True
2025-01-17
Biden sputa sui ricchi con cui ha mangiato
Joe Biden (Ansa)
Se c’è una cosa che non manca a Joe Biden, è la faccia tosta. Mercoledì, durante il suo discorso d’addio, il presidente americano ha dichiarato: «Oggi, in America sta prendendo forma un’oligarchia di ricchezza, potere e influenza estreme, che minaccia letteralmente l’intera democrazia, i nostri diritti e le nostre libertà fondamentali». Ora, che sia proprio un esponente del Partito democratico come Biden a denunciare il peso delle oligarchie nella politica statunitense, lascia abbastanza perplessi. È evidente che il suo bersaglio era Elon Musk, soprattutto a causa del sostegno da lui fornito a Donald Trump. Eppure le influenze politiche dei magnati, soprattutto di quelli legati al settore ipertecnologico, non nascono certo oggi.
Secondo il sito Open Secrets, alle elezioni del 2020 andarono ai dem il 94% dei contributi elettorali di Alphabet, il 92% di quelli di Facebook e l’85% di quelli di Amazon. Inoltre, sempre quell’anno, l’allora direttrice operativa di Facebook, Sheryl Sandberg, diede l’endorsement a Biden e a Kamala Harris. Era inoltre novembre 2020, quando Politico riportò che lo stesso Biden aveva assunto vari ex dirigenti del colosso di Menlo Park nel suo team di transizione presidenziale. Alcuni di essi sono poi entrati nell’amministrazione uscente. L’attuale capo dello staff della Casa Bianca, Jeff Zients, era stato nel board di Facebook dal 2018 al 2020. Nello stesso periodo lavorò nel colosso di Menlo Park anche Jessica Hertz che, per alcuni mesi del 2021, fu segretaria dello staff della Casa Bianca. Un altro caso è quello di Cynthia Hogan: lavorò nell’amministrazione Obama, passò poi in Apple, alla fine, entrò nel team elettorale di Biden. E che dire di Eric Schmidt, che sedette ai vertici di Alphabet tra il 2015 e il 2020? Non solo fu tra i finanziatori di Barack Obama ma, nel 2022, Politico rivelò che aveva avuto un «ruolo straordinario» all’interno dell’Office of science and technology policy dell’attuale Casa Bianca, occupandosi soprattutto di intelligenza artificiale.
E arriviamo così alla corsa elettorale di Kamala Harris, che ha avuto sostegno e finanziamenti da figure come il cofondatore di Linkedin, Reid Hoffman, e il presidente di Expedia, Barry Diller. Addirittura, questi due signori si erano permessi di auspicare pubblicamente che, in caso di vittoria, la Harris licenziasse Lina Khan, la direttrice della Federal trade commission a loro sgradita. Non solo. L’allora candidata dem ha ricevuto anche 50 milioni di dollari dal fondatore di Microsoft, Bill Gates, che secondo Bloomberg news, nel 2022 aveva esercitato pressioni sull’allora senatore dem, Joe Manchin, per far approvare la componente green dell’Inflation reduction act. E veniamo a George Soros, che ha finanziato alacremente le campagne di Obama, Hillary Clinton, Biden e della Harris. Ha inoltre criticato più volte apertamente le politiche di Trump. Senza trascurare che Patrick Gaspard, designato da Obama direttore per gli Affari politici della Casa Bianca, divenne poi presidente della Open society foundation.
Insomma, sentire Biden lamentarsi oggi delle oligarchie fa abbastanza ridere. I dem non solo hanno ricevuto milioni di dollari da miliardari spesso legati al settore ipertecnologico. Ma talvolta questi stessi miliardari hanno avuto voce in capitolo su questioni pubbliche, senza trascurare le porte girevoli tra le loro società e le amministrazioni dem. L’Asinello, a sua volta, non ha esitato a servirsi delle big tech come braccio armato delle proprie politiche. A ottobre 2020, nel pieno della campagna elettorale per le presidenziali di allora, Facebook e Twitter applicarono restrizioni alla condivisione dello scoop del New York Post su Hunter Biden. L’anno dopo, come ammesso dallo stesso Mark Zuckerberg, l’amministrazione Biden effettuò pressioni su Meta per censurare i contenuti sgraditi sul Covid. Senza trascurare il ruolo centrale che Twitter e Facebook giocarono, nel 2011, durante le cosiddette «primavere arabe»: sommovimenti che, alimentati principalmente dai Fratelli musulmani, avevano de facto ottenuto l’appoggio dell’amministrazione Obama.
