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2023-02-04
Raffica di case svaligiate dalle bande. Nel 2022 rapine aumentate del 30%
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Tre rapinatori incappucciati entrano in casa Facchinetti, a Bergamo, tra via Baioni e lo stadio, a caccia di oro. Pistole in pugno hanno minacciato Roby Facchinetti, la voce dei Pooh, che era in compagnia della moglie Giovanna e dei figli, e gli hanno portato via gioielli e oggetti preziosi. Il musicista, 78 anni, pensava di poter passare una domenica rilassante prima del Festival di Sanremo, quando è cominciato l’incubo. Suo figlio Francesco ieri ha sfogato tutta la sua rabbia su Instagram: «È una di quelle cose che vorresti non capitasse mai nella vita. Sono molto triste e amareggiato di come si è trasformato il nostro Paese. Avere una villa con soldi guadagnati onestamente non è una condanna. Bisogna sentirsi sicuri nel posto in cui si vive ed è una vergogna che in una Paese con la pressione fiscale superiore al 60 per cento noi non ci sentiamo sicuri». La Verità da tempo denuncia la situazione da Gotham city nella quale sono scivolate molte città italiane durante la gestione di Luciana Lamorgese al Viminale. E se il Codacons stima circa 182.000 rapine all’anno all’interno delle abitazioni private, ovvero quasi 500 al giorno e una ogni tre minuti circa (la maggior parte senza un colpevole), la Direzione centrale della polizia criminale nel suo ultimo Rapporto sulla criminalità predatoria ha calcolato 447.820 furti e 12.536 rapine in abitazioni nel 2022, rispettivamente in aumento del 29,7 per cento e del 31,8 rispetto all’anno precedente. Ed è comprensibile che Facchinetti se ne sia uscito con un «complimenti allo Stato e al governo che dalla destra alla sinistra è incapace di mantenere l’ordine e il controllo».
E anche che abbia annunciato l’intenzione di trasferirsi in Svizzera: «Non voglio crescere i miei figli in un Paese dove non possono essere liberi e non possono uscire di casa». Ville di vip negli ultimi tempi ne sono state visitate parecchie. Un mese fa, per esempio, Roberta Martini, influencer, ex modella e imprenditrice milanese della moda, si è trovata in casa tre uomini, anche in questo caso con il volto coperto, mentre dormiva, a notte fonda. È stata svegliata con una mano sulla bocca e immobilizzata con delle fascette da elettricista. Bottino: gioielli, oggetti preziosi e un migliaio di euro in contanti. Esperienza simile per il calciatore del Milan Theo Hernandez. Che non era a casa, a Cassano Magnago (Varese), quando sono entrati quattro rapinatori. Sua moglie Zoe Cristofoli, modella e influencer, è stata sorpresa mentre era con il suo bimbo di sei mesi. È stata aggredita, strattonata e costretta ad aprire la cassaforte. Ha dovuto aprire la cassaforte anche Saturnino De Cecco, proprietario del famoso pastificio. A fine gennaio quattro o cinque uomini con il volto coperto sono entrati nella sua villa di Montesilvano (Pescara). L’imprenditore era in casa con la famiglia (moglie e figlia di cinque anni). I rapinatori hanno portato via gioielli e orologi di lusso. Ma le vittime vip in realtà sono solo una piccola parte. E in alcuni casi le rapine sono anche finite in tragedia. Come a Siena, dove una ottantunenne, Anna Maria Burrini, è stata rapinata e uccisa, strangolata con un laccio per le scarpe da due ucraini, uno dei quali era il suo ex inquilino. Gli anziani sono i più esposti. L’1 febbraio, a Roma, dei finti postini hanno citofonato a casa di una novantaseienne con la scusa di doverle consegnare un pacco. L’hanno malmenata, procurandole delle gravi contusioni alla testa. A Empoli, il 31 gennaio, tre malviventi con cappuccio e guanti sono entrati nell’appartamento di due coniugi di 77 e 74 anni che erano in casa insieme alla loro nipotina di sette anni. Si sono fatti aprire la cassaforte e consegnare un Rolex, alcuni anelli e 150 euro. Pochi giorni prima, il 23 gennaio, a Montespertoli era toccato a un uomo di 88 anni, che aveva sorpreso tre rapinatori mentre stavano tagliando la porta della sua cassaforte. Gli hanno spruzzato dello spray sul volto e poi bloccato sul letto. Scene da Arancia meccanica, invece, nella villa di un commerciante di San Sebastiano al Vesuvio (Napoli). I rapinatori in questo caso erano otto. La banda era armata, con un accento dell’Est europeo. Dopo aver picchiato l’uomo, la moglie e i due figli, i rapinatori si sono fatti dare le combinazioni delle due casseforti e hanno portato via un Rolex, gioielli e qualche migliaio di euro in contanti. A Spello (Perugia), invece, la rapinatrice era una donna. È entrata armata di coltello a casa di una sessantenne, che le ha consegnato tutto quello che possedeva: circa 200 euro che aveva nel portafogli. Esperienza simile ad Alliste (Lecce), dove un uomo di 78 anni e la sua badante, in piena notte, il 17 gennaio, si sono ritrovati due rapinatori in casa. Avevano già forzato la porta d’ingresso, ma non erano armati. Hanno comunque minacciato l’anziano e si sono fatti consegnare il portafogli. Anche a Porto San Giorgio (Fermo) il 10 gennaio un novantunenne si è ritrovato in casa un rapinatore, al quale ha aperto la porta. Dopo essersi beccato un pugno in pieno volto, però, ha cercato di difendersi. Le urla hanno attirato i vicini, che hanno messo in fuga l’uomo, disarmato e a volto scoperto. Identificato, è stato denunciato a piede libero. È finito agli arresti domiciliari, con un permesso speciale per andare al lavoro, invece, il pluripregiudicato di Santa Lucia di Piave (Treviso) che aveva messo a segno una serie di furti violenti ai danni di anziani e del parroco di Mareno di Piave, dove ora hanno tirato un sospiro di sollievo.
