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2021-08-07
Il Carroccio fa i conti con le battaglie perse e prova a consolarsi coi pericoli scampati
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
«Se la Lega non stesse al governo il green pass l'avrebbero imposto anche per andare al gabinetto»: il big del Carroccio sintetizza in maniera assai efficace, parlando con La Verità, il motivo per il quale il partito di Matteo Salvini resta ben saldamente in maggioranza, pur dovendo ingoiare qualche rospo, come accaduto l'altro ieri con l'approvazione in Consiglio dei ministri delle nuove norme sul certificato vaccinale.
Rospo difficilissimo da digerire, sia per parte dell'elettorato leghista, che sui social sta facendo sentire eccome il proprio dissenso, che per alcuni esponenti di rilievo della Lega. «Cari amici», scrive su Twitter il deputato leghista Claudio Borghi, irriducibile della lotta contro il green pass, «il decreto è intollerabile. Non sarà certo l'aver salvato le colazioni negli alberghi a compensare oscenità come la mancata esenzione per i minorenni e l'obbligo per la scuola e per gli studenti. Ho fatto il possibile ma ho perso. Mi scuso con tutti voi». Borghi risponde praticamente a tutti i suoi follower, letteralmente imbestialiti per il sì dei ministri del Carroccio all'estensione del green pass. «Se lo scordano che io voti sta roba», aggiunge il parlamentare, che poi, a chi gli contesta di non criticare esplicitamente Salvini per disciplina di partito replica: «Ti risulta», risponde Borghi, «che il partito mi abbia impedito di dire qualcosa o mi abbia imposto alcunché? Che c'entra la fedeltà al partito? In troppi una volta arrivati in Parlamento si credono sto... e dimenticano che la gente li ha votati prima di tutto per il partito in cui erano».
Ecco: il partito. Come la mettiamo, domandiamo al nostro esponente di punta del Carroccio, con i rilievi di esponenti come Borghi? «Se la Lega fosse un partito del 4%», riflette la nostra fonte, «allora criticare le decisioni del capo sarebbe impossibile, si rischierebbe di essere messi alla porta. La Lega però è una grande forza politica, ha il 17% in Parlamento e più del 20% nei sondaggi, è ovvio che ci siano voci diverse. Anzi», aggiunge il parlamentare di primo piano, «è un bene che il dissenso dell'elettorato venga intercettato dai nostri».
A proposito di dissenso: «Green pass, scuola e trasporti», twitta Armando Siri, senatore, esponente di primo piano del Carroccio, «no io non lo approvo! Non esistono ragioni logiche, scientifiche, razionali, urgenti e reali per continuare a restringere il perimetro delle libertà individuali. È un atto contro la Costituzione e lo Stato di diritto». Due esponenti di primo piano del partito, Borghi e Siri, annunciano il loro voto contro il green pass in Parlamento. Ora che succede? «Fossero solo loro! Alla Camera e al Senato», prevede il big leghista, «sarà una guerra totale. Ma del resto come si fa a dare torto a chi è contrario? Il green pass è un lockdown in esterna: invece di tenerti chiuso in casa, ti proibiscono di vivere liberamente. Oggi molti italiani sono favorevoli, ma aspetta che questa oscenità vada a regime e vedrai». Regime: è questa la parola giusta per descrivere questa specie di braccialetto elettronico senza il quale non si può fare praticamente niente. La base, come si diceva una volta, ribolle, di fronte all'ennesimo sacrificio leghista sull'altare della stabilità del governo.
Eppure, la misura potrebbe essere più che colma, se ricordiamo anche le stoccate di Mario Draghi a Matteo Salvini sui vaccini, o le continue provocazioni da parte di Pd e M5s. «Usciamo dal governo, basta!», è il grido di battaglia degli elettori più arrabbiati. «Si fa presto», argomenta un altro esponente di primo piano del Carroccio, «a dire usciamo dal governo: Pd, M5s e anche Forza Italia non aspettano altro! Sai cosa succederebbe? Loro andrebbero avanti lo stesso, e ci ritroveremmo la legge Zan, lo ius soli, la patrimoniale. Certo, stando all'opposizione potremmo urlare, twittare, ma non potremmo incidere. Il M5s si è disintegrato, Forza Italia ha affidato a Draghi la propria sopravvivenza, e quindi senza di noi questo sarebbe un governo del Pd».
