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2021-03-21
Voragine nei dati. L'Iss e il ministero non sanno dove si muore per Covid
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Oltre un secolo fa, il matematico francese Jules Henry Poincaré affermò che «la scienza è fatta di dati come una casa è fatta di pietre». Una grande verità in tempo di pandemia: se i dati mancano, oppure sono errati o parziali, vengono meno i presupposti che giustificano le chiusure e le altre misure di contrasto al Covid. Negli ultimi tempi, a tal riguardo un certo malumore serpeggia all'interno della comunità scientifica italiana. Un mese fa, il think tank fondato da un gruppo di professori universitari «Lettera 150» ha indirizzato una missiva al premier, Mario Draghi, lamentando la mancata risposta da parte del ministero della Salute e dell'Istituto superiore di sanità a un'istanza di accesso agli atti nella quale si chiedeva di rendere accessibili gli indicatori in base ai quali vengono assegnati i colori delle Regioni.
Un caso simile a quello capitato alla Verità: lo scorso novembre, infatti, il nostro quotidiano ha presentato a Lungotevere Ripa una richiesta di accesso civico generalizzato (cosiddetta «Foia») nella quale si chiedeva di conoscere il numero di italiani morti per Covid divisi per luogo del decesso (reparto ordinario, terapia intensiva, Rsa e domicilio). Ci sono voluti tre mesi per ottenere una non risposta. Era il 5 febbraio, infatti, quando il direttore generale della direzione Prevenzione sanitaria del ministero, Gianni Rezza, ci informava che «l'Istituto superiore di sanità, cui era stata indirizzata la predetta istanza in qualità di organo tecnico scientifico ha reso noto di non possedere dei dati relativi al luogo del decesso per Covid-19». Tradotto, le autorità sanitarie e, di conseguenza, lo stesso ministro Roberto Speranza, non hanno di fatto la più pallida idea di dove muoiano le persone che hanno contratto il coronavirus.
Non paghi del diniego ricevuto, abbiamo deciso di battere un'altra strada, inviando a metà gennaio la medesima richiesta singolarmente alle Regioni italiane. Trascorsi più di due mesi, solo sei hanno risposto positivamente: Emilia Romagna, Sardegna, Toscana, Provincia autonoma di Trento, Umbria e Veneto. Altre sette non hanno risposto, e per tre di queste (Campania, Lombardia, Puglia) abbiamo presentato una richiesta di riesame, per la quale scadono i termini a fine mese. Quattro i rifiuti ricevuti: seppure adducendo motivazioni diverse, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Piemonte e Sicilia si sono rifiutate di fornire le informazioni richieste.
A conti fatti, il campione raccolto rappresenta più di un quarto dei decessi totali per Covid nell'anno appena trascorso. E il quadro che emerge è abbastanza chiaro: circa 7 italiani su 10 sono morti in ospedale, con un rapporto di un decesso in terapia intensiva ogni 5 in reparto ordinario. Un quinto del totale risulta deceduto in Rsa o similari, mentre quasi il 5% al proprio domicilio. Sebbene i dati ricevuti non siano perfettamente allineati (la cifra relativa ai morti in Rsa e al domicilio in Emilia Romagna è ferma al primo semestre 2020), permettono comunque di giungere a conclusioni importanti. L'attenzione maggiore va riposta alle realtà ospedaliere, specie ai reparti ordinari nei quali è morto il 60% delle persone del nostro campione. E ritornano alla mente le parole pronunciate a novembre dal direttore dell'Istituto Mario Negri, professor Giuseppe Remuzzi: «Dobbiamo capire da dove vengono i morti per capire dove intervenire: potrebbero essere dalle Rsa, e lì dobbiamo mettere un impegno enorme, ma anche persone che muoiono per essere arrivate in ospedale per le malattie per cui si arriva normalmente e che sono positive al Covid».
