
Per il passaggio del Milan a Investcorp manca il prestito
La due diligence è praticamente terminata, l’accordo sulla cifra è stato trovato da tempo (intorno a 1 miliardo e 100 milioni di euro) ma la scadenza (venerdì era l’ultimo giorno) dell’esclusiva ha in parte raffreddato l’ottimismo sulla chiusura dell’operazione che dovrebbe portare il Milan dal fondo Elliott a Investcorp.
Altre manifestazione di interesse per il club rossonero non sono mancate neanche di recente, ma non è questo il punto che sta frenando il deal, l’oggetto del contendere riguarda l’operazione di finanziamento con la quale la società del Bahrain intende trovare la liquidità necessaria per arrivare poi al closing.
Nulla di strano o particolare. È consuetudine dei private equity concludere affari di queste dimensioni con una parte di debito e questo potrebbe anche non interessare Elliott. L’hedge fund della famiglia Singer però vuole evitare in ogni modo che questo debito vada a riversarsi sul Milan, vuole cioè delle rassicurazioni sul fatto che nel veicolo che Investcorp creerà ad hoc per acquistare il club rossonero non vada a finire la leva finanziaria usata per portare a termine l’operazione.
Si tratta di un’ulteriore dimostrazione della serietà con la quale il fondo ha gestito il club rossonero in questi anni. Secondo le informazioni raccolte da Verità&Affari Goldman Sachs fa da capofila e arranger in un’operazione di financing che coinvolge alcuni fondi internazionali. Si parla di una leva non inferiore a un quarto dell’operazione complessiva ma su questo non sono arrivate conferme dai soggetti interessati. Superato questo scoglio l’affare dovrebbe risolversi. Anche a breve.
Non è quindi escluso che possa esserci un’accelerazione in un senso o nell’altro già nella prossima settimana. Il rischio - fanno notare i più maliziosi - è che alcune cordate rimaste tagliate fuori dall’acquisto del Chelsea possano decidere di riversare parte di quella liquidità sul club di Milano. Visto che la situazione è quella ora delineata, diventa ancora più difficile dare peso alla ridda di nomi che in questi giorni ha riguardato allenatore, direttore sportivo e calciatori. Centrale è invece il discorso stadio, del resto la difficoltà nel costruire il nuovo impianto è uno dei principali motivi che ha indotto il fondo Elliott a pensare di fare un passo indietro.
Ed è vero che se fosse per i potenziali acquirenti del Bahrein il trasloco da San Siro potrebbe farsi già prima del match con la Fiorentina. Insomma è un aspetto cruciale. I 30 “miseri” milioni che arrivano dall’attuale struttura sono considerati un “minus” se si vuole competere ai livelli delle squadre di premier. Premesso quindi che qualunque sarà la proprietà l’addio a San Siro è scontato, c’è da dire che per adesso quella di Sesto resta l’ipotesi più concreta.
Rispondono, invece, al vero le voci su una richiesta di risarcimento avanzate dal misterioso ex proprietario cinese, Yonghong Li, ma non dovrebbero condizionare in alcun modo l’esito di qualsiasi trattativa. Anche perché come correttamente evidenziato dal sito Calcio e Finanza, nel bilancio di Project Red Black - la società lussemburghese cui fa capo attraverso Rossoneri Luxembourg il Milan – esistono ancora contenziosi con le società attraverso le quali Li controllava il club rossonero.
Dopo le polemiche dell’anno scorso, poi smentite dai dati, si apre una nuova stagione turistica. Gianluca Caramanna è responsabile del turismo di Fratelli d’Italia e consigliere del ministro del Turismo per i rapporti istituzionali. Onorevole, è passato ormai un anno: come è andata davvero la scorsa stagione turistica?
«Nel 2025 abbiamo assistito a polemiche inutili, che poi sono state contraddette dai numeri su arrivi e presenze. Sicuramente abbiamo avuto un dato che ha premiato le politiche del governo perché abbiamo avuto il tutto esaurito sia nei borghi sia nelle aree interne, dando ragione a quelle politiche di delocalizzazione messe in campo dal ministero del Turismo e dal governo Meloni».
Quali sono i primi dati di quest’anno?
