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2021-05-17
La grande confusione. Il boom dei giovani che cambiano sesso
Lo sballo diffuso, il rifiuto delle regole, le forme di violenza rilanciate sui social con cinico compiacimento, la contestazione dei genitori, i nonni usati come bancomat ma che possono essere sacrificati con il Covid in nome dell'annullamento delle restrizioni. Cosa sta succedendo ai nostri giovani? La pandemia ha portato a galla, come la schiuma del mare, il caos in cui vive un'intera generazione, sospesa in una dimensione in cui tutto è consentito e giustificato. In barba a qualsiasi morale. Sul tema della sessualità e dell'identità di genere la confusione dei giovani raggiunge l'apice. Il gender fluid è la nuova moda. E tra i giovani si stanno moltiplicando gli interventi per cambiare sesso, spesso sull'onda del condizionamento sociale.
C'è chi arriva a sostenere che già a 2 o 3 anni si possano manifestare problemi di genere, il che giustificherebbe la somministrazione di farmaci sin dalla più tenera età. A ciò contribuisce il progressivo allentarsi dei vincoli anagrafici e sanitari. Fino al 2015, per modificare i connotati sulla carta di identità bisognava operarsi: ora questo obbligo è caduto. Inoltre, l'Organizzazione mondiale della sanità ha riconosciuto la disforia di genere, ossia il disagio legato al non riconoscersi nel proprio corpo, non come un disturbo psichico ma una condizione sessuale. E ai minori può essere somministrato un farmaco, la triptorelina, per bloccare la pubertà. Spesso è il primo passo per un percorso che porta i ragazzi dritti verso la somministrazione di ormoni e poi all'intervento chirurgico con effetti irreversibili.
Dal monitoraggio della Società italiana di chirurgia plastica ricostruttiva- rigenerativa ed estetica (Sicpre), nell'anno prima della pandemia circa 120 persone si sono sottoposte a interventi di cambio di sesso nei cinque ospedali pubblici italiani specializzati. Il 60% dei pazienti chiede di diventare donna, il restante 40% uomo. L'ospedale che fa più interventi è quello di Pisa. Quando ha iniziato, nel 2011 eseguiva 6 operazioni all'anno: ora circa 60. Al San Camillo di Roma, nell'Area minori del Saifip (Servizio di adeguamento tra identità fisica e identità psichica), una delle realtà pioniere del settore che da più di 20 anni accoglie bambini e adolescenti gender variant, nei primi tre mesi di quest'anno il numero di minori arrivati con un'ipotesi di disforia di genere è aumentato del 150% rispetto allo stesso periodo del 2020. Al Policlinico universitario di Palermo le richieste di interventi chirurgici sono cresciute del 30%.
Come mai questo incremento esponenziale? Il movimento Lgbt e parte della comunità scientifica sostiene che il fenomeno è sempre esistito, ma ora le persone escono allo scoperto. Altri psicologi e chirurghi sottolineano fenomeni di emulazione e di contagio sociale. Questo il pensiero di Adriana Cordova, professore di chirurgia plastica dell'università di Palermo ed ex presidente di Sicpre: «Numerose persone che arrivano da noi per il cambio del sesso hanno effettuato percorsi psicologici inadeguati. Le terapie psicologiche dovrebbero durare 2 anni, ma non tutti completano il ciclo o perché non se lo possono permettere o perché nelle strutture pubbliche hanno di fronte psicologi sempre diversi che non garantiscono la continuità. Sono venute da me persone che avevano avuto l'autorizzazione del tribunale per il cambio di sesso dopo appena un paio di incontri con lo psicologo. Ho l'impressione che si parli del cambio di sesso con leggerezza e che non si sottolinei la drasticità del gesto chirurgico. Per alcuni pazienti la transizione era necessaria e ha portato a una migliore qualità della vita, ma per altrettanti casi il bisturi non ha risolto i problemi psicologici».
