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2021-08-07
Il Carroccio fa i conti con le battaglie perse e prova a consolarsi coi pericoli scampati
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
«Se la Lega non stesse al governo il green pass l'avrebbero imposto anche per andare al gabinetto»: il big del Carroccio sintetizza in maniera assai efficace, parlando con La Verità, il motivo per il quale il partito di Matteo Salvini resta ben saldamente in maggioranza, pur dovendo ingoiare qualche rospo, come accaduto l'altro ieri con l'approvazione in Consiglio dei ministri delle nuove norme sul certificato vaccinale.
Rospo difficilissimo da digerire, sia per parte dell'elettorato leghista, che sui social sta facendo sentire eccome il proprio dissenso, che per alcuni esponenti di rilievo della Lega. «Cari amici», scrive su Twitter il deputato leghista Claudio Borghi, irriducibile della lotta contro il green pass, «il decreto è intollerabile. Non sarà certo l'aver salvato le colazioni negli alberghi a compensare oscenità come la mancata esenzione per i minorenni e l'obbligo per la scuola e per gli studenti. Ho fatto il possibile ma ho perso. Mi scuso con tutti voi». Borghi risponde praticamente a tutti i suoi follower, letteralmente imbestialiti per il sì dei ministri del Carroccio all'estensione del green pass. «Se lo scordano che io voti sta roba», aggiunge il parlamentare, che poi, a chi gli contesta di non criticare esplicitamente Salvini per disciplina di partito replica: «Ti risulta», risponde Borghi, «che il partito mi abbia impedito di dire qualcosa o mi abbia imposto alcunché? Che c'entra la fedeltà al partito? In troppi una volta arrivati in Parlamento si credono sto... e dimenticano che la gente li ha votati prima di tutto per il partito in cui erano».
Ecco: il partito. Come la mettiamo, domandiamo al nostro esponente di punta del Carroccio, con i rilievi di esponenti come Borghi? «Se la Lega fosse un partito del 4%», riflette la nostra fonte, «allora criticare le decisioni del capo sarebbe impossibile, si rischierebbe di essere messi alla porta. La Lega però è una grande forza politica, ha il 17% in Parlamento e più del 20% nei sondaggi, è ovvio che ci siano voci diverse. Anzi», aggiunge il parlamentare di primo piano, «è un bene che il dissenso dell'elettorato venga intercettato dai nostri».
A proposito di dissenso: «Green pass, scuola e trasporti», twitta Armando Siri, senatore, esponente di primo piano del Carroccio, «no io non lo approvo! Non esistono ragioni logiche, scientifiche, razionali, urgenti e reali per continuare a restringere il perimetro delle libertà individuali. È un atto contro la Costituzione e lo Stato di diritto». Due esponenti di primo piano del partito, Borghi e Siri, annunciano il loro voto contro il green pass in Parlamento. Ora che succede? «Fossero solo loro! Alla Camera e al Senato», prevede il big leghista, «sarà una guerra totale. Ma del resto come si fa a dare torto a chi è contrario? Il green pass è un lockdown in esterna: invece di tenerti chiuso in casa, ti proibiscono di vivere liberamente. Oggi molti italiani sono favorevoli, ma aspetta che questa oscenità vada a regime e vedrai». Regime: è questa la parola giusta per descrivere questa specie di braccialetto elettronico senza il quale non si può fare praticamente niente. La base, come si diceva una volta, ribolle, di fronte all'ennesimo sacrificio leghista sull'altare della stabilità del governo.
