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2019-12-26
A 30 anni dalla nascita dei Simpson, i cartoni animati sono di nuovo per adulti
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Il programma televisivo più amato dai critici nell'ultimo decennio ha come protagonista un cavallo in crisi di mezza età. Si intitola Bojack Horseman ed è prodotto dalla piattaforma di streaming Netflix. Questa serie di animazione - arrivata alla sua sesta e ultima stagione - ha fatto capolino in decine di liste, stilate dai maggiori magazine internazionali, che con l'arrivo del 2020 si sono messi a fare i conti con gli ultimi dieci anni d'intrattenimento. È difficile capirne il successo quando ci si ferma alla sua premessa: un cavallo, star delle soap negli anni Novanta, cerca di rilanciare la sua carriera dopo la fine della serie che lo aveva reso famoso scrivendo un'autobiografia. Basta guardare qualche episodio per capire che Bojack Horseman è molto di più, e arriva dove molte altre serie di animazioni non sono mai riuscite ad arrivare. Gli episodi raccontano in maniera sincera e accattivante il lato oscuro della fama, la depressione, l'abuso di sostanze e molto altro ancora. Poco importa che la maggior parte dei personaggi della serie siano animali, i loro problemi sono facili da comprendere.
Nel mese in cui si celebrano i 30 anni della serie di animazioni per adulti di maggiore successo al mondo - i Simpsons - è inevitabile fare i conti con questo medium e come si è evoluto, fino a raggiungere un vero e proprio Rinascimento. L'animatore Alex Hirsch ha raccontato al Time come sin dall'uscita dei Simpsons, l'animazione per adulti si sia impegnata solo ed esclusivamente a crearne copie. Family Guy, King of the Hill, Bob's Burgers e molti altri offrono la stessa formula ideata da Matt Groening. Il padre tontolone, la moglie che deve tenere insieme la famiglia e i bambini capricciosi. Basta aggiungere qualche animaletto pestifero e le risate sono assicurate. Negli ultimi anni le cose sembrano però essere cambiate. Nonostante i Simpsons mantenga il suo primato assoluto per successo e longevità, nuove serie come Bojack Horseman, Rick and Morty e Big Mouth hanno aperto un nuovo capitolo dell'animazione per adulti.
Ad assicurare il successo di queste nuove serie è stata l'aurea di nostalgia che ha permeato l'industria dell'intrattenimento negli ultimi anni. I Millennials in primis sono alla ricerca di qualcosa che li riporti a quando erano bambini, vedi il successo della nuova saga di Guerre Stellari, Spiderman (anche questo in versione animata) e l'ennesimo capitolo di Toy Story. Ed è proprio da queste premesse che Netflix si è messo al lavoro - nel 2014 - per creare nuove serie d'animazioni, capaci di catturare vecchi e nuovi spettatori. Da qui nasce Bojack, di cui il suo creatore, Raphael Bob-Waksberg dice: «Inizialmente abbiamo dovuto accantonare alcune delle storie più tristi a favore della tipica commedia, ma il mio obiettivo è sempre stato quello di spingere le barriere di quello che l'animazioni per adulti può essere». Il successo della serie - che non sarebbe mai andata in onda su una rete tradizionale - ha portato Netflix ha rischiare nuovamente con Big Mouth di Nick Kroll. La serie segue un gruppo di ragazzini alla scoperta della sessualità con l'aiuto dei loro «mostri degli ormoni» e, oggi alla sua terza stagione, è un successo di critica e di spettatori. Netflix è oggi parte di un'industria da 259 miliardi di dollari, cifra destinata a salire a 270 miliardi entro la fine del 2020.
Il cavallo depresso che racconta la solitudine dello show biz
Bojack Horseman debutta su Netflix nel 2014. La serie racconta la storia di Bojack, una star della sitcom degli anni Novanta. Il protagonista non è però riuscito a rimanere sulla cresta dell'onda dopo la chiusura della serie, e pianifica quindi di rinnovare la sua fama attraverso un'autobiografia scritta con l'aiuto dell'umana Diane Nguyen. La serie è doppiata da alcuni dei maggiori attori del panorama comico di Hollywood a partire da Will Arnett, passando per Amy Sedaris (nei panni di Princess Caroline, la gatta manager di Bojack), Alison Brie e Aaron Paul.