Conoscere il luogo del decesso riveste senz'altro un'importanza primaria nella lotta al coronavirus, dal momento che avere accesso a questa informazione permetterebbe di concentrare gli sforzi verso azioni sanitarie mirate a ridurre le perdite in termini di vite umane. E invece, nonostante il nostro Paese sia uno dei primi al mondo per numero di morti in rapporto alla popolazione, sembra che con le autorità sanitarie italiane questo discorso proprio non attacchi. La prova di questa profonda e colpevole trascuratezza l'abbiamo avuta leggendo la risposta ricevuta dalla direzione Sanità e welfare della Regione Piemonte. «Facendo seguito all'istanza di riesame di accesso generalizzato Foia in oggetto», si legge nel riscontro pervenuto giovedì, «si rileva che il dato riguardante il luogo fisico (inteso come reparto ospedaliero/abitazione/altra struttura socio assistenziale) in cui è avvenuto l'evento «decesso dei pazienti positivi a Sars-CoV-2» non risulta tra le informazioni che costituiscono il debito informativo della Regione nei confronti del ministero della Salute e dell'Istituto superiore di sanità». E, si badi bene, non si tratta di una mancanza da parte dei dirigenti piemontesi. «La specifica informazione», spiegano dalla Regione Piemonte, «non è infatti prevista nell'ambito della scheda della Sorveglianza integrata casi di coronavirus Covid-19 in Italia e, di conseguenza, non rientra nei flussi informativi regionali».
Ecco svelato l'arcano: le Regioni non raccolgono il dato sul luogo dei decessi per un semplice motivo, e cioè perché il ministero e l'Iss non glieli chiedono. In assenza di direttive precise, i territori procedono in ordine sparso, come dimostra l'esiguo numero di riscontri positivi ricevuti. Due Regioni, Liguria e Friuli Venezia Giulia, hanno giustificato il rifiuto facendo appello alle linee guida dell'Anac, secondo le quali le amministrazioni che si trovano a dover rispondere alle richieste di accesso civico generalizzato non sono tenute a «raccogliere informazioni ulteriori», né a «rielaborare o aggregare diversamente informazioni» già in loro possesso, specie «qualora questo comporti un onere organizzativo e lavoro aggiuntivo». E anche quando il dato sul luogo di morte viene raccolto, sembra che nessuno sappia con precisione cosa farsene. Parafrasando Henry Poincaré, più che a una casa di pietra, in Italia la gestione della pandemia sul piano informativo somiglia a una capanna di fango.
Il lockdown non fa miracoli: altri 401 decessi
Forse il picco è raggiunto: meno contagi. Ma più ricoveri e più morti. Il bollettino diffuso ieri sui dati non registra ancora sostanziali variazioni dovute alle vaccinazioni e conferma la probabile inutilità del semi lockdown imposto a quasi tutti gli italiani.
Sono stati 23.832 i nuovi casi di coronavirus in Italia nella giornata di sabato (venerdì erano stati 25.735) portando ad almeno 3.356.331 il numero di persone che hanno contratto il virus Sars-CoV-2 (compresi guariti e morti) dall'inizio dell'epidemia. I morti sono stati 401 (erano 386 il giorno precedente), per un totale di 104.642 vittime da febbraio 2020. Le persone guarite o dimesse sono in tutto 2.686.236 e 14.598 quelle uscite ieri dall'incubo Covid (+16.292 il giorno prima). Gli attuali positivi sarebbero complessivamente 565.453, pari a +8.914 (+9.029 il giorno prima).
Prosegue la crescita dei ricoveri: gli ingressi nelle terapie intensive sono stati 23 (+31 venerdì) con 243 giornalieri, in totale 3.387, mentre i ricoveri ordinari aumentano di 203 unità (il giorno prima 164), 27.061 complessivamente.