Altri sette sbarchi con 304 immigrati
A Lampedusa riprendono gli sbarchi: in poche ore, con sette barconi, approdano in 304. A soccorrerli, al largo dell’isola, sono stati dei pattugliatori di Frontex e delle motovedette della Guardia di finanza. Uno dei natanti, di sei metri, partito da Sfax (Tunisia) con 42 persone a bordo, raggiunto in acque Sar Maltesi, trasportava anche otto cadaveri (cinque uomini e tre donne, una delle quali incinta). Due, invece, i dispersi. Un neonato di 4 mesi, secondo i superstiti, sarebbe scivolato in mare dopo la morte della madre, annegando. E sarebbe morto annegato anche un altro uomo. Ma tra i testimoni le versioni sono discordanti: c’è chi racconta che si era buttato in mare per tentare di salvare il piccolo e chi invece sostiene che è caduto in acqua dopo aver perso i sensi. Gli sbarcati hanno raccontato che non mangiavano da giorni e che avevano anche finito l’acqua. La Procura di Agrigento ha aperto un fascicolo per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (molti degli sbarcati hanno riferito di aver pagato 2.500 dinari per il viaggio) e morte come conseguenza di altro delitto, al momento a carico di ignoti. Il barcone nella mattinata di giovedì era stato avvistato da un peschereccio tunisino che aveva lanciato l’allarme, spiegando via radio che a bordo vi era probabilmente un cadavere. Ma solo nel tardo pomeriggio le autorità della Valletta hanno girato la richiesta al comando generale della Capitaneria di porto di Roma che ha inviato sul posto una motovedetta, sulla quale sono stati trasbordati sia i superstiti che gli otto cadaveri poi trasferiti a Lampedusa. Dopo le ultime tragedie in mare, nella camera mortuaria del cimitero di Cala Pisana di Lampedusa si sono ammassate 12 bare. Quattro partiranno questa mattina con un traghetto di linea per Porto Empedocle dove verranno eseguite le sepolture. «Il governo Meloni non ci lasci da soli a gestire quest’immane tragedia», afferma il sindaco di Lampedusa Filippo Mannino. E da Stoccolma il presidente del consiglio sembra rispondergli: «Il tema fondamentale rimane la cooperazione, offrire alternative a chi va via, a chi scappa. Questo è un lavoro che l’Italia sta facendo, se lo facesse in modo più significativo l’Europa farebbe la differenza». Anche perché, come sempre, a più partenze corrispondono più morti in mare. Altri due li sta trasportando in Italia, insieme a 109 passeggeri, il taxi del mare Sea Eye 4 che, la scorsa notte ha portato a termine due operazioni in mare. «Nella prima missione sono state salvate 32 persone, mentre due sono morte prima del nostro arrivo», fanno sapere dalla Ong. Subito dopo, la nave, incurante del Codice di condotta, è partita per una seconda operazione, e ha tirato a bordo altre 77 persone. «Il porto assegnato dall’Italia», ovvero Pesaro, lagnano da Sea Eye, «dista circa cinque giorni di navigazione». E la Ong ha chiesto un porto più vicino. In serata lo sbarco a Pesaro è stato annullato. Il governo deve aver individuato un altro molo per la Sea Eye 4 che, come per la Geo Barents, verrà sottoposta a controlli. Poi le autorità avranno 90 giorni di tempo per notificare l’eventuale verbale con le contestazioni. Il leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini difende il Codice di condotta: «Il decreto Ong non cambia di una virgola», precisa riferendosi alla richiesta del Consiglio d’Europa di ritirarlo. E ha aggiunto: «L’Europa invece di dar lezioni, aiuti l’Italia».
