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2023-03-13
Buono e veloce: il surgelato ha cambiato la nostra dieta
Ansa
È notizia di questi giorni che in poco più di 40 anni abbiamo più che quintuplicato il consumo dei cibi surgelati, passando dai 3 kg a testa del 1980 ai ben 16 kg del 2021. Stiamo parlando di 940.000 tonnellate di surgelati per un giro d’affari di 4,8 miliardi di euro. I dati sono stati diffusi dall’Istituto italiano alimenti surgelati (Iias), in occasione della Giornata del cibo surgelato, il 6 marzo scorso. L’istituto, che quest’anno compie 60 anni essendo stato fondato nel 1963, ha spiegato come ad oggi 98 italiani su 100 mangino surgelati, soprattutto pietanze golose, come le patatine fritte, che rappresentano il 15% del volume dei surgelati consumati in Italia. O pietanze molto più lunghe da preparare fresche, come il minestrone, uno dei primi surgelati prodotti in Italia. O, ancora, prodotti che si possono tenere nel frigo di casa per ogni occasione, ad esempio la pizza o i famosi bastoncini rettangolari di merluzzo, che ormai sono entrati a far parte della nostra alimentazione e sono stati ideati proprio dall’industria della surgelazione. I bastoncini sono nati negli Stati Uniti intorno agli anni Cinquanta e sono arrivati in Italia nel 1967, passando prima dal Regno Unito dove erano approdati nel 1955.
Oggi tutti noi consideriamo i surgelati un elemento quasi indispensabile della dieta, siamo abituati a comprarli e utilizzarli settimanalmente, ma non è sempre stato così. Qualche decennio fa si mangiava molto diversamente. La congelazione domestica, necessaria per conservare il cibo surgelato, era possibile appena per il 13% circa degli italiani, cioè per i pochi che sessant’anni fa possedevano un frigorifero con vano congelatore. Adesso, invece, praticamente tutti hanno il frigorifero col vano congelatore e moltissimi hanno anche il congelatore vero e proprio, talvolta più grande del frigorifero stesso (e c’è pure chi possiede l’abbattitore). D’altronde, la comodità del cibo surgelato è innegabile, soprattutto nel caso delle verdure: i dati Iias sul 2021 parlano di 250.000 tonnellate di vegetali surgelati consumati dagli italiani.
Rispetto anni Sessanta, quando hanno cominciato a diffondersi i supermercati sul territorio italiano e, assieme a questi, ha iniziato ad affermarsi anche l’industria del surgelato, le innovazioni hanno permesso di mettere in commercio preparazioni sempre più complesse. A consentire una svolta è stata – a partire dal 1985 – l’introduzione della tecnologia Individually quick frozen, che ha consentito la surgelazione di ogni singolo ingrediente di un piatto composto. Nei banchi frigo dei supermercati hanno iniziato a comparire paste condite, secondi, contorni e quattro salti in padella di vario genere, oppure minestroni contenenti fino a 15 verdure di stagioni diverse, surgelate singolarmente a cubetto con metodologia Iqf e poi unite. Tutti piatti già preparati e poi surgelati che il consumatore deve solo scaldare, anche perché il tempo da passare in cucina è andato gradualmente diminuendo.
Il surgelato trasporta il prodotto di stagione lungo tutto il corso dell’anno e consente al prodotto locale di diffondersi su tutto il territorio nazionale, e anche oltre. Nel reparto surgelati, lo sappiamo, c’è di tutto sempre: i mirtilli a dicembre e il gelato ad aprile. E c’è di tutto dappertutto: l’erbazzone a Canicattì e il supplì a Trento.
Oggi, 98 italiani su 100 consumano surgelati e anche i non italiani si giovano dei surgelati italiani grazie a un consolidamento sempre più importante dell’export del frozen made in Italy, in primis la pizza. Dagli Usa ci arrivano invece pizze americane surgelate con carne suina, ad esempio la leggendaria (in America) pepperoni pizza (non fatevi ingannare: non è condita con i peperoni, ma con un tipo di salame piccante).
Sei italiani su dieci consumano surgelati due volte a settimana e si capisce perché. I surgelati sono un gagliardo sostituto del fresco e la loro shelf life (vita sugli scaffali dei negozi) è un punto a favore indiscutibile: solo il 2,5% dei 25 kg di cibo che ognuno di noi butta ogni anno è surgelato.
«I valori nutritivi restano intatti e c’è più digeribilità»
I prodotti surgelati, da ormai parecchi decenni, sono presenti nei frigoriferi e sulle tavole di quasi tutti gli italiani. Ma come conviene utilizzarli? E quali sono le loro caratteristiche a cui fare attenzione? Ne abbiamo parlato con un esperto: il dottor Andrea Luzi, biologo nutrizionista.
Gli italiani consumano 16 kg di surgelati pro capite all’anno, stando agli ultimi dati. In particolare vegetali. Negli anni Ottanta ne consumavano circa 3 kg. Queste cifre mostrano un problema secondo lei?
«Sicuramente questo è riconducibile ai cambiamenti nella società contemporanea in cui sempre più famiglie vengono mantenute da entrambi i genitori che lavorano mediamente molte ore, dedicano tempo a questioni domestiche e familiari, quando possibile al tempo libero e così ritagliando meno spazio alla spesa e alla preparazione dei pasti. Dove molti italiani continuano a prediligere la spesa quotidiana di prodotti freschi e verdura stagionale a chilometro zero, altri preferiscono la praticità di alimenti pronti all’uso, anche fuori stagione, già puliti e porzionati, riducendo così gli scarti domestici. I surgelati ci offrono la comodità di fare scorta di cibo che, se fosse acquistato fresco, pur conservandolo in frigorifero, deperirebbe dopo qualche giorno. Non un problema, quindi, ma una differente necessità nonché crescente richiesta dei consumatori che il mercato ha individuato e soddisfatto».
Quali differenze ci sono tra i vegetali surgelati e quelli freschi?
«La surgelazione è un metodo di conservazione industriale che prevede di portare l’alimento in tempi rapidi ad una temperatura al cuore di -18°C. Questo processo, a differenza del congelamento casalingo, trasforma l’acqua contenuta nell’alimento in microcristalli che non ledono le cellule e, una volta scongelato il prodotto, non perde liquidi e conserva caratteristiche - texture, sapore, odore, aspetto e colore - non distanti dal prodotto fresco. Partendo dal presupposto che i vegetali freschi stagionali garantiscono il massimo delle loro proprietà se consumate entro tre giorni dalla raccolta, le verdure surgelate vengono raccolte a maturazione e solo quelle nello stato ottimale di freschezza e aspetto vengono avviate alla surgelazione a poche ore dalla raccolta. Il pesce può essere pulito e surgelato direttamente a bordo dei pescherecci o comunque subito dopo lo scarico a terra e la carne surgelata dopo la frollatura. Questo tempismo si è dimostrato garantire una buona conservazione delle proprietà nutrizionali degli alimenti. I surgelati si sono dimostrati un ottimo compromesso garantendo una qualità generale anche superiore rispetto alla verdura che resta sugli scaffali della grande distribuzione per molti giorni. In generale la qualità migliore resta quella dei mercati contadini a chilometro zero in cui la filiera più corta, grazie alla vendita diretta, garantisce una maggior freschezza del prodotto. I surgelati hanno certamente il vantaggio di conservarsi più a lungo rispetto ai prodotti freschi e permettono di fare scorta in casa senza dover provvedere alla spesa quotidiana. Va segnalato che la verdura che si può surgelare è solo quella destinata alla cottura, non quella destinata al consumo crudo come quella da insalata».
