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2021-11-24
Giuseppe Massimo e Natale De Grazia: eroi della Capitaneria di Porto
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Natale De Grazia, la Jolly Rosso e nel riquadro truppe tedesche all'Isola d'Elba nel 1943 (Ansa)
Portoferraio, isola d'Elba. 16 settembre 1943. Maggiore di Porto Giuseppe Massimo (MAVM)
Giuseppe Massimo (Bojano, Campobasso, 12 maggio 1892 - Mauthausen 22 aprile 1945), Maggiore di Porto della cittadina elbana, si trovò solo a difendere i suoi uomini quando il rumore di morte dei cacciabombardieri Junkers Ju/88 della Luftwaffe riempì il cielo di Portoferraio. Era il 16 settembre del 1943. L'Elba, in zona di guerra ma fino ad allora relativamente ai margini del conflitto, stava per essere gettata, dopo l'armistizio, in una spirale di fuoco e sangue che sarebbe durata per più di un anno. Quelli che erano stati fino al giorno prima gli alleati, da quel momento erano diventati i nemici più pericolosi. L'ufficiale della Capitaneria, all'Elba dal 1941, vide il cielo farsi nero e arancione per il carico di bombe vomitato dai bimotori sulla città e sul porto. La contraerei italiana era pressoché inesistente, i danni finali di quell'incursione pesantissimi perché la popolazione fu avvisata troppo tardi dalla sirena degli stabilimenti siderurgici Ilva, poi pesantemente colpiti dalle bombe. Quarantasette morti, decine di feriti anche gravi e abitazioni spazzate via dalla furia venuta dal cielo.
Fu chiaro al maggiore Massimo e al suo attendente Rodolfo Vona che la prossima mossa germanica sarebbe stata l'occupazione dell'isola dell'arcipelago toscano, difesa solo da un esiguo numero di soldati italiani e isolata dalla terraferma e dai rifornimenti via mare. Nonostante il pesante ammonimento, la consegna per gli Italiani era rimasta la stessa: difesa dell'isola da qualunque tentativo di sbarco nemico. Non passarono neppure 24 ore dall'incursione che i comandi tedeschi fecero scattare l'occupazione dell'Isola d'Elba con l'operazione "fagiano dorato" (Goldfasan in tedesco). I timori sull'occupazione dell'Elba erano più che fondati e diventarono una realtà la mattina del giorno successivo al bombardamento, il 17 settembre 1943. Di nuovo il cielo fu ingombro di aeroplani con la croce di ferro della Luftwaffe, che fecero fuoco nuovamente sulle postazioni italiane che quasi non risposero. Questa volta però, assieme ai cacciabombardieri c'erano gli aerei da trasporto Junkers Ju-52 dai quali piovvero i paracadutisti tedeschi del III/7 FJR armati fino ai denti. Tranne qualche scontro isolato, per il controllo dell'isola non vi fu partita, anche perchè in molti casi la batterie erano costituite da italiani richiamati in età avanzata, che in molti casi non opposero resistenza ai tedeschi che dilagarono senza quasi colpo ferire. L'attività di Giuseppe Massimo come militare fedele alle consegne di difesa si interruppe bruscamente con l'arrivo a Portoferraio della Wehrmacht. Secondo le fonti locali, il maggiore entrò in contatto in quei drammatici giorni con alcuni personaggi importanti dell'Elba che cercarono di costituire una sorta di comitato civico di difesa che entrò in contatto anche con la esigua resistenza locale. La sua attività clandestina si svolse in una fase della guerra durante la quale l'Elba rimarrà sostanzialmente tranquilla sotto l'occupante tedesco, ignara di quanto sarebbe successo una volta sbarcate le truppe marocchine comandate dai Francesi al seguito della seconda occupazione dell'isola nel giugno del 1944, segnata da violenze, uccisioni e stupri ai danni di civili. La storia racconta che Giuseppe Massimo lasciò l'isola clandestinamente per la terraferma. Il maggiore passò un periodo di clandestinità a Firenze fino alla sua cattura avvenuta il 6 maggio 1944. Trasferito dapprima a Ravenna presso il carcere della Milizia della Rsi, sarà successivamente rinchiuso a Bologna nel carcere di San Giovanni in Monte, gestito dalla Sipo-Sd (Sicherheitpolizei und Sichereitdienst di cui faceva parte la Gestapo). Da quelle celle, se non si veniva fucilati prima, si usciva soltanto per il viaggio verso il campo di concentramento. Questa fu la sorte che toccò anche a Giuseppe Massimo, che il 6 giugno 1944 lasciò Bologna prima per il campo di Fossoli e quindi per quello di transito di Bolzano. Due mesi dopo, a bordo di un vagone piombato, fu trasferito nel lager di Mauthausen, campo di Gusen, dove stavano i detenuti militari e politici. Qui ricevette lo status di schutz e la matricola 82421. Il 22 aprile 1945, tre giorni prima dell'arrivo degli Americani, risulta deceduto all'interno del campo. A lui è oggi dedicato un pontile del porto della cittadina che cercò di difendere fino all'ultimo: Portoferraio.
Pronto soccorso dell'ospedale di Nocera Inferiore (Salerno), 12 dicembre 1995. Capitano di Fregata Natale De Grazia (Medaglia al Merito della Marina)
Le speranze di milioni di italiani onesti e degli inquirenti del pool di Reggio Calabria sfumarono insieme alla vita di un uomo di 39 anni innamorato del mare e della sua salvaguardia, di un servitore dello Stato alla ricerca della verità e della giustizia, di un padre di famiglia, di un amico e di un collega. Svanì tutto quel maledetto pomeriggio del 12 dicembre 1995 sull'asfalto dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria, a poca distanza dal casello autostradale di Nocera Inferiore, mentre con alcuni colleghi del pool investigativo che si stava occupando delle cosiddette "navi a perdere" o "navi dei veleni" stava viaggiando verso La Spezia, dove avrebbe dovuto incontrare una fonte confidenziale riguardo all'indagine in corso. Poco prima, senza aver mostrato alcun segno di malessere, aveva pranzato nel ristorante "Da Mario" di Campagna (Salerno) assieme agli stessi colleghi.
