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Sabato a Milano il presidio contro la presenza dei poliziotti Usa. Non sarebbe meglio contestare i pusher del bosco di Rogoredo?
Gli italiani si sentono insicuri e si dicono preoccupati per l’aumento della criminalità. E la sinistra che fa? Fischietta. Sì, siamo di fronte al paradosso che più cresce l’allarme per ciò che accade nelle nostre città e più il Pd e i suoi compagni parlano d’altro, approfittando di ogni occasione per fare un po’ di propaganda. L’ultimo esempio lo abbiamo a Milano. L’altra sera uno spacciatore, già noto alle forze dell’ordine per vari reati, è stato ucciso da un agente in servizio antidroga. Il poliziotto insieme a un collega ha intimato l’alt a un giovane e quest’ultimo, invece di fermarsi, ha impugnato un’arma. La reazione di uno dei componenti della pattuglia è stata inevitabile e un proiettile ha colpito alla testa il marocchino, uccidendolo all’istante. Invece di chiedersi perché, nonostante gli sforzi per liberare un’area di spaccio alle porte del capoluogo lombardo, ci siano ancora zone interdette alle forze dell’ordine dove le organizzazioni criminali dettano legge, la sinistra che fa? Innanzitutto, si guarda bene dall’esprimere solidarietà all’agente, che per prima cosa è stato indagato dalla Procura.
Poi, al posto di reclamare espulsioni più rapide per spacciatori e rapinatori, e organizzare un presidio per riconsegnare alla collettività e alla legalità un parco che è definito il «boschetto della droga», Pd e compagni organizzano per il 31 gennaio una manifestazione in piazza per contestare la presenza a Milano degli agenti dell’Ice. Si tratta della famigerata polizia americana, che a Minneapolis è stata protagonista di due sparatorie in cui sono morti due cittadini, un’attivista e un infermiere, pure lui attivista dei diritti civili. Certo, in Minnesota gli uomini dell’Immigration and customs enforcement non hanno fatto una bella figura. Con i loro metodi brutali e violenti hanno terrorizzato molti, anche in Italia. Ma i funzionari dell’Ice che arriveranno (se arriveranno) al seguito dei componenti della delegazione americana ai Giochi invernali non si occuperanno di immigrati e di scorte, svolgeranno un’attività di informazione all’interno del Consolato degli Stati Uniti.
Come sempre accade, quando ci sono missioni diplomatiche straniere che giungono nel nostro Paese, ai servizi di sicurezza italiani si affiancano quelli degli altri Stati. Succede con l’America, ma anche con tutte le altre delegazioni. Fa parte della collaborazione fra Paesi. Quando Giorgia Meloni si reca a Washington non scende dalla scaletta dell’aereo della presidenza del Consiglio senza la sua scorta. Gli agenti della nostra intelligence affiancano gli uomini messi a disposizione dagli Stati Uniti. E così è accaduto anche di recente, quando il premier ha visitato una serie di Paesi in Medio Oriente e in Asia, a cominciare dall’Oman per finire con Corea del Sud e Giappone. Dunque, qual è il problema se alcuni funzionari dell’Ice, che è un’agenzia federale e non una milizia privata di Donald Trump come sostiene il sindaco Beppe Sala, giungeranno al seguito di esponenti dell’amministrazione degli Stati Uniti? Gli agenti non saranno in assetto da guerra e nemmeno da guerriglia. Dunque, perché agitarsi per dieci o venti uomini dell’Immigration and customs enforcement?
Sarebbe legittimo darsi pena per il crescente allarme per la sicurezza nelle nostre città, di recente certificato anche da un sondaggio di Nando Pagnoncelli. Se il 44% degli italiani chiede un inasprimento di pene per furti e scippi, mentre il 41% maggiori divieti per il porto di armi bianche e il potenziamento dei centri di trattenimento dei clandestini, anche a sinistra dovrebbero comprendere che il tema della sicurezza attraversa l’intero elettorato, a prescindere dalle intenzioni di voto degli italiani. Invece i progressisti fischiettano. E così tutti i partiti dell’opposizione, insieme all’Anpi, alla Cgil e all’Arci, sabato 31 gennaio si ritroveranno in Piazza XXV aprile a Milano. Chi parteciperà al raduno sarà armato di fischietto, che verrà usato per contestare le «squadracce» di Trump. Immagino l’allarme che tutto ciò provocherà alla Casa Bianca e anche la preoccupazione che genererà nella dozzina di funzionari Ice in trasferta a Milano. Piccola domanda: ma non era meglio convocare l’Anpi, la Cgil, l’Arci e tutta la compagnia bella della sinistra per una manifestazione da tenersi nel boschetto di Rogoredo, dove gli spacciatori ogni giorno la fanno da padroni? Non sarebbe meglio fischiare ai criminali sotto casa nostra invece di contestare gli agenti che stanno dall’altra parte del mondo?
