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2024-06-19
Campo largo in piazzetta senza nulla da dire
Giuseppe Conte ed Elly Schlein (Ansa)
«Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?»: l’assenza di Azione e Italia viva alla manifestazione di ieri delle opposizioni in Piazza Santi Apostoli a Roma fa tornare in mente la famosa frase di Nanni Moretti in Ecce Bombo. L’iniziativa, organizzata per dire «no» all’Autonomia differenziata e al premierato, e per protestare contro l’aggressione subita in Aula alla Camera la scorsa settimana dal deputato M5s Leonardo Donno, vede la presenza di Pd, M5s, Avs, Psi e +Europa.
In una piazza, stretta come si è rivelato essere pure il famoso campo, sventolano le bandiere di questa coalizione di centrosinistra che tenta di cementarsi intorno a due temi di stringente attualità: il premierato, che dovrà superare la prova del referendum, e l’Autonomia, che entrerà invece in vigore appena approvata definitivamente dal Parlamento, ma che pure, nelle intenzioni di alcuni leader dell’opposizione, potrebbe diventare materia di consultazione popolare. Lo spazio è minuscolo e lo ammette senza volerlo pure la Schlein: «La prossima volta saremo in una piazza più grande».
Le assenze di Matteo Renzi e Carlo Calenda pesano, ma fino a un certo punto: le Europee hanno affossato i due partitini centristi, il progetto del Terzo polo è materia per gli archeologi della politica, mentre Forza Italia cresce ed è ormai stabilmente il punto di riferimento degli elettori che si collocano al «centro», una dinamica favorita dalla radicalizzazione a sinistra del Pd targato Elly Schlein.
A proposito di bandiere: insieme a quelle dei partiti ci sono i tricolori, i drappi arcobaleno, quelli dell’Europa. Bella ciao d’ordinanza, cartelli che attaccano il centrodestra con le scritte «Dittatori d’Italia altro che fratelli» e «Aggressione in Parlamento», ma lo slogan più significativo è quello che urla la piazza rivolgendosi ai leader: «Unità! Unità!». Del resto, se le Europee hanno certificato la crescita del centrodestra, sono state utili anche per sciogliere alcuni nodi del campo avverso, che mai sarà più chiamato largo: Giuseppe Conte deve rinunciare ai sogni di leadership, il che paradossalmente rende più stabile l’alleanza con Elly Schlein e con i gemelli diversi Bonelli&Fratoianni, ringalluzziti dal successo elettorale. Certo, alla luce dei risultati delle Europee tra centrodestra e centrosinistra ci sono ben 7 punti di distacco, ma i leader dell’opposizione non hanno altra scelta che fare di necessità virtù e rinsaldare questa coalizione, con la speranza che il traino dei referendum la faccia diventare competitiva per i prossimi appuntamenti elettorali, dalle Regionali alle Politiche. Conte e la Schlein si abbracciano in piazza, dove ci sono anche le delegazioni di Cgil e Anpi, e a proposito di Regionali si fa vedere anche Vincenzo De Luca, governatore campano che intende ricandidarsi sfruttando il mancato recepimento da parte del Consiglio regionale della legge quadro nazionale che stabilisce il limite di due mandati: ha già pronte almeno 15 liste ed è certo di poter fare a meno del Pd.
De Luca non rinuncia a una battuta provocatoria: «La Meloni non vincerà il referendum sul premierato», sibila il governatore campano, «gli italiani non hanno voglia di mettere il Paese in mano a... non dico brutte parole». «C’è un patto scellerato tra le forze di maggioranza», dice Conte dal palco, «Fdi paga questo prezzo politico e svende l’unità d’Italia procacciandosi i voti per il premierato a scapito della nostra Repubblica. Dopo l’approvazione dell’Autonomia avremo la cessione alle Regioni di 23 materie: spacca Italia, questo il nome che si merita questa riforma. Dobbiamo spiegarlo al Nord: i cittadini non devono cadere nella trappola, a pagare questo disegno saranno tutti». «Oggi comincia quel piccolo passo ma significativo», attacca Angelo Bonelli, «per costruire l’unità delle opposizioni e mandare Giorgia Meloni a casa. Questa è una piazza molto importante da cui lanciamo un segnale al Paese. Il Paese ha cominciato a capire che questo è un governo di una destra pericolosa, camuffata, che vuole eliminare i poteri di garanzia del capo dello Stato, vuole svendere il Sud a Matteo Salvini e per questo è necessario che le opposizioni comincino ad essere unite».