Può spiegare perché la tecnica della surgelazione permette di conservare alimenti così a lungo? Quali sono le conseguenze che ha sui cibi?
«La surgelazione inattiva gli enzimi e i microrganismi responsabili del deperimento degli alimenti, compresi i patogeni, in grado di provocare infezioni, intossicazioni nell’uomo. I vegetali ed i legumi prima della surgelazione vengono sottoposti a “scottatura” in acqua o vapore per favorire questi processi e conservare i colori brillanti. Il pesce subisce un processo di “glassatura”, un sottile velo di acqua ghiacciata che ne previene la disidratazione, oppure può essere messo sottovuoto. Nel caso dei surgelati la temperatura è l’unico conservante ammesso dalla normativa, viene pertanto escluso l’utilizzo di ulteriori conservanti chimici o naturali. Dal punto di vista dei valori nutrizionali le proteine subiscono la denaturazione, un processo che non comporta variazioni dal punto di vista nutritivo, bensì ne aumenta la digeribilità a discapito però della consistenza. Carboidrati e fibre non mostrano variazioni significative. I grassi invece possono andare incontro a ossidazione e questo può comportare una diminuzione del loro valore nutritivo. Sali minerali e vitamine vengono in parte persi durante la fase di che precedono la surgelazione in misura simile ai prodotti freschi ma se la temperatura di conservazione viene mantenuta inferiore a -18°C non si riscontano ulteriori diminuzioni».
Esiste un tipo di surgelati che si dovrebbe assolutamente evitare?
«I piatti pronti, cioè, quelli precotti e poi surgelati, i dessert elaborati, i fritti e gli impanati. In generale sono gli stessi che andrebbero limitati o evitati anche quando preparati con ingredienti freschi, con la differenza che i surgelati industriali certamente vedono l’aggiunta di ingredienti e calorie rispetto agli omologhi che si potrebbero preparare a casa. Controllerei in etichetta che non siano stati aggiunti emulsionanti, addensanti, amidi, zuccheri, grassi. A livello di conservazione, invece, evitare l’acquisto di confezioni bagnate o che presentano ghiaccio esternamente o blocchi di ghiaccio internamente, potrebbero aver subito un parziale decongelamento. Non bisogna lasciarli a temperatura ambiente per troppo tempo e, possibilmente, trasportarli a casa dopo l’acquisto in borse termiche per rispettare la catena del freddo».
È un fatto però che molti, soprattutto per mancanza di tempo, siano quasi obbligati a consumare surgelati. Dunque, quali consigli possiamo dare per scegliere i prodotti migliori? Quali elementi bisogna considerare? E quali caratteristiche?
«In generale consiglio di ricercare prodotti, che si tratti di vegetali, frutta, legumi, funghi, carne o pesce, contenenti singoli ingredienti o perlomeno pochi, materie prime e non prodotti lavorati, questo indica che il prodotto sia stato esclusivamente pulito, tagliato e surgelato da fresco. Se la necessità non è il consumo immediato, il surgelato industriale permette di mantenere un prodotto meglio conservato rispetto al prodotto fresco che viene congelato nel freezer domestico».
Esistono consigli di base per utilizzare al meglio questi prodotti? Per esempio: quale è il modo migliore di riportare a temperatura ambiente un alimento?
«Il consiglio è di rispettare le istruzioni per la conservazione e la cottura indicate in etichetta dal produttore volte a salvaguardare al meglio le caratteristiche igieniche, sensoriali e nutrizionali di quel particolare surgelato. Alcuni prodotti non necessitano di essere scongelati prima della cottura ma possono essere direttamente bolliti oppure cotti al vapore, in pentola o nel forno. Nel caso l’alimento dovesse essere scongelato, evitare di lasciarlo per ore a temperatura ambiente oppure in acqua. Lo scongelamento ideale è quello che riporta l’acqua cristallizzata allo stato liquido, non disperdendola ma facendola riassorbire alle cellule dell’alimento: il metodo migliore è lasciarlo in frigorifero alcune ore prima della preparazione. È possibile utilizzare anche i forni a microonde dotati di funzione defrost. Una volta scongelato il prodotto deve essere cucinato e consumato perché tutti quei processi ad opera di enzimi e batteri si riattivano favorendo il deperimento e la contaminazione dell’alimento».
Una volta scongelato un alimento si può surgelare di nuovo?
«No, un principio della sicurezza alimentare è il mantenimento della catena del freddo. Dalla surgelazione l’alimento deve arrivare alla distribuzione nel supermercato ancora surgelato e venduto come tale. Inoltre, la surgelazione è un processo fisico diverso dal congelamento dei comuni freezer domestici con temperature e tempi diversi ed i cristalli di acqua che si formano sono di maggiori dimensioni, una volta scongelati rompono la parete cellulare con conseguente perdita di acqua e nutrienti in essa disciolti».
Con il freezer, la tempestività è fondamentale
Surgelato e congelato (e abbattuto) non sono la stessa cosa. La surgelazione industriale porta velocemente il cibo a -18 °C mantenendo quasi intatte le caratteristiche nutrizionali perché la velocità evita la formazione di microcristalli. La congelazione domestica invece è molto più lenta. I primi freezer avevano una temperatura di -10 °C, man mano si è scoperto che più la temperatura di conservazione domestica di un surgelato era bassa e meglio era perché i contenuti proteici e vitaminici presenti in alcuni tipi di alimenti (come frutta e verdura, ad esempio), si mantengono molto più a lungo se la temperatura del freezer equivale a quella di surgelazione ossia -18 °C.
Oggi possiamo dedurre la temperatura raggiunta dal nostro scomparto freezer del frigo o dal congelatore guardando le stelle: freezer a 1 stella, temperatura massima – 6 °C, a 2 stelle massima -12 °C, a 3 stelle massima -18 °C, a 4 stelle, minima – 18°C e massima tra -25 e -30 °C. La congelazione lenta del freezer domestico determina una maggiore perdita di liquido tissutale e dei nutrienti che esso contiene solubilizzati e danneggia di più i tessuti, facendoli ritrovare, post scongelamento, meno turgidi. Il surgelamento industriale, invece, trasforma molto più velocemente i liquidi in cristalli di ghiaccio che perciò rimangono micro e, per questo motivo, la texture, i valori nutrizionali e organolettici del surgelato restano quasi identici a quelli del prodotto fresco. Le proteine si denaturano diventando più digeribili, ma non perdono le proprie restanti caratteristiche (vi sarà capitato di notare che l’hamburger surgelato è più morbido di quello fresco oppure di leggere il consiglio di congelare il polpo prima di cuocerlo per intenerirne le carni). I grassi e i glucidi hanno una leggera reazione idrolitica, cioè l’acqua si separa dal grasso, mentre i minerali e le vitamine termolabili si perdono parzialmente durante la scottatura, se effettuata, però il contenuto di vitamine e minerali dei surgelati è sempre superiore ai prodotti freschi conservati da oltre 24 ore e ai conservati in barattolo.
