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2024-10-29
Caso spioni, i nostri dati in mano straniera
Viktor Kharitonin (Istock)
Si sarebbero spinti fino a intrecciare relazioni con l’intelligence, anche straniera, e a condurre le spiate fino in Russia. La rete di spionaggio, stando agli atti dell’inchiesta, si è rivelata più intricata e ramificata di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare. Samuele Calamucci, ingegnere quarantacinquenne con un passato nel collettivo di Anonymous, per esempio, sembrerebbe tenere in pugno informazioni che potrebbero far tremare i piani alti. «Abbiamo contatti nei servizi segreti», si fa scappare in una conversazione intercettata. Poi aggiunge che la ramificazione delle relazioni potrebbe arrivare anche a «quelli deviati». E completa la frase: «Di quelli lì ti puoi fidare un po’ di meno, però li sentiamo, fanno chiacchiere, sono tutte una serie di informazioni ma dovrebbero diventare prove, siccome quando poi cresci, crei invidia, soprattutto negli stupidi... quelli che si fanno chiamare agenzie investigative». E racconta di «una volta che abbiamo fatto un report... che abbiamo fatto su un report dei servizi segreti... però lo fa uno che lo fa di mestiere la reportistica, dove dico, quei report là, per quello io voglio sempre scrivere un buon report». L’intento sarebbe quello di sfruttare ogni singola breccia per alimentare una macchina di potere sommerso. Il rischio, certo, esiste. E lui lo sa bene. «Un cialtrone finisce male prima o poi. Noi no. Noi abbiamo la fortuna di avere clienti top, clienti importanti». Un’ombra di vantata superiorità emerge dal tono.
Ma in questo mondo di ombre non c’è spazio per gli errori: se allegano pagine dello Sdi, il sistema informativo in uso alle forze di polizia, o estratti conto ai loro report, c’è il pericolo che il tutto si trasformi in un’arma a doppio taglio. E quando ci si muove sulla strada degli 007 il rischio è dietro l’angolo. Calamucci dovrebbe saperlo bene, visto che, tra sussurri e mezze frasi, racconta di aver avuto a che fare con le barbe finte in passato: «Mi buttavano nella cella con il terrorista, mi facevo crescere la barba o mi rasavo a seconda del posto...». Una traccia di queste relazioni negli atti c’è. Tra i 108.805 file, che spaziano dagli atti di polizia giudiziaria, agli atti amministrativi, c’erano perfino documenti classificati dall’Aisi, l’agenzia d’intelligence che si occupa di minaccia interna. Le pagine, marcate con quel timbro che racconta più di mille parole, «Riservato», si addentrano in argomenti delicati, come il terrorismo, con analisi di siti islamici e la raccolta di fatwa emesse dai influenti imam. Uno dei quali, nel documento riportato tra gli atti, critica la rincorsa all’armamento nucleare da parte delle grandi potenze allo scopo di utilizzarlo come strumento di terrore.
E di queste relazioni con il mondo dell’intelligence negli atti c’è una ulteriore passaggio. Secondo chi indaga, Calamucci avrebbe fatto una mini trasferta in città per «verificare la possibilità di acquistare a prezzo ribassato l’apparecchiatura per le localizzazioni». Secondo i pm «si tratta [...] di soggetti che godono di appoggi di alto livello, in vari ambienti, anche quello dei servizi segreti, pure stranieri, e che spesso promettono e si vantano di poter intervenire su indagini e processi, per bloccare iniziative giudiziarie». Il quadro che si delinea, insomma, è quello di un intreccio che trascende i confini nazionali, giungendo a coinvolgere intelligence straniere e spingendosi fino in Russia. Un gioco pericoloso. Non è un caso che Calamucci insista spesso sulla protezione dei dati informatici utilizzati dal gruppo Equalize per le attività illecite. Teme che il computer utilizzato anche fuori casa possa essere compromesso.
