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2021-03-03
Biden in pubblico mette Putin al muro. Ma poi gli lascia estrarre l’uranio Usa
Il Wyoming apre ai russi sull'estrazione dell'uranio. Lo scorso 23 febbraio, il dipartimento della qualità ambientale dello Stato ha reso ufficialmente noto di aver approvato la richiesta di autorizzazione per l'estrazione di uranio, presentata da Uranium One: società mineraria canadese, controllata dall'azienda statale russa Rosatom.
La notizia ha un suo perché, soprattutto alla luce del fatto che, dal 20 gennaio, siede nello Studio ovale quel Joe Biden che, durante l'ultima campagna elettorale per le presidenziali, aveva avuto parole particolarmente dure verso la Russia di Vladimir Putin, dalle interferenze elettorali ai temi dei diritti umani (vedi caso Navalny). Parole condivise dalla maggioranza dello stesso Partito democratico americano. Ad agosto, la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, aveva dichiarato che Mosca costituisse un pericolo maggiore di Pechino in materia di interferenze elettorali. Una posizione, questa, fatta propria anche dall'allora senatrice, Kamala Harris. Del resto, si tratta di una linea che lo stesso Biden ha recentemente ribadito durante la conferenza di Monaco sulla sicurezza: in quell'occasione, il neo presidente ha speso parole più dure sulla Russia che sulla Cina. Tutto questo, senza poi dimenticare la questione del Russiagate, cavalcata dai dem contro Donald Trump dal 2017 al 2019 e risoltasi poi sostanzialmente in una bolla di sapone.
Ecco: questa acredine nei confronti di Mosca non sembra (almeno per ora) emersa su una questione delicata come quella dell'uranio in Wyoming. Certo: va sicuramente sottolineato che, sulla concessione dei permessi minerari, i singoli Stati godano di un discreto margine di manovra. Tuttavia, come notato lo scorso settembre dal sito della World nuclear association, sul tema ha (più o meno) voce in capitolo anche la Nuclear regulatory commission: agenzia indipendente del governo statunitense, il cui nuovo presidente, Christopher T. Hanson, è stato designato dallo stesso Biden a fine gennaio. E comunque, a prescindere da ciò, se ci fossero state delle obiezioni dalla Casa Bianca, Biden avrebbe potuto far sentire in qualche modo la propria voce.
D'altronde, Uranium One era già balzata agli onori delle cronache nell'ambito di una polemica che, alcuni anni fa, aveva coinvolto alcuni settori del Partito democratico. Ricordiamo che l'azienda canadese venne gradualmente acquisita da Rosatom tra il 2009 e il 2013 e che, data la natura strategica dell'uranio, quell'acquisizione avrebbe dovuto ottenere l'approvazione di varie agenzie governative statunitensi (era d'altronde in gioco circa un quinto della produzione americana di uranio). Ora, tra i dicasteri coinvolti figurava anche il Dipartimento di Stato che - rammentiamolo - tra il 2009 e il 2013 fu guidato da Hillary Clinton. Ebbene, nell'aprile 2015, il New York Times riportò che, con il progredire dell'acquisizione, fossero pervenute delle donazioni dai vertici di Uranium One nelle casse della Fondazione Clinton. Tutto questo, mentre - nell'estate 2010 - l'ex presidente americano Bill Clinton, avrebbe ricevuto, per un discorso tenuto a Mosca, 500.000 dollari da Renaissance Capital: istituto bancario vicino al Cremlino, «che stava promuovendo l'azionariato di Uranium One». Certo: non è provato che quelle donazioni fossero legate all'acquisizione. Ed è pur vero che, insieme al Dipartimento di Stato, l'ok all'acquisto dovesse arrivare anche da altre agenzie, oltre al fatto che l'ultima parola l'avrebbe comunque avuta il presidente (che all'epoca era Barack Obama). Restano tuttavia connessioni e tempistiche un po' sospette. Senza dimenticare che Foggy Bottom fosse parte integrante del processo decisionale.
