True
2024-10-29
Caso spioni, i nostri dati in mano straniera
Viktor Kharitonin (Istock)
Si sarebbero spinti fino a intrecciare relazioni con l’intelligence, anche straniera, e a condurre le spiate fino in Russia. La rete di spionaggio, stando agli atti dell’inchiesta, si è rivelata più intricata e ramificata di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare. Samuele Calamucci, ingegnere quarantacinquenne con un passato nel collettivo di Anonymous, per esempio, sembrerebbe tenere in pugno informazioni che potrebbero far tremare i piani alti. «Abbiamo contatti nei servizi segreti», si fa scappare in una conversazione intercettata. Poi aggiunge che la ramificazione delle relazioni potrebbe arrivare anche a «quelli deviati». E completa la frase: «Di quelli lì ti puoi fidare un po’ di meno, però li sentiamo, fanno chiacchiere, sono tutte una serie di informazioni ma dovrebbero diventare prove, siccome quando poi cresci, crei invidia, soprattutto negli stupidi... quelli che si fanno chiamare agenzie investigative». E racconta di «una volta che abbiamo fatto un report... che abbiamo fatto su un report dei servizi segreti... però lo fa uno che lo fa di mestiere la reportistica, dove dico, quei report là, per quello io voglio sempre scrivere un buon report». L’intento sarebbe quello di sfruttare ogni singola breccia per alimentare una macchina di potere sommerso. Il rischio, certo, esiste. E lui lo sa bene. «Un cialtrone finisce male prima o poi. Noi no. Noi abbiamo la fortuna di avere clienti top, clienti importanti». Un’ombra di vantata superiorità emerge dal tono.
Ma in questo mondo di ombre non c’è spazio per gli errori: se allegano pagine dello Sdi, il sistema informativo in uso alle forze di polizia, o estratti conto ai loro report, c’è il pericolo che il tutto si trasformi in un’arma a doppio taglio. E quando ci si muove sulla strada degli 007 il rischio è dietro l’angolo. Calamucci dovrebbe saperlo bene, visto che, tra sussurri e mezze frasi, racconta di aver avuto a che fare con le barbe finte in passato: «Mi buttavano nella cella con il terrorista, mi facevo crescere la barba o mi rasavo a seconda del posto...». Una traccia di queste relazioni negli atti c’è. Tra i 108.805 file, che spaziano dagli atti di polizia giudiziaria, agli atti amministrativi, c’erano perfino documenti classificati dall’Aisi, l’agenzia d’intelligence che si occupa di minaccia interna. Le pagine, marcate con quel timbro che racconta più di mille parole, «Riservato», si addentrano in argomenti delicati, come il terrorismo, con analisi di siti islamici e la raccolta di fatwa emesse dai influenti imam. Uno dei quali, nel documento riportato tra gli atti, critica la rincorsa all’armamento nucleare da parte delle grandi potenze allo scopo di utilizzarlo come strumento di terrore.
E di queste relazioni con il mondo dell’intelligence negli atti c’è una ulteriore passaggio. Secondo chi indaga, Calamucci avrebbe fatto una mini trasferta in città per «verificare la possibilità di acquistare a prezzo ribassato l’apparecchiatura per le localizzazioni». Secondo i pm «si tratta [...] di soggetti che godono di appoggi di alto livello, in vari ambienti, anche quello dei servizi segreti, pure stranieri, e che spesso promettono e si vantano di poter intervenire su indagini e processi, per bloccare iniziative giudiziarie». Il quadro che si delinea, insomma, è quello di un intreccio che trascende i confini nazionali, giungendo a coinvolgere intelligence straniere e spingendosi fino in Russia. Un gioco pericoloso. Non è un caso che Calamucci insista spesso sulla protezione dei dati informatici utilizzati dal gruppo Equalize per le attività illecite. Teme che il computer utilizzato anche fuori casa possa essere compromesso.
