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2021-03-03
Biden in pubblico mette Putin al muro. Ma poi gli lascia estrarre l’uranio Usa
Il Wyoming apre ai russi sull'estrazione dell'uranio. Lo scorso 23 febbraio, il dipartimento della qualità ambientale dello Stato ha reso ufficialmente noto di aver approvato la richiesta di autorizzazione per l'estrazione di uranio, presentata da Uranium One: società mineraria canadese, controllata dall'azienda statale russa Rosatom.
La notizia ha un suo perché, soprattutto alla luce del fatto che, dal 20 gennaio, siede nello Studio ovale quel Joe Biden che, durante l'ultima campagna elettorale per le presidenziali, aveva avuto parole particolarmente dure verso la Russia di Vladimir Putin, dalle interferenze elettorali ai temi dei diritti umani (vedi caso Navalny). Parole condivise dalla maggioranza dello stesso Partito democratico americano. Ad agosto, la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, aveva dichiarato che Mosca costituisse un pericolo maggiore di Pechino in materia di interferenze elettorali. Una posizione, questa, fatta propria anche dall'allora senatrice, Kamala Harris. Del resto, si tratta di una linea che lo stesso Biden ha recentemente ribadito durante la conferenza di Monaco sulla sicurezza: in quell'occasione, il neo presidente ha speso parole più dure sulla Russia che sulla Cina. Tutto questo, senza poi dimenticare la questione del Russiagate, cavalcata dai dem contro Donald Trump dal 2017 al 2019 e risoltasi poi sostanzialmente in una bolla di sapone.
Ecco: questa acredine nei confronti di Mosca non sembra (almeno per ora) emersa su una questione delicata come quella dell'uranio in Wyoming. Certo: va sicuramente sottolineato che, sulla concessione dei permessi minerari, i singoli Stati godano di un discreto margine di manovra. Tuttavia, come notato lo scorso settembre dal sito della World nuclear association, sul tema ha (più o meno) voce in capitolo anche la Nuclear regulatory commission: agenzia indipendente del governo statunitense, il cui nuovo presidente, Christopher T. Hanson, è stato designato dallo stesso Biden a fine gennaio. E comunque, a prescindere da ciò, se ci fossero state delle obiezioni dalla Casa Bianca, Biden avrebbe potuto far sentire in qualche modo la propria voce.
D'altronde, Uranium One era già balzata agli onori delle cronache nell'ambito di una polemica che, alcuni anni fa, aveva coinvolto alcuni settori del Partito democratico. Ricordiamo che l'azienda canadese venne gradualmente acquisita da Rosatom tra il 2009 e il 2013 e che, data la natura strategica dell'uranio, quell'acquisizione avrebbe dovuto ottenere l'approvazione di varie agenzie governative statunitensi (era d'altronde in gioco circa un quinto della produzione americana di uranio). Ora, tra i dicasteri coinvolti figurava anche il Dipartimento di Stato che - rammentiamolo - tra il 2009 e il 2013 fu guidato da Hillary Clinton. Ebbene, nell'aprile 2015, il New York Times riportò che, con il progredire dell'acquisizione, fossero pervenute delle donazioni dai vertici di Uranium One nelle casse della Fondazione Clinton. Tutto questo, mentre - nell'estate 2010 - l'ex presidente americano Bill Clinton, avrebbe ricevuto, per un discorso tenuto a Mosca, 500.000 dollari da Renaissance Capital: istituto bancario vicino al Cremlino, «che stava promuovendo l'azionariato di Uranium One». Certo: non è provato che quelle donazioni fossero legate all'acquisizione. Ed è pur vero che, insieme al Dipartimento di Stato, l'ok all'acquisto dovesse arrivare anche da altre agenzie, oltre al fatto che l'ultima parola l'avrebbe comunque avuta il presidente (che all'epoca era Barack Obama). Restano tuttavia connessioni e tempistiche un po' sospette. Senza dimenticare che Foggy Bottom fosse parte integrante del processo decisionale.
