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2022-06-03
C’è l’ok alle sanzioni. Ma Orbán piega l’Ue anche sul patriarca
Viktor Orbán (Ansa)
Gli ambasciatori dell’Unione europea a Bruxelles (Coreper) hanno approvato ieri pomeriggio, durante la riunione convocata dalla presidenza francese che si è eccezionalmente svolta a Lussemburgo, il sesto pacchetto di sanzioni nei confronti della Russia. Per evitare nuove tensioni con l’Ungheria di Viktor Orbán, dal pacchetto è stato escluso il patriarca Kirill (Cirillo I), al secolo Vladimir Michajlovic Gundjaev. La decisione di togliere dall’elenco il multimilionario religioso russo è sorprendente, visto che qualche ora prima della riunione, il premier magiaro, attraverso il suo portavoce Zoltan Kovac, aveva fatto sapere che «l’Ungheria si atterrà ovviamente alla decisione congiunta dell’Unione europea per quanto riguarda le sanzioni al patriarca di Mosca Kirill», aggiungendo che la posizione ungherese «era nota da tempo e nessuno al vertice di Bruxelles si era opposto». L’Europa, alla fine, è riuscita ad approvare il documento, ma il leader ungherese è il vero vincitore del braccio di ferro, visto che ha ottenuto tutto quello che voleva.
Infatti, oltre allo stralcio della posizione del patriarca, Orbán porta a casa il sì allo stop agli acquisti del greggio di Mosca ma solo a partire da gennaio 2023 che, dettaglio non secondario, riguarderà solo il prodotto importato via nave, con «esclusione temporanea» dell’oleodotto Druzhba che rifornisce via terra Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, le quali avranno così tutto il tempo di uscire dalla dipendenza dalle forniture russe. L’esenzione, però, non riguarderà il petrolio distribuito attraverso la sezione settentrionale dell’oleodotto Druzhba, che scorre in Germania e Polonia e in una dichiarazione i due Paesi «si impegnano a fermare comunque le forniture del petrolio russo». In ogni caso, alla fine, tutto questo farà molto male ai russi, perché quando si arriverà a pieno regime si fermerà il 90% degli acquisti comunitari.
Nel documento finale si parla anche dell’eventualità che avvengano «interruzioni improvvise delle forniture di petrolio tramite oleodotto». In questo caso potranno essere introdotte delle «misure di emergenza che permettono ai Paesi senza sbocco sul mare di comprare altro petrolio». Non sono chiari i termini dell’esenzione temporanea, che secondo quanto si è appreso al termine della riunione, dovranno essere affinati la settimana prossima. Riassumendo: coloro che sono coperti dall’esonero potranno continuare a comprare il petrolio, gli altri no. Non è chiaro se nel documento finale ci sia il divieto di riesportazione del greggio russo in arrivo tramite oleodotto e quello di rivendita di prodotti raffinati dal greggio russo. Misure che nella bozza finale erano inserite con la dicitura: «Entreranno in vigore dopo otto mesi e per la Repubblica Ceca dopo 18 mesi».
In un discorso alla nazione, il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, aveva dichiarato: «Abbiamo i dettagli sul sesto pacchetto di sanzioni dell’Unione europea contro la Russia per questa guerra. Il pacchetto è stato concordato. La sua approvazione e l’entrata in vigore richiederanno del tempo. Ma gli elementi chiave del pacchetto sono già chiari. I Paesi europei hanno deciso di limitare in modo significativo le importazioni di petrolio dalla Russia. E sono grato a tutti coloro che hanno lavorato per raggiungere questo accordo. Il risultato pratico è meno decine di miliardi di euro, che la Russia non potrà ora utilizzare per finanziare il terrore».
