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2021-08-07
Il Carroccio fa i conti con le battaglie perse e prova a consolarsi coi pericoli scampati
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
«Se la Lega non stesse al governo il green pass l'avrebbero imposto anche per andare al gabinetto»: il big del Carroccio sintetizza in maniera assai efficace, parlando con La Verità, il motivo per il quale il partito di Matteo Salvini resta ben saldamente in maggioranza, pur dovendo ingoiare qualche rospo, come accaduto l'altro ieri con l'approvazione in Consiglio dei ministri delle nuove norme sul certificato vaccinale.
Rospo difficilissimo da digerire, sia per parte dell'elettorato leghista, che sui social sta facendo sentire eccome il proprio dissenso, che per alcuni esponenti di rilievo della Lega. «Cari amici», scrive su Twitter il deputato leghista Claudio Borghi, irriducibile della lotta contro il green pass, «il decreto è intollerabile. Non sarà certo l'aver salvato le colazioni negli alberghi a compensare oscenità come la mancata esenzione per i minorenni e l'obbligo per la scuola e per gli studenti. Ho fatto il possibile ma ho perso. Mi scuso con tutti voi». Borghi risponde praticamente a tutti i suoi follower, letteralmente imbestialiti per il sì dei ministri del Carroccio all'estensione del green pass. «Se lo scordano che io voti sta roba», aggiunge il parlamentare, che poi, a chi gli contesta di non criticare esplicitamente Salvini per disciplina di partito replica: «Ti risulta», risponde Borghi, «che il partito mi abbia impedito di dire qualcosa o mi abbia imposto alcunché? Che c'entra la fedeltà al partito? In troppi una volta arrivati in Parlamento si credono sto... e dimenticano che la gente li ha votati prima di tutto per il partito in cui erano».
Ecco: il partito. Come la mettiamo, domandiamo al nostro esponente di punta del Carroccio, con i rilievi di esponenti come Borghi? «Se la Lega fosse un partito del 4%», riflette la nostra fonte, «allora criticare le decisioni del capo sarebbe impossibile, si rischierebbe di essere messi alla porta. La Lega però è una grande forza politica, ha il 17% in Parlamento e più del 20% nei sondaggi, è ovvio che ci siano voci diverse. Anzi», aggiunge il parlamentare di primo piano, «è un bene che il dissenso dell'elettorato venga intercettato dai nostri».
A proposito di dissenso: «Green pass, scuola e trasporti», twitta Armando Siri, senatore, esponente di primo piano del Carroccio, «no io non lo approvo! Non esistono ragioni logiche, scientifiche, razionali, urgenti e reali per continuare a restringere il perimetro delle libertà individuali. È un atto contro la Costituzione e lo Stato di diritto». Due esponenti di primo piano del partito, Borghi e Siri, annunciano il loro voto contro il green pass in Parlamento. Ora che succede? «Fossero solo loro! Alla Camera e al Senato», prevede il big leghista, «sarà una guerra totale. Ma del resto come si fa a dare torto a chi è contrario? Il green pass è un lockdown in esterna: invece di tenerti chiuso in casa, ti proibiscono di vivere liberamente. Oggi molti italiani sono favorevoli, ma aspetta che questa oscenità vada a regime e vedrai». Regime: è questa la parola giusta per descrivere questa specie di braccialetto elettronico senza il quale non si può fare praticamente niente. La base, come si diceva una volta, ribolle, di fronte all'ennesimo sacrificio leghista sull'altare della stabilità del governo.
Eppure, la misura potrebbe essere più che colma, se ricordiamo anche le stoccate di Mario Draghi a Matteo Salvini sui vaccini, o le continue provocazioni da parte di Pd e M5s. «Usciamo dal governo, basta!», è il grido di battaglia degli elettori più arrabbiati. «Si fa presto», argomenta un altro esponente di primo piano del Carroccio, «a dire usciamo dal governo: Pd, M5s e anche Forza Italia non aspettano altro! Sai cosa succederebbe? Loro andrebbero avanti lo stesso, e ci ritroveremmo la legge Zan, lo ius soli, la patrimoniale. Certo, stando all'opposizione potremmo urlare, twittare, ma non potremmo incidere. Il M5s si è disintegrato, Forza Italia ha affidato a Draghi la propria sopravvivenza, e quindi senza di noi questo sarebbe un governo del Pd».
