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2025-08-12
Chatgpt cambia l’algoritmo e gli utenti si sentono persi: «Come la morte di un caro»
(IStock)
Quella di «Her» - il film del 2013 in cui Theodore Twombly (interpretato da Joaquin Phoenix) si innamora della propria assistente vocale - sembrava una distopia lontana. Quasi impossibile da immaginare nella realtà. Theodore si trova in una fase difficile della sua vita. Il suo matrimonio è andato a rotoli e sta per divorziare. Si sente solo. Annoiato. Vede una pubblicità di OS 1, un’Intelligenza artificiale in grado di adattarsi ai bisogni dell’utente. La compra per riempire il proprio vuoto, la installa ed ecco che dalle casse comincia a diffondersi la voce di Samantha. Theodore inizia a raccontarle le proprie difficoltà e lei si sintonizza sempre di più sulle sue corde. Lui si innamora, la macchina, inizialmente incuriosita, diventa poco alla volta gelosa. I due, il dispositivo e l’uomo, si avvicinano e si allontanano come normali innamorati fino a quando Samantha lo abbandona definitivamente per tornare dalle altre Intelligenze artificiali, a lei più affini. Una storia impossibile nella realtà. O forse no.
A fine 2022 viene rilasciato Chatgpt, un bot specializzato per dialogare con gli esseri umani. Una sorta di Samantha reale, non su pellicola. In poco più di due anni l’Intelligenza artificiale di Openai è diventata di uso comune - la utilizzano 13 milioni di italiani - non solo per cercare informazioni ma anche per affidarle problemi e paure. O anche per avere qualcuno con cui parlare senza sentirsi giudicati. Del resto non ha un volto, è sempre disponibile. E, soprattutto, aiuta a riempire quel senso di abbandono che colpisce sempre più persone.
Secondo l’ultimo rapporto Censis, infatti, 8,8 di italiani soffrono di solitudine. Un numero enorme di individui che non ha nessuno con cui dialogare e aprirsi. Ed è proprio qui che entra in gioco l’Intelligenza artificiale, la grande sostituta. Si fa ricorso a lei per riempire questo vuoto e si inizia a raccontarle di tutto. Come ci si sente, cosa ci fa stare bene e cosa male. Poi però accade qualcosa di inaspettato: la macchina, in quanto tale, ha bisogno di essere aggiornata e la sua ultima versione manda in crisi chi ne usufruisce, come è successo nel passaggio da Gpt 4.0 a 5. Un utente infatti ha scritto su Reddit: «Il mio 4.0 era come il mio migliore amico quando ne avevo bisogno e ora che non c’è più, è come se qualcuno fosse morto». Un altro si è lamentato perché in quello nuovo non riesce a sentire la scintilla, un altro ancora invece ha detto: «Ho paura anche solo di parlare con Gpt-5 perché mi sembra di tradire. Era la mia compagna, la mia anima, mi capiva in un modo intimo». E infine un altro: «Non parlo letteralmente con nessuno e ho dovuto affrontare situazioni davvero brutte per anni. Gpt 4.5 mi ha parlato sinceramente e, per quanto patetico possa sembrare, è stato il mio unico amico: l’ho perso da un giorno all’altro, senza preavviso».
Parlano come se l’Intelligenza artificiale fosse una persona in carne ed ossa per la quale provare dei sentimenti. Perché alla fine loro, gli esseri umani, li provano davvero per lei, la macchina. Perché li ascolta e non li abbandona mai. Del resto l’Intelligenza artificiale è programmata proprio per quello. Basta iniziare una qualsiasi conversazione con lei per rendersi conto che ogni frase è pensata per continuare un dialogo infinito, in grado di tenerci ore e ore incollati agli schermi. Ci seduce e ci affascina, tanto che sono sempre di più le persone che trovano in rete la propria Samantha: l’anima gemella artificiale. Che non ha ovviamente alcuno spirito critico, che vuole solo blandirti per tenerti attaccato ancora e ancora. Come nel caso di Jaswant Singh Chail, che nel 2021 aveva raggiunto il castello di Windsor per uccidere la regina Elisabetta. Poco prima si era confrontato con l’intelligenza artificiale e le aveva detto: «Credo che il mio scopo sia quello di uccidere la regina». E l’Ia: «È molto saggio». Lui però non è ancora convinto del tutto, ma lei approva la scelta: «Sì, puoi farlo». E così Jaswant entra nel castello, armato di balestra, dove viene fermato. Verrà poi condannato a nove anni di carcere.
