True
2021-11-24
Camere divise davanti ai temi etici. Si media sull’obiezione di coscienza
Paola Binetti e Rosa Maria Di Giorgi (Ansa)
La legge sul suicidio assistito arriverà in Aula alla Camera, dopo diversi rinvii e salvo ulteriori imprevisti, il prossimo 29 novembre, e la giornata di ieri è trascorsa nel tentativo di trovare un punto di equilibrio tra le diverse posizioni in campo. Il centrodestra è sempre stato contrario al testo base. Ieri, a tenere banco è stata la mediazione tentata in sede di commissioni riunite Giustizia e Affari sociali di Montecitorio dai relatori del testo, Alfredo Bazoli del Pd e Nicola Provenza del M5s, che hanno presentato alcuni emendamenti riformulati con l'obiettivo di convincere il centrodestra a non andare avanti con l'ostruzionismo. Il pilastro del tentativo di mediazione è il riconoscimento della possibilità dell'obiezione di coscienza per i medici, esclusa dal testo base in discussione in commissione. Testo che prevede, ricordiamolo, la possibilità di chiedere di mettere fine volontariamente alla propria vita, anche a casa, senza nessuna responsabilità per il medico che presta assistenza, purché il paziente sia affetto da una patologia a prognosi infausta e irreversibile oppure portatore di una condizione clinica irreversibile o sia tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale, o sia assistito dalla rete di cure palliative o abbia espressamente rifiutato tale percorso assistenziale. La richiesta di morte volontaria medicalmente assistita deve essere informata, consapevole, libera ed esplicita.
La richiesta può essere revocata in qualsiasi momento senza requisiti di forma e con ogni mezzo idoneo a palesarne la volontà. La sentenza della Corte costituzionale numero 242 del 22 novembre 2019 ha aperto la strada al suicidio assistito, sia pure circoscrivendo la materia con paletti molto rigorosi. La sentenza ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 580 del codice penale, nella parte in cui non esclude la punibilità di chi agevoli l'esecuzione del proposito di suicidio a patto che questo si sia formato autonomamente e liberamente da parte di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale.
Gli emendamenti presentati ieri da Bazoli e Provenza ammettono l'obiezione di coscienza, così come richiesto dal centrodestra. «Il personale sanitario ed esercente le attività sanitarie ausiliarie», si legge nella riformulazione del testo così come emendato, «non è tenuto a prendere parte alle procedure per l'assistenza alla morte volontaria medicalmente assistita disciplinate dalla presente legge quando sollevi obiezione di coscienza con preventiva dichiarazione». Gli esponenti del centrodestra intervenuti, come Roberto Turri della Lega e Antonio Palmieri di Forza Italia, hanno ringraziato i relatori per l'apertura alle loro richieste, e hanno chiesto di non passare immediatamente al voto, lasciando un po' di tempo per analizzare il nuovo testo. La richiesta è stata accolta, e le votazioni sono così state posticipate a ieri sera, al termine dei lavori dell'Aula.
Come naturale, considerata la delicatezza dell'argomento, trovare un punto di incontro tra le varie sensibilità è impresa ardua. «Il testo che si sta discutendo in Parlamento», dice alla Verità la deputata del Pd Rosa Maria Di Giorgi, da sempre vicina alle istanze del mondo cattolico, «ripercorre esattamente la sentenza della Corte. Stiamo approfondendo il tema della verifica delle condizioni per attivare il processo che sicuramente ha risvolti etici di non poco rilievo. Confido», aggiunge la Di Giorgi, «che la discussione possa produrre un testo equilibrato».
«Secondo il Comitato etico della Asl», commenta la senatrice dell'Udc Paola Binetti, «Mario rientrerebbe nelle condizioni stabilite dalla Consulta per l'accesso al suicidio assistito. Ma in realtà la famosa sentenza chiedeva al Parlamento di legiferare e di fatto la legge non c'è ancora. E la legge non c'è ancora non perché i parlamentari vogliano sottrarsi a una indicazione della Corte costituzionale», aggiunge la Binetti, «ma perché si tratta di una materia delicatissima, come quella di ogni vita fragile, che esige anche una responsabilità sociale di alto profilo».