Ecco tre episodi che esemplificano al meglio lo spirito della serie:
«The old Sugarman place» (episodio 2, stagione 4) Questo episodio è dominato dai flashback. BoJack decide di trascorrere qualche tempo nella vecchia casa di sua madre nel Michigan. In questo episodio viene raccontata parte dell'infanzia di Beatrice, la madre di BoJack, durante la seconda guerra mondiale.
«Free Churro» (episodio 5, stagione 5) BoJack si ritrova a fare un elogio funebre per la madre appena morta. Il titolo della puntata è spiegato dallo stesso Bojack il quale, entrato in un negozio per comprare un churro, rivela alla cameriera della morte di sua madre, ottenendo il pasto gratis. L'intero episodio è un monologo di BoJack, il quale trasforma continuamente l'elogio passando da una serie di aneddoti sul suo passato, una sorta di cinica stand-up comedy e aperti insulti. In un ritratto al cui centro c'è sempre BoJack, il cavallo racconta la sua vita e di come i suoi genitori siano stati totalmente inadeguati trasformandolo in ciò che è ora. Terminato il monologo, BoJack apre la bara e scopre di essere alla veglia sbagliata.
«It's you» (episodio 10, stagione 2) Mr. Peanutbutter annuncia le candidature agli Oscar, tra cui quella come miglior attore per BoJack. BoJack per festeggiare organizza una festa a casa sua, facendo vacillare le sue vere amicizie. Tuttavia, viene poi rivelato che Mr. Peanutbutter aveva perso la busta contenente i veri candidati, e che BoJack non era mai stato nominato. Questo crea un'ulteriore lite tra i due e con Todd, anche lui coinvolto nella faccenda. Al termine dell'episodio l'amico decide di andarsene di casa, abbandonando BoJack e facendogli capire che l'origine di tutti i suoi guai e della sua solitudine, è la sua persona ed il suo carattere.
Trent'anni di Springfield: i Simpson si preparano a dire addio al piccolo schermo
GiphyI Simpson compiono 30 anni e per celebrare la loro storia Moritz Fink, studioso indipendente e bibliotecario, pubblica un libro che ne ripercorre la storia. Il libro I Simpson. Trent'anni di un mito (Leone Editore) parte dalla nascita della serie, fino ad arrivare ad analizzare l'enorme impatto culturale dei personaggi all'interno dei media e nell'universo del fandom. Ad esempio, non tutti ricordano il cortometraggio Good Night, trasmesso il 19 aprile 1987 durante una puntata del Tracey Ullman Show. Eppure quel video ha segnato la prima apparizione televisiva di una delle famiglie più conosciute e amate dagli americani. Nella loro casa al 472 di Evergreen Terrace, ecco l'indolente Homer Simpson, con la devota moglie Marge e i figli Bart, Lisa e la piccola Maggie.
Con un crescendo di successo nel corso degli anni, I Simpson sono diventati la più importante sitcom della tv americana, riflesso e parodia della società occidentale, rappresentata nella sua totalità. Creata da Matt Groening e James L. Brooks, la famiglia più famosa di Springfield si è trasformata in un vero e proprio fenomeno mediatico globale, inconfondibile per la sua irriverenza.
«Il culto dei Simpson non riguarda soltanto i fan irriducibili del programma» scrive Fink. «Significativamente, coinvolge anche persone che seguivano la serie con frequenza più o meno regolare quando andava per la maggiore negli anni Novanta (come me); persone che hanno visto solo alcuni episodi o frammenti (come mia sorella o il mio ex insegnante d'inglese); o persone che non hanno mai guardato un episodio, ma conoscono la sitcom perché ne hanno sentito parlare da altri o perché hanno visto i personaggi fare bella mostra di sé su qualche T-shirt (mia madre e mio padre appartengono a questa categoria)».