Si gode il suo momento di gloria pure Leonardo Donno, che sale sul palco con il Tricolore, in riferimento alla ormai famigerata provocazione in Aula alla Camera: «Non ci faremo intimidire», si esalta Donno, «se sventolare un Tricolore è una provocazione, sventoliamolo più forte. Se spaventa le destre, sventoliamolo più forte. Facendoli indietreggiare riusciremo a mandarli a casa».
La chiusura tocca a Elly Schlein: «Mi appello a tutte le forze di opposizione», dice Elly, «basta divisioni. Teniamoci strette le differenze, che sono importanti se riusciamo a metterle a valore. È un passaggio cruciale della storia italiana ed europea. Facciamoci trovare pronti, uniti e compatti. In Senato è passato il premierato, la sedicente patriota, pur di portare avanti la sua riforma, spacca l’Italia perché stanno forzando per portare avanti l’Autonomia. Li fermeremo insieme, li dobbiamo fermare».
Conte e Grillo si beccano a distanza ma la rissa fa più gioco a Giuseppi
Beppe Grillo torna a stuzzicare Giuseppe Conte, ma alla fine… dei conti le battute del comico genovese, seppure abbastanza velenose, fanno proprio il gioco dell’attuale leader del M5s. «È un momento storico», ha detto Grillo aprendo il suo spettacolo a Fiesole, «ho incontrato Conte, mi ha fatto un po’ tenerezza: ha preso più voti Silvio Berlusconi da morto che lui da vivo. Conte deve capire che io sono essenziale e non so come andrà a fine con lui...».
Ieri Conte ha commentato le stoccate di Grillo: «Il destino del Movimento», ha detto Giuseppi, «non è nelle mani di Grillo. È nelle mani di un’intera comunità che deciderà del suo futuro all’assemblea costituente del prossimo settembre. Questa riflessione è già iniziata. L’assemblea congiunta, il consiglio nazionale: hanno parlato tutti e quindi abbiamo rinviato per le decisioni a questa assemblea costituente. Di essenziale», ha aggiunto Conte, «non c’è la singola persona. Di essenziale c’è la comunità che ormai è fatta da gente seria, matura, che deciderà del proprio destino».
Conte replica anche a Virginia Raggi, che commentando le battute di Grillo ha messo in discussione la politica delle alleanze: «Il M5s», ha detto la Raggi al Corriere della Sera, deve ritrovare una delle proprie caratteristiche: essere alternativo al sistema politico tradizionale. Schiacciarsi sulle posizioni della destra, come accaduto quando ci si è alleati con la Lega al governo, o con la sinistra, ci snatura e rende irriconoscibili. Dobbiamo presentare i temi e farci seguire su questi come abbiamo già fatto con il reddito di cittadinanza». La Raggi, dunque, critica l’alleanza con la sinistra.
Conte ha replicato anche a lei: «Il M5s si colloca assolutamente nel campo progressista», ha risposto Giuseppi, «poi se qualcuno ha inclinazioni di destra ne tragga le conseguenze. Con Grillo ho parlato a lungo, un’ora e mezza. Abbiamo scherzato, riso, l’ho lasciato in ottima forma, assolutamente coinvolto e pimpante. Poi lasciamogli fare liberamente le battute che ritiene. Alla battuta che ha fatto su Berlusconi, forse ho trovato più originale quella su Draghi grillino, anche se più dannosa per la comunità M5s».