Quando arriva in ambulanza al pronto soccorso dell'ospedale di Nocera Inferiore il Capitano di Fregata della Guardia Costiera Natale De Grazia è già spirato. Dal momento della sua morte si apre uno dei casi più inquietanti della storia repubblicana, che intreccia omicidi e stragi famigerate, dalla morte della giornalista Ilaria Alpi e dell'operatore Miran Hrovatin fino all'omicidio di Mauro Rostagno giungendo a far ipotizzare un legame con le stragi di Ustica e Bologna.
Quel corpo esanime, contro cui si erano accanite come le onde del mare di Calabria in tempesta le forze della criminalità internazionale, apparteneva ad un uomo che del mare aveva fatto la propria ragione di vita. Natale De Grazia era un marittimo di lungo corso, imbarcato prima su naviglio commerciale e quindi dopo l'accademia navale di Livorno nella Marina Militare con la quale partecipò nel 1983 alla missione in Libano. Passò successivamente alla Capitaneria di Porto di Reggio Calabria (dove era nato nel 1956), a quella di Vibo Valentia e infine fu nominato comandante della Guardia Costiera di Carloforte. Dal 1991 era rientrato in sevizio nella sua città natale dove era stato chiamato quale esperto di marina commerciale dalla procura di Reggio guidata dal procuratore capo Francesco Scuderi. L'oggetto dell'indagine inizialmente non riguardava il mare, bensì i boschi dell'Aspromonte. Nelle zone impervie e carsiche della catena calabra si erano concentrate le indagini del pool investigativo di Reggio, a seguito di una denuncia da parte di Legambiente per voce di Nuccio Barillà. Siamo nel 1994 e Natale De Grazia entra in gioco in quanto esperto di traffico marittimo e dei carichi del naviglio commerciale, perché era verosimile che i carichi di sostanze tossiche fossero arrivati in Calabria via nave e solo successivamente sarebbero stati trasportati su gomma verso le grotte e gli anfratti più reconditi dell'Aspromonte. Con la Procura di Reggio collabora il nucleo ambientale del Corpo Forestale dello Stato di Brescia, capitanato dal colonnello Rino Martini. Del pool, affidato al magistrato Francesco Neri, fanno parte anche i Carabinieri Domenico Scimone, Nicolò Moschitta e Rosario Francaviglia. Questi ultimi erano nell'auto con De Grazia il giorno della sua morte improvvisa.
Il 1994 è anche l'anno dell'omicidio della giornalista Rai Ilaria Alpi e del suo operatore Miran Hrovatin avvenuto a Mogadiscio il 20 marzo di quell'anno. La Alpi stava indagando su un traffico d'armi e materiali tossici tra Somalia e Italia controllato dai "signori della guerra", attorno ai quali gravitavano figure di faccendieri e contractors italiani e somali. Senza il controllo dello Stato sulle coste del paese del corno d'Africa, le acque erano diventate una discarica di materiali inquinanti di ogni tipo, anche nucleari. Il collegamento con la 'ndrangheta fu individuato in una compagnia di navigazione commerciale, la Shifco, che aveva in uso una flotta regalata ai Somali da Bettino Craxi. Attorno alla società gravitava il faccendiere italiano Giancarlo Marocchino, un uomo vicino al signore della guerra Ali Mahdi. Il viaggio della Alpi e di Hrovatin nella città portuale di Bosaso, considerata il fulcro del traffico di sostanze tossiche e di armi e dove la Shifco aveva la propria base logistica fu l'ultimo per la giornalista ed il suo accompagnatore prima di essere assassinati a Mogadiscio e aprire in seguito alla loro morte un iter giudiziario pieno di incongruenze procedurali, omissioni e un condannato, Hashi Hassan, che dieci anni più tardi verrà scagionato e risarcito. Per quanto riguarda la convergenza dell'omicidio Rostagno sulla vicenda del capitano De Grazia sono emersi negli anni molti elementi che riconducono il delitto al traffico di sostanze tossiche dalla Somalia alle coste italiane. Mauro Rostagno, ex esponente di Lotta Continua e fondatore della comunità Saman, fu ucciso in Sicilia, a Lenzi di Valderice (Trapani) il 26 settembre 1988 da sicari mafiosi. Il filo conduttore che porta al traffico di armi e sostanze tossiche fu individuato nell'attività di Saman impegnata in aiuti umanitari proprio in Somalia e in due figure ambigue che gravitavano attorno al fondatore Rostagno, Francesco Cardella e Giuseppe Camisa detto "Jupiter", che saranno a Mogadiscio il giorno dell'omicidio della Alpi e di Hrovatin. Ma soprattutto Rostagno era stato un testimone scomodo. Poco prima della sua morte, infatti, aveva visto scaricare casse di armi da un aereo militare atterrato nell'aeroporto abbandonato di Kinisia (Trapani), una vecchia pista d'atterraggio utilizzata durante la guerra. Di questo episodio il fondatore di Saman parlò proprio ad Ilaria Alpi poco prima di essere trucidato. Anche il maresciallo del Sismi Vincenzo Li Causi (uno dei liberatori del generale Dozier dalla prigione delle Brigate Rosse) sapeva di Kinisia e aveva scoperto un arsenale nel territorio di Alcamo. Li Causi aveva partecipato alla missione italiana in Somalia e aveva avuto rapporti con la Alpi. Fu ucciso in un imboscata a Balad nel novembre 1993. Il giorno successivo avrebbe dovuto comparire di fronte al giudice Felice Casson per riferire su Gladio, l'operazione Stay Behind e il traffico di armi e scorie dalla Somalia. Addirittura nel quadro del traffico di scorie nucleari si chiama in causa anche la strage di Ustica. Secondo una tesi portata avanti dal libro Avvelenati, gli autori Giuseppe Baldassarre e Manuela Iatì sostengono che il Dc-9 Itavia avrebbe avuto a bordo materiale nucleare proveniente dal centro Enea di Rondella in viaggio verso i paesi del Medio Oriente dopo l'imbarco clandestino a Bologna.