Del resto i bersagli che vengono scelti sono pezzi molto grossi. Gli inquirenti lo scoprono quando il braccio tecnico di Equalize, che si vanta di condividere ancora file con gli hacker di Anonymous, racconta a un collega di aver installato un’applicazione per la traduzione simultanea della lingua russa. Gli consentirebbe di realizzare un report relativo alla presenza di alcuni asset economici russi. La Procura ci metterà qualche mese a capire cosa ha in mente di fare Calamucci. Ma nel giugno del 2023 gli inquirenti lo intercettano mentre parla di fare approfondimento su un «russo» con interessi a Cortina d’Ampezzo. Ebbene secondo le indagini si potrebbe trattare dei cittadini russi\kazaki Viktor Kharitonin e Alexandrovich Toporov, impegnati in Italia nella costruzione di un hotel a Cortina d’Ampezzo e la gestione di svariati resort di lusso lungo la penisola. «Il pesce» su cui vuole mettere le mani Equalize è davvero grosso. E si capiscono le cautele dello stesso Calamucci. Viktor Kharitonin è stato socio e grande amico di Roman Abramovich, ma soprattutto è uno degli uomini più ricchi della Russia, considerato nel cerchio magico degli uomini di cui si fida il presidente Vladimir Putin. Ha anche la residenza a Pordenone e un patrimonio personale stimato in 1,3 miliardi di euro. Ha costruito la sua fortuna investendo nel settore farmaceutico, fondando proprio insieme con Abramovich la Pharmstandard. Nel 2018 il suo nome è stato inserito nel report del Congresso degli Stati Uniti sugli oligarchi, in vista delle sanzioni.
Proprio in quei mesi di ricerche di Equalize, Kharotonin era sui quotidiani europei per l’acquisto (e il salvataggio), tramite la sua Nr Holding, dell’aeroporto di Francoforte, nonostante la guerra tra Russia e Ucraina. All’epoca non era nella lista delle persone oggetto di sanzioni Ue e l’acquisizione fece molto rumore in Germania. Chissà Calamucci perché cercava informazioni su di lui.
Inchiesta sugli spioni. Un buco nei controlli apre alla pista inglese
Le migliaia di pagine dell’inchiesta milanese sulla rete di dossier attorno al nome di Enrico Pazzali e della sua Equalize dipingono tre differenti scenari di «spionaggio» abusivo. Il primo relativo ad aziende e mirato chiaramente a fatturare. Il secondo riconducibile a interessi politici e di controllo attorno alla sfera di potere dello stesso Pazzali. Il terzo, invece, appare immerso in una zona grigia. Al tempo stesso, sempre leggendo le pagine delle ordinanze, emergono tre filoni di «esfiltrazione» dei dati, come si dice in gergo tecnico. Il primo legato ad agenti o militari infedeli che entravano nelle rispettive banche dati di competenza. Il secondo legato ad attività palesi di hackeraggio o intrusione tramite trojan e il terzo molto più delicato e complesso. Si tratterebbe di una attività delegata a informatici che, per ragioni di incarichi pregressi o in corso, conoscevano bene l’infrastruttura digitale da violare.
Qui, dunque, sta l’elemento più spinoso. Soprattutto se in futuro si vorrà imparare qualcosa di concreto dalla lezione che deriva dalla «Equalize».
Secondo l’ordinanza, a collaborare con l’azienda milanese con sede a due passi dal Duomo sarebbero figure che in passato hanno gestito e manutenuto impianti digitali come quello del Ced, Centro elaborazione dati, che fornisce tutte le Forze di polizia italiane. È chiaro che accedendo in qualità di amministratori o manutentori hanno potuto bypassare tutti gli alert preposti. Non solo: avrebbero anche potuto mettere mano all’intera filiera di informazioni muovendosi in parallelo sui backup (duplicazione dei dati su supporti esterni per avere una copia di riserva) di sicurezza. Nessuno si sarebbe potuto accorgere dell’esfiltrazione perché non ve ne era tecnicamente traccia. Nella realtà, però, dovrebbe essere preposta una attività di audit mirata a controllare il lavoro dei controllori. Ed è proprio l’assenza di tracce di tale attività che avrebbe dovuto insospettire gli sceriffi dell’audit. Anche i tecnici informatici per accedere si «loggano», e il fatto stesso che non venisse registrata questa operazione avrebbe potuto accendere un dubbio. Un po’ come se si lasciasse un tassello vuoto nella lista progressiva degli accessi. Chi aveva il compito di controllare non ha chiesto conto dell’assenza di informazioni? Non si è preoccupato che in fase di preparazione del «salvagente» (in gergo: disaster recovery) il backup potesse essere portato al di fuori dell’Italia, come si evince dalla stessa ordinanza? Tutto domande che meritano risposte. Vale per la piattaforma Ced, citata sopra, ma anche per quella dello Sdi (Sistema di indagine) da cui sono stati sottratti oltre 52.000 file.