Un colpo al cerchio e uno alla botte: la regola aurea per i grandi partiti costretti a partecipare a governi di larghe intese è questa, da sempre, e non si può infrangere. Del resto, la Lega ha nel suo dna la lotta e il governo, basti pensare alle Regioni e alle città che amministra, da decenni, indipendentemente dalla posizione a livello nazionale. La concorrenza di Fratelli d'Italia non può rappresentare un motivo valido per mollare Draghi tra le braccia del Pd, quindi tocca pedalare, anche se la strada è in salita.
Del resto, i temi sui quali far pesare il proprio sostegno non mancano, a partire dall'emergenza immigrazione. «Non ci siamo», attacca Salvini, «Luciana Lamorgese è uno dei ministri che brilla per assenza. Anche in queste ore stanno sbarcando centinaia di clandestini. Aspettiamo che al ministero dell'Interno qualcuno dimostri che c'è un ministro, per il momento non ce ne siamo accorti. Non puoi chiedere il green pass agli italiani per andare in pizzeria», aggiunge Salvini, «e poi fai sbarcare chiunque». Più o meno le stesse parole della Meloni, ma il leader della Lega, rispetto alla sua «gemella diversa», ha la possibilità di incidere sulle scelte. Anche se ci vuole sempre una mediazione: i governi di coalizione funzionano così.
La curva rallenta la corsa, frena l’Rt. Il semaforo non spaventa le Regioni
Rallenta la crescita della curva epidemica e l'indice di trasmissione (Rt) è atteso in calo. Più casi, con «aumenti più contenuti» nella fascia d'età 10-29 anni, ma con «ampia variabilità» nell'incidenza delle diverse Regioni, che vanno da «poco più di 20 a 138,4 casi per 100.000 abitanti», ha spiegato ieri Silvio Brusaferro, presidente dell'Istituto superiore di sanità (Iss) commentando i dati del report settimanale Iss-ministero della Salute.
La variante Delta del virus SarsCoV2 si conferma dominante in Italia (69,2% dei tamponi), ma senza creare pressione sugli ospedali. Mentre infatti salgono contagi e incidenza, aumenta di poco il tasso di occupazione in terapia intensiva e aerea medica, tanto che, nessuna Regione è a rischio di cambiare colore. Rispetto all'ultima settimana di luglio, è cresciuta di 10 punti l'incidenza, cioè il numero di positivi su 100.000 abitanti, passando da 58 casi a 68 (il valore soglia per permettere il tracciamento è di 50 ogni 100.000).
L'indice di trasmissione (Rt) del Covid-19 è in sensibile riduzione (1,56 contro 1,57 di sette giorni fa), ma proiettato una settimana più avanti, secondo Brusaferro il valore «calerà intorno a 1,23». L'epidemia, va ricordato, si espande quando questo valore è sopra uno. Interessante il dato sulla diminuzione dell'indice di trasmissibilità basato sui casi con ricovero ospedaliero (Rt 1,24 al 27 luglio, contro Rt 1,46 al 20 luglio). Significa «che il numero dei casi cresce, anche se più lentamente», precisa Brusaferro. Questo sarebbe dovuto alla elevata proporzione di soggetti giovani e asintomatici infettati, che evidenziano i dati epidemiologici. Continua infatti a decrescere l'età mediana di chi contrae l'infezione, che negli ultimi sette giorni è a 27 anni. «L'età mediana al primo ricovero rimane piuttosto stabile, questa settimana è a 52 anni», continua il presidente Iss. «Anche l'età mediana in terapia intensiva è stabile, poco sopra i 60 anni. L'età mediana al decesso è intorno agli 80 anni, molto variabile perché fortunatamente i decessi sono piuttosto limitati in questo momento».
Sono infatti «confortanti», per Gianni Rezza, direttore generale prevenzione del ministero della Salute, i dati del bollettino quotidiano della Protezione civile diffuso ieri. Si registrano 6.599 positivi su 244.657 tamponi: un calo dei casi positivi su un numero maggiore di tamponi (indice di positività al 2,7% contro il 3,4% del giorno precedente). I decessi sono stati 24. Nei reparti ci sono 40 pazienti in più (in totale 2.449) mentre sono 277 (+7) in terapia intensiva.
