True
2024-06-19
Campo largo in piazzetta senza nulla da dire
Giuseppe Conte ed Elly Schlein (Ansa)
«Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?»: l’assenza di Azione e Italia viva alla manifestazione di ieri delle opposizioni in Piazza Santi Apostoli a Roma fa tornare in mente la famosa frase di Nanni Moretti in Ecce Bombo. L’iniziativa, organizzata per dire «no» all’Autonomia differenziata e al premierato, e per protestare contro l’aggressione subita in Aula alla Camera la scorsa settimana dal deputato M5s Leonardo Donno, vede la presenza di Pd, M5s, Avs, Psi e +Europa.
In una piazza, stretta come si è rivelato essere pure il famoso campo, sventolano le bandiere di questa coalizione di centrosinistra che tenta di cementarsi intorno a due temi di stringente attualità: il premierato, che dovrà superare la prova del referendum, e l’Autonomia, che entrerà invece in vigore appena approvata definitivamente dal Parlamento, ma che pure, nelle intenzioni di alcuni leader dell’opposizione, potrebbe diventare materia di consultazione popolare. Lo spazio è minuscolo e lo ammette senza volerlo pure la Schlein: «La prossima volta saremo in una piazza più grande».
Le assenze di Matteo Renzi e Carlo Calenda pesano, ma fino a un certo punto: le Europee hanno affossato i due partitini centristi, il progetto del Terzo polo è materia per gli archeologi della politica, mentre Forza Italia cresce ed è ormai stabilmente il punto di riferimento degli elettori che si collocano al «centro», una dinamica favorita dalla radicalizzazione a sinistra del Pd targato Elly Schlein.
A proposito di bandiere: insieme a quelle dei partiti ci sono i tricolori, i drappi arcobaleno, quelli dell’Europa. Bella ciao d’ordinanza, cartelli che attaccano il centrodestra con le scritte «Dittatori d’Italia altro che fratelli» e «Aggressione in Parlamento», ma lo slogan più significativo è quello che urla la piazza rivolgendosi ai leader: «Unità! Unità!». Del resto, se le Europee hanno certificato la crescita del centrodestra, sono state utili anche per sciogliere alcuni nodi del campo avverso, che mai sarà più chiamato largo: Giuseppe Conte deve rinunciare ai sogni di leadership, il che paradossalmente rende più stabile l’alleanza con Elly Schlein e con i gemelli diversi Bonelli&Fratoianni, ringalluzziti dal successo elettorale. Certo, alla luce dei risultati delle Europee tra centrodestra e centrosinistra ci sono ben 7 punti di distacco, ma i leader dell’opposizione non hanno altra scelta che fare di necessità virtù e rinsaldare questa coalizione, con la speranza che il traino dei referendum la faccia diventare competitiva per i prossimi appuntamenti elettorali, dalle Regionali alle Politiche. Conte e la Schlein si abbracciano in piazza, dove ci sono anche le delegazioni di Cgil e Anpi, e a proposito di Regionali si fa vedere anche Vincenzo De Luca, governatore campano che intende ricandidarsi sfruttando il mancato recepimento da parte del Consiglio regionale della legge quadro nazionale che stabilisce il limite di due mandati: ha già pronte almeno 15 liste ed è certo di poter fare a meno del Pd.
De Luca non rinuncia a una battuta provocatoria: «La Meloni non vincerà il referendum sul premierato», sibila il governatore campano, «gli italiani non hanno voglia di mettere il Paese in mano a... non dico brutte parole». «C’è un patto scellerato tra le forze di maggioranza», dice Conte dal palco, «Fdi paga questo prezzo politico e svende l’unità d’Italia procacciandosi i voti per il premierato a scapito della nostra Repubblica. Dopo l’approvazione dell’Autonomia avremo la cessione alle Regioni di 23 materie: spacca Italia, questo il nome che si merita questa riforma. Dobbiamo spiegarlo al Nord: i cittadini non devono cadere nella trappola, a pagare questo disegno saranno tutti». «Oggi comincia quel piccolo passo ma significativo», attacca Angelo Bonelli, «per costruire l’unità delle opposizioni e mandare Giorgia Meloni a casa. Questa è una piazza molto importante da cui lanciamo un segnale al Paese. Il Paese ha cominciato a capire che questo è un governo di una destra pericolosa, camuffata, che vuole eliminare i poteri di garanzia del capo dello Stato, vuole svendere il Sud a Matteo Salvini e per questo è necessario che le opposizioni comincino ad essere unite».
Si gode il suo momento di gloria pure Leonardo Donno, che sale sul palco con il Tricolore, in riferimento alla ormai famigerata provocazione in Aula alla Camera: «Non ci faremo intimidire», si esalta Donno, «se sventolare un Tricolore è una provocazione, sventoliamolo più forte. Se spaventa le destre, sventoliamolo più forte. Facendoli indietreggiare riusciremo a mandarli a casa».
La chiusura tocca a Elly Schlein: «Mi appello a tutte le forze di opposizione», dice Elly, «basta divisioni. Teniamoci strette le differenze, che sono importanti se riusciamo a metterle a valore. È un passaggio cruciale della storia italiana ed europea. Facciamoci trovare pronti, uniti e compatti. In Senato è passato il premierato, la sedicente patriota, pur di portare avanti la sua riforma, spacca l’Italia perché stanno forzando per portare avanti l’Autonomia. Li fermeremo insieme, li dobbiamo fermare».
