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2021-08-07
Il Carroccio fa i conti con le battaglie perse e prova a consolarsi coi pericoli scampati
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
«Se la Lega non stesse al governo il green pass l'avrebbero imposto anche per andare al gabinetto»: il big del Carroccio sintetizza in maniera assai efficace, parlando con La Verità, il motivo per il quale il partito di Matteo Salvini resta ben saldamente in maggioranza, pur dovendo ingoiare qualche rospo, come accaduto l'altro ieri con l'approvazione in Consiglio dei ministri delle nuove norme sul certificato vaccinale.
Rospo difficilissimo da digerire, sia per parte dell'elettorato leghista, che sui social sta facendo sentire eccome il proprio dissenso, che per alcuni esponenti di rilievo della Lega. «Cari amici», scrive su Twitter il deputato leghista Claudio Borghi, irriducibile della lotta contro il green pass, «il decreto è intollerabile. Non sarà certo l'aver salvato le colazioni negli alberghi a compensare oscenità come la mancata esenzione per i minorenni e l'obbligo per la scuola e per gli studenti. Ho fatto il possibile ma ho perso. Mi scuso con tutti voi». Borghi risponde praticamente a tutti i suoi follower, letteralmente imbestialiti per il sì dei ministri del Carroccio all'estensione del green pass. «Se lo scordano che io voti sta roba», aggiunge il parlamentare, che poi, a chi gli contesta di non criticare esplicitamente Salvini per disciplina di partito replica: «Ti risulta», risponde Borghi, «che il partito mi abbia impedito di dire qualcosa o mi abbia imposto alcunché? Che c'entra la fedeltà al partito? In troppi una volta arrivati in Parlamento si credono sto... e dimenticano che la gente li ha votati prima di tutto per il partito in cui erano».
Ecco: il partito. Come la mettiamo, domandiamo al nostro esponente di punta del Carroccio, con i rilievi di esponenti come Borghi? «Se la Lega fosse un partito del 4%», riflette la nostra fonte, «allora criticare le decisioni del capo sarebbe impossibile, si rischierebbe di essere messi alla porta. La Lega però è una grande forza politica, ha il 17% in Parlamento e più del 20% nei sondaggi, è ovvio che ci siano voci diverse. Anzi», aggiunge il parlamentare di primo piano, «è un bene che il dissenso dell'elettorato venga intercettato dai nostri».
A proposito di dissenso: «Green pass, scuola e trasporti», twitta Armando Siri, senatore, esponente di primo piano del Carroccio, «no io non lo approvo! Non esistono ragioni logiche, scientifiche, razionali, urgenti e reali per continuare a restringere il perimetro delle libertà individuali. È un atto contro la Costituzione e lo Stato di diritto». Due esponenti di primo piano del partito, Borghi e Siri, annunciano il loro voto contro il green pass in Parlamento. Ora che succede? «Fossero solo loro! Alla Camera e al Senato», prevede il big leghista, «sarà una guerra totale. Ma del resto come si fa a dare torto a chi è contrario? Il green pass è un lockdown in esterna: invece di tenerti chiuso in casa, ti proibiscono di vivere liberamente. Oggi molti italiani sono favorevoli, ma aspetta che questa oscenità vada a regime e vedrai». Regime: è questa la parola giusta per descrivere questa specie di braccialetto elettronico senza il quale non si può fare praticamente niente. La base, come si diceva una volta, ribolle, di fronte all'ennesimo sacrificio leghista sull'altare della stabilità del governo.
Eppure, la misura potrebbe essere più che colma, se ricordiamo anche le stoccate di Mario Draghi a Matteo Salvini sui vaccini, o le continue provocazioni da parte di Pd e M5s. «Usciamo dal governo, basta!», è il grido di battaglia degli elettori più arrabbiati. «Si fa presto», argomenta un altro esponente di primo piano del Carroccio, «a dire usciamo dal governo: Pd, M5s e anche Forza Italia non aspettano altro! Sai cosa succederebbe? Loro andrebbero avanti lo stesso, e ci ritroveremmo la legge Zan, lo ius soli, la patrimoniale. Certo, stando all'opposizione potremmo urlare, twittare, ma non potremmo incidere. Il M5s si è disintegrato, Forza Italia ha affidato a Draghi la propria sopravvivenza, e quindi senza di noi questo sarebbe un governo del Pd».
