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2019-06-24
Ecco chi guadagna sulla salute degli italiani
Ansa
Complice la crisi, curarsi per gli italiani è diventata un'impresa quasi impossibile. Un vero e proprio insulto alla nostra Costituzione, che all'articolo 32 definisce la salute «diritto dell'individuo e interesse della collettività», oltre a garantire la gratuità delle cure per gli indigenti. Bellissime parole che però stanno perdendo il loro prezioso valore man mano che passa il tempo. E l'effetto collaterale di questa involuzione della nostra società è rappresentato dalla crescita impressionante delle spese mediche a carico delle famiglie. La sanità privata, secondo l'ultimo rapporto Oasi del Cergas (Università Bocconi), è un business che nel 2017 è valso un giro d'affari di 39,7 miliardi di euro, pari al 26% della spesa sanitaria totale. Solo cinque anni prima, lo stesso settore pesava 34,5 miliardi, pari al 23,9% del totale. Chi è stato a guadagnare di più da questa impennata nella spesa delle famiglie?
Uno studio del 2016 dell'Ufficio studi di Mediobanca mette in evidenza la crescita vertiginosa dei fatturati dei grandi gruppi privati italiani. Il volume generato dai 5 maggiori player del mercato è cresciuto infatti dai 2,11 miliardi del 2010 ai 2,87 miliardi del 2014, facendo registrare un incremento del 36%. Volano ancora più in alto gli utili, passati nello stesso periodo da 8,3 a 75 milioni (+803%). Stesso discorso vale anche per i dipendenti delle strutture, saliti dai 13.000 del 2012 ai quasi 19.000 del 2014. Il panorama degli operatori è estremamente frammentato, ma le grandi realtà non mancano. La classifica è guidata dal Gruppo San Donato, holding della famiglia Rotelli, con sede a Bologna, che vanta 1,5 miliardi di fatturato all'anno. Nel 2012 il gruppo ha rilevato dalla Fondazione Monte Tabor la titolarità delle quote dell'Ospedale San Raffaele, diventando di fatto unico proprietario del nosocomio fondato nel 1958 da don Luigi Verzé. Oggi la prima azienda ospedaliera in Italia opera in Lombardia e in Emilia Romagna e gestisce ben 19 ospedali, per un totale di quasi 5.600 posti letto. Nelle strutture lavorano circa 17.000 addetti, di cui 5.700 medici.
Segue in classifica il Gruppo Humanitas, con un fatturato di 780 milioni di euro nel 2017 e circa 4.000 addetti. L'omonimo Istituto, con sede a Rozzano, è considerato un centro di eccellenza per la cura dei tumori, ma il gruppo di proprietà della famiglia Rocca (l'attuale presidente Gianfelice è per Forbes l'ottavo uomo più ricco d'Italia, nonché nipote di Agostino, pioniere della siderurgia italiana) è anche molto altro. Le cliniche gestite oltre alla realtà rozzanese sono sette: la Gavazzeni a Bergamo, la Mater Domini a Castellanza, il centro catanese di oncologia a Catania, la casa di cura Cellini a Torino e San Pio X a Milano, l'ospedale Gradenigo di Torino. Sul terzo gradino del podio troviamo il Gruppo Villa Maria, circa 460 milioni di fatturato per 8.800 dipendenti (3.500 medici). Il Gvm rappresenta un network internazionale di 27 strutture presenti in Italia, Francia, Albania, Polonia e Russia. Dal 2014 al 2018 i posti letto sono cresciuti di oltre 700 unità (da 2.460 a 3.235), mentre i ricoveri sono passati nello stesso periodo da 80.000 a 116.000 (+45%). Segue in questa particolare classifica l'Istituto oncologico italiano, nato per volontà di Umberto Veronesi ed Enrico Cuccia, che può vantare circa 460 milioni di fatturato per 1.800 dipendenti. Nel Cda ci sono nomi di peso: oltre al presidente Carlo Cimbri, numero uno di Unipol, troviamo Fulvio Conti (presidente di Telecom, già al vertice di Enel), Renato Pagliaro (presidente di Mediobanca) e Francesco Tanzi (executive vicepresident e cfo di Pirelli). Blasonata la pattuglia dei soci, che comprende, oltre alle già citate Unipol, Telecom, Mediobanca e Pirelli, anche Allianz, Banco Bpm, Mediolanum, Intesa Sanpaolo e Unicredit. Chiude la top five la Servisan, azienda che oltre al Policlinico di Monza gestisce altre otto strutture (6 in Piemonte, una in Valle d'Aosta e una in Romania). La holding che controlla Servisan, oltre 1.800 addetti con un giro d'affari di 211 milioni, è controllata dalla famiglia De Salvo e gestisce anche il Novara calcio.
Ma dove c'è chi guadagna dev'esserci anche chi perde. Sfatiamo subito il solito mito dell'Italia con le mani bucate. Rispetto ad altri Paesi europei, il nostro spende molto di meno per la salute. Sempre secondo l'ultimo rapporto Oasi, la sanità pubblica impiega il 13,4% della spesa pubblica complessiva, contro il 21,4% della Germania, il 19% dell'Olanda, il 18,5% del Regno Unito, il 18,4% dell'Irlanda e della Svezia. Ma ci superano anche Austria, Belgio, Danimarca, Francia e Spagna. Per contro, la spesa «out of pocket», cioè a totale carico delle famiglie, è una delle più alte d'Europa. Ogni cittadino spende infatti all'anno 594 euro (24% del totale), contro il 12% della Germania, il 10% della Francia e l'11% dei Paesi Bassi. Un dato che fa impressione è rappresentato dal fatto che la spesa out of pocket, evidentemente non a caso, è più alta nei Paesi maggiormente colpiti dalla crisi: oltre all'Italia, troviamo la Grecia (34%), Portogallo (28%) e Spagna (24%).
Uno degli effetti dell'austerità è stato quello di indebolire la sanità pubblica. Come se non bastasse, il nostro Paese, con il 2%, ha il tasso più basso di spesa intermediata (cioè assistita da assicurazioni, non profit, eccetera), contro valori molto più alti (7%) in Austria, Francia e Paesi Bassi.