Il blocco della pubertà è un'altra pratica che si diffonde con facilità. Uno studio realizzato dall'associazione Scienza & vita e dal centro studi Rosario Livatino sottolinea i dubbi su questo trattamento: che cosa succede se, dopo due o tre anni di somministrazione della triptorelina (il minino per ottenere qualche risultato) un adolescente cambia idea? Il suo sviluppo ormonale riprenderà regolarmente? La fertilità sarà mantenuta? E come riallineare lo sviluppo cognitivo, che nessuno può arrestare, con quello puberale che nel frattempo è stato sospeso chimicamente? C'è anche chi ipotizza che il blocco ormonale possa finire per compromettere la definizione morfologica e funzionale di quelle parti del cervello che contribuiscono a strutturare l'identità sessuale. E con quali conseguenze? Lo studio sottolinea «la sostanziale carenza di letteratura scientifica che attesti evidenze di efficacia e di sicurezza di questo tipo di trattamento».
Caso emblematico è quello della giovanissima Keira Bell, sottoposta a trattamento con bloccanti ormonali dopo una frettolosa diagnosi di disforia emessa dalla Tavistock clinic di Londra, l'unica clinica per l'identità di genere per bambini trans del Regno Unito. Dopo questo scandalo, denunciato dalla ragazza, sono venuti allo scoperto numerosi pentiti (cosiddetti detransitioner) perché sottoposti a trattamenti irreversibili anziché essere aiutati psicologicamente a risolvere la confusione mentale che li affliggeva. Come hanno documentato medici e pentiti, i danni seguiti ai trattamenti ormonali non sono solo di tipo estetico (voci femminili mutate per sempre in maschili, peli su volti femminili o crescita di seni su corpi maschili) ma anche alla salute (fragilità ossea e sviluppo di altre malattie croniche). In Gran Bretagna nell'arco di 10 anni c'è stato un aumento del 2.500% dei trattamenti sulle bambine. Da 97 casi del 2009-2010 si è passati a 2.519 del 2017-2018. Fra loro 45 bambini di 6 anni o meno. Ha fatto scalpore l'intervento sul Guardian dell'ex psichiatra del Tavistock, David Bell, che ha accusato la facilità con cui è somministrato il farmaco bloccante della pubertà.
In Italia la triptorelina è consentita con semplice perizia medica. La campagna sull'identità di genere comincia a entrare nelle scuole. Ed è legittimo chiedersi se non ci sia il rischio che il tema sia trattato in modo semplicistico. Il Consiglio comunale di Torino ha approvato una mozione che impegna gli educatori dei nidi e delle materne a una formazione continua sul genere. In alcune scuole si sperimenta l'inserimento della «carriera alias» che consente ai transgender di cambiare il nome sui registri elettronici. Cominciato in alcuni licei, si sta facendo largo anche nelle elementari. Ma i bambini sono pronti ad affrontare temi così delicati? L'identità di genere è al centro del ddl Zan. Ci sono aspetti scottanti come il «self Id», o libera autocertificazione di genere, consentita con un semplice atto all'anagrafe senza perizie. Il percorso verso l'annullamento della differenza sessuale è avviato.
Il pianto dei giovani allo specchio quando si vedono diventare «altro»
«Gli adolescenti ma anche i giovanissimi, sulla loro identità di genere, spesso sono confusi, bombardati da campagne ideologiche che rimbalzano sui social senza alcun filtro. Le famiglie spesso sono disfunzionali, mancano i punti di riferimento. Nell'età evolutiva l'identità si struttura dall'inizio della pubertà fino ai 18-20 anni, attraverso un processo di identificazione e differenziazione con due figure identitarie di sesso diverso». Donatella Mansi è una psicopedagogista che lavora in ambito scolastico. Affronta ogni giorno situazioni di disagio legate al pressing ideologico: «Si stanno diffondendo esperienze sessuali precocissime, anche omosessuali, condizionate da una moda in cui la logica dominante è che, comunque, tutto va bene. L'adolescente è curioso, è alla scoperta del mondo e può essere indotto, durante un'esperienza sessuale con un partner dello stesso sesso, specie se ha provato piacere, a credere di essere omosessuale».
