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2023-04-10
La birra e la storia dei grandi marchi che furono italiani
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Il «Ciociaretto» in una pubblicità Peroni dei primi del Novecento.
Nei secoli della storia d’Italia si perde la prima traccia del consumo di birra tra le popolazioni della Penisola. Prove della conoscenza della bevanda bionda si hanno un po’ in tutte le civiltà dal Medio Oriente all’Europa Settentrionale. Si hanno tracce della produzione di birra nelle tombe di antiche civiltà che popolarono l’Italia settentrionale come il ritrovamento a Pombia (Novara) di un’urna contenente tracce di luppolo databile attorno al 560 aC. Anche in epoca romana la birra fu conosciuta e citata da diversi autori, anche se durante la dominazione capitolina la bevanda per eccellenza fu il vino. Le invasioni barbariche fecero tornare l’uso della birra importato dalle popolazioni germaniche, e la bevanda si radicò nuovamente in Italia (specie al Nord) nella produzione artigianale di piccoli laboratori o monasteri e abbazie. Si può con certezza affermare che dal punto di vista della concentrazione industriale la birra ebbe una spinta decisiva a partire dalla metà del secolo XIX con l’avvento delle macchine e lo sfruttamento della forza dell’acqua e del vapore. L’Italia seguì l’onda dei grandi birrifici del Nord Europa, spesso fondati da imprenditori provenienti dal vicino impero Austro-ungarico. E proprio da Oberberg-am-Inn (alta Austria) giunse a Brescia colui che è considerato il primo industriale della birra in Italia, Franz Xaver Wuhrer. Nel 1829 apriva nella città della Leonessa quello che è considerato il primo birrificio industriale del Paese. Il mastro birraio acquistò un’area in località Pallata nel cuore della città lombarda e iniziò la produzione con la ricetta importata dal paese natale, che fu riconosciuta e brevettata nel 1844. Con l’aiuto dei figli, in particolare Pietro senior, iniziò un’espansione che parve segnare il passo con la legge delle tariffe del 1887 che penalizzò fortemente il mercato delle materie prime agricole. Nonostante le difficoltà che portarono ad un momentaneo ridimensionamento della fabbrica, la Wuhrer sopravvisse e si espanse, passando anche indenne dalle forche caudine della Grande Guerra. Tra gli anni ’20 e ’40 il consolidamento, con la diversificazione della produzione che comprese allora anche i dadi vegetali e il lievito alimentare e l’acquisizione di piccoli birrifici a Roma e Firenze. Alla fine degli anni Trenta i dipendenti erano arrivati a 550, con 25.000 mq. di superficie produttiva. La Seconda guerra mondiale creò gravi danni agli stabilimenti, sia a Brescia che a Firenze, con la perdita quasi completa della vetreria di Brescia colpita dalle bombe alleate. La famiglia Wuhrer, ancora alla guida degli stabilimenti, approfittò della crescita seguita alla ricostruzione per allargare ulteriormente la capacità produttiva con stabilimenti radicati in tutta Italia, compreso il Sud con la fabbrica di Battipaglia. Il trend positivo, in Italia e all’estero (Medio Oriente compreso) tenne fino alla crisi della seconda metà degli anni Settanta. Dopo l’ingresso in società della famiglia Lucchini, seguirà quello del colosso alimentare francese Danone. Il tramonto definitivo del marchio storico e pioniere dell’industria italiana della birra giunse nei primi anni Ottanta quando entrò il gruppo Fiat con la finanziaria Ifil proprietaria di Peroni che inglobò il marchio bresciano e decise la chiusura degli storici stabilimenti.
Il fermento industriale a cavallo dei secoli XIX e XX investì anche il settore agroalimentare italiano. La birra divenne una bevanda di moda nei caffè della belle époque, e la domanda interna crebbe velocemente. Un esempio della rapida espansione del consumo di birra lo fornì l’Esposizione Internazionale di Milano del 1906. All’interno del Parco Sempione fu allestita una birreria che anticipava i tempi. In una struttura lignea che ricordava gli edifici del Nord Europa ad accogliere i visitatori all’ingresso era proprio una birreria allestita in “stile olandese”, locale che rappresentava una nuova tendenza che non tramonterà più.
