allora componente del Consiglio superiore della magistratura Ugo Bergamo» per farla promuovere procuratrice di Gela, «la stessa Lotti, una volta nominata, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, metteva a disposizione la sua funzione […] in favore di Amara, legale dell’Eni Spa (e successivamente allontanato dal Cane a sei zampe, ndr)», così «consentendo allo stesso di avere accesso ai fascicoli in fase di indagine, coperti da segreto investigativo, più rilevanti relativi alla raffineria di Gela». Addirittura la Lotti avrebbe consentito «di indicare i nominativi dei consulenti tecnici vicini all’avvocato Amara e comunque all’Eni, per gli incarichi che la Procura di Gela avrebbe dovuto assegnare nei procedimenti coinvolgenti la raffineria e che avrebbero potuto comportare sequestri o comunque l’interruzione dell’attività della raffineria».
In pratica la Procura riassumeva quello che aveva spiegato dettagliatamente Lorenzetti all’interno dell’articolato provvedimento di 32 pagine depositato il 20 dicembre, in cui aveva evidenziato che per stabilire l’innocenza degli imputati servisse un processo vero e proprio e aveva ricordato le contraddizioni della stessa Lotti: «Dopo avere, all’inizio, negato con forza di avere mai conosciuto e incontrato Amara, ha poi ammesso non solo l’incontro a Roma, ma anche di essersi riparata dalla pioggia insieme ad Amara con un solo ombrello».
Il gip ha anche evidenziato che sebbene l’ex legale abbia provato a negare «un rapporto di do ut des» tuttavia risulterebbe evidente come «a fronte della promessa di intercedere presso l’onorevole Saverio Romano per ottenere il voto favorevole del consigliere del Csm Ugo Bergamo e, quindi, l’unanimità per la nomina a procuratore di Gela, l’intenzione di Amara è stata fin da subito quella di assicurarsi un magistrato compiacente in una delle sedi più importanti per gli interessi di Eni». La vicenda nella sua complessità è tuttavia sfuggita al Csm che, il 20 novembre 2024, ha voluto a tutti i costi confermare la Lotti, considerata idealmente vicina alla sinistra giudiziaria (anche se la stessa ha rivendicato di non essere «mai stata iscritta a Magistratura democratica»), nella carica di procuratore aggiunto della Procura di Roma. La sinistra giudiziaria ha, invece, voluto vedere soltanto un innocuo caso di «autopromozione» venendo quindi sonoramente smentita dalle pronunce dei giudici di Catania.
Già all’epoca avevamo avuto da ridire. Infatti, avevamo criticato, e non poco, le linee guida diramate dall’ex procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi subito dopo la divulgazione delle chat di Luca Palamara, circolari che liquidavano come peccatuccio veniale l’autopromozione dei magistrati presso chi aveva potere decisionale sulle loro carriere. Nel caso della Lotti, la Quinta commissione del Csm aveva esteso la moratoria alle richieste di sponsorizzazione rivolte ai politici.
All’inizio della sua audizione presso Palazzo Bachelet una consigliera aveva introdotto così l’allora procuratrice aggiunta: «È emerso che la dottoressa Lotti si sarebbe rivolta allo stesso Amara per avere l’appoggio di Cuffaro (Totò, ex governatore della Regione Sicilia, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, ndr) e dell’avvocato Romano per l’incarico di Procuratore di Gela».
Alla fine la Lotti, con le sue «argomentazioni ragionevoli, plausibili e coerenti», aveva convinto i consiglieri di avere «agito al solo fine di sensibilizzare la componente laica del Csm e, in particolare, un certo settore politico, in ordine alla sua domanda di tramutamento».
Dunque, per il Csm «autopromuoversi» in Parlamento per «sensibilizzare un certo settore politico» non rappresentava un problema. Al massimo era una scelta «inopportuna».
Per i giudici, invece, scopriamo adesso, questo comportamento configura la corruzione.
La Lotti nel parlamentino dei giudici aveva pure rinnegato ogni simpatia correntizia: «Io non ho mai fatto vita associativa, mai niente del genere; non sono mai stata a una riunione, forse a un congresso dell’Anm una volta. Ho sempre e solo lavorato, tanto che la mia nomina poi alla fine fu in qualche modo molto trasversale». Anche grazie, giova ricordarlo, il suo passaggio dalla Camera dei deputati.