Conte e Grillo si beccano a distanza ma la rissa fa più gioco a Giuseppi
Beppe Grillo torna a stuzzicare Giuseppe Conte, ma alla fine… dei conti le battute del comico genovese, seppure abbastanza velenose, fanno proprio il gioco dell’attuale leader del M5s. «È un momento storico», ha detto Grillo aprendo il suo spettacolo a Fiesole, «ho incontrato Conte, mi ha fatto un po’ tenerezza: ha preso più voti Silvio Berlusconi da morto che lui da vivo. Conte deve capire che io sono essenziale e non so come andrà a fine con lui...».
Ieri Conte ha commentato le stoccate di Grillo: «Il destino del Movimento», ha detto Giuseppi, «non è nelle mani di Grillo. È nelle mani di un’intera comunità che deciderà del suo futuro all’assemblea costituente del prossimo settembre. Questa riflessione è già iniziata. L’assemblea congiunta, il consiglio nazionale: hanno parlato tutti e quindi abbiamo rinviato per le decisioni a questa assemblea costituente. Di essenziale», ha aggiunto Conte, «non c’è la singola persona. Di essenziale c’è la comunità che ormai è fatta da gente seria, matura, che deciderà del proprio destino».
Conte replica anche a Virginia Raggi, che commentando le battute di Grillo ha messo in discussione la politica delle alleanze: «Il M5s», ha detto la Raggi al Corriere della Sera, deve ritrovare una delle proprie caratteristiche: essere alternativo al sistema politico tradizionale. Schiacciarsi sulle posizioni della destra, come accaduto quando ci si è alleati con la Lega al governo, o con la sinistra, ci snatura e rende irriconoscibili. Dobbiamo presentare i temi e farci seguire su questi come abbiamo già fatto con il reddito di cittadinanza». La Raggi, dunque, critica l’alleanza con la sinistra.
Conte ha replicato anche a lei: «Il M5s si colloca assolutamente nel campo progressista», ha risposto Giuseppi, «poi se qualcuno ha inclinazioni di destra ne tragga le conseguenze. Con Grillo ho parlato a lungo, un’ora e mezza. Abbiamo scherzato, riso, l’ho lasciato in ottima forma, assolutamente coinvolto e pimpante. Poi lasciamogli fare liberamente le battute che ritiene. Alla battuta che ha fatto su Berlusconi, forse ho trovato più originale quella su Draghi grillino, anche se più dannosa per la comunità M5s».
Fin qui le dichiarazioni in pubblico, ma siamo sicuri che, come molti media hanno sostenuto, le battute al vetriolo di Grillo sono il segnale che il fondatore stia lavorando per sostituire Giuseppi alla guida del M5s, piazzando al posto dell’ex premier qualche esponente della vecchia guardia? «Grillo è il solito», dice alla Verità una fonte interna a conoscenza di tutte le dinamiche penta stellate, «di Conte ha parlato sempre malissimo, mi stupisce la caciara su queste battute. È un uomo di spettacolo, sa perfettamente che con queste sparate attrae pubblico e si conquista visibilità sui media. Al di là delle battute, Beppe ha fatto a Conte un enorme favore, chiudendo la porta a ogni ipotesi di eliminazione della regola dei due mandati». E qui bisogna fare un salto indietro di qualche giorno: Grillo e Conte si sono incontrati venerdì scorso, per fare il punto sui risultati delle Europee, e quello che è venuto fuori è che Giuseppi sarebbe favorevole ad abolire il limite dei due mandati per irrobustire le liste elettorali e Grillo contrario. «Guardate lo storico del M5s», dice la nostra fonte, «il Movimento alle Europee va sempre sotto le politiche. La favoletta che occorre eliminare il vincolo dei due mandati per risalire è messa in circolazione da chi è fuori gioco e vuole rientrarci: la Raggi, Paola Taverna, Roberto Fico, Alfonso Bonafede, che sfruttano la paura di chi ora è al secondo mandato. Alle prossime politiche, Conte farà piazza pulita, grazie ai due mandati, e il M5s sarà il partito di Conte. A quel punto, quando sarà lui al secondo mandato...». Il nostro interlocutore ride di gusto. Non c’è bisogno di aggiungere altro.
