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2022-06-03
C’è l’ok alle sanzioni. Ma Orbán piega l’Ue anche sul patriarca
Viktor Orbán (Ansa)
Gli ambasciatori dell’Unione europea a Bruxelles (Coreper) hanno approvato ieri pomeriggio, durante la riunione convocata dalla presidenza francese che si è eccezionalmente svolta a Lussemburgo, il sesto pacchetto di sanzioni nei confronti della Russia. Per evitare nuove tensioni con l’Ungheria di Viktor Orbán, dal pacchetto è stato escluso il patriarca Kirill (Cirillo I), al secolo Vladimir Michajlovic Gundjaev. La decisione di togliere dall’elenco il multimilionario religioso russo è sorprendente, visto che qualche ora prima della riunione, il premier magiaro, attraverso il suo portavoce Zoltan Kovac, aveva fatto sapere che «l’Ungheria si atterrà ovviamente alla decisione congiunta dell’Unione europea per quanto riguarda le sanzioni al patriarca di Mosca Kirill», aggiungendo che la posizione ungherese «era nota da tempo e nessuno al vertice di Bruxelles si era opposto». L’Europa, alla fine, è riuscita ad approvare il documento, ma il leader ungherese è il vero vincitore del braccio di ferro, visto che ha ottenuto tutto quello che voleva.
Infatti, oltre allo stralcio della posizione del patriarca, Orbán porta a casa il sì allo stop agli acquisti del greggio di Mosca ma solo a partire da gennaio 2023 che, dettaglio non secondario, riguarderà solo il prodotto importato via nave, con «esclusione temporanea» dell’oleodotto Druzhba che rifornisce via terra Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, le quali avranno così tutto il tempo di uscire dalla dipendenza dalle forniture russe. L’esenzione, però, non riguarderà il petrolio distribuito attraverso la sezione settentrionale dell’oleodotto Druzhba, che scorre in Germania e Polonia e in una dichiarazione i due Paesi «si impegnano a fermare comunque le forniture del petrolio russo». In ogni caso, alla fine, tutto questo farà molto male ai russi, perché quando si arriverà a pieno regime si fermerà il 90% degli acquisti comunitari.
Nel documento finale si parla anche dell’eventualità che avvengano «interruzioni improvvise delle forniture di petrolio tramite oleodotto». In questo caso potranno essere introdotte delle «misure di emergenza che permettono ai Paesi senza sbocco sul mare di comprare altro petrolio». Non sono chiari i termini dell’esenzione temporanea, che secondo quanto si è appreso al termine della riunione, dovranno essere affinati la settimana prossima. Riassumendo: coloro che sono coperti dall’esonero potranno continuare a comprare il petrolio, gli altri no. Non è chiaro se nel documento finale ci sia il divieto di riesportazione del greggio russo in arrivo tramite oleodotto e quello di rivendita di prodotti raffinati dal greggio russo. Misure che nella bozza finale erano inserite con la dicitura: «Entreranno in vigore dopo otto mesi e per la Repubblica Ceca dopo 18 mesi».
In un discorso alla nazione, il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, aveva dichiarato: «Abbiamo i dettagli sul sesto pacchetto di sanzioni dell’Unione europea contro la Russia per questa guerra. Il pacchetto è stato concordato. La sua approvazione e l’entrata in vigore richiederanno del tempo. Ma gli elementi chiave del pacchetto sono già chiari. I Paesi europei hanno deciso di limitare in modo significativo le importazioni di petrolio dalla Russia. E sono grato a tutti coloro che hanno lavorato per raggiungere questo accordo. Il risultato pratico è meno decine di miliardi di euro, che la Russia non potrà ora utilizzare per finanziare il terrore».