Un colpo al cerchio e uno alla botte: la regola aurea per i grandi partiti costretti a partecipare a governi di larghe intese è questa, da sempre, e non si può infrangere. Del resto, la Lega ha nel suo dna la lotta e il governo, basti pensare alle Regioni e alle città che amministra, da decenni, indipendentemente dalla posizione a livello nazionale. La concorrenza di Fratelli d'Italia non può rappresentare un motivo valido per mollare Draghi tra le braccia del Pd, quindi tocca pedalare, anche se la strada è in salita.
Del resto, i temi sui quali far pesare il proprio sostegno non mancano, a partire dall'emergenza immigrazione. «Non ci siamo», attacca Salvini, «Luciana Lamorgese è uno dei ministri che brilla per assenza. Anche in queste ore stanno sbarcando centinaia di clandestini. Aspettiamo che al ministero dell'Interno qualcuno dimostri che c'è un ministro, per il momento non ce ne siamo accorti. Non puoi chiedere il green pass agli italiani per andare in pizzeria», aggiunge Salvini, «e poi fai sbarcare chiunque». Più o meno le stesse parole della Meloni, ma il leader della Lega, rispetto alla sua «gemella diversa», ha la possibilità di incidere sulle scelte. Anche se ci vuole sempre una mediazione: i governi di coalizione funzionano così.
La curva rallenta la corsa, frena l’Rt. Il semaforo non spaventa le Regioni
Rallenta la crescita della curva epidemica e l'indice di trasmissione (Rt) è atteso in calo. Più casi, con «aumenti più contenuti» nella fascia d'età 10-29 anni, ma con «ampia variabilità» nell'incidenza delle diverse Regioni, che vanno da «poco più di 20 a 138,4 casi per 100.000 abitanti», ha spiegato ieri Silvio Brusaferro, presidente dell'Istituto superiore di sanità (Iss) commentando i dati del report settimanale Iss-ministero della Salute.
La variante Delta del virus SarsCoV2 si conferma dominante in Italia (69,2% dei tamponi), ma senza creare pressione sugli ospedali. Mentre infatti salgono contagi e incidenza, aumenta di poco il tasso di occupazione in terapia intensiva e aerea medica, tanto che, nessuna Regione è a rischio di cambiare colore. Rispetto all'ultima settimana di luglio, è cresciuta di 10 punti l'incidenza, cioè il numero di positivi su 100.000 abitanti, passando da 58 casi a 68 (il valore soglia per permettere il tracciamento è di 50 ogni 100.000).
L'indice di trasmissione (Rt) del Covid-19 è in sensibile riduzione (1,56 contro 1,57 di sette giorni fa), ma proiettato una settimana più avanti, secondo Brusaferro il valore «calerà intorno a 1,23». L'epidemia, va ricordato, si espande quando questo valore è sopra uno. Interessante il dato sulla diminuzione dell'indice di trasmissibilità basato sui casi con ricovero ospedaliero (Rt 1,24 al 27 luglio, contro Rt 1,46 al 20 luglio). Significa «che il numero dei casi cresce, anche se più lentamente», precisa Brusaferro. Questo sarebbe dovuto alla elevata proporzione di soggetti giovani e asintomatici infettati, che evidenziano i dati epidemiologici. Continua infatti a decrescere l'età mediana di chi contrae l'infezione, che negli ultimi sette giorni è a 27 anni. «L'età mediana al primo ricovero rimane piuttosto stabile, questa settimana è a 52 anni», continua il presidente Iss. «Anche l'età mediana in terapia intensiva è stabile, poco sopra i 60 anni. L'età mediana al decesso è intorno agli 80 anni, molto variabile perché fortunatamente i decessi sono piuttosto limitati in questo momento».
