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2023-03-13
Buono e veloce: il surgelato ha cambiato la nostra dieta
Ansa
È notizia di questi giorni che in poco più di 40 anni abbiamo più che quintuplicato il consumo dei cibi surgelati, passando dai 3 kg a testa del 1980 ai ben 16 kg del 2021. Stiamo parlando di 940.000 tonnellate di surgelati per un giro d’affari di 4,8 miliardi di euro. I dati sono stati diffusi dall’Istituto italiano alimenti surgelati (Iias), in occasione della Giornata del cibo surgelato, il 6 marzo scorso. L’istituto, che quest’anno compie 60 anni essendo stato fondato nel 1963, ha spiegato come ad oggi 98 italiani su 100 mangino surgelati, soprattutto pietanze golose, come le patatine fritte, che rappresentano il 15% del volume dei surgelati consumati in Italia. O pietanze molto più lunghe da preparare fresche, come il minestrone, uno dei primi surgelati prodotti in Italia. O, ancora, prodotti che si possono tenere nel frigo di casa per ogni occasione, ad esempio la pizza o i famosi bastoncini rettangolari di merluzzo, che ormai sono entrati a far parte della nostra alimentazione e sono stati ideati proprio dall’industria della surgelazione. I bastoncini sono nati negli Stati Uniti intorno agli anni Cinquanta e sono arrivati in Italia nel 1967, passando prima dal Regno Unito dove erano approdati nel 1955.
Oggi tutti noi consideriamo i surgelati un elemento quasi indispensabile della dieta, siamo abituati a comprarli e utilizzarli settimanalmente, ma non è sempre stato così. Qualche decennio fa si mangiava molto diversamente. La congelazione domestica, necessaria per conservare il cibo surgelato, era possibile appena per il 13% circa degli italiani, cioè per i pochi che sessant’anni fa possedevano un frigorifero con vano congelatore. Adesso, invece, praticamente tutti hanno il frigorifero col vano congelatore e moltissimi hanno anche il congelatore vero e proprio, talvolta più grande del frigorifero stesso (e c’è pure chi possiede l’abbattitore). D’altronde, la comodità del cibo surgelato è innegabile, soprattutto nel caso delle verdure: i dati Iias sul 2021 parlano di 250.000 tonnellate di vegetali surgelati consumati dagli italiani.
Rispetto anni Sessanta, quando hanno cominciato a diffondersi i supermercati sul territorio italiano e, assieme a questi, ha iniziato ad affermarsi anche l’industria del surgelato, le innovazioni hanno permesso di mettere in commercio preparazioni sempre più complesse. A consentire una svolta è stata – a partire dal 1985 – l’introduzione della tecnologia Individually quick frozen, che ha consentito la surgelazione di ogni singolo ingrediente di un piatto composto. Nei banchi frigo dei supermercati hanno iniziato a comparire paste condite, secondi, contorni e quattro salti in padella di vario genere, oppure minestroni contenenti fino a 15 verdure di stagioni diverse, surgelate singolarmente a cubetto con metodologia Iqf e poi unite. Tutti piatti già preparati e poi surgelati che il consumatore deve solo scaldare, anche perché il tempo da passare in cucina è andato gradualmente diminuendo.
Il surgelato trasporta il prodotto di stagione lungo tutto il corso dell’anno e consente al prodotto locale di diffondersi su tutto il territorio nazionale, e anche oltre. Nel reparto surgelati, lo sappiamo, c’è di tutto sempre: i mirtilli a dicembre e il gelato ad aprile. E c’è di tutto dappertutto: l’erbazzone a Canicattì e il supplì a Trento.
Oggi, 98 italiani su 100 consumano surgelati e anche i non italiani si giovano dei surgelati italiani grazie a un consolidamento sempre più importante dell’export del frozen made in Italy, in primis la pizza. Dagli Usa ci arrivano invece pizze americane surgelate con carne suina, ad esempio la leggendaria (in America) pepperoni pizza (non fatevi ingannare: non è condita con i peperoni, ma con un tipo di salame piccante).
Sei italiani su dieci consumano surgelati due volte a settimana e si capisce perché. I surgelati sono un gagliardo sostituto del fresco e la loro shelf life (vita sugli scaffali dei negozi) è un punto a favore indiscutibile: solo il 2,5% dei 25 kg di cibo che ognuno di noi butta ogni anno è surgelato.
«I valori nutritivi restano intatti e c’è più digeribilità»
I prodotti surgelati, da ormai parecchi decenni, sono presenti nei frigoriferi e sulle tavole di quasi tutti gli italiani. Ma come conviene utilizzarli? E quali sono le loro caratteristiche a cui fare attenzione? Ne abbiamo parlato con un esperto: il dottor Andrea Luzi, biologo nutrizionista.
Gli italiani consumano 16 kg di surgelati pro capite all’anno, stando agli ultimi dati. In particolare vegetali. Negli anni Ottanta ne consumavano circa 3 kg. Queste cifre mostrano un problema secondo lei?