Nel pacchetto adottato dall’Ue non ci sono solo questioni petrolifere, ma anche i media di regime: Rossiya Rtr/Rtr Planeta, Rossiya 24 e Tv Centre international, oligarchi e ufficiali delle forze armate ritenuti responsabili di crimini di guerra a Bucha. A essere colpita dalla scure europea c’è Sberbank, una delle più grandi banche russe, che viene disconnessa dal sistema Swift, un fatto che il board della banca ha così commentato: «La decisione dell’Ue non influirà sulle operazioni interne. Sberbank lavora normalmente. Le principali restrizioni sono già in vigore. La disconnessione da Swift non cambia la situazione attuale nei regolamenti internazionali. Le transazioni nazionali non dipendono da Swift e saranno eseguite dalla banca in modalità standard». Si tratta della decima banca russa colpita dalle misure dell’Ue, mentre resta ancora fuori Gazprombank, la banca controllata del gigante energetico russo Gazprom, che serve all’Ue per continuare a pagare le forniture di gas, nonostante i noti problemi in merito all’apertura di un secondo conto in rubli. Sempre per quanto riguarda il mondo degli affari, nessun consulente, contabile o esperto finanziario dell’Ue potrà assumere mandati da entità finanziarie russe. In serata, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha espresso tutta la sua soddisfazione: «Grazie alla presidenza francese dell’Ue oggi è stato concordato un altro forte pacchetto di sanzioni contro Putin e il Cremlino. Di fatto, entro la fine del 2022 il 90% delle importazioni russe di petrolio verso l’Ue sarà bandito. Ciò ridurrà la capacità della Russia di finanziare la sua guerra». Ma oggi chi festeggia è solo Orbán.
Il Copasir nega indagini su Salvini. Il leghista: «Se serve vedrò Lavrov»
«Le notizie pubblicate oggi su un quotidiano in merito a indagini del Copasir sulla attività dell’onorevole Matteo Salvini sono del tutto prive di fondamento. Il Copasir è organo di controllo parlamentare sull’operato del governo nel campo della sicurezza della Repubblica e quindi convoca e audisce i componenti dell’esecutivo che hanno competenza in materia e, ovviamente, anche i vertici della intelligence per avere informazioni e valutarne l’operato, nello spirito di piena e leale collaborazione tra gli organi dello Stato. Come già ribadito, peraltro, il Comitato non fa mai valutazioni politiche di alcun tipo sull’attività dei parlamentari ed auspica che da tutti venga preservato il suo profilo istituzionale». Chiare e definitive le parole con cui il presidente del Copasir, il senatore Adolfo Urso, di Fdi mette fine alla polemica, financo un po’ farsesca, sul viaggio a Mosca del leader leghista e sui suoi incontri con l’ambasciatore russo a Roma.
Il Copasir, dunque, aveva chiesto una relazione al governo per capire se «informazioni classificate siano finite nelle mani di persone non autorizzate», non certo pensando a Salvini, come sottolineato dallo stesso presidente, ma all’avvocato Antonio Capuano, ex parlamentare di Forza Italia, considerato l’organizzatore del viaggio, essendo il consigliere diplomatico del leader del Carroccio, che ieri, su Repubblica, aveva attaccato il Comitato parlamentare: «È ridicolo e oltraggioso che ci sia chi minaccia e intimidisce. Che il Copasir ritenga di indagare su cosa fa il segretario della Lega e chi incontra peraltro avendolo raccontato in tv e sui giornali sono intimidazioni inaccettabili».
Del resto il segretario leghista, bersaglio di critiche e bocciature, era stato chiaro : «Non chiedo medaglie, ma neanche processi sommari. Io non mi voglio sostituire a nessuno, voglio solo essere utile alla pace». E ieri Salvini ha detto: «Oggi ho sentito i vertici dei servizi di sicurezza e smentiscono qualsiasi approfondimento, indagine, inchiesta. Fortunatamente siamo in un Paese libero e per la pace a testa alta incontro tutti».
E mentre il viaggio in Russia resta congelato, secondo Domani, Palazzo Chigi era al corrente degli incontri tra Salvini e Razov perché «i servizi segreti italiani e quelli americani sapevano da mesi, come, quando e con quale accompagnatori Salvini incontrava diplomatici russi a Roma». Questo, per il quotidiano di Carlo De Benedetti, «non perché spiassero il senatore della Lega ma perché villa Abamelek, sede dell’ambasciata della Federazione guidata dall’ambasciatore Sergey Razov, è monitorata costantemente dall’intelligence Usa e dall’Aisi, la nostra agenzia di controspionaggio interna». Per via informale «anche alcuni importanti esponenti di Palazzo Chigi erano a conoscenza delle date esatte degli incontri Razov-Salvini, mentre esponenti di vertice della Lega erano stati messi in allerta per la presenza nei rendez vous di Capuano». Questo forse spiegherebbe la risposta formale e felpata da Bruxelles del premier Mario Draghi sul caso: «Ho raccomandato anche al Copasir che l’importante è che questi rapporti siano trasparenti». Ma Salvini ha ribadito: «Dialogare con la Russia e chiedere il cessate il fuoco non è un diritto, è un dovere. Io continuo a lavorare in totale trasparenza per la pace e fare quel che è mio dovere fare. Agli italiani conviene la pace, non la guerra. Mi spiace che ci sia gente che parla a vanvera senza muovere un dito». Il leader del Carroccio si è anche detto pronto a incontrare il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov.