«Abbiamo già visto anche nel 2026, soprattutto nel primo trimestre, un incremento rispetto al 2025. Abbiamo avuto dei dati previsionali che danno anche per questa stagione estiva un incremento. Ma soprattutto il dato positivo è quello che vede gli italiani in aumento in vacanza in Italia. Quindi il turismo straniero tiene - con ovviamente i Paesi per noi strategici come Germania, Francia, Svizzera e Spagna in testa - ma con un turismo extraeuropeo che continua a crescere, come gli Stati Uniti e il Canada».
Qual è il dato che l’ha colpita di più?
«Quello dei borghi e delle aree interne che hanno sostenuto il Pil e contribuito per 5 miliardi. Abbiamo avuto più di 100 milioni di presenze soltanto nei piccoli comuni a vocazione turistica, aree interne e, come dicevamo prima, le destinazioni turisticamente meno note. Nel 2025 il turismo ha registrato l’ennesimo record con 476 milioni di presenze. Un record storico che ci vede superare anche la Francia e quindi tallonare per poco la Spagna».
Cos’ha fatto il governo per cercare di tutelare il turismo?
«Col governo Meloni il ministero del Turismo è stato il primo a redigere un piano strategico del turismo interamente fatto dal ministero. Con dei punti strategici come la formazione e l’accessibilità. La digitalizzazione ovviamente è ormai diventata un punto fermo in quelli che sono i nuovi mestieri del turismo, ma soprattutto per quello che può essere in particolare la promozione e la pianificazione turistica sul territorio. E poi c’è l’intelligenza artificiale, che è stata aggiunta in seguito nel piano strategico proprio per l'importanza che ormai riveste per quanto riguarda anche la gestione dei flussi turistici».
E poi, diceva, c’è la formazione...
«Il governo l’ha finanziata inizialmente con 21 milioni di euro e resta centrale perché oggi la qualità dei servizi che realmente può farci vincere la sfida con i Paesi concorrenti nel turismo la si vince con un’adeguata formazione. Più il personale è qualificato, più la nostra offerta turistica sarà superiore alle altre».
Come migliorare quindi la formazione?
«Dobbiamo lavorare per rafforzare anche il rapporto con le università, con gli istituti alberghieri E con i corsi di specializzazione affinché la nostra qualità del servizio sia sempre migliore».
E poi c’è la sostenibilità.
«Uno dei comparti che abbiamo seguito di più è stato quello del turismo all’aria aperta, che è stato adeguatamente sostenuto, valorizzato come forse non era mai stato fatto in passato. E anche questo ha contribuito enormemente a far crescere flussi turistici. Noi sappiamo che alcune nazioni, soprattutto del nord Europa e anche extraeuropee, preferiscono questo modello di turismo. Un turismo spesso all’aria aperta, a contatto con la natura. Un turismo sostenibile che ovviamente in questo momento viene spesso preferito. Abbiamo sostenuto anche il turismo delle ciclovie, quindi il cicloturismo, un altro modello di turismo green».
E poi c’è un grande connubio, tra Italia e enogastronomia...
«Non dimentichiamoci che la cucina italiana è diventata patrimonio immateriale dell’Unesco e questo ovviamente ha dato una spinta in più ad alcune destinazioni nel nostro Paese. Sei turisti su dieci scelgono l’Italia per la cucina e poi a quest’ultima legano altre esperienze che possono essere culturali, religiose e sportive. Ma la cucina resta centrale nella scelta della nostra destinazione e questo è un valore aggiunto sul quale dobbiamo lavorare anche in futuro».
Quali sono le priorità per il governo oggi?
«Bisogna creare una fortissima sinergia tra tutti gli interlocutori e tutta la filiera del turismo. In passato ci sono state grandissime difficoltà proprio nella gestione dei vari livelli di turismo. Ma quest’ultimo parte dalle Pro loco di un piccolissimo territorio e passa per il Comune, per la Regione e per il Ministero. Mettere insieme tutta questa filiera è una grande missione. E poi bisognerebbe tenere maggiormente conto che il turismo oggi incide in modo importante per tre milioni di occupati. Soltanto l’anno scorso abbiamo avuto 500.000 contratti di lavoro a tempo indeterminato in più. Quindi il turismo sta contribuendo al mondo del lavoro, e dobbiamo fare in modo di far crescere ancora di più, dato che in alcuni settori manca ancora personale».