«Sicuramente questo è riconducibile ai cambiamenti nella società contemporanea in cui sempre più famiglie vengono mantenute da entrambi i genitori che lavorano mediamente molte ore, dedicano tempo a questioni domestiche e familiari, quando possibile al tempo libero e così ritagliando meno spazio alla spesa e alla preparazione dei pasti. Dove molti italiani continuano a prediligere la spesa quotidiana di prodotti freschi e verdura stagionale a chilometro zero, altri preferiscono la praticità di alimenti pronti all’uso, anche fuori stagione, già puliti e porzionati, riducendo così gli scarti domestici. I surgelati ci offrono la comodità di fare scorta di cibo che, se fosse acquistato fresco, pur conservandolo in frigorifero, deperirebbe dopo qualche giorno. Non un problema, quindi, ma una differente necessità nonché crescente richiesta dei consumatori che il mercato ha individuato e soddisfatto».
Quali differenze ci sono tra i vegetali surgelati e quelli freschi?
«La surgelazione è un metodo di conservazione industriale che prevede di portare l’alimento in tempi rapidi ad una temperatura al cuore di -18°C. Questo processo, a differenza del congelamento casalingo, trasforma l’acqua contenuta nell’alimento in microcristalli che non ledono le cellule e, una volta scongelato il prodotto, non perde liquidi e conserva caratteristiche - texture, sapore, odore, aspetto e colore - non distanti dal prodotto fresco. Partendo dal presupposto che i vegetali freschi stagionali garantiscono il massimo delle loro proprietà se consumate entro tre giorni dalla raccolta, le verdure surgelate vengono raccolte a maturazione e solo quelle nello stato ottimale di freschezza e aspetto vengono avviate alla surgelazione a poche ore dalla raccolta. Il pesce può essere pulito e surgelato direttamente a bordo dei pescherecci o comunque subito dopo lo scarico a terra e la carne surgelata dopo la frollatura. Questo tempismo si è dimostrato garantire una buona conservazione delle proprietà nutrizionali degli alimenti. I surgelati si sono dimostrati un ottimo compromesso garantendo una qualità generale anche superiore rispetto alla verdura che resta sugli scaffali della grande distribuzione per molti giorni. In generale la qualità migliore resta quella dei mercati contadini a chilometro zero in cui la filiera più corta, grazie alla vendita diretta, garantisce una maggior freschezza del prodotto. I surgelati hanno certamente il vantaggio di conservarsi più a lungo rispetto ai prodotti freschi e permettono di fare scorta in casa senza dover provvedere alla spesa quotidiana. Va segnalato che la verdura che si può surgelare è solo quella destinata alla cottura, non quella destinata al consumo crudo come quella da insalata».
Può spiegare perché la tecnica della surgelazione permette di conservare alimenti così a lungo? Quali sono le conseguenze che ha sui cibi?
«La surgelazione inattiva gli enzimi e i microrganismi responsabili del deperimento degli alimenti, compresi i patogeni, in grado di provocare infezioni, intossicazioni nell’uomo. I vegetali ed i legumi prima della surgelazione vengono sottoposti a “scottatura” in acqua o vapore per favorire questi processi e conservare i colori brillanti. Il pesce subisce un processo di “glassatura”, un sottile velo di acqua ghiacciata che ne previene la disidratazione, oppure può essere messo sottovuoto. Nel caso dei surgelati la temperatura è l’unico conservante ammesso dalla normativa, viene pertanto escluso l’utilizzo di ulteriori conservanti chimici o naturali. Dal punto di vista dei valori nutrizionali le proteine subiscono la denaturazione, un processo che non comporta variazioni dal punto di vista nutritivo, bensì ne aumenta la digeribilità a discapito però della consistenza. Carboidrati e fibre non mostrano variazioni significative. I grassi invece possono andare incontro a ossidazione e questo può comportare una diminuzione del loro valore nutritivo. Sali minerali e vitamine vengono in parte persi durante la fase di che precedono la surgelazione in misura simile ai prodotti freschi ma se la temperatura di conservazione viene mantenuta inferiore a -18°C non si riscontano ulteriori diminuzioni».
Esiste un tipo di surgelati che si dovrebbe assolutamente evitare?
«I piatti pronti, cioè, quelli precotti e poi surgelati, i dessert elaborati, i fritti e gli impanati. In generale sono gli stessi che andrebbero limitati o evitati anche quando preparati con ingredienti freschi, con la differenza che i surgelati industriali certamente vedono l’aggiunta di ingredienti e calorie rispetto agli omologhi che si potrebbero preparare a casa. Controllerei in etichetta che non siano stati aggiunti emulsionanti, addensanti, amidi, zuccheri, grassi. A livello di conservazione, invece, evitare l’acquisto di confezioni bagnate o che presentano ghiaccio esternamente o blocchi di ghiaccio internamente, potrebbero aver subito un parziale decongelamento. Non bisogna lasciarli a temperatura ambiente per troppo tempo e, possibilmente, trasportarli a casa dopo l’acquisto in borse termiche per rispettare la catena del freddo».
È un fatto però che molti, soprattutto per mancanza di tempo, siano quasi obbligati a consumare surgelati. Dunque, quali consigli possiamo dare per scegliere i prodotti migliori? Quali elementi bisogna considerare? E quali caratteristiche?