Un colpo al cerchio e uno alla botte: la regola aurea per i grandi partiti costretti a partecipare a governi di larghe intese è questa, da sempre, e non si può infrangere. Del resto, la Lega ha nel suo dna la lotta e il governo, basti pensare alle Regioni e alle città che amministra, da decenni, indipendentemente dalla posizione a livello nazionale. La concorrenza di Fratelli d'Italia non può rappresentare un motivo valido per mollare Draghi tra le braccia del Pd, quindi tocca pedalare, anche se la strada è in salita.
Del resto, i temi sui quali far pesare il proprio sostegno non mancano, a partire dall'emergenza immigrazione. «Non ci siamo», attacca Salvini, «Luciana Lamorgese è uno dei ministri che brilla per assenza. Anche in queste ore stanno sbarcando centinaia di clandestini. Aspettiamo che al ministero dell'Interno qualcuno dimostri che c'è un ministro, per il momento non ce ne siamo accorti. Non puoi chiedere il green pass agli italiani per andare in pizzeria», aggiunge Salvini, «e poi fai sbarcare chiunque». Più o meno le stesse parole della Meloni, ma il leader della Lega, rispetto alla sua «gemella diversa», ha la possibilità di incidere sulle scelte. Anche se ci vuole sempre una mediazione: i governi di coalizione funzionano così.
La curva rallenta la corsa, frena l’Rt. Il semaforo non spaventa le Regioni
Rallenta la crescita della curva epidemica e l'indice di trasmissione (Rt) è atteso in calo. Più casi, con «aumenti più contenuti» nella fascia d'età 10-29 anni, ma con «ampia variabilità» nell'incidenza delle diverse Regioni, che vanno da «poco più di 20 a 138,4 casi per 100.000 abitanti», ha spiegato ieri Silvio Brusaferro, presidente dell'Istituto superiore di sanità (Iss) commentando i dati del report settimanale Iss-ministero della Salute.
La variante Delta del virus SarsCoV2 si conferma dominante in Italia (69,2% dei tamponi), ma senza creare pressione sugli ospedali. Mentre infatti salgono contagi e incidenza, aumenta di poco il tasso di occupazione in terapia intensiva e aerea medica, tanto che, nessuna Regione è a rischio di cambiare colore. Rispetto all'ultima settimana di luglio, è cresciuta di 10 punti l'incidenza, cioè il numero di positivi su 100.000 abitanti, passando da 58 casi a 68 (il valore soglia per permettere il tracciamento è di 50 ogni 100.000).
L'indice di trasmissione (Rt) del Covid-19 è in sensibile riduzione (1,56 contro 1,57 di sette giorni fa), ma proiettato una settimana più avanti, secondo Brusaferro il valore «calerà intorno a 1,23». L'epidemia, va ricordato, si espande quando questo valore è sopra uno. Interessante il dato sulla diminuzione dell'indice di trasmissibilità basato sui casi con ricovero ospedaliero (Rt 1,24 al 27 luglio, contro Rt 1,46 al 20 luglio). Significa «che il numero dei casi cresce, anche se più lentamente», precisa Brusaferro. Questo sarebbe dovuto alla elevata proporzione di soggetti giovani e asintomatici infettati, che evidenziano i dati epidemiologici. Continua infatti a decrescere l'età mediana di chi contrae l'infezione, che negli ultimi sette giorni è a 27 anni. «L'età mediana al primo ricovero rimane piuttosto stabile, questa settimana è a 52 anni», continua il presidente Iss. «Anche l'età mediana in terapia intensiva è stabile, poco sopra i 60 anni. L'età mediana al decesso è intorno agli 80 anni, molto variabile perché fortunatamente i decessi sono piuttosto limitati in questo momento».
Sono infatti «confortanti», per Gianni Rezza, direttore generale prevenzione del ministero della Salute, i dati del bollettino quotidiano della Protezione civile diffuso ieri. Si registrano 6.599 positivi su 244.657 tamponi: un calo dei casi positivi su un numero maggiore di tamponi (indice di positività al 2,7% contro il 3,4% del giorno precedente). I decessi sono stati 24. Nei reparti ci sono 40 pazienti in più (in totale 2.449) mentre sono 277 (+7) in terapia intensiva.