È chiaro che bisogna partire da qui e camminare a ritroso, così come sarà importante che l’inchiesta risponda a due grossi interrogativi attorno al nome di altrettante presunte collaboratrici di Equalize o di società correlate. Al tempo stesso dovrà spiegare che cosa ci sia sulla strada che porta all’università dell’Essex a Colchester, in Gran Bretagna.
I due nomi estremamente interessanti sono rispettivamente quello di Monica e Anna. Secondo gli inquirenti la prima potrebbe essere Monica Illsley, chief of staff dell’università inglese. La seconda sarebbe Anna Sergi, esperta analista di criminalità, anch’ella con incarico di professore, sempre a Colchester. Dalle conversazioni captate tra gli indagati la Illsley avrebbe un ruolo di primo piano per il celere accesso allo Sdi. La seconda, figlia di un celebre giornalista impegnato contro la ’ndragheta, si sarebbe occupata di analizzare le banche dati dei tribunali. Ovviamente, si tratta di accuse de relato. E come tali potenzialmente false. Gli inquirenti sembrano però prenderle sul serio, e a onor del vero gli stessi curriculum delle due analiste lascerebbero intendere che non siamo di fronte a due «scappate di casa», né a semplici prestanome. La Illsley ha avuto ruoli di peso nell’università e da oltre 20 anni svolge attività di coordinamento. Dal curriculum della Sergi visionato dalla Verità si evince un incarico stabile (con promozione nel 2018) a Colchester. Una serie di visiting fellow in Australia. Prima ancora incarichi a Cambridge, New York, Roehampton. E una prima attività da cui tutto nasce, presso Price waterhouse cooper a Milano. Gli inquirenti fanno notare che Pwc e Ibm hanno tra loro un link diretto e la seconda ha avuto un ruolo specifico nella creazione della banca dati Ced.
Ora, ci auguriamo che le due vengano liberate da ogni possibile accusa e che si tratti di millanteria. Resta però il tema di fondo. Le competenze per collaborare al sistema dossieristico ci sarebbero eccome. Ma, al di là dei due nomi in questione, la pista che porta all’estero non è certo da trascurare. Le informazioni sottratte dal gruppo della Equalize sono andate chiaramente a formare un data base autonomo e parallelo. Dove? Nell’ordinanza si citano la Gran Bretagna e la Lituania, Paese che con Londra ha stretti rapporti di natura diplomatica e non solo. Se effettivamente sono stati spostati i dati in sede di backup allora potremmo parlare di milioni di dati, non migliaia come indicato dagli inquirenti. Ora sono nella disponibilità di altre società estere? O di altre entità straniere? Se poi vogliamo tornare alla Illsley e alla Sergi, dalle carte degli inquirenti non emergono collegamenti diretti tra le due. Allora la domanda è: c’è un collegamento tra la Equalize e Colchester nell’Essex?
