True
2025-01-17
Biden sputa sui ricchi con cui ha mangiato
Joe Biden (Ansa)
Se c’è una cosa che non manca a Joe Biden, è la faccia tosta. Mercoledì, durante il suo discorso d’addio, il presidente americano ha dichiarato: «Oggi, in America sta prendendo forma un’oligarchia di ricchezza, potere e influenza estreme, che minaccia letteralmente l’intera democrazia, i nostri diritti e le nostre libertà fondamentali». Ora, che sia proprio un esponente del Partito democratico come Biden a denunciare il peso delle oligarchie nella politica statunitense, lascia abbastanza perplessi. È evidente che il suo bersaglio era Elon Musk, soprattutto a causa del sostegno da lui fornito a Donald Trump. Eppure le influenze politiche dei magnati, soprattutto di quelli legati al settore ipertecnologico, non nascono certo oggi.
Secondo il sito Open Secrets, alle elezioni del 2020 andarono ai dem il 94% dei contributi elettorali di Alphabet, il 92% di quelli di Facebook e l’85% di quelli di Amazon. Inoltre, sempre quell’anno, l’allora direttrice operativa di Facebook, Sheryl Sandberg, diede l’endorsement a Biden e a Kamala Harris. Era inoltre novembre 2020, quando Politico riportò che lo stesso Biden aveva assunto vari ex dirigenti del colosso di Menlo Park nel suo team di transizione presidenziale. Alcuni di essi sono poi entrati nell’amministrazione uscente. L’attuale capo dello staff della Casa Bianca, Jeff Zients, era stato nel board di Facebook dal 2018 al 2020. Nello stesso periodo lavorò nel colosso di Menlo Park anche Jessica Hertz che, per alcuni mesi del 2021, fu segretaria dello staff della Casa Bianca. Un altro caso è quello di Cynthia Hogan: lavorò nell’amministrazione Obama, passò poi in Apple, alla fine, entrò nel team elettorale di Biden. E che dire di Eric Schmidt, che sedette ai vertici di Alphabet tra il 2015 e il 2020? Non solo fu tra i finanziatori di Barack Obama ma, nel 2022, Politico rivelò che aveva avuto un «ruolo straordinario» all’interno dell’Office of science and technology policy dell’attuale Casa Bianca, occupandosi soprattutto di intelligenza artificiale.
E arriviamo così alla corsa elettorale di Kamala Harris, che ha avuto sostegno e finanziamenti da figure come il cofondatore di Linkedin, Reid Hoffman, e il presidente di Expedia, Barry Diller. Addirittura, questi due signori si erano permessi di auspicare pubblicamente che, in caso di vittoria, la Harris licenziasse Lina Khan, la direttrice della Federal trade commission a loro sgradita. Non solo. L’allora candidata dem ha ricevuto anche 50 milioni di dollari dal fondatore di Microsoft, Bill Gates, che secondo Bloomberg news, nel 2022 aveva esercitato pressioni sull’allora senatore dem, Joe Manchin, per far approvare la componente green dell’Inflation reduction act. E veniamo a George Soros, che ha finanziato alacremente le campagne di Obama, Hillary Clinton, Biden e della Harris. Ha inoltre criticato più volte apertamente le politiche di Trump. Senza trascurare che Patrick Gaspard, designato da Obama direttore per gli Affari politici della Casa Bianca, divenne poi presidente della Open society foundation.
Insomma, sentire Biden lamentarsi oggi delle oligarchie fa abbastanza ridere. I dem non solo hanno ricevuto milioni di dollari da miliardari spesso legati al settore ipertecnologico. Ma talvolta questi stessi miliardari hanno avuto voce in capitolo su questioni pubbliche, senza trascurare le porte girevoli tra le loro società e le amministrazioni dem. L’Asinello, a sua volta, non ha esitato a servirsi delle big tech come braccio armato delle proprie politiche. A ottobre 2020, nel pieno della campagna elettorale per le presidenziali di allora, Facebook e Twitter applicarono restrizioni alla condivisione dello scoop del New York Post su Hunter Biden. L’anno dopo, come ammesso dallo stesso Mark Zuckerberg, l’amministrazione Biden effettuò pressioni su Meta per censurare i contenuti sgraditi sul Covid. Senza trascurare il ruolo centrale che Twitter e Facebook giocarono, nel 2011, durante le cosiddette «primavere arabe»: sommovimenti che, alimentati principalmente dai Fratelli musulmani, avevano de facto ottenuto l’appoggio dell’amministrazione Obama.
