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2018-05-05
La pattuglia dei «responsabili»
che può far partire il governo di centrodestra
ANSA
L'operazione è «difficile, ma non impossibile». Parola di un parlamentare di centrodestra particolarmente attivo, in queste ore, nel lavoro di scouting tra i colleghi degli altri partiti. L'obiettivo è consentire al centrodestra, lunedì prossimo, di comunicare al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la effettiva possibilità di raggiungere la maggioranza sia alla Camera sia al Senato. L'operazione «si Salvini chi può» è in pieno svolgimento. Ammiccamenti, occhiolini, messaggini, colloqui segretissimi: il corteggiamento nei confronti dei parlamentari che rischierebbero, in caso di nuove elezioni, di non rivedere mai più le poltrone del Parlamento, non avendo avuto neanche la possibilità di imprimervi l'orma dell'onorevole deretano, è serratissimo. Le tattiche per convincere deputati e senatori a sostenere «responsabilmente» il centrodestra sono innumerevoli. A proposito di numeri: vediamo nel dettaglio quanti sono i pesciolini che dovranno abboccare all'amo perché l'operazione vada in porto.
Alla Camera, la maggioranza assoluta è fissata a quota 316. Il centrodestra, in totale, ha 261 deputati (125 della Lega, 104 di Forza Italia, 32 di Fratelli d'Italia). Mancano 55 voti per l'ipotetica fiducia a un governo di centrodestra. Occhio al gruppo misto: è composto da 21 deputati, tre dei quali (Maurizio Lupi, Ale Colucci e Renzo Tondo) aderiscono già al centrodestra, in quanto eletti con Noi con l'Italia, la quarta gamba della coalizione. Sei deputati del misto fanno parte della componente Movimento associativo Italiani all'estero: tra questi figurano ben cinque parlamentari eletti con il M5s ma espulsi per la vicenda dei mancati rimborsi (Andrea Cecconi e Silvia Benedetti), o perché non avevano dichiarato l'iscrizione alla massoneria (Catello Vitiello) o per altri motivi (Salvatore Caiata, Antonio Tasso). L'eletto all'estero Eugenio Sangregorio non è iscritto ad alcuna componente. Tutti e otto sono considerati «di prima fascia», ovvero prontissimi a dare l'ok al governo di centrodestra, e in particolare Caiata, presidente del Potenza Calcio, espulso dal M5s per una indagine a suo carico, è considerato un fuoriclasse della caccia al deputato. Con i quattro componenti del misto che aderiscono alla componente delle minoranze linguistiche, il discorso è in fase avanzata: «Alcuni di loro», conferma la fonte, «volevano candidarsi con la Lega. Ci stiamo lavorando». Mancherebbero ancora una quarantina di deputati. I restanti sette componenti del misto, provengono da +Europa - Centro democratico e dalla lista Civica Popolare di Beatrice Lorenzin, e sono considerati più o meno inavvicinabili.
Come pescare altri 40 deputati pronti a sostenere un governo di centrodestra, ovviamente per «senso di responsabilità»? Una decina arriverebbero dal Pd, attraverso un transito nel misto, ma il mare più pescoso è rappresentato dai 222 deputati del M5s. L'identikit della preda? «Si punta», aggiunge la fonte, «in particolare, a due categorie: gli avvocati e i medici con uno stipendio non superiore ai 2.000 euro al mese, e i neodeputati eletti per un pelo, quelli candidati agli ultimi posti nei listini proporzionali. Sanno benissimo che non verranno mai rieletti, e dovranno dire addio allo stipendio da 13.000 euro al mese. Qui dentro», conclude il nostro cacciatore di voti, «si diventa avidi». Possibile? Trenta deputati grillini pronti a sostenere un governo di centrodestra, abiurando il sacro blog, per la misera cifra di 13.000 euro al mese? «Non hai idea», rivela alla Verità, tra mille ritrosie, un veterano del M5s, «di chi abbiamo imbarcato a questo giro. C'è di tutto. Perfetti sconosciuti che si sono ritrovati in Parlamento solo perché nelle grazie di Luigi Di Maio e del suo cerchio magico, scattati con il proporzionale senza aver mai fatto neanche un comizio. Non mi stupirebbe niente, considerato quello che è successo sulla vicenda dei rimborsi. Non ce lo saremmo mai aspettati, e invece…». Anche in Leu, incredibile ma vero, ci sarebbero un paio di profili «corteggiabili». In sostanza, i numeri potrebbero esserci. E al Senato?