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Uno dei protagonisti intercettato: «Contatti nell’intelligence». Ricerche sull’oligarca russo Viktor Kharitonin, con interessi in Italia e fedele a Vladimir Putin. Tentativi di comprare apparecchi di localizzazione scontati.Gli audit non hanno visto gli accessi illegali ai dati: perché? Giallo sul ruolo di due dipendenti dell’università dell’EssexLo speciale contiene due articoliSi sarebbero spinti fino a intrecciare relazioni con l’intelligence, anche straniera, e a condurre le spiate fino in Russia. La rete di spionaggio, stando agli atti dell’inchiesta, si è rivelata più intricata e ramificata di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare. Samuele Calamucci, ingegnere quarantacinquenne con un passato nel collettivo di Anonymous, per esempio, sembrerebbe tenere in pugno informazioni che potrebbero far tremare i piani alti. «Abbiamo contatti nei servizi segreti», si fa scappare in una conversazione intercettata. Poi aggiunge che la ramificazione delle relazioni potrebbe arrivare anche a «quelli deviati». E completa la frase: «Di quelli lì ti puoi fidare un po’ di meno, però li sentiamo, fanno chiacchiere, sono tutte una serie di informazioni ma dovrebbero diventare prove, siccome quando poi cresci, crei invidia, soprattutto negli stupidi... quelli che si fanno chiamare agenzie investigative». E racconta di «una volta che abbiamo fatto un report... che abbiamo fatto su un report dei servizi segreti... però lo fa uno che lo fa di mestiere la reportistica, dove dico, quei report là, per quello io voglio sempre scrivere un buon report». L’intento sarebbe quello di sfruttare ogni singola breccia per alimentare una macchina di potere sommerso. Il rischio, certo, esiste. E lui lo sa bene. «Un cialtrone finisce male prima o poi. Noi no. Noi abbiamo la fortuna di avere clienti top, clienti importanti». Un’ombra di vantata superiorità emerge dal tono. Ma in questo mondo di ombre non c’è spazio per gli errori: se allegano pagine dello Sdi, il sistema informativo in uso alle forze di polizia, o estratti conto ai loro report, c’è il pericolo che il tutto si trasformi in un’arma a doppio taglio. E quando ci si muove sulla strada degli 007 il rischio è dietro l’angolo. Calamucci dovrebbe saperlo bene, visto che, tra sussurri e mezze frasi, racconta di aver avuto a che fare con le barbe finte in passato: «Mi buttavano nella cella con il terrorista, mi facevo crescere la barba o mi rasavo a seconda del posto...». Una traccia di queste relazioni negli atti c’è. Tra i 108.805 file, che spaziano dagli atti di polizia giudiziaria, agli atti amministrativi, c’erano perfino documenti classificati dall’Aisi, l’agenzia d’intelligence che si occupa di minaccia interna. Le pagine, marcate con quel timbro che racconta più di mille parole, «Riservato», si addentrano in argomenti delicati, come il terrorismo, con analisi di siti islamici e la raccolta di fatwa emesse dai influenti imam. Uno dei quali, nel documento riportato tra gli atti, critica la rincorsa all’armamento nucleare da parte delle grandi potenze allo scopo di utilizzarlo come strumento di terrore. E di queste relazioni con il mondo dell’intelligence negli atti c’è una ulteriore passaggio. Secondo chi indaga, Calamucci avrebbe fatto una mini trasferta in città per «verificare la possibilità di acquistare a prezzo ribassato l’apparecchiatura per le localizzazioni». Secondo i pm «si tratta [...] di soggetti che godono di appoggi di alto livello, in vari ambienti, anche quello dei servizi segreti, pure stranieri, e che spesso promettono e si vantano di poter intervenire su indagini e processi, per bloccare iniziative giudiziarie». Il quadro che si delinea, insomma, è quello di un intreccio che trascende i confini nazionali, giungendo a coinvolgere intelligence straniere e spingendosi fino in Russia. Un gioco pericoloso. Non è un caso che Calamucci insista spesso sulla protezione dei dati informatici utilizzati dal gruppo Equalize per le attività illecite. Teme che il computer utilizzato anche fuori casa possa essere