Mansi riferisce di un genitore che, aveva fatto iniziare la terapia ormonale al figlio adolescente, convinto di essere gay, ma quando il ragazzo ha visto i cambiamenti fisici piangeva davanti allo specchio. Anche la pornografia dilagante tra i giovanissimi crea una distorta visione del corpo: «Non vedono una relazione», spiega la psicopedagogista, «ma solo corpi in movimento in cui il piacere sessuale è estremizzato. Una recente indagine del Censis ha evidenziato che la pornografia influisce in modo pesante sul comportamento sessuale. I ragazzi sono più facilmente condizionabili e sono indotti a pensare che quello sia un modello e di non esservi adeguati. La reazione è di chiusura in sé stessi, di isolamento, così le esperienze sessuali con persone dello stesso sesso possono essere più gratificanti, meno conflittuali, più rassicuranti. Le ragazze spesso sono deluse dai coetanei maschi che hanno una modalità anche aggressiva nella relazione sessuale. Nel rapporto con una donna, invece, possono sperimentare la dolcezza e la tenerezza, che avvertono come maggiormente corrispondenti. Per semplificare, tutto ha origine da una mancanza di educazione alle relazioni. Si parla tanto di sesso ma poco di amore».
Mansi sottolinea anche la superficialità con cui si affrontano a scuola questi argomenti: «Un genitore mi ha riferito della figlia di 9 anni che un giorno, tornando da scuola, gli ha detto semplicemente: “Sai, papà, tra un po' potrò scegliere se amare una donna o un uomo. Lo ha detto la maestra"». La studiosa spiega che «l'esperienza con le figure genitoriali è molto importante: se il padre si è allontanato da casa quando un bambino è molto piccolo, ed è una figura vissuta come ostile, è possibile che il processo di identificazione avvenga con la figura materna. Ho avuto modo di conoscere un ragazzo che viveva un'esperienza di questo tipo: una psicologa lo ha aiutato a fare chiarezza, accompagnandolo a riconoscere la mancanza del padre che lo condizionava pesantemente».
La pedagoga spiega di aver avuto diverse esperienze in cui emergeva il «forte condizionamento ideologico che può fa perdere di vista la verità delle conoscenze psicologiche ed endocrinologiche. Anche dopo aver cambiato sesso, emerge in modo preponderante la ricerca di un partner che risponda al desiderio di essere amati. Assistiamo anche a una sessualizzazione precoce indotta da messaggi che circolano sui social, come bambine in posa con atteggiamenti adulti. Ci sono poi i personaggi, noti al pubblico televisivo, che raccontano come da genitori hanno accolto il desiderio del figlio che ha voluto iniziare una terapia per scegliere un genere diverso da quello biologico». Tra le esperienze che Mansi menziona, c'è il caso di una coppia di omosessuali con un bambino nato da utero in affitto: «Il piccolo, nella scuola materna,si era legato tanto alla maestra al punto da non volersi separare da lei ogni volta che doveva tornare a casa. Interpellato un neuropsichiatra infantile, il suggerimento è stato: ha bisogno di un seno materno».
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Al San Camillo di Roma aumentati del 150% i minori con ipotesi di disforia di genere, tra pressioni mediatiche e sostegni psicologici inadeguati. E salgono i «pentiti» dopo trattamenti irreversibili.L'allarme della psicopedagogista Donatella Mansi: «Manca l'educazione al rapporto personale».Lo speciale contiene due articoli.Lo sballo diffuso, il rifiuto delle regole, le forme di violenza rilanciate sui social con cinico compiacimento, la contestazione dei genitori, i nonni usati come bancomat ma che possono essere sacrificati con il Covid in nome dell'annullamento delle restrizioni. Cosa sta succedendo ai nostri giovani? La pandemia ha portato a galla, come la schiuma del mare, il caos in cui vive un'intera generazione, sospesa in una dimensione in cui tutto è consentito e giustificato. In barba a qualsiasi morale. Sul tema della sessualità e dell'identità di genere la confusione dei giovani raggiunge l'apice. Il gender fluid è la nuova moda. E tra i giovani si stanno moltiplicando gli interventi per cambiare sesso, spesso sull'onda del condizionamento sociale. C'è chi arriva a sostenere