«In generale consiglio di ricercare prodotti, che si tratti di vegetali, frutta, legumi, funghi, carne o pesce, contenenti singoli ingredienti o perlomeno pochi, materie prime e non prodotti lavorati, questo indica che il prodotto sia stato esclusivamente pulito, tagliato e surgelato da fresco. Se la necessità non è il consumo immediato, il surgelato industriale permette di mantenere un prodotto meglio conservato rispetto al prodotto fresco che viene congelato nel freezer domestico».
Esistono consigli di base per utilizzare al meglio questi prodotti? Per esempio: quale è il modo migliore di riportare a temperatura ambiente un alimento?
«Il consiglio è di rispettare le istruzioni per la conservazione e la cottura indicate in etichetta dal produttore volte a salvaguardare al meglio le caratteristiche igieniche, sensoriali e nutrizionali di quel particolare surgelato. Alcuni prodotti non necessitano di essere scongelati prima della cottura ma possono essere direttamente bolliti oppure cotti al vapore, in pentola o nel forno. Nel caso l’alimento dovesse essere scongelato, evitare di lasciarlo per ore a temperatura ambiente oppure in acqua. Lo scongelamento ideale è quello che riporta l’acqua cristallizzata allo stato liquido, non disperdendola ma facendola riassorbire alle cellule dell’alimento: il metodo migliore è lasciarlo in frigorifero alcune ore prima della preparazione. È possibile utilizzare anche i forni a microonde dotati di funzione defrost. Una volta scongelato il prodotto deve essere cucinato e consumato perché tutti quei processi ad opera di enzimi e batteri si riattivano favorendo il deperimento e la contaminazione dell’alimento».
Una volta scongelato un alimento si può surgelare di nuovo?
«No, un principio della sicurezza alimentare è il mantenimento della catena del freddo. Dalla surgelazione l’alimento deve arrivare alla distribuzione nel supermercato ancora surgelato e venduto come tale. Inoltre, la surgelazione è un processo fisico diverso dal congelamento dei comuni freezer domestici con temperature e tempi diversi ed i cristalli di acqua che si formano sono di maggiori dimensioni, una volta scongelati rompono la parete cellulare con conseguente perdita di acqua e nutrienti in essa disciolti».
Con il freezer, la tempestività è fondamentale
Surgelato e congelato (e abbattuto) non sono la stessa cosa. La surgelazione industriale porta velocemente il cibo a -18 °C mantenendo quasi intatte le caratteristiche nutrizionali perché la velocità evita la formazione di microcristalli. La congelazione domestica invece è molto più lenta. I primi freezer avevano una temperatura di -10 °C, man mano si è scoperto che più la temperatura di conservazione domestica di un surgelato era bassa e meglio era perché i contenuti proteici e vitaminici presenti in alcuni tipi di alimenti (come frutta e verdura, ad esempio), si mantengono molto più a lungo se la temperatura del freezer equivale a quella di surgelazione ossia -18 °C.
Oggi possiamo dedurre la temperatura raggiunta dal nostro scomparto freezer del frigo o dal congelatore guardando le stelle: freezer a 1 stella, temperatura massima – 6 °C, a 2 stelle massima -12 °C, a 3 stelle massima -18 °C, a 4 stelle, minima – 18°C e massima tra -25 e -30 °C. La congelazione lenta del freezer domestico determina una maggiore perdita di liquido tissutale e dei nutrienti che esso contiene solubilizzati e danneggia di più i tessuti, facendoli ritrovare, post scongelamento, meno turgidi. Il surgelamento industriale, invece, trasforma molto più velocemente i liquidi in cristalli di ghiaccio che perciò rimangono micro e, per questo motivo, la texture, i valori nutrizionali e organolettici del surgelato restano quasi identici a quelli del prodotto fresco. Le proteine si denaturano diventando più digeribili, ma non perdono le proprie restanti caratteristiche (vi sarà capitato di notare che l’hamburger surgelato è più morbido di quello fresco oppure di leggere il consiglio di congelare il polpo prima di cuocerlo per intenerirne le carni). I grassi e i glucidi hanno una leggera reazione idrolitica, cioè l’acqua si separa dal grasso, mentre i minerali e le vitamine termolabili si perdono parzialmente durante la scottatura, se effettuata, però il contenuto di vitamine e minerali dei surgelati è sempre superiore ai prodotti freschi conservati da oltre 24 ore e ai conservati in barattolo.
Il surgelamento non arresta, ma rallenta moltissimo la degradazione dell’alimento, ecco perché anche il surgelato ha una data di scadenza. Non interrompe i processi enzimatici, ma li rallenta, ecco perché alcuni alimenti vengono sottoposti a scottatura o all’aggiunta di additivi prima del surgelamento. Quanto ai microorganismi, non sempre il surgelamento riesce ad ucciderli. Ecco perché in alcuni casi è necessario l’abbattitore, che porta l’alimento a ben oltre i -18 °C della surgelazione, tra i -20 e -40°C, per di più molto più velocemente. L’anisakis e le sue larve, per esempio, che si possono trovare in certo pesce crudo, muoiono o cotti a 60 °C o dopo 60 ore a -20°C, 12 ore a -30°C, 9 ore a -40°C.