Nel pacchetto adottato dall’Ue non ci sono solo questioni petrolifere, ma anche i media di regime: Rossiya Rtr/Rtr Planeta, Rossiya 24 e Tv Centre international, oligarchi e ufficiali delle forze armate ritenuti responsabili di crimini di guerra a Bucha. A essere colpita dalla scure europea c’è Sberbank, una delle più grandi banche russe, che viene disconnessa dal sistema Swift, un fatto che il board della banca ha così commentato: «La decisione dell’Ue non influirà sulle operazioni interne. Sberbank lavora normalmente. Le principali restrizioni sono già in vigore. La disconnessione da Swift non cambia la situazione attuale nei regolamenti internazionali. Le transazioni nazionali non dipendono da Swift e saranno eseguite dalla banca in modalità standard». Si tratta della decima banca russa colpita dalle misure dell’Ue, mentre resta ancora fuori Gazprombank, la banca controllata del gigante energetico russo Gazprom, che serve all’Ue per continuare a pagare le forniture di gas, nonostante i noti problemi in merito all’apertura di un secondo conto in rubli. Sempre per quanto riguarda il mondo degli affari, nessun consulente, contabile o esperto finanziario dell’Ue potrà assumere mandati da entità finanziarie russe. In serata, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha espresso tutta la sua soddisfazione: «Grazie alla presidenza francese dell’Ue oggi è stato concordato un altro forte pacchetto di sanzioni contro Putin e il Cremlino. Di fatto, entro la fine del 2022 il 90% delle importazioni russe di petrolio verso l’Ue sarà bandito. Ciò ridurrà la capacità della Russia di finanziare la sua guerra». Ma oggi chi festeggia è solo Orbán.
Il Copasir nega indagini su Salvini. Il leghista: «Se serve vedrò Lavrov»
«Le notizie pubblicate oggi su un quotidiano in merito a indagini del Copasir sulla attività dell’onorevole Matteo Salvini sono del tutto prive di fondamento. Il Copasir è organo di controllo parlamentare sull’operato del governo nel campo della sicurezza della Repubblica e quindi convoca e audisce i componenti dell’esecutivo che hanno competenza in materia e, ovviamente, anche i vertici della intelligence per avere informazioni e valutarne l’operato, nello spirito di piena e leale collaborazione tra gli organi dello Stato. Come già ribadito, peraltro, il Comitato non fa mai valutazioni politiche di alcun tipo sull’attività dei parlamentari ed auspica che da tutti venga preservato il suo profilo istituzionale». Chiare e definitive le parole con cui il presidente del Copasir, il senatore Adolfo Urso, di Fdi mette fine alla polemica, financo un po’ farsesca, sul viaggio a Mosca del leader leghista e sui suoi incontri con l’ambasciatore russo a Roma.
Il Copasir, dunque, aveva chiesto una relazione al governo per capire se «informazioni classificate siano finite nelle mani di persone non autorizzate», non certo pensando a Salvini, come sottolineato dallo stesso presidente, ma all’avvocato Antonio Capuano, ex parlamentare di Forza Italia, considerato l’organizzatore del viaggio, essendo il consigliere diplomatico del leader del Carroccio, che ieri, su Repubblica, aveva attaccato il Comitato parlamentare: «È ridicolo e oltraggioso che ci sia chi minaccia e intimidisce. Che il Copasir ritenga di indagare su cosa fa il segretario della Lega e chi incontra peraltro avendolo raccontato in tv e sui giornali sono intimidazioni inaccettabili».
Del resto il segretario leghista, bersaglio di critiche e bocciature, era stato chiaro : «Non chiedo medaglie, ma neanche processi sommari. Io non mi voglio sostituire a nessuno, voglio solo essere utile alla pace». E ieri Salvini ha detto: «Oggi ho sentito i vertici dei servizi di sicurezza e smentiscono qualsiasi approfondimento, indagine, inchiesta. Fortunatamente siamo in un Paese libero e per la pace a testa alta incontro tutti».
E mentre il viaggio in Russia resta congelato, secondo Domani, Palazzo Chigi era al corrente degli incontri tra Salvini e Razov perché «i servizi segreti italiani e quelli americani sapevano da mesi, come, quando e con quale accompagnatori Salvini incontrava diplomatici russi a Roma». Questo, per il quotidiano di Carlo De Benedetti, «non perché spiassero il senatore della Lega ma perché villa Abamelek, sede dell’ambasciata della Federazione guidata dall’ambasciatore Sergey Razov, è monitorata costantemente dall’intelligence Usa e dall’Aisi, la nostra agenzia di controspionaggio interna». Per via informale «anche alcuni importanti esponenti di Palazzo Chigi erano a conoscenza delle date esatte degli incontri Razov-Salvini, mentre esponenti di vertice della Lega erano stati messi in allerta per la presenza nei rendez vous di Capuano». Questo forse spiegherebbe la risposta formale e felpata da Bruxelles del premier Mario Draghi sul caso: «Ho raccomandato anche al Copasir che l’importante è che questi rapporti siano trasparenti». Ma Salvini ha ribadito: «Dialogare con la Russia e chiedere il cessate il fuoco non è un diritto, è un dovere. Io continuo a lavorare in totale trasparenza per la pace e fare quel che è mio dovere fare. Agli italiani conviene la pace, non la guerra. Mi spiace che ci sia gente che parla a vanvera senza muovere un dito». Il leader del Carroccio si è anche detto pronto a incontrare il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov.
