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2023-02-04
Raffica di case svaligiate dalle bande. Nel 2022 rapine aumentate del 30%
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Tre rapinatori incappucciati entrano in casa Facchinetti, a Bergamo, tra via Baioni e lo stadio, a caccia di oro. Pistole in pugno hanno minacciato Roby Facchinetti, la voce dei Pooh, che era in compagnia della moglie Giovanna e dei figli, e gli hanno portato via gioielli e oggetti preziosi. Il musicista, 78 anni, pensava di poter passare una domenica rilassante prima del Festival di Sanremo, quando è cominciato l’incubo. Suo figlio Francesco ieri ha sfogato tutta la sua rabbia su Instagram: «È una di quelle cose che vorresti non capitasse mai nella vita. Sono molto triste e amareggiato di come si è trasformato il nostro Paese. Avere una villa con soldi guadagnati onestamente non è una condanna. Bisogna sentirsi sicuri nel posto in cui si vive ed è una vergogna che in una Paese con la pressione fiscale superiore al 60 per cento noi non ci sentiamo sicuri». La Verità da tempo denuncia la situazione da Gotham city nella quale sono scivolate molte città italiane durante la gestione di Luciana Lamorgese al Viminale. E se il Codacons stima circa 182.000 rapine all’anno all’interno delle abitazioni private, ovvero quasi 500 al giorno e una ogni tre minuti circa (la maggior parte senza un colpevole), la Direzione centrale della polizia criminale nel suo ultimo Rapporto sulla criminalità predatoria ha calcolato 447.820 furti e 12.536 rapine in abitazioni nel 2022, rispettivamente in aumento del 29,7 per cento e del 31,8 rispetto all’anno precedente. Ed è comprensibile che Facchinetti se ne sia uscito con un «complimenti allo Stato e al governo che dalla destra alla sinistra è incapace di mantenere l’ordine e il controllo».
E anche che abbia annunciato l’intenzione di trasferirsi in Svizzera: «Non voglio crescere i miei figli in un Paese dove non possono essere liberi e non possono uscire di casa». Ville di vip negli ultimi tempi ne sono state visitate parecchie. Un mese fa, per esempio, Roberta Martini, influencer, ex modella e imprenditrice milanese della moda, si è trovata in casa tre uomini, anche in questo caso con il volto coperto, mentre dormiva, a notte fonda. È stata svegliata con una mano sulla bocca e immobilizzata con delle fascette da elettricista. Bottino: gioielli, oggetti preziosi e un migliaio di euro in contanti. Esperienza simile per il calciatore del Milan Theo Hernandez. Che non era a casa, a Cassano Magnago (Varese), quando sono entrati quattro rapinatori. Sua moglie Zoe Cristofoli, modella e influencer, è stata sorpresa mentre era con il suo bimbo di sei mesi. È stata aggredita, strattonata e costretta ad aprire la cassaforte. Ha dovuto aprire la cassaforte anche Saturnino De Cecco, proprietario del famoso pastificio. A fine gennaio quattro o cinque uomini con il volto coperto sono entrati nella sua villa di Montesilvano (Pescara). L’imprenditore era in casa con la famiglia (moglie e figlia di cinque anni). I rapinatori hanno portato via gioielli e orologi di lusso. Ma le vittime vip in realtà sono solo una piccola parte. E in alcuni casi le rapine sono anche finite in tragedia. Come a Siena, dove una ottantunenne, Anna Maria Burrini, è stata rapinata e uccisa, strangolata con un laccio per le scarpe da due ucraini, uno dei quali era il suo ex inquilino. Gli anziani sono i più esposti. L’1 febbraio, a Roma, dei finti postini hanno citofonato a casa di una novantaseienne con la scusa di doverle consegnare un pacco. L’hanno malmenata, procurandole delle gravi contusioni alla testa. A Empoli, il 31 gennaio, tre malviventi con cappuccio e guanti sono entrati nell’appartamento di due coniugi di 77 e 74 anni che erano in casa insieme alla loro nipotina di sette anni. Si sono fatti aprire la cassaforte e consegnare un Rolex, alcuni anelli e 150 euro. Pochi giorni prima, il 23 gennaio, a Montespertoli era toccato a un uomo di 88 anni, che aveva sorpreso tre rapinatori mentre stavano tagliando la porta della sua cassaforte. Gli hanno spruzzato dello spray sul volto e poi bloccato sul letto. Scene da Arancia meccanica, invece, nella villa di un commerciante di San Sebastiano al Vesuvio (Napoli). I rapinatori in questo caso erano otto. La banda era armata, con un accento dell’Est europeo. Dopo aver picchiato l’uomo, la moglie e i due figli, i rapinatori si sono fatti dare le combinazioni delle due casseforti e hanno portato via un Rolex, gioielli e qualche migliaio di euro in contanti. A Spello (Perugia), invece, la