Chi oggi si straccia le vesti per Musk, accusandolo di «interferenze» a ogni piè sospinto, dovrebbe ricordarsi prima di tutte queste cose. Ciò non vuol dire negare che il Ceo di Tesla abbia talvolta delle uscite o dei comportamenti politicamente controversi. Vuol dire semmai prendere atto di un fatto: e cioè che almeno lui, nelle sue posizioni, è totalmente trasparente, anche perché esterna direttamente in prima persona. Di contro, il Partito democratico americano ha operato per anni avvolto da un network opaco, in cui interessi pubblici e privati si mescolavano spesso nell’ombra tra finanziamenti, pressioni e porte girevoli. Infine andrebbe ricordato che i legami tra le aziende di Musk e gli apparati statunitensi risalgono ai tempi dell’amministrazione Obama. E che sono proseguiti sia con Trump sia con Biden. Vale anche la pena sottolineare che, secondo il New York Times, alle ultime elezioni, i dem hanno raccolto in totale 2,9 miliardi di dollari contro gli 1,8 miliardi rastrellati dai repubblicani. Ecco perché, di nuovo, ascoltare il presidente uscente lanciare l’allarme sulle oligarchie fa sorridere. Poi, se si vuole aprire un dibattito serio sul ruolo più o meno controverso dei grandi magnati nella politica d’Oltreatlantico, apriamolo pure. Ma sentirsi dire che il problema sarebbe soltanto Musk è chiaramente una posizione strumentale e ideologica. Se ci tiene tanto a denunciare le oligarchie, Biden farebbe bene a guardare innanzitutto in casa propria.
Rubio invece arringa i senatori Usa «Torniamo all’interesse nazionale»
I principi della politica estera di Donald Trump continuano a essere travisati. Adesso va di moda dire che, oltre a essere un «autoritario», il presidente in pectore sarebbe un «espansionista». Altri lo dipingono come «isolazionista», altri ancora come «pacifista». Nulla di tutto questo. Trump è un pragmatico con il senso della deterrenza. E ha capito che, piaccia o meno, sono ormai tornati in auge i meccanismi del realismo e della politica di potenza. Ecco perché, per avere una visione più chiara delle sue idee in materia internazionale, è utile guardare alle parole pronunciate mercoledì dal segretario di Stato americano in pectore, Marco Rubio, in apertura dell’audizione per la ratifica della sua nomina al Senato.
«Dal trionfalismo della fine della lunga Guerra fredda emerse un consenso bipartisan sul fatto che avevamo raggiunto “la fine della Storia”. Che tutte le nazioni della Terra sarebbero diventate membri della comunità democratica guidata dall’Occidente. Che una politica estera che serviva l’interesse nazionale poteva ora essere sostituita da una che serviva l’“ordine mondiale liberale”. E che tutta l’umanità era ora destinata ad abbandonare l’identità nazionale e che saremmo diventati “un’unica famiglia umana” e “cittadini del mondo”. Questa non era solo una fantasia; era una pericolosa illusione», ha dichiarato.