Tutte le Regioni e province autonome sono classificate a rischio epidemico moderato questa settimana. Nessuna supera la soglia critica di occupazione dei posti letto per pazienti Covid in terapia intensiva o area medica: il passaggio al giallo avviene con un tasso di ricoveri superiore al 10% in rianimazione e al 15% in area medica. Tuttavia il tasso di occupazione in intensiva è leggermente in aumento, al 3%, con i ricoverati che passano da 189 (27 luglio) a 258 (3 agosto) e nelle aree mediche aumenta invece al 4%, con i ricoverati che passano da 1.611 a 2.196. In reparto la Sicilia raggiunge un tasso di occupazione del 12%, la Calabria del 10%, ma sotto la soglia del 15%. La Sardegna è l'unica a sfiorare il limite del 10% dei posti occupati in terapia intensiva, ma resterà in zona bianca. Esprime un certo ottimismo Rezza, che ritiene possibile «a medio termine, un certo aumento sia in area medica che in terapia intensiva», come conseguenza dell'aumento dell'incidenza, «però siamo ben al di sotto della soglia critica, per lo meno per ora».
Sul fronte vaccinazioni, manca da immunizzare il 16-17% degli over 60 e un over 50 su quattro. «Probabile» per il direttore Rezza una terza dose di vaccino anti Covid «entro l'anno per altre categorie di persone».
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Claudio Borghi sul green pass: «Fa male». Armando Siri: «Dirò no». L'anima governista placa la rabbia. Matteo Salvini rilancia sull'immigrazione.L'indice Rt cala a 1,56. Silvio Brusaferro: «A 1,23 fra poco». Rimane bassa la pressione sugli ospedali.Lo speciale contiene due articoli.«Se la Lega non stesse al governo il green pass l'avrebbero imposto anche per andare al gabinetto»: il big del Carroccio sintetizza in maniera assai efficace, parlando con La Verità, il motivo per il quale il partito di Matteo Salvini resta ben saldamente in maggioranza, pur dovendo ingoiare qualche rospo, come accaduto l'altro ieri con l'approvazione in Consiglio dei ministri delle nuove norme sul certificato vaccinale. Rospo difficilissimo da digerire, sia per parte dell'elettorato leghista, che sui social sta facendo sentire eccome il proprio dissenso, che per alcuni esponenti di rilievo della Lega. «Cari amici», scrive su Twitter il deputato leghista Claudio Borghi, irriducibile della lotta contro il green pass, «il decreto è intollerabile. Non sarà certo l'aver salvato le colazioni negli alberghi a compensare oscenità come la mancata esenzione per i minorenni e l'obbligo per la scuola e per gli studenti. Ho fatto il possibile ma ho perso. Mi scuso con tutti voi». Borghi risponde praticamente a tutti i suoi follower, letteralmente imbestialiti per il sì dei ministri del Carroccio all'estensione del green pass. «Se lo scordano che io voti sta roba», aggiunge il parlamentare, che poi, a chi gli contesta di non criticare esplicitamente Salvini per disciplina di partito replica: «Ti risulta», risponde Borghi, «che il partito mi abbia impedito di dire qualcosa o mi abbia imposto alcunché? Che c'entra la fedeltà al partito? In troppi una volta arrivati in Parlamento si credono sto... e dimenticano che la gente li ha votati prima di tutto per il partito in cui erano». Ecco: il partito. Come la mettiamo, domandiamo al nostro esponente di punta del Carroccio, con i rilievi di esponenti come Borghi? «Se la Lega fosse un partito del 4%», riflette la nostra fonte, «allora criticare le decisioni del capo sarebbe impossibile, si rischierebbe di essere messi alla porta. La Lega però è una grande forza politica, ha il 17% in Parlamento e più del 20% nei sondaggi, è ovvio che ci siano voci diverse. Anzi», aggiunge il parlamentare di primo piano, «è un bene che il dissenso dell'elettorato venga intercettato dai nostri». A proposito di dissenso: «Green pass, scuola e trasporti», twitta Armando Siri, senatore, esponente di primo piano del Carroccio, «no io non lo approvo! Non esistono ragioni logiche, scientifiche, razionali, urgenti e reali per continuare a restringere il perimetro delle libertà individuali. È un atto contro la Costituzione e lo Stato di diritto». Due esponenti di primo piano del partito, Borghi e Siri, annunciano il loro voto contro il green pass in Parlamento. Ora che succede? «Fossero solo loro! Alla Camera e al Senato», prevede il big leghista, «sarà