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2018-07-29
La Francia schiera Bernard Henri Lévy contro l'Italia: teme un'intelligence guidata da Savona
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È arrivato a Torino. «Cristiano Ronaldo?», vi domanderete. Ma no, altro che Cr7: è arrivato Bhl. Francese nato in Algeria, figlio di un multimiliardario, intellettuale, polemista, Bernard Henri Lévy dev'essere stato a lungo incerto se fare il filosofo, la rockstar o il santone laico: nel dubbio, ha deciso di fare tutte e tre le cose. La notizia è che da ieri ha iniziato la sua collaborazione con il quotidiano La Stampa.
Per comprendere Bhl, è indispensabile la massima di Oscar Wilde: «Solo i superficiali non giudicano dalle apparenze». Guardatelo in foto: solenne, cotonatissimo, capigliatura che avrebbe suscitato l'invidia di Maria Antonietta, camicia aperta svolazzante accuratamente spiegazzata (né troppo né troppo poco: ore di preparazione, capite bene…), espressione ispirata e sofferente, il tono costante di chi ti descrive l'abisso morale del nostro tempo dal quale soltanto lui potrà salvarti.
Filosoficamente parlando, il nostro, più che un guru, è da sempre un paraguru: è stato negli anni Settanta uno dei nouveaux philosophes, pensatori dal retroterra fritto misto (un po' di marxismo, un po' di maoismo, un po' di esistenzialismo), che poi hanno ripudiato il comunismo (bene) salvo però subito dopo passare gran parte del tempo a criticare capitalismo e conservatorismo (male).
Come dicevamo, siccome i tromboni italiani non erano abbastanza, da ventiquattr'ore il quotidiano di Torino si è assicurato le prestazioni del supertrombone francese. E che prestazioni! L'esordio è stata una difesa a corpo morto di Emmanuel Macron, sotto assedio perché il suo bodyguard prediletto, tale Benalla (super stipendio, super appartamento, super intimità con la coppia presidenziale), il primo maggio scorso ha malmenato alcuni manifestanti travestito da poliziotto. Ovviamente, un po' tutti in Francia hanno spiegazioni da chiedere a un Macron alle corde (come La Verità vi ha raccontato nel dettaglio nei giorni scorsi).
Meglio di un bodyguard, meglio di Benalla, arriva ora Bhl, che (a rischio di spettinarsi) insorge a difesa dell'Eliseo. Bhl non si dà pace, è sconvolto: «Macron è nella vasca dei piranha», siamo davanti a una «sequenza singolare e agghiacciante...». Sì, c'è stata una «sbavatura» (scrive testualmente il paraguru), perfino un «grave errore» (ammette, bontà sua), però da quel momento la vera vittima è stato il povero Macron: «la preda imperiale che i piranha vogliono spolpare fino all'osso», «ipotesi grottesche sulla vita privata della coppia presidenziale», «orde pettegole» scatenate sui «cosiddetti social network», il «fruscio dei tweet», i «sanculotti senz'anima», il «mondo impazzito», il «fascismo in ascesa».
Bhl è partito e capite bene che non lo si può fermare: è un flusso di coscienza. Ma attenzione: è arrivato al punto. I cattivoni se la prendono con Macron perché è l'unico «argine» contro «l'internazionale delle nuove tirannie» e gli immancabili «populisti». E qui occorre fermarsi un attimo a riflettere, perché viene fuori la seconda dimensione di Bhl. Finora abbiamo scherzato sugli aspetti scenografici e coreografici: trucco e parrucco, vanità sfacciata, pose da indossatore. Ma l'uomo non va affatto sottovalutato: perché va (o viene inviato, o si autoinvia: fate voi) ogni volta che c'è da salvare qualcuno o da destabilizzare qualcun altro. Sarà una coincidenza: ma quando c'è una missione delicata, arriva lui, in posa plastica.
Il primo esempio (ramo salvataggi) è quello che abbiamo finito di raccontare: questa disperata difesa dell'indifendibile Macron che, non scordiamocelo mai, fino a qualche mese fa era l'eroe assoluto degli euroentusiasti e degli eurolirici (ve lo ricordate il selfie di Enrico Letta durante i festeggiamenti postelettorali francesi e l'indimenticabile tweet di Paolo Gentiloni «una speranza s'aggira per l'Europa»?). Adesso, il loro campione è nei guai, e occorre rimetterlo in piedi per le elezioni europee.