«La vita umana», argomenta il senatore della Lega Simone Pillon, «è sacra e inviolabile, sempre. Un impegno autenticamente umano non può mai essere quello di togliere la vita, ma semmai di tentare ogni strada per renderla vivibile. Prendiamoci cura delle persone sofferenti e malate, ma fermiamo il suicidio di Stato».
«Fratelli d'Italia difende la vita», sottolinea Carolina Varchi, capogruppo in commissione Giustizia del partito di Giorgia Meloni, «dal concepimento fino alla sua fine naturale. Nel nostro ordinamento va rafforzato il favor vitae. Siamo da sempre contrari all'introduzione dell'eutanasia e crediamo che la proposta referendaria sia ancora più preoccupante, perché legalizzare l'omicidio del consenziente anche non malato è aberrante e contrario a un ordinamento che difende la vita. Permane la nostra contrarietà al provvedimento», sottolinea la Varchi, «ma prendiamo atto delle aperture manifestate oggi dal relatore».
Ma il referendum creerà il Far west
Tutto è cominciato con una decisione della Corte costituzionale che, tre anni fa, nel famoso caso di Dj Fabo, stabilì la non punibilità, a determinate condizioni, di chi agevola il suicidio assistito. Contemporaneamente la Consulta sollecitò il Parlamento a legiferare. Nei tre anni una legge non è stata ancora messa a punto. Ma presto la Cassazione prima e la Consulta poi dovranno pronunciarsi sull'ammissibilità del referendum abrogativo promosso dall'Associazione Luca Coscioni sull'eutanasia legale, operazione che introdurrebbe, di fatto, la depenalizzazione dell'omicidio del consenziente.
Le firme sono già a quota un milione. E il referendum viene propagandato come una battaglia per i diritti umani. Ma rischia di spazzare via dal codice penale il reato che punisce l'omicidio del consenziente. Rimarrebbe in piedi, stando al referendum, solo la parte che tutela minorenni, infermi di mente e persone alle quali il consenso sia stato estorto. Gli altri, in nome dei diritti umani, saranno liberi di farsi assassinare. Anche chi non ha gravi problemi fisici e patologie legate a stati irreversibili o a dolori insopportabili. Basterebbe quindi anche solo un momento di sconforto per chiedere a qualcuno di togliere la vita senza che ciò configuri un reato. Se Cassazione e Consulta, quindi, offriranno il via libera al referendum si voterà probabilmente l'anno prossimo in primavera. Per ora la verifica delle condizioni in cui è possibile agevolare il suicidio assistito sono demandate, come stabilito dai giudici della Corte costituzionale e in attesa dell'intervento del legislatore, a una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente.
Mario, infatti, primo malato ad aver ottenuto il via libera al suicidio medicalmente assistito in Italia, il cui caso è stato propagandato ieri da Marco Cappato, che dell'Associazione Coscioni è il presidente, attende proprio la decisione del Comitato etico. Così come è in lista d'attesa per la morte Antonio, residente nelle Marche, in attesa delle valutazioni dell'Asl. Il focus della questione, però, è un altro: con l'eventuale abrogazione dell'omicidio del consenziente quale reato, senza una legge cornice che stabilisca con esattezza limiti e paletti, si rischia un liberi tutti particolarmente pericoloso. Inoltre, i procedimenti giudiziari già in corso in cui viene contestato quel reato, finirebbero nel cestino. Ma finché la prima parte dell'articolo 579 non verrà abrogata, «chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui», è ancora scritto nel codice penale, «è punito con la reclusione da 6 a 15 anni». Pene che ben rappresentano il peso che aveva dato a quel reato il legislatore dell'epoca. La cancellazione della prima parte dell'articolo 579 del Codice penale potrebbe quindi aprire un vuoto normativo.
Nessuna obiezione di coscienza, né limiti di condizioni fisiche: l'abrogazione consentirebbe di scegliere la morte anche a una persona sana che in quel determinato momento ne fa richiesta. Perfino in Olanda, Belgio e Spagna, le leggi sull'eutanasia, pur essendo particolarmente permissive, dettano un elenco di condizioni che permettono o meno la scelta. La Camera dei deputati stava lavorando proprio su un disegno di legge per dare attuazione alla sentenza della Corte costituzionale, per evitare derive eutanasiche, definendo una «circoscritta area di non conformità costituzionale». Che ora sembra essere a rischio.