Le vere vittime di questo andazzo sono i cittadini italiani. Negli ultimi tempi si sono moltiplicati gli studi che hanno tentato di spiegare le varie sfaccettature del fenomeno. Lo scorso novembre, durante l'audizione tenuta in Senato, l'allora presidente dell'Istat Maurizio Franzini ha rivelato che 2 milioni di persone (3,3% dell'intera popolazione) rinuncia a visite o accertamenti specialistici per via delle liste d'attesa troppo lunghe, mentre sono ben 4 milioni i concittadini che decidono di non curarsi a causa di problemi economici (pari al 6,8% degli italiani). Dati impressionanti che ben descrivono la gravità della situazione. La rinuncia per le interminabili liste d'attesa colpisce soprattutto chi è un po' più in là con l'età (il 5% della fascia 45-64 anni e il 4,4% degli over 65), mentre l'incidenza della rinuncia alle prestazioni specialistiche tra quanti dichiarano le risorse della propria famiglia scarse o insufficienti è pari al 5,2% contro l'1,9% di coloro che possiedono risorse ottime o perlomeno adeguate. Conta anche la geografia: mentre la percentuale più bassa si riscontra al Nord Est (2,2%), quella più alta è nelle Isole (4,3%). Categorico il giudizio di Franzini: «Queste situazioni rappresentano un segnale di vulnerabilità nell'accesso alle cure che riguarda in particolare i meno abbienti».
Commentando i risultati dei IX rapporto Rbm-Censis presentato appena pochi giorni fa, l'amministratore delegato e direttore generale di Rbm Assicurazione salute, Marco Vecchietti, ha commentato che «nel 2019 quasi un italiano su due (il 44% della popolazione) si è “rassegnato" a pagare personalmente di tasca propria per ottenere una prestazione senza neanche provare a prenotarla tramite il Ssn». La spesa sanitaria privata, secondo lo stesso rapporto, pesa sempre di più, essendo passata dal 2,57% del 2007 al 3,3% del reddito pro capite. Drammatica la situazione dei malati cronici: quasi uno su due ha dovuto fare delle rinunce per poter pagare le cure. Molti intaccano i risparmi (43,8% dei cronici, 26,3% dei sani), mentre è sempre più frequente il ricorso all'indebitamento attraverso un prestito (27,1% dei cronici, 10,5% dei sani). La maggior parte delle rinunce o rinvii riguarda le spese odontoiatriche (23%), seguite dalle visite specialistiche (20,7%), dalla prevenzione (15,6%) e dalla diagnostica (12,3%). Più penalizzati ancora una volta gli over 60. La spesa privata in questo caso raggiunge livelli altissimi, con 1.436 euro pro capite (il 96% dei quali out of pocket) pari al 7,17% del reddito.
La spesa a carico dei cittadini è troppo alta, e anche l'Ocse ci bacchetta, invitando a portarla almeno al 15%. Secondo il ministro della Salute, Giulia Grillo, è necessario intervenire. «Stiamo lavorando sulla spesa out of pocket», ha dichiarato lo scorso novembre, «vogliamo ridurla facendo efficienza e appropriatezza (combattere per esempio l'eccesso di prestazioni inutili). E stiamo lavorando anche su riduzione ticket farmaci e specialistica. Posso dire che l'interlocuzione con il Mef ci incoraggia». Se non si fa fronte subito a questa emergenza sanitaria, l'Italia non diventerà solo più anziana, ma anche più povera e più malata.
Addio paradisi del relax. Le terme ormai sono acqua (sulfurea) passata
Vi siete appena immersi nelle benefiche acque sulfuree. Rilassatevi. Inspirate profondamente. Chiudete gli occhi. Riapriteli: altro che relax. Le chiari, fresche e dolci acque termali sono diventate per le finanze pubbliche un affanno da cardiopatici: bilanci rovinosi, privatizzazioni turbolente, lavoratori in ambasce. L'abisso in cui sono precipitati gli stabilimenti negli ultimi anni ha trascinato a fondo pure Comuni e Regioni. Gli enti locali mantengono nutrite partecipazioni nel settore. E adesso tentano disparatamente di disfarsene. Società spesso gestite con orbo gigantismo: organici ipertrofici, sciali colossali, progetti faraonici. Chi pagava? Pantalone. Fino a qualche tempo fa, le terme erano frequentatissime. Grazie anche alla generosità della mutua. Bastava una ricettina et voilà: il Servizio sanitario nazionale rimborsava i provvidenziali bagni. In vacanza a spese dello Stato.
Acqua passata. Letteralmente. Adesso malconce aziende e munifici azionisti non vedono più il pacifico azzurro delle immersioni curative. Ma il rosso fuoco dei bilanci che lampeggia. Già l'ex commissario straordinario alla spending review, Carlo Cottarelli, incaricato di sfrondare la lussureggiante giungla delle partecipate italiane, notificava mesto: nel ramo sono attive 44 società a controllo pubblico. Perlopiù acciaccatissime. Passato qualche anno, l'andazzo non migliora. Così giunte di ogni foggia e latitudine tentano di disfarsi delle onerose e agonizzanti oasi di benessere. Liquidazioni, concordati, privatizzazioni. A corredo, centinaia di lavoratori a rischio e agonizzanti economie locali.
Come a Caramanico, borgo medioevale abruzzese. Le rinomate terme, attive dal lontano 1576, hanno chiuso i battenti. Dopo 21 milioni di debiti e un estenuante scaricabarile tra la società, in liquidazione, e la Regione. In mezzo, rimangono 190 persone: quelle che potrebbero perdere il posto. Per non parlare dell'indotto: hotel, ristoranti, negozi. Eppure niente: i cancelli restano chiusi. Le convenzioni non ripartono. I turisti latitano. Crisi nera. Persino le due più celebri località emiliane arrancano. Le terme di Salsomaggiore e Tabiano sono in concordato dal 2015. Grazie a precedenti e luminosi lustri hanno accumulato un mastodontico passivo: quasi 30 milioni. Stessa solfa per gli stabilimenti toscani. Anni di crisi profonda. Poi il governatore, Enrico Rossi, decide di vender tutto al miglior offerente. Ma le gare per cedere le gloriose terme di Montecatini continuano ad andar deserte. Compresa l'ultima. Manifestazioni d'interesse: zero. Intanto, lo scorso maggio, con un annetto di ritardo, viene approvato il bilancio 2017. Il passivo è di circa 600.000 euro. Che si aggiunge però ai 20 milioni di debiti pregressi.
Storiella emblematica, quella dei bagni toscani. Dieci anni fa, con ammirevole titanismo, si decide di ristrutturare parte dello stabilimento: le Terme Leopoldine. A Montecatini arriva nientemeno che l'archistar più acclamata: Massimiliano Fuksas. Sarà lui a firmare il progetto di riqualificazione. Un maestoso restyling da 29 milioni di euro. I lavori però si interrompono nel 2011. E a quel punto le acque curative diventano un limbo minaccioso. Pure con l'architetto finisce malamente. Qualche consolazione però Fuksas ce l'ha. Il suo studio, tra compensi e baruffe legali, ha incassato oltre 2 milioni.