una guerra totale. Ma del resto come si fa a dare torto a chi è contrario? Il green pass è un lockdown in esterna: invece di tenerti chiuso in casa, ti proibiscono di vivere liberamente. Oggi molti italiani sono favorevoli, ma aspetta che questa oscenità vada a regime e vedrai». Regime: è questa la parola giusta per descrivere questa specie di braccialetto elettronico senza il quale non si può fare praticamente niente. La base, come si diceva una volta, ribolle, di fronte all'ennesimo sacrificio leghista sull'altare della stabilità del governo. Eppure, la misura potrebbe essere più che colma, se ricordiamo anche le stoccate di Mario Draghi a Matteo Salvini sui vaccini, o le continue provocazioni da parte di Pd e M5s. «Usciamo dal governo, basta!», è il grido di battaglia degli elettori più arrabbiati. «Si fa presto», argomenta un altro esponente di primo piano del Carroccio, «a dire usciamo dal governo: Pd, M5s e anche Forza Italia non aspettano altro! Sai cosa succederebbe? Loro andrebbero avanti lo stesso, e ci ritroveremmo la legge Zan, lo ius soli, la patrimoniale. Certo, stando all'opposizione potremmo urlare, twittare, ma non potremmo incidere. Il M5s si è disintegrato, Forza Italia ha affidato a Draghi la propria sopravvivenza, e quindi senza di noi questo sarebbe un governo del Pd». Un colpo al cerchio e uno alla botte: la regola aurea per i grandi partiti costretti a partecipare a governi di larghe intese è questa, da sempre, e non si può infrangere. Del resto, la Lega ha nel suo dna la lotta e il governo, basti pensare alle Regioni e alle città che amministra, da decenni, indipendentemente dalla posizione a livello nazionale. La concorrenza di Fratelli d'Italia non può rappresentare un motivo valido per mollare Draghi tra le braccia del Pd, quindi tocca pedalare, anche se la strada è in salita. Del resto, i temi sui quali far pesare il proprio sostegno non mancano, a partire dall'emergenza immigrazione. «Non ci siamo», attacca Salvini, «Luciana Lamorgese è uno dei ministri che brilla per assenza. Anche in queste ore stanno sbarcando centinaia di clandestini. Aspettiamo che al ministero dell'Interno qualcuno dimostri che c'è un ministro, per il momento non ce ne siamo accorti. Non puoi chiedere il green pass agli italiani per andare in pizzeria», aggiunge Salvini, «e poi fai sbarcare chiunque». Più o meno le stesse parole della Meloni, ma il leader della Lega, rispetto alla sua «gemella diversa», ha la possibilità di incidere sulle scelte. Anche se ci vuole sempre una mediazione: i governi di coalizione funzionano così. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carroccio-battaglie-perse-pericoli-scampati-2654538858.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-curva-rallenta-la-corsa-frena-lrt-il-semaforo-non-spaventa-le-regioni" data-post-id="2654538858" data-published-at="1628301357" data-use-pagination="False"> La curva rallenta la corsa, frena l’Rt. Il semaforo non spaventa le Regioni Rallenta la crescita della curva epidemica e l'indice di trasmissione (Rt) è atteso in calo. 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L'indice di trasmissione (Rt) del Covid-19 è in sensibile riduzione (1,56 contro 1,57 di sette giorni fa), ma proiettato una settimana più avanti, secondo Brusaferro il valore «calerà intorno a 1,23». L'epidemia, va ricordato, si espande quando questo valore è sopra uno. Interessante il dato sulla diminuzione dell'indice di trasmissibilità basato sui casi con ricovero ospedaliero (Rt 1,24 al 27 luglio, contro Rt 1,46 al 20 luglio). Significa «che il numero dei casi cresce, anche se più lentamente», precisa Brusaferro. Questo sarebbe dovuto alla elevata proporzione di soggetti giovani e asintomatici infettati, che evidenziano i dati epidemiologici. Continua infatti a decrescere l'età mediana di chi contrae l'infezione, che negli ultimi sette giorni è a 27 anni. «L'età mediana al primo ricovero rimane piuttosto stabile, questa settimana è a 52 anni», continua il presidente Iss. «Anche l'età mediana in terapia intensiva è stabile, poco sopra i 60 anni. L'età mediana al decesso è intorno agli 80 anni, molto variabile perché fortunatamente i decessi sono piuttosto limitati in questo momento». Sono infatti «confortanti», per Gianni Rezza, direttore generale prevenzione del ministero