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L’ultima vittima è Roby Facchinetti, minacciato da banditi armati. Anche il patron della De Cecco, calciatori e influencer visitati dai ladri. Che non disdegnano neppure la gente comune. Stimato un furto ogni tre minuti.Arrivi continui a Lampedusa. Trovati otto cadaveri in un barcone soccorso. Un neonato disperso in mare. Annullato l’attracco a Pesaro della Sea eye, con a bordo 109 persone.Lo speciale contiene due articoli. Tre rapinatori incappucciati entrano in casa Facchinetti, a Bergamo, tra via Baioni e lo stadio, a caccia di oro. Pistole in pugno hanno minacciato Roby Facchinetti, la voce dei Pooh, che era in compagnia della moglie Giovanna e dei figli, e gli hanno portato via gioielli e oggetti preziosi. Il musicista, 78 anni, pensava di poter passare una domenica rilassante prima del Festival di Sanremo, quando è cominciato l’incubo. Suo figlio Francesco ieri ha sfogato tutta la sua rabbia su Instagram: «È una di quelle cose che vorresti non capitasse mai nella vita. Sono molto triste e amareggiato di come si è trasformato il nostro Paese. Avere una villa con soldi guadagnati onestamente non è una condanna. Bisogna sentirsi sicuri nel posto in cui si vive ed è una vergogna che in una Paese con la pressione fiscale superiore al 60 per cento noi non ci sentiamo sicuri». La Verità da tempo denuncia la situazione da Gotham city nella quale sono scivolate molte città italiane durante la gestione di Luciana Lamorgese al Viminale. E se il Codacons stima circa 182.000 rapine all’anno all’interno delle abitazioni private, ovvero quasi 500 al giorno e una ogni tre minuti circa (la maggior parte senza un colpevole), la Direzione centrale della polizia criminale nel suo ultimo Rapporto sulla criminalità predatoria ha calcolato 447.820 furti e 12.536 rapine in abitazioni nel 2022, rispettivamente in aumento del 29,7 per cento e del 31,8 rispetto all’anno precedente. Ed è comprensibile che Facchinetti se ne sia uscito con un «complimenti allo Stato e al governo che dalla destra alla sinistra è incapace di mantenere l’ordine e il controllo». E anche che abbia annunciato l’intenzione di trasferirsi in Svizzera: «Non voglio crescere i miei figli in un Paese dove non possono essere liberi e non possono uscire di casa». Ville di vip negli ultimi tempi ne sono state visitate parecchie. Un mese fa, per esempio, Roberta Martini, influencer, ex modella e imprenditrice milanese della moda, si è trovata in casa tre uomini, anche in questo caso con il volto coperto, mentre dormiva, a notte fonda. È stata svegliata con una mano sulla bocca e immobilizzata con delle fascette da elettricista. Bottino: gioielli, oggetti preziosi e un migliaio di euro in contanti. Esperienza simile per il calciatore del Milan Theo Hernandez. Che non era a casa, a Cassano Magnago (Varese), quando sono entrati quattro rapinatori. Sua moglie Zoe Cristofoli, modella e influencer, è stata sorpresa mentre era con il suo bimbo di sei mesi. È stata aggredita, strattonata e costretta ad aprire la cassaforte. Ha dovuto aprire la cassaforte anche Saturnino De Cecco, proprietario del famoso pastificio. A fine gennaio quattro o cinque uomini con il volto coperto sono entrati nella sua villa di Montesilvano (Pescara). L’imprenditore era in casa con la famiglia (moglie e figlia di cinque anni). I rapinatori hanno portato via gioielli e orologi di lusso. Ma le vittime vip in realtà sono solo una piccola parte. E in alcuni casi le rapine sono anche finite in tragedia. Come a Siena, dove una ottantunenne, Anna Maria Burrini, è stata rapinata e uccisa, strangolata con un laccio per le scarpe da due ucraini, uno dei quali era il suo ex inquilino. Gli anziani sono i più esposti. L’1 febbraio, a Roma, dei finti postini hanno citofonato a casa di una novantaseienne con la scusa di doverle consegnare un pacco. L’hanno malmenata, procurandole delle gravi contusioni alla testa. A Empoli, il 31 gennaio, tre malviventi con cappuccio e guanti sono entrati nell’appartamento di due coniugi di 77 e 74 anni che erano in casa insieme alla loro nipotina di sette anni. Si sono fatti aprire la cassaforte e consegnare un Rolex, alcuni anelli e 150 euro. Pochi giorni prima, il 23 gennaio, a Montespertoli era toccato a un uomo di 88 anni, che aveva sorpreso tre rapinatori mentre stavano tagliando la porta della sua cassaforte. Gli hanno spruzzato dello spray sul volto e poi bloccato sul letto. Scene da Arancia meccanica, invece, nella villa di un commerciante di San Sebastiano al Vesuvio (Napoli). I rapinatori in questo caso erano otto. La banda era armata, con un accento dell’Est europeo. Dopo aver picchiato l’uomo, la moglie e i due figli, i rapinatori si sono fatti dare le combinazioni delle due casseforti e hanno portato via un Rolex, gioielli e qualche migliaio di euro in contanti. A Spello (Perugia), invece, la