Qui l'operazione «si Salvini chi può» è meno complicata. La maggioranza è a quota 161. I senatori di centrodestra sono 137 (61 di Forza Italia, 58 della Lega, 18 di Fratelli d'Italia). Mancano 24 voti. Il gruppo per le Autonomie conta 9 membri, tra i quali Pier Ferdinando Casini e due senatori a vita: Elena Cattaneo e Giorgio Napolitano. Almeno i 5 senatori autonomisti doc potrebbero sostenere un governo di centrodestra in cambio di provvedimenti che vadano incontro alle esigenze dei territori che rappresentano. Mancherebbero altri 19 senatori, 3 dei quali, attualmente nel gruppo misto, vengono dati per certi. I restanti 16? Andrebbero pescati tra i 52 senatori del Pd e i 109 del M5s, con i criteri che abbiamo già descritto. Se poi il M5s confermasse la regola dei due mandati, vietando a chi è stato eletto due volte di ricandidarsi, il centrodestra avrebbe solo l'imbarazzo della scelta. Perché grillini si nasce, ma onorevoli si diventa.
Carlo Tarallo
Salvini ha il suo prof e sfida Mattarella: «Governo a tempo sì, quello tecnico no»
Dopo il consiglio federale Matteo Salvini non scopre le carte sul nome del possibile «tecnico» anti Europa che potrebbe guidare un governo della durata di un anno con i voti del centrodestra e del Movimento 5 stelle. Ma a quanto pare il profilo che il segretario della Lega ha in mente è quello di Alberto Bagnai, professore e economista, eletto senatore con il Carroccio, da sempre critico nei confronti dell'eurozona. Il suo nome era già circolato per la presidenza del Senato, incarico poi andato alla forzista Maria Elisabetta Casellati. È questa la novità emersa dalla riunione di ieri pomeriggio in casa del Carroccio, a due giorni dalle consultazioni lampo di lunedì con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Salvini cambia le carte in tavola («Ho già un percorso chiaro in testa, è l'ultimo tentativo che posso fare per rispettare il voto degli italiani. Non appoggerò governi guidati da dame di compagnia dell'Ue»). Se ieri aveva accarezzato l'ipotesi di chiedere l'incarico per sé stesso, come proposto dalla leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, e da diversi esponenti di Forza Italia, ora ha cambiato idea. Perché se davvero il capo dello Stato volesse proporre un governo di «tregua» con un economista che piace a Bruxelles - nel vecchio stile di Mario Monti (il nome che circolava ieri era quello del professore della Bocconi Guido Tabellini) o peggio ancora con il presidente del Consiglio di Stato Alessandro Pajno - allora tanto vale rilanciare con un profilo di un «professore» che sia espressione delle forze politiche che hanno vinto, cioè quelle di centrodestra e del M5s. Per Salvini non dev'essere necessariamente «un leghista» ma una persona di «buon senso», che batta i pugni sul tavolo in Europa e che in estate, tempo di sbarchi vorticosi sulle coste italiche, indichi misure restrittive contro l'immigrazione incontrollata. Nelle prossime ore il leader della coalizione incontrerà Silvio Berlusconi. Subito dopo l'obiettivo è quello di riallacciare i contatti con il leader (ancora?) dei pentastellati, Luigi Di Maio, con cui le comunicazioni si sono interrotte da una settimana: le diplomazie sono già al lavoro. Ora, in teoria, ci sarebbe un argomento su cui discutere.
Per questo motivo ci sono anche altri di nomi che in queste ore stanno circolando sui telefonini di leghisti e grillini, sostenitori di un ancora possibile governo gialloverde. Per esempio quello di Paolo Savona, già ministro dell'Industria del governo Ciampi, più volte critico nei confronti dell'euro. Oppure ancora c'è chi parla di Giovanni Dosi, professore di Economia alla scuola superiore Sant'Anna di Pisa, spesso relatore ai convegni organizzati dal M5s. Un altro profilo potrebbe essere quello di Mariana Mazzucato, altra economista gradita ai grillini, autrice del libro Lo Stato innovatore. E infine c'è chi abbozza il nome di Marcello Minenna, ora alla Consob, già assessore del Comune di Roma sotto il mandato di Virginia Raggi, critico nei confronti della moneta unica.