La tecnica industriale di surgelamento, sviluppata nel 1928 da Clarence Birdseye, ha innescato una vera e propria rivoluzione alimentare. Oggi, produzione, distribuzione e vendita di surgelati in Italia sono soggette al decreto legislativo n° 110 del 27 gennaio 1992 che recepisce la direttiva europea 89/108/CEE. Fate attenzione a non scongelare e ricongelare, perché scongelare fa ricominciare la proliferazione batterica. E quando portate via i surgelati dal supermercato metteteli sempre nell’apposita busta per surgelati per non interrompere la catena del freddo a -18 °C.
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Sei italiani su dieci pescano dal congelatore la propria cena per ben due volte a settimana. In poco più di 40 anni abbiamo più che quintuplicato il consumo di questi cibi, che trasportano il prodotto di stagione lungo tutto il corso dell’anno.Il nutrizionista Andrea Luzi: «Carboidrati e fibre surgelati non mostrano variazioni significative. Occhio però a non ricongelare mai».Gli abbattitori industriali portano rapidamente le pietanze oltre i -18°. In casa il procedimento è più lento.Lo speciale contiene tre articoliÈ notizia di questi giorni che in poco più di 40 anni abbiamo più che quintuplicato il consumo dei cibi surgelati, passando dai 3 kg a testa del 1980 ai ben 16 kg del 2021. Stiamo parlando di 940.000 tonnellate di surgelati per un giro d’affari di 4,8 miliardi di euro. I dati sono stati diffusi dall’Istituto italiano alimenti surgelati (Iias), in occasione della Giornata del cibo surgelato, il 6 marzo scorso. L’istituto, che quest’anno compie 60 anni essendo stato fondato nel 1963, ha spiegato come ad oggi 98 italiani su 100 mangino surgelati, soprattutto pietanze golose, come le patatine fritte, che rappresentano il 15% del volume dei surgelati consumati in Italia. O pietanze molto più lunghe da preparare fresche, come il minestrone, uno dei primi surgelati prodotti in Italia. O, ancora, prodotti che si possono tenere nel frigo di casa per ogni occasione, ad esempio la pizza o i famosi bastoncini rettangolari di merluzzo, che ormai sono entrati a far parte della nostra alimentazione e sono stati ideati proprio dall’industria della surgelazione. I bastoncini sono nati negli Stati Uniti intorno agli anni Cinquanta e sono arrivati in Italia nel 1967, passando prima dal Regno Unito dove erano approdati nel 1955.Oggi tutti noi consideriamo i surgelati un elemento quasi indispensabile della dieta, siamo abituati a comprarli e utilizzarli settimanalmente, ma non è sempre stato così. Qualche decennio fa si mangiava molto diversamente. La congelazione domestica, necessaria per conservare il cibo surgelato, era possibile appena per il 13% circa degli italiani, cioè per i pochi che sessant’anni fa possedevano un frigorifero con vano congelatore. Adesso, invece, praticamente tutti hanno il frigorifero col vano congelatore e moltissimi hanno anche il congelatore vero e proprio, talvolta più grande del frigorifero stesso (e c’è pure chi possiede l’abbattitore). D’altronde, la comodità del cibo surgelato è innegabile, soprattutto nel caso delle verdure: i dati Iias sul 2021 parlano di 250.000 tonnellate di vegetali surgelati consumati dagli italiani.Rispetto anni Sessanta, quando hanno cominciato a diffondersi i supermercati sul territorio italiano e, assieme a questi, ha iniziato ad affermarsi anche l’industria del surgelato, le innovazioni hanno permesso di mettere in commercio preparazioni sempre più complesse. A consentire una svolta è stata – a partire dal 1985 – l’introduzione della tecnologia Individually quick frozen, che ha consentito la surgelazione di ogni singolo ingrediente di un piatto composto. Nei banchi frigo dei supermercati hanno iniziato a comparire paste condite, secondi, contorni e quattro salti in padella di vario genere, oppure minestroni contenenti fino a 15 verdure di stagioni diverse, surgelate singolarmente a cubetto con metodologia Iqf e poi unite. Tutti piatti già preparati e poi surgelati che il consumatore deve solo scaldare, anche perché il tempo da passare in cucina è andato gradualmente diminuendo.Il surgelato trasporta il prodotto di stagione lungo tutto il corso dell’anno e consente al prodotto locale di diffondersi su tutto il territorio nazionale, e anche oltre. Nel reparto surgelati, lo sappiamo, c’è di tutto sempre: i mirtilli a dicembre e il gelato ad aprile. E c’è di tutto dappertutto: l’erbazzone a Canicattì e il supplì a Trento.Oggi, 98 italiani su 100 consumano surgelati e anche i non italiani si giovano dei surgelati italiani grazie a un consolidamento sempre più importante dell’export del frozen made in Italy, in primis la pizza. Dagli Usa ci arrivano invece pizze americane surgelate con carne suina, ad esempio la leggendaria (in America) pepperoni pizza (non fatevi ingannare: non è condita con i peperoni, ma con un tipo di salame piccante).Sei italiani su dieci consumano surgelati due volte a settimana e si capisce perché. I surgelati sono un gagliardo sostituto del fresco e la loro shelf life (vita sugli scaffali dei negozi) è un punto a favore indiscutibile: solo il 2,5% dei 25 kg di cibo che ognuno di noi butta ogni anno è surgelato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/buono-e-veloce-il-surgelato-ha-cambiato-la-nostra-dieta-2659584868.