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2021-03-21
Voragine nei dati. L'Iss e il ministero non sanno dove si muore per Covid
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Oltre un secolo fa, il matematico francese Jules Henry Poincaré affermò che «la scienza è fatta di dati come una casa è fatta di pietre». Una grande verità in tempo di pandemia: se i dati mancano, oppure sono errati o parziali, vengono meno i presupposti che giustificano le chiusure e le altre misure di contrasto al Covid. Negli ultimi tempi, a tal riguardo un certo malumore serpeggia all'interno della comunità scientifica italiana. Un mese fa, il think tank fondato da un gruppo di professori universitari «Lettera 150» ha indirizzato una missiva al premier, Mario Draghi, lamentando la mancata risposta da parte del ministero della Salute e dell'Istituto superiore di sanità a un'istanza di accesso agli atti nella quale si chiedeva di rendere accessibili gli indicatori in base ai quali vengono assegnati i colori delle Regioni.
Un caso simile a quello capitato alla Verità: lo scorso novembre, infatti, il nostro quotidiano ha presentato a Lungotevere Ripa una richiesta di accesso civico generalizzato (cosiddetta «Foia») nella quale si chiedeva di conoscere il numero di italiani morti per Covid divisi per luogo del decesso (reparto ordinario, terapia intensiva, Rsa e domicilio). Ci sono voluti tre mesi per ottenere una non risposta. Era il 5 febbraio, infatti, quando il direttore generale della direzione Prevenzione sanitaria del ministero, Gianni Rezza, ci informava che «l'Istituto superiore di sanità, cui era stata indirizzata la predetta istanza in qualità di organo tecnico scientifico ha reso noto di non possedere dei dati relativi al luogo del decesso per Covid-19». Tradotto, le autorità sanitarie e, di conseguenza, lo stesso ministro Roberto Speranza, non hanno di fatto la più pallida idea di dove muoiano le persone che hanno contratto il coronavirus.
Non paghi del diniego ricevuto, abbiamo deciso di battere un'altra strada, inviando a metà gennaio la medesima richiesta singolarmente alle Regioni italiane. Trascorsi più di due mesi, solo sei hanno risposto positivamente: Emilia Romagna, Sardegna, Toscana, Provincia autonoma di Trento, Umbria e Veneto. Altre sette non hanno risposto, e per tre di queste (Campania, Lombardia, Puglia) abbiamo presentato una richiesta di riesame, per la quale scadono i termini a fine mese. Quattro i rifiuti ricevuti: seppure adducendo motivazioni diverse, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Piemonte e Sicilia si sono rifiutate di fornire le informazioni richieste.
A conti fatti, il campione raccolto rappresenta più di un quarto dei decessi totali per Covid nell'anno appena trascorso. E il quadro che emerge è abbastanza chiaro: circa 7 italiani su 10 sono morti in ospedale, con un rapporto di un decesso in terapia intensiva ogni 5 in reparto ordinario. Un quinto del totale risulta deceduto in Rsa o similari, mentre quasi il 5% al proprio domicilio. Sebbene i dati ricevuti non siano perfettamente allineati (la cifra relativa ai morti in Rsa e al domicilio in Emilia Romagna è ferma al primo semestre 2020), permettono comunque di giungere a conclusioni importanti. L'attenzione maggiore va riposta alle realtà ospedaliere, specie ai reparti ordinari nei quali è morto il 60% delle persone del nostro campione. E ritornano alla mente le parole pronunciate a novembre dal direttore dell'Istituto Mario Negri, professor Giuseppe Remuzzi: «Dobbiamo capire da dove vengono i morti per capire dove intervenire: potrebbero essere dalle Rsa, e lì dobbiamo mettere un impegno enorme, ma anche persone che muoiono per essere arrivate in ospedale per le malattie per cui si arriva normalmente e che sono positive al Covid».
Conoscere il luogo del decesso riveste senz'altro un'importanza primaria nella lotta al coronavirus, dal momento che avere accesso a questa informazione permetterebbe di concentrare gli sforzi verso azioni sanitarie mirate a ridurre le perdite in termini di vite umane. E invece, nonostante il nostro Paese sia uno dei primi al mondo per numero di morti in rapporto alla popolazione, sembra che con le autorità sanitarie italiane questo discorso proprio non attacchi. La prova di questa profonda e colpevole trascuratezza l'abbiamo avuta leggendo la risposta ricevuta dalla direzione Sanità e welfare della Regione Piemonte. «Facendo seguito all'istanza di riesame di accesso generalizzato Foia in oggetto», si legge nel riscontro pervenuto giovedì, «si rileva che il dato riguardante il luogo fisico (inteso come reparto ospedaliero/abitazione/altra struttura socio assistenziale) in cui è avvenuto l'evento «decesso dei pazienti positivi a Sars-CoV-2» non risulta tra le informazioni che costituiscono il debito informativo della Regione nei confronti del ministero della Salute e dell'Istituto superiore di sanità». E, si badi bene, non si tratta di una mancanza da parte dei dirigenti piemontesi. «La specifica informazione», spiegano dalla Regione Piemonte, «non è infatti prevista nell'ambito della scheda della Sorveglianza integrata casi di coronavirus Covid-19 in Italia e, di conseguenza, non rientra nei flussi informativi regionali».
