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2025-01-17
Biden sputa sui ricchi con cui ha mangiato
Joe Biden (Ansa)
Se c’è una cosa che non manca a Joe Biden, è la faccia tosta. Mercoledì, durante il suo discorso d’addio, il presidente americano ha dichiarato: «Oggi, in America sta prendendo forma un’oligarchia di ricchezza, potere e influenza estreme, che minaccia letteralmente l’intera democrazia, i nostri diritti e le nostre libertà fondamentali». Ora, che sia proprio un esponente del Partito democratico come Biden a denunciare il peso delle oligarchie nella politica statunitense, lascia abbastanza perplessi. È evidente che il suo bersaglio era Elon Musk, soprattutto a causa del sostegno da lui fornito a Donald Trump. Eppure le influenze politiche dei magnati, soprattutto di quelli legati al settore ipertecnologico, non nascono certo oggi.
Secondo il sito Open Secrets, alle elezioni del 2020 andarono ai dem il 94% dei contributi elettorali di Alphabet, il 92% di quelli di Facebook e l’85% di quelli di Amazon. Inoltre, sempre quell’anno, l’allora direttrice operativa di Facebook, Sheryl Sandberg, diede l’endorsement a Biden e a Kamala Harris. Era inoltre novembre 2020, quando Politico riportò che lo stesso Biden aveva assunto vari ex dirigenti del colosso di Menlo Park nel suo team di transizione presidenziale. Alcuni di essi sono poi entrati nell’amministrazione uscente. L’attuale capo dello staff della Casa Bianca, Jeff Zients, era stato nel board di Facebook dal 2018 al 2020. Nello stesso periodo lavorò nel colosso di Menlo Park anche Jessica Hertz che, per alcuni mesi del 2021, fu segretaria dello staff della Casa Bianca. Un altro caso è quello di Cynthia Hogan: lavorò nell’amministrazione Obama, passò poi in Apple, alla fine, entrò nel team elettorale di Biden. E che dire di Eric Schmidt, che sedette ai vertici di Alphabet tra il 2015 e il 2020? Non solo fu tra i finanziatori di Barack Obama ma, nel 2022, Politico rivelò che aveva avuto un «ruolo straordinario» all’interno dell’Office of science and technology policy dell’attuale Casa Bianca, occupandosi soprattutto di intelligenza artificiale.
E arriviamo così alla corsa elettorale di Kamala Harris, che ha avuto sostegno e finanziamenti da figure come il cofondatore di Linkedin, Reid Hoffman, e il presidente di Expedia, Barry Diller. Addirittura, questi due signori si erano permessi di auspicare pubblicamente che, in caso di vittoria, la Harris licenziasse Lina Khan, la direttrice della Federal trade commission a loro sgradita. Non solo. L’allora candidata dem ha ricevuto anche 50 milioni di dollari dal fondatore di Microsoft, Bill Gates, che secondo Bloomberg news, nel 2022 aveva esercitato pressioni sull’allora senatore dem, Joe Manchin, per far approvare la componente green dell’Inflation reduction act. E veniamo a George Soros, che ha finanziato alacremente le campagne di Obama, Hillary Clinton, Biden e della Harris. Ha inoltre criticato più volte apertamente le politiche di Trump. Senza trascurare che Patrick Gaspard, designato da Obama direttore per gli Affari politici della Casa Bianca, divenne poi presidente della Open society foundation.
Insomma, sentire Biden lamentarsi oggi delle oligarchie fa abbastanza ridere. I dem non solo hanno ricevuto milioni di dollari da miliardari spesso legati al settore ipertecnologico. Ma talvolta questi stessi miliardari hanno avuto voce in capitolo su questioni pubbliche, senza trascurare le porte girevoli tra le loro società e le amministrazioni dem. L’Asinello, a sua volta, non ha esitato a servirsi delle big tech come braccio armato delle proprie politiche. A ottobre 2020, nel pieno della campagna elettorale per le presidenziali di allora, Facebook e Twitter applicarono restrizioni alla condivisione dello scoop del New York Post su Hunter Biden. L’anno dopo, come ammesso dallo stesso Mark Zuckerberg, l’amministrazione Biden effettuò pressioni su Meta per censurare i contenuti sgraditi sul Covid. Senza trascurare il ruolo centrale che Twitter e Facebook giocarono, nel 2011, durante le cosiddette «primavere arabe»: sommovimenti che, alimentati principalmente dai Fratelli musulmani, avevano de facto ottenuto l’appoggio dell’amministrazione Obama.