La trasparenza del suo operato era stata difesa da via Bellerio: «Draghi sapeva della missione a Mosca». Non solo grazie alle dichiarazioni pubbliche di Salvini, ma perché per due volte lo stesso senatore gli avrebbe parlato delle sue intenzioni, sia nel corso del loro ultimo colloquio in piazza Colonna, sia durante il volo da Milano a Roma del 25 maggio.
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Dopo gli esoneri per gli oleodotti, il magiaro tiene Kirill fuori dalla lista nera. Colpiti Sberbank e i media vicini al Cremlino.Il Copasir nega indagini su Matteo Salvini. Il leghista: «Se serve vedrò Sergej Lavrov». Adolfo Urso smentisce le indiscrezioni: «Il Comitato non può condurre inchieste su onorevoli».Lo speciale comprende due articoli. Gli ambasciatori dell’Unione europea a Bruxelles (Coreper) hanno approvato ieri pomeriggio, durante la riunione convocata dalla presidenza francese che si è eccezionalmente svolta a Lussemburgo, il sesto pacchetto di sanzioni nei confronti della Russia. Per evitare nuove tensioni con l’Ungheria di Viktor Orbán, dal pacchetto è stato escluso il patriarca Kirill (Cirillo I), al secolo Vladimir Michajlovic Gundjaev. La decisione di togliere dall’elenco il multimilionario religioso russo è sorprendente, visto che qualche ora prima della riunione, il premier magiaro, attraverso il suo portavoce Zoltan Kovac, aveva fatto sapere che «l’Ungheria si atterrà ovviamente alla decisione congiunta dell’Unione europea per quanto riguarda le sanzioni al patriarca di Mosca Kirill», aggiungendo che la posizione ungherese «era nota da tempo e nessuno al vertice di Bruxelles si era opposto». L’Europa, alla fine, è riuscita ad approvare il documento, ma il leader ungherese è il vero vincitore del braccio di ferro, visto che ha ottenuto tutto quello che voleva. Infatti, oltre allo stralcio della posizione del patriarca, Orbán porta a casa il sì allo stop agli acquisti del greggio di Mosca ma solo a partire da gennaio 2023 che, dettaglio non secondario, riguarderà solo il prodotto importato via nave, con «esclusione temporanea» dell’oleodotto Druzhba che rifornisce via terra Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, le quali avranno così tutto il tempo di uscire dalla dipendenza dalle forniture russe. L’esenzione, però, non riguarderà il petrolio distribuito attraverso la sezione settentrionale dell’oleodotto Druzhba, che scorre in Germania e Polonia e in una dichiarazione i due Paesi «si impegnano a fermare comunque le forniture del petrolio russo». In ogni caso, alla fine, tutto questo farà molto male ai russi, perché quando si arriverà a pieno regime si fermerà il 90% degli acquisti comunitari. Nel documento finale si parla anche dell’eventualità che avvengano «interruzioni improvvise delle forniture di petrolio tramite oleodotto». In questo caso potranno essere introdotte delle «misure di emergenza che permettono ai Paesi senza sbocco sul mare di comprare altro petrolio». Non sono chiari i termini dell’esenzione temporanea, che secondo quanto si è appreso al termine della riunione, dovranno essere affinati la settimana prossima. Riassumendo: coloro che sono coperti dall’esonero potranno continuare a comprare il petrolio, gli altri no. Non è chiaro se nel documento finale ci sia il divieto di riesportazione del greggio russo in arrivo tramite oleodotto e quello di rivendita di prodotti raffinati dal greggio russo. Misure che nella bozza finale erano inserite con la dicitura: «Entreranno in vigore dopo otto mesi e per la Repubblica Ceca dopo 18 mesi». In un discorso alla nazione, il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, aveva dichiarato: «Abbiamo i dettagli sul sesto pacchetto di sanzioni dell’Unione europea contro la Russia per questa guerra. Il pacchetto è stato concordato. La sua approvazione e l’entrata in vigore richiederanno del tempo. Ma gli elementi chiave del pacchetto sono già chiari. I Paesi europei hanno deciso di limitare in modo significativo le importazioni di petrolio dalla