rapinatrice era una donna. È entrata armata di coltello a casa di una sessantenne, che le ha consegnato tutto quello che possedeva: circa 200 euro che aveva nel portafogli. Esperienza simile ad Alliste (Lecce), dove un uomo di 78 anni e la sua badante, in piena notte, il 17 gennaio, si sono ritrovati due rapinatori in casa. Avevano già forzato la porta d’ingresso, ma non erano armati. Hanno comunque minacciato l’anziano e si sono fatti consegnare il portafogli. Anche a Porto San Giorgio (Fermo) il 10 gennaio un novantunenne si è ritrovato in casa un rapinatore, al quale ha aperto la porta. Dopo essersi beccato un pugno in pieno volto, però, ha cercato di difendersi. Le urla hanno attirato i vicini, che hanno messo in fuga l’uomo, disarmato e a volto scoperto. Identificato, è stato denunciato a piede libero. È finito agli arresti domiciliari, con un permesso speciale per andare al lavoro, invece, il pluripregiudicato di Santa Lucia di Piave (Treviso) che aveva messo a segno una serie di furti violenti ai danni di anziani e del parroco di Mareno di Piave, dove ora hanno tirato un sospiro di sollievo.
Altri sette sbarchi con 304 immigrati
A Lampedusa riprendono gli sbarchi: in poche ore, con sette barconi, approdano in 304. A soccorrerli, al largo dell’isola, sono stati dei pattugliatori di Frontex e delle motovedette della Guardia di finanza. Uno dei natanti, di sei metri, partito da Sfax (Tunisia) con 42 persone a bordo, raggiunto in acque Sar Maltesi, trasportava anche otto cadaveri (cinque uomini e tre donne, una delle quali incinta). Due, invece, i dispersi. Un neonato di 4 mesi, secondo i superstiti, sarebbe scivolato in mare dopo la morte della madre, annegando. E sarebbe morto annegato anche un altro uomo. Ma tra i testimoni le versioni sono discordanti: c’è chi racconta che si era buttato in mare per tentare di salvare il piccolo e chi invece sostiene che è caduto in acqua dopo aver perso i sensi. Gli sbarcati hanno raccontato che non mangiavano da giorni e che avevano anche finito l’acqua. La Procura di Agrigento ha aperto un fascicolo per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (molti degli sbarcati hanno riferito di aver pagato 2.500 dinari per il viaggio) e morte come conseguenza di altro delitto, al momento a carico di ignoti. Il barcone nella mattinata di giovedì era stato avvistato da un peschereccio tunisino che aveva lanciato l’allarme, spiegando via radio che a bordo vi era probabilmente un cadavere. Ma solo nel tardo pomeriggio le autorità della Valletta hanno girato la richiesta al comando generale della Capitaneria di porto di Roma che ha inviato sul posto una motovedetta, sulla quale sono stati trasbordati sia i superstiti che gli otto cadaveri poi trasferiti a Lampedusa. Dopo le ultime tragedie in mare, nella camera mortuaria del cimitero di Cala Pisana di Lampedusa si sono ammassate 12 bare. Quattro partiranno questa mattina con un traghetto di linea per Porto Empedocle dove verranno eseguite le sepolture. «Il governo Meloni non ci lasci da soli a gestire quest’immane tragedia», afferma il sindaco di Lampedusa Filippo Mannino. E da Stoccolma il presidente del consiglio sembra rispondergli: «Il tema fondamentale rimane la cooperazione, offrire alternative a chi va via, a chi scappa. Questo è un lavoro che l’Italia sta facendo, se lo facesse in modo più significativo l’Europa farebbe la differenza». Anche perché, come sempre, a più partenze corrispondono più morti in mare. Altri due li sta trasportando in Italia, insieme a 109 passeggeri, il taxi del mare Sea Eye 4 che, la scorsa notte ha portato a termine due operazioni in mare. «Nella prima missione sono state salvate 32 persone, mentre due sono morte prima del nostro arrivo», fanno sapere dalla Ong. Subito dopo, la nave, incurante del Codice di condotta, è partita per una seconda operazione, e ha tirato a bordo altre 77 persone. «Il porto assegnato dall’Italia», ovvero Pesaro, lagnano da Sea Eye, «dista circa cinque giorni di navigazione». E la Ong ha chiesto un porto più vicino. In serata lo sbarco a Pesaro è stato annullato. Il governo deve aver individuato un altro molo per la Sea Eye 4 che, come per la Geo Barents, verrà sottoposta a controlli. Poi le autorità avranno 90 giorni di tempo per notificare l’eventuale verbale con le contestazioni. Il leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini difende il Codice di condotta: «Il decreto Ong non cambia di una virgola», precisa riferendosi alla richiesta del Consiglio d’Europa di ritirarlo. E ha aggiunto: «L’Europa invece di dar lezioni, aiuti l’Italia».