Tornando alla recente concessione del Wyoming, è improbabile - fatto salvo il caso di una specifica licenza della Nuclear regulatory commission - che l'uranio estratto da Uranium One possa lasciare gli Stati Uniti. Più plausibile è che sarà indirizzato al fabbisogno interno: lo Zio Sam importa d'altronde la maggior parte dell'uranio, che usa come combustibile per i reattori nucleari. Resta però il fatto che un'azienda controllata dai russi stia rafforzando la propria presenza sul suolo americano (Uranium One deteneva già il sito - fuori servizio dal 2018 - di Willow Creek, sempre in Wyoming). Tutto questo, mentre alla Casa Bianca siede un presidente che ha appena imposto sanzioni contro sette alti funzionari russi, accusati dell'avvelenamento dell'attivista Alexei Navalny. Ecco che dunque il silenzio di Biden sul Wyoming è doppiamente significativo. Non solo per le vecchie connessioni tra Uranium One e alcuni settori dell'establishment dem. Ma anche perché evidenzia una sorta di doppio binario su cui il presidente americano si sta muovendo nei suoi rapporti con la Russia. Alla severità in materia di diritti umani fa infatti da contraltare un atteggiamento spregiudicato su fronti come quello energetico. È quindi come se, al di là dello scontro che avviene in superficie, Biden lasciasse sotterraneamente aperto un canale con Mosca. Evidentemente non era solo Trump ad essere convinto che ai russi non andasse chiusa del tutto la porta in faccia.
In Francia inizia la stretta: via le antenne Huawei, al loro posto quelle Ue
Diverse città francesi, tra cui Tolosa, Tolone, Rennes e Brest, hanno iniziato a smantellare le apparecchiature 4G di Huawei dopo che a inizio febbraio il Consiglio costituzionale aveva confermato le norme cosiddette anti Huawei decise dal governo di Parigi per mettere dei paletti all'ingresso dell'azienda cinese nell'infrastruttura 5G del Paese.
Il Consiglio aveva respinto i ricorsi presentati da due operatori di telefonia mobile (Sfr e Bouygues Telecom) evidenziando come il Parlamento avesse approvato le norme con l'obiettivo di preservare gli «interessi della Difesa e della sicurezza nazionale». Dopo la sentenza, Sfr e Bouygues Telecom avevano chiesto indennizzi, esclusi immediatamente dal governo. Bouygues Telecom, inoltre, aveva spiegato che avrebbe dovuto così procedere alla rimozione di 3.000 antenne Huawei entro il 2028 in tutto il Paese.
Ed è quanto sta accadendo in queste settimane, come ha rivelato ieri Bloomberg. Bouygues Telecom e Altice (del gruppo Sfr) hanno iniziato a rimuovere anche le apparecchiature 4G di Huawei, diventate incompatibili dopo la decisione del Consiglio costituzionale in vista della realizzazione del 5G. La prima le rimpiazzerà con quelle della svedese Ericsson, la seconda con quelle della finlandese Nokia: il che va esattamente nella direzione indicata dal governo e dall'intelligence francesi che hanno auspicato la realizzazione del 5G facendo affidamento soltanto su fornitori europei. Quantomeno per la parte core, visto che, diversamente da quanto fatto dal Regno Unito, la Francia non sembra intenzionata a imporre un vero e proprio divieto per le aziende cinesi (Huawei ma anche Zte), accusate dagli Stati Uniti di spionaggio per conto della Cina (accuse sempre respinte e bollate come leva geopolitica).
Se Huawei avrà ancora un peso decisivo nel 5G europeo dipenderà soprattutto dalla decisione della Germania di Angela Merkel, dove il Bundestag sta discutendo una proposta del governo che prevede forti restrizioni ma non un veto.
Intanto, però, la rivolta anti cinese si allarga, anche in vista del G7 organizzato dal Regno Unito che vede i Sette (più Australia, Corea del Sud e India invitati come ospiti) impegnati a contenere l'ascesa, in particolare tecnologica e militare, di Pechino. Un segnale l'ha dato ieri il governo giapponese lamentando di non avere ancora ricevuto risposta dalla Cina in merito allo richiesta di stop ai tamponi anali effettuati ai viaggiatori giapponesi (un «grande dolore psicologico»). Il Giappone continuerà a reiterare la sua richiesta, fino a quando non verrà accettata e la pratica sarà interrotta, ha fatto sapere Tokyo criticando la pratica del governo cinese, che nelle scorse settimane aveva avuto frizioni con i diplomatici Usa contrari, anch'essi, alla pratica considerata una vessazione voluta da Pechino.