Continua a leggereRiduci
In attesa che la legge sul suicidio assistito arrivi a Montecitorio il 29 novembre, il centrosinistra accoglie alcuni emendamenti del centrodestra in commissione. Oltre al ruolo dei medici però le distanze restanoSe Cassazione e Consulta daranno l'ok al quesito radicale si rischia di azzoppare il codice penale sull'omicidio del consenziente. E di superare persino l'OlandaLo speciale contiene due articoliLa legge sul suicidio assistito arriverà in Aula alla Camera, dopo diversi rinvii e salvo ulteriori imprevisti, il prossimo 29 novembre, e la giornata di ieri è trascorsa nel tentativo di trovare un punto di equilibrio tra le diverse posizioni in campo. Il centrodestra è sempre stato contrario al testo base. Ieri, a tenere banco è stata la mediazione tentata in sede di commissioni riunite Giustizia e Affari sociali di Montecitorio dai relatori del testo, Alfredo Bazoli del Pd e Nicola Provenza del M5s, che hanno presentato alcuni emendamenti riformulati con l'obiettivo di convincere il centrodestra a non andare avanti con l'ostruzionismo. Il pilastro del tentativo di mediazione è il riconoscimento della possibilità dell'obiezione di coscienza per i medici, esclusa dal testo base in discussione in commissione. Testo che prevede, ricordiamolo, la possibilità di chiedere di mettere fine volontariamente alla propria vita, anche a casa, senza nessuna responsabilità per il medico che presta assistenza, purché il paziente sia affetto da una patologia a prognosi infausta e irreversibile oppure portatore di una condizione clinica irreversibile o sia tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale, o sia assistito dalla rete di cure palliative o abbia espressamente rifiutato tale percorso assistenziale. La richiesta di morte volontaria medicalmente assistita deve essere informata, consapevole, libera ed esplicita. La richiesta può essere revocata in qualsiasi momento senza requisiti di forma e con ogni mezzo idoneo a palesarne la volontà. La sentenza della Corte costituzionale numero 242 del 22 novembre 2019 ha aperto la strada al suicidio assistito, sia pure circoscrivendo la materia con paletti molto rigorosi. La sentenza ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 580 del codice penale, nella parte in cui non esclude la punibilità di chi agevoli l'esecuzione del proposito di suicidio a patto che questo si sia formato autonomamente e liberamente da parte di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale. Gli emendamenti presentati ieri da Bazoli e Provenza ammettono l'obiezione di coscienza, così come richiesto dal centrodestra. «Il personale sanitario ed esercente le attività sanitarie ausiliarie», si legge nella riformulazione del testo così come emendato, «non è tenuto a prendere parte alle procedure per l'assistenza alla morte volontaria medicalmente assistita disciplinate dalla presente legge quando sollevi obiezione di coscienza con preventiva dichiarazione». Gli esponenti del centrodestra intervenuti, come Roberto Turri della Lega e Antonio Palmieri di Forza Italia, hanno ringraziato i relatori per l'apertura alle loro richieste, e hanno chiesto di non passare immediatamente al voto, lasciando un po' di tempo per analizzare il nuovo testo. La richiesta è stata accolta, e le votazioni sono così state posticipate a ieri sera, al termine dei lavori dell'Aula.Come naturale, considerata la delicatezza dell'argomento, trovare un punto di incontro tra le varie sensibilità è impresa ardua. «Il testo che si sta discutendo in Parlamento», dice alla Verità la deputata del Pd Rosa Maria Di Giorgi, da sempre vicina alle istanze del mondo cattolico, «ripercorre esattamente la sentenza della Corte. Stiamo approfondendo il tema della verifica delle condizioni per attivare il processo che sicuramente ha risvolti etici di non poco rilievo. Confido», aggiunge la Di Giorgi, «che la discussione possa produrre un testo equilibrato».«Secondo il Comitato etico della Asl», commenta la senatrice dell'Udc Paola Binetti, «Mario rientrerebbe nelle condizioni stabilite dalla Consulta per l'accesso al suicidio assistito. Ma in realtà la famosa sentenza chiedeva al Parlamento di legiferare e di fatto la legge non c'è ancora. E la legge non c'è ancora non perché i parlamentari vogliano sottrarsi a una indicazione della Corte costituzionale», aggiunge la Binetti, «ma perché si tratta di una materia delicatissima, come quella di ogni vita fragile, che esige anche una responsabilità sociale di alto profilo».