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L’ultima vittima è Roby Facchinetti, minacciato da banditi armati. Anche il patron della De Cecco, calciatori e influencer visitati dai ladri. Che non disdegnano neppure la gente comune. Stimato un furto ogni tre minuti.Arrivi continui a Lampedusa. Trovati otto cadaveri in un barcone soccorso. Un neonato disperso in mare. Annullato l’attracco a Pesaro della Sea eye, con a bordo 109 persone.Lo speciale contiene due articoli. Tre rapinatori incappucciati entrano in casa Facchinetti, a Bergamo, tra via Baioni e lo stadio, a caccia di oro. Pistole in pugno hanno minacciato Roby Facchinetti, la voce dei Pooh, che era in compagnia della moglie Giovanna e dei figli, e gli hanno portato via gioielli e oggetti preziosi. Il musicista, 78 anni, pensava di poter passare una domenica rilassante prima del Festival di Sanremo, quando è cominciato l’incubo. Suo figlio Francesco ieri ha sfogato tutta la sua rabbia su Instagram: «È una di quelle cose che vorresti non capitasse mai nella vita. Sono molto triste e amareggiato di come si è trasformato il nostro Paese. Avere una villa con soldi guadagnati onestamente non è una condanna. Bisogna sentirsi sicuri nel posto in cui si vive ed è una vergogna che in una Paese con la pressione fiscale superiore al 60 per cento noi non ci sentiamo sicuri». La Verità da tempo denuncia la situazione da Gotham city nella quale sono scivolate molte città italiane durante la gestione di Luciana Lamorgese al Viminale. E se il Codacons stima circa 182.000 rapine all’anno all’interno delle abitazioni private, ovvero quasi 500 al giorno e una ogni tre minuti circa (la maggior parte senza un colpevole), la Direzione centrale della polizia criminale nel suo ultimo Rapporto sulla criminalità predatoria ha calcolato 447.820 furti e 12.536 rapine in abitazioni nel 2022, rispettivamente in aumento del 29,7 per cento e del 31,8 rispetto all’anno precedente. Ed è comprensibile che Facchinetti se ne sia uscito con un «complimenti allo Stato e al governo che dalla destra alla sinistra è incapace di mantenere l’ordine e il controllo». E anche che abbia annunciato l’intenzione di trasferirsi in Svizzera: «Non voglio crescere i miei figli in un Paese dove non possono essere liberi e non possono uscire di casa». Ville di vip negli ultimi tempi ne sono state visitate parecchie. Un mese fa, per esempio, Roberta Martini, influencer, ex modella e imprenditrice milanese della moda, si è trovata in casa tre uomini, anche in questo caso con il volto coperto, mentre dormiva, a notte fonda. È stata svegliata con una mano sulla bocca e immobilizzata con delle fascette da elettricista. Bottino: gioielli, oggetti preziosi e un migliaio di euro in contanti. Esperienza simile per il calciatore del Milan Theo Hernandez. Che non era a casa, a Cassano Magnago (Varese), quando sono entrati quattro rapinatori. Sua moglie Zoe Cristofoli, modella e influencer, è stata sorpresa mentre era con il suo bimbo di sei mesi. È stata aggredita, strattonata e costretta ad aprire la cassaforte. Ha dovuto aprire la cassaforte anche Saturnino De Cecco, proprietario del famoso pastificio. A fine gennaio quattro o cinque uomini con il volto coperto sono entrati nella sua villa di Montesilvano (Pescara). L’imprenditore era in casa con la famiglia (moglie e figlia di cinque anni). I rapinatori hanno portato via gioielli e orologi di lusso. Ma le vittime vip in realtà sono solo una piccola parte. E in alcuni casi le rapine sono anche finite in tragedia. Come a Siena, dove una ottantunenne, Anna Maria Burrini, è stata rapinata e uccisa, strangolata con un laccio per le scarpe da due ucraini, uno dei quali era il suo ex inquilino. Gli anziani sono i più esposti. L’1 febbraio, a Roma, dei finti postini hanno citofonato a casa di una novantaseienne con la scusa di doverle consegnare un pacco. L’hanno malmenata, procurandole delle gravi contusioni alla testa. A Empoli, il 