Chi oggi si straccia le vesti per Musk, accusandolo di «interferenze» a ogni piè sospinto, dovrebbe ricordarsi prima di tutte queste cose. Ciò non vuol dire negare che il Ceo di Tesla abbia talvolta delle uscite o dei comportamenti politicamente controversi. Vuol dire semmai prendere atto di un fatto: e cioè che almeno lui, nelle sue posizioni, è totalmente trasparente, anche perché esterna direttamente in prima persona. Di contro, il Partito democratico americano ha operato per anni avvolto da un network opaco, in cui interessi pubblici e privati si mescolavano spesso nell’ombra tra finanziamenti, pressioni e porte girevoli. Infine andrebbe ricordato che i legami tra le aziende di Musk e gli apparati statunitensi risalgono ai tempi dell’amministrazione Obama. E che sono proseguiti sia con Trump sia con Biden. Vale anche la pena sottolineare che, secondo il New York Times, alle ultime elezioni, i dem hanno raccolto in totale 2,9 miliardi di dollari contro gli 1,8 miliardi rastrellati dai repubblicani. Ecco perché, di nuovo, ascoltare il presidente uscente lanciare l’allarme sulle oligarchie fa sorridere. Poi, se si vuole aprire un dibattito serio sul ruolo più o meno controverso dei grandi magnati nella politica d’Oltreatlantico, apriamolo pure. Ma sentirsi dire che il problema sarebbe soltanto Musk è chiaramente una posizione strumentale e ideologica. Se ci tiene tanto a denunciare le oligarchie, Biden farebbe bene a guardare innanzitutto in casa propria.
Rubio invece arringa i senatori Usa «Torniamo all’interesse nazionale»
I principi della politica estera di Donald Trump continuano a essere travisati. Adesso va di moda dire che, oltre a essere un «autoritario», il presidente in pectore sarebbe un «espansionista». Altri lo dipingono come «isolazionista», altri ancora come «pacifista». Nulla di tutto questo. Trump è un pragmatico con il senso della deterrenza. E ha capito che, piaccia o meno, sono ormai tornati in auge i meccanismi del realismo e della politica di potenza. Ecco perché, per avere una visione più chiara delle sue idee in materia internazionale, è utile guardare alle parole pronunciate mercoledì dal segretario di Stato americano in pectore, Marco Rubio, in apertura dell’audizione per la ratifica della sua nomina al Senato.
«Dal trionfalismo della fine della lunga Guerra fredda emerse un consenso bipartisan sul fatto che avevamo raggiunto “la fine della Storia”. Che tutte le nazioni della Terra sarebbero diventate membri della comunità democratica guidata dall’Occidente. Che una politica estera che serviva l’interesse nazionale poteva ora essere sostituita da una che serviva l’“ordine mondiale liberale”. E che tutta l’umanità era ora destinata ad abbandonare l’identità nazionale e che saremmo diventati “un’unica famiglia umana” e “cittadini del mondo”. Questa non era solo una fantasia; era una pericolosa illusione», ha dichiarato.
«Qui in America, e in molte delle economie avanzate in tutto il mondo, un impegno quasi religioso per il commercio libero e sfrenato a spese della nostra economia nazionale, ha ridotto la classe media, ha lasciato la classe operaia in crisi, ha fatto crollare la capacità industriale e ha spinto le catene di approvvigionamento cruciali nelle mani di avversari e rivali. Uno zelo irrazionale per la massima libertà di movimento delle persone ha portato a una storica crisi migratoria di massa qui in America e in tutto il mondo, che minaccia la stabilità delle società e dei governi», ha continuato, per poi proseguire: «A Mosca, Teheran e Pyongyang, i dittatori seminano caos e instabilità, alleandosi con e finanziando gruppi terroristici radicali. Poi si nascondono dietro il proprio potere di veto alle Nazioni Unite e dietro la minaccia di una guerra nucleare. L’ordine globale del dopoguerra non è solo obsoleto; ora è un’arma usata contro di noi». Rubio ha poi invocato una «politica estera incentrata sul nostro interesse nazionale», specificando che il potere americano «non è mai stato infinito» e che, ai tempi della prima amministrazione Trump, «la forza americana era un deterrente per i nostri avversari e ci dava una leva in diplomazia».