«Qui in America, e in molte delle economie avanzate in tutto il mondo, un impegno quasi religioso per il commercio libero e sfrenato a spese della nostra economia nazionale, ha ridotto la classe media, ha lasciato la classe operaia in crisi, ha fatto crollare la capacità industriale e ha spinto le catene di approvvigionamento cruciali nelle mani di avversari e rivali. Uno zelo irrazionale per la massima libertà di movimento delle persone ha portato a una storica crisi migratoria di massa qui in America e in tutto il mondo, che minaccia la stabilità delle società e dei governi», ha continuato, per poi proseguire: «A Mosca, Teheran e Pyongyang, i dittatori seminano caos e instabilità, alleandosi con e finanziando gruppi terroristici radicali. Poi si nascondono dietro il proprio potere di veto alle Nazioni Unite e dietro la minaccia di una guerra nucleare. L’ordine globale del dopoguerra non è solo obsoleto; ora è un’arma usata contro di noi». Rubio ha poi invocato una «politica estera incentrata sul nostro interesse nazionale», specificando che il potere americano «non è mai stato infinito» e che, ai tempi della prima amministrazione Trump, «la forza americana era un deterrente per i nostri avversari e ci dava una leva in diplomazia».
Insomma, le parole di Rubio rappresentano un commiato da quell’internazionalismo liberal che, pur promuovendo una crociata contro le autocrazie, ha finito poi paradossalmente col rafforzarle. L’ordine internazionale emerso dalla Guerra fredda è sempre più sfidato da varie potenze revisioniste. E l’America, dopo quattro anni di amministrazione Biden, ha perso la sua capacità di deterrenza. È quindi in questo quadro che vanno inserite le dichiarazioni di Rubio, al di là dei fanatismi da salotto e delle teorie bislacche alla Francis Fukuyama. «America first» non significa «isolazionismo» né «espansionismo»: significa prendere atto che il contesto internazionale è mutato. E che non sarà il manicheismo a salvare l’Occidente, ma un approccio diplomatico che, incentrato sulla salvaguardia dell’interesse nazionale, si riveli capace di dosare dialogo e deterrenza.
Continua a leggereRiduci
Nel suo discorso d’addio, il presidente uscente denuncia i rischi per la democrazia delle «oligarchie». Parla di Musk, dimenticando che, tra finanziamenti e porte girevoli, i dem sono sempre andati a braccetto con i potentati economici: da Soros a Gates a Big tech.Marco Rubio, il segretario di Stato designato: «L’ordine mondiale liberale? Un’illusione pericolosa»Lo speciale contiene due articoli.Se c’è una cosa che non manca a Joe Biden, è la faccia tosta. Mercoledì, durante il suo discorso d’addio, il presidente americano ha dichiarato: «Oggi, in America sta prendendo forma un’oligarchia di ricchezza, potere e influenza estreme, che minaccia letteralmente l’intera democrazia, i nostri diritti e le nostre libertà fondamentali». Ora, che sia proprio un esponente del Partito democratico come Biden a denunciare il peso delle oligarchie nella politica statunitense, lascia abbastanza perplessi. È evidente che il suo bersaglio era Elon Musk, soprattutto a causa del sostegno da lui fornito a Donald Trump. Eppure le influenze politiche dei magnati, soprattutto di quelli legati al settore ipertecnologico, non nascono certo oggi.Secondo il sito Open Secrets, alle elezioni del 2020 andarono ai dem il 94% dei contributi elettorali di Alphabet, il 92% di quelli di Facebook e l’85% di quelli di Amazon. Inoltre, sempre quell’anno, l’allora direttrice operativa di Facebook, Sheryl Sandberg, diede l’endorsement a Biden e a Kamala Harris. Era inoltre novembre 2020, quando Politico riportò che lo stesso Biden aveva assunto vari ex dirigenti del colosso di Menlo Park nel suo team di transizione presidenziale. Alcuni di essi sono poi entrati nell’amministrazione uscente. L’attuale capo dello staff della Casa Bianca, Jeff Zients, era stato nel board di Facebook dal 2018 al 2020. Nello stesso periodo lavorò nel colosso di Menlo Park anche Jessica Hertz che, per alcuni mesi del 2021, fu segretaria