Tutte le Regioni e province autonome sono classificate a rischio epidemico moderato questa settimana. Nessuna supera la soglia critica di occupazione dei posti letto per pazienti Covid in terapia intensiva o area medica: il passaggio al giallo avviene con un tasso di ricoveri superiore al 10% in rianimazione e al 15% in area medica. Tuttavia il tasso di occupazione in intensiva è leggermente in aumento, al 3%, con i ricoverati che passano da 189 (27 luglio) a 258 (3 agosto) e nelle aree mediche aumenta invece al 4%, con i ricoverati che passano da 1.611 a 2.196. In reparto la Sicilia raggiunge un tasso di occupazione del 12%, la Calabria del 10%, ma sotto la soglia del 15%. La Sardegna è l'unica a sfiorare il limite del 10% dei posti occupati in terapia intensiva, ma resterà in zona bianca. Esprime un certo ottimismo Rezza, che ritiene possibile «a medio termine, un certo aumento sia in area medica che in terapia intensiva», come conseguenza dell'aumento dell'incidenza, «però siamo ben al di sotto della soglia critica, per lo meno per ora».
Sul fronte vaccinazioni, manca da immunizzare il 16-17% degli over 60 e un over 50 su quattro. «Probabile» per il direttore Rezza una terza dose di vaccino anti Covid «entro l'anno per altre categorie di persone».
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Claudio Borghi sul green pass: «Fa male». Armando Siri: «Dirò no». L'anima governista placa la rabbia. Matteo Salvini rilancia sull'immigrazione.L'indice Rt cala a 1,56. Silvio Brusaferro: «A 1,23 fra poco». Rimane bassa la pressione sugli ospedali.Lo speciale contiene due articoli.«Se la Lega non stesse al governo il green pass l'avrebbero imposto anche per andare al gabinetto»: il big del Carroccio sintetizza in maniera assai efficace, parlando con La Verità, il motivo per il quale il partito di Matteo Salvini resta ben saldamente in maggioranza, pur dovendo ingoiare qualche rospo, come accaduto l'altro ieri con l'approvazione in Consiglio dei ministri delle nuove norme sul certificato vaccinale. Rospo difficilissimo da digerire, sia per parte dell'elettorato leghista, che sui social sta facendo sentire eccome il proprio dissenso, che per alcuni esponenti di rilievo della Lega. «Cari amici», scrive su Twitter il deputato leghista Claudio Borghi, irriducibile della lotta contro il green pass, «il decreto è intollerabile. Non sarà certo l'aver salvato le colazioni negli alberghi a compensare oscenità come la mancata esenzione per i minorenni e l'obbligo per la scuola e per gli studenti. Ho fatto il possibile ma ho perso. Mi scuso con tutti voi». Borghi risponde praticamente a tutti i suoi follower, letteralmente imbestialiti per il sì dei ministri del Carroccio all'estensione del green pass. «Se lo scordano che io voti sta roba», aggiunge il parlamentare, che poi, a chi gli contesta di non criticare esplicitamente Salvini per disciplina di partito replica: «Ti risulta», risponde Borghi, «che il partito mi abbia impedito di dire qualcosa o mi abbia imposto alcunché? Che c'entra la fedeltà al partito? In troppi una volta arrivati in Parlamento si credono sto... e dimenticano che la gente li ha votati prima di tutto per il partito in cui erano». Ecco: il partito. Come la mettiamo, domandiamo al nostro esponente di punta del Carroccio, con i rilievi di esponenti come Borghi? «Se la Lega fosse un partito del 4%», riflette la nostra fonte, «allora criticare le decisioni del capo sarebbe impossibile, si rischierebbe di essere messi alla porta. La Lega però è una grande forza politica, ha il 17% in Parlamento e più del 20% nei sondaggi, è ovvio che ci siano voci diverse. Anzi», aggiunge il parlamentare di primo piano, «è un bene che il dissenso dell'elettorato venga intercettato dai nostri». A proposito di dissenso: «Green pass, scuola e trasporti», twitta Armando Siri, senatore, esponente di primo piano del Carroccio, «no io non lo approvo! Non esistono ragioni logiche, scientifiche, razionali, urgenti e reali per continuare a restringere il perimetro delle libertà individuali. È un