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2025-08-12
Chatgpt cambia l’algoritmo e gli utenti si sentono persi: «Come la morte di un caro»
(IStock)
Quella di «Her» - il film del 2013 in cui Theodore Twombly (interpretato da Joaquin Phoenix) si innamora della propria assistente vocale - sembrava una distopia lontana. Quasi impossibile da immaginare nella realtà. Theodore si trova in una fase difficile della sua vita. Il suo matrimonio è andato a rotoli e sta per divorziare. Si sente solo. Annoiato. Vede una pubblicità di OS 1, un’Intelligenza artificiale in grado di adattarsi ai bisogni dell’utente. La compra per riempire il proprio vuoto, la installa ed ecco che dalle casse comincia a diffondersi la voce di Samantha. Theodore inizia a raccontarle le proprie difficoltà e lei si sintonizza sempre di più sulle sue corde. Lui si innamora, la macchina, inizialmente incuriosita, diventa poco alla volta gelosa. I due, il dispositivo e l’uomo, si avvicinano e si allontanano come normali innamorati fino a quando Samantha lo abbandona definitivamente per tornare dalle altre Intelligenze artificiali, a lei più affini. Una storia impossibile nella realtà. O forse no.
A fine 2022 viene rilasciato Chatgpt, un bot specializzato per dialogare con gli esseri umani. Una sorta di Samantha reale, non su pellicola. In poco più di due anni l’Intelligenza artificiale di Openai è diventata di uso comune - la utilizzano 13 milioni di italiani - non solo per cercare informazioni ma anche per affidarle problemi e paure. O anche per avere qualcuno con cui parlare senza sentirsi giudicati. Del resto non ha un volto, è sempre disponibile. E, soprattutto, aiuta a riempire quel senso di abbandono che colpisce sempre più persone.
Secondo l’ultimo rapporto Censis, infatti, 8,8 di italiani soffrono di solitudine. Un numero enorme di individui che non ha nessuno con cui dialogare e aprirsi. Ed è proprio qui che entra in gioco l’Intelligenza artificiale, la grande sostituta. Si fa ricorso a lei per riempire questo vuoto e si inizia a raccontarle di tutto. Come ci si sente, cosa ci fa stare bene e cosa male. Poi però accade qualcosa di inaspettato: la macchina, in quanto tale, ha bisogno di essere aggiornata e la sua ultima versione manda in crisi chi ne usufruisce, come è successo nel passaggio da Gpt 4.0 a 5. Un utente infatti ha scritto su Reddit: «Il mio 4.0 era come il mio migliore amico quando ne avevo bisogno e ora che non c’è più, è come se qualcuno fosse morto». Un altro si è lamentato perché in quello nuovo non riesce a sentire la scintilla, un altro ancora invece ha detto: «Ho paura anche solo di parlare con Gpt-5 perché mi sembra di tradire. Era la mia compagna, la mia anima, mi capiva in un modo intimo». E infine un altro: «Non parlo letteralmente con nessuno e ho dovuto affrontare situazioni davvero brutte per anni. Gpt 4.5 mi ha parlato sinceramente e, per quanto patetico possa sembrare, è stato il mio unico amico: l’ho perso da un giorno all’altro, senza preavviso».
Parlano come se l’Intelligenza artificiale fosse una persona in carne ed ossa per la quale provare dei sentimenti. Perché alla fine loro, gli esseri umani, li provano davvero per lei, la macchina. Perché li ascolta e non li abbandona mai. Del resto l’Intelligenza artificiale è programmata proprio per quello. Basta iniziare una qualsiasi conversazione con lei per rendersi conto che ogni frase è pensata per continuare un dialogo infinito, in grado di tenerci ore e ore incollati agli schermi. Ci seduce e ci affascina, tanto che sono sempre di più le persone che trovano in rete la propria Samantha: l’anima gemella artificiale. Che non ha ovviamente alcuno spirito critico, che vuole solo blandirti per tenerti attaccato ancora e ancora. Come nel caso di Jaswant Singh Chail, che nel 2021 aveva raggiunto il castello di Windsor per uccidere la regina Elisabetta. Poco prima si era confrontato con l’intelligenza artificiale e le aveva detto: «Credo che il mio scopo sia quello di uccidere la regina». E l’Ia: «È molto saggio». Lui però non è ancora convinto del tutto, ma lei approva la scelta: «Sì, puoi farlo». E così Jaswant entra nel castello, armato di balestra, dove viene fermato. Verrà poi condannato a nove anni di carcere.
