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2019-06-24
Ecco chi guadagna sulla salute degli italiani
Ansa
Complice la crisi, curarsi per gli italiani è diventata un'impresa quasi impossibile. Un vero e proprio insulto alla nostra Costituzione, che all'articolo 32 definisce la salute «diritto dell'individuo e interesse della collettività», oltre a garantire la gratuità delle cure per gli indigenti. Bellissime parole che però stanno perdendo il loro prezioso valore man mano che passa il tempo. E l'effetto collaterale di questa involuzione della nostra società è rappresentato dalla crescita impressionante delle spese mediche a carico delle famiglie. La sanità privata, secondo l'ultimo rapporto Oasi del Cergas (Università Bocconi), è un business che nel 2017 è valso un giro d'affari di 39,7 miliardi di euro, pari al 26% della spesa sanitaria totale. Solo cinque anni prima, lo stesso settore pesava 34,5 miliardi, pari al 23,9% del totale. Chi è stato a guadagnare di più da questa impennata nella spesa delle famiglie?
Uno studio del 2016 dell'Ufficio studi di Mediobanca mette in evidenza la crescita vertiginosa dei fatturati dei grandi gruppi privati italiani. Il volume generato dai 5 maggiori player del mercato è cresciuto infatti dai 2,11 miliardi del 2010 ai 2,87 miliardi del 2014, facendo registrare un incremento del 36%. Volano ancora più in alto gli utili, passati nello stesso periodo da 8,3 a 75 milioni (+803%). Stesso discorso vale anche per i dipendenti delle strutture, saliti dai 13.000 del 2012 ai quasi 19.000 del 2014. Il panorama degli operatori è estremamente frammentato, ma le grandi realtà non mancano. La classifica è guidata dal Gruppo San Donato, holding della famiglia Rotelli, con sede a Bologna, che vanta 1,5 miliardi di fatturato all'anno. Nel 2012 il gruppo ha rilevato dalla Fondazione Monte Tabor la titolarità delle quote dell'Ospedale San Raffaele, diventando di fatto unico proprietario del nosocomio fondato nel 1958 da don Luigi Verzé. Oggi la prima azienda ospedaliera in Italia opera in Lombardia e in Emilia Romagna e gestisce ben 19 ospedali, per un totale di quasi 5.600 posti letto. Nelle strutture lavorano circa 17.000 addetti, di cui 5.700 medici.
Segue in classifica il Gruppo Humanitas, con un fatturato di 780 milioni di euro nel 2017 e circa 4.000 addetti. L'omonimo Istituto, con sede a Rozzano, è considerato un centro di eccellenza per la cura dei tumori, ma il gruppo di proprietà della famiglia Rocca (l'attuale presidente Gianfelice è per Forbes l'ottavo uomo più ricco d'Italia, nonché nipote di Agostino, pioniere della siderurgia italiana) è anche molto altro. Le cliniche gestite oltre alla realtà rozzanese sono sette: la Gavazzeni a Bergamo, la Mater Domini a Castellanza, il centro catanese di oncologia a Catania, la casa di cura Cellini a Torino e San Pio X a Milano, l'ospedale Gradenigo di Torino. Sul terzo gradino del podio troviamo il Gruppo Villa Maria, circa 460 milioni di fatturato per 8.800 dipendenti (3.500 medici). Il Gvm rappresenta un network internazionale di 27 strutture presenti in Italia, Francia, Albania, Polonia e Russia. Dal 2014 al 2018 i posti letto sono cresciuti di oltre 700 unità (da 2.460 a 3.235), mentre i ricoveri sono passati nello stesso periodo da 80.000 a 116.000 (+45%). Segue in questa particolare classifica l'Istituto oncologico italiano, nato per volontà di Umberto Veronesi ed Enrico Cuccia, che può vantare circa 460 milioni di fatturato per 1.800 dipendenti. Nel Cda ci sono nomi di peso: oltre al presidente Carlo Cimbri, numero uno di Unipol, troviamo Fulvio Conti (presidente di Telecom, già al vertice di Enel), Renato Pagliaro (presidente di Mediobanca) e Francesco Tanzi (executive vicepresident e cfo di Pirelli). Blasonata la pattuglia dei soci, che comprende, oltre alle già citate Unipol, Telecom, Mediobanca e Pirelli, anche Allianz, Banco Bpm, Mediolanum, Intesa Sanpaolo e Unicredit. Chiude la top five la Servisan, azienda che oltre al Policlinico di Monza gestisce altre otto strutture (6 in Piemonte, una in Valle d'Aosta e una in Romania). La holding che controlla Servisan, oltre 1.800 addetti con un giro d'affari di 211 milioni, è controllata dalla famiglia De Salvo e gestisce anche il Novara calcio.