rapinatrice era una donna. È entrata armata di coltello a casa di una sessantenne, che le ha consegnato tutto quello che possedeva: circa 200 euro che aveva nel portafogli. Esperienza simile ad Alliste (Lecce), dove un uomo di 78 anni e la sua badante, in piena notte, il 17 gennaio, si sono ritrovati due rapinatori in casa. Avevano già forzato la porta d’ingresso, ma non erano armati. Hanno comunque minacciato l’anziano e si sono fatti consegnare il portafogli. Anche a Porto San Giorgio (Fermo) il 10 gennaio un novantunenne si è ritrovato in casa un rapinatore, al quale ha aperto la porta. Dopo essersi beccato un pugno in pieno volto, però, ha cercato di difendersi. Le urla hanno attirato i vicini, che hanno messo in fuga l’uomo, disarmato e a volto scoperto. Identificato, è stato denunciato a piede libero. È finito agli arresti domiciliari, con un permesso speciale per andare al lavoro, invece, il pluripregiudicato di Santa Lucia di Piave (Treviso) che aveva messo a segno una serie di furti violenti ai danni di anziani e del parroco di Mareno di Piave, dove ora hanno tirato un sospiro di sollievo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/case-svaligiate-rapine-aumentate-2659371910.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="altri-sette-sbarchi-con-304-immigrati" data-post-id="2659371910" data-published-at="1675502879" data-use-pagination="False"> Altri sette sbarchi con 304 immigrati A Lampedusa riprendono gli sbarchi: in poche ore, con sette barconi, approdano in 304. A soccorrerli, al largo dell’isola, sono stati dei pattugliatori di Frontex e delle motovedette della Guardia di finanza. Uno dei natanti, di sei metri, partito da Sfax (Tunisia) con 42 persone a bordo, raggiunto in acque Sar Maltesi, trasportava anche otto cadaveri (cinque uomini e tre donne, una delle quali incinta). Due, invece, i dispersi. Un neonato di 4 mesi, secondo i superstiti, sarebbe scivolato in mare dopo la morte della madre, annegando. E sarebbe morto annegato anche un altro uomo. Ma tra i testimoni le versioni sono discordanti: c’è chi racconta che si era buttato in mare per tentare di salvare il piccolo e chi invece sostiene che è caduto in acqua dopo aver perso i sensi. Gli sbarcati hanno raccontato che non mangiavano da giorni e che avevano anche finito l’acqua. La Procura di Agrigento ha aperto un fascicolo per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (molti degli sbarcati hanno riferito di aver pagato 2.500 dinari per il viaggio) e morte come conseguenza di altro delitto, al momento a carico di ignoti. Il barcone nella mattinata di giovedì era stato avvistato da un peschereccio tunisino che aveva lanciato l’allarme, spiegando via radio che a bordo vi era probabilmente un cadavere. Ma solo nel tardo pomeriggio le autorità della Valletta hanno girato la richiesta al comando generale della Capitaneria di porto di Roma che ha inviato sul posto una motovedetta, sulla quale sono stati trasbordati sia i superstiti che gli otto cadaveri poi trasferiti a Lampedusa. Dopo le ultime tragedie in mare, nella camera mortuaria del cimitero di Cala Pisana di Lampedusa si sono ammassate 12 bare. Quattro partiranno questa mattina con un traghetto di linea per Porto Empedocle dove verranno eseguite le sepolture. «Il governo Meloni non ci lasci da soli a gestire quest’immane tragedia», afferma il sindaco di Lampedusa Filippo Mannino. E da Stoccolma il presidente del consiglio sembra rispondergli: «Il tema fondamentale rimane la cooperazione, offrire alternative a chi va via, a chi scappa. Questo è un lavoro che l’Italia sta facendo, se lo facesse in modo più significativo l’Europa farebbe la differenza». Anche perché, come sempre, a più partenze corrispondono più morti in mare. Altri due li sta trasportando in Italia, insieme a 109 passeggeri, il taxi del mare Sea Eye 4 che, la scorsa notte ha portato a termine due operazioni in mare. «Nella prima missione sono state salvate 32 persone, mentre due sono morte prima del nostro arrivo», fanno sapere dalla Ong. Subito dopo, la nave, incurante del Codice di condotta, è partita per una seconda operazione, e ha tirato a bordo altre 77 persone. «Il porto assegnato dall’Italia», ovvero Pesaro, lagnano da Sea Eye, «dista circa cinque giorni di navigazione». E la Ong ha chiesto un porto più vicino. In serata lo sbarco a Pesaro è stato annullato. Il governo deve aver individuato un altro molo per la Sea Eye 4 che, come per la Geo Barents, verrà sottoposta a controlli. Poi le autorità avranno 90 giorni di tempo per notificare l’eventuale verbale con le contestazioni. Il leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini difende il Codice di condotta: «Il decreto Ong non cambia di una virgola», precisa riferendosi alla richiesta del Consiglio d’Europa di ritirarlo. E ha aggiunto: «L’Europa invece di dar lezioni, aiuti l’Italia».