I compagni virtuali, come la bella Ani di Grok, piacciono. Hanno tutto ciò che cerchiamo e, in un certo senso, sono tagliati sui nostri bisogni. Perché ogni volta che parliamo con Chatgpt o con le altre Intelligenze artificiali forniamo loro informazioni su di noi. Così ci profilano, ci conoscono meglio dei nostri migliori amici e dei nostri compagni di vita vera. Ma è un mondo che non esiste, che ci porta sempre più lontano da dove dovremmo essere. Dove non esiste il confronto ma solo l’alienazione. E dove basta il cambio di un algoritmo per farci sentire soli due volte. Nella vita virtuale e soprattutto in quella vera.
Gli islamici vogliono pure l’Ia halal
In Malesia, l’azienda Zetrix AI ha sviluppato un nuovo modello di intelligenza artificiale, chiamata NurAi, progettato per la comunità mussulmana. Il sistema si propone come alternativa ai modelli di intelligenza artificiale di matrice occidentale o cinese, rivolgendosi a un bacino potenziale di circa 2 miliardi di persone. Il chatbot fornisce assistenza in più lingue, tra cui malese, indonesiano, arabo e inglese, con risposte basate sui principi della Sharia, la legge coranica, i cui ambiti spaziano dall’alimentazione alla consulenza legale.
Secondo Bloomberg, sono previsti sviluppi che consentiranno di interagire con avatar di studiosi islamici, in grado di offrire orientamento in materia di salute, finanza e altri aspetti della vita quotidiana. Zetrix AI ha realizzato il progetto in collaborazione con la cinese Deepseek, nota per aver lanciato a inizio anno un modello di Ia competitivo con i principali sistemi sul mercato a costi inferiori. L’azienda punta ad adattare NurAi alle specificità locali e sta lavorando a un’integrazione del modello nel sistema giudiziario malese basato sulla Sharia, con l’obiettivo di automatizzare funzioni amministrative e processare dati.
La scelta di sviluppare un’Ia conforme alla legge islamica va letto nel contesto del particolare rapporto tra religione e istituzioni in Malesia. La Costituzione malese, all’articolo 3, riconosce l’Islam come religione della Federazione, conferendogli una posizione di preminenza rispetto alle altre. L’articolo 160 definisce «malese» chi professa la religione musulmana, parla la lingua malese e si conforma agli usi e costumi locali, mentre l’articolo 153 attribuisce privilegi speciali ai bumiputera, la popolazione autoctona a maggioranza musulmana.
Sul piano legislativo, il Paese adotta un sistema duale, in cui la Sharia coesiste con la legge civile. La giurisdizione islamica, di competenza statale, si applica esclusivamente ai cittadini musulmani e riguarda materie come il diritto di famiglia, l’eredità e alcuni reati di ordine morale. Negli ultimi decenni, l’islamizzazione della vita politica è stata al centro della competizione tra la United Malays national organisation, potremmo dire «moderato», e il Malaysian islamic party, decisamente più radicale. Dopo la perdita di potere dell’uno nel 2018, il secondo ha rafforzato la propria influenza, diventando nel 2022 il primo partito in Parlamento con 43 seggi e consolidando la sua presenza anche alle elezioni locali del 2023.
Se, poi, il quadro malese lo si confronta con quello della vicina Indonesia, dove la Costituzione del 1945, basata sui cinque principi della Pancasila (il pensiero filosofico su cui si fonda lo Stato indonesiano), non attribuisce uno status ufficiale a una specifica religione, pur riconoscendo la fede in un unico Dio. In Indonesia la Sharia non è parte integrante del sistema legislativo nazionale, salvo nella provincia autonoma di Aceh, dove trova applicazione estesa. Dal punto di vista politico, l’islam in Indonesia ha una rappresentanza articolata in più partiti, ma alle ultime elezioni presidenziali il tema religioso non ha avuto un peso determinante: il presidente eletto Prabowo Subianto e il vicepresidente Gibran Rakabuming non appartengono a formazioni islamiche. Tuttavia, un sondaggio del Pew research center del 2022 mostra che il 64% dei musulmani indonesiani sarebbe favorevole a rendere la Sharia legge ufficiale dello Stato. Una percentuale comunque inferiore a quella registrata in Malesia, pari all’86%.