All'asta, dunque. Come le storiche Terme di Salice, nell'Oltrepò pavese. Entro l'estate saranno aggiudicate al miglior offerente. Forse. La struttura è chiusa da un anno, dopo il fallimento societario e i travagliati tentativi di salvezza. Nel mentre, il passivo è arrivato a dieci milioni di euro. E pure le Terme di Fogliano, in Lazio, sono in fallimento. Da fine dicembre 2017: «A prescindere da ogni considerazione» scrive il tribunale, che ne ha sancito la fine, «non vi sono dubbi che il patrimonio della società sia insufficiente per fronteggiare i debiti». Che ammontano a più di nove milioni. Il Comune di Latina, socio di maggioranza, ha però presentato ricorso contro l'istanza. Intanto, s'è fatta sotto la procura locale: l'inchiesta penale sul default è in corso. Sepolte sotto 12 milioni di pendenze anche le terme di Castellammare di Stabia, nel napoletano. A corollario, c'è il tribolato destino di 35 ex lavoratori: da anni chiedono di essere riassunti altrove. Sono partiti i licenziamenti pure nelle vicine terme di Agnano, affondate da consistente passivo: sette milioni di euro. Così persino il Comune di Napoli, che ne detiene le quote, un anno fa ha deciso: liquidazione.
I precursori però abitano in Sicilia. Dove i due mitologici carrozzoni del settore, le terme di Sciacca e quelle di Acireale, sono in liquidazione, rispettivamente, dai lontani 2010 e 2011. La munifica Regione non s'è però mai dimenticata dei suoi vanti termali. Ogni anno, con lodevole costanza, mette generosamente mano al bilancio per tentare di colmare il baratro. L'ultima relazione del quanto mai opportuno Ufficio speciale per la chiusura delle liquidazioni dedica ampio spazio agli stabilimenti. Sulle terme di Acireale pende la procedura esecutiva per un debito di 9 milioni. Ma la Regione vuole scongiurare la vendita dei beni. E tratta con i creditori. Anche se l'ispettore giudiziario avverte: «La continua mancanza di liquidità potrebbe aggravarsi in considerazione del protrarsi dei tempi necessari per la cessione dei beni immobili».
Sul defunto stabilimento di Sciacca il dossier regionale segnala, invece, «preoccupazione particolare» per lo stato dei beni termali «a seguito della prolungata inattività». Uno stallo che arreca «ulteriore degrado» agli immobili. Parole al vento. Le ultime allegre razzie sono di un mesetto fa. Giovani vandali, armati di mazze e martelli, hanno devastato ciò che resta: porte, finestre, mobili e apparecchiature. Nel mentre, al grido di «Ora basta», gruppi di cittadini s'incatenano periodicamente davanti alla sede dell'infaticabile assemblea siciliana. Il complesso termale sorregge il turismo di Sciacca. E l'inedia continua a danneggiare l'economia cittadina.
State allegri, però. La solerte amministrazione stavolta fa sul serio. Entro fine giugno, annuncia, il parco riaprirà i battenti. Poi, con la fine dell'estate, comincerà una serrata caccia al partner privato che valorizzerà la struttura. E quei vapori curativi, decantati pure dallo storico Diodoro Siculo. Intanto, la stessa Regione ha acceso un mutuo trentennale da 2,9 milioni: per comprare dalla controllata in liquidazione le piscine Molinelli, fiore all'occhiello dello stabilimento termale. Una specie di partita di giro. Nel solco della finanza pubblica più creativa. E di una delle ferree regole vigenti a Palermo: una partecipata è sempre.
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Continuano a crescere le spese mediche a carico delle famiglie: 594 euro ogni anno per ciascun cittadino. La sanità convenzionata è un'industria che nel 2017 ha prodotto un giro d'affari di quasi 40 miliardi di euro. Ecco chi ne ha approfittato: i grandi gruppi del settore, ma anche finanziarie e assicurazioni.Dall'Abruzzo alla Toscana, 44 impianti in mano a società pubbliche sull'orlo del fallimento per colpa degli sperperi. A rischio centinaia di posti di lavoro.Lo speciale contiene due articoli.Complice la crisi, curarsi per gli italiani è diventata un'impresa quasi impossibile. Un vero e proprio insulto alla nostra Costituzione, che all'articolo 32 definisce la salute «diritto dell'individuo e interesse della collettività», oltre a garantire la gratuità delle cure per gli indigenti. Bellissime parole che però stanno perdendo il loro prezioso valore man mano che passa il tempo. E l'effetto collaterale di questa involuzione della nostra società è rappresentato dalla crescita impressionante delle spese mediche a carico delle famiglie. La sanità privata, secondo l'ultimo rapporto Oasi del Cergas (Università Bocconi), è un business che nel 2017 è valso un giro d'affari di 39,7 miliardi di euro, pari al 26% della spesa sanitaria totale. Solo cinque anni prima, lo stesso settore pesava 34,5 miliardi, pari al 23,9% del totale. Chi è stato a guadagnare di più da questa impennata nella spesa delle famiglie?Uno studio del 2016 dell'Ufficio studi di Mediobanca mette in evidenza la crescita vertiginosa dei fatturati dei grandi gruppi privati italiani. Il volume generato dai 5 maggiori player del mercato è cresciuto infatti dai 2,11 miliardi del 2010 ai 2,87 miliardi del 2014, facendo registrare un incremento del 36%. Volano ancora più in alto gli utili, passati nello stesso periodo da 8,3 a 75 milioni (+803%). Stesso discorso vale anche per i dipendenti delle strutture, saliti dai 13.000 del 2012 ai quasi 19.000 del 2014. Il panorama degli operatori è estremamente frammentato, ma le grandi realtà non mancano. La classifica è guidata dal Gruppo San Donato, holding della famiglia Rotelli, con sede a Bologna, che vanta 1,5 miliardi di fatturato all'anno. Nel 2012 il gruppo ha rilevato dalla Fondazione Monte Tabor la titolarità delle quote dell'Ospedale San Raffaele, diventando di fatto unico proprietario del nosocomio fondato nel 1958 da don Luigi Verzé. Oggi la prima azienda ospedaliera in Italia opera in Lombardia e in Emilia Romagna e gestisce ben 19 ospedali, per un totale di quasi 5.600 posti letto. Nelle strutture lavorano circa 17.000 addetti, di cui 5.700 medici.Segue in classifica il Gruppo Humanitas, con un fatturato di 780 milioni di euro nel 2017 e circa 4.000 addetti. L'omonimo Istituto, con sede a Rozzano, è considerato un centro di eccellenza per la cura dei tumori, ma il gruppo di proprietà della famiglia Rocca (l'attuale presidente Gianfelice è per Forbes l'ottavo uomo più ricco d'Italia, nonché nipote di Agostino, pioniere della siderurgia italiana) è anche molto altro. Le cliniche gestite oltre alla realtà rozzanese sono sette: la Gavazzeni a Bergamo, la Mater