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Il presidente fa la faccia cattiva con lo zar, però l'impresa canadese fresca di concessione in una miniera nel Wyoming è controllata da un'azienda di Stato russa. Il solito pragmatismo dem: per i soldi tutto fa brodo.Due compagnie telefoniche useranno la tecnologia 5G di Nokia e Ericsson. Intanto il Giappone si oppone ai tamponi anali cinesi.Lo speciale contiene due articoli.Il Wyoming apre ai russi sull'estrazione dell'uranio. Lo scorso 23 febbraio, il dipartimento della qualità ambientale dello Stato ha reso ufficialmente noto di aver approvato la richiesta di autorizzazione per l'estrazione di uranio, presentata da Uranium One: società mineraria canadese, controllata dall'azienda statale russa Rosatom. La notizia ha un suo perché, soprattutto alla luce del fatto che, dal 20 gennaio, siede nello Studio ovale quel Joe Biden che, durante l'ultima campagna elettorale per le presidenziali, aveva avuto parole particolarmente dure verso la Russia di Vladimir Putin, dalle interferenze elettorali ai temi dei diritti umani (vedi caso Navalny). Parole condivise dalla maggioranza dello stesso Partito democratico americano. Ad agosto, la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, aveva dichiarato che Mosca costituisse un pericolo maggiore di Pechino in materia di interferenze elettorali. Una posizione, questa, fatta propria anche dall'allora senatrice, Kamala Harris. Del resto, si tratta di una linea che lo stesso Biden ha recentemente ribadito durante la conferenza di Monaco sulla sicurezza: in quell'occasione, il neo presidente ha speso parole più dure sulla Russia che sulla Cina. Tutto questo, senza poi dimenticare la questione del Russiagate, cavalcata dai dem contro Donald Trump dal 2017 al 2019 e risoltasi poi sostanzialmente in una bolla di sapone. Ecco: questa acredine nei confronti di Mosca non sembra (almeno per ora) emersa su una questione delicata come quella dell'uranio in Wyoming. Certo: va sicuramente sottolineato che, sulla concessione dei permessi minerari, i singoli Stati godano di un discreto margine di manovra. Tuttavia, come notato lo scorso settembre dal sito della World nuclear association, sul tema ha (più o meno) voce in capitolo anche la Nuclear regulatory commission: agenzia indipendente del governo statunitense, il cui nuovo presidente, Christopher T. Hanson, è stato designato dallo stesso Biden a fine gennaio. E comunque, a prescindere da ciò, se ci fossero state delle obiezioni dalla Casa Bianca, Biden avrebbe potuto far sentire in qualche modo la propria voce.D'altronde, Uranium One era già balzata agli onori delle cronache nell'ambito di una polemica che, alcuni anni fa, aveva coinvolto alcuni settori del Partito democratico. Ricordiamo che l'azienda canadese venne gradualmente acquisita da Rosatom tra il 2009 e il 2013 e che, data la natura strategica dell'uranio, quell'acquisizione avrebbe dovuto ottenere l'approvazione di varie agenzie governative statunitensi (era d'altronde in gioco circa un quinto della produzione americana di uranio). Ora, tra i dicasteri coinvolti figurava anche il Dipartimento di Stato che - rammentiamolo - tra il 2009 e il 2013 fu guidato da Hillary Clinton. Ebbene, nell'aprile 2015, il New York Times riportò che, con il progredire dell'acquisizione, fossero pervenute delle donazioni dai vertici di Uranium One nelle casse della Fondazione Clinton. Tutto questo, mentre - nell'estate 2010 - l'ex presidente americano Bill Clinton, avrebbe ricevuto, per un discorso tenuto a Mosca, 500.000 dollari da Renaissance Capital: istituto bancario vicino al Cremlino, «che stava promuovendo l'azionariato di Uranium One». Certo: non è provato che quelle donazioni fossero legate all'acquisizione. Ed è pur vero che, insieme al Dipartimento di Stato, l'ok all'acquisto dovesse arrivare anche da altre agenzie, oltre al fatto che l'ultima parola l'avrebbe comunque avuta il presidente (che all'epoca era Barack Obama). Restano tuttavia connessioni e tempistiche un po' sospette. Senza dimenticare che Foggy Bottom fosse parte integrante del processo decisionale. Tornando