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2018-05-05
La pattuglia dei «responsabili»
che può far partire il governo di centrodestra
ANSA
L'operazione è «difficile, ma non impossibile». Parola di un parlamentare di centrodestra particolarmente attivo, in queste ore, nel lavoro di scouting tra i colleghi degli altri partiti. L'obiettivo è consentire al centrodestra, lunedì prossimo, di comunicare al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la effettiva possibilità di raggiungere la maggioranza sia alla Camera sia al Senato. L'operazione «si Salvini chi può» è in pieno svolgimento. Ammiccamenti, occhiolini, messaggini, colloqui segretissimi: il corteggiamento nei confronti dei parlamentari che rischierebbero, in caso di nuove elezioni, di non rivedere mai più le poltrone del Parlamento, non avendo avuto neanche la possibilità di imprimervi l'orma dell'onorevole deretano, è serratissimo. Le tattiche per convincere deputati e senatori a sostenere «responsabilmente» il centrodestra sono innumerevoli. A proposito di numeri: vediamo nel dettaglio quanti sono i pesciolini che dovranno abboccare all'amo perché l'operazione vada in porto.
Alla Camera, la maggioranza assoluta è fissata a quota 316. Il centrodestra, in totale, ha 261 deputati (125 della Lega, 104 di Forza Italia, 32 di Fratelli d'Italia). Mancano 55 voti per l'ipotetica fiducia a un governo di centrodestra. Occhio al gruppo misto: è composto da 21 deputati, tre dei quali (Maurizio Lupi, Ale Colucci e Renzo Tondo) aderiscono già al centrodestra, in quanto eletti con Noi con l'Italia, la quarta gamba della coalizione. Sei deputati del misto fanno parte della componente Movimento associativo Italiani all'estero: tra questi figurano ben cinque parlamentari eletti con il M5s ma espulsi per la vicenda dei mancati rimborsi (Andrea Cecconi e Silvia Benedetti), o perché non avevano dichiarato l'iscrizione alla massoneria (Catello Vitiello) o per altri motivi (Salvatore Caiata, Antonio Tasso). L'eletto all'estero Eugenio Sangregorio non è iscritto ad alcuna componente. Tutti e otto sono considerati «di prima fascia», ovvero prontissimi a dare l'ok al governo di centrodestra, e in particolare Caiata, presidente del Potenza Calcio, espulso dal M5s per una indagine a suo carico, è considerato un fuoriclasse della caccia al deputato. Con i quattro componenti del misto che aderiscono alla componente delle minoranze linguistiche, il discorso è in fase avanzata: «Alcuni di loro», conferma la fonte, «volevano candidarsi con la Lega. Ci stiamo lavorando». Mancherebbero ancora una quarantina di deputati. I restanti sette componenti del misto, provengono da +Europa - Centro democratico e dalla lista Civica Popolare di Beatrice Lorenzin, e sono considerati più o meno inavvicinabili.
Come pescare altri 40 deputati pronti a sostenere un governo di centrodestra, ovviamente per «senso di responsabilità»? Una decina arriverebbero dal Pd, attraverso un transito nel misto, ma il mare più pescoso è rappresentato dai 222 deputati del M5s. L'identikit della preda? «Si punta», aggiunge la fonte, «in particolare, a due categorie: gli avvocati e i medici con uno stipendio non superiore ai 2.000 euro al mese, e i neodeputati eletti per un pelo, quelli candidati agli ultimi posti nei listini proporzionali. Sanno benissimo che non verranno mai rieletti, e dovranno dire addio allo stipendio da 13.000 euro al mese. Qui dentro», conclude il nostro cacciatore di voti, «si diventa avidi». Possibile? Trenta deputati grillini pronti a sostenere un governo di centrodestra, abiurando il sacro blog, per la misera cifra di 13.000 euro al mese? «Non hai idea», rivela alla Verità, tra mille ritrosie, un veterano del M5s, «di chi abbiamo imbarcato a questo giro. C'è di tutto. Perfetti sconosciuti che si sono ritrovati in Parlamento solo perché nelle grazie di Luigi Di Maio e del suo cerchio magico, scattati con il proporzionale senza aver mai fatto neanche un comizio. Non mi stupirebbe niente, considerato quello che è successo sulla vicenda dei rimborsi. Non ce lo saremmo mai aspettati, e invece…». Anche in Leu, incredibile ma vero, ci sarebbero un paio di profili «corteggiabili». In sostanza, i numeri potrebbero esserci. E al Senato?