Insomma, le parole di Rubio rappresentano un commiato da quell’internazionalismo liberal che, pur promuovendo una crociata contro le autocrazie, ha finito poi paradossalmente col rafforzarle. L’ordine internazionale emerso dalla Guerra fredda è sempre più sfidato da varie potenze revisioniste. E l’America, dopo quattro anni di amministrazione Biden, ha perso la sua capacità di deterrenza. È quindi in questo quadro che vanno inserite le dichiarazioni di Rubio, al di là dei fanatismi da salotto e delle teorie bislacche alla Francis Fukuyama. «America first» non significa «isolazionismo» né «espansionismo»: significa prendere atto che il contesto internazionale è mutato. E che non sarà il manicheismo a salvare l’Occidente, ma un approccio diplomatico che, incentrato sulla salvaguardia dell’interesse nazionale, si riveli capace di dosare dialogo e deterrenza.
Continua a leggereRiduci
Nel suo discorso d’addio, il presidente uscente denuncia i rischi per la democrazia delle «oligarchie». Parla di Musk, dimenticando che, tra finanziamenti e porte girevoli, i dem sono sempre andati a braccetto con i potentati economici: da Soros a Gates a Big tech.Marco Rubio, il segretario di Stato designato: «L’ordine mondiale liberale? Un’illusione pericolosa»Lo speciale contiene due articoli.Se c’è una cosa che non manca a Joe Biden, è la faccia tosta. Mercoledì, durante il suo discorso d’addio, il presidente americano ha dichiarato: «Oggi, in America sta prendendo forma un’oligarchia di ricchezza, potere e influenza estreme, che minaccia letteralmente l’intera democrazia, i nostri diritti e le nostre libertà fondamentali». Ora, che sia proprio un esponente del Partito democratico come Biden a denunciare il peso delle oligarchie nella politica statunitense, lascia abbastanza perplessi. È evidente che il suo bersaglio era Elon Musk, soprattutto a causa del sostegno da lui fornito a Donald Trump. Eppure le influenze politiche dei magnati, soprattutto di quelli legati al settore ipertecnologico, non nascono certo oggi.Secondo il sito Open Secrets, alle elezioni del 2020 andarono ai dem il 94% dei contributi elettorali di Alphabet, il 92% di quelli di Facebook e l’85% di quelli di Amazon. Inoltre, sempre quell’anno, l’allora direttrice operativa di Facebook, Sheryl Sandberg, diede l’endorsement a Biden e a Kamala Harris. Era inoltre novembre 2020, quando Politico riportò che lo stesso Biden aveva assunto vari ex dirigenti del colosso di Menlo Park nel suo team di transizione presidenziale. Alcuni di essi sono poi entrati nell’amministrazione uscente. L’attuale capo dello staff della Casa Bianca, Jeff Zients, era stato nel board di Facebook dal 2018 al 2020. Nello stesso periodo lavorò nel colosso di Menlo Park anche Jessica Hertz che, per alcuni mesi del 2021, fu segretaria dello staff della Casa Bianca. Un altro caso è quello di Cynthia Hogan: lavorò nell’amministrazione Obama, passò poi in Apple, alla fine, entrò nel team elettorale di Biden. E che dire di Eric Schmidt, che sedette ai vertici di Alphabet tra il 2015 e il 2020? Non solo fu tra i finanziatori di Barack Obama ma, nel 2022, Politico rivelò che aveva avuto un «ruolo straordinario» all’interno dell’Office of science and technology policy dell’attuale Casa Bianca, occupandosi soprattutto di intelligenza artificiale.E arriviamo così alla corsa elettorale di Kamala Harris, che ha avuto sostegno e finanziamenti da figure come il cofondatore di Linkedin, Reid Hoffman, e il presidente di Expedia, Barry Diller. Addirittura, questi due signori si erano permessi di auspicare pubblicamente che, in caso di vittoria, la Harris licenziasse Lina Khan, la direttrice della Federal trade commission a loro sgradita. Non solo. L’allora candidata dem ha ricevuto anche 50 milioni di dollari dal fondatore di Microsoft, Bill Gates, che secondo Bloomberg news, nel 2022 aveva esercitato pressioni sull’allora senatore dem, Joe Manchin, per far approvare la componente green dell’Inflation reduction act. E veniamo a George Soros, che ha finanziato alacremente le campagne di Obama, Hillary Clinton, Biden e della