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2023-04-10
La birra e la storia dei grandi marchi che furono italiani
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Il «Ciociaretto» in una pubblicità Peroni dei primi del Novecento.
Nei secoli della storia d’Italia si perde la prima traccia del consumo di birra tra le popolazioni della Penisola. Prove della conoscenza della bevanda bionda si hanno un po’ in tutte le civiltà dal Medio Oriente all’Europa Settentrionale. Si hanno tracce della produzione di birra nelle tombe di antiche civiltà che popolarono l’Italia settentrionale come il ritrovamento a Pombia (Novara) di un’urna contenente tracce di luppolo databile attorno al 560 aC. Anche in epoca romana la birra fu conosciuta e citata da diversi autori, anche se durante la dominazione capitolina la bevanda per eccellenza fu il vino. Le invasioni barbariche fecero tornare l’uso della birra importato dalle popolazioni germaniche, e la bevanda si radicò nuovamente in Italia (specie al Nord) nella produzione artigianale di piccoli laboratori o monasteri e abbazie. Si può con certezza affermare che dal punto di vista della concentrazione industriale la birra ebbe una spinta decisiva a partire dalla metà del secolo XIX con l’avvento delle macchine e lo sfruttamento della forza dell’acqua e del vapore. L’Italia seguì l’onda dei grandi birrifici del Nord Europa, spesso fondati da imprenditori provenienti dal vicino impero Austro-ungarico. E proprio da Oberberg-am-Inn (alta Austria) giunse a Brescia colui che è considerato il primo industriale della birra in Italia, Franz Xaver Wuhrer. Nel 1829 apriva nella città della Leonessa quello che è considerato il primo birrificio industriale del Paese. Il mastro birraio acquistò un’area in località Pallata nel cuore della città lombarda e iniziò la produzione con la ricetta importata dal paese natale, che fu riconosciuta e brevettata nel 1844. Con l’aiuto dei figli, in particolare Pietro senior, iniziò un’espansione che parve segnare il passo con la legge delle tariffe del 1887 che penalizzò fortemente il mercato delle materie prime agricole. Nonostante le difficoltà che portarono ad un momentaneo ridimensionamento della fabbrica, la Wuhrer sopravvisse e si espanse, passando anche indenne dalle forche caudine della Grande Guerra. Tra gli anni ’20 e ’40 il consolidamento, con la diversificazione della produzione che comprese allora anche i dadi vegetali e il lievito alimentare e l’acquisizione di piccoli birrifici a Roma e Firenze. Alla fine degli anni Trenta i dipendenti erano arrivati a 550, con 25.000 mq. di superficie produttiva. La Seconda guerra mondiale creò gravi danni agli stabilimenti, sia a Brescia che a Firenze, con la perdita quasi completa della vetreria di Brescia colpita dalle bombe alleate. La famiglia Wuhrer, ancora alla guida degli stabilimenti, approfittò della crescita seguita alla ricostruzione per allargare ulteriormente la capacità produttiva con stabilimenti radicati in tutta Italia, compreso il Sud con la fabbrica di Battipaglia. Il trend positivo, in Italia e all’estero (Medio Oriente compreso) tenne fino alla crisi della seconda metà degli anni Settanta. Dopo l’ingresso in società della famiglia Lucchini, seguirà quello del colosso alimentare francese Danone. Il tramonto definitivo del marchio storico e pioniere dell’industria italiana della birra giunse nei primi anni Ottanta quando entrò il gruppo Fiat con la finanziaria Ifil proprietaria di Peroni che inglobò il marchio bresciano e decise la chiusura degli storici stabilimenti.
Il fermento industriale a cavallo dei secoli XIX e XX investì anche il settore agroalimentare italiano. La birra divenne una bevanda di moda nei caffè della belle époque, e la domanda interna crebbe velocemente. Un esempio della rapida espansione del consumo di birra lo fornì l’Esposizione Internazionale di Milano del 1906. All’interno del Parco Sempione fu allestita una birreria che anticipava i tempi. In una struttura lignea che ricordava gli edifici del Nord Europa ad accogliere i visitatori all’ingresso era proprio una birreria allestita in “stile olandese”, locale che rappresentava una nuova tendenza che non tramonterà più.