Secondo esempio (ramo destabilizzazioni): Brexit, che invece a Bhl non piace. Figurarsi, il dogma europeista messo in discussione, e perfino per decisione degli elettori: una cosa intollerabile per Lévy, che ha scritto una caterva di articoli e ha messo in piedi perfino una strampalata performance teatrale per spiegare agli inglesi che «Brexit è un regresso di civiltà».
Terzo esempio (ramo destabilizzazioni, qualche anno fa): la Libia. In quel caso, Bhl, allora agiografo instancabile di Nicolas Sarkozy, non solo sostenne l'intervento, ma poi, in un docufilm da lui scritto, diretto e interpretato (l'uomo è multimediale oltre che multiautocelebrativo), rivendicò di aver avuto un ruolo negli incontri tra Sarkozy e i ribelli anti Gheddafi. Il quale era quello che era, sia ben chiaro: ma l'esito dell'operazione libica è sotto gli occhi di tutti.
C'è chi teme che la nuova attenzione per l'Italia di Bhl possa celare il desiderio di un «quarto esempio». È noto che a Parigi tanti auspicavano un esito elettorale diverso prima del 4 marzo, e, anche dopo - come male minore - un'intesa M5s-Pd: uno schema centrato sul Pd e ritenuto Oltralpe più funzionale alla difesa degli interessi politici e commerciali francesi. Ora in alcuni ambienti (lo ha raccontato ieri La Verità) è scattato una specie di piano B: occorre lavorare sulle faglie (vere o presunte, reali o supposte) tra il Mef e gli azionisti di maggioranza dell'esecutivo, tra il ministro Giovanni Tria e la coppia Salvini-Di Maio, tra il Quirinale e l'asse politico oggi prevalente.
Vero? Verosimile? Nessuno può dirlo con certezza: ma un Bhl in prima pagina può sempre tornare utile per le necessità estive (e soprattutto autunnali) di un certo establishment, italiano e non.
Daniele Capezzone
La Francia ha paura dell’intelligence guidata da Savona
Chiunque abbia letto un solo libro del professor Paolo Savona sa bene che l'ultima cosa che gli si possa imputare è quella di non essere un europeista. In ogni suo scritto concernente la comunitarizzazione delle istituzioni si trovano, sempre, insieme alle analisi dei problemi creati dal mercato comune anche le possibili soluzioni. Una volta appurata tale semplice verità, e compreso che dalla presenza attiva di Paolo Savona l'Europa avrebbe tutto da guadagnarci, se ne deduce che i continui attacchi al mancato ministro dell'Economia hanno ben altra natura. Il vero scopo di tale infinita gogna non è la sicurezza dell'Unione europea, ma l'ennesima destabilizzazione dell'Italia.
Il problema di Savona è il medesimo dell'Italia, ovvero quello di non disporre di un sistema che sappia gestire in maniera sistematica e coordinata una guerra economica e informativa per la quale i Paesi concorrenti, soprattutto la Francia, si sono organizzati da più di due decenni e di cui Paolo Savona, insieme al generale Carlo Jean, è uno dei massimi esperti. Negli anni Novanta del secolo precedente, constatato il cambio del paradigma geopolitico internazionale dovuto alla fine del bipolarismo, l'allora inquilino dell'Eliseo, Francoise Mitterand, diede compito a una commissione di esperti, presieduta da Henri Martre, di studiare il modo per far tornare la Francia strategicamente importante. Quella commissione, comprendendo che le guerre guerreggiate in un mondo altamente globalizzato facevano parte del passato e che la competizione geoeconomica poteva portare ben maggiori benefici o causare danni pesanti ai nemici, espose un progetto successivamente implementato nei minimi dettagli e noto agli esperti con il nome di intelligence economica. Si tratta di un sistema coordinato di collaborazione, ma soprattutto di scambio informativo, tra il settore privato e quello pubblico che permette alla Francia di perorare efficacemente, ovunque e in ogni momento, il proprio interesse nazionale. I servizi segreti della Repubblica e le aziende si scambiano continuativamente le informazioni, fissano i propri obiettivi e infine il governo vi cuce sopra la strategia di sostegno generale utilizzando qualora necessario agenzie esterne, apparentemente slegate dallo Stato, per operazioni di guerra cognitiva e psicologica con fini di destabilizzazione, controinformazione o propaganda. Tale struttura, Comitato per la competitività e la sicurezza economica, creata nel 1995, ha sede presso il segretariato generale per la difesa nazionale, è inglobata nel gabinetto del primo ministro e affidata di solito a un ex membro dei servizi segreti. L'intelligence economica è lo strumento con cui la Francia sostiene la competitività del proprio sistema Paese e strumentalmente destabilizza le nazioni concorrenti.