La Regione con più casi giornalieri è sempre la Lombardia (+4.810), seguita da Emilia Romagna (+2.560), Campania (+2.196), Piemonte (+2.141) e Veneto (+2.044). «È bene continuare a rispettare le regole, mantenendo il distanziamento», ha ripetuto Gianni Rezza, direttore della Prevenzione del ministero della Salute, commentando il numero in calo dei contagi rispetto al giorno prima, con il tasso di positività stabile al 6,7% (venerdì era al 7%). La curva inizia a flettere, non solo per l'effetto weekend (anche se i tamponi sono quelli processati il venerdì), per poi toccare il minimo nella giornata di lunedì per i pochi tamponi: sono 354.480 i tamponi molecolari e antigenici effettuati nelle scorse 24 ore mentre i test del venerdì erano stati 364.822. Le nuove infezioni sono comunque elevate ma la corsa al rialzo dei casi sembra essersi fermata. Senza dimenticare il totale degli attuali positivi, che supera i 560.000 contagiati complessivi (come a metà gennaio). I decessi, ma anche la pressione sugli ospedali, continuano a rendere critica la situazione. Tuttavia il confronto dei casi tra lunedì e sabato nelle ultime quattro settimane dà motivi di conforto: questa settimana 133.224; la scorsa 134.619; due settimane fa 121.623; tre 98.669; quattro fa 73.983. Per la prima volta in un mese, il dato è in calo.
Intanto a mettere paura ai governatori delle Regioni più «turistiche» non sono solo numeri e colori ma anche le seconde case, soprattutto nel fine settimana. Ieri infatti, in Valle D'Aosta, arancione perché c'è «una situazione di trasmissibilità sostenuta e diffusa ma gestibile dal sistema sanitario nel breve medio periodo» e con l'indice Rt salito a 1,42, il presidente della Regione, Erik Lavevaz, ha imposto maggiori controlli sigillando il territorio. Posti di blocco al confine con il Piemonte e controlli rinforzati alle frontiere con Francia e Svizzera proprio per evitare l'assalto dei turisti nel fine settimana. Inoltre Lavevaz ha firmato un'ordinanza per impedire l'accesso anche ai proprietari di seconde case provenienti da altre regioni.
Anche in Toscana il governatore Eugenio Giani ha firmato l'ordinanza bis sulle seconde case che varrà fino a dopo Pasqua per i non toscani. I residenti in Toscana, invece, possono raggiungere le seconde case ovunque nella regione, come prevede il dpcm. «L'ordinanza sulla seconda casa questa volta, dopo la sospensione del Tar, non è a tempo indeterminato, non si basa sul medico di famiglia e vale da qui al prossimo 11 aprile; è per evitare difficoltà agli ospedali», ha spiegato Giani, che ha firmato anche le ordinanze che confermano zona rossa le province di Arezzo, Pistoia e Prato, aggiungendo la Versilia, Grosseto e 11 Comuni della Città metropolitana di Firenze.
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Il dicastero non è in grado di rispondere. Il Piemonte conferma: «Roma non l'ha mai chiesto». Solo sei Regioni hanno indagato.Lieve calo nei contagi (23.832), ma salgono i ricoveri. Stretta sulle seconde case in Toscana e Valle d'Aosta.Lo speciale contiene due articoli.Oltre un secolo fa, il matematico francese Jules Henry Poincaré affermò che «la scienza è fatta di dati come una casa è fatta di pietre». Una grande verità in tempo di pandemia: se i dati mancano, oppure sono errati o parziali, vengono meno i presupposti che giustificano le chiusure e le altre misure di contrasto al Covid. Negli ultimi tempi, a tal riguardo un certo malumore serpeggia all'interno della comunità scientifica italiana. Un mese fa, il think tank fondato da un gruppo di professori universitari «Lettera 150» ha indirizzato una missiva al premier, Mario Draghi, lamentando la mancata risposta da parte del ministero della Salute e dell'Istituto superiore di sanità a un'istanza di accesso agli atti nella quale si chiedeva di rendere accessibili gli indicatori in base ai quali vengono assegnati i colori delle Regioni. Un caso simile a quello capitato alla Verità: lo scorso novembre, infatti, il nostro quotidiano ha presentato a Lungotevere Ripa una richiesta di accesso civico generalizzato (cosiddetta «Foia») nella quale si chiedeva di conoscere il numero di italiani morti per Covid divisi per luogo del