alla recente concessione del Wyoming, è improbabile - fatto salvo il caso di una specifica licenza della Nuclear regulatory commission - che l'uranio estratto da Uranium One possa lasciare gli Stati Uniti. Più plausibile è che sarà indirizzato al fabbisogno interno: lo Zio Sam importa d'altronde la maggior parte dell'uranio, che usa come combustibile per i reattori nucleari. Resta però il fatto che un'azienda controllata dai russi stia rafforzando la propria presenza sul suolo americano (Uranium One deteneva già il sito - fuori servizio dal 2018 - di Willow Creek, sempre in Wyoming). Tutto questo, mentre alla Casa Bianca siede un presidente che ha appena imposto sanzioni contro sette alti funzionari russi, accusati dell'avvelenamento dell'attivista Alexei Navalny. Ecco che dunque il silenzio di Biden sul Wyoming è doppiamente significativo. Non solo per le vecchie connessioni tra Uranium One e alcuni settori dell'establishment dem. Ma anche perché evidenzia una sorta di doppio binario su cui il presidente americano si sta muovendo nei suoi rapporti con la Russia. Alla severità in materia di diritti umani fa infatti da contraltare un atteggiamento spregiudicato su fronti come quello energetico. È quindi come se, al di là dello scontro che avviene in superficie, Biden lasciasse sotterraneamente aperto un canale con Mosca. 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Il Consiglio aveva respinto i ricorsi presentati da due operatori di telefonia mobile (Sfr e Bouygues Telecom) evidenziando come il Parlamento avesse approvato le norme con l'obiettivo di preservare gli «interessi della Difesa e della sicurezza nazionale». Dopo la sentenza, Sfr e Bouygues Telecom avevano chiesto indennizzi, esclusi immediatamente dal governo. Bouygues Telecom, inoltre, aveva spiegato che avrebbe dovuto così procedere alla rimozione di 3.000 antenne Huawei entro il 2028 in tutto il Paese. Ed è quanto sta accadendo in queste settimane, come ha rivelato ieri Bloomberg. Bouygues Telecom e Altice (del gruppo Sfr) hanno iniziato a rimuovere anche le apparecchiature 4G di Huawei, diventate incompatibili dopo la decisione del Consiglio costituzionale in vista della realizzazione del 5G. La prima le rimpiazzerà con quelle della svedese Ericsson, la seconda con quelle della finlandese Nokia: il che va esattamente nella direzione indicata dal governo e dall'intelligence francesi che hanno auspicato la realizzazione del 5G facendo affidamento soltanto su fornitori europei. Quantomeno per la parte core, visto che, diversamente da quanto fatto dal Regno Unito, la Francia non sembra intenzionata a imporre un vero e proprio divieto per le aziende cinesi (Huawei ma anche Zte), accusate dagli Stati Uniti di spionaggio per conto della Cina (accuse sempre respinte e bollate come leva geopolitica). Se Huawei avrà ancora un peso decisivo nel 5G europeo dipenderà soprattutto dalla decisione della Germania di Angela Merkel, dove il Bundestag sta discutendo una proposta del governo che prevede forti restrizioni ma non un veto. Intanto, però, la rivolta anti cinese si allarga, anche in vista del G7 organizzato dal Regno Unito che vede i Sette (più Australia, Corea del Sud e India invitati come ospiti) impegnati a contenere l'ascesa, in particolare tecnologica e militare, di Pechino. Un segnale l'ha dato ieri il governo giapponese lamentando di non avere ancora ricevuto risposta dalla Cina in merito allo richiesta di stop ai tamponi anali effettuati ai viaggiatori giapponesi (un «grande dolore psicologico»). Il Giappone continuerà a reiterare la sua richiesta, fino a quando non verrà accettata e la pratica sarà interrotta, ha fatto sapere Tokyo criticando la pratica del governo cinese, che nelle scorse settimane aveva avuto frizioni con i diplomatici Usa contrari, anch'essi, alla pratica considerata una vessazione voluta da Pechino.
Jannik Sinner trionfa a Montecarlo (Getty Images)
Sinner batte Alcaraz 7-6, 6-3 nella finale del Masters 1000 di Montecarlo e si riprende la vetta Atp. Primo set deciso al tie-break dopo oltre un’ora, poi la rimonta nel secondo: è l’ottavo titolo 1000 per l’azzurro.