Domini a Castellanza, il centro catanese di oncologia a Catania, la casa di cura Cellini a Torino e San Pio X a Milano, l'ospedale Gradenigo di Torino. Sul terzo gradino del podio troviamo il Gruppo Villa Maria, circa 460 milioni di fatturato per 8.800 dipendenti (3.500 medici). Il Gvm rappresenta un network internazionale di 27 strutture presenti in Italia, Francia, Albania, Polonia e Russia. Dal 2014 al 2018 i posti letto sono cresciuti di oltre 700 unità (da 2.460 a 3.235), mentre i ricoveri sono passati nello stesso periodo da 80.000 a 116.000 (+45%). Segue in questa particolare classifica l'Istituto oncologico italiano, nato per volontà di Umberto Veronesi ed Enrico Cuccia, che può vantare circa 460 milioni di fatturato per 1.800 dipendenti. Nel Cda ci sono nomi di peso: oltre al presidente Carlo Cimbri, numero uno di Unipol, troviamo Fulvio Conti (presidente di Telecom, già al vertice di Enel), Renato Pagliaro (presidente di Mediobanca) e Francesco Tanzi (executive vicepresident e cfo di Pirelli). Blasonata la pattuglia dei soci, che comprende, oltre alle già citate Unipol, Telecom, Mediobanca e Pirelli, anche Allianz, Banco Bpm, Mediolanum, Intesa Sanpaolo e Unicredit. Chiude la top five la Servisan, azienda che oltre al Policlinico di Monza gestisce altre otto strutture (6 in Piemonte, una in Valle d'Aosta e una in Romania). La holding che controlla Servisan, oltre 1.800 addetti con un giro d'affari di 211 milioni, è controllata dalla famiglia De Salvo e gestisce anche il Novara calcio.Ma dove c'è chi guadagna dev'esserci anche chi perde. Sfatiamo subito il solito mito dell'Italia con le mani bucate. Rispetto ad altri Paesi europei, il nostro spende molto di meno per la salute. Sempre secondo l'ultimo rapporto Oasi, la sanità pubblica impiega il 13,4% della spesa pubblica complessiva, contro il 21,4% della Germania, il 19% dell'Olanda, il 18,5% del Regno Unito, il 18,4% dell'Irlanda e della Svezia. Ma ci superano anche Austria, Belgio, Danimarca, Francia e Spagna. Per contro, la spesa «out of pocket», cioè a totale carico delle famiglie, è una delle più alte d'Europa. Ogni cittadino spende infatti all'anno 594 euro (24% del totale), contro il 12% della Germania, il 10% della Francia e l'11% dei Paesi Bassi. Un dato che fa impressione è rappresentato dal fatto che la spesa out of pocket, evidentemente non a caso, è più alta nei Paesi maggiormente colpiti dalla crisi: oltre all'Italia, troviamo la Grecia (34%), Portogallo (28%) e Spagna (24%). Uno degli effetti dell'austerità è stato quello di indebolire la sanità pubblica. Come se non bastasse, il nostro Paese, con il 2%, ha il tasso più basso di spesa intermediata (cioè assistita da assicurazioni, non profit, eccetera), contro valori molto più alti (7%) in Austria, Francia e Paesi Bassi.Le vere vittime di questo andazzo sono i cittadini italiani. Negli ultimi tempi si sono moltiplicati gli studi che hanno tentato di spiegare le varie sfaccettature del fenomeno. Lo scorso novembre, durante l'audizione tenuta in Senato, l'allora presidente dell'Istat Maurizio Franzini ha rivelato che 2 milioni di persone (3,3% dell'intera popolazione) rinuncia a visite o accertamenti specialistici per via delle liste d'attesa troppo lunghe, mentre sono ben 4 milioni i concittadini che decidono di non curarsi a causa di problemi economici (pari al 6,8% degli italiani). Dati impressionanti che ben descrivono la gravità della situazione. La rinuncia per le interminabili liste d'attesa colpisce soprattutto chi è un po' più in là con l'età (il 5% della fascia 45-64 anni e il 4,4% degli over 65), mentre l'incidenza della rinuncia alle prestazioni specialistiche tra quanti dichiarano le risorse della propria famiglia scarse o insufficienti è pari al 5,2% contro l'1,9% di coloro che possiedono risorse ottime o perlomeno adeguate. Conta anche la geografia: mentre la percentuale più bassa si riscontra al Nord Est (2,2%), quella più alta è nelle Isole (4,3%). Categorico il giudizio di Franzini: «Queste situazioni rappresentano un segnale di vulnerabilità nell'accesso alle cure che riguarda in particolare i meno abbienti».Commentando i risultati dei IX rapporto Rbm-Censis presentato appena pochi giorni fa, l'amministratore delegato e direttore generale di Rbm Assicurazione salute, Marco Vecchietti, ha commentato che «nel 2019 quasi un italiano su due (il 44% della popolazione) si è “rassegnato" a pagare personalmente di tasca propria per ottenere una prestazione senza neanche provare a prenotarla tramite il Ssn». La spesa sanitaria privata, secondo lo stesso rapporto, pesa sempre di più, essendo passata dal 2,57% del 2007 al 3,3% del reddito pro capite. Drammatica la situazione dei malati cronici: quasi uno su due ha dovuto fare delle rinunce per poter pagare le cure. Molti intaccano i risparmi (43,8% dei cronici, 26,3% dei sani), mentre è sempre più frequente il ricorso all'indebitamento attraverso un prestito (27,1% dei cronici, 10,5% dei sani). La maggior parte delle rinunce o rinvii riguarda le spese odontoiatriche (23%), seguite dalle visite specialistiche (20,7%), dalla prevenzione (15,6%) e dalla diagnostica (12,3%). Più penalizzati ancora una volta gli over 60. La spesa privata in questo caso raggiunge livelli altissimi, con 1.436 euro pro capite (il 96% dei quali out of pocket) pari al 7,17% del reddito.La spesa a carico dei cittadini è troppo alta, e anche l'Ocse ci bacchetta, invitando a portarla almeno al 15%. Secondo il ministro della Salute, Giulia Grillo, è necessario intervenire. «Stiamo lavorando sulla spesa out of pocket», ha dichiarato lo scorso novembre, «vogliamo ridurla facendo efficienza e appropriatezza (combattere per esempio l'eccesso di prestazioni inutili). E stiamo lavorando anche su riduzione ticket farmaci e specialistica. Posso dire che l'interlocuzione con il Mef ci incoraggia». Se non si fa fronte subito a questa emergenza sanitaria, l'Italia non diventerà solo più anziana, ma anche più povera e più malata.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/business-salute-noi-paghiamo-loro-fanno-soldi-2638959250.