dello staff della Casa Bianca. Un altro caso è quello di Cynthia Hogan: lavorò nell’amministrazione Obama, passò poi in Apple, alla fine, entrò nel team elettorale di Biden. E che dire di Eric Schmidt, che sedette ai vertici di Alphabet tra il 2015 e il 2020? Non solo fu tra i finanziatori di Barack Obama ma, nel 2022, Politico rivelò che aveva avuto un «ruolo straordinario» all’interno dell’Office of science and technology policy dell’attuale Casa Bianca, occupandosi soprattutto di intelligenza artificiale.E arriviamo così alla corsa elettorale di Kamala Harris, che ha avuto sostegno e finanziamenti da figure come il cofondatore di Linkedin, Reid Hoffman, e il presidente di Expedia, Barry Diller. Addirittura, questi due signori si erano permessi di auspicare pubblicamente che, in caso di vittoria, la Harris licenziasse Lina Khan, la direttrice della Federal trade commission a loro sgradita. Non solo. L’allora candidata dem ha ricevuto anche 50 milioni di dollari dal fondatore di Microsoft, Bill Gates, che secondo Bloomberg news, nel 2022 aveva esercitato pressioni sull’allora senatore dem, Joe Manchin, per far approvare la componente green dell’Inflation reduction act. E veniamo a George Soros, che ha finanziato alacremente le campagne di Obama, Hillary Clinton, Biden e della Harris. Ha inoltre criticato più volte apertamente le politiche di Trump. Senza trascurare che Patrick Gaspard, designato da Obama direttore per gli Affari politici della Casa Bianca, divenne poi presidente della Open society foundation.Insomma, sentire Biden lamentarsi oggi delle oligarchie fa abbastanza ridere. I dem non solo hanno ricevuto milioni di dollari da miliardari spesso legati al settore ipertecnologico. Ma talvolta questi stessi miliardari hanno avuto voce in capitolo su questioni pubbliche, senza trascurare le porte girevoli tra le loro società e le amministrazioni dem. L’Asinello, a sua volta, non ha esitato a servirsi delle big tech come braccio armato delle proprie politiche. A ottobre 2020, nel pieno della campagna elettorale per le presidenziali di allora, Facebook e Twitter applicarono restrizioni alla condivisione dello scoop del New York Post su Hunter Biden. L’anno dopo, come ammesso dallo stesso Mark Zuckerberg, l’amministrazione Biden effettuò pressioni su Meta per censurare i contenuti sgraditi sul Covid. Senza trascurare il ruolo centrale che Twitter e Facebook giocarono, nel 2011, durante le cosiddette «primavere arabe»: sommovimenti che, alimentati principalmente dai Fratelli musulmani, avevano de facto ottenuto l’appoggio dell’amministrazione Obama.Chi oggi si straccia le vesti per Musk, accusandolo di «interferenze» a ogni piè sospinto, dovrebbe ricordarsi prima di tutte queste cose. Ciò non vuol dire negare che il Ceo di Tesla abbia talvolta delle uscite o dei comportamenti politicamente controversi. Vuol dire semmai prendere atto di un fatto: e cioè che almeno lui, nelle sue posizioni, è totalmente trasparente, anche perché esterna direttamente in prima persona. Di contro, il Partito democratico americano ha operato per anni avvolto da un network opaco, in cui interessi pubblici e privati si mescolavano spesso nell’ombra tra finanziamenti, pressioni e porte girevoli. Infine andrebbe ricordato che i legami tra le aziende di Musk e gli apparati statunitensi risalgono ai tempi dell’amministrazione Obama. E che sono proseguiti sia con Trump sia con Biden. Vale anche la pena sottolineare che, secondo il New York Times, alle ultime elezioni, i dem hanno raccolto in totale 2,9 miliardi di dollari contro gli 1,8 miliardi rastrellati dai repubblicani. Ecco perché, di nuovo, ascoltare il presidente uscente lanciare l’allarme sulle oligarchie fa sorridere. Poi, se si vuole aprire un dibattito serio sul ruolo più o meno controverso dei grandi magnati nella politica d’Oltreatlantico, apriamolo pure. Ma sentirsi dire che il problema sarebbe soltanto Musk è chiaramente una posizione strumentale e ideologica. Se ci tiene tanto a denunciare le oligarchie, Biden farebbe bene a guardare innanzitutto in casa propria.