Il surgelamento non arresta, ma rallenta moltissimo la degradazione dell’alimento, ecco perché anche il surgelato ha una data di scadenza. Non interrompe i processi enzimatici, ma li rallenta, ecco perché alcuni alimenti vengono sottoposti a scottatura o all’aggiunta di additivi prima del surgelamento. Quanto ai microorganismi, non sempre il surgelamento riesce ad ucciderli. Ecco perché in alcuni casi è necessario l’abbattitore, che porta l’alimento a ben oltre i -18 °C della surgelazione, tra i -20 e -40°C, per di più molto più velocemente. L’anisakis e le sue larve, per esempio, che si possono trovare in certo pesce crudo, muoiono o cotti a 60 °C o dopo 60 ore a -20°C, 12 ore a -30°C, 9 ore a -40°C.
La tecnica industriale di surgelamento, sviluppata nel 1928 da Clarence Birdseye, ha innescato una vera e propria rivoluzione alimentare. Oggi, produzione, distribuzione e vendita di surgelati in Italia sono soggette al decreto legislativo n° 110 del 27 gennaio 1992 che recepisce la direttiva europea 89/108/CEE. Fate attenzione a non scongelare e ricongelare, perché scongelare fa ricominciare la proliferazione batterica. E quando portate via i surgelati dal supermercato metteteli sempre nell’apposita busta per surgelati per non interrompere la catena del freddo a -18 °C.
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Sei italiani su dieci pescano dal congelatore la propria cena per ben due volte a settimana. In poco più di 40 anni abbiamo più che quintuplicato il consumo di questi cibi, che trasportano il prodotto di stagione lungo tutto il corso dell’anno.Il nutrizionista Andrea Luzi: «Carboidrati e fibre surgelati non mostrano variazioni significative. Occhio però a non ricongelare mai».Gli abbattitori industriali portano rapidamente le pietanze oltre i -18°. In casa il procedimento è più lento.Lo speciale contiene tre articoliÈ notizia di questi giorni che in poco più di 40 anni abbiamo più che quintuplicato il consumo dei cibi surgelati, passando dai 3 kg a testa del 1980 ai ben 16 kg del 2021. Stiamo parlando di 940.000 tonnellate di surgelati per un giro d’affari di 4,8 miliardi di euro. I dati sono stati diffusi dall’Istituto italiano alimenti surgelati (Iias), in occasione della Giornata del cibo surgelato, il 6 marzo scorso. L’istituto, che quest’anno compie 60 anni essendo stato fondato nel 1963, ha spiegato come ad oggi 98 italiani su 100 mangino surgelati, soprattutto pietanze golose, come le patatine fritte, che rappresentano il 15% del volume dei surgelati consumati in Italia. O pietanze molto più lunghe da preparare fresche, come il minestrone, uno dei primi surgelati prodotti in Italia. O, ancora, prodotti che si possono tenere nel frigo di casa per ogni occasione, ad esempio la pizza o i famosi bastoncini rettangolari di merluzzo, che ormai sono entrati a far parte della nostra alimentazione e sono stati ideati proprio dall’industria della surgelazione. I bastoncini sono nati negli Stati Uniti intorno agli anni Cinquanta e sono arrivati in Italia nel 1967, passando prima dal Regno Unito dove erano approdati nel 1955.Oggi tutti noi consideriamo i surgelati un elemento quasi indispensabile della dieta, siamo abituati a comprarli e utilizzarli settimanalmente, ma non è sempre stato così. Qualche decennio fa si mangiava molto diversamente. La congelazione domestica, necessaria per conservare il cibo surgelato, era possibile appena per il 13% circa degli italiani, cioè per i pochi che sessant’anni fa possedevano un frigorifero con vano congelatore. Adesso, invece, praticamente tutti hanno il frigorifero col vano congelatore e moltissimi hanno anche il congelatore vero e proprio, talvolta più grande del frigorifero stesso (e c’è pure chi possiede l’abbattitore). D’altronde, la comodità del cibo surgelato è innegabile, soprattutto nel caso delle verdure: i dati Iias sul 2021 parlano di 250.000 tonnellate di vegetali surgelati consumati dagli italiani.Rispetto anni Sessanta, quando hanno cominciato a diffondersi i supermercati sul territorio italiano e, assieme a questi, ha iniziato ad affermarsi anche l’industria del surgelato, le innovazioni hanno permesso di mettere in commercio preparazioni sempre più complesse. A consentire una svolta è stata – a partire dal 1985 – l’introduzione della tecnologia Individually quick frozen, che ha consentito la surgelazione di ogni singolo ingrediente di un piatto composto. Nei banchi frigo dei supermercati hanno iniziato a comparire paste condite, secondi, contorni e quattro salti in padella di vario genere, oppure minestroni contenenti fino a 15 verdure di stagioni diverse, surgelate singolarmente a cubetto con metodologia Iqf e poi unite. Tutti piatti già preparati e poi surgelati che il consumatore deve solo scaldare, anche perché il tempo da passare in cucina è andato gradualmente diminuendo.Il surgelato trasporta il prodotto di stagione lungo tutto il corso dell’anno e consente al prodotto locale di diffondersi su tutto il territorio nazionale, e anche oltre. Nel reparto surgelati, lo sappiamo, c’è di tutto sempre: i mirtilli a dicembre e il gelato ad aprile. E c’è di tutto dappertutto: l’erbazzone a Canicattì e il supplì a Trento.Oggi, 98 italiani su 100 consumano surgelati e anche i non italiani si giovano dei surgelati italiani grazie a un consolidamento sempre più importante dell’export del frozen made in Italy, in primis la pizza. Dagli Usa ci arrivano invece pizze americane surgelate con carne suina, ad esempio la leggendaria (in America) pepperoni pizza (non fatevi ingannare: non è condita con i peperoni, ma con un tipo di salame piccante).Sei italiani su dieci consumano surgelati due volte a settimana e si capisce perché. I surgelati sono un gagliardo sostituto del fresco e la loro shelf life (vita sugli scaffali dei negozi) è un punto a favore indiscutibile: solo il 2,5% dei 25 kg di cibo che ognuno di noi butta ogni anno è surgelato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/buono-e-veloce-il-surgelato-ha-cambiato-la-nostra-dieta-2659584868.