31 gennaio, tre malviventi con cappuccio e guanti sono entrati nell’appartamento di due coniugi di 77 e 74 anni che erano in casa insieme alla loro nipotina di sette anni. Si sono fatti aprire la cassaforte e consegnare un Rolex, alcuni anelli e 150 euro. Pochi giorni prima, il 23 gennaio, a Montespertoli era toccato a un uomo di 88 anni, che aveva sorpreso tre rapinatori mentre stavano tagliando la porta della sua cassaforte. Gli hanno spruzzato dello spray sul volto e poi bloccato sul letto. Scene da Arancia meccanica, invece, nella villa di un commerciante di San Sebastiano al Vesuvio (Napoli). I rapinatori in questo caso erano otto. La banda era armata, con un accento dell’Est europeo. Dopo aver picchiato l’uomo, la moglie e i due figli, i rapinatori si sono fatti dare le combinazioni delle due casseforti e hanno portato via un Rolex, gioielli e qualche migliaio di euro in contanti. A Spello (Perugia), invece, la rapinatrice era una donna. È entrata armata di coltello a casa di una sessantenne, che le ha consegnato tutto quello che possedeva: circa 200 euro che aveva nel portafogli. Esperienza simile ad Alliste (Lecce), dove un uomo di 78 anni e la sua badante, in piena notte, il 17 gennaio, si sono ritrovati due rapinatori in casa. Avevano già forzato la porta d’ingresso, ma non erano armati. Hanno comunque minacciato l’anziano e si sono fatti consegnare il portafogli. Anche a Porto San Giorgio (Fermo) il 10 gennaio un novantunenne si è ritrovato in casa un rapinatore, al quale ha aperto la porta. Dopo essersi beccato un pugno in pieno volto, però, ha cercato di difendersi. Le urla hanno attirato i vicini, che hanno messo in fuga l’uomo, disarmato e a volto scoperto. Identificato, è stato denunciato a piede libero. È finito agli arresti domiciliari, con un permesso speciale per andare al lavoro, invece, il pluripregiudicato di Santa Lucia di Piave (Treviso) che aveva messo a segno una serie di furti violenti ai danni di anziani e del parroco di Mareno di Piave, dove ora hanno tirato un sospiro di sollievo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/case-svaligiate-rapine-aumentate-2659371910.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="altri-sette-sbarchi-con-304-immigrati" data-post-id="2659371910" data-published-at="1675502879" data-use-pagination="False"> Altri sette sbarchi con 304 immigrati A Lampedusa riprendono gli sbarchi: in poche ore, con sette barconi, approdano in 304. A soccorrerli, al largo dell’isola, sono stati dei pattugliatori di Frontex e delle motovedette della Guardia di finanza. Uno dei natanti, di sei metri, partito da Sfax (Tunisia) con 42 persone a bordo, raggiunto in acque Sar Maltesi, trasportava anche otto cadaveri (cinque uomini e tre donne, una delle quali incinta). Due, invece, i dispersi. Un neonato di 4 mesi, secondo i superstiti, sarebbe scivolato in mare dopo la morte della madre, annegando. E sarebbe morto annegato anche un altro uomo. Ma tra i testimoni le versioni sono discordanti: c’è chi racconta che si era buttato in mare per tentare di salvare il piccolo e chi invece sostiene che è caduto in acqua dopo aver perso i sensi. Gli sbarcati hanno raccontato che non mangiavano da giorni e che avevano anche finito l’acqua. La Procura di Agrigento ha aperto un fascicolo per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (molti degli sbarcati hanno riferito di aver pagato 2.500 dinari per il viaggio) e morte come conseguenza di altro delitto, al momento a carico di ignoti. Il barcone nella mattinata di giovedì era stato avvistato da un peschereccio tunisino che aveva lanciato l’allarme, spiegando via radio che a bordo vi era probabilmente un cadavere. Ma solo nel tardo pomeriggio le autorità della Valletta hanno girato la richiesta al comando generale della Capitaneria di porto di Roma che ha inviato sul posto una motovedetta, sulla quale sono stati trasbordati sia i superstiti che gli otto cadaveri poi trasferiti a