Harris. Ha inoltre criticato più volte apertamente le politiche di Trump. Senza trascurare che Patrick Gaspard, designato da Obama direttore per gli Affari politici della Casa Bianca, divenne poi presidente della Open society foundation.Insomma, sentire Biden lamentarsi oggi delle oligarchie fa abbastanza ridere. I dem non solo hanno ricevuto milioni di dollari da miliardari spesso legati al settore ipertecnologico. Ma talvolta questi stessi miliardari hanno avuto voce in capitolo su questioni pubbliche, senza trascurare le porte girevoli tra le loro società e le amministrazioni dem. L’Asinello, a sua volta, non ha esitato a servirsi delle big tech come braccio armato delle proprie politiche. A ottobre 2020, nel pieno della campagna elettorale per le presidenziali di allora, Facebook e Twitter applicarono restrizioni alla condivisione dello scoop del New York Post su Hunter Biden. L’anno dopo, come ammesso dallo stesso Mark Zuckerberg, l’amministrazione Biden effettuò pressioni su Meta per censurare i contenuti sgraditi sul Covid. Senza trascurare il ruolo centrale che Twitter e Facebook giocarono, nel 2011, durante le cosiddette «primavere arabe»: sommovimenti che, alimentati principalmente dai Fratelli musulmani, avevano de facto ottenuto l’appoggio dell’amministrazione Obama.Chi oggi si straccia le vesti per Musk, accusandolo di «interferenze» a ogni piè sospinto, dovrebbe ricordarsi prima di tutte queste cose. Ciò non vuol dire negare che il Ceo di Tesla abbia talvolta delle uscite o dei comportamenti politicamente controversi. Vuol dire semmai prendere atto di un fatto: e cioè che almeno lui, nelle sue posizioni, è totalmente trasparente, anche perché esterna direttamente in prima persona. Di contro, il Partito democratico americano ha operato per anni avvolto da un network opaco, in cui interessi pubblici e privati si mescolavano spesso nell’ombra tra finanziamenti, pressioni e porte girevoli. Infine andrebbe ricordato che i legami tra le aziende di Musk e gli apparati statunitensi risalgono ai tempi dell’amministrazione Obama. E che sono proseguiti sia con Trump sia con Biden. Vale anche la pena sottolineare che, secondo il New York Times, alle ultime elezioni, i dem hanno raccolto in totale 2,9 miliardi di dollari contro gli 1,8 miliardi rastrellati dai repubblicani. Ecco perché, di nuovo, ascoltare il presidente uscente lanciare l’allarme sulle oligarchie fa sorridere. Poi, se si vuole aprire un dibattito serio sul ruolo più o meno controverso dei grandi magnati nella politica d’Oltreatlantico, apriamolo pure. Ma sentirsi dire che il problema sarebbe soltanto Musk è chiaramente una posizione strumentale e ideologica. Se ci tiene tanto a denunciare le oligarchie, Biden farebbe bene a guardare innanzitutto in casa propria.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-usa-2670876142.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="rubio-invece-arringa-i-senatori-usa-torniamo-allinteresse-nazionale" data-post-id="2670876142" data-published-at="1737125695" data-use-pagination="False"> Rubio invece arringa i senatori Usa «Torniamo all’interesse nazionale» I principi della politica estera di Donald Trump continuano a essere travisati. Adesso va di moda dire che, oltre a essere un «autoritario», il presidente in pectore sarebbe un «espansionista». Altri lo dipingono come «isolazionista», altri ancora come «pacifista». Nulla di tutto questo. Trump è un pragmatico con il senso della deterrenza. E ha capito che, piaccia o meno, sono ormai tornati in auge i meccanismi del realismo e della politica di potenza. Ecco perché, per avere una visione più chiara delle sue idee in materia internazionale, è utile guardare alle parole pronunciate mercoledì dal segretario di Stato americano in pectore, Marco Rubio, in apertura dell’audizione per la ratifica della sua nomina al Senato. «Dal trionfalismo della fine della lunga Guerra fredda emerse un consenso bipartisan sul fatto che avevamo raggiunto “la fine della Storia”. Che tutte le nazioni della Terra sarebbero diventate membri della comunità democratica guidata