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Ansa
Non spaventano, invece, gli antagonisti pronti a marciare in sostegno di «Askatasuna».
Da alcuni giorni si discute ferocemente riguardo alle azioni dell’Ice a Minneapolis e alla possibilità che alcuni uomini dell’agenzia arrivino in Italia in occasione delle Olimpiadi invernali. Ma sappiamo tutti benissimo che, in realtà, non si discute dell’Ice bensì del solito, vecchio tema: il fascismo. Si desume chiaramente dalla lettura dei giornali, dalle dichiarazioni dei politici e dal palese e patetico doppiopesismo che viene esibito dal fronte progressista. Siamo tutti d’accordo sul fatto che le brutalità poliziesche siano deprecabili, ma sappiamo anche - tutti quanti, e benissimo - che i nostri agenti si comportano molto diversamente, salvo rare eccezioni, e che l’Ice non verrà in Italia per rastrellare clandestini o per sparare agli iscritti di Pd o di Avs. Eppure continuiamo a sentire lamenti, dichiarazioni indignate e allarmi a tamburo battente.
La sinistra italiana è preoccupata che i «pretoriani di Trump» causino problemi nelle nostre città? Beh, se avesse davvero a cuore la sicurezza nelle città e fosse realmente intimorita dalla possibilità di disordini dovrebbe inquietarsi almeno un po’ anche per altre potenziali polveriere di cui si ha notizia in queste ore. Sappiamo, ad esempio, che sabato a Torino marceranno plotoni di antagonisti a sostegno del centro sociale Askatasuna recentemente sgomberato. Il prefetto torinese Donato Cafagna ha già espresso timori, le istituzioni hanno fatto appelli agli attivisti affinché svolgano una manifestazione pacifica. Ma è già noto che arriveranno dall’estero professionisti della rivolta, antagonisti stranieri che di solito non si distinguono per le buone maniere. Da giorni, peraltro, i collettivi piemontesi minacciano e attaccano Cristina Prandi, rettrice dell’Università di Torino, perché ha deciso di chiudere per due giorni Palazzo Nuovo impedendo che vi si svolgesse il concerto Que viva Askatasuna a beneficio del centro sociale.
Data la scarsità di dichiarazioni sul tema dal fronte progressista, dobbiamo dedurne che le eventuali violenze antagoniste - le quali peraltro sono una eventualità tutt’altro che remota - sono accettabili, comprensibili. E dunque non occorre preoccuparsene. Così come, del resto, non occorre occuparsi troppo delle reiterate violenze (omicidi compresi) commessi da clandestini e invece - come sta facendo la sinistra in questi giorni - si giustifica il fatto che un poliziotto che spara per difesa venga indagato per omicidio volontario. Che esistano pesi e misure diverse a questo punto è evidente e innegabile. O meglio, esiste una regola aurea che viene declinata ogni volta a seconda delle circostanze: l’autorità pubblica è malvagia e fascista, soprattutto se al governo c’è la destra. Antagonisti, immigrati e contestatori assortiti sono buoni a prescindere, a patto che si attengano al copione che i progressisti hanno scritto per loro.
Lo dimostra ciò che scriveva ieri in prima pagina Avvenire, quotidiano della Cei. Paolo Borgna, commentando i fatti di Minneapolis spiegava che le violenze poliziesche rompono il patto fra il cittadino e lo Stato. Senz’altro vero. Ma, domandiamo, le violenze commesse dai clandestini che lo Stato non ha espulso non rompono anch’esse il patto in questione? Non si rompe quel patto pure quando lo Stato non garantisce sufficiente sicurezza alla popolazione?
Eppure Avvenire su questo punto è decisamente meno battagliero, se non altro perché da anni tifa porte aperte e «inclusione».
