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2022-06-03
C’è l’ok alle sanzioni. Ma Orbán piega l’Ue anche sul patriarca
Viktor Orbán (Ansa)
Gli ambasciatori dell’Unione europea a Bruxelles (Coreper) hanno approvato ieri pomeriggio, durante la riunione convocata dalla presidenza francese che si è eccezionalmente svolta a Lussemburgo, il sesto pacchetto di sanzioni nei confronti della Russia. Per evitare nuove tensioni con l’Ungheria di Viktor Orbán, dal pacchetto è stato escluso il patriarca Kirill (Cirillo I), al secolo Vladimir Michajlovic Gundjaev. La decisione di togliere dall’elenco il multimilionario religioso russo è sorprendente, visto che qualche ora prima della riunione, il premier magiaro, attraverso il suo portavoce Zoltan Kovac, aveva fatto sapere che «l’Ungheria si atterrà ovviamente alla decisione congiunta dell’Unione europea per quanto riguarda le sanzioni al patriarca di Mosca Kirill», aggiungendo che la posizione ungherese «era nota da tempo e nessuno al vertice di Bruxelles si era opposto». L’Europa, alla fine, è riuscita ad approvare il documento, ma il leader ungherese è il vero vincitore del braccio di ferro, visto che ha ottenuto tutto quello che voleva.
Infatti, oltre allo stralcio della posizione del patriarca, Orbán porta a casa il sì allo stop agli acquisti del greggio di Mosca ma solo a partire da gennaio 2023 che, dettaglio non secondario, riguarderà solo il prodotto importato via nave, con «esclusione temporanea» dell’oleodotto Druzhba che rifornisce via terra Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, le quali avranno così tutto il tempo di uscire dalla dipendenza dalle forniture russe. L’esenzione, però, non riguarderà il petrolio distribuito attraverso la sezione settentrionale dell’oleodotto Druzhba, che scorre in Germania e Polonia e in una dichiarazione i due Paesi «si impegnano a fermare comunque le forniture del petrolio russo». In ogni caso, alla fine, tutto questo farà molto male ai russi, perché quando si arriverà a pieno regime si fermerà il 90% degli acquisti comunitari.
Nel documento finale si parla anche dell’eventualità che avvengano «interruzioni improvvise delle forniture di petrolio tramite oleodotto». In questo caso potranno essere introdotte delle «misure di emergenza che permettono ai Paesi senza sbocco sul mare di comprare altro petrolio». Non sono chiari i termini dell’esenzione temporanea, che secondo quanto si è appreso al termine della riunione, dovranno essere affinati la settimana prossima. Riassumendo: coloro che sono coperti dall’esonero potranno continuare a comprare il petrolio, gli altri no. Non è chiaro se nel documento finale ci sia il divieto di riesportazione del greggio russo in arrivo tramite oleodotto e quello di rivendita di prodotti raffinati dal greggio russo. Misure che nella bozza finale erano inserite con la dicitura: «Entreranno in vigore dopo otto mesi e per la Repubblica Ceca dopo 18 mesi».
In un discorso alla nazione, il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, aveva dichiarato: «Abbiamo i dettagli sul sesto pacchetto di sanzioni dell’Unione europea contro la Russia per questa guerra. Il pacchetto è stato concordato. La sua approvazione e l’entrata in vigore richiederanno del tempo. Ma gli elementi chiave del pacchetto sono già chiari. I Paesi europei hanno deciso di limitare in modo significativo le importazioni di petrolio dalla Russia. E sono grato a tutti coloro che hanno lavorato per raggiungere questo accordo. Il risultato pratico è meno decine di miliardi di euro, che la Russia non potrà ora utilizzare per finanziare il terrore».
Nel pacchetto adottato dall’Ue non ci sono solo questioni petrolifere, ma anche i media di regime: Rossiya Rtr/Rtr Planeta, Rossiya 24 e Tv Centre international, oligarchi e ufficiali delle forze armate ritenuti responsabili di crimini di guerra a Bucha. A essere colpita dalla scure europea c’è Sberbank, una delle più grandi banche russe, che viene disconnessa dal sistema Swift, un fatto che il board della banca ha così commentato: «La decisione dell’Ue non influirà sulle operazioni interne. Sberbank lavora normalmente. Le principali restrizioni sono già in vigore. La disconnessione da Swift non cambia la situazione attuale nei regolamenti internazionali. Le transazioni nazionali non dipendono da Swift e saranno eseguite dalla banca in modalità standard». Si tratta della decima banca russa colpita dalle misure dell’Ue, mentre resta ancora fuori Gazprombank, la banca controllata del gigante energetico russo Gazprom, che serve all’Ue per continuare a pagare le forniture di gas, nonostante i noti problemi in merito all’apertura di un secondo conto in rubli. Sempre per quanto riguarda il mondo degli affari, nessun consulente, contabile o esperto finanziario dell’Ue potrà assumere mandati da entità finanziarie russe. In serata, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha espresso tutta la sua soddisfazione: «Grazie alla presidenza francese dell’Ue oggi è stato concordato un altro forte pacchetto di sanzioni contro Putin e il Cremlino. Di fatto, entro la fine del 2022 il 90% delle importazioni russe di petrolio verso l’Ue sarà bandito. Ciò ridurrà la capacità della Russia di finanziare la sua guerra». Ma oggi chi festeggia è solo Orbán.