Continua a leggereRiduci
Per manifestare l’opposizione sceglie uno spazio minuscolo. Ed Elly Schlein lo ammette anche: «Il prossimo sarà più grande». L’unico collante resta la ritrita lotta al fascismo. Matteo Renzi e Carlo Calenda non si fanno vedere. Passerella per il masaniello Vincenzo De Luca.Giuseppe Conte replica a Beppe Grillo: «Nessuno è essenziale». Sullo sfondo il nodo dei mandati.Lo speciale contiene due articoli.«Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?»: l’assenza di Azione e Italia viva alla manifestazione di ieri delle opposizioni in Piazza Santi Apostoli a Roma fa tornare in mente la famosa frase di Nanni Moretti in Ecce Bombo. L’iniziativa, organizzata per dire «no» all’Autonomia differenziata e al premierato, e per protestare contro l’aggressione subita in Aula alla Camera la scorsa settimana dal deputato M5s Leonardo Donno, vede la presenza di Pd, M5s, Avs, Psi e +Europa. In una piazza, stretta come si è rivelato essere pure il famoso campo, sventolano le bandiere di questa coalizione di centrosinistra che tenta di cementarsi intorno a due temi di stringente attualità: il premierato, che dovrà superare la prova del referendum, e l’Autonomia, che entrerà invece in vigore appena approvata definitivamente dal Parlamento, ma che pure, nelle intenzioni di alcuni leader dell’opposizione, potrebbe diventare materia di consultazione popolare. Lo spazio è minuscolo e lo ammette senza volerlo pure la Schlein: «La prossima volta saremo in una piazza più grande».Le assenze di Matteo Renzi e Carlo Calenda pesano, ma fino a un certo punto: le Europee hanno affossato i due partitini centristi, il progetto del Terzo polo è materia per gli archeologi della politica, mentre Forza Italia cresce ed è ormai stabilmente il punto di riferimento degli elettori che si collocano al «centro», una dinamica favorita dalla radicalizzazione a sinistra del Pd targato Elly Schlein. A proposito di bandiere: insieme a quelle dei partiti ci sono i tricolori, i drappi arcobaleno, quelli dell’Europa. Bella ciao d’ordinanza, cartelli che attaccano il centrodestra con le scritte «Dittatori d’Italia altro che fratelli» e «Aggressione in Parlamento», ma lo slogan più significativo è quello che urla la piazza rivolgendosi ai leader: «Unità! Unità!». Del resto, se le Europee hanno certificato la crescita del centrodestra, sono state utili anche per sciogliere alcuni nodi del campo avverso, che mai sarà più chiamato largo: Giuseppe Conte deve rinunciare ai sogni di leadership, il che paradossalmente rende più stabile l’alleanza con Elly Schlein e con i gemelli diversi Bonelli&Fratoianni, ringalluzziti dal successo elettorale. Certo, alla luce dei risultati delle Europee tra centrodestra e centrosinistra ci sono ben 7 punti di distacco, ma i leader dell’opposizione non hanno altra scelta che fare di necessità virtù e rinsaldare questa coalizione, con la speranza che il traino dei referendum la faccia diventare competitiva per i prossimi appuntamenti elettorali, dalle Regionali alle Politiche. Conte e la Schlein si abbracciano in piazza, dove ci sono anche le delegazioni di Cgil e Anpi, e a proposito di Regionali si fa vedere anche Vincenzo De Luca, governatore campano che intende ricandidarsi sfruttando il mancato recepimento da parte del Consiglio regionale della legge quadro nazionale che stabilisce il limite di due mandati: ha già pronte almeno 15 liste ed è certo di poter fare a meno del Pd. De Luca non rinuncia a una battuta provocatoria: «La Meloni non vincerà il referendum sul premierato», sibila il governatore campano, «gli italiani non hanno voglia di mettere il Paese in mano a... non dico brutte parole». «C’è un patto scellerato tra le forze di maggioranza», dice Conte dal palco, «Fdi paga questo prezzo politico e svende l’unità d’Italia procacciandosi i voti per il premierato a scapito della nostra Repubblica. Dopo l’approvazione dell’Autonomia avremo la cessione alle Regioni di 23 materie: spacca Italia, questo il nome che si merita questa riforma. Dobbiamo spiegarlo al Nord: i cittadini non devono cadere nella trappola, a pagare questo disegno saranno tutti». «Oggi comincia quel piccolo passo ma significativo», attacca Angelo Bonelli, «per costruire l’unità delle opposizioni e mandare Giorgia Meloni a casa. Questa è una piazza molto importante da cui lanciamo un segnale al Paese. Il Paese ha cominciato a capire che questo è un governo di una destra pericolosa, camuffata, che vuole eliminare i poteri di garanzia del capo dello Stato, vuole svendere il Sud a Matteo Salvini e per questo è necessario che le opposizioni comincino ad essere unite». Si gode il suo momento di gloria pure Leonardo Donno, che sale sul palco con il Tricolore, in riferimento alla ormai famigerata provocazione in Aula alla Camera: «Non ci faremo intimidire», si esalta Donno, «se sventolare un Tricolore è una provocazione, sventoliamolo più forte. Se spaventa le destre, sventoliamolo più forte. Facendoli indietreggiare riusciremo a mandarli a casa». La chiusura tocca a Elly Schlein: «Mi appello a tutte le forze di opposizione», dice Elly, «basta divisioni. Teniamoci strette le differenze, che sono importanti se riusciamo a metterle a valore. È un passaggio cruciale della storia italiana ed europea. Facciamoci trovare pronti, uniti e compatti. In Senato è passato il premierato, la sedicente patriota, pur di portare avanti la sua riforma, spacca l’Italia perché stanno forzando per portare avanti l’Autonomia. Li fermeremo insieme, li dobbiamo fermare».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/campo-largo-senza-nulla-dire-2668543183.