Ecco svelato l'arcano: le Regioni non raccolgono il dato sul luogo dei decessi per un semplice motivo, e cioè perché il ministero e l'Iss non glieli chiedono. In assenza di direttive precise, i territori procedono in ordine sparso, come dimostra l'esiguo numero di riscontri positivi ricevuti. Due Regioni, Liguria e Friuli Venezia Giulia, hanno giustificato il rifiuto facendo appello alle linee guida dell'Anac, secondo le quali le amministrazioni che si trovano a dover rispondere alle richieste di accesso civico generalizzato non sono tenute a «raccogliere informazioni ulteriori», né a «rielaborare o aggregare diversamente informazioni» già in loro possesso, specie «qualora questo comporti un onere organizzativo e lavoro aggiuntivo». E anche quando il dato sul luogo di morte viene raccolto, sembra che nessuno sappia con precisione cosa farsene. Parafrasando Henry Poincaré, più che a una casa di pietra, in Italia la gestione della pandemia sul piano informativo somiglia a una capanna di fango.
Il lockdown non fa miracoli: altri 401 decessi
Forse il picco è raggiunto: meno contagi. Ma più ricoveri e più morti. Il bollettino diffuso ieri sui dati non registra ancora sostanziali variazioni dovute alle vaccinazioni e conferma la probabile inutilità del semi lockdown imposto a quasi tutti gli italiani.
Sono stati 23.832 i nuovi casi di coronavirus in Italia nella giornata di sabato (venerdì erano stati 25.735) portando ad almeno 3.356.331 il numero di persone che hanno contratto il virus Sars-CoV-2 (compresi guariti e morti) dall'inizio dell'epidemia. I morti sono stati 401 (erano 386 il giorno precedente), per un totale di 104.642 vittime da febbraio 2020. Le persone guarite o dimesse sono in tutto 2.686.236 e 14.598 quelle uscite ieri dall'incubo Covid (+16.292 il giorno prima). Gli attuali positivi sarebbero complessivamente 565.453, pari a +8.914 (+9.029 il giorno prima).
Prosegue la crescita dei ricoveri: gli ingressi nelle terapie intensive sono stati 23 (+31 venerdì) con 243 giornalieri, in totale 3.387, mentre i ricoveri ordinari aumentano di 203 unità (il giorno prima 164), 27.061 complessivamente.
La Regione con più casi giornalieri è sempre la Lombardia (+4.810), seguita da Emilia Romagna (+2.560), Campania (+2.196), Piemonte (+2.141) e Veneto (+2.044). «È bene continuare a rispettare le regole, mantenendo il distanziamento», ha ripetuto Gianni Rezza, direttore della Prevenzione del ministero della Salute, commentando il numero in calo dei contagi rispetto al giorno prima, con il tasso di positività stabile al 6,7% (venerdì era al 7%). La curva inizia a flettere, non solo per l'effetto weekend (anche se i tamponi sono quelli processati il venerdì), per poi toccare il minimo nella giornata di lunedì per i pochi tamponi: sono 354.480 i tamponi molecolari e antigenici effettuati nelle scorse 24 ore mentre i test del venerdì erano stati 364.822. Le nuove infezioni sono comunque elevate ma la corsa al rialzo dei casi sembra essersi fermata. Senza dimenticare il totale degli attuali positivi, che supera i 560.000 contagiati complessivi (come a metà gennaio). I decessi, ma anche la pressione sugli ospedali, continuano a rendere critica la situazione. Tuttavia il confronto dei casi tra lunedì e sabato nelle ultime quattro settimane dà motivi di conforto: questa settimana 133.224; la scorsa 134.619; due settimane fa 121.623; tre 98.669; quattro fa 73.983. Per la prima volta in un mese, il dato è in calo.
Intanto a mettere paura ai governatori delle Regioni più «turistiche» non sono solo numeri e colori ma anche le seconde case, soprattutto nel fine settimana. Ieri infatti, in Valle D'Aosta, arancione perché c'è «una situazione di trasmissibilità sostenuta e diffusa ma gestibile dal sistema sanitario nel breve medio periodo» e con l'indice Rt salito a 1,42, il presidente della Regione, Erik Lavevaz, ha imposto maggiori controlli sigillando il territorio. Posti di blocco al confine con il Piemonte e controlli rinforzati alle frontiere con Francia e Svizzera proprio per evitare l'assalto dei turisti nel fine settimana. Inoltre Lavevaz ha firmato un'ordinanza per impedire l'accesso anche ai proprietari di seconde case provenienti da altre regioni.