Il Copasir nega indagini su Salvini. Il leghista: «Se serve vedrò Lavrov»
«Le notizie pubblicate oggi su un quotidiano in merito a indagini del Copasir sulla attività dell’onorevole Matteo Salvini sono del tutto prive di fondamento. Il Copasir è organo di controllo parlamentare sull’operato del governo nel campo della sicurezza della Repubblica e quindi convoca e audisce i componenti dell’esecutivo che hanno competenza in materia e, ovviamente, anche i vertici della intelligence per avere informazioni e valutarne l’operato, nello spirito di piena e leale collaborazione tra gli organi dello Stato. Come già ribadito, peraltro, il Comitato non fa mai valutazioni politiche di alcun tipo sull’attività dei parlamentari ed auspica che da tutti venga preservato il suo profilo istituzionale». Chiare e definitive le parole con cui il presidente del Copasir, il senatore Adolfo Urso, di Fdi mette fine alla polemica, financo un po’ farsesca, sul viaggio a Mosca del leader leghista e sui suoi incontri con l’ambasciatore russo a Roma.
Il Copasir, dunque, aveva chiesto una relazione al governo per capire se «informazioni classificate siano finite nelle mani di persone non autorizzate», non certo pensando a Salvini, come sottolineato dallo stesso presidente, ma all’avvocato Antonio Capuano, ex parlamentare di Forza Italia, considerato l’organizzatore del viaggio, essendo il consigliere diplomatico del leader del Carroccio, che ieri, su Repubblica, aveva attaccato il Comitato parlamentare: «È ridicolo e oltraggioso che ci sia chi minaccia e intimidisce. Che il Copasir ritenga di indagare su cosa fa il segretario della Lega e chi incontra peraltro avendolo raccontato in tv e sui giornali sono intimidazioni inaccettabili».
Del resto il segretario leghista, bersaglio di critiche e bocciature, era stato chiaro : «Non chiedo medaglie, ma neanche processi sommari. Io non mi voglio sostituire a nessuno, voglio solo essere utile alla pace». E ieri Salvini ha detto: «Oggi ho sentito i vertici dei servizi di sicurezza e smentiscono qualsiasi approfondimento, indagine, inchiesta. Fortunatamente siamo in un Paese libero e per la pace a testa alta incontro tutti».
E mentre il viaggio in Russia resta congelato, secondo Domani, Palazzo Chigi era al corrente degli incontri tra Salvini e Razov perché «i servizi segreti italiani e quelli americani sapevano da mesi, come, quando e con quale accompagnatori Salvini incontrava diplomatici russi a Roma». Questo, per il quotidiano di Carlo De Benedetti, «non perché spiassero il senatore della Lega ma perché villa Abamelek, sede dell’ambasciata della Federazione guidata dall’ambasciatore Sergey Razov, è monitorata costantemente dall’intelligence Usa e dall’Aisi, la nostra agenzia di controspionaggio interna». Per via informale «anche alcuni importanti esponenti di Palazzo Chigi erano a conoscenza delle date esatte degli incontri Razov-Salvini, mentre esponenti di vertice della Lega erano stati messi in allerta per la presenza nei rendez vous di Capuano». Questo forse spiegherebbe la risposta formale e felpata da Bruxelles del premier Mario Draghi sul caso: «Ho raccomandato anche al Copasir che l’importante è che questi rapporti siano trasparenti». Ma Salvini ha ribadito: «Dialogare con la Russia e chiedere il cessate il fuoco non è un diritto, è un dovere. Io continuo a lavorare in totale trasparenza per la pace e fare quel che è mio dovere fare. Agli italiani conviene la pace, non la guerra. Mi spiace che ci sia gente che parla a vanvera senza muovere un dito». Il leader del Carroccio si è anche detto pronto a incontrare il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov.
La trasparenza del suo operato era stata difesa da via Bellerio: «Draghi sapeva della missione a Mosca». Non solo grazie alle dichiarazioni pubbliche di Salvini, ma perché per due volte lo stesso senatore gli avrebbe parlato delle sue intenzioni, sia nel corso del loro ultimo colloquio in piazza Colonna, sia durante il volo da Milano a Roma del 25 maggio.