Lampedusa. Dopo le ultime tragedie in mare, nella camera mortuaria del cimitero di Cala Pisana di Lampedusa si sono ammassate 12 bare. Quattro partiranno questa mattina con un traghetto di linea per Porto Empedocle dove verranno eseguite le sepolture. «Il governo Meloni non ci lasci da soli a gestire quest’immane tragedia», afferma il sindaco di Lampedusa Filippo Mannino. E da Stoccolma il presidente del consiglio sembra rispondergli: «Il tema fondamentale rimane la cooperazione, offrire alternative a chi va via, a chi scappa. Questo è un lavoro che l’Italia sta facendo, se lo facesse in modo più significativo l’Europa farebbe la differenza». Anche perché, come sempre, a più partenze corrispondono più morti in mare. Altri due li sta trasportando in Italia, insieme a 109 passeggeri, il taxi del mare Sea Eye 4 che, la scorsa notte ha portato a termine due operazioni in mare. «Nella prima missione sono state salvate 32 persone, mentre due sono morte prima del nostro arrivo», fanno sapere dalla Ong. Subito dopo, la nave, incurante del Codice di condotta, è partita per una seconda operazione, e ha tirato a bordo altre 77 persone. «Il porto assegnato dall’Italia», ovvero Pesaro, lagnano da Sea Eye, «dista circa cinque giorni di navigazione». E la Ong ha chiesto un porto più vicino. In serata lo sbarco a Pesaro è stato annullato. Il governo deve aver individuato un altro molo per la Sea Eye 4 che, come per la Geo Barents, verrà sottoposta a controlli. Poi le autorità avranno 90 giorni di tempo per notificare l’eventuale verbale con le contestazioni. Il leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini difende il Codice di condotta: «Il decreto Ong non cambia di una virgola», precisa riferendosi alla richiesta del Consiglio d’Europa di ritirarlo. E ha aggiunto: «L’Europa invece di dar lezioni, aiuti l’Italia».
Imagoeconomica
Va detto, però, che un tale intervento difficilmente potrebbe consistere - come invece si vorrebbe - nella pura e semplice esclusione del diritto al risarcimento del danno quando esso sia stato prodotto, come nel caso in questione, da soggetto che abbia agito in presenza sì di una causa di giustificazione - qual’era, nella specie, quella dell’uso legittimo delle armi - ma eccedendo colposamente i limiti entro i quali l’azione doveva essere contenuta per risultare pienamente giustificabile. In tal caso, infatti, in base all’art. 55 del codice penale, si rende configurabile, a carico dell’autore di tale condotta, quando essa sia punibile anche a titolo di colpa, proprio il reato per il quale Marroccella è stato condannato. E la condanna per un qualsiasi reato, in base alla tassativa e ineludibile previsione dell’art. 185, comporta di necessità anche quella al risarcimento dei danni in favore della persona offesa o, nel caso in cui questa sia morta, dei suoi congiunti. Una norma che escludesse l’operatività della norma ora citata per il solo caso che la vittima del reato di eccesso colposo stesse a sua volta commettendo un reato sarebbe, con ogni probabilità, destinata a cadere sotto la mannaia della Corte costituzionale per manifesta violazione del principio di uguaglianza previsto dall’art. 3 della Costituzione. Infatti, qualora il reato di eccesso colposo non abbia causato la morte della vittima, il diritto di quest’ultima ad ottenere il risarcimento del danno si accompagna all’obbligo di risarcire, a sua volta, il danno prodotto alla vittima del reato da essa commesso. Le due posizioni, quindi, risultano perfettamente equilibrate. Qualora, invece, dall’eccesso colposo sia derivata la morte della vittima, il fatto che quest’ultima stesse a sua volta commettendo un reato non potrebbe giustificare la totale esclusione, «a priori», dei suoi prossimi congiunti dal diritto al risarcimento per la perdita comunque subita, in difformità di quanto generalmente previsto per i prossimi congiunti di chi sia stato vittima di un qualsiasi reato diverso dall’eccesso colposo.