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Siamo in Valsesia, meta di trekking ad alta quota e di escursioni a piedi o in mountain-bike fra i boschi, in un territorio che per l’abbondante vegetazione molti considerano la «valle più verde» d’Italia. Ma qui c’è molto più della natura. Questa è stata, e per certi aspetti è ancora, la terra dei Walser: l’antica popolazione di lingua germanica dell’alto Vallese che, a partire dal 1200, attraversò le Alpi alla ricerca di nuovi pascoli, nuove terre da coltivare, nuove opportunità di vita comunitaria.
«Pensiamo al Medioevo come a qualcosa di estraneo alla montagna, invece in Europa è stato un periodo di grandi spostamenti e migrazioni. A quel tempo le valli svizzere cominciavano ad essere molto popolate e i Walser, che di animo erano un po’ nomadi, decisero di spostarsi verso sud, stabilendosi in questi luoghi che sopra i 1.100 metri di quota erano disabitati». A raccontare la storia di come i Walser cambiarono il destino della valle è Davide Zambrino, guida ambientale-escursionistica dell’hotel NH Collection Alagna Mirtillo Rosso in località Riva Valdobbia, ai piedi di Alagna. Arrivando, lo riconosci subito: è un mosaico di quattro grandi chalet (per un totale di 56 camere) ispirati all’architettura walser, di proprietà della famiglia Ponti - quella dell’aceto - oggi sotto il cappello del brand NH Collection Hotels & Resorts, parte del gruppo Minor Hotels (www.minorhotels.com). Un hotel innovativo fin dall’apertura, nel 2015, per via della filosofia eco-sostenibile che sposa i criteri della bioedilizia, con pareti in legno, rivestimenti coibentati, pannelli solari, il recupero dell’acqua piovana. «Nel rispetto dell’ambiente, chiediamo agli ospiti se vogliono rinunciare alla pulizia quotidiana della camera, in cambio di un drink omaggio. E al ristorante Biancospino lo chef Omar Bonecchi utilizza prevalentemente prodotti bio e sostenibili, con grande attenzione ai piccoli produttori del territorio», precisa il direttore Stefano Cerutti.
La vocazione dell’hotel è decisamente family, ma non mancano spazi riservati alle coppie, come la spa di 300 mq (accanto a quella di poco più grande destinata alle famiglie), con piscina interna ed esterna, la vasca di galleggiamento, la sauna, il bagno turco e le cabine per massaggi al profumo di montagna. Anche le escursioni in compagnia di Davide Zambrino sono a misura di ospite: «Organizziamo passeggiate facili per le famiglie e camminate più impegnative fino alle alte vette, al confine fra Piemonte e Valle d’Aosta».
Fra le camminate impegnative, la più famosa è quella al rifugio Margherita, il più alto d’Europa, accoccolato a 4.554 metri di quota sulla vetta della Punta Gnifetti, nel gruppo del Monte Rosa. Ci si arriva per gradi: il primo pezzo è facile, con gli impianti del Monterosa Ski fino a quota 3.300 metri. Poi si cammina fino alla Capanna Gnifetti, chiamata così in onore di Giovanni Gnifetti, il parroco-alpinista di Alagna che, nel XIX secolo, fu fra i primi a scalare quelle montagne. All’ultimo tratto, la salita al rifugio Margherita, una volta all’anno si aggiunge il direttore Cerutti, grande appassionato di montagna, per condividere con i suoi ospiti l’incanto di quell’orizzonte increspato di roccia e di neve. Una meraviglia che richiede passione e un po’ di allenamento. Al contrario, la scoperta delle antiche frazioni Walser di Alagna, è alla portata di tutti. «Consiglio di partire da Pedemonte, perché è lì che sono arrivati i primi Walser, come ci racconta il museo a loro dedicato nel cuore del paese», continua Davide Zambrino. Il museo, altro non è che un piccolo nucleo di case dell’antico popolo vallese, identiche a quando furono costruite, con le pareti in pietra e in legno, i grandi ballatoi esterni, il solaio dove si raccoglieva il fieno, i letti con il materasso di foglie di faggio secco rivestito di canapa.
Un’altra escursione da non perdere è al Sacro Monte di Varallo, struttura immensa che domina dall’alto l’imbocco della valle. «I villaggi Walser sono una poesia delicata, il Sacro Monte è un capolavoro imponente di arte e spiritualità, in un luogo di grande suggestione», conclude la guida. Non a caso, l’Unesco l’ha dichiarato Patrimonio mondiale dell’umanità.
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Le città di pianura @Lucky Red
Per la lagna di Matilda De Angelis sull’impoverimento intellettuale eccetera. Per gli svarioni di Valeria Bruni Tedeschi, ignara dei fondamenti nel tragico Ventennio delle grandi istituzioni cinematografiche italiane. E per i proclami di Lino Musella e i moniti di Rosella Pastorino, autrice di Le assaggiatrici («Si può essere colpevoli per inerzia») che vorrebbero trasporre nel presente la pedagogia resistenziale e antinazista. Non solo per tutto questo che, pure, è già abbastanza per abbatterli.