Big Mouth, la serie irriverente che parla di sesso tra gli adolescenti
GiphyUna comicità al limite dell'osceno, battute di pessimo gusto e di bassissimo livello e una trama che lascia a desiderare. Big Mouth, la serie tv animata più irriverente attualmente in circolazione è uno di quei prodotti su cui nessuno avrebbe mai scommesso. Eppure Netlix, ci ha visto lungo. E credendo nel suo potenziale nascosto ha appena firmato per l'ennesimo rinnovo di stagione.
Pubblicata sul portale di streaming per la prima volta il 29 settembre 2017, Big Mouth racconta la vita di alcuni adolescenti e di come questa possa essere sconvolta dalle meraviglie e dagli orrori della pubertà. Protagonisti sono Nick e Andrew, due tredicenni in pienissima pubertà, con tanta voglia di crescere e di rapportarsi al mondo degli adulti.
A far discutere i più puritani, sono anche i titoli della serie. Il primo, «Eiculazione», racconta di come mentre Andrew cade sotto l'incantesimo del mostro degli ormoni, il suo amico Nick è ossessionato dal fatto che il suo corpo non si stia sviluppando. In «Pornofuga», invece, Andrew cerca di annegare i propri dispiaceri in un oceano di pornografia, da cui diventa dipendente in modo serio. Coach Steve viene sospettato per una serie di omicidi.
Insomma, qualcosa di mai visto e che ha stravolto, ancora una volta, i canoni dei cartoni animati.
GiphyRick and Morty è una serie animata statunitense, creata da Justin Roiland e Dan Harmon, per Adult Swim. La serie, considerata di genere cosmic horror, ha le sue origini in una parodia animata di Ritorno al futuro, creata da Roiland per il festival dei cortometraggi Channel 101.
Rick è uno scienziato che si è trasferito dalla famiglia di sua figlia Beth, una cardiochirurga per cavalli. Passa la maggior parte del suo tempo inventando vari gadget high-tech e portando con sé il giovane nipote Morty – e successivamente anche la nipote Summer – in pericolose e fantastiche avventure attraverso il loro e altri universi paralleli, alla scoperta degli orrori e delle meraviglie che li popolano.
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La rivoluzione si chiama Bojack Horseman, la sitcom di Netflix che racconta le avventure di un cavallo in crisi di mezza età. Homer e la sua famiglia si preparano a lasciare il piccolo schermo? Secondo i ben informati all'alba del trentesimo compleanno la famiglia di Springfield sembrerebbe pronta a far calare il sipario sulle sue avventure.Guida alle serie animate più irriverenti.Lo speciale comprende quattro articoli.Il programma televisivo più amato dai critici nell'ultimo decennio ha come protagonista un cavallo in crisi di mezza età. Si intitola Bojack Horseman ed è prodotto dalla piattaforma di streaming Netflix. Questa serie di animazione - arrivata alla sua sesta e ultima stagione - ha fatto capolino in decine di liste, stilate dai maggiori magazine internazionali, che con l'arrivo del 2020 si sono messi a fare i conti con gli ultimi dieci anni d'intrattenimento. È difficile capirne il successo quando ci si ferma alla sua premessa: un cavallo, star delle soap negli anni Novanta, cerca di rilanciare la sua carriera dopo la fine della serie che lo aveva reso famoso scrivendo un'autobiografia. Basta guardare qualche episodio per capire che Bojack Horseman è molto di più, e arriva dove molte altre serie di animazioni non sono mai riuscite ad arrivare. Gli episodi raccontano in maniera sincera e accattivante il lato oscuro della fama, la depressione, l'abuso di sostanze e molto altro ancora. Poco importa che la maggior parte dei personaggi della serie siano animali, i loro problemi sono facili da comprendere. Nel mese in cui si celebrano i 30 anni della serie di animazioni per adulti di maggiore successo al mondo - i Simpsons - è inevitabile fare i conti con questo medium e come si è evoluto, fino a raggiungere un vero e proprio Rinascimento. L'animatore Alex Hirsch ha raccontato al Time come sin dall'uscita dei Simpsons, l'animazione per adulti