Del resto i bersagli che vengono scelti sono pezzi molto grossi. Gli inquirenti lo scoprono quando il braccio tecnico di Equalize, che si vanta di condividere ancora file con gli hacker di Anonymous, racconta a un collega di aver installato un’applicazione per la traduzione simultanea della lingua russa. Gli consentirebbe di realizzare un report relativo alla presenza di alcuni asset economici russi. La Procura ci metterà qualche mese a capire cosa ha in mente di fare Calamucci. Ma nel giugno del 2023 gli inquirenti lo intercettano mentre parla di fare approfondimento su un «russo» con interessi a Cortina d’Ampezzo. Ebbene secondo le indagini si potrebbe trattare dei cittadini russi\kazaki Viktor Kharitonin e Alexandrovich Toporov, impegnati in Italia nella costruzione di un hotel a Cortina d’Ampezzo e la gestione di svariati resort di lusso lungo la penisola. «Il pesce» su cui vuole mettere le mani Equalize è davvero grosso. E si capiscono le cautele dello stesso Calamucci. Viktor Kharitonin è stato socio e grande amico di Roman Abramovich, ma soprattutto è uno degli uomini più ricchi della Russia, considerato nel cerchio magico degli uomini di cui si fida il presidente Vladimir Putin. Ha anche la residenza a Pordenone e un patrimonio personale stimato in 1,3 miliardi di euro. Ha costruito la sua fortuna investendo nel settore farmaceutico, fondando proprio insieme con Abramovich la Pharmstandard. Nel 2018 il suo nome è stato inserito nel report del Congresso degli Stati Uniti sugli oligarchi, in vista delle sanzioni.
Proprio in quei mesi di ricerche di Equalize, Kharotonin era sui quotidiani europei per l’acquisto (e il salvataggio), tramite la sua Nr Holding, dell’aeroporto di Francoforte, nonostante la guerra tra Russia e Ucraina. All’epoca non era nella lista delle persone oggetto di sanzioni Ue e l’acquisizione fece molto rumore in Germania. Chissà Calamucci perché cercava informazioni su di lui.
Inchiesta sugli spioni. Un buco nei controlli apre alla pista inglese
Le migliaia di pagine dell’inchiesta milanese sulla rete di dossier attorno al nome di Enrico Pazzali e della sua Equalize dipingono tre differenti scenari di «spionaggio» abusivo. Il primo relativo ad aziende e mirato chiaramente a fatturare. Il secondo riconducibile a interessi politici e di controllo attorno alla sfera di potere dello stesso Pazzali. Il terzo, invece, appare immerso in una zona grigia. Al tempo stesso, sempre leggendo le pagine delle ordinanze, emergono tre filoni di «esfiltrazione» dei dati, come si dice in gergo tecnico. Il primo legato ad agenti o militari infedeli che entravano nelle rispettive banche dati di competenza. Il secondo legato ad attività palesi di hackeraggio o intrusione tramite trojan e il terzo molto più delicato e complesso. Si tratterebbe di una attività delegata a informatici che, per ragioni di incarichi pregressi o in corso, conoscevano bene l’infrastruttura digitale da violare.
Qui, dunque, sta l’elemento più spinoso. Soprattutto se in futuro si vorrà imparare qualcosa di concreto dalla lezione che deriva dalla «Equalize».
Secondo l’ordinanza, a collaborare con l’azienda milanese con sede a due passi dal Duomo sarebbero figure che in passato hanno gestito e manutenuto impianti digitali come quello del Ced, Centro elaborazione dati, che fornisce tutte le Forze di polizia italiane. È chiaro che accedendo in qualità di amministratori o manutentori hanno potuto bypassare tutti gli alert preposti. Non solo: avrebbero anche potuto mettere mano all’intera filiera di informazioni muovendosi in parallelo sui backup (duplicazione dei dati su supporti esterni per avere una copia di riserva) di sicurezza. Nessuno si sarebbe potuto accorgere dell’esfiltrazione perché non ve ne era tecnicamente traccia. Nella realtà, però, dovrebbe essere preposta una attività di audit mirata a controllare il lavoro dei controllori. Ed è proprio l’assenza di tracce di tale attività che avrebbe dovuto insospettire gli sceriffi dell’audit. Anche i tecnici informatici per accedere si «loggano», e il fatto stesso che non venisse registrata questa operazione avrebbe potuto accendere un dubbio. Un po’ come se si lasciasse un tassello vuoto nella lista progressiva degli accessi. Chi aveva il compito di controllare non ha chiesto conto dell’assenza di informazioni? Non si è preoccupato che in fase di preparazione del «salvagente» (in gergo: disaster recovery) il backup potesse essere portato al di fuori dell’Italia, come si evince dalla stessa ordinanza? Tutto domande che meritano risposte. Vale per la piattaforma Ced, citata sopra, ma anche per quella dello Sdi (Sistema di indagine) da cui sono stati sottratti oltre 52.000 file.