Chi oggi si straccia le vesti per Musk, accusandolo di «interferenze» a ogni piè sospinto, dovrebbe ricordarsi prima di tutte queste cose. Ciò non vuol dire negare che il Ceo di Tesla abbia talvolta delle uscite o dei comportamenti politicamente controversi. Vuol dire semmai prendere atto di un fatto: e cioè che almeno lui, nelle sue posizioni, è totalmente trasparente, anche perché esterna direttamente in prima persona. Di contro, il Partito democratico americano ha operato per anni avvolto da un network opaco, in cui interessi pubblici e privati si mescolavano spesso nell’ombra tra finanziamenti, pressioni e porte girevoli. Infine andrebbe ricordato che i legami tra le aziende di Musk e gli apparati statunitensi risalgono ai tempi dell’amministrazione Obama. E che sono proseguiti sia con Trump sia con Biden. Vale anche la pena sottolineare che, secondo il New York Times, alle ultime elezioni, i dem hanno raccolto in totale 2,9 miliardi di dollari contro gli 1,8 miliardi rastrellati dai repubblicani. Ecco perché, di nuovo, ascoltare il presidente uscente lanciare l’allarme sulle oligarchie fa sorridere. Poi, se si vuole aprire un dibattito serio sul ruolo più o meno controverso dei grandi magnati nella politica d’Oltreatlantico, apriamolo pure. Ma sentirsi dire che il problema sarebbe soltanto Musk è chiaramente una posizione strumentale e ideologica. Se ci tiene tanto a denunciare le oligarchie, Biden farebbe bene a guardare innanzitutto in casa propria.
Rubio invece arringa i senatori Usa «Torniamo all’interesse nazionale»
I principi della politica estera di Donald Trump continuano a essere travisati. Adesso va di moda dire che, oltre a essere un «autoritario», il presidente in pectore sarebbe un «espansionista». Altri lo dipingono come «isolazionista», altri ancora come «pacifista». Nulla di tutto questo. Trump è un pragmatico con il senso della deterrenza. E ha capito che, piaccia o meno, sono ormai tornati in auge i meccanismi del realismo e della politica di potenza. Ecco perché, per avere una visione più chiara delle sue idee in materia internazionale, è utile guardare alle parole pronunciate mercoledì dal segretario di Stato americano in pectore, Marco Rubio, in apertura dell’audizione per la ratifica della sua nomina al Senato.
«Dal trionfalismo della fine della lunga Guerra fredda emerse un consenso bipartisan sul fatto che avevamo raggiunto “la fine della Storia”. Che tutte le nazioni della Terra sarebbero diventate membri della comunità democratica guidata dall’Occidente. Che una politica estera che serviva l’interesse nazionale poteva ora essere sostituita da una che serviva l’“ordine mondiale liberale”. E che tutta l’umanità era ora destinata ad abbandonare l’identità nazionale e che saremmo diventati “un’unica famiglia umana” e “cittadini del mondo”. Questa non era solo una fantasia; era una pericolosa illusione», ha dichiarato.