che già a 2 o 3 anni si possano manifestare problemi di genere, il che giustificherebbe la somministrazione di farmaci sin dalla più tenera età. A ciò contribuisce il progressivo allentarsi dei vincoli anagrafici e sanitari. Fino al 2015, per modificare i connotati sulla carta di identità bisognava operarsi: ora questo obbligo è caduto. Inoltre, l'Organizzazione mondiale della sanità ha riconosciuto la disforia di genere, ossia il disagio legato al non riconoscersi nel proprio corpo, non come un disturbo psichico ma una condizione sessuale. E ai minori può essere somministrato un farmaco, la triptorelina, per bloccare la pubertà. Spesso è il primo passo per un percorso che porta i ragazzi dritti verso la somministrazione di ormoni e poi all'intervento chirurgico con effetti irreversibili. Dal monitoraggio della Società italiana di chirurgia plastica ricostruttiva- rigenerativa ed estetica (Sicpre), nell'anno prima della pandemia circa 120 persone si sono sottoposte a interventi di cambio di sesso nei cinque ospedali pubblici italiani specializzati. Il 60% dei pazienti chiede di diventare donna, il restante 40% uomo. L'ospedale che fa più interventi è quello di Pisa. Quando ha iniziato, nel 2011 eseguiva 6 operazioni all'anno: ora circa 60. Al San Camillo di Roma, nell'Area minori del Saifip (Servizio di adeguamento tra identità fisica e identità psichica), una delle realtà pioniere del settore che da più di 20 anni accoglie bambini e adolescenti gender variant, nei primi tre mesi di quest'anno il numero di minori arrivati con un'ipotesi di disforia di genere è aumentato del 150% rispetto allo stesso periodo del 2020. Al Policlinico universitario di Palermo le richieste di interventi chirurgici sono cresciute del 30%. Come mai questo incremento esponenziale? Il movimento Lgbt e parte della comunità scientifica sostiene che il fenomeno è sempre esistito, ma ora le persone escono allo scoperto. Altri psicologi e chirurghi sottolineano fenomeni di emulazione e di contagio sociale. Questo il pensiero di Adriana Cordova, professore di chirurgia plastica dell'università di Palermo ed ex presidente di Sicpre: «Numerose persone che arrivano da noi per il cambio del sesso hanno effettuato percorsi psicologici inadeguati. Le terapie psicologiche dovrebbero durare 2 anni, ma non tutti completano il ciclo o perché non se lo possono permettere o perché nelle strutture pubbliche hanno di fronte psicologi sempre diversi che non garantiscono la continuità. Sono venute da me persone che avevano avuto l'autorizzazione del tribunale per il cambio di sesso dopo appena un paio di incontri con lo psicologo. Ho l'impressione che si parli del cambio di sesso con leggerezza e che non si sottolinei la drasticità del gesto chirurgico. Per alcuni pazienti la transizione era necessaria e ha portato a una migliore qualità della vita, ma per altrettanti casi il bisturi non ha risolto i problemi psicologici».Il blocco della pubertà è un'altra pratica che si diffonde con facilità. Uno studio realizzato dall'associazione Scienza & vita e dal centro studi Rosario Livatino sottolinea i dubbi su questo trattamento: che cosa succede se, dopo due o tre anni di somministrazione della triptorelina (il minino per ottenere qualche risultato) un adolescente cambia idea? Il suo sviluppo ormonale riprenderà regolarmente? La fertilità sarà mantenuta? E come riallineare lo sviluppo cognitivo, che nessuno può arrestare, con quello puberale che nel frattempo è stato sospeso chimicamente? C'è anche chi ipotizza che il blocco ormonale possa finire per compromettere la definizione morfologica e funzionale di quelle parti del cervello che contribuiscono a strutturare l'identità sessuale. E con quali conseguenze? Lo studio sottolinea «la sostanziale carenza di letteratura scientifica che attesti evidenze di efficacia e di sicurezza di questo tipo di trattamento».Caso emblematico è quello della giovanissima Keira Bell, sottoposta a trattamento con bloccanti ormonali dopo una frettolosa diagnosi di disforia emessa dalla Tavistock clinic di Londra, l'unica clinica per l'identità di genere per bambini trans del Regno Unito. Dopo questo scandalo, denunciato dalla ragazza, sono venuti