È chiaro che bisogna partire da qui e camminare a ritroso, così come sarà importante che l’inchiesta risponda a due grossi interrogativi attorno al nome di altrettante presunte collaboratrici di Equalize o di società correlate. Al tempo stesso dovrà spiegare che cosa ci sia sulla strada che porta all’università dell’Essex a Colchester, in Gran Bretagna.
I due nomi estremamente interessanti sono rispettivamente quello di Monica e Anna. Secondo gli inquirenti la prima potrebbe essere Monica Illsley, chief of staff dell’università inglese. La seconda sarebbe Anna Sergi, esperta analista di criminalità, anch’ella con incarico di professore, sempre a Colchester. Dalle conversazioni captate tra gli indagati la Illsley avrebbe un ruolo di primo piano per il celere accesso allo Sdi. La seconda, figlia di un celebre giornalista impegnato contro la ’ndragheta, si sarebbe occupata di analizzare le banche dati dei tribunali. Ovviamente, si tratta di accuse de relato. E come tali potenzialmente false. Gli inquirenti sembrano però prenderle sul serio, e a onor del vero gli stessi curriculum delle due analiste lascerebbero intendere che non siamo di fronte a due «scappate di casa», né a semplici prestanome. La Illsley ha avuto ruoli di peso nell’università e da oltre 20 anni svolge attività di coordinamento. Dal curriculum della Sergi visionato dalla Verità si evince un incarico stabile (con promozione nel 2018) a Colchester. Una serie di visiting fellow in Australia. Prima ancora incarichi a Cambridge, New York, Roehampton. E una prima attività da cui tutto nasce, presso Price waterhouse cooper a Milano. Gli inquirenti fanno notare che Pwc e Ibm hanno tra loro un link diretto e la seconda ha avuto un ruolo specifico nella creazione della banca dati Ced.
Ora, ci auguriamo che le due vengano liberate da ogni possibile accusa e che si tratti di millanteria. Resta però il tema di fondo. Le competenze per collaborare al sistema dossieristico ci sarebbero eccome. Ma, al di là dei due nomi in questione, la pista che porta all’estero non è certo da trascurare. Le informazioni sottratte dal gruppo della Equalize sono andate chiaramente a formare un data base autonomo e parallelo. Dove? Nell’ordinanza si citano la Gran Bretagna e la Lituania, Paese che con Londra ha stretti rapporti di natura diplomatica e non solo. Se effettivamente sono stati spostati i dati in sede di backup allora potremmo parlare di milioni di dati, non migliaia come indicato dagli inquirenti. Ora sono nella disponibilità di altre società estere? O di altre entità straniere? Se poi vogliamo tornare alla Illsley e alla Sergi, dalle carte degli inquirenti non emergono collegamenti diretti tra le due. Allora la domanda è: c’è un collegamento tra la Equalize e Colchester nell’Essex?