Russia. E sono grato a tutti coloro che hanno lavorato per raggiungere questo accordo. Il risultato pratico è meno decine di miliardi di euro, che la Russia non potrà ora utilizzare per finanziare il terrore». Nel pacchetto adottato dall’Ue non ci sono solo questioni petrolifere, ma anche i media di regime: Rossiya Rtr/Rtr Planeta, Rossiya 24 e Tv Centre international, oligarchi e ufficiali delle forze armate ritenuti responsabili di crimini di guerra a Bucha. A essere colpita dalla scure europea c’è Sberbank, una delle più grandi banche russe, che viene disconnessa dal sistema Swift, un fatto che il board della banca ha così commentato: «La decisione dell’Ue non influirà sulle operazioni interne. Sberbank lavora normalmente. Le principali restrizioni sono già in vigore. La disconnessione da Swift non cambia la situazione attuale nei regolamenti internazionali. Le transazioni nazionali non dipendono da Swift e saranno eseguite dalla banca in modalità standard». Si tratta della decima banca russa colpita dalle misure dell’Ue, mentre resta ancora fuori Gazprombank, la banca controllata del gigante energetico russo Gazprom, che serve all’Ue per continuare a pagare le forniture di gas, nonostante i noti problemi in merito all’apertura di un secondo conto in rubli. Sempre per quanto riguarda il mondo degli affari, nessun consulente, contabile o esperto finanziario dell’Ue potrà assumere mandati da entità finanziarie russe. In serata, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha espresso tutta la sua soddisfazione: «Grazie alla presidenza francese dell’Ue oggi è stato concordato un altro forte pacchetto di sanzioni contro Putin e il Cremlino. Di fatto, entro la fine del 2022 il 90% delle importazioni russe di petrolio verso l’Ue sarà bandito. Ciò ridurrà la capacità della Russia di finanziare la sua guerra». Ma oggi chi festeggia è solo Orbán.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ce-lok-alle-sanzioni-ma-orban-piega-lue-anche-sul-patriarca-2657447164.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-copasir-nega-indagini-su-salvini-il-leghista-se-serve-vedro-lavrov" data-post-id="2657447164" data-published-at="1654201580" data-use-pagination="False"> Il Copasir nega indagini su Salvini. Il leghista: «Se serve vedrò Lavrov» «Le notizie pubblicate oggi su un quotidiano in merito a indagini del Copasir sulla attività dell’onorevole Matteo Salvini sono del tutto prive di fondamento. Il Copasir è organo di controllo parlamentare sull’operato del governo nel campo della sicurezza della Repubblica e quindi convoca e audisce i componenti dell’esecutivo che hanno competenza in materia e, ovviamente, anche i vertici della intelligence per avere informazioni e valutarne l’operato, nello spirito di piena e leale collaborazione tra gli organi dello Stato. Come già ribadito, peraltro, il Comitato non fa mai valutazioni politiche di alcun tipo sull’attività dei parlamentari ed auspica che da tutti venga preservato il suo profilo istituzionale». Chiare e definitive le parole con cui il presidente del Copasir, il senatore Adolfo Urso, di Fdi mette fine alla polemica, financo un po’ farsesca, sul viaggio a Mosca del leader leghista e sui suoi incontri con l’ambasciatore russo a Roma. Il Copasir, dunque, aveva chiesto una relazione al governo per capire se «informazioni classificate siano finite nelle mani di persone non autorizzate», non certo pensando a Salvini, come sottolineato dallo stesso presidente, ma all’avvocato Antonio Capuano, ex parlamentare di Forza Italia, considerato l’organizzatore del viaggio, essendo il consigliere diplomatico del leader del Carroccio, che ieri, su Repubblica, aveva attaccato il Comitato parlamentare: «È ridicolo e oltraggioso che ci sia chi minaccia e intimidisce. Che il Copasir ritenga di indagare su cosa fa il segretario della Lega e chi incontra peraltro avendolo raccontato in tv e sui giornali sono intimidazioni inaccettabili». Del resto il segretario leghista, bersaglio di critiche e bocciature, era