«Qui in America, e in molte delle economie avanzate in tutto il mondo, un impegno quasi religioso per il commercio libero e sfrenato a spese della nostra economia nazionale, ha ridotto la classe media, ha lasciato la classe operaia in crisi, ha fatto crollare la capacità industriale e ha spinto le catene di approvvigionamento cruciali nelle mani di avversari e rivali. Uno zelo irrazionale per la massima libertà di movimento delle persone ha portato a una storica crisi migratoria di massa qui in America e in tutto il mondo, che minaccia la stabilità delle società e dei governi», ha continuato, per poi proseguire: «A Mosca, Teheran e Pyongyang, i dittatori seminano caos e instabilità, alleandosi con e finanziando gruppi terroristici radicali. Poi si nascondono dietro il proprio potere di veto alle Nazioni Unite e dietro la minaccia di una guerra nucleare. L’ordine globale del dopoguerra non è solo obsoleto; ora è un’arma usata contro di noi». Rubio ha poi invocato una «politica estera incentrata sul nostro interesse nazionale», specificando che il potere americano «non è mai stato infinito» e che, ai tempi della prima amministrazione Trump, «la forza americana era un deterrente per i nostri avversari e ci dava una leva in diplomazia».
Insomma, le parole di Rubio rappresentano un commiato da quell’internazionalismo liberal che, pur promuovendo una crociata contro le autocrazie, ha finito poi paradossalmente col rafforzarle. L’ordine internazionale emerso dalla Guerra fredda è sempre più sfidato da varie potenze revisioniste. E l’America, dopo quattro anni di amministrazione Biden, ha perso la sua capacità di deterrenza. È quindi in questo quadro che vanno inserite le dichiarazioni di Rubio, al di là dei fanatismi da salotto e delle teorie bislacche alla Francis Fukuyama. «America first» non significa «isolazionismo» né «espansionismo»: significa prendere atto che il contesto internazionale è mutato. E che non sarà il manicheismo a salvare l’Occidente, ma un approccio diplomatico che, incentrato sulla salvaguardia dell’interesse nazionale, si riveli capace di dosare dialogo e deterrenza.
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Nel suo discorso d’addio, il presidente uscente denuncia i rischi per la democrazia delle «oligarchie». Parla di Musk, dimenticando che, tra finanziamenti e porte girevoli, i dem sono sempre andati a braccetto con i potentati economici: da Soros a Gates a Big tech.Marco Rubio, il segretario di Stato designato: «L’ordine mondiale liberale? Un’illusione pericolosa»Lo speciale contiene due articoli.Se c’è una cosa che non manca a Joe Biden, è la faccia tosta. Mercoledì, durante il suo discorso d’addio, il presidente americano ha dichiarato: «Oggi, in America sta prendendo forma un’oligarchia di ricchezza, potere e influenza estreme, che minaccia letteralmente l’intera democrazia, i nostri diritti e le nostre libertà fondamentali». Ora, che sia proprio un esponente del Partito democratico come Biden a denunciare il peso delle oligarchie nella politica statunitense, lascia abbastanza perplessi. È evidente che il suo bersaglio era Elon Musk, soprattutto a causa del sostegno da lui fornito a Donald Trump. Eppure le influenze politiche dei magnati, soprattutto di quelli legati al settore ipertecnologico, non nascono certo oggi.Secondo il sito Open Secrets, alle elezioni del 2020 andarono ai dem il 94% dei contributi elettorali di Alphabet, il 92% di quelli di Facebook e l’85% di quelli di Amazon. Inoltre, sempre quell’anno, l’allora direttrice operativa di Facebook, Sheryl Sandberg, diede l’endorsement a Biden e a Kamala Harris. Era inoltre novembre 2020, quando Politico riportò che lo stesso Biden aveva assunto vari ex dirigenti del colosso di Menlo Park nel suo team di transizione presidenziale. Alcuni di essi sono poi entrati nell’amministrazione uscente. L’attuale capo dello staff della Casa Bianca, Jeff Zients, era stato nel board di Facebook dal 2018 al 2020. Nello stesso periodo lavorò nel colosso di Menlo Park anche Jessica Hertz che, per alcuni mesi del 2021, fu segretaria dello staff della Casa Bianca. Un altro caso è quello di Cynthia