Continua a leggereRiduci
Uno dei protagonisti intercettato: «Contatti nell’intelligence». Ricerche sull’oligarca russo Viktor Kharitonin, con interessi in Italia e fedele a Vladimir Putin. Tentativi di comprare apparecchi di localizzazione scontati.Gli audit non hanno visto gli accessi illegali ai dati: perché? Giallo sul ruolo di due dipendenti dell’università dell’EssexLo speciale contiene due articoliSi sarebbero spinti fino a intrecciare relazioni con l’intelligence, anche straniera, e a condurre le spiate fino in Russia. La rete di spionaggio, stando agli atti dell’inchiesta, si è rivelata più intricata e ramificata di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare. Samuele Calamucci, ingegnere quarantacinquenne con un passato nel collettivo di Anonymous, per esempio, sembrerebbe tenere in pugno informazioni che potrebbero far tremare i piani alti. «Abbiamo contatti nei servizi segreti», si fa scappare in una conversazione intercettata. Poi aggiunge che la ramificazione delle relazioni potrebbe arrivare anche a «quelli deviati». E completa la frase: «Di quelli lì ti puoi fidare un po’ di meno, però li sentiamo, fanno chiacchiere, sono tutte una serie di informazioni ma dovrebbero diventare prove, siccome quando poi cresci, crei invidia, soprattutto negli stupidi... quelli che si fanno chiamare agenzie investigative». E racconta di «una volta che abbiamo fatto un report... che abbiamo fatto su un report dei servizi segreti... però lo fa uno che lo fa di mestiere la reportistica, dove dico, quei report là, per quello io voglio sempre scrivere un buon report». L’intento sarebbe quello di sfruttare ogni singola breccia per alimentare una macchina di potere sommerso. Il rischio, certo, esiste. E lui lo sa bene. «Un cialtrone finisce male prima o poi. Noi no. Noi abbiamo la fortuna di avere clienti top, clienti importanti». Un’ombra di vantata superiorità emerge dal tono. Ma in questo mondo di ombre non c’è spazio per gli errori: se allegano pagine dello Sdi, il sistema informativo in uso alle forze di polizia, o estratti conto ai loro report, c’è il pericolo che il tutto si trasformi in un’arma a doppio taglio. E quando ci si muove sulla strada degli 007 il rischio è dietro l’angolo. Calamucci dovrebbe saperlo bene, visto che, tra sussurri e mezze frasi, racconta di aver avuto a che fare con le barbe finte in passato: «Mi buttavano nella cella con il terrorista, mi facevo crescere la barba o mi rasavo a seconda del posto...». Una traccia di queste relazioni negli atti c’è. Tra i 108.805 file, che spaziano dagli atti di polizia giudiziaria, agli atti amministrativi, c’erano perfino documenti classificati dall’Aisi, l’agenzia d’intelligence che si occupa di minaccia interna. Le pagine, marcate con quel timbro che racconta più di mille parole, «Riservato», si addentrano in argomenti delicati, come il terrorismo, con analisi di siti islamici e la raccolta di fatwa emesse dai influenti imam. Uno dei quali, nel documento riportato tra gli atti, critica la rincorsa all’armamento nucleare da parte delle grandi potenze allo scopo di utilizzarlo come strumento di terrore. E di queste relazioni con il mondo dell’intelligence negli atti c’è una ulteriore passaggio. Secondo chi indaga, Calamucci avrebbe fatto una mini trasferta in città per «verificare la possibilità di acquistare a prezzo ribassato l’apparecchiatura per le localizzazioni». Secondo i pm «si tratta [...] di soggetti che godono di appoggi di alto livello, in vari ambienti, anche quello dei servizi segreti, pure stranieri, e che spesso promettono e si vantano di poter intervenire su indagini e processi, per bloccare iniziative giudiziarie». Il quadro che si delinea, insomma, è quello di un intreccio che trascende i confini nazionali, giungendo a coinvolgere intelligence straniere e spingendosi fino in Russia. Un gioco pericoloso. Non è un caso che Calamucci insista spesso sulla protezione dei dati informatici utilizzati dal gruppo Equalize per le attività illecite. Teme che il computer utilizzato anche fuori casa