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2022-06-03
C’è l’ok alle sanzioni. Ma Orbán piega l’Ue anche sul patriarca
Viktor Orbán (Ansa)
Gli ambasciatori dell’Unione europea a Bruxelles (Coreper) hanno approvato ieri pomeriggio, durante la riunione convocata dalla presidenza francese che si è eccezionalmente svolta a Lussemburgo, il sesto pacchetto di sanzioni nei confronti della Russia. Per evitare nuove tensioni con l’Ungheria di Viktor Orbán, dal pacchetto è stato escluso il patriarca Kirill (Cirillo I), al secolo Vladimir Michajlovic Gundjaev. La decisione di togliere dall’elenco il multimilionario religioso russo è sorprendente, visto che qualche ora prima della riunione, il premier magiaro, attraverso il suo portavoce Zoltan Kovac, aveva fatto sapere che «l’Ungheria si atterrà ovviamente alla decisione congiunta dell’Unione europea per quanto riguarda le sanzioni al patriarca di Mosca Kirill», aggiungendo che la posizione ungherese «era nota da tempo e nessuno al vertice di Bruxelles si era opposto». L’Europa, alla fine, è riuscita ad approvare il documento, ma il leader ungherese è il vero vincitore del braccio di ferro, visto che ha ottenuto tutto quello che voleva.
Infatti, oltre allo stralcio della posizione del patriarca, Orbán porta a casa il sì allo stop agli acquisti del greggio di Mosca ma solo a partire da gennaio 2023 che, dettaglio non secondario, riguarderà solo il prodotto importato via nave, con «esclusione temporanea» dell’oleodotto Druzhba che rifornisce via terra Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, le quali avranno così tutto il tempo di uscire dalla dipendenza dalle forniture russe. L’esenzione, però, non riguarderà il petrolio distribuito attraverso la sezione settentrionale dell’oleodotto Druzhba, che scorre in Germania e Polonia e in una dichiarazione i due Paesi «si impegnano a fermare comunque le forniture del petrolio russo». In ogni caso, alla fine, tutto questo farà molto male ai russi, perché quando si arriverà a pieno regime si fermerà il 90% degli acquisti comunitari.
Nel documento finale si parla anche dell’eventualità che avvengano «interruzioni improvvise delle forniture di petrolio tramite oleodotto». In questo caso potranno essere introdotte delle «misure di emergenza che permettono ai Paesi senza sbocco sul mare di comprare altro petrolio». Non sono chiari i termini dell’esenzione temporanea, che secondo quanto si è appreso al termine della riunione, dovranno essere affinati la settimana prossima. Riassumendo: coloro che sono coperti dall’esonero potranno continuare a comprare il petrolio, gli altri no. Non è chiaro se nel documento finale ci sia il divieto di riesportazione del greggio russo in arrivo tramite oleodotto e quello di rivendita di prodotti raffinati dal greggio russo. Misure che nella bozza finale erano inserite con la dicitura: «Entreranno in vigore dopo otto mesi e per la Repubblica Ceca dopo 18 mesi».
In un discorso alla nazione, il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, aveva dichiarato: «Abbiamo i dettagli sul sesto pacchetto di sanzioni dell’Unione europea contro la Russia per questa guerra. Il pacchetto è stato concordato. La sua approvazione e l’entrata in vigore richiederanno del tempo. Ma gli elementi chiave del pacchetto sono già chiari. I Paesi europei hanno deciso di limitare in modo significativo le importazioni di petrolio dalla Russia. E sono grato a tutti coloro che hanno lavorato per raggiungere questo accordo. Il risultato pratico è meno decine di miliardi di euro, che la Russia non potrà ora utilizzare per finanziare il terrore».