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-usa-2670876142.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="rubio-invece-arringa-i-senatori-usa-torniamo-allinteresse-nazionale" data-post-id="2670876142" data-published-at="1737125695" data-use-pagination="False"> Rubio invece arringa i senatori Usa «Torniamo all’interesse nazionale» I principi della politica estera di Donald Trump continuano a essere travisati. Adesso va di moda dire che, oltre a essere un «autoritario», il presidente in pectore sarebbe un «espansionista». Altri lo dipingono come «isolazionista», altri ancora come «pacifista». Nulla di tutto questo. Trump è un pragmatico con il senso della deterrenza. E ha capito che, piaccia o meno, sono ormai tornati in auge i meccanismi del realismo e della politica di potenza. Ecco perché, per avere una visione più chiara delle sue idee in materia internazionale, è utile guardare alle parole pronunciate mercoledì dal segretario di Stato americano in pectore, Marco Rubio, in apertura dell’audizione per la ratifica della sua nomina al Senato. «Dal trionfalismo della fine della lunga Guerra fredda emerse un consenso bipartisan sul fatto che avevamo raggiunto “la fine della Storia”. Che tutte le nazioni della Terra sarebbero diventate membri della comunità democratica guidata dall’Occidente. Che una politica estera che serviva l’interesse nazionale poteva ora essere sostituita da una che serviva l’“ordine mondiale liberale”. E che tutta l’umanità era ora destinata ad abbandonare l’identità nazionale e che saremmo diventati “un’unica famiglia umana” e “cittadini del mondo”. Questa non era solo una fantasia; era una pericolosa illusione», ha dichiarato. «Qui in America, e in molte delle economie avanzate in tutto il mondo, un impegno quasi religioso per il commercio libero e sfrenato a spese della nostra economia nazionale, ha ridotto la classe media, ha lasciato la classe operaia in crisi, ha fatto crollare la capacità industriale e ha spinto le catene di approvvigionamento cruciali nelle mani di avversari e rivali. Uno zelo irrazionale per la massima libertà di movimento delle persone ha portato a una storica crisi migratoria di massa qui in America e in tutto il mondo, che minaccia la stabilità delle società e dei governi», ha continuato, per poi proseguire: «A Mosca, Teheran e Pyongyang, i dittatori seminano caos e instabilità, alleandosi con e finanziando gruppi terroristici radicali. Poi si nascondono dietro il proprio potere di veto alle Nazioni Unite e dietro la minaccia di una guerra nucleare. L’ordine globale del dopoguerra non è solo obsoleto; ora è un’arma usata contro di noi». Rubio ha poi invocato una «politica estera incentrata sul nostro interesse nazionale», specificando che il potere americano «non è mai stato infinito» e che, ai tempi della prima amministrazione Trump, «la forza americana era un deterrente per i nostri avversari e ci dava una leva in diplomazia». Insomma, le parole di Rubio rappresentano un commiato da quell’internazionalismo liberal che, pur promuovendo una crociata contro le autocrazie, ha finito poi paradossalmente col rafforzarle. L’ordine internazionale emerso dalla Guerra fredda è sempre più sfidato da varie potenze revisioniste. E l’America, dopo quattro anni di amministrazione Biden, ha perso la sua capacità di deterrenza. È quindi in questo quadro che vanno inserite le dichiarazioni di Rubio, al di là dei fanatismi da salotto e delle teorie bislacche alla Francis Fukuyama. «America first» non significa «isolazionismo» né «espansionismo»: significa prendere atto che il contesto internazionale è mutato. E che non sarà il manicheismo a salvare l’Occidente, ma un approccio diplomatico che, incentrato sulla salvaguardia dell’interesse nazionale, si riveli capace di dosare dialogo e deterrenza.
iStock
L’indagine è nata dalle querele presentate dalle donne vittime di atti sessuali, subiti in occasione della consegna dei prodotti alimentari richiesti online tramite la piattaforma per cui l’uomo lavorava.