«Se di governo tecnico, di scopo o istituzionale, l'incarico va dato partendo da chi ha vinto le elezioni, escludo qualsiasi tecnico alla Monti», dichiara Salvini in conferenza stampa. «E ribadisco l'invito a M5s come fare insieme un governo a tempo per fare poche cose e bene». Salvini ha spiegato che si presenterà con questa proposta al Quirinale. Ha aggiunto il mese di dicembre come orizzonte di durata massima dell'esecutivo, sottolineando che l'unica condizione è che dall'alleanza sia escluso il segretario del Pd, Matteo Renzi («Dove c'è Renzi non c'è Salvini»). Poi c'è un «no» grande come una casa a una proroga del governo di Paolo Gentiloni: «Non posso pensare di andare con Alfano ministro degli Esteri al prossimo Consiglio europeo di giugno».
Come detto, l'esecutivo per Salvini avrebbe scadenza a dicembre e dovrebbe occuparsi di poche cose, tra cui la legge elettorale e le manovre di bilancio. «È un governo che vede prima gli interessi nazionali», spiega il leader leghista, «che si faccia carico di fare in fretta e bene buone cose, tra cui una legge elettorale con il premio di maggioranza per la coalizione o anche per il partito, come accade per le elezioni regionali. Gli italiani devono sapere che si manda al governo chi prende un voto in più il giorno dopo le elezioni». Poi, seconda cosa: «Dobbiamo bloccare gli aumenti di Iva e accise. La bozza di bilancio dell'Ue va rigettata in toto».
Secondo alcuni osservatori Salvini sarebbe già in campagna elettorale. Anzi, la proposta del tecnico «no euro» sarebbe una replica alla proposta di referendum contro la moneta unica avanzata nelle ultime ore dal garante pentastellato Beppe Grillo. «Mi interessa», rimarca Salvini a chi gli domanda un parere sull'ultima novità del comico genovese, «ma credo che lui e Di Maio dovrebbero parlarsi». Proprio qui sta il punto. Il numero uno della Lega vuole stanare - agli occhi dell'elettorato - il M5s: una settimana fa, prima di aprire il forno con il Partito democratico, diceva che l'Europa era «la casa naturale», ora invece sembra avere altre idee sul tema. In serata Toninelli chiude: «Salvini? Ha perso la sua chance scegliendo il pluricondannato Berlusconi».
Già, Berlusconi Cosa pensa della proposta di Salvini? «Perché dovrebbe dire di no?», replica il leader leghista a chi glielo domanda. Eppure nei giorni scorsi il gran ciambellano azzurro Gianni Letta aveva fatto circolare sui giornali l'ipotesi di un governo guidato dalla mente economica del Carroccio, Giancarlo Giorgetti, con i voti del Pd. Fedele Confalonieri, ascoltassimo dal Cavaliere, ieri ha avuto parole al miele per Salvini: «Penso che non sia così male come certa stampa lo dipinge. Io un pochino leghista lo sono e poi ha preso il partito al 4% e lo ha portato al 18%. Qualche qualità ce l'ha e ha certamente la testa sulle spalle». L'endorsement non è di poco conto.
Alessandro Da Rold
Grillo pensa al voto e silura Di Maio: «Vogliamo un referendum sull'euro»
Il Quirinale prepara un governo «del Presidente», affidato a un personaggio del mondo dell'economia, e Beppe Grillo torna a fare il bombarolo proprio sull'economia, rilanciando l'idea di un referendum per uscire dall'euro. C'è una precisa strategia del fondatore, al quale guarda tutta quella parte del mondo pentastellato che ha sofferto per due mesi a vedere le aperture di Luigi Di Maio in grisaglia ministeriale, dietro il ripescaggio del referendum sulla moneta unica. I vertici del Movimento sono ormai convinti che Sergio Mattarella «stia cercando il suo Mario Monti e abbia già mezzo governo pronto». E allora ecco che si torna sulle barricate.
Il comico genovese, al termine di uno spettacolo teatrale, ha parlato a ruota libera con il mensile francese Putsch e ha ritrovato toni incendiari, anche se i contenuti non sono esattamente nuovissimi. Il primo affondo è stato sul famigerato Rosatellum, una legge elettorale «decisa a tavolino per impedirci di governare». In sostanza, questa l'affabulazione di Grillo, «c'è stato un colpo di Stato al contrario: hanno utilizzato la democrazia per distruggerla». E poi ecco la degna risposta alle ansie del Quirinale sulla collocazione europea dell'Italia: «Ho proposto un referendum per la zona euro e voglio che il popolo italiano si esprima. Tutti i trattati che sono stati firmati erano giusti, ma sono stati deformati dai regolamenti». Per finire, calcione sui denti alle fobìe tedesche e all'ortodossia monetaria dei partner del Nord Europa, con la riproposizione degli eurobond di tremontiana memoria, che significa farci garantire dal resto d'Europa anche il nostro maxidebito pubblico da 2.300 miliardi.