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-valori-nutritivi-restano-intatti-e-ce-piu-digeribilita" data-post-id="2659584868" data-published-at="1678618992" data-use-pagination="False"> «I valori nutritivi restano intatti e c’è più digeribilità» I prodotti surgelati, da ormai parecchi decenni, sono presenti nei frigoriferi e sulle tavole di quasi tutti gli italiani. Ma come conviene utilizzarli? E quali sono le loro caratteristiche a cui fare attenzione? Ne abbiamo parlato con un esperto: il dottor Andrea Luzi, biologo nutrizionista. Gli italiani consumano 16 kg di surgelati pro capite all’anno, stando agli ultimi dati. In particolare vegetali. Negli anni Ottanta ne consumavano circa 3 kg. Queste cifre mostrano un problema secondo lei? «Sicuramente questo è riconducibile ai cambiamenti nella società contemporanea in cui sempre più famiglie vengono mantenute da entrambi i genitori che lavorano mediamente molte ore, dedicano tempo a questioni domestiche e familiari, quando possibile al tempo libero e così ritagliando meno spazio alla spesa e alla preparazione dei pasti. Dove molti italiani continuano a prediligere la spesa quotidiana di prodotti freschi e verdura stagionale a chilometro zero, altri preferiscono la praticità di alimenti pronti all’uso, anche fuori stagione, già puliti e porzionati, riducendo così gli scarti domestici. I surgelati ci offrono la comodità di fare scorta di cibo che, se fosse acquistato fresco, pur conservandolo in frigorifero, deperirebbe dopo qualche giorno. Non un problema, quindi, ma una differente necessità nonché crescente richiesta dei consumatori che il mercato ha individuato e soddisfatto». Quali differenze ci sono tra i vegetali surgelati e quelli freschi? «La surgelazione è un metodo di conservazione industriale che prevede di portare l’alimento in tempi rapidi ad una temperatura al cuore di -18°C. Questo processo, a differenza del congelamento casalingo, trasforma l’acqua contenuta nell’alimento in microcristalli che non ledono le cellule e, una volta scongelato il prodotto, non perde liquidi e conserva caratteristiche - texture, sapore, odore, aspetto e colore - non distanti dal prodotto fresco. Partendo dal presupposto che i vegetali freschi stagionali garantiscono il massimo delle loro proprietà se consumate entro tre giorni dalla raccolta, le verdure surgelate vengono raccolte a maturazione e solo quelle nello stato ottimale di freschezza e aspetto vengono avviate alla surgelazione a poche ore dalla raccolta. Il pesce può essere pulito e surgelato direttamente a bordo dei pescherecci o comunque subito dopo lo scarico a terra e la carne surgelata dopo la frollatura. Questo tempismo si è dimostrato garantire una buona conservazione delle proprietà nutrizionali degli alimenti. I surgelati si sono dimostrati un ottimo compromesso garantendo una qualità generale anche superiore rispetto alla verdura che resta sugli scaffali della grande distribuzione per molti giorni. In generale la qualità migliore resta quella dei mercati contadini a chilometro zero in cui la filiera più corta, grazie alla vendita diretta, garantisce una maggior freschezza del prodotto. I surgelati hanno certamente il vantaggio di conservarsi più a lungo rispetto ai prodotti freschi e permettono di fare scorta in casa senza dover provvedere alla spesa quotidiana. Va segnalato che la verdura che si può surgelare è solo quella destinata alla cottura, non quella destinata al consumo crudo come quella da insalata». Può spiegare perché la tecnica della surgelazione permette di conservare alimenti così a lungo? Quali sono le conseguenze che ha sui cibi? «La surgelazione inattiva gli enzimi e i microrganismi responsabili del deperimento degli alimenti, compresi i patogeni, in grado di provocare infezioni, intossicazioni nell’uomo. I vegetali ed i legumi prima della surgelazione vengono sottoposti a “scottatura” in acqua o vapore per favorire questi processi e conservare i colori brillanti. Il pesce subisce un processo di “glassatura”, un sottile velo di acqua ghiacciata che ne previene la disidratazione, oppure può essere messo sottovuoto. Nel caso dei surgelati la temperatura è l’unico conservante ammesso dalla normativa, viene pertanto escluso l’utilizzo di ulteriori conservanti chimici o naturali. Dal punto di vista dei valori nutrizionali le proteine subiscono la denaturazione, un processo che non comporta variazioni dal punto di vista nutritivo, bensì ne aumenta la digeribilità a discapito però della consistenza. Carboidrati e fibre non mostrano variazioni significative. I grassi invece possono andare incontro a ossidazione e questo può comportare una diminuzione del loro valore nutritivo. Sali minerali e vitamine vengono in parte persi durante la fase di che precedono la surgelazione in misura simile ai prodotti freschi ma se la temperatura di conservazione viene mantenuta inferiore a -18°C non si riscontano ulteriori diminuzioni». Esiste un tipo di surgelati che si dovrebbe assolutamente evitare? «I piatti pronti, cioè, quelli precotti e poi surgelati, i dessert elaborati, i fritti e gli impanati. In generale sono gli stessi che andrebbero limitati o evitati anche quando preparati con ingredienti freschi, con la differenza che i surgelati industriali certamente vedono l’aggiunta di ingredienti e calorie rispetto agli omologhi che si potrebbero preparare a casa. Controllerei in etichetta che non siano stati aggiunti emulsionanti, addensanti, amidi, zuccheri, grassi. A livello di conservazione, invece, evitare l’acquisto di confezioni bagnate o che presentano ghiaccio esternamente o blocchi di ghiaccio internamente, potrebbero aver subito un parziale decongelamento. Non bisogna lasciarli a temperatura ambiente per troppo tempo e, possibilmente, trasportarli a casa dopo l’acquisto in borse termiche per rispettare la catena del freddo». È un fatto però che molti, soprattutto per mancanza di tempo, siano quasi obbligati a consumare surgelati. Dunque, quali consigli possiamo dare per scegliere i prodotti migliori? Quali elementi bisogna considerare? E quali caratteristiche? «In generale consiglio di ricercare prodotti, che si tratti di vegetali, frutta, legumi, funghi, carne o pesce, contenenti singoli ingredienti o perlomeno pochi, materie prime e non prodotti lavorati, questo indica che il prodotto sia stato esclusivamente pulito, tagliato e surgelato da fresco. Se la necessità non è il consumo immediato, il surgelato industriale permette di mantenere un prodotto meglio conservato rispetto al prodotto fresco che viene congelato nel freezer domestico». Esistono consigli di base per utilizzare al meglio questi prodotti? Per esempio: quale è il modo migliore di riportare a temperatura ambiente un alimento? «Il consiglio è di rispettare le istruzioni per la conservazione e la cottura indicate in etichetta dal produttore volte a salvaguardare al meglio le caratteristiche igieniche, sensoriali e nutrizionali di quel particolare surgelato. Alcuni prodotti non necessitano di essere scongelati prima della cottura ma possono essere direttamente bolliti oppure cotti al vapore, in pentola o nel forno. Nel caso l’alimento dovesse essere scongelato, evitare di lasciarlo per ore a temperatura ambiente oppure in acqua. Lo scongelamento ideale è quello che riporta l’acqua cristallizzata allo stato liquido, non disperdendola ma facendola riassorbire alle cellule dell’alimento: il metodo migliore è lasciarlo in frigorifero alcune ore prima della preparazione. È possibile utilizzare anche i forni a microonde dotati di funzione defrost. Una volta scongelato il prodotto deve essere cucinato e consumato perché tutti quei processi ad opera di enzimi e batteri si riattivano favorendo il deperimento e la contaminazione dell’alimento». Una volta scongelato un alimento si può surgelare di nuovo? «No, un principio della sicurezza alimentare è il mantenimento della catena del freddo. Dalla surgelazione l’alimento deve arrivare alla distribuzione nel supermercato ancora surgelato e venduto come tale. Inoltre, la surgelazione è un processo fisico diverso dal congelamento dei comuni freezer domestici con temperature e tempi diversi ed i cristalli di acqua che si formano sono di maggiori dimensioni, una volta scongelati rompono la parete cellulare con conseguente perdita di acqua e nutrienti in essa disciolti». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/buono-e-veloce-il-surgelato-ha-cambiato-la-nostra-dieta-2659584868.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="con-il-freezer-la-tempestivita-e-fondamentale" data-post-id="2659584868" data-published-at="1678618992" data-use-pagination="False"> Con il freezer, la tempestività è fondamentale Surgelato e congelato (e abbattuto) non sono la stessa cosa. La surgelazione industriale porta velocemente il cibo a -18 °C mantenendo quasi intatte le caratteristiche nutrizionali perché la velocità evita la formazione di microcristalli. La congelazione domestica invece è molto più lenta. I primi freezer avevano una temperatura di -10 °C, man mano si è scoperto che più la temperatura di conservazione domestica di un surgelato era bassa e meglio era perché i contenuti proteici e vitaminici presenti in alcuni tipi di alimenti (come frutta e verdura, ad esempio), si mantengono molto più a lungo se la temperatura del freezer equivale a quella di surgelazione ossia -18 °C. Oggi possiamo dedurre la temperatura raggiunta dal nostro scomparto freezer del frigo o dal congelatore guardando le stelle: freezer a 1 stella, temperatura massima – 6 °C, a 2 stelle massima -12 °C, a 3 stelle massima -18 °C, a 4 stelle, minima – 18°C e massima tra -25 e -30 °C. La congelazione lenta del freezer domestico determina una maggiore perdita di liquido tissutale e dei nutrienti che esso contiene solubilizzati e danneggia di più i tessuti, facendoli ritrovare, post scongelamento, meno turgidi. Il surgelamento industriale, invece, trasforma molto più velocemente i liquidi in cristalli di ghiaccio che perciò rimangono micro e, per questo motivo, la texture, i valori nutrizionali e organolettici del surgelato restano quasi identici a quelli del prodotto fresco. Le proteine si denaturano diventando più digeribili, ma non perdono le proprie restanti caratteristiche (vi sarà capitato di notare che l’hamburger surgelato è più morbido di quello fresco oppure di leggere il consiglio di congelare il polpo prima di cuocerlo per intenerirne le carni). I grassi e i glucidi hanno una leggera reazione idrolitica, cioè l’acqua si separa dal grasso, mentre i minerali e le vitamine termolabili si perdono parzialmente durante la scottatura, se effettuata, però il contenuto di vitamine e minerali dei surgelati è sempre superiore ai prodotti freschi conservati da oltre 24 ore e ai conservati in barattolo. Il surgelamento non arresta, ma rallenta moltissimo la degradazione dell’alimento, ecco perché anche il surgelato ha una data di scadenza. Non interrompe i processi enzimatici, ma li rallenta, ecco perché alcuni alimenti vengono sottoposti a scottatura o all’aggiunta di additivi prima del surgelamento. Quanto ai microorganismi, non sempre il surgelamento riesce ad ucciderli. Ecco perché in alcuni casi è necessario l’abbattitore, che porta l’alimento a ben oltre i -18 °C della surgelazione, tra i -20 e -40°C, per di più molto più velocemente. L’anisakis e le sue larve, per esempio, che si possono trovare in certo pesce crudo, muoiono o cotti a 60 °C o dopo 60 ore a -20°C, 12 ore a -30°C, 9 ore a -40°C. La tecnica industriale di surgelamento, sviluppata nel 1928 da Clarence Birdseye, ha innescato una vera e propria rivoluzione alimentare. Oggi, produzione, distribuzione e vendita di surgelati in Italia sono soggette al decreto legislativo n° 110 del 27 gennaio 1992 che recepisce la direttiva europea 89/108/CEE. Fate attenzione a non scongelare e ricongelare, perché scongelare fa ricominciare la proliferazione batterica. E quando portate via i surgelati dal supermercato metteteli sempre nell’apposita busta per surgelati per non interrompere la catena del freddo a -18 °C.
L'abbordaggio di una nave della Flotilla da parte dell'Idf (Ansa)
Che quella della Global Sumud Flotilla sia una missione politica e non umanitaria è ormai certezza. Lo dicono gli stessi attivisti, lo dimostrano i cortei pro Pal a sostegno delle imbarcazioni con le foto del presidente del Consiglio Giorgia Meloni a testa in giù o persino imbrattate o bruciate. E infine lo si evince dai fiumi di comunicati battuti dalle opposizioni nelle ultime ore dopo il fermo delle navi da parte dell’Idf, l’esercito israeliano. «Stiamo seguendo la vicenda da questa notte con la nostra ambasciata a Tel Aviv, con il nostro consolato, con l’ambasciata italiana a Cipro. Abbiamo già mandato i nostri messaggi. Chiediamo e abbiamo chiesto che venissero comunque tutelati i nostri concittadini, liberati il prima possibile così come è accaduto per l’episodio di qualche settimana fa» ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dimostrando di intervenire prontamente anche in questa ennesima occasione. E poi severo, non ha mancato di commentare l’azione di Israele: «Abbiamo mandato un messaggio chiaro a Israele: devono fare in modo di rispettare le regole e il diritto internazionale». Già al mattino il vicepremier aveva chiesto all’Unità di crisi, alle ambasciate d’Italia a Tel Aviv, Ankara e Nicosia di effettuare tutti i passi necessari «per tutelare l’incolumità degli italiani e assisterli in caso di sbarco». Dodici le persone fermate dei 35 connazionali imbarcati e come sempre accaduto, lo Stato si è messo in moto per tutelarli. Insomma tanto lavoro per una missione che mette in pericolo la sicurezza di molte persone con il solo fine di innescare un moto di proteste da parte delle opposizioni contro il governo italiano.
Così anche questa volta: il copione è già scritto. A cominciare dalla segretaria del Partito democratico Elly Schlein. «Il nuovo attacco contro la Flotilla rappresenta l’ennesimo atto di pirateria in acque internazionali del governo israeliano. Il governo italiano e l’Unione europea devono lavorare con ogni canale per la liberazione immediata di tutti gli attivisti sequestrati, che non devono essere portati in Israele. E devono lavorare anche per sbloccare tutti gli aiuti umanitari necessari ai palestinesi, che non stanno arrivando. Ma ricordiamolo ancora una volta: non bastano le parole, se non arriveranno sanzioni vere, il governo israeliano continuerà a violare il diritto internazionale con un inaccettabile senso di impunità». Il più scatenato è Nicola Fratoianni, leader di Alleanza Verdi Sinistra, che parla persino di «atto di terrorismo internazionale». Parole che per chi il terrorismo lo conosce davvero, come il popolo ebraico, risultano rivoltanti. «Israele abbordando la flottiglia conferma il suo disprezzo nei confronti del diritto internazionale» ha proseguito Fratoianni, «non basta una blanda condanna, serve che il governo italiano si attivi subito per garantire l’incolumità degli equipaggi».