si sia impegnata solo ed esclusivamente a crearne copie. Family Guy, King of the Hill, Bob's Burgers e molti altri offrono la stessa formula ideata da Matt Groening. Il padre tontolone, la moglie che deve tenere insieme la famiglia e i bambini capricciosi. Basta aggiungere qualche animaletto pestifero e le risate sono assicurate. Negli ultimi anni le cose sembrano però essere cambiate. Nonostante i Simpsons mantenga il suo primato assoluto per successo e longevità, nuove serie come Bojack Horseman, Rick and Morty e Big Mouth hanno aperto un nuovo capitolo dell'animazione per adulti. Ad assicurare il successo di queste nuove serie è stata l'aurea di nostalgia che ha permeato l'industria dell'intrattenimento negli ultimi anni. I Millennials in primis sono alla ricerca di qualcosa che li riporti a quando erano bambini, vedi il successo della nuova saga di Guerre Stellari, Spiderman (anche questo in versione animata) e l'ennesimo capitolo di Toy Story. Ed è proprio da queste premesse che Netflix si è messo al lavoro - nel 2014 - per creare nuove serie d'animazioni, capaci di catturare vecchi e nuovi spettatori. Da qui nasce Bojack, di cui il suo creatore, Raphael Bob-Waksberg dice: «Inizialmente abbiamo dovuto accantonare alcune delle storie più tristi a favore della tipica commedia, ma il mio obiettivo è sempre stato quello di spingere le barriere di quello che l'animazioni per adulti può essere». Il successo della serie - che non sarebbe mai andata in onda su una rete tradizionale - ha portato Netflix ha rischiare nuovamente con Big Mouth di Nick Kroll. La serie segue un gruppo di ragazzini alla scoperta della sessualità con l'aiuto dei loro «mostri degli ormoni» e, oggi alla sua terza stagione, è un successo di critica e di spettatori. Netflix è oggi parte di un'industria da 259 miliardi di dollari, cifra destinata a salire a 270 miliardi entro la fine del 2020.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cartoni-animati-2641673163.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-cavallo-depresso-che-racconta-la-solitudine-dello-show-biz" data-post-id="2641673163" data-published-at="1772081794" data-use-pagination="False"> Il cavallo depresso che racconta la solitudine dello show biz Bojack Horseman debutta su Netflix nel 2014. La serie racconta la storia di Bojack, una star della sitcom degli anni Novanta. Il protagonista non è però riuscito a rimanere sulla cresta dell'onda dopo la chiusura della serie, e pianifica quindi di rinnovare la sua fama attraverso un'autobiografia scritta con l'aiuto dell'umana Diane Nguyen. La serie è doppiata da alcuni dei maggiori attori del panorama comico di Hollywood a partire da Will Arnett, passando per Amy Sedaris (nei panni di Princess Caroline, la gatta manager di Bojack), Alison Brie e Aaron Paul. Ecco tre episodi che esemplificano al meglio lo spirito della serie:«The old Sugarman place» (episodio 2, stagione 4) Questo episodio è dominato dai flashback. BoJack decide di trascorrere qualche tempo nella vecchia casa di sua madre nel Michigan. In questo episodio viene raccontata parte dell'infanzia di Beatrice, la madre di BoJack, durante la seconda guerra mondiale.«Free Churro» (episodio 5, stagione 5) BoJack si ritrova a fare un elogio funebre per la madre appena morta. Il titolo della puntata è spiegato dallo stesso Bojack il quale, entrato in un negozio per comprare un churro, rivela alla cameriera della morte di sua madre, ottenendo il pasto gratis. L'intero episodio è un monologo di BoJack, il quale trasforma continuamente l'elogio passando da una serie di aneddoti sul suo passato, una sorta di cinica stand-up comedy e aperti insulti. In un ritratto al cui centro c'è sempre BoJack, il cavallo racconta la sua vita e di come i suoi genitori siano stati totalmente inadeguati trasformandolo in ciò che è ora. Terminato il monologo, BoJack apre la bara e scopre di essere alla veglia sbagliata.