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Dopo gli esoneri per gli oleodotti, il magiaro tiene Kirill fuori dalla lista nera. Colpiti Sberbank e i media vicini al Cremlino.Il Copasir nega indagini su Matteo Salvini. Il leghista: «Se serve vedrò Sergej Lavrov». Adolfo Urso smentisce le indiscrezioni: «Il Comitato non può condurre inchieste su onorevoli».Lo speciale comprende due articoli. Gli ambasciatori dell’Unione europea a Bruxelles (Coreper) hanno approvato ieri pomeriggio, durante la riunione convocata dalla presidenza francese che si è eccezionalmente svolta a Lussemburgo, il sesto pacchetto di sanzioni nei confronti della Russia. Per evitare nuove tensioni con l’Ungheria di Viktor Orbán, dal pacchetto è stato escluso il patriarca Kirill (Cirillo I), al secolo Vladimir Michajlovic Gundjaev. La decisione di togliere dall’elenco il multimilionario religioso russo è sorprendente, visto che qualche ora prima della riunione, il premier magiaro, attraverso il suo portavoce Zoltan Kovac, aveva fatto sapere che «l’Ungheria si atterrà ovviamente alla decisione congiunta dell’Unione europea per quanto riguarda le sanzioni al patriarca di Mosca Kirill», aggiungendo che la posizione ungherese «era nota da tempo e nessuno al vertice di Bruxelles si era opposto». L’Europa, alla fine, è riuscita ad approvare il documento, ma il leader ungherese è il vero vincitore del braccio di ferro, visto che ha ottenuto tutto quello che voleva. Infatti, oltre allo stralcio della posizione del patriarca, Orbán porta a casa il sì allo stop agli acquisti del greggio di Mosca ma solo a partire da gennaio 2023 che, dettaglio non secondario, riguarderà solo il prodotto importato via nave, con «esclusione temporanea» dell’oleodotto Druzhba che rifornisce via terra Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, le quali avranno così tutto il tempo di uscire dalla dipendenza dalle forniture russe. L’esenzione, però, non riguarderà il petrolio distribuito attraverso la sezione settentrionale dell’oleodotto Druzhba, che scorre in Germania e Polonia e in una dichiarazione i due Paesi «si impegnano a fermare comunque le forniture del petrolio russo». In ogni caso, alla fine, tutto questo farà molto male ai russi, perché quando si arriverà a pieno regime si fermerà il 90% degli acquisti comunitari. Nel documento finale si parla anche dell’eventualità che avvengano «interruzioni improvvise delle forniture di petrolio tramite oleodotto». In questo caso potranno essere introdotte delle «misure di emergenza che permettono ai Paesi senza sbocco sul mare di comprare altro petrolio». Non sono chiari i termini dell’esenzione temporanea, che secondo quanto si è appreso al termine della riunione, dovranno essere affinati la settimana prossima. Riassumendo: coloro che sono coperti dall’esonero potranno continuare a comprare il petrolio, gli altri no. Non è chiaro se nel documento finale ci sia il divieto di riesportazione del greggio russo in arrivo tramite oleodotto e quello di rivendita di prodotti raffinati dal greggio russo. Misure che nella bozza finale erano inserite con la dicitura: «Entreranno in vigore dopo otto mesi e per la Repubblica Ceca dopo 18 mesi». In un discorso alla nazione, il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, aveva dichiarato: «Abbiamo i dettagli sul sesto pacchetto di sanzioni dell’Unione europea contro la Russia per questa guerra. Il pacchetto è stato concordato. La sua approvazione e l’entrata in vigore richiederanno del tempo. Ma gli elementi chiave del pacchetto sono già chiari. I Paesi europei hanno deciso di limitare in modo significativo le importazioni di petrolio dalla Russia. E sono grato a tutti coloro che hanno lavorato per raggiungere questo accordo. Il risultato pratico è meno decine di miliardi di euro, che la Russia non potrà ora utilizzare per finanziare il terrore». Nel pacchetto adottato dall’Ue non ci sono solo questioni petrolifere, ma anche i media di regime: Rossiya Rtr/Rtr Planeta, Rossiya 24 e Tv Centre international, oligarchi e ufficiali delle forze armate ritenuti responsabili di crimini di guerra a Bucha. A essere colpita dalla scure europea c’è Sberbank, una delle più grandi banche russe, che viene disconnessa dal sistema Swift, un fatto che il board della banca ha così commentato: «La decisione dell’Ue non influirà sulle operazioni interne. Sberbank lavora normalmente. Le principali restrizioni sono già in vigore. La disconnessione da Swift non cambia la situazione attuale nei regolamenti internazionali. Le transazioni nazionali non dipendono da Swift e saranno eseguite dalla banca in modalità standard». Si tratta della decima banca russa colpita dalle misure dell’Ue, mentre resta ancora fuori Gazprombank, la banca controllata del gigante energetico russo Gazprom, che serve all’Ue per continuare a pagare le forniture di gas, nonostante i noti problemi in merito all’apertura di un secondo conto in rubli. Sempre per quanto riguarda il mondo degli affari, nessun consulente, contabile o esperto finanziario dell’Ue potrà assumere mandati da entità finanziarie russe. In serata, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha espresso tutta la sua soddisfazione: «Grazie alla presidenza francese dell’Ue oggi è stato concordato un altro forte pacchetto di sanzioni contro Putin e il Cremlino. Di fatto, entro la fine del 2022 il 90% delle importazioni russe di petrolio verso l’Ue sarà bandito. Ciò ridurrà la capacità della Russia di finanziare la sua guerra». Ma oggi chi festeggia è solo Orbán.