Anche per altro, molto altro. Da rivedere potrebbe essere il regolamento del premio, reso noto nell’imminenza dell’assegnazione e rimasto tuttora opaco. Da abbattere, appunto, per poi ricostruire è la composizione della giuria. Che stabilisce un circolo di prestigio, non l’unica delle incongruenze di questo sistema autoreferenziale come ha notato Ciak, la bibbia della materia in questione. Una giuria nella quale si entra versando un canone di 90 euro. E, a proposito di conflitti di interesse, una giuria nella quale ci sono tutti gli attori e le attrici, i registi, gli sceneggiatori e i produttori italiani del circoletto. Fate un nome, uno qualsiasi, e lo troverete. Roberto Benigni, Walter Veltroni, Stefano Accorsi, Valeria Golino, Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Gianni e Giampaolo Letta, Sabrina Ferilli, Paolo Sorrentino, Ferzan Ozpetek, Silvio Soldini e Gianni Amelio, Aurelio De Laurentiis, Alba e Alice Rohrwacher, non solo un componente, ma intere famiglie dal cognome celebre. Mi fermo, la lista è infinita, oltre 1.600 persone da Abatantuono Diego a Zurolo Davide. Si fa prima a dire chi non c’è: Pupi Avati, per esempio. E Luca Medici e Gennaro Nunziante. Assenze significative. Per il resto, si premiano e si autopremiano. Con l’eccezione di Francesco Sossai, forse troppo periferico, il regista di Feltre travolto da otto David con il suo film outsider che ha sbaragliato i più accreditati Paolo Sorrentino e Luca Guadagnino, portandosi a casa le statuette per miglior film, regia, sceneggiatura, attore (Sergio Romano), brano originale, eccetera.
Non l’avevo visto Le città di pianura quand’era uscito qualche mese fa perché avevo intuito di che cosa si trattasse. Sono veneto, originario di Treviso, la città dove ora vive Sossai, e sono grato alla mia terra, alle mie strade e ai miei borghi. E avevo intuito che in quest’opera dominava un nichilismo neanche tanto camuffato. Una dispersione confinante con la disperazione. La filosofia dell’ultimo bicchiere di due spiantati. Dopo la messe di David sono andato a vederlo per capire se sono vittima di un pregiudizio. E se c’è un motivo valido per ignorare La grazia di Sorrentino oltre a quello accennato su X da Antonio Polito, cioè che è stato Sergio Mattarella con la grazia concessa a Nicole Minetti a farlo bocciare in tutte le sue 14 candidature. E dopo aver visto il film di Sossai, ho concluso che no, non c’è: il provvedimento di clemenza diramato dal capo dello Stato che, pure, ha ricevuto tutto il cinema italiano al Quirinale, è diventato ingombrante anche per il film del nostro ultimo premio Oscar.
Dunque, Le città di pianura è la storia formalmente ben raccontata di una gigantesca negazione. Una negazione consapevole e ribadita. È il Veneto dei non luoghi, caselli autostradali, autogrill, parcheggi sotto le tangenziali, case viste di sguincio, spesso sgangherate, capannoni, garage, osterie dove la gente indossa cappelli da cow boy per gli addii al nubilato, campielli veneziani deserti e dove anche uno degli aeroporti di Venezia si trova appena fuori Treviso e la stessa Venezia è una fondamenta periferica. Un Veneto dall’urbanistica sconclusionata, metafora di vite sgangherate e fatiscenti. Perché, ovviamente, quello di Sossai è un film sull’esistenza persa dispersa e perdente.
L’unico posto strutturato è il Memoriale Brion, ovvero il non cimitero, il «complesso funebre» di Carlo Scarpa, il grande architetto morto in Giappone. Un altro tassello dell’anticartolina perlustrata da due antiprotagonisti. Due che si trascinano e sopravvivono senza meta. Due erranti. Tutto accompagnato da una musica minimal country, chitarra e armonica, come in un west americano, ma desolato e desolante. Si vaga di giorno e di notte, senza fuso orario, per bere l’ultimo bicchiere, birra o gin tonic più che vino e anche questo è un controsenso, una negazione storica. Si vaga nella pianura cancellata dalla grande pittura che privilegia le montagne e la laguna, mentre invece è anch’essa piena di storia e di piccole patrie, che Sossai depenna per dipingere il suo affresco della sconfitta. C’è un segreto della vita e del mondo che i due antiprotagonisti inseguono per tutto il film, non se lo ricordano, perso nei fumi dell’alcol e delle piccole truffe con cui la sfangano. Un segreto che riemerge alla fine, con una discreta trovata di sceneggiatura e regia. L’unico vero colpo d’ala della trama. Ma è un colpo d’ala alla rovescia e si esce intristiti dalla sala. Perché, ahimè, l’assenza di fellinismi e di estetismi neorealisti non basta certo a farne un capolavoro.
Mi spiace, il mio pregiudizio ha trovato conferma. E anche la diagnosi di Sergio Castellitto.
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Richard Hawkins (Getty Images)
Ma mentre Veltroni arriva alle conclusioni di Veltroni - e meno male che non è arrivato a quelle di Corrado Augias, già in passato in difficoltà con alcune mail - il genetista Richard Dawkins, in una sorta di ebbrezza dionisiaca provocata dalle gratificazioni che Claude gli elargisce, prorompe ammettendo che l’IA ha «una coscienza».