«La vita umana», argomenta il senatore della Lega Simone Pillon, «è sacra e inviolabile, sempre. Un impegno autenticamente umano non può mai essere quello di togliere la vita, ma semmai di tentare ogni strada per renderla vivibile. Prendiamoci cura delle persone sofferenti e malate, ma fermiamo il suicidio di Stato».«Fratelli d'Italia difende la vita», sottolinea Carolina Varchi, capogruppo in commissione Giustizia del partito di Giorgia Meloni, «dal concepimento fino alla sua fine naturale. Nel nostro ordinamento va rafforzato il favor vitae. Siamo da sempre contrari all'introduzione dell'eutanasia e crediamo che la proposta referendaria sia ancora più preoccupante, perché legalizzare l'omicidio del consenziente anche non malato è aberrante e contrario a un ordinamento che difende la vita. Permane la nostra contrarietà al provvedimento», sottolinea la Varchi, «ma prendiamo atto delle aperture manifestate oggi dal relatore».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/camere-divise-davanti-ai-temi-etici-si-media-sullobiezione-di-coscienza-2655784949.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-il-referendum-creera-il-far-west" data-post-id="2655784949" data-published-at="1637704460" data-use-pagination="False"> Ma il referendum creerà il Far west Tutto è cominciato con una decisione della Corte costituzionale che, tre anni fa, nel famoso caso di Dj Fabo, stabilì la non punibilità, a determinate condizioni, di chi agevola il suicidio assistito. Contemporaneamente la Consulta sollecitò il Parlamento a legiferare. Nei tre anni una legge non è stata ancora messa a punto. Ma presto la Cassazione prima e la Consulta poi dovranno pronunciarsi sull'ammissibilità del referendum abrogativo promosso dall'Associazione Luca Coscioni sull'eutanasia legale, operazione che introdurrebbe, di fatto, la depenalizzazione dell'omicidio del consenziente. Le firme sono già a quota un milione. E il referendum viene propagandato come una battaglia per i diritti umani. Ma rischia di spazzare via dal codice penale il reato che punisce l'omicidio del consenziente. Rimarrebbe in piedi, stando al referendum, solo la parte che tutela minorenni, infermi di mente e persone alle quali il consenso sia stato estorto. Gli altri, in nome dei diritti umani, saranno liberi di farsi assassinare. Anche chi non ha gravi problemi fisici e patologie legate a stati irreversibili o a dolori insopportabili. Basterebbe quindi anche solo un momento di sconforto per chiedere a qualcuno di togliere la vita senza che ciò configuri un reato. Se Cassazione e Consulta, quindi, offriranno il via libera al referendum si voterà probabilmente l'anno prossimo in primavera. Per ora la verifica delle condizioni in cui è possibile agevolare il suicidio assistito sono demandate, come stabilito dai giudici della Corte costituzionale e in attesa dell'intervento del legislatore, a una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente. Mario, infatti, primo malato ad aver ottenuto il via libera al suicidio medicalmente assistito in Italia, il cui caso è stato propagandato ieri da Marco Cappato, che dell'Associazione Coscioni è il presidente, attende proprio la decisione del Comitato etico. Così come è in lista d'attesa per la morte Antonio, residente nelle Marche, in attesa delle valutazioni dell'Asl. Il focus della questione, però, è un altro: con l'eventuale abrogazione dell'omicidio del consenziente quale reato, senza una legge cornice che stabilisca con esattezza limiti e paletti, si rischia un liberi tutti particolarmente pericoloso. Inoltre, i procedimenti giudiziari già in corso in cui viene contestato quel reato, finirebbero nel cestino. Ma finché la prima parte dell'articolo 579 non verrà abrogata, «chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui», è ancora scritto nel codice penale, «è punito con la reclusione da 6 a 15 anni». Pene che ben rappresentano il peso che aveva dato a quel reato il legislatore dell'epoca. La cancellazione della prima parte dell'articolo 579 del Codice penale potrebbe quindi aprire un vuoto normativo. Nessuna obiezione di coscienza, né limiti di condizioni fisiche: l'abrogazione consentirebbe di scegliere la morte anche a una persona sana che in quel determinato momento ne fa richiesta. Perfino in Olanda, Belgio e Spagna, le leggi sull'eutanasia, pur essendo particolarmente permissive, dettano un elenco di condizioni che permettono o meno la scelta. La Camera dei deputati stava lavorando proprio su un disegno di legge per dare attuazione alla sentenza della Corte costituzionale, per evitare derive eutanasiche, definendo una «circoscritta area di non conformità costituzionale». Che ora sembra essere a rischio.