Un eventuale intervento normativo, quindi, ad altro risultato non potrebbe mirare se non a quello di imporre particolari limiti e condizioni ai quali, in fattispecie come quella in discorso, dovrebbe sottostare il risarcimento dei danni in favore dei familiari della vittima. Ma, a tal fine, potrebbe già essere sufficiente una puntuale e rigorosa applicazione del principio, assolutamente pacifico in giurisprudenza, secondo cui il risarcimento dovuto ai congiunti della vittima di un fatto ingiusto altrui dev’essere sempre ridotto in misura corrispondente all’eventuale concorso di colpa della stessa vittima nella causazione dell’evento mortale. E non sembra potersi dubitare che sia qualificabile come concorso di colpa della vittima anche il reato commesso da quest’ultima ed al quale colui che ne ha cagionato la morte si sia legittimamente opposto, eccedendo però colposamente i limiti entro i quali avrebbe dovuto contenere la sua reazione. In tal senso, del resto, ha già avuto modo di esprimersi la Cassazione penale, affermando, con la sentenza n. 17571 del 1989, in un caso di eccesso colposo in legittima difesa, che il risarcimento dovuto alla vittima di tale reato doveva essere adeguatamente ridotto in considerazione del concorso di colpa configurabile a carico di colui che aveva posto in essere l’aggressione dalla quale era nata la necessità della difesa. Applicando tale principio, non appare troppo azzardato affermare che, nel caso del carabiniere Marroccella, il risarcimento dovuto ai familiari della vittima avrebbe potuto essere pressoché azzerato, attesa l’entità dell’incidenza causale che nella produzione dell’evento mortale aveva avuto l’illecito comportamento della vittima. Non risulta, però, per quanto è dato sapere, che, nel caso di cui si parla, il giudice si sia preoccupato, nello stabilire l’entità della somma dovuta, a titolo di provvisionale, ai congiunti dell’ucciso, di valutare se ed in quale misura fosse configurabile, a carico di quest’ultimo, un concorso di colpa per cui quella somma dovesse essere proporzionalmente ridotta. Si tratta di una manchevolezza - se così stanno le cose - difficilmente giustificabile ed alla quale, quindi, in sede di appello, ove non si addivenga ad una totale assoluzione del Marroccella, con conseguente esclusione di ogni suo obbligo risarcitorio, dovrebbe porsi rimedio. E qualora ciò non avvenisse, a provvedervi dovrebbe essere, come giudice di ultima istanza, la Corte di cassazione, in continuità con l’indirizzo a suo tempo espresso nella sentenza sopra citata.
Pietro Dubolino, Presidente di sezione emerito della Corte di Cassazione
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Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino (Ansa)
A Milano, infatti, una parte dei dem si sta muovendo per evitare del tutto le primarie o, al più, per organizzarle in forma puramente simbolica, così da spianare la strada al giornalista. In pratica, mentre a destra il problema resta chi candidare - l’autocandidatura di Antonio Civita del Panino Giusto non ha scaldato gli animi e continuano a circolare i nomi dell’ex calciatore Demetrio Albertini e dell’avvocato Annamaria Bernardini de Pace - a sinistra il nodo è il metodo. L’idea di primarie «addomesticate» non arriva tanto dal Pd nazionale, che osserva con cautela, quanto da una parte del Pd milanese, timorosa di una competizione reale e orientata verso un percorso più controllato: una democrazia che si muove, sì, ma su binari già tracciati.
In questo scenario, alcune figure di peso sembrano poco inclini a entrare in un confronto costruito in questo modo. Maran, oggi eurodeputato, appare più concentrato su temi e contenuti per la città che su una candidatura personale. Lia Quartapelle, deputata del Pd con un profilo ormai nazionale, non dà segnali di voler lasciare Roma per Palazzo Marino. Resta poi l’incognita Anna Scavuzzo, attuale vicesindaco, che in passato ha lasciato intendere una possibile disponibilità, anche se c’è chi la considera troppo identificata con l’eredità di Beppe Sala, pur essendo tra le poche a conoscere a fondo la macchina comunale.
Se le «figure forti» restano ai margini, per dare alle primarie una parvenza di competizione potrebbero scendere in campo profili politicamente riconoscibili ma non divisivi, come Anita Pirovano ed Emmanuel Conte, assessore comunale dell’area riformista. Candidature utili a legittimare il percorso, senza renderlo davvero imprevedibile.
In questo quadro si inserisce anche Matteo Renzi, oggi non più regista della partita milanese, ma possibile influenza laterale su un elettorato riformista e moderato che può contare sia alle primarie sia alle comunali.
Resta però una variabile capace di cambiare l’equazione: Pierfrancesco Majorino. Oggi è consigliere regionale in Lombardia e figura centrale dell’opposizione; il suo mandato scade nel 2028, quindi non è formalmente in uscita. Tuttavia, la politica vive di incastri: nel 2027 sono previste le elezioni politiche e per Majorino esiste una possibile traiettoria verso un ruolo nazionale. Allo stesso tempo, non ha mai nascosto di avere una visione forte della Milano sociale e di considerare Palazzo Marino un obiettivo possibile. Non è affatto scontato che decida di candidarsi, ma il suo profilo rende difficile costruire percorsi troppo rigidi: se si muovesse, le primarie «educate» diventerebbero primarie vere, con la possibilità che Calabresi alla fine ne esca sconfitto.
L’ex direttore di Repubblica si affaccia il 30 gennaio dal lato civile, per ora lontano dalle logiche di corrente. Attorno, però, si discute già di regole e candidati «compatibili». Milano ama definirsi laboratorio di partecipazione, salvo poi metterlo sottovuoto. E la politica, così, prima o poi presenta il conto. Di solito alle urne.