Tornando alla recente concessione del Wyoming, è improbabile - fatto salvo il caso di una specifica licenza della Nuclear regulatory commission - che l'uranio estratto da Uranium One possa lasciare gli Stati Uniti. Più plausibile è che sarà indirizzato al fabbisogno interno: lo Zio Sam importa d'altronde la maggior parte dell'uranio, che usa come combustibile per i reattori nucleari. Resta però il fatto che un'azienda controllata dai russi stia rafforzando la propria presenza sul suolo americano (Uranium One deteneva già il sito - fuori servizio dal 2018 - di Willow Creek, sempre in Wyoming). Tutto questo, mentre alla Casa Bianca siede un presidente che ha appena imposto sanzioni contro sette alti funzionari russi, accusati dell'avvelenamento dell'attivista Alexei Navalny. Ecco che dunque il silenzio di Biden sul Wyoming è doppiamente significativo. Non solo per le vecchie connessioni tra Uranium One e alcuni settori dell'establishment dem. Ma anche perché evidenzia una sorta di doppio binario su cui il presidente americano si sta muovendo nei suoi rapporti con la Russia. Alla severità in materia di diritti umani fa infatti da contraltare un atteggiamento spregiudicato su fronti come quello energetico. È quindi come se, al di là dello scontro che avviene in superficie, Biden lasciasse sotterraneamente aperto un canale con Mosca. Evidentemente non era solo Trump ad essere convinto che ai russi non andasse chiusa del tutto la porta in faccia.
In Francia inizia la stretta: via le antenne Huawei, al loro posto quelle Ue
Diverse città francesi, tra cui Tolosa, Tolone, Rennes e Brest, hanno iniziato a smantellare le apparecchiature 4G di Huawei dopo che a inizio febbraio il Consiglio costituzionale aveva confermato le norme cosiddette anti Huawei decise dal governo di Parigi per mettere dei paletti all'ingresso dell'azienda cinese nell'infrastruttura 5G del Paese.
Il Consiglio aveva respinto i ricorsi presentati da due operatori di telefonia mobile (Sfr e Bouygues Telecom) evidenziando come il Parlamento avesse approvato le norme con l'obiettivo di preservare gli «interessi della Difesa e della sicurezza nazionale». Dopo la sentenza, Sfr e Bouygues Telecom avevano chiesto indennizzi, esclusi immediatamente dal governo. Bouygues Telecom, inoltre, aveva spiegato che avrebbe dovuto così procedere alla rimozione di 3.000 antenne Huawei entro il 2028 in tutto il Paese.
Ed è quanto sta accadendo in queste settimane, come ha rivelato ieri Bloomberg. Bouygues Telecom e Altice (del gruppo Sfr) hanno iniziato a rimuovere anche le apparecchiature 4G di Huawei, diventate incompatibili dopo la decisione del Consiglio costituzionale in vista della realizzazione del 5G. La prima le rimpiazzerà con quelle della svedese Ericsson, la seconda con quelle della finlandese Nokia: il che va esattamente nella direzione indicata dal governo e dall'intelligence francesi che hanno auspicato la realizzazione del 5G facendo affidamento soltanto su fornitori europei. Quantomeno per la parte core, visto che, diversamente da quanto fatto dal Regno Unito, la Francia non sembra intenzionata a imporre un vero e proprio divieto per le aziende cinesi (Huawei ma anche Zte), accusate dagli Stati Uniti di spionaggio per conto della Cina (accuse sempre respinte e bollate come leva geopolitica).
Se Huawei avrà ancora un peso decisivo nel 5G europeo dipenderà soprattutto dalla decisione della Germania di Angela Merkel, dove il Bundestag sta discutendo una proposta del governo che prevede forti restrizioni ma non un veto.
Intanto, però, la rivolta anti cinese si allarga, anche in vista del G7 organizzato dal Regno Unito che vede i Sette (più Australia, Corea del Sud e India invitati come ospiti) impegnati a contenere l'ascesa, in particolare tecnologica e militare, di Pechino. Un segnale l'ha dato ieri il governo giapponese lamentando di non avere ancora ricevuto risposta dalla Cina in merito allo richiesta di stop ai tamponi anali effettuati ai viaggiatori giapponesi (un «grande dolore psicologico»). Il Giappone continuerà a reiterare la sua richiesta, fino a quando non verrà accettata e la pratica sarà interrotta, ha fatto sapere Tokyo criticando la pratica del governo cinese, che nelle scorse settimane aveva avuto frizioni con i diplomatici Usa contrari, anch'essi, alla pratica considerata una vessazione voluta da Pechino.