La trasparenza del suo operato era stata difesa da via Bellerio: «Draghi sapeva della missione a Mosca». Non solo grazie alle dichiarazioni pubbliche di Salvini, ma perché per due volte lo stesso senatore gli avrebbe parlato delle sue intenzioni, sia nel corso del loro ultimo colloquio in piazza Colonna, sia durante il volo da Milano a Roma del 25 maggio.
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Dopo gli esoneri per gli oleodotti, il magiaro tiene Kirill fuori dalla lista nera. Colpiti Sberbank e i media vicini al Cremlino.Il Copasir nega indagini su Matteo Salvini. Il leghista: «Se serve vedrò Sergej Lavrov». Adolfo Urso smentisce le indiscrezioni: «Il Comitato non può condurre inchieste su onorevoli».Lo speciale comprende due articoli. Gli ambasciatori dell’Unione europea a Bruxelles (Coreper) hanno approvato ieri pomeriggio, durante la riunione convocata dalla presidenza francese che si è eccezionalmente svolta a Lussemburgo, il sesto pacchetto di sanzioni nei confronti della Russia. Per evitare nuove tensioni con l’Ungheria di Viktor Orbán, dal pacchetto è stato escluso il patriarca Kirill (Cirillo I), al secolo Vladimir Michajlovic Gundjaev. La decisione di togliere dall’elenco il multimilionario religioso russo è sorprendente, visto che qualche ora prima della riunione, il premier magiaro, attraverso il suo portavoce Zoltan Kovac, aveva fatto sapere che «l’Ungheria si atterrà ovviamente alla decisione congiunta dell’Unione europea per quanto riguarda le sanzioni al patriarca di Mosca Kirill», aggiungendo che la posizione ungherese «era nota da tempo e nessuno al vertice di Bruxelles si era opposto». L’Europa, alla fine, è riuscita ad approvare il documento, ma il leader ungherese è il vero vincitore del braccio di ferro, visto che ha ottenuto tutto quello che voleva. Infatti, oltre allo stralcio della posizione del patriarca, Orbán porta a casa il sì allo stop agli acquisti del greggio di Mosca ma solo a partire da gennaio 2023 che, dettaglio non secondario, riguarderà solo il prodotto importato via nave, con «esclusione temporanea» dell’oleodotto Druzhba che rifornisce via terra Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, le quali avranno così tutto il tempo di uscire dalla dipendenza dalle forniture russe. L’esenzione, però, non riguarderà il petrolio distribuito attraverso la sezione settentrionale dell’oleodotto Druzhba, che scorre in Germania e Polonia e in una dichiarazione i due Paesi «si impegnano a fermare comunque le forniture del petrolio russo». In ogni caso, alla fine, tutto questo farà molto male ai russi, perché quando si arriverà a pieno regime si fermerà il 90% degli acquisti comunitari. Nel documento finale si parla anche dell’eventualità che avvengano «interruzioni improvvise delle forniture di petrolio tramite oleodotto». In questo caso potranno essere introdotte delle «misure di emergenza che permettono ai Paesi senza sbocco sul mare di comprare altro petrolio». Non sono chiari i termini dell’esenzione temporanea, che secondo quanto si è appreso al termine della riunione, dovranno essere affinati la settimana prossima. Riassumendo: coloro che sono coperti dall’esonero potranno continuare a comprare il petrolio, gli altri no. Non è chiaro se nel documento finale ci sia il divieto di riesportazione del greggio russo in arrivo tramite oleodotto e quello di rivendita di prodotti raffinati dal greggio russo. Misure che nella bozza finale erano inserite con la dicitura: «Entreranno in vigore dopo otto mesi e per la Repubblica Ceca dopo 18 mesi». In un discorso alla nazione, il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, aveva dichiarato: «Abbiamo i dettagli sul sesto pacchetto di sanzioni dell’Unione europea contro la Russia per questa guerra. Il pacchetto è stato concordato. La sua approvazione e l’entrata in vigore richiederanno del tempo. Ma gli elementi chiave del pacchetto sono già chiari. I Paesi europei hanno deciso di limitare in modo significativo le importazioni di petrolio dalla Russia. E sono grato a tutti coloro che hanno lavorato per raggiungere questo accordo. Il risultato pratico è meno decine di miliardi di euro, che la Russia non potrà ora utilizzare per finanziare il terrore». Nel pacchetto