allo scoperto numerosi pentiti (cosiddetti detransitioner) perché sottoposti a trattamenti irreversibili anziché essere aiutati psicologicamente a risolvere la confusione mentale che li affliggeva. Come hanno documentato medici e pentiti, i danni seguiti ai trattamenti ormonali non sono solo di tipo estetico (voci femminili mutate per sempre in maschili, peli su volti femminili o crescita di seni su corpi maschili) ma anche alla salute (fragilità ossea e sviluppo di altre malattie croniche). In Gran Bretagna nell'arco di 10 anni c'è stato un aumento del 2.500% dei trattamenti sulle bambine. Da 97 casi del 2009-2010 si è passati a 2.519 del 2017-2018. Fra loro 45 bambini di 6 anni o meno. Ha fatto scalpore l'intervento sul Guardian dell'ex psichiatra del Tavistock, David Bell, che ha accusato la facilità con cui è somministrato il farmaco bloccante della pubertà. In Italia la triptorelina è consentita con semplice perizia medica. La campagna sull'identità di genere comincia a entrare nelle scuole. Ed è legittimo chiedersi se non ci sia il rischio che il tema sia trattato in modo semplicistico. Il Consiglio comunale di Torino ha approvato una mozione che impegna gli educatori dei nidi e delle materne a una formazione continua sul genere. In alcune scuole si sperimenta l'inserimento della «carriera alias» che consente ai transgender di cambiare il nome sui registri elettronici. Cominciato in alcuni licei, si sta facendo largo anche nelle elementari. Ma i bambini sono pronti ad affrontare temi così delicati? L'identità di genere è al centro del ddl Zan. Ci sono aspetti scottanti come il «self Id», o libera autocertificazione di genere, consentita con un semplice atto all'anagrafe senza perizie. Il percorso verso l'annullamento della differenza sessuale è avviato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/boom-giovani-cambiano-sesso-2653004955.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-pianto-dei-giovani-allo-specchio-quando-si-vedono-diventare-altro" data-post-id="2653004955" data-published-at="1621179799" data-use-pagination="False"> Il pianto dei giovani allo specchio quando si vedono diventare «altro» «Gli adolescenti ma anche i giovanissimi, sulla loro identità di genere, spesso sono confusi, bombardati da campagne ideologiche che rimbalzano sui social senza alcun filtro. Le famiglie spesso sono disfunzionali, mancano i punti di riferimento. Nell'età evolutiva l'identità si struttura dall'inizio della pubertà fino ai 18-20 anni, attraverso un processo di identificazione e differenziazione con due figure identitarie di sesso diverso». Donatella Mansi è una psicopedagogista che lavora in ambito scolastico. Affronta ogni giorno situazioni di disagio legate al pressing ideologico: «Si stanno diffondendo esperienze sessuali precocissime, anche omosessuali, condizionate da una moda in cui la logica dominante è che, comunque, tutto va bene. L'adolescente è curioso, è alla scoperta del mondo e può essere indotto, durante un'esperienza sessuale con un partner dello stesso sesso, specie se ha provato piacere, a credere di essere omosessuale». Mansi riferisce di un genitore che, aveva fatto iniziare la terapia ormonale al figlio adolescente, convinto di essere gay, ma quando il ragazzo ha visto i cambiamenti fisici piangeva davanti allo specchio. Anche la pornografia dilagante tra i giovanissimi crea una distorta visione del corpo: «Non vedono una relazione», spiega la psicopedagogista, «ma solo corpi in movimento in cui il piacere sessuale è estremizzato. Una recente indagine del Censis ha evidenziato che la pornografia influisce in modo pesante sul comportamento sessuale. I ragazzi sono più facilmente condizionabili e sono indotti a pensare che quello sia un modello e di non esservi adeguati. La reazione è di chiusura in sé stessi, di isolamento, così le esperienze sessuali con persone dello stesso sesso possono essere più gratificanti, meno conflittuali, più rassicuranti. Le ragazze spesso sono deluse dai coetanei maschi che hanno una modalità anche aggressiva nella relazione sessuale. Nel rapporto con una donna, invece, possono sperimentare la dolcezza e la tenerezza, che avvertono come maggiormente corrispondenti. Per