Sono infatti «confortanti», per Gianni Rezza, direttore generale prevenzione del ministero della Salute, i dati del bollettino quotidiano della Protezione civile diffuso ieri. Si registrano 6.599 positivi su 244.657 tamponi: un calo dei casi positivi su un numero maggiore di tamponi (indice di positività al 2,7% contro il 3,4% del giorno precedente). I decessi sono stati 24. Nei reparti ci sono 40 pazienti in più (in totale 2.449) mentre sono 277 (+7) in terapia intensiva.
Tutte le Regioni e province autonome sono classificate a rischio epidemico moderato questa settimana. Nessuna supera la soglia critica di occupazione dei posti letto per pazienti Covid in terapia intensiva o area medica: il passaggio al giallo avviene con un tasso di ricoveri superiore al 10% in rianimazione e al 15% in area medica. Tuttavia il tasso di occupazione in intensiva è leggermente in aumento, al 3%, con i ricoverati che passano da 189 (27 luglio) a 258 (3 agosto) e nelle aree mediche aumenta invece al 4%, con i ricoverati che passano da 1.611 a 2.196. In reparto la Sicilia raggiunge un tasso di occupazione del 12%, la Calabria del 10%, ma sotto la soglia del 15%. La Sardegna è l'unica a sfiorare il limite del 10% dei posti occupati in terapia intensiva, ma resterà in zona bianca. Esprime un certo ottimismo Rezza, che ritiene possibile «a medio termine, un certo aumento sia in area medica che in terapia intensiva», come conseguenza dell'aumento dell'incidenza, «però siamo ben al di sotto della soglia critica, per lo meno per ora».
Sul fronte vaccinazioni, manca da immunizzare il 16-17% degli over 60 e un over 50 su quattro. «Probabile» per il direttore Rezza una terza dose di vaccino anti Covid «entro l'anno per altre categorie di persone».
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Claudio Borghi sul green pass: «Fa male». Armando Siri: «Dirò no». L'anima governista placa la rabbia. Matteo Salvini rilancia sull'immigrazione.L'indice Rt cala a 1,56. Silvio Brusaferro: «A 1,23 fra poco». Rimane bassa la pressione sugli ospedali.Lo speciale contiene due articoli.«Se la Lega non stesse al governo il green pass l'avrebbero imposto anche per andare al gabinetto»: il big del Carroccio sintetizza in maniera assai efficace, parlando con La Verità, il motivo per il quale il partito di Matteo Salvini resta ben saldamente in maggioranza, pur dovendo ingoiare qualche rospo, come accaduto l'altro ieri con l'approvazione in Consiglio dei ministri delle nuove norme sul certificato vaccinale. Rospo difficilissimo da digerire, sia per parte dell'elettorato leghista, che sui social sta facendo sentire eccome il proprio dissenso, che per alcuni esponenti di rilievo della Lega. «Cari amici», scrive su Twitter il deputato leghista Claudio Borghi, irriducibile della lotta contro il green pass, «il decreto è intollerabile. Non sarà certo l'aver salvato le colazioni negli alberghi a compensare oscenità come la mancata esenzione per i minorenni e l'obbligo per la scuola e per gli studenti. Ho fatto il possibile ma ho perso. Mi scuso con tutti voi». Borghi risponde praticamente a tutti i suoi follower, letteralmente imbestialiti per il sì dei ministri del Carroccio all'estensione del green pass. «Se lo scordano che io voti sta roba», aggiunge il parlamentare, che poi, a chi gli contesta di non criticare esplicitamente Salvini per disciplina di partito replica: «Ti risulta», risponde Borghi, «che il partito mi abbia impedito di dire qualcosa o mi abbia imposto alcunché? Che c'entra la fedeltà al partito? In troppi una volta arrivati in Parlamento si credono sto... e dimenticano che la gente li ha votati prima di tutto per il partito in cui erano». Ecco: il partito. Come la mettiamo, domandiamo al nostro esponente di punta del Carroccio, con i rilievi di esponenti come Borghi? «Se