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conte-e-grillo-si-beccano-a-distanza-ma-la-rissa-fa-piu-gioco-a-giuseppi" data-post-id="2668543183" data-published-at="1718764242" data-use-pagination="False"> Conte e Grillo si beccano a distanza ma la rissa fa più gioco a Giuseppi Beppe Grillo torna a stuzzicare Giuseppe Conte, ma alla fine… dei conti le battute del comico genovese, seppure abbastanza velenose, fanno proprio il gioco dell’attuale leader del M5s. «È un momento storico», ha detto Grillo aprendo il suo spettacolo a Fiesole, «ho incontrato Conte, mi ha fatto un po’ tenerezza: ha preso più voti Silvio Berlusconi da morto che lui da vivo. Conte deve capire che io sono essenziale e non so come andrà a fine con lui...». Ieri Conte ha commentato le stoccate di Grillo: «Il destino del Movimento», ha detto Giuseppi, «non è nelle mani di Grillo. È nelle mani di un’intera comunità che deciderà del suo futuro all’assemblea costituente del prossimo settembre. Questa riflessione è già iniziata. L’assemblea congiunta, il consiglio nazionale: hanno parlato tutti e quindi abbiamo rinviato per le decisioni a questa assemblea costituente. Di essenziale», ha aggiunto Conte, «non c’è la singola persona. Di essenziale c’è la comunità che ormai è fatta da gente seria, matura, che deciderà del proprio destino». Conte replica anche a Virginia Raggi, che commentando le battute di Grillo ha messo in discussione la politica delle alleanze: «Il M5s», ha detto la Raggi al Corriere della Sera, deve ritrovare una delle proprie caratteristiche: essere alternativo al sistema politico tradizionale. Schiacciarsi sulle posizioni della destra, come accaduto quando ci si è alleati con la Lega al governo, o con la sinistra, ci snatura e rende irriconoscibili. Dobbiamo presentare i temi e farci seguire su questi come abbiamo già fatto con il reddito di cittadinanza». La Raggi, dunque, critica l’alleanza con la sinistra. Conte ha replicato anche a lei: «Il M5s si colloca assolutamente nel campo progressista», ha risposto Giuseppi, «poi se qualcuno ha inclinazioni di destra ne tragga le conseguenze. Con Grillo ho parlato a lungo, un’ora e mezza. Abbiamo scherzato, riso, l’ho lasciato in ottima forma, assolutamente coinvolto e pimpante. Poi lasciamogli fare liberamente le battute che ritiene. Alla battuta che ha fatto su Berlusconi, forse ho trovato più originale quella su Draghi grillino, anche se più dannosa per la comunità M5s». Fin qui le dichiarazioni in pubblico, ma siamo sicuri che, come molti media hanno sostenuto, le battute al vetriolo di Grillo sono il segnale che il fondatore stia lavorando per sostituire Giuseppi alla guida del M5s, piazzando al posto dell’ex premier qualche esponente della vecchia guardia? «Grillo è il solito», dice alla Verità una fonte interna a conoscenza di tutte le dinamiche penta stellate, «di Conte ha parlato sempre malissimo, mi stupisce la caciara su queste battute. È un uomo di spettacolo, sa perfettamente che con queste sparate attrae pubblico e si conquista visibilità sui media. Al di là delle battute, Beppe ha fatto a Conte un enorme favore, chiudendo la porta a ogni ipotesi di eliminazione della regola dei due mandati». E qui bisogna fare un salto indietro di qualche giorno: Grillo e Conte si sono incontrati venerdì scorso, per fare il punto sui risultati delle Europee, e quello che è venuto fuori è che Giuseppi sarebbe favorevole ad abolire il limite dei due mandati per irrobustire le liste elettorali e Grillo contrario. «Guardate lo storico del M5s», dice la nostra fonte, «il Movimento alle Europee va sempre sotto le politiche. La favoletta che occorre eliminare il vincolo dei due mandati per risalire è messa in circolazione da chi è fuori gioco e vuole rientrarci: la Raggi, Paola Taverna, Roberto Fico, Alfonso Bonafede, che sfruttano la paura di chi ora è al secondo mandato. Alle prossime politiche, Conte farà piazza pulita, grazie ai due mandati, e il M5s sarà il partito di Conte. A quel punto, quando sarà lui al secondo mandato...». Il nostro interlocutore ride di gusto. Non c’è bisogno di aggiungere altro.
Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti e il premier Giorgia Meloni (Ansa)
Con il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, i due vicepremier, Matteo Salvini e Antonio Tajani, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi. Una riunione decisiva che avrà una ricaduta diretta sul Consiglio dei ministri di oggi che dovrà affrontare risolutivamente il nodo del caro carburanti.
A unire il campo largo invece in questo momento c’è poco se non una convinzione: Giuseppe Conte farebbe qualunque cosa pur di tornare a fare il premier. Non un semplice sospetto ma una certezza con cui deve fare i conti Elly Schlein. Da segretario del Pd e quindi del partito con maggior percentuale di voti, dovrebbe essere lei il punto di riferimento e l’interlocutore di chiunque volesse relazionarsi con le opposizioni in Italia. I fatti però hanno dimostrato tutto il contrario. L’incontro di Conte con Paolo Zampolli l’uomo di Donald Trump in Italia, infatti, dice tante cose. La prima è che da ex premier, il leader pentastellato è considerato l’uomo di riferimento dall’entourage del presidente degli Stati Uniti. Un fatto che Giuseppi ha tenuto a sbandierare. Il San Lorenzo è uno dei più noti locali di pesce a Roma, e come altri, viene spesso usato per incontri di lavoro ai più alti vertici. È nella categoria dei ristoranti dove si va «per farsi vedere». Ed è quindi così che dovrebbe arrivare il messaggio a Schlein. Forte e chiaro. «Il leader sono io», sembra dire, «lo sanno anche Oltreoceano».