Nel pacchetto adottato dall’Ue non ci sono solo questioni petrolifere, ma anche i media di regime: Rossiya Rtr/Rtr Planeta, Rossiya 24 e Tv Centre international, oligarchi e ufficiali delle forze armate ritenuti responsabili di crimini di guerra a Bucha. A essere colpita dalla scure europea c’è Sberbank, una delle più grandi banche russe, che viene disconnessa dal sistema Swift, un fatto che il board della banca ha così commentato: «La decisione dell’Ue non influirà sulle operazioni interne. Sberbank lavora normalmente. Le principali restrizioni sono già in vigore. La disconnessione da Swift non cambia la situazione attuale nei regolamenti internazionali. Le transazioni nazionali non dipendono da Swift e saranno eseguite dalla banca in modalità standard». Si tratta della decima banca russa colpita dalle misure dell’Ue, mentre resta ancora fuori Gazprombank, la banca controllata del gigante energetico russo Gazprom, che serve all’Ue per continuare a pagare le forniture di gas, nonostante i noti problemi in merito all’apertura di un secondo conto in rubli. Sempre per quanto riguarda il mondo degli affari, nessun consulente, contabile o esperto finanziario dell’Ue potrà assumere mandati da entità finanziarie russe. In serata, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha espresso tutta la sua soddisfazione: «Grazie alla presidenza francese dell’Ue oggi è stato concordato un altro forte pacchetto di sanzioni contro Putin e il Cremlino. Di fatto, entro la fine del 2022 il 90% delle importazioni russe di petrolio verso l’Ue sarà bandito. Ciò ridurrà la capacità della Russia di finanziare la sua guerra». Ma oggi chi festeggia è solo Orbán.
Il Copasir nega indagini su Salvini. Il leghista: «Se serve vedrò Lavrov»
«Le notizie pubblicate oggi su un quotidiano in merito a indagini del Copasir sulla attività dell’onorevole Matteo Salvini sono del tutto prive di fondamento. Il Copasir è organo di controllo parlamentare sull’operato del governo nel campo della sicurezza della Repubblica e quindi convoca e audisce i componenti dell’esecutivo che hanno competenza in materia e, ovviamente, anche i vertici della intelligence per avere informazioni e valutarne l’operato, nello spirito di piena e leale collaborazione tra gli organi dello Stato. Come già ribadito, peraltro, il Comitato non fa mai valutazioni politiche di alcun tipo sull’attività dei parlamentari ed auspica che da tutti venga preservato il suo profilo istituzionale». Chiare e definitive le parole con cui il presidente del Copasir, il senatore Adolfo Urso, di Fdi mette fine alla polemica, financo un po’ farsesca, sul viaggio a Mosca del leader leghista e sui suoi incontri con l’ambasciatore russo a Roma.
Il Copasir, dunque, aveva chiesto una relazione al governo per capire se «informazioni classificate siano finite nelle mani di persone non autorizzate», non certo pensando a Salvini, come sottolineato dallo stesso presidente, ma all’avvocato Antonio Capuano, ex parlamentare di Forza Italia, considerato l’organizzatore del viaggio, essendo il consigliere diplomatico del leader del Carroccio, che ieri, su Repubblica, aveva attaccato il Comitato parlamentare: «È ridicolo e oltraggioso che ci sia chi minaccia e intimidisce. Che il Copasir ritenga di indagare su cosa fa il segretario della Lega e chi incontra peraltro avendolo raccontato in tv e sui giornali sono intimidazioni inaccettabili».
Del resto il segretario leghista, bersaglio di critiche e bocciature, era stato chiaro : «Non chiedo medaglie, ma neanche processi sommari. Io non mi voglio sostituire a nessuno, voglio solo essere utile alla pace». E ieri Salvini ha detto: «Oggi ho sentito i vertici dei servizi di sicurezza e smentiscono qualsiasi approfondimento, indagine, inchiesta. Fortunatamente siamo in un Paese libero e per la pace a testa alta incontro tutti».