la Lega fosse un partito del 4%», riflette la nostra fonte, «allora criticare le decisioni del capo sarebbe impossibile, si rischierebbe di essere messi alla porta. La Lega però è una grande forza politica, ha il 17% in Parlamento e più del 20% nei sondaggi, è ovvio che ci siano voci diverse. Anzi», aggiunge il parlamentare di primo piano, «è un bene che il dissenso dell'elettorato venga intercettato dai nostri». A proposito di dissenso: «Green pass, scuola e trasporti», twitta Armando Siri, senatore, esponente di primo piano del Carroccio, «no io non lo approvo! Non esistono ragioni logiche, scientifiche, razionali, urgenti e reali per continuare a restringere il perimetro delle libertà individuali. È un atto contro la Costituzione e lo Stato di diritto». Due esponenti di primo piano del partito, Borghi e Siri, annunciano il loro voto contro il green pass in Parlamento. Ora che succede? «Fossero solo loro! Alla Camera e al Senato», prevede il big leghista, «sarà una guerra totale. Ma del resto come si fa a dare torto a chi è contrario? Il green pass è un lockdown in esterna: invece di tenerti chiuso in casa, ti proibiscono di vivere liberamente. Oggi molti italiani sono favorevoli, ma aspetta che questa oscenità vada a regime e vedrai». Regime: è questa la parola giusta per descrivere questa specie di braccialetto elettronico senza il quale non si può fare praticamente niente. La base, come si diceva una volta, ribolle, di fronte all'ennesimo sacrificio leghista sull'altare della stabilità del governo. Eppure, la misura potrebbe essere più che colma, se ricordiamo anche le stoccate di Mario Draghi a Matteo Salvini sui vaccini, o le continue provocazioni da parte di Pd e M5s. «Usciamo dal governo, basta!», è il grido di battaglia degli elettori più arrabbiati. «Si fa presto», argomenta un altro esponente di primo piano del Carroccio, «a dire usciamo dal governo: Pd, M5s e anche Forza Italia non aspettano altro! Sai cosa succederebbe? Loro andrebbero avanti lo stesso, e ci ritroveremmo la legge Zan, lo ius soli, la patrimoniale. Certo, stando all'opposizione potremmo urlare, twittare, ma non potremmo incidere. Il M5s si è disintegrato, Forza Italia ha affidato a Draghi la propria sopravvivenza, e quindi senza di noi questo sarebbe un governo del Pd». Un colpo al cerchio e uno alla botte: la regola aurea per i grandi partiti costretti a partecipare a governi di larghe intese è questa, da sempre, e non si può infrangere. Del resto, la Lega ha nel suo dna la lotta e il governo, basti pensare alle Regioni e alle città che amministra, da decenni, indipendentemente dalla posizione a livello nazionale. La concorrenza di Fratelli d'Italia non può rappresentare un motivo valido per mollare Draghi tra le braccia del Pd, quindi tocca pedalare, anche se la strada è in salita. Del resto, i temi sui quali far pesare il proprio sostegno non mancano, a partire dall'emergenza immigrazione. «Non ci siamo», attacca Salvini, «Luciana Lamorgese è uno dei ministri che brilla per assenza. Anche in queste ore stanno sbarcando centinaia di clandestini. Aspettiamo che al ministero dell'Interno qualcuno dimostri che c'è un ministro, per il momento non ce ne siamo accorti. Non puoi chiedere il green pass agli italiani per andare in pizzeria», aggiunge Salvini, «e poi fai sbarcare chiunque». Più o meno le stesse parole della Meloni, ma il leader della Lega, rispetto alla sua «gemella diversa», ha la possibilità di incidere sulle scelte. Anche se ci vuole sempre una mediazione: i governi di coalizione funzionano così. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carroccio-battaglie-perse-pericoli-scampati-2654538858.