dall’Occidente. Che una politica estera che serviva l’interesse nazionale poteva ora essere sostituita da una che serviva l’“ordine mondiale liberale”. E che tutta l’umanità era ora destinata ad abbandonare l’identità nazionale e che saremmo diventati “un’unica famiglia umana” e “cittadini del mondo”. Questa non era solo una fantasia; era una pericolosa illusione», ha dichiarato. «Qui in America, e in molte delle economie avanzate in tutto il mondo, un impegno quasi religioso per il commercio libero e sfrenato a spese della nostra economia nazionale, ha ridotto la classe media, ha lasciato la classe operaia in crisi, ha fatto crollare la capacità industriale e ha spinto le catene di approvvigionamento cruciali nelle mani di avversari e rivali. Uno zelo irrazionale per la massima libertà di movimento delle persone ha portato a una storica crisi migratoria di massa qui in America e in tutto il mondo, che minaccia la stabilità delle società e dei governi», ha continuato, per poi proseguire: «A Mosca, Teheran e Pyongyang, i dittatori seminano caos e instabilità, alleandosi con e finanziando gruppi terroristici radicali. Poi si nascondono dietro il proprio potere di veto alle Nazioni Unite e dietro la minaccia di una guerra nucleare. L’ordine globale del dopoguerra non è solo obsoleto; ora è un’arma usata contro di noi». Rubio ha poi invocato una «politica estera incentrata sul nostro interesse nazionale», specificando che il potere americano «non è mai stato infinito» e che, ai tempi della prima amministrazione Trump, «la forza americana era un deterrente per i nostri avversari e ci dava una leva in diplomazia». Insomma, le parole di Rubio rappresentano un commiato da quell’internazionalismo liberal che, pur promuovendo una crociata contro le autocrazie, ha finito poi paradossalmente col rafforzarle. L’ordine internazionale emerso dalla Guerra fredda è sempre più sfidato da varie potenze revisioniste. E l’America, dopo quattro anni di amministrazione Biden, ha perso la sua capacità di deterrenza. È quindi in questo quadro che vanno inserite le dichiarazioni di Rubio, al di là dei fanatismi da salotto e delle teorie bislacche alla Francis Fukuyama. «America first» non significa «isolazionismo» né «espansionismo»: significa prendere atto che il contesto internazionale è mutato. E che non sarà il manicheismo a salvare l’Occidente, ma un approccio diplomatico che, incentrato sulla salvaguardia dell’interesse nazionale, si riveli capace di dosare dialogo e deterrenza.
Alicia Keys ed Eros Ramazzotti sul palco del teatro Ariston (Ansa)
Serata più movimentata delle precedenti, merito di ospiti e conduttori. Grazie a Mogol, Ubaldo Pantani, Eros Ramazzotti e Alicia Keys trova ritmo e leggerezza.
Irina Shayk 6 di stima Alla conferenza stampa, in sottoveste bianca, dice di essere «femminista a modo mio». Sul palco, in abito lungo tutto trasparenze e pizzi, riesce a dire «Ciao Italia, ciao Sanremo». All’uscita successiva, in total black generoso di curve, presenta Sal Da Vinci… Ornamentale, come a una passerella. (La Pausini: «Sei un pezzo di ragazza»).
Gianluca Gazzoli 6,5 Giovani presentatori crescono. Cita la mamma e fa leva sui sentimenti, ma gestisce con eleganza le Giovani proposte. Professionale, impeccabile, un po’ patinato. Lo rivedremo.
Ubaldo Pantani 8 Lapo è un must, provato e riprovato, un mix di sfrontatezza e demenzialità stralunata, il violino diventa «l’ukulele da spalla». Gaffeur seriale. Sanremo, «la città dei fiordi». Alla Shayk: «Anche dal vivo ha un rendering eccezionale». Incontenibile.
Mogol 10 «Un monumento della musica italiana» in gran forma a 90 anni. Si merita la standing ovation dell’Ariston mentre scorrono le sue canzoni al Festival, sequenza di capolavori. E poi la playlist colonna sonora di intere generazioni. Non se la tira. Intramontabile.
Sal Da Vinci 8 Canta Per sempre sì. Inno all’amore e alla fedeltà coniugale, considerata obsoleta. Dopo Rossetto e caffè un altro brano tormentone di spudorata impronta popolare e neomelodica. La critica lo osteggia, lui avanza indomito e infiamma il teatro. Coraggioso.
