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2021-11-24
Giuseppe Massimo e Natale De Grazia: eroi della Capitaneria di Porto
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Natale De Grazia, la Jolly Rosso e nel riquadro truppe tedesche all'Isola d'Elba nel 1943 (Ansa)
Portoferraio, isola d'Elba. 16 settembre 1943. Maggiore di Porto Giuseppe Massimo (MAVM)
Giuseppe Massimo (Bojano, Campobasso, 12 maggio 1892 - Mauthausen 22 aprile 1945), Maggiore di Porto della cittadina elbana, si trovò solo a difendere i suoi uomini quando il rumore di morte dei cacciabombardieri Junkers Ju/88 della Luftwaffe riempì il cielo di Portoferraio. Era il 16 settembre del 1943. L'Elba, in zona di guerra ma fino ad allora relativamente ai margini del conflitto, stava per essere gettata, dopo l'armistizio, in una spirale di fuoco e sangue che sarebbe durata per più di un anno. Quelli che erano stati fino al giorno prima gli alleati, da quel momento erano diventati i nemici più pericolosi. L'ufficiale della Capitaneria, all'Elba dal 1941, vide il cielo farsi nero e arancione per il carico di bombe vomitato dai bimotori sulla città e sul porto. La contraerei italiana era pressoché inesistente, i danni finali di quell'incursione pesantissimi perché la popolazione fu avvisata troppo tardi dalla sirena degli stabilimenti siderurgici Ilva, poi pesantemente colpiti dalle bombe. Quarantasette morti, decine di feriti anche gravi e abitazioni spazzate via dalla furia venuta dal cielo.
Fu chiaro al maggiore Massimo e al suo attendente Rodolfo Vona che la prossima mossa germanica sarebbe stata l'occupazione dell'isola dell'arcipelago toscano, difesa solo da un esiguo numero di soldati italiani e isolata dalla terraferma e dai rifornimenti via mare. Nonostante il pesante ammonimento, la consegna per gli Italiani era rimasta la stessa: difesa dell'isola da qualunque tentativo di sbarco nemico. Non passarono neppure 24 ore dall'incursione che i comandi tedeschi fecero scattare l'occupazione dell'Isola d'Elba con l'operazione "fagiano dorato" (Goldfasan in tedesco). I timori sull'occupazione dell'Elba erano più che fondati e diventarono una realtà la mattina del giorno successivo al bombardamento, il 17 settembre 1943. Di nuovo il cielo fu ingombro di aeroplani con la croce di ferro della Luftwaffe, che fecero fuoco nuovamente sulle postazioni italiane che quasi non risposero. Questa volta però, assieme ai cacciabombardieri c'erano gli aerei da trasporto Junkers Ju-52 dai quali piovvero i paracadutisti tedeschi del III/7 FJR armati fino ai denti. Tranne qualche scontro isolato, per il controllo dell'isola non vi fu partita, anche perchè in molti casi la batterie erano costituite da italiani richiamati in età avanzata, che in molti casi non opposero resistenza ai tedeschi che dilagarono senza quasi colpo ferire. L'attività di Giuseppe Massimo come militare fedele alle consegne di difesa si interruppe bruscamente con l'arrivo a Portoferraio della Wehrmacht. Secondo le fonti locali, il maggiore entrò in contatto in quei drammatici giorni con alcuni personaggi importanti dell'Elba che cercarono di costituire una sorta di comitato civico di difesa che entrò in contatto anche con la esigua resistenza locale. La sua attività clandestina si svolse in una fase della guerra durante la quale l'Elba rimarrà sostanzialmente tranquilla sotto l'occupante tedesco, ignara di quanto sarebbe successo una volta sbarcate le truppe marocchine comandate dai Francesi al seguito della seconda occupazione dell'isola nel giugno del 1944, segnata da violenze, uccisioni e stupri ai danni di civili. La storia racconta che Giuseppe Massimo lasciò l'isola clandestinamente per la terraferma. Il maggiore passò un periodo di clandestinità a Firenze fino alla sua cattura avvenuta il 6 maggio 1944. Trasferito dapprima a Ravenna presso il carcere della Milizia della Rsi, sarà successivamente rinchiuso a Bologna nel carcere di San Giovanni in Monte, gestito dalla Sipo-Sd (Sicherheitpolizei und Sichereitdienst di cui faceva parte la Gestapo). Da quelle celle, se non si veniva fucilati prima, si usciva soltanto per il viaggio verso il campo di concentramento. Questa fu la sorte che toccò anche a Giuseppe Massimo, che il 6 giugno 1944 lasciò Bologna prima per il campo di Fossoli e quindi per quello di transito di Bolzano. Due mesi dopo, a bordo di un vagone piombato, fu trasferito nel lager di Mauthausen, campo di Gusen, dove stavano i detenuti militari e politici. Qui ricevette lo status di schutz e la matricola 82421. Il 22 aprile 1945, tre giorni prima dell'arrivo degli Americani, risulta deceduto all'interno del campo. A lui è oggi dedicato un pontile del porto della cittadina che cercò di difendere fino all'ultimo: Portoferraio.
Pronto soccorso dell'ospedale di Nocera Inferiore (Salerno), 12 dicembre 1995. Capitano di Fregata Natale De Grazia (Medaglia al Merito della Marina)
Le speranze di milioni di italiani onesti e degli inquirenti del pool di Reggio Calabria sfumarono insieme alla vita di un uomo di 39 anni innamorato del mare e della sua salvaguardia, di un servitore dello Stato alla ricerca della verità e della giustizia, di un padre di famiglia, di un amico e di un collega. Svanì tutto quel maledetto pomeriggio del 12 dicembre 1995 sull'asfalto dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria, a poca distanza dal casello autostradale di Nocera Inferiore, mentre con alcuni colleghi del pool investigativo che si stava occupando delle cosiddette "navi a perdere" o "navi dei veleni" stava viaggiando verso La Spezia, dove avrebbe dovuto incontrare una fonte confidenziale riguardo all'indagine in corso. Poco prima, senza aver mostrato alcun segno di malessere, aveva pranzato nel ristorante "Da Mario" di Campagna (Salerno) assieme agli stessi colleghi.