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-curva-rallenta-la-corsa-frena-lrt-il-semaforo-non-spaventa-le-regioni" data-post-id="2654538858" data-published-at="1628301357" data-use-pagination="False"> La curva rallenta la corsa, frena l’Rt. Il semaforo non spaventa le Regioni Rallenta la crescita della curva epidemica e l'indice di trasmissione (Rt) è atteso in calo. 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L'indice di trasmissione (Rt) del Covid-19 è in sensibile riduzione (1,56 contro 1,57 di sette giorni fa), ma proiettato una settimana più avanti, secondo Brusaferro il valore «calerà intorno a 1,23». L'epidemia, va ricordato, si espande quando questo valore è sopra uno. Interessante il dato sulla diminuzione dell'indice di trasmissibilità basato sui casi con ricovero ospedaliero (Rt 1,24 al 27 luglio, contro Rt 1,46 al 20 luglio). Significa «che il numero dei casi cresce, anche se più lentamente», precisa Brusaferro. Questo sarebbe dovuto alla elevata proporzione di soggetti giovani e asintomatici infettati, che evidenziano i dati epidemiologici. Continua infatti a decrescere l'età mediana di chi contrae l'infezione, che negli ultimi sette giorni è a 27 anni. «L'età mediana al primo ricovero rimane piuttosto stabile, questa settimana è a 52 anni», continua il presidente Iss. «Anche l'età mediana in terapia intensiva è stabile, poco sopra i 60 anni. L'età mediana al decesso è intorno agli 80 anni, molto variabile perché fortunatamente i decessi sono piuttosto limitati in questo momento». Sono infatti «confortanti», per Gianni Rezza, direttore generale prevenzione del ministero della Salute, i dati del bollettino quotidiano della Protezione civile diffuso ieri. Si registrano 6.599 positivi su 244.657 tamponi: un calo dei casi positivi su un numero maggiore di tamponi (indice di positività al 2,7% contro il 3,4% del giorno precedente). I decessi sono stati 24. Nei reparti ci sono 40 pazienti in più (in totale 2.449) mentre sono 277 (+7) in terapia intensiva. Tutte le Regioni e province autonome sono classificate a rischio epidemico moderato questa settimana. Nessuna supera la soglia critica di occupazione dei posti letto per pazienti Covid in terapia intensiva o area medica: il passaggio al giallo avviene con un tasso di ricoveri superiore al 10% in rianimazione e al 15% in area medica. Tuttavia il tasso di occupazione in intensiva è leggermente in aumento, al 3%, con i ricoverati che passano da 189 (27 luglio) a 258 (3 agosto) e nelle aree mediche aumenta invece al 4%, con i ricoverati che passano da 1.611 a 2.196. In reparto la Sicilia raggiunge un tasso di occupazione del 12%, la Calabria del 10%, ma sotto la soglia del 15%. La Sardegna è l'unica a sfiorare il limite del 10% dei posti occupati in terapia intensiva, ma resterà in zona bianca. Esprime un certo ottimismo Rezza, che ritiene possibile «a medio termine, un certo aumento sia in area medica che in terapia intensiva», come conseguenza dell'aumento dell'incidenza, «però siamo ben al di sotto della soglia critica, per lo meno per ora». Sul fronte vaccinazioni, manca da immunizzare il 16-17% degli over 60 e un over 50 su quattro. «Probabile» per il direttore Rezza una terza dose di vaccino anti Covid «entro l'anno per altre categorie di persone».
Ansa
Ad abbracciare la mamma è arrivata da Roma la premier Giorgia Meloni. E Patrizia Mercolino ha sentito l’affetto di tutti per il suo «guerriero». Oggi è stato il giorno del dolore, ma anche dell’amore profondo, quell’amore che il piccolo Domenico, in soli due anni di vita, aveva insegnato. Il papà ha portato a spalle il feretro del suo bimbo. Struggenti le parole della mamma al termine dell’omelia: «Se si è mossa tutta questa folla è solo grazie a Domenico, al suo sorriso, ai suoi occhioni e la sua dolcezza con cui sta abbracciando tutti. Spero non sia l’ultimo giorno che lo pensiamo, che possiamo serbarlo in un angolo del nostro cuore, ti amo cuore di mamma».