Anche in Toscana il governatore Eugenio Giani ha firmato l'ordinanza bis sulle seconde case che varrà fino a dopo Pasqua per i non toscani. I residenti in Toscana, invece, possono raggiungere le seconde case ovunque nella regione, come prevede il dpcm. «L'ordinanza sulla seconda casa questa volta, dopo la sospensione del Tar, non è a tempo indeterminato, non si basa sul medico di famiglia e vale da qui al prossimo 11 aprile; è per evitare difficoltà agli ospedali», ha spiegato Giani, che ha firmato anche le ordinanze che confermano zona rossa le province di Arezzo, Pistoia e Prato, aggiungendo la Versilia, Grosseto e 11 Comuni della Città metropolitana di Firenze.
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Il dicastero non è in grado di rispondere. Il Piemonte conferma: «Roma non l'ha mai chiesto». Solo sei Regioni hanno indagato.Lieve calo nei contagi (23.832), ma salgono i ricoveri. Stretta sulle seconde case in Toscana e Valle d'Aosta.Lo speciale contiene due articoli.Oltre un secolo fa, il matematico francese Jules Henry Poincaré affermò che «la scienza è fatta di dati come una casa è fatta di pietre». Una grande verità in tempo di pandemia: se i dati mancano, oppure sono errati o parziali, vengono meno i presupposti che giustificano le chiusure e le altre misure di contrasto al Covid. Negli ultimi tempi, a tal riguardo un certo malumore serpeggia all'interno della comunità scientifica italiana. Un mese fa, il think tank fondato da un gruppo di professori universitari «Lettera 150» ha indirizzato una missiva al premier, Mario Draghi, lamentando la mancata risposta da parte del ministero della Salute e dell'Istituto superiore di sanità a un'istanza di accesso agli atti nella quale si chiedeva di rendere accessibili gli indicatori in base ai quali vengono assegnati i colori delle Regioni. Un caso simile a quello capitato alla Verità: lo scorso novembre, infatti, il nostro quotidiano ha presentato a Lungotevere Ripa una richiesta di accesso civico generalizzato (cosiddetta «Foia») nella quale si chiedeva di conoscere il numero di italiani morti per Covid divisi per luogo del decesso (reparto ordinario, terapia intensiva, Rsa e domicilio). Ci sono voluti tre mesi per ottenere una non risposta. Era il 5 febbraio, infatti, quando il direttore generale della direzione Prevenzione sanitaria del ministero, Gianni Rezza, ci informava che «l'Istituto superiore di sanità, cui era stata indirizzata la predetta istanza in qualità di organo tecnico scientifico ha reso noto di non possedere dei dati relativi al luogo del decesso per Covid-19». Tradotto, le autorità sanitarie e, di conseguenza, lo stesso ministro Roberto Speranza, non hanno di fatto la più pallida idea di dove muoiano le persone che hanno contratto il coronavirus.Non paghi del diniego ricevuto, abbiamo deciso di battere un'altra strada, inviando a metà gennaio la medesima richiesta singolarmente alle Regioni italiane. Trascorsi più di due mesi, solo sei hanno risposto positivamente: Emilia Romagna, Sardegna, Toscana, Provincia autonoma di Trento, Umbria e Veneto. Altre sette non hanno risposto, e per tre di queste (Campania, Lombardia, Puglia) abbiamo presentato una richiesta di riesame, per la quale scadono i termini a fine mese. Quattro i rifiuti ricevuti: seppure adducendo motivazioni diverse, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Piemonte e Sicilia si sono rifiutate di fornire le informazioni richieste.A conti fatti, il campione raccolto rappresenta più di un quarto dei decessi totali per Covid nell'anno appena trascorso. E il quadro che emerge è abbastanza chiaro: circa 7 italiani su 10 sono morti in ospedale, con un rapporto di un decesso in terapia intensiva ogni 5 in reparto ordinario. Un quinto del totale risulta deceduto in Rsa o similari, mentre quasi il 5% al proprio domicilio. Sebbene i dati ricevuti non siano perfettamente allineati (la cifra relativa ai morti in Rsa e al domicilio in Emilia Romagna è ferma al primo semestre 2020), permettono comunque di giungere a conclusioni importanti. L'attenzione maggiore va riposta alle realtà ospedaliere, specie ai reparti ordinari nei quali è morto il 60% delle persone del nostro campione. E ritornano alla mente le parole pronunciate a novembre dal direttore dell'Istituto Mario Negri, professor Giuseppe Remuzzi: «Dobbiamo capire da dove vengono i morti per capire dove intervenire: potrebbero essere dalle Rsa, e lì dobbiamo mettere un impegno enorme, ma anche persone che muoiono per essere arrivate in ospedale per le malattie per cui si arriva normalmente e che sono positive al Covid». Conoscere il luogo del decesso riveste senz'altro un'importanza primaria nella lotta al coronavirus, dal momento che avere accesso a questa informazione permetterebbe di concentrare gli sforzi verso azioni sanitarie mirate a ridurre le perdite in termini di vite umane. E invece, nonostante il nostro Paese sia uno dei primi al mondo per numero di morti in rapporto alla popolazione, sembra che con le autorità sanitarie italiane questo discorso proprio non attacchi. La prova di questa profonda e colpevole trascuratezza l'abbiamo avuta leggendo la risposta ricevuta dalla direzione Sanità e welfare della Regione Piemonte. «Facendo seguito all'istanza di riesame di accesso generalizzato Foia in oggetto», si legge nel riscontro pervenuto giovedì, «si rileva che il dato riguardante il luogo fisico (inteso come reparto ospedaliero/abitazione/altra struttura socio assistenziale) in cui è avvenuto l'evento «decesso dei pazienti positivi a Sars-CoV-2» non risulta tra le informazioni che costituiscono il debito