Ma dove c'è chi guadagna dev'esserci anche chi perde. Sfatiamo subito il solito mito dell'Italia con le mani bucate. Rispetto ad altri Paesi europei, il nostro spende molto di meno per la salute. Sempre secondo l'ultimo rapporto Oasi, la sanità pubblica impiega il 13,4% della spesa pubblica complessiva, contro il 21,4% della Germania, il 19% dell'Olanda, il 18,5% del Regno Unito, il 18,4% dell'Irlanda e della Svezia. Ma ci superano anche Austria, Belgio, Danimarca, Francia e Spagna. Per contro, la spesa «out of pocket», cioè a totale carico delle famiglie, è una delle più alte d'Europa. Ogni cittadino spende infatti all'anno 594 euro (24% del totale), contro il 12% della Germania, il 10% della Francia e l'11% dei Paesi Bassi. Un dato che fa impressione è rappresentato dal fatto che la spesa out of pocket, evidentemente non a caso, è più alta nei Paesi maggiormente colpiti dalla crisi: oltre all'Italia, troviamo la Grecia (34%), Portogallo (28%) e Spagna (24%).
Uno degli effetti dell'austerità è stato quello di indebolire la sanità pubblica. Come se non bastasse, il nostro Paese, con il 2%, ha il tasso più basso di spesa intermediata (cioè assistita da assicurazioni, non profit, eccetera), contro valori molto più alti (7%) in Austria, Francia e Paesi Bassi.
Le vere vittime di questo andazzo sono i cittadini italiani. Negli ultimi tempi si sono moltiplicati gli studi che hanno tentato di spiegare le varie sfaccettature del fenomeno. Lo scorso novembre, durante l'audizione tenuta in Senato, l'allora presidente dell'Istat Maurizio Franzini ha rivelato che 2 milioni di persone (3,3% dell'intera popolazione) rinuncia a visite o accertamenti specialistici per via delle liste d'attesa troppo lunghe, mentre sono ben 4 milioni i concittadini che decidono di non curarsi a causa di problemi economici (pari al 6,8% degli italiani). Dati impressionanti che ben descrivono la gravità della situazione. La rinuncia per le interminabili liste d'attesa colpisce soprattutto chi è un po' più in là con l'età (il 5% della fascia 45-64 anni e il 4,4% degli over 65), mentre l'incidenza della rinuncia alle prestazioni specialistiche tra quanti dichiarano le risorse della propria famiglia scarse o insufficienti è pari al 5,2% contro l'1,9% di coloro che possiedono risorse ottime o perlomeno adeguate. Conta anche la geografia: mentre la percentuale più bassa si riscontra al Nord Est (2,2%), quella più alta è nelle Isole (4,3%). Categorico il giudizio di Franzini: «Queste situazioni rappresentano un segnale di vulnerabilità nell'accesso alle cure che riguarda in particolare i meno abbienti».
Commentando i risultati dei IX rapporto Rbm-Censis presentato appena pochi giorni fa, l'amministratore delegato e direttore generale di Rbm Assicurazione salute, Marco Vecchietti, ha commentato che «nel 2019 quasi un italiano su due (il 44% della popolazione) si è “rassegnato" a pagare personalmente di tasca propria per ottenere una prestazione senza neanche provare a prenotarla tramite il Ssn». La spesa sanitaria privata, secondo lo stesso rapporto, pesa sempre di più, essendo passata dal 2,57% del 2007 al 3,3% del reddito pro capite. Drammatica la situazione dei malati cronici: quasi uno su due ha dovuto fare delle rinunce per poter pagare le cure. Molti intaccano i risparmi (43,8% dei cronici, 26,3% dei sani), mentre è sempre più frequente il ricorso all'indebitamento attraverso un prestito (27,1% dei cronici, 10,5% dei sani). La maggior parte delle rinunce o rinvii riguarda le spese odontoiatriche (23%), seguite dalle visite specialistiche (20,7%), dalla prevenzione (15,6%) e dalla diagnostica (12,3%). Più penalizzati ancora una volta gli over 60. La spesa privata in questo caso raggiunge livelli altissimi, con 1.436 euro pro capite (il 96% dei quali out of pocket) pari al 7,17% del reddito.
