Il blocco navale si fa. Contro i turisti

Il governo rinuncia ai respingimenti e alla chiusura dei porti, quindi è disarmato di fronte agli sbarchi. L’unica soluzione è schierare una costosa flotta di navi quarantena per i migranti. Un pessimo spot. Come pure i bivacchi permessi ai clandestini nelle nostre città.

«Finché la barca va, lasciala andare» cantava Orietta Berti nel 1970. E al ministero dell’Interno devono aver pensato proprio al ritornello cinguettato dall’usignolo di Cavriago quando hanno varato il piano di accoglienza dei migranti. Non sapendo più dove mettere gli extracomunitari che sbarcano sulle nostre coste, ed essendo miseramente fallito ogni tentativo di rifilare i nuovi arrivati ad altri Paesi europei, al Viminale probabilmente si sono detti: finché riusciamo, lasciamoli al largo. Così ecco arrivare gli hotspot galleggianti, che dovranno sostituire gli hotspot sulla terra ferma ormai al collasso. In tutto dovrebbe trattarsi di cinque navi, per complessivi 3.500 posti letto, provviste di centro tamponi e di relativa assistenza sanitaria a bordo. Tanto per essere chiari fin da subito, non si tratta di un’imbarcazione tipo quella predisposta fuori dalle acque territoriali dal governo di Canberra. Ricordate? Ai primi arrivi dei profughi in cerca di asilo, gli australiani, invece di accoglierli aprendo i porti, li chiusero, schierando le navi militari e poi quelle attrezzate per l’accoglienza, ma sempre al largo. In pratica, l’operazione servì a dissuadere gli aspiranti rifugiati, perché l’ospitalità a distanza non era in alcun modo l’anticamera per il permesso di soggiorno, ma semmai per il foglio di via.

Certo, l’Australia non è l’Italia, sia per le distanze da percorrere, sia per i flussi migratori. Dunque, la fotocopia identica del piano adottato nel continente australe per contenere l’invasione di extracomunitari non è probabilmente possibile. Tuttavia, serve riconoscere che al Viminale non ci provano neanche. Anzi, con la collaborazione del ministro dei Trasporti, Enrico Giovannini, un economista allevato nella batteria dell’Ulivo, sono pronti alla politica dei porti aperti per tutti, il contrario di quello che servirebbe. Perché, come avvenne nella stagione fra l’estate del 2018 e quella del 2019, quando cioè il ministro dell’Interno era Matteo Salvini, il solo modo di ridurre gli sbarchi è evitare le partenze e questo è possibile se chi è pronto a salire su un gommone, sfidando le onde, sa che a poche miglia non c’è nessuna nave disposta a salvarlo e a traghettarlo verso le coste italiane. Invece di fare ciò che è necessario, al Viminale continuano a ripetere le filastrocche usate nel corso di quegli anni, ossia l’accoglienza diffusa, la distribuzione nei Paesi europei, i ricollocamenti e tutta l’altra serie di magiche soluzioni evocate nell’ultimo decennio senza che sia servito a nulla. Luciana Lamorgese dice che «servono concreti e solidi meccanismi di solidarietà, anche d’emergenza, sul modello di quelli previsti a Malta nel 2019». Si dà però il caso che l’intesa raggiunta a La Valletta non abbia mai funzionato, prova ne sia che i Paesi sottoscrittori del patto, vale a dire Francia, Germania, Portogallo e Irlanda, a ogni nuovo sbarco hanno continuato a fare orecchie da mercante, proprio come prima.

Risultato, per alleggerire la situazione ormai al tracollo in isole come Lampedusa, si schierano le navi. Non quelle militari, ma quelle da crociera. L’Azzurra, l’Allegra, l’Adriatico, la Splendid e la Excellence, che saranno dislocate lungo le coste siciliane e calabresi, pronte ad accogliere migliaia di persone.

Gli aspetti sorprendenti del piano messo a punto dal Viminale sono almeno tre. Il primo è che, mentre i nostri pescherecci sono presi a colpi di mitraglietta dalla Guardia costiera libica e le nostre imbarcazioni sono speronate da quelle turche che ormai la fanno da padrone nel mare di casa nostra, noi invece delle navi militari per difendere i pescatori, come fa Boris Johnson, mandiamo i traghetti per aiutare i migranti. E già questo diremmo che basta e avanza per far girare i cosiddetti. Secondo, al posto di prepararci alla stagione estiva e ad accogliere i turisti in modo da rilanciare un settore che vale miliardi di Pil, noi ci prepariamo ad accogliere gli extracomunitari, la maggior parte dei quali non sono in cerca di protezione internazionale, ma di fortuna nella nostra nazione. Infine, ultima nota incredibile, agli italiani si impongono il coprifuoco, il distanziamento, la quarantena appena si rientra dall’estero, mentre per gli immigrati non si chiude un occhio, ma tutti e due. Bastava dare uno sguardo nei giorni scorsi nelle principali città italiane, dove interi gruppi bivaccavano alla meglio per ripararsi dalla notte o dalla pioggia senza che nessuno si preoccupasse di nulla. Di certo non dell’accoglienza, ma neppure della diffusione del virus. Le regole, a quanto pare, sono per gli italiani, la libertà di ignorarle per tutti gli altri. Del resto, come cantava Orietta? «Finché la barca va, stai a guardare».

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