Qui l'operazione «si Salvini chi può» è meno complicata. La maggioranza è a quota 161. I senatori di centrodestra sono 137 (61 di Forza Italia, 58 della Lega, 18 di Fratelli d'Italia). Mancano 24 voti. Il gruppo per le Autonomie conta 9 membri, tra i quali Pier Ferdinando Casini e due senatori a vita: Elena Cattaneo e Giorgio Napolitano. Almeno i 5 senatori autonomisti doc potrebbero sostenere un governo di centrodestra in cambio di provvedimenti che vadano incontro alle esigenze dei territori che rappresentano. Mancherebbero altri 19 senatori, 3 dei quali, attualmente nel gruppo misto, vengono dati per certi. I restanti 16? Andrebbero pescati tra i 52 senatori del Pd e i 109 del M5s, con i criteri che abbiamo già descritto. Se poi il M5s confermasse la regola dei due mandati, vietando a chi è stato eletto due volte di ricandidarsi, il centrodestra avrebbe solo l'imbarazzo della scelta. Perché grillini si nasce, ma onorevoli si diventa.
Carlo Tarallo
Salvini ha il suo prof e sfida Mattarella: «Governo a tempo sì, quello tecnico no»
Dopo il consiglio federale Matteo Salvini non scopre le carte sul nome del possibile «tecnico» anti Europa che potrebbe guidare un governo della durata di un anno con i voti del centrodestra e del Movimento 5 stelle. Ma a quanto pare il profilo che il segretario della Lega ha in mente è quello di Alberto Bagnai, professore e economista, eletto senatore con il Carroccio, da sempre critico nei confronti dell'eurozona. Il suo nome era già circolato per la presidenza del Senato, incarico poi andato alla forzista Maria Elisabetta Casellati. È questa la novità emersa dalla riunione di ieri pomeriggio in casa del Carroccio, a due giorni dalle consultazioni lampo di lunedì con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Salvini cambia le carte in tavola («Ho già un percorso chiaro in testa, è l'ultimo tentativo che posso fare per rispettare il voto degli italiani. Non appoggerò governi guidati da dame di compagnia dell'Ue»). Se ieri aveva accarezzato l'ipotesi di chiedere l'incarico per sé stesso, come proposto dalla leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, e da diversi esponenti di Forza Italia, ora ha cambiato idea. Perché se davvero il capo dello Stato volesse proporre un governo di «tregua» con un economista che piace a Bruxelles - nel vecchio stile di Mario Monti (il nome che circolava ieri era quello del professore della Bocconi Guido Tabellini) o peggio ancora con il presidente del Consiglio di Stato Alessandro Pajno - allora tanto vale rilanciare con un profilo di un «professore» che sia espressione delle forze politiche che hanno vinto, cioè quelle di centrodestra e del M5s. Per Salvini non dev'essere necessariamente «un leghista» ma una persona di «buon senso», che batta i pugni sul tavolo in Europa e che in estate, tempo di sbarchi vorticosi sulle coste italiche, indichi misure restrittive contro l'immigrazione incontrollata. Nelle prossime ore il leader della coalizione incontrerà Silvio Berlusconi. Subito dopo l'obiettivo è quello di riallacciare i contatti con il leader (ancora?) dei pentastellati, Luigi Di Maio, con cui le comunicazioni si sono interrotte da una settimana: le diplomazie sono già al lavoro. Ora, in teoria, ci sarebbe un argomento su cui discutere.
Per questo motivo ci sono anche altri di nomi che in queste ore stanno circolando sui telefonini di leghisti e grillini, sostenitori di un ancora possibile governo gialloverde. Per esempio quello di Paolo Savona, già ministro dell'Industria del governo Ciampi, più volte critico nei confronti dell'euro. Oppure ancora c'è chi parla di Giovanni Dosi, professore di Economia alla scuola superiore Sant'Anna di Pisa, spesso relatore ai convegni organizzati dal M5s. Un altro profilo potrebbe essere quello di Mariana Mazzucato, altra economista gradita ai grillini, autrice del libro Lo Stato innovatore. E infine c'è chi abbozza il nome di Marcello Minenna, ora alla Consob, già assessore del Comune di Roma sotto il mandato di Virginia Raggi, critico nei confronti della moneta unica.