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="addio-paradisi-del-relax-le-terme-ormai-sono-acqua-sulfurea-passata" data-post-id="2638959250" data-published-at="1767295535" data-use-pagination="False"> Addio paradisi del relax. Le terme ormai sono acqua (sulfurea) passata Vi siete appena immersi nelle benefiche acque sulfuree. Rilassatevi. Inspirate profondamente. Chiudete gli occhi. Riapriteli: altro che relax. Le chiari, fresche e dolci acque termali sono diventate per le finanze pubbliche un affanno da cardiopatici: bilanci rovinosi, privatizzazioni turbolente, lavoratori in ambasce. L'abisso in cui sono precipitati gli stabilimenti negli ultimi anni ha trascinato a fondo pure Comuni e Regioni. Gli enti locali mantengono nutrite partecipazioni nel settore. E adesso tentano disparatamente di disfarsene. Società spesso gestite con orbo gigantismo: organici ipertrofici, sciali colossali, progetti faraonici. Chi pagava? Pantalone. Fino a qualche tempo fa, le terme erano frequentatissime. Grazie anche alla generosità della mutua. Bastava una ricettina et voilà: il Servizio sanitario nazionale rimborsava i provvidenziali bagni. In vacanza a spese dello Stato. Acqua passata. Letteralmente. Adesso malconce aziende e munifici azionisti non vedono più il pacifico azzurro delle immersioni curative. Ma il rosso fuoco dei bilanci che lampeggia. Già l'ex commissario straordinario alla spending review, Carlo Cottarelli, incaricato di sfrondare la lussureggiante giungla delle partecipate italiane, notificava mesto: nel ramo sono attive 44 società a controllo pubblico. Perlopiù acciaccatissime. Passato qualche anno, l'andazzo non migliora. Così giunte di ogni foggia e latitudine tentano di disfarsi delle onerose e agonizzanti oasi di benessere. Liquidazioni, concordati, privatizzazioni. A corredo, centinaia di lavoratori a rischio e agonizzanti economie locali. Come a Caramanico, borgo medioevale abruzzese. Le rinomate terme, attive dal lontano 1576, hanno chiuso i battenti. Dopo 21 milioni di debiti e un estenuante scaricabarile tra la società, in liquidazione, e la Regione. In mezzo, rimangono 190 persone: quelle che potrebbero perdere il posto. Per non parlare dell'indotto: hotel, ristoranti, negozi. Eppure niente: i cancelli restano chiusi. Le convenzioni non ripartono. I turisti latitano. Crisi nera. Persino le due più celebri località emiliane arrancano. Le terme di Salsomaggiore e Tabiano sono in concordato dal 2015. Grazie a precedenti e luminosi lustri hanno accumulato un mastodontico passivo: quasi 30 milioni. Stessa solfa per gli stabilimenti toscani. Anni di crisi profonda. Poi il governatore, Enrico Rossi, decide di vender tutto al miglior offerente. Ma le gare per cedere le gloriose terme di Montecatini continuano ad andar deserte. Compresa l'ultima. Manifestazioni d'interesse: zero. Intanto, lo scorso maggio, con un annetto di ritardo, viene approvato il bilancio 2017. Il passivo è di circa 600.000 euro. Che si aggiunge però ai 20 milioni di debiti pregressi. Storiella emblematica, quella dei bagni toscani. Dieci anni fa, con ammirevole titanismo, si decide di ristrutturare parte dello stabilimento: le Terme Leopoldine. A Montecatini arriva nientemeno che l'archistar più acclamata: Massimiliano Fuksas. Sarà lui a firmare il progetto di riqualificazione. Un maestoso restyling da 29 milioni di euro. I lavori però si interrompono nel 2011. E a quel punto le acque curative diventano un limbo minaccioso. Pure con l'architetto finisce malamente. Qualche consolazione però Fuksas ce l'ha. Il suo studio, tra compensi e baruffe legali, ha incassato oltre 2 milioni. All'asta, dunque. Come le storiche Terme di Salice, nell'Oltrepò pavese. Entro l'estate saranno aggiudicate al miglior offerente. Forse. La struttura è chiusa da un anno, dopo il fallimento societario e i travagliati tentativi di salvezza. Nel mentre, il passivo è arrivato a dieci milioni di euro. E pure le Terme di Fogliano, in Lazio, sono in fallimento. Da fine dicembre 2017: «A prescindere da ogni considerazione» scrive il tribunale, che ne ha sancito la fine, «non vi sono dubbi che il patrimonio della società sia insufficiente per fronteggiare i debiti». Che ammontano a più di nove milioni. Il Comune di Latina, socio di maggioranza, ha però presentato ricorso contro l'istanza. Intanto, s'è fatta sotto la procura locale: l'inchiesta penale sul default è in corso. Sepolte sotto 12 milioni di pendenze anche le terme di Castellammare di Stabia, nel napoletano. A corollario, c'è il tribolato destino di 35 ex lavoratori: da anni chiedono di essere riassunti altrove. Sono partiti i licenziamenti pure nelle vicine terme di Agnano, affondate da consistente passivo: sette milioni di euro. Così persino il Comune di Napoli, che ne detiene le quote, un anno fa ha deciso: liquidazione. I precursori però abitano in Sicilia. Dove i due mitologici carrozzoni del settore, le terme di Sciacca e quelle di Acireale, sono in liquidazione, rispettivamente, dai lontani 2010 e 2011. La munifica Regione non s'è però mai dimenticata dei suoi vanti termali. Ogni anno, con lodevole costanza, mette generosamente mano al bilancio per tentare di colmare il baratro. L'ultima relazione del quanto mai opportuno Ufficio speciale per la chiusura delle liquidazioni dedica ampio spazio agli stabilimenti. Sulle terme di Acireale pende la procedura esecutiva per un debito di 9 milioni. Ma la Regione vuole scongiurare la vendita dei beni. E tratta con i creditori. Anche se l'ispettore giudiziario avverte: «La continua mancanza di liquidità potrebbe aggravarsi in considerazione del protrarsi dei tempi necessari per la cessione dei beni immobili». Sul defunto stabilimento di Sciacca il dossier regionale segnala, invece, «preoccupazione particolare» per lo stato dei beni termali «a seguito della prolungata inattività». Uno stallo che arreca «ulteriore degrado» agli immobili. Parole al vento. Le ultime allegre razzie sono di un mesetto fa. Giovani vandali, armati di mazze e martelli, hanno devastato ciò che resta: porte, finestre, mobili e apparecchiature. Nel mentre, al grido di «Ora basta», gruppi di cittadini s'incatenano periodicamente davanti alla sede dell'infaticabile assemblea siciliana. Il complesso termale sorregge il turismo di Sciacca. E l'inedia continua a danneggiare l'economia cittadina. State allegri, però. La solerte amministrazione stavolta fa sul serio. Entro fine giugno, annuncia, il parco riaprirà i battenti. Poi, con la fine dell'estate, comincerà una serrata caccia al partner privato che valorizzerà la struttura. E quei vapori curativi, decantati pure dallo storico Diodoro Siculo. Intanto, la stessa Regione ha acceso un mutuo trentennale da 2,9 milioni: per comprare dalla controllata in liquidazione le piscine Molinelli, fiore all'occhiello dello stabilimento termale. Una specie di partita di giro. Nel solco della finanza pubblica più creativa. E di una delle ferree regole vigenti a Palermo: una partecipata è sempre.