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Il presidente fa la faccia cattiva con lo zar, però l'impresa canadese fresca di concessione in una miniera nel Wyoming è controllata da un'azienda di Stato russa. Il solito pragmatismo dem: per i soldi tutto fa brodo.Due compagnie telefoniche useranno la tecnologia 5G di Nokia e Ericsson. Intanto il Giappone si oppone ai tamponi anali cinesi.Lo speciale contiene due articoli.Il Wyoming apre ai russi sull'estrazione dell'uranio. Lo scorso 23 febbraio, il dipartimento della qualità ambientale dello Stato ha reso ufficialmente noto di aver approvato la richiesta di autorizzazione per l'estrazione di uranio, presentata da Uranium One: società mineraria canadese, controllata dall'azienda statale russa Rosatom. La notizia ha un suo perché, soprattutto alla luce del fatto che, dal 20 gennaio, siede nello Studio ovale quel Joe Biden che, durante l'ultima campagna elettorale per le presidenziali, aveva avuto parole particolarmente dure verso la Russia di Vladimir Putin, dalle interferenze elettorali ai temi dei diritti umani (vedi caso Navalny). Parole condivise dalla maggioranza dello stesso Partito democratico americano. Ad agosto, la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, aveva dichiarato che Mosca costituisse un pericolo maggiore di Pechino in materia di interferenze elettorali. Una posizione, questa, fatta propria anche dall'allora senatrice, Kamala Harris. Del resto, si tratta di una linea che lo stesso Biden ha recentemente ribadito durante la conferenza di Monaco sulla sicurezza: in quell'occasione, il neo presidente ha speso parole più dure sulla Russia che sulla Cina. Tutto questo, senza poi dimenticare la questione del Russiagate, cavalcata dai dem contro Donald Trump dal 2017 al 2019 e risoltasi poi sostanzialmente in una bolla di sapone. Ecco: questa acredine nei confronti di Mosca non sembra (almeno per ora) emersa su una questione delicata come quella dell'uranio in Wyoming. Certo: va sicuramente sottolineato che, sulla concessione dei permessi minerari, i singoli Stati godano di un discreto margine di manovra. Tuttavia, come notato lo scorso settembre dal sito della World nuclear association, sul tema ha (più o meno) voce in capitolo anche la Nuclear regulatory commission: agenzia indipendente del governo statunitense, il cui nuovo presidente, Christopher T. Hanson, è stato designato dallo stesso Biden a fine gennaio. E comunque, a prescindere da ciò, se ci fossero state delle obiezioni dalla Casa Bianca, Biden avrebbe potuto far sentire in qualche modo la propria voce.D'altronde, Uranium One era già balzata agli onori delle cronache nell'ambito di una polemica che, alcuni anni fa, aveva coinvolto alcuni settori del Partito democratico. Ricordiamo che l'azienda canadese venne gradualmente acquisita da Rosatom tra il 2009 e il 2013 e che, data la natura strategica dell'uranio, quell'acquisizione avrebbe dovuto ottenere l'approvazione di varie agenzie governative statunitensi (era d'altronde in gioco circa un quinto della produzione americana di uranio). Ora, tra i dicasteri coinvolti figurava anche il Dipartimento di Stato che - rammentiamolo - tra il 2009 e il 2013 fu guidato da Hillary Clinton. Ebbene, nell'aprile 2015, il New York Times riportò che, con il progredire dell'acquisizione, fossero pervenute delle donazioni dai vertici di Uranium One nelle casse della Fondazione Clinton. Tutto questo, mentre - nell'estate 2010 - l'ex presidente americano Bill Clinton, avrebbe ricevuto, per un discorso tenuto a Mosca, 500.000 dollari da Renaissance Capital: istituto bancario vicino al Cremlino, «che stava promuovendo l'azionariato di Uranium One». Certo: non è provato che quelle donazioni fossero legate all'acquisizione. Ed è pur vero che, insieme al Dipartimento di Stato, l'ok all'acquisto dovesse arrivare anche da altre agenzie, oltre al fatto che l'ultima parola l'avrebbe comunque avuta il presidente (che all'epoca era Barack Obama). Restano tuttavia connessioni e tempistiche un po' sospette. Senza dimenticare che Foggy Bottom fosse parte integrante del processo decisionale. Tornando alla recente concessione del Wyoming, è improbabile - fatto salvo il caso di una specifica licenza della Nuclear regulatory commission - che l'uranio estratto da Uranium One possa lasciare gli Stati Uniti. Più plausibile è che sarà indirizzato al fabbisogno