possa essere compromesso. Del resto i bersagli che vengono scelti sono pezzi molto grossi. Gli inquirenti lo scoprono quando il braccio tecnico di Equalize, che si vanta di condividere ancora file con gli hacker di Anonymous, racconta a un collega di aver installato un’applicazione per la traduzione simultanea della lingua russa. Gli consentirebbe di realizzare un report relativo alla presenza di alcuni asset economici russi. La Procura ci metterà qualche mese a capire cosa ha in mente di fare Calamucci. Ma nel giugno del 2023 gli inquirenti lo intercettano mentre parla di fare approfondimento su un «russo» con interessi a Cortina d’Ampezzo. Ebbene secondo le indagini si potrebbe trattare dei cittadini russi\kazaki Viktor Kharitonin e Alexandrovich Toporov, impegnati in Italia nella costruzione di un hotel a Cortina d’Ampezzo e la gestione di svariati resort di lusso lungo la penisola. «Il pesce» su cui vuole mettere le mani Equalize è davvero grosso. E si capiscono le cautele dello stesso Calamucci. Viktor Kharitonin è stato socio e grande amico di Roman Abramovich, ma soprattutto è uno degli uomini più ricchi della Russia, considerato nel cerchio magico degli uomini di cui si fida il presidente Vladimir Putin. Ha anche la residenza a Pordenone e un patrimonio personale stimato in 1,3 miliardi di euro. Ha costruito la sua fortuna investendo nel settore farmaceutico, fondando proprio insieme con Abramovich la Pharmstandard. Nel 2018 il suo nome è stato inserito nel report del Congresso degli Stati Uniti sugli oligarchi, in vista delle sanzioni. Proprio in quei mesi di ricerche di Equalize, Kharotonin era sui quotidiani europei per l’acquisto (e il salvataggio), tramite la sua Nr Holding, dell’aeroporto di Francoforte, nonostante la guerra tra Russia e Ucraina. All’epoca non era nella lista delle persone oggetto di sanzioni Ue e l’acquisizione fece molto rumore in Germania. Chissà Calamucci perché cercava informazioni su di lui. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/caso-spioni-i-nostri-dati-in-manostraniera-2669496839.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="inchiesta-sugli-spioni-un-buco-nei-controlli-apre-alla-pista-inglese" data-post-id="2669496839" data-published-at="1730148180" data-use-pagination="False"> Inchiesta sugli spioni. Un buco nei controlli apre alla pista inglese Le migliaia di pagine dell’inchiesta milanese sulla rete di dossier attorno al nome di Enrico Pazzali e della sua Equalize dipingono tre differenti scenari di «spionaggio» abusivo. Il primo relativo ad aziende e mirato chiaramente a fatturare. Il secondo riconducibile a interessi politici e di controllo attorno alla sfera di potere dello stesso Pazzali. Il terzo, invece, appare immerso in una zona grigia. Al tempo stesso, sempre leggendo le pagine delle ordinanze, emergono tre filoni di «esfiltrazione» dei dati, come si dice in gergo tecnico. Il primo legato ad agenti o militari infedeli che entravano nelle rispettive banche dati di competenza. Il secondo legato ad attività palesi di hackeraggio o intrusione tramite trojan e il terzo molto più delicato e complesso. Si tratterebbe di una attività delegata a informatici che, per ragioni di incarichi pregressi o in corso, conoscevano bene l’infrastruttura digitale da violare. Qui, dunque, sta l’elemento più spinoso. Soprattutto se in futuro si vorrà imparare qualcosa di concreto dalla lezione che deriva dalla «Equalize». Secondo l’ordinanza, a collaborare con l’azienda milanese con sede a due passi dal Duomo sarebbero figure che in passato hanno gestito e manutenuto impianti digitali come quello del Ced, Centro elaborazione dati, che fornisce tutte le Forze di polizia italiane. È chiaro che accedendo in qualità di amministratori o manutentori hanno potuto bypassare tutti gli alert preposti. Non solo: avrebbero anche potuto mettere mano all’intera filiera di informazioni muovendosi in parallelo sui backup (duplicazione dei dati su supporti esterni per avere una copia di riserva) di sicurezza. Nessuno si sarebbe potuto accorgere