compromesso. Del resto i bersagli che vengono scelti sono pezzi molto grossi. Gli inquirenti lo scoprono quando il braccio tecnico di Equalize, che si vanta di condividere ancora file con gli hacker di Anonymous, racconta a un collega di aver installato un’applicazione per la traduzione simultanea della lingua russa. Gli consentirebbe di realizzare un report relativo alla presenza di alcuni asset economici russi. La Procura ci metterà qualche mese a capire cosa ha in mente di fare Calamucci. Ma nel giugno del 2023 gli inquirenti lo intercettano mentre parla di fare approfondimento su un «russo» con interessi a Cortina d’Ampezzo. Ebbene secondo le indagini si potrebbe trattare dei cittadini russi\kazaki Viktor Kharitonin e Alexandrovich Toporov, impegnati in Italia nella costruzione di un hotel a Cortina d’Ampezzo e la gestione di svariati resort di lusso lungo la penisola. «Il pesce» su cui vuole mettere le mani Equalize è davvero grosso. E si capiscono le cautele dello stesso Calamucci. Viktor Kharitonin è stato socio e grande amico di Roman Abramovich, ma soprattutto è uno degli uomini più ricchi della Russia, considerato nel cerchio magico degli uomini di cui si fida il presidente Vladimir Putin. Ha anche la residenza a Pordenone e un patrimonio personale stimato in 1,3 miliardi di euro. Ha costruito la sua fortuna investendo nel settore farmaceutico, fondando proprio insieme con Abramovich la Pharmstandard. Nel 2018 il suo nome è stato inserito nel report del Congresso degli Stati Uniti sugli oligarchi, in vista delle sanzioni. Proprio in quei mesi di ricerche di Equalize, Kharotonin era sui quotidiani europei per l’acquisto (e il salvataggio), tramite la sua Nr Holding, dell’aeroporto di Francoforte, nonostante la guerra tra Russia e Ucraina. All’epoca non era nella lista delle persone oggetto di sanzioni Ue e l’acquisizione fece molto rumore in Germania. Chissà Calamucci perché cercava informazioni su di lui. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/caso-spioni-i-nostri-dati-in-manostraniera-2669496839.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="inchiesta-sugli-spioni-un-buco-nei-controlli-apre-alla-pista-inglese" data-post-id="2669496839" data-published-at="1730148180" data-use-pagination="False"> Inchiesta sugli spioni. Un buco nei controlli apre alla pista inglese Le migliaia di pagine dell’inchiesta milanese sulla rete di dossier attorno al nome di Enrico Pazzali e della sua Equalize dipingono tre differenti scenari di «spionaggio» abusivo. Il primo relativo ad aziende e mirato chiaramente a fatturare. Il secondo riconducibile a interessi politici e di controllo attorno alla sfera di potere dello stesso Pazzali. Il terzo, invece, appare immerso in una zona grigia. Al tempo stesso, sempre leggendo le pagine delle ordinanze, emergono tre filoni di «esfiltrazione» dei dati, come si dice in gergo tecnico. Il primo legato ad agenti o militari infedeli che entravano nelle rispettive banche dati di competenza. Il secondo legato ad attività palesi di hackeraggio o intrusione tramite trojan e il terzo molto più delicato e complesso. Si tratterebbe di una attività delegata a informatici che, per ragioni di incarichi pregressi o in corso, conoscevano bene l’infrastruttura digitale da violare. Qui, dunque, sta l’elemento più spinoso. Soprattutto se in futuro si vorrà imparare qualcosa di concreto dalla lezione che deriva dalla «Equalize». Secondo l’ordinanza, a collaborare con l’azienda milanese con sede a due passi dal Duomo sarebbero figure che in passato hanno gestito e manutenuto impianti digitali come quello del Ced, Centro elaborazione dati, che fornisce tutte le Forze di polizia italiane. È chiaro che accedendo in qualità di amministratori o manutentori hanno potuto bypassare tutti gli alert preposti. Non solo: avrebbero anche potuto mettere mano all’intera filiera di informazioni muovendosi in parallelo sui backup (duplicazione dei dati su supporti esterni per avere una copia di riserva) di sicurezza. Nessuno si sarebbe potuto accorgere dell’esfiltrazione perché non ve ne era tecnicamente