adottato dall’Ue non ci sono solo questioni petrolifere, ma anche i media di regime: Rossiya Rtr/Rtr Planeta, Rossiya 24 e Tv Centre international, oligarchi e ufficiali delle forze armate ritenuti responsabili di crimini di guerra a Bucha. A essere colpita dalla scure europea c’è Sberbank, una delle più grandi banche russe, che viene disconnessa dal sistema Swift, un fatto che il board della banca ha così commentato: «La decisione dell’Ue non influirà sulle operazioni interne. Sberbank lavora normalmente. Le principali restrizioni sono già in vigore. La disconnessione da Swift non cambia la situazione attuale nei regolamenti internazionali. Le transazioni nazionali non dipendono da Swift e saranno eseguite dalla banca in modalità standard». Si tratta della decima banca russa colpita dalle misure dell’Ue, mentre resta ancora fuori Gazprombank, la banca controllata del gigante energetico russo Gazprom, che serve all’Ue per continuare a pagare le forniture di gas, nonostante i noti problemi in merito all’apertura di un secondo conto in rubli. Sempre per quanto riguarda il mondo degli affari, nessun consulente, contabile o esperto finanziario dell’Ue potrà assumere mandati da entità finanziarie russe. In serata, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha espresso tutta la sua soddisfazione: «Grazie alla presidenza francese dell’Ue oggi è stato concordato un altro forte pacchetto di sanzioni contro Putin e il Cremlino. Di fatto, entro la fine del 2022 il 90% delle importazioni russe di petrolio verso l’Ue sarà bandito. Ciò ridurrà la capacità della Russia di finanziare la sua guerra». Ma oggi chi festeggia è solo Orbán.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ce-lok-alle-sanzioni-ma-orban-piega-lue-anche-sul-patriarca-2657447164.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-copasir-nega-indagini-su-salvini-il-leghista-se-serve-vedro-lavrov" data-post-id="2657447164" data-published-at="1654201580" data-use-pagination="False"> Il Copasir nega indagini su Salvini. Il leghista: «Se serve vedrò Lavrov» «Le notizie pubblicate oggi su un quotidiano in merito a indagini del Copasir sulla attività dell’onorevole Matteo Salvini sono del tutto prive di fondamento. Il Copasir è organo di controllo parlamentare sull’operato del governo nel campo della sicurezza della Repubblica e quindi convoca e audisce i componenti dell’esecutivo che hanno competenza in materia e, ovviamente, anche i vertici della intelligence per avere informazioni e valutarne l’operato, nello spirito di piena e leale collaborazione tra gli organi dello Stato. Come già ribadito, peraltro, il Comitato non fa mai valutazioni politiche di alcun tipo sull’attività dei parlamentari ed auspica che da tutti venga preservato il suo profilo istituzionale». Chiare e definitive le parole con cui il presidente del Copasir, il senatore Adolfo Urso, di Fdi mette fine alla polemica, financo un po’ farsesca, sul viaggio a Mosca del leader leghista e sui suoi incontri con l’ambasciatore russo a Roma. Il Copasir, dunque, aveva chiesto una relazione al governo per capire se «informazioni classificate siano finite nelle mani di persone non autorizzate», non certo pensando a Salvini, come sottolineato dallo stesso presidente, ma all’avvocato Antonio Capuano, ex parlamentare di Forza Italia, considerato l’organizzatore del viaggio, essendo il consigliere diplomatico del leader del Carroccio, che ieri, su Repubblica, aveva attaccato il Comitato parlamentare: «È ridicolo e oltraggioso che ci sia chi minaccia e intimidisce. Che il Copasir ritenga di indagare su cosa fa il segretario della Lega e chi incontra peraltro avendolo raccontato in tv e sui giornali sono intimidazioni inaccettabili». Del resto il segretario leghista, bersaglio di critiche e bocciature, era stato chiaro : «Non chiedo medaglie, ma neanche processi sommari. Io non mi voglio sostituire a nessuno, voglio solo essere utile alla pace». E ieri Salvini ha detto: «Oggi ho sentito i vertici dei servizi di sicurezza e smentiscono qualsiasi approfondimento, indagine, inchiesta. Fortunatamente siamo in un Paese libero e per la pace a testa alta incontro tutti». E mentre il viaggio in Russia resta congelato, secondo Domani, Palazzo