«Se di governo tecnico, di scopo o istituzionale, l'incarico va dato partendo da chi ha vinto le elezioni, escludo qualsiasi tecnico alla Monti», dichiara Salvini in conferenza stampa. «E ribadisco l'invito a M5s come fare insieme un governo a tempo per fare poche cose e bene». Salvini ha spiegato che si presenterà con questa proposta al Quirinale. Ha aggiunto il mese di dicembre come orizzonte di durata massima dell'esecutivo, sottolineando che l'unica condizione è che dall'alleanza sia escluso il segretario del Pd, Matteo Renzi («Dove c'è Renzi non c'è Salvini»). Poi c'è un «no» grande come una casa a una proroga del governo di Paolo Gentiloni: «Non posso pensare di andare con Alfano ministro degli Esteri al prossimo Consiglio europeo di giugno».
Come detto, l'esecutivo per Salvini avrebbe scadenza a dicembre e dovrebbe occuparsi di poche cose, tra cui la legge elettorale e le manovre di bilancio. «È un governo che vede prima gli interessi nazionali», spiega il leader leghista, «che si faccia carico di fare in fretta e bene buone cose, tra cui una legge elettorale con il premio di maggioranza per la coalizione o anche per il partito, come accade per le elezioni regionali. Gli italiani devono sapere che si manda al governo chi prende un voto in più il giorno dopo le elezioni». Poi, seconda cosa: «Dobbiamo bloccare gli aumenti di Iva e accise. La bozza di bilancio dell'Ue va rigettata in toto».
Secondo alcuni osservatori Salvini sarebbe già in campagna elettorale. Anzi, la proposta del tecnico «no euro» sarebbe una replica alla proposta di referendum contro la moneta unica avanzata nelle ultime ore dal garante pentastellato Beppe Grillo. «Mi interessa», rimarca Salvini a chi gli domanda un parere sull'ultima novità del comico genovese, «ma credo che lui e Di Maio dovrebbero parlarsi». Proprio qui sta il punto. Il numero uno della Lega vuole stanare - agli occhi dell'elettorato - il M5s: una settimana fa, prima di aprire il forno con il Partito democratico, diceva che l'Europa era «la casa naturale», ora invece sembra avere altre idee sul tema. In serata Toninelli chiude: «Salvini? Ha perso la sua chance scegliendo il pluricondannato Berlusconi».
Già, Berlusconi Cosa pensa della proposta di Salvini? «Perché dovrebbe dire di no?», replica il leader leghista a chi glielo domanda. Eppure nei giorni scorsi il gran ciambellano azzurro Gianni Letta aveva fatto circolare sui giornali l'ipotesi di un governo guidato dalla mente economica del Carroccio, Giancarlo Giorgetti, con i voti del Pd. Fedele Confalonieri, ascoltassimo dal Cavaliere, ieri ha avuto parole al miele per Salvini: «Penso che non sia così male come certa stampa lo dipinge. Io un pochino leghista lo sono e poi ha preso il partito al 4% e lo ha portato al 18%. Qualche qualità ce l'ha e ha certamente la testa sulle spalle». L'endorsement non è di poco conto.
Alessandro Da Rold
Grillo pensa al voto e silura Di Maio: «Vogliamo un referendum sull'euro»
Il Quirinale prepara un governo «del Presidente», affidato a un personaggio del mondo dell'economia, e Beppe Grillo torna a fare il bombarolo proprio sull'economia, rilanciando l'idea di un referendum per uscire dall'euro. C'è una precisa strategia del fondatore, al quale guarda tutta quella parte del mondo pentastellato che ha sofferto per due mesi a vedere le aperture di Luigi Di Maio in grisaglia ministeriale, dietro il ripescaggio del referendum sulla moneta unica. I vertici del Movimento sono ormai convinti che Sergio Mattarella «stia cercando il suo Mario Monti e abbia già mezzo governo pronto». E allora ecco che si torna sulle barricate.
Il comico genovese, al termine di uno spettacolo teatrale, ha parlato a ruota libera con il mensile francese Putsch e ha ritrovato toni incendiari, anche se i contenuti non sono esattamente nuovissimi. Il primo affondo è stato sul famigerato Rosatellum, una legge elettorale «decisa a tavolino per impedirci di governare». In sostanza, questa l'affabulazione di Grillo, «c'è stato un colpo di Stato al contrario: hanno utilizzato la democrazia per distruggerla». E poi ecco la degna risposta alle ansie del Quirinale sulla collocazione europea dell'Italia: «Ho proposto un referendum per la zona euro e voglio che il popolo italiano si esprima. Tutti i trattati che sono stati firmati erano giusti, ma sono stati deformati dai regolamenti». Per finire, calcione sui denti alle fobìe tedesche e all'ortodossia monetaria dei partner del Nord Europa, con la riproposizione degli eurobond di tremontiana memoria, che significa farci garantire dal resto d'Europa anche il nostro maxidebito pubblico da 2.300 miliardi.