E mentre il viaggio in Russia resta congelato, secondo Domani, Palazzo Chigi era al corrente degli incontri tra Salvini e Razov perché «i servizi segreti italiani e quelli americani sapevano da mesi, come, quando e con quale accompagnatori Salvini incontrava diplomatici russi a Roma». Questo, per il quotidiano di Carlo De Benedetti, «non perché spiassero il senatore della Lega ma perché villa Abamelek, sede dell’ambasciata della Federazione guidata dall’ambasciatore Sergey Razov, è monitorata costantemente dall’intelligence Usa e dall’Aisi, la nostra agenzia di controspionaggio interna». Per via informale «anche alcuni importanti esponenti di Palazzo Chigi erano a conoscenza delle date esatte degli incontri Razov-Salvini, mentre esponenti di vertice della Lega erano stati messi in allerta per la presenza nei rendez vous di Capuano». Questo forse spiegherebbe la risposta formale e felpata da Bruxelles del premier Mario Draghi sul caso: «Ho raccomandato anche al Copasir che l’importante è che questi rapporti siano trasparenti». Ma Salvini ha ribadito: «Dialogare con la Russia e chiedere il cessate il fuoco non è un diritto, è un dovere. Io continuo a lavorare in totale trasparenza per la pace e fare quel che è mio dovere fare. Agli italiani conviene la pace, non la guerra. Mi spiace che ci sia gente che parla a vanvera senza muovere un dito». Il leader del Carroccio si è anche detto pronto a incontrare il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov.
La trasparenza del suo operato era stata difesa da via Bellerio: «Draghi sapeva della missione a Mosca». Non solo grazie alle dichiarazioni pubbliche di Salvini, ma perché per due volte lo stesso senatore gli avrebbe parlato delle sue intenzioni, sia nel corso del loro ultimo colloquio in piazza Colonna, sia durante il volo da Milano a Roma del 25 maggio.
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Dopo gli esoneri per gli oleodotti, il magiaro tiene Kirill fuori dalla lista nera. Colpiti Sberbank e i media vicini al Cremlino.Il Copasir nega indagini su Matteo Salvini. Il leghista: «Se serve vedrò Sergej Lavrov». Adolfo Urso smentisce le indiscrezioni: «Il Comitato non può condurre inchieste su onorevoli».Lo speciale comprende due articoli. Gli ambasciatori dell’Unione europea a Bruxelles (Coreper) hanno approvato ieri pomeriggio, durante la riunione convocata dalla presidenza francese che si è eccezionalmente svolta a Lussemburgo, il sesto pacchetto di sanzioni nei confronti della Russia. Per evitare nuove tensioni con l’Ungheria di Viktor Orbán, dal pacchetto è stato escluso il patriarca Kirill (Cirillo I), al secolo Vladimir Michajlovic Gundjaev. La decisione di togliere dall’elenco il multimilionario religioso russo è sorprendente, visto che qualche ora prima della riunione, il premier magiaro, attraverso il suo portavoce Zoltan Kovac, aveva fatto sapere che «l’Ungheria si atterrà ovviamente alla decisione congiunta dell’Unione europea per quanto riguarda le sanzioni al patriarca di Mosca Kirill», aggiungendo che la posizione ungherese «era nota da tempo e nessuno al vertice di Bruxelles si era opposto». L’Europa, alla fine, è riuscita ad approvare il documento, ma il leader ungherese è il vero vincitore del braccio di ferro, visto che ha ottenuto tutto quello che voleva. Infatti, oltre allo stralcio della posizione del patriarca, Orbán porta a casa il sì allo stop agli acquisti del greggio di Mosca ma solo a partire da gennaio 2023 che, dettaglio non secondario, riguarderà solo il prodotto importato via nave, con «esclusione temporanea» dell’oleodotto Druzhba che rifornisce via terra Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, le quali avranno così tutto il tempo di uscire dalla dipendenza dalle forniture russe. L’esenzione, però, non riguarderà il petrolio distribuito attraverso la sezione settentrionale dell’oleodotto Druzhba, che scorre in Germania e Polonia e in una dichiarazione i due Paesi «si impegnano a fermare comunque le forniture del petrolio russo». In ogni caso, alla fine, tutto questo farà molto male ai russi, perché quando si arriverà a pieno regime si fermerà il 90% degli acquisti comunitari. Nel documento finale si parla anche dell’eventualità