Quando arriva in ambulanza al pronto soccorso dell'ospedale di Nocera Inferiore il Capitano di Fregata della Guardia Costiera Natale De Grazia è già spirato. Dal momento della sua morte si apre uno dei casi più inquietanti della storia repubblicana, che intreccia omicidi e stragi famigerate, dalla morte della giornalista Ilaria Alpi e dell'operatore Miran Hrovatin fino all'omicidio di Mauro Rostagno giungendo a far ipotizzare un legame con le stragi di Ustica e Bologna.
Quel corpo esanime, contro cui si erano accanite come le onde del mare di Calabria in tempesta le forze della criminalità internazionale, apparteneva ad un uomo che del mare aveva fatto la propria ragione di vita. Natale De Grazia era un marittimo di lungo corso, imbarcato prima su naviglio commerciale e quindi dopo l'accademia navale di Livorno nella Marina Militare con la quale partecipò nel 1983 alla missione in Libano. Passò successivamente alla Capitaneria di Porto di Reggio Calabria (dove era nato nel 1956), a quella di Vibo Valentia e infine fu nominato comandante della Guardia Costiera di Carloforte. Dal 1991 era rientrato in sevizio nella sua città natale dove era stato chiamato quale esperto di marina commerciale dalla procura di Reggio guidata dal procuratore capo Francesco Scuderi. L'oggetto dell'indagine inizialmente non riguardava il mare, bensì i boschi dell'Aspromonte. Nelle zone impervie e carsiche della catena calabra si erano concentrate le indagini del pool investigativo di Reggio, a seguito di una denuncia da parte di Legambiente per voce di Nuccio Barillà. Siamo nel 1994 e Natale De Grazia entra in gioco in quanto esperto di traffico marittimo e dei carichi del naviglio commerciale, perché era verosimile che i carichi di sostanze tossiche fossero arrivati in Calabria via nave e solo successivamente sarebbero stati trasportati su gomma verso le grotte e gli anfratti più reconditi dell'Aspromonte. Con la Procura di Reggio collabora il nucleo ambientale del Corpo Forestale dello Stato di Brescia, capitanato dal colonnello Rino Martini. Del pool, affidato al magistrato Francesco Neri, fanno parte anche i Carabinieri Domenico Scimone, Nicolò Moschitta e Rosario Francaviglia. Questi ultimi erano nell'auto con De Grazia il giorno della sua morte improvvisa.
Il 1994 è anche l'anno dell'omicidio della giornalista Rai Ilaria Alpi e del suo operatore Miran Hrovatin avvenuto a Mogadiscio il 20 marzo di quell'anno. La Alpi stava indagando su un traffico d'armi e materiali tossici tra Somalia e Italia controllato dai "signori della guerra", attorno ai quali gravitavano figure di faccendieri e contractors italiani e somali. Senza il controllo dello Stato sulle coste del paese del corno d'Africa, le acque erano diventate una discarica di materiali inquinanti di ogni tipo, anche nucleari. Il collegamento con la 'ndrangheta fu individuato in una compagnia di navigazione commerciale, la Shifco, che aveva in uso una flotta regalata ai Somali da Bettino Craxi. Attorno alla società gravitava il faccendiere italiano Giancarlo Marocchino, un uomo vicino al signore della guerra Ali Mahdi. Il viaggio della Alpi e di Hrovatin nella città portuale di Bosaso, considerata il fulcro del traffico di sostanze tossiche e di armi e dove la Shifco aveva la propria base logistica fu l'ultimo per la giornalista ed il suo accompagnatore prima di essere assassinati a Mogadiscio e aprire in seguito alla loro morte un iter giudiziario pieno di incongruenze procedurali, omissioni e un condannato, Hashi Hassan, che dieci anni più tardi verrà scagionato e risarcito. Per quanto riguarda la convergenza dell'omicidio Rostagno sulla vicenda del capitano De Grazia sono emersi negli anni molti elementi che riconducono il delitto al traffico di sostanze tossiche dalla Somalia alle coste italiane. Mauro Rostagno, ex esponente di Lotta Continua e fondatore della comunità Saman, fu ucciso in Sicilia, a Lenzi di Valderice (Trapani) il 26 settembre 1988 da sicari mafiosi. Il filo conduttore che porta al traffico di armi e sostanze tossiche fu individuato nell'attività di Saman impegnata in aiuti umanitari proprio in Somalia e in due figure ambigue che gravitavano attorno al fondatore Rostagno, Francesco Cardella e Giuseppe Camisa detto "Jupiter", che saranno a Mogadiscio il giorno dell'omicidio della Alpi e di Hrovatin. Ma soprattutto Rostagno era stato un testimone scomodo. Poco prima della sua morte, infatti, aveva visto scaricare casse di armi da un aereo militare atterrato nell'aeroporto abbandonato di Kinisia (Trapani), una vecchia pista d'atterraggio utilizzata durante la guerra. Di questo episodio il fondatore di Saman parlò proprio ad Ilaria Alpi poco prima di essere trucidato. Anche il maresciallo del Sismi Vincenzo Li Causi (uno dei liberatori del generale Dozier dalla prigione delle Brigate Rosse) sapeva di Kinisia e aveva scoperto un arsenale nel territorio di Alcamo. Li Causi aveva partecipato alla missione italiana in Somalia e aveva avuto rapporti con la Alpi. Fu ucciso in un imboscata a Balad nel novembre 1993. Il giorno successivo avrebbe dovuto comparire di fronte al giudice Felice Casson per riferire su Gladio, l'operazione Stay Behind e il traffico di armi e scorie dalla Somalia. Addirittura nel quadro del traffico di scorie nucleari si chiama in causa anche la strage di Ustica. Secondo una tesi portata avanti dal libro Avvelenati, gli autori Giuseppe Baldassarre e Manuela Iatì sostengono che il Dc-9 Itavia avrebbe avuto a bordo materiale nucleare proveniente dal centro Enea di Rondella in viaggio verso i paesi del Medio Oriente dopo l'imbarco clandestino a Bologna.