Tutte queste piste che conducevano in Somalia, i personaggi coinvolti nelle indagini, si ritrovarono nei documenti in possesso del capitano De Grazia. Studiando le carte nautiche e le rotte delle navi "a perdere" affondate al largo delle coste calabresi, i documenti di carico e le rotte, il Capitano di Fregata arrivò in provincia di Pavia, nel comune di Garlasco anche in seguito alla segnalazione degli investigatori di Brescia. Qui aveva sede la O.D.M., una società presieduta dall'ingegnere Giorgio Comerio, che si era specializzata nel campo dello smaltimento dei rifiuti radioattivi tramite il brevetto di speciali siluri che sarebbero stati "sparati" a 40 metri sotto il fondale marino con garanzia di tenuta per 20mila anni. L'azienda dell'ingegnere originario di Busto Arsizio riguardava però anche il settore degli armamenti ed aveva allo studio le "telemine", un sistema d'arma innovativo per cui si erano interessate le forze armate di diversi Paesi del mondo.
Natale di Grazia arrivò a Garlasco dopo aver studiato approfonditamente le storie, le rotte ed i carichi delle "navi a perdere" (nel 1994 era arrivato a indicarne 23 tutte affondate dolosamente). Interrogò anche i registri dei Lloyd londinesi, le grandi compagnie di assicurazione navali e cominciò ad annotare evidenti discrepanze sui percorsi e sui carichi di alcune di esse. Nel 1990 sulla costa nei pressi di Amantea (Cosenza) si era spiaggiata la nave "Jolly Rosso" della flotta di Ignazio Messina. Costruita nel 1968, la nave ro-ro (in termini comuni un ex traghetto) era stata oggetto di un'ispezione della Capitaneria di Porto di Vibo Valentia che aveva rilevato presenza di sostanze radioattive. Tra le carte di bordo furono trovati documenti che rimandavano alla società dell'ingegner Comerio. Poco prima della sua morte, il capitano De Grazia stava indagando sull'affondamento di una nave cargo, la Rigel, un cargo battente bandiera maltese che si inabissò il 21 settembre 1987 venti miglia al largo di Capo Spartivento. Durante la perquisizione nella casa di Comerio a Garlasco, De Grazia scoprì che tra le carte era conservato un appunto che alla data dell'affondamento del cargo recitava in inglese "lost the ship" ossia la nave è persa. Tra gli altri documenti scottanti, il pool investigativo scoprì una copia della constatazione di decesso di Ilaria Alpi, redatto inizialmente a Mogadiscio a bordo della nave della Marina Militare "Garibaldi". Il viaggio verso La Spezia era stato programmato proprio per approfondire le indagini sulla nave fantasma Rigel e per l'incontro con una fonte confidenziale che avrebbe potuto rivelare il punto esatto dove si trovava il relitto. In quei mesi del 1995 tuttavia il carattere del capitano De Grazia era mutato improvvisamente. Appariva impaurito, diffidente e silente. Aveva confidato ai colleghi di sentirsi pedinato, osservato. Erano i giorni precedenti al tragico 12 dicembre 1995 che terminerà all'ospedale di Nocera Inferiore. Sorprende ancora oggi quello che fu l'iter legato all'esame autoptico sul corpo del capitano della Guardia Costiera. L'autopsia venne svolta dalla dottoressa Simona del Vecchio, allora da poco specializzata in medicina legale. Il referto non fece alcun cenno alla possibilità di un avvelenamento o di una ipotetica morte in seguito a violenza. Si limitò ad archiviare il caso come arresto cardiocircolatorio improvviso dovuto ad un collasso cardiaco. Caso chiuso. Non per la famiglia di De Grazia, che per bocca del cognato portò avanti la domanda di un nuovo esame autoptico anche alla luce della personale testimonianza sul cadavere del capitano, sul cui corpo avrebbe ravvisato segni apparentemente compatibili con la tortura. Incredibilmente, alla riesumazione del corpo del capitano, la seconda autopsia fu affidata nuovamente alla Del Vecchio, che ovviamente non si contraddisse e confermò anche di aver già ravvisato e refertato un cuore ipotrofico e in sofferenza. Il quadro clinico parve molto strano considerando l'età (39 anni) e la forma atletica di De Grazia. La dottoressa Del Vecchio sarà in seguito condannata per una serie di autopsie fantasma stilate durante il servizio presso la Asl di Imperia. Anche il cammino per il riconoscimento ufficiale del sacrificio compiuto da Natale De Grazia è stato lungo e pieno di ostacoli. Non essendo ufficialmente avvallata la morte per causa di servizio in quanto contrastante con la causa naturale del decesso (!) la pratica fu più volte respinta, e la medaglia al Valore arriverà solo nel 2004 per mano di Carlo Azeglio Ciampi. Ancor più doloroso l'iter per il riconoscimento dei benefici riconosciuti alla famiglia del capitano morto in servizio. La domanda fu respinta dall'allora Presidente Giorgio Napolitano e sarà accolta solo nel 2013, quando De Grazia sarà considerato ufficialmente vittima del dovere. Alla sua morte il pool di Reggio Calabria subì un colpo durissimo, tanto che le indagini subiranno uno stallo e il gruppo si scioglierà poco dopo. Il sacrificio del Capitano di Fregata Natale De Grazia attende ancora giustizia.