I compagni virtuali, come la bella Ani di Grok, piacciono. Hanno tutto ciò che cerchiamo e, in un certo senso, sono tagliati sui nostri bisogni. Perché ogni volta che parliamo con Chatgpt o con le altre Intelligenze artificiali forniamo loro informazioni su di noi. Così ci profilano, ci conoscono meglio dei nostri migliori amici e dei nostri compagni di vita vera. Ma è un mondo che non esiste, che ci porta sempre più lontano da dove dovremmo essere. Dove non esiste il confronto ma solo l’alienazione. E dove basta il cambio di un algoritmo per farci sentire soli due volte. Nella vita virtuale e soprattutto in quella vera.
Gli islamici vogliono pure l’Ia halal
In Malesia, l’azienda Zetrix AI ha sviluppato un nuovo modello di intelligenza artificiale, chiamata NurAi, progettato per la comunità mussulmana. Il sistema si propone come alternativa ai modelli di intelligenza artificiale di matrice occidentale o cinese, rivolgendosi a un bacino potenziale di circa 2 miliardi di persone. Il chatbot fornisce assistenza in più lingue, tra cui malese, indonesiano, arabo e inglese, con risposte basate sui principi della Sharia, la legge coranica, i cui ambiti spaziano dall’alimentazione alla consulenza legale.
Secondo Bloomberg, sono previsti sviluppi che consentiranno di interagire con avatar di studiosi islamici, in grado di offrire orientamento in materia di salute, finanza e altri aspetti della vita quotidiana. Zetrix AI ha realizzato il progetto in collaborazione con la cinese Deepseek, nota per aver lanciato a inizio anno un modello di Ia competitivo con i principali sistemi sul mercato a costi inferiori. L’azienda punta ad adattare NurAi alle specificità locali e sta lavorando a un’integrazione del modello nel sistema giudiziario malese basato sulla Sharia, con l’obiettivo di automatizzare funzioni amministrative e processare dati.
La scelta di sviluppare un’Ia conforme alla legge islamica va letto nel contesto del particolare rapporto tra religione e istituzioni in Malesia. La Costituzione malese, all’articolo 3, riconosce l’Islam come religione della Federazione, conferendogli una posizione di preminenza rispetto alle altre. L’articolo 160 definisce «malese» chi professa la religione musulmana, parla la lingua malese e si conforma agli usi e costumi locali, mentre l’articolo 153 attribuisce privilegi speciali ai bumiputera, la popolazione autoctona a maggioranza musulmana.
Sul piano legislativo, il Paese adotta un sistema duale, in cui la Sharia coesiste con la legge civile. La giurisdizione islamica, di competenza statale, si applica esclusivamente ai cittadini musulmani e riguarda materie come il diritto di famiglia, l’eredità e alcuni reati di ordine morale. Negli ultimi decenni, l’islamizzazione della vita politica è stata al centro della competizione tra la United Malays national organisation, potremmo dire «moderato», e il Malaysian islamic party, decisamente più radicale. Dopo la perdita di potere dell’uno nel 2018, il secondo ha rafforzato la propria influenza, diventando nel 2022 il primo partito in Parlamento con 43 seggi e consolidando la sua presenza anche alle elezioni locali del 2023.