Hogan: lavorò nell’amministrazione Obama, passò poi in Apple, alla fine, entrò nel team elettorale di Biden. E che dire di Eric Schmidt, che sedette ai vertici di Alphabet tra il 2015 e il 2020? Non solo fu tra i finanziatori di Barack Obama ma, nel 2022, Politico rivelò che aveva avuto un «ruolo straordinario» all’interno dell’Office of science and technology policy dell’attuale Casa Bianca, occupandosi soprattutto di intelligenza artificiale.E arriviamo così alla corsa elettorale di Kamala Harris, che ha avuto sostegno e finanziamenti da figure come il cofondatore di Linkedin, Reid Hoffman, e il presidente di Expedia, Barry Diller. Addirittura, questi due signori si erano permessi di auspicare pubblicamente che, in caso di vittoria, la Harris licenziasse Lina Khan, la direttrice della Federal trade commission a loro sgradita. Non solo. L’allora candidata dem ha ricevuto anche 50 milioni di dollari dal fondatore di Microsoft, Bill Gates, che secondo Bloomberg news, nel 2022 aveva esercitato pressioni sull’allora senatore dem, Joe Manchin, per far approvare la componente green dell’Inflation reduction act. E veniamo a George Soros, che ha finanziato alacremente le campagne di Obama, Hillary Clinton, Biden e della Harris. Ha inoltre criticato più volte apertamente le politiche di Trump. Senza trascurare che Patrick Gaspard, designato da Obama direttore per gli Affari politici della Casa Bianca, divenne poi presidente della Open society foundation.Insomma, sentire Biden lamentarsi oggi delle oligarchie fa abbastanza ridere. I dem non solo hanno ricevuto milioni di dollari da miliardari spesso legati al settore ipertecnologico. Ma talvolta questi stessi miliardari hanno avuto voce in capitolo su questioni pubbliche, senza trascurare le porte girevoli tra le loro società e le amministrazioni dem. L’Asinello, a sua volta, non ha esitato a servirsi delle big tech come braccio armato delle proprie politiche. A ottobre 2020, nel pieno della campagna elettorale per le presidenziali di allora, Facebook e Twitter applicarono restrizioni alla condivisione dello scoop del New York Post su Hunter Biden. L’anno dopo, come ammesso dallo stesso Mark Zuckerberg, l’amministrazione Biden effettuò pressioni su Meta per censurare i contenuti sgraditi sul Covid. Senza trascurare il ruolo centrale che Twitter e Facebook giocarono, nel 2011, durante le cosiddette «primavere arabe»: sommovimenti che, alimentati principalmente dai Fratelli musulmani, avevano de facto ottenuto l’appoggio dell’amministrazione Obama.Chi oggi si straccia le vesti per Musk, accusandolo di «interferenze» a ogni piè sospinto, dovrebbe ricordarsi prima di tutte queste cose. Ciò non vuol dire negare che il Ceo di Tesla abbia talvolta delle uscite o dei comportamenti politicamente controversi. Vuol dire semmai prendere atto di un fatto: e cioè che almeno lui, nelle sue posizioni, è totalmente trasparente, anche perché esterna direttamente in prima persona. Di contro, il Partito democratico americano ha operato per anni avvolto da un network opaco, in cui interessi pubblici e privati si mescolavano spesso nell’ombra tra finanziamenti, pressioni e porte girevoli. Infine andrebbe ricordato che i legami tra le aziende di Musk e gli apparati statunitensi risalgono ai tempi dell’amministrazione Obama. E che sono proseguiti sia con Trump sia con Biden. Vale anche la pena sottolineare che, secondo il New York Times, alle ultime elezioni, i dem hanno raccolto in totale 2,9 miliardi di dollari contro gli 1,8 miliardi rastrellati dai repubblicani. Ecco perché, di nuovo, ascoltare il presidente uscente lanciare l’allarme sulle oligarchie fa sorridere. Poi, se si vuole aprire un dibattito serio sul ruolo più o meno controverso dei grandi magnati nella politica d’Oltreatlantico, apriamolo pure. Ma sentirsi dire che il problema sarebbe soltanto Musk è chiaramente una posizione strumentale e ideologica. Se ci tiene tanto a denunciare le oligarchie, Biden farebbe bene a guardare innanzitutto in casa propria.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-usa-2670876142.