Per Carlo Calenda, «Conte può incontrare Vladimir Putin e dire che è progressista, poi incontrare Trump e dire che è liberale, può fare la manifestazione “No Kings” e poi mandargli un messaggino. È concavo e convesso, dove lo metti sta e se dovesse saltare l’alleanza col centrosinistra lui per rientrare a Palazzo Chigi fa l’alleanza con Casapound e visto che c’è si porta dietro quello che è il secondo trasformista in Italia dopo di lui, cioè Matteo Renzi. Quindi sono una coppia perfetta», ironizza pungente. Poi aggiunge: «Schlein deve sapere e il Pd deve sapere che questa roba porterà alla scomparsa del Partito democratico, come già fu il Conte due. Io gli avevo detto: non lo fate e l’hanno fatto. Il Movimento 5 stelle era inesistente e adesso abbiamo un Movimento 5 stelle che contende la leadership al Partito democratico».
Ed è chiaro a tutti che il tema della leadership è estremamente divisivo, un elefante nella stanza che non può più continuare a esser ignorato. Eppure c’è chi rimanda il problema.
Goffredo Bettini, dirigente nazionale del Pd, in un editoriale pubblicato dal suo Rinascita, scrive: «Sono giorni che si parla solo di questo. Delle divisioni nella coalizione progressista, delle ambizioni che ognuno coltiva, dei reciproci sospetti e, infine, nelle ultime ore è divampata la ricerca verticistica, irrealistica, inopportuna del cosiddetto federatore». Per questo, per Bettini, su un punto «occorre essere chiari: troveremo il modo più largo, trasparente e sensato di scegliere il leader delle forze progressiste, il candidato premier. Allo stato attuale, tuttavia, occorre il più rapidamente possibile levare dal campo questo tema divisivo e prematuro. Questo affanno personalistico e distraente». Piuttosto, per l’esponente dem, «occorre agire da subito, insieme, come opposizione al governo Meloni, che allo stato attuale resta». E poi: «In secondo luogo, nel modo più ragionato, pacato e responsabile vanno create le condizioni perché i vari partiti della coalizione elaborino una posizione comune sulle grandi questioni del futuro. Non sono affatto pessimista».
All’ottimista Bettini si affianca Andrea Orlando, che rincara: «Penso che sia stato un errore precipitare la discussione sulle primarie, credo che la vittoria referendaria non si possa trasferire automaticamente nel campo politico. Lo può diventare se siamo in grado di far sì che tutto il popolo che ha partecipato al voto sia partecipe alla costruzione dell’alternativa. Si ridia la possibilità di partecipare non solo per andare a votare questo o quell’altro alle primarie ma per costruire dal basso un altro percorso alternativo a quello della destra».
Anche per Matteo Renzi, leader di Italia viva, bisogna stare sui temi. Per l’ex premier bisogna puntare tutto sulla sicurezza: «Il centrosinistra deve dire parole chiare. Su questo tema ci giochiamo le prossime elezioni ma soprattutto il futuro dei nostri ragazzi».
Schlein ha detto la sua due sere fa, ospite di Rete 4. «Io lavorerò come sempre per costruire un’alleanza. Ricordo che nel 2022 abbiamo perso le elezioni perché non c’era un’alleanza. Lavoriamo anzitutto sui programmi e poi naturalmente condivideremo la scelta del candidato premier e se saranno le primarie, io ho sempre detto benissimo, perché io sarò assolutamente disponibile a questo».
Continua a leggereRiduci
Claudia Conte (Ansa)
Quando ci sono di mezzo i sentimenti, le cose sono sempre complicate.
Il caso della relazione extraconiugale del titolare del Viminale, Matteo Piantedosi, con la giornalista Anna Claudia Conte sta agitando le acque intorno al governo. Non solo perché il ministro dell’Interno, 62 anni, è ancora sposato con il prefetto di Grosseto, Paola Berardino (dalla quale starebbe comunque divorziando), ma anche perché c’è da capire chi sia davvero questa Conte, da dove sia sbucata e, soprattutto, se abbia ottenuto favori da questo rapporto (cosa che comunque il ministro nega con forza). Originaria di Aquino, provincia di Frosinone, 34 anni, padre poliziotto, laurea in giurisprudenza alla Luiss, dopo gli inizi come attrice su Rai Cinema e modella, si butta sull’informazione: speaker di Isoradio, presentatrice e opinionista tv, scrittrice (cinque libri).
In questi anni la Conte è stata la madrina del tour mondiale della nave Amerigo Vespucci, la presentatrice ufficiale dei concerti di tutte le bande delle Forze Armate.
Radio Esercito l’ha inviata a seguire il Festival di Sanremo. Molto vicina anche all’ex generale Roberto Vannacci per il quale ha moderato diversi eventi. Ha anche fondato l’associazione «per la cultura a 360 gradi» Nova Era, insieme ad Emanuele Ajello, militante di Futuro nazionale.