Pare che la sortita di Grillo non fosse stata concordata con Di Maio, che si è affrettato a inquadrare la faccenda come la mossa di uno che è «il nostro garante e un battitore libero, lo conoscete…» Anche se lo stesso Di Maio si vede costretto in qualche modo a «correggere» Grillo dicendo che sull'euro «la linea non cambia». Già, non cambia, ma qual è? L'ex candidato premier se la cava così: «Cambiare tutto». Anche se M5s sa benissimo che un referendum come quello rilanciato ieri andrebbe innanzitutto autorizzato, e poi sarebbe solo consultivo.
Il fatto è che in realtà è difficile ignorare che le parole di Beppe Grillo sull'euro sono in piena continuità con quello che il Movimento ha sempre sostenuto prima dell'exploit di domenica 4 marzo. «Torneremo guerrieri e liberi battitori, su tutto», ha confidato Grillo agli amici, nei giorni scorsi. Dopo che ha visto Di Maio messo nell'angolo «dalle manovre di un Palazzo morente». E allora ecco un'intervista al periodico francese che ricalca in modo abbastanza evidente un intervento di un anno fa sul blog delle Stelle, intitolato «Comanda il popolo, non Draghi», firmato da Elio Lannutti, il presidente dell'Adusbef che oggi è diventato senatore del Movimento, ma che soprattutto è uno dei consiglieri più ascoltati dello stesso Grillo fin dai tempi in cui andavano insieme a vivacizzare le assemblee della Telecom Italia appena privatizzata. Lannutti parlava di euro come «rapina del secolo», di sovranità italiana «svenduta a cleptocrati, tecnocrati e oligarchi», di «bail-in come esproprio criminale del risparmio, intimato dall'ideologia tedesca» e di necessità di abbandonare la moneta unica per uscire da questa «gabbia di strozzinaggio europeo con egemonia di Berlino».
Di Maio abbozza, mantiene il sorriso ministeriale, ma comunque ha di fronte a sé un sentiero stretto. Ha chiesto elezioni subito, indicando perfino una data precisa a Mattarella (24 giugno), ma sa bene che il Quirinale al massimo potrebbe concedere il ritorno alle urne in autunno, a patto che sia anche la Lega a chiederlo. E comunque preferirebbe di gran lunga far passare un anno. Anzi «perdere un anno», dicono i capi del Movimento, che dietro a un governo «di tutti», al quale comunque M5s non darebbe un voto, temono si nasconda solo la necessità di Silvio Berlusconi e Matteo Renzi di riorganizzarsi e basta. E anche se tra i 5 stelle tutti giurano che la leadership non si discute, più tardi si tornerà a votare e più è difficile che il candidato premier sia ancora Di Maio e non un Alessandro Di Battista. E un altro punto che preoccupa non solo il leader di Pomigliano d'Arco, ma anche lo stratega Davide Casaleggio è quello dei soldi: il Pd è al collasso e in questo momento non ha i denari per una nuova campagna elettorale, così come sulle finanze del Carroccio ci sono molti dubbi. Insomma, la paura è di avere di fronte avversari pronti a tutto, pur di aggrapparsi agli scranni parlamentari.
L'incubo dei vertici 5 stelle non è solo «l'evidente patto tra Berlusconi e Renzi», ma anche il governo di tregua che temono stia preparando Mattarella, pescando tra «i soliti professori della Bocconi». Per Di Maio sarebbe semplicemente «un tradimento del popolo». Meglio dunque votare subito e fare una sorta di ballottaggio con Matteo Salvini. Una posizione così rigida che sembra destinata a far cadere nel vuoto anche l'ennesima offerta last minute del capo del Carroccio, per un governo di sei mesi, che cambi la legge elettorale e disinneschi la tagliola degli aumenti Iva.
Lega e M5s che vanno al «ballottaggio», magari dopo aver governato anche un po' insieme. La fortuna di Mattarella è che i capelli ce li ha già tutti bianchi.