che avvengano «interruzioni improvvise delle forniture di petrolio tramite oleodotto». In questo caso potranno essere introdotte delle «misure di emergenza che permettono ai Paesi senza sbocco sul mare di comprare altro petrolio». Non sono chiari i termini dell’esenzione temporanea, che secondo quanto si è appreso al termine della riunione, dovranno essere affinati la settimana prossima. Riassumendo: coloro che sono coperti dall’esonero potranno continuare a comprare il petrolio, gli altri no. Non è chiaro se nel documento finale ci sia il divieto di riesportazione del greggio russo in arrivo tramite oleodotto e quello di rivendita di prodotti raffinati dal greggio russo. Misure che nella bozza finale erano inserite con la dicitura: «Entreranno in vigore dopo otto mesi e per la Repubblica Ceca dopo 18 mesi». In un discorso alla nazione, il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, aveva dichiarato: «Abbiamo i dettagli sul sesto pacchetto di sanzioni dell’Unione europea contro la Russia per questa guerra. Il pacchetto è stato concordato. La sua approvazione e l’entrata in vigore richiederanno del tempo. Ma gli elementi chiave del pacchetto sono già chiari. I Paesi europei hanno deciso di limitare in modo significativo le importazioni di petrolio dalla Russia. E sono grato a tutti coloro che hanno lavorato per raggiungere questo accordo. Il risultato pratico è meno decine di miliardi di euro, che la Russia non potrà ora utilizzare per finanziare il terrore». Nel pacchetto adottato dall’Ue non ci sono solo questioni petrolifere, ma anche i media di regime: Rossiya Rtr/Rtr Planeta, Rossiya 24 e Tv Centre international, oligarchi e ufficiali delle forze armate ritenuti responsabili di crimini di guerra a Bucha. A essere colpita dalla scure europea c’è Sberbank, una delle più grandi banche russe, che viene disconnessa dal sistema Swift, un fatto che il board della banca ha così commentato: «La decisione dell’Ue non influirà sulle operazioni interne. Sberbank lavora normalmente. Le principali restrizioni sono già in vigore. La disconnessione da Swift non cambia la situazione attuale nei regolamenti internazionali. Le transazioni nazionali non dipendono da Swift e saranno eseguite dalla banca in modalità standard». Si tratta della decima banca russa colpita dalle misure dell’Ue, mentre resta ancora fuori Gazprombank, la banca controllata del gigante energetico russo Gazprom, che serve all’Ue per continuare a pagare le forniture di gas, nonostante i noti problemi in merito all’apertura di un secondo conto in rubli. Sempre per quanto riguarda il mondo degli affari, nessun consulente, contabile o esperto finanziario dell’Ue potrà assumere mandati da entità finanziarie russe. In serata, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha espresso tutta la sua soddisfazione: «Grazie alla presidenza francese dell’Ue oggi è stato concordato un altro forte pacchetto di sanzioni contro Putin e il Cremlino. Di fatto, entro la fine del 2022 il 90% delle importazioni russe di petrolio verso l’Ue sarà bandito. Ciò ridurrà la capacità della Russia di finanziare la sua guerra». Ma oggi chi festeggia è solo Orbán.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ce-lok-alle-sanzioni-ma-orban-piega-lue-anche-sul-patriarca-2657447164.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-copasir-nega-indagini-su-salvini-il-leghista-se-serve-vedro-lavrov" data-post-id="2657447164" data-published-at="1654201580" data-use-pagination="False"> Il Copasir nega indagini su Salvini. Il leghista: «Se serve vedrò Lavrov» «Le notizie pubblicate oggi su un quotidiano in merito a indagini del Copasir sulla attività dell’onorevole Matteo Salvini sono del tutto prive di fondamento. Il Copasir è organo di controllo parlamentare sull’operato del governo nel campo della sicurezza della Repubblica e quindi convoca e audisce i componenti dell’esecutivo che hanno competenza in materia e, ovviamente, anche i vertici della intelligence per avere informazioni e valutarne l’operato, nello spirito di piena e leale collaborazione tra gli organi dello Stato. Come già ribadito, peraltro, il Comitato non fa mai valutazioni politiche di alcun tipo sull’attività dei parlamentari