Il 12 febbraio è stata nominata «a tempo parziale e a titolo gratuito» consulente della commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie, organismo di Montecitorio presieduto dal deputato di Forza Italia, Alessandro Battilocchio. «Si è autocandidata e nessuno si è opposto», spiegano dalla commissione. Conte è stata presa «in quanto portavoce dell’Osservatorio nazionale sul bullismo e sul disagio giovanile», chiarisce Battilocchio. Sul suo profilo Whatsapp c’è una foto mentre stringe la mano al Papa, su Instagram (conta 311.000 follower ma pare che il 21% siano sospetti) alterna foto con politici e militari a video del suo programma su Rai Radio Uno. Dal 2024 conduce, infatti, La mezz’ora legale, uno spazio realizzato insieme alla Polizia di Stato. Ad assumerla l’ex direttore Francesco Pionati, ex parlamentare Udc, amico d’infanzia e compaesano di Piantedosi.
È stata anche socia in affari con Renzo Lusetti, ex parlamentare Pd e volto storico della Dc, con il quale ha fondato, nel 2021, la Shallow srls «un’impresa culturale femminile, con focus sulla responsabilità sociale e lo sviluppo sostenibile».
Lusetti è amico intimo di Pionati. Conte è pure codirettrice artistica del Ferrara film festival e producer di eventi realizzati in collaborazione con istituzioni, Santa Sede e realtà del Terzo settore.
Ma la verace e vorace (di visibilità) giornalista ciociara s’intende anche di arte contemporanea: infatti fa parte del cda della Fondazione Marini San Pancrazio di Firenze, nominata nel 2022 dall’allora sindaco Dario Nardella, oggi eurodeputato Pd.
In passato ha avuto una relazione con il calciatore Angelo Paradiso (ex Napoli e Lecce), conclusa dopo che lei lo ha denunciato per stalking, diffamazione e revenge porn. Paradiso venne arrestato e rimase cinque mesi ai domiciliari, salvo poi essere assolto alla fine del 2023, perché «il fatto non sussiste». Una vicenda che pesa ancora.
Ieri, la Conte ha interrotto il mutismo, pubblicando prima un video sulla giornata dell’autismo e poi per inviare solamente un breve messaggio all’agenzia di stampa Ansa in cui affermava: «Al momento preferisco il silenzio, ricordo solo le mie competenze professionali di circa dieci anni».
Avs guarda solo nei letti degli altri
Il leader di Azione, Carlo Calenda, in un post su X ha centrato il problema: «Fare i guardoni nelle camere da letto altrui, con una buona dose di sessismo, è indegno della politica e del giornalismo. Continuate a nuotare in questo mare di fango mentre il mondo va a fuoco». Chiarimenti a parte, sugli incarichi che Claudia Conte ha avuto in questi anni e che giustamente Mario Giordano sollecita, irrita vedere quanto ecciti Avs la relazione della giornalista con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
In un’interrogazione scritta, Angelo Bonelli di Alleanza Verdi Sinistra ha chiesto alla premier Giorgia Meloni non solo lumi sulle consulenze pubbliche conferite alla scrittrice e conduttrice, ma «se, alla luce dei fatti esposti e al fine di tutelare il corretto funzionamento delle istituzioni, il ministro dell’Interno sia nelle condizioni di continuare a svolgere pienamente le proprie funzioni».
Davvero singolare che proprio il gruppo politico che candidò alle Europee una detenuta italiana in Ungheria, divenuta intoccabile una volta eletta, sollevi obiezioni sull’idoneità del ministro dell’Interno. Piantedosi non ha commesso reati, non si è fatto più di un anno di carcere con l’accusa di aver aggredito a martellate due presunti neonazisti come nel caso di Ilaria Salis, eppure per Bonelli e Fratoianni dovrebbe lasciare il Viminale. «L’obiettivo è chiaro, fare fuori Piantedosi con una faccenda privata, così come si è fatto per Sangiuliano», scriveva ieri il direttore Maurizio Belpietro.
Guardare attraverso il buco della serratura non sembra sconveniente per Avs, quando nel letto c’è un esponente del governo, però guai se la polizia bussa alla porta della camera d’hotel dove la Salis era con Ivan Bonnin, suo assistente al Parlamento europeo. «L’idea, è che intorno alla candidatura di Ilaria Salis si possa generare una grande e generosa battaglia affinché l’Unione europea difenda i principi dello stato di diritto e riaffermi l’inviolabilità dei diritti umani fondamentali su tutto il suo territorio e in ognuno degli stati membri», dichiaravano nell’aprile di due anni fa Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli.
Potevano dirlo subito, che puntavano non solo all’immunità dell’ex detenuta che rischiava fino a 24 anni di carcere, ma anche al suo essere al di fuori di ogni controllo. I cittadini devono sottostare a procedure, l’eurodeputata pagata con i soldi nostri è al di sopra delle regole tanto da non dover aprire la porta e mostrare i propri documenti?