semplificare, tutto ha origine da una mancanza di educazione alle relazioni. Si parla tanto di sesso ma poco di amore». Mansi sottolinea anche la superficialità con cui si affrontano a scuola questi argomenti: «Un genitore mi ha riferito della figlia di 9 anni che un giorno, tornando da scuola, gli ha detto semplicemente: “Sai, papà, tra un po' potrò scegliere se amare una donna o un uomo. Lo ha detto la maestra"». La studiosa spiega che «l'esperienza con le figure genitoriali è molto importante: se il padre si è allontanato da casa quando un bambino è molto piccolo, ed è una figura vissuta come ostile, è possibile che il processo di identificazione avvenga con la figura materna. Ho avuto modo di conoscere un ragazzo che viveva un'esperienza di questo tipo: una psicologa lo ha aiutato a fare chiarezza, accompagnandolo a riconoscere la mancanza del padre che lo condizionava pesantemente». La pedagoga spiega di aver avuto diverse esperienze in cui emergeva il «forte condizionamento ideologico che può fa perdere di vista la verità delle conoscenze psicologiche ed endocrinologiche. Anche dopo aver cambiato sesso, emerge in modo preponderante la ricerca di un partner che risponda al desiderio di essere amati. Assistiamo anche a una sessualizzazione precoce indotta da messaggi che circolano sui social, come bambine in posa con atteggiamenti adulti. Ci sono poi i personaggi, noti al pubblico televisivo, che raccontano come da genitori hanno accolto il desiderio del figlio che ha voluto iniziare una terapia per scegliere un genere diverso da quello biologico». Tra le esperienze che Mansi menziona, c'è il caso di una coppia di omosessuali con un bambino nato da utero in affitto: «Il piccolo, nella scuola materna,si era legato tanto alla maestra al punto da non volersi separare da lei ogni volta che doveva tornare a casa. Interpellato un neuropsichiatra infantile, il suggerimento è stato: ha bisogno di un seno materno».
Giorgia Meloni (Ansa)
A testimoniarlo, alcune «scenette» simpatiche catturate dai media. La prima: i leader si preparano a sedersi a tavola per il pranzo sul Medio Oriente, la Meloni si avvicina a un capannello nel quale c’è il presidente Usa, che sta parlando con il cancelliere tedesco Friederich Merz. Arriva il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, che vedendo la Meloni e Trump che parlano dice: «Siete di nuovo amici».
«Siamo sempre stati amici», risponde la Meloni, sorridendo. Trump fa il neomelodico: «Sono stato abbandonato», scherza, e la Meloni ribatte: «Ma no!». Il gelo tra la presidente del Consiglio e Trump, ricordiamolo, era calato due mesi fa, esattamente a metà aprile, quando l’inquilino della Casa Bianca aveva attaccato papa Leone provocando la dura reazione, in difesa del Santo Padre, di Giorgia Meloni, che aveva definito «inaccettabili» le parole del tycoon.
Il nostro premier aveva anche detto «no» alla partecipazione dell’Italia a operazioni militari per riaprire lo stretto di Hormuz. «È lei che è inaccettabile», aveva attaccato Trump in una intervista al Corriere, «perché non le importa se l’Iran ha un’arma nucleare e farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse la possibilità. Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo, molto diversa da quello che pensavo».
Va detto con franchezza che in fondo la fine della luna di miele politica tra Trump e la Meloni non aveva provocato né disperazione né tristezza a Palazzo Chigi, considerata la bassissima popolarità che il presidente americano riscuote in Italia (peggio di lui solo Benjamin Netanyahu).
Nell’ultimo sondaggio EuroScope, realizzato da Polling Europe, gli italiani sono sono i più contrari all’intervento militare in Iran di tutto il continente: il 73% lo giudica ingiustificato. Tuttavia, ora è interesse della Meloni far trapelare che il rapporto con «l’amico Donald» è stato riallacciato: non a caso sono state fonti diplomatiche italiane a far sapere che l’altro ieri, in occasione della cena dei leader del G7, i due si sono incontrati. Un colloquio descritto come «di chiarimento», «utile», con al centro l’interesse a ribadire il principio di unità dell’Occidente, ritenuto «necessario in questa fase di crisi».