Eros Ramazzotti e Alicia Keys 9 Adesso tu vinse il Festival quarant’anni fa ed è ancora una storia giovane ed Eros una presenza affidabile. Dopo l’inconveniente tecnico, duettano insieme sulle note di L’aurora. E lei improvvisa al pianoforte New York. Sorriso soul.
Virginia Raffaele 7 «Ciao Carlo, son passati solo dieci anni ed è cambiato tutto. Trump dava fuori di matto, tu presentavi Sanremo e in gara c’erano Arisa e Patty Pravo». Fulminante. Come il promo del nuovo film in uscita in coppia con Fabio De Luigi. Affiatati.
I pasdaran della sala stampa 4 Vogliono politicizzare a tutti i costi la kermesse. La presenza del premier, le donne cantanti discriminate, il pressing di Fratelli d’Italia. Vedono un Festival parallelo. Non accettano che Conti suoni uno spartito diverso dal solito mainstream. FantaSanremisti.
Continua a leggereRiduci
La fotografia del luogo, a Bujumbura, in Burundi, in cui nel 2014 sono state uccise tre suore (Ansa). Nel riquadro Olga Raschietti, una delle tre suore assassinate
Ma Harushimana non è solo un attivista internazionale per i diritti umani, viene indicato come uno stretto collaboratore del generale Adolphe Nshimirimana, il capo della polizia segreta del Burundi che tentò di diventare presidente e che fu ucciso in un attentato politico. Ora è accusato di aver avuto un ruolo nell’omicidio di tre suore saveriane della congregazione delle missionarie di Maria: Olga Raschietti, 83 anni, Lucia Pulici, 75, e Bernardetta Boggian, 79. Uccise a Kamenge, quartiere di Bujumbura. Alle prime due fu tagliata la gola nel pomeriggio del 7 settembre 2014. La terza, che era fuori sede durante il primo delitto, fu decapitata la notte seguente. Il capo, reciso, venne riposto accanto al corpo. Harushimana, per la Procura di Parma, sarebbe «istigatore» e «co-organizzatore» del triplice delitto.
Un caso per il quale il Burundi ritiene di aver fatto giustizia, arrestando e condannando pochi giorni dopo un uomo con problemi psichiatrici. Ora si scopre che sarebbe stato Harushimana, secondo l’accusa, a portare alle religiose la richiesta di aiutare le milizie burundesi in Congo e a incassare il loro rifiuto. Da qui la condanna a morte. Con tre ipotesi di movente: il rifiuto di collaborare con i ribelli; la decisione della direzione dei saveriani di affidare il Centro Giovani Kamenge, al quale affluivano ingenti risorse economiche, alla locale diocesi; un rito propiziatorio come buon auspicio per la candidatura del generale Nshimirimana a presidente della Repubblica. L’indagine era stata avviata nel 2014, dopo una relazione dall’ambasciata italiana di Kampala in Uganda, indirizzata alla Procura di Parma.
Il fascicolo contro ignoti venne definito con archiviazione nel 2015 per insussistenza della giurisdizione italiana. Nel maggio 2018 si apre una seconda fase. L’ambasciata di Kampala trasmette una nota: Harushimana, che aveva ottenuto un visto per l’Italia per partecipare a un corso di formazione legato a un incarico in una associazione di Parma, era stato menzionato durante le indagini sull’omicidio delle tre suore da un ex agente segreto che era stato allontanato dal Burundi e che si era arruolato in Somalia. In quella fase Harushimana venne sentito. Affermò che nei giorni del delitto si trovava lontano dal Burundi ed esibì copia del passaporto con timbri attestanti la presenza in un altro Stato. Anche questa indagine si chiuse con un’archiviazione. Il libro Nel cuore dei misteri della giornalista freelance Giusy Baioni e un articolo della Gazzetta di Parma con la cronaca della presentazione riscrivono la storia. Vengono acquisite dichiarazioni di alcune suore saveriane mai sentite in precedenza. Viene sentita anche la Baioni, che aveva verificato sul campo molti dettagli. «Quello che avevo ricostruito oggi viene confermato dalla Procura», conferma alla Verità la giornalista, che aggiunge: «Le testimonianze dicono che avrebbe partecipato a una riunione preparatoria, a un sopralluogo e avrebbe fornito supporto logistico». Gli esecutori sarebbero entrati nella missione saveriana travestiti da chierichetti o da coristi, accompagnati da Harushimana, presente alla riunione durante la quale sarebbe stata ideata l’esecuzione. «Molto attiva», racconta la Baioni, «è stata una radio locale che aveva raccolto importanti testimonianze e che in Burundi era molto contrastata».