Pare che la sortita di Grillo non fosse stata concordata con Di Maio, che si è affrettato a inquadrare la faccenda come la mossa di uno che è «il nostro garante e un battitore libero, lo conoscete…» Anche se lo stesso Di Maio si vede costretto in qualche modo a «correggere» Grillo dicendo che sull'euro «la linea non cambia». Già, non cambia, ma qual è? L'ex candidato premier se la cava così: «Cambiare tutto». Anche se M5s sa benissimo che un referendum come quello rilanciato ieri andrebbe innanzitutto autorizzato, e poi sarebbe solo consultivo.
Il fatto è che in realtà è difficile ignorare che le parole di Beppe Grillo sull'euro sono in piena continuità con quello che il Movimento ha sempre sostenuto prima dell'exploit di domenica 4 marzo. «Torneremo guerrieri e liberi battitori, su tutto», ha confidato Grillo agli amici, nei giorni scorsi. Dopo che ha visto Di Maio messo nell'angolo «dalle manovre di un Palazzo morente». E allora ecco un'intervista al periodico francese che ricalca in modo abbastanza evidente un intervento di un anno fa sul blog delle Stelle, intitolato «Comanda il popolo, non Draghi», firmato da Elio Lannutti, il presidente dell'Adusbef che oggi è diventato senatore del Movimento, ma che soprattutto è uno dei consiglieri più ascoltati dello stesso Grillo fin dai tempi in cui andavano insieme a vivacizzare le assemblee della Telecom Italia appena privatizzata. Lannutti parlava di euro come «rapina del secolo», di sovranità italiana «svenduta a cleptocrati, tecnocrati e oligarchi», di «bail-in come esproprio criminale del risparmio, intimato dall'ideologia tedesca» e di necessità di abbandonare la moneta unica per uscire da questa «gabbia di strozzinaggio europeo con egemonia di Berlino».
Di Maio abbozza, mantiene il sorriso ministeriale, ma comunque ha di fronte a sé un sentiero stretto. Ha chiesto elezioni subito, indicando perfino una data precisa a Mattarella (24 giugno), ma sa bene che il Quirinale al massimo potrebbe concedere il ritorno alle urne in autunno, a patto che sia anche la Lega a chiederlo. E comunque preferirebbe di gran lunga far passare un anno. Anzi «perdere un anno», dicono i capi del Movimento, che dietro a un governo «di tutti», al quale comunque M5s non darebbe un voto, temono si nasconda solo la necessità di Silvio Berlusconi e Matteo Renzi di riorganizzarsi e basta. E anche se tra i 5 stelle tutti giurano che la leadership non si discute, più tardi si tornerà a votare e più è difficile che il candidato premier sia ancora Di Maio e non un Alessandro Di Battista. E un altro punto che preoccupa non solo il leader di Pomigliano d'Arco, ma anche lo stratega Davide Casaleggio è quello dei soldi: il Pd è al collasso e in questo momento non ha i denari per una nuova campagna elettorale, così come sulle finanze del Carroccio ci sono molti dubbi. Insomma, la paura è di avere di fronte avversari pronti a tutto, pur di aggrapparsi agli scranni parlamentari.
L'incubo dei vertici 5 stelle non è solo «l'evidente patto tra Berlusconi e Renzi», ma anche il governo di tregua che temono stia preparando Mattarella, pescando tra «i soliti professori della Bocconi». Per Di Maio sarebbe semplicemente «un tradimento del popolo». Meglio dunque votare subito e fare una sorta di ballottaggio con Matteo Salvini. Una posizione così rigida che sembra destinata a far cadere nel vuoto anche l'ennesima offerta last minute del capo del Carroccio, per un governo di sei mesi, che cambi la legge elettorale e disinneschi la tagliola degli aumenti Iva.
Lega e M5s che vanno al «ballottaggio», magari dopo aver governato anche un po' insieme. La fortuna di Mattarella è che i capelli ce li ha già tutti bianchi.