Lei prima ha parlato di delocalizzazione e dell’importanza dei borghi. Ci può anche qui spiegare un po’ meglio gli obiettivi? Perché si è scelta questa strada?
«Come detto, i borghi incidono per oltre 5 miliardi di contributi al Pil. Il turismo nei borghi contribuisce ogni anno non soltanto con quei soldi, ma anche con oltre 2,3 miliardi di euro di entrate fiscali per le casse dello Stato. E quindi la ricaduta occupazionale, soprattutto in questi centri, è superiore ai 90.000 occupati complessivi tra diretti, indiretti e indotto. Nel 2025 i piccoli comuni rappresentano circa il 68% dei comuni italiani che registrano flussi turistici e contribuiscono a circa il 20% delle presenze turistiche complessive. Sono numeri importanti, che possono aiutare economicamente alcune aree del nostro territorio».
Come farlo?
«I borghi, oltre ad essere promossi, devono essere adeguatamente digitalizzati, devono essere raggiungibili e, infine, devono essere promossi. Proprio a partire da queste necessità abbiamo iniziato a lavorare anche sui cammini».
Ci spieghi meglio...
«La riqualificazione dei cammini diventa strategica per attraversare alcuni territori unici. Faccio un esempio su tutti: la Via Lauretana, che unisce Loreto ad Assisi, due città che hanno un grande valore artistico e religioso. Quello era un cammino ormai quasi dimenticato che abbiamo riqualificato e messo a sistema, promuovendolo adeguatamente. Come il cammino di San Francesco, quello di San Benedetto e la Via Francigena. Decisioni che sono state messe in campo per offrire sempre più opportunità al turista che arriva in Italia».
Non di soli cammini o di mare vive l’uomo. Che cosa si è fatto per la montagna?
«Questo settore continua a crescere e questo governo ha investito 480 milioni per la montagna per fare in modo che anche la montagna possa destagionalizzarsi, soprattutto nell’Appennino, e che quindi dia un’offerta di livello che sia legata al wellness, al turismo sportivo, non soltanto d’inverno ma anche d’estate. Questo ovviamente favorisce il lavoro stagionale, facendolo diventare un impiego per tutto l’anno e non soltanto legato ad alcuni mesi dell’anno».
Il governo però ha chiesto anche all’Unione europea di fare qualcosa di più e di creare un fondo ad hoc per il turismo.
«Lo abbiamo chiesto più volte. Io, in prima persona, ho partecipato a diversi meeting europei dove abbiamo chiesto di inserire il turismo all’interno del fondo temporaneo, come si fa anche per altre materie, come l'agricoltura, proprio per poter aiutare in questo momento di difficoltà internazionale alcuni settori del turismo come le agenzie di viaggio e i tour operator. Nello stesso tempo sarebbe opportuno creare un fondo ad hoc, a prescindere dalla situazione che abbiamo nel Golfo, di sostegno urgente al turismo. Perché abbiamo visto che, nel corso degli anni, il turismo può subire contraccolpi legati una volta al Covid e un’altra alle tensioni internazionali».
«L’Europa parla solo di armi, e intanto ci condanna alla dipendenza industriale dagli altri Paesi. Solo il nucleare può garantire la sicurezza energetica del Paese e la sopravvivenza delle famiglie italiane».
Riccardo Molinari, capogruppo della Lega alla Camera, rilancia la necessità di uno scostamento di bilancio per affrontare l’impennata dei prezzi energetici: «Non escludiamo tasse sui profitti delle banche e delle aziende di energia, che macinano utili mentre gli italiani arrancano». E sullo scontro interno alla Lega con il governatore Zaia: «Vedrete, marceremo compatti. Vannacci? Mai più con lui. Uno che inneggia alla Decima Mas è incompatibile con la Lega».
L’Unione europea ha detto sì alla richiesta dell’Italia di avere maggiore flessibilità di bilancio per far fronte alla crisi energetica. Ma non si tratta esattamente di un assegno in bianco.
«Questa apertura rappresenta un successo della Lega e del ministro Giorgetti. Certamente non basta e non risolve i nostri problemi, perché riguarda soltanto gli investimenti in energie rinnovabili, un po’ come il Pnrr. Abbiamo bisogno di una deroga sulla spesa corrente, per affrontare il caro energia che travolge famiglie e aziende».