atto contro la Costituzione e lo Stato di diritto». Due esponenti di primo piano del partito, Borghi e Siri, annunciano il loro voto contro il green pass in Parlamento. Ora che succede? «Fossero solo loro! Alla Camera e al Senato», prevede il big leghista, «sarà una guerra totale. Ma del resto come si fa a dare torto a chi è contrario? Il green pass è un lockdown in esterna: invece di tenerti chiuso in casa, ti proibiscono di vivere liberamente. Oggi molti italiani sono favorevoli, ma aspetta che questa oscenità vada a regime e vedrai». Regime: è questa la parola giusta per descrivere questa specie di braccialetto elettronico senza il quale non si può fare praticamente niente. La base, come si diceva una volta, ribolle, di fronte all'ennesimo sacrificio leghista sull'altare della stabilità del governo. Eppure, la misura potrebbe essere più che colma, se ricordiamo anche le stoccate di Mario Draghi a Matteo Salvini sui vaccini, o le continue provocazioni da parte di Pd e M5s. «Usciamo dal governo, basta!», è il grido di battaglia degli elettori più arrabbiati. «Si fa presto», argomenta un altro esponente di primo piano del Carroccio, «a dire usciamo dal governo: Pd, M5s e anche Forza Italia non aspettano altro! Sai cosa succederebbe? Loro andrebbero avanti lo stesso, e ci ritroveremmo la legge Zan, lo ius soli, la patrimoniale. Certo, stando all'opposizione potremmo urlare, twittare, ma non potremmo incidere. Il M5s si è disintegrato, Forza Italia ha affidato a Draghi la propria sopravvivenza, e quindi senza di noi questo sarebbe un governo del Pd». Un colpo al cerchio e uno alla botte: la regola aurea per i grandi partiti costretti a partecipare a governi di larghe intese è questa, da sempre, e non si può infrangere. Del resto, la Lega ha nel suo dna la lotta e il governo, basti pensare alle Regioni e alle città che amministra, da decenni, indipendentemente dalla posizione a livello nazionale. La concorrenza di Fratelli d'Italia non può rappresentare un motivo valido per mollare Draghi tra le braccia del Pd, quindi tocca pedalare, anche se la strada è in salita. Del resto, i temi sui quali far pesare il proprio sostegno non mancano, a partire dall'emergenza immigrazione. «Non ci siamo», attacca Salvini, «Luciana Lamorgese è uno dei ministri che brilla per assenza. Anche in queste ore stanno sbarcando centinaia di clandestini. Aspettiamo che al ministero dell'Interno qualcuno dimostri che c'è un ministro, per il momento non ce ne siamo accorti. Non puoi chiedere il green pass agli italiani per andare in pizzeria», aggiunge Salvini, «e poi fai sbarcare chiunque». Più o meno le stesse parole della Meloni, ma il leader della Lega, rispetto alla sua «gemella diversa», ha la possibilità di incidere sulle scelte. Anche se ci vuole sempre una mediazione: i governi di coalizione funzionano così. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carroccio-battaglie-perse-pericoli-scampati-2654538858.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-curva-rallenta-la-corsa-frena-lrt-il-semaforo-non-spaventa-le-regioni" data-post-id="2654538858" data-published-at="1628301357" data-use-pagination="False"> La curva rallenta la corsa, frena l’Rt. Il semaforo non spaventa le Regioni Rallenta la crescita della curva epidemica e l'indice di trasmissione (Rt) è atteso in calo. 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L'indice di trasmissione (Rt) del Covid-19 è in sensibile riduzione (1,56 contro 1,57 di sette giorni fa), ma proiettato una settimana più avanti, secondo Brusaferro il valore «calerà intorno a 1,23». L'epidemia, va ricordato, si espande quando questo valore è sopra uno. Interessante il dato sulla diminuzione dell'indice di trasmissibilità basato sui casi con ricovero ospedaliero (Rt 1,24 al 27 luglio, contro Rt 1,46 al 20 luglio). Significa «che il numero dei casi cresce, anche se più lentamente», precisa Brusaferro. Questo sarebbe dovuto alla elevata proporzione di soggetti giovani e asintomatici infettati, che evidenziano i dati epidemiologici. Continua infatti a