Eppure, la misura potrebbe essere più che colma, se ricordiamo anche le stoccate di Mario Draghi a Matteo Salvini sui vaccini, o le continue provocazioni da parte di Pd e M5s. «Usciamo dal governo, basta!», è il grido di battaglia degli elettori più arrabbiati. «Si fa presto», argomenta un altro esponente di primo piano del Carroccio, «a dire usciamo dal governo: Pd, M5s e anche Forza Italia non aspettano altro! Sai cosa succederebbe? Loro andrebbero avanti lo stesso, e ci ritroveremmo la legge Zan, lo ius soli, la patrimoniale. Certo, stando all'opposizione potremmo urlare, twittare, ma non potremmo incidere. Il M5s si è disintegrato, Forza Italia ha affidato a Draghi la propria sopravvivenza, e quindi senza di noi questo sarebbe un governo del Pd».
Un colpo al cerchio e uno alla botte: la regola aurea per i grandi partiti costretti a partecipare a governi di larghe intese è questa, da sempre, e non si può infrangere. Del resto, la Lega ha nel suo dna la lotta e il governo, basti pensare alle Regioni e alle città che amministra, da decenni, indipendentemente dalla posizione a livello nazionale. La concorrenza di Fratelli d'Italia non può rappresentare un motivo valido per mollare Draghi tra le braccia del Pd, quindi tocca pedalare, anche se la strada è in salita.
Del resto, i temi sui quali far pesare il proprio sostegno non mancano, a partire dall'emergenza immigrazione. «Non ci siamo», attacca Salvini, «Luciana Lamorgese è uno dei ministri che brilla per assenza. Anche in queste ore stanno sbarcando centinaia di clandestini. Aspettiamo che al ministero dell'Interno qualcuno dimostri che c'è un ministro, per il momento non ce ne siamo accorti. Non puoi chiedere il green pass agli italiani per andare in pizzeria», aggiunge Salvini, «e poi fai sbarcare chiunque». Più o meno le stesse parole della Meloni, ma il leader della Lega, rispetto alla sua «gemella diversa», ha la possibilità di incidere sulle scelte. Anche se ci vuole sempre una mediazione: i governi di coalizione funzionano così.
La curva rallenta la corsa, frena l’Rt. Il semaforo non spaventa le Regioni
Rallenta la crescita della curva epidemica e l'indice di trasmissione (Rt) è atteso in calo. Più casi, con «aumenti più contenuti» nella fascia d'età 10-29 anni, ma con «ampia variabilità» nell'incidenza delle diverse Regioni, che vanno da «poco più di 20 a 138,4 casi per 100.000 abitanti», ha spiegato ieri Silvio Brusaferro, presidente dell'Istituto superiore di sanità (Iss) commentando i dati del report settimanale Iss-ministero della Salute.
La variante Delta del virus SarsCoV2 si conferma dominante in Italia (69,2% dei tamponi), ma senza creare pressione sugli ospedali. Mentre infatti salgono contagi e incidenza, aumenta di poco il tasso di occupazione in terapia intensiva e aerea medica, tanto che, nessuna Regione è a rischio di cambiare colore. Rispetto all'ultima settimana di luglio, è cresciuta di 10 punti l'incidenza, cioè il numero di positivi su 100.000 abitanti, passando da 58 casi a 68 (il valore soglia per permettere il tracciamento è di 50 ogni 100.000).
L'indice di trasmissione (Rt) del Covid-19 è in sensibile riduzione (1,56 contro 1,57 di sette giorni fa), ma proiettato una settimana più avanti, secondo Brusaferro il valore «calerà intorno a 1,23». L'epidemia, va ricordato, si espande quando questo valore è sopra uno. Interessante il dato sulla diminuzione dell'indice di trasmissibilità basato sui casi con ricovero ospedaliero (Rt 1,24 al 27 luglio, contro Rt 1,46 al 20 luglio). Significa «che il numero dei casi cresce, anche se più lentamente», precisa Brusaferro. Questo sarebbe dovuto alla elevata proporzione di soggetti giovani e asintomatici infettati, che evidenziano i dati epidemiologici. Continua infatti a decrescere l'età mediana di chi contrae l'infezione, che negli ultimi sette giorni è a 27 anni. «L'età mediana al primo ricovero rimane piuttosto stabile, questa settimana è a 52 anni», continua il presidente Iss. «Anche l'età mediana in terapia intensiva è stabile, poco sopra i 60 anni. L'età mediana al decesso è intorno agli 80 anni, molto variabile perché fortunatamente i decessi sono piuttosto limitati in questo momento».