Fin qui le dichiarazioni in pubblico, ma siamo sicuri che, come molti media hanno sostenuto, le battute al vetriolo di Grillo sono il segnale che il fondatore stia lavorando per sostituire Giuseppi alla guida del M5s, piazzando al posto dell’ex premier qualche esponente della vecchia guardia? «Grillo è il solito», dice alla Verità una fonte interna a conoscenza di tutte le dinamiche penta stellate, «di Conte ha parlato sempre malissimo, mi stupisce la caciara su queste battute. È un uomo di spettacolo, sa perfettamente che con queste sparate attrae pubblico e si conquista visibilità sui media. Al di là delle battute, Beppe ha fatto a Conte un enorme favore, chiudendo la porta a ogni ipotesi di eliminazione della regola dei due mandati». E qui bisogna fare un salto indietro di qualche giorno: Grillo e Conte si sono incontrati venerdì scorso, per fare il punto sui risultati delle Europee, e quello che è venuto fuori è che Giuseppi sarebbe favorevole ad abolire il limite dei due mandati per irrobustire le liste elettorali e Grillo contrario. «Guardate lo storico del M5s», dice la nostra fonte, «il Movimento alle Europee va sempre sotto le politiche. La favoletta che occorre eliminare il vincolo dei due mandati per risalire è messa in circolazione da chi è fuori gioco e vuole rientrarci: la Raggi, Paola Taverna, Roberto Fico, Alfonso Bonafede, che sfruttano la paura di chi ora è al secondo mandato. Alle prossime politiche, Conte farà piazza pulita, grazie ai due mandati, e il M5s sarà il partito di Conte. A quel punto, quando sarà lui al secondo mandato...». Il nostro interlocutore ride di gusto. Non c’è bisogno di aggiungere altro.
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Per manifestare l’opposizione sceglie uno spazio minuscolo. Ed Elly Schlein lo ammette anche: «Il prossimo sarà più grande». L’unico collante resta la ritrita lotta al fascismo. Matteo Renzi e Carlo Calenda non si fanno vedere. Passerella per il masaniello Vincenzo De Luca.Giuseppe Conte replica a Beppe Grillo: «Nessuno è essenziale». Sullo sfondo il nodo dei mandati.Lo speciale contiene due articoli.«Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?»: l’assenza di Azione e Italia viva alla manifestazione di ieri delle opposizioni in Piazza Santi Apostoli a Roma fa tornare in mente la famosa frase di Nanni Moretti in Ecce Bombo. L’iniziativa, organizzata per dire «no» all’Autonomia differenziata e al premierato, e per protestare contro l’aggressione subita in Aula alla Camera la scorsa settimana dal deputato M5s Leonardo Donno, vede la presenza di Pd, M5s, Avs, Psi e +Europa. In una piazza, stretta come si è rivelato essere pure il famoso campo, sventolano le bandiere di questa coalizione di centrosinistra che tenta di cementarsi intorno a due temi di stringente attualità: il premierato, che dovrà superare la prova del referendum, e l’Autonomia, che entrerà invece in vigore appena approvata definitivamente dal Parlamento, ma che pure, nelle intenzioni di alcuni leader dell’opposizione, potrebbe diventare materia di consultazione popolare. Lo spazio è minuscolo e lo ammette senza volerlo pure la Schlein: «La prossima volta saremo in una piazza più grande».Le assenze di Matteo Renzi e Carlo Calenda pesano, ma fino a un certo punto: le Europee hanno affossato i due partitini centristi, il progetto del Terzo polo è materia per gli archeologi della politica, mentre Forza Italia cresce ed è ormai stabilmente il punto di riferimento degli elettori che si collocano al «centro», una dinamica favorita dalla radicalizzazione a sinistra del Pd targato Elly Schlein. A proposito di bandiere: insieme a quelle dei partiti ci sono i tricolori, i drappi arcobaleno, quelli dell’Europa. Bella ciao d’ordinanza, cartelli che attaccano il centrodestra con le scritte «Dittatori