Francesco Bonazzi
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Caccia ai voti per costruire una maggioranza d'aula che sostenga un esecutivo a guida Lega-Fdi-Forza Italia: nel mirino ci sono i grillini con stipendio basso, che potrebbero restare onorevoli e salvare la paga. Abboccamenti anche con Leu e alcuni dem.Il leghista apre a un esecutivo fino a dicembre con il M5s, ma vuole un esperto non prono all'Ue. Spunta l'idea Alberto Bagnai.Il comico solletica l'area più radicale del M5s con il ripescaggio del voto sulla moneta unica e il ritorno sulle barricate antisistema. L'ex candidato premier tenta la correzione: «La linea non cambia». Ma qual è?Lo speciale contiene tre articoli.L'operazione è «difficile, ma non impossibile». Parola di un parlamentare di centrodestra particolarmente attivo, in queste ore, nel lavoro di scouting tra i colleghi degli altri partiti. L'obiettivo è consentire al centrodestra, lunedì prossimo, di comunicare al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la effettiva possibilità di raggiungere la maggioranza sia alla Camera sia al Senato. L'operazione «si Salvini chi può» è in pieno svolgimento. Ammiccamenti, occhiolini, messaggini, colloqui segretissimi: il corteggiamento nei confronti dei parlamentari che rischierebbero, in caso di nuove elezioni, di non rivedere mai più le poltrone del Parlamento, non avendo avuto neanche la possibilità di imprimervi l'orma dell'onorevole deretano, è serratissimo. Le tattiche per convincere deputati e senatori a sostenere «responsabilmente» il centrodestra sono innumerevoli. A proposito di numeri: vediamo nel dettaglio quanti sono i pesciolini che dovranno abboccare all'amo perché l'operazione vada in porto.Alla Camera, la maggioranza assoluta è fissata a quota 316. Il centrodestra, in totale, ha 261 deputati (125 della Lega, 104 di Forza Italia, 32 di Fratelli d'Italia). Mancano 55 voti per l'ipotetica fiducia a un governo di centrodestra. Occhio al gruppo misto: è composto da 21 deputati, tre dei quali (Maurizio Lupi, Ale Colucci e Renzo Tondo) aderiscono già al centrodestra, in quanto eletti con Noi con l'Italia, la quarta gamba della coalizione. Sei deputati del misto fanno parte della componente Movimento associativo Italiani all'estero: tra questi figurano ben cinque parlamentari eletti con il M5s ma espulsi per la vicenda dei mancati rimborsi (Andrea Cecconi e Silvia Benedetti), o perché non avevano dichiarato l'iscrizione alla massoneria (Catello Vitiello) o per altri motivi (Salvatore Caiata, Antonio Tasso). L'eletto all'estero Eugenio Sangregorio non è iscritto ad alcuna componente. Tutti e otto sono considerati «di prima fascia», ovvero prontissimi a dare l'ok al governo di centrodestra, e in particolare Caiata, presidente del Potenza Calcio, espulso dal M5s per una indagine a suo carico, è considerato un fuoriclasse della caccia al deputato. Con i quattro componenti del misto che aderiscono alla componente delle minoranze linguistiche, il discorso è in fase avanzata: «Alcuni di loro», conferma la fonte, «volevano candidarsi con la Lega. Ci stiamo lavorando». Mancherebbero ancora una quarantina di deputati. I restanti sette componenti del misto, provengono da +Europa - Centro democratico e dalla lista Civica Popolare di Beatrice Lorenzin, e sono considerati più o meno inavvicinabili.Come pescare altri 40 deputati pronti a sostenere un governo di centrodestra, ovviamente per «senso di responsabilità»? Una decina arriverebbero dal Pd, attraverso un transito nel misto, ma il mare più pescoso è rappresentato dai 222 deputati del M5s. L'identikit della preda? «Si punta», aggiunge la fonte, «in particolare, a due categorie: gli avvocati e i medici con uno stipendio non superiore ai 2.000 euro al mese, e i neodeputati eletti per un pelo, quelli candidati agli ultimi posti nei listini proporzionali. Sanno benissimo che non verranno mai rieletti, e dovranno dire addio allo stipendio da 13.000 euro al mese. Qui dentro», conclude il nostro cacciatore di voti, «si diventa avidi». Possibile? Trenta deputati grillini pronti a sostenere un governo di centrodestra, abiurando il sacro blog, per la misera cifra di 13.000 euro al mese? «Non hai idea», rivela alla Verità, tra mille ritrosie, un veterano del M5s, «di chi abbiamo imbarcato a questo giro. C'è di tutto. Perfetti sconosciuti che si sono ritrovati in Parlamento solo perché nelle grazie di Luigi Di Maio e del suo cerchio magico, scattati con il proporzionale senza aver mai