Per un ulteriore approfondimento sulla vicenda di Natale De Grazia è disponibile il volume di Giampiero Cazzato e Marco di Milla Navi Mute (All Around Editore).
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Le storie di due ufficiali della Guardia Costiera. Due vicende lontane tra loro nel tempo e nelle circostanze, ma accomunate dal sacrificio estremo nell'adempimento del dovere nell'interesse del Paese e della giustizia. Da Mauthausen alla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin e le navi dei veleni al largo delle coste calabresi.Portoferraio, isola d'Elba. 16 settembre 1943. Maggiore di Porto Giuseppe Massimo (MAVM)Giuseppe Massimo (Bojano, Campobasso, 12 maggio 1892 - Mauthausen 22 aprile 1945), Maggiore di Porto della cittadina elbana, si trovò solo a difendere i suoi uomini quando il rumore di morte dei cacciabombardieri Junkers Ju/88 della Luftwaffe riempì il cielo di Portoferraio. Era il 16 settembre del 1943. L'Elba, in zona di guerra ma fino ad allora relativamente ai margini del conflitto, stava per essere gettata, dopo l'armistizio, in una spirale di fuoco e sangue che sarebbe durata per più di un anno. Quelli che erano stati fino al giorno prima gli alleati, da quel momento erano diventati i nemici più pericolosi. L'ufficiale della Capitaneria, all'Elba dal 1941, vide il cielo farsi nero e arancione per il carico di bombe vomitato dai bimotori sulla città e sul porto. La contraerei italiana era pressoché inesistente, i danni finali di quell'incursione pesantissimi perché la popolazione fu avvisata troppo tardi dalla sirena degli stabilimenti siderurgici Ilva, poi pesantemente colpiti dalle bombe. Quarantasette morti, decine di feriti anche gravi e abitazioni spazzate via dalla furia venuta dal cielo. Fu chiaro al maggiore Massimo e al suo attendente Rodolfo Vona che la prossima mossa germanica sarebbe stata l'occupazione dell'isola dell'arcipelago toscano, difesa solo da un esiguo numero di soldati italiani e isolata dalla terraferma e dai rifornimenti via mare. Nonostante il pesante ammonimento, la consegna per gli Italiani era rimasta la stessa: difesa dell'isola da qualunque tentativo di sbarco nemico. Non passarono neppure 24 ore dall'incursione che i comandi tedeschi fecero scattare l'occupazione dell'Isola d'Elba con l'operazione "fagiano dorato" (Goldfasan in tedesco). I timori sull'occupazione dell'Elba erano più che fondati e diventarono una realtà la mattina del giorno successivo al bombardamento, il 17 settembre 1943. Di nuovo il cielo fu ingombro di aeroplani con la croce di ferro della Luftwaffe, che fecero fuoco nuovamente sulle postazioni italiane che quasi non risposero. Questa volta però, assieme ai cacciabombardieri c'erano gli aerei da trasporto Junkers Ju-52 dai quali piovvero i paracadutisti tedeschi del III/7 FJR armati fino ai denti. Tranne qualche scontro isolato, per il controllo dell'isola non vi fu partita, anche perchè in molti casi la batterie erano costituite da italiani richiamati in età avanzata, che in molti casi non opposero resistenza ai tedeschi che dilagarono senza quasi colpo ferire. L'attività di Giuseppe Massimo come militare fedele alle consegne di difesa si interruppe bruscamente con l'arrivo a Portoferraio della Wehrmacht. Secondo le fonti locali, il maggiore entrò in contatto in quei drammatici giorni con alcuni personaggi importanti dell'Elba che cercarono di costituire una sorta di comitato civico di difesa che entrò in contatto anche con la esigua resistenza locale. La sua attività clandestina si svolse in una fase della guerra durante la quale l'Elba rimarrà sostanzialmente tranquilla sotto l'occupante tedesco, ignara di quanto sarebbe successo una volta sbarcate le truppe marocchine comandate dai Francesi al seguito della seconda occupazione dell'isola nel giugno del 1944, segnata da violenze, uccisioni e stupri ai danni di civili. La storia racconta che Giuseppe Massimo lasciò l'isola clandestinamente per la terraferma. Il maggiore passò un periodo di clandestinità a Firenze fino alla sua cattura avvenuta il 6 maggio 1944. Trasferito dapprima a Ravenna presso il carcere della Milizia della Rsi, sarà successivamente rinchiuso a Bologna nel carcere di San Giovanni in Monte, gestito dalla Sipo-Sd (Sicherheitpolizei und Sichereitdienst di cui faceva parte la Gestapo). Da quelle celle, se non si veniva fucilati prima, si usciva soltanto per il viaggio verso il campo di concentramento. Questa fu la sorte che toccò anche a Giuseppe Massimo, che il 6 giugno 1944 lasciò Bologna prima per il campo di Fossoli e quindi per quello di transito di Bolzano. Due mesi dopo, a bordo di un vagone piombato, fu trasferito nel lager di Mauthausen, campo di Gusen, dove stavano i detenuti militari e politici. Qui ricevette lo status di schutz e la matricola 82421. Il 22 aprile 1945, tre giorni prima dell'arrivo degli Americani, risulta deceduto all'interno del campo. A lui è oggi dedicato un pontile del porto della cittadina che cercò di difendere fino all'ultimo: Portoferraio.Pronto soccorso dell'ospedale di Nocera Inferiore (Salerno), 12 dicembre 1995. Capitano di Fregata Natale De Grazia (Medaglia al Merito della Marina)Le speranze di milioni di italiani onesti e degli inquirenti del pool di Reggio Calabria sfumarono insieme alla vita di un uomo di 39 anni innamorato del mare e della sua salvaguardia, di un servitore dello Stato alla ricerca della verità e della giustizia, di un padre di famiglia, di un amico e di un collega. Svanì tutto quel maledetto pomeriggio del 12 dicembre 1995 sull'asfalto dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria, a poca distanza dal