d’Italia altro che fratelli» e «Aggressione in Parlamento», ma lo slogan più significativo è quello che urla la piazza rivolgendosi ai leader: «Unità! Unità!». Del resto, se le Europee hanno certificato la crescita del centrodestra, sono state utili anche per sciogliere alcuni nodi del campo avverso, che mai sarà più chiamato largo: Giuseppe Conte deve rinunciare ai sogni di leadership, il che paradossalmente rende più stabile l’alleanza con Elly Schlein e con i gemelli diversi Bonelli&Fratoianni, ringalluzziti dal successo elettorale. Certo, alla luce dei risultati delle Europee tra centrodestra e centrosinistra ci sono ben 7 punti di distacco, ma i leader dell’opposizione non hanno altra scelta che fare di necessità virtù e rinsaldare questa coalizione, con la speranza che il traino dei referendum la faccia diventare competitiva per i prossimi appuntamenti elettorali, dalle Regionali alle Politiche. Conte e la Schlein si abbracciano in piazza, dove ci sono anche le delegazioni di Cgil e Anpi, e a proposito di Regionali si fa vedere anche Vincenzo De Luca, governatore campano che intende ricandidarsi sfruttando il mancato recepimento da parte del Consiglio regionale della legge quadro nazionale che stabilisce il limite di due mandati: ha già pronte almeno 15 liste ed è certo di poter fare a meno del Pd. De Luca non rinuncia a una battuta provocatoria: «La Meloni non vincerà il referendum sul premierato», sibila il governatore campano, «gli italiani non hanno voglia di mettere il Paese in mano a... non dico brutte parole». «C’è un patto scellerato tra le forze di maggioranza», dice Conte dal palco, «Fdi paga questo prezzo politico e svende l’unità d’Italia procacciandosi i voti per il premierato a scapito della nostra Repubblica. Dopo l’approvazione dell’Autonomia avremo la cessione alle Regioni di 23 materie: spacca Italia, questo il nome che si merita questa riforma. Dobbiamo spiegarlo al Nord: i cittadini non devono cadere nella trappola, a pagare questo disegno saranno tutti». «Oggi comincia quel piccolo passo ma significativo», attacca Angelo Bonelli, «per costruire l’unità delle opposizioni e mandare Giorgia Meloni a casa. Questa è una piazza molto importante da cui lanciamo un segnale al Paese. Il Paese ha cominciato a capire che questo è un governo di una destra pericolosa, camuffata, che vuole eliminare i poteri di garanzia del capo dello Stato, vuole svendere il Sud a Matteo Salvini e per questo è necessario che le opposizioni comincino ad essere unite». Si gode il suo momento di gloria pure Leonardo Donno, che sale sul palco con il Tricolore, in riferimento alla ormai famigerata provocazione in Aula alla Camera: «Non ci faremo intimidire», si esalta Donno, «se sventolare un Tricolore è una provocazione, sventoliamolo più forte. Se spaventa le destre, sventoliamolo più forte. Facendoli indietreggiare riusciremo a mandarli a casa». La chiusura tocca a Elly Schlein: «Mi appello a tutte le forze di opposizione», dice Elly, «basta divisioni. Teniamoci strette le differenze, che sono importanti se riusciamo a metterle a valore. È un passaggio cruciale della storia italiana ed europea. Facciamoci trovare pronti, uniti e compatti. In Senato è passato il premierato, la sedicente patriota, pur di portare avanti la sua riforma, spacca l’Italia perché stanno forzando per portare avanti l’Autonomia. Li fermeremo insieme, li dobbiamo fermare».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/campo-largo-senza-nulla-dire-2668543183.