Tutte queste piste che conducevano in Somalia, i personaggi coinvolti nelle indagini, si ritrovarono nei documenti in possesso del capitano De Grazia. Studiando le carte nautiche e le rotte delle navi "a perdere" affondate al largo delle coste calabresi, i documenti di carico e le rotte, il Capitano di Fregata arrivò in provincia di Pavia, nel comune di Garlasco anche in seguito alla segnalazione degli investigatori di Brescia. Qui aveva sede la O.D.M., una società presieduta dall'ingegnere Giorgio Comerio, che si era specializzata nel campo dello smaltimento dei rifiuti radioattivi tramite il brevetto di speciali siluri che sarebbero stati "sparati" a 40 metri sotto il fondale marino con garanzia di tenuta per 20mila anni. L'azienda dell'ingegnere originario di Busto Arsizio riguardava però anche il settore degli armamenti ed aveva allo studio le "telemine", un sistema d'arma innovativo per cui si erano interessate le forze armate di diversi Paesi del mondo.
Natale di Grazia arrivò a Garlasco dopo aver studiato approfonditamente le storie, le rotte ed i carichi delle "navi a perdere" (nel 1994 era arrivato a indicarne 23 tutte affondate dolosamente). Interrogò anche i registri dei Lloyd londinesi, le grandi compagnie di assicurazione navali e cominciò ad annotare evidenti discrepanze sui percorsi e sui carichi di alcune di esse. Nel 1990 sulla costa nei pressi di Amantea (Cosenza) si era spiaggiata la nave "Jolly Rosso" della flotta di Ignazio Messina. Costruita nel 1968, la nave ro-ro (in termini comuni un ex traghetto) era stata oggetto di un'ispezione della Capitaneria di Porto di Vibo Valentia che aveva rilevato presenza di sostanze radioattive. Tra le carte di bordo furono trovati documenti che rimandavano alla società dell'ingegner Comerio. Poco prima della sua morte, il capitano De Grazia stava indagando sull'affondamento di una nave cargo, la Rigel, un cargo battente bandiera maltese che si inabissò il 21 settembre 1987 venti miglia al largo di Capo Spartivento. Durante la perquisizione nella casa di Comerio a Garlasco, De Grazia scoprì che tra le carte era conservato un appunto che alla data dell'affondamento del cargo recitava in inglese "lost the ship" ossia la nave è persa. Tra gli altri documenti scottanti, il pool investigativo scoprì una copia della constatazione di decesso di Ilaria Alpi, redatto inizialmente a Mogadiscio a bordo della nave della Marina Militare "Garibaldi". Il viaggio verso La Spezia era stato programmato proprio per approfondire le indagini sulla nave fantasma Rigel e per l'incontro con una fonte confidenziale che avrebbe potuto rivelare il punto esatto dove si trovava il relitto. In quei mesi del 1995 tuttavia il carattere del capitano De Grazia era mutato improvvisamente. Appariva impaurito, diffidente e silente. Aveva confidato ai colleghi di sentirsi pedinato, osservato. Erano i giorni precedenti al tragico 12 dicembre 1995 che terminerà all'ospedale di Nocera Inferiore. Sorprende ancora oggi quello che fu l'iter legato all'esame autoptico sul corpo del capitano della Guardia Costiera. L'autopsia venne svolta dalla dottoressa Simona del Vecchio, allora da poco specializzata in medicina legale. Il referto non fece alcun cenno alla possibilità di un avvelenamento o di una ipotetica morte in seguito a violenza. Si limitò ad archiviare il caso come arresto cardiocircolatorio improvviso dovuto ad un collasso cardiaco. Caso chiuso. Non per la famiglia di De Grazia, che per bocca del cognato portò avanti la domanda di un nuovo esame autoptico anche alla luce della personale testimonianza sul cadavere del capitano, sul cui corpo avrebbe ravvisato segni apparentemente compatibili con la tortura. Incredibilmente, alla riesumazione del corpo del capitano, la seconda autopsia fu affidata nuovamente alla Del Vecchio, che ovviamente non si contraddisse e confermò anche di aver già ravvisato e refertato un cuore ipotrofico e in sofferenza. Il quadro clinico parve molto strano considerando l'età (39 anni) e la forma atletica di De Grazia. La dottoressa Del Vecchio sarà in seguito condannata per una serie di autopsie fantasma stilate durante il servizio presso la Asl di Imperia. Anche il cammino per il riconoscimento ufficiale del sacrificio compiuto da Natale De Grazia è stato lungo e pieno di ostacoli. Non essendo ufficialmente avvallata la morte per causa di servizio in quanto contrastante con la causa naturale del decesso (!) la pratica fu più volte respinta, e la medaglia al Valore arriverà solo nel 2004 per mano di Carlo Azeglio Ciampi. Ancor più doloroso l'iter per il riconoscimento dei benefici riconosciuti alla famiglia del capitano morto in servizio. La domanda fu respinta dall'allora Presidente Giorgio Napolitano e sarà accolta solo nel 2013, quando De Grazia sarà considerato ufficialmente vittima del dovere. Alla sua morte il pool di Reggio Calabria subì un colpo durissimo, tanto che le indagini subiranno uno stallo e il gruppo si scioglierà poco dopo. Il sacrificio del Capitano di Fregata Natale De Grazia attende ancora giustizia.
Per un ulteriore approfondimento sulla vicenda di Natale De Grazia è disponibile il volume di Giampiero Cazzato e Marco di Milla Navi Mute (All Around Editore).