della Salute, i dati del bollettino quotidiano della Protezione civile diffuso ieri. Si registrano 6.599 positivi su 244.657 tamponi: un calo dei casi positivi su un numero maggiore di tamponi (indice di positività al 2,7% contro il 3,4% del giorno precedente). I decessi sono stati 24. Nei reparti ci sono 40 pazienti in più (in totale 2.449) mentre sono 277 (+7) in terapia intensiva. Tutte le Regioni e province autonome sono classificate a rischio epidemico moderato questa settimana. Nessuna supera la soglia critica di occupazione dei posti letto per pazienti Covid in terapia intensiva o area medica: il passaggio al giallo avviene con un tasso di ricoveri superiore al 10% in rianimazione e al 15% in area medica. Tuttavia il tasso di occupazione in intensiva è leggermente in aumento, al 3%, con i ricoverati che passano da 189 (27 luglio) a 258 (3 agosto) e nelle aree mediche aumenta invece al 4%, con i ricoverati che passano da 1.611 a 2.196. In reparto la Sicilia raggiunge un tasso di occupazione del 12%, la Calabria del 10%, ma sotto la soglia del 15%. La Sardegna è l'unica a sfiorare il limite del 10% dei posti occupati in terapia intensiva, ma resterà in zona bianca. Esprime un certo ottimismo Rezza, che ritiene possibile «a medio termine, un certo aumento sia in area medica che in terapia intensiva», come conseguenza dell'aumento dell'incidenza, «però siamo ben al di sotto della soglia critica, per lo meno per ora». Sul fronte vaccinazioni, manca da immunizzare il 16-17% degli over 60 e un over 50 su quattro. «Probabile» per il direttore Rezza una terza dose di vaccino anti Covid «entro l'anno per altre categorie di persone».
Achille Lauro e Laura Pausini sul palco dell'Ariston (Ansa)
Seconda serata del Festival di Sanremo 2026 tra musica, ospiti e momenti di spettacolo più o meno riusciti. Sul palco dell’Ariston si alternano cantanti, co-conduttori e incursioni comiche: queste le pagelle ai protagonisti della serata.
Laura Pausini 8 Più che spalla, padrona di casa. Conti le concede l’apertura e ripaga la fiducia. A proprio agio anche da conduttrice, s’improvvisa corista dell’Anffas. Lo stile pop porta spontaneità al protocollo. Disinvolta.
Patty Pravo 5 Santi e peccatori/ Naviganti e sognatori. L’unicità di ogni essere umano, come la sua all’Ariston, ultima resistente dell’era beat. Proprio indispensabile?
Achille Lauro 7,5 Accolto dal tifo organizzato. La sua Perdutamente, intonata al funerale di Achille Barosi, morto nel rogo del Constellation, canta la precarietà umana. E se bastasse una notte, sì, per farci sparire/ Cancellarci in un lampo come un meteorite. Momento clou con coro lirico. E un pizzico d’enfasi di troppo.
Lillo 6,5 Si finge apprendista presentatore. Infila i luoghi comuni del mestiere, la «splendida cornice», il «voltiamo pagina», il «proprio su questo palcoscenico»… Si dilunga, imposta la voce attoriale, esagera con l’enfasi. Autoironico.
Vincenzo De Lucia 4 La performance meno riuscita del Festival. L’imitazione di Laura Pausini non è credibile e soprattutto non diverte. Conti fa il finto tonto. Gli autori dove sono? Numero da oratorio.
Elettra Lamborghini 6 Media voto tra Voilà, esile canzonzina da spiaggia sostenuta dal balletto glamour, e la protesta fuori programma contro le «festine bilaterali» che l’hanno costretta alla notte insonne. Il fuori palco irrompe sul palco. Strappacopione.
Francesca Lollobrigida, Lisa Vittozzi 6 Vincitrici di tre ori olimpici, emozionate più che sul ghiaccio e sulla neve di Milano Cortina. Dove stanno per cimentarsi anche gli atleti paralimpici. Non manca l’onnipresente ex presidente del Coni, Giovanni Malagò. Passaggio del testimone, forzato, da un evento all’altro.
Levante 7 Sei tu, la più difficile delle canzoni in gara. Recitata, sussurrata, commossa. Se l’amore sei tu/ Ma ho già perso il controllo/ Non mi segue più il corpo. Un brano romantico vecchia maniera, scritto da sola. Cantautrice ispirata.
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A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
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Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
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Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
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