Dagli accertamenti è emerso che, l’8 febbraio scorso, il rider, utilizzando l’account di una terza persona, ha appoggiato la bicicletta e ha consegnato a una giovane donna due casse d’acqua all’ingresso dello stabile: a quel punto ha iniziato a palpeggiarle il seno e altre parti del corpo. In un primo momento la vittima è rimasta impietrita e incapace di reagire, poi è riuscita a divincolarsi, scappando nell’androne condominiale ed entrando in ascensore. Ma l’uomo non ha desistito e ha lasciato il condominio solo dopo qualche minuto in cui la ragazza è rimasta chiusa in ascensore.
Successivamente, il 13 febbraio, il rider ha effettuato una consegna all’interno di un palazzo e, con il pretesto di richiedere alla ragazza destinataria dell’ordine una recensione sul cellulare, si è avvicinato e le ha palpeggiato il seno con entrambe le mani. Anche il 16 marzo, sempre all’ingresso di un condominio, l’uomo, impugnando la busta contenente l’ordine, ha infilato la mano sinistra sotto al sacchetto e ha palpeggiato il seno della ragazza davanti a lui. Sono in corso accertamenti relativi ad almeno altri sette episodi, del tutto simili per modalità d’azione.
Le segnalazioni arrivate in merito al rider arrestato, oltre ad essere numerose, risalgono a episodi avvenuti almeno da maggio 2025, un periodo di tempo molto lungo. Per questo, le forze dell’ordine ritengono che i comportamenti penalmente rilevanti dell’uomo appaiano abituali e, pertanto, invitano eventuali altre vittime a farsi avanti e denuciare le molestie subite.
In Toscana, invece, sta per andare a processo un tentativo di stupro ai danni di una novantenne da parte di un tunisino di 59 anni, accoltellato da un familiare sessantaduenne della vittima.
L’incredibile episodio di violenza contro l’anziana è avvenuto a Montespertoli, tranquillo Comune di 13.000 abitanti immerso nelle campagne tra Firenze e Siena.
La vicenda risale alla prima metà dello scorso anno, quando, secondo quanto ricostruito dalle indagini, il tunisino, residente a Colle Val D’Elsa, in Provincia di Siena, aveva accesso all’abitazione della pensionata, dove lavorava come operaio, intento a effettuare alcuni lavori di ristrutturazione all’immobile nel quale viveva la donna. È in quel contesto che l’uomo, stando alla ricostruzione della Procura di Firenze, avrebbe abusato della novantenne. Secondo quanto riporta il quotidiano La Nazione, che cita alcuni virgolettati degli atti d’indagine, la violenza sarebbe consistita «nell’afferrarle la testa con entrambe le mani e nell’iniziare a baciarla sull’orecchio per poi spostarsi verso la bocca», nonché «nel palpeggiarle e stringerle al contempo il seno destro» e a costringerla a subire tali atti sessuali contro la propria volontà.
Venuto a conoscenza dello stupro, il nipote dell’anziana avrebbe affrontato l’operaio tunisino e, dopo aver gridato «cosa hai fatto alla nonna?», lo avrebbe colpito due volte al torace con un coltello lungo 18 centimetri, causandogli ferite guaribili in dieci giorni.
Naturalmente la rissa tra i due non è passata inosservata nella pacifica cittadina e ha portato all’intervento delle forze dell’ordine, dando il via a una doppia indagine da parte della Procura di Firenze, sia sull’accoltellamento che sullo stupro. Nei mesi scorsi il pubblico ministero titolare del fascicolo d’indagine ha chiesto il rinvio a giudizio per entrambi. Il nordafricano è accusato di violenza sessuale ai danni della novantenne, con l’aggravante di aver commesso il fatto approfittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la pubblica e la privata difesa, nonché con abuso di relazioni domestiche e di prestazioni d’opera.