stato chiaro : «Non chiedo medaglie, ma neanche processi sommari. Io non mi voglio sostituire a nessuno, voglio solo essere utile alla pace». E ieri Salvini ha detto: «Oggi ho sentito i vertici dei servizi di sicurezza e smentiscono qualsiasi approfondimento, indagine, inchiesta. Fortunatamente siamo in un Paese libero e per la pace a testa alta incontro tutti». E mentre il viaggio in Russia resta congelato, secondo Domani, Palazzo Chigi era al corrente degli incontri tra Salvini e Razov perché «i servizi segreti italiani e quelli americani sapevano da mesi, come, quando e con quale accompagnatori Salvini incontrava diplomatici russi a Roma». Questo, per il quotidiano di Carlo De Benedetti, «non perché spiassero il senatore della Lega ma perché villa Abamelek, sede dell’ambasciata della Federazione guidata dall’ambasciatore Sergey Razov, è monitorata costantemente dall’intelligence Usa e dall’Aisi, la nostra agenzia di controspionaggio interna». Per via informale «anche alcuni importanti esponenti di Palazzo Chigi erano a conoscenza delle date esatte degli incontri Razov-Salvini, mentre esponenti di vertice della Lega erano stati messi in allerta per la presenza nei rendez vous di Capuano». Questo forse spiegherebbe la risposta formale e felpata da Bruxelles del premier Mario Draghi sul caso: «Ho raccomandato anche al Copasir che l’importante è che questi rapporti siano trasparenti». Ma Salvini ha ribadito: «Dialogare con la Russia e chiedere il cessate il fuoco non è un diritto, è un dovere. Io continuo a lavorare in totale trasparenza per la pace e fare quel che è mio dovere fare. Agli italiani conviene la pace, non la guerra. Mi spiace che ci sia gente che parla a vanvera senza muovere un dito». Il leader del Carroccio si è anche detto pronto a incontrare il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov. La trasparenza del suo operato era stata difesa da via Bellerio: «Draghi sapeva della missione a Mosca». Non solo grazie alle dichiarazioni pubbliche di Salvini, ma perché per due volte lo stesso senatore gli avrebbe parlato delle sue intenzioni, sia nel corso del loro ultimo colloquio in piazza Colonna, sia durante il volo da Milano a Roma del 25 maggio.
Nicola Fratoianni (Ansa)
Il Pd però la scelta di campo l’ha fatta, con o senza i 5 stelle, sapendo che ha dalla sua la sponda della Cgil. Domani, a Roma, Schlein e il segretario del sindacato di Corso Italia, Maurizio Landini, presentano il volume L’Italia che non arriva a fine mese dell’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, del già professore di sociologia economica, Mimmo Carrieri e del sindacalista Cgil Agostino Megale che dialogheranno con il segretario Pd e Landini sul problema salariale e sulla ricchezza accumulata nelle mani di pochi e quindi sulla necessità di una redistribuzione equa. I relatori non si limiteranno all’analisi ma forniranno una soluzione per sbloccare l’impasse delle retribuzioni. È probabile che il tema della patrimoniale rispunti ma se così non fosse, le basi ideologiche sono state gettate.
Il giorno dopo, venerdì a Milano, c’è l’appuntamento organizzato dall’European Left Alliance, l’alleanza della sinistra europea, dal titolo «Tax the rich, combattere le disuguaglianze e ridistribuire ricchezza». Tra i partecipanti la deputata di Sinistra italiana nel gruppo Avs, Elisabetta Piccolotti.
Per la Cgil si tratta di andare a ripescare una proposta lanciata a novembre 2025 e rimessa nel cassetto per le reazioni polemiche ma mai definitivamente archiviata. Landini proponeva di applicare un’aliquota dell’1,3% su una platea di contribuenti, circa 500.000, che detiene almeno 2 milioni di euro. Il segretario della Cgil la spiegava come «un contributo di solidarietà da parte dell’1% della popolazione a vantaggio del 99%». Il gettito stimato sarebbe pari a circa 26 miliardi di euro. Risorse che secondo il sindacalista, servirebbero a finanziare sanità, istruzione, non autosufficienza, politiche abitative, sociali e di trasporto pubblico.