Non mancano tre le decine di comunicati, anche quelle del Movimento 5 stelle che ha uno dei suoi esponenti a bordo, il parlamentare Dario Carotenuto. «Il governo italiano, mostrando ancora una volta mancanza totale di dignità e coraggio, non condanna l’ennesimo atto illegale di pirateria condotto da Israele» denunciano i deputati e i senatori del M5s. «Tajani si è limitato a chiedere garanzie sull’incolumità dei nostri concittadini, tacendo su tutto il resto e quindi implicitamente approvando l’azione criminale di Israele». E poi immancabile il commento dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, oggi parlamentare del Pd che però se la prende con l’Unione europea: «L’Ue tace, quindi acconsente. Non è accettabile che il governo israeliano goda di totale impunità qualsiasi cosa faccia contro chiunque la faccia e ovunque la faccia. Netanyahu e il suo governo vanno fermati con tutti i mezzi economici, diplomatici e politici».
E mentre si levavano le proteste delle opposizioni che invocano il rispetto del diritto internazionale, a Milano durante il corteo a sostegno della Flotilla, sfilavano cartelli con la bandiera di Israele, il simbolo della Nato e le immagini di Giorgia Meloni e del ministro della Difesa Guido Crosetto imbrattati con vernice rossa. Dal palco gli organizzatori hanno detto: «Contro le barbarie, contro questo impero, la resistenza è l’unica cosa che ci può salvare. Resistenza è Palestina, è Libano, è Iran».
Il corteo era organizzato per lo sciopero generale indetto della Usb in solidarietà alla Flotilla. «Sciopero generale. Nemmeno un chiodo per il genocidio. Insorgiamo, resistiamo, blocchiamo tutto. Rompere ogni rapporto con il sionismo» si leggeva su uno striscione mentre si scandivano slogan contro Meloni, il governo italiano e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Per quello che è successo a Modena, per le novità emerse, invece, piazze vuote e zero comunicati dalle opposizioni. Le missioni dei fricchettoni pro Pal sembrano essere l’unica priorità di questa sinistra.
Nel blitz di Israele fermati 12 nostri connazionali
Ieri le forze speciali israeliane hanno fermato e preso il controllo di parte della Global Sumud Flotilla, il convoglio navale partito dalla Turchia con l’obiettivo dichiarato di raggiungere la Striscia di Gaza. L’operazione è avvenuta al largo di Cipro e ha coinvolto decine di imbarcazioni con a bordo centinaia di attivisti filopalestinesi. A quanto si apprende, sono 12 gli italiani intercettati nell’operazione dell’Idf contro la Flotilla, sui 35 connazionali presenti su 21 imbarcazioni. Secondo quanto mostrato dalle dirette streaming diffuse dagli organizzatori, i militari dell’Idf sono saliti a bordo delle navi in assetto tattico mentre gli attivisti, indossando giubbotti di salvataggio, alzavano le mani in segno di resa. Dettaglio non secondario è il fatto che in molti casi si tratta di persone che si sono imbarcate per la seconda o terza volta. Insomma, si tratta di professionisti ormai rodati.
Israele ha scelto di bloccare la flottiglia lontano dalle coste di Gaza, replicando uno schema già adottato in passato contro convogli diretti verso l’enclave palestinese. Gli attivisti fermati sono stati trasferiti su una nave utilizzata come centro di detenzione temporaneo in mare, in attesa del successivo trasferimento nel porto israeliano di Ashdod. Alcune imbarcazioni, però, continuavano ancora a trasmettere immagini in diretta mentre l’operazione era in corso. Nei filmati pubblicati online si vedono diversi attivisti gettare i telefoni cellulari in acqua poco prima dell’abbordaggio da parte delle unità israeliane armate. Alla missione avrebbero preso parte circa 50 barche e almeno 500 persone provenienti da diversi Paesi, Italia compresa. L’agenzia di stampa statale turca ha riferito che i responsabili della spedizione avevano perso i contatti con almeno 23 imbarcazioni dopo l’intervento della marina israeliana. Secondo fonti della sicurezza di Gerusalemme, l’obiettivo iniziale non era sequestrare l’intera flottiglia, ma concentrarsi sulle circa venti navi considerate principali, nella convinzione che le altre avrebbero invertito la rotta una volta compreso che l’operazione israeliana era in corso. Alcune delle imbarcazioni sono riuscite a evitare l’intercettazione israeliana e si stanno dirigendo verso l’Egitto. La decisione, presa dagli organizzatori della Global Sumud Flotilla, sarebbe servita a consentire alle barche ancora operative di riorganizzarsi prima delle prossime iniziative. Tra le navi dirette verso le coste egiziane c’è anche quella su cui si trova il deputato del Movimento 5 stelle Dario Carotenuto, unico esponente politico italiano presente nella spedizione.
Una portavoce della flottiglia, intervistata dall’emittente qatariota Al-Araby, ha confermato di aver perso i collegamenti con gran parte delle imbarcazioni fermate. «Ci aspettavamo che Israele intervenisse per impedire alla flottiglia di raggiungere Gaza», ha dichiarato, accusando lo Stato ebraico di «violazione del diritto marittimo internazionale» e di «pirateria contro navi civili». Prima dell’operazione, il ministero degli Esteri israeliano aveva definito la flottiglia una «provocazione politica» più che una reale missione umanitaria, sostenendo che il convoglio avesse l’obiettivo di favorire Hamas sul piano mediatico e politico. Nel comunicato venivano citati anche i gruppi turchi Mavi Marmara e Ihh, quest’ultimo considerato da Israele un’organizzazione terroristica. Tel Aviv ha ribadito che non consentirà violazioni del blocco navale su Gaza e aveva avvertito del rischio di possibili tensioni durante gli abbordaggi. Israele aveva inoltre tentato, senza successo, di fermare la missione attraverso pressioni diplomatiche sulla Turchia. Nelle settimane precedenti la marina israeliana aveva già bloccato un’altra flottiglia vicino a Creta e, secondo fonti della sicurezza, questa volta i partecipanti fermati potrebbero restare detenuti più a lungo.
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«La navigazione entro i confini dello Stretto di Hormuz, precedentemente stabiliti dalle Forze armate e dalle autorità della Repubblica islamica dell’Iran, è subordinata al pieno coordinamento con tali entità e il passaggio senza autorizzazione sarà considerato illegale», ha dichiarato il nuovo ente. Non solo. I pasdaran hanno anche minacciato di far pagare l’uso dei cavi sottomarini che attraversano lo Stretto. Dall’altra parte, Centcom ha fatto sapere che sono finora 84 le navi «reindirizzate» a causa del blocco statunitense imposto ai porti iraniani.
In serata è arrivato un ulteriore sviluppo: Donald Trump ha sospeso l’attacco contro l’Iran previsto per il 19 maggio, una decisione maturata su richiesta degli alleati del Golfo e alla luce dei contatti diplomatici in corso. Secondo indiscrezioni rilanciate da Al Arabiya, Teheran avrebbe avanzato una proposta che include una tregua articolata in più fasi, una riapertura graduale dello Stretto di Hormuz e la disponibilità a un lungo congelamento del programma nucleare, eventualmente con trasferimento delle attività in Russia. Il presidente americano, tuttavia, ha ribadito la linea dura: «Non sono aperto a concessioni, l’Iran sa cosa accadrà a breve».