interno: lo Zio Sam importa d'altronde la maggior parte dell'uranio, che usa come combustibile per i reattori nucleari. Resta però il fatto che un'azienda controllata dai russi stia rafforzando la propria presenza sul suolo americano (Uranium One deteneva già il sito - fuori servizio dal 2018 - di Willow Creek, sempre in Wyoming). Tutto questo, mentre alla Casa Bianca siede un presidente che ha appena imposto sanzioni contro sette alti funzionari russi, accusati dell'avvelenamento dell'attivista Alexei Navalny. Ecco che dunque il silenzio di Biden sul Wyoming è doppiamente significativo. Non solo per le vecchie connessioni tra Uranium One e alcuni settori dell'establishment dem. Ma anche perché evidenzia una sorta di doppio binario su cui il presidente americano si sta muovendo nei suoi rapporti con la Russia. Alla severità in materia di diritti umani fa infatti da contraltare un atteggiamento spregiudicato su fronti come quello energetico. È quindi come se, al di là dello scontro che avviene in superficie, Biden lasciasse sotterraneamente aperto un canale con Mosca. Evidentemente non era solo Trump ad essere convinto che ai russi non andasse chiusa del tutto la porta in faccia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-putin-uranio-usa-2650864372.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-francia-inizia-la-stretta-via-le-antenne-huawei-al-loro-posto-quelle-ue" data-post-id="2650864372" data-published-at="1614724627" data-use-pagination="False"> In Francia inizia la stretta: via le antenne Huawei, al loro posto quelle Ue Diverse città francesi, tra cui Tolosa, Tolone, Rennes e Brest, hanno iniziato a smantellare le apparecchiature 4G di Huawei dopo che a inizio febbraio il Consiglio costituzionale aveva confermato le norme cosiddette anti Huawei decise dal governo di Parigi per mettere dei paletti all'ingresso dell'azienda cinese nell'infrastruttura 5G del Paese. Il Consiglio aveva respinto i ricorsi presentati da due operatori di telefonia mobile (Sfr e Bouygues Telecom) evidenziando come il Parlamento avesse approvato le norme con l'obiettivo di preservare gli «interessi della Difesa e della sicurezza nazionale». Dopo la sentenza, Sfr e Bouygues Telecom avevano chiesto indennizzi, esclusi immediatamente dal governo. Bouygues Telecom, inoltre, aveva spiegato che avrebbe dovuto così procedere alla rimozione di 3.000 antenne Huawei entro il 2028 in tutto il Paese. Ed è quanto sta accadendo in queste settimane, come ha rivelato ieri Bloomberg. Bouygues Telecom e Altice (del gruppo Sfr) hanno iniziato a rimuovere anche le apparecchiature 4G di Huawei, diventate incompatibili dopo la decisione del Consiglio costituzionale in vista della realizzazione del 5G. La prima le rimpiazzerà con quelle della svedese Ericsson, la seconda con quelle della finlandese Nokia: il che va esattamente nella direzione indicata dal governo e dall'intelligence francesi che hanno auspicato la realizzazione del 5G facendo affidamento soltanto su fornitori europei. Quantomeno per la parte core, visto che, diversamente da quanto fatto dal Regno Unito, la Francia non sembra intenzionata a imporre un vero e proprio divieto per le aziende cinesi (Huawei ma anche Zte), accusate dagli Stati Uniti di spionaggio per conto della Cina (accuse sempre respinte e bollate come leva geopolitica). Se Huawei avrà ancora un peso decisivo nel 5G europeo dipenderà soprattutto dalla decisione della Germania di Angela Merkel, dove il Bundestag sta discutendo una proposta del governo che prevede forti restrizioni ma non un veto. Intanto, però, la rivolta anti cinese si allarga, anche in vista del G7 organizzato dal Regno Unito che vede i Sette (più Australia, Corea del Sud e India invitati come ospiti) impegnati a contenere l'ascesa, in particolare tecnologica e militare, di Pechino. Un segnale l'ha dato ieri il governo giapponese lamentando di non avere ancora ricevuto risposta dalla Cina in merito allo richiesta di stop ai tamponi anali effettuati ai viaggiatori giapponesi (un «grande dolore psicologico»). Il Giappone continuerà a reiterare la sua richiesta, fino a quando non verrà accettata e la pratica sarà interrotta, ha fatto sapere Tokyo criticando la pratica del governo cinese, che nelle scorse settimane aveva avuto frizioni con i diplomatici Usa contrari, anch'essi, alla pratica considerata una vessazione voluta da Pechino.