decesso (reparto ordinario, terapia intensiva, Rsa e domicilio). Ci sono voluti tre mesi per ottenere una non risposta. Era il 5 febbraio, infatti, quando il direttore generale della direzione Prevenzione sanitaria del ministero, Gianni Rezza, ci informava che «l'Istituto superiore di sanità, cui era stata indirizzata la predetta istanza in qualità di organo tecnico scientifico ha reso noto di non possedere dei dati relativi al luogo del decesso per Covid-19». Tradotto, le autorità sanitarie e, di conseguenza, lo stesso ministro Roberto Speranza, non hanno di fatto la più pallida idea di dove muoiano le persone che hanno contratto il coronavirus.Non paghi del diniego ricevuto, abbiamo deciso di battere un'altra strada, inviando a metà gennaio la medesima richiesta singolarmente alle Regioni italiane. Trascorsi più di due mesi, solo sei hanno risposto positivamente: Emilia Romagna, Sardegna, Toscana, Provincia autonoma di Trento, Umbria e Veneto. Altre sette non hanno risposto, e per tre di queste (Campania, Lombardia, Puglia) abbiamo presentato una richiesta di riesame, per la quale scadono i termini a fine mese. Quattro i rifiuti ricevuti: seppure adducendo motivazioni diverse, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Piemonte e Sicilia si sono rifiutate di fornire le informazioni richieste.A conti fatti, il campione raccolto rappresenta più di un quarto dei decessi totali per Covid nell'anno appena trascorso. E il quadro che emerge è abbastanza chiaro: circa 7 italiani su 10 sono morti in ospedale, con un rapporto di un decesso in terapia intensiva ogni 5 in reparto ordinario. Un quinto del totale risulta deceduto in Rsa o similari, mentre quasi il 5% al proprio domicilio. Sebbene i dati ricevuti non siano perfettamente allineati (la cifra relativa ai morti in Rsa e al domicilio in Emilia Romagna è ferma al primo semestre 2020), permettono comunque di giungere a conclusioni importanti. L'attenzione maggiore va riposta alle realtà ospedaliere, specie ai reparti ordinari nei quali è morto il 60% delle persone del nostro campione. E ritornano alla mente le parole pronunciate a novembre dal direttore dell'Istituto Mario Negri, professor Giuseppe Remuzzi: «Dobbiamo capire da dove vengono i morti per capire dove intervenire: potrebbero essere dalle Rsa, e lì dobbiamo mettere un impegno enorme, ma anche persone che muoiono per essere arrivate in ospedale per le malattie per cui si arriva normalmente e che sono positive al Covid». Conoscere il luogo del decesso riveste senz'altro un'importanza primaria nella lotta al coronavirus, dal momento che avere accesso a questa informazione permetterebbe di concentrare gli sforzi verso azioni sanitarie mirate a ridurre le perdite in termini di vite umane. E invece, nonostante il nostro Paese sia uno dei primi al mondo per numero di morti in rapporto alla popolazione, sembra che con le autorità sanitarie italiane questo discorso proprio non attacchi. La prova di questa profonda e colpevole trascuratezza l'abbiamo avuta leggendo la risposta ricevuta dalla direzione Sanità e welfare della Regione Piemonte. «Facendo seguito all'istanza di riesame di accesso generalizzato Foia in oggetto», si legge nel riscontro pervenuto giovedì, «si rileva che il dato riguardante il luogo fisico (inteso come reparto ospedaliero/abitazione/altra struttura socio assistenziale) in cui è avvenuto l'evento «decesso dei pazienti positivi a Sars-CoV-2» non risulta tra le informazioni che costituiscono il debito informativo della Regione nei confronti del ministero della Salute e dell'Istituto superiore di sanità». E, si badi bene, non si tratta di una mancanza da parte dei dirigenti piemontesi. «La specifica informazione», spiegano dalla Regione Piemonte, «non è infatti prevista nell'ambito della scheda della Sorveglianza integrata casi di coronavirus Covid-19 in Italia e, di conseguenza, non rientra nei flussi informativi regionali».Ecco svelato l'arcano: le Regioni non raccolgono il dato sul luogo dei decessi per un semplice motivo, e cioè perché il ministero e l'Iss non glieli chiedono. In assenza di direttive precise, i territori procedono in ordine sparso, come dimostra l'esiguo numero di riscontri positivi ricevuti. Due Regioni, Liguria e Friuli Venezia Giulia, hanno giustificato il rifiuto facendo appello alle linee guida dell'Anac, secondo le quali le amministrazioni che si trovano a dover rispondere alle richieste di accesso civico generalizzato non sono tenute a «raccogliere informazioni ulteriori», né a «rielaborare o aggregare diversamente informazioni» già in loro possesso, specie «qualora questo comporti un onere organizzativo e lavoro aggiuntivo». E anche quando il dato sul luogo di morte viene raccolto, sembra che nessuno sappia con precisione cosa farsene. 