fatto neanche un comizio. Non mi stupirebbe niente, considerato quello che è successo sulla vicenda dei rimborsi. Non ce lo saremmo mai aspettati, e invece…». Anche in Leu, incredibile ma vero, ci sarebbero un paio di profili «corteggiabili». In sostanza, i numeri potrebbero esserci. E al Senato?Qui l'operazione «si Salvini chi può» è meno complicata. La maggioranza è a quota 161. I senatori di centrodestra sono 137 (61 di Forza Italia, 58 della Lega, 18 di Fratelli d'Italia). Mancano 24 voti. Il gruppo per le Autonomie conta 9 membri, tra i quali Pier Ferdinando Casini e due senatori a vita: Elena Cattaneo e Giorgio Napolitano. Almeno i 5 senatori autonomisti doc potrebbero sostenere un governo di centrodestra in cambio di provvedimenti che vadano incontro alle esigenze dei territori che rappresentano. Mancherebbero altri 19 senatori, 3 dei quali, attualmente nel gruppo misto, vengono dati per certi. I restanti 16? Andrebbero pescati tra i 52 senatori del Pd e i 109 del M5s, con i criteri che abbiamo già descritto. Se poi il M5s confermasse la regola dei due mandati, vietando a chi è stato eletto due volte di ricandidarsi, il centrodestra avrebbe solo l'imbarazzo della scelta. Perché grillini si nasce, ma onorevoli si diventa. Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chi-puo-mandare-il-centrodestra-al-potere-2565912059.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-ha-il-suo-prof-e-sfida-mattarella-governo-a-tempo-si-quello-tecnico-no" data-post-id="2565912059" data-published-at="1779298635" data-use-pagination="False"> Salvini ha il suo prof e sfida Mattarella: «Governo a tempo sì, quello tecnico no» Dopo il consiglio federale Matteo Salvini non scopre le carte sul nome del possibile «tecnico» anti Europa che potrebbe guidare un governo della durata di un anno con i voti del centrodestra e del Movimento 5 stelle. Ma a quanto pare il profilo che il segretario della Lega ha in mente è quello di Alberto Bagnai, professore e economista, eletto senatore con il Carroccio, da sempre critico nei confronti dell'eurozona. Il suo nome era già circolato per la presidenza del Senato, incarico poi andato alla forzista Maria Elisabetta Casellati. È questa la novità emersa dalla riunione di ieri pomeriggio in casa del Carroccio, a due giorni dalle consultazioni lampo di lunedì con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Salvini cambia le carte in tavola («Ho già un percorso chiaro in testa, è l'ultimo tentativo che posso fare per rispettare il voto degli italiani. Non appoggerò governi guidati da dame di compagnia dell'Ue»). Se ieri aveva accarezzato l'ipotesi di chiedere l'incarico per sé stesso, come proposto dalla leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, e da diversi esponenti di Forza Italia, ora ha cambiato idea. Perché se davvero il capo dello Stato volesse proporre un governo di «tregua» con un economista che piace a Bruxelles - nel vecchio stile di Mario Monti (il nome che circolava ieri era quello del professore della Bocconi Guido Tabellini) o peggio ancora con il presidente del Consiglio di Stato Alessandro Pajno - allora tanto vale rilanciare con un profilo di un «professore» che sia espressione delle forze politiche che hanno vinto, cioè quelle di centrodestra e del M5s. Per Salvini non dev'essere necessariamente «un leghista» ma una persona di «buon senso», che batta i pugni sul tavolo in Europa e che in estate, tempo di sbarchi vorticosi sulle coste italiche, indichi misure restrittive contro l'immigrazione incontrollata. Nelle prossime ore il leader della coalizione incontrerà Silvio Berlusconi. Subito dopo l'obiettivo è quello di riallacciare i contatti con il leader (ancora?) dei pentastellati, Luigi Di Maio, con cui le comunicazioni si sono interrotte da una settimana: le diplomazie sono già al lavoro. Ora, in teoria, ci sarebbe un argomento su cui discutere. Per questo motivo ci sono anche altri di nomi che in queste ore stanno circolando sui telefonini di leghisti e grillini, sostenitori di un ancora possibile governo gialloverde. Per esempio quello di Paolo Savona, già ministro dell'Industria del governo Ciampi, più volte critico nei confronti dell'euro. Oppure ancora c'è chi parla di Giovanni Dosi, professore di Economia alla scuola superiore Sant'Anna di Pisa, spesso relatore ai convegni organizzati dal M5s. Un altro profilo potrebbe essere quello di Mariana Mazzucato, altra economista gradita ai grillini, autrice del libro Lo Stato innovatore. E infine