Tornando a ieri, la Meloni si presenta al vertice con un outfit notevole: un tailleur con giacca e pantalone avana chiaro, con tanto di cravatta. Un look che suscita interesse e approvazione da parte dei colleghi: al cancelliere tedesco Friedrich Merz, che fa notare lo stile di Giorgia, lei risponde «consideratemi una combattente». Si chiacchiera anche della scelta della Meloni di smettere di fumare: «Ho preso un caffè per svegliarmi», dice agli altri leader, «ma niente sigaretta. Ho smesso di fumare un mese fa» (la prova del fuoco, anzi dell’accendino, sarà la sera dei risultati delle prossime politiche). Sul conflitto ucraino, la posizione espressa da Meloni ha contestato la narrazione del Cremlino, sostenendo che la situazione sul terreno non corrisponde all'immagine di una Russia in avanzata. Da qui la convinzione che il presidente russo Vladimir Putin non possa ottenere attraverso il negoziato ciò che non è riuscito a conquistare militarmente. Per Roma, la condizione essenziale per arrivare a una pace credibile resta dunque il mantenimento del sostegno occidentale a Kiev. La Meloni incontra anche, tra gli altri, lo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan, presidente degli Emirati arabi uniti, e il premier canadese Mark Carney. Con quest’ultimo il presidente del Consiglio si trattiene a lungo: un colloquio che vede al centro l’argomento dei minerali critici.
La Meloni ringrazia Carney per la decisione del Canada di riservare all’Italia un accesso prioritario alle sue scorte, garantendo la sicurezza delle catene di approvvigionamento.
Nel pomeriggio, bilaterale con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Sheikh Mohamed bin Zayed Al-Nahyan. I due leader discutono della situazione nella regione anche alla luce del memorandum d’intesa siglato tra Iran e Stati Uniti, concordando sulla necessità di sostenere gli sforzi internazionali volti ad assicurare la libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz. La Meloni ribadisce il pieno sostegno dell’Italia alla sicurezza degli Emirati Arabi Uniti e di tutte le Nazioni del Golfo. A proposito di Hormuz, l’Italia è pronta a fare la sua parte per mettere in sicurezza lo stretto, utilizzando i cacciamine della Marina militare, considerati tra i migliori al mondo. Il «Crotone» e il «Rimini» sono vicini alla zona, nel porto di Gibuti, con circa 500 militari a bordo. Per entrare in azione, come ribadito dalla Meloni, occorre innanzitutto un passaggio in Parlamento, e poi che ci sia la certezza che le ostilità siano cessate.
Si attende in particolare la firma ufficiale, attesa per dopodomani 19 giugno, di quello che al momento è un accordo preliminare tra Washington e Teheran. Occorrerà oltretutto definire in quale quadro giuridico si configurerà la missione internazionale che avrà il compito di mettere in sicurezza Hormuz, una operazione che, solo per quel che riguarda lo sminamento, potrebbe richiedere diversi mesi.
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Volodymye Zelensky seduto insieme a Donald Trump (Ansa)
«Non solo lo pubblicherò, ma probabilmente terrò una conferenza stampa e lo leggerò parola per parola affinché venga riportato correttamente», ha dichiarato il presidente statunitense, definendo il documento «molto importante».
Trump ha spiegato che il punto centrale dell’accordo riguarda esclusivamente il programma nucleare iraniano. «L’unica cosa che mi interessa è che l’Iran non possieda mai un’arma nucleare», ha affermato. Washington continuerà a monitorare i siti dove viene arricchito l’uranio e, secondo il presidente, dispone delle capacità tecnologiche necessarie per raggiungere anche impianti sotterranei particolarmente protetti. «Stiamo controllando quei siti e vogliamo eliminare la minaccia, non semplicemente gestirla», ha aggiunto. Il presidente americano ha definito l’intesa «un accordo giusto» e si è detto convinto che la seconda fase dei negoziati sarà più semplice rispetto a quella appena conclusa. Allo stesso tempo ha lanciato un monito a Teheran, sostenendo che eventuali violazioni degli impegni assunti comporterebbero conseguenze molto severe.