Ma poi, ammesso che la sinistra riesca a farla digerire, la patrimoniale funzionerebbe? A questa domanda ha già risposto la Commissione Ue che ha bocciato preventivamente la tesi Schlein. A fine marzo, quindi in anticipo sul lancio del segretario del Pd, la Commissione europea ha pubblicato uno studio, Wealth Taxation, Including Net Wealth, Capital and Exit Taxes, affidato a un consorzio di centri di ricerca. Il lavoro ripescato dal Corriere della Sera, fa una panoramica delle luci e delle (molte) ombre delle imposte patrimoniali negli Stati membri. Negli ultimi trent’anni c’è stata una accelerazione della ricchezza privata nell’Ue che si è però concentrata ai vertici della piramide sociale. Sicché l’1% ha accelerato più rapidamente mentre la classe media è avanzata a ritmo più lento. Una situazione condizionata anche dalla pressione fiscale elevata sul lavoro e dai bisogni di bilancio post crisi. Di qui nasce il dibattito pubblico che reclama equità.
Lo studio a questo punto analizza gli effetti delle varie imposte patrimoniali, da quella netta sul patrimonio, alle plusvalenze maturate o realizzate, alle successioni e donazioni, exit tax. Risultato: nessuna di queste genera in pratica entrate significative nella maggior parte degli Stati membri. Anzi, i gettiti si sono spesso ridotti nonostante il boom dei patrimoni. Il perché è noto: soglie elevate, esenzioni estese, regimi di favore, aliquote in discesa, basi imponibili erose. Lo sbocco è stato diverso per i Paesi che l’hanno adottata. Germania e Svezia l’hanno abolita, Francia ridimensionata, Norvegia e Svizzera la mantengono, Spagna la combina con un’imposta di solidarietà. Il 30 novembre 2025 gli elettori svizzeri hanno respinto con un secco 78,3% la proposta dei Giovani Socialisti di un’imposta federale del 50% su successioni e donazioni sopra i 50 milioni di franchi, seconda bocciatura dopo il no del 2015 (71%), con tutti i 26 cantoni contrari.
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Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha chiesto al capo della Polizia, Vittorio Pisani, di far verificare i motivi del mancato allontanamento dall’Italia in occasione dei precedenti controlli di polizia a cui era stato sottoposto. Infatti, all’uomo, nel maggio 2022 è scaduto il permesso di soggiorno provvisorio che aveva ottenuto mentre era in attesa dell’esito del ricorso contro la mancata concessione della protezione internazionale. Da allora è stato fermato più volte da agenti impegnati nel controllo del territorio e ha subito cinque denunce per spaccio e detenzione di sostanza stupefacente, tentato furto (di un cellulare), rapina, resistenza, violenza, minaccia e oltraggio a pubblico ufficiale, ricettazione (sembra di due tessere sanitarie). Gli ispettori dovranno individuare quali ufficiali di polizia giudiziaria siano intervenuti in questi frangenti e perché, dopo averlo fermato, non lo abbiano spedito in un Centro di permanenza per i rimpatri. L’uomo non sarebbe mai entrato negli uffici della Squadra mobile di Genova, mentre a occuparsi di lui, in passato, sarebbero stati i carabinieri. Ma gli uomini della Benemerita sono anche quelli che sabato, dopo l’omicidio, lo hanno arrestato e condotto all’ospedale San Martino in stato di alterazione.
L’ipotesi del Viminale è che i precedenti dell’uomo, privo di documento valido, fossero più che sufficienti a determinarne l’espulsione. Il suo avvocato, Filippo Guiglia, ieri, via Whatsapp, ha provato a rubarci il mestiere: «Più che preoccuparmi dei permessi di soggiorno, mi domanderei quali politiche si attuano per aiutare chi ha forti disagi». Abbiamo provato a chiedere a quali disagi si riferisse, ma il legale non ha più replicato. Edoardo Rixi, viceministro leghista dei Trasporti, è l’unico ligure della compagine governativa. E commenta con favore l’iniziativa del collega a capo del Viminale: «Il governo, tramite il ministro Piantedosi, ha giustamente aperto un procedimento perché non va lasciato nulla al caso e bisogna garantire le espulsioni».