Dunque?
«L’Europa insiste con la sua visione ideologica. L’Italia dipende energeticamente da Paesi terzi, e pensare di risolvere tutto con le rinnovabili significa prendere in giro i cittadini. Una potenza industriale come la nostra non ci permette di sostituire l’energia fossile con il green. Per questo dobbiamo sperimentare il nucleare».
La sicurezza energetica passa da lì?
«Aver approvato il disegno di legge delega sul nucleare non vuol dire che domani avremo le centrali. Ma stiamo lavorando per essere più autonomi, con bollette più basse nei prossimi anni. È una tecnologia nuova, più sicura, un modello completamente diverso dal passato».
Non teme un referendum sul nucleare?
«Spiegheremo i benefici di questa tecnologia. Si aprirà un dibattito serio. Abbiamo i migliori ingegneri e fisici, le migliori aziende del settore, che vanno in giro per il mondo a costruire centrali nucleari. Bisogna utilizzare queste grandi professionalità al servizio del Paese».
L’opposizione farà le barricate?
«Viste le posizioni della sinistra estrema, una cosa è certa: se vince il campo largo, dimentichiamoci la sicurezza energetica. Bloccheranno il nucleare, e ci renderanno ancora più dipendenti da altri Paesi per gas, petrolio ed energia elettrica prodotta col nucleare».
Le rinnovabili dunque non sono la cura?
«I dati europei sul calo della produzione industriale sono drammatici proprio per colpa delle politiche green, che ci hanno reso dipendenti dalle altre potenze. Abbiamo appaltato all’estero la produzione di materiali fondamentali. Ci sorprendiamo perché il settore degli elettrodomestici si trasferisce in Turchia, ma è perché da quelle parti non hanno i vincoli ambientali che abbiamo noi. Per non parlare dell’automotive, che ci vede succubi della Cina. C’è una volontà di affossare l’industria europea, e adesso anche Confindustria ci dà ragione».
Si cerca l’autonomia europea nel campo della difesa militare, ma non nell’industria?
«Sì, ed è un atteggiamento schizofrenico. Si mette l’accento sugli armamenti solo per spingerci lontano dagli Stati Uniti. E invece il legame con gli Usa deve restare solido, perché se devo decidere da che parte stare, non ho dubbi. Preferisco dipendere dagli Stati Uniti piuttosto che dai cinesi. Per questo, è stato un bene che il premier Meloni non abbia partecipato al vertice con Starmer, Macron e Merz».
E il gas russo?
«Se lo acquistano Macron e Sánchez, non si capisce perché non dovremmo farlo noi. Ungheria e Slovacchia non hanno mai interrotto il flusso. L’obiettivo dev’essere quello di diversificare, per evitare gli shock».
Salvini ha palesato la possibilità di una tassa sui profitti delle banche. Possiamo confermare che vi batterete per questo?
«In questi quattro anni grazie al ministro Giorgetti abbiamo, come Paese, recuperato credibilità finanziaria, lo spread si è ridotto, paghiamo meno interessi sul debito e siamo quasi fuori dalla procedura d’infrazione. Per questo stiamo cercando una mediazione con l’Ue per avere l’autorizzazione a derogare al patto di stabilità potendo spendere così per tagliare i costi delle bollette e dei carburanti, ma se non arriverà l’autorizzazione saremo costretti a farlo lo stesso. Se dobbiamo trovare le risorse, anche un’eventuale tassazione degli utili delle banche dev’essere messa all’ordine del giorno. Stesso discorso per le società energetiche».
Il governo ha dato il via libera al decreto legge per l’ attuazione del Patto europeo su migrazione e asilo. Adesso si attendono le norme sul blocco navale.
«Intanto ricordiamo che, grazie al mix di leggi che abbiamo messo in campo nel tempo, abbiamo ridotto del 60% gli sbarchi dei clandestini. Gli accordi con i Paesi di partenza, in particolare la Tunisia e la Libia, hanno drasticamente ridotto i flussi da quei Paesi, anche se sono stati duramente contrastati dalla sinistra, ma alla fine funzionano. E all’interno dei confini, abbiamo affrontato il problema “maranza” dando più poteri a polizia e magistratura, e a Milano secondo la questura sono cresciuti del 40% gli arresti di minorenni. Continueremo su questa linea».