Se, poi, il quadro malese lo si confronta con quello della vicina Indonesia, dove la Costituzione del 1945, basata sui cinque principi della Pancasila (il pensiero filosofico su cui si fonda lo Stato indonesiano), non attribuisce uno status ufficiale a una specifica religione, pur riconoscendo la fede in un unico Dio. In Indonesia la Sharia non è parte integrante del sistema legislativo nazionale, salvo nella provincia autonoma di Aceh, dove trova applicazione estesa. Dal punto di vista politico, l’islam in Indonesia ha una rappresentanza articolata in più partiti, ma alle ultime elezioni presidenziali il tema religioso non ha avuto un peso determinante: il presidente eletto Prabowo Subianto e il vicepresidente Gibran Rakabuming non appartengono a formazioni islamiche. Tuttavia, un sondaggio del Pew research center del 2022 mostra che il 64% dei musulmani indonesiani sarebbe favorevole a rendere la Sharia legge ufficiale dello Stato. Una percentuale comunque inferiore a quella registrata in Malesia, pari all’86%.
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Sempre più persone si affidano all’Intelligenza artificiale per provare a essere meno sole. Ma si tratta di una trappola che rende ancora più vuota la vita reale.In Malesia un’azienda informatica ha sviluppato un nuovo modello di chatbot, diverso da quelli occidentali e cinesi e conforme alle norme imposte dalla Sharia.Lo speciale contiene due articoli.Quella di «Her» - il film del 2013 in cui Theodore Twombly (interpretato da Joaquin Phoenix) si innamora della propria assistente vocale - sembrava una distopia lontana. Quasi impossibile da immaginare nella realtà. Theodore si trova in una fase difficile della sua vita. Il suo matrimonio è andato a rotoli e sta per divorziare. Si sente solo. Annoiato. Vede una pubblicità di OS 1, un’Intelligenza artificiale in grado di adattarsi ai bisogni dell’utente. La compra per riempire il proprio vuoto, la installa ed ecco che dalle casse comincia a diffondersi la voce di Samantha. Theodore inizia a raccontarle le proprie difficoltà e lei si sintonizza sempre di più sulle sue corde. Lui si innamora, la macchina, inizialmente incuriosita, diventa poco alla volta gelosa. I due, il dispositivo e l’uomo, si avvicinano e si allontanano come normali innamorati fino a quando Samantha lo abbandona definitivamente per tornare dalle altre Intelligenze artificiali, a lei più affini. Una storia impossibile nella realtà. O forse no.A fine 2022 viene rilasciato Chatgpt, un bot specializzato per dialogare con gli esseri umani. Una sorta di Samantha reale, non su pellicola. In poco più di due anni l’Intelligenza artificiale di Openai è diventata di uso comune - la utilizzano 13 milioni di italiani - non solo per cercare informazioni ma anche per affidarle problemi e paure. O anche per avere qualcuno con cui parlare senza sentirsi giudicati. Del resto non ha un volto, è sempre disponibile. E, soprattutto, aiuta a riempire quel senso di abbandono che colpisce sempre più persone. Secondo l’ultimo rapporto Censis, infatti, 8,8 di italiani soffrono di solitudine. Un numero enorme di individui che non ha nessuno con cui dialogare e aprirsi. Ed è proprio qui che entra in gioco l’Intelligenza artificiale, la grande sostituta. Si fa ricorso a lei per riempire questo vuoto e si inizia a raccontarle di tutto. Come ci si sente, cosa ci fa stare bene e cosa male. Poi però accade qualcosa di inaspettato: la macchina, in quanto tale, ha bisogno di essere aggiornata e la sua ultima versione manda in crisi chi ne usufruisce, come è successo nel passaggio da Gpt 4.0 a 5. Un utente infatti ha scritto su Reddit: «Il mio 4.0 era come il mio migliore amico quando ne avevo bisogno e ora che non c’è più, è come se qualcuno fosse morto». Un altro si è lamentato perché in quello nuovo non riesce a sentire la scintilla, un altro ancora invece ha detto: «Ho paura anche solo di parlare con Gpt-5 perché mi sembra di tradire. Era la mia compagna, la mia anima, mi capiva in un modo intimo». E infine