ed auspica che da tutti venga preservato il suo profilo istituzionale». Chiare e definitive le parole con cui il presidente del Copasir, il senatore Adolfo Urso, di Fdi mette fine alla polemica, financo un po’ farsesca, sul viaggio a Mosca del leader leghista e sui suoi incontri con l’ambasciatore russo a Roma. Il Copasir, dunque, aveva chiesto una relazione al governo per capire se «informazioni classificate siano finite nelle mani di persone non autorizzate», non certo pensando a Salvini, come sottolineato dallo stesso presidente, ma all’avvocato Antonio Capuano, ex parlamentare di Forza Italia, considerato l’organizzatore del viaggio, essendo il consigliere diplomatico del leader del Carroccio, che ieri, su Repubblica, aveva attaccato il Comitato parlamentare: «È ridicolo e oltraggioso che ci sia chi minaccia e intimidisce. Che il Copasir ritenga di indagare su cosa fa il segretario della Lega e chi incontra peraltro avendolo raccontato in tv e sui giornali sono intimidazioni inaccettabili». Del resto il segretario leghista, bersaglio di critiche e bocciature, era stato chiaro : «Non chiedo medaglie, ma neanche processi sommari. Io non mi voglio sostituire a nessuno, voglio solo essere utile alla pace». E ieri Salvini ha detto: «Oggi ho sentito i vertici dei servizi di sicurezza e smentiscono qualsiasi approfondimento, indagine, inchiesta. Fortunatamente siamo in un Paese libero e per la pace a testa alta incontro tutti». E mentre il viaggio in Russia resta congelato, secondo Domani, Palazzo Chigi era al corrente degli incontri tra Salvini e Razov perché «i servizi segreti italiani e quelli americani sapevano da mesi, come, quando e con quale accompagnatori Salvini incontrava diplomatici russi a Roma». Questo, per il quotidiano di Carlo De Benedetti, «non perché spiassero il senatore della Lega ma perché villa Abamelek, sede dell’ambasciata della Federazione guidata dall’ambasciatore Sergey Razov, è monitorata costantemente dall’intelligence Usa e dall’Aisi, la nostra agenzia di controspionaggio interna». Per via informale «anche alcuni importanti esponenti di Palazzo Chigi erano a conoscenza delle date esatte degli incontri Razov-Salvini, mentre esponenti di vertice della Lega erano stati messi in allerta per la presenza nei rendez vous di Capuano». Questo forse spiegherebbe la risposta formale e felpata da Bruxelles del premier Mario Draghi sul caso: «Ho raccomandato anche al Copasir che l’importante è che questi rapporti siano trasparenti». Ma Salvini ha ribadito: «Dialogare con la Russia e chiedere il cessate il fuoco non è un diritto, è un dovere. Io continuo a lavorare in totale trasparenza per la pace e fare quel che è mio dovere fare. Agli italiani conviene la pace, non la guerra. Mi spiace che ci sia gente che parla a vanvera senza muovere un dito». Il leader del Carroccio si è anche detto pronto a incontrare il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov. La trasparenza del suo operato era stata difesa da via Bellerio: «Draghi sapeva della missione a Mosca». Non solo grazie alle dichiarazioni pubbliche di Salvini, ma perché per due volte lo stesso senatore gli avrebbe parlato delle sue intenzioni, sia nel corso del loro ultimo colloquio in piazza Colonna, sia durante il volo da Milano a Roma del 25 maggio.
Negli ultimi tre anni, l’indice delle banche italiane ha messo a segno un clamoroso +274,85%, staccando nettamente l’indice settoriale europeo e surclassando colossi come JPMorgan e Bank of America.
Nel primo trimestre 2026 gli utili aggregati dei sei principali gruppi commerciali italiani - Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Bpm, Bper e Credem - sono saliti del 4% su base annua, toccando 7,8 miliardi di euro in tre mesi, con un Roe di sistema stabilmente sopra il 15%. Il tutto mentre la discesa dei tassi Bce ha iniziato a limare il margine di interesse. La compensazione è arrivata dalle commissioni: +2,7% complessivo. Unicredit ha archiviato il miglior trimestre di sempre con 3,22 miliardi di utili, mentre Intesa Sanpaolo è salita a 2,76 miliardi. Commissioni sul risparmio gestito, fondi, certificati, polizze, credito al consumo e prestiti «garantiti»: è qui che si concentra il vero business.