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Sono stati 23.832 i nuovi casi di coronavirus in Italia nella giornata di sabato (venerdì erano stati 25.735) portando ad almeno 3.356.331 il numero di persone che hanno contratto il virus Sars-CoV-2 (compresi guariti e morti) dall'inizio dell'epidemia. I morti sono stati 401 (erano 386 il giorno precedente), per un totale di 104.642 vittime da febbraio 2020. Le persone guarite o dimesse sono in tutto 2.686.236 e 14.598 quelle uscite ieri dall'incubo Covid (+16.292 il giorno prima). Gli attuali positivi sarebbero complessivamente 565.453, pari a +8.914 (+9.029 il giorno prima). Prosegue la crescita dei ricoveri: gli ingressi nelle terapie intensive sono stati 23 (+31 venerdì) con 243 giornalieri, in totale 3.387, mentre i ricoveri ordinari aumentano di 203 unità (il giorno prima 164), 27.061 complessivamente. La Regione con più casi giornalieri è sempre la Lombardia (+4.810), seguita da Emilia Romagna (+2.560), Campania (+2.196), Piemonte (+2.141) e Veneto (+2.044). «È bene continuare a rispettare le regole, mantenendo il distanziamento», ha ripetuto Gianni Rezza, direttore della Prevenzione del ministero della Salute, commentando il numero in calo dei contagi rispetto al giorno prima, con il tasso di positività stabile al 6,7% (venerdì era al 7%). La curva inizia a flettere, non solo per l'effetto weekend (anche se i tamponi sono quelli processati il venerdì), per poi toccare il minimo nella giornata di lunedì per i pochi tamponi: sono 354.480 i tamponi molecolari e antigenici effettuati nelle scorse 24 ore mentre i test del venerdì erano stati 364.822. Le nuove infezioni sono comunque elevate ma la corsa al rialzo dei casi sembra essersi fermata. Senza dimenticare il totale degli attuali positivi, che supera i 560.000 contagiati complessivi (come a metà gennaio). I decessi, ma anche la pressione sugli ospedali, continuano a rendere critica la situazione. Tuttavia il confronto dei casi tra lunedì e sabato nelle ultime quattro settimane dà motivi di conforto: questa settimana 133.224; la scorsa 134.619; due settimane fa 121.623; tre 98.669; quattro fa 73.983. Per la prima volta in un mese, il dato è in calo. Intanto a mettere paura ai governatori delle Regioni più «turistiche» non sono solo numeri e colori ma anche le seconde case, soprattutto nel fine settimana. Ieri infatti, in Valle D'Aosta, arancione perché c'è «una situazione di trasmissibilità sostenuta e diffusa ma gestibile dal sistema sanitario nel breve medio periodo» e con l'indice Rt salito a 1,42, il presidente della Regione, Erik Lavevaz, ha imposto maggiori controlli sigillando il territorio. Posti di blocco al confine con il Piemonte e controlli rinforzati alle frontiere con Francia e Svizzera proprio per evitare l'assalto dei turisti nel fine settimana. Inoltre Lavevaz ha firmato un'ordinanza per impedire l'accesso anche ai proprietari di seconde case provenienti da altre regioni. Anche in Toscana il governatore Eugenio Giani ha firmato l'ordinanza bis sulle seconde case che varrà fino a dopo Pasqua per i non toscani. I residenti in Toscana, invece, possono raggiungere le seconde case ovunque nella regione, come prevede il dpcm. «L'ordinanza sulla seconda casa questa volta, dopo la sospensione del Tar, non è a tempo indeterminato, non si basa sul medico di famiglia e vale da qui al prossimo 11 aprile; è per evitare difficoltà agli ospedali», ha spiegato Giani, che ha firmato anche le ordinanze che confermano zona rossa le province di Arezzo, Pistoia e Prato, aggiungendo la Versilia, Grosseto e 11 Comuni della Città metropolitana di Firenze.