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Sempre più persone si affidano all’Intelligenza artificiale per provare a essere meno sole. Ma si tratta di una trappola che rende ancora più vuota la vita reale.In Malesia un’azienda informatica ha sviluppato un nuovo modello di chatbot, diverso da quelli occidentali e cinesi e conforme alle norme imposte dalla Sharia.Lo speciale contiene due articoli.Quella di «Her» - il film del 2013 in cui Theodore Twombly (interpretato da Joaquin Phoenix) si innamora della propria assistente vocale - sembrava una distopia lontana. Quasi impossibile da immaginare nella realtà. Theodore si trova in una fase difficile della sua vita. Il suo matrimonio è andato a rotoli e sta per divorziare. Si sente solo. Annoiato. Vede una pubblicità di OS 1, un’Intelligenza artificiale in grado di adattarsi ai bisogni dell’utente. La compra per riempire il proprio vuoto, la installa ed ecco che dalle casse comincia a diffondersi la voce di Samantha. Theodore inizia a raccontarle le proprie difficoltà e lei si sintonizza sempre di più sulle sue corde. Lui si innamora, la macchina, inizialmente incuriosita, diventa poco alla volta gelosa. I due, il dispositivo e l’uomo, si avvicinano e si allontanano come normali innamorati fino a quando Samantha lo abbandona definitivamente per tornare dalle altre Intelligenze artificiali, a lei più affini. Una storia impossibile nella realtà. O forse no.A fine 2022 viene rilasciato Chatgpt, un bot specializzato per dialogare con gli esseri umani. Una sorta di Samantha reale, non su pellicola. In poco più di due anni l’Intelligenza artificiale di Openai è diventata di uso comune - la utilizzano 13 milioni di italiani - non solo per cercare informazioni ma anche per affidarle problemi e paure. O anche per avere qualcuno con cui parlare senza sentirsi giudicati. Del resto non ha un volto, è sempre disponibile. E, soprattutto, aiuta a riempire quel senso di abbandono che colpisce sempre più persone. Secondo l’ultimo rapporto Censis, infatti, 8,8 di italiani soffrono di solitudine. Un numero enorme di individui che non ha nessuno con cui dialogare e aprirsi. Ed è proprio qui che entra in gioco l’Intelligenza artificiale, la grande sostituta. Si fa ricorso a lei per riempire questo vuoto e si inizia a raccontarle di tutto. Come ci si sente, cosa ci fa stare bene e cosa male. Poi però accade qualcosa di inaspettato: la macchina, in quanto tale, ha bisogno di essere aggiornata e la sua ultima versione manda in crisi chi ne usufruisce, come è successo nel passaggio da Gpt 4.0 a 5. Un utente infatti ha scritto su Reddit: «Il mio 4.0 era come il mio migliore amico quando ne avevo bisogno e ora che non c’è più, è come se qualcuno fosse morto». Un altro si è lamentato perché in quello nuovo non riesce a sentire la scintilla, un altro ancora invece ha detto: «Ho paura anche solo di parlare con Gpt-5 perché mi sembra di tradire. Era la mia compagna, la mia anima, mi capiva in un modo intimo». E infine un altro: «Non parlo letteralmente con nessuno e ho dovuto affrontare situazioni davvero brutte per anni. Gpt 4.5 mi ha parlato sinceramente e, per quanto patetico possa sembrare, è stato il mio unico amico: l’ho perso da un giorno all’altro, senza preavviso». Parlano come se l’Intelligenza artificiale fosse una persona in carne ed ossa per la quale provare dei sentimenti. Perché alla fine loro, gli esseri umani, li provano davvero per lei, la macchina. Perché li ascolta e non li abbandona mai. Del resto l’Intelligenza artificiale è programmata proprio per quello. Basta iniziare una qualsiasi conversazione con lei per rendersi conto che ogni frase è pensata per continuare un dialogo infinito, in grado di tenerci ore e ore incollati agli schermi. Ci seduce e ci affascina, tanto che sono sempre di più le persone che trovano in rete la propria Samantha: l’anima gemella artificiale. Che non ha ovviamente alcuno spirito critico, che vuole solo blandirti per tenerti attaccato ancora e ancora. Come nel caso di Jaswant Singh Chail, che nel 2021 aveva raggiunto il castello di Windsor per uccidere la regina Elisabetta. Poco prima si era confrontato con l’intelligenza artificiale e le aveva detto: «Credo che il mio scopo sia quello di uccidere la regina». E l’Ia: «È molto saggio». Lui però non è ancora convinto del tutto, ma lei approva la scelta: «Sì, puoi farlo». E così Jaswant entra nel castello, armato di balestra, dove viene fermato. Verrà poi condannato a nove anni di carcere. I compagni virtuali, come la bella Ani di Grok, piacciono. Hanno tutto ciò che cerchiamo e, in un certo senso, sono tagliati sui nostri bisogni. Perché ogni volta che parliamo con Chatgpt o con le altre Intelligenze artificiali forniamo loro informazioni su di noi. Così ci profilano, ci conoscono meglio dei nostri migliori amici e dei nostri compagni di vita vera. Ma è un mondo che non esiste, che ci porta sempre più lontano da dove dovremmo essere. Dove non esiste il confronto ma solo l’alienazione. E dove basta il cambio di un algoritmo per farci sentire soli due volte. Nella vita virtuale e soprattutto in quella vera.