decrescere l'età mediana di chi contrae l'infezione, che negli ultimi sette giorni è a 27 anni. «L'età mediana al primo ricovero rimane piuttosto stabile, questa settimana è a 52 anni», continua il presidente Iss. «Anche l'età mediana in terapia intensiva è stabile, poco sopra i 60 anni. L'età mediana al decesso è intorno agli 80 anni, molto variabile perché fortunatamente i decessi sono piuttosto limitati in questo momento». Sono infatti «confortanti», per Gianni Rezza, direttore generale prevenzione del ministero della Salute, i dati del bollettino quotidiano della Protezione civile diffuso ieri. Si registrano 6.599 positivi su 244.657 tamponi: un calo dei casi positivi su un numero maggiore di tamponi (indice di positività al 2,7% contro il 3,4% del giorno precedente). I decessi sono stati 24. Nei reparti ci sono 40 pazienti in più (in totale 2.449) mentre sono 277 (+7) in terapia intensiva. Tutte le Regioni e province autonome sono classificate a rischio epidemico moderato questa settimana. Nessuna supera la soglia critica di occupazione dei posti letto per pazienti Covid in terapia intensiva o area medica: il passaggio al giallo avviene con un tasso di ricoveri superiore al 10% in rianimazione e al 15% in area medica. Tuttavia il tasso di occupazione in intensiva è leggermente in aumento, al 3%, con i ricoverati che passano da 189 (27 luglio) a 258 (3 agosto) e nelle aree mediche aumenta invece al 4%, con i ricoverati che passano da 1.611 a 2.196. In reparto la Sicilia raggiunge un tasso di occupazione del 12%, la Calabria del 10%, ma sotto la soglia del 15%. La Sardegna è l'unica a sfiorare il limite del 10% dei posti occupati in terapia intensiva, ma resterà in zona bianca. Esprime un certo ottimismo Rezza, che ritiene possibile «a medio termine, un certo aumento sia in area medica che in terapia intensiva», come conseguenza dell'aumento dell'incidenza, «però siamo ben al di sotto della soglia critica, per lo meno per ora». Sul fronte vaccinazioni, manca da immunizzare il 16-17% degli over 60 e un over 50 su quattro. «Probabile» per il direttore Rezza una terza dose di vaccino anti Covid «entro l'anno per altre categorie di persone».
iStock
Esempio. L’interista grida al compagno opposto di tifo: «Sporco milanista!», accusandolo di essere negativo in quanto milanista e l’essere milanista è talmente negativo da necessitare di un rafforzativo negativo, che può essere «brutto», «disgraziato», «infame», «vigliacco» e così via, fino a «sporco». La sporcizia emblematizza la negatività tanto quanto la bruttezza estetica, le tribolazioni esistenziali, l’attitudine a fare la spia, la viltà e quindi, agli occhi dell’interista, essere milanista è una colpa tanto grave da poter essere rafforzata da un ulteriore stigma accusatorio. Anche la spiegazione della combinazione «sporco» più «caratteristica odiata» non univoca, ma doppia, regge. Il doppio insulto, scollegato rispetto al precedente, «Sei sporco e milanista», comunque si basa sull’attribuzione di un giudizio morale negativo all’essere sporco e, anche se solo simbolica, di un valore negativo ovvero un disvalore al portatore di sporcizia. Insomma, è più che assodato: se volete offendere qualcuno dategli dello sporco, simbolico o reale. Essere tacciati di pulizia, invece, vuol dire essere puri: «Your clothes are clean and your mind is productive» cantava Paul Weller con gli Style Council in quella che è - faremo una confessione pulita - una delle canzoni d’amore preferite di chi scrive, Speak like a child. Ancora, «Hai il cuore pulito come appena nevicato» cantava Eugenio Finardi nella canzone Patrizia. I proverbi traboccano di trionfi della pulizia: «Chi è pulito è bello», non sempre è vero, è pieno il mondo di racchioni puliti, tuttavia si può pensare che anche se non sono belli da guardare sono, almeno, puliti. Un altro: «La pulizia costa poco e molto vale»: verissimo. Un altro ancora: «Non importa che l’abito sia fino, purché sia pulito». Qui concordiamo: un brutto vestito pulito è certamente migliore di uno bello ma sporco.