Le birrerie industriali si moltiplicarono a cavallo dei due secoli, e quelle che erano nate precedentemente vissero una grande epoca espansiva. A Torino nel 1848 nasceva la birra Metzeger, presente in seguito nelle colonie italiane e assorbita definitivamente da Dreher nel 1970. Sempre nel capoluogo piemontese era nata nel 1845 la Caratsch, entrata negli anni nel gruppo veneto Pedavena e scomparsa nel 1969 dal mercato. Nella vicina Biella, per iniziativa di una famiglia di origini Walser, i Welf, nasceva una delle fabbriche di birra più pregiate e premiate d’Italia, la Menabrea, fondata nel 1846. Passata alla fine del secolo nelle mani del valdostano Jean-Joseph Menabrea e quindi alla famiglia delle eredi in linea femminile, i Thedy, entra nel 1991 nell’orbita del marchio altoatesino Forst. In Lombardia, nello stesso anno nasceva a Vigevano (Pavia) uno dei marchi più consolidati al mondo della birra made in Italy, La Peroni. Fondata dall’ex pastaio del novarese Francesco Peroni, la fabbrica rimase sotto il controllo della famiglia fino alla morte del nipote del fondatore nel 1976. Tramite un accordo con la società per la produzione del ghiaccio a Roma, il marchio lombardo si stabilì nella capitale e si espanse fino ad inglobare un buon numero di birrifici del centro e del Sud Italia tra i quali lo storico marchio Raffo di Taranto. Proprio in Puglia Peroni partecipò allo sviluppo occupazionale del meridione con l’apertura dello stabilimento di Bari, facendo saldamente del marchio lombardo il primo produttore italiano. Le acquisizioni riguardarono anche il Nord, con l’assorbimento di Pilsen a Padova e della Dormisch di Udine, diretta concorrente della Moretti. Del 1963 è la nascita di uno dei marchi più famosi della birra italiana nel mondo, la Nastro Azzurro, voluto da Peroni per la celebrazione del trentennale del record di velocità del transatlantico Rex. Tra gli anni ’70 e ’80 il marchio lombardo visse un periodo di razionalizzazione degli impianti e della produzione, con la chiusura di stabilimenti a Napoli e in seguito a Udine. La politica aggressiva delle grandi multinazionali della birra coinvolse Peroni nel decennio successivo quando fu assorbita dal gruppo britannico SABMiller, che a sua volta per azione diretta dell’Antitrust cederà Peroni ai giapponesi del gruppo Asahi nel 2005.
Nel Nordest del Paese furono fondati marchi tra i più rilevanti nel panorama italiano ed europeo. Nella Trieste nel 1870, sotto il dominio asburgico, nacque la birra Dreher, già presente dal 1771 in forma artigianale e poi industriale in Austria e in Boemia. Grazie ad una serie di finanziamenti anche da parte della famiglia Rotschild il nipote del fondatore Anton Dreher espanse l’attività a Trieste dove rilevò un birrificio locale in difficoltà. Sconosciuta agli Italiani fino alla fine della Grande Guerra, uscì dal conflitto fortemente ridimensionata a causa dei prestiti che fu costretta a sottoscrivere per la casa imperialregia. Il nuovo mercato italiano ridiede vita al birrificio tra gli anni Trenta e Quaranta, che ebbe la possibilità di esportare i suoi prodotti (era specializzato nella lager, la birra a lenta fermentazione) nelle colonie d’Africa. Nel dopoguerra la Dreher seguì la crescita del Paese, espandendo la produzione nel Mezzogiorno con l’apertura di un grande stabilimento a Massafra, in provincia di Taranto. Nel 1974 passa sotto il controllo della Heineken del cui gruppo il marchio triestino è a oggi parte.
A Udine la birra si chiama Moretti. La bevanda del «baffo» nasce nel 1859 per iniziativa di Luigi Moretti, fabbricante di ghiaccio nella città allora parte dell’Impero Austro-ungarico. La produzione, inizialmente riservata ad una clientela locale, si espande con la belle époque grazie all’erede Lao Menazzi Moretti che è tra i primi ad usare in modo massivo l’uso della fotografia (sua l’immagine dell’uomo coi baffi) di cui è appassionato e delle strutture promozionali nelle Esposizioni (famoso fu lo stand a forma di boccale). La storia del marchio vedrà una forte espansione soprattutto nel secondo dopoguerra, interessando zone del Sud nell’attività produttiva a Popoli (Abruzzo) e Balvano (Potenza). Nel 1989 termina il controllo della famiglia e il marchio passa alla canadese Labatt per poi essere ceduto nuovamente alla Heineken che sposta la produzione nel 1992 a San Giorgio di Nogaro. Chiuso anche questo stabilimento dopo quelli del Sud, l’impianto fu rilevato dagli imprenditori che fondarono il marchio Birra Castello, fautori a loro volta del salvataggio della storica birra veneta Pedavena. Oggi la Moretti ha 4 stabilimenti attivi in Italia tra cui quello ex Dreher di Massafra.