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Il governo tunisino ora guidato da Kais Saied, che ha azzerato la democrazia, ha già chiesto all’Ue di salire a 100.000 tonnellate esportabili a dazio zero. Ursula von de Leyen è favorevole. Anche il Commissario all’agricoltura, Christophe Hansen, è lussemburghese e forse crede che gli ulivi siano piante decorative, non ha nulla in contrario. Durissima è stata la reazione della Coldiretti che lamenta il dumping (l’olio del Nord Africa arriva al di sotto dei 5 euro) e che in passato ha «abbordato» le navi che lo trasportano a Civitavecchia, ma ancora più dura è la protesta degli olivicoltori greci che hanno bloccato il Paese con i trattori. Disordini ci sono stati nelle zone di Chania, Mesenia, Laconia e a Creta per la mancata erogazione dei contributi Pac e il dumping sul prezzo che Tunisia e Spagna fanno all’olio greco che viene pagato oggi sotto i 4 euro. Il malessere greco è la conferma del caos nel comparto oleario a livello comunitario. Le ragioni sono due: l’olio da oliva non interessa a Bruxelles; la Spagna ha imposto un sistema produttivo che si rivela devastante ed è devastato. Madrid è il primo produttore mondiale con 1,3 milioni di tonnellate estratte da colture iperintensive e ha bisogno di sbocchi immediati sul mercato: questo ha determinato un costante abbassamento del prezzo mondiale che viaggia oggi attorno ai 5 euro al litro. Una quotazione non remunerativa in Italia, in Grecia, in Francia e neppure in Croazia e Albania che vendono la loro scarsa produzione a 7 euro al litro. Ma in Nord Africa è una manna. Tunisi ha deciso perciò di puntare lo sviluppo economico sull’olio da olive favorita anche lo scorso anno da una scarsissima produzione in Spagna e in Italia che è con 70.000 tonnellate importate (e una quota del 28% dell’export tunisino) il primo cliente della Tunisia. L’Italia sta attorno alle 300.000 tonnellate di produzione (quest’anno è aumentata del 30% rispetto al disastroso 2024) colpita anche dalla xilella nella sua regione leader: la Puglia. Noi però siamo i più forti consumatori del mondo (circa 12 litri a testa) ed esportiamo per circa 3 miliardi circa 280.000 tonnellate. Non va trascurato che i principali brand oleari italiani sono di proprietà spagnola. Siccome la legislazione europea consente di etichettare gli oli anche come miscela Ue e non Ue ecco perché siamo il primo mercato della Tunisia che produce in dumping. Lo testimonia il Financial Times in un articolato reportage. Il governo Saied punta a oltre 1,5 miliardi di euro di export e ha fissato un prezzo minimo al frantoio (dieci dinari al litro: circa 2,9 euro) e un prezzo calmierato per il consumo interno a 15 dinari, questo per evitare una caduta di redditività da sovra-produzione. Comunque il boom di export registrato lo scorso anno (gli spagnoli compravano olio ovunque: hanno a pagato quello tunisino fino a 8 euro) secondo Najeh Saidi Hamed, della Camera tunisina dei produttori di olive, può far superare le 500.000 tonnellate di produzione, mentre Vito Martielli, analista senior per cereali e semi oleosi di Rabobank che stima la produzione tunisina attorno alle 400.000 tonnellate, sostiene che «il prezzo ha raggiunto i 10.000 dollari a tonnellata, il che ha innescato l’espansione». Secondo la Banca Mondiale la crescita della Tunisia (si mantiene moderata, attorno al 2,4% anche se Kaies Saide ha rifiutato un prestito da 1,9 miliardi dall’Fmi «per tenermi libero») è tutta proiettata su turismo e agricoltura. La dimostrazione? Il tribunale di Tunisi ha rimesso in libertà su cauzione (17 milioni di dollari) Abdelaziz Makhloufi il fondatore di CHO group. L’accusa era di essersi approfittato di un bene agricolo dello Stato, ma Makhloufi è il re dell’olio. Oggi a Tunisi, grazie all’Ue, chi ha a che fare con le olive è un eroe nazionale.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 gennaio 2026. Con il generale Giuseppe Santomartino facciamo il punto sulla situazione internazionale a partire dall'Ucraina.