Nel frattempo, il processo diplomatico tra Washington e Teheran continua a navigare nell’incertezza. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha reso noto che la Repubblica islamica ha risposto a una nuova proposta di pace statunitense tramite la mediazione di Islamabad. «Come annunciato, le nostre preoccupazioni sono state comunicate alla parte americana», ha dichiarato. Secondo l’agenzia di stampa iraniana (e vicina ai pasdaran) Tasnim, l’ultima proposta di Teheran risulterebbe articolata in 14 punti. In particolare la testata, citando una fonte, ha riportato che il piano iraniano si concentrerebbe sui «negoziati per porre fine alla guerra e sulle misure di rafforzamento della fiducia da parte americana».
Sempre Tasnim ha riferito che Washington avrebbe acconsentito a congelare le sanzioni contro Teheran durante il processo negoziale. Una fonte iraniana ha anche rivelato che gli Stati Uniti avrebbero aperto alla possibilità che la Repubblica islamica possa mantenere una limitata attività nucleare a scopo pacifico, purché posta sotto la supervisione dell’Aiea. Dall’altra parte, secondo Al Arabiya, la proposta in 14 punti prevedrebbe una riapertura graduale di Hormuz, oltre a vedere l’Iran disposto a congelare per un lungo periodo il proprio programma atomico. Tuttavia, secondo Axios, Washington riterrebbe la nuova posizione iraniana «insufficiente per raggiungere un accordo». In particolare, la Casa Bianca lamenterebbe scarsi progressi sulla spinosa questione dell’uranio arricchito. «È ora che gli iraniani facciano un po' di promesse. Abbiamo bisogno di un dialogo reale, concreto e dettagliato sul programma nucleare. Se ciò non accadrà, saremo costretti a dialogare attraverso le bombe, il che sarà un vero peccato», ha affermato un funzionario americano alla testata.
Non a caso, oggi - mentre il Pakistan, la Turchia e il Qatar spingevano a favore della diplomazia - due funzionari mediorientali hanno detto al New York Times che gli Usa e Israele si starebbero preparando all’eventualità di riprendere, in settimana, gli attacchi militari contro il regime khomeinista. In tal senso, Axios aveva riferito che, domani, Donald Trump avrebbe tenuto una riunione di sicurezza nella situation room per discutere della possibilità di lanciare nuove azioni belliche contro la Repubblica islamica. Nel frattempo, un crescente numero di aerei cargo statunitensi si sta spostando dalla Germania verso il Medio Oriente. «Al momento non sono aperto a nulla», ha detto il presidente americano, stasera, al New York Post. «Vogliono concludere un accordo più che mai, perché sanno cosa succederà presto», ha aggiunto, riferendosi agli iraniani. Trump deve d’altronde gestire spinte contrastanti. Se Israele, Emirati, Bahrein e il capo del Pentagono Pete Hegseth auspicano il ritorno alla linea dura, il vicepresidente statunitense, JD Vance, appare maggiormente incline a mantenere in piedi il processo diplomatico. Il presidente americano non può ritirarsi con Hormuz ancora chiuso, ma, dall’altra parte, ha urgenza di contrastare l’aumento dei prezzi dell’energia. In questo quadro, ieri, il Dipartimento del Tesoro di Washington ha prorogato la deroga alle sanzioni imposte al petrolio russo trasportato via mare.
Al contempo, anche il regime khomeinista continua a essere internamente spaccato tra un’ala dura, che fa capo ai pasdaran, e una dialogante, gravitante attorno al presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. «Dobbiamo anche affrontare la realtà: non è vero che non abbiamo subito danni», ha dichiarato lo stesso Pezeshkian, per poi aggiungere: «Informazioni fuorvianti, messaggi falsi o la rappresentazione di una realtà in cui “loro stanno crollando mentre noi prosperiamo” sono inaccettabili. La verità è che sia noi che gli altri ci troviamo ad affrontare delle sfide». Si è trattato di una stoccata, neanche troppo implicita, ai Guardiani della rivoluzione. E proprio vicino ai pasdaran è storicamente l’attuale Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei. Ebbene, oggi, un funzionario di Teheran ha escluso che quest’ultimo sia rimasto gravemente ferito durante il bombardamento che ha ucciso suo padre. «Le ferite non erano tali da sfigurare il volto della Guida Suprema, né da renderlo invalido o da richiedere l’amputazione di un arto», ha dichiarato. Insomma, la situazione complessiva resta intricata: in bilico tra diplomazia e ripresa dei combattimenti.
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(IStock)
Ciò che vediamo nello scaffale del supermercato è arrivato da poco in Italia e comunque non è l’intera pianta, ma un estratto. Conosciamo la stevia per gradi. La stevia porta il nome botanico di Stevia rebaudiana ed è una pianta angiosperma (sono le piante con fiore vero e con seme protetto da un frutto), dicoletidone (sono le piante il cui seme ha due foglie embrionali o cotiledoni), erbacea (sono i vegetali con fusto tenero, verde e flessibile, privo di parti legnose o corteccia), perenne (è perenne la pianta che vive oltre due anni, diversamente dall’annuale che ne vive uno e la biennale che ne vive due). Appartiene alla famiglia delle Asteracee ed è originaria dell’area montuosa sita tra Brasile e Paraguay.
Abbiamo detto che il dolcificante stevia appare in Italia a un certo punto, ma esisteva già da un pezzo come pianta e infatti le sue proprietà dolcificanti erano già note agli abitanti del suo territorio originario. La stevia rebaudiana, infatti, è stata sempre usata dal popolo Guaraní, gruppo indigeno sudamericano che da millenni vive tra Brasile, Paraguay, Argentina e Bolivia. Con la stevia rebudiana che essi chiamano kaʼa heʼe che significa erba dolce, addolciscono il mate, usandone le foglie come dolcificante naturale, e poi la usano anche come medicina naturale, per le sue proprietà antinfiammatorie e antiossidanti. Noi non siamo Guaraní e ci interessa solo per l’aspetto dolcificante.
In Europa, la pianta è conosciuta da un secolo e mezzo soltanto. Fu il botanico svizzero Mosè Giacomo Bertoni che la descrisse, alla fine dell’Ottocento, come pianta del Paraguay caratterizzata da un sapore dolce, delle foglie soprattutto.
Bertoni gli attribuì - in linea con le conoscenze empiriche dei Guaraní - anche effetti digestivo, ipotensivo, energizzante, ipoglicemizzante, regolatore dell’omeostasi glucidica, digestivo, riequilibratore di cute e mucose e del cavo orale.