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ce-lok-alle-sanzioni-ma-orban-piega-lue-anche-sul-patriarca-2657447164.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-copasir-nega-indagini-su-salvini-il-leghista-se-serve-vedro-lavrov" data-post-id="2657447164" data-published-at="1654201580" data-use-pagination="False"> Il Copasir nega indagini su Salvini. Il leghista: «Se serve vedrò Lavrov» «Le notizie pubblicate oggi su un quotidiano in merito a indagini del Copasir sulla attività dell’onorevole Matteo Salvini sono del tutto prive di fondamento. Il Copasir è organo di controllo parlamentare sull’operato del governo nel campo della sicurezza della Repubblica e quindi convoca e audisce i componenti dell’esecutivo che hanno competenza in materia e, ovviamente, anche i vertici della intelligence per avere informazioni e valutarne l’operato, nello spirito di piena e leale collaborazione tra gli organi dello Stato. Come già ribadito, peraltro, il Comitato non fa mai valutazioni politiche di alcun tipo sull’attività dei parlamentari ed auspica che da tutti venga preservato il suo profilo istituzionale». Chiare e definitive le parole con cui il presidente del Copasir, il senatore Adolfo Urso, di Fdi mette fine alla polemica, financo un po’ farsesca, sul viaggio a Mosca del leader leghista e sui suoi incontri con l’ambasciatore russo a Roma. Il Copasir, dunque, aveva chiesto una relazione al governo per capire se «informazioni classificate siano finite nelle mani di persone non autorizzate», non certo pensando a Salvini, come sottolineato dallo stesso presidente, ma all’avvocato Antonio Capuano, ex parlamentare di Forza Italia, considerato l’organizzatore del viaggio, essendo il consigliere diplomatico del leader del Carroccio, che ieri, su Repubblica, aveva attaccato il Comitato parlamentare: «È ridicolo e oltraggioso che ci sia chi minaccia e intimidisce. Che il Copasir ritenga di indagare su cosa fa il segretario della Lega e chi incontra peraltro avendolo raccontato in tv e sui giornali sono intimidazioni inaccettabili». Del resto il segretario leghista, bersaglio di critiche e bocciature, era stato chiaro : «Non chiedo medaglie, ma neanche processi sommari. Io non mi voglio sostituire a nessuno, voglio solo essere utile alla pace». E ieri Salvini ha detto: «Oggi ho sentito i vertici dei servizi di sicurezza e smentiscono qualsiasi approfondimento, indagine, inchiesta. Fortunatamente siamo in un Paese libero e per la pace a testa alta incontro tutti». E mentre il viaggio in Russia resta congelato, secondo Domani, Palazzo Chigi era al corrente degli incontri tra Salvini e Razov perché «i servizi segreti italiani e quelli americani sapevano da mesi, come, quando e con quale accompagnatori Salvini incontrava diplomatici russi a Roma». Questo, per il quotidiano di Carlo De Benedetti, «non perché spiassero il senatore della Lega ma perché villa Abamelek, sede dell’ambasciata della Federazione guidata dall’ambasciatore Sergey Razov, è monitorata costantemente dall’intelligence Usa e dall’Aisi, la nostra agenzia di controspionaggio interna». Per via informale «anche alcuni importanti esponenti di Palazzo Chigi erano a conoscenza delle date esatte degli incontri Razov-Salvini, mentre esponenti di vertice della Lega erano stati messi in allerta per la presenza nei rendez vous di Capuano». Questo forse spiegherebbe la risposta formale e felpata da Bruxelles del premier Mario Draghi sul caso: «Ho raccomandato anche al Copasir che l’importante è che questi rapporti siano trasparenti». Ma Salvini ha ribadito: «Dialogare con la Russia e chiedere il cessate il fuoco non è un diritto, è un dovere. Io continuo a lavorare in totale trasparenza per la pace e fare quel che è mio dovere fare. Agli italiani conviene la pace, non la guerra. Mi spiace che ci sia gente che parla a vanvera senza muovere un dito». Il leader del Carroccio si è anche detto pronto a incontrare il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov. La trasparenza del suo operato era stata difesa da via Bellerio: «Draghi sapeva della missione a Mosca». Non solo grazie alle dichiarazioni pubbliche di Salvini, ma perché per due volte lo stesso senatore gli avrebbe parlato delle sue intenzioni, sia nel corso del loro ultimo colloquio in piazza Colonna, sia durante il volo da Milano a Roma del 25 maggio.