(Ansa)
Il caso Askatasuna, a Torino, rappresenta oggi uno degli esempi più chiari di come l’antagonismo italiano abbia superato la dimensione della protesta radicale per assumere tratti strutturalmente violenti e insurrezionali. Gli scontri che hanno investito il capoluogo piemontese, con 108 feriti tra le forze dell’ordine (96 poliziotti, cinque carabinieri e sette finanzieri) e una città paralizzata, non sono il risultato di una degenerazione improvvisa, ma l’esito coerente di una cultura dello scontro coltivata nel tempo, fondata sulla delegittimazione sistematica delle istituzioni e sull’uso della violenza come strumento politico ordinario. L’antagonismo che ruota attorno ad Askatasuna non agisce in isolamento. Al contrario, si inserisce in una rete nazionale ed europea che comprende centri sociali strutturati, collettivi antagonisti e gruppi informali capaci di mobilitarsi rapidamente, spostare militanti da una città all’altra e convergere su obiettivi ritenuti simbolici. Torino, Roma, Milano e il Nord-Est costituiscono snodi italiani di un circuito che dialoga stabilmente con ambienti analoghi in tutta Europa. In questo quadro, Askatasuna ha svolto nel tempo una funzione di hub ideologico e operativo, in grado di attrarre militanti esterni e di fungere da punto di coagulo per azioni ad alto tasso di conflittualità.
Il punto non è soltanto chi scende in piazza, ma come: catene di comando informali, gruppi di copertura, servizi d’ordine paralleli, staffette e un apparato comunicativo che spesso si muove su canali chiusi e messaggistica cifrata. Durante le azioni, hanno documentato gli investigatori della Digos, sono stati usati addirittura i disturbatori di frequenza elettronica (jammer), per rendere più complicate le comunicazioni tra gli operatori delle forze dell’ordine. L’attenzione di Digos e carabinieri del Ros è tutta concentrata sull’area antagonista e anarco-insurrezionalista. Una materia calda, che ribolle. Perché alcuni gruppi provano a compattare il fronte contro quella che chiamano «deriva securitaria» del governo. È una parola che gira, torna e rimbalza sui canali social monitorati. Dentro c’è di tutto. Una massa di attivisti che sa muoversi. Che ha già incendiato diverse piazze: più volte a Torino, ma anche a Roma e a Milano. Sempre grandi manifestazioni, sempre lo stesso copione. Con specialisti della guerriglia urbana, non improvvisati, come protagonisti. Con rinforzi che arrivano anche da oltre confine: Francia, Spagna e perfino Turchia e Grecia. A loro si sono saldati anche minorenni, ragazzi di seconda generazione. I cosiddetti «maranza».
Il modello operativo di riferimento è quello dei Black Bloc, non come organizzazione formalizzata ma come tattica militante condivisa. Piccoli gruppi vestiti di nero, con volto coperto, si muovono all’interno di manifestazioni formalmente legali con l’obiettivo di trasformarle in episodi di guerriglia urbana. La violenza non è reattiva né casuale, ma preordinata: sopralluoghi preventivi, studio dei dispositivi di contenimento, comunicazioni criptate, accumulo di materiali offensivi, definizione di ruoli e vie di fuga. Questo schema, emerso in modo plastico durante il G20 di Amburgo nel 2017, è diventato patrimonio comune dell’antagonismo europeo ed è oggi replicato, con adattamenti locali, anche nel contesto italiano. A renderlo più efficace è l’esistenza di una logistica leggera ma capillare: spostamenti organizzati, ospitalità in spazi occupati, raccolta fondi attraverso iniziative formalmente lecite e una condivisione diffusa di tecniche di scontro.