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-valori-nutritivi-restano-intatti-e-ce-piu-digeribilita" data-post-id="2659584868" data-published-at="1678618992" data-use-pagination="False"> «I valori nutritivi restano intatti e c’è più digeribilità» I prodotti surgelati, da ormai parecchi decenni, sono presenti nei frigoriferi e sulle tavole di quasi tutti gli italiani. Ma come conviene utilizzarli? E quali sono le loro caratteristiche a cui fare attenzione? Ne abbiamo parlato con un esperto: il dottor Andrea Luzi, biologo nutrizionista. Gli italiani consumano 16 kg di surgelati pro capite all’anno, stando agli ultimi dati. In particolare vegetali. Negli anni Ottanta ne consumavano circa 3 kg. Queste cifre mostrano un problema secondo lei? «Sicuramente questo è riconducibile ai cambiamenti nella società contemporanea in cui sempre più famiglie vengono mantenute da entrambi i genitori che lavorano mediamente molte ore, dedicano tempo a questioni domestiche e familiari, quando possibile al tempo libero e così ritagliando meno spazio alla spesa e alla preparazione dei pasti. Dove molti italiani continuano a prediligere la spesa quotidiana di prodotti freschi e verdura stagionale a chilometro zero, altri preferiscono la praticità di alimenti pronti all’uso, anche fuori stagione, già puliti e porzionati, riducendo così gli scarti domestici. I surgelati ci offrono la comodità di fare scorta di cibo che, se fosse acquistato fresco, pur conservandolo in frigorifero, deperirebbe dopo qualche giorno. Non un problema, quindi, ma una differente necessità nonché crescente richiesta dei consumatori che il mercato ha individuato e soddisfatto». Quali differenze ci sono tra i vegetali surgelati e quelli freschi? «La surgelazione è un metodo di conservazione industriale che prevede di portare l’alimento in tempi rapidi ad una temperatura al cuore di -18°C. Questo processo, a differenza del congelamento casalingo, trasforma l’acqua contenuta nell’alimento in microcristalli che non ledono le cellule e, una volta scongelato il prodotto, non perde liquidi e conserva caratteristiche - texture, sapore, odore, aspetto e colore - non distanti dal prodotto fresco. Partendo dal presupposto che i vegetali freschi stagionali garantiscono il massimo delle loro proprietà se consumate entro tre giorni dalla raccolta, le verdure surgelate vengono raccolte a maturazione e solo quelle nello stato ottimale di freschezza e aspetto vengono avviate alla surgelazione a poche ore dalla raccolta. Il pesce può essere pulito e surgelato direttamente a bordo dei pescherecci o comunque subito dopo lo scarico a terra e la carne surgelata dopo la frollatura. Questo tempismo si è dimostrato garantire una buona conservazione delle proprietà nutrizionali degli alimenti. I surgelati si sono dimostrati un ottimo compromesso garantendo una qualità generale anche superiore rispetto alla verdura che resta sugli scaffali della grande distribuzione per molti giorni. In generale la qualità migliore resta quella dei mercati contadini a chilometro zero in cui la filiera più corta, grazie alla vendita diretta, garantisce una maggior freschezza del prodotto. I surgelati hanno certamente il vantaggio di conservarsi più a lungo rispetto ai prodotti freschi e permettono di fare scorta in casa senza dover provvedere alla spesa quotidiana. Va segnalato che la verdura che si può surgelare è solo quella destinata alla cottura, non quella destinata al consumo crudo come quella da insalata». Può spiegare perché la tecnica della surgelazione permette di conservare alimenti così a lungo? Quali sono le conseguenze che ha sui cibi? «La surgelazione inattiva gli enzimi e i microrganismi responsabili del deperimento degli alimenti, compresi i patogeni, in grado di provocare infezioni, intossicazioni nell’uomo. I vegetali ed i legumi prima della surgelazione vengono sottoposti a “scottatura” in acqua o vapore per favorire questi processi e conservare i colori brillanti. Il pesce subisce un processo di “glassatura”, un sottile velo di acqua ghiacciata che ne previene la disidratazione, oppure può essere messo sottovuoto. Nel caso dei surgelati la temperatura è l’unico conservante ammesso dalla normativa, viene pertanto escluso l’utilizzo di ulteriori conservanti chimici o naturali. Dal punto di vista dei valori nutrizionali le proteine subiscono la denaturazione, un processo che non comporta variazioni dal punto di vista nutritivo, bensì ne aumenta la digeribilità a discapito però della consistenza. Carboidrati e fibre non mostrano variazioni significative. I grassi invece possono andare incontro a ossidazione e questo può comportare una diminuzione del loro valore nutritivo. Sali minerali e vitamine vengono in parte persi durante la fase di che precedono la surgelazione in misura simile ai prodotti freschi