Ci sono però dei casi in cui il polo positivo rappresentato dal pulito porta con sé qualcosa di negativo. Accade quando l’esercizio della pulizia non è virtuoso come sarebbe se fosse equilibrato, ma è un’attività ansiosa e ossessiva determinata dalla nevrosi di cui si è lievemente o del tutto ammalati. Dopo che la tv inglese ha dedicato loro un programma tv che in lingua originale si intitolava Obsessive Compulsive Cleaners e che in Italia è stato tradotto come Malati di pulito, li conosciamo popolarmente con questa denominazione. Da un punto di vista psichiatrico, il termine tecnico non è però «malati di pulito», che fa il verso ad altre frasi costruite sulla specificazione dell’oggetto della mania come, per esempio, «morti di fama» per intendere, un po’ simpaticamente, quelli che per arrivare al successo venderebbero anche la madre. I rupofobici soffrono molto, da un certo punto di vista, e no, non sono persone bizzarre che come una ha la passione degli scacchi, be‘ quelli ce l’hanno dei mocio lavapavimenti. No. Quelli sono semplici appassionati pulitori. I veri e propri rupofobici sono sofferenti portatori di una sorta di condanna, di una coazione a ripetere una prassi «igienizzante» che non basta mai e che il giorno dopo ricomincerà di nuovo. Sono i Sisifo del disinfettante: ogni giorno maneggiano la pezzetta imbibita di detergente per pulire con tutte le loro forze per poi... ricominciare uguale il giorno dopo. E quello dopo ancora e così via, sempre uguale, per l’eternità. A meno che un trattamento psicoterapeutico non interrompa il ciclo. Ciò che li guida, infatti, a pulire come instancabili ossessionati non è l’effettiva ed oggettiva condizione igienica di, per esempio, la casa. Il rupofobico non pulisce i pavimenti una volta a settimana, è capace di pulirli una volta ogni ora. O del proprio corpo. Il rupofobico non si lava le mani dopo essere andato in bagno, se le lava anche più volte di continuo, continuamente, per tranquillizzarsi, non perché le abbia davvero sporche. La parola rupofobia deriva dall’unione della parola greca rùpos che vuol dire sporcizia, sudiciume e fobia da phobos che significa paura. Attualmente la rupofobia è considerata da alcuni un disturbo d’ansia, da altri un disturbo ossessivo compulsivo. Va detto che alcuni considerano tutti i disturbi ossessivo compulsivi forme d’ansia e altri no, li considerano questioni psicopatologiche diverse. I gradi di afflizione di questa fobia possono essere diversi e andare da una leggera ansia all’idea di toccare qualcosa di sporco al disagio che porta a pensare continuamente allo sporco e a come evitarlo. Nel caso della «semplice» ansia, non si pensa continuamente allo sporco e l’ansia sopraggiunge solo se ci si trova in una situazione non percepita come igienica. Oppure, nella vita quotidiana che naturalmente contempla anche un rapporto continuo con la pulizia propria, della propria casa e, in generale, dei luoghi frequentati fuori casa, si opta sempre per azioni di controllo dell’eventuale sporco: si va dal lavarsi ben bene e con compiacimento le mani quando necessario all’evitare con compiacimento che tranquillizza ed evita l’ansia di bere il caffè nelle tazzine del bar chiedendolo in bicchiere usa e getta, dallo sgridare la persona che prende la frutta e la verdura al supermercato senza guanti come se stesse facendo chissà che di chissà quanto grave all’evitare di toccare cani o gatti considerandoli fonti di sporcizia, dall’iniziare a pulire appena arrivati a casa dal lavoro con una dedizione e un vigore eccessivi al non sopportare l’idea di accumulare i piatti durante una cena con ospiti e dunque all’andare a lavarli, abbandonando la tavola, dopo ogni portata, dal costringere tutti gli abitanti della casa, per primi sé stessi, a lasciare le scarpe fuori per «igiene» all’evitare di andare al ristorante perché nessuno lì impone ai clienti di togliersele e quel pavimento è una miniera a cielo aperto di sozzume. Si parla, insomma, sempre di eccessiva attenzione a non «sporcarsi», a non sporcare, a non trovarsi in mezzo allo sporco, a non far vivere a lungo lo sporco se crearlo è inevitabile, ma comunque non siamo ancora nel campo dell’ossessione, quanto piuttosto in quello del controllo, non simpatico nemmeno questo, ma comunque un filo meno disagevole, per sé e per gli altri, del disturbo ossessivo compulsivo. L’idea di controllare lo sporco che ci può essere addosso e intorno a noi, respingendolo con vigore e compiacimento ci identifica e tranquillizza il rupofobico ansioso.