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conte-e-grillo-si-beccano-a-distanza-ma-la-rissa-fa-piu-gioco-a-giuseppi" data-post-id="2668543183" data-published-at="1718764242" data-use-pagination="False"> Conte e Grillo si beccano a distanza ma la rissa fa più gioco a Giuseppi Beppe Grillo torna a stuzzicare Giuseppe Conte, ma alla fine… dei conti le battute del comico genovese, seppure abbastanza velenose, fanno proprio il gioco dell’attuale leader del M5s. «È un momento storico», ha detto Grillo aprendo il suo spettacolo a Fiesole, «ho incontrato Conte, mi ha fatto un po’ tenerezza: ha preso più voti Silvio Berlusconi da morto che lui da vivo. Conte deve capire che io sono essenziale e non so come andrà a fine con lui...». Ieri Conte ha commentato le stoccate di Grillo: «Il destino del Movimento», ha detto Giuseppi, «non è nelle mani di Grillo. È nelle mani di un’intera comunità che deciderà del suo futuro all’assemblea costituente del prossimo settembre. Questa riflessione è già iniziata. L’assemblea congiunta, il consiglio nazionale: hanno parlato tutti e quindi abbiamo rinviato per le decisioni a questa assemblea costituente. Di essenziale», ha aggiunto Conte, «non c’è la singola persona. Di essenziale c’è la comunità che ormai è fatta da gente seria, matura, che deciderà del proprio destino». Conte replica anche a Virginia Raggi, che commentando le battute di Grillo ha messo in discussione la politica delle alleanze: «Il M5s», ha detto la Raggi al Corriere della Sera, deve ritrovare una delle proprie caratteristiche: essere alternativo al sistema politico tradizionale. Schiacciarsi sulle posizioni della destra, come accaduto quando ci si è alleati con la Lega al governo, o con la sinistra, ci snatura e rende irriconoscibili. Dobbiamo presentare i temi e farci seguire su questi come abbiamo già fatto con il reddito di cittadinanza». La Raggi, dunque, critica l’alleanza con la sinistra. Conte ha replicato anche a lei: «Il M5s si colloca assolutamente nel campo progressista», ha risposto Giuseppi, «poi se qualcuno ha inclinazioni di destra ne tragga le conseguenze. Con Grillo ho parlato a lungo, un’ora e mezza. Abbiamo scherzato, riso, l’ho lasciato in ottima forma, assolutamente coinvolto e pimpante. Poi lasciamogli fare liberamente le battute che ritiene. Alla battuta che ha fatto su Berlusconi, forse ho trovato più originale quella su Draghi grillino, anche se più dannosa per la comunità M5s». Fin qui le dichiarazioni in pubblico, ma siamo sicuri che, come molti media hanno sostenuto, le battute al vetriolo di Grillo sono il segnale che il fondatore stia lavorando per sostituire Giuseppi alla guida del M5s, piazzando al posto dell’ex premier qualche esponente della vecchia guardia? «Grillo è il solito», dice alla Verità una fonte interna a conoscenza di tutte le dinamiche penta stellate, «di Conte ha parlato sempre malissimo, mi stupisce la caciara su queste battute. È un uomo di spettacolo, sa perfettamente che con queste sparate attrae pubblico e si conquista visibilità sui media. Al di là delle battute, Beppe ha fatto a Conte un enorme favore, chiudendo la porta a ogni ipotesi di eliminazione della regola dei due mandati». E qui bisogna fare un salto indietro di qualche giorno: Grillo e Conte si sono incontrati venerdì scorso, per fare il punto sui risultati delle Europee, e quello che è venuto fuori è che Giuseppi sarebbe favorevole ad abolire il limite dei due mandati per irrobustire le liste elettorali e Grillo contrario. «Guardate lo storico del M5s», dice la nostra fonte, «il Movimento alle Europee va sempre sotto le politiche. La favoletta che occorre eliminare il vincolo dei due mandati per risalire è messa in circolazione da chi è fuori gioco e vuole rientrarci: la Raggi, Paola Taverna, Roberto Fico, Alfonso Bonafede, che sfruttano la paura di chi ora è al secondo mandato. Alle prossime politiche, Conte farà piazza pulita, grazie ai due mandati, e il M5s sarà il partito di Conte. A quel punto, quando sarà lui al secondo mandato...». Il nostro interlocutore ride di gusto. Non c’è bisogno di aggiungere altro.