Rixi ragiona da abitante del capoluogo ligure: «Da troppo tempo Genova registra una presenza crescente di clochard aggressivi, soggetti che si drogano di crack in pieno giorno nel cuore della città e perfino sulle scale della metropolitana, oltre che di baby gang che rendono sempre più difficile vivere serenamente le aree della movida». Una situazione di degrado che tutti possono constatare leggendo le cronache cittadine dove quasi ogni giorno si registra un’aggressione a cittadini e turisti. Nelle scorse ore, per esempio, in via del Campo, la strada della città vecchia cantata da Fabrizio De André, due rapinatori sono entrati a forza dentro un appartamento armati di coltello e hanno derubato il muratore che lavorava all’interno. L’uomo non ha reagito e, per questo, non ha subito danni peggiori, ma in molti altri casi le vittime vengono ricoverate anche con prognosi serie. In città è diventato difficile girare senza correre rischi nella centralissima piazza Caricamento (utilizzata recentemente come una moschea a cielo aperto), a pochi metri dall’Acquario, ma anche in via San Lorenzo, la strada che conduce all’omonima cattedrale e a Palazzo Ducale.
In certe sere quelle aree sono invase da gruppi di maranza che con atteggiamenti aggressivi e musica ad altissimo volume scoraggiano le passeggiate delle famiglie, costrette a rimanere a casa o a scegliere zone meno pericolose. «È una situazione che richiede una risposta forte dello Stato, anche valutando un maggiore impiego dell’Esercito a supporto delle forze dell’ordine nei punti più sensibili. Ma serve anche un cambio di atteggiamento da parte dell’amministrazione comunale, che troppo spesso ha adottato toni e linguaggi indulgenti verso fenomeni di degrado e illegalità» continua Rixi. «La sicurezza non è né di destra, né di sinistra: è un diritto dei cittadini. Per questo condivido e rilancio l’allarme che i consiglieri comunali della Lega Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua portano avanti da tempo in Consiglio comunale, denunciando con costanza situazioni che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Ignorare il problema non lo risolve. Servono regole, controlli e tolleranza zero verso chi trasforma interi quartieri in zone franche». Una deriva che hanno difficoltà a negare anche i più convinti sostenitori delle società aperte.
Rixi è da sempre impegnato ad attirare fondi per finanziare infrastrutture e nuove attività nella Superba, ma l’attuale situazione rischia di scoraggiare chi voglia scommettere sul futuro del capoluogo ligure: «Genova merita più sicurezza, più decoro e più rispetto per chi vive, lavora e investe nella nostra città». Il viceministro cita la teoria della finestra rotta (o dei vetri rotti), un noto principio sociologico e criminologico secondo cui lasciare un piccolo segno di degrado (come una finestra non riparata) trasmette un senso di incuria e abbandono che incoraggiano ulteriori atti vandalici o comportamenti antisociali, innescando un effetto a catena di progressivo degrado urbano. «Dove governa la sinistra», conclude Rixi, «i balordi prendono coraggio: in questo momento va rilanciata la tolleranza zero». Un tema su cui la Lega non vuole farsi superare da Futuro nazionale.
Il sindaco di Genova, Silvia Salis, sull’argomento, ha scelto di lanciare la palla in tribuna incolpando il governo dell’attuale situazione di emergenza, dimenticando di avere il controllo diretto della polizia municipale. Da tempo sostiene la necessità di un grande patto nazionale sulla sicurezza tra governo e città, uno di quei tavoli dove, solitamente, si discetta dei massimi sistemi, ma si conclude poco. Per esempio, digitando su Internet, si scopre che quasi tutte le città che hanno siglato «patti sulla sicurezza» con il governo centrale sono per lo più Comuni a guida progressista, con i più alti indici di criminalità sul territorio nazionale, da Milano a Roma, da Torino a Napoli a Firenze. Chi vive nella Superba non ha bisogno di chiacchiere, ma di poter girare per la città senza avere paura di essere rapinato o picchiato. O, magari, come è accaduto al povero Pietro Signor, ucciso a colpi di bottiglia in un parco a pochi passi da via Roma e via XXV Aprile, il «salotto buono» dei genovesi.