«C’è una celebre massima finanziaria che dice “L’arte degli affari consiste nel fare affari con i soldi degli altri”, e le banche italiane la stanno applicando con rigore scientifico», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Se l’America ha la tecnologia della Silicon Valley e il Medio Oriente ha i giacimenti di petrolio, l’Italia ha una ricchezza altrettanto preziosa, strategica e contesa: i risparmi dei cittadini». Secondo Gaziano, quando i tassi scendono, le banche italiane non puntano tanto sulla crescita organica all’estero o sull’efficienza tecnologica per ridurre i costi ai clienti. «Cercano di allargare il proprio territorio per “catturare” più conti correnti e patrimoni possibili attraverso le fusioni, espandendo il perimetro su cui applicare le commissioni di gestione e vendere i propri prodotti assicurativi e finanziari». La dimostrazione plastica arriva dal nuovo risiko bancario esploso con l’Opas da 30,6 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps. Se l’operazione andrà in porto, sommando Intesa, Mps, Mediobanca e la galassia Generali, nascerà un super-polo capace di controllare circa 2.000 miliardi di euro di ricchezza finanziaria complessiva dei clienti: conti correnti, fondi, certificati e polizze. «Ma c’è una differenza geopolitica profonda che i risparmiatori devono comprendere», osserva ancora l’esperto. «Mentre Ubs gestisce capitali sparsi in tutto il pianeta, il nuovo colosso di Carlo Messina, se realizzato, controllerebbe una montagna di denaro concentrata quasi interamente in Italia. È il trionfo della “fortezza Italia”: si diventa leader europei giocando al sicuro in casa».
Nel risiko bancario italiano, fino alle assemblee, tutto può ancora succedere.
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La tangenziale di Napoli, costruita negli anni Settanta con i suoi circa 21 chilometri di tracciato e 22 di svincoli, entra così nella storia della mobilità del nostro Paese, avendo come obiettivo primario la sicurezza e l’efficienza della mobilità attraverso un ecosistema integrato e connesso.
Tre le grandi novità che hanno permesso la certificazione ufficiale del Mit in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018, figurano il monitoraggio intelligente della viabilità, il controllo costante del rischio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, e soprattutto il dialogo diretto tra strada e veicoli connessi. Le auto possono ricevere sul display informazioni su incidenti, cantieri, ostacoli e velocità consigliata per evitare le code, ma anche inviare a loro volta dati all’infrastruttura, rendendo la gestione del traffico più rapida e precisa. Non è quindi solo l’infrastruttura a fornire informazioni al mezzo, avviene anche il contrario: per questo la comunicazione V2i aggiorna anche il gestore autostradale sulle condizioni del traffico in modo molto più preciso e tempestivo. L’operatore diventa così orchestratore della mobilità: potrà cioè gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo.
Una Smart Road che «parla» con le auto grazie a un progetto ambizioso che ha coinvolto Tangenziale di Napoli, società del gruppo Autostrade per l’Italia, insieme al Mit e al Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione di Aspi. Un primato costruito con tecnologie all’avanguardia: lungo i 22 chilometri del tracciato sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, otto centraline meteo e 40 antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su traffico, condizioni della strada e possibili criticità. Sono già 30 i mezzi connessi che comunicano con la tangenziale e, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta, è stato testato con successo per la prima volta in Italia un veicolo a guida autonoma capace di adattare la propria velocità seguendo le indicazioni ricevute dalla strada stessa. Un test che prefigura uno scenario in cui infrastruttura e veicoli non sono entità separate, ma un sistema integrato e cooperativo.
La Smart Road è un traguardo che fa di Napoli il laboratorio italiano della mobilità del futuro e apre la strada alla diffusione di queste tecnologie su scala nazionale considerato che la tangenziale, principale asse a pagamento di attraversamento urbano del capoluogo campano, è tra le tratte più trafficate d’Italia con flussi medi giornalieri di circa 230.000 veicoli, più del doppio dei volumi medi della rete gestita da Autostrade.
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