Al nipote della donna, invece, dalla Procura viene contestata l’accusa di lesioni personali aggravate dall’utilizzo del coltello, considerato un’arma bianca. I due si incontreranno di nuovo durante l’udienza preliminare, fissata per il prossimo 7 ottobre presso il tribunale di Firenze. E quasi certamente dovranno affrontare un processo a tratti kafkiano, che potrebbe portare alla condanna di entrambi.
Continua a leggereRiduci
(iStock)
Non aveva alcuna intenzione di rapire la piccola, ma voleva soltanto allontanarla dal bordo del marciapiede. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Perugia ha rimesso in libertà il ventinovenne del Gambia, che nella serata di mercoledì aveva strappato dalle braccia della madre una bambina di appena cinque anni che si trovava alla stazione ferroviaria di Fontivegge, quartiere di Perugia. Nell’immediatezza dei fatti, il giovane, con diversi precedenti penali, è stato arrestato per tentato sequestro di persona aggravato. Ma, ieri mattina, al termine dell’udienza di convalida il gip ha rimesso in libertà l’uomo per mancanza di elementi «inequivocabili».
Da quanto era stato raccontato dalla donna, di origini aretine, lei si trovava con la bimba nel piazzale della stazione in attesa di prendere il pullman quando, all’improvviso, si è avvicinato il giovane gambiano che ha afferrato la piccola strappandola alla mamma. A quel punto la mamma ha iniziato a urlare e la bimba a piangere, mentre l’uomo si allontanava con lei. La mamma ha iniziato a inseguirlo, chiamando le forze dell’ordine che poi lo hanno bloccato. Quando gli agenti della Volante sono arrivati hanno trovato la bimba spaventata e in stato di choc. I poliziotti lo hanno bloccato e portato in Questura dove è stato identificato e portato in carcere. Nell’immediatezza dei fatti nei suoi confronti pendeva l’accusa di tentato rapimento di persona aggravato dall’età della vittima, trattandosi di una minore.
Gli inquirenti erano arrivati a questa ricostruzione della vicenda attraverso la visione delle immagini di videosorveglianza, ma anche analizzando il racconto della mamma della piccola e controllando il cellulare dell’uomo. Infatti, era stata proprio la madre della bimba a raccontare agli investigatori che l’uomo avrebbe continuato a infastidire la piccola scattandole diverse fotografie con il cellulare. Da quanto si è appreso, gli inquirenti hanno analizzato le foto presenti sul cellulare dell’arrestato. Ma, ieri mattina, è arrivata la decisione del gip che ha sorpreso un po’ tutti: il ventinovenne viene liberato perché, difatti, non avrebbe messo in atto alcun rapimento, ma avrebbe solo voluto spostarla dal marciapiede.
Il giudice per le indagini preliminari non ha convalidato l’arresto perché ha ritenuto che non si sia trattato di un tentato rapimento né di violenza privata. La Procura aveva chiesto che il reato venisse derubricato da tentato sequestro di persona a violenza privata. Il gip, invece, ha condiviso la ricostruzione della vicenda resa nota dal difensore dell’uomo, l’avvocato Luca Aiello, che ha riportato il racconto del gambiano: il giovane non avrebbe mai avuto alcuna intenzione di rapire la piccola, anzi si era accorto che la bimba stava giocando ai bordi del marciapiede e l’avrebbe presa per evitare che potesse farsi male. Per l’avvocato questa ricostruzione dell’accaduto troverebbe riscontro sia nelle immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza che nelle testimonianze delle persone che si trovavano in zona. Il legale ha insistito sul fatto che non si sia trattato di un rapimento perché dai frame delle telecamere si vede - è il racconto del difensore - il giovane gambiano non ha strappato dalle mani della mamma la bimba e anzi l’avrebbe subito riconsegnata al genitore.