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Tutto questo, come sempre, viene giustificato con la necessità di ridurre le emissioni ed evitare l’apocalisse climatica. E avrebbe persino un barlume di senso, se effettivamente ci fosse una apocalisse in corso. Gli allarmi urlati dai tifosi della fine dei tempi, benché quasi sempre smentiti dai fatti, continuano a susseguirsi senza sosta. Pochi giorni fa, ad esempio, alcuni dei maggiori media mondiali hanno dato conto di un rapporto annuale realizzato dall’organizzazione umanitaria Christian Aid, secondo cui i dieci peggiori disastri climatici del 2025 hanno causato perdite per oltre 120 miliardi di dollari.
Patrick Watt, amministratore delegato di Christian Aid, ha usato toni nerissimi: «Questi disastri climatici sono un monito di ciò che ci aspetta se non acceleriamo la transizione dai combustibili fossili», ha dichiarato. «Essi rimarcano anche l’urgente necessità di adattamento, in particolare nel Sud del mondo, dove le risorse sono limitate e le persone sono particolarmente vulnerabili agli shock climatici». Questi numeri impressionanti sono basato sulle stime di un noto colosso assicurativo, e ciò dovrebbe fare riflettere: forse alle assicurazioni battere sull’allarmismo conviene.
Ciò che non viene detto sui disastri naturali è che da un po’ di tempo causano - fortunatamente - sempre meno vittime. Lo ha spiegato sul New York Post Roger Pielke Jr., un ricercatore dell’American Enterprise Institute, citando i dati del Centro di ricerca sull’epidemiologia dei disastri (Cred) dell’Università cattolica di Lovanio. Basandosi sulle cifre raccolte da Our world in data, fino a ottobre del 2025, a livello globale sono stati registrati circa 4.500 decessi correlati a eventi meteorologici estremi. Anche contando i disastri accaduti nell’ultima parte dell’anno soprattutto in Asia, che potrebbero aver causato circa 1.600 morti, siamo comunque di fronte a una delle cifre più basse di ogni tempo.
«Ciò che possiamo affermare con maggiore sicurezza», dice Pielke, «è che il tasso di mortalità dovuto a eventi meteorologici estremi è il più basso di sempre, inferiore a 0,8 decessi ogni 100.000 persone (secondo i dati demografici delle Nazioni Unite). Solo il 2018 e il 2015 sono simili. Dal 2000, si sono verificati sei anni con un tasso di mortalità inferiore a 1,0 ogni 100.000 persone, tutti a partire dal 2014. Dal 1970 al 2025, il tasso di mortalità è diminuito di due ordini di grandezza. Questa è una storia incredibile di ingegno e progresso umano».
Secondo Pielke, «il 2025 non è un evento unico, ma fa parte di una tendenza a lungo termine di ridotta vulnerabilità e di migliore preparazione agli eventi estremi. Alla base di questa tendenza c’è l’applicazione efficace della scienza, della tecnologia e della politica in un mondo che è diventato molto più ricco e quindi molto meglio attrezzato per proteggere le persone quando, inevitabilmente, si verificano eventi estremi».