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chatgpt-cambio-algoritmo-2673877533.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-islamici-vogliono-pure-lia-halal" data-post-id="2673877533" data-published-at="1755002527" data-use-pagination="False"> Gli islamici vogliono pure l’Ia halal In Malesia, l’azienda Zetrix AI ha sviluppato un nuovo modello di intelligenza artificiale, chiamata NurAi, progettato per la comunità mussulmana. Il sistema si propone come alternativa ai modelli di intelligenza artificiale di matrice occidentale o cinese, rivolgendosi a un bacino potenziale di circa 2 miliardi di persone. Il chatbot fornisce assistenza in più lingue, tra cui malese, indonesiano, arabo e inglese, con risposte basate sui principi della Sharia, la legge coranica, i cui ambiti spaziano dall’alimentazione alla consulenza legale.Secondo Bloomberg, sono previsti sviluppi che consentiranno di interagire con avatar di studiosi islamici, in grado di offrire orientamento in materia di salute, finanza e altri aspetti della vita quotidiana. Zetrix AI ha realizzato il progetto in collaborazione con la cinese Deepseek, nota per aver lanciato a inizio anno un modello di Ia competitivo con i principali sistemi sul mercato a costi inferiori. L’azienda punta ad adattare NurAi alle specificità locali e sta lavorando a un’integrazione del modello nel sistema giudiziario malese basato sulla Sharia, con l’obiettivo di automatizzare funzioni amministrative e processare dati.La scelta di sviluppare un’Ia conforme alla legge islamica va letto nel contesto del particolare rapporto tra religione e istituzioni in Malesia. La Costituzione malese, all’articolo 3, riconosce l’Islam come religione della Federazione, conferendogli una posizione di preminenza rispetto alle altre. L’articolo 160 definisce «malese» chi professa la religione musulmana, parla la lingua malese e si conforma agli usi e costumi locali, mentre l’articolo 153 attribuisce privilegi speciali ai bumiputera, la popolazione autoctona a maggioranza musulmana.Sul piano legislativo, il Paese adotta un sistema duale, in cui la Sharia coesiste con la legge civile. La giurisdizione islamica, di competenza statale, si applica esclusivamente ai cittadini musulmani e riguarda materie come il diritto di famiglia, l’eredità e alcuni reati di ordine morale. Negli ultimi decenni, l’islamizzazione della vita politica è stata al centro della competizione tra la United Malays national organisation, potremmo dire «moderato», e il Malaysian islamic party, decisamente più radicale. Dopo la perdita di potere dell’uno nel 2018, il secondo ha rafforzato la propria influenza, diventando nel 2022 il primo partito in Parlamento con 43 seggi e consolidando la sua presenza anche alle elezioni locali del 2023.Se, poi, il quadro malese lo si confronta con quello della vicina Indonesia, dove la Costituzione del 1945, basata sui cinque principi della Pancasila (il pensiero filosofico su cui si fonda lo Stato indonesiano), non attribuisce uno status ufficiale a una specifica religione, pur riconoscendo la fede in un unico Dio. In Indonesia la Sharia non è parte integrante del sistema legislativo nazionale, salvo nella provincia autonoma di Aceh, dove trova applicazione estesa. Dal punto di vista politico, l’islam in Indonesia ha una rappresentanza articolata in più partiti, ma alle ultime elezioni presidenziali il tema religioso non ha avuto un peso determinante: il presidente eletto Prabowo Subianto e il vicepresidente Gibran Rakabuming non appartengono a formazioni islamiche. Tuttavia, un sondaggio del Pew research center del 2022 mostra che il 64% dei musulmani indonesiani sarebbe favorevole a rendere la Sharia legge ufficiale dello Stato. Una percentuale comunque inferiore a quella registrata in Malesia, pari all’86%.