informativo della Regione nei confronti del ministero della Salute e dell'Istituto superiore di sanità». E, si badi bene, non si tratta di una mancanza da parte dei dirigenti piemontesi. «La specifica informazione», spiegano dalla Regione Piemonte, «non è infatti prevista nell'ambito della scheda della Sorveglianza integrata casi di coronavirus Covid-19 in Italia e, di conseguenza, non rientra nei flussi informativi regionali».Ecco svelato l'arcano: le Regioni non raccolgono il dato sul luogo dei decessi per un semplice motivo, e cioè perché il ministero e l'Iss non glieli chiedono. In assenza di direttive precise, i territori procedono in ordine sparso, come dimostra l'esiguo numero di riscontri positivi ricevuti. Due Regioni, Liguria e Friuli Venezia Giulia, hanno giustificato il rifiuto facendo appello alle linee guida dell'Anac, secondo le quali le amministrazioni che si trovano a dover rispondere alle richieste di accesso civico generalizzato non sono tenute a «raccogliere informazioni ulteriori», né a «rielaborare o aggregare diversamente informazioni» già in loro possesso, specie «qualora questo comporti un onere organizzativo e lavoro aggiuntivo». E anche quando il dato sul luogo di morte viene raccolto, sembra che nessuno sappia con precisione cosa farsene. Parafrasando Henry Poincaré, più che a una casa di pietra, in Italia la gestione della pandemia sul piano informativo somiglia a una capanna di fango.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/book-mono-1214-titolo-52-pt-pezzo-4500-battute-2651155374.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-lockdown-non-fa-miracoli-altri-401-decessi" data-post-id="2651155374" data-published-at="1616270906" data-use-pagination="False"> Il lockdown non fa miracoli: altri 401 decessi Forse il picco è raggiunto: meno contagi. Ma più ricoveri e più morti. Il bollettino diffuso ieri sui dati non registra ancora sostanziali variazioni dovute alle vaccinazioni e conferma la probabile inutilità del semi lockdown imposto a quasi tutti gli italiani. Sono stati 23.832 i nuovi casi di coronavirus in Italia nella giornata di sabato (venerdì erano stati 25.735) portando ad almeno 3.356.331 il numero di persone che hanno contratto il virus Sars-CoV-2 (compresi guariti e morti) dall'inizio dell'epidemia. I morti sono stati 401 (erano 386 il giorno precedente), per un totale di 104.642 vittime da febbraio 2020. Le persone guarite o dimesse sono in tutto 2.686.236 e 14.598 quelle uscite ieri dall'incubo Covid (+16.292 il giorno prima). Gli attuali positivi sarebbero complessivamente 565.453, pari a +8.914 (+9.029 il giorno prima). Prosegue la crescita dei ricoveri: gli ingressi nelle terapie intensive sono stati 23 (+31 venerdì) con 243 giornalieri, in totale 3.387, mentre i ricoveri ordinari aumentano di 203 unità (il giorno prima 164), 27.061 complessivamente. La Regione con più casi giornalieri è sempre la Lombardia (+4.810), seguita da Emilia Romagna (+2.560), Campania (+2.196), Piemonte (+2.141) e Veneto (+2.044). «È bene continuare a rispettare le regole, mantenendo il distanziamento», ha ripetuto Gianni Rezza, direttore della Prevenzione del ministero della Salute, commentando il numero in calo dei contagi rispetto al giorno prima, con il tasso di positività stabile al 6,7% (venerdì era al 7%). La curva inizia a flettere, non solo per l'effetto weekend (anche se i tamponi sono quelli processati il venerdì), per poi toccare il minimo nella giornata di lunedì per i pochi tamponi: sono 354.480 i tamponi molecolari e antigenici effettuati nelle scorse 24 ore mentre i test del venerdì erano stati 364.822. Le nuove infezioni sono comunque elevate ma la corsa al rialzo dei casi sembra essersi fermata. Senza dimenticare il totale degli attuali positivi, che supera i 560.000 contagiati complessivi (come a metà gennaio). I decessi, ma anche la pressione sugli ospedali, continuano a rendere critica la situazione. Tuttavia il confronto dei casi tra lunedì e sabato nelle ultime quattro settimane dà motivi di conforto: questa settimana 133.224; la scorsa 134.619; due settimane fa 121.623; tre 98.669; quattro fa 73.983. Per la prima volta in un mese, il dato è in calo. Intanto a mettere paura ai governatori delle Regioni più «turistiche» non sono solo numeri e colori ma anche le seconde case, soprattutto nel fine settimana. Ieri infatti, in Valle D'Aosta, arancione perché c'è «una situazione di trasmissibilità sostenuta e diffusa ma gestibile dal sistema sanitario nel breve medio periodo» e con l'indice Rt salito a 1,42, il presidente della Regione, Erik Lavevaz, ha imposto maggiori controlli sigillando il territorio. Posti di blocco al confine con il Piemonte e controlli rinforzati alle frontiere con Francia e Svizzera proprio per evitare l'assalto dei turisti nel fine settimana. Inoltre Lavevaz ha firmato un'ordinanza per impedire l'accesso anche ai proprietari di seconde case provenienti da altre regioni. Anche in Toscana il governatore Eugenio Giani ha firmato l'ordinanza bis sulle seconde case che varrà fino a dopo Pasqua per i non toscani. I residenti in Toscana, invece, possono raggiungere le seconde case ovunque nella regione, come prevede il dpcm. «L'ordinanza sulla seconda casa questa volta, dopo la sospensione del Tar, non è a tempo indeterminato, non si basa sul medico di famiglia e vale da qui al prossimo 11 aprile; è per evitare difficoltà agli ospedali», ha spiegato Giani, che ha firmato anche le ordinanze che confermano zona rossa le province di Arezzo, Pistoia e Prato, aggiungendo la Versilia, Grosseto e 11 Comuni della Città metropolitana di Firenze.