La spesa a carico dei cittadini è troppo alta, e anche l'Ocse ci bacchetta, invitando a portarla almeno al 15%. Secondo il ministro della Salute, Giulia Grillo, è necessario intervenire. «Stiamo lavorando sulla spesa out of pocket», ha dichiarato lo scorso novembre, «vogliamo ridurla facendo efficienza e appropriatezza (combattere per esempio l'eccesso di prestazioni inutili). E stiamo lavorando anche su riduzione ticket farmaci e specialistica. Posso dire che l'interlocuzione con il Mef ci incoraggia». Se non si fa fronte subito a questa emergenza sanitaria, l'Italia non diventerà solo più anziana, ma anche più povera e più malata.
Addio paradisi del relax. Le terme ormai sono acqua (sulfurea) passata
Vi siete appena immersi nelle benefiche acque sulfuree. Rilassatevi. Inspirate profondamente. Chiudete gli occhi. Riapriteli: altro che relax. Le chiari, fresche e dolci acque termali sono diventate per le finanze pubbliche un affanno da cardiopatici: bilanci rovinosi, privatizzazioni turbolente, lavoratori in ambasce. L'abisso in cui sono precipitati gli stabilimenti negli ultimi anni ha trascinato a fondo pure Comuni e Regioni. Gli enti locali mantengono nutrite partecipazioni nel settore. E adesso tentano disparatamente di disfarsene. Società spesso gestite con orbo gigantismo: organici ipertrofici, sciali colossali, progetti faraonici. Chi pagava? Pantalone. Fino a qualche tempo fa, le terme erano frequentatissime. Grazie anche alla generosità della mutua. Bastava una ricettina et voilà: il Servizio sanitario nazionale rimborsava i provvidenziali bagni. In vacanza a spese dello Stato.
Acqua passata. Letteralmente. Adesso malconce aziende e munifici azionisti non vedono più il pacifico azzurro delle immersioni curative. Ma il rosso fuoco dei bilanci che lampeggia. Già l'ex commissario straordinario alla spending review, Carlo Cottarelli, incaricato di sfrondare la lussureggiante giungla delle partecipate italiane, notificava mesto: nel ramo sono attive 44 società a controllo pubblico. Perlopiù acciaccatissime. Passato qualche anno, l'andazzo non migliora. Così giunte di ogni foggia e latitudine tentano di disfarsi delle onerose e agonizzanti oasi di benessere. Liquidazioni, concordati, privatizzazioni. A corredo, centinaia di lavoratori a rischio e agonizzanti economie locali.
Come a Caramanico, borgo medioevale abruzzese. Le rinomate terme, attive dal lontano 1576, hanno chiuso i battenti. Dopo 21 milioni di debiti e un estenuante scaricabarile tra la società, in liquidazione, e la Regione. In mezzo, rimangono 190 persone: quelle che potrebbero perdere il posto. Per non parlare dell'indotto: hotel, ristoranti, negozi. Eppure niente: i cancelli restano chiusi. Le convenzioni non ripartono. I turisti latitano. Crisi nera. Persino le due più celebri località emiliane arrancano. Le terme di Salsomaggiore e Tabiano sono in concordato dal 2015. Grazie a precedenti e luminosi lustri hanno accumulato un mastodontico passivo: quasi 30 milioni. Stessa solfa per gli stabilimenti toscani. Anni di crisi profonda. Poi il governatore, Enrico Rossi, decide di vender tutto al miglior offerente. Ma le gare per cedere le gloriose terme di Montecatini continuano ad andar deserte. Compresa l'ultima. Manifestazioni d'interesse: zero. Intanto, lo scorso maggio, con un annetto di ritardo, viene approvato il bilancio 2017. Il passivo è di circa 600.000 euro. Che si aggiunge però ai 20 milioni di debiti pregressi.