Le birrerie industriali si moltiplicarono a cavallo dei due secoli, e quelle che erano nate precedentemente vissero una grande epoca espansiva. A Torino nel 1848 nasceva la birra Metzeger, presente in seguito nelle colonie italiane e assorbita definitivamente da Dreher nel 1970. Sempre nel capoluogo piemontese era nata nel 1845 la Caratsch, entrata negli anni nel gruppo veneto Pedavena e scomparsa nel 1969 dal mercato. Nella vicina Biella, per iniziativa di una famiglia di origini Walser, i Welf, nasceva una delle fabbriche di birra più pregiate e premiate d’Italia, la Menabrea, fondata nel 1846. Passata alla fine del secolo nelle mani del valdostano Jean-Joseph Menabrea e quindi alla famiglia delle eredi in linea femminile, i Thedy, entra nel 1991 nell’orbita del marchio altoatesino Forst. In Lombardia, nello stesso anno nasceva a Vigevano (Pavia) uno dei marchi più consolidati al mondo della birra made in Italy, La Peroni. Fondata dall’ex pastaio del novarese Francesco Peroni, la fabbrica rimase sotto il controllo della famiglia fino alla morte del nipote del fondatore nel 1976. Tramite un accordo con la società per la produzione del ghiaccio a Roma, il marchio lombardo si stabilì nella capitale e si espanse fino ad inglobare un buon numero di birrifici del centro e del Sud Italia tra i quali lo storico marchio Raffo di Taranto. Proprio in Puglia Peroni partecipò allo sviluppo occupazionale del meridione con l’apertura dello stabilimento di Bari, facendo saldamente del marchio lombardo il primo produttore italiano. Le acquisizioni riguardarono anche il Nord, con l’assorbimento di Pilsen a Padova e della Dormisch di Udine, diretta concorrente della Moretti. Del 1963 è la nascita di uno dei marchi più famosi della birra italiana nel mondo, la Nastro Azzurro, voluto da Peroni per la celebrazione del trentennale del record di velocità del transatlantico Rex. Tra gli anni ’70 e ’80 il marchio lombardo visse un periodo di razionalizzazione degli impianti e della produzione, con la chiusura di stabilimenti a Napoli e in seguito a Udine. La politica aggressiva delle grandi multinazionali della birra coinvolse Peroni nel decennio successivo quando fu assorbita dal gruppo britannico SABMiller, che a sua volta per azione diretta dell’Antitrust cederà Peroni ai giapponesi del gruppo Asahi nel 2005.
Nel Nordest del Paese furono fondati marchi tra i più rilevanti nel panorama italiano ed europeo. Nella Trieste nel 1870, sotto il dominio asburgico, nacque la birra Dreher, già presente dal 1771 in forma artigianale e poi industriale in Austria e in Boemia. Grazie ad una serie di finanziamenti anche da parte della famiglia Rotschild il nipote del fondatore Anton Dreher espanse l’attività a Trieste dove rilevò un birrificio locale in difficoltà. Sconosciuta agli Italiani fino alla fine della Grande Guerra, uscì dal conflitto fortemente ridimensionata a causa dei prestiti che fu costretta a sottoscrivere per la casa imperialregia. Il nuovo mercato italiano ridiede vita al birrificio tra gli anni Trenta e Quaranta, che ebbe la possibilità di esportare i suoi prodotti (era specializzato nella lager, la birra a lenta fermentazione) nelle colonie d’Africa. Nel dopoguerra la Dreher seguì la crescita del Paese, espandendo la produzione nel Mezzogiorno con l’apertura di un grande stabilimento a Massafra, in provincia di Taranto. Nel 1974 passa sotto il controllo della Heineken del cui gruppo il marchio triestino è a oggi parte.