Una vista generale mentre gli anelli olimpici si uniscono per uno spettacolo pirotecnico durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 allo stadio San Siro (Getty Images)
Davanti a 67.000 spettatori, la cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026 celebra l’arte, la musica e la creatività italiana. Dall’omaggio a Raffaella Carrà e Modugno ai cinque cerchi olimpici che brillano in cielo, uno spettacolo che unisce città e montagne sotto il filo conduttore dell’armonia.
San Siro si trasforma in un teatro a cielo aperto e Milano accende ufficialmente la fiamma delle Olimpiadi invernali 2026. Davanti a 67.000 spettatori, record assoluto per un’edizione invernale, la cerimonia di apertura sceglie il linguaggio del racconto e delle immagini per presentare al mondo i Giochi «diffusi» tra città e montagne, con un filo conduttore dichiarato: l’armonia. Il cuore scenico è un grande cerchio, omaggio alla storia urbana di Milano, da cui partono traiettorie ideali verso le altre sedi dei Giochi. Un modo per raccontare, senza parole, l’idea di un’Olimpiade che unisce luoghi diversi sotto un’unica narrazione.
Lo stadio è pieno fin dal tardo pomeriggio, colorato dalle bandiere di decine di Paesi e da un pubblico arrivato da ogni parte del mondo. L’attesa è scandita dal pre show tra musica e intrattenimento, poi il messaggio del segretario generale dell’Onu António Guterres richiama il valore universale dei Giochi come spazio di incontro e unità. Fuori, a distanza di sicurezza, si muove anche una protesta annunciata: un corteo di qualche centinaio di manifestanti attraversa il quartiere San Siro senza incidenti, mentre dentro lo stadio la scena è tutta per lo spettacolo.
Come anticipato nel pomeriggio dalla Verità, il prologo istituzionale è affidato a un filmato che sorprende il pubblico: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella arriva idealmente a San Siro a bordo di un tram, seduto tra cittadini comuni, orchestrali e atleti con gli sci. Il mezzo percorre una Milano notturna e simbolica, fino al capolinea dello stadio. Solo alla fine si scopre il conducente speciale: Valentino Rossi, in divisa da tranviere. Un ingresso sobrio e ironico, prima che il Capo dello Stato prenda posto in tribuna accanto alla presidente del Cio Kirsty Coventry.
Alle 20 in punto si alza il sipario. La cerimonia si apre con la danza: Claudio Coviello e Antonella Albano, ballerini della Scala, portano in scena Amore e Psiche, passione e razionalità che si cercano e si rincorrono sul prato di San Siro. È il primo tassello di una narrazione che intreccia arte, musica e identità italiana. A guidare idealmente il racconto è Matilda De Angelis, che entra con la bacchetta da direttrice d’orchestra mentre attorno a lei sfilano i volti dei grandi compositori della tradizione. Poco dopo, il prato si riempie di colori per l’omaggio alla creatività italiana e a una delle sue icone popolari: Raffaella Carrà, evocata tra figuranti e costumi sgargianti. La parte musicale alterna registri e generazioni. Mariah Carey, in abito chiaro, sceglie di omaggiare l’Italia cantando in italiano Nel blu dipinto di blu, trasformando San Siro in un grande coro. Subito dopo, lo stadio si tinge di tricolore per il tributo a Giorgio Armani, con Vittoria Ceretti che porta in scena la bandiera italiana, consegnata poi ai corazzieri. È Laura Pausini a dare voce all’inno nazionale, mentre il tricolore viene issato e lo stadio si ferma per qualche istante in un silenzio carico di attesa. C’è spazio anche per la parola, con Pierfrancesco Favino che presta la voce ai versi dell’Infinito di Leopardi, prima che la scena si apra ai simboli olimpici: i cinque cerchi si avvicinano nel cielo di San Siro e si accendono tra i fuochi d’artificio, suggellando visivamente l’inizio dei Giochi.