Tom Selleck, protagonista della serie «Magnum P.I.» con la Ferrari 308 GTS (Getty Images)
La Ferrari 308 comparve sulla stampa alla fine del 1975. Presentata al salone di Parigi, iniziò ad essere prodotta nel dicembre di 50 anni fa. La nuova due posti secchi del cavallino rampante dovette affrontare difficili sfide all’atto della nascita. La crisi del petrolio mordeva il mercato dell’auto mondiale, mentre le politiche fiscali di quegli anni penalizzavano le cilindrate più alte, che Ferrari aveva in listino con i motori a 12 cilindri. In ultima istanza, la nuova nata avrebbe dovuto essere l’erede delle «Dino», le Ferrari con motore a 8 cilindri che presero il nome dal figlio di Enzo Ferrari prematuramente scomparso nel 1956, la cui ultima serie del 1974 disegnata da Bertone non aveva riscosso particolare consenso. La linea della nuova 308, uscita dallo studio di Pininfarina, sarà invece la chiave del successo della nuova sportiva del cavallino. Le forme rispecchiavano in pieno lo stile del decennio, che prediligevano linee tese più che quelle tondeggianti, con un chiaro accenno all’aspetto della sorella maggiore 512 BB 12 cilindri. Il motore era trasversale centrale e per la prima volta un V8 trovava posto sotto il cofano di una vettura a marchio Ferrari e non Dino.
La cilindrata era di 2.926cc erogante una potenza di 255 Cv. Alimentato da 4 carburatori Weber doppio corpo, la 308 raggiungeva la velocità di punta di 252 km/h ed un’accelerazione da 0 a 100 km/h in 6,5 secondi. I primi esemplari furono costruiti con carrozzeria in vetroresina dalla carrozzeria Scaglietti, che ne produsse poco più di 700 esemplari fino al 1977. La fibra di vetro garantiva particolare riduzione di peso (poco più di 1.000 kg a vuoto) rendendo brillanti la maneggevolezza e le prestazioni. Fu l’enorme successo della 308 GTB (dove G sta per Granturismo, T per motore trasversale e B per berlinetta) a costringere la casa di Maranello a proseguire la produzione adottando una più tradizionale carrozzeria in alluminio in quanto il fiberglass non permetteva l’assemblaggio di grandi numeri con un lavoro semiartigianale come quello applicato ai primi esemplari. Alla 308 GTB si affiancò una «scoperta», la 308 GTS (dove S sta appunto per scoperta) dotata di un tettuccio rimovibile del tipo «targa». Fu questo modello in particolare a rendere celebre in tutto il mondo la Ferrari 308, quando fu scelto per la serie tv americana «Magnum P.I.». Il protagonista, interpretato da Tom Selleck, fu accompagnato per tutte le puntate dalla 308 GTS rossa che entrò così nelle case di milioni di telespettatori. Dal 1980 i motori ricevettero l’iniezione elettronica al posto dei carburatori doppio corpo e nel 1984 nacque la 308 «Quattrovalvole», più affidabile di quella a carburatori e più brillante della precedente versione a iniezione che era stata criticata per l’eccessivo depotenziamento. La 308 fu uno dei più grandi successi commerciali per la casa di Maranello con circa 12.000 esemplari di tutte le serie prodotti fino al 1985. La 8 cilindri segnò la strada per i modelli successivi come la 328, di fatto un’evoluzione della 308 con la quale condivideva la meccanica e l’estetica di base. Oggi la versione in vetroresina è la più ricercata dai collezionisti e raggiunge quotazioni attorno ai 300.000 euro.
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Il 2026 in televisione è fatto di ritorni e conferme: sequel, reboot e spin-off dominano l’anno. Da Scrubs a The Boroughs, da American Love Story a Blade Runner 2099, fino a Portobello di Bellocchio, le serie più attese mescolano nostalgia e novità.
Non sono tante le novità quanti i ritorni, a segnare il 2026 da un punto di vista televisivo. E, mentre sui social network si corre la gara dei buoni propositi, affannandosi a mettere nero su bianco - con fotografie, lunghe tirate e parole pompose - quel che di buono si vuole fare, verrebbe quasi da trovarci un che di retorico nella scelta. Come a dire che pure i grandi produttori abbiano voluto imparare a farsi bastare quel che già c'è anziché investire energie e malumori nell'eterna ricerca di quel che manca. Potrebbe darsi, potrebbe essere. Fatto sta che l'anno appena incominciato presenta poca originalità in termini di serie televisive. Piuttosto, sono le conferme a renderlo ricco: le seconde, terze, quarte stagioni, i reboot, i revival, i prequel o gli spin-off, parte dei quali abbiamo provato a riassumere di seguito.