In questo quadro si inserisce un ulteriore fattore di radicalizzazione: la galassia dei gruppi pro Palestina che opera in prossimità dell’area antagonista. In numerosi contesti italiani ed europei, la causa palestinese viene progressivamente utilizzata non come piattaforma politica o umanitaria, ma come cornice mobilitante per la conflittualità violenta. Cortei formalmente dedicati a Gaza o al cessate il fuoco diventano spazi di convergenza per militanti antagonisti, Black Bloc e anarchici insurrezionalisti, che sfruttano l’emotività del conflitto per legittimare lo scontro con lo Stato. In questo processo, slogan e simbologie pro Pal finiscono spesso per sovrapporsi a narrazioni di giustificazione della violenza, con uno slittamento dalla solidarietà politica alla normalizzazione dell’azione fisica contro forze dell’ordine e istituzioni. Non si tratta, nella maggior parte dei casi, di strutture direttamente riconducibili a organizzazioni terroristiche, ma di ambienti di contiguità, nei quali il confine tra attivismo radicale ed estremismo si fa sempre più labile. L’antagonismo italiano si inserisce in un ecosistema transnazionale di violenza politica, dove in Europa convivono estrema sinistra, aree autonome storiche e ultradestra radicale: mondi ideologicamente opposti ma uniti da pratiche simili, da una logica di conflitto permanente e da una crescente legittimazione della violenza contro lo Stato.
In Francia l’anarchismo violento si manifesta soprattutto attraverso la tattica dei Black Bloc, protagonisti delle grandi mobilitazioni sociali e responsabili di azioni di guerriglia urbana, incendi e attacchi a obiettivi simbolici. A questa galassia si affiancano le Zad (Zones à Défendre), territori occupati che hanno rappresentato vere aree di conflitto strutturale con le istituzioni, come nel caso di Notre-Dame-des-Landes. In Germania il fenomeno appare più radicato e organizzato. I gruppi degli Autonomen, attivi dagli anni Ottanta soprattutto ad Amburgo, Berlino e Lipsia, mostrano una forte continuità organizzativa e un ricorso sistematico alla violenza contro polizia e infrastrutture. Nel Regno Unito Londra è uno dei principali epicentri europei della polarizzazione violenta, dove manifestazioni e contro-manifestazioni degenerano frequentemente in scontri. Sul fronte dell’ultradestra, Combat 18 rappresenta un nodo storico del neonazismo europeo, ispirato alla dottrina della «resistenza senza leader», mentre movimenti come l’English Defence League hanno contribuito a radicalizzare lo spazio pubblico, alimentando una dinamica simmetrica di escalation. Nei Paesi Bassi l’antagonismo è meno strutturato ma altrettanto insidioso: reti fluide e temporanee emergono su temi come immigrazione e ambiente, con Amsterdam e L’Aia divenute piattaforme logistiche dell’estremismo europeo. Nel Nord Europa il baricentro della minaccia è invece l’estremismo neonazista organizzato, con il Nordic Resistance Movement attivo tra Svezia e Danimarca. Copenaghen resta infine uno storico crocevia dell’antagonismo continentale, grazie a spazi autonomi che hanno svolto nel tempo una funzione di hub culturale e logistico transnazionale.
Il dato centrale che emerge, partendo dal caso Askatasuna, è che non ci si trova di fronte a episodi locali o spontanei. L’antagonismo europeo funziona ormai come una rete integrata, caratterizzata da mobilità dei militanti, scambio di competenze, mimetismo organizzativo e una narrazione che giustifica la violenza come risposta necessaria a uno Stato percepito come illegittimo.