Poiché un sistema efficace ha anche bisogno di esperti preparati, a Parigi hanno pensato bene che la rete delle grandi scuole da cui esce l'élite di potere non fosse più sufficiente e hanno istituito anche una scuola di guerra economica, oggi diretta da Christian Harbulot, consigliere di Henri Martre ai tempi della commissione voluta da Mitterrand.
Il volume di Giuseppe Gagliano, Guerra economica. Stato e impresa nei nuovi scenari internazionali, uscito di recente, ben descrive come oggi gli Stati debbano rivedere il proprio ruolo nel mondo. Tuttavia, per noi, che con Savona e Jean abbiamo negli anni passati proposto all'Italia la formazione di una struttura di intelligence economica che permettesse al sistema Paese di ridivenire competitivo, è chiaro come il ministro per gli Affari europei sia principalmente sotto attacco dei servizi francesi e come il nostro Paese, non avendolo ascoltato, non ha gli strumenti per gestire il problema.
Savona è scomodo, non solo perché conosce le soluzioni ai problemi europei, ma soprattutto perché conosce i metodi della scuola francese, essendo stato il primo a studiarli comprendendone le dirompenti potenzialità. La Francia vuole continuare a indebolire il Belpaese, per acquisirne i gioielli economici e per mantenerla menomata a livello geopolitico. Il rapporto negativo su Fincantieri, uscito questo mese, preparato dalla società di consulenza Adit, non è altro che un pezzo di tale complicato puzzle, dato che la Adit altro non è che una società di consulenza strategica al servizio delle aziende d'Oltrealpe, il cui capitale è partecipato dallo Stato francese. In tale quadro s'inseriscono anche le decisioni del consiglio d'amministrazione di Generali, a guida transalpina, che ha deciso la vendita di diverse partecipate estere successivamente finite in mano francese e le decisioni dell'ad di Unicredit, Jean Pierre Mustier, un ex militare francese, che facilita la vendita dei fondi Pioneer - tra i più grandi in Europa - a Crédit agricole e senza i quali è assai più facile influire sullo spread Btp italiano, ovvero inventarsi una fusione con Société générale.
E per correttezza non possiamo dimenticare il continuo interessamento francese a Finmeccanica, della quale una relazione preparata dall'Università parigina Science Po, da sempre fucina degli uomini d'intelligence francesi e nella quale Enrico Letta - insignito commendatore della Legione d'onore da Francois Hollande nel 2016 - è direttore della Scuola per gli affari internazionali, ne suggeriva, poco prima che lo stesso Letta divenisse presidente del Consiglio, la vendita a società francesi in quanto incapace di creare da sola economie di scala.
L'Italia è sotto attacco. Paolo Savona è solo la punta dell'iceberg di un problema ben più grave. Se la politica gli permetterà di realizzare la struttura che ha in mente allora la Repubblica italiana avrà ancora qualche possibilità per recuperare il tempo perduto. In caso contrario, senza un dispositivo strategico d'intelligence capace di competere con i Paesi più avanzati, siamo destinati a diventare una colonia del mondo contemporaneo.