Francesco Bonazzi
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Caccia ai voti per costruire una maggioranza d'aula che sostenga un esecutivo a guida Lega-Fdi-Forza Italia: nel mirino ci sono i grillini con stipendio basso, che potrebbero restare onorevoli e salvare la paga. Abboccamenti anche con Leu e alcuni dem.Il leghista apre a un esecutivo fino a dicembre con il M5s, ma vuole un esperto non prono all'Ue. Spunta l'idea Alberto Bagnai.Il comico solletica l'area più radicale del M5s con il ripescaggio del voto sulla moneta unica e il ritorno sulle barricate antisistema. L'ex candidato premier tenta la correzione: «La linea non cambia». Ma qual è?Lo speciale contiene tre articoli.L'operazione è «difficile, ma non impossibile». Parola di un parlamentare di centrodestra particolarmente attivo, in queste ore, nel lavoro di scouting tra i colleghi degli altri partiti. L'obiettivo è consentire al centrodestra, lunedì prossimo, di comunicare al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la effettiva possibilità di raggiungere la maggioranza sia alla Camera sia al Senato. L'operazione «si Salvini chi può» è in pieno svolgimento. Ammiccamenti, occhiolini, messaggini, colloqui segretissimi: il corteggiamento nei confronti dei parlamentari che rischierebbero, in caso di nuove elezioni, di non rivedere mai più le poltrone del Parlamento, non avendo avuto neanche la possibilità di imprimervi l'orma dell'onorevole deretano, è serratissimo. Le tattiche per convincere deputati e senatori a sostenere «responsabilmente» il centrodestra sono innumerevoli. A proposito di numeri: vediamo nel dettaglio quanti sono i pesciolini che dovranno abboccare all'amo perché l'operazione vada in porto.Alla Camera, la maggioranza assoluta è fissata a quota 316. Il centrodestra, in totale, ha 261 deputati (125 della Lega, 104 di Forza Italia, 32 di Fratelli d'Italia). Mancano 55 voti per l'ipotetica fiducia a un governo di centrodestra. Occhio al gruppo misto: è composto da 21 deputati, tre dei quali (Maurizio Lupi, Ale Colucci e Renzo Tondo) aderiscono già al centrodestra, in quanto eletti con Noi con l'Italia, la quarta gamba della coalizione. Sei deputati del misto fanno parte della componente Movimento associativo Italiani all'estero: tra questi figurano ben cinque parlamentari eletti con il M5s ma espulsi per la vicenda dei mancati rimborsi (Andrea Cecconi e Silvia Benedetti), o perché non avevano dichiarato l'iscrizione alla massoneria (Catello Vitiello) o per altri motivi (Salvatore Caiata, Antonio Tasso). L'eletto all'estero Eugenio Sangregorio non è iscritto ad alcuna componente. Tutti e otto sono considerati «di prima fascia», ovvero prontissimi a dare l'ok al governo di centrodestra, e in particolare Caiata, presidente del Potenza Calcio, espulso dal M5s per una indagine a suo carico, è considerato un fuoriclasse della caccia al deputato. Con i quattro componenti del misto che aderiscono alla componente delle minoranze linguistiche, il discorso è in fase avanzata: «Alcuni di loro», conferma la fonte, «volevano candidarsi con la Lega. Ci stiamo lavorando». Mancherebbero ancora una quarantina di deputati. I restanti sette componenti del misto, provengono da +Europa - Centro democratico e dalla lista Civica Popolare di Beatrice Lorenzin, e sono considerati più o meno inavvicinabili.Come pescare altri 40 deputati pronti a sostenere un governo di centrodestra, ovviamente per «senso di responsabilità»? Una decina arriverebbero dal Pd, attraverso un transito nel misto, ma il mare più pescoso è rappresentato dai 222 deputati del M5s. L'identikit della preda? «Si punta», aggiunge la fonte, «in particolare, a due categorie: gli avvocati e i medici con uno stipendio non superiore ai 2.000 euro al mese, e i neodeputati eletti per un pelo, quelli candidati agli ultimi posti nei listini proporzionali. Sanno benissimo che non verranno mai rieletti, e dovranno dire addio allo stipendio da 13.000 euro al mese. Qui dentro», conclude il nostro cacciatore di voti, «si diventa avidi». Possibile? Trenta deputati grillini pronti a sostenere un governo di centrodestra, abiurando il sacro blog, per la misera cifra di 13.000 euro al mese? «Non hai idea», rivela alla Verità, tra mille ritrosie, un veterano del M5s, «di chi abbiamo imbarcato a questo giro. C'è di tutto. Perfetti sconosciuti che si sono ritrovati in Parlamento solo perché nelle grazie di Luigi Di Maio e del suo cerchio magico, scattati con il proporzionale