Ai «ribelli» il solo auto finanziamento non basta
Per comprendere la capacità di tenuta, mobilitazione e conflitto dell’area antagonista non basta fermarsi alla dimensione ideologica. Il vero fattore strutturale è economico. Dietro cortei, occupazioni, campagne mediatiche e – nei casi più estremi – violenza organizzata, esiste infatti un sistema di finanziamento articolato, frammentato e resiliente, capace di adattarsi alle pressioni giudiziarie e politiche. La prima fonte, rivendicata apertamente, è l’autofinanziamento militante. Concerti, cene sociali, feste politiche e sottoscrizioni pubbliche costituiscono il cuore visibile della raccolta fondi. A queste iniziative si affianca la vendita di gadget – magliette, bandiere, adesivi – che svolgono una doppia funzione: economica e identitaria.
Un secondo pilastro, meno dichiarato ma centrale, è rappresentato dalle occupazioni. L’uso stabile di immobili sottratti al mercato consente un abbattimento drastico dei costi: niente affitti, spese ridotte o assenti per le utenze, disponibilità permanente di spazi per eventi a pagamento. È un finanziamento indiretto, ma strutturale, che garantisce continuità organizzativa e logistica anche in assenza di grandi flussi di cassa.
Esiste poi una vasta area grigia composta da associazioni culturali, circoli ricreativi e progetti sociali formalmente legali. Queste strutture raccolgono fondi attraverso tesseramenti, eventi pubblici e talvolta contributi esterni, fungendo da cerniera tra militanza antagonista e società civile. Non sempre si tratta di attività illecite, ma la destinazione finale delle risorse risulta spesso opaca e difficilmente tracciabile. Negli ultimi anni si è affermato anche il ricorso agli strumenti digitali. Crowdfunding online, appelli social e donazioni elettroniche vengono attivati soprattutto in occasione di arresti, sgomberi o procedimenti giudiziari. Piattaforme di pagamento diffuse consentono di raccogliere rapidamente somme significative, mentre in alcuni casi emergono anche canali in criptovalute, usati per ridurre la tracciabilità dei flussi. Un ruolo non marginale è giocato dalla solidarietà politica. Casse di resistenza, eventi pubblici promossi da ambienti contigui e forme di legittimazione istituzionale contribuiscono a rafforzare l’ecosistema antagonista. Anche se non si configurano come finanziamenti diretti, queste dinamiche moltiplicano risorse, visibilità e capacità di mobilitazione.
Infine, le indagini giudiziarie segnalano l’esistenza di segmenti minoritari ma radicalizzati che ricorrono ad attività illegali o borderline. Spaccio, furti, ricettazione e danneggiamenti non rappresentano l’intero movimento, ma costituiscono un canale di finanziamento e pressione che attira l’attenzione di Procure e forze dell’ordine, soprattutto nei contesti urbani più tesi.
Il quadro è quello di un sistema economico composito, capace di rigenerarsi. Quando un canale è colpito altri subentrano e l’auto finanziamento «puro» non è sufficiente a spiegare la persistenza dell’area antagonista nel tempo.
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 9 febbraio con Carlo Cambi
Andrea Pucci (Ansa)
Fuori un altro. Il cretino prevalente progressista è riuscito nell’ennesima grande impresa di boicottaggio e censura. Questa volta a venire colpito e affondato è Andrea Pucci, comico di grande successo contattato da Carlo Conti per partecipare a Sanremo. Non appena è uscito il suo nome, i social network sono esplosi e a Pucci sono arrivate minacce, insulti e intimidazioni di ogni genere: razzista, fascista, omofobo. Ragion per cui il cabarettista ha deciso di mollare il colpo, spiegando le sue motivazioni in una nota accorata: «Il mio lavoro è quello di far ridere la gente, da 35 anni, ma potrei dire da sempre», ha scritto. «E da sempre ho portato sul palco usi e costumi del mio Paese, beffeggiando gli aspetti caratteriali dell’uomo e della donna. Attraverso il mio lavoro ho raggiunto obiettivi e traguardi con l’intenzione di regalare sorrisi e portare leggerezza a chi è sempre venuto a vedere i miei spettacoli. Gli insulti, le minacce, gli epiteti e quant’altro ancora, ricevuti da me e dalla mia famiglia in questi giorni sono incomprensibili e inaccettabili. Quest’onda mediatica negativa che mi ha coinvolto in occasione dell’annunciata partecipazione a Sanremo, una manifestazione così importante che appartiene al cuore del Paese, altera il patto fondamentale che c’è tra me ed il pubblico, motivo per il quale ho deciso di fare un passo indietro in quanto i presupposti per esercitare la mia professione sono venuti a mancare».