Chigi era al corrente degli incontri tra Salvini e Razov perché «i servizi segreti italiani e quelli americani sapevano da mesi, come, quando e con quale accompagnatori Salvini incontrava diplomatici russi a Roma». Questo, per il quotidiano di Carlo De Benedetti, «non perché spiassero il senatore della Lega ma perché villa Abamelek, sede dell’ambasciata della Federazione guidata dall’ambasciatore Sergey Razov, è monitorata costantemente dall’intelligence Usa e dall’Aisi, la nostra agenzia di controspionaggio interna». Per via informale «anche alcuni importanti esponenti di Palazzo Chigi erano a conoscenza delle date esatte degli incontri Razov-Salvini, mentre esponenti di vertice della Lega erano stati messi in allerta per la presenza nei rendez vous di Capuano». Questo forse spiegherebbe la risposta formale e felpata da Bruxelles del premier Mario Draghi sul caso: «Ho raccomandato anche al Copasir che l’importante è che questi rapporti siano trasparenti». Ma Salvini ha ribadito: «Dialogare con la Russia e chiedere il cessate il fuoco non è un diritto, è un dovere. Io continuo a lavorare in totale trasparenza per la pace e fare quel che è mio dovere fare. Agli italiani conviene la pace, non la guerra. Mi spiace che ci sia gente che parla a vanvera senza muovere un dito». Il leader del Carroccio si è anche detto pronto a incontrare il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov. La trasparenza del suo operato era stata difesa da via Bellerio: «Draghi sapeva della missione a Mosca». Non solo grazie alle dichiarazioni pubbliche di Salvini, ma perché per due volte lo stesso senatore gli avrebbe parlato delle sue intenzioni, sia nel corso del loro ultimo colloquio in piazza Colonna, sia durante il volo da Milano a Roma del 25 maggio.
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Hanno suonato all’improvviso degli amici per un tè di pomeriggio. In casa non c’era quasi niente e allora aguzziamo l’ingegno ed ecco una trovata che si fa in fretta super gustosa e dal costo irrisorio. L’ispirazione è venuta da una confezione di pasta fillo che sonnecchiava in frigorifero in attesa di farsi involtini Primavera e che invece si è trasformata in una delizi di stagione. E allora diamo luogo alla dolcezza.
Ingredienti – Una confezione di pasta fillo, una decina di fragole di dimensioni generose, tre o quattro cucchiai di pinoli (vanno bene anche le mandorle o le nocciole in quel caso fatele a granella grossa), 100 gr di burro di primo affioramento, 2 cucchiai rasi di farina 00, due cucchiai colmi di zucchero semolato, 500 ml di latte, 2 uova, un cucchiaio di zucchero a velo, un limone non trattato.
Preparazione - Per prima cosa fate la crema. Battete a bianco le uova con lo zucchero, poi in un pentolino scaldate senza farlo bollire il latte, aggiungete le uova e la farina, la buccia del limone (attenti a non intaccare l’albedo) e procedete come per fare una besciamella girando sempre con una frusta per evitare che si formino grumi. Ora lavate le fragole e fatele in tre fettine per il verso della lunghezza. Fate sciogliere il burro che deve diventare liquido. Ora in una tortiera stendete un primo strato di fogli di pasta fillo, nappateli di burro con un pennello. Poi stendete un secondo strato in modo da incrociarlo col primo (per capirci prima in verticale poi in orizzontale) lasciando sborsare i fogli dalla teglia. Ora che la crema si è intiepidita, togliete le bucce di limone, versatela sopra i fogli di pasta fillo e aggiungete un po’ di pinoli qua e là e chiudete la pasta fillo a scrigno. Prendete i fogli di pasta rimanenti accartocciateli e sistemateli sopra la torta. Negli spazi che si creano tra un foglio arricciato e l’altro sistemate le fettine di fragola e poi fate cadere qua e là altri pinoli. Completate nappando appena con il burro rimasto, Infornate a 180 gradi per circa una ventina di minuti. Vedrete che si forma una bella crosta dorata e croccante. Servite dopo aver spolverizzato di zucchero a velo.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di arricciare i fogli di pasta fillo e di sistemare le fragole.
Abbinamento – Ottimo il Recioto della Valpolicella, in alternativa un Sagrantino passito o una Vernaccia nera di Serrapetrona passita.