senza aver mai fatto neanche un comizio. Non mi stupirebbe niente, considerato quello che è successo sulla vicenda dei rimborsi. Non ce lo saremmo mai aspettati, e invece…». Anche in Leu, incredibile ma vero, ci sarebbero un paio di profili «corteggiabili». In sostanza, i numeri potrebbero esserci. E al Senato?Qui l'operazione «si Salvini chi può» è meno complicata. La maggioranza è a quota 161. I senatori di centrodestra sono 137 (61 di Forza Italia, 58 della Lega, 18 di Fratelli d'Italia). Mancano 24 voti. Il gruppo per le Autonomie conta 9 membri, tra i quali Pier Ferdinando Casini e due senatori a vita: Elena Cattaneo e Giorgio Napolitano. Almeno i 5 senatori autonomisti doc potrebbero sostenere un governo di centrodestra in cambio di provvedimenti che vadano incontro alle esigenze dei territori che rappresentano. Mancherebbero altri 19 senatori, 3 dei quali, attualmente nel gruppo misto, vengono dati per certi. I restanti 16? Andrebbero pescati tra i 52 senatori del Pd e i 109 del M5s, con i criteri che abbiamo già descritto. Se poi il M5s confermasse la regola dei due mandati, vietando a chi è stato eletto due volte di ricandidarsi, il centrodestra avrebbe solo l'imbarazzo della scelta. Perché grillini si nasce, ma onorevoli si diventa. Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chi-puo-mandare-il-centrodestra-al-potere-2565912059.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-ha-il-suo-prof-e-sfida-mattarella-governo-a-tempo-si-quello-tecnico-no" data-post-id="2565912059" data-published-at="1774130244" data-use-pagination="False"> Salvini ha il suo prof e sfida Mattarella: «Governo a tempo sì, quello tecnico no» Dopo il consiglio federale Matteo Salvini non scopre le carte sul nome del possibile «tecnico» anti Europa che potrebbe guidare un governo della durata di un anno con i voti del centrodestra e del Movimento 5 stelle. Ma a quanto pare il profilo che il segretario della Lega ha in mente è quello di Alberto Bagnai, professore e economista, eletto senatore con il Carroccio, da sempre critico nei confronti dell'eurozona. Il suo nome era già circolato per la presidenza del Senato, incarico poi andato alla forzista Maria Elisabetta Casellati. È questa la novità emersa dalla riunione di ieri pomeriggio in casa del Carroccio, a due giorni dalle consultazioni lampo di lunedì con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Salvini cambia le carte in tavola («Ho già un percorso chiaro in testa, è l'ultimo tentativo che posso fare per rispettare il voto degli italiani. Non appoggerò governi guidati da dame di compagnia dell'Ue»). Se ieri aveva accarezzato l'ipotesi di chiedere l'incarico per sé stesso, come proposto dalla leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, e da diversi esponenti di Forza Italia, ora ha cambiato idea. Perché se davvero il capo dello Stato volesse proporre un governo di «tregua» con un economista che piace a Bruxelles - nel vecchio stile di Mario Monti (il nome che circolava ieri era quello del professore della Bocconi Guido Tabellini) o peggio ancora con il presidente del Consiglio di Stato Alessandro Pajno - allora tanto vale rilanciare con un profilo di un «professore» che sia espressione delle forze politiche che hanno vinto, cioè quelle di centrodestra e del M5s. Per Salvini non dev'essere necessariamente «un leghista» ma una persona di «buon senso», che batta i pugni sul tavolo in Europa e che in estate, tempo di sbarchi vorticosi sulle coste italiche, indichi misure restrittive contro l'immigrazione incontrollata. Nelle prossime ore il leader della coalizione incontrerà Silvio Berlusconi. Subito dopo l'obiettivo è quello di riallacciare i contatti con il leader (ancora?) dei pentastellati, Luigi Di Maio, con cui le comunicazioni si sono interrotte da una settimana: le diplomazie sono già al lavoro. Ora, in teoria, ci sarebbe un argomento su cui discutere. Per questo motivo ci sono anche altri di nomi che in queste ore stanno circolando sui telefonini di leghisti e grillini, sostenitori di un ancora possibile governo gialloverde. Per esempio quello di Paolo Savona, già ministro dell'Industria del governo Ciampi, più volte critico nei confronti dell'euro. Oppure ancora c'è chi parla di Giovanni Dosi, professore di Economia alla scuola superiore Sant'Anna di Pisa, spesso relatore ai convegni organizzati dal M5s. Un altro profilo potrebbe essere quello di Mariana Mazzucato, altra economista gradita ai grillini, autrice del libro