Come fosse andata la faccenda l’aveva spiegato ai pm lo stesso ex ministro delle Politiche agricole Saverio Romano: «Mi incontrai con Amara e la Lotti, lei mi raccontò del suo curriculum e mi disse che aveva sentito che Bergamo aveva manifestato delle perplessità alla sua nomina. lo le dissi che potevo benissimo parlare con Bergamo che conoscevo bene e che le avrei fatto sapere». L’ex ministro aveva rivelato anche di aver contatto il consigliere e che «lui negò di aver manifestato perplessità sulla nomina della Lotti», tanto che l’aveva votata. Romano, a questo punto, aveva trasferito «l’informazione ad Amara e la vicenda si chiuse così».
La Lotti si era giustificata sostenendo che l’idea fosse stata di un suo amico, l’avvocato Angelo Mangione, a cui si era rivolta: «Sto vedendo che più che un’ostilità c’è una incredulità» gli avrebbe detto. E il legale avrebbe risposto così: «Guarda, c’è Saverio Romano che sta in Commissione giustizia, si occupa tra l’altro di queste cose e in questo momento stanno trattando della questione». La Lotti aveva riferito la propria risposta: «Dico: “Va bene”. Lì per lì non ho ritenuto di fare niente di clamorosamente errato». Dunque, aveva ammesso di essersi recata presso il politico di turno, ma solo per dirgli «Io esisto, ci sono, esiste questa vacanza alla Procura di Gela» (parole sue).
E, quanto al ruolo di Amara, aveva aggiunto: «Quando poi ho incontrato Saverio Romano, l’ho trovato lì». In sostanza l’ex legale non avrebbe avuto nessun ruolo da facilitatore di quell’appuntamento. Il Csm le ha creduto, i giudici siciliani no.
Eppure, prima della votazione a Palazzo Bachelet, un consigliere aveva estratto dal cilindro un altro precedente imbarazzante che riguardava la Lotti. Marco Bisogni, pm di Catania e consigliere della corrente centrista di Unicost, aveva ricordato che nella richiesta di conferma per la Lotti era stato totalmente ignorato un altro procedimento (archiviato) che la riguardava. Il fascicolo era collegato all’inchiesta che ha travolto l’imprenditore Antonello Montante, ex paladino della lotta alla mafia.
Nell’ambito dell’indagine sull’ex numero uno della Confindustria siciliana erano stati scoperti, «in una stanza occultata», documenti contenenti segnalazioni e raccomandazioni provenienti da diversi magistrati. Tra questi «una mail della Lotti a Montante nella quale la stessa sembra richiedere una segnalazione a favore di un ispettore per un concorso che in quel momento era in fase di svolgimento».
Esattamente un mese dopo quell’acceso dibattito, nel dicembre del 2024, è arrivata la richiesta di imputazione coatta del gip Lorenzetti. In essa la toga escludeva la prescrizione del reato contestato, punito con pene da sei a dodici anni di reclusione, mentre disponeva l’archiviazione per quello di rivelazione di segreto d’ufficio. Nell’autunno scorso, davanti al gup Barone, i pm non si sono scoraggiati e hanno chiesto nuovamente l’assoluzione nel rito abbreviato per la pm e il non luogo a procedere per l’ex legale. Il gup ha deciso diversamente.