Guido Guidesi (Ansa)
Il percorso lombardo si è sviluppato attraverso piattaforme europee come Automotive Regions Alliance, European Chemical Regions Network e European Semiconductor Regions Alliance, oltre a intese territoriali che spaziano dal Nordovest italiano fino alle principali regioni industriali europee. In questo contesto si inserisce il rafforzamento del legame con Barcellona, evoluzione concreta della storica cooperazione dei Quattro Motori per l’Europa.
L’intesa tra Lombardia e Catalogna punta a costruire una vera e propria «lobby europea» delle regioni ad alta intensità produttiva, capace di incidere sulle scelte strategiche di Bruxelles e difendere le filiere industriali. Settore chiave è quello chimico, considerato infrastruttura essenziale per l’intero sistema manifatturiero: in Lombardia, infatti, il 98% delle produzioni dipende da questa filiera, che alimenta comparti come farmaceutica, automotive ed edilizia sostenibile. Proprio nella chimica la Lombardia ha consolidato una leadership riconosciuta, guidando negli ultimi anni l’European Chemical Regions Network e contribuendo ad ampliarne la base e i progetti. Ora, con la presidenza passata alla Catalogna, la regione mantiene un ruolo centrale nelle alleanze strategiche, partecipando anche alla Critical Chemicals Alliance e rafforzando la propria capacità di influenza sulle politiche industriali ed energetiche europee.
«Lombardia e Catalogna», ha detto Guidesi, «sono due Regioni affini dal punto di vista economico e sociale e contribuiscono in maniera determinante al Pil europeo. Collaborare in modo strutturale significa potenziare il sostegno ai rispettivi comparti della chimica, settore vitale per la manifattura e in generale per la competitività internazionale dei nostri territori». «L’intesa con la Lombardia è strategica perché permette di rafforzare le sinergie e di promuovere il settore della chimica, che è di grande importanza per l’economia industriale della Catalogna. E lo è più, in particolare, nell’attuale contesto geopolitico. Dal governo accompagniamo l’insieme del tessuto economico catalano di fronte al momento di incertezza internazionale che stiamo vivendo, con misure volte a favorire la sua resilienza», ha sottolineato il ministro alle Imprese e al Lavoro della Generalitat de Catalunya, Miquel Sàmper.
L’asse lombardo-catalano si sviluppa lungo tre direttrici principali: innovazione, con progetti condivisi su chimica verde e materiali avanzati finanziati da programmi europei; formazione, attraverso la mobilità di talenti tra università e imprese; sostenibilità, con modelli produttivi orientati alla decarbonizzazione e al riciclo.
Ovviamente però l’accordo assume anche una valenza politica: la Lombardia punta a diventare un punto di riferimento nei tavoli decisionali europei, costruendo un blocco di regioni capace di orientare le scelte continentali.
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Ansa
Ai tempi di Veltroni, nel consiglio comunale capitolino erano previsti consiglieri aggiunti musulmani: si trattava di figure «ombra» non elette, ma davano comunque rappresentanza. Ora le stesse sigle tornano alla carica: vogliono i posti promessi dai progressisti.
Il problema delle grandi narrazioni progressiste è che sulla carta possono perfino sembrare coerenti e attuabili, ma prima o poi, quando sono costrette a scontrarsi con la realtà, prima o poi presentano il conto e comportano conseguenze non sempre di piccolo calibro. A tale proposito c’è un piccolo episodio piuttosto indicativo che riguarda la città di Roma. Nel 2004 l’allora sindaco Walter Veltroni ebbe una idea geniale: far entrare in Campidoglio, oltre ai consiglieri comunali regolarmente eletti, anche dei «consiglieri aggiunti», cioè dei rappresentanti delle comunità extra-comunitarie di Roma che potessero entrare nell’assemblea cittadina anche se senza diritto di voto. I primi consiglieri stranieri rimasero in carica fino al 2007, poi furono sostituiti e ne furono scelti altri durante la giunta Alemanno. Ma dall’elezione di Virginia Raggi a oggi non ce ne sono stati più.
Ma ecco che ora le comunità straniere sono venute a battere cassa. In particolare a guidare la protesta è MuRo 2027, gruppo dei Musulmani per Roma che scenderanno in campo alle amministrative del prossimo anno. Francesco Tieri, il portavoce, dice a Roma Today che «quello del consigliere aggiunto è per noi un tema centrale, anche se non l’unico. Chiediamo al sindaco Gualtieri di rispettare il regolamento, indicendo subito le elezioni. Quale momento storico migliore, tra le altre cose, per farlo? Ci sono partiti che parlano di remigrazione, la sinistra ha un’occasione per rispondere concretamente». Ieri si è tenuta una assemblea sul tema, e le associazioni minacciano di inviare una diffida al Comune se non verranno subito indette elezioni.
