Il Carroccio fa i conti con le battaglie perse e prova a consolarsi coi pericoli scampati
  • Claudio Borghi sul green pass: «Fa male». Armando Siri: «Dirò no». L’anima governista placa la rabbia. Matteo Salvini rilancia sull’immigrazione.
  • L’indice Rt cala a 1,56. Silvio Brusaferro: «A 1,23 fra poco». Rimane bassa la pressione sugli ospedali.

Lo speciale contiene due articoli.

«Se la Lega non stesse al governo il green pass l’avrebbero imposto anche per andare al gabinetto»: il big del Carroccio sintetizza in maniera assai efficace, parlando con La Verità, il motivo per il quale il partito di Matteo Salvini resta ben saldamente in maggioranza, pur dovendo ingoiare qualche rospo, come accaduto l’altro ieri con l’approvazione in Consiglio dei ministri delle nuove norme sul certificato vaccinale.

Rospo difficilissimo da digerire, sia per parte dell’elettorato leghista, che sui social sta facendo sentire eccome il proprio dissenso, che per alcuni esponenti di rilievo della Lega. «Cari amici», scrive su Twitter il deputato leghista Claudio Borghi, irriducibile della lotta contro il green pass, «il decreto è intollerabile. Non sarà certo l’aver salvato le colazioni negli alberghi a compensare oscenità come la mancata esenzione per i minorenni e l’obbligo per la scuola e per gli studenti. Ho fatto il possibile ma ho perso. Mi scuso con tutti voi». Borghi risponde praticamente a tutti i suoi follower, letteralmente imbestialiti per il sì dei ministri del Carroccio all’estensione del green pass. «Se lo scordano che io voti sta roba», aggiunge il parlamentare, che poi, a chi gli contesta di non criticare esplicitamente Salvini per disciplina di partito replica: «Ti risulta», risponde Borghi, «che il partito mi abbia impedito di dire qualcosa o mi abbia imposto alcunché? Che c’entra la fedeltà al partito? In troppi una volta arrivati in Parlamento si credono sto… e dimenticano che la gente li ha votati prima di tutto per il partito in cui erano».

Ecco: il partito. Come la mettiamo, domandiamo al nostro esponente di punta del Carroccio, con i rilievi di esponenti come Borghi? «Se la Lega fosse un partito del 4%», riflette la nostra fonte, «allora criticare le decisioni del capo sarebbe impossibile, si rischierebbe di essere messi alla porta. La Lega però è una grande forza politica, ha il 17% in Parlamento e più del 20% nei sondaggi, è ovvio che ci siano voci diverse. Anzi», aggiunge il parlamentare di primo piano, «è un bene che il dissenso dell’elettorato venga intercettato dai nostri».

A proposito di dissenso: «Green pass, scuola e trasporti», twitta Armando Siri, senatore, esponente di primo piano del Carroccio, «no io non lo approvo! Non esistono ragioni logiche, scientifiche, razionali, urgenti e reali per continuare a restringere il perimetro delle libertà individuali. È un atto contro la Costituzione e lo Stato di diritto». Due esponenti di primo piano del partito, Borghi e Siri, annunciano il loro voto contro il green pass in Parlamento. Ora che succede? «Fossero solo loro! Alla Camera e al Senato», prevede il big leghista, «sarà una guerra totale. Ma del resto come si fa a dare torto a chi è contrario? Il green pass è un lockdown in esterna: invece di tenerti chiuso in casa, ti proibiscono di vivere liberamente. Oggi molti italiani sono favorevoli, ma aspetta che questa oscenità vada a regime e vedrai». Regime: è questa la parola giusta per descrivere questa specie di braccialetto elettronico senza il quale non si può fare praticamente niente. La base, come si diceva una volta, ribolle, di fronte all’ennesimo sacrificio leghista sull’altare della stabilità del governo.

Eppure, la misura potrebbe essere più che colma, se ricordiamo anche le stoccate di Mario Draghi a Matteo Salvini sui vaccini, o le continue provocazioni da parte di Pd e M5s. «Usciamo dal governo, basta!», è il grido di battaglia degli elettori più arrabbiati. «Si fa presto», argomenta un altro esponente di primo piano del Carroccio, «a dire usciamo dal governo: Pd, M5s e anche Forza Italia non aspettano altro! Sai cosa succederebbe? Loro andrebbero avanti lo stesso, e ci ritroveremmo la legge Zan, lo ius soli, la patrimoniale. Certo, stando all’opposizione potremmo urlare, twittare, ma non potremmo incidere. Il M5s si è disintegrato, Forza Italia ha affidato a Draghi la propria sopravvivenza, e quindi senza di noi questo sarebbe un governo del Pd».

Un colpo al cerchio e uno alla botte: la regola aurea per i grandi partiti costretti a partecipare a governi di larghe intese è questa, da sempre, e non si può infrangere. Del resto, la Lega ha nel suo dna la lotta e il governo, basti pensare alle Regioni e alle città che amministra, da decenni, indipendentemente dalla posizione a livello nazionale. La concorrenza di Fratelli d’Italia non può rappresentare un motivo valido per mollare Draghi tra le braccia del Pd, quindi tocca pedalare, anche se la strada è in salita.

Del resto, i temi sui quali far pesare il proprio sostegno non mancano, a partire dall’emergenza immigrazione. «Non ci siamo», attacca Salvini, «Luciana Lamorgese è uno dei ministri che brilla per assenza. Anche in queste ore stanno sbarcando centinaia di clandestini. Aspettiamo che al ministero dell’Interno qualcuno dimostri che c’è un ministro, per il momento non ce ne siamo accorti. Non puoi chiedere il green pass agli italiani per andare in pizzeria», aggiunge Salvini, «e poi fai sbarcare chiunque». Più o meno le stesse parole della Meloni, ma il leader della Lega, rispetto alla sua «gemella diversa», ha la possibilità di incidere sulle scelte. Anche se ci vuole sempre una mediazione: i governi di coalizione funzionano così.


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