Nel caso del disturbo ossessivo compulsivo, invece, la paura irrazionale dello sporco diventa un’ossessione. Il rupofobico ossessivo è un ossessivo-compulsivo la cui ossessione è la sporcizia e la cui compulsione è pulire e pulire e pulire per allontanare l’ossessione. Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo psicopatologico cronico e invalidante che si configura come una incontrollata manifestazione nella mente di chi ne soffre di ossessioni e conseguenti compulsioni percepite da chi soffre di Doc, questo l’acronimo, come unica possibilità risolutiva (ovviamente così non è, anzi è più o meno il contrario). Le ossessioni sono pensieri e impulsi involontari, che procurano disagio a chi le vive nella sua mente. Le compulsioni, complementari alle ossessioni, non sono pensieri ma azioni percepite come idonee a evitare che si presenti o almeno a diminuire o eliminare l’angoscia derivante dalle ossessioni. In tutti i casi, comunque, sia che si manifesti con ansia, sia che si palesi come un disturbo ossessivo compulsivo, la rupofobia è una paura irrazionale e patologica dello sporco. Il rupofobico può avere attacchi di ansia e attacchi di panico anche solo pensando allo sporco e si calma pulendo. Il rupofobico può evitare i luoghi molto frequentati, dal bar alla spiaggia passando per i mezzi pubblici, perché disgustato dall’idea di stanziare in luoghi non puliti come vorrebbe lui. Può creare rituali di pulizia e di difesa dallo sporco, non solo in casa, lavando continuamente sé stesso e gli ambienti domestici, ma può esportarli anche fuori di casa. Si pensi a chi, dopo il Covid, andava in giro con guanti e masherine, anche doppi, anche guidando in auto da solo. Un equilibrato rifiuto dello sporco è corretto, un’esagerazione cela un problema.
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Thea Louise Stjernesund e Sara Hector omaggiano Federica Brignone dopo la prova dello slalom gigante femminile (Getty Images)
Si sono concluse ieri, con la maestosa cerimonia dell'Arena di Verona, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un successo per l'Italia sotto tutti i punti di vista: non solo sportivo, con il quarto posto nel medagliere e ogni record precedente spazzato via, ma anche logistico, organizzativo, economico e se vogliamo anche politico. Ma è stata soprattutto l'Olimpiade degli atleti, delle imprese, delle gioie e, talvolta, dei dolori. Dei gesti di fairplay e delle storie dietro ogni medaglia. Momenti indimenticabili che rimangono nella storia.
Tra i fotogrammi più belli lasciati in eredità da Milano-Cortina 2026, impossibile non cominciare da Federica Brignone. La Tigre di La Salle si è presentata a questi Giochi con mille incognite, dubbi e preoccupazioni legate alle sue condizioni fisiche, dopo il grave infortunio subito il 3 aprile 2025 - a meno di un anno dall'appuntamento a cinque cerchi - durante una gara di gigante ai campionati italiani Assoluti all'Alpe Lusia nelle Dolomiti. Quel giorno la diagnosi fu tremenda: frattura scomposta del piatto tibiale, della testa del perone della gamba sinistra con rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Le lacrime, l'operazione, la riabilitazione, un secondo intervento e il tempo che scorreva inesorabilmente come un countdown verso l'inizio dell'Olimpiade casalinga, quella che ogni atleta sogna di vivere da protagonista, a maggior ragione se coltiva legittime ambizioni di medaglia per pedigree e talento. Quel talento unito alla tenacia e alla fiducia in se stessa, ma anche alla pazienza e a un'incredibile forza mentale, che hanno permesso a Federica Brignone non solo di presentarsi ai blocchi di partenza di Milano-Cortina, ma anche di farlo da assoluta regina delle nevi, con i due magnifici ori conquistati nello slalom gigante e nel supergigante di quella domenica 15 febbraio che entra di diritto nella storia dello sport azzurro.
Un po' come era successo nel 2021, quando il 1° agosto, anche quel giorno era domenica, ai Giochi di Tokyo arrivarono nel giro di 16 minuti le due incredibili medaglie d'oro vinte da Gianmarco Tamberi nel salto in alto e da Marcell Jacobs nei 100 metri. Otto giorni fa, invece, a Milano-Cortina è andata esattamente così: alle 14.28 Federica Brignone conquista il secondo oro della sua Olimpiade. Alle 14:59 la coppia dello snowboard cross formata da Michela Moioli e Lorenzo Sommariva vince l'argento. Alle 15:15 una leggendaria Lisa Vittozzi sale sul gradino più alto del podio nell'inseguimento del biathlon. 47 minuti di pura adrenalina e goduria sportiva per i nostri colori.