ma se la temperatura di conservazione viene mantenuta inferiore a -18°C non si riscontano ulteriori diminuzioni». Esiste un tipo di surgelati che si dovrebbe assolutamente evitare? «I piatti pronti, cioè, quelli precotti e poi surgelati, i dessert elaborati, i fritti e gli impanati. In generale sono gli stessi che andrebbero limitati o evitati anche quando preparati con ingredienti freschi, con la differenza che i surgelati industriali certamente vedono l’aggiunta di ingredienti e calorie rispetto agli omologhi che si potrebbero preparare a casa. Controllerei in etichetta che non siano stati aggiunti emulsionanti, addensanti, amidi, zuccheri, grassi. A livello di conservazione, invece, evitare l’acquisto di confezioni bagnate o che presentano ghiaccio esternamente o blocchi di ghiaccio internamente, potrebbero aver subito un parziale decongelamento. Non bisogna lasciarli a temperatura ambiente per troppo tempo e, possibilmente, trasportarli a casa dopo l’acquisto in borse termiche per rispettare la catena del freddo». È un fatto però che molti, soprattutto per mancanza di tempo, siano quasi obbligati a consumare surgelati. Dunque, quali consigli possiamo dare per scegliere i prodotti migliori? Quali elementi bisogna considerare? E quali caratteristiche? «In generale consiglio di ricercare prodotti, che si tratti di vegetali, frutta, legumi, funghi, carne o pesce, contenenti singoli ingredienti o perlomeno pochi, materie prime e non prodotti lavorati, questo indica che il prodotto sia stato esclusivamente pulito, tagliato e surgelato da fresco. Se la necessità non è il consumo immediato, il surgelato industriale permette di mantenere un prodotto meglio conservato rispetto al prodotto fresco che viene congelato nel freezer domestico». Esistono consigli di base per utilizzare al meglio questi prodotti? Per esempio: quale è il modo migliore di riportare a temperatura ambiente un alimento? «Il consiglio è di rispettare le istruzioni per la conservazione e la cottura indicate in etichetta dal produttore volte a salvaguardare al meglio le caratteristiche igieniche, sensoriali e nutrizionali di quel particolare surgelato. Alcuni prodotti non necessitano di essere scongelati prima della cottura ma possono essere direttamente bolliti oppure cotti al vapore, in pentola o nel forno. Nel caso l’alimento dovesse essere scongelato, evitare di lasciarlo per ore a temperatura ambiente oppure in acqua. Lo scongelamento ideale è quello che riporta l’acqua cristallizzata allo stato liquido, non disperdendola ma facendola riassorbire alle cellule dell’alimento: il metodo migliore è lasciarlo in frigorifero alcune ore prima della preparazione. È possibile utilizzare anche i forni a microonde dotati di funzione defrost. Una volta scongelato il prodotto deve essere cucinato e consumato perché tutti quei processi ad opera di enzimi e batteri si riattivano favorendo il deperimento e la contaminazione dell’alimento». Una volta scongelato un alimento si può surgelare di nuovo? «No, un principio della sicurezza alimentare è il mantenimento della catena del freddo. Dalla surgelazione l’alimento deve arrivare alla distribuzione nel supermercato ancora surgelato e venduto come tale. Inoltre, la surgelazione è un processo fisico diverso dal congelamento dei comuni freezer domestici con temperature e tempi diversi ed i cristalli di acqua che si formano sono di maggiori dimensioni, una volta scongelati rompono la parete cellulare con conseguente perdita di acqua e nutrienti in essa disciolti». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/buono-e-veloce-il-surgelato-ha-cambiato-la-nostra-dieta-2659584868.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="con-il-freezer-la-tempestivita-e-fondamentale" data-post-id="2659584868" data-published-at="1678618992" data-use-pagination="False"> Con il freezer, la tempestività è fondamentale Surgelato e congelato (e abbattuto) non sono la stessa cosa. La surgelazione industriale porta velocemente il cibo a -18 °C mantenendo quasi intatte le caratteristiche nutrizionali perché la velocità evita la formazione di microcristalli. La congelazione domestica invece è molto più lenta. I primi freezer avevano una temperatura di -10 °C, man mano si è scoperto che più la temperatura di conservazione domestica di un surgelato era bassa e meglio era perché i contenuti proteici e vitaminici presenti in alcuni tipi di alimenti (come frutta e verdura, ad esempio), si mantengono molto più a lungo se la temperatura del freezer equivale a quella di surgelazione ossia -18 °C. Oggi possiamo dedurre la temperatura raggiunta dal nostro scomparto freezer del frigo o dal congelatore guardando le stelle: freezer a 1 stella, temperatura massima – 6 °C, a 2 stelle massima -12 °C, a 3 stelle massima -18 °C, a 4 stelle, minima – 18°C e massima tra -25 e -30 °C. La congelazione lenta del freezer domestico determina una maggiore perdita di liquido tissutale e dei nutrienti che esso contiene solubilizzati e danneggia di più i tessuti, facendoli ritrovare, post scongelamento, meno turgidi. Il