Certo, si potrebbe liquidare il tutto a piccola baruffa per un posto tutto sommato ininfluente. Dal canto loro, tuttavia, le associazioni islamiche hanno ragione: se prometti una cosa, devi poi farla. Solo che far entrare in comune un consigliere, anche se non vota, non è operazione da poco. Gli si dona visibilità, gli si regala un po’ di esperienza, si favoriscono future iniziative politiche. Si comincia oggi con un consigliere aggiunto e si finisce domani con un partito musulmano ben strutturato, capace di attirare i voti degli stranieri. La sinistra pensa di poter controllare i voti degli immigrati, ma non ha capito che questi non sono scemi: più prima che poi si organizzeranno da soli e faranno a meno dei loro volonterosi sponsor progressisti. Assisteremo così al paradosso: non ci saranno partiti dichiaratamente cattolici, ma avremo il partito islamico. E i musulmani, sia chiaro, faranno benissimo a costituirlo e a pretendere tutto ciò che desiderano. Il problema non sono loro: siamo noi, totalmente incapaci di preservare un minimo di dignità e di rispetto di noi stessi e del nostro passato.
Da anni ormai in nome della incisività e della difesa delle minoranze consentiamo agli stranieri e a vari gruppi di attivisti di ottenere vantaggi, facilitazioni e agibilità politica. Ma quando a rivendicare le stesse condizioni sono realtà cristiane o in odore di conservatorismo, apriti cielo. Questa tendenza prosegue anche oggi, anche con la destra al governo e con la crisi del cosiddetto woke. Prendiamo un altro caso emblematico. A Chiusi, in Toscana, l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (Uaar) ha diffidato l’Istituto Comprensivo Graziano da Chiusi in cui dirigenti avevano acconsentito a fare entrare un prete all’asilo, alle elementari e alle medie per il giro di benedizioni pasquali. Non che i bambini siano obbligati a farsi benedire: si tratta semplicemente di una tradizione che non fa male a nessuno e può fare bene a molti. Ma niente da fare: l’azione legale degli atei è andata a buon fine e al prete sarà impedito l’ingresso. Un po’ come avvenuto a Bologna dove è stato vietato l’ingresso nel piazzale di una scuola alla processione della Madonna di San Luca. Una grande vittoria dei laicissimi toscani, Senza dubbio. Intanto, però, Firenze pure l’ufficio scolastico regionale consente a un istituto di allestire una sala di preghiera musulmana per il ramadan, con tanto di divisorio per separare maschi e femmine. Quello va bene, il prete che benedice no.
Badate bene però: non è colpa dei musulmani, manco per sogno. Loro fanno bene a chiedere, anche perché spesso ottengono. A censurare e ostacolare i cristiani sono sempre altri italianissimi e laicissimi progressisti, a cui vanno bene tutte le fedi tranne quella (ancora per poco) prevalente in Europa. La qual cosa non è soltanto un offesa ai fedeli cristiani, ma è soprattutto una feroce lesione dell’identità nazionale (che è di tutti) in nome di presunti valori laici. Sfugge, ai valorosi avversari delle benedizioni, che ottenere uno spazio pubblico neutro non significa creare libertà: significa soltanto imporre il vuoto.
Un vuoto che presto qualcuno riempirà, con le buone o meno.
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Ansa
I contorni della vicenda sono complessi e, seppure siano già stati compiutamente tratteggiati da Francesco Borgonovo, è giusto siano ripetuti: Noelia fu tolta dalla Municipalità catalana e dallo Stato spagnolo ai genitori; la famiglia si oppose all’allontanamento che fu quindi eseguito attraverso l’irruzione di numerosi agenti di polizia (c’è un filmato); Noelia fu messa in una struttura di Stato per minori e sottoposta a cure psichiatriche; la struttura ospitava anche «ragazzi problematici», con problemi molto diversi da quelli di Noelia; Noelia subì vari episodi di violenza sessuale in circostanze non chiare; secondo alcune testimonianze di famigliari e amici, nessun assistente sociale sporse denuncia in quanto possibile motivo di «discriminazione razziale»; dopo qualche tempo Noelia tentò il suicidio gettandosi dal quinto piano risultando paraplegica; nel frattempo la famiglia iniziò una battaglia legale denunciando gli stupri e le negligenze delle strutture di cura, perdendo sempre nei tribunali; in seguito Noelia fu sottoposta a trattamento psichiatrico ancora più pesante visto il tentato suicidio; le fu proposta l’eutanasia che Noelia accettò; la famiglia fece ricorso contro l’eutanasia; i ricorsi furono tutti respinti e Noelia, giudicata «lucida ed in grado di decidere», il 26 marzo è stata soppressa dallo Stato spagnolo a venticinque anni. Dopo 601 giorni di contenzioso legale lo Stato spagnolo ha così «risolto» la questione in maniera definitiva ponendosi sempre, in ogni sua articolazione, con ogni sua normativa e in ogni circostanza, come controparte ostile della famiglia e delle associazioni che chiedevano cure diverse e trattamenti diversi per la ragazza, sino a indicare nella morte l’esito «migliore» per una persona di 25 anni la cui vita è stata segnata da eventi tragici ma che non era affetta da alcuna malattia terminale.