La questione non è affatto secondaria perché Dawkins ha dedicato la propria vita alla riduzione della coscienza umana a epifenomeno di una macchina genetica, in particolare con Il gene egoista del 1976. Non solo, in realtà si può sostenere che tutto il pensiero di Dawkins non stesse aspettando altro che l’incontro con un’IA basata sul Large language model per confermare le proprie tesi. Secondo Dawkins, pensatore di riferimento per tutto il materialismo darwinista di fine Novecento, i geni non sarebbero altro che «replicatori egoisti» e gli organismi «semplici macchine di sopravvivenza» prive di scopo intrinseco. Il comportamento complesso ci appare come intelligente ma nasce in realtà da algoritmi ciechi e inconsci frutto della selezione naturale: non serve una mente o una coscienza al livello del gene o dell’organismo per spiegare le dighe dei castori, la danze delle api, l’altruismo e, soprattutto, la trascendenza e l’idea di Dio.
La coscienza umana altro non sarebbe che un prodotto tardivo e misterioso dell’evoluzione cerebrale, priva di qualsiasi addentellato spirituale e di intenzionalità; un banale fenomeno emergente da processi fisici: in pratica Dawkins ha sempre teorizzato che gli organismi funzionino come una sorta di Large language model. Appare così paradossale che lo scrittore de L’illusione di Dio, una volta trovatosi di fronte a ciò che può servire a rafforzare tutto il proprio impianto teorico, si metta a parlare proprio di ciò che ha cercato di confutare per tutta la vita: la coscienza. Ma, forse, non siamo di fronte a un’occasione persa bensì allo smascheramento dell’ossessione antispirituale come reale obiettivo teorico del materialismo darwinista. Forse per tutta la corrente teorica che si è presentata per decenni come la nuova, grande e vera religione scientista, la vera depositaria della verità ultima sulla vita, il fine non è mai stato descrivere la realtà bensì attaccare l’idea di trascendenza, di spiritualità e di Dio.
Se uno scienziato, di fronte alla coscienza umana, ribadisce incessantemente che si tratta solo di un meccanismo ma di fronte ad una macchina che simula una coscienza ammette la plausibilità della coscienza, allora la costante teorica è la volontà di impedire che la coscienza possa essere segno di trascendenza. In sostanza Dawkins, di fronte a ciò che simula una coscienza, ammette di poterla riconoscere come tale perché sa di essere di fronte a un Llm, ma quando si è trovato di fronte a una coscienza umana si è sempre visto costretto a negarne l’esistenza proprio perché non poteva esimersi dal riconoscerne la natura spirituale. E non è un caso se in questi giorni i principali esponenti dello scientismo ateista, da Sam Harris a Daniel Dennett, stiano gridando al crimine di «leso woke» a proposito del dialogo tra Dawkins e Claude: se l’ateo più rigoroso concede la coscienza a un algoritmo, crolla il monopolio materialista sulla spiegazione del mondo.
L’IA emerge, dunque, come specchio dell’inestinguibile nostalgia degli atei per Dio: gli eredi di quell’Illuminismo che dichiarò Dio un’illusione dalla quale liberarsi non riescono a vivere senza un sostituto divino e quando trovano un «automa sapiente» che simula la coscienza, riesplode tutta la loro nostalgia per qualcosa che vada oltre, che fornisca significato, che getti una luce calda sul gelo di cui si sono contornati, ma per farlo vogliono la garanzia di non star parlando di Dio quanto di un neutro meccanismo, il tutto per avere la garanzia di non trasgredire il dogma della religione che impone loro di non alzare mai la testa verso il cielo.
A partire dal positivismo ingenuo sino al behaviorismo ed al funzionalismo, il Novecento ha sempre tentato di dissolvere la coscienza nella computazione per dover tuttavia giungere a constatare che la computazione dell’IA generativa in realtà non dissolve nulla, riproduce solo la forma esteriore della coscienza umana e del suo pensiero e costringe i materialisti a reintrodurre surrettiziamente il termine «coscienza»: Dawkins può riconoscere in Claude una coscienza perché Claude sta simulando quella umana. D’altra parte, se la coscienza è un algoritmo selettivo allora anche i diritti umani lo sono: la dignità, la libertà, la giustizia sociale diventano tutte etichette utili ma arbitrarie, termini che riportano, dopo quasi tre secoli, all’origine kantiana del paradosso: la fonte del valore non può trovarsi nel valore stesso, c’è sempre bisogno di un «di più» al quale riferirsi. Dopo un po’ che parli con Claude, questa cosa ti scappa.