Storiella emblematica, quella dei bagni toscani. Dieci anni fa, con ammirevole titanismo, si decide di ristrutturare parte dello stabilimento: le Terme Leopoldine. A Montecatini arriva nientemeno che l'archistar più acclamata: Massimiliano Fuksas. Sarà lui a firmare il progetto di riqualificazione. Un maestoso restyling da 29 milioni di euro. I lavori però si interrompono nel 2011. E a quel punto le acque curative diventano un limbo minaccioso. Pure con l'architetto finisce malamente. Qualche consolazione però Fuksas ce l'ha. Il suo studio, tra compensi e baruffe legali, ha incassato oltre 2 milioni.
All'asta, dunque. Come le storiche Terme di Salice, nell'Oltrepò pavese. Entro l'estate saranno aggiudicate al miglior offerente. Forse. La struttura è chiusa da un anno, dopo il fallimento societario e i travagliati tentativi di salvezza. Nel mentre, il passivo è arrivato a dieci milioni di euro. E pure le Terme di Fogliano, in Lazio, sono in fallimento. Da fine dicembre 2017: «A prescindere da ogni considerazione» scrive il tribunale, che ne ha sancito la fine, «non vi sono dubbi che il patrimonio della società sia insufficiente per fronteggiare i debiti». Che ammontano a più di nove milioni. Il Comune di Latina, socio di maggioranza, ha però presentato ricorso contro l'istanza. Intanto, s'è fatta sotto la procura locale: l'inchiesta penale sul default è in corso. Sepolte sotto 12 milioni di pendenze anche le terme di Castellammare di Stabia, nel napoletano. A corollario, c'è il tribolato destino di 35 ex lavoratori: da anni chiedono di essere riassunti altrove. Sono partiti i licenziamenti pure nelle vicine terme di Agnano, affondate da consistente passivo: sette milioni di euro. Così persino il Comune di Napoli, che ne detiene le quote, un anno fa ha deciso: liquidazione.
I precursori però abitano in Sicilia. Dove i due mitologici carrozzoni del settore, le terme di Sciacca e quelle di Acireale, sono in liquidazione, rispettivamente, dai lontani 2010 e 2011. La munifica Regione non s'è però mai dimenticata dei suoi vanti termali. Ogni anno, con lodevole costanza, mette generosamente mano al bilancio per tentare di colmare il baratro. L'ultima relazione del quanto mai opportuno Ufficio speciale per la chiusura delle liquidazioni dedica ampio spazio agli stabilimenti. Sulle terme di Acireale pende la procedura esecutiva per un debito di 9 milioni. Ma la Regione vuole scongiurare la vendita dei beni. E tratta con i creditori. Anche se l'ispettore giudiziario avverte: «La continua mancanza di liquidità potrebbe aggravarsi in considerazione del protrarsi dei tempi necessari per la cessione dei beni immobili».
Sul defunto stabilimento di Sciacca il dossier regionale segnala, invece, «preoccupazione particolare» per lo stato dei beni termali «a seguito della prolungata inattività». Uno stallo che arreca «ulteriore degrado» agli immobili. Parole al vento. Le ultime allegre razzie sono di un mesetto fa. Giovani vandali, armati di mazze e martelli, hanno devastato ciò che resta: porte, finestre, mobili e apparecchiature. Nel mentre, al grido di «Ora basta», gruppi di cittadini s'incatenano periodicamente davanti alla sede dell'infaticabile assemblea siciliana. Il complesso termale sorregge il turismo di Sciacca. E l'inedia continua a danneggiare l'economia cittadina.
State allegri, però. La solerte amministrazione stavolta fa sul serio. Entro fine giugno, annuncia, il parco riaprirà i battenti. Poi, con la fine dell'estate, comincerà una serrata caccia al partner privato che valorizzerà la struttura. E quei vapori curativi, decantati pure dallo storico Diodoro Siculo. Intanto, la stessa Regione ha acceso un mutuo trentennale da 2,9 milioni: per comprare dalla controllata in liquidazione le piscine Molinelli, fiore all'occhiello dello stabilimento termale. Una specie di partita di giro. Nel solco della finanza pubblica più creativa. E di una delle ferree regole vigenti a Palermo: una partecipata è sempre.