Dopo un cinquantennio, negli anni Trenta del secolo successivo, i chimici M. Bridel e R. Lavielle riuscirono ad isolare in laboratorio i responsabili del potere dolcificante della stevia: i due glicosidi stevioside e rebaudioside, che sono la ragione del sapore dolce delle foglie. Sono dolci solo le foglie? No. Anche lo stelo è dolce, ma la concentrazione maggiore dei due glicosidi è nelle foglie. Il contenuto totale di glicosidi steviolici può superare il 10% del peso della massa secca (cioè delle foglie essiccate e tritate). Lo stevioside è il 2-10% della foglia, il rebaudioside A è il 2-4%, poi ci sono anche i rebaudiosidi C, D, E, dulcoside A e steviolbioside. Sintetizzando, i glicosidi sono una parte importante del peso secco della foglia, il 10% circa. Il contenuto di glicosidi è al massimo nelle foglie poco prima della fioritura della pianta e si capisce perché i Guaraní chiamino la pianta «erba dolce». Pensate che le foglie, essiccate o fresche, sono da 30 a 40 volte più dolci dello zucchero comune, mentre l’estratto concentrato può esserlo tra 100 e 400 volte (secondo alcuni studi lo stevioside è tra 110 e 270 volte più dolce del saccarosio, il rebaudioside A da 150 a 320 volte, il rebaudioside C da 40 a 60 volte). Inoltre, i glicosidi steviolici estratti dalle foglie sono considerati stabili al calore, rendendo la stevia adatta all’uso in cottura e nelle bevande calde (l’aspartame, per esempio, subisce degradazione). La stevia, infine, presenta zero calorie, ben diversamente dallo zucchero, e non ha alcun impatto sulla glicemia, non la alza. Per questi numeri e per le prestazioni, si capisce come la stevia sia considerata un dolcificante naturale superiore a quelli di sintesi poiché naturale e al contempo pari allo zucchero - naturale anch’esso - per la dolcificazione, ma, ancora, superiore allo zucchero per l’apporto calorico pari a zero.
Tornando alla storia del suo arrivo nei supermercati, quando il mondo scopre le proprietà della stevia, inizia a volerla. È nel 1960 che inizia la sua coltivazione a scopo commerciale, poi si diffonde in Giappone, nel sud-est dell’Asia e negli Stati Uniti. La pianta ama il clima caldo umido e soleggiato, infatti attecchisce anche in climi appena tropicali nelle zone collinari del Nepal o dell’India (regione dell’Assam). E siccome non sopravvive al gelo in inverno, in Europa è solitamente coltivata in serra. Si usa anche la pacciamatura, che protegge la base della pianta che poi, arrivata la primavera, rivegeterà. La stevia si può coltivare anche in vaso e nel caso, dopo averla riparata in casa se siete in un punto freddo, rimettetela fuori all’arrivo della primavera.
Pare che gli steviosidi servano a proteggere le parti aeree della pianta dai predatori e sono stati condotti studi che hanno evidenziato sostanze antifungine e antimicrobiche, ciò che i Guaraní sapevano e che rende le parti aeree della stevia anche possibili sostitutivi degli antibiotici negli allevamenti di polli.
L’arrivo della stevia nei supermercati ha visto varie tappe. All’inizio, in Europa e negli Stati Uniti l’uso della stevia nei prodotti alimentari è stato limitato, perché ad alte dosi alcuni componenti come lo stevioside erano stati giudicati genotossici. Poi, la Fda americana (Food and Drug Administration) ne permise l’uso solo come integratore dietetico, ma non come ingrediente o additivo alimentare. Poi, dopo la domanda di Cargill e di Whole Earth Sweetener Company Llc, nel 2008 è stato approvato il rebaudioside come food additive e poco dopo, nel 2010, l’Europa ha approvato anch’essa l’uso della stevia come food additive, come già era in Svizzera e in tutti i Paesi latinoamericani. Quindi ora, nei nostri famosi supermercati, possiamo trovare la stevia (in forma di estratto) per dolcificare e prodotti dolci dolcificati con stevia. Sulla base delle dichiarazioni dell’Oms, il consumo di glicosidi steviolici considerato sicuro per l’uomo è di 4 mg per kg di peso corporeo al giorno. Si chiama Dga e ci ricorda - e impone - di non esagerare con l’assunzione. I glicosidi steviolici sono indicati nelle etichette con la sigla E960.
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La filiale italiana del gruppo del controllo dei fluidi sale da 8 a 29 milioni di fatturato tra il 2020 e il 2025. Da Milano arriva il nuovo indicatore KRP25 e un cambio di approccio: meno standardizzazione, più soluzioni personalizzate per i clienti industriali globali.
Un marchio storico dell’industria europea che negli ultimi anni ha trovato in Italia uno dei suoi principali motori di crescita. Klinger, gruppo internazionale attivo nel controllo dei fluidi industriali, rafforza la propria presenza nel nostro Paese e rilancia la strategia globale puntando su innovazione e soluzioni personalizzate.
Fondata a Vienna nel 1886 da Richard Klinger, l’azienda ha costruito la propria reputazione a partire da un’invenzione destinata a segnare la storia dell’industria: l’indicatore di livello per liquidi, brevettato oltre 140 anni fa dalla famiglia Klinger. Da allora il gruppo è cresciuto fino a diventare una realtà globale da 686 milioni di euro di fatturato, 2.900 dipendenti e una presenza in 80 Paesi, con un posizionamento consolidato nei settori delle valvole, degli indicatori di livello e delle guarnizioni industriali.
Accanto alla dimensione internazionale, negli ultimi anni si è rafforzato in modo significativo il ruolo della filiale italiana. Klinger Italy, con sede nell’area milanese, ha infatti registrato una crescita rilevante: dai circa 8 milioni di euro di fatturato nel 2020 è passata a 29 milioni nel 2025, con una redditività a doppia cifra e una struttura finanziaria solida. Un percorso sostenuto da crescita organica, acquisizioni mirate e investimenti su competenze tecniche e capacità produttiva.
È proprio dall’Italia che arriva ora una delle principali novità strategiche del gruppo. Un progetto sviluppato interamente nel nostro Paese introduce un cambio di approccio industriale: non più solo prodotti standardizzati, ma soluzioni progettate su misura per specifici segmenti di mercato.
Tra queste, il KRP25, nuovo indicatore di livello pensato per i costruttori di caldaie industriali, rappresenta il primo esempio concreto di questa evoluzione verso applicazioni dedicate. Una soluzione che punta a rafforzare il posizionamento del gruppo ampliandone il portafoglio prodotti.
L'amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro
Secondo l’amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro, la direzione è chiara: «Partiamo dalle esigenze concrete dei clienti per sviluppare soluzioni più semplici, efficienti e competitive. È un approccio che rafforza il nostro posizionamento come partner tecnologico a livello internazionale».
L’obiettivo dichiarato è quello di migliorare efficienza operativa e sicurezza, semplificando i processi produttivi e riducendo i costi lungo la filiera, in un contesto industriale sempre più competitivo e orientato all’ottimizzazione.
La strategia italiana si inserisce in un disegno più ampio del gruppo, che punta allo sviluppo di tecnologie dedicate per comparti industriali complessi come energia, chimica e farmaceutico, rafforzando la propria presenza nei mercati globali.
In questo quadro, l’Italia assume un ruolo sempre più centrale non solo come base produttiva, ma anche come polo di sviluppo e innovazione. Un’evoluzione che si riflette in ricadute attese su export, occupazione qualificata e trasferimento tecnologico.
A oltre un secolo e mezzo dalla sua fondazione, Klinger prova così a rilanciare la propria crescita globale partendo proprio dal Made in Italy, sempre più al centro della strategia industriale del gruppo.
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