Dopo il blitz con droni degli ucraini aumenta la paura di ritorsioni russe
Volodymyr Zelensky (Ansa)
L’intelligence di Kiev ha colpito i bombardieri nucleari del Cremlino. Che ora si lecca le ferite ma studia la risposta.

Gli attacchi coordinati con droni lanciati dall’Ucraina contro le basi aeree strategiche della Russia hanno colpito duramente la capacità di Mosca di minacciare non solo Kiev, ma anche Paesi più lontani, come gli Stati Uniti e, più in generale, la Nato. Una parte significativa della flotta utilizzata per i raid missilistici sull’Ucraina – e fondamentale in uno scenario di conflitto nucleare – è stata danneggiata o annientata, determinando potenziali ripercussioni geostrategiche di ampio respiro.Il colpo inferto è stato di una durezza straordinaria. Non solo ha eluso le strutture di sicurezza del Cremlino, ma è riuscito a infiltrare una decina di camion lancia-droni nel cuore del territorio russo, a migliaia di chilometri dai confini: alcune delle incursioni hanno raggiunto persino la Siberia e le regioni prossime all’Artico. Ma, soprattutto, ha dimostrato quanto sia vulnerabile l’arsenale su cui Mosca fonda la propria capacità di confronto nucleare con gli Stati Uniti: la metà degli ottanta aerei strategici destinati a tali missioni è stata distrutta dalle fiamme. La sostituzione di questi velivoli richiederà almeno cinque anni e un investimento compreso tra i 4 e i 7 miliardi di euro. Secondo Kiev, più di 40 dei circa 100 Tupolev noti sarebbero stati danneggiati o eliminati.

Le valutazioni degli analisti open source, basate su immagini satellitari e filmati pubblicati online, parlano di almeno 14 aerei colpiti. Resta tuttavia incerta la quota di Tu-22 e Tu-95 effettivamente operativi prima dell’attacco. Nei raid è stato apparentemente distrutto anche un raro aereo Antonov, impiegato per il comando e il controllo aereo, una funzione cruciale nei conflitti moderni. Funzionari russi e blogger militari accusano la leadership del Cremlino per la mancata protezione delle infrastrutture militari dagli attacchi dei droni ucraini – una critica ricorrente lungo tutto il corso del conflitto, specie dopo i successi ottenuti da Kiev. Il deputato della Duma ed ex vicecomandante del Distretto Militare Meridionale, il tenente generale in pensione Andrei Gurulev – già noto per le sue dure critiche al ministero della Difesa e in seguito cacciato dal comitato Difesa della Duma – ha puntato il dito contro i servizi segreti russi, accusandoli di non aver garantito un’adeguata protezione delle basi aeree e di aver permesso l’avvicinamento indisturbato di camion sospetti agli obiettivi.

I milblogger russi denunciano da tempo l’inerzia dei vertici militari, accusati di trascurare la protezione delle installazioni strategiche: «Una fiducia eccessiva nella distanza geografica dall’Ucraina ha portato a trascurare la difesa di infrastrutture ritenute sicure, ma rivelatesi vulnerabili». Le critiche si sono concentrate in particolare sulla scelta di lasciare gli aerei strategici parcheggiati all’aperto, senza protezioni adeguate, esponendoli così ad attacchi devastanti. Già da tempo, a causa dei frequenti attacchi ucraini, Mosca ha trasferito buona parte della propria flotta in basi più remote, anche a migliaia di chilometri da Kiev. Domenica, tra gli obiettivi colpiti, figuravano installazioni situate fino a 4.800 chilometri dalla capitale ucraina, circostanza che mostra l’alto grado di pianificazione degli attacchi. Tale distanza complica le operazioni russe, costringendo gli aerei a lunghi voli e offrendo a Kiev e all’intelligence occidentale tempo utile per rilevare e anticipare le missioni.In tempi brevi, il Cremlino sarà costretto a rivedere modalità di impiego, protezione e dislocamento dei bombardieri superstiti. La Russia dovrà quindi destinare maggiori risorse alla difesa delle proprie infrastrutture strategiche e sebbene disponga di una rete di difesa aerea estesa, questa non è sufficiente a garantire una protezione capillare contro ogni tipo di minaccia, inclusi i piccoli droni a bassa velocità come quelli usati domenica.

I milblogger lamentano infine l’incapacità cronica dell’esercito russo di adattarsi al mutare dello scenario bellico, sottolineando come Mosca continui a ripetere gli stessi errori senza mai trarre insegnamento dagli attacchi subiti. Ora cresce l’apprensione per una possibile reazione del Cremlino. Secondo la dottrina militare russa, un attacco diretto contro basi strategiche può essere considerato un motivo sufficiente per autorizzare l’uso dell’arma nucleare contro l’Ucraina. I settori più intransigenti del potere russo invocano una risposta che affermi in modo inequivocabile la forza di Mosca. Tra le ipotesi, torna a essere presa in considerazione l’esplosione dimostrativa di un ordigno nucleare tattico nel Mar Nero oppure l’uso di una delle cosiddette «superarmi», termine introdotto per la prima volta dal presidente Vladimir Putin nel marzo 2018, riferendosi a una nuova classe di sistemi nucleari o militari avanzati considerati «inarrestabili» dalle attuali difese statunitensi ma forse sarebbe una scelta troppo forte anche per Putin. Nel frattempo, le frange più radicali del nazionalismo russo, ben radicate negli ambienti del Cremlino, rifiutano l’idea che un’operazione tanto complessa sia stata concepita e portata a termine solo da Kiev.

A loro avviso, dietro ci sarebbe il coinvolgimento diretto del Regno Unito e delle repubbliche baltiche: un’aggressione, sostengono, che porta la firma della Nato. In questo contesto riemerge un precedente ben noto: nella storia recente russa, i gravi fallimenti dell’intelligence sono spesso sfociati in purghe interne e destabilizzazioni dei servizi segreti – una dinamica già verificatasi dopo l’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, nel 2022.

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