I sette quadranti
Agatha Christie, di nuovo. Chris Chibnall, ex showrunner di Doctor Who, ha deciso di adattare per il piccolo schermo The seven dials mystery, romanzo datato 1929. Ambientata nell’Inghilterra del 1925, la storia ruota attorno a un gruppo di giovani aristocratici, scosso da una morte apparentemente accidentale e da un enigma, scandito da sette misteriosi quadranti. La storia, forse, è nota, ma il cast, guidato da Helena Bonham Carter e Martin Freeman, promette di far della serie un gioiellino, se non originale, per certo capace di confortare e appagare gli amanti del genere. Su Netflix dal 15 gennaio 2026
Scrubs, reboot
Spiegare cosa sia stata la serie a chi non l'abbia vissuta è pressoché impossibile. Ma chi abbia seguito, anche solo in parte, le peripezie di JD e amici, a quindici anni dalla loro fine, non può non accendersi all'idea di ritrovarle. Le porte del Sacro Cuore tornano ad aprirsi, i suoi corridoi ad affollarsi. Gli amici di allora tornano a muoversi, più stanchi, più cinici, ma sempre parte di una medicina fatta di turni massacranti e tagli perpetui alle risorse. Si ride ancora, di quella risata un po' amara che, nel reboot, è figlia, soprattutto, del presente. Scrubs, così come è stato ripensato, è calato all'interno di un sistema sanitario post-pandemico, in cui l'intelligenza artificiale ha preso il sopravvento e così la precarietà emotiva delle nuove generazioni di specializzandi. Su Disney+ dal 25 febbraio
American Love Story
Un'altra antologia, firmata da Ryan Murphy. Con la sua dose di dramma, ma senza il ricorso - diventato cifra stilistica - all'inquietudine e al soprannaturale. American Love Story, nata dalla costola degli American Story, siano Horror o che altro, è la cronaca di un rapporto tanto problematico quanto mediatico, quello fra John F. Kennedy Jr. e Carolyn Bessette-Kennedy. Lo show, che i Kennedy hanno già tacciato di sciacallaggio, dovrebbe ricostruire tutto: la fascinazione mediatica degli anni Novanta e il disfarsi della coppia, avvenuto sotto lo sguardo morboso dei tabloid, per arrivare, infine, alla tragedia di Martha's Vineyard. Questo, con Naomi Watts ad interpretare l'iconica Jaqueline Kennedy. Su Disney+ da febbraio 2026
The Boroughs
La serie dovrebbe inaugurare un nuovo ciclo, a cura dei Duffer Brothers, quelli di Stranger Things. Non dovrebbero, però, esserci bambini-eroi a popolarlo, ma vecchietti straniti da un incontro inatteso con il soprannaturale. La serie, infatti, pare ambientata all'interno di una residenza per anziani nel deserto del New Mexico, il deserto in cui un gruppo di pensionati scopre la quiete del luogo essere posticcia. Dietro quella calma apparente, dietro la facciata di sorrisi e cura, si celerebbe una minaccia sovrannaturale pronta a rubare loro l’unica cosa che non possono più permettersi di perdere: il tempo. Su Netflix, in data da definirsi
Nord Sud Ovest Est
Un'altra stagione, contraddistinta dal titolo di un'altra canzone. Nord Sud Ovest Est non è un originale, ma il prosieguo dello show che, su Sky, ha saputo ripercorrere la genesi degli 883. Hanno ucciso l'Uomo Ragno è partita dalle fatiche del liceo, da Pavia, la noia diventata arte. Questa seconda stagione va oltre, ritrovando Max Pezzali e Mauro Repettonel momento esatto in cui il loro progetto musicale prende davvero il volo. C'è la nostalgia, dunque, degli anni che furono, le sonorità dei Novanta. Ma c'è, anche, il tentativo di raccontare quanto costi, in termini umani, di amicizie e opportunismi, il successo. Su Sky, in data da definirsi
Blade Runner 2099
Dovrebbe arrivare quest'anno, dopo ritardi e nuove scadenze. Blade Runner 2099, chiamata a recuperare quanto iniziato da Blade Runner 2049, dovrebbe essere ambientata cinquant'anni dopo l'universo replicante, così come lo ha immaginato e raccontato Denise Villeneuve. Il confine, dunque, atto a separare gli esseri umani dalle loro copie artificiali dovrebbe essere ancora più labile, l'urbanizzazione della Terra ormai fuori scala. Su Amazon Prime Video, in data da definirsi
Portobello
Portobello è la serie più attesa fra quelle italiane. Marco Bellocchio, dopo Esterno notte, l'ha portata in anteprima al Festival del Cinema di Venezia, nel settembre 2025. La storia è quella di Enzo Tortora, travolto da un'accusa che si sarebbe rivelata falsa, quella di collusione con la Camorra. Ma è, altresì, la storia di un uomo la cui vita è stata distrutta senza riguardo: è una storia di televisione, di spettacolo e malagiustizia, di una gogna mediatica per la quale nessuno mai si è trovato a pagare. Su Hbo Max, in data da destinarsi
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Alexander Isak (Ansa)
Il giocatore prometteva bene, dopo la buona stagione dell'anno passato al Newcastle. Ma non è andata come si sperava. Alla fine è arrivato anche uno stop fisico che ha interrotto un inserimento già complicato, con pochi gol e assist. Prima dell’infortunio il contributo in campionato dello svedese è stato modesto, insufficiente per un investimento di quella portata. Nello stesso mercato, sempre ad Anfield, è arrivato Florian Wirtz, operazione da oltre cento milioni complessivi. Talento indiscutibile, estetica raffinata, ma numeri a lungo assenti: poche reti, pochi assist, un impatto inferiore a quello che il prezzo faceva sognare. È la distanza tra bellezza e incisività, che nel calcio moderno pesa quanto un risultato.
Il Manchester United ha vissuto una dinamica simile con Matheus Cunha. Pagato circa 62 milioni di sterline, quasi 72 milioni di euro, doveva portare dal Wolverhampton strappi, creatività e gol. Finora ha restituito poco sul piano statistico, appena tre reti, lasciando la sensazione di un acquisto ancora fuori fase rispetto al contesto e alle aspettative. Non è una bocciatura definitiva, ma è l’ennesima dimostrazione di come in Premier il costo amplifichi tutto: giudizi, pressione, fretta.In Serie A le cifre sono più contenute, ma le delusioni seguono una logica simile. Il Milan ha investito circa 37 milioni per Christopher Nkunku, un’operazione importante per il calcio italiano. L’impatto, però, è stato marginale: presenza discontinua, pochi minuti realmente decisivi, nessuna svolta offensiva. Sono arrivati tre gol, uno in Coppa Italia e due in campionato. Negli ultimi giorni si è parlato di una sua possibile cessione in Turchia. Ma domani a quanto pare sarà titolare nella trasferta di Cagliari.
Ancora più sfortunata la vicenda di Ardon Jashari, pagato oltre 35 milioni e fermato quasi subito da un grave infortunio. Qui il mercato si è scontrato con il fattore più imprevedibile: il corpo. Il prezzo resta a bilancio, il rendimento resta sospeso.Eppure, mentre i riflettori seguono i grandi assegni, il calcio continua a produrre valore lontano dalle copertine. In Premier League i casi più interessanti nascono spesso da investimenti medi o bassi, non da quelli monstre. Il Sunderland ha trovato stabilità grazie a Robin Roefs, portiere pagato poco più di 9 milioni di sterline, diventato titolare affidabile con una serie di clean sheet che valgono punti veri. Il Crystal Palacs ha puntato su un mercato contenuto, spendendo 55 milioni di euro e ottenendo rendimento immediato senza dover trasformare giocatori in simboli. Il Brighton continua a confermare il suo modello: esterni offensivi e centrocampisti pagati tra i 12 e i 18 milioni che garantiscono intensità, assist e sostenibilità. La squadra è a metà classifica, ad appena 8 lunghezze dal Liverpool. In Italia il discorso è ancora più netto. L’Atalanta ha investito circa 17 milioni per Nicola Zalewski, ottenendo corsa, duttilità e continuità. Anche la Juventus, con un mercato da 200 milioni di euro, non ha ricevuto al momento quanto sperato dalle novità arrivate. Anche se Edon Zhegrova e Jonathan David sembrano a poco a poco ingranare. Di sicuro uno dei colpi migliori dei bianconeri degli ultimi anni è stato Khéphren Thuram, pagato intorno ai 20 milioni, si è dimostrato un centrocampista dominante per presenza e affidabilità. Il Bologna ha costruito un’altra stagione solida su acquisti sotto i 10–12 milioni, trasformati in titolari grazie a un sistema che valorizza il collettivo più del nome. E poi c’è il caso che racconta meglio di tutti il senso di questa stagione: Adrien Rabiot al Milan. Arrivato senza costo di cartellino, solo con il peso dell’ingaggio, è diventato subito uno dei perni del centrocampo, con minuti, leadership e inserimenti decisivi. Nessuna cifra-record a schiacciarlo, solo rendimento. Il paradosso è evidente.