traccia. Nella realtà, però, dovrebbe essere preposta una attività di audit mirata a controllare il lavoro dei controllori. Ed è proprio l’assenza di tracce di tale attività che avrebbe dovuto insospettire gli sceriffi dell’audit. Anche i tecnici informatici per accedere si «loggano», e il fatto stesso che non venisse registrata questa operazione avrebbe potuto accendere un dubbio. Un po’ come se si lasciasse un tassello vuoto nella lista progressiva degli accessi. Chi aveva il compito di controllare non ha chiesto conto dell’assenza di informazioni? Non si è preoccupato che in fase di preparazione del «salvagente» (in gergo: disaster recovery) il backup potesse essere portato al di fuori dell’Italia, come si evince dalla stessa ordinanza? Tutto domande che meritano risposte. Vale per la piattaforma Ced, citata sopra, ma anche per quella dello Sdi (Sistema di indagine) da cui sono stati sottratti oltre 52.000 file. È chiaro che bisogna partire da qui e camminare a ritroso, così come sarà importante che l’inchiesta risponda a due grossi interrogativi attorno al nome di altrettante presunte collaboratrici di Equalize o di società correlate. Al tempo stesso dovrà spiegare che cosa ci sia sulla strada che porta all’università dell’Essex a Colchester, in Gran Bretagna. I due nomi estremamente interessanti sono rispettivamente quello di Monica e Anna. Secondo gli inquirenti la prima potrebbe essere Monica Illsley, chief of staff dell’università inglese. La seconda sarebbe Anna Sergi, esperta analista di criminalità, anch’ella con incarico di professore, sempre a Colchester. Dalle conversazioni captate tra gli indagati la Illsley avrebbe un ruolo di primo piano per il celere accesso allo Sdi. La seconda, figlia di un celebre giornalista impegnato contro la ’ndragheta, si sarebbe occupata di analizzare le banche dati dei tribunali. Ovviamente, si tratta di accuse de relato. E come tali potenzialmente false. Gli inquirenti sembrano però prenderle sul serio, e a onor del vero gli stessi curriculum delle due analiste lascerebbero intendere che non siamo di fronte a due «scappate di casa», né a semplici prestanome. La Illsley ha avuto ruoli di peso nell’università e da oltre 20 anni svolge attività di coordinamento. Dal curriculum della Sergi visionato dalla Verità si evince un incarico stabile (con promozione nel 2018) a Colchester. Una serie di visiting fellow in Australia. Prima ancora incarichi a Cambridge, New York, Roehampton. E una prima attività da cui tutto nasce, presso Price waterhouse cooper a Milano. Gli inquirenti fanno notare che Pwc e Ibm hanno tra loro un link diretto e la seconda ha avuto un ruolo specifico nella creazione della banca dati Ced. Ora, ci auguriamo che le due vengano liberate da ogni possibile accusa e che si tratti di millanteria. Resta però il tema di fondo. Le competenze per collaborare al sistema dossieristico ci sarebbero eccome. Ma, al di là dei due nomi in questione, la pista che porta all’estero non è certo da trascurare. Le informazioni sottratte dal gruppo della Equalize sono andate chiaramente a formare un data base autonomo e parallelo. Dove? Nell’ordinanza si citano la Gran Bretagna e la Lituania, Paese che con Londra ha stretti rapporti di natura diplomatica e non solo. Se effettivamente sono stati spostati i dati in sede di backup allora potremmo parlare di milioni di dati, non migliaia come indicato dagli inquirenti. Ora sono nella disponibilità di altre società estere? O di altre entità straniere? Se poi vogliamo tornare alla Illsley e alla Sergi, dalle carte degli inquirenti non emergono collegamenti diretti tra le due. Allora la domanda è: c’è un collegamento tra la Equalize e Colchester nell’Essex?
Keir Starmer (Ansa)
Un rapporto del Parlamento britannico avverte che il Regno Unito entra in un'epoca di «radicale incertezza». Nel mirino Russia, Cina, guerre ibride e terrorismo. Cresce anche il timore di un futuro ridimensionamento del sostegno americano alla Nato.
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
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