La debolezza del comparto si trascina da diversi anni ed è stata aggravata dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, che hanno frenato i flussi turistici e colpito alcuni scali aeroportuali strategici. Il risultato è stato un forte calo delle vendite nel canale duty-free, da sempre una componente cruciale per i grandi gruppi della moda e dell’accessorio.
Ma la crisi non dipende solo dai passeggeri mancati. Il nodo è più profondo e riguarda quella che gli addetti ai lavori definiscono luxury fatigue: una stanchezza da lusso che segnala una perdita di fiducia del consumatore. Dal 2019 a oggi molti prodotti di fascia alta hanno visto aumenti di prezzo del 40-50%, mentre l’esclusività percepita - e in alcuni casi anche la qualità - pare indebolita. «Il settore si trova in una vera e propria trappola autoinflitta», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «poiché le politiche di prezzo eccessivamente aggressive degli ultimi anni hanno progressivamente allontanato la classe media, che costituiva la reale base volumetrica delle vendite. Al contempo, quello che per anni è stato considerato il Bengodi indiscutibile del settore, ovvero il mercato cinese, ha visto contrarsi la domanda a causa della debolezza dei consumi privati e delle rinnovate tensioni nel comparto immobiliare, lasciando le maison senza il consueto paracadute».
I mercati finanziari stanno fotografando con chiarezza questa fase. Lvmh, leader mondiale del settore, mostra una flessione pesante da inizio anno e una correzione ancora più marcata nell’arco degli ultimi tre anni. A pesare sono stati l’indebolimento della domanda, gli effetti valutari sfavorevoli e lo spostamento della spesa verso le esperienze, a scapito dei beni fisici. Anche Christian Dior riflette la stessa fase di stallo, nonostante i tentativi di rilancio creativo.
Il segnale più sorprendente arriva però da Hermès, per anni simbolo assoluto dell’esclusività. La maison ha registrato una forte correzione in Borsa. Secondo un’analisi di Bernstein, persino alcune borse Birkin e Kelly sul mercato secondario vengono oggi scambiate a prezzi inferiori rispetto a pochi anni fa.
«Il fatto che perfino i modelli usati di Hermès subiscano un ridimensionamento dei prezzi dimostra che nessuno è immune al ciclo di boom e sgonfiamento del lusso», continua Gaziano, «e questa consapevolezza ha ridotto il premio di valutazione storico del titolo rispetto ai concorrenti ai minimi degli ultimi dieci anni». Non tutto, però, arretra. Richemont continua a distinguersi grazie alla forza della gioielleria, trainata da marchi come Cartier, Van Cleef & Arpels e Buccellati, mentre gli orologi di alta gamma restano resilienti. Segnali positivi arrivano anche da Hugo Boss, sostenuta dall’offerta del gruppo Frasers.
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Ecco #DimmiLaVerità del 18 giugno 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti spiega perché l'Iran è uscito rafforzato dall'accordo con gli Usa.
Michele De Pascale (Imagoeconomica)
Peccato che sotto il suo mandato dem, per otto anni (dal 2016 al 2024) la Provincia di Ravenna (tra le più colpite dalle alluvioni del 2023 e 2024) abbia accentuato problematiche geologiche, territoriali e produttive come segnalava nel maggio dello scorso anno il 1° Rapporto Cassa di Ravenna-Censis che analizzava la situazione post-emergenza. «Il suolo è saturo e la provincia presenta un’urbanizzazione abbastanza fragile», si leggeva. «Il consumo di suolo a Ravenna, cioè quel fenomeno associato alla perdita di una risorsa ambientale fondamentale, dovuta all’occupazione di superficie originariamente agricola, naturale o seminaturale e, quindi, l’incremento della copertura artificiale di terreno legato alle dinamiche insediative, è pari al 10,3%, rispetto all’8,9% dell’Emilia-Romagna e al 7,2% a livello nazionale. Il ritmo di crescita del suolo impermeabilizzato è del +2,8% tra il 2017 e il 2023, contro l’1,8% della media italiana. Il 7,7% del suolo consumato si trova proprio in aree a pericolosità idraulica frequente». Che cosa faceva, allora, De Pascale? «Negli ultimi dieci anni», guarda proprio durante il suo mandato, «le imprese attive in provincia di Ravenna sono calate del 9,4%, più della media regionale (-5,9%) e nazionale (-1,9%)». E «la fragilità sociale si è intrecciata con quella ambientale».