Sono infatti «confortanti», per Gianni Rezza, direttore generale prevenzione del ministero della Salute, i dati del bollettino quotidiano della Protezione civile diffuso ieri. Si registrano 6.599 positivi su 244.657 tamponi: un calo dei casi positivi su un numero maggiore di tamponi (indice di positività al 2,7% contro il 3,4% del giorno precedente). I decessi sono stati 24. Nei reparti ci sono 40 pazienti in più (in totale 2.449) mentre sono 277 (+7) in terapia intensiva.
Tutte le Regioni e province autonome sono classificate a rischio epidemico moderato questa settimana. Nessuna supera la soglia critica di occupazione dei posti letto per pazienti Covid in terapia intensiva o area medica: il passaggio al giallo avviene con un tasso di ricoveri superiore al 10% in rianimazione e al 15% in area medica. Tuttavia il tasso di occupazione in intensiva è leggermente in aumento, al 3%, con i ricoverati che passano da 189 (27 luglio) a 258 (3 agosto) e nelle aree mediche aumenta invece al 4%, con i ricoverati che passano da 1.611 a 2.196. In reparto la Sicilia raggiunge un tasso di occupazione del 12%, la Calabria del 10%, ma sotto la soglia del 15%. La Sardegna è l'unica a sfiorare il limite del 10% dei posti occupati in terapia intensiva, ma resterà in zona bianca. Esprime un certo ottimismo Rezza, che ritiene possibile «a medio termine, un certo aumento sia in area medica che in terapia intensiva», come conseguenza dell'aumento dell'incidenza, «però siamo ben al di sotto della soglia critica, per lo meno per ora».
Sul fronte vaccinazioni, manca da immunizzare il 16-17% degli over 60 e un over 50 su quattro. «Probabile» per il direttore Rezza una terza dose di vaccino anti Covid «entro l'anno per altre categorie di persone».
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Claudio Borghi sul green pass: «Fa male». Armando Siri: «Dirò no». L'anima governista placa la rabbia. Matteo Salvini rilancia sull'immigrazione.L'indice Rt cala a 1,56. Silvio Brusaferro: «A 1,23 fra poco». Rimane bassa la pressione sugli ospedali.Lo speciale contiene due articoli.«Se la Lega non stesse al governo il green pass l'avrebbero imposto anche per andare al gabinetto»: il big del Carroccio sintetizza in maniera assai efficace, parlando con La Verità, il motivo per il quale il partito di Matteo Salvini resta ben saldamente in maggioranza, pur dovendo ingoiare qualche rospo, come accaduto l'altro ieri con l'approvazione in Consiglio dei ministri delle nuove norme sul certificato vaccinale. Rospo difficilissimo da digerire, sia per parte dell'elettorato leghista, che sui social sta facendo sentire eccome il proprio dissenso, che per alcuni esponenti di rilievo della Lega. «Cari amici», scrive su Twitter il deputato leghista Claudio Borghi, irriducibile della lotta contro il green pass, «il decreto è intollerabile. Non sarà certo l'aver salvato le colazioni negli alberghi a compensare oscenità come la mancata esenzione per i minorenni e l'obbligo per la scuola e per gli studenti. Ho fatto il possibile ma ho perso. Mi scuso con tutti voi». Borghi risponde praticamente a tutti i suoi follower, letteralmente imbestialiti per il sì dei ministri del Carroccio all'estensione del green pass. «Se lo scordano che io voti sta roba», aggiunge il parlamentare, che poi, a chi gli contesta di non criticare esplicitamente Salvini per disciplina di partito replica: «Ti risulta», risponde Borghi, «che il partito mi abbia impedito di dire qualcosa o mi abbia imposto alcunché? Che c'entra la fedeltà al partito? In troppi una volta arrivati in Parlamento si credono sto... e dimenticano che la gente li