L’omicidio di Henry Nowak ha fatto esplodere scontri in Inghilterra. Qual è il messaggio secondo lei?
«Ci vedo il solito doppiopesismo, il razzismo al contrario, una tendenza che si vede anche in Italia. Ogni volta che un reato è commesso da uno straniero, parte il giustificazionismo. E chi non è d’accordo è tacciato di razzismo, non si vuole guardare in faccia la realtà. Basta guardare la popolazione carceraria del nostro Paese, per metà composta da stranieri: è evidente che esiste un problema di mancata integrazione e di devianza in alcune comunità».
La Lega diventerà un partito sul modello bavarese, come chiede Luca Zaia?
«Questo non posso saperlo, è una decisione che dovrà prendere il segretario, immagino che avremo modo di parlarne, magari non sui giornali ma nelle sedi di partito. Troppe chiacchiere a mezzo stampa sulle dinamiche interne non fanno bene al movimento».
Una ventata di federalismo interno può essere salutare per la Lega?
«La Lega è nata per rappresentare le esigenze del Nord, è nata al Nord e deve continuare a valorizzare quello che è uno dei suoi asset più forti: il radicamento territoriale, la difesa dagli assalti dello Stato centrale. È quello che ci differenzia da tutti gli altri partiti, essere il sindacato del territorio, il partito degli amministratori, il partito dei ceti produttivi, dei lavoratori. È quello il nostro punto di forza, al di là delle alchimie organizzative del partito».
Il summit leghista di Treviso, tra qualche settimana, sarà una resa dei conti con l’ex governatore del Veneto, oppure immagina già un compromesso?
«Non esiste alcuna resa dei conti da fare con Zaia, Luca è uno degli uomini di punta della Lega e va valorizzato, non contrastato, il merito dello straordinario risultato in Veneto di pochi mesi fa è soprattutto suo. Per il resto credo che i dirigenti della Lega debbano avere tutti quanti ben presente una cosa: in questo partito si è sempre discusso sulla linea politica, nelle sedi opportune, salvo poi marciare sempre compatti. Se questo vale nei momenti in cui le cose vanno bene, deve valere soprattutto nei momenti di difficoltà. Partendo da un vantaggio, in vista delle prossime politiche: la classe dirigente di questo partito, i dirigenti, gli amministratori, sono i migliori in assoluto».
Come farete a disinnescare l’ascesa di Vannacci, quotato intorno al 4%?
«La Lega non ha bisogno di ragionamenti su come arginare Vannacci. Anzi, la sua uscita dalle nostre file ha fatto chiarezza sulla linea politica del partito. Su di lui ho sempre avuto un’opinione chiara, mentre altri gli stendevano i tappeti rossi: Vannacci porta un messaggio antitetico ai valori storici della Lega».
Quindi?
«Quindi chi in questi giorni sta lasciando la Lega per inseguire Vannacci – e non sono così tanti – evidentemente si trovava nel posto sbagliato fin dal principio. Insomma, per noi è l’occasione per ricordare chi siamo: non un partito di estrema destra nazionalista, ma un partito federalista, autonomista, presente nei territori, che mantiene alta l’attenzione soprattutto sul nord del Paese».
Dunque possiamo dire «mai con Vannacci», oppure, in qualche modo, bisognerà tenere i rapporti con lui e cercare di inglobare anche quel mondo? «Nessun nemico a destra»?
«Per quanto mi riguarda, non può esserci alcuna apertura per chi tradisce un partito che gli ha dato tutto. Ma al di là di questo, c’è l’ostacolo politico: il programma di Vannacci, uno che inneggia alla Decima Mas, è incompatibile con la Lega. Sono due mondi che non si toccano».
John Bolton, consigliere per la sicurezza dello Stato nel primo mandato di Donald Trump, non è molto fiducioso sulla possibile fine dei conflitti che infiammano l’Occidente. E parla di sconfitta in corso degli Stati Uniti, fino a questo momento, in Medio Oriente.
Putin rifiuta l’incontro con Zelensky. La possibilità di trovare un accordo è ancora lontana?