A Udine la birra si chiama Moretti. La bevanda del «baffo» nasce nel 1859 per iniziativa di Luigi Moretti, fabbricante di ghiaccio nella città allora parte dell’Impero Austro-ungarico. La produzione, inizialmente riservata ad una clientela locale, si espande con la belle époque grazie all’erede Lao Menazzi Moretti che è tra i primi ad usare in modo massivo l’uso della fotografia (sua l’immagine dell’uomo coi baffi) di cui è appassionato e delle strutture promozionali nelle Esposizioni (famoso fu lo stand a forma di boccale). La storia del marchio vedrà una forte espansione soprattutto nel secondo dopoguerra, interessando zone del Sud nell’attività produttiva a Popoli (Abruzzo) e Balvano (Potenza). Nel 1989 termina il controllo della famiglia e il marchio passa alla canadese Labatt per poi essere ceduto nuovamente alla Heineken che sposta la produzione nel 1992 a San Giorgio di Nogaro. Chiuso anche questo stabilimento dopo quelli del Sud, l’impianto fu rilevato dagli imprenditori che fondarono il marchio Birra Castello, fautori a loro volta del salvataggio della storica birra veneta Pedavena. Oggi la Moretti ha 4 stabilimenti attivi in Italia tra cui quello ex Dreher di Massafra.
Anche le colonie dell’Africa Orientale ebbero una fabbrica italiana di birra, che ancora oggi riecheggia tra i consumatori locali con il nome di Birra Asmara. Lo stabilimento era nato nel 1939 in Eritrea per iniziativa di un ingegnere, Luigi Melotti, chiamato a supervisionare i lavori stradali della colonia. La fabbrica include anche una vetreria per la produzione di bottiglie e di altri liquori destinati a tutte le zone del Corno d’Africa. Nel 1941 gli Inglesi occupano Asmara e Massawa ma il birrificio sopravvive grazie all’iniziativa della moglie di Melotti, Emma, che dopo la morte di Luigi proseguirà l’attività diventando il primo produttore della zona con una forte propensione all’export in Africa ma anche in Italia, dove risiede una stabile comunità eritrea. Il nome di Emma Melotti è legato alla sua residenza di Massawa, una splendida villa in stile coloniale con richiami arabeggianti purtroppo distrutta nei recenti conflitti che hanno sconvolto il Paese. La famiglia Melotti rimarrà alla guida dello stabilimento anche dopo l’annessione dell’Eritrea portata a termine nel 1974 da Hailé Selassié, mentre dovrà cedere per sempre dopo il colpo di stato del Derg, che nella politica di socializzazione delle aziende private procedette alla statalizzazione della fabbrica, il cui marchio sarà cambiato in Birra Asmara, per cancellare ogni traccia di italianità. Ma nei bar dell’Eritrea, se si vuole ordinare una birra locale, ancora oggi si deve chiedere «una Melotti!».