Lo Stato innovatore. E infine c'è chi abbozza il nome di Marcello Minenna, ora alla Consob, già assessore del Comune di Roma sotto il mandato di Virginia Raggi, critico nei confronti della moneta unica. «Se di governo tecnico, di scopo o istituzionale, l'incarico va dato partendo da chi ha vinto le elezioni, escludo qualsiasi tecnico alla Monti», dichiara Salvini in conferenza stampa. «E ribadisco l'invito a M5s come fare insieme un governo a tempo per fare poche cose e bene». Salvini ha spiegato che si presenterà con questa proposta al Quirinale. Ha aggiunto il mese di dicembre come orizzonte di durata massima dell'esecutivo, sottolineando che l'unica condizione è che dall'alleanza sia escluso il segretario del Pd, Matteo Renzi («Dove c'è Renzi non c'è Salvini»). Poi c'è un «no» grande come una casa a una proroga del governo di Paolo Gentiloni: «Non posso pensare di andare con Alfano ministro degli Esteri al prossimo Consiglio europeo di giugno». Come detto, l'esecutivo per Salvini avrebbe scadenza a dicembre e dovrebbe occuparsi di poche cose, tra cui la legge elettorale e le manovre di bilancio. «È un governo che vede prima gli interessi nazionali», spiega il leader leghista, «che si faccia carico di fare in fretta e bene buone cose, tra cui una legge elettorale con il premio di maggioranza per la coalizione o anche per il partito, come accade per le elezioni regionali. Gli italiani devono sapere che si manda al governo chi prende un voto in più il giorno dopo le elezioni». Poi, seconda cosa: «Dobbiamo bloccare gli aumenti di Iva e accise. La bozza di bilancio dell'Ue va rigettata in toto». Secondo alcuni osservatori Salvini sarebbe già in campagna elettorale. Anzi, la proposta del tecnico «no euro» sarebbe una replica alla proposta di referendum contro la moneta unica avanzata nelle ultime ore dal garante pentastellato Beppe Grillo. «Mi interessa», rimarca Salvini a chi gli domanda un parere sull'ultima novità del comico genovese, «ma credo che lui e Di Maio dovrebbero parlarsi». Proprio qui sta il punto. Il numero uno della Lega vuole stanare - agli occhi dell'elettorato - il M5s: una settimana fa, prima di aprire il forno con il Partito democratico, diceva che l'Europa era «la casa naturale», ora invece sembra avere altre idee sul tema. In serata Toninelli chiude: «Salvini? Ha perso la sua chance scegliendo il pluricondannato Berlusconi». Già, Berlusconi Cosa pensa della proposta di Salvini? «Perché dovrebbe dire di no?», replica il leader leghista a chi glielo domanda. Eppure nei giorni scorsi il gran ciambellano azzurro Gianni Letta aveva fatto circolare sui giornali l'ipotesi di un governo guidato dalla mente economica del Carroccio, Giancarlo Giorgetti, con i voti del Pd. Fedele Confalonieri, ascoltassimo dal Cavaliere, ieri ha avuto parole al miele per Salvini: «Penso che non sia così male come certa stampa lo dipinge. Io un pochino leghista lo sono e poi ha preso il partito al 4% e lo ha portato al 18%. Qualche qualità ce l'ha e ha certamente la testa sulle spalle». L'endorsement non è di poco conto. Alessandro Da Rold <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chi-puo-mandare-il-centrodestra-al-potere-2565912059.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="grillo-pensa-al-voto-e-silura-di-maio-vogliamo-un-referendum-sulleuro" data-post-id="2565912059" data-published-at="1774130244" data-use-pagination="False"> Grillo pensa al voto e silura Di Maio: «Vogliamo un referendum sull'euro» Il Quirinale prepara un governo «del Presidente», affidato a un personaggio del mondo dell'economia, e Beppe Grillo torna a fare il bombarolo proprio sull'economia, rilanciando l'idea di un referendum per uscire dall'euro. C'è una precisa strategia del fondatore, al quale guarda tutta quella parte del mondo pentastellato che ha sofferto per due mesi a vedere le aperture di Luigi Di Maio in grisaglia ministeriale, dietro il ripescaggio del referendum sulla moneta unica. I vertici del Movimento sono ormai convinti che Sergio Mattarella «stia cercando il suo Mario Monti e abbia già mezzo governo pronto». E allora ecco che si torna sulle barricate. Il comico genovese, al termine di uno spettacolo teatrale, ha parlato a ruota libera con il mensile francese Putsch e ha ritrovato toni incendiari, anche se i contenuti non sono esattamente nuovissimi. Il primo affondo è stato sul famigerato Rosatellum, una legge elettorale «decisa a tavolino per impedirci di governare». In sostanza, questa