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Continuano a crescere le spese mediche a carico delle famiglie: 594 euro ogni anno per ciascun cittadino. La sanità convenzionata è un'industria che nel 2017 ha prodotto un giro d'affari di quasi 40 miliardi di euro. Ecco chi ne ha approfittato: i grandi gruppi del settore, ma anche finanziarie e assicurazioni.Dall'Abruzzo alla Toscana, 44 impianti in mano a società pubbliche sull'orlo del fallimento per colpa degli sperperi. A rischio centinaia di posti di lavoro.Lo speciale contiene due articoli.Complice la crisi, curarsi per gli italiani è diventata un'impresa quasi impossibile. Un vero e proprio insulto alla nostra Costituzione, che all'articolo 32 definisce la salute «diritto dell'individuo e interesse della collettività», oltre a garantire la gratuità delle cure per gli indigenti. Bellissime parole che però stanno perdendo il loro prezioso valore man mano che passa il tempo. E l'effetto collaterale di questa involuzione della nostra società è rappresentato dalla crescita impressionante delle spese mediche a carico delle famiglie. La sanità privata, secondo l'ultimo rapporto Oasi del Cergas (Università Bocconi), è un business che nel 2017 è valso un giro d'affari di 39,7 miliardi di euro, pari al 26% della spesa sanitaria totale. Solo cinque anni prima, lo stesso settore pesava 34,5 miliardi, pari al 23,9% del totale. Chi è stato a guadagnare di più da questa impennata nella spesa delle famiglie?Uno studio del 2016 dell'Ufficio studi di Mediobanca mette in evidenza la crescita vertiginosa dei fatturati dei grandi gruppi privati italiani. Il volume generato dai 5 maggiori player del mercato è cresciuto infatti dai 2,11 miliardi del 2010 ai 2,87 miliardi del 2014, facendo registrare un incremento del 36%. Volano ancora più in alto gli utili, passati nello stesso periodo da 8,3 a 75 milioni (+803%). Stesso discorso vale anche per i dipendenti delle strutture, saliti dai 13.000 del 2012 ai quasi 19.000 del 2014. Il panorama degli operatori è estremamente frammentato, ma le grandi realtà non mancano. La classifica è guidata dal Gruppo San Donato, holding della famiglia Rotelli, con sede a Bologna, che vanta 1,5 miliardi di fatturato all'anno. Nel 2012 il gruppo ha rilevato dalla Fondazione Monte Tabor la titolarità delle quote dell'Ospedale San Raffaele, diventando di fatto unico proprietario del nosocomio fondato nel 1958 da don Luigi Verzé. Oggi la prima azienda ospedaliera in Italia opera in Lombardia e in Emilia Romagna e gestisce ben 19 ospedali, per un totale di quasi 5.600 posti letto. Nelle strutture lavorano circa 17.000 addetti, di cui 5.700 medici.Segue in classifica il Gruppo Humanitas, con un fatturato di 780 milioni di euro nel 2017 e circa 4.000 addetti. L'omonimo Istituto, con sede a Rozzano, è considerato un centro di eccellenza per la cura dei tumori, ma il gruppo di proprietà della famiglia Rocca (l'attuale presidente Gianfelice è per Forbes l'ottavo uomo più ricco d'Italia, nonché nipote di Agostino, pioniere della siderurgia italiana) è anche molto altro. Le cliniche gestite oltre alla realtà rozzanese sono sette: la Gavazzeni a Bergamo, la Mater Domini a Castellanza, il centro catanese di oncologia a Catania, la casa di cura Cellini a Torino e San Pio X a Milano, l'ospedale Gradenigo di Torino. Sul terzo gradino del podio troviamo il Gruppo Villa Maria, circa 460 milioni di fatturato per 8.800 dipendenti (3.500 medici). Il Gvm rappresenta un network internazionale di 27 strutture presenti in Italia, Francia, Albania, Polonia e Russia. Dal 2014 al 2018 i posti letto sono cresciuti di oltre 700 unità (da 2.460 a 3.235), mentre i ricoveri sono passati nello stesso periodo da 80.000 a 116.000 (+45%). Segue in questa particolare classifica l'Istituto oncologico italiano, nato per volontà di Umberto Veronesi ed Enrico Cuccia, che può vantare circa 460 milioni di fatturato per 1.800 dipendenti. Nel Cda ci sono nomi di peso: oltre al presidente Carlo Cimbri, numero uno di Unipol, troviamo Fulvio Conti (presidente di Telecom, già al vertice di