Diciotto novembre. Data storica. Un anno dopo l’intervento della Corte costituzionale che ha fermato, di fatto, l’entrata in vigore della legge Calderoli sull’Autonomia differenziata, sono arrivate le prime storiche pre-intese tra i governatori di Veneto e Lombardia con il ministro degli Affari regionali su quattro materie: Protezione civile, professioni, previdenza complementare e gestione finanziaria della sanità. Nella Costituzione c’è scritto che sono 23 le materie che possono essere affidate in gestione alle Regioni, ma 15 sono «protette» dai Lep, ovvero bisogna fissare i Livelli essenziali di prestazione prima di procedere alla devoluzione. «Entro la legislatura», saranno fissati i criteri per i Lep ha annunciato Roberto Calderoli ieri mattina a Palazzo Balbi, la sede della Regione Veneto, durante la firma dell’accordo con Luca Zaia.
E pure gli accordi non-Lep sulle quattro materie, che oggi saranno sottoscritti anche dai governatori di Piemonte e Liguria, non entreranno in vigore subito: prima deve emanare un provvedimento il Consiglio dei ministri, poi entro 60 giorni serve il parere della Conferenza Stato-Regioni ed entro tre mesi del Parlamento. A quel punto il testo viene licenziato dal governo e inviato al consiglio regionale, il quale dovrà approvarlo. Ne nascerà dunque un disegno di legge che finirà ancora in Parlamento e dovrà essere votato da una maggioranza qualificata. Insomma, siamo solo all’inizio di un percorso che comunque è partito.
Nel dettaglio, per quanto riguarda la Protezione civile, con la riforma il presidente della Regione sarebbe autorizzato a firmare delle ordinanze emergenziali a stretto giro di posta, senza dover chiedere e attendere il via libera dal ministero a Roma «per cui a volte servono mesi». Una circostanza dettata anche dal fatto che il fondo della Protezione civile «che ha dentro dei soldi, al momento è solo quello nazionale», ha ricordato il ministro, il quale ha annunciato invece che «il fondo regionale è stato dotato di 20 milioni già in questo semestre e di altri 40 milioni nel 2026 e di altri 60 nel 2027». In tema di professioni, le Regioni saranno libere di approvarne e riconoscerne alcune. «In tutta Europa ne abbiamo contate fino a 200 diverse col record del Belgio», ha evidenziato Calderoli, «ma senza andare tanto lontano, per esempio la Puglia riconosce la figura dello “psico-oncologo” che invece non c’è in altre realtà». Quanto alla previdenza complementare e integrativa, i governatori avranno una freccia in più al loro arco, per esempio, per le politiche di welfare e per agire in campo occupazionale con le politiche attive del lavoro, già una competenza regionale. In tema salute invece, uno dei primi esempi già ipotizzati, in tandem con i maggiori margini di manovra che derivano dallo svincolo delle risorse del fondo sanitario nazionale ripartito tra regioni - circa 300 milioni per il Veneto, secondo le stime fatte da Zaia - è quello di utilizzarli come motore per rendere più attrattive le professioni sanitarie o limitare la fuga di medici e infermieri verso il privato.
Stesso discorso per la Lombardia, che punta a trattenere il personale sanitario attratto dagli stipendi ben più consistenti della vicina Svizzera. Tuttavia «le risorse sono esattamente quelle che vengono assegnate nel fondo sanitario nazionale, il punto è come uno le utilizza: ci sarà responsabilizzazione e verranno fatti dei controlli», ha sottolineato Calderoli a Milano da Palazzo Lombardia, con Attilio Fontana che ha ricordato Roberto Maroni, per evidenziare che «l’autonomia non è a costo zero», ma c’è chi già attualmente i soldi li ha eppure li spende male. Una risposta diretta alla montagna di dichiarazioni di questi giorni di esponenti di Pd, M5s e Avs che hanno gridato quasi al golpe per queste pre-intesa fra governo e Regioni a pochi giorni dalle elezioni, dimenticando che in tre territori su quattro - appunto Lombardia, Piemonte e Liguria - i seggi resteranno chiusi domenica e lunedì.
Infine il ministro ha lanciato un nuovo «obiettivo», cioè quello di concludere la fase del federalismo fiscale, «su cui ci stiamo confrontando e che ha come scadenza marzo 2026, una milestone del Pnrr. O la portiamo a casa o salta la rata di 32 miliardi e 600 milioni».