Un altro esempio non secondario. Fiumi di parole e comunicati accorati sono stati versati nel dibattito pubblico a proposito delle tensioni che alcuni giornalisti della Rai hanno avuto con gli uomini dell’Ice. Ne hanno parlato con enfasi tutti i media, suggerendo che il comportamento aggressivo dell’Ice verso la stampa dimostri l’esistenza di un regime negli Stati Uniti. Ebbene, non risulta che la stessa attenzione sia stata dedicata ai cronisti di Ore 14, anche loro in servizio presso la Rai, che sono entrati nel bosco di Rogoredo e sono stati aggrediti da un marocchino bellicoso, che non ha compiuto gesti violentissimi solo perché un suo compare gli ha fatto notare che si trattava di giornalisti e non di poliziotti. Siamo alle solite: della libertà di informazione interessa soltanto se brandirla è utile a sostenere che esista una dittatura destrorsa. In tutti gli altri casi, chi se ne importa.
Vedete come, alla fine, tutto si tenga. Che si parli di un carabiniere italiano che spara, degli agenti dell’Ice o delle norme sull’immigrazione, il punto è sempre il medesimo: bisogna dimostrare l’esistenza di quella che ieri su Repubblica Luigi Manconi chiamava «la cattiveria di destra». Questo è il filo nero che tiene insieme la polizia italiana, l’Ice statunitense, Donald Trump, Giorgia Meloni, Matteo Salvini e tutto l’universo conservatore. La destra cattiva uccide, la destra cattiva opprime, la destra cattiva mistifica e spadroneggia. Dalla destra cattiva deriva ogni male del mondo, e tutti gli altri problemi sono derivati dalla permanenza del fascismo eterno.
Di sicuro se a scortare la delegazione americana alle Olimpiadi non fosse l’Ice ma il servizio d’ordine di Askatasuna potremmo stare tutti più tranquilli.
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Ansa
Nella tragedia di Crans-Montana sono più le cose che non tornano di quelle che tornano. C’è il terzo indagato: si tratta di uno degli ex responsabili della sicurezza del Comune, che non avrebbe fatto controlli.
Sulla tragedia di Crans-Montana non torna nulla. E ci sia concesso di sospettare che ci sarà un tempo in cui sarà fatta chiarezza e tornerà tutto, se non qualcosa. In un primo momento a molti risultò incomprensibile il fatto che il signor Jacques Moretti fosse stato lasciato libero di scorrazzare dove voleva e di fare ciò che voleva per ben dieci giorni prima di essere arrestato. Uno che viene arrestato perché c’è il pericolo di fuga viene lasciato libero, per dieci giorni, di fuggire? Poi viene messo in carcere per qualche giorno, viene pagata una cauzione che non ci è dato sapere da dove venga, comunque in contanti, e non gli viene applicato neanche il braccialetto. Quindi, ipoteticamente, questo signore è libero di scorrazzare dove vuole e di continuare, eventualmente, a inquinare le prove che, ci pare, ci sia stato ormai il tempo di inquinare a dovere.
A pochi giorni dalla tragedia, esattamente il 13 di gennaio scorso, la Procura di Roma aveva inoltrato una richiesta di assistenza giudiziaria alla Confederazione. L’ufficio Federale di Giustizia l’ha poi trasmessa il giorno successivo alla Procura vallesana sotto la cui giurisdizione c’è anche Crans-Montana. L’incontro tra gli inquirenti vallesani e quelli italiani è fissato per la metà di febbraio. E poi si dice che è lenta la giustizia italiana. Allora quella svizzera ha la velocità della lumaca. Ha dichiarato l’ambasciatore svizzero a Roma, Roberto Balzaretti, che l’incontro stabilito per la metà del prossimo mese non rappresenta «un ritardo da parte della Svizzera, ma la prima data possibile per la Procura di Roma». In merito alla decisione di Roma di richiamare l’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, «non esiste alcuna crisi tra i due Stati» ha affermato Balzaretti. Chissà se l’ambasciatore è stato richiamato per un forte raffreddore o problemi gastroenterici, oppure, perché il Governo ha voluto sottolineare una presa di distanze, se non altro per le famiglie dei giovani morti in quel locale che dal punto di vista della sicurezza aveva lo stesso livello di una topaia.