dell’esfiltrazione perché non ve ne era tecnicamente traccia. Nella realtà, però, dovrebbe essere preposta una attività di audit mirata a controllare il lavoro dei controllori. Ed è proprio l’assenza di tracce di tale attività che avrebbe dovuto insospettire gli sceriffi dell’audit. Anche i tecnici informatici per accedere si «loggano», e il fatto stesso che non venisse registrata questa operazione avrebbe potuto accendere un dubbio. Un po’ come se si lasciasse un tassello vuoto nella lista progressiva degli accessi. Chi aveva il compito di controllare non ha chiesto conto dell’assenza di informazioni? Non si è preoccupato che in fase di preparazione del «salvagente» (in gergo: disaster recovery) il backup potesse essere portato al di fuori dell’Italia, come si evince dalla stessa ordinanza? Tutto domande che meritano risposte. Vale per la piattaforma Ced, citata sopra, ma anche per quella dello Sdi (Sistema di indagine) da cui sono stati sottratti oltre 52.000 file. È chiaro che bisogna partire da qui e camminare a ritroso, così come sarà importante che l’inchiesta risponda a due grossi interrogativi attorno al nome di altrettante presunte collaboratrici di Equalize o di società correlate. Al tempo stesso dovrà spiegare che cosa ci sia sulla strada che porta all’università dell’Essex a Colchester, in Gran Bretagna. I due nomi estremamente interessanti sono rispettivamente quello di Monica e Anna. Secondo gli inquirenti la prima potrebbe essere Monica Illsley, chief of staff dell’università inglese. La seconda sarebbe Anna Sergi, esperta analista di criminalità, anch’ella con incarico di professore, sempre a Colchester. Dalle conversazioni captate tra gli indagati la Illsley avrebbe un ruolo di primo piano per il celere accesso allo Sdi. La seconda, figlia di un celebre giornalista impegnato contro la ’ndragheta, si sarebbe occupata di analizzare le banche dati dei tribunali. Ovviamente, si tratta di accuse de relato. E come tali potenzialmente false. Gli inquirenti sembrano però prenderle sul serio, e a onor del vero gli stessi curriculum delle due analiste lascerebbero intendere che non siamo di fronte a due «scappate di casa», né a semplici prestanome. La Illsley ha avuto ruoli di peso nell’università e da oltre 20 anni svolge attività di coordinamento. Dal curriculum della Sergi visionato dalla Verità si evince un incarico stabile (con promozione nel 2018) a Colchester. Una serie di visiting fellow in Australia. Prima ancora incarichi a Cambridge, New York, Roehampton. E una prima attività da cui tutto nasce, presso Price waterhouse cooper a Milano. Gli inquirenti fanno notare che Pwc e Ibm hanno tra loro un link diretto e la seconda ha avuto un ruolo specifico nella creazione della banca dati Ced. Ora, ci auguriamo che le due vengano liberate da ogni possibile accusa e che si tratti di millanteria. Resta però il tema di fondo. Le competenze per collaborare al sistema dossieristico ci sarebbero eccome. Ma, al di là dei due nomi in questione, la pista che porta all’estero non è certo da trascurare. Le informazioni sottratte dal gruppo della Equalize sono andate chiaramente a formare un data base autonomo e parallelo. Dove? Nell’ordinanza si citano la Gran Bretagna e la Lituania, Paese che con Londra ha stretti rapporti di natura diplomatica e non solo. Se effettivamente sono stati spostati i dati in sede di backup allora potremmo parlare di milioni di dati, non migliaia come indicato dagli inquirenti. Ora sono nella disponibilità di altre società estere? O di altre entità straniere? Se poi vogliamo tornare alla Illsley e alla Sergi, dalle carte degli inquirenti non emergono collegamenti diretti tra le due. Allora la domanda è: c’è un collegamento tra la Equalize e Colchester nell’Essex?
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
Continua a leggereRiduci
Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
Continua a leggereRiduci
Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
Continua a leggereRiduci
Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.