A quel punto tocca agli atleti. La sfilata delle delegazioni si apre, come da tradizione, con la Grecia e scorre tra gli applausi, in ordine alfabetico, fino ad arrivare all’Italia, attesa per ultima. Gli azzurri sono 146 in totale, distribuiti tra Milano, Cortina, Predazzo e Livigno, con Arianna Fontana e Federico Pellegrino a guidare il gruppo presente a San Siro.
La giornata olimpica era iniziata già molte ore prima, tra diplomazia e passerelle istituzionali: la visita del vicepresidente americano J.D. Vance in città, il ricevimento a Palazzo Reale con capi di Stato e di governo, la parata di ospiti illustri. Ma è qui, dentro lo stadio, che Milano e Cortina consegnano al mondo il loro biglietto da visita. I Giochi sono cominciati e l’Italia prova a presentarli così, con uno spettacolo che mescola arte, simboli e identità, affidando all’«armonia» il compito di tenere insieme sport, città e montagne.
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Se il disegno di legge verrà approvato, sarà la prima volta che lo Statuto dei lavoratori includerà una disposizione specifica sul congedo per l’eutanasia. Della serie, mi prendo un giorno per assistere una persona che vuol farla finita, la mattina mi metto a disposizione per la pratica ferale e il pomeriggio faccio shopping o vado al mare.
Il ministero del Lavoro, guidato da Yolanda Díaz, intende elaborare questa legge come un decreto legge reale, che entrerebbe in vigore immediatamente dopo l’approvazione del Consiglio dei ministri. L’accordo prevede anche 15 giorni di congedo per l’assistenza a coniugi, partner o familiari stretti in cure palliative, unico provvedimento sensato. La misura, presa d’intesa con i sindacati, è stata approvata senza l’accordo con le associazioni imprenditoriali, furibonde perché in questo modo, trattandosi di congedi retribuiti, si scarica sulle imprese il costo dei lavoratori assenti che dovrebbe essere sostenuto dal governo. Il Pp ha già annunciato che voterà contro la proposta. Nel frattempo, l’Autorità indipendente per la responsabilità fiscale (AIReF) ha rilevato una mancanza di controllo in Spagna sulla spesa per congedi per malattia, che è aumentata del 60% dal 2017 raggiungendo i 16,5 miliardi di euro nel 2024. L’astensione dal lavoro per motivi di salute è diventata la seconda voce più grande del sistema di sicurezza sociale, seconda solo alle pensioni ed è dovuto in gran parte all’aumento delle patologie legate alla salute mentale, cresciute vertiginosamente a partire dalla pandemia e che stanno diventando più durature. I disturbi mentali hanno la durata media più lunga, passando da 67 giorni nel 2017 a 98,5 giorni nel 2024. Clamorosamente, in Spagna il monitoraggio dei congedi per malattia da parte della Previdenza sociale per i lavoratori parte solo dopo i 365 giorni.
E se il premier Pedro Sánchez sottolinea la «occupazione di qualità» promossa in Spagna, sostenendo che «per la prima volta sta emergendo un’economia produttiva e sana», la Ceoe, Confederazione spagnola delle organizzazioni dei datori di lavoro segnala: «La Spagna continua a essere il Paese con il tasso di disoccupazione più alto nell’Ocse e conta oltre mezzo milione di persone in situazioni di disponibilità limitata o con richieste di lavoro specifiche, il che riflette fenomeni strutturali che restano irrisolti […] Le piccole imprese continuano a essere le più colpite dall’aumento dei costi del lavoro, dell’energia, delle tasse e dei finanziamenti, nonché da un quadro normativo instabile».
Non va meglio per Sánchez nemmeno quando attacca Musk. Al vertice mondiale dei governi a Dubai ha annunciato che vieterà l’accesso ai social media ai minori di 16 anni e adotterà altre misure per aumentare il controllo sulle piattaforme digitali, come quelle dell’imprenditore sudafricano.
Sul suo profilo X, Musk non perdeva tempo: «Sánchez lo scorretto è un tiranno e un traditore del popolo di Spagna». Ma al di là degli scontri sui social, ancora una volta il premier parla e promette ma non fa. Il Regolamento europeo sui servizi digitali, che avrebbe dovuto essere in vigore in Spagna da febbraio 2024, rimane bloccato al Congresso. Un ritardo di due anni. La Cnmc, Commissione nazionale per i mercati e la concorrenza non è ancora in grado di «monitorare il rispetto degli obblighi imposti ai fornitori di servizi mediatici statali che offrono notizie e contenuti di attualità». Ha le mani legate anche sul monitoraggio delle piattaforme digitali.
Brutte notizie anche dal Lussemburgo, dove i giudici non mettono fine alle rivendicazioni del movimento di indipendenza catalana. La Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue) ha annullato il procedimento con cui il Tribunale dell’Unione europea il 5 luglio 2023 aveva revocato l’immunità al leader di Junts, Carles Puigdemont, e agli ex ministri del governo della Comunità autonoma di Catalogna, Toni Comín e Clara Ponsatí, tutti residenti a Waterloo (Belgio).