Le parole del vescovo di Nola, monsignor Francesco Marino, sono arrivate dritte al cuore di tutti: «Ci chiediamo “perché?”, vorremmo dei responsabili con cui prendercela, vorremmo che chi ha sbagliato soffrisse come ha sofferto Domenico. Ma, proprio mentre ci assalgono questi desideri cattivi, ne sono certo, finiamo per sentirci ancora più male, più in colpa. Sì, fratelli e sorelle, perché ascoltando veramente la voce della nostra coscienza, sappiamo bene che la sofferenza non si cura mai con il risentimento, il male non si vince con altro male, il lutto non si può elaborare con il desiderio di vendetta. La caccia ai colpevoli, per un momento appaga, ma non può mai ripagare una perdita così grande. Una cosa è riconoscere giustamente le responsabilità penali, che chi di dovere dovrà esaminare e sanzionare, altra cosa è presumere che la giustizia dei Tribunali o, ancor peggio, il giustizialismo privato lenisca il dolore che nessuno, se non il Signore Gesù, può consolare con il balsamo dello Spirito d’amore».
Ma, all’uscita della piccola bara bianca c’è chi ha urlato «Giustizia, giustizia, giustizia». E ancora: «Dio esiste e chi ha sbagliato pagherà». diversi applausi e dal lancio di palloncini bianchi. Quando il feretro è uscito dalla chiesa nessuno è riuscito a trattenere le lacrime: sulla piccola bara era adagiata una maglietta bianca con la scritta «Ciao Mimmo». All’uscita della bara sono stati fatti volare in cielo tanti i palloncini bianchi a forma di cuore, poi altri colori grigio con la scritta «Il mio guerriero», sulle note della canzone «Guerriero» di Marco Mengoni. Era così che la mamma chiamava il piccolo mentre lottava tra la vita e la morte in un letto dell’ospedale Monaldi.
Al termine del funerale, il presidente Meloni ha abbracciato la mamma e il papà di Domenico ed è andata via. In mattinata, alla camera ardente è arrivata anche la direttrice generale dell’Azienda ospedaliera dei Colli, di cui fa parte il Monaldi, Anna Iervolino che ha abbracciato Patrizia ed entrambe sono scoppiate in lacrime. Iervolino ha più volte ripetuto che «Nessuno lo dimenticherà. Abbiamo sperato tutti con voi. Nessuno lo dimenticherà, lo stiamo dimostrando con i fatti». E mamma Patrizia ha risposto con la dignità che l’ha sempre contraddistinta: «Devono pagare solo quelli che hanno sbagliato, non tutti i medici del Monaldi». All’esterno del Duomo di Nola, l’avvocato Francesco Petruzzi, che rappresenta la famiglia, ha poi voluto leggere ai cronisti una lettera, datata 27 gennaio, firmata dal personale infermieristico, operatori socio-sanitari e tecnici della sala operatoria e diretta a tutti i vertici dell’Azienda ospedaliera dei Colli per «sottoporre una situazione di estrema gravità che, da tempo, sta compromettendo in modo significativo il benessere professionale e umano degli operatori, nonché la sicurezza dell’assistenza». Nella lettera i professionisti del Monaldi «palesano la situazione creata dal dottor Oppido», il primario che è tra i sette medici indagati, al momento, sospeso. E parlano di «sfiducia reciproca». Il personale segnala «comportamenti sistematici e quotidiani messi in atto da Oppido, tra cui urla e aggressività verbale, umiliazioni e svalutazioni pubbliche delle competenze professionali, linguaggio offensivo e denigratorio, bestemmie e imprecazioni, atteggiamenti intimidatori tali da inibire la comunicazione in équipe, reazioni ostili e aggressive anche in contesti formali di confronto mancato ascolto e considerazione. Tali comportamenti avvengono prevalentemente in sala operatoria e si ripetono con una frequenza tale da configurare un clima lavorativo caratterizzato da paura, tensione costante e perdita di fiducia reciproca all’interno dell’équipe multiprofessionale. Gli effetti sul personale sono significativi: si osservano ansia persistente, tremori, difficoltà di concentrazione durante le attività correlati a pressione emotiva, stress e diffuso stato di burnout. L’intera équipe ha considerato, in maniera congiunta, la possibilità di trasferimento».