l'affabulazione di Grillo, «c'è stato un colpo di Stato al contrario: hanno utilizzato la democrazia per distruggerla». E poi ecco la degna risposta alle ansie del Quirinale sulla collocazione europea dell'Italia: «Ho proposto un referendum per la zona euro e voglio che il popolo italiano si esprima. Tutti i trattati che sono stati firmati erano giusti, ma sono stati deformati dai regolamenti». Per finire, calcione sui denti alle fobìe tedesche e all'ortodossia monetaria dei partner del Nord Europa, con la riproposizione degli eurobond di tremontiana memoria, che significa farci garantire dal resto d'Europa anche il nostro maxidebito pubblico da 2.300 miliardi. Pare che la sortita di Grillo non fosse stata concordata con Di Maio, che si è affrettato a inquadrare la faccenda come la mossa di uno che è «il nostro garante e un battitore libero, lo conoscete…» Anche se lo stesso Di Maio si vede costretto in qualche modo a «correggere» Grillo dicendo che sull'euro «la linea non cambia». Già, non cambia, ma qual è? L'ex candidato premier se la cava così: «Cambiare tutto». Anche se M5s sa benissimo che un referendum come quello rilanciato ieri andrebbe innanzitutto autorizzato, e poi sarebbe solo consultivo. Il fatto è che in realtà è difficile ignorare che le parole di Beppe Grillo sull'euro sono in piena continuità con quello che il Movimento ha sempre sostenuto prima dell'exploit di domenica 4 marzo. «Torneremo guerrieri e liberi battitori, su tutto», ha confidato Grillo agli amici, nei giorni scorsi. Dopo che ha visto Di Maio messo nell'angolo «dalle manovre di un Palazzo morente». E allora ecco un'intervista al periodico francese che ricalca in modo abbastanza evidente un intervento di un anno fa sul blog delle Stelle, intitolato «Comanda il popolo, non Draghi», firmato da Elio Lannutti, il presidente dell'Adusbef che oggi è diventato senatore del Movimento, ma che soprattutto è uno dei consiglieri più ascoltati dello stesso Grillo fin dai tempi in cui andavano insieme a vivacizzare le assemblee della Telecom Italia appena privatizzata. Lannutti parlava di euro come «rapina del secolo», di sovranità italiana «svenduta a cleptocrati, tecnocrati e oligarchi», di «bail-in come esproprio criminale del risparmio, intimato dall'ideologia tedesca» e di necessità di abbandonare la moneta unica per uscire da questa «gabbia di strozzinaggio europeo con egemonia di Berlino». Di Maio abbozza, mantiene il sorriso ministeriale, ma comunque ha di fronte a sé un sentiero stretto. Ha chiesto elezioni subito, indicando perfino una data precisa a Mattarella (24 giugno), ma sa bene che il Quirinale al massimo potrebbe concedere il ritorno alle urne in autunno, a patto che sia anche la Lega a chiederlo. E comunque preferirebbe di gran lunga far passare un anno. Anzi «perdere un anno», dicono i capi del Movimento, che dietro a un governo «di tutti», al quale comunque M5s non darebbe un voto, temono si nasconda solo la necessità di Silvio Berlusconi e Matteo Renzi di riorganizzarsi e basta. E anche se tra i 5 stelle tutti giurano che la leadership non si discute, più tardi si tornerà a votare e più è difficile che il candidato premier sia ancora Di Maio e non un Alessandro Di Battista. E un altro punto che preoccupa non solo il leader di Pomigliano d'Arco, ma anche lo stratega Davide Casaleggio è quello dei soldi: il Pd è al collasso e in questo momento non ha i denari per una nuova campagna elettorale, così come sulle finanze del Carroccio ci sono molti dubbi. Insomma, la paura è di avere di fronte avversari pronti a tutto, pur di aggrapparsi agli scranni parlamentari. L'incubo dei vertici 5 stelle non è solo «l'evidente patto tra Berlusconi e Renzi», ma anche il governo di tregua che temono stia preparando Mattarella, pescando tra «i soliti professori della Bocconi». Per Di Maio sarebbe semplicemente «un tradimento del popolo». Meglio dunque votare subito e fare una sorta di ballottaggio con Matteo Salvini. Una posizione così rigida che sembra destinata a far cadere nel vuoto anche l'ennesima offerta last minute del capo del Carroccio, per un governo di sei mesi, che cambi la legge elettorale e disinneschi la tagliola degli aumenti Iva. Lega e M5s che vanno al «ballottaggio», magari dopo aver governato anche un po' insieme. La fortuna di Mattarella è che i capelli ce li ha già tutti bianchi. Francesco Bonazzi
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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