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Alla metà del secolo XIX la produzione della birra seguì gli sviluppi della rivoluzione industriale, soprattutto al Nord. La storia dei principali marchi storici italiani (e delle colonie) ancora oggi sul mercato ma controllati da multinazionali estere.Nei secoli della storia d’Italia si perde la prima traccia del consumo di birra tra le popolazioni della Penisola. Prove della conoscenza della bevanda bionda si hanno un po’ in tutte le civiltà dal Medio Oriente all’Europa Settentrionale. Si hanno tracce della produzione di birra nelle tombe di antiche civiltà che popolarono l’Italia settentrionale come il ritrovamento a Pombia (Novara) di un’urna contenente tracce di luppolo databile attorno al 560 aC. Anche in epoca romana la birra fu conosciuta e citata da diversi autori, anche se durante la dominazione capitolina la bevanda per eccellenza fu il vino. Le invasioni barbariche fecero tornare l’uso della birra importato dalle popolazioni germaniche, e la bevanda si radicò nuovamente in Italia (specie al Nord) nella produzione artigianale di piccoli laboratori o monasteri e abbazie. Si può con certezza affermare che dal punto di vista della concentrazione industriale la birra ebbe una spinta decisiva a partire dalla metà del secolo XIX con l’avvento delle macchine e lo sfruttamento della forza dell’acqua e del vapore. L’Italia seguì l’onda dei grandi birrifici del Nord Europa, spesso fondati da imprenditori provenienti dal vicino impero Austro-ungarico. E proprio da Oberberg-am-Inn (alta Austria) giunse a Brescia colui che è considerato il primo industriale della birra in Italia, Franz Xaver Wuhrer. Nel 1829 apriva nella città della Leonessa quello che è considerato il primo birrificio industriale del Paese. Il mastro birraio acquistò un’area in località Pallata nel cuore della città lombarda e iniziò la produzione con la ricetta importata dal paese natale, che fu riconosciuta e brevettata nel 1844. Con l’aiuto dei figli, in particolare Pietro senior, iniziò un’espansione che parve segnare il passo con la legge delle tariffe del 1887 che penalizzò fortemente il mercato delle materie prime agricole. Nonostante le difficoltà che portarono ad un momentaneo ridimensionamento della fabbrica, la Wuhrer sopravvisse e si espanse, passando anche indenne dalle forche caudine della Grande Guerra. Tra gli anni ’20 e ’40 il consolidamento, con la diversificazione della produzione che comprese allora anche i dadi vegetali e il lievito alimentare e l’acquisizione di piccoli birrifici a Roma e Firenze. Alla fine degli anni Trenta i dipendenti erano arrivati a 550, con 25.000 mq. di superficie produttiva. La Seconda guerra mondiale creò gravi danni agli stabilimenti, sia a Brescia che a Firenze, con la perdita quasi completa della vetreria di Brescia colpita dalle bombe alleate. La famiglia Wuhrer, ancora alla guida degli stabilimenti, approfittò della crescita seguita alla ricostruzione per allargare ulteriormente la capacità produttiva con stabilimenti radicati in tutta Italia, compreso il Sud con la fabbrica di Battipaglia. Il trend positivo, in Italia e all’estero (Medio Oriente compreso) tenne fino alla crisi della seconda metà degli anni Settanta. Dopo l’ingresso in società della famiglia Lucchini, seguirà quello del colosso alimentare francese Danone. Il tramonto definitivo del marchio storico e pioniere dell’industria italiana della birra giunse nei primi anni Ottanta quando entrò il gruppo Fiat con la finanziaria Ifil proprietaria di Peroni che inglobò il marchio bresciano e decise la chiusura degli storici stabilimenti.Il fermento industriale a cavallo dei secoli XIX e XX investì anche il settore agroalimentare italiano. La birra divenne una bevanda di moda nei caffè della belle époque, e la domanda interna crebbe velocemente. Un esempio della rapida espansione del consumo di birra lo fornì l’Esposizione Internazionale di Milano del 1906. All’interno del Parco Sempione fu allestita una birreria che anticipava i tempi. In una struttura lignea che ricordava gli edifici del Nord Europa ad accogliere i visitatori all’ingresso era proprio una birreria allestita in “stile olandese”, locale che rappresentava una nuova tendenza che non tramonterà più. Le birrerie industriali si moltiplicarono