ha votati prima di tutto per il partito in cui erano». Ecco: il partito. Come la mettiamo, domandiamo al nostro esponente di punta del Carroccio, con i rilievi di esponenti come Borghi? «Se la Lega fosse un partito del 4%», riflette la nostra fonte, «allora criticare le decisioni del capo sarebbe impossibile, si rischierebbe di essere messi alla porta. La Lega però è una grande forza politica, ha il 17% in Parlamento e più del 20% nei sondaggi, è ovvio che ci siano voci diverse. Anzi», aggiunge il parlamentare di primo piano, «è un bene che il dissenso dell'elettorato venga intercettato dai nostri». A proposito di dissenso: «Green pass, scuola e trasporti», twitta Armando Siri, senatore, esponente di primo piano del Carroccio, «no io non lo approvo! Non esistono ragioni logiche, scientifiche, razionali, urgenti e reali per continuare a restringere il perimetro delle libertà individuali. È un atto contro la Costituzione e lo Stato di diritto». Due esponenti di primo piano del partito, Borghi e Siri, annunciano il loro voto contro il green pass in Parlamento. Ora che succede? «Fossero solo loro! Alla Camera e al Senato», prevede il big leghista, «sarà una guerra totale. Ma del resto come si fa a dare torto a chi è contrario? Il green pass è un lockdown in esterna: invece di tenerti chiuso in casa, ti proibiscono di vivere liberamente. Oggi molti italiani sono favorevoli, ma aspetta che questa oscenità vada a regime e vedrai». Regime: è questa la parola giusta per descrivere questa specie di braccialetto elettronico senza il quale non si può fare praticamente niente. La base, come si diceva una volta, ribolle, di fronte all'ennesimo sacrificio leghista sull'altare della stabilità del governo. Eppure, la misura potrebbe essere più che colma, se ricordiamo anche le stoccate di Mario Draghi a Matteo Salvini sui vaccini, o le continue provocazioni da parte di Pd e M5s. «Usciamo dal governo, basta!», è il grido di battaglia degli elettori più arrabbiati. «Si fa presto», argomenta un altro esponente di primo piano del Carroccio, «a dire usciamo dal governo: Pd, M5s e anche Forza Italia non aspettano altro! Sai cosa succederebbe? Loro andrebbero avanti lo stesso, e ci ritroveremmo la legge Zan, lo ius soli, la patrimoniale. Certo, stando all'opposizione potremmo urlare, twittare, ma non potremmo incidere. Il M5s si è disintegrato, Forza Italia ha affidato a Draghi la propria sopravvivenza, e quindi senza di noi questo sarebbe un governo del Pd». Un colpo al cerchio e uno alla botte: la regola aurea per i grandi partiti costretti a partecipare a governi di larghe intese è questa, da sempre, e non si può infrangere. Del resto, la Lega ha nel suo dna la lotta e il governo, basti pensare alle Regioni e alle città che amministra, da decenni, indipendentemente dalla posizione a livello nazionale. La concorrenza di Fratelli d'Italia non può rappresentare un motivo valido per mollare Draghi tra le braccia del Pd, quindi tocca pedalare, anche se la strada è in salita. Del resto, i temi sui quali far pesare il proprio sostegno non mancano, a partire dall'emergenza immigrazione. «Non ci siamo», attacca Salvini, «Luciana Lamorgese è uno dei ministri che brilla per assenza. Anche in queste ore stanno sbarcando centinaia di clandestini. Aspettiamo che al ministero dell'Interno qualcuno dimostri che c'è un ministro, per il momento non ce ne siamo accorti. Non puoi chiedere il green pass agli italiani per andare in pizzeria», aggiunge Salvini, «e poi fai sbarcare chiunque». Più o meno le stesse parole della Meloni, ma il leader della Lega, rispetto alla sua «gemella diversa», ha la possibilità di incidere sulle scelte. Anche se ci vuole sempre una mediazione: i governi di coalizione funzionano così. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carroccio-battaglie-perse-pericoli-scampati-2654538858.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-curva-rallenta-la-corsa-frena-lrt-il-semaforo-non-spaventa-le-regioni" data-post-id="2654538858" data-published-at="1628301357" data-use-pagination="False"> La curva rallenta la corsa, frena l’Rt. Il semaforo non spaventa le Regioni Rallenta la crescita della curva epidemica e l'indice di trasmissione (Rt) è atteso in calo. 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L'indice di trasmissione (Rt) del Covid-19 è in sensibile riduzione (1,56 contro 1,57 di sette giorni fa), ma proiettato una settimana più avanti, secondo Brusaferro il valore «calerà intorno a 1,23». L'epidemia, va ricordato, si espande quando questo valore è sopra uno. Interessante il dato sulla diminuzione dell'indice di trasmissibilità basato sui casi con ricovero ospedaliero (Rt 1,24 al 27 luglio, contro Rt 1,46 al 20 luglio). Significa «che il numero dei casi cresce, anche se più lentamente», precisa Brusaferro. Questo sarebbe dovuto alla elevata proporzione di soggetti giovani e asintomatici infettati, che evidenziano i dati epidemiologici. Continua infatti a decrescere l'età mediana di chi contrae l'infezione, che negli ultimi sette giorni è a 27 anni. «L'età mediana al primo ricovero rimane piuttosto stabile, questa settimana è a 52 anni», continua il presidente Iss. «Anche l'età mediana in terapia intensiva è stabile, poco sopra i 60 anni. L'età mediana al decesso è intorno agli 80 anni, molto variabile perché fortunatamente i decessi sono piuttosto limitati in questo momento». Sono infatti «confortanti», per Gianni Rezza, direttore generale prevenzione del ministero della Salute, i dati del bollettino quotidiano della Protezione civile diffuso ieri. Si registrano 6.599 positivi su 244.657 tamponi: un calo dei casi positivi su un numero maggiore di tamponi (indice di positività al 2,7% contro il 3,4% del giorno precedente). I decessi sono stati 24. Nei reparti ci sono 40 pazienti in più (in totale 2.449) mentre sono 277 (+7) in terapia intensiva. Tutte le Regioni e province autonome sono classificate a rischio epidemico moderato questa settimana. Nessuna supera la soglia critica di occupazione dei posti letto per pazienti Covid in terapia intensiva o area medica: il passaggio al giallo avviene con un tasso di ricoveri superiore al 10% in rianimazione e al 15% in area medica. Tuttavia il tasso di occupazione in intensiva è leggermente in aumento, al 3%, con i ricoverati che passano da 189 (27 luglio) a 258 (3 agosto) e nelle aree mediche aumenta invece al 4%, con i ricoverati che passano da 1.611 a 2.196. In reparto la Sicilia raggiunge un tasso di occupazione del 12%, la Calabria del 10%, ma sotto la soglia del 15%. La Sardegna è l'unica a sfiorare il limite del 10% dei posti occupati in terapia intensiva, ma resterà in zona bianca. Esprime un certo ottimismo Rezza, che ritiene possibile «a medio termine, un certo aumento sia in area medica che in terapia intensiva», come conseguenza dell'aumento dell'incidenza, «però siamo ben al di sotto della soglia critica, per lo meno per ora». Sul fronte vaccinazioni, manca da immunizzare il 16-17% degli over 60 e un over 50 su quattro. «Probabile» per il direttore Rezza una terza dose di vaccino anti Covid «entro l'anno per altre categorie di persone».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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