Enel), Renato Pagliaro (presidente di Mediobanca) e Francesco Tanzi (executive vicepresident e cfo di Pirelli). Blasonata la pattuglia dei soci, che comprende, oltre alle già citate Unipol, Telecom, Mediobanca e Pirelli, anche Allianz, Banco Bpm, Mediolanum, Intesa Sanpaolo e Unicredit. Chiude la top five la Servisan, azienda che oltre al Policlinico di Monza gestisce altre otto strutture (6 in Piemonte, una in Valle d'Aosta e una in Romania). La holding che controlla Servisan, oltre 1.800 addetti con un giro d'affari di 211 milioni, è controllata dalla famiglia De Salvo e gestisce anche il Novara calcio.Ma dove c'è chi guadagna dev'esserci anche chi perde. Sfatiamo subito il solito mito dell'Italia con le mani bucate. Rispetto ad altri Paesi europei, il nostro spende molto di meno per la salute. Sempre secondo l'ultimo rapporto Oasi, la sanità pubblica impiega il 13,4% della spesa pubblica complessiva, contro il 21,4% della Germania, il 19% dell'Olanda, il 18,5% del Regno Unito, il 18,4% dell'Irlanda e della Svezia. Ma ci superano anche Austria, Belgio, Danimarca, Francia e Spagna. Per contro, la spesa «out of pocket», cioè a totale carico delle famiglie, è una delle più alte d'Europa. Ogni cittadino spende infatti all'anno 594 euro (24% del totale), contro il 12% della Germania, il 10% della Francia e l'11% dei Paesi Bassi. Un dato che fa impressione è rappresentato dal fatto che la spesa out of pocket, evidentemente non a caso, è più alta nei Paesi maggiormente colpiti dalla crisi: oltre all'Italia, troviamo la Grecia (34%), Portogallo (28%) e Spagna (24%). Uno degli effetti dell'austerità è stato quello di indebolire la sanità pubblica. Come se non bastasse, il nostro Paese, con il 2%, ha il tasso più basso di spesa intermediata (cioè assistita da assicurazioni, non profit, eccetera), contro valori molto più alti (7%) in Austria, Francia e Paesi Bassi.Le vere vittime di questo andazzo sono i cittadini italiani. Negli ultimi tempi si sono moltiplicati gli studi che hanno tentato di spiegare le varie sfaccettature del fenomeno. Lo scorso novembre, durante l'audizione tenuta in Senato, l'allora presidente dell'Istat Maurizio Franzini ha rivelato che 2 milioni di persone (3,3% dell'intera popolazione) rinuncia a visite o accertamenti specialistici per via delle liste d'attesa troppo lunghe, mentre sono ben 4 milioni i concittadini che decidono di non curarsi a causa di problemi economici (pari al 6,8% degli italiani). Dati impressionanti che ben descrivono la gravità della situazione. La rinuncia per le interminabili liste d'attesa colpisce soprattutto chi è un po' più in là con l'età (il 5% della fascia 45-64 anni e il 4,4% degli over 65), mentre l'incidenza della rinuncia alle prestazioni specialistiche tra quanti dichiarano le risorse della propria famiglia scarse o insufficienti è pari al 5,2% contro l'1,9% di coloro che possiedono risorse ottime o perlomeno adeguate. Conta anche la geografia: mentre la percentuale più bassa si riscontra al Nord Est (2,2%), quella più alta è nelle Isole (4,3%). Categorico il giudizio di Franzini: «Queste situazioni rappresentano un segnale di vulnerabilità nell'accesso alle cure che riguarda in particolare i meno abbienti».Commentando i risultati dei IX rapporto Rbm-Censis presentato appena pochi giorni fa, l'amministratore delegato e direttore generale di Rbm Assicurazione salute, Marco Vecchietti, ha commentato che «nel 2019 quasi un italiano su due (il 44% della popolazione) si è “rassegnato" a pagare personalmente di tasca propria per ottenere una prestazione senza neanche provare a prenotarla tramite il Ssn». La spesa sanitaria privata, secondo lo stesso rapporto, pesa sempre di più, essendo passata dal 2,57% del 2007 al 3,3% del reddito pro capite. Drammatica la situazione dei malati cronici: quasi uno su due ha dovuto fare delle rinunce per poter pagare le cure. Molti intaccano i risparmi (43,8% dei cronici, 26,3% dei sani), mentre è sempre più frequente il ricorso all'indebitamento attraverso un prestito (27,1% dei cronici, 10,5% dei sani). La maggior parte delle rinunce o rinvii