Anche le colonie dell’Africa Orientale ebbero una fabbrica italiana di birra, che ancora oggi riecheggia tra i consumatori locali con il nome di Birra Asmara. Lo stabilimento era nato nel 1939 in Eritrea per iniziativa di un ingegnere, Luigi Melotti, chiamato a supervisionare i lavori stradali della colonia. La fabbrica include anche una vetreria per la produzione di bottiglie e di altri liquori destinati a tutte le zone del Corno d’Africa. Nel 1941 gli Inglesi occupano Asmara e Massawa ma il birrificio sopravvive grazie all’iniziativa della moglie di Melotti, Emma, che dopo la morte di Luigi proseguirà l’attività diventando il primo produttore della zona con una forte propensione all’export in Africa ma anche in Italia, dove risiede una stabile comunità eritrea. Il nome di Emma Melotti è legato alla sua residenza di Massawa, una splendida villa in stile coloniale con richiami arabeggianti purtroppo distrutta nei recenti conflitti che hanno sconvolto il Paese. La famiglia Melotti rimarrà alla guida dello stabilimento anche dopo l’annessione dell’Eritrea portata a termine nel 1974 da Hailé Selassié, mentre dovrà cedere per sempre dopo il colpo di stato del Derg, che nella politica di socializzazione delle aziende private procedette alla statalizzazione della fabbrica, il cui marchio sarà cambiato in Birra Asmara, per cancellare ogni traccia di italianità. Ma nei bar dell’Eritrea, se si vuole ordinare una birra locale, ancora oggi si deve chiedere «una Melotti!».
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Alla metà del secolo XIX la produzione della birra seguì gli sviluppi della rivoluzione industriale, soprattutto al Nord. La storia dei principali marchi storici italiani (e delle colonie) ancora oggi sul mercato ma controllati da multinazionali estere.Nei secoli della storia d’Italia si perde la prima traccia del consumo di birra tra le popolazioni della Penisola. Prove della conoscenza della bevanda bionda si hanno un po’ in tutte le civiltà dal Medio Oriente all’Europa Settentrionale. Si hanno tracce della produzione di birra nelle tombe di antiche civiltà che popolarono l’Italia settentrionale come il ritrovamento a Pombia (Novara) di un’urna contenente tracce di luppolo databile attorno al 560 aC. Anche in epoca romana la birra fu conosciuta e citata da diversi autori, anche se durante la dominazione capitolina la bevanda per eccellenza fu il vino. Le invasioni barbariche fecero tornare l’uso della birra importato dalle popolazioni germaniche, e la bevanda si radicò nuovamente in Italia (specie al Nord) nella produzione artigianale di piccoli laboratori o monasteri e abbazie. Si può con certezza affermare che dal punto di vista della concentrazione industriale la birra ebbe una spinta decisiva a partire dalla metà del secolo XIX con l’avvento delle macchine e lo sfruttamento della forza dell’acqua e del vapore. L’Italia seguì l’onda dei grandi birrifici del Nord Europa, spesso fondati da imprenditori provenienti dal vicino impero Austro-ungarico. E proprio da Oberberg-am-Inn (alta Austria) giunse a Brescia colui che è considerato il primo industriale della birra in Italia, Franz Xaver Wuhrer. Nel 1829 apriva nella città della Leonessa quello che è considerato il primo birrificio industriale del Paese. Il mastro birraio acquistò un’area in località Pallata nel cuore della città lombarda e iniziò la produzione con la ricetta importata dal paese natale, che fu riconosciuta e brevettata nel 1844. Con l’aiuto dei figli, in particolare Pietro senior, iniziò un’espansione che parve segnare il passo con la legge delle tariffe del 1887 che penalizzò fortemente il mercato delle materie prime agricole. Nonostante le difficoltà che portarono ad un momentaneo ridimensionamento della fabbrica, la Wuhrer sopravvisse e si espanse, passando anche indenne dalle forche caudine della Grande Guerra. Tra gli anni ’20 e ’40 il consolidamento, con la diversificazione della produzione che comprese allora anche i dadi vegetali e il lievito alimentare e l’acquisizione di piccoli birrifici a Roma e Firenze. Alla