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Invece, voi lettori mi avete sorpreso, perché avete risposto al nostro appello con una generosità commovente. Puntavamo a raccogliere 150.000 euro per pagare gli avvocati al militare dell’Arma e per fare fronte alla provvisionale a cui è stato condannato per aver fermato un criminale. Ma la cifra che intendevamo raggiungere è stata abbondantemente superata, al punto che ormai abbiamo toccato quota 450.000. Con il vostro beneplacito, appena sarà necessario verseremo sul conto del brigadiere la somma dovuta, mentre il resto costituirà un fondo per altri casi del genere. Non è la prima volta che uomini delle forze dell’ordine sono costretti a pagare di tasca propria l’adempimento del proprio dovere. E purtroppo non sarà l’ultima: dunque, ciò che avanzerà a seguito del saldo delle pendenze a carico del brigadiere resterà a disposizione di altri uomini delle forze dell’ordine, come ad esempio i carabinieri del caso Ramy, indagati per aver inseguito due giovani che non si erano fermati all’alt, una fuga finita tragicamente per uno dei due ragazzi e che, incredibilmente, ha fatto finire sul banco degli accusati sette militari.
Ora che vi ho informato su come intendiamo procedere con i soldi che ci avete affidato, consentitemi però di fare alcune riflessioni. La prima riguarda la vittima, cioè il ladro per la cui uccisione è stato condannato Marroccella. L’uomo, un siriano che non avrebbe dovuto trovarsi in Italia, aveva una lunga lista di precedenti. Era un ex militare dell’esercito di Assad, esperto di arti marziali, che neppure la minaccia di una pistola ha fermato. Dopo aver colpito il collega del brigadiere con un cacciavite lungo venti centimetri, con quell’arma avrebbe potuto colpire altri carabinieri. Ed è per questo che il brigadiere ha sparato: per evitare la possibilità di un’aggressione e il conseguente ferimento di altri militari dell’Arma. In pratica, Marroccella è stato costretto a intervenire. Non difendeva sé stesso, ma doveva impedire che altri rimanessero vittime del siriano, il quale non aveva nessunissima intenzione di arrendersi. Perciò il suo è stato un uso legittimo dell’arma che gli era stata affidata. La seconda considerazione riguarda i parenti del ladro. Il tribunale ne ha ammessi come parti civili 13. E questi, nonostante in gran parte vivano all’estero, hanno sostenuto di frequentare con assiduità la vittima e dunque di aver diritto a un risarcimento per la sua morte. In totale hanno chiesto circa 13 milioni, ma il tribunale per ora ha riconosciuti 133.800 euro, comprensivi di spese legali. Apparentemente il tribunale ha ridotto a un centesimo le pretese di moglie, figli e fratelli del ladro, peccato che la provvisionale sia immediatamente esecutiva e dunque, nonostante una sentenza di secondo grado possa riformare la condanna del brigadiere, sia praticamente a fondo perduto. Già perché se gli eredi dovessero essere costretti a restituire la somma, sarà difficile riaverla indietro, dato che i parenti sono disseminati all’estero, dove notoriamente le esecuzioni non sono facili. Proprio questo avrebbe dovuto indurre i giudici a maggiore cautela. Se di fronte a condanne per errori medici le toghe non accordano un immediato risarcimento, perché con un carabiniere sì? Perché far gravare sulle sue spalle una provvisionale esecutiva?
C’è poi un’altra considerazione da fare: il siriano, ossia il ladro, era stato più volte incarcerato e avrebbe dovuto essere espulso. Le forze dell’ordine ne avevano chiesto il trattenimento in un Cpr, ossia in un centro di rimpatrio, ma come per l’assassino di Aurora, la giovane stuprata e uccisa a Milano, non se n’era fatto niente. Non perché, come nel caso del peruviano, fosse incompatibile con la custodia nel Cpr, ma perché non c’era posto. Così, mentre l’assassino di Aurora è stato lasciato libero di uccidere, al ladro siriano è stato consentito di continuare a rubare. Fino a quando non ha incontrato un uomo che non si è voltato dall’altra parte ma ha fatto il suo dovere.
La morale di questa storia mi pare evidente: non sono i carabinieri a dover essere trascinati sul banco degli imputati ma i criminali, i Cpr vanno aumentati per consentire le espulsioni e bisogna porre un argine ai risarcimenti in favore dei parenti di delinquenti rimasti vittime - come lo ha definito il cugino del rom ucciso a Lonate Pozzolo - del proprio «lavoro».