«It's you» (episodio 10, stagione 2) Mr. Peanutbutter annuncia le candidature agli Oscar, tra cui quella come miglior attore per BoJack. BoJack per festeggiare organizza una festa a casa sua, facendo vacillare le sue vere amicizie. Tuttavia, viene poi rivelato che Mr. Peanutbutter aveva perso la busta contenente i veri candidati, e che BoJack non era mai stato nominato. Questo crea un'ulteriore lite tra i due e con Todd, anche lui coinvolto nella faccenda. Al termine dell'episodio l'amico decide di andarsene di casa, abbandonando BoJack e facendogli capire che l'origine di tutti i suoi guai e della sua solitudine, è la sua persona ed il suo carattere. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cartoni-animati-2641673163.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="trent-anni-di-springfield-i-simpson-si-preparano-a-dire-addio-al-piccolo-schermo" data-post-id="2641673163" data-published-at="1772081794" data-use-pagination="False"> Trent'anni di Springfield: i Simpson si preparano a dire addio al piccolo schermo Giphy I Simpson compiono 30 anni e per celebrare la loro storia Moritz Fink, studioso indipendente e bibliotecario, pubblica un libro che ne ripercorre la storia. Il libro I Simpson. Trent'anni di un mito (Leone Editore) parte dalla nascita della serie, fino ad arrivare ad analizzare l'enorme impatto culturale dei personaggi all'interno dei media e nell'universo del fandom. Ad esempio, non tutti ricordano il cortometraggio Good Night, trasmesso il 19 aprile 1987 durante una puntata del Tracey Ullman Show. Eppure quel video ha segnato la prima apparizione televisiva di una delle famiglie più conosciute e amate dagli americani. Nella loro casa al 472 di Evergreen Terrace, ecco l'indolente Homer Simpson, con la devota moglie Marge e i figli Bart, Lisa e la piccola Maggie. Con un crescendo di successo nel corso degli anni, I Simpson sono diventati la più importante sitcom della tv americana, riflesso e parodia della società occidentale, rappresentata nella sua totalità. Creata da Matt Groening e James L. Brooks, la famiglia più famosa di Springfield si è trasformata in un vero e proprio fenomeno mediatico globale, inconfondibile per la sua irriverenza. «Il culto dei Simpson non riguarda soltanto i fan irriducibili del programma» scrive Fink. «Significativamente, coinvolge anche persone che seguivano la serie con frequenza più o meno regolare quando andava per la maggiore negli anni Novanta (come me); persone che hanno visto solo alcuni episodi o frammenti (come mia sorella o il mio ex insegnante d'inglese); o persone che non hanno mai guardato un episodio, ma conoscono la sitcom perché ne hanno sentito parlare da altri o perché hanno visto i personaggi fare bella mostra di sé su qualche T-shirt (mia madre e mio padre appartengono a questa categoria)». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cartoni-animati-2641673163.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="big-mouth-la-serie-irriverente-che-parla-di-sesso-tra-gli-adolescenti" data-post-id="2641673163" data-published-at="1772081794" data-use-pagination="False"> Big Mouth, la serie irriverente che parla di sesso tra gli adolescenti Giphy Una comicità al limite dell'osceno, battute di pessimo gusto e di bassissimo livello e una trama che lascia a desiderare. Big Mouth, la serie tv animata più irriverente attualmente in circolazione è uno di quei prodotti su cui nessuno avrebbe mai scommesso. Eppure Netlix, ci ha visto lungo. E credendo nel suo potenziale nascosto ha appena firmato per l'ennesimo rinnovo di stagione. Pubblicata sul portale di streaming per la prima volta il 29 settembre 2017, Big Mouth racconta la vita di alcuni adolescenti e di come questa possa essere sconvolta dalle meraviglie e dagli orrori della pubertà. Protagonisti sono Nick e Andrew, due tredicenni in pienissima pubertà, con tanta voglia di crescere e di rapportarsi al mondo degli adulti. A far discutere i più puritani, sono anche i titoli della serie. Il primo, «Eiculazione», racconta di come mentre Andrew cade sotto l'incantesimo del mostro degli ormoni, il suo amico Nick è ossessionato dal fatto che il suo corpo non si stia sviluppando. In «Pornofuga», invece, Andrew cerca di annegare i propri dispiaceri in un oceano di pornografia, da cui diventa dipendente in modo serio. Coach Steve viene sospettato per una serie di omicidi. Insomma, qualcosa di mai visto e che ha stravolto, ancora una volta, i canoni dei cartoni animati. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cartoni-animati-2641673163.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="particle-4" data-post-id="2641673163" data-published-at="1772081794" data-use-pagination="False"> Giphy Rick and Morty è una serie animata statunitense, creata da Justin Roiland e Dan Harmon, per Adult Swim. La serie, considerata di genere cosmic horror, ha le sue origini in una parodia animata di Ritorno al futuro, creata da Roiland per il festival dei cortometraggi Channel 101.Rick è uno scienziato che si è trasferito dalla famiglia di sua figlia Beth, una cardiochirurga per cavalli. Passa la maggior parte del suo tempo inventando vari gadget high-tech e portando con sé il giovane nipote Morty – e successivamente anche la nipote Summer – in pericolose e fantastiche avventure attraverso il loro e altri universi paralleli, alla scoperta degli orrori e delle meraviglie che li popolano.
Achille Lauro e Laura Pausini sul palco dell'Ariston (Ansa)
Seconda serata del Festival di Sanremo 2026 tra musica, ospiti e momenti di spettacolo più o meno riusciti. Sul palco dell’Ariston si alternano cantanti, co-conduttori e incursioni comiche: queste le pagelle ai protagonisti della serata.
Laura Pausini 8 Più che spalla, padrona di casa. Conti le concede l’apertura e ripaga la fiducia. A proprio agio anche da conduttrice, s’improvvisa corista dell’Anffas. Lo stile pop porta spontaneità al protocollo. Disinvolta.
Patty Pravo 5 Santi e peccatori/ Naviganti e sognatori. L’unicità di ogni essere umano, come la sua all’Ariston, ultima resistente dell’era beat. Proprio indispensabile?
Achille Lauro 7,5 Accolto dal tifo organizzato. La sua Perdutamente, intonata al funerale di Achille Barosi, morto nel rogo del Constellation, canta la precarietà umana. E se bastasse una notte, sì, per farci sparire/ Cancellarci in un lampo come un meteorite. Momento clou con coro lirico. E un pizzico d’enfasi di troppo.
Lillo 6,5 Si finge apprendista presentatore. Infila i luoghi comuni del mestiere, la «splendida cornice», il «voltiamo pagina», il «proprio su questo palcoscenico»… Si dilunga, imposta la voce attoriale, esagera con l’enfasi. Autoironico.
Vincenzo De Lucia 4 La performance meno riuscita del Festival. L’imitazione di Laura Pausini non è credibile e soprattutto non diverte. Conti fa il finto tonto. Gli autori dove sono? Numero da oratorio.
Elettra Lamborghini 6 Media voto tra Voilà, esile canzonzina da spiaggia sostenuta dal balletto glamour, e la protesta fuori programma contro le «festine bilaterali» che l’hanno costretta alla notte insonne. Il fuori palco irrompe sul palco. Strappacopione.
Francesca Lollobrigida, Lisa Vittozzi 6 Vincitrici di tre ori olimpici, emozionate più che sul ghiaccio e sulla neve di Milano Cortina. Dove stanno per cimentarsi anche gli atleti paralimpici. Non manca l’onnipresente ex presidente del Coni, Giovanni Malagò. Passaggio del testimone, forzato, da un evento all’altro.
Levante 7 Sei tu, la più difficile delle canzoni in gara. Recitata, sussurrata, commossa. Se l’amore sei tu/ Ma ho già perso il controllo/ Non mi segue più il corpo. Un brano romantico vecchia maniera, scritto da sola. Cantautrice ispirata.
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A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
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Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
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Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
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