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="rubio-invece-arringa-i-senatori-usa-torniamo-allinteresse-nazionale" data-post-id="2670876142" data-published-at="1737125695" data-use-pagination="False"> Rubio invece arringa i senatori Usa «Torniamo all’interesse nazionale» I principi della politica estera di Donald Trump continuano a essere travisati. Adesso va di moda dire che, oltre a essere un «autoritario», il presidente in pectore sarebbe un «espansionista». Altri lo dipingono come «isolazionista», altri ancora come «pacifista». Nulla di tutto questo. Trump è un pragmatico con il senso della deterrenza. E ha capito che, piaccia o meno, sono ormai tornati in auge i meccanismi del realismo e della politica di potenza. Ecco perché, per avere una visione più chiara delle sue idee in materia internazionale, è utile guardare alle parole pronunciate mercoledì dal segretario di Stato americano in pectore, Marco Rubio, in apertura dell’audizione per la ratifica della sua nomina al Senato. «Dal trionfalismo della fine della lunga Guerra fredda emerse un consenso bipartisan sul fatto che avevamo raggiunto “la fine della Storia”. Che tutte le nazioni della Terra sarebbero diventate membri della comunità democratica guidata dall’Occidente. Che una politica estera che serviva l’interesse nazionale poteva ora essere sostituita da una che serviva l’“ordine mondiale liberale”. E che tutta l’umanità era ora destinata ad abbandonare l’identità nazionale e che saremmo diventati “un’unica famiglia umana” e “cittadini del mondo”. Questa non era solo una fantasia; era una pericolosa illusione», ha dichiarato. «Qui in America, e in molte delle economie avanzate in tutto il mondo, un impegno quasi religioso per il commercio libero e sfrenato a spese della nostra economia nazionale, ha ridotto la classe media, ha lasciato la classe operaia in crisi, ha fatto crollare la capacità industriale e ha spinto le catene di approvvigionamento cruciali nelle mani di avversari e rivali. Uno zelo irrazionale per la massima libertà di movimento delle persone ha portato a una storica crisi migratoria di massa qui in America e in tutto il mondo, che minaccia la stabilità delle società e dei governi», ha continuato, per poi proseguire: «A Mosca, Teheran e Pyongyang, i dittatori seminano caos e instabilità, alleandosi con e finanziando gruppi terroristici radicali. Poi si nascondono dietro il proprio potere di veto alle Nazioni Unite e dietro la minaccia di una guerra nucleare. L’ordine globale del dopoguerra non è solo obsoleto; ora è un’arma usata contro di noi». Rubio ha poi invocato una «politica estera incentrata sul nostro interesse nazionale», specificando che il potere americano «non è mai stato infinito» e che, ai tempi della prima amministrazione Trump, «la forza americana era un deterrente per i nostri avversari e ci dava una leva in diplomazia». Insomma, le parole di Rubio rappresentano un commiato da quell’internazionalismo liberal che, pur promuovendo una crociata contro le autocrazie, ha finito poi paradossalmente col rafforzarle. L’ordine internazionale emerso dalla Guerra fredda è sempre più sfidato da varie potenze revisioniste. E l’America, dopo quattro anni di amministrazione Biden, ha perso la sua capacità di deterrenza. È quindi in questo quadro che vanno inserite le dichiarazioni di Rubio, al di là dei fanatismi da salotto e delle teorie bislacche alla Francis Fukuyama. «America first» non significa «isolazionismo» né «espansionismo»: significa prendere atto che il contesto internazionale è mutato. E che non sarà il manicheismo a salvare l’Occidente, ma un approccio diplomatico che, incentrato sulla salvaguardia dell’interesse nazionale, si riveli capace di dosare dialogo e deterrenza.
Il vicepremier e segretario della Lega ha voluto omaggiare dal palco della manifestazione dei Patriots di Milano la memoria di Giacomo Bongiorni, ucciso l'11 aprile a Massa da un branco di giovanissimi rom.
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«Oggi è il giorno dell’orgoglio di una patria, la nostra patria», ha esordito il ministro, richiamando il valore della patria come «sacro dovere» da difendere, in linea con i principi della Costituzione italiana.