Laris Gaiser
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Per difendere Emmanuel Macron dall'assedio sbarca sulla Stampa l'intellettuale preferito dall'establishment. Il guru che ha sostenuto la guerra in Libia e criticato la Brexit ha un nuovo nemico da colpire: l'alleanza gialloblù.I servizi d'Oltralpe temono che il ministro metta a sistema una struttura strategica che difenda gli interessi dell'Italia .Lo speciale contiene due articoli. È arrivato a Torino. «Cristiano Ronaldo?», vi domanderete. Ma no, altro che Cr7: è arrivato Bhl. Francese nato in Algeria, figlio di un multimiliardario, intellettuale, polemista, Bernard Henri Lévy dev'essere stato a lungo incerto se fare il filosofo, la rockstar o il santone laico: nel dubbio, ha deciso di fare tutte e tre le cose. La notizia è che da ieri ha iniziato la sua collaborazione con il quotidiano La Stampa. Per comprendere Bhl, è indispensabile la massima di Oscar Wilde: «Solo i superficiali non giudicano dalle apparenze». Guardatelo in foto: solenne, cotonatissimo, capigliatura che avrebbe suscitato l'invidia di Maria Antonietta, camicia aperta svolazzante accuratamente spiegazzata (né troppo né troppo poco: ore di preparazione, capite bene…), espressione ispirata e sofferente, il tono costante di chi ti descrive l'abisso morale del nostro tempo dal quale soltanto lui potrà salvarti. Filosoficamente parlando, il nostro, più che un guru, è da sempre un paraguru: è stato negli anni Settanta uno dei nouveaux philosophes, pensatori dal retroterra fritto misto (un po' di marxismo, un po' di maoismo, un po' di esistenzialismo), che poi hanno ripudiato il comunismo (bene) salvo però subito dopo passare gran parte del tempo a criticare capitalismo e conservatorismo (male). Come dicevamo, siccome i tromboni italiani non erano abbastanza, da ventiquattr'ore il quotidiano di Torino si è assicurato le prestazioni del supertrombone francese. E che prestazioni! L'esordio è stata una difesa a corpo morto di Emmanuel Macron, sotto assedio perché il suo bodyguard prediletto, tale Benalla (super stipendio, super appartamento, super intimità con la coppia presidenziale), il primo maggio scorso ha malmenato alcuni manifestanti travestito da poliziotto. Ovviamente, un po' tutti in Francia hanno spiegazioni da chiedere a un Macron alle corde (come La Verità vi ha raccontato nel dettaglio nei giorni scorsi). Meglio di un bodyguard, meglio di Benalla, arriva ora Bhl, che (a rischio di spettinarsi) insorge a difesa dell'Eliseo. Bhl non si dà pace, è sconvolto: «Macron è nella vasca dei piranha», siamo davanti a una «sequenza singolare e agghiacciante...». Sì, c'è stata una «sbavatura» (scrive testualmente il paraguru), perfino un «grave errore» (ammette, bontà sua), però da quel momento la vera vittima è stato il povero Macron: «la preda imperiale che i piranha vogliono spolpare fino all'osso», «ipotesi grottesche sulla vita privata della coppia presidenziale», «orde pettegole» scatenate sui «cosiddetti social network», il «fruscio dei tweet», i «sanculotti senz'anima», il «mondo impazzito», il «fascismo in ascesa». Bhl è partito e capite bene che non lo si può fermare: è un flusso di coscienza. Ma attenzione: è arrivato al punto. I cattivoni se la prendono con Macron perché è l'unico «argine» contro «l'internazionale delle nuove tirannie» e gli immancabili «populisti». E qui occorre fermarsi un attimo a riflettere, perché viene fuori la seconda dimensione di Bhl. Finora abbiamo scherzato sugli aspetti scenografici e coreografici: trucco e parrucco, vanità sfacciata, pose da indossatore. Ma l'uomo non va affatto sottovalutato: perché va (o viene inviato, o si autoinvia: fate voi) ogni volta che c'è da salvare qualcuno o da destabilizzare qualcun altro. Sarà una coincidenza: ma quando c'è una missione delicata, arriva lui, in posa plastica. Il primo esempio (ramo salvataggi) è quello che abbiamo finito di raccontare: questa disperata difesa dell'indifendibile Macron che, non scordiamocelo mai, fino a qualche mese fa era