I flop più fragorosi nascono quasi sempre dall’eccesso, dall’illusione che il mercato possa comprare certezze. I successi più solidi emergono dalla misura: 8, 10, 15, 20 milioni spesi bene possono incidere più di investimenti cinque volte superiori. Spendere tanto non significa sbagliare, ma significa alzare l’asticella del giudizio, trasformare ogni partita in un processo. Spendere meno consente al calcio di respirare, di crescere senza rumore. E ora, con l’apertura imminente della finestra di mercato di gennaio, questo equilibrio tornerà al centro delle scelte: per correggere errori costosi, ma anche per dimostrare, ancora una volta, che nel calcio il valore vero non si compra a colpi di milioni, si costruisce sul campo.
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Iain McGilchrist
Lo psichiatra Iain McGilchrist sfida i cliché sugli emisferi cerebrali: non solo logica e creatività, ma due modi di percepire il mondo. Il predominio del sinistro rischia di impoverire esperienze, relazioni e senso profondo della vita, mentre l’equilibrio favorisce consapevolezza e umanità.
Da oltre un secolo la neuroscienza indaga le differenze tra emisfero destro ed emisfero sinistro, spesso semplificandole in cliché: creatività contro logica, immaginazione contro razionalità. Tuttavia, il lavoro dello psichiatra e filosofo britannico Iain McGilchrist, già consulente presso il Maudsley Hospital di Londra e Fellow di Oxford, riporta la discussione a una profondità che il dibattito pubblico raramente tocca.
Il suo saggio monumentale The Master and His Emissary (2009) ha scosso, all’epoca, il panorama scientifico e culturale, proponendo un’interpretazione radicale: non è solo questione di funzioni diverse, ma di modi di rapportarsi al mondo. In base a quale emisfero «domini» l’esperienza, l’essere umano svilupperebbe comportamenti, strutture sociali e persino visioni della realtà profondamente differenti.
Il cuore del pensiero di McGilchrist si concentra sull’idea che i due emisferi non siano due «metà» equivalenti, bensì due attitudini cognitive perennemente in contatto e comunicanti.
Secondo lo psichiatra inglese l’emisfero sinistro tende a frammentare la realtà, analizzarla, renderla gestibile e quantificabile. Predilige il controllo, la classificazione, il linguaggio (tecnico e non solo), la manipolazione degli oggetti. Mentre l’emisfero destro coglie la visione d’insieme, il contesto, le relazioni. È attento all’ambiguità, all’empatia, ai volti, ai significati non letterali. È l’emisfero della presenza nel mondo.
McGilchrist non parla di «buono» o «cattivo», ma di un equilibrio funzionale che sarebbe la base di un’esistenza sana. L’emisfero destro, più aperto e ricettivo, «vede» il cosmo terrestre e cerca di coglierne i significati nascosti, quelli che vadano oltre la materialità intrinseca; il sinistro, più operativo, pragmatico e laborioso, «lo ghermisce». L’eventuale problema che potrebbe sorgere, secondo lo psichiatra, è quando quest'ultimo emisfero arrivi a prendere il sopravvento sull’altro.
È qui che risiede il nucleo della tesi di McGilchrist: la cultura occidentale contemporanea avrebbe gradualmente favorito, consciamente o inconsciamente, la prospettiva dell’area cerebrale sinistra: procedure rigide, eccesso di astrazione, iper-specializzazione, predominanza del linguaggio tecnico, eccessiva burocratizzazione, il tutto accompagnato da uno smarrimento sistematico del significato profondo delle esperienze umane.
Sulla scia di questa supremazia deleteria, l’individuo rischierebbe di perdere interi pezzi di sé: creatività autentica, intuizione, compassione, una connessione naturale con tutto ciò che lo circonda e, infine, una bussola etica-morale che esuli dalle mere logiche schematiche di produttività.
L’ignorare tale andamento potrebbe portare a diverse gravi conseguenze sia individuali che sociali. Alcuni esempi concreti: una forte tendenza all’alienazione con conseguente disgregazione dei legami sociali, oppure l’invalidazione di qualsiasi esperienza umana emotiva con risultante sensazione di vuoto e depressione.
Secondo McGilchrist, infatti, questo non è solo un tema psicologico del singolo, ma anche un parametro necessario per misurare il benessere collettivo generale. Quando una società privilegia la logica frammentaria e riduzionista, può finire per costruire istituzioni e modelli economici che ne riflettono la stessa visione arida e impoverita.
Al centro del messaggio dell’opera dello psichiatra c’è un invito che suona sorprendentemente semplice: recuperare una percezione integrale dell’esistenza. Non rifiutare l’analisi, ma restituirla al suo posto naturale: un’abilità al servizio di una comprensione più ampia e profonda.
L’emisfero destro, nella prospettiva di McGilchrist, non è il sognatore ingenuo, ma il custode silenzioso di un sapere più antico, capace di intuire complessità che sfuggono ai meccanismi lineari di quello sinistro, elaborando simboli e indizi cognitivi che si nascondono dietro il velo della realtà sensibile.
Le teorie sopra riportate non sono prive di critiche. Alcuni neuroscienziati ritengono eccessivo attribuire caratteri quasi «personalistici» agli emisferi cerebrali, definendolo un approccio troppo riduttivo e un artifizio atto solo a semplificare una materia ancora assai ricca di incognite. Altri, invece, apprezzano la sintesi interdisciplinare elaborata dal britannico, che unisce neuropsicologia, filosofia, storia e antropologia; tuttavia, invitano alla cautela nel generalizzare e a un prudente uso delle metafore divulgative. Ciò che nessuno nega, però, è che il lavoro del medico londinese abbia riportato al centro della discussione un interrogativo essenziale: come la nostra mente costruisce il mondo.
In un’epoca dominata dalla velocità, dalla semplificazione e dall’automazione, l’opera di Iain McGilchrist riecheggia come un invito a recuperare la dimensione umana più ampia: quella capace di ascoltare, di percepire, di vedere oltre la superficie.
In altre parole, a ristabilire un valido e fruttuoso equilibrio tra le due grandi «voci» della nostra mente, nella speranza che capendo maggiormente noi stessi si possa arrivare a comprendere maggiormente anche l’esistenza tutta.
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