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Le storie di due ufficiali della Guardia Costiera. Due vicende lontane tra loro nel tempo e nelle circostanze, ma accomunate dal sacrificio estremo nell'adempimento del dovere nell'interesse del Paese e della giustizia. Da Mauthausen alla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin e le navi dei veleni al largo delle coste calabresi.Portoferraio, isola d'Elba. 16 settembre 1943. Maggiore di Porto Giuseppe Massimo (MAVM)Giuseppe Massimo (Bojano, Campobasso, 12 maggio 1892 - Mauthausen 22 aprile 1945), Maggiore di Porto della cittadina elbana, si trovò solo a difendere i suoi uomini quando il rumore di morte dei cacciabombardieri Junkers Ju/88 della Luftwaffe riempì il cielo di Portoferraio. Era il 16 settembre del 1943. L'Elba, in zona di guerra ma fino ad allora relativamente ai margini del conflitto, stava per essere gettata, dopo l'armistizio, in una spirale di fuoco e sangue che sarebbe durata per più di un anno. Quelli che erano stati fino al giorno prima gli alleati, da quel momento erano diventati i nemici più pericolosi. L'ufficiale della Capitaneria, all'Elba dal 1941, vide il cielo farsi nero e arancione per il carico di bombe vomitato dai bimotori sulla città e sul porto. La contraerei italiana era pressoché inesistente, i danni finali di quell'incursione pesantissimi perché la popolazione fu avvisata troppo tardi dalla sirena degli stabilimenti siderurgici Ilva, poi pesantemente colpiti dalle bombe. Quarantasette morti, decine di feriti anche gravi e abitazioni spazzate via dalla furia venuta dal cielo. Fu chiaro al maggiore Massimo e al suo attendente Rodolfo Vona che la prossima mossa germanica sarebbe stata l'occupazione dell'isola dell'arcipelago toscano, difesa solo da un esiguo numero di soldati italiani e isolata dalla terraferma e dai rifornimenti via mare. Nonostante il pesante ammonimento, la consegna per gli Italiani era rimasta la stessa: difesa dell'isola da qualunque tentativo di sbarco nemico. Non passarono neppure 24 ore dall'incursione che i comandi tedeschi fecero scattare l'occupazione dell'Isola d'Elba con l'operazione "fagiano dorato" (Goldfasan in tedesco). I timori sull'occupazione dell'Elba erano più che fondati e diventarono una realtà la mattina del giorno successivo al bombardamento, il 17 settembre 1943. Di nuovo il cielo fu ingombro di aeroplani con la croce di ferro della Luftwaffe, che fecero fuoco nuovamente sulle postazioni italiane che quasi non risposero. Questa volta però, assieme ai cacciabombardieri c'erano gli aerei da trasporto Junkers Ju-52 dai quali piovvero i paracadutisti tedeschi del III/7 FJR armati fino ai denti. Tranne qualche scontro isolato, per il controllo dell'isola non vi fu partita, anche perchè in molti casi la batterie erano costituite da italiani richiamati in età avanzata, che in molti casi non opposero resistenza ai tedeschi che dilagarono senza quasi colpo ferire. L'attività di Giuseppe Massimo come militare fedele alle consegne di difesa si interruppe bruscamente con l'arrivo a Portoferraio della Wehrmacht. Secondo le fonti locali, il maggiore entrò in contatto in quei drammatici giorni con alcuni personaggi importanti dell'Elba che cercarono di costituire una sorta di comitato civico di difesa che entrò in contatto anche con la esigua resistenza locale. La sua attività clandestina si svolse in una fase della guerra durante la quale l'Elba rimarrà sostanzialmente tranquilla sotto l'occupante tedesco, ignara di quanto sarebbe successo una volta sbarcate le truppe marocchine comandate dai Francesi al seguito della seconda occupazione dell'isola nel giugno del 1944, segnata da violenze, uccisioni e stupri ai danni di civili. La storia racconta che Giuseppe Massimo lasciò l'isola clandestinamente per la terraferma. Il maggiore passò un periodo di clandestinità a Firenze fino alla sua cattura avvenuta il 6 maggio 1944. Trasferito dapprima a Ravenna presso il carcere della Milizia della Rsi, sarà successivamente rinchiuso a Bologna nel carcere di San Giovanni in Monte, gestito dalla Sipo-Sd (Sicherheitpolizei und Sichereitdienst di cui faceva parte la Gestapo). Da quelle celle, se non si veniva fucilati prima, si usciva soltanto per il viaggio verso il campo di concentramento. Questa fu la sorte che toccò anche a Giuseppe Massimo, che il 6 giugno 1944 lasciò Bologna prima per il campo di Fossoli e quindi per quello di transito di Bolzano. Due mesi dopo, a bordo di un vagone piombato, fu trasferito nel lager di Mauthausen, campo di Gusen, dove stavano i detenuti militari e politici. Qui ricevette lo status di schutz e la matricola 82421. Il 22 aprile 1945, tre giorni prima dell'arrivo degli Americani, risulta deceduto all'interno del campo. A lui è oggi dedicato un pontile del porto della cittadina che cercò di difendere fino all'ultimo: Portoferraio.Pronto soccorso dell'ospedale di Nocera Inferiore (Salerno), 12 dicembre 1995. Capitano di Fregata Natale De Grazia (Medaglia al Merito della Marina)Le speranze di milioni di italiani onesti e degli inquirenti del pool di Reggio Calabria sfumarono insieme alla vita di un uomo di 39 anni innamorato del mare e della sua salvaguardia, di un servitore dello Stato alla ricerca della verità e della giustizia, di un padre di famiglia, di un amico e di un collega. Svanì tutto quel maledetto pomeriggio del 12 dicembre 1995 sull'asfalto dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria, a poca distanza dal casello autostradale di Nocera Inferiore, mentre con alcuni colleghi del pool investigativo che si stava