casello autostradale di Nocera Inferiore, mentre con alcuni colleghi del pool investigativo che si stava occupando delle cosiddette "navi a perdere" o "navi dei veleni" stava viaggiando verso La Spezia, dove avrebbe dovuto incontrare una fonte confidenziale riguardo all'indagine in corso. Poco prima, senza aver mostrato alcun segno di malessere, aveva pranzato nel ristorante "Da Mario" di Campagna (Salerno) assieme agli stessi colleghi. Quando arriva in ambulanza al pronto soccorso dell'ospedale di Nocera Inferiore il Capitano di Fregata della Guardia Costiera Natale De Grazia è già spirato. Dal momento della sua morte si apre uno dei casi più inquietanti della storia repubblicana, che intreccia omicidi e stragi famigerate, dalla morte della giornalista Ilaria Alpi e dell'operatore Miran Hrovatin fino all'omicidio di Mauro Rostagno giungendo a far ipotizzare un legame con le stragi di Ustica e Bologna. Quel corpo esanime, contro cui si erano accanite come le onde del mare di Calabria in tempesta le forze della criminalità internazionale, apparteneva ad un uomo che del mare aveva fatto la propria ragione di vita. Natale De Grazia era un marittimo di lungo corso, imbarcato prima su naviglio commerciale e quindi dopo l'accademia navale di Livorno nella Marina Militare con la quale partecipò nel 1983 alla missione in Libano. Passò successivamente alla Capitaneria di Porto di Reggio Calabria (dove era nato nel 1956), a quella di Vibo Valentia e infine fu nominato comandante della Guardia Costiera di Carloforte. Dal 1991 era rientrato in sevizio nella sua città natale dove era stato chiamato quale esperto di marina commerciale dalla procura di Reggio guidata dal procuratore capo Francesco Scuderi. L'oggetto dell'indagine inizialmente non riguardava il mare, bensì i boschi dell'Aspromonte. Nelle zone impervie e carsiche della catena calabra si erano concentrate le indagini del pool investigativo di Reggio, a seguito di una denuncia da parte di Legambiente per voce di Nuccio Barillà. Siamo nel 1994 e Natale De Grazia entra in gioco in quanto esperto di traffico marittimo e dei carichi del naviglio commerciale, perché era verosimile che i carichi di sostanze tossiche fossero arrivati in Calabria via nave e solo successivamente sarebbero stati trasportati su gomma verso le grotte e gli anfratti più reconditi dell'Aspromonte. Con la Procura di Reggio collabora il nucleo ambientale del Corpo Forestale dello Stato di Brescia, capitanato dal colonnello Rino Martini. Del pool, affidato al magistrato Francesco Neri, fanno parte anche i Carabinieri Domenico Scimone, Nicolò Moschitta e Rosario Francaviglia. Questi ultimi erano nell'auto con De Grazia il giorno della sua morte improvvisa. Il 1994 è anche l'anno dell'omicidio della giornalista Rai Ilaria Alpi e del suo operatore Miran Hrovatin avvenuto a Mogadiscio il 20 marzo di quell'anno. La Alpi stava indagando su un traffico d'armi e materiali tossici tra Somalia e Italia controllato dai "signori della guerra", attorno ai quali gravitavano figure di faccendieri e contractors italiani e somali. Senza il controllo dello Stato sulle coste del paese del corno d'Africa, le acque erano diventate una discarica di materiali inquinanti di ogni tipo, anche nucleari. Il collegamento con la 'ndrangheta fu individuato in una compagnia di navigazione commerciale, la Shifco, che aveva in uso una flotta regalata ai Somali da Bettino Craxi. Attorno alla società gravitava il faccendiere italiano Giancarlo Marocchino, un uomo vicino al signore della guerra Ali Mahdi. Il viaggio della Alpi e di Hrovatin nella città portuale di Bosaso, considerata il fulcro del traffico di sostanze tossiche e di armi e dove la Shifco aveva la propria base logistica fu l'ultimo per la giornalista ed il suo accompagnatore prima di essere assassinati a Mogadiscio e aprire in seguito alla loro morte un iter giudiziario pieno di incongruenze procedurali, omissioni e un condannato, Hashi Hassan, che dieci anni più tardi verrà scagionato e risarcito. Per quanto riguarda la convergenza dell'omicidio Rostagno sulla vicenda del capitano De Grazia sono emersi negli anni molti elementi che riconducono il delitto al traffico di sostanze tossiche dalla Somalia alle coste italiane. Mauro Rostagno, ex esponente di Lotta Continua e fondatore della comunità Saman, fu ucciso in Sicilia, a Lenzi di Valderice (Trapani) il 26 settembre 1988 da sicari mafiosi. Il filo conduttore che porta al traffico di armi e sostanze tossiche fu individuato nell'attività di Saman impegnata in aiuti umanitari proprio in Somalia e in due figure ambigue che gravitavano attorno al fondatore Rostagno, Francesco Cardella e Giuseppe Camisa detto "Jupiter", che saranno a Mogadiscio il giorno dell'omicidio della Alpi e di Hrovatin. Ma soprattutto Rostagno era stato un testimone scomodo. Poco prima della sua morte, infatti, aveva visto scaricare casse di armi da un aereo militare atterrato nell'aeroporto abbandonato di Kinisia (Trapani), una vecchia pista d'atterraggio utilizzata durante la guerra. Di questo episodio il fondatore di Saman parlò proprio ad Ilaria Alpi poco prima di essere trucidato. Anche il maresciallo del Sismi Vincenzo Li Causi (uno dei liberatori del generale Dozier dalla prigione delle Brigate Rosse) sapeva di Kinisia e aveva scoperto un arsenale nel territorio di Alcamo. Li Causi aveva partecipato alla missione italiana in Somalia e aveva avuto rapporti con la Alpi. Fu ucciso in un imboscata a Balad nel novembre 1993. Il giorno successivo avrebbe dovuto comparire di fronte al giudice Felice Casson per riferire su Gladio, l'operazione Stay Behind e il traffico di