c'è chi abbozza il nome di Marcello Minenna, ora alla Consob, già assessore del Comune di Roma sotto il mandato di Virginia Raggi, critico nei confronti della moneta unica. «Se di governo tecnico, di scopo o istituzionale, l'incarico va dato partendo da chi ha vinto le elezioni, escludo qualsiasi tecnico alla Monti», dichiara Salvini in conferenza stampa. «E ribadisco l'invito a M5s come fare insieme un governo a tempo per fare poche cose e bene». Salvini ha spiegato che si presenterà con questa proposta al Quirinale. Ha aggiunto il mese di dicembre come orizzonte di durata massima dell'esecutivo, sottolineando che l'unica condizione è che dall'alleanza sia escluso il segretario del Pd, Matteo Renzi («Dove c'è Renzi non c'è Salvini»). Poi c'è un «no» grande come una casa a una proroga del governo di Paolo Gentiloni: «Non posso pensare di andare con Alfano ministro degli Esteri al prossimo Consiglio europeo di giugno». Come detto, l'esecutivo per Salvini avrebbe scadenza a dicembre e dovrebbe occuparsi di poche cose, tra cui la legge elettorale e le manovre di bilancio. «È un governo che vede prima gli interessi nazionali», spiega il leader leghista, «che si faccia carico di fare in fretta e bene buone cose, tra cui una legge elettorale con il premio di maggioranza per la coalizione o anche per il partito, come accade per le elezioni regionali. Gli italiani devono sapere che si manda al governo chi prende un voto in più il giorno dopo le elezioni». Poi, seconda cosa: «Dobbiamo bloccare gli aumenti di Iva e accise. La bozza di bilancio dell'Ue va rigettata in toto». Secondo alcuni osservatori Salvini sarebbe già in campagna elettorale. Anzi, la proposta del tecnico «no euro» sarebbe una replica alla proposta di referendum contro la moneta unica avanzata nelle ultime ore dal garante pentastellato Beppe Grillo. «Mi interessa», rimarca Salvini a chi gli domanda un parere sull'ultima novità del comico genovese, «ma credo che lui e Di Maio dovrebbero parlarsi». Proprio qui sta il punto. Il numero uno della Lega vuole stanare - agli occhi dell'elettorato - il M5s: una settimana fa, prima di aprire il forno con il Partito democratico, diceva che l'Europa era «la casa naturale», ora invece sembra avere altre idee sul tema. In serata Toninelli chiude: «Salvini? Ha perso la sua chance scegliendo il pluricondannato Berlusconi». Già, Berlusconi Cosa pensa della proposta di Salvini? «Perché dovrebbe dire di no?», replica il leader leghista a chi glielo domanda. Eppure nei giorni scorsi il gran ciambellano azzurro Gianni Letta aveva fatto circolare sui giornali l'ipotesi di un governo guidato dalla mente economica del Carroccio, Giancarlo Giorgetti, con i voti del Pd. Fedele Confalonieri, ascoltassimo dal Cavaliere, ieri ha avuto parole al miele per Salvini: «Penso che non sia così male come certa stampa lo dipinge. Io un pochino leghista lo sono e poi ha preso il partito al 4% e lo ha portato al 18%. Qualche qualità ce l'ha e ha certamente la testa sulle spalle». L'endorsement non è di poco conto. Alessandro Da Rold <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chi-puo-mandare-il-centrodestra-al-potere-2565912059.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="grillo-pensa-al-voto-e-silura-di-maio-vogliamo-un-referendum-sulleuro" data-post-id="2565912059" data-published-at="1779298635" data-use-pagination="False"> Grillo pensa al voto e silura Di Maio: «Vogliamo un referendum sull'euro» Il Quirinale prepara un governo «del Presidente», affidato a un personaggio del mondo dell'economia, e Beppe Grillo torna a fare il bombarolo proprio sull'economia, rilanciando l'idea di un referendum per uscire dall'euro. C'è una precisa strategia del fondatore, al quale guarda tutta quella parte del mondo pentastellato che ha sofferto per due mesi a vedere le aperture di Luigi Di Maio in grisaglia ministeriale, dietro il ripescaggio del referendum sulla moneta unica. I vertici del Movimento sono ormai convinti che Sergio Mattarella «stia cercando il suo Mario Monti e abbia già mezzo governo pronto». E allora ecco che si torna sulle barricate. Il comico genovese, al termine di uno spettacolo teatrale, ha parlato a ruota libera con il mensile francese Putsch e ha ritrovato toni incendiari, anche se i contenuti non sono esattamente nuovissimi. Il primo affondo è stato sul famigerato Rosatellum, una legge elettorale «decisa a tavolino per impedirci di governare». In sostanza, questa l'affabulazione di Grillo, «c'è stato un