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Il ministro degli Esteri di Cuba, Bruno Rodríguez Parrilla (Ansa)
Questo gruppo è composto anche da un cacciatorpediniere, una nave da rifornimento e uno stormo aereo presente a bordo. L’ultima volta che Washington ha inviato una portaerei nei Caraibi è stata per l’operazione di l’arresto del presidente del Venezuela Nicolás Maduro nel gennaio scorso.
La mossa dell’amministrazione Trump arriva subito dopo la notizia dell’incriminazione dell’ex presidente cubano Raúl Castro per l’abbattimento di due aerei negli anni Novanta, e si inserisce in un quadro di crescente pressione sull’Avana. Il tycoon americano ormai da tempo ha posato lo sguardo su Cuba chiedendo un cambio di regime al partito comunista e nelle ultime settimane gli Usa hanno anche inasprito le sanzioni contro l’isola bloccando i rifornimenti di carburante. La situazione economica cubana è allo stremo dal crollo del regime di Caracas, che garantiva un continuo afflusso di petrolio, e oggi le industrie sono ferme e i blackout arrivano a 24 ore consecutive.
Bruno Rodríguez Parrilla guida da 17 anni il ministero degli Esteri di Cuba, dopo aver lavorato alle Nazioni Unite. «Gli Stati Uniti stanno proseguendo nelle loro continue aggressioni e provocazioni», tuona il diplomatico sentito dalla Verità, «avevo già definito “genocida” l’intento delle azioni nordamericane, e adesso sono arrivati a schierare navi da guerra. Donald Trump e Marco Rubio devono smettere di dire che Cuba rappresenterebbe una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti, perché questo è totalmente falso. Il mondo non può restare a guardare questa inutile dimostrazione di forza che vuole provocare un’aggressione militare contro di noi».
In questa situazione, il regime comunista ha organizzato una serie di manifestazioni in sostegno di Castro. Migliaia di persone si sono radunate davanti all’ambasciata statunitense per protestate, ma un sondaggio di Cuba Data riporta che il 44% dei cubani si dimostra distante dal governo. Le prime reazioni alla comparsa della Nimitz sono arrivate da Russia, Cina e Spagna. Mosca ha condannato l’incriminazione di Castro, ormai quasi novantacinquenne, considerandola un atto che rasenta la violenza. Il portavoce del Cremlino ha detto che in nessuna circostanza dovrebbero essere usati contro i dirigenti governativi tali metodi e che Mosca continuerà a fornire il massimo sostegno al fraterno popolo cubano. Guo Jiakun, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha detto che Pechino si oppone alle sanzioni unilaterali illegali e non autorizzate dalle Nazioni Unite. La Cina ha anche ribadito il suo rifiuto alle pressioni su Cuba, ammonendo Washington di smettere di brandire il bastone delle sanzioni e delle misure giudiziarie, confermando il sostegno alla sovranità nazionale dell’Avana.
«Un’aggressione militare contro di noi avrebbe conseguenze imprevedibili», ha continuato Rodríguez Parrilla, «e causerebbe lo spargimento di sangue di cubani e americani. Il segretario di Stato Rubio ci accusa di essere uno sponsor del terrorismo per istigare un’aggressione contro Cuba. Anche l’offerta di 100 milioni di dollari di aiuti aveva sicuramente scopi diversi, era una trappola nella quale non siamo caduti. Rubio continua a parlare di accordi e di una via diplomatica e oggi vediamo la marina statunitense nelle nostre acque. Vogliono distruggere la nostra nazione e prendere il controllo di Cuba per farla diventare una colonia, noi questo non lo permetteremo mai».