occupando delle cosiddette "navi a perdere" o "navi dei veleni" stava viaggiando verso La Spezia, dove avrebbe dovuto incontrare una fonte confidenziale riguardo all'indagine in corso. Poco prima, senza aver mostrato alcun segno di malessere, aveva pranzato nel ristorante "Da Mario" di Campagna (Salerno) assieme agli stessi colleghi. Quando arriva in ambulanza al pronto soccorso dell'ospedale di Nocera Inferiore il Capitano di Fregata della Guardia Costiera Natale De Grazia è già spirato. Dal momento della sua morte si apre uno dei casi più inquietanti della storia repubblicana, che intreccia omicidi e stragi famigerate, dalla morte della giornalista Ilaria Alpi e dell'operatore Miran Hrovatin fino all'omicidio di Mauro Rostagno giungendo a far ipotizzare un legame con le stragi di Ustica e Bologna. Quel corpo esanime, contro cui si erano accanite come le onde del mare di Calabria in tempesta le forze della criminalità internazionale, apparteneva ad un uomo che del mare aveva fatto la propria ragione di vita. Natale De Grazia era un marittimo di lungo corso, imbarcato prima su naviglio commerciale e quindi dopo l'accademia navale di Livorno nella Marina Militare con la quale partecipò nel 1983 alla missione in Libano. Passò successivamente alla Capitaneria di Porto di Reggio Calabria (dove era nato nel 1956), a quella di Vibo Valentia e infine fu nominato comandante della Guardia Costiera di Carloforte. Dal 1991 era rientrato in sevizio nella sua città natale dove era stato chiamato quale esperto di marina commerciale dalla procura di Reggio guidata dal procuratore capo Francesco Scuderi. L'oggetto dell'indagine inizialmente non riguardava il mare, bensì i boschi dell'Aspromonte. Nelle zone impervie e carsiche della catena calabra si erano concentrate le indagini del pool investigativo di Reggio, a seguito di una denuncia da parte di Legambiente per voce di Nuccio Barillà. Siamo nel 1994 e Natale De Grazia entra in gioco in quanto esperto di traffico marittimo e dei carichi del naviglio commerciale, perché era verosimile che i carichi di sostanze tossiche fossero arrivati in Calabria via nave e solo successivamente sarebbero stati trasportati su gomma verso le grotte e gli anfratti più reconditi dell'Aspromonte. Con la Procura di Reggio collabora il nucleo ambientale del Corpo Forestale dello Stato di Brescia, capitanato dal colonnello Rino Martini. Del pool, affidato al magistrato Francesco Neri, fanno parte anche i Carabinieri Domenico Scimone, Nicolò Moschitta e Rosario Francaviglia. Questi ultimi erano nell'auto con De Grazia il giorno della sua morte improvvisa. Il 1994 è anche l'anno dell'omicidio della giornalista Rai Ilaria Alpi e del suo operatore Miran Hrovatin avvenuto a Mogadiscio il 20 marzo di quell'anno. La Alpi stava indagando su un traffico d'armi e materiali tossici tra Somalia e Italia controllato dai "signori della guerra", attorno ai quali gravitavano figure di faccendieri e contractors italiani e somali. Senza il controllo dello Stato sulle coste del paese del corno d'Africa, le acque erano diventate una discarica di materiali inquinanti di ogni tipo, anche nucleari. Il collegamento con la 'ndrangheta fu individuato in una compagnia di navigazione commerciale, la Shifco, che aveva in uso una flotta regalata ai Somali da Bettino Craxi. Attorno alla società gravitava il faccendiere italiano Giancarlo Marocchino, un uomo vicino al signore della guerra Ali Mahdi. Il viaggio della Alpi e di Hrovatin nella città portuale di Bosaso, considerata il fulcro del traffico di sostanze tossiche e di armi e dove la Shifco aveva la propria base logistica fu l'ultimo per la giornalista ed il suo accompagnatore prima di essere assassinati a Mogadiscio e aprire in seguito alla loro morte un iter giudiziario pieno di incongruenze procedurali, omissioni e un condannato, Hashi Hassan, che dieci anni più tardi verrà scagionato e risarcito. Per quanto riguarda la convergenza dell'omicidio Rostagno sulla vicenda del capitano De Grazia sono emersi negli anni molti elementi che riconducono il delitto al traffico di sostanze tossiche dalla Somalia alle coste italiane. Mauro Rostagno, ex esponente di Lotta Continua e fondatore della comunità Saman, fu ucciso in Sicilia, a Lenzi di Valderice (Trapani) il 26 settembre 1988 da sicari mafiosi. Il filo conduttore che porta al traffico di armi e sostanze tossiche fu individuato nell'attività di Saman impegnata in aiuti umanitari proprio in Somalia e in due figure ambigue che gravitavano attorno al fondatore Rostagno, Francesco Cardella e Giuseppe Camisa detto "Jupiter", che saranno a Mogadiscio il giorno dell'omicidio della Alpi e di Hrovatin. Ma soprattutto Rostagno era stato un testimone scomodo. Poco prima della sua morte, infatti, aveva visto scaricare casse di armi da un aereo militare atterrato nell'aeroporto abbandonato di Kinisia (Trapani), una vecchia pista d'atterraggio utilizzata durante la guerra. Di questo episodio il fondatore di Saman parlò proprio ad Ilaria Alpi poco prima di essere trucidato. Anche il maresciallo del Sismi Vincenzo Li Causi (uno dei liberatori del generale Dozier dalla prigione delle Brigate Rosse) sapeva di Kinisia e aveva scoperto un arsenale nel territorio di Alcamo. Li Causi aveva partecipato alla missione italiana in Somalia e aveva avuto rapporti con la Alpi. Fu ucciso in un imboscata a Balad nel novembre 1993. Il giorno successivo avrebbe dovuto comparire di fronte al giudice Felice Casson per riferire su Gladio, l'operazione Stay Behind e il traffico di armi e scorie dalla Somalia. Addirittura nel quadro del