surgelamento industriale, invece, trasforma molto più velocemente i liquidi in cristalli di ghiaccio che perciò rimangono micro e, per questo motivo, la texture, i valori nutrizionali e organolettici del surgelato restano quasi identici a quelli del prodotto fresco. Le proteine si denaturano diventando più digeribili, ma non perdono le proprie restanti caratteristiche (vi sarà capitato di notare che l’hamburger surgelato è più morbido di quello fresco oppure di leggere il consiglio di congelare il polpo prima di cuocerlo per intenerirne le carni). I grassi e i glucidi hanno una leggera reazione idrolitica, cioè l’acqua si separa dal grasso, mentre i minerali e le vitamine termolabili si perdono parzialmente durante la scottatura, se effettuata, però il contenuto di vitamine e minerali dei surgelati è sempre superiore ai prodotti freschi conservati da oltre 24 ore e ai conservati in barattolo. Il surgelamento non arresta, ma rallenta moltissimo la degradazione dell’alimento, ecco perché anche il surgelato ha una data di scadenza. Non interrompe i processi enzimatici, ma li rallenta, ecco perché alcuni alimenti vengono sottoposti a scottatura o all’aggiunta di additivi prima del surgelamento. Quanto ai microorganismi, non sempre il surgelamento riesce ad ucciderli. Ecco perché in alcuni casi è necessario l’abbattitore, che porta l’alimento a ben oltre i -18 °C della surgelazione, tra i -20 e -40°C, per di più molto più velocemente. L’anisakis e le sue larve, per esempio, che si possono trovare in certo pesce crudo, muoiono o cotti a 60 °C o dopo 60 ore a -20°C, 12 ore a -30°C, 9 ore a -40°C. La tecnica industriale di surgelamento, sviluppata nel 1928 da Clarence Birdseye, ha innescato una vera e propria rivoluzione alimentare. Oggi, produzione, distribuzione e vendita di surgelati in Italia sono soggette al decreto legislativo n° 110 del 27 gennaio 1992 che recepisce la direttiva europea 89/108/CEE. Fate attenzione a non scongelare e ricongelare, perché scongelare fa ricominciare la proliferazione batterica. E quando portate via i surgelati dal supermercato metteteli sempre nell’apposita busta per surgelati per non interrompere la catena del freddo a -18 °C.
Una jeep israeliana transita davanti al valico di Erez, che collega Israele a Gaza, in uno scatto dello scorso ottobre (Getty Images)
Oudeh avrebbe avuto un ruolo centrale nell’apparato di sicurezza di Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre, ricoprendo l’incarico di responsabile dell’intelligence militare e collaborando strettamente con al Haddad nella ricostruzione della struttura operativa del gruppo dopo la morte di Mohammed Deif e Mohammed Sinwar. Le stesse fonti sostengono che l’incarico gli fosse già stato proposto in passato dopo l’eliminazione di Sinwar, ma che in quel momento avesse deciso di non assumere la guida dell’organizzazione armata. Nell’immagine diffusa insieme alle informazioni, Oudeh compare accanto a Raafa Salameh, Abu Obeida e Mohammed Deif. Tutti gli altri dirigenti presenti nella foto sarebbero stati eliminati nel corso delle operazioni israeliane.
Intanto Israele si sta preparando per impedire che possa verificarsi un nuovo 7 ottobre. A quasi tre anni dall’attacco di Hamas contro le comunità israeliane al confine con Gaza, lo Stato ebraico sta costruendo una nuova rete di difesa territoriale basata su civili addestrati, squadre di intervento rapido e protocolli operativi studiati direttamente sulle lezioni del massacro del 2023. Secondo quanto riportato dal FDD Long War Journal, all’inizio di maggio nella comunità di Nir Oz, una delle località simbolo dell’assalto di Hamas, i membri di una nuova squadra volontaria di sicurezza civile hanno completato la seconda delle otto sessioni previste da un innovativo programma di addestramento chiamato «Magen 48». L’iniziativa è gestita dall’organizzazione israeliana Magen Yehuda e nasce con l’obiettivo dichiarato di fornire ai cosiddetti «difensori civili» competenze operative e strumenti professionali per affrontare eventuali nuovi attacchi terroristici. Il progetto viene realizzato in collaborazione diretta con le Forze di difesa israeliane (Idf), che stanno contribuendo all’addestramento delle squadre locali di volontari incaricate di intervenire immediatamente in caso di incursioni armate.
Il trauma del 7 ottobre continua infatti a influenzare profondamente la strategia di sicurezza israeliana. Quel giorno migliaia di terroristi di Hamas, supportati da altri gruppi armati e da saccheggiatori civili, sfondarono le difese israeliane penetrando nelle comunità vicino alla Striscia di Gaza. L’attacco provocò massacri, sequestri e devastazioni senza precedenti. Molti dei villaggi colpiti sono ancora oggi impegnati nella ricostruzione, mentre migliaia di residenti stanno lentamente tornando nelle proprie abitazioni dopo lunghi mesi di evacuazione. In questo contesto Israele punta ora a creare comunità capaci di difendersi autonomamente nei primi minuti di un’aggressione, evitando di dipendere esclusivamente dall’arrivo delle forze armate regolari.