I funzionari della magistratura svizzera, che nel frattempo hanno indagato uno degli ex responsabili della sicurezza del Comune, hanno dichiarato che le due autorità di perseguimento penale (italiana e svizzera) hanno la possibilità di collaborare per condurre indagini nell’ambito delle cosiddette squadre investigative comuni. Una affermazione che ha la stessa profondità di quella che ci dice che l’acqua è bagnata. Credo che la Procura di Roma queste cose le sapesse per conto suo e non occorresse specificare questa banalità che è simile a quella di ricordare a qualcuno che va a pesca di portare la canna. Mah. Tutto cominciò - lo ricorderete - con quella ridicola, imbarazzante, grottesca e strampalata conferenza stampa del sindaco del luogo, il signor Nicolas Féraud, 55 anni, iscritto al Partito liberale radicale che, ci fa notare il Corriere della Sera in un articolo apparso ieri, è lo stesso partito di centrodestra cui appartiene la procuratrice generale Beatrice Pillaud che conduce l’inchiesta. Una nota di cronaca che può avere qualche interesse, magari, nella mente di qualche maliziosetto. Ma torniamo a questo singolare sindaco che durante la conferenza stampa si disse «profondamente rammaricato» per il fatto che al Constellation (la topaia di cui sopra) «dal 2020 al 2025» non ci fossero stati controlli che, lo ricordiamo, erano di competenza del comune stesso con a capo il sindaco. Dopo 21 giorni è tornato a parlare ed evidentemente ci ha ripensato sostenendo che «è stato un errore» non chiedere scusa. Ci ha anche informato che «per il momento» - come sottolinea giustamente il collega Fulloni del Corriere a quattro settimane dalla strage - «non sono ancora stato sentito dagli inquirenti». E ci ha detto anche «sono colpevole agli occhi di molta gente». Ma va? Cosa pensava signor Féraud? Che le facessero una statua alla stupidità in piazza a Crans-Montana? Ha detto anche che ha subito un trauma enorme e che ha iniziato una terapia presso uno psicologo e che tale terapia, probabilmente, durerà a lungo. Noi non sappiamo chi sia lo psicologo e quindi non possiamo emettere giudizi ma, come si dice, in questo caso ci vuole uno veramente bravo. Come se non bastasse il medesimo sindaco ha detto che si è trovato in un contesto emotivamente molto difficile e di aver commesso l’errore di privilegiare la prudenza piuttosto che lasciare spazio a scuse ed emozioni. Ma si rende conto signor Féraud che sarebbe stato meglio se fosse stato zitto anche in questa occasione? Uno che ha in mano la pala (in questo caso, simbolicamente, la possibilità di parlare) non c’è legge al mondo che lo costringa da usarla per scavarsi la fossa ed invece il signor Féraud lo ha fatto. Perché vede, sindaco, lei non ha commesso l’errore di privilegiare la prudenza, lei ha commesso l’errore di non staccare le sue natiche dalla poltrona di sindaco sulla quale siede e, come iniziativa minima, prendere la decisione di autosospendersi fino a che la sua compagna di partito, la procuratrice generale Beatrice Pillaud che conduce l’inchiesta, non la convocherà. Meglio sarebbe se, cautelativamente, dopo essersi autoaccusato di non aver fatto controlli in quel locale per cinque anni, si dimettesse. Ha detto anche che «fino a fine mandato non abbandonerò la nave in piena tempesta». È vero che il capitano di una nave deve essere l’ultimo ad abbandonarla (non come fece Schettino) ma lei non è capitano di una nave, è sindaco di un comune e a lei, più che uno Schettino, sarebbe richiesto uno scattino della sua coscienza tale da portare le sue terga a casa sua.
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La Banca centrale austriaca invoca interventi di Francoforte per mitigare l’impatto sulle esportazioni, ma la moneta Usa è tenuta sopravvalutata dalla finanza. Powell sfida Donald: la Fed lascia i tassi invariati.
Panico nelle cancellerie del Nord Europa, dopo che martedì l’euro ha raggiunto un massimo sul dollaro a oltre 1,2, un valore che non si vedeva dal giugno 2021.
Il dollaro è sceso rispetto a tutte le principali valute e martedì il Dollar index, cioè il rapporto tra il dollaro americano e un paniere di valute, è calato a 96, ai minimi dal febbraio 2022. L’oro è volato verso un nuovo record, oltre 5.300 dollari l’oncia.
Ieri il governatore della banca centrale austriaca Martin Kocher ha detto che la Bce dovrà considerare un nuovo taglio dei tassi se l’euro salisse ancora: «Un euro più forte ridurrebbe i prezzi delle importazioni e comprometterebbe la competitività rispetto ai concorrenti statunitensi», ha affermato. Gustosa inversione: dopo avere magnificato per anni le doti di una moneta forte, all’improvviso gli stessi invocano la tanto deprecata svalutazione competitiva. Un dollaro debole svantaggerebbe le esportazioni europee ed è per questo che a Berlino e Francoforte suona l’allarme, poiché la vocazione all’export dell’eurozona resta e a Berlino non pensano ad altro, come dimostra l’accordo appena siglato tra Ue e India.