«Penso, come hanno dichiarato molti analisti, che l’Ucraina in questo momento sia in vantaggio. Allo stesso tempo, però, tutto ciò non è sufficiente per cambiare radicalmente la natura del conflitto. Putin è stato probabilmente avvisato dai suoi militari del fatto che le forze ucraine non si sarebbero sgretolate entro l’estate come sosteneva il leader del Cremlino, anzi. Come ho detto, gli ucraini stanno combattendo molto bene e l’attacco a San Pietroburgo con l’invasione nel territorio avversario ne è la prova. Quindi, a un certo punto, Putin deve capire e ammettere che la guerra non sta andando come pensava. Sono ormai passati quattro anni ed è da due che Putin dovrebbe aver imparato il da farsi. Non è immaginabile che la sua propaganda della vittoria russa dietro l’angolo possa durare all’infinito. Non lo è, non è così. Quindi questo potrebbe far scoppiare presto un incendio a Mosca: forse Putin troverà un modo per spegnere l’incendio e trarre comunque credibilità dal conflitto per ricostruire l’economia e l’esercito. Ma questo non significa che la guerra sia finita. Il leader del Cremlino cerca di ricostruire l’impero russo. L’ha detto nel 2005. Temo ci speri ancora, e con lui molti russi. Possedere il 20% di Ucraina non è il suo obbiettivo. Lui vuole tutta l’Ucraina».
E quindi, Putin sta bluffando? O potrebbe esserci una tregua temporanea?
«La storia potrebbe ripetersi, come nel 2014 dopo l’invasione della Crimea, la guerra potrebbe durare ancora molti anni, tra alti e bassi. Può darsi possano esserci dei negoziati, ma temo che Putin non voglia ancora davvero trattare e chiudere la partita».
Anche il braccio di ferro tra Usa e Iran sembra non finire mai. L’Iran ha recentemente interrotto i negoziati con gli Usa: che interesse avrebbero gli ayatollah nel porre fine alla guerra?
«Allora, penso che al momento il regime stia guadagnando tempo. Credono che la loro determinazione sia più forte di quella di Trump. E pensano che Trump farà marcia indietro per ottenere un accordo che apra lo Stretto di Hormuz. Così il prezzo internazionale del petrolio scenderà e quindi il prezzo della benzina alla pompa negli Stati Uniti si abbasserà di conseguenza. Il tempo è dalla parte dell’Iran, anche se gli iraniani sono gravemente danneggiati dal blocco americano del loro petrolio. Credono che ci sia più pressione su Trump che su di loro. E comunque, si potrebbe arrivare a un accordo che alla fine apra lo Stretto di Hormuz. Ma anche senza sapere quali sarebbero i termini, ne beneficerà il regime in Iran più di quanto ne beneficerà Trump. E gli iraniani non si preoccupano della situazione economica del loro popolo. Si preoccupano della sopravvivenza del regime. Questo è il loro obiettivo primario».
Voglio parlare anche degli attacchi in Libano: il premier israeliano Netanyahu sta giocando la sua partita a scapito degli Usa?
«Gli iraniani credono di poter fare pressione su Trump perché faccia pressione su Netanyahu, così da fermare la guerra in Libano contro Hezbollah. Ogni giorno che gli israeliani attaccano Hezbollah e lo affondano, affondano anche l’Iran, questo è chiaro a tutti. E Trump non la vede così: sta iniziando a percepire gli israeliani come un ostacolo per raggiungere il suo accordo con l’Iran. Gli iraniani lo sanno. E quindi Teheran sta usando Trump come se fosse un proprio agente per fermare gli attacchi israeliani. Ora, non è ben chiaro cosa sia successo in Libano: Trump ha detto in un post sui social media che le forze israeliane stavano andando verso Beirut. Ma in realtà non ci sarebbero mai state forze israeliane che andavano verso Beirut. C’era stato un attacco aereo sulle postazioni di Hezbollah. Ma fino a oggi, le operazioni israeliane nel sud di Libano continuano, anche se non c’è un attacco di terra nei sobborghi di Beirut».
Ma cosa ne pensa della media di due post all’ora sui social di Trump? Un modo di fare comunicazione politica in tempo di guerra?