a cavallo dei due secoli, e quelle che erano nate precedentemente vissero una grande epoca espansiva. A Torino nel 1848 nasceva la birra Metzeger, presente in seguito nelle colonie italiane e assorbita definitivamente da Dreher nel 1970. Sempre nel capoluogo piemontese era nata nel 1845 la Caratsch, entrata negli anni nel gruppo veneto Pedavena e scomparsa nel 1969 dal mercato. Nella vicina Biella, per iniziativa di una famiglia di origini Walser, i Welf, nasceva una delle fabbriche di birra più pregiate e premiate d’Italia, la Menabrea, fondata nel 1846. Passata alla fine del secolo nelle mani del valdostano Jean-Joseph Menabrea e quindi alla famiglia delle eredi in linea femminile, i Thedy, entra nel 1991 nell’orbita del marchio altoatesino Forst. In Lombardia, nello stesso anno nasceva a Vigevano (Pavia) uno dei marchi più consolidati al mondo della birra made in Italy, La Peroni. Fondata dall’ex pastaio del novarese Francesco Peroni, la fabbrica rimase sotto il controllo della famiglia fino alla morte del nipote del fondatore nel 1976. Tramite un accordo con la società per la produzione del ghiaccio a Roma, il marchio lombardo si stabilì nella capitale e si espanse fino ad inglobare un buon numero di birrifici del centro e del Sud Italia tra i quali lo storico marchio Raffo di Taranto. Proprio in Puglia Peroni partecipò allo sviluppo occupazionale del meridione con l’apertura dello stabilimento di Bari, facendo saldamente del marchio lombardo il primo produttore italiano. Le acquisizioni riguardarono anche il Nord, con l’assorbimento di Pilsen a Padova e della Dormisch di Udine, diretta concorrente della Moretti. Del 1963 è la nascita di uno dei marchi più famosi della birra italiana nel mondo, la Nastro Azzurro, voluto da Peroni per la celebrazione del trentennale del record di velocità del transatlantico Rex. Tra gli anni ’70 e ’80 il marchio lombardo visse un periodo di razionalizzazione degli impianti e della produzione, con la chiusura di stabilimenti a Napoli e in seguito a Udine. La politica aggressiva delle grandi multinazionali della birra coinvolse Peroni nel decennio successivo quando fu assorbita dal gruppo britannico SABMiller, che a sua volta per azione diretta dell’Antitrust cederà Peroni ai giapponesi del gruppo Asahi nel 2005.Nel Nordest del Paese furono fondati marchi tra i più rilevanti nel panorama italiano ed europeo. Nella Trieste nel 1870, sotto il dominio asburgico, nacque la birra Dreher, già presente dal 1771 in forma artigianale e poi industriale in Austria e in Boemia. Grazie ad una serie di finanziamenti anche da parte della famiglia Rotschild il nipote del fondatore Anton Dreher espanse l’attività a Trieste dove rilevò un birrificio locale in difficoltà. Sconosciuta agli Italiani fino alla fine della Grande Guerra, uscì dal conflitto fortemente ridimensionata a causa dei prestiti che fu costretta a sottoscrivere per la casa imperialregia. Il nuovo mercato italiano ridiede vita al birrificio tra gli anni Trenta e Quaranta, che ebbe la possibilità di esportare i suoi prodotti (era specializzato nella lager, la birra a lenta fermentazione) nelle colonie d’Africa. Nel dopoguerra la Dreher seguì la crescita del Paese, espandendo la produzione nel Mezzogiorno con l’apertura di un grande stabilimento a Massafra, in provincia di Taranto. Nel 1974 passa sotto il controllo della Heineken del cui gruppo il marchio triestino è a oggi parte.A Udine la birra si chiama Moretti. La bevanda del «baffo» nasce nel 1859 per iniziativa di Luigi Moretti, fabbricante di ghiaccio nella città allora parte dell’Impero Austro-ungarico. La produzione, inizialmente riservata ad una clientela locale, si espande con la belle époque grazie all’erede Lao Menazzi Moretti che è tra i primi ad usare in modo massivo l’uso della fotografia (sua l’immagine dell’uomo coi baffi) di cui è appassionato e delle strutture promozionali nelle Esposizioni (famoso fu lo stand a forma di boccale). La storia del marchio vedrà una forte espansione soprattutto nel secondo dopoguerra, interessando zone del Sud nell’attività produttiva a Popoli (Abruzzo) e Balvano (Potenza). Nel 1989 termina il controllo della famiglia e il marchio passa alla canadese Labatt per poi essere ceduto nuovamente alla Heineken che sposta la produzione nel 1992 a