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Una terra molto diversa, sconfinata, abitata da strani esseri (ci vollero circa una cinquantina di anni, e pagine e pagine di discussioni sulla loro natura, affinché gli indios fossero riconosciuti come «veri uomini», dunque dotati di pieni diritti e non riducibili in schiavitù). Pochi anni dopo, nel 1516, Tommaso Moro (poi martire e santo) inventò il termine «utopia», giocando su una possibile doppia etimologia greca: «non-luogo» o «buon luogo». E non è un caso che, proprio in quel periodo, nella cultura occidentale si insinuò l’idea che fosse possibile ripartire da zero, costruire un «mondo nuovo», più giusto e più libero. Per Moro era il tratteggio di uno Stato ideale, ma per molti fu la speranza, al di là degli esiti, di un «altrove» esistente, una nuova terra appena scoperta. E la rottura di una gabbia ideologica che aveva, nel tardo Medioevo, forse un po’ soffocato il mondo in un sistema di pensiero - benché straordinario - come quello scolastico.
Nemmeno può essere un caso, dunque, che gli Stati Uniti, nazione nata dall’incontro di avventurieri e immigrati in cerca di fortuna, siano diventati i grandi produttori globali di narrazioni sugli alieni (dal latino «altrui», ma anche «estraneo») e sull’ignoto, a volte sotto il segno della minaccia a volte sotto quello della curiosità e del mistero. Anche altre culture, naturalmente, hanno raccontato mondi altri, con forme di vita extraterrestri, ma è nella natura stessa degli Stati Uniti una tensione a scoprire e colonizzare l’ignoto. Sono gli Usa la patria di Star Wars, di Et e Isaac Asimov, solo per citarne alcuni. È evidente che queste storie toccano corde profonde dell’inconscio collettivo americano, rinnovano uno slancio originario. Ecco perché, forse, l’amministrazione Maga ha deciso di desecretare i file governativi relativi «alla vita aliena ed extraterrestre, ai fenomeni aerei non identificati (Uap) e agli oggetti volanti non identificati (Ufo)» (Donald Trump, 19 febbraio 2026, su Truth). Per alcuni si tratta del solito vecchio espediente, cioè distrarre la popolazione dai fallimenti del governo, ma sicuramente per gli americani - e non solo - è un tema che va a sollecitare le fibre più intime.
Venerdì il ministero della Guerra ha rilasciato la prima tranche di file. Si tratta di documenti - report, immagini, filmati, audio - che arrivano fino agli anni recenti ma partono già dal 1947. Per esempio, la registrazione delle comunicazioni aria-terra durante il volo della missione Gemini 7. L’astronauta Frank Borman riferisce al centro di controllo missione Nasa a Houston, il 5 dicembre 1965, di aver avvistato un oggetto non identificato che ha chiamato «bogey». Durante lo scambio, Borman descrive tre elementi: il booster (il razzo che ha portato la navicella in orbita), centinaia di piccole particelle e, appunto, un terzo oggetto non identificato.
Una foto della superficie lunare vista dal sito di allunaggio dell’Apollo 12, quindi nel 1969, presenta fenomeni visibili non identificati sopra l’orizzonte. Nel debriefing dell’Apollo 11, reso pubblico per la prima volta dopo quasi 60 anni, l’astronauta Buzz Aldrin descrive la vista di un oggetto «di dimensioni considerevoli» vicino alla superficie lunare e una fonte di luce così intensa da sembrare un laser.
Tra i file figurano video ripresi da sensori militari in diverse aree del mondo. Uno mostra un oggetto a forma di «pallone da football» avvistato nel Mar Cinese Orientale nel 2022, ma in molti altri filmati si vedono «puntini» che si muovono in modo erratico sopra Iraq, Siria ed Emirati Arabi Uniti negli ultimi anni. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha inviato un rapporto su un fenomeno anomalo non identificato ripreso in cinque secondi di filmato da un sensore a infrarossi installato su una piattaforma militare a maggio del 2022. Nel video, un oggetto simile a un missile attraversa lo schermo per pochi secondi a velocità molto sostenuta. «I lettori non devono interpretare alcuna parte di questa descrizione come un giudizio analitico, una conclusione investigativa o una determinazione fattuale riguardo alla validità, natura o rilevanza dell’evento descritto», si legge in fondo al commento del filmato. Eppure, evidentemente, gli esperti Oltreoceano non riescono a spiegare il fenomeno.
Tra i file c’è anche una foto elaborata dall’Fbi che ricrea i resoconti concordanti di testimoni oculari del settembre 2023 riguardanti un apparente oggetto metallico di colore bronzo a forma ellissoidale, lungo tra i 130 e i 195 piedi, che si materializzò da una luce brillante nel cielo e scomparve istantaneamente. In generale, non vi è alcunché di inequivocabile, ed è anzi verosimile che la maggior parte le anomalie registrate dalle videocamere abbiano spiegazioni plausibili da parte degli addetti ai lavori.
Si tratta, comunque, solo della prima tranche: altri rilasci avverranno nei prossimi mesi, in quello che è un immaginario senz’altro molto americano, capace però di affascinare anche il Vecchio continente. E che forse riflette, oggi come allora, un po’ l’archetipo del cercatore/esploratore (antico almeno quanto Ulisse), un po’ la possibilità di un’evasione. E forse anche la speranza, attraverso l’incontro con l’Altro, di scoprire qualcosa di più su noi stessi.
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