«Trump usa i social tutto il tempo, come tutti sanno. Non penso che sia un buon metodo per gestire gli affari internazionali. A volte stare in silenzio è la cosa migliore da fare. Ma questo è contro il Dna di Trump. Non può stopparsi, darsi un freno e provare a non parlare».
Tornando alla guerra: faccio una sintesi, mi dica se è corretta: gli Stati Uniti sono contro Teheran. Israele è contro il Libano. Troppo semplicistica?
«Penso che i due conflitti siano collegati, non importa come la si guardi. Se fossi al posto di Trump direi a Netanyahu di fare ciò che vuole con Hezbollah. E poi direi agli ayatollah che non si devono preoccupare di ridurre il proprio programma nucleare, tanto finché sarà così Netanyahu continuerà a fare ciò che vuole. Ma Trump non pensa in termini strategici. Non pensa in prospettiva, ma ragiona soltanto su ciò che sta davanti alla sua faccia. E in questo momento stiamo perdendo, anche dal punto di vista economico».
Cosa pensa l’opinione pubblica negli Stati Uniti del presidente Trump in merito alla sua condotta e alle guerre?
«Il suo consenso è in forte declino. E la preoccupazione degli americani per l’economia è aumentata, anzi aumenta giorno dopo giorno. È per questo che i repubblicani in Congresso e in vista delle elezioni sono così preoccupati: perché se il prezzo del petrolio non diminuisce, se l’effetto dei prezzi del gas sui cibi e sugli altri beni di prima necessità non migliora, allora sarà molto dura per loro vincere a novembre».
L’incontro di Trump con Xi Jinping a Pechino è da considerarsi un successo?
«In questo momento è chiaro che quell’incontro non ha portato a nulla. In apparenza Trump ha ottenuto una grande accoglienza, che è ciò che voleva. Ha ricevuto un benvenuto molto caloroso, così come quando era già andato nel 2017. Ma in termini di risultati tangibili, no. Il risultato più evidente finora è che Trump ha descritto la vendita di armi da 14 miliardi di dollari degli Stati Uniti a Taiwan come un’ottima moneta di scambio: e questo è stato un grande shock per le persone a Taiwan e un grande shock per molte persone del Congresso che pensano, invece, che sia importante vendere le armi a Taiwan e proteggere l’isola. Non stiamo regalando le armi, tra l’altro, ma le stiamo vendendo. Ed è importante offrire armi in modo che possano servire come deterrente contro l’aggressione cinese, è ovvio. Certo è che Trump ha ottenuto l’attenzione di tutti su Taiwan».
Ma per distogliere l’attenzione dal pantano Iran, invece, non c’è il rischio che Trump attacchi Cuba?
«Trovo ci sia molta speculazione su questo aspetto. Ma dobbiamo ammettere che esistono una serie di attacchi che sembrano essere sempre più vicini. Non penso che quello a Cuba sia probabile: il regime cubano è stato un fallimento, è vero. La pressione sull’economia per tagliare l’acquisto di petrolio è forte ma le persone dovrebbero ricordarsi che c’è una grande comunità cubana in Florida, e anche nel resto del Paese. Il governo non vuole un accordo con il regime, vuole che il regime si sottometta e basta. E alla Casa Bianca credono, avendo parlato con i giovani sull’isola che non hanno mai vissuto sotto altri governi, che i cubani siano molto insoddisfatti. Quindi vedono un’altissima opposizione al regime, un po’ come se i cubani chiedessero agli Stati Uniti di intervenire. E abbiamo il primo segretario di Stato cubano Marco Rubio, che ascolta le sue radici».
Ma ci sarebbe differenza tra un blitz a Cuba e l’attacco di gennaio in Venezuela?
«Per gli americani Cuba è ̀ diversa da tutto il resto del mondo. Ogni bambino a scuola impara che cosa c’è a pochi chilometri dalle nostre spiagge e non bisogna ricordare la guerra fredda per sapere che Cuba fa parte della storia degli Stati Uniti. Quindi ci sono molte persone con amici e parenti lì: è quasi come se fosse un Paese europeo, l’Irlanda, l’Italia o qualsiasi altra nazione che abbia discendenti negli Stati Uniti. E questa relazione rende diversa Cuba dal Venezuela, dall’Iran o da qualunque altro luogo e obiettivo militare».