fine degli anni Trenta i dipendenti erano arrivati a 550, con 25.000 mq. di superficie produttiva. La Seconda guerra mondiale creò gravi danni agli stabilimenti, sia a Brescia che a Firenze, con la perdita quasi completa della vetreria di Brescia colpita dalle bombe alleate. La famiglia Wuhrer, ancora alla guida degli stabilimenti, approfittò della crescita seguita alla ricostruzione per allargare ulteriormente la capacità produttiva con stabilimenti radicati in tutta Italia, compreso il Sud con la fabbrica di Battipaglia. Il trend positivo, in Italia e all’estero (Medio Oriente compreso) tenne fino alla crisi della seconda metà degli anni Settanta. Dopo l’ingresso in società della famiglia Lucchini, seguirà quello del colosso alimentare francese Danone. Il tramonto definitivo del marchio storico e pioniere dell’industria italiana della birra giunse nei primi anni Ottanta quando entrò il gruppo Fiat con la finanziaria Ifil proprietaria di Peroni che inglobò il marchio bresciano e decise la chiusura degli storici stabilimenti.Il fermento industriale a cavallo dei secoli XIX e XX investì anche il settore agroalimentare italiano. La birra divenne una bevanda di moda nei caffè della belle époque, e la domanda interna crebbe velocemente. Un esempio della rapida espansione del consumo di birra lo fornì l’Esposizione Internazionale di Milano del 1906. All’interno del Parco Sempione fu allestita una birreria che anticipava i tempi. In una struttura lignea che ricordava gli edifici del Nord Europa ad accogliere i visitatori all’ingresso era proprio una birreria allestita in “stile olandese”, locale che rappresentava una nuova tendenza che non tramonterà più. Le birrerie industriali si moltiplicarono a cavallo dei due secoli, e quelle che erano nate precedentemente vissero una grande epoca espansiva. A Torino nel 1848 nasceva la birra Metzeger, presente in seguito nelle colonie italiane e assorbita definitivamente da Dreher nel 1970. Sempre nel capoluogo piemontese era nata nel 1845 la Caratsch, entrata negli anni nel gruppo veneto Pedavena e scomparsa nel 1969 dal mercato. Nella vicina Biella, per iniziativa di una famiglia di origini Walser, i Welf, nasceva una delle fabbriche di birra più pregiate e premiate d’Italia, la Menabrea, fondata nel 1846. Passata alla fine del secolo nelle mani del valdostano Jean-Joseph Menabrea e quindi alla famiglia delle eredi in linea femminile, i Thedy, entra nel 1991 nell’orbita del marchio altoatesino Forst. In Lombardia, nello stesso anno nasceva a Vigevano (Pavia) uno dei marchi più consolidati al mondo della birra made in Italy, La Peroni. Fondata dall’ex pastaio del novarese Francesco Peroni, la fabbrica rimase sotto il controllo della famiglia fino alla morte del nipote del fondatore nel 1976. Tramite un accordo con la società per la produzione del ghiaccio a Roma, il marchio lombardo si stabilì nella capitale e si espanse fino ad inglobare un buon numero di birrifici del centro e del Sud Italia tra i quali lo storico marchio Raffo di Taranto. Proprio in Puglia Peroni partecipò allo sviluppo occupazionale del meridione con l’apertura dello stabilimento di Bari, facendo saldamente del marchio lombardo il primo produttore italiano. Le acquisizioni riguardarono anche il Nord, con l’assorbimento di Pilsen a Padova e della Dormisch di Udine, diretta concorrente della Moretti. Del 1963 è la nascita di uno dei marchi più famosi della birra italiana nel mondo, la Nastro Azzurro, voluto da Peroni per la celebrazione del trentennale del record di velocità del transatlantico Rex. Tra gli anni ’70 e ’80 il marchio lombardo visse un periodo di razionalizzazione degli impianti e della produzione, con la chiusura di stabilimenti a Napoli e in seguito a Udine. La politica aggressiva delle grandi multinazionali della birra coinvolse Peroni nel decennio successivo quando fu assorbita dal gruppo britannico SABMiller, che a sua volta per azione diretta dell’Antitrust cederà Peroni ai giapponesi del gruppo Asahi nel 2005.Nel Nordest del Paese furono fondati marchi tra i più