Per Alleanza Verdi Sinistra il controllo alla Salis è diventato una questione di Stato, anzi di «Regime». Un affronto di cui la Germania dovrebbe pagarne le conseguenze per l’alert «inopportuno» e Piantedosi chiedere scusa. Anzi, oggi possibilmente dimettersi dopo la relazione data in pasto ai media.
Nessuna remora, visti i precedenti dell’eurodeputata passata dal carcere a Bruxelles, aveva suggerito un ragionevole silenzio al duo Avs. «Solo l’ipotesi che una rappresentante delle istituzioni europee possa essere in qualche maniera collegata ad ambienti politici violenti, sicuramente è una questione molto grave, molto seria e da affrontare con rigore e non solo con la polemica», ha fatto notare invece in un’interrogazione Letizia Giorgianni, deputata Fdi.
La capogruppo alla Camera di Avs, Luana Zanella, ha chiesto chiarimenti al titolare del Viminale. «Perché Conte ha avuto bisogno di raccontare la sua relazione che dovrebbe essere un fatto privato?», è partita all’attacco, definendo «comunque molto opache le rivelazioni di Claudia Conte […] Stiamo parlando di una istituzione cruciale, il ministero degli Interni, che non può essere travolta dal gossip».
Il Parlamento europeo, invece, doveva accogliere dalla galera senza fiatare un’attivista che partecipava a spedizioni punitive armata di martello.
Continua a leggereRiduci
Matteo Piantedosi (Ansa)
Dal punto di vista personale, diciamolo chiaro e tondo, ognuno nella sua vita privata ha il sacrosanto diritto di fare quello che gli pare, e Piantedosi non commenta per non alimentare gossip. A quanto apprende La Verità, il ministro è assolutamente sereno: la Conte non ha mai fatto parte di chat del ministero, non si è mai vista al Viminale, non c’erano per lei incarichi all’orizzonte, e del resto la professionista ha avuto modo di collaborare anche con amministrazioni di sinistra. Piantedosi, trapela dal Viminale, è «come sempre al lavoro», e la sua agenda resta confermata. Nei confronti di Claudia Conte si apprende ancora, «non ci sono mai stati favoritismi, incarichi, favori o interessamenti nei confronti di nessuno», e chi ha sostenuto o sostiene il contrario «ne risponderà nelle sedi competenti: il ministro ha già dato mandato a un legale per tutelare la propria persona». Sempre a quanto apprende La Verità, Piantedosi sfida chiunque a passare in rassegna tutti gli incarichi professionali della Conte trovando una sola pressione, sollecitazione o interessamento del ministro.
Su questo punto infatti insistono le opposizioni: «Ho presentato», annuncia il co-leader di Avs Angelo Bonelli, «un’interrogazione parlamentare alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Chiedo di sapere quanti siano gli incarichi, in varie forme, conferiti a Claudia Conte nella pubblica amministrazione e in Rai e sulla base di quali criteri e competenze siano stati assegnati. Domando inoltre quali competenze abbia Claudia Conte per svolgere una docenza presso l’Alta scuola di formazione della polizia di Stato e se i contratti in Rai vengano definiti attraverso incontri casuali, come riportato da alcuni quotidiani che citano dichiarazioni di Pionati, ex direttore del Gr1». I componenti del Pd nella commissione di Vigilanza Rai chiedono all’azienda «di fare piena chiarezza sui dettagli delle collaborazioni e dei contratti con la signora Conte. Riteniamo necessario», recita una nota, «escludere qualsiasi possibile collegamento tra le relazioni con un ministro in carica pro tempore e le scelte editoriali e contrattuali del servizio pubblico. Chiediamo risposte puntuali e presenteremo un’interrogazione parlamentare a riguardo». La deputata e responsabile giustizia del Pd, Debora Serracchiani, introduce un ulteriore elemento: «Non vorremmo», attacca la Serracchiani, «che questa situazione comprometta l’autonomia e la serenità necessaria all’esercizio della sua funzione o, peggio ancora, renda il ministro ricattabile». Ricattabile, e come? Qui occorre addentrarsi nel mondo degli spifferi di Palazzo, mai così gelidi come in questi giorni di ritardato inverno. Perché, si chiedono tutti, la Conte ha deciso di rivelare la liaison con Piantedosi, tra l’altro chiedendo esplicitamente all’intervistatore di farle quella precisa domanda?
Ipotesi uno: ha voluto, in sintonia col ministro, anticipare qualche scoop in arrivo. Possibile ma, visti i risultati, la genialata avrebbe sortito l’effetto opposto a quello desiderato. Seconda ipotesi: la donna potrebbe essere arrabbiata con Piantedosi per motivi personali e avrebbe così spiattellato la relazione. Questo secondo scenario apre un orizzonte infinito di suggestioni: c’è chi teme uno stillicidio di rivelazioni, di conversazioni in chat, addirittura di foto imbarazzanti. Incubi, probabilmente paranoie da sindrome di accerchiamento: la Conte del resto ha competenze professionali pubbliche e riconosciute, ha alle spalle una carriera decennale che si è snodata e si snoda attraverso una fitta rete di contatti assolutamente trasversali, appare più delusa che vendicativa nei confronti del ministro dell’Interno.