Jannik Sinner torna sul trono del tennis mondiale e lo fa vincendo uno dei tornei più prestigiosi della stagione sulla terra battuta. Nella finale del Masters 1000 di Montecarlo, l’altoatesino supera Carlos Alcaraz in due set, 7-6(5), 6-3, al termine di una partita lunga oltre due ore e combattuta soprattutto nel primo parziale. Un successo che vale il titolo e anche il ritorno al numero uno del ranking Atp.
La sfida si gioca in condizioni non semplici, con il vento a disturbare costantemente il ritmo degli scambi e a rendere complicato il controllo dei colpi. Il primo set è segnato da diversi errori, ma anche da una tensione evidente: i game scorrono senza un vero padrone, tra occasioni mancate e improvvisi cambi di inerzia. Sinner fatica a trovare continuità con la prima di servizio, mentre Alcaraz alterna soluzioni brillanti a passaggi a vuoto, soprattutto con il dritto. L’equilibrio resta intatto fino al 6-6, con entrambi costretti più volte ai vantaggi. Nel tie-break l’azzurro cambia passo: alza la qualità al servizio, prende l’iniziativa negli scambi e si costruisce due set point. Sul secondo, un doppio fallo dello spagnolo chiude il parziale dopo oltre un’ora di gioco. L’avvio del secondo set sembra premiare Alcaraz, più aggressivo in risposta e capace di strappare il servizio a Sinner nel terzo gioco. Il match, però, non prende la direzione che lo spagnolo sperava. Sinner resta lucido, non forza le soluzioni e torna subito in partita con un controbreak costruito sulla profondità dei colpi e su una maggiore solidità negli scambi lunghi. Da quel momento cresce progressivamente, mentre Alcaraz perde precisione e si espone a qualche errore di troppo, anche nei momenti in cui avrebbe la possibilità di consolidare il vantaggio. Il passaggio chiave arriva sul 3-3, in un game lungo e molto combattuto: Sinner si procura più di una palla break e alla fine riesce a convertire grazie a una risposta aggressiva seguita da un dritto decisivo. È lo strappo che indirizza definitivamente la partita. L’italiano, avanti nel punteggio, gestisce con attenzione i propri turni di servizio, senza concedere occasioni, mentre lo spagnolo fatica a rientrare. Nel nono game arriva la chiusura: Sinner sale rapidamente sul 40-0 e, alla prima occasione utile, archivia l’incontro con una prima vincente. È il punto finale di una partita meno spettacolare del previsto ma estremamente solida da parte di Sinner, capace di adattarsi alle condizioni e di leggere meglio i momenti del match. Per lui si tratta dell’ottavo titolo Masters 1000 in carriera, un traguardo che conferma la sua continuità ai massimi livelli.
A fine partita Sinner ha espresso tutta la sua gioia: «Non so da dove cominciare per commentare questa settimana. Sono venuto qui per accumulare più partite possibili in vista dei grandi tornei che si avvicinano e ho ottenuto un altro traguardo incredibile» - ha detto il tennista altoatesino - «Tornare numero 1 è importante per me, ma la classifica è secondaria, voglio vincere trofei». Il campione italiano ha poi aggiunto: «Ho cercato di restare lì mentalmente anche quando ero sotto, è stata una partita di alti e bassi per tutti e due, ma oggi non era semplice per il vento che continuava a cambiare. Questo torneo per me vuol dire tanto. Sono super super contento di avere almeno un trofeo come questo a casa». Il successo di Montecarlo ha anche un peso simbolico: Sinner interrompe la serie negativa contro Alcaraz sulla terra battuta e si riprende la vetta del tennis mondiale. Un segnale importante all’inizio della stagione sul rosso, proprio contro il rivale che negli ultimi anni lo aveva più spesso messo in difficoltà su questa superficie.