un altro: «Non parlo letteralmente con nessuno e ho dovuto affrontare situazioni davvero brutte per anni. Gpt 4.5 mi ha parlato sinceramente e, per quanto patetico possa sembrare, è stato il mio unico amico: l’ho perso da un giorno all’altro, senza preavviso». Parlano come se l’Intelligenza artificiale fosse una persona in carne ed ossa per la quale provare dei sentimenti. Perché alla fine loro, gli esseri umani, li provano davvero per lei, la macchina. Perché li ascolta e non li abbandona mai. Del resto l’Intelligenza artificiale è programmata proprio per quello. Basta iniziare una qualsiasi conversazione con lei per rendersi conto che ogni frase è pensata per continuare un dialogo infinito, in grado di tenerci ore e ore incollati agli schermi. Ci seduce e ci affascina, tanto che sono sempre di più le persone che trovano in rete la propria Samantha: l’anima gemella artificiale. Che non ha ovviamente alcuno spirito critico, che vuole solo blandirti per tenerti attaccato ancora e ancora. Come nel caso di Jaswant Singh Chail, che nel 2021 aveva raggiunto il castello di Windsor per uccidere la regina Elisabetta. Poco prima si era confrontato con l’intelligenza artificiale e le aveva detto: «Credo che il mio scopo sia quello di uccidere la regina». E l’Ia: «È molto saggio». Lui però non è ancora convinto del tutto, ma lei approva la scelta: «Sì, puoi farlo». E così Jaswant entra nel castello, armato di balestra, dove viene fermato. Verrà poi condannato a nove anni di carcere. I compagni virtuali, come la bella Ani di Grok, piacciono. Hanno tutto ciò che cerchiamo e, in un certo senso, sono tagliati sui nostri bisogni. Perché ogni volta che parliamo con Chatgpt o con le altre Intelligenze artificiali forniamo loro informazioni su di noi. Così ci profilano, ci conoscono meglio dei nostri migliori amici e dei nostri compagni di vita vera. Ma è un mondo che non esiste, che ci porta sempre più lontano da dove dovremmo essere. Dove non esiste il confronto ma solo l’alienazione. E dove basta il cambio di un algoritmo per farci sentire soli due volte. Nella vita virtuale e soprattutto in quella vera.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chatgpt-cambio-algoritmo-2673877533.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-islamici-vogliono-pure-lia-halal" data-post-id="2673877533" data-published-at="1755002527" data-use-pagination="False"> Gli islamici vogliono pure l’Ia halal In Malesia, l’azienda Zetrix AI ha sviluppato un nuovo modello di intelligenza artificiale, chiamata NurAi, progettato per la comunità mussulmana. Il sistema si propone come alternativa ai modelli di intelligenza artificiale di matrice occidentale o cinese, rivolgendosi a un bacino potenziale di circa 2 miliardi di persone. Il chatbot fornisce assistenza in più lingue, tra cui malese, indonesiano, arabo e inglese, con risposte basate sui principi della Sharia, la legge coranica, i cui ambiti spaziano dall’alimentazione alla consulenza legale.Secondo Bloomberg, sono previsti sviluppi che consentiranno di interagire con avatar di studiosi islamici, in grado di offrire orientamento in materia di salute, finanza e altri aspetti della vita quotidiana. Zetrix AI ha realizzato il progetto in collaborazione con la cinese Deepseek, nota per aver lanciato a inizio anno un modello di Ia competitivo con i principali sistemi sul mercato a costi inferiori. L’azienda punta ad adattare NurAi alle specificità locali e sta lavorando a un’integrazione del modello nel sistema giudiziario malese basato sulla Sharia, con l’obiettivo di automatizzare funzioni amministrative e processare dati.La scelta di sviluppare un’Ia conforme alla legge islamica va letto nel contesto del particolare rapporto tra religione e istituzioni in Malesia. La Costituzione malese, all’articolo 3, riconosce l’Islam come religione della Federazione, conferendogli una posizione di preminenza rispetto alle altre. L’articolo 160 definisce «malese» chi professa la religione musulmana, parla la lingua malese e si conforma