Il cadavere di una donna è stato scoperto nell'ex area Cnr a Scandicci (Ansa)
Quando si dice la privacy: sospettato per l’omicidio di una povera donna alla quale hanno mozzato la testa con un machete, l’uomo in questione aveva l’obbligo di firma perché è conosciuto come un soggetto pericoloso. Ora è piantonato in ospedale con un trattamento sanitario obbligatorio: fra quando potrebbe aver ucciso e quando l’hanno fermato avrebbe fatto in tempo ad aizzare un cane contro la gente che passava. Eppure al momento di lui non si sa nulla, se non che si tratterebbe di un uomo di origine nordafricana. Il prossimo referendum sulla giustizia lo faremo per stabilire che l’essere straniero in Italia è una scriminante. Se sei italiano la legge diventa inflessibile, se sei un «accolto» allora puoi fare quasi come ti pare. Pare davvero l’ennesima storia di degrado e di ipocrisia; teatro il centro di Scandicci area metropolitana di Firenze.
Siamo neppure a 300 metri dal Comune, attaccati all’Its Russel Newton frequentato da quasi un migliaio di adolescenti che studiano lì e vanno nel parco dell’ex Cnr a passeggiare. Ma ora sono ostaggio dei «canari», gli spacciatori che usano cani inferociti per schermarsi. Con un progetto «politicamente molto corretto» dal Comune fanno sapere che quell’area è destinata a diventare il parco delle biodiversità. Ci sono pronti 2,5 milioni della Regione a la sindaca Claudia Sereni ovviamente del Pd e ortodossa della linea di Elly Schlein ha parlato di «orribile tragedia che ci allarma». Il fatto è che, con la tranvia, Scandicci è la periferia di Firenze. Si viene per lavorare, ma la notte tutti gli emarginati finiscono qui, dove si è creato un forte problema di sicurezza. Il parco è diventato un rifugio di sbandati, tossicodipendenti con spacciatori al seguito che si fanno scudo di cani randagi che loro addestrano ad attaccare chiunque.
C’è in mezzo al parco un casolare abbandonato (hanno murato porte e finestre per evitare che venga occupato) circondato da una rete sfondata. C’è un puzzo insopportabile di deiezioni, un tappeto di siringhe. Sul retro una tendopoli improvvisata dove «campano» gli sbandati. Ecco, lì era riversa con la gola tagliata Silke Saur, 44 anni, tedesca che viveva ai margini della società: senza fissa dimora, senza un euro in tasca. È morta lunedì, dice il medico legale. L’hanno trovata ieri. Dicono che da qualche tempo facesse coppia con il nordafricano, il sospettato dell’assassinio, chiedendo l’elemosina, bevendo e forse drogandosi. Lunedì i due si sarebbero appartati vicino al casolare, sarebbe nata una lite e il sospettato non avrebbe esitato a staccare la testa alla donna con un fendente di un machete che è stato ritrovato accanto al cadavere.
Martedì il nodafricano, rimasto a gironzolare attorno al parco del Cnr, ha anche aggredito una passante (una signora anziana che - spaventata - ha chiesto aiuto), aizzandole contro un pitbull che da qualche tempo porta con sé come «arma impropria». Lo hanno fermato e portato in ospedale a seguito di un trattamento sanitario obbligatorio. Ma già dalla mattina gli agenti del commissariato di Scandicci - che sanno perfettamente chi è e cosa fa l’immigrato, che da quel che si è saputo ha precedenti per violenza, aggressione e spaccio - avevano capito che qualcosa non quadrava: si era presentato alla firma senza indossare la solita felpa.