Nel corso degli incontri bilaterali, Trump ha inoltre smentito le indiscrezioni secondo cui gli Stati Uniti sarebbero pronti a investire nell’economia iraniana. «È una notizia ridicola. Non abbiamo alcun obbligo di investire denaro in Iran. Possiamo farlo se lo riteniamo opportuno, ma non stiamo investendo nulla», ha precisato durante un colloquio con il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman al Thani. Sul piano politico, il presidente ha escluso che l’obiettivo americano sia stato un cambio di regime nella Repubblica islamica. Pur riconoscendo che il conflitto abbia colpito duramente i vertici politici e militari iraniani, Trump ha ribadito di non credere alle strategie di rovesciamento dei governi dall’esterno. «Per anni abbiamo assistito a cambi di regime che non hanno funzionato. Se devono verificarsi, devono nascere da dinamiche interne», ha dichiarato.
«Bisogna chiedere la pace sempre, chiedere negoziati: grazie a Dio c'è questo memorandum. Ci saranno ancora diversi punti da decidere, ma sempre meglio farlo con il dialogo, la negoziazione. Mi auguro sia davvero una soluzione, che la guerra sia finita, che vengano eliminate le armi nucleari, e si possano risolvere i problemi di tutti i popoli».
A margine del summit, il leader americano ha anche elogiato il presidente francese Emmanuel Macron, spiegando di aver modificato i propri programmi per partecipare alla cena organizzata a Versailles in occasione delle celebrazioni per il 250° anniversario dell’indipendenza americana. «Macron è una persona davvero squisita. Mi ha invitato a Versailles e ho accettato con piacere, anche se questo significherà rientrare negli Stati Uniti più tardi del previsto», ha affermato. Le questioni mediorientali si sono intrecciate con il dossier ucraino. Trump ha confermato di aver incontrato il presidente Volodymyr Zelensky a Evian e di aver parlato nei giorni precedenti con Vladimir Putin. Secondo il presidente americano, il conflitto continua a provocare perdite enormi da entrambe le parti. «Continuano a combattere e a perdere soldati in numeri che non si vedevano dalla Seconda guerra mondiale», ha osservato. Pur dichiarandosi favorevole a una soluzione negoziata, ha ammesso che le posizioni di Mosca e Kiev restano molto distanti. «Pensavo fosse la guerra più facile da fermare, ma i due leader non riescono a trovare un punto d’incontro». Trump ha comunque assicurato che continuerà a lavorare per favorire un accordo, ribadendo che «la Russia deve arrivare a un’intesa».
Uno dei passaggi più delicati delle sue dichiarazioni ha riguardato il Libano. Il presidente americano ha criticato apertamente il recente raid israeliano contro Beirut, effettuato dopo un attacco con droni attribuito a Hezbollah. «Non è necessario demolire un intero edificio ogni volta che si cerca una persona. In quei palazzi vivono anche civili che non hanno nulla a che fare con Hezbollah», ha dichiarato. Il presidente ha definito Hezbollah «una piccola spina nel fianco», sostenendo però che il movimento sciita continui a rappresentare un elemento di instabilità per la regione. In questo contesto ha elogiato l’approccio del presidente siriano Ahmed al-Shaara, suggerendo che Damasco potrebbe svolgere un ruolo più efficace nel contenimento del gruppo libanese.
«Israele combatte Hezbollah da troppo tempo e troppe persone continuano a morire. Credo che la Siria possa affrontare questa minaccia in modo più efficace», ha affermato. Alla domanda se l’accordo con l’Iran possa sopravvivere a eventuali nuove operazioni militari israeliane in Libano, Trump ha risposto in modo affermativo, mostrando fiducia nella solidità dell’intesa appena raggiunta. Le dichiarazioni rilasciate a Evian delineano una strategia che punta a ridurre le tensioni regionali attraverso la diplomazia. Dall’accordo con Teheran alla guerra in Ucraina, passando per il Libano, Trump ha cercato di presentarsi come il promotore di una nuova fase negoziale. Resta ora da capire se il memorandum con l’Iran riuscirà davvero a consolidare gli equilibri regionali o se le tensioni ancora aperte in Medio Oriente finiranno per metterne alla prova la tenuta.
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