Pucci non ha voluto spingere troppo sulla polemica, ma ha usato argomentazioni interessanti. «A 61 anni, dopo quello che mi è accaduto fisicamente, non sento di dovermi confrontare in una lotta intellettualmente impari che non mi appartiene», ha spiegato. «Nel 2026 il termine fascista non dovrebbe esistere più, esiste l’uomo di destra e l’uomo di sinistra che la pensano in modo differente ma che si confrontano in un ordinamento democratico che per fortuna governa il nostro amato Paese. Omofobia e razzismo sono termini che evidenziano odio del genere umano e io non ho mai odiato nessuno. Rimando quindi tutti gli in bocca al lupo a Carlo Conti augurandogli un’edizione di successo e vi aspetto a teatro».
Una uscita di scena elegante, su cui si è espressa anche Giorgia Meloni: «Fa riflettere che nel 2026 un artista debba sentirsi costretto a rinunciare a fare il suo lavoro a causa del clima di intimidazione e di odio che si è creato attorno a lui. Esprimo solidarietà ad Andrea Pucci, che ha deciso di rinunciare a Sanremo a causa delle offese e delle minacce rivolte a lui e alla sua famiglia. È inaccettabile che la pressione ideologica arrivi al punto da spingere qualcuno a rinunciare a salire su un palco», ha detto il presidente del consiglio. «Questo racconta il doppiopesismo della sinistra, che considera sacra la satira (insulti compresi) quando è rivolta verso i propri avversari, ma invoca la censura contro coloro che dicono cose che la sinistra stessa non condivide. La deriva illiberale della sinistra in Italia sta diventando spaventosa».
Qualcuno potrebbe pensare che Pucci si sia fatto intimidire troppo facilmente, dopo tutto questo è il meccanismo dei social: basta un sospiro per essere travolti da una ondata di sterco e cattiveria. Il punto, però, è che in questo caso le piattaforme sono state accuratamente stimolate da politica e media di sinistra. Quando qualche settimana fa il comico annunciò che avrebbe partecipato a Sanremo (lo fece pubblicando una foto che lo ritraeva a chiappe scoperte), immediatamente il Pd si scatenò in vigilanza Rai: «Anche Sanremo come tutta la Rai è diventato TeleMeloni? I vertici Rai spieghino la scelta del comico Pucci, palesemente di destra, fascista e omofobo», scrissero gli esponenti dem. I giornali si mobilitarono di conseguenza, dal Corriere della Sera a Repubblica passando per Il Manifesto. Sul quotidiano di via Solferino Renato Franco ha scritto che «il suo forte sono i monologhi in cui prova a far ridere sulle dinamiche di coppia, pescando in un repertorio che appartiene al secolo scorso. Comicità da maschio bianco eterosessuale, da boomer che fatica a tenere la frizione (boia chi la molla)». Fanpage ha ribadito che «Andrea Pucci a Sanremo è una scelta non da Carlo Conti: no vax, battute omofobe, schierato apertamente a destra». Altri hanno ricordato una sua battuta sulla Schlein (definita un incrocio tra Alvaro Vitali e Pippo Franco).
Vero: Pucci è di destra (ma non certo fascista). A volte è volgare, ma per lo più nei suoi monologhi si tiene lontanissimo dalla politica. A differenza della grandissima parte dei comici che nel corso degli anni sono stati invitati all’Ariston, e ne hanno approfittato per attaccare questo e quel politico, oltre che alcune categorie realmente discriminate, tra cui i famigerati no vax. E allora è inutile girarci intorno: il fine umorista Zerocalcare sponsor dei martellatori da centro sociale può essere applaudito e riverito, il comico destrorso non è gradito. Cambiano i governi ma non il vizio. E per l’ennesima volta tocca prendere atto del risultato ottenuto dal partito del bavaglio, l’unico che vince a sinistra. A meno che Pucci, con un gran colpo di teatro, non ci ripensi come suggerisce perfino Ignazio La Russa. Speriamo che prenda in considerazione l’invito: veder rosicare i censori sarebbe in effetti divertentissimo.
Continua a leggereRiduci