armi e scorie dalla Somalia. Addirittura nel quadro del traffico di scorie nucleari si chiama in causa anche la strage di Ustica. Secondo una tesi portata avanti dal libro Avvelenati, gli autori Giuseppe Baldassarre e Manuela Iatì sostengono che il Dc-9 Itavia avrebbe avuto a bordo materiale nucleare proveniente dal centro Enea di Rondella in viaggio verso i paesi del Medio Oriente dopo l'imbarco clandestino a Bologna.Tutte queste piste che conducevano in Somalia, i personaggi coinvolti nelle indagini, si ritrovarono nei documenti in possesso del capitano De Grazia. Studiando le carte nautiche e le rotte delle navi "a perdere" affondate al largo delle coste calabresi, i documenti di carico e le rotte, il Capitano di Fregata arrivò in provincia di Pavia, nel comune di Garlasco anche in seguito alla segnalazione degli investigatori di Brescia. Qui aveva sede la O.D.M., una società presieduta dall'ingegnere Giorgio Comerio, che si era specializzata nel campo dello smaltimento dei rifiuti radioattivi tramite il brevetto di speciali siluri che sarebbero stati "sparati" a 40 metri sotto il fondale marino con garanzia di tenuta per 20mila anni. L'azienda dell'ingegnere originario di Busto Arsizio riguardava però anche il settore degli armamenti ed aveva allo studio le "telemine", un sistema d'arma innovativo per cui si erano interessate le forze armate di diversi Paesi del mondo. Natale di Grazia arrivò a Garlasco dopo aver studiato approfonditamente le storie, le rotte ed i carichi delle "navi a perdere" (nel 1994 era arrivato a indicarne 23 tutte affondate dolosamente). Interrogò anche i registri dei Lloyd londinesi, le grandi compagnie di assicurazione navali e cominciò ad annotare evidenti discrepanze sui percorsi e sui carichi di alcune di esse. Nel 1990 sulla costa nei pressi di Amantea (Cosenza) si era spiaggiata la nave "Jolly Rosso" della flotta di Ignazio Messina. Costruita nel 1968, la nave ro-ro (in termini comuni un ex traghetto) era stata oggetto di un'ispezione della Capitaneria di Porto di Vibo Valentia che aveva rilevato presenza di sostanze radioattive. Tra le carte di bordo furono trovati documenti che rimandavano alla società dell'ingegner Comerio. Poco prima della sua morte, il capitano De Grazia stava indagando sull'affondamento di una nave cargo, la Rigel, un cargo battente bandiera maltese che si inabissò il 21 settembre 1987 venti miglia al largo di Capo Spartivento. Durante la perquisizione nella casa di Comerio a Garlasco, De Grazia scoprì che tra le carte era conservato un appunto che alla data dell'affondamento del cargo recitava in inglese "lost the ship" ossia la nave è persa. Tra gli altri documenti scottanti, il pool investigativo scoprì una copia della constatazione di decesso di Ilaria Alpi, redatto inizialmente a Mogadiscio a bordo della nave della Marina Militare "Garibaldi". Il viaggio verso La Spezia era stato programmato proprio per approfondire le indagini sulla nave fantasma Rigel e per l'incontro con una fonte confidenziale che avrebbe potuto rivelare il punto esatto dove si trovava il relitto. In quei mesi del 1995 tuttavia il carattere del capitano De Grazia era mutato improvvisamente. Appariva impaurito, diffidente e silente. Aveva confidato ai colleghi di sentirsi pedinato, osservato. Erano i giorni precedenti al tragico 12 dicembre 1995 che terminerà all'ospedale di Nocera Inferiore. Sorprende ancora oggi quello che fu l'iter legato all'esame autoptico sul corpo del capitano della Guardia Costiera. L'autopsia venne svolta dalla dottoressa Simona del Vecchio, allora da poco specializzata in medicina legale. Il referto non fece alcun cenno alla possibilità di un avvelenamento o di una ipotetica morte in seguito a violenza. Si limitò ad archiviare il caso come arresto cardiocircolatorio improvviso dovuto ad un collasso cardiaco. Caso chiuso. Non per la famiglia di De Grazia, che per bocca del cognato portò avanti la domanda di un nuovo esame autoptico anche alla luce della personale testimonianza sul cadavere del capitano, sul cui corpo avrebbe ravvisato segni apparentemente compatibili con la tortura. Incredibilmente, alla riesumazione del corpo del capitano, la seconda autopsia fu affidata nuovamente alla Del Vecchio, che ovviamente non si contraddisse e confermò anche di aver già ravvisato e refertato un cuore ipotrofico e in sofferenza. Il quadro clinico parve molto strano considerando l'età (39 anni) e la forma atletica di De Grazia. La dottoressa Del Vecchio sarà in seguito condannata per una serie di autopsie fantasma stilate durante il servizio presso la Asl di Imperia. Anche il cammino per il riconoscimento ufficiale del sacrificio compiuto da Natale De Grazia è stato lungo e pieno di ostacoli. Non essendo ufficialmente avvallata la morte per causa di servizio in quanto contrastante con la causa naturale del decesso (!) la pratica fu più volte respinta, e la medaglia al Valore arriverà solo nel 2004 per mano di Carlo Azeglio Ciampi. Ancor più doloroso l'iter per il riconoscimento dei benefici riconosciuti alla famiglia del capitano morto in servizio. La domanda fu respinta dall'allora Presidente Giorgio Napolitano e sarà accolta solo nel 2013, quando De Grazia sarà considerato ufficialmente vittima del dovere. Alla sua morte il pool di Reggio Calabria subì un colpo durissimo, tanto che le indagini subiranno uno stallo e il gruppo si scioglierà poco dopo. Il sacrificio del Capitano di Fregata Natale De Grazia attende ancora giustizia. Per un ulteriore approfondimento sulla vicenda di Natale De Grazia è disponibile il volume di Giampiero Cazzato e Marco di Milla Navi Mute (All Around Editore).
Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».
Jacques Moretti e Jessica Maric (Ansa)
È pericoloso lasciare i coniugi Moretti in libertà, perché potrebbero fuggire. Lo pensano gli avvocati delle famiglie delle vittime che, per provare a mitigare l’enorme dolore, chiedono giustizia. E, in effetti, fuggire non sarebbe una novità, almeno per Jessica Maric, titolare del locale Le Constellation insieme al marito Jacques Moretti, a quanto pare ripresa da due telecamere di sorveglianza in quella notte di orrore mentre si allontanava dal locale che andava a fuoco con la cassa sottobraccio, lasciando dietro di sé le grida di aiuto dei ragazzini a cui aveva spillato 100 euro per il biglietto di ingresso. Un particolare quasi osceno, se fosse confermato. Mentre quello che non ha bisogno di conferme è il fatto che lei, là sotto, a tentare di salvare i giovani intrappolati tra le fiamme, non c’era.
A denunciare la mollezza del sistema giudiziario svizzero a fronte di una tragedia immane, che ha ucciso, bruciandoli vivi, 40 giovanissimi e ne ha feriti gravemente altri 116, ustionandoli così in profondità che molti ancora lottano tra la vita e la morte, sono i legali che assistono le vittime e le famiglie del rogo di capodanno a Le Constellation di Crans-Montana. «È un rischio aver lasciato i gestori del Costellation in libertà. Immaginate cosa succederebbe per le vittime se queste persone lasciassero la Svizzera e non si potesse avere il processo che è dovuto ai genitori e alle famiglie delle vittime», ha dichiarato l’avvocato Sébastien Fanti, alla tv svizzera Rts. I due risultano indagati per omicidio colposo e lesioni colpose ma, alla luce di quello che sta emergendo, «si parla potenzialmente di lesioni personali gravi, intenzionali, con dolo eventuale», aggiunge un altro avvocato delle famiglie, Alain Mancaluso che, insieme al collega Romain Jordan, si dice «scioccato» anche del fatto che che «i legali siano esclusi dalle audizioni» e non possano partecipare alle prime fasi delle indagini.
Eppure, la decisione di non arrestare i due gestori è stata confermata, anche ieri, dalla procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud: «In questa fase non ci sono indicazioni di un rischio di fuga, di collusione o recidiva. Ma la situazione viene valutata costantemente», ha ribadito, mentre, per quanto riguarda l’esclusione dei legali, Pilloud si è giustificata sostenendo che serve ad «evitare fughe di notizie dato il carattere mediatico del dossier».
Eppure, che fosse pericoloso accendere candele pirotecniche in quel seminterrato, i gestori non potevano ignorarlo: a dimostrarlo c’è il video che, ormai da giorni è stato diffuso, sul Capodanno 2020 quando uno dei camerieri, davanti a una scena del tutto simile a quella che ha dato via al rogo una settimana fa (cioè qualcuno che, sollevando le candele durate la festa, avvicinava le scintille al soffitto) gridava: «Attenti alla schiuma!». Ma torniamo a Jessica, la quarantenne di origini corse che insieme al marito - noto alla giustizia per truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona - in pochi anni, dal nulla, ha costruito un impero nel settore della ristorazione nella piccola e costosissima Crans-Montana.
A quanto risulta, le telecamere di sorveglianza l’avrebbero immortalata mentre lasciava in tutta fretta il luogo della tragedia stringendo tra le mani la cassa del locale mentre il figlio, capo staff di Le Constellation, sarebbe stato ripreso mentre tentava di sfondare dall’interno i pannelli di plexiglass che chiudevano la veranda. Se le indiscrezioni sulla sua condotta si rivelassero vere, sarebbe un ennesimo elemento che aggiunge orrore alla tragedia. Comunque sia, da quella notte infernale Jessica è uscita illesa, solo con una piccola bruciatura al braccio. E si capisce bene il motivo: non c’è traccia di lei nelle immagini che riprendono gli ultimi istanti di vita di tante vittime imprigionate nel sotterraneo, non ha incitato quei giovani quasi incantati dalle fiamme al soffitto a scappare né la si intravede all’esterno a tentare di far uscire chi era rimasto intrappolato, come invece era suo dovere.