traffico di scorie nucleari si chiama in causa anche la strage di Ustica. Secondo una tesi portata avanti dal libro Avvelenati, gli autori Giuseppe Baldassarre e Manuela Iatì sostengono che il Dc-9 Itavia avrebbe avuto a bordo materiale nucleare proveniente dal centro Enea di Rondella in viaggio verso i paesi del Medio Oriente dopo l'imbarco clandestino a Bologna.Tutte queste piste che conducevano in Somalia, i personaggi coinvolti nelle indagini, si ritrovarono nei documenti in possesso del capitano De Grazia. Studiando le carte nautiche e le rotte delle navi "a perdere" affondate al largo delle coste calabresi, i documenti di carico e le rotte, il Capitano di Fregata arrivò in provincia di Pavia, nel comune di Garlasco anche in seguito alla segnalazione degli investigatori di Brescia. Qui aveva sede la O.D.M., una società presieduta dall'ingegnere Giorgio Comerio, che si era specializzata nel campo dello smaltimento dei rifiuti radioattivi tramite il brevetto di speciali siluri che sarebbero stati "sparati" a 40 metri sotto il fondale marino con garanzia di tenuta per 20mila anni. L'azienda dell'ingegnere originario di Busto Arsizio riguardava però anche il settore degli armamenti ed aveva allo studio le "telemine", un sistema d'arma innovativo per cui si erano interessate le forze armate di diversi Paesi del mondo. Natale di Grazia arrivò a Garlasco dopo aver studiato approfonditamente le storie, le rotte ed i carichi delle "navi a perdere" (nel 1994 era arrivato a indicarne 23 tutte affondate dolosamente). Interrogò anche i registri dei Lloyd londinesi, le grandi compagnie di assicurazione navali e cominciò ad annotare evidenti discrepanze sui percorsi e sui carichi di alcune di esse. Nel 1990 sulla costa nei pressi di Amantea (Cosenza) si era spiaggiata la nave "Jolly Rosso" della flotta di Ignazio Messina. Costruita nel 1968, la nave ro-ro (in termini comuni un ex traghetto) era stata oggetto di un'ispezione della Capitaneria di Porto di Vibo Valentia che aveva rilevato presenza di sostanze radioattive. Tra le carte di bordo furono trovati documenti che rimandavano alla società dell'ingegner Comerio. Poco prima della sua morte, il capitano De Grazia stava indagando sull'affondamento di una nave cargo, la Rigel, un cargo battente bandiera maltese che si inabissò il 21 settembre 1987 venti miglia al largo di Capo Spartivento. Durante la perquisizione nella casa di Comerio a Garlasco, De Grazia scoprì che tra le carte era conservato un appunto che alla data dell'affondamento del cargo recitava in inglese "lost the ship" ossia la nave è persa. Tra gli altri documenti scottanti, il pool investigativo scoprì una copia della constatazione di decesso di Ilaria Alpi, redatto inizialmente a Mogadiscio a bordo della nave della Marina Militare "Garibaldi". Il viaggio verso La Spezia era stato programmato proprio per approfondire le indagini sulla nave fantasma Rigel e per l'incontro con una fonte confidenziale che avrebbe potuto rivelare il punto esatto dove si trovava il relitto. In quei mesi del 1995 tuttavia il carattere del capitano De Grazia era mutato improvvisamente. Appariva impaurito, diffidente e silente. Aveva confidato ai colleghi di sentirsi pedinato, osservato. Erano i giorni precedenti al tragico 12 dicembre 1995 che terminerà all'ospedale di Nocera Inferiore. Sorprende ancora oggi quello che fu l'iter legato all'esame autoptico sul corpo del capitano della Guardia Costiera. L'autopsia venne svolta dalla dottoressa Simona del Vecchio, allora da poco specializzata in medicina legale. Il referto non fece alcun cenno alla possibilità di un avvelenamento o di una ipotetica morte in seguito a violenza. Si limitò ad archiviare il caso come arresto cardiocircolatorio improvviso dovuto ad un collasso cardiaco. Caso chiuso. Non per la famiglia di De Grazia, che per bocca del cognato portò avanti la domanda di un nuovo esame autoptico anche alla luce della personale testimonianza sul cadavere del capitano, sul cui corpo avrebbe ravvisato segni apparentemente compatibili con la tortura. Incredibilmente, alla riesumazione del corpo del capitano, la seconda autopsia fu affidata nuovamente alla Del Vecchio, che ovviamente non si contraddisse e confermò anche di aver già ravvisato e refertato un cuore ipotrofico e in sofferenza. Il quadro clinico parve molto strano considerando l'età (39 anni) e la forma atletica di De Grazia. La dottoressa Del Vecchio sarà in seguito condannata per una serie di autopsie fantasma stilate durante il servizio presso la Asl di Imperia. Anche il cammino per il riconoscimento ufficiale del sacrificio compiuto da Natale De Grazia è stato lungo e pieno di ostacoli. Non essendo ufficialmente avvallata la morte per causa di servizio in quanto contrastante con la causa naturale del decesso (!) la pratica fu più volte respinta, e la medaglia al Valore arriverà solo nel 2004 per mano di Carlo Azeglio Ciampi. Ancor più doloroso l'iter per il riconoscimento dei benefici riconosciuti alla famiglia del capitano morto in servizio. La domanda fu respinta dall'allora Presidente Giorgio Napolitano e sarà accolta solo nel 2013, quando De Grazia sarà considerato ufficialmente vittima del dovere. Alla sua morte il pool di Reggio Calabria subì un colpo durissimo, tanto che le indagini subiranno uno stallo e il gruppo si scioglierà poco dopo. Il sacrificio del Capitano di Fregata Natale De Grazia attende ancora giustizia. Per un ulteriore approfondimento sulla vicenda di Natale De Grazia è disponibile il volume di Giampiero Cazzato e Marco di Milla Navi Mute (All Around Editore).
Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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Pasquale Stanzione (Ansa)
Perché è importante la sua età? Come ci ricorda l’ex ministro per gli Affari regionali nei governi Renzi e Gentiloni, ex vicesegretario di Azione e oggi deputato di Fi, Enrico Costa, Stanzione venne scelto dal Pd, non tanto per le sue competenze, ma proprio per la sua età, che avrebbe permesso di scalzare un altro candidato eccellente, Ignazio La Russa. L’attuale presidente del Senato, infatti, cinque anni fa, quando aveva 73 anni, ambiva a ricoprire proprio il ruolo di Garante per la protezione dei dati. Ma il meccanismo che venne straordinariamente introdotto quella volta, non gli permise di conquistare quel posto. «Perché nel 2020 il Pd ha scelto Stanzione come commissario e poi Garante della privacy? Per competenza, per appartenenza, per le pubblicazioni? Niente di tutto ciò. Venne scelto per anzianità», scrive Costa su X. «I commissari privacy vengono eletti da Camera e Senato. Due eletti dal centrodestra, due dal centrosinistra. Tra di loro si elegge il presidente. A parità di voti vince il più anziano. Siccome La Russa non nascose il desiderio di fare il Garante, il Pd corse ai ripari per impedirglielo. Come? Scorrendo l’elenco dei candidati, non alla voce “cv”, ma alla voce “data di nascita”». Nome dopo nome, l’attenzione dei dem si fermò sulla domanda di “Stanzione Pasquale, nato il 3 luglio 1945”, due anni in più di La Russa. A quel punto Stanzione diventò il candidato anziano del Pd». Peraltro entrambi nati in luglio, ma per La Russa la corsa si interruppe lì. «Ecco la genesi di Stanzione presidente a cura delle menti sopraffine della sinistra», commenta Costa. «Magari era pure bravo ma non era quella la priorità in quel momento. La priorità era non far vincere La Russa. Fu scelto da loro e votato da loro. Il M5s aveva scelto Guido Scorza. La Lega Ginevra Cerrina Feroni. E Fratelli d’Italia Agostino Ghiglia. Ricordo questa storiella a chi parla di asservimento del Garante alla politica, ma dimentica qualche dettaglio. E la ricordo a quei dem che oggi fanno gli indignati. Fanno finta di nulla e fischiettano come i passanti».
Giovedì, infatti, la Procura di Roma ha ordinato la perquisizione della sede romana del Garante della privacy, e delle case a Roma, Torino, Firenze e Salerno dei quattro membri del collegio direttivo, incluso il presidente Stanzione, tutti indagati. Nelle accuse si legge di una gestione «abbastanza disinvolta» delle spese pubbliche e viene riportata una serie di episodi in cui i membri del collegio avrebbero usato in modo improprio fondi a cui avevano accesso. Inoltre, i membri del collegio si sarebbero fatti influenzare nelle loro decisioni in cambio di favori o denaro: i reati ipotizzati sono peculato e corruzione. La Procura dice che, dal 2021 al 2024, le spese per il collegio direttivo sono aumentate del 46 per cento. L’eccedenza sarebbe riconducibile «a rimborsi per viaggi, voli aerei in business, soggiorni in hotel di lusso, cene, servizi di lavanderia, fitness e cura della persona». Tra le accuse a Stanzione c’è anche quella di aver comprato carne per oltre 6.000 euro in una famosa macelleria e di essersi fatto rimborsare le spese dell’affitto della sua casa a Roma per 3.700 euro al mese, quando l’affitto era di 2.900 euro. Ieri, in serata, Scorza, membro del collegio del Garante (accusato di per peculato e corruzione), si è dimesso. Ma il Pd continua a fischiettare.
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Matteo Renzi (Ansa)
È una chiamata alle armi, nel senso di turibolo da sacrestia. È un segnale di fumo a Ernesto Maria Ruffini e al suo «Più Uno», l’ammucchiata cattodem che si sta strutturando. Ma soprattutto è un siluro al Nazareno a trazione Elly Schlein e al campo largo, che Renzi boccia senza pudore dopo aver tentato in tutti i modi di entrarci come stampella morotea. A un anno abbondante dalle elezioni i movimenti politici pseudo-centristi hanno l’urgenza di definire un perimetro che somiglia al lodo Garofani, a quell’uscita natalizia del consigliere per la Difesa del Quirinale nella quale veniva auspicato «un provvidenziale scossone» per sconfiggere il centrodestra, con la chiosa: «Basterebbe una grande lista civica nazionale». Sotto il prestigioso cappello, ça va sans dire, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la più margheritosa delle margherite.
È l’obiettivo dell’ex Gabelliere dell’Agenzia delle entrate. È il punto di approdo di «Comunità riformista» e dei ramoscelli sparsi dell’Ulivo prodiano. Adesso anche di Renzi, che sogna di diventarne il leader, o meglio il federatore. Ecco perché aggiunge: «Non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Ma c’è un punto, chi entra non sta alla finestra e chi viene, viene a dare una mano. Questa è casa riformista, che fa vincere o perdere le elezioni, che decide se al Quirinale ci va una persona normale o no». Per normali, con un accenno di razzismo politico, intende coloro che piacciono a lui.
Francesco Saverio Garofani non può che stappare un’altra bottiglia. Quella che il nostro giornale anticipò e venne definita «un ridicolo sconfinamento» dal Colle, in realtà era una profezia. E il senatore di Scandicci - primo elettore di Mattarella da premier nel 2015 e sponsor del consigliere profeta nella sua avventura piddina - intende avverarla chiamando in causa soprattutto sindaci e riformisti del Pd, i più critici della gestione Schlein appiattita sul M5s e sulla Cgil estremista di Maurizio Landini. Gli fanno comodo. E infatti conclude: «Da soli non bastiamo, allargare le porte è indispensabile. Iv ha questo compito, dare una grande mano perché c’è un governo che sta impoverendo l'Italia. E l’opposizione deve smetterla di piangersi addosso, deve fare opposizione sui contenuti. Anche perché non va sottovalutato l’effetto Vannacci, che a destra porterà via il 3%».
Renzi spera di coalizzare il centrosinistra rosè, quello della «provvidenza» mattarelliana che va da Paolo Gentiloni ad Andrea Riccardi con tutto il Sant’Egidio; dal cardinal Matteo Zuppi ai gesuiti vaticani; da Dario Franceschini (anche se ha da poco varato il Correntone guardando a sinistra) a Graziano Delrio; dagli amici di Base riformista messi in un angolo nel Pd ai possibili esodati dalla segretaria che ha in mano le prossime liste elettorali. Al Nazareno è infatti in atto una guerriglia sotterranea per la deroga al tetto delle tre legislature, come da statuto. Riguarda 37 big. C’è chi la otterrà facilmente (gli ex ministri e gli ex capogruppo), chi con qualche escamotage (la durata temporale dei mandati, compresi i festivi), ma i peones rischiano grosso e la forbice è nelle mani della segretaria.