Nel libro, spiega la giornalista, il nome di Harushimana «è uno di quelli che ritorna più frequentemente». Poi precisa: «Sulla stampa locale si è sempre dichiarato estraneo. Diverse fonti lo mettevano in contatto con la polizia segreta del Burundi. Raccoglieva fondi in diversi Paesi europei. Io non l’ho intervistato perché sapevo che si muoveva anche in Italia e avevo fatto dei calcoli rispetto al rischio». Proprio a Parma una delle associazioni per le quali Harushimana coordinava i progetti, ParmAlimenta, avrebbe incassato oltre 260.000 euro di fondi della Regione Emilia-Romagna. A sollevare il caso è Priamo Bocchi di Fratelli d’Italia: la Regione avrebbe destinato all’associazione 82.858 nel triennio 2018-2020 come contributi diretti; 146.346 euro tra il 2022 e il 2024 tramite il Comune di Parma con risorse regionali e 33.159 euro liquidati nel 2025 per il progetto «Nutrire il futuro», finalizzato alla lotta alla malnutrizione infantile in Burundi. «Harushimana ha collaborato con ParmAlimenta Burundi nel periodo 2016-2018 per un progetto di cooperazione nello stato africano», precisa ora il presidente di ParmAlimenta Gualtiero Ghirardi, aggiungendo: «Stante la sua presenza in Italia, nel 2022, con un contratto di collaborazione ha affiancato il direttore per un paio di mesi nella rendicontazione di un progetto. Poi abbiamo chiuso i rapporti con lui e non abbiamo più avuto sue notizie».
Nel 2015, però, il nome del cooperante era già finito sulle cronache. «Solo un anno prima», denuncia Bocchi, «Harushimana fu ricevuto da sindaco e assessori in municipio con tutti gli onori». E con interrogazioni e inviti al sindaco aveva richiamato l’attenzione su quel progetto che «visti i personaggi coinvolti», afferma l’esponente di Fdi, «rischiava di infangare l’immagine della città». È rimasto inascoltato.
Continua a leggereRiduci
Il cambio di paradigma arriva dall’Asia: la Gen Z cinese ha fatto del «pingti» (alternative economiche di alta qualità a marchi di lusso o brand occidentali famosi) un gesto identitario, spostando la domanda verso alternative locali. «Il consumatore cinese non ha smesso di comprare, ha smesso di comprare “occidentale” a ogni costo. Trovare l’alternativa locale di qualità è diventato un motivo d’orgoglio patriottico e di intelligenza finanziaria», osserva lo strategist. «Questo “orgoglio autarchico” sta mettendo in crisi il soft power di brand storici. Se un tempo il logo era uno status symbol, oggi per i giovani cinesi il vero status è non farsi “fregare” dai listini gonfiati delle multinazionali estere».
Sull’online europeo, Zalando viene da un 2025 disastroso e da un -45% circa in 12 mesi: la partita è difendere i margini contro l’ultra-fast asiatica e usare l’Ai per ridurre i resi. Nello sportswear, Adidas chiude il 2025 a 24,8 miliardi di euro di vendite e lancia un buyback da un miliardo; Puma entra nel radar di Anta (obiettivo 29%). «L’ingresso di Anta in Puma segna una nuova fase: i giganti cinesi non si accontentano più di dominare il mercato interno, ma usano i marchi europei in difficoltà come cavalli di Troia per la loro espansione globale», avverte Gaziano. «Nel frattempo, nel fast fashion, assistiamo alla fuga in avanti di Inditex (Zara), che sta riuscendo a “nobilitare” il proprio marchio alzando il posizionamento, mentre H&M resta incastrata in una guerra di margini contro la concorrenza spietata di realtà ultra-fast come Shein».
In Italia BasicNet (Kappa, K-Way, Superga) prova a reggere alzando il peso dell’heritage con Woolrich e Sundek. «Per sopravvivere nel 2026, l’abbigliamento accessibile dovrà offrire più del semplice “pronto moda”. Il divario tra chi riesce a mantenere un legame emotivo con il cliente e chi vende solo merce destinata a essere sostituita da un duplicato cinese è destinato ad ampliarsi ulteriormente», conclude l’esperto.
Continua a leggereRiduci