Le unità addestrate dal programma vengono chiamate «Kitat Konenut», cioè squadre di intervento rapido. Si tratta di gruppi composti principalmente da ex soldati residenti nelle comunità di confine vicino a Gaza, al Libano e alla Cisgiordania. Queste squadre rappresentano la prima linea di difesa locale e hanno il compito di reagire immediatamente a infiltrazioni terroristiche mentre la comunità attende l’arrivo di rinforzi militari e di polizia.
Il nome «Magen 48» è stato scelto in memoria dei 48 membri delle forze di sicurezza israeliane uccisi il 7 ottobre. L’organizzazione lavora a stretto contatto con il Comando del Fronte Interno delle IDF, con la Divisione Gaza dell’esercito israeliano e con i consigli locali delle comunità di frontiera. Il modello di addestramento è stato sviluppato studiando le esperienze delle località che riuscirono a resistere meglio durante l’attacco di Hamas, in particolare il Kibbutz Erez, considerato uno dei casi più efficaci di difesa locale durante l’assalto. Secondo quanto dichiarato sul sito ufficiale di Magen 48, il programma mira a garantire che ogni comunità attorno alla Striscia di Gaza sia «addestrata, equipaggiata e operativamente pronta» per affrontare future minacce. La preparazione delle comunità viene considerata una priorità strategica non soltanto per rafforzare la sicurezza dei residenti, ma anche per favorire il ritorno della popolazione evacuata dopo gli attacchi di Hamas.
L’iniziativa arriva in una fase estremamente delicata per Israele. Mentre il governo israeliano continua a chiedere il disarmo di Hamas e a mantenere alta la pressione militare sulla Striscia di Gaza, la sicurezza delle aree di confine rimane una delle principali preoccupazioni strategiche del Paese. Il 13 maggio il primo ministro Benjamin Netanyahu ha incontrato Nickolay Mladenov, direttore del Gaza Board of Peace, discutendo della situazione del cessate il fuoco e delle prospettive di smantellamento delle capacità militari di Hamas. Nello stesso giorno le IDF hanno annunciato l’eliminazione di un membro delle forze Nukhba di Hamas a Gaza.
Ari Briggs, cofondatore di Magen 48, ha spiegato al Long War Journal della FDD che il nuovo protocollo di addestramento israeliano è già stato adottato in 67 comunità vicino al confine con Gaza e che il piano prevede di estendere il modello fino a circa 600 comunità nei prossimi anni. Briggs ha sottolineato che sono già state svolte oltre 550 sessioni di addestramento e che più di 1.500 persone hanno completato i corsi, numeri che equivalgono alla formazione di diversi battaglioni di fanteria. Secondo Briggs, il progetto rappresenta soltanto una prima fase di un piano molto più ampio. Il dirigente di Magen 48 ha spiegato che circa 900.000 israeliani vivono in aree considerate vulnerabili lungo diversi confini del Paese. Dopo il 7 ottobre oltre 74.000 persone furono evacuate dalle comunità vicine a Gaza per più di un anno, mentre evacuazioni simili si verificarono anche nel nord di Israele. Sebbene molti residenti siano tornati, la guerra ancora in corso continua ad alimentare un forte senso di insicurezza tra la popolazione.
Uno degli elementi più innovativi del programma riguarda il cambiamento della dottrina operativa. Briggs ha spiegato che il nuovo approccio prevede di affrontare i terroristi prima che riescano a raggiungere il centro delle comunità. L’obiettivo è quindi portare il combattimento direttamente contro gli assalitori invece di attendere passivamente dietro i cancelli dei kibbutz o dei villaggi. Per ogni comunità vengono elaborati specifici piani difensivi, con analisi dettagliate delle aree vulnerabili, delle posizioni delle telecamere di sorveglianza, delle recinzioni e delle postazioni fortificate da costruire. Briggs ha sottolineato che la principale lezione del 7 ottobre non riguarda semplicemente l’uso delle armi, ma soprattutto l’organizzazione delle squadre, il coordinamento operativo e la rapidità di risposta. Durante le esercitazioni osservate dal Long War Journal a Nir Oz, i volontari hanno simulato la bonifica di aree della comunità da terroristi armati, lavorando in coppie e coordinandosi con altri gruppi di difesa locale. Il programma comprende inoltre formazione medica, gestione delle emergenze e utilizzo avanzato delle armi. Prima del 7 ottobre ogni volontario riceveva soltanto circa 70 proiettili all’anno per l’addestramento al poligono. Oggi l’accesso alle munizioni è stato notevolmente ampliato e ai partecipanti viene richiesto di saper colpire bersagli fino a 150 metri di distanza. Anche le dimensioni delle squadre sono aumentate: dalle circa 12 persone previste in passato si è passati fino a un massimo di 28 volontari per comunità. Le unità sono inoltre miste e comprendono anche donne, come dimostrato durante le esercitazioni svolte a Nir Oz.
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