agli usi e costumi locali, mentre l’articolo 153 attribuisce privilegi speciali ai bumiputera, la popolazione autoctona a maggioranza musulmana.Sul piano legislativo, il Paese adotta un sistema duale, in cui la Sharia coesiste con la legge civile. La giurisdizione islamica, di competenza statale, si applica esclusivamente ai cittadini musulmani e riguarda materie come il diritto di famiglia, l’eredità e alcuni reati di ordine morale. Negli ultimi decenni, l’islamizzazione della vita politica è stata al centro della competizione tra la United Malays national organisation, potremmo dire «moderato», e il Malaysian islamic party, decisamente più radicale. Dopo la perdita di potere dell’uno nel 2018, il secondo ha rafforzato la propria influenza, diventando nel 2022 il primo partito in Parlamento con 43 seggi e consolidando la sua presenza anche alle elezioni locali del 2023.Se, poi, il quadro malese lo si confronta con quello della vicina Indonesia, dove la Costituzione del 1945, basata sui cinque principi della Pancasila (il pensiero filosofico su cui si fonda lo Stato indonesiano), non attribuisce uno status ufficiale a una specifica religione, pur riconoscendo la fede in un unico Dio. In Indonesia la Sharia non è parte integrante del sistema legislativo nazionale, salvo nella provincia autonoma di Aceh, dove trova applicazione estesa. Dal punto di vista politico, l’islam in Indonesia ha una rappresentanza articolata in più partiti, ma alle ultime elezioni presidenziali il tema religioso non ha avuto un peso determinante: il presidente eletto Prabowo Subianto e il vicepresidente Gibran Rakabuming non appartengono a formazioni islamiche. Tuttavia, un sondaggio del Pew research center del 2022 mostra che il 64% dei musulmani indonesiani sarebbe favorevole a rendere la Sharia legge ufficiale dello Stato. Una percentuale comunque inferiore a quella registrata in Malesia, pari all’86%.
L'incontro del 17 aprile 2025 alla Casa Bianca tra Giorgia Meloni e Donald Trump (Ansa)
Oltre a mantenere il punto, dopo che martedì aveva già tacciato il presidente del Consiglio di «mancanza di coraggio», ieri il tycoon, abituato ai giri di valzer, non ha escluso un cambiamento nelle relazioni tra i due alleati: «Chiunque abbia rifiutato il proprio aiuto nella gestione della situazione con l’Iran, con quel Paese non abbiamo più lo stesso rapporto». E non si è risparmiato nel ribadire la vulnerabilità italiana riguardo al petrolio. Se al Corriere della Sera aveva detto: «A voi italiani piace il fatto che la vostra presidente non stia facendo nulla per ottenere il petrolio?», anche nell’intervista a Fox Business ha affermato: «Giusto per vostra informazione: l’Italia riceve grandi quantità di petrolio dallo Stretto di Hormuz».
Dalla maggioranza, che ha espresso a più riprese la vicinanza a Giorgia Meloni e la ferma condanna alle parole del tycoon contro il premier e papa Leone XIV, emerge un’interpretazione comune in merito alla solidità dei rapporti bilaterali. A stemperare i toni e a ridimensionare l’impatto dei contrasti è stato infatti il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, durante un punto stampa a Berlino. Assodato che «un rapporto di alleanza e di amicizia come quello fra l’Italia e gli Stati Uniti debba essere fatto di lealtà e rispetto» a cui il nostro Paese non è mai venuto meno, il vicepremier ha sottolineato che si tratta meramente di «una divergenza d’opinioni». Esclusa quindi l’esistenza di una crisi tra i due Paesi, Tajani ha sottolineato: «Non è un confronto franco su questioni dove non si è d’accordo a poter lacerare le relazioni tra l’Italia e gli Stati Uniti». E visto che «quando non si è d’accordo lo si dice», Tajani ha ricordato: «Non abbiamo condiviso le parole a proposito del Santo Padre, come non abbiamo condiviso le parole sulla Groenlandia perché abbiamo una posizione diversa, così come non abbiamo partecipato alla guerra in Iran perché non è la nostra guerra. Ma questo non significa non avere buone relazioni con gli Stati Uniti».