Sta qui il cuore oscuro della questione, nel paradigma del Leviatano secolarizzato che, perduta ogni trascendenza, diventa puro meccanismo di gestione della sofferenza tramite eliminazione: l’onnipotenza statale che decide che per qualcuno la morte sia preferibile alla vita e quindi costruisce un itinerario procedurale obbligato che conduce inesorabilmente alla morte. Il potere statale cessa dunque di essere oppressivo come in Dostoevskij o insensato come in Kafka, ma diviene «attivamente neutrale» nel sancire la morte sia come inevitabile sia come somministrata. Alla stessa persona alla quale i Servizi sociali prescrivevano farmaci per inibire gli istinti suicidari è stata imposta l’eutanasia come «esito migliore» per la sua condizione. Se Noelia avesse tentato il suicidio per la seconda volta, e se qualche amico o famigliare l’avesse aiutata, ci troveremmo oggi di fronte a una tragedia dell’umano, ma di fronte a uno Stato che sorveglia, isola e sottopone a terapia coatta una persona per poi somministrarle l’eutanasia definendola «in grado di intendere e di volere», e ciò contro la volontà della famiglia, allora siamo di fronte a qualcosa di nuovo, di una nuova forma di tragedia: il tragico meccanico.
Quando lo Stato, cioè il potere massimo e inesorabile, si pone, nella vita di una persona debole, costantemente dalla parte del suo male, allora possiamo scorgere in esso quel connotato anticristico di cui giustamente si sta recentemente parlando. Un connotato che si sostanzia non nell’assenza ma nell’onnipresenza, nel controllo assoluto della vita che diventa calcolo per la morte, nella sordità nei confronti dell’umano che solo una macchina può avere. Lo Stato, nel suo rifiuto di arginare il Male, lo definisce legalmente sancendo la sofferenza come «diritto alla morte» e la vulnerabilità come «diritto alla soppressione», altri due «nuovi diritti». Il debole diviene così capro espiatorio delle impossibilità dello Stato nichilista, diviene momento di spegnimento di una macchina che, non riuscendo a risolvere la vita, arriva inevitabilmente alla morte come procedura.
Fino a che punto ha senso temere gli esiti distopici di una Intelligenza artificiale che «prende il controllo» quando lo Stato è già giunto alla meccanizzazione della sofferenza e alla relativa concezione della vita come accensione o spegnimento? Siamo qui di fronte alla degenerazione dello schema biopolitico per giungere a un potere che fa pagare i propri fallimenti ai deboli, non accettando di ritirarsi dai processi che ha ormai iniziato, istituendo così una nuova forma di ostilità irriducibile. In tutto il mondo, il giorno prima dell’uccisione di Noelia, si stavano organizzando viaggi per giungere in Spagna a esprimere semplice vicinanza. Un atto inutile e tardivo ma così umano; un tentativo che avrebbe mostrato che l’unica salvezza dallo Stato-macchina si può avere solo ricadendone fuori. Tra quel dentro e quel fuori si combatte la più dura delle battaglie.
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Leone XIV (Ansa)
Ieri Leone XIV è arrivato nel principato di Monaco, dove è stato accolto dal sovrano di questo micro Stato, principe Alberto II, dalla moglie, la principessa Charlène e dai loro due figli gemelli. Già nel tragitto tra l’eliporto e il palazzo del principe, una folla di monegaschi, francesi e italiani, si è stretta attorno al corteo papale, testimoniando l’attaccamento del secondo Paese più piccolo del mondo alla sua fede cattolica che, ai piedi della Rocca, è religione di Stato.