Ieri quando hanno trovato il cadavere della povera Silke c’era anche la stessa felpa sporca di sangue, e l’extracomunitario che già era in ospedale è diventato un forte sospettato. Il nordafricano è conosciuto dalla Polizia come un tipo violento e pericoloso eppure era libero di girare e, forse, di uccidere. La dottoressa Alessandra Falcone, sostituto procuratore di Firenze, ha aperto il fascicolo per omicidio volontario, ma non ha ancora interrogato il nordafricano, anche se ha visto i filmati delle telecamere di sorveglianza che avrebbero ripreso in parte l’omicidio.
Riavvolgendo il nastro di questo orrore viene in mente Aurora Livoli, 19 anni, ammazzata meno di un mese fa a Milano ammazzata da Emilio Galdez Velazco già condannato per stupro ma che era libero, viene in mente Anna Laura Valsecchi accoltellata in piazza Gae Aulenti sempre a Milano da Vincenzo Lanni che aveva già ammazzato, doveva stare in comunità, ma era libero; viene in mente il tunisino che a Olbia una settimana fa ha seminato il panico perché ha ferito a colpi di forbici i passanti. Tutti già noti, tutti liberi di uccidere. E chissà forse sbarcati con una imbarcazione come la Sea Watch di Carola Rackete e poi rimasti a girare per l’Italia.
Ieri a Scandicci si sono vissuti altri attimi di terrore alla pista di pattinaggio. Un uomo si sarebbe avvicinato a un bambino di cinque anni e lo avrebbe afferrato nel tentativo di rapirlo. La madre del piccolo ha cominciato ad urlare ed è riuscita a sottrarre il bimbo alla presa. L’uomo che ora è ricercato è fuggito prima dell’arrivo dei Carabinieri che stanno visionando anche i video delle telecamere.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Per cosa, poi? Perché Giorgia Meloni ha osato mettere un post su X dopo il massacro del giovane Quentin Deranque, picchiato a morte da almeno sei persone, di cui alcuni attivisti del movimento di sinistra radicale La Jeune Garde, con collegamenti diretti con La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon. E in questo post la nostra premier ha semplicemente scritto che «la morte di un giovane di poco più di 20 anni, attaccato da gruppi legati all’estremismo di sinistra in un clima di odio ideologico diffuso in diversi Paesi, è una ferita per tutta l’Europa». Tutto qui. Mica ha sostenuto che i francesi «sono vomitevoli», come invece aveva bollato gli italiani il portavoce di Macron, Gabriel Attal, scontento per le nostre politiche in materia di immigrazione. E neppure ha detto di voler «vigilare» sul governo transalpino perché «rispetti i valori e le regole dello Stato di diritto» come si era permessa nei confronti del nascente governo tricolore Elisabeth Borne, l’allora primo ministro di Macron, che è costretto a cambiarne uno ogni tot mesi, quasi come i calzini, in virtù dei propri sfolgoranti successi nella politica interna. La Meloni si è limitata a invocare il sacrosanto «diritto alla vita» per un ragazzo vittima di insensata violenza politica e non a blaterare di un presunto «diritto all’aborto» per poter «controllare» il nostro esecutivo, come aveva fatto il ministro per gli Affari europei, Laurence Boone, altra fedelissima di Macron. Insomma, se c’è qualcuno che dovrebbe farsi gli affari propri anziché quelli altrui sono proprio l’inquilino dell’Eliseo e tutta la sua corte transeunte.
Peraltro, a differenza delle invasioni di campo dei macroniani di complemento, a ben vedere il governo di Roma titolo per occuparsi dell’omicidio del povero Deranque ce l’ha eccome. Perché si dà il caso che dalla vicina Francia provengano alcuni dei delinquenti che aiutano i centri sociali italiani a mettere a ferro e fuoco le nostre città con i più svariati pretesti. E che in particolare scorrazzi per la Penisola Raphaël Arnault, oggi deputato per la sinistrissima France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, un passato da picchiatore, schedato con la fiche S, quella riservata a estremisti e jihadisti. Tre suoi collaboratori sono accusati di aver preso parte al pestaggio mortale. E lui, che spesso si fa ospitare a Napoli dal centro sociale Mensa occupata, come ha scritto Adriano Scianca sulla Verità, era nella Capitale ai primi dell’anno in coincidenza con un «presidio antifascista» e con un’aggressione a quattro militanti di Gioventù nazionale da parte di una trentina di individui, alcuni dei quali non parlavano italiano ed erano agghindati, ma tu guarda, proprio come Arnault.