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Donald Trump (Ansa)
I negoziati tra Stati Uniti e Iran sono entrati nella fase più delicata dall’inizio della crisi. Dopo settimane di tensione militare e minacce reciproche, nelle ultime 24 ore sarebbero stati registrati «progressi incoraggianti» verso un possibile accordo. A renderlo noto è stato l’esercito pakistano al termine della visita a Teheran del feldmaresciallo Asim Munir, figura centrale della mediazione tra Washington e la Repubblica islamica. Secondo il Financial Times, Stati Uniti e Iran sarebbero vicini a prorogare il cessate il fuoco di 60 giorni discusso nelle ultime settimane. Sul tavolo ci sarebbe un’intesa che comprenderebbe la graduale riapertura dello Stretto di Hormuz, la fine delle operazioni militari e la garanzia della libertà di navigazione nel Golfo persico e nel Golfo di Oman. Tra i punti chiave figurerebbe anche una progressiva riduzione delle sanzioni statunitensi contro Teheran. Nelle ultime ore è emerso però un elemento destinato a pesare sul negoziato. L’emittente saudita Al Arabiya ha riferito che l’Iran avrebbe proposto di sospendere per dieci anni l’arricchimento dell’uranio oltre il 3,6% e di diluire all’interno del Paese l’uranio arricchito oltre il 20%. Teheran si sarebbe inoltre detta disponibile a riaprire lo Stretto di Hormuz e a sospendere temporaneamente il pagamento dei pedaggi marittimi in cambio di un risarcimento economico da parte di Washington. La Repubblica islamica avrebbe chiesto anche che il tema delle sanzioni e dei fondi iraniani congelati venga affrontato prima della firma dell’intesa. Secondo Al Arabiya, l’Iran avrebbe presentato due diversi percorsi negoziali, entrambi legati all’annuncio della fine della guerra. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei ha dichiarato che Teheran «non discuterà il programma nucleare in questa fase», spiegando che la priorità è la fine del conflitto «su tutti i fronti, incluso il Libano». Baghaei ha aggiunto che l’eventuale apertura del dossier nucleare potrà arrivare solo successivamente.
Anche da Washington giungono segnali contrastanti. Il segretario di Stato Marco Rubio ha parlato della possibilità di avere «qualcosa da dire» già entro il fine settimana, pur sottolineando che le parti sono «allo stesso tempo molto vicine e molto lontane da un accordo». Donald Trump continua invece ad alternare aperture diplomatiche e minacce militari. Intervistato da Axios il presidente americano ha dichiarato che le probabilità di raggiungere un accordo oppure di tornare a bombardare l’Iran sono «al 50-50». «O arriviamo a un buon accordo o li faccio saltare in mille pezzi», ha detto Trump. «O li colpisco più duramente di quanto siano mai stati colpiti, oppure firmeremo un accordo che è buono».
Secondo Axios, Trump ha incontrato i suoi principali consiglieri per discutere i dettagli della nuova bozza e potrebbe prendere una decisione entro oggi. In un’intervista all’emittente israeliana Channel 12, il presidente americano ha inoltre cercato di rassicurare Israele sul contenuto dei negoziati. «Non farei un accordo se non fosse vantaggioso per Israele», ha dichiarato. Trump ha poi aggiunto: «Alcuni preferirebbero un accordo, altri la ripresa della guerra. Credo che Benjamin Netanyahu sia combattuto tra le due opzioni». Nonostante le indiscrezioni del New York Times su un Netanyahu marginalizzato nei colloqui, Axios riferisce invece che il premier israeliano e i suoi consiglieri sarebbero in costante contatto con la Casa Bianca sull’intesa in fase di definizione con Teheran. L’agenzia iraniana Fars ha riferito che i mediatori avrebbero invitato i funzionari iraniani a «ignorare i post di Trump», sostenendo che la reale posizione del presidente americano sarebbe diversa rispetto a quella mostrata pubblicamente su Truth Social. Secondo Fars, diversi funzionari coinvolti nei colloqui avrebbero spiegato che le dichiarazioni aggressive di Trump sarebbero rivolte soprattutto all’opinione pubblica americana e ai media.
Nel frattempo Teheran continua a mostrare i muscoli. Il presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore Mohammad Baqer Ghalibaf ha assicurato che le forze armate iraniane hanno ricostruito le proprie capacità durante il cessate il fuoco. Se gli Stati Uniti «riprendessero scioccamente la guerra», ha avvertito, le conseguenze sarebbero «più devastanti e amare». A complicare ulteriormente il quadro sono anche le divisioni tra i Paesi del Golfo. Il senatore repubblicano Lindsey Graham ha riferito ad Axios che alcuni leader della regione avrebbero esortato Trump a colpire militarmente l’Iran per indebolire il regime e ottenere un accordo più favorevole. Altri governi arabi e alcuni consiglieri della Casa Bianca, invece, starebbero spingendo per accettare l’intesa attualmente sul tavolo, ritenendo impossibile eliminare completamente l’influenza iraniana sullo Stretto di Hormuz. Infine mentre andiamo in stampa si apprende da Cbs che alcuni membri dell’esercito e della comunità di intelligence statunitense hanno annullato i propri programmi per il fine settimana in previsione di possibili attacchi. Funzionari della difesa e dell’intelligence hanno anche iniziato ad aggiornare le liste di richiamo per le installazioni americane in Medio Oriente nell’ambito di un piano volto a ridurre la presenza militare statunitense nella regione.