Acqua, anzi alluvione passata, sembra pensare il presidente, che ha lanciato con orgoglio la nuova Agenzia regionale per la sicurezza territoriale e la Protezione civile. Si occuperà di post emergenza e ricostruzione in supporto alle gestioni commissariali e sub-commissariali, gestirà i 919 milioni di euro stanziati dal governo in 10 anni per opere di prevenzione come casse di espansione. «Lavoreremo insieme ai Comuni e alla struttura commissariale per realizzare opere strategiche attese da molti anni», annuncia il presidente della Regione, perché «la messa in sicurezza del nostro territorio sarà il cuore della nostra azione amministrativa». Alla buon’ora, dopo anni di mancata manutenzione dei corsi d’acqua delle aree più fragili e delle frane, lasciando vivere indisturbate le nutrie.
«Il problema della fauna non si risolve, va gestito, mentre su tutto il resto abbiamo le competenze per intervenire. Bisogna iniziare ad affrontare il problema con una visione almeno ventennale e non di rattoppo, e di conseguenza comportarsi», spiegava tre anni fa Paride Antolini, presidente dell’Ordine dei geologi dell’Emilia-Romagna. Uno studio del 2021, dell’Università di Modena e Reggio, l’aveva spiegato bene: l’argine di un fiume in condizioni ordinarie regge cent’anni, ma se in quel tratto vivono animali come tassi, istrici o nutrie, la vita di quell’opera essenziale per la sicurezza idraulica cala a 10 anni al massimo.
Oggi De Pascale vuole fare da solo e se il Pd è sempre stato contrario alla decentralizzazione, il presidente della Regione rossa chiede, invece, per l’Emilia-Romagna autonomia di risorse finanziarie, materiali e umane, necessarie a espletare competenze diversificate su materie di grande importanza.
Lo fa con critiche nette. «L’intervento da Roma funziona male», dice, e attribuisce scarsa competenza alle agenzie statali coinvolte nella ricostruzione. «Sono in difficoltà, perché questo mestiere non l’hanno mai fatto. Bisogna avere veramente gli stivali sul campo, oggi stiamo anche pensando di “riprendere” alcune opere». Il presidente non si è messo gli stivali nemmeno durante i sopralluoghi lungo il corso del torrente Marzeno, un affluente del Lamone che era esondato in più punti, anche per tre volte. «L’intero corso d’acqua non è arginato», ammetteva a maggio 2025 controllando i lavori.
«Sul post-alluvione stiamo ancora attendendo che la Regione Emilia-Romagna inizi a fare la propria parte. Le risorse ci sono, gli indirizzi della struttura commissariale ci sono, le scadenze sono chiare: quello che ancora manca sono le proposte operative della Regione, le rimodulazioni delle risorse già stanziate e l’apertura delle piattaforme necessarie per continuare a procedere con le opere di ricostruzione», hanno dichiarato le onorevoli di FdI Alice Buonguerrieri e Beatriz Colombo, rispettivamente segretario e capogruppo in commissione d’inchiesta sul rischio idrogeologico.
Hanno poi aggiunto: «La Regione ha chiuso la piattaforma informatica delle richieste il 30 aprile e non ha ancora avanzato la proposta di rimodulazione delle risorse alla struttura commissariale per l’emissione della relativa ordinanza» e per i nuovi interventi, «con risorse pari a 100 milioni di euro per gli eventi del 2024 e 400 milioni per quelli del 2023 e 2024 […] la Regione non ha ancora aperto la piattaforma per consentire ai soggetti attuatori di inserire le richieste per poi procedere alla definizione dell’elenco delle opere ulteriormente finanziabili».