La motivazione della decisione è che il relatore nominato per le richieste di sospensione dell’immunità «potrebbe essere percepito come non imparziale». Si trattava di Angel Dzhambazki, europarlamentare bulgaro dei conservatori europei (Ecr), lo stesso gruppo di cui fa parte il partito spagnolo Vox, promotore delle azioni legali contro Puigdemont, Comín e Ponsatí in seguito al referendum illegale del 1° ottobre 2017. I tre erano stati poi eletti al Parlamento europeo nel 2019, e la Corte suprema spagnola aveva chiesto all’Europarlamento di revocare la loro immunità. Revoca votata a marzo 2021, ma ora quella decisione e la sentenza del 2023 sono state annullate.
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Jeffrey Epstein (Ansa)
Dalle carte, consultabili online sul sito del Doj, emerge che due ragazze straniere sarebbero morte per strangolamento dopo sesso estremo nel ranch del predatore sessuale in New Messico, per poi essere sepolte su suo ordine nei dintorni della tenuta. In una email, inviata il 21 novembre 2019 da una persona che afferma di aver lavorato per Epstein a un uomo di nome Eddy Aragon, ci sono diversi link che mostrerebbero il defunto pedofilo filmato durante performances sessuali con ragazze minorenni e la confessione di un tentato omicidio di una delle ragazze. Nel testo il mittente scrive che due ragazze sono state sepolte su ordine di Epstein e «Madam G», verosimilmente la complice del faccendiere, Ghislaine Maxwell, tuttora reclusa in un carcere di massima sicurezza in Texas, nella vasta proprietà in New Mexico già nota come parco giochi privato del faccendiere per abusi sessuali e traffico di minori.
«Edward, questa vicenda è delicata, quindi sarà la prima e ultima mail, a seconda della tua discrezione. Puoi scegliere se tenerla o buttarla via, ma questo materiale viene da una persona che è stata lì e ha visto tutto, come ex membro dello staff dello Zorro Ranch. Il materiale che ti allego è stato preso dalla casa di Jeffrey Epstein come mia assicurazione in caso di eventuali contenziosi tra me e lui. Non mi fare domande», chiosa in stampatello l’uomo. «Le cose più terribili su Jeffrey Epstein devono ancora essere scritte. Sapevi che da qualche parte nelle colline fuori dallo Zorro, due ragazze straniere sono state sepolte per ordine di Jeffrey e Madam G? Entrambe sono morte per strangolamento durante sesso violento e fetish», scrive l’uomo. L’email è stata inoltrata all’Fbi tre mesi dopo il decesso di Epstein, ufficialmente morto suicida mentre era detenuto al Metropolitan Correctional Center di New York City.
Il finanziere pedofilo intendeva lasciare il suo Zorro Ranch, acquistato nel 1993 dall’ex governatore democratico del New Mexico Bruce King, alla sua ragazza bielorussa Karyna Shuliak. La tenuta di 13 miglia quadrate in mezzo al deserto vicino a Santa Fe includeva una residenza di circa 2.500 metri quadri. Secondo quanto riferisce il Daily Mail, Epstein usava lo Zorro Ranch per i suoi appuntamenti segreti, dato che gli ospiti potevano andare e venire più discretamente rispetto a quanto potessero fare a Little St James, l’isola caraibica privata di Epstein al largo di St Thomas. Uno degli ospiti più importanti nel ranch degli orrori è, come noto, il principe Andrew d’Inghilterra, duca di York, insieme con sua moglie Sarah Ferguson.
Continuano nel frattempo le reazioni a catena dopo la pubblicazione dei file. Ed è ancora un quotidiano inglese, il Times, a riferire che la poltrona del primo ministro inglese Keir Starmer sarebbe in bilico dopo le rivelazioni sul caso dell’ex ambasciatore Peter Mandelson. Secondo quanto appreso, il premier ha deciso di confermare la sua nomina a rappresentante diplomatico del Regno Unito negli Stati Uniti, avvenuta ad aprile del 2025, nonostante i rapporti tra Mandelson ed Epstein fossero ampiamente noti a Downing Street. Un rapporto del Cabinet Office aveva infatti evidenziato, già prima della nomina, quale fosse la natura delle relazioni tra i due, facendo riferimento a un dossier confidenziale di JP Morgan che diceva che i due uomini avevano rapporti «particolarmente stretti». L’Ufficio del Gabinetto aveva presentato il dossier a Starmer, ma il primo ministro decise di credere «sulla parola» alle rassicurazioni di Mandelson. I funzionari coinvolti nel processo di controllo hanno detto di aver trovato l’approccio di Starmer «sconcertante». «Le informazioni ora disponibili rendono chiaro che le risposte che ha dato Mandelson erano bugie», si è difeso il premier britannico. «Mi ha descritto Epstein come qualcuno che conosceva a malapena. Tale inganno non è compatibile con il servizio pubblico», ha dichiarato il primo ministro inglese. La vicenda però ha aperto un dibattito sulla sua affidabilità: la decisione di credere alle smentite dell’ambasciatore anziché ai documentati dossier su di lui è una scelta che l’opposizione conservatrice e parte del Partito laburista ritengono incompatibile con il ruolo di capo del governo, ma il premier ha chiarito che non intende dimettersi. Il filone rischia comunque di mantenere alta la pressione politica su Downing Street ancora per molto.