E qui sorge il sospetto che Macron non sia davvero in grado di «custodire le sue pecore». Così come del resto non è in grado di dare corpo alle sue non piccole ambizioni. La Francia sotto la sua presidenza sta attraversando una crisi economica e politica come non se ne vedevano da decenni. E le pirotecniche iniziative intraprese sulla scena internazionale per compensare la débâcle interna, dai Volenterosi in giù, si sono rivelate poco più che mortaretti bagnati. Ha preso schiaffoni (metaforici) da Donald Trump e ceffoni (reali) dalla consorte Brigitte. Ora ha scoperto che anche la Germania gli ha voltato le spalle: il motore franco tedesco ha grippato e Friedrich Merz ha dovuto rivolgersi alla Meloni per provare a rimettere in moto la baracca europea. Mettetevi nei suoi panni: è comprensibile che sia nervoso e gli scappino dalla bocca roboanti sciocchezze. Gli rimane uno striminzito annetto di Eliseo prima di tornare a casa tra i fischi dei francesi. Ma almeno adesso abbiamo scoperto quale potrebbe essere la sua seconda vita: il pastore di pecore.
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Polizia di Stato e divisione scientifica in via Cassinis, per i rilievi dopo la sparatoria del 26 gennaio (Ansa)
In questo quadro si collocano gli interrogatori di ieri, andati avanti per tutto il giorno. E su cui vige il massimo riserbo. A parlare per primo è stato l’agente che si trovava alle spalle dell’assistente capo della squadra investigativa, C.C (accusato di omicidio volontario), al momento del colpo.
Era presente sulla scena e ha risposto alle domande del pm Giovanni Tarzia negli uffici della questura. Difeso dall’avvocato Matteo Cherubini, avrebbe chiarito la propria posizione: attende con serenità e fiducia il completamento del lavoro della Squadra mobile e della Procura. Gli interrogatori sono stati lunghi, articolati, e ciascun agente si è presentato con un proprio difensore. Una scelta che riflette la delicatezza della fase e che potrebbe indicare ricostruzioni non perfettamente sovrapponibili su alcuni passaggi, maturate in un contesto di penombra, concitazione e forte stress operativo. Anche per questo, ieri sera, da fonti giudiziarie trapelava il fatto che sarebbero emersi nuovi elementi rispetto alle prime ricostruzioni, delineando un quadro meno lineare dell’intervento che potrebbe aggravare l’accusa di omicidio volontario a carico dell’agente che ha sparato. Hanno risposto alle domande del pm Tarzia anche la poliziotta indagata, assistita dall’avvocato Massimo Pellicciotta, e gli altri due agenti coinvolti, difesi dal legale Antonio Buondonno, che hanno fornito la propria ricostruzione dei fatti.
Resta ferma, sul piano sostanziale, la versione dell’assistente capo: dopo essersi qualificato, avrebbe visto Mansouri estrarre dalla tasca una pistola, poi risultata una replica a salve e priva di tappo rosso, e puntargliela contro. A quel gesto avrebbe reagito esplodendo un solo colpo, da una distanza superiore ai 20 metri.
Le contestazioni della Procura riguardano, poi, quanto accaduto dopo lo sparo. Secondo l’ipotesi accusatoria, tra il colpo e la chiamata al 118 sarebbero trascorsi circa 23 minuti, un intervallo ritenuto anomalo mentre Mansouri giaceva a terra in condizioni gravissime. Sotto la lente c’è anche un altro elemento: il temporaneo allontanamento di uno dei poliziotti, che si sarebbe recato al commissariato di Mecenate per poi fare ritorno in via Impastato.
Sul fronte opposto, i legali della famiglia della vittima, Debora Piazza e Marco Romagnoli, ribadiscono una tesi radicalmente diversa: Mansouri non avrebbe avuto alcuna pistola. Sulla replica a salve non sono state trovate impronte digitali riconducibili né alla vittima né agli agenti; sono in corso ulteriori analisi biologiche.
Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia ed ex vicesindaco di Milano, parla di «accanimento» nei confronti delle forze dell’ordine. Il nodo resta uno solo. Se quella pistola a salve c’era davvero, e se fu impugnata in quei secondi, è un conto. Se invece non c’era, o non fu mai alzata da Mansouri, allora cambia l’intera storia di quella sera nel boschetto di Rogoredo.
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Ansa
«Oggi abbiamo preso le cartelle cliniche e i pareri del gruppo interdisciplinare, li abbiamo sottoposti al nostro team medico legale, al dottor Luca Scognamiglio. Un altro elemento è che, una volta tolta la sedazione, il bambino non si è svegliato. Avendo valutato che vi è sicuramente una prognosi certamente e senza ombra di dubbio infausta, un paio di ore fa ho mandato una pec al Monaldi dove per volontà della famiglia abbiamo fatto una richiesta di Pcc, che è la pianificazione condivisa delle cure, un istituto introdotto nel 2017». Così, ieri sera, nel corso della diretta televisiva della trasmissione Dritto e Rovescio in onda su rete 4, l'avvocato della famiglia del piccolo Domenico, Francesco Petruzzi, ha annunciato che il bimbo a cui il 23 dicembre scorso è stato trapiantato un «cuore bruciato» all’ospedale Monaldi di Napoli sarà sottoposto a un nuovo percorso terapeutico che prevede l'alleviamento delle sofferenze.
Mamma Patrizia adesso chiede «silenzio». Dopo il no a un nuovo trapianto per il piccolo Domenico, lei continua a stare accanto al suo bimbo di due anni e mezzo. Domenico resta attaccato a una macchina cuore-polmone, così da oltre 50 giorni.
Patrizia era ottimista, poi è arrivato il parere negativo dei massimi esperti nazionali. Però non vuole rassegnarsi: finché il piccolo ha gli occhi aperti lei spera, vive e lotta per entrambi.
Nella giornata di ieri l’ospedale partenopeo ha rilasciato alla famiglia la documentazione medica relativa al ricovero, alle terapie e all’operazione di trapianto. Ora sarà il medico legale, nominato dagli avvocati della famiglia, a esaminare la relazione. Le condizioni del bimbo continuano a essere «gravi ma stabili nella loro criticità». Da quanto si è appreso, non è escluso che, dopo lo studio della relazione, la famiglia possa individuare altre soluzioni alternative anche all’estero. Al momento, però, serve cautela e silenzio.
La famiglia è stretta in un dolore composto che racchiude tanto amore. Nel tardo pomeriggio di ieri, in tanti sono scesi in piazza a Nola (Comune dove vive la famiglia) per una fiaccolata dedicata al piccolo.
Intanto, proseguono le indagini sul «cuore bruciato». Al momento sono sei gli indagati tra medici e paramedici del Monaldi, ma il numero sembra destinato ad aumentare. L’inchiesta della Procura di Napoli si sta concentrando sul trasporto dell’organo e, in particolare, sul contenitore che custodiva il cuore da Bolzano a Napoli, simile a una borsa frigo per le bibite. Ma dal verbale dell’indagine interna del Monaldi emergono dettagli agghiaccianti, pubblicati dal quotidiano La Repubblica e ripresi ieri da diverse agenzie di stampa. «All’apertura del contenitore termico risultava impossibile estrarre il secchiello contenente il cuore, completamente inglobato in un blocco di ghiaccio», è scritto nella relazione dell’ospedale.
Le attenzioni degli inquirenti sono rivolte al contenitore che non avrebbe avuto il sistema di monitoraggio della temperatura e alle procedure di trasporto. Da quanto è emerso il cuore era congelato, ma nonostante «il forte sospetto di un grave danno da congelamento dell’organo, in assenza di alternative», visto che il cuore malato del piccolo era stato già espiantato, «si decideva di procedere ugualmente e con la massima rapidità all’impianto». Ma quel cuoricino non ripartiva e dopo tre ore si è reso necessario utilizzare l’Ecmo, il macchinario extracorporeo che tiene in vita il bambino mentre «contestualmente veniva inoltrata la richiesta urgente per la disponibilità di un nuovo organo». «Abbiamo trovato una serie di organi compromessi», ha detto all’Adkronos Carlo Pace Napoleone, direttore della struttura complessa di Cardiochirurgia pediatrica e Cardiopatie congenite dell’ospedale Regina Margherita di Torino che ha fatto parte dell’Heart team del Monaldi.
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