
Va bene tutto. Va bene Beppe Sala che mischia la Shoah alle violenze dell’Ice. Vanno bene le lettere di Ultima generazione a Matteo Piantedosi, per chiedere la cacciata degli agenti americani dall’Italia. Vanno bene i moniti della Cei sull’ordine pubblico alle Olimpiadi. Però le filippiche sulla deriva autoritaria negli Usa, quelle no. Specie se la predica arriva dal pulpito del Corriere della Sera, il quotidiano delle liste di proscrizione dei «putiniani». E se la firma della ramanzina è di Mario Monti. L’uomo che, nel 2021, invocava «modalità meno democratiche nella somministrazione dell’informazione». E che ora, sfidando il senso della vergogna, paragona «certi tratti» dell’operato di Donald Trump «ad alcune caratteristiche che l’Italia per fortuna non ha più visto, dopo il regime fascista». Monti, forse il premier più detestato della storia d’Italia, fondatore di una Scelta civica più sciolta che scelta, che però adesso si mette a misurare, sondaggi alla mano, il calo dei consensi per il presidente. Lui se ne intende…
Va bene se i media utilizzano indiscrezioni di dubbia autenticità per alimentare dubbi sulla salute mentale del tycoon. E va bene se la stampa, che riprende i presunti scoop, declassa le smentite degli interessati a mere formalità. È successo ieri con Robert Fico: Politico ha scritto che sarebbe rimasto «scioccato» dallo «stato psicologico» di The Donald, incontrato lo scorso 17 gennaio a Mar-a-Lago. Il primo ministro slovacco ha negato di aver espresso considerazioni sul colloquio in Florida, eppure le testate nostrane sembravano aver già confezionato la diagnosi psichiatrica per l’inquilino della Casa Bianca. E va bene così. Basta non far finta che gli Stati Uniti, il Paese dei checks and balances, dei controlli e degli equilibri istituzionali, pianificati dai Padri fondatori apposta per evitare smottamenti autocratici, si siano testé trasformati in un feroce regime, senza più pesi e contrappesi.
Oltreoceano non esiste una magistratura? Funziona diversamente che da noi: i giudici federali e quelli della Corte Suprema sono nominati a vita dal presidente - qualunque presidente in carica, pure se è di sinistra - con ratifica del Senato; i procuratori sono eletti a suffragio universale; nei processi, la giuria popolare è la sola che ha la facoltà di interpretare i fatti ed emettere un verdetto; può piacere o non piacere, ma non stiamo parlando dell’Uganda di Idi Amin Dada. Prova ne sia che proprio Trump sta sudando freddo, mentre attende dalla Corte Suprema, benché di tendenza repubblicana, una sentenza sui dazi che potrebbe sbriciolare il caposaldo della sua politica economica.
Negli Stati Uniti, poi, esistono dei governatori. Quello del Minnesota è riuscito a imporre a The Donald una retromarcia almeno parziale sul dispiegamento dell’Ice. E c’è un Congresso: per inciso, Trump è l’unico presidente della storia americana a essere stato messo due volte in stato d’accusa. Vladimir Putin o Xi Jinping dormono sonni ben più tranquilli. Magari il tycoon li invidia; magari è matto sul serio; ma può fare ben poco per diventare come loro.
Non fingiamo nemmeno che negli Usa vada tutto bene. Ma non raccontiamoci che i problemi sono cominciati con il puzzone dal ciuffo giallo. I morti sotto la custodia dell’Ice esistevano già ai tempi di Barack Obama, il quale vanta il record di circa 3 milioni di stranieri espulsi. La censura sui social delle opinioni sgradite, oltre che delle notizie vere, era prassi sotto l’amministrazione di Joe Biden. Alla luce delle sue parole di cinque anni fa, Monti avrebbe approvato: c’era il Covid, eravamo «in guerra» e, dunque, la democrazia si poteva attenuare e le comunicazioni potevano essere «dosate dall’alto». Nessun pericolo autoritario, nessuna involuzione da prodromi del fascismo. Basta che il dittatore sia il buono, per rendere buona la dittatura.
L’ex premier, oltre ad attribuirle una «vocazione autoritaria» simile a quella di Trump, ieri invitava Giorgia Meloni a prendere le distanze dal leader statunitense. Ma siamo sicuri che l’alternativa sia più autenticamente democratica delle trame Maga?
Ai tempi in cui Monti era sulla cresta dell’onda, l’Europa - che egli elogiò in quanto «al riparo dal processo elettorale» - era quella delle cancelliere che telefonavano al Quirinale e dei golpetti, benedetti dai francotedeschi, per rimuovere Silvio Berlusconi. Oggi è quella che ha bisogno di evocare la guerra - il repertorio per conculcare le libertà non cambia: prima la guerra al virus, dopo la guerra alla Russia - per convincere i cittadini che il denaro che era proibito spendere per sanità e pensioni, invece, si può spendere per ingrossare il business dei grandi produttori di armi. E mentre invoca la corsa agli arsenali, l’Europa ne approfitta per prendere a picconate l’unico baluardo dell’equipollenza tra i membri dell’Unione: il requisito dell’unanimità nelle decisioni.
Ieri, l’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, ne ha fatto una questione di «rapidità»: «L’unanimità è utilizzata da alcuni come strumento di contrattazione e non è possibile che il veto di un Paese determini la politica di tutti gli altri». È giusto, allora, che il blocco dei Paesi più forti imponga sistematicamente le sue decisioni agli Stati meno ricchi e influenti? O che il pallino rimanga in mano alla Commissione, un organo lontano dai cittadini, in condizione di ignorare gli indirizzi del Parlamento eletto? Vogliamo fuggire dall’autoritarismo di Trump per battezzare una confederazione nella quale alcuni membri sono più uguali degli altri? È vero: la democrazia funziona a maggioranza, mica all’unanimità. Ma lo ha scritto anche Monti: il principio di maggioranza «non può essere invocato come attenuante alla sistematica distruzione dello Stato di diritto, in America e nel mondo, per fare posto alla prepotenza del più forte». Trenta e lode, professore.