colpo di Stato al contrario: hanno utilizzato la democrazia per distruggerla». E poi ecco la degna risposta alle ansie del Quirinale sulla collocazione europea dell'Italia: «Ho proposto un referendum per la zona euro e voglio che il popolo italiano si esprima. Tutti i trattati che sono stati firmati erano giusti, ma sono stati deformati dai regolamenti». Per finire, calcione sui denti alle fobìe tedesche e all'ortodossia monetaria dei partner del Nord Europa, con la riproposizione degli eurobond di tremontiana memoria, che significa farci garantire dal resto d'Europa anche il nostro maxidebito pubblico da 2.300 miliardi. Pare che la sortita di Grillo non fosse stata concordata con Di Maio, che si è affrettato a inquadrare la faccenda come la mossa di uno che è «il nostro garante e un battitore libero, lo conoscete…» Anche se lo stesso Di Maio si vede costretto in qualche modo a «correggere» Grillo dicendo che sull'euro «la linea non cambia». Già, non cambia, ma qual è? L'ex candidato premier se la cava così: «Cambiare tutto». Anche se M5s sa benissimo che un referendum come quello rilanciato ieri andrebbe innanzitutto autorizzato, e poi sarebbe solo consultivo. Il fatto è che in realtà è difficile ignorare che le parole di Beppe Grillo sull'euro sono in piena continuità con quello che il Movimento ha sempre sostenuto prima dell'exploit di domenica 4 marzo. «Torneremo guerrieri e liberi battitori, su tutto», ha confidato Grillo agli amici, nei giorni scorsi. Dopo che ha visto Di Maio messo nell'angolo «dalle manovre di un Palazzo morente». E allora ecco un'intervista al periodico francese che ricalca in modo abbastanza evidente un intervento di un anno fa sul blog delle Stelle, intitolato «Comanda il popolo, non Draghi», firmato da Elio Lannutti, il presidente dell'Adusbef che oggi è diventato senatore del Movimento, ma che soprattutto è uno dei consiglieri più ascoltati dello stesso Grillo fin dai tempi in cui andavano insieme a vivacizzare le assemblee della Telecom Italia appena privatizzata. Lannutti parlava di euro come «rapina del secolo», di sovranità italiana «svenduta a cleptocrati, tecnocrati e oligarchi», di «bail-in come esproprio criminale del risparmio, intimato dall'ideologia tedesca» e di necessità di abbandonare la moneta unica per uscire da questa «gabbia di strozzinaggio europeo con egemonia di Berlino». Di Maio abbozza, mantiene il sorriso ministeriale, ma comunque ha di fronte a sé un sentiero stretto. Ha chiesto elezioni subito, indicando perfino una data precisa a Mattarella (24 giugno), ma sa bene che il Quirinale al massimo potrebbe concedere il ritorno alle urne in autunno, a patto che sia anche la Lega a chiederlo. E comunque preferirebbe di gran lunga far passare un anno. Anzi «perdere un anno», dicono i capi del Movimento, che dietro a un governo «di tutti», al quale comunque M5s non darebbe un voto, temono si nasconda solo la necessità di Silvio Berlusconi e Matteo Renzi di riorganizzarsi e basta. E anche se tra i 5 stelle tutti giurano che la leadership non si discute, più tardi si tornerà a votare e più è difficile che il candidato premier sia ancora Di Maio e non un Alessandro Di Battista. E un altro punto che preoccupa non solo il leader di Pomigliano d'Arco, ma anche lo stratega Davide Casaleggio è quello dei soldi: il Pd è al collasso e in questo momento non ha i denari per una nuova campagna elettorale, così come sulle finanze del Carroccio ci sono molti dubbi. Insomma, la paura è di avere di fronte avversari pronti a tutto, pur di aggrapparsi agli scranni parlamentari. L'incubo dei vertici 5 stelle non è solo «l'evidente patto tra Berlusconi e Renzi», ma anche il governo di tregua che temono stia preparando Mattarella, pescando tra «i soliti professori della Bocconi». Per Di Maio sarebbe semplicemente «un tradimento del popolo». Meglio dunque votare subito e fare una sorta di ballottaggio con Matteo Salvini. Una posizione così rigida che sembra destinata a far cadere nel vuoto anche l'ennesima offerta last minute del capo del Carroccio, per un governo di sei mesi, che cambi la legge elettorale e disinneschi la tagliola degli aumenti Iva. Lega e M5s che vanno al «ballottaggio», magari dopo aver governato anche un po' insieme. La fortuna di Mattarella è che i capelli ce li ha già tutti bianchi. Francesco Bonazzi
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La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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