Il sovrano monegasco ha pronunciato una allocuzione di benvenuto, dalla loggia del suo palazzo, sottolineando i legami particolari tra il principato di Monaco e la Santa Sede. Accanto al principe Alberto II c’era il Santo Padre che, prendendo la parola, ha sottolineato, a sua volta, «il profondo legame che» unisce Monaco alla «Chiesa di Roma e alla fede cattolica». Poi, Leone XIV ha evidenziato come Monaco abbia ricevuto «il dono della piccolezza, insieme a un’eredità spirituale viva» che rappresentano un impegno a mettere la «ricchezza al servizio del diritto e della giustizia, soprattutto in un momento storico in cui la dimostrazione della forza e la logica dell’onnipotenza feriscono il mondo e compromettono la pace». Nella Bibbia, come sapete» ha continuato il pontefice, «sono i piccoli a fare la storia! Le spiritualità autentiche coltivano questa consapevolezza. Bisogna avere fiducia nella provvidenza di Dio, anche quando prevale il senso di impotenza o di insufficienza, perché crediamo che il Regno di Dio sia simile a un minuscolo seme che diventa un albero», come scritto nel capitolo 13 del Vangelo di Matteo. «Certamente», ha precisato il Papa, «questa fede cambia il mondo solo se ci assumiamo le nostre responsabilità storiche». Di qui, l’invito a offrire «nuove mappe di orientamento capaci di arginare quelle spinte del secolarismo che rischiano di ridurre l’uomo all’individualismo e di fondare la vita sociale sulla produzione della ricchezza».
Ascoltando il primo discorso del pontefice, si aveva in effetti l’impressione che Leone XIV stesse mandando, con pacatezza, due avvertimenti. Uno, rivolto ai monegaschi, per invitarli a non dormire sugli allori della ricchezza materiale e di impiegarla per aiutare i meno fortunati. Un altro riguardava invece le nazioni europee e occidentali sempre più laicizzate. Paesi come quella Francia che circonda il piccolo principato di Monaco e nella quale Leone XIV ieri non ha messo piede, dove la secolarizzazione è considerata una sorta di «conquista sociale» e spacciata come un passo in avanti verso «progressi» quale l’aborto o l’eutanasia.
Ed è proprio della difesa della vita che ha parlato il Papa, sia nel primo discorso sia nei suoi altri interventi della giornata. Sempre dalla loggia del palazzo dei principi, Leone XIV ha ricordato che la religione cattolica di Stato «impegna i cristiani a diventare nel mondo un Regno di fratelli e sorelle, una presenza [...] pronta a proteggere sempre con amore ogni vita umana, in ogni momento e in ogni condizione, affinché nessuno sia mai escluso dalla tavola della fraternità».
Dopo un intervento nella cattedrale di Monaco, il Papa si è recato nella chiesetta di Santa Devota, la patrona del principato, che ne ospita le reliquie insieme a quelle di San Carlo Acutis. Qui ha incontrato i giovani cattolici e i catecumeni della città Stato, che riceveranno il battesimo a Pasqua. Parlando dei due giovani santi di epoche diverse, venerati in questo luogo di culto, il Papa ha invitato i giovani «a riflettere sul fatto che il bene è più forte del male, anche quando, a volte, sembra nell’immediato avere la peggio». Quindi ha ripreso il concetto delle piccole-grandi tracce lasciate da chi testimonia la fede in Cristo che è «un seme che può raggiungere e fecondare cuori e luoghi lontani», un grande messaggio di speranza per i giovani e non solo.
Il tema della difesa della vita è stato ripreso dal pontefice nell’omelia della messa da lui presieduta allo stadio Louis II di Monaco. Prendendo spunto dal brano del Vangelo proclamato qualche minuto prima, il Santo padre è partito dal «verdetto di Caifa» che «nasce da un calcolo politico che ha alla base la paura», per mostrare i «due moti opposti». Da una parte la «rivelazione di Dio» in Gesù Cristo che «mostra il suo volto come Signore onnipotente» e, dall’altra, «l’agire occulto di potenti autorità, pronte a uccidere senza scrupoli». Papa Leone XIV ha ribadito che «il Signore libera dal dolore [...] mentre manifesta il vero nome della sua onnipotenza: misericordia». Quella stessa «misericordia che salva il mondo: si prende cura di ogni esistenza umana, da quando sboccia nel grembo a quando appassisce e in ogni sua fragilità». Poi la citazione del suo predecessore: «come ci ha insegnato papa Francesco, la cultura della misericordia respinge la cultura dello scarto».
Un altro concetto sviluppato nell’omelia del Santo padre è stato quello dei tanti idoli che tutti noi veneriamo senza magari nemmeno accorgercene. Il Papa ha spiegato che la parola idolo significa «piccola idea» e cioè «una visione diminuita che rimpicciolisce non solo la gloria dell’Onnipotente [...] ma anche la mente dell’uomo». Il pontefice ha ribadito che «Dio non ci abbandona in queste tentazioni» provocate dagli idoli e «come insegna Sant’Agostino» nel De civitate Dei, «l’uomo si libera dal loro dominio quando crede in colui che per risollevarlo, ha offerto un esempio di umiltà».
Non è mancato l’appello per la pace. «Non abituiamoci al fragore delle armi, alle immagini di guerra!», ha detto il Papa. «La pace non è mero equilibrio di forze, è opera di cuori purificati, di chi vede nell’altro un fratello da custodire, non un nemico da abbattere».
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