A proposito del biathlon, dalla disciplina che riunisce lo sci di fondo con il tiro a segno con la carabina, è arrivato uno dei momenti più belli e apprezzati, caratterizzato da un enorme gesto di fairplay. Durante una prova che vedeva impegnata proprio Lisa Vittozzi, l'avversaria francese Julia Simon ha perso un bastoncino e dargliene uno di scorta è stato proprio il coach azzurro a bordo pista. E che dire dell'arrivo fianco a fianco, tra gli applausi, ad Anterselva di due colossi biathlon come l'italiana Dorothea Wierer e la tedesca Franziska Preuss, giunte all'ultima danza sulla neve. Sempre nell'inseguimento del biathlon, ma al maschile, toccante ed emozionate è stato il momento in cui il francese Emilien Jacquelin, dopo aver tagliato il traguardo al terzo posto e aver conquistato la medaglia di bronzo, ha dedicato il successo a Marco Pantani indicando l'orecchino che gli era stato regalato dalla mamma del Pirata e la bandana che porta in segno di omaggio al ciclista scomparso nel 2004. Nella mass start, invece, scena pazzesca quella che ci hanno regalato l'italiano Nicola Romanin, il francese Fabien Claude e l'americano Campbell Wright. Questi ultimi due, fuori dalla zona medaglia e nelle ultime posizioni, si fermano a pochi metri dal traguardo per aspettare l'azzurro. I tre si allineano, confabulano un paio di secondi e danno vita a uno sprint con una volata sul rettilineo finale per evitare l'ultima posizione.
Fabien Claude del Team Francia, Nicola Romanin del Team Italia e Campbell Wright del Team Stati Uniti in cammino verso il traguardo ad Anterselva (Getty Images)
Tra le emozioni intense vissute a Milano-Cortina c'è senz'altro quella vissuta da Federico Tomasoni che dopo l'argento conquistata a Livigno nello ski cross ha mostrato il sole disegnato sul suo casco e dedicato la medaglia a Matilde Lorenzi, la sua fidanzata scomparsa il 28 ottobre 2024 dopo una terribile caduta sugli sci.
Storie di sport che si intrecciano a momenti di vita che ognuno di noi può sentire più o meno vicino e farci vivere l'evento oltre la pura competizione sportiva. Come per esempio il primo oro nella storia dei Giochi invernali per il Brasile conquistato da Lucas Braathen e l'emozione dello sciatore appena finita la gara nella telefonata in vivavoce con una leggenda mondiale di questo sport come Alberto Tomba che si congratula e lui che si commuove. Nello sport, il momento che separa un'atleta da un trionfo a una sconfitta può essere invisibile, incalcolabile, ed è quel preciso istante in cui si realizza di non avercela fatta. È quanto è accaduto ad Atle Lei MCGrath. Lo sciatore norvegese, nella prima manche dello slalom maschile, si trovava a condurre in testa davanti a tutti. Aveva la medaglia d'oro praticamente in pugno. Poi sul più bello si è trovato a fare i conti con un errore che gli è costato quattro anni di duro lavoro e sacrifici: l'inforcata, l'uscita fuori pista e il sogno che svanisce mentre tutto il mondo ti osserva e una reazione tanto impulsiva quanto significativa: l'urlo, il lancio al cielo dei bastoncini, i parastinchi slacciati e la camminata solitaria veso il bosco per trovare un rifugio lontano dalle telecamere e fare i conti con se stesso. «Volevo prendermi un po' di tempo per me» - ha raccontato dopo la gara - «Non conosco nessun altro sport in cui ci sia una distanza così breve tra la cosa più bella che puoi realizzare e la cosa peggiore che puoi vivere». Lo stesso ha vissuto il fenomeno mondiale del pattinaggio artistico, Ilia Malinin. L'americano di origini uzbeke, si era presentato come favorito assoluto ma nella finale olimpica non ha performato come avrebbe potuto e voluto e ha chiuso con un deludente e inaspettato ottavo posto. Un flop che lo straordinario pubblico del Forum di Assago ha saputo mitigare con una calorosa standing ovation durante l'esibizione al Galà del 21 febbraio e a cui il fenomeno del salto quadruplo ha risposto con le lacrime. Emozionante anche la vittoria di Elana Meyers-Taylor che alla quinta partecipazione ai Giochi e all'età di 41 anni ha vinto la medaglia d'oro nel mono-bob e ha festeggiato abbracciando i suoi due bimbi, nati entrambi sordi prematuri e uno con la sindrome di Down, ai quali ha comunicato attraverso il linguaggio dei segni la frase: «La mamma ha vinto».
Tra i momenti più divertenti e suggestivi nell'album dei ricordi di Milano-Cortina 2026 va inserito senza alcun dubbio Nazgul. Il bellissimo cane lupo che ha invaso la pista di Tesero durante la gara di qualificazioni dello sprint femminile a squadre e ha tagliato il traguardo davanti agli sguardi increduli e divertiti degli spettatori e delle atlete.
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