I riformisti si sentono nel mirino dopo che il presidente del partito, Stefano Bonaccini, li ha definiti «socialdemocratici da salotto». Un mese fa erano tutti alla convention di Siena guidati da ex sindaci che fanno il pieno di voti come Antonio Decaro e Giorgio Gori. Fra loro, numeri uno dell’epoca renziana come Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Marco Nannicini, oggi defilati. Non per niente ieri ad applaudire l’ex premier c’era il Vanity borgomastro di Milano, Beppe Sala. Quando l’ha visto, Renzi si è lanciato in un’invettiva contro il Pd milanese, che qualche giorno fa (parole del segretario Alessandro Capelli) aveva auspicato una discontinuità per lanciare la candidatura di Pierfrancesco Majorino. «A Milano vinciamo da 15 anni, la discontinuità è se perdiamo», ha tuonato Renzi. «I dem milanesi hanno commesso un errore da dilettanti perché la discontinuità ha un nome e un cognome: Matteo Salvini».
Garofani del Colle, cattodem, riformisti e sindaci: la scacchiera del leader di Iv al servizio del centrosinistra è quasi completa. A lui piacerebbe dare un attico con vista sulla torre di Babele anche a Forza Italia. Blandisce e strizza l’occhio invano. Per ora siamo alla risposta di Piersilvio Berlusconi: «Renzi è privo di credibilità politica». Margherita 4.0, nuova casa riformista. Il Metternich di Rignano si atteggia a gran visir ma su di lui aleggia pur sempre il giudizio del suo ex alleato naturale, Carlo Calenda: «La sua è la meravigliosa politica del ‘ndo cojo cojo».
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Gerry Cardinale (Getty Images)
Dopo circa 3 anni e mezzo infatti la telenovelas del vendor loan da 489 milioni, il prestito del venditore all’acquirente, per il trasferimento del club dal fondo Elliott a RedBird, ha le ore contate. Da tempo Gerry Cardinale (fondatore di RedBird) è a caccia un soggetto finanziario disposto ripagare il fido che intanto, con gli interessi, è arrivato a quota 566 milioni, e secondo diversi fonti sarebbe prossimo ad arrivare a dama.
Chi ci sia dietro l’operazione al momento non è certo. Il nome più accreditato, per la prima volta è apparso sul sito Calcio e Finanza, è quello di Manulife Comvest, gruppo che fornisce finanziamenti a società private per accompagnarle nei processi di crescita e ristrutturazione. Il suo focus è il mercato nordamericano di fascia media e come rivelato dalla Verità ha già un piede nel Milan avendo preso garanzie su Redbird in virtù di un finanziamento che fa capo alla Ccp Agency (gruppo Manulife Comvest) ed ha come debitori la Rb Fc Holdings Fund IV Intermediate e la scatola che nell’albero di controllo del Milan le sta appena sopra, la RedBird Capital Partners Fund IV GenPar.
L’altro nome che è circolato è ben più noto alle cronache calcistiche e finanziarie. Parliamo di Apollo Sports Capital che ha già la maggioranza dell’Atletico Madrid oltre ad aver chiuso diversi investimenti nel mondo del tennis. In questo caso si tratterebbe di un mero rifinanziamento.
Di certo se l’operazione dovesse andare in porto, a cascata ci saranno ripercussioni anche sull’assetto societario del club. Probabile la convocazione di un cda per informare i consiglieri della nuova situazione finanziaria e del rilascio del pegno che Sheva Investments Limited (la società delle Cayman attraverso la quale Elliott ha prestato i 489 milioni a RedBird) vanta sul Milan.
La gestione ne guadagnerebbe in chiarezza. Non si sono mai dissipati infatti i dubbi su una sorta di doppia regia, spesso in scontro, su tutte le decisioni prese dal board. A questo proposito sta per concludersi l’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza a seguito della passaggio del Milan tra i due fondi. E ovviamente cambierebbero alcuni nomi.
Molto probabilmente i primi ad uscire sarebbero Dominic Mitchell e Gordon Singer che sono stati indicati direttamente da Elliott e al loro posto subentrerebbero altre figure di riferimento del rifinanziatore.
Così come dei ragionamenti andrebbero fatti rispetto all’attuale amministratore delegato, Giorgio Furlani, e al direttore finanziario, Stefano Cocirio, anche loro provenienti da Elliott. Cocirio si salva grazie ai risultati, non tutti ovviamente ascrivibili all’attuale cfo. Sta di fatto il Milan dopo la gestione turbolenta dell’ultimo periodo Berlusconi e quella dissennata di Yonghong Li, ha inanellato una serie utili (profitti per tre anni di seguito) e ha chiuso l’ultimo bilancio con il record di ricavi, a quota 494,5 milioni. Per Furlani la questione è diversa.
La sua gestione è stata spesso criticata, in primis dai tifosi, e i dissidi con Zlatan Ibrahimović (il consulente diretto di Gerry Cardinale mai entrato formalmente nell’organico del Milan) sono apparsi in alcune occasioni plateali. In passato si era parlato di Damien Comolli, l’ex Tolosa che poi si è accasato alla Juventus, per prendere il suo posto. E adesso il nome caldo è quello di Massimo Calvelli, l’ex ad dell’Atp (Association of Tennis Professionals) che nel giugno del 2025 ha lasciato il ruolo che ricopriva con successo dal 2020 per approdare in casa RedBird.
Il passaggio, a novembre, nel consiglio di amministrazione del Milan è stato quasi naturale, così come potrebbe essere altrettanto naturale la scalata verso la gestione della società. L’ingresso di Calvelli (fiorentino ex tennista e finalista nel 1990 del torneo Avvenire a Milano) rappresenta un passo importante nella strategia di RedBird, orientata a consolidare il legame tra la dimensione sportiva e quella economica del club.
«Con la cessione di San Siro all’orizzonte e la costruzione di nuove sinergie commerciali», si leggeva nel comunicato di presentazione del club, «il Milan punta a rafforzare la propria governance con figure di comprovata esperienza internazionale. L’era RedBird continua a evolversi, e il Milan sembra pronto a scrivere un nuovo capitolo nel suo percorso di crescita, tra tradizione italiana e visione globale». Sapremo a breve se con una nuova figura sulla tolda di comando.
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