riguarda le spese odontoiatriche (23%), seguite dalle visite specialistiche (20,7%), dalla prevenzione (15,6%) e dalla diagnostica (12,3%). Più penalizzati ancora una volta gli over 60. La spesa privata in questo caso raggiunge livelli altissimi, con 1.436 euro pro capite (il 96% dei quali out of pocket) pari al 7,17% del reddito.La spesa a carico dei cittadini è troppo alta, e anche l'Ocse ci bacchetta, invitando a portarla almeno al 15%. Secondo il ministro della Salute, Giulia Grillo, è necessario intervenire. «Stiamo lavorando sulla spesa out of pocket», ha dichiarato lo scorso novembre, «vogliamo ridurla facendo efficienza e appropriatezza (combattere per esempio l'eccesso di prestazioni inutili). E stiamo lavorando anche su riduzione ticket farmaci e specialistica. Posso dire che l'interlocuzione con il Mef ci incoraggia». Se non si fa fronte subito a questa emergenza sanitaria, l'Italia non diventerà solo più anziana, ma anche più povera e più malata.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/business-salute-noi-paghiamo-loro-fanno-soldi-2638959250.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="addio-paradisi-del-relax-le-terme-ormai-sono-acqua-sulfurea-passata" data-post-id="2638959250" data-published-at="1774129729" data-use-pagination="False"> Addio paradisi del relax. Le terme ormai sono acqua (sulfurea) passata Vi siete appena immersi nelle benefiche acque sulfuree. Rilassatevi. Inspirate profondamente. Chiudete gli occhi. Riapriteli: altro che relax. Le chiari, fresche e dolci acque termali sono diventate per le finanze pubbliche un affanno da cardiopatici: bilanci rovinosi, privatizzazioni turbolente, lavoratori in ambasce. L'abisso in cui sono precipitati gli stabilimenti negli ultimi anni ha trascinato a fondo pure Comuni e Regioni. Gli enti locali mantengono nutrite partecipazioni nel settore. E adesso tentano disparatamente di disfarsene. Società spesso gestite con orbo gigantismo: organici ipertrofici, sciali colossali, progetti faraonici. Chi pagava? Pantalone. Fino a qualche tempo fa, le terme erano frequentatissime. Grazie anche alla generosità della mutua. Bastava una ricettina et voilà: il Servizio sanitario nazionale rimborsava i provvidenziali bagni. In vacanza a spese dello Stato. Acqua passata. Letteralmente. Adesso malconce aziende e munifici azionisti non vedono più il pacifico azzurro delle immersioni curative. Ma il rosso fuoco dei bilanci che lampeggia. Già l'ex commissario straordinario alla spending review, Carlo Cottarelli, incaricato di sfrondare la lussureggiante giungla delle partecipate italiane, notificava mesto: nel ramo sono attive 44 società a controllo pubblico. Perlopiù acciaccatissime. Passato qualche anno, l'andazzo non migliora. Così giunte di ogni foggia e latitudine tentano di disfarsi delle onerose e agonizzanti oasi di benessere. Liquidazioni, concordati, privatizzazioni. A corredo, centinaia di lavoratori a rischio e agonizzanti economie locali. Come a Caramanico, borgo medioevale abruzzese. Le rinomate terme, attive dal lontano 1576, hanno chiuso i battenti. Dopo 21 milioni di debiti e un estenuante scaricabarile tra la società, in liquidazione, e la Regione. In mezzo, rimangono 190 persone: quelle che potrebbero perdere il posto. Per non parlare dell'indotto: hotel, ristoranti, negozi. Eppure niente: i cancelli restano chiusi. Le convenzioni non ripartono. I turisti latitano. Crisi nera. Persino le due più celebri località emiliane arrancano. Le terme di Salsomaggiore e Tabiano sono in concordato dal 2015. Grazie a precedenti e luminosi lustri hanno accumulato un mastodontico passivo: quasi 30 milioni. Stessa solfa per gli stabilimenti toscani. Anni di crisi profonda. Poi il governatore, Enrico Rossi, decide di vender tutto al miglior offerente. Ma le gare per cedere le gloriose terme di Montecatini continuano ad andar deserte. Compresa l'ultima. Manifestazioni d'interesse: zero. Intanto, lo scorso maggio, con un annetto di ritardo, viene approvato il bilancio 2017. Il passivo è di circa 600.000 euro. Che si aggiunge però ai 20 milioni di