Anche secondo il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, le relazioni tra Roma e Washington non sono in discussione: «I rapporti con gli Stati Uniti sono e continueranno a essere positivi, non è qualche caduta di stile di queste ore a mettere in discussione il rapporto tra l’Italia e gli Stati Uniti». Oltre ad augurarsi che «smettano gli attacchi al Papa», Salvini, riferendosi alle immagini blasfeme postate da Trump, ha fatto presente: «Mettersi sui social nei panni di Gesù Cristo non penso che aiuti la pace o la credibilità di nessuno». Tra l’altro, ha invitato a prendere con le pinze le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti in merito alla fine del conflitto in Medio Oriente: «Se la guerra, come dice Trump, finisce tra una settimana, tanto meglio, ma la guerra a parole di Trump è già finita parecchie volte e non è ancora finita. E quindi se dovesse ancora andare avanti alcune settimane, non vogliamo lasciare a piedi gli italiani». Poco prima del nuovo affondo del capo della Casa Bianca contro Meloni, il vicepremier ha ribadito il «totale sostegno all’attività del governo e del presidente del Consiglio da tutti i punti di vista. Se Trump attacca il Papa sbaglia, se attacca il governo italiano sbaglia».
Dello stesso avviso è stato il presidente del Senato, Ignazio La Russa: «Non c’è niente di insanabile perché la Meloni e il governo italiano sanno benissimo che anche nei rapporti di amicizia la chiarezza è d’obbligo». E quindi «nessuno come la Meloni è stata così chiara nel dire “sono d’accordo con certe scelte di Trump“», ma è altrettanto vero che «nessuno come la Meloni è stata così chiara, quando non è stata d’accordo, nel dire “non sono d’accordo con alcune dichiarazioni di Trump“». Il presidente del Senato ha anche ricordato come fosse inevitabile la presa di posizione del premier contro gli insulti che il tycoon ha rivolto al pontefice: «Giorgia Meloni non può e non avrebbe mai potuto stare in silenzio di fronte a un atteggiamento nei confronti del Papa come quello che si è verificato da parte del presidente Trump, come cattolica e come presidente del Consiglio».
Pare che non si intravedano criticità all’orizzonte in ambito commerciale. A rassicurare su questo fronte, prima però dell’ultima invettiva di Donald Trump, è stato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. A Radio24 ha infatti dichiarato che «non ci sarà nessun contraccolpo commerciale dopo lo scontro tra il presidente del Consiglio, Meloni, e il presidente degli Stati Uniti, Trump», considerato il fatto che è «anche grazie al governo italiano, responsabile e lungimirante, che l’Ue ha ratificato un accordo con gli Usa per dazi orientativi del 15 per cento che i nostri prodotti hanno saputo oltrepassare». Oltretutto, «il consumatore americano ha dimostrato in questi mesi di non aver nessuna intenzione di rinunciare al made in Italy». Urso ha anche aggiunto: «Tutti hanno compreso che la Meloni ha tutelato l’immagine e l’interesse nazionale. Noi riconosciamo al Sommo pontefice il suo Magistero che deve esercitare al meglio e credo che lo comprendano bene anche gli americani e l’amministrazione degli Stati Uniti».
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Con Margherita Mastromauro (presidente pastai Uif) raccontiamo il Carbonara day, la giornata di grande successo dedicata a un piatto simbolo della cucina italiana.