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Eugenio Giani (Imagoeconomica)
La sanità è un colabrodo, con ospedali al collasso e liste d’attesa infinite. I trasporti un terno all’otto, non si sa né quando si parte né se si torna. Firenze, grazie anche alla «bravura» della sua sodale sindaca, Sara Funaro, è una cloaca a cielo aperto, con sporcizia, degrado e insicurezza che partono dalla stazione e finiscono di là d’Arno.
Ad aggiungersi a tutto questo, Giani insieme al suo assessore ai Trasporti, Filippo Boni, ha avuto la brillante idea di aumentare il costo dei biglietti e abbonamenti del bus. Amento a dir poco ingiustificato visto il servizio inadeguato e scadente, con tempi di percorrenza lunghissimi, corse soppresse o saltate, mezzi vetusti e carenti di manutenzione, vetture continuamente ferme per guasti. Ma ecco come si giustifica il poliedrico Giani: «Questo aumento è nel contratto, non l’ho fatto io. Il costo dei biglietti deve essere relazionato all’inflazione e agli aumenti Istat».
La cosa buffa è che anche l’assessore alla mobilità del Comune di Firenze, Andrea Giorgio, della sua stessa area politica, giudica inaccettabili quegli aumenti. Perplessi anche Anci Toscana e diversi sindaci Pd, tra cui il primo cittadino di Prato, Matteo Biffoni. Contrari i sindacati rossi. Cgil e Filt chiedono maggiori tutele per i pendolari mentre Fit Cisl definisce la misura socialmente ingiusta. E così, dal 1° agosto i biglietti passeranno da 1,70 euro a 2 euro. Il governatore rigira la frittata verso un maggiore contributo economico da parte dei Comuni. «La Regione Toscana», dice, «ogni anno per tenere bassi i biglietti stanzia 145 milioni di euro; i Comuni e le Province ne mettono 44: serve uno sforzo anche da parte loro». E dà poi la colpa al caro carburanti: «Una persona di buon senso si rende conto che un ritocco fosse naturale quando, solo in questo anno, il carburante è aumentato del 40%».
Naturale per lui. I consiglieri regionali toscani di Forza Italia, Marco Stella e Jacopo Ferri, avviano gazebo in tutta la Regione per raccogliere le firme contro questo aumento. «Dietro a questo aumento ci sono solo incapacità gestionali. Dopo l’aumento dell’Irpef regionale, un’altra tassa per i toscani, che colpisce i ceti più poveri». Il presidente della Provincia di Prato, Simone Calamai, afferma che è «necessario individuare soluzioni alternative. Si tratta di una misura che rischia di gravare sulle fasce più fragili della popolazione per le quali i servizi di mobilità rappresentano uno strumento essenziale per gli spostamenti quotidiani». All’attacco anche i Cobas: «Aumenti ingiustificati e vergognosi».
Ma questo non è il solo problema per Giani e per la sua giunta che da ottobre non ne ha fatta una come si deve. «La crisi della moda, della pelle, del tessile, della meccanica e della componentistica automotive sta colpendo duramente territori che rappresentano da decenni il cuore produttivo della Toscana», dicono Cgil, Cisl e Uil Toscana che proclamano per il 9 luglio uno sciopero regionale dell’intera giornata, dei settori industriali e manifatturieri.
Come ciliegina sulla torta la tegola degli affitti brevi. Il consiglio regionale ha approvato il nuovo testo unico del turismo, introducendo una estensione delle norme che consentono ai Comuni di limitare le locazioni. In totale saranno 165 i Comuni che potranno adottare misure restrittive sugli affitti brevi (fino a ora erano 91). «La legge sul turismo significa valorizzazione, promozione e senso di accoglienza», si giustifica Giani. L’assessore al Turismo, Leonardo Marras, fa peggio: «L’obiettivo non è combattere il turismo, ma la rendita». Il portavoce dell’opposizione, Alessandro Tomasi, avverte: «Questo testo non modificherà il fenomeno».
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