L’avvocato Dario Piccioni, difensore della Lotti, «esprime il massimo sconcerto» per la condanna: «Gli atti del procedimento permettono a mio giudizio di escludere condotte illecite e da questi risalta il proficuo e costante impegno della Lotti negli otto anni da procuratore di Gela, nei quali ha affrontato con determinazione non comune i problemi di quel difficile territorio, comprese le gravi questioni ambientali e di salute pubblica collegate all’attività della raffineria Eni». Per il legale la sua assistita «ha sempre avuto fiducia nella possibilità che emergesse la piena correttezza del proprio operato e che nessun reato era stato commesso. Non a caso il pubblico ministero titolare delle indagini per ben tre volte aveva avanzato richiesta di archiviazione richiedendo di procedere per calunnia a carico di Amara, così come altro magistrato dello stesso ufficio aveva chiesto l’assoluzione piena in udienza, evidenziando ancora una volta l’inattendibilità delle dichiarazioni dello stesso». Piccioni annuncia anche che presenterà appello. E il grande accusatore? Amara sembra quasi contento per il rinvio a giudizio: «Fermo restando che umanamente mi dispiace che una persona venga condannata, mi preme rilevare che la decisione del gup di Catania è l’ennesima decisione che all’esito di un regolare processo conferma la mia credibilità nella narrazione degli accadimenti che hanno caratterizzato i miei rapporti con alcuni magistrati della giustizia ordinaria ed amministrativa italiana. Sebbene sia stato un corruttore (e per questo ho pagato la mia pena) non sono un calunniatore».
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Mohammad Hannoun (Ansa)
La decisione non è monolitica. I giudici hanno annullato tre delle sette misure cautelari effettivamente eseguite, su un totale di nove disposte (due indagati erano all’estero e sono risultati irreperibili). Stando all’accusa, 7 milioni di euro, camuffati da beneficenza per il popolo palestinese, sarebbero partiti dall’Italia per Hamas, tramite tre entità: l’Associazione benefica di solidarietà col popolo palestinese, fondata a Genova nel 1994 (dal 2007 avrebbe movimentato 800.000 euro solo per il suo funzionamento); l’Associazione benefica di solidarietà col popolo palestinese-Organizzazione di volontariato, costituita nel 2003; e la più recente Associazione benefica La Cupola d’Oro, aperta a Milano, in via Venini, nel dicembre 2023 con l’obiettivo di sostituire le associazioni genovesi, ormai troppo attenzionate.
Con Hannoun restano in carcere Dawoud Ra’Ed Hussny Mousa, operativo, secondo l’accusa, nella raccolta e nel trasferimento dei fondi, anche tramite trasporto di contante, come Albustanjy Riyad Abdelrahim Jaber, e Yaser Elsalay, che avrebbe preso parte alla struttura operativa dell’associazione milanese. I tre scarcerati, invece, sono: Rahed Al Salahat, referente dell’associazione per Firenze e per la Toscana, Ibrahim Abu Rawwa (dipendente dell’Abspp e referente per il nord Est) e Khalil Abu Deiah, custode dell’associazione Cupola d’Oro di Milano (gli ultimi due sono accusati non di appartenere ad Hamas come gli altri ma di aver comunque contribuito al suo finanziamento). Deiah è stato l’unico tra gli arrestati a farsi interrogare dalla Procura. Mentre per Al Salah i giudici del Riesame avrebbero ravvisato, su segnalazione della difesa, errori e criticità nelle trascrizioni degli audio delle intercettazioni.
Le difese parlano di «chiara vittoria sul piano dei principi». Perché sarebbe stata esclusa l’utilizzabilità della cosiddetta «battlefield evidence» di provenienza israeliana. Un passaggio sul quale aveva insistito particolarmente il collegio difensivo. Ma nel quale i pm credono ancora, in quanto l’utilizzo del materiale d’intelligence rispetterebbe gli studi e le raccomandazioni sull’utilizzo della documentazione proveniente da contesti bellici e trasmesso da Eurojust e dal Consiglio d’Europa. L’avvocato Nicola Canestrini, che difende Rawwa, parla di un «risultato importante, perché viene affermato che la giustizia non può essere usata come strumento di guerra». Sul resto, precisa, «attendiamo le motivazioni, ricordando che vale per tutti la presunzione di innocenza».
Inevitabilmente più amara è la posizione dei legali di Hannoun. Fabio Sommovigo, uno dei difensori, mette insieme soddisfazione parziale e dissenso netto: «Non siamo ovviamente soddisfatti del mancato annullamento della misura». Ma subito dopo segnala quello che considera uno snodo decisivo: «Notiamo che già in questa fase l’impianto accusatorio ha ceduto in modo importante a partire dal piano dell’utilizzabilità del materiale israeliano». Le difese sperano anche nella Cassazione, dove, conclude Sommovigo, «si apriranno nuove prospettive difensive». Per ora però Hannoun resta detenuto in un carcere di massima sicurezza.
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