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Così la banda, che per la Procura è un’associazione a delinquere radicata nel Padovano, avrebbe raggirato in modo seriale un’infinita lista di pensionate, spesso sole, i cui profili sarebbero in alcuni casi stati attentamente selezionati da società di profilazione. In altri casi, invece, venivano battute aree territoriali residenziali in cui sarebbe stato più semplice trovare nelle abitazioni anziani, casalinghe e persone sole. Quartieri tranquilli, porte aperte, fiducia concessa.
I profitti, secondo chi indaga, finivano in auto sportive, locali esclusivi, ristoranti di lusso e vacanze a Cortina. La bella vita alle spalle dei pensionati truffati. Fino agli arresti di ieri mattina e al sequestro di 2,5 milioni di euro, somma ritenuta corrispondente ai profitti illecitamente accumulati. Dietro la facciata di una normale società operante nel settore (con sede operativa in provincia di Padova e sede legale in provincia di Venezia), si è scoperto, agiva un’organizzazione strutturata. Che conquistava fiducia, esercitava pressione e poi, stando all’accusa, svuotava i conti correnti. Per il vertice dell’organizzazione è stata disposta la custodia cautelare in carcere. Per i due uomini a lui più vicini sono scattati gli arresti domiciliari con applicazione del braccialetto elettronico. Per altri due indagati, invece, il gip ha disposto l’obbligo di dimora con divieto di uscire dal comune di residenza nelle ore notturne e l’obbligo quotidiano di firma. Misure che fotografano i diversi ruoli all’interno del gruppo.
Parallelamente sono scattate le perquisizioni nelle abitazioni dei dieci indagati, nella sede della società finita sotto la lente delle Fiamme gialle e anche negli uffici di altre società con sedi a Lecce, Mantova, Roma e Treviso. Realtà che, secondo gli investigatori, avrebbero avuto un ruolo nel fornire elenchi di potenziali vittime. Un mercato di nomi e indirizzi (sul quale è ora concentrata l’attenzione degli inquirenti). Nomi, indirizzi, profili fragili. Liste da sfruttare. Il sistema, però, è franato proprio sul tenore di vita ostentato dagli indagati. Tutti ufficialmente con redditi dichiarati al fisco incompatibili con giri in Ferrari, abiti firmati, hotel di lusso e ristoranti stellati. Gli accertamenti bancari avrebbero subito evidenziato evidenti discrepanze tra le entrate ufficiali e le spese sostenute. Ma a colpire gli inquirenti è stato anche un altro dato: la quasi totalità della clientela della società era composta da donne over 60. Un’anomalia che ha acceso definitivamente i riflettori sull’attività.
È cominciata così l’attività investigativa. Primo step: l’ascolto delle clienti. Con non poco imbarazzo, molte di loro hanno ammesso di essere state raggirate. I verbali delle vittime sembrano uno la fotocopia dell’altro. Ed ecco il filo conduttore: si presentava a casa un agente, illustrava il prodotto come un affare e, dopo l’acquisto, cominciavano le pressioni. E anche se il primo incontro non si concludeva con l’acquisto, i venditori sarebbero riusciti comunque a far firmare un modulo alle vittime, presentandolo come un semplice «attestato di passaggio» da consegnare al responsabile. In realtà si trattava di un documento vincolante, un vero contratto. Quella firma diventava il grimaldello per obbligare le vittime all’acquisto di articoli per la casa: pentole, materassi, ferri da stiro, poltrone reclinabili, dispositivi elettromedicali per la magnetoterapia. Oggetti di scarso valore, ma presentati come prodotti di altissima qualità. Il costo? In media tra i 5.000 e i 7.000 euro. Cifre fuori portata per molte delle pensionate raggirate.
E a quel punto entrava in scena il finanziamento. I venditori avrebbero indotto le vittime ad aprire linee di credito con società finanziarie. Il debito come unica via d’uscita apparente. Ma il meccanismo non si fermava lì. I rappresentanti tornavano, soprattutto dalle clienti più fragili. E le avrebbero costrette a ulteriori acquisti, rimodulando i finanziamenti già attivi, che crescevano a dismisura nell’importo delle rate e nella durata. Un indebitamento progressivo, costruito visita dopo visita. E il cappio si stringeva lentamente.
Il secondo snodo investigativo si è concentrato sulle minacce. Perché con le vittime, secondo l’accusa, gli indagati avrebbero fatto continui riferimenti ad avvocati e ad azioni legali imminenti. In alcuni casi il legale (in realtà inesistente), come ultimo strumento di persuasione, accompagnava i venditori, pronto a intervenire per piegare le resistenze (e forse è anche per questo che non sono partite denunce). A quel punto, per paura, le vittime cedevano. Ed è per questo che ad alcuni indagati viene contestata oltre alla truffa anche l’estorsione.
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