Giovanni Rezza (Imagoeconomica)
Un’audizione interessante, quella di Rezza, perché, nonostante gli strenui tentativi delle opposizioni che allora governavano (Pd e M5S, con in testa l’onorevole Alfonso Colucci, «difensore d’ufficio» dell’allora premier Giuseppe Conte), l’ex dg ha involontariamente confermato che le misure adottate all’epoca - vaccinazioni di massa dei giovani, obblighi vaccinali e green pass - non poggiavano su evidenze scientifiche certe e non erano state indicate dagli scienziati: «Ha deciso la politica, il Cts ha dato soltanto pareri». Colucci si è buttato a pesce sulla presunta logica del green pass e per ben tre volte ha chiesto a Rezza se con la vaccinazione venisse trasmessa una carica virale inferiore, «quindi si induceva una malattia meno severa». Rezza, per altrettante volte, non ha dato conferma, anzi: «Ci sarebbe stato bisogno di maggiori evidenze. Non possiamo escludere il fatto che una persona vaccinata si ammalasse, su questo bisogna essere intellettualmente onesti». Non solo: «Quando è arrivata Omicron (a dicembre 2021, ossia proprio quando il governo di Mario Draghi intensificò la stretta contro chi non si vaccinava con il super green pass, ndr) la protezione della vaccinazione nei confronti di Omicron è diventata più bassa rispetto alle varianti precedenti», ha spiegato. Smentendo il famoso mantra di Draghi «se non ti vaccini, ti ammali, muori e fai morire»: «L’effetto del lockdown», ha dichiarato l’infettivologo, «non era di evitare il numero totale di casi, ma di distribuire nel tempo i casi di infezione, così da curare non solo i malati Covid ma anche gli altri pazienti». Era un problema di salute pubblica, insomma, con buona pace dei cittadini che sono corsi a vaccinarsi per evitare di ammalarsi.
Il docente ha anche parlato degli effetti collaterali. Il problema, ha osservato, risiedeva nell’incidenza dei casi: «Se va al di sotto di una certa soglia nelle persone più giovani, dato che i vaccini possono causare degli effetti collaterali, allora lì bisogna bilanciare i rischi e benefici. Quando l’incidenza cala, gli effetti collaterali dei vaccini prendono il sopravvento e questo è il motivo per cui noi a un certo punto non abbiamo più vaccinato le persone giovani», ha dichiarato. Senza però spiegare quando esattamente il governo avrebbe smesso di vaccinare le persone più giovani: ancora nel 2022, l’esecutivo Draghi e il ministero della Salute di Speranza stringevano le maglie soprattutto sulla fascia di popolazione da 0 a 20 anni.
«Durante la pandemia, l’allora governo italiano attuò una campagna vaccinale di massa senza conoscere quante persone avevano sviluppato un’immunità naturale. L’assenza della banca dati dei guariti è stata confermata dal professor Rezza. Abbiamo la conferma che le politiche in termini vaccinali hanno ignorato il principio di precauzione e il rapporto tra rischi e benefici», ha commentato Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia.
Se davvero i governi Conte e Draghi hanno commesso così tanti imperdonabili errori sulla pelle dei cittadini in pandemia, resta da capire per quale motivo scienziati come Rezza scelsero il silenzio anziché la protesta. E c’è sempre chi, come Giuseppe Ippolito (ex direttore scientifico dello Spallanzani di Roma e membro del Cts), non rinuncia a buttarla in politica: «L’epidemia di Ebola in Congo e Uganda risente del limitato supporto dato dagli Stati Uniti. L’uscita degli Usa dall’Oms, decisa da Trump, ha fatto sì che ci sia meno personale sul terreno». La colpa, insomma, è sempre del presidente Usa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 27 maggio 2026. Con il nostro Stefano Piazza analizziamo gli errori degli Usa in Iran.
Scontri tra manifestanti e membri della polizia boliviana durante una protesta che chiede le dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz a La Paz (Ansa)
Da quasi un mese la Bolivia è paralizzata da proteste e blocchi stradali contro il presidente Rodrigo Paz. La sinistra guidata da Evo Morales contesta le riforme economiche del governo, mentre La Paz è stretta tra scontri, carenze e tensione sociale.
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
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Nonostante il gradimento non eccezionale, la presa del Presidente sui repubblicani resta salda, mentre Leone 14° pubblica la sua enciclica sull’IA.