Non poteva mancare il tormentone sulle spie venute dal freddo mandate da Vladimir Putin. Questa, perlomeno, è la versione del premier polacco Donald Tusk, secondo il quale il defunto faccendiere pedofilo statunitense avrebbe collaborato con il Cremlino per raccogliere materiale compromettente sulle élite occidentali, usando la trappola della seduzione, la cosiddetta «esca dolce». »La stampa globale ruota intorno al sospetto che questo scandalo di pedofilia senza precedenti sia stato co-organizzato dai servizi segreti russi», ha concluso Donald Tusk e così le autorità polacche hanno aperto un’inchiesta, proprio mentre dall’altra parte dell’emisfero, in America, sono usciti alcuni file che mostrano con chiarezza che Epstein stava lavorando per rovesciare il presidente russo. «Dovremo andare presto in Russia», scriveva infatti Boris Nicolic, consulente e socio di Bill Gates alla Bill and Melinda Gates Foundation, a Epstein, «per incontrare Ilja Ponomarev (imprenditore e ex deputato della Duma, ndr) e la sua ragazza Alyona, che sono i principali organizzatori della rivolta contro Putin. Ho paura per quanto può succedergli», continuava Nicolic, «qualche idea per aiutarlo? Non con Davos», suggerisce l’uomo di Bill Gates a Epstein. «È impossibile studiare i materiali relativi al caso Epstein senza provare nausea», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, paragonando la lettura dei documenti alla visione di film thriller e polizieschi. «Ma tutto ha un limite morale».
I magistrati turchi stanno intanto passando al setaccio decine di migliaia di documenti emersi dai file del finanziere pedofilo, con l’obiettivo di ricostruire un traffico di minori dalla Turchia. A rendere drammatico il quadro ci sono i dati diffusi dall’Istituto Nazionale di statistica turco Tuik), secondo cui tra il 2008 e il 2016 si sono perse le tracce di 104,531 minori. «Bisogna capire se sono stati contattati politici, funzionari o rappresentanti delle istituzioni. Bisogna risalire agli orfanotrofi e centri di accoglienza», ha dichiarato Dogan Bekin, parlamentare del partito conservatore Refah.
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«Salvador» (Netflix)
Otto episodi su Netflix per raccontare un padre e una figlia: lui ex medico, lei coinvolta in un gruppo neonazista. La serie spagnola evita la retorica e indaga fragilità, responsabilità e bisogno di appartenenza con uno sguardo sobrio.
Otto episodi, disponibili, in un'unica soluzione, su Netflix, a partire da venerdì 6 febbraio. Salvador non è lunga, né promette (per ora) di proseguire oltre questa prima stagione. Eppure, è capace, in uno spazio breve e curato, di raffigurare un quadro complesso: quello di una genitorialità in crisi, di figli incapaci di trovare un'identità rappresentativa, del disperato bisogno di appartenere a qualcosa, a qualcuno.
Salvador, serie tv di origine spagnola, muove dal caso particolare di un padre, un ex medico demansionato, costretto - nonostante gli studi e il curriculum - a guidare le ambulanze. Salvador Aguirre ha un passato complicato, fatto di dipendenze che, piano piano, gli hanno eroso la vita. Ha una figlia, Milena, e con lei un rapporto travagliato. Un rapporto che, come il passato di Salvador, non è, però, al vaglio della serie.
Lo show, come già Adolescence, non sembra andare a ritroso, ma guardare avanti, muovendosi tra strade già battute, già note.
Salvador è la storia di un padre che, in una notte di lavoro, senza nessuna avvisaglia precedente, scopre la figlia essere parte di un gruppo di disadattati, violenti e pericolosi. Decisi, soprattutto, a rivendicare l'esatto opposto di quel che lui, per una vita intera, ha cercato di insegnarle. Milena si è unita ad una frangia di estrema destra, razzista e omofoba, una frangia all'interno della quale si nascondono anche svariati Incel. Odiano gli stranieri, i gay e le donne. Sono neonazisti. Fuor di retorica, però, perché quello che la serie vuole fare è provare ad indagare le ragioni che possano preludere ad una tale scelta.
Salvador cerca di scavare oltre la superficie, andando a fondo delle insicurezze, dei bisogni degli adolescenti. Chiedendosi quali e quante responsabilità abbiano i genitori, quante e quali la società nella quale cresciamo. Il risultato non è perfetto, ma convincente. Gli otto episodi della serie televisiva spagnola sono scorrevoli e ben costruiti, pensati per poter essere visti senza pruriti e ritrosie. Non c'è politica, non c'è grande giudizio. Solo la ricostruzione, piuttosto fedele e dettagliata, di uno spaccato che dimora vicino a tutti noi.
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