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Maurizio Landini ed Elly Schlein (Ansa)
Il governo di centrodestra, e anche i toni accesi che anticipano ogni campagna elettorale, ovviamente aiutano e infatti Landini ha deciso di scendere in campo con una serie di proposte economiche. L’occasione sarà la presentazione di un libro dal titolo L’Italia che non arriva a fine mese, in compagnia di Elly Schlein. Edito dalla Fondazione Feltrinelli, il volume rappresenta la più clamorosa smentita alle tesi care al principale alleato del Pd, che in una precedente legislatura, dopo l’introduzione del reddito di cittadinanza, annunciò per bocca dell’allora suo leader Luigi Di Maio l’abolizione della povertà. Rottamato da Giorgia Meloni, il sussidio non fa al momento parte del programma di Landini, il quale invece è più propenso a rispolverare un vecchio cavallo di battaglia della sinistra, ovvero la patrimoniale, trovando nella segretaria del Pd, che non vuole certo farsi scavalcare a sinistra, un’alleata.
Al segretario della Cgil poco importa che l’idea di una tassa dell’1,3% su patrimoni da due milioni di euro spacchi il campo largo, con Matteo Renzi decisamente contrario (dopo aver lasciato Palazzo Chigi è diventato milionario, e perciò sarebbe tra le vittime dalla stangata) e Giuseppe Conte assai tiepido. Anche l’ala riformista del Partito democratico non vede di buon occhio un prelievo su case, conti correnti e investimenti, criticando la tempistica dell’uscita, che prima del voto rischierebbe di spaventare molti elettori.
Nessuno, né Landini che la propone né quanti prendono le distanze per opportunità o per calcolo, sembra però rendersi conto che la patrimoniale in Italia esiste già e genera ogni anno una raccolta per il fisco pari a una cinquantina di miliardi. A introdurla ci pensò Mario Monti nel 2011, con la famosa manovra che tramortì per un paio d’anni l’economia italiana. L’ex rettore della Bocconi introdusse l’Imu sulla seconda e anche sulla prima casa e non contento inventò l’Ivie, l’imposta sui valori immobiliari all’estero. Il governo Berlusconi poi tolse la tassa sulla residenza principale, ma il resto rimase. Unito peraltro alle imposte di bollo, di registro, catastali, ipotecarie e di successione. In totale, nel 2020 facevano più di 40 miliardi, cifra che ci collocava al di sopra della media Ue sia per gettito erariale che in rapporto al Pil. Tanto per essere chiari, solo cinque Paesi su 27 avevano un prelievo percentualmente più pesante del nostro.
Ho citato i dati del 2020, anno in cui a causa del Covid l’incidenza fu inferiore, perché la patrimoniale all’epoca fu oggetto di uno studio dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica diretto da Carlo Cottarelli, uno che non è certo sospettabile di antipatia verso Schlein e compagni, essendo stato senatore del Pd. Oggi in Italia la patrimoniale genera un gettito addirittura maggiore, sopra i 50 miliardi, quasi il doppio dunque di quei 26 che Landini immagina di rastrellare con la sua super imposta. Ma il leader sindacale evidentemente non lo sa. Tutto ciò dimostra che non soltanto l’idea del segretario della Cgil è propaganda, ma che è anche aria fritta.
Del resto, che la tassa sui patrimoni non funzioni lo provano i risultati ottenuti da chi ha perseguito quella strada. In Francia, quando ci provò François Hollande, i grandi capitali fuggirono e in Gran Bretagna, con l’arrivo di Keir Starmer, molti ricconi hanno fatto le valigie. Per non dire della Svezia, che dopo aver sperimentato uno Stato sociale sostenuto da alte tasse ha fatto marcia indietro. Perché chi ha soldi e consulenti non sta certo ad aspettare Landini: alla prima avvisaglia se ne va. Nella rete del fisco così finisce chi ricco non è, ma avendo ereditato una casa in città come Milano rischia di sembrarlo e di pagare grazie a Landini decine di migliaia di euro ogni anno. Una stangata capace di uccidere un’intera fascia di reddito e insieme di far scappare i grandi capitali.
Non resta che sperare che da tipi come il segretario della Cgil gli italiani si tengano alla larga. Qui non si rischia di bloccare il Paese con gli scioperi, ma di ammazzarlo.
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