Fdi fa muro: «Fratelli d’Italia», dichiarano i capigruppo del partito alla Camera e al Senato, Galeazzo Bignami e Lucio Malan, «rinnova la piena fiducia al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, per l’ottimo lavoro svolto in questi anni alla guida del ministero nel contrasto all’immigrazione clandestina di massa, alla criminalità e nel rafforzamento della sicurezza degli italiani». «A me non risulta», argomenta la deputata Sara Kelany, «che la signora abbia avuto degli incarichi retribuiti. È una giornalista che fa il suo lavoro, immagino che abbia la sua rete di rapporti, relazioni e contatti, indipendentemente dal fatto che abbiano esplicitato questa vicenda di carattere personale». Anche da Forza Italia arriva la vicinanza al ministro: «Rinnoviamo solidarietà e piena fiducia nel ministro Piantedosi», dichiara il deputato di Fi Alessandro Cattaneo a Rainews24, «Claudia Conte io l’ho vista in tante presentazioni con esponenti politici di ogni colore, poi se ci sono dei risvolti privati devono rimanere privati». «Io sono una grandissima tifosa del ministro Piantedosi», sottolinea Matilde Siracusano, sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento e deputata di Forza Italia, a Tagadà su La7, «uno dei più bravi ministri di questo governo, una persona perbene, con un grande senso delle istituzioni. E per questo mi sento di escludere sinceramente qualsiasi illazione legata a un fantomatico uso improprio di risorse pubbliche o a rapporti poco trasparenti».
Continua a leggereRiduci
Ansa
In pratica le due condotte sono distinte (quella del militare per eccesso colposo) ma, secondo i pm, convergono nello stesso esito. Con Lenoci e Bouzidi altri sei militari rischiano il processo. Le accuse, a vario titolo, sono di favoreggiamento, depistaggio e falso. Ovvero il secondo livello dell’inchiesta condotta dai pm Giancarla Serafini e Marco Cirigliano (coordinati dal procuratore aggiunto Paolo Ielo), che non riguarda più la strada, ma ciò che è accaduto dopo con i verbali, le presunte omissioni e i video.
La richiesta di rinvio a giudizio arriva dopo la chiusura delle indagini preliminari notificata lo scorso 16 febbraio. E ora dovrà essere valutata dal giudice dell’udienza preliminare. Secondo l’accusa, Lenoci (difeso dagli avvocati Roberto Borgogno e Arianna Dutto) avrebbe mantenuto «una distanza e una velocità inidonee a prevenire eventuali collisioni o tamponamenti con il mezzo in fuga», con una «manovra particolarmente avventata». Non viene messo in discussione il fatto che stesse agendo «nell’adempimento di un dovere». Per i pm, però, avrebbe «ecceduto colposamente i limiti stabiliti dalla legge», con una «condotta di guida sproporzionata» rispetto alla necessità di bloccare lo scooter, anche perché era già stata comunicata via radio la targa del TMax in fuga. A Lenoci vengono contestate anche le lesioni nei confronti di Bouzidi (condannato in primo grado per resistenza a 2 anni e 8 mesi e difeso dai legali Debora Piazza e Marco Romagnoli), sempre per «eccesso colposo nell’adempimento del dovere». La linea difensiva, però, si muove su un crinale diverso: riconoscere l’inseguimento come atto dovuto, dentro un contesto operativo segnato dall’urgenza e dalla necessità di fermare una condotta pericolosa. La dinamica dello schianto, nonostante perizie e relazioni tecniche non sempre allineate, è fissata negli atti. Un passaggio che segnala già possibili margini di confronto tra consulenze e ricostruzioni. L’urto tra il lato posteriore destro del TMax e la «fascia anteriore del paraurti» della Giulietta. Poi lo schianto finale all’incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta. Ramy viene sbalzato contro il palo di un semaforo. E subito dopo schiacciato dalla macchina dei carabinieri. È la sequenza che, per l’accusa, legherebbe materialmente le due condotte all’esito fatale. Il nodo centrale del processo sarà stabilire se quella sequenza sia l’effetto inevitabile di una fuga pericolosa o il risultato di scelte operative ritenute sproporzionate.
Sul versante opposto, quello della fuga, i pm contestano a Bouzidi il concorso in omicidio stradale. Poi arriva il turno di quattro dei sette militari, ai quali vengono contestate le ipotesi di depistaggio e favoreggiamento, anche per aver costretto, secondo l’accusa, testimoni a cancellare video. Un altro filone riguarda i verbali d’arresto e le accuse di falso. Secondo i pm, quattro carabinieri avrebbero omesso «di menzionare l’urto», scrivendo «falsamente» che lo scooter «a causa del sovrasterzo scivolava». Una differenza che per gli inquirenti non sarebbe solo lessicale, ma sostanziale nella descrizione della dinamica. La versione sarebbe poi smentita dalla ricostruzione della Polizia locale, dalla consulenza dell’esperto dei pm e dalle immagini acquisite. In quattro, invece, sono accusati anche di aver omesso di riferire la presenza di un testimone oculare, di una dashcam e di una bodycam, «dispositivi che», riporta l’accusa, «riprendevano l’intera fase dell’inseguimento». La contestazione di false informazioni ai pm, che vede indagati due militari, è stata, invece, stralciata per motivi tecnico-procedurali e proseguirà in un ulteriore procedimento penale.
Continua a leggereRiduci