Nel suo intervento, Valditara ha distinto tra «sano patriottismo» e «aggressivo nazionalismo», sottolineando la volontà di collocare il tema dell’identità nazionale in una dimensione legata alla storia, alle radici e alla convivenza civile.
Sul tema dell’immigrazione, ha affermato che la civiltà italiana ed europea ha sempre saputo accogliere chi desidera costruirsi «Onestamente» un futuro, ma a condizione del rispetto delle leggi e delle regole condivise: «Non è razzismo» sostenere che l’integrazione «non è una banale inclusione» e non può significare accettare chiunque a prescindere.
Il ministro ha poi respinto ogni accusa di discriminazione: «La discriminazione e l’odio non ci appartengono». E ha aggiunto un passaggio polemico: «Non ci sono solo i fascisti, ci sono certamente anche i comunisti, i loro epigoni e i loro discendenti».
Nella parte finale del discorso, Valditara ha affrontato anche il tema linguistico, criticando «asterischi, schwa e generi neutri», ritenuti contrari a una civiltà che — secondo il ministro — riconosce la pari dignità tra uomo e donna.
L’intervento ha ribadito una linea centrata su difesa della patria, radici culturali, integrazione fondata su regole e rifiuto di quelle che il ministro definisce derive ideologiche.
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«Sono qui perché amo la libertà e amo stare con chi ama la libertà». Mario Giordano apre così il suo intervento, la manifestazione Senza Paura organizzata dalla Lega di Matteo Salvini. Di fronte a più di 2000 persone, il giornalista lo fa con un richiamo diretto a quello che definisce il valore centrale della battaglia politica e culturale di oggi: la libertà di non avere paura, la libertà di sentirsi padroni a casa propria, la libertà di pronunciare perfino parole che, sostiene, sono diventate proibite. Tra queste, anche «remigrazione». Da lì parte un attacco frontale contro la narrazione che per anni ha accompagnato il fenomeno migratorio.
Secondo Giordano, agli italiani «Hanno raccontato un sacco di palle»: che gli immigrati sarebbero stati una risorsa, che avrebbero sostenuto il sistema pensionistico, che avrebbero portato benefici diffusi. Per il giornalista, invece, i vantaggi si sarebbero concentrati altrove: negli interessi degli scafisti, dei trafficanti, delle mafie, della criminalità e di chi, a suo dire, ha costruito affari sul «business della solidarietà». Il punto centrale del suo ragionamento è economico e sociale. Giordano sostiene infatti che l’immigrazione sia stata utilizzata come strumento per comprimere diritti e salari dei lavoratori italiani. Non una risorsa, dunque, ma «La più gigantesca opera di distruzione dei diritti dei lavoratori e degli stipendi dei lavoratori», dice dal palco, collegando direttamente questo processo al peggioramento delle condizioni di vita nelle città. Ed è proprio sul tema della sicurezza che il discorso si fa ancora più duro. Giordano descrive città ridotte a luoghi in cui, afferma, è diventato pericoloso fare qualsiasi cosa: prendere un treno, salire su un autobus, uscire perfino per portare a spasso il cane. Non solo. Denuncia anche un sistema che, secondo lui, impedirebbe perfino di difendersi, citando il caso di carabinieri finiti sotto processo dopo l'inseguimento di Ramy Elgaml. «È uno schifo», scandisce.
L’ultima parte dell’intervento si sposta sul terreno identitario e religioso. Giordano rivendica la sua idea di «Europa cristiana», fondata sulle radici, sulla fede dei padri e dei nonni. Dice di non poter accettare un continente in cui, a suo giudizio, «Scompaiono le chiese e compaiono le moschee», dove si tolgono i simboli cristiani e avanzano altre presenze religiose e culturali. Da qui l’affondo più duro contro quelle che definisce aree d’Europa in cui starebbe prendendo piede la Sharia, una legge che giudica incompatibile con la storia, la Costituzione e la civiltà europea. Nel finale, il bersaglio diventa un imam di Brescia, citato da Giordano per dichiarazioni choc sui matrimoni con bambine. «Quello è un pedofilo e va cacciato dal nostro Paese», conclude tra gli applausi del popolo dei Patrioti.
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