San Giorgio di Nogaro. Chiuso anche questo stabilimento dopo quelli del Sud, l’impianto fu rilevato dagli imprenditori che fondarono il marchio Birra Castello, fautori a loro volta del salvataggio della storica birra veneta Pedavena. Oggi la Moretti ha 4 stabilimenti attivi in Italia tra cui quello ex Dreher di Massafra.Anche le colonie dell’Africa Orientale ebbero una fabbrica italiana di birra, che ancora oggi riecheggia tra i consumatori locali con il nome di Birra Asmara. Lo stabilimento era nato nel 1939 in Eritrea per iniziativa di un ingegnere, Luigi Melotti, chiamato a supervisionare i lavori stradali della colonia. La fabbrica include anche una vetreria per la produzione di bottiglie e di altri liquori destinati a tutte le zone del Corno d’Africa. Nel 1941 gli Inglesi occupano Asmara e Massawa ma il birrificio sopravvive grazie all’iniziativa della moglie di Melotti, Emma, che dopo la morte di Luigi proseguirà l’attività diventando il primo produttore della zona con una forte propensione all’export in Africa ma anche in Italia, dove risiede una stabile comunità eritrea. Il nome di Emma Melotti è legato alla sua residenza di Massawa, una splendida villa in stile coloniale con richiami arabeggianti purtroppo distrutta nei recenti conflitti che hanno sconvolto il Paese. La famiglia Melotti rimarrà alla guida dello stabilimento anche dopo l’annessione dell’Eritrea portata a termine nel 1974 da Hailé Selassié, mentre dovrà cedere per sempre dopo il colpo di stato del Derg, che nella politica di socializzazione delle aziende private procedette alla statalizzazione della fabbrica, il cui marchio sarà cambiato in Birra Asmara, per cancellare ogni traccia di italianità. Ma nei bar dell’Eritrea, se si vuole ordinare una birra locale, ancora oggi si deve chiedere «una Melotti!».
L'Aston Villa festeggia l'Europa League dopo aver vinto la finale contro il Friburgo (Ansa)
Quando in panchina siede (per modo di dire, visto che si è fatto tutta la partita in piedi) un allenatore che ha un rapporto privilegiato con una competizione come l’Europa League e un curriculum di altissimo livello, il risultato non può che essere uno solo: riportare l’Aston Villa sul tetto d’Europa dopo 44 anni. Allora, era il 1992, un altro calcio, un altro mondo, un altro tutto e la squadra di Birmingham sollevava al cielo di Rotterdam la Coppa dei Campioni battendo in finale il Bayern Monaco. Oggi, il trofeo non è la coppa dalle grandi orecchie, ma la pur sempre prestigiosa Uefa Europa League. Un titolo a cui Unai Emery è particolarmente affezionato e che nella sua personalissima bacheca ci è finito cinque volte. Dopo la tripletta consecutiva alla guida del Siviglia (2014, 2015, 2016) e il successo con il Villarreal nel 2021, l’allenatore spagnolo è riuscito a fare cinquina con l’Aston Villa. Parliamo di un tecnico che ha preso l’Aston Villa nell’ottobre del 2022 nei bassifondi della Premier League e l’ha portato a fine stagione alla qualificazione in Conference League, per poi centrare in quella successiva lo storico ritorno, dopo 41 anni, dei Villans in Champions.
La finale di Istanbul ha chiaramente espresso sul campo una differenza netta non solo tra le due squadre, ma anche tra il sempre più ricco e competitivo campionato inglese e quello tedesco, che eccezion fatta per lo strapotere del Bayern Monaco e qualche exploit di Borussia Dortmund, Eintracht Francoforte e Leverkusen, non è ancora all’altezza della situazione. È vero, probabilmente il Friburgo ha pagato a caro prezzo la poca, se non nulla, esperienza a questi livelli; mentre la squadra di Birmingham è già da qualche stagione che bazzica i palcoscenici più importanti d’Europa e ha tra le fila giocatori con un certo pedigree internazionale, a cominciare dal portiere Emiliano Martinez, campione del mondo con l’Argentina. Per non parlare poi della profondità di rosa, visto che Emery può permettersi il lusso di lasciare in panchina giocatori che sono transitati dalla Serie A o cercati dai nostri club, come l’ex juventino Douglas Luiz, l’ex Roma e Milan Tammy Abraham, Leon Bailey, che dopo una prima parte di stagione anonima in giallorosso ha deciso di tornare a Birmingham, o quel Jadon Sancho più volte cercato da Juventus e Roma e stasera campione d’Europa guardando l’intero match dalla panchina.