Nei prossimi giorni, l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado si recherà a Sion e incontrerà le autorità del Canton Vallese «per acquisire informazioni sulle indagini», ha spiegato. Intanto dall’ospedale Niguarda dove sono ricoverati 11 pazienti, arrivano notizie contrastanti: «La situazione rimane stabile con lievi accenni di miglioramento per alcuni di loro», ma «rimangono critiche le condizioni di tre persone a causa delle ustioni riportate e di danni importanti a livello polmonare causati dalle inalazioni».
E nel dolore straziante di chi è rimasto, c’è ancora una famiglia che stenta a credere a quanto è accaduto. Sono i genitori di Emanuele Galeppini, 17 anni, che ancora non sanno cosa ha causato la morte del loro figlio, perché il suo corpo non era ustionato come si aspettavano ma perfettamente integro. «Non sono bruciati neppure il telefono cellulare e il portafoglio», ha fatto sapere il legale della famiglia, «vogliono sapere com’è morto. Abbiamo chiesto alla autorità svizzere spiegazioni ma non ci hanno nemmeno risposto».
Musica, lacrime e rabbia durante i quattro funerali dei ragazzi morti nel rogo
Fiori bianchi, note struggenti, tanti abbracci e tante lacrime. Ieri in Italia l’ultimo doloroso saluto alle giovani vittime di Capodanno nel devastante rogo de Le Constellation di Crans-Montana.A Milano, dove il sindaco Beppe Sala aveva proclamato il lutto cittadino, si sono svolti i funerali di Chiara Costanzo e Achille Barosi in due basiliche simbolo della città. La cerimonia funebre di Chiara in Santa Maria delle Grazie, quella di Achille in Sant’Ambrogio. «Oggi non siamo qui a cercare spiegazioni o colpe, ci sarà tempo anche per questo ma non è oggi», ha detto monsignor Alberto Torriani, arcivescovo di Crotone, rivolgendosi a papà Andrea Costanzo, mamma Giovanna, e ai fratelli Camilla, Elena e Luca. «Noi siamo stati abbracciati da tutta Italia, abbiamo tutti sete di verità e che queste cose non succedano mai più», ha detto il padre Andrea che, al termine delle esequie in un breve colloquio con il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha affermato: «Il presidente Meloni è stata umana e attenta nei nostri confronti. Siccome non ho mai avuto la possibilità di stringerle la mano, vorrei parlare con lei ed essere rassicurato che non ci siano omissioni. Le indagini vanno effettuate con scrupolo. Serve giustizia. Visto che le nostre istituzioni si sono dimostrate molto serie, sono convinto che il presidente sia con noi. Non sono un tecnico ma vorrei che l’Italia si costituisse parte civile». Un mazzo di rose bianche, un lungo applauso e le note di Perdutamente di Achille Lauro, fuori dalla Basilica di Sant’Ambrogio, per i funerali di Achille Barosi. Il nonno Osvaldo ha voluto ringraziare i poliziotti che avevano formato un cordone a protezione del carro ed ha aggiunto: «L’unica cosa che posso dire è che ci vuole solamente tanta fede e tanto amore ed essere vicini, è l’unica medicina che possiamo avere gratis per non cercare di sprofondare nella disperazione». Nella Capitale, oltre ai parenti e agli amici, per l’ultimo saluto a Riccardo Minghetti nella basilica di San Pietro e Paolo all’Eur c’erano anche i ministri dello Sport e della Salute, Andrea Abodi e Orazio Schillaci, il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri e il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca. Sulla bara, accanto alla foto di Riccardo, la corona di fiori firmata «Ma, papà e Matilde», la sorella di 14 anni che quella tragica notte ha scavato tra le macerie alla ricerca del fratello. Dal pulpito la mamma ha ricordato: «Riccardo aveva un cuore grande, tenero e gentile, dietro la sua ironia e l’irrequietezza nascondeva una profonda sensibilità. Ci ha fatto faticare, ma era buono». «La vostra presenza qui oggi è il segno di quanto Riccardo ha fatto nella sua breve vita donandosi con generosità», ha detto in lacrime il papà Massimo. Uscendo dalla chiesa i genitori hanno sottolineato: «Non proviamo rabbia, solo dolore, ma vogliamo che sia fatta giustizia». «Condividere questo dolore con altre persone ti dà la forza», ha aggiunto la mamma, che ha ringraziato il presidente Meloni che è stata vicina anche a livello personale a tutti i genitori».«Il primo gennaio hai perso la vita e io l’ho persa con te, a differenza tua io vivrò con un vuoto incolmabile ma tu no», ha detto, con voce rotta dal pianto, Giuseppe Tamburi, padre di Giovanni durante il funerale a Bologna. La passione per la musica univa Giovanni a don Stefano Greco, amico di famiglia e catechista del sedicenne, che proprio dagli spartiti ha iniziato il suo discorso parlando dell’Incompiuta di Schubert: «È perfetta e struggente perché incompleta. Giovanni è la nostra Incompiuta». A Lugano sono state celebrate le esequie di Sofia Prosperi, l’italosvizzera di 15 anni studentessa dell’International School di Fino Mornasco, nel Comasco. Chiesa gremita di ragazzi con una rosa bianca in mano per la messa celebrata dal vescovo Alain de Raemy. Oggi a Boccadasse, a Genova, si terrà in forma strettamente privata il funerale di Emanuele Galeppini, il giovane campione di golf.
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George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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