rilevanti nel panorama italiano ed europeo. Nella Trieste nel 1870, sotto il dominio asburgico, nacque la birra Dreher, già presente dal 1771 in forma artigianale e poi industriale in Austria e in Boemia. Grazie ad una serie di finanziamenti anche da parte della famiglia Rotschild il nipote del fondatore Anton Dreher espanse l’attività a Trieste dove rilevò un birrificio locale in difficoltà. Sconosciuta agli Italiani fino alla fine della Grande Guerra, uscì dal conflitto fortemente ridimensionata a causa dei prestiti che fu costretta a sottoscrivere per la casa imperialregia. Il nuovo mercato italiano ridiede vita al birrificio tra gli anni Trenta e Quaranta, che ebbe la possibilità di esportare i suoi prodotti (era specializzato nella lager, la birra a lenta fermentazione) nelle colonie d’Africa. Nel dopoguerra la Dreher seguì la crescita del Paese, espandendo la produzione nel Mezzogiorno con l’apertura di un grande stabilimento a Massafra, in provincia di Taranto. Nel 1974 passa sotto il controllo della Heineken del cui gruppo il marchio triestino è a oggi parte.A Udine la birra si chiama Moretti. La bevanda del «baffo» nasce nel 1859 per iniziativa di Luigi Moretti, fabbricante di ghiaccio nella città allora parte dell’Impero Austro-ungarico. La produzione, inizialmente riservata ad una clientela locale, si espande con la belle époque grazie all’erede Lao Menazzi Moretti che è tra i primi ad usare in modo massivo l’uso della fotografia (sua l’immagine dell’uomo coi baffi) di cui è appassionato e delle strutture promozionali nelle Esposizioni (famoso fu lo stand a forma di boccale). La storia del marchio vedrà una forte espansione soprattutto nel secondo dopoguerra, interessando zone del Sud nell’attività produttiva a Popoli (Abruzzo) e Balvano (Potenza). Nel 1989 termina il controllo della famiglia e il marchio passa alla canadese Labatt per poi essere ceduto nuovamente alla Heineken che sposta la produzione nel 1992 a San Giorgio di Nogaro. Chiuso anche questo stabilimento dopo quelli del Sud, l’impianto fu rilevato dagli imprenditori che fondarono il marchio Birra Castello, fautori a loro volta del salvataggio della storica birra veneta Pedavena. Oggi la Moretti ha 4 stabilimenti attivi in Italia tra cui quello ex Dreher di Massafra.Anche le colonie dell’Africa Orientale ebbero una fabbrica italiana di birra, che ancora oggi riecheggia tra i consumatori locali con il nome di Birra Asmara. Lo stabilimento era nato nel 1939 in Eritrea per iniziativa di un ingegnere, Luigi Melotti, chiamato a supervisionare i lavori stradali della colonia. La fabbrica include anche una vetreria per la produzione di bottiglie e di altri liquori destinati a tutte le zone del Corno d’Africa. Nel 1941 gli Inglesi occupano Asmara e Massawa ma il birrificio sopravvive grazie all’iniziativa della moglie di Melotti, Emma, che dopo la morte di Luigi proseguirà l’attività diventando il primo produttore della zona con una forte propensione all’export in Africa ma anche in Italia, dove risiede una stabile comunità eritrea. Il nome di Emma Melotti è legato alla sua residenza di Massawa, una splendida villa in stile coloniale con richiami arabeggianti purtroppo distrutta nei recenti conflitti che hanno sconvolto il Paese. La famiglia Melotti rimarrà alla guida dello stabilimento anche dopo l’annessione dell’Eritrea portata a termine nel 1974 da Hailé Selassié, mentre dovrà cedere per sempre dopo il colpo di stato del Derg, che nella politica di socializzazione delle aziende private procedette alla statalizzazione della fabbrica, il cui marchio sarà cambiato in Birra Asmara, per cancellare ogni traccia di italianità. Ma nei bar dell’Eritrea, se si vuole ordinare una birra locale, ancora oggi si deve chiedere «una Melotti!».
Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
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L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 maggio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino spiega le conseguenze nel medio e lungo periodo di quello che sta accadendo in Iran.