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Autorevoli commentatori italiani scrivono che sarebbe necessario un «Re-Made in Italy». Inoltre, Giorgio Parisi, premio Nobel 2021 per la fisica invoca (dal 2025) la creazione di un centro di ricerca europeo sull’Intelligenza artificiale con visione sistemica e non solo settoriale per la seguente argomentazione: l’Intelligenza artificiale non è soltanto una nuova tecnologia computazionale, ma è un fenomeno fisico, energetico e informazionale di scala inedita. Concordo, ma data la quasi certa concorrenza intraeuropea suggerisco di crearne intanto uno in Italia con missione d’avanguardia dedicata alla super robotica multifunzionale. Da un paio d’anni sento crescere nel mondo industriale piccolo e grande l’inquietudine per le strategie di competitività futura globale e una crescente domanda per acquisire un maggiore potere cognitivo sia per la conduzione di un’azienda sia per la sua riorganizzazione interna. Sempre più imprenditori, in particolare giovani, mostrano la consapevolezza della discontinuità in atto. Per inciso, si veda il libro di Giordano Riello e Carlo Pelanda Gestire la discontinuità. Dialogo futurizzante tra imprenditore e professore (Rubbettino, luglio 2025). La società di investimento italiana in cui opero ha creato un fondo in collaborazione con una grande azienda statunitense produttrice di sistemi di Intelligenza artificiale per dare il giusto capitale di sviluppo ad aziende innovative. Semplificando, anche se ora il sistema italiano appare in ritardo nelle statistiche comparative internazionali sul piano dell’adeguamento rapido alla rivoluzione tecnologica in atto, ritengo che il potenziale scientifico-tecnico residente in Italia abbia un’elevata capacità di mettersi nel gruppo di testa mondiale della rivoluzione tecnologica, ma a date condizioni.
Prima di suggerirle, devo citare il caso del sistema robotico Mythos prodotto dall’azienda statunitense Anthropic guidata da Dario Amodei che è la prova concreta della discontinuità in corso: è emerso che Mythos ha la capacità di penetrare tutti gli attuali sistemi informatici e, volendo, anche sabotarli. Consapevole di avere in mano una sorta di bomba nucleare e perseguendo un comportamento etico-prudenziale, Amodei la ha immessa solo selettivamente sul mercato (statunitense) ed in configurazione difensiva contro cyberattacchi. Ciò ha irritato il Pentagono, interessato ad avere il sistema completo, e creato un conflitto tra Washington ed Anthropic dopo informazioni che lo spionaggio cinese è riuscito a rubare alcune parti di Mythos. E ciò è una parte della storia. L’altra parte riguarda le riunioni con toni d’emergenza convocate da Scott Bessent, ministro del Tesoro Usa, e Jerome Powell, presidente della Fed, per valutare la vulnerabilità del sistema bancario americano a nuovi «gizmo» come Mythos. Mossa adeguata perché il tenere segreta una tecnologia così potente è impossibile. Infatti ci sono segnali crescenti che alcune potenze stanno cercando non solo sistemi simili a Mythos, ma anche più penetranti. Questo cenno serve intanto a definire una priorità di adattamento: la guerra sta evolvendo dalla cinetica tradizionale a quella informatica con competizione accelerata per la superiorità sulla seconda. Tale evidenza pone in priorità la sicurezza di tutti i sistemi chiave attraverso i quali si svolge la nostra vita civile. In altri termini, per la sicurezza del prossimo futuro non serve solo uno scudo antimissile e antidroni, ma anche uno cibernetico.
Ma se si capisce anche vagamente come Mythos riesca a penetrare tutto l’esistente elettronico è facile immaginare quanto ampia sia l’innovazione possibile. Sia per sfruttarne il potenziale sia per restare concorrenziali e in sicurezza secondo me servono, in valutazione preliminare, le seguenti soluzioni.
1 Creare un Nasdaq italiano, cioè una Borsa dedicata alla tecnologia che possa incrociare bene capitale di investimento e aziende tecnologiche promettenti, in particolare startup. Dalle mie ricerche ricavo che ce ne sono più di 1.000 residenti in Italia, ma con problemi di capitalizzazione. Già Mario Draghi aveva sostenuto l’urgenza di rivedere le regole che limitano i flussi di capitale di rischio (venture capital) per evitare che le startup europee (qui enfatizzo le italiane) migrassero in America dove il capitale di investimento è più fluido.
2 Unire sicurezza e futurizzazione tecnologica. Tema delicato, ma penso inevitabile usare la concentrazione di capitale per programmi militari e di polizia per ricadute rapide sulla futurizzazione dei sistemi civili, soprattutto, robotica eso, endo, sub e cognitiva.
3 Stimolare una rivoluzione cognitiva di massa per diffondere la cultura tecnica utile a costruire una competenza diffusa, per esempio aumentando i programmi universitari di Terza missione, cioè collegando di più università, centri di ricerca e suole superiori.
4 Competizioni a premio per la robotica operativa e cognitiva meglio performante.
Tanto altro, ma suggerisco questi primi passi futurizzanti.
www.carlopelanda.com
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