Il 3-0 racconta dunque un divario troppo netto tra la quarta in classifica della Premier e la settima della Bundesliga. L’approccio della squadra tedesca, almeno nei primi minuti, non era stato neppure timido. Il Friburgo aveva provato a partire con coraggio, cercando subito Matanovic e tentando di tenere il baricentro abbastanza alto. Ma è bastato poco per capire che il piano partita dell’Aston Villa fosse di tutt'altro tenore. Ogni recupero palla degli inglesi dava la sensazione di poter trasformarsi in una potenziale occasione da gol, soprattutto grazie alla qualità di Tielemans e alla capacità di Rogers di muoversi tra le linee. Proprio Rogers è stato uno dei grandi protagonisti della serata di Istanbul. Già nei primi minuti aveva impegnato Atubolu con un destro ben calibrato e per tutto il primo tempo è stato il giocatore che più ha creato problemi alla difesa tedesca. Il Friburgo, invece, ha vissuto soprattutto di iniziative isolate e dei tentativi di Vincenzo Grifo, italiano e capitano della squadra tedesca, di accendersi tra le linee. Spesso costretto ad abbassarsi per ricevere palloni giocabili, ha provato a dare ordine e fantasia a una squadra che però faticava tremendamente ad arrivare nell’ultimo terzo di campo con lucidità. La partita si è definitivamente indirizzata poco prima dell’intervallo. A rompere l’equilibrio è stato Tielemans, probabilmente il migliore in campo insieme a Rogers e Buendia. Il belga ha trovato il vantaggio con una conclusione al volo di grande qualità sugli sviluppi di un corner, premiando il momento migliore dei Villans. Da lì in avanti il Friburgo si è completamente disunito, accusando il colpo anche dal punto di vista mentale. Il 2-0 arrivato nei minuti di recupero del primo tempo, con il sinistro a giro di Buendia sotto l’incrocio, ha di fatto tolto ogni margine di rimonta alla squadra di Schuster. Nel secondo tempo l’Aston Villa ha fatto esattamente quello che serviva fare in una finale: controllo dei ritmi, gestione del possesso e ripartenze continue negli spazi lasciati dal Friburgo. Emery dalla panchina ha continuato a guidare ogni movimento dei suoi, chiedendo attenzione anche sul doppio vantaggio. Il terzo gol, firmato da Rogers dopo una bellissima azione sviluppata sulla destra, è stato la fotografia della differenza tecnica e atletica vista in campo per tutta la serata.
Da quel momento in poi, il Besiktas Park si è trasformato in una festa inglese. I tifosi del Villa hanno accompagnato gli ultimi minuti tra cori e bandiere, mentre il Friburgo ha lentamente accettato un risultato che non è mai sembrato realmente in discussione dopo l’intervallo. In tribuna, ad assistere al trionfo dei Villans, c’era anche il principe William, tifoso dichiarato dell’Aston Villa. Emery ha così potuto gestire le energie nel finale, inserendo giocatori di qualità ed esperienza come Douglas Luiz e Tyrone Mings a partita ormai chiusa. Per l’Aston Villa questo successo rappresenta molto più di una semplice vittoria europea. È la conferma definitiva del salto di dimensione compiuto dal club negli ultimi anni sotto la guida di Emery. Una squadra che fino a poco tempo fa lottava nelle zone basse della Premier oggi torna a vincere in Europa e lo fa mostrando solidità, qualità e una mentalità ormai da grande squadra. Per il Friburgo resta invece una finale storica raggiunta con merito, ma anche la sensazione di aver incontrato un avversario semplicemente superiore sotto ogni aspetto.
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La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.