La chiusura dello Stretto di Hormuz ci è già costata più di 2 miliardi
L’accordo raggiunto sul filo di lana tra governo e autotrasportatori ha sventato la minaccia dello sciopero dei Tir che avrebbe paralizzato il Paese. L’aut aut della categoria è scattato a seguito dell’aumento dei costi energetici determinato dal blocco dello Stretto di Hormuz.
L’Ufficio studi della Cgia, ha fatto il punto sull’entità dei rincari. Il caro gasolio è costato finora all’autotrasporto 2,1 miliardi, nonostante il taglio di 20 centesimi sulle accise introdotto dal governo il 19 marzo scorso. In tre mesi, dallo scoppio della guerra nel Golfo, il prezzo del diesel alla pompa, è salito da un valore medio di 1,676 a 1,986 euro al litro, ovvero + 18,5%. I rincari più importanti hanno riguardato la Lombardia (257,9 milioni di euro), la Campania (251,6) e la Sicilia (232,2). Considerato che l’autotrasportatore anticipa cifre enormi (gasolio, pedaggi autostradali, manutenzione dei mezzi, assicurazioni e personale) mentre l’incasso delle fatture arriva dopo 90 o addirittura 120 giorni, basta l’aumento improvviso del diesel per erodere il margine operativo. La situazione dell’autotrasporto è solo un capitolo della grave crisi che sta colpendo tutta l’economia europea.
L’Agenzia internazionale dell’energia non ha esitato a definirla «la più grande crisi energetica della storia». La Commissione europea ha calcolato che questa costa oltre 500 milioni di euro al giorno. Siccome sono già passati 84 giorni dall’inizio del conflitto, significa che finora sono stati spesi circa 42 miliardi di euro, solo per l’energia. Basta guardare le quotazioni del Brent, arrivate a superare i 118 dollari a marzo e tuttora sopra i 100 dollari. Petrolio e gas, sono solo due delle voci di uno choc che ha travolto tanti settori, dalla logistica, all’industria petrolchimica alla filiera agroalimentare. Nella lingua di mare di Hormuz, prima del blocco, transitavano in media più di 90 navi al giorno. Oggi circa 2.000 sono ferme con a bordo 20.000 marittimi.
Nessun armatore si azzarda a navigare in quell’area e i costi assicurativi sono saliti alle stelle. Tra i cargo bloccati ci sono quelli carichi di fertilizzanti, vitali per l’agricoltura mondiale soprattutto alla vigilia dell’estate. A fine aprile il prezzo dell’urea era aumentato di quasi il 70% per poi flettere ma mantenendosi comunque superiore al 50%. Nei giorni scorsi la Fao ha avvertito che la scarsità di fertilizzanti comporterà rese inferiori e un’ulteriore contrazione delle disponibilità alimentari nella seconda metà del 2026 e nel corso del 2027. Non è azzardato parlare di rischio di una carestia. Lo Stretto è anche il luogo di transito del 62% del calcare ad alta purezza utilizzato per produrre cemento, calcestruzzo e altri materiali edili, dell’alluminio grezzo (18,4%), dell’ammoniaca (17,2%), dei cavi in alluminio (16,1%), come pure dell’oro grezzo o semilavorato (10,4%).
La crisi comincia a farsi sentire anche sui conti pubblici. Giovedì la Commissione europea ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita dell’Unione europea, mentre l’inflazione sale rispetto alle stime dello scorso autunno. E potrebbe essere solo l’inizio. Alcuni analisti stimano che la tempesta vera deve ancora arrivare. Martina Daga, macro economist di Acomea Sgr, ha fatto questo ragionamento all’Ansa: «Le ultime navi cariche partite dal Golfo sono arrivate solo poche settimane fa e, considerando che il transito verso l’Eeuropa richiede circa un mese, questo ci dice che la carenza fisica di beni non si è ancora trasmessa all’economia reale. L’Europa inoltre importava dal Golfo il 60% del jet fuel e si registra un rincaro dei noli marittimi: tutte queste pressioni impiegheranno più tempo a scaricarsi sui prezzi al consumo».
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