Un abbraccio a Domenico è stato mandato pure ministro alle Infrastrutture e ai Trasporti, Matteo Salvini, che ha partecipato all’inaugurazione dello svincolo dell’A30 a Maddaloni. Il viceministro degli Affari Esteri, Edmondo Cirielli, è fiducioso che il governatore della Campania, Roberto Fico, farà giustizia e pulizia degli errori del passato».
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Ansa
L’intera vicenda aveva avuto inizio nel 2023 quando, presso il Tribunale del distretto meridionale della California, due insegnanti avevano fatto causa chiedendo un’esenzione dalle politiche pro gender, come appunto quelle dei cognomi, riguardanti i loro allievi. Da parte sua, il distretto scolastico si era difeso asserendo che la legge - così come interpretata dal Procuratore generale della California e dal dipartimento dell’Istruzione - imponesse l’attuazione delle politiche contestate. A quel punto, gli insegnanti hanno fatto causa anche ai funzionari statali e, accanto a loro nel processo, si sono aggiunte delle famiglie; tra queste, meritano di essere ricordati i coniugi John e Jane Poe, che in breve hanno appreso che la loro figlia era intenzionata a «cambiare sesso» solo dopo che la stessa, all’inizio dell’ottavo anno di scuola, era stata ricoverata per tentato suicidio.
Solo allora, infatti, i signori Poe avevano scoperto da un medico che la figlia soffriva di disforia di genere e che a scuola si presentasse come un maschio: nessuno - tanto meno gli insegnanti ai colloqui di classe - aveva detto loro nulla. Di qui una class action che le famiglie, assistite dalla Thomas More Society, hanno intentato contro lo Stato della California. Nel dicembre 2025 il giudice distrettuale degli Stati Uniti Roger Benitez, alla luce del primo e del quattordicesimo emendamento, ha così dichiarato incostituzionale il regime di transizione segreta della California. La Corte d’Appello per il Nono Circuito ha però subito fermato questo pronunciamento, motivo per cui i ricorrenti - assistiti da un team legale della Thomas More composto dagli avvocati Paul Jonna, Peter Breen, Jeff Trissell, Michael McHale e Christopher Galiardo - sono ricorsi alla Corte suprema. Che, come si diceva in apertura, ha dato ragione alle famiglie, che d’ora in poi non dovranno più essere tenute all’oscuro delle condizioni dei loro figli in materia di disforia di genere.
L’avvocato Paul Jonna, poc’anzi citato, ha definito questo come un «momento di svolta» per i diritti dei genitori in America. Il legale ha altresì sottolineato come la Corte suprema abbia chiarito in termini inequivocabili che non sia possibile effettuare una transizione di un bambino all’insaputa di un genitore, stabilendo un precedente storico che smantellerà tali politiche in tutto il Paese. Di tenore analogo il commento di un altro avvocato, Peter Breen - che è anche vicepresidente della Thomas More Society -, secondo cui, dopo questo verdetto, si è messo in luce come lo Stato della California avesse di fatto costruito «un muro di segretezza» tra genitori e figli. Ora però la Corte suprema ha abbattuto quel muro, ha aggiunto Breen, secondo cui questa è una vittoria del diritto dei genitori di crescere i propri figli come meglio credono. Una lezione di diritto e di civiltà che, anche alle nostre latitudini, non sarebbe male ripassare.
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C’è una domanda che i media mainstream evitano di farsi: perché Donald Trump ha deciso di dare fuoco alla miccia in Medio Oriente, smentendo anni di promesse sull’"America First"? La risposta potrebbe essere nascosta in un archivio di segreti inconfessabili.