L’arrestato ha risposto a tutte le domande del gip negando ogni accusa e ribadendo di averla presa solo per evitare che si potesse fare male. E ha riferito che cosa è successo: la mamma si sarebbe avvicinata allarmata e la bimba piangeva, la donna gli urlava contro e lui avrebbe preso il cellulare non per fotografare la piccola, bensì per riprendere la madre che lo «aggrediva» per avere in futuro, qualora fosse stato necessario, «una prova» proprio per dimostrare quello che era successo.
Da quanto si è appreso, la decisione del giudice per le indagini preliminari è stata presa proprio dopo un’attenta analisi di ogni frame di quei video. Il giovane (noto alle forze dell’ordine per diversi precedenti penali) è tornato subito in libertà, non essendo stato emesso nei suoi confronti alcun provvedimento. Non è escluso che la Questura possa valutare la sua posizione e a breve emettere un provvedimento di espulsione dall’Italia. Il ventinovenne, infatti, è stato più volte beccato dalle forze dell’ordine in giro ubriaco e «intento» a molestare le persone. Per tale motivo, era stato arrestato e condannato. In particolare, lo scorso mese di maggio il giovane gambiano è finito in manette per aver aggredito una passeggera alla stazione. Anzi, in quell’occasione, nelle concitate fasi dell’arresto, ferì un poliziotto causandogli una frattura al dito. Per questo episodio era stato condannato a un anno e quattro mesi, ma rimesso in libertà con obbligo di firma alla polizia giudiziaria. Ma il suo «curriculum» è più lungo: la scorsa settimana era stato denunciato perché minacciava con un bastone alcune persone sedute sui gradini del Duomo di Perugia e, sempre con il bastone, avrebbe colpito più volte il portone della Cattedrale. Infine, nei suoi confronti è stato emesso un Daspo urbano perché l’uomo è stato più volte trovato con oggetti «atti a offendere». Da ieri è tornato in libertà pure per il tentato sequestro della piccola. La decisione del gip ha indignato l’opinione pubblica. Da quanto si è appreso, anche la mamma della piccola è rimasta sorpresa dalla scarcerazione e si è detta molto preoccupata perché teme di poterlo nuovamente vedere in giro e mettere in pericolo la sua bambina.
Continua a leggereRiduci
La panzanella è una ricetta di recupero identitaria della Toscana, dove il pane raffermo è una sorta di rimedio per ogni occasione, che va fatta secondo regole precise. Noi ci siamo presi però la libertà di reinterpretarla per renderla ancora più semplice. Ma il risultato non cambia: è perfetta come spuntino per una cena estiva, va benissimo se ve la volete portare in spiaggia.
Ingredienti – 4 fette ampie di pane raffermo (meglio se è quello sciapo toscano, oppure un pugliese di Altamura), due pomodori costoluti o occhio di bue maturi, ma sodi (circa 250 gr), due cipollotti generosi meglio se rossi, due coste di sedano, due cucchiai abbondanti di olive taggiasche in conserva, alcune foglie di basilico, 8 cucchiai di olio extravergine di oliva, 2 cucchiai di aceto di vino bianco, sale e pepe qb.
Procedimento – Fate a cubetti le fette di pane e tostatele in padella in quattro cucchiai di olio extravergine di oliva. Fateli diventare belli croccanti. Nel frattempo fate a cubetti i pomodori, a fettine sottili le cipolle e il sedano. In una capace zuppiera mettete tutte le verdure, conditele con sale, pepe, olio extravergine, aceto (se piace) sale e pepe. Aggiungete le olive sgocciolate e mescolate bene. Quando il pane è bello croccante aggiungetelo alle verdure, rigirate e completate con le foglie di basilico sminuzzate.
Come far divertire i bambini – Date loro il compito di mescolare più e più volte la panzanella sbagliata.
Abbinamento – Per stare sulla costa toscana un ottimo Vermentino, oppure un Trebbiano o un Ansonica dell’Argentario. Altrimenti scegliete un qualsiasi bianco sapido e minerale italiano.
Continua a leggereRiduci