La Cgil, nella sua nuova versione di partito politico che scorda la lotta a favore del lavoro, ha preso carta e penna e inviato una lettera al commissario Ue per l’Ambiente, Jessika Roswall. Oggetto della missiva: bloccare l’autorizzazione per il Ponte sullo Stretto di Messina. Per il segretario confederale Pino Gesmundo quest’opera (ritenendola evidentemente di matrice esclusivamente leghista) non s’ha da fare. «Gentile commissaria, la Cgil desidera sottoporre alla sua attenzione le gravi criticità tecniche, ambientali, normative e sociali connesse all’iter di approvazione del progetto recentemente trasmesso alla Commissione», si legge nella lettera. Mancano per la Cgil le condizioni previste dal diritto comunitario.
Nessun cenno, nemmeno minimo, alle eventuali opportunità che l’opera può portare all’economia italiana. A cominciare dai posti di lavoro. Sebbene esistano soltanto stime, la cifra più recente fornita da Matteo Salvini è di 50.000 occupati. Uno studio sull’analisi costi-benefici realizzato da Uniontrasporti, con la consulenza tecnico-scientifica di Openeconomics, spiega che i posti di lavoro stabili saranno oltre 36.000, ai quali saranno da aggiungere le maestranze a tempo determinato. Ecco che la stima di 50.000 diventa decisamente praticabile. Non solo. Gli investimenti sono più di 9 miliardi a fronte di benefici per quasi 11, con un risultato netto di 1,8 miliardi di euro che si riverseranno nell’economia italiana a tutti i livelli. Un panorama che dovrebbe fare gola a tutti i sindacati.
Invece sul fronte sigle va registrata solo la voce dissonante della Cisl. Lo scorso aprile, Daniela Fumarola ha ribadito la posizione a favore della realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina, precisando, come ovvio che sia, che l’opera non deve essere l’unico intervento infrastrutturale previsto per il Sud Italia. Insomma, «Sì al Ponte sullo Stretto e all’Alta velocità ferroviaria, ma servono anche reti infrastrutturali per le aree interne». È chiaro che la Cgil abbia deciso si usare la clava Ue per entrare a gamba tesa nell’agone politico nella speranza di mettere in difficoltà il governo e, in particolare, la quota leghista. D’altronde lo schema non è nuovo. Negli ultimi tre anni i rapporti tra i sindacati e Bruxelles si sono intensificati così come sempre più spesso si cerca la sponda per bypassare le scelte del governo. Scelte che sono entrate nei pilastri della campagna elettorale e che hanno consentito la vittoria del centrodestra. Vale anche per temi sociali emersi più di recente.
Basti pensare all’asse che si sta formando tra la pattuglia di sindaci di centrosinistra e la Commissione in tema di affitti brevi. A metà maggio, Roberto Gualtieri, assieme a Beppe Sala e Matteo Lepore, ha partecipato a un evento per la presentazione del piano comune europeo per l’emergenza casa. Ha invocato il sostegno Ue per creare nuove abitazioni infilando nel discorso il solito, e alquanto pericoloso, ritornello sulla limitazione degli affitti. «La regolamentazione degli affitti brevi e la limitazione degli accessi è fondamentale», è stato detto. E con il solito tono dell’emergenza, il commissario europeo all’Housing, Dan Jorgensen, seduto al medesimo tavolo ha spiegato che «troppe persone non possono permettersi una casa dignitosa. Questo è, ovviamente, inaccettabile. È inaccettabile che persone con lavori normali ma molto importanti per le nostre società, come agenti di polizia, infermieri o insegnanti, non possano permettersi di vivere nelle città in cui operano», ha aggiunto il commissario per poi concludere: «Pertanto, una priorità fondamentale per questa Commissione è contribuire a risolvere questa crisi». Stupisce, anzi, lascia un po’ basiti che non passi per la testa di Jorgensen che l’impegno dovrebbe essere quello di portare gli stipendi a un livello superiore. Insomma, lo schema è il medesimo. Pur di portare avanti un racconto politico, si omettono i pilastri della concertazione e il ruolo che le parti sociali dovrebbero avere.
Da un lato i sindacati, il cui impegno sarebbe difendere posti di lavoro, e dall’altro i sindaci, che dovrebbero agire in modo che le rispettive città mantengano una stabilità sociale. Non classi spaccate a favore dei poli estremi, ma di una classe borghese che ha permesso a questo Paese di proliferare. Nessuno venga, dunque, a sostenere che la Commissione sia un arbitro terzo: è una leva utilizzata da chi fa politica (l’abbiamo visto con le mosse del Pd) per ostacolare governi eletti. O per bypassarne le decisioni legittime. Se un esecutivo difende la proprietà privata (oltre a essere una battaglia sacrosanta), realizza ciò i suoi elettori chiedono. Altrimenti si scardinano le basi democratiche. A vincere restano solo i vincoli esterni, come se non bastasse il Patto di stabilità e lo schema del Pnrr che si basa su un modello para sovietico.
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