Intendiamoci, ciò non significa che non si verifichino eventi estremi e che non esistano catastrofi naturali anche causate da inquinamento e sfruttamento della terra. Ma il punto è che agire sulle infrastrutture, mettere in sicurezza i territori e muoversi sulla base del buon senso permette di ridurre notevolmente i pericoli e soprattutto il numero di decessi.
Persino Amy Pope, direttrice dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), lo ha detto a mezza bocca durante un recentissimo incontro Onu sulle catastrofi. «L’impatto dei disastri dipende in larga parte dalle scelte che facciamo, dalla solidità delle nostre infrastrutture, da quanto investiamo nella prevenzione e da quanto proteggiamo i più vulnerabili», ha affermato. «Con la pianificazione e il finanziamento adeguati, è possibile ridurre gli impatti negativi dei disastri. Di conseguenza, l’appello di quest’anno è rivolto a un aumento dei finanziamenti per la gestione del rischio di catastrofi e allo sviluppo di investimenti privati resilienti e adeguati al rischio». La Pope non è una pericolosa negazionista climatica, anzi è perfettamente in linea con la retorica dominante. Eppure non nega che un approccio pragmatico produca risultati.
Il fatto è che l’Unione europea pensa di affrontare i mutamenti del clima e i nuovi problemi che essi pongono con tasse e gabelle, che hanno l’unico risultato di danneggiare le imprese. Come dimostrano anche alcune drammatiche vicende italiane (alluvioni romagnole in testa) l’unica strada efficace per affrontare i mutamenti climatici - a prescindere dalla causa - consiste nell’adattarsi alle nuove esigenze, cioè nell’orientare l’azione politica alla risoluzione di questioni molto concrete. Dove si prendono provvedimenti, i morti diminuiscono. Dove regna l’ideologia, si spendono montagne di soldi senza benefici per la popolazione.
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Friedrich Merz (Ansa)
La transizione ora entra nel vivo. Il primo grande gruppo, oltre 500 miliardi di euro, ha dodici mesi per sistemare i portafogli. Gli analisti prevedono che si parta dallo smontaggio delle coperture sui tassi - gli swap, per gli amici - e da una riduzione dell’esposizione sulle scadenze lunghissime. La banca centrale olandese stima un taglio da 100-150 miliardi tra bond di Stato e derivati ultra-lunghi. Numeri che, messi insieme, fanno tremare la parte lunga delle curve dei rendimenti.
Non a caso la Germania già sente il colpo. Il premio pagato sui titoli a lunga scadenza rispetto a quelli medi è ai massimi da sei anni. I mercati hanno fiutato la mossa: meno compratori «naturali» di Bund proprio mentre Berlino prepara nuovo debito per finanziare gli stimoli fiscali. Risultato? La Germania pensa di emettere per la prima volta un bond a 20 anni. Segno dei tempi: se i fondi scappano dai trentennali, bisogna accorciare il passo.
E qui arriva il paradosso. Mentre il Nord stringe la cintura e rivede le strategie, il Sud potrebbe sorridere. Italia e Spagna, debiti più rischiosi ma rendimenti più generosi, diventano improvvisamente più interessanti. Se i fondi olandesi compreranno meno Bund, qualcuno dovrà pur comprare altro. E i Btp, spesso trattati come cugini poveri, potrebbero trovare nuovi estimatori ad Amsterdam. Certo, non sarà una passeggiata. Alcuni fondi hanno già rinviato il passaggio, altri potrebbero farlo: la complessità è enorme e la volatilità di inizio anno, con liquidità ridotta, è dietro l’angolo. Anche Wall Street intanto balla – Dow, S&P e Nasdaq in calo – a ricordare che il mercato non ama le rivoluzioni improvvise.
Ma il messaggio è chiaro: l’Olanda ha acceso la miccia. Ha deciso che la sicurezza assoluta è un’illusione e che, per pagare le pensioni del futuro, bisogna accettare un po’ di rischio oggi. Una scelta che cambia il volto dei mercati europei e che, ironia della sorte, potrebbe regalare un assist proprio ai Paesi più indebitati. Insomma, quando i fondi pensione olandesi smettono di comprare Bund, a Roma qualcuno potrebbe stappare una bottiglia. Anche se, per scaramanzia, meglio tenerla in fresco: i mercati, come le pensioni di nuova generazione, non promettono più nulla.
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