debiti pregressi. Storiella emblematica, quella dei bagni toscani. Dieci anni fa, con ammirevole titanismo, si decide di ristrutturare parte dello stabilimento: le Terme Leopoldine. A Montecatini arriva nientemeno che l'archistar più acclamata: Massimiliano Fuksas. Sarà lui a firmare il progetto di riqualificazione. Un maestoso restyling da 29 milioni di euro. I lavori però si interrompono nel 2011. E a quel punto le acque curative diventano un limbo minaccioso. Pure con l'architetto finisce malamente. Qualche consolazione però Fuksas ce l'ha. Il suo studio, tra compensi e baruffe legali, ha incassato oltre 2 milioni. All'asta, dunque. Come le storiche Terme di Salice, nell'Oltrepò pavese. Entro l'estate saranno aggiudicate al miglior offerente. Forse. La struttura è chiusa da un anno, dopo il fallimento societario e i travagliati tentativi di salvezza. Nel mentre, il passivo è arrivato a dieci milioni di euro. E pure le Terme di Fogliano, in Lazio, sono in fallimento. Da fine dicembre 2017: «A prescindere da ogni considerazione» scrive il tribunale, che ne ha sancito la fine, «non vi sono dubbi che il patrimonio della società sia insufficiente per fronteggiare i debiti». Che ammontano a più di nove milioni. Il Comune di Latina, socio di maggioranza, ha però presentato ricorso contro l'istanza. Intanto, s'è fatta sotto la procura locale: l'inchiesta penale sul default è in corso. Sepolte sotto 12 milioni di pendenze anche le terme di Castellammare di Stabia, nel napoletano. A corollario, c'è il tribolato destino di 35 ex lavoratori: da anni chiedono di essere riassunti altrove. Sono partiti i licenziamenti pure nelle vicine terme di Agnano, affondate da consistente passivo: sette milioni di euro. Così persino il Comune di Napoli, che ne detiene le quote, un anno fa ha deciso: liquidazione. I precursori però abitano in Sicilia. Dove i due mitologici carrozzoni del settore, le terme di Sciacca e quelle di Acireale, sono in liquidazione, rispettivamente, dai lontani 2010 e 2011. La munifica Regione non s'è però mai dimenticata dei suoi vanti termali. Ogni anno, con lodevole costanza, mette generosamente mano al bilancio per tentare di colmare il baratro. L'ultima relazione del quanto mai opportuno Ufficio speciale per la chiusura delle liquidazioni dedica ampio spazio agli stabilimenti. Sulle terme di Acireale pende la procedura esecutiva per un debito di 9 milioni. Ma la Regione vuole scongiurare la vendita dei beni. E tratta con i creditori. Anche se l'ispettore giudiziario avverte: «La continua mancanza di liquidità potrebbe aggravarsi in considerazione del protrarsi dei tempi necessari per la cessione dei beni immobili». Sul defunto stabilimento di Sciacca il dossier regionale segnala, invece, «preoccupazione particolare» per lo stato dei beni termali «a seguito della prolungata inattività». Uno stallo che arreca «ulteriore degrado» agli immobili. Parole al vento. Le ultime allegre razzie sono di un mesetto fa. Giovani vandali, armati di mazze e martelli, hanno devastato ciò che resta: porte, finestre, mobili e apparecchiature. Nel mentre, al grido di «Ora basta», gruppi di cittadini s'incatenano periodicamente davanti alla sede dell'infaticabile assemblea siciliana. Il complesso termale sorregge il turismo di Sciacca. E l'inedia continua a danneggiare l'economia cittadina. State allegri, però. La solerte amministrazione stavolta fa sul serio. Entro fine giugno, annuncia, il parco riaprirà i battenti. Poi, con la fine dell'estate, comincerà una serrata caccia al partner privato che valorizzerà la struttura. E quei vapori curativi, decantati pure dallo storico Diodoro Siculo. Intanto, la stessa Regione ha acceso un mutuo trentennale da 2,9 milioni: per comprare dalla controllata in liquidazione le piscine Molinelli, fiore all'occhiello dello stabilimento termale. Una specie di partita di giro. Nel solco della finanza pubblica più creativa. E di una delle ferree regole vigenti a Palermo: una partecipata è sempre.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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