Donald Trump ha esultato per la performance della valuta americana («Penso che il dollaro stia andando alla grande», ha detto) e ha dichiarato di non essere preoccupato per il calo della valuta. Il presidente americano ha affermato di avere discusso per anni inutilmente con Cina e Giappone per evitare che questi svalutassero la loro moneta e che ora il dollaro «sta cercando il proprio livello». Tradotto: chi manipola il cambio per avvantaggiarsi a danno del dollaro può farsi molto male. Un messaggio anche per l’euro e i suoi mandanti di Francoforte e Bruxelles. Ricordiamo ad esempio la svalutazione del 20% dell’euro sul dollaro tra il maggio 2021 e il settembre 2022.
A cosa è dovuta la debolezza attuale del dollaro? Certo non all’andamento dell’economia americana. Infatti, i dati Usa sulla crescita, in netto rialzo (Pil +4,4% nell’ultimo trimestre 2025, dopo il +3,8% del terzo trimestre, ben oltre le attese) hanno sorpreso gli economisti mainstream che per mesi hanno intonato il coro del disastro economico per via dei dazi e del One Big Beautiful Bill. Nonostante le Cassandre, l’inflazione Usa a gennaio è rimasta stabile al 2,7%.
Nella debolezza attuale del dollaro entra piuttosto la questione del «carry trade» con lo yen. I tassi di interesse giapponesi sono storicamente molto più bassi di quelli statunitensi, quindi i trader prendono in prestito yen e investono in dollari, intascando la differenza. Ma ora la Banca centrale giapponese sta alzando i tassi mentre la Fed li sta tagliando, il che chiude la forbice della convenienza. Dunque, qualcuno ha iniziato a vendere dollari e ricomprare yen, innescando il calo della valuta americana. Il carry trade yen-dollaro è in effetti enorme, così grande che una sua inversione repentina potrebbe causare più di qualche grattacapo.
La gran parte dei commentatori offre spiegazioni più o meno fantasiose sul calo del dollaro, insinuando che la politica di Trump inneschi sfiducia nel dollaro. Ad esempio, le tensioni con gli alleati sulla questione della Groenlandia spingerebbero l’Europa a spendere più euro in sistemi di difesa. Oppure, la politica estera fatta di dazi e interventi militari spingerebbe i gestori di fondi a diversificare in altre valute. O ancora, le mire di Trump sulla Fed rappresenterebbero una turbativa sui mercati che spingono a prendere le distanze dal dollaro.
Ma alla base, il dollaro è una moneta sopravvalutata, guardando alla parità del potere di acquisto. La sua forza è sostenuta da massicci afflussi di capitali verso la finanza statunitense, che sono la controparte strutturale del persistente deficit delle partite correnti degli Stati Uniti. Cioè, è la finanza a tenere alto il cambio. Questa è anche l’ipotesi di Stephen Miran, economista ora membro del Board della Fed, secondo cui il dollaro forte non è un vantaggio, ma un costo strutturale dell’egemonia americana.
Lo sforzo di Trump per riformare il sistema economico globale nel solco delle idee di Miran richiederà tempo. La ricetta dell’economista che sussurra a Trump prevede dazi, una svalutazione controllata, accordi internazionali sui cambi (sul modello del Plaza Accord del 1985). In più, Miran propone di rendere più costoso per il resto del mondo parcheggiare riserve in dollari, così da ridurne la domanda «artificiale» e alleggerire il peso che questo sistema scarica sull’economia reale americana.
Ieri, comunque, il dollaro ha recuperato terreno, dopo che il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno una politica monetaria forte e non interverranno assolutamente sui mercati valutari per sostenere lo yen. In serata poi, dopo tre riduzioni consecutive del costo del denaro, la Fed ha lasciato i tassi di interesse invariati tra il 3,50% e il 3,75%, affermando che l’inflazione e l’incertezza sulle prospettive economiche restano leggermente elevate. Stephen Miran e Christopher Waller hanno espresso dissenso sulla decisione. Il dollaro è risalito verso 1,19 dopo la notizia. Nonostante le pressioni di Trump, dunque, Powell tiene il punto e non abbassa i tassi, in una sfida sempre più dura.
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