l'eroe assoluto degli euroentusiasti e degli eurolirici (ve lo ricordate il selfie di Enrico Letta durante i festeggiamenti postelettorali francesi e l'indimenticabile tweet di Paolo Gentiloni «una speranza s'aggira per l'Europa»?). Adesso, il loro campione è nei guai, e occorre rimetterlo in piedi per le elezioni europee. Secondo esempio (ramo destabilizzazioni): Brexit, che invece a Bhl non piace. Figurarsi, il dogma europeista messo in discussione, e perfino per decisione degli elettori: una cosa intollerabile per Lévy, che ha scritto una caterva di articoli e ha messo in piedi perfino una strampalata performance teatrale per spiegare agli inglesi che «Brexit è un regresso di civiltà». Terzo esempio (ramo destabilizzazioni, qualche anno fa): la Libia. In quel caso, Bhl, allora agiografo instancabile di Nicolas Sarkozy, non solo sostenne l'intervento, ma poi, in un docufilm da lui scritto, diretto e interpretato (l'uomo è multimediale oltre che multiautocelebrativo), rivendicò di aver avuto un ruolo negli incontri tra Sarkozy e i ribelli anti Gheddafi. Il quale era quello che era, sia ben chiaro: ma l'esito dell'operazione libica è sotto gli occhi di tutti. C'è chi teme che la nuova attenzione per l'Italia di Bhl possa celare il desiderio di un «quarto esempio». È noto che a Parigi tanti auspicavano un esito elettorale diverso prima del 4 marzo, e, anche dopo - come male minore - un'intesa M5s-Pd: uno schema centrato sul Pd e ritenuto Oltralpe più funzionale alla difesa degli interessi politici e commerciali francesi. Ora in alcuni ambienti (lo ha raccontato ieri La Verità) è scattato una specie di piano B: occorre lavorare sulle faglie (vere o presunte, reali o supposte) tra il Mef e gli azionisti di maggioranza dell'esecutivo, tra il ministro Giovanni Tria e la coppia Salvini-Di Maio, tra il Quirinale e l'asse politico oggi prevalente. Vero? Verosimile? Nessuno può dirlo con certezza: ma un Bhl in prima pagina può sempre tornare utile per le necessità estive (e soprattutto autunnali) di un certo establishment, italiano e non. Daniele Capezzone<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bernard-henry-levy-2590636069.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-francia-ha-paura-dellintelligence-guidata-da-savona" data-post-id="2590636069" data-published-at="1767880212" data-use-pagination="False"> La Francia ha paura dell’intelligence guidata da Savona Chiunque abbia letto un solo libro del professor Paolo Savona sa bene che l'ultima cosa che gli si possa imputare è quella di non essere un europeista. In ogni suo scritto concernente la comunitarizzazione delle istituzioni si trovano, sempre, insieme alle analisi dei problemi creati dal mercato comune anche le possibili soluzioni. Una volta appurata tale semplice verità, e compreso che dalla presenza attiva di Paolo Savona l'Europa avrebbe tutto da guadagnarci, se ne deduce che i continui attacchi al mancato ministro dell'Economia hanno ben altra natura. Il vero scopo di tale infinita gogna non è la sicurezza dell'Unione europea, ma l'ennesima destabilizzazione dell'Italia. Il problema di Savona è il medesimo dell'Italia, ovvero quello di non disporre di un sistema che sappia gestire in maniera sistematica e coordinata una guerra economica e informativa per la quale i Paesi concorrenti, soprattutto la Francia, si sono organizzati da più di due decenni e di cui Paolo Savona, insieme al generale Carlo Jean, è uno dei massimi esperti. Negli anni Novanta del secolo precedente, constatato il cambio del paradigma geopolitico internazionale dovuto alla fine del bipolarismo, l'allora inquilino dell'Eliseo, Francoise Mitterand, diede compito a una commissione di esperti, presieduta da Henri Martre, di studiare il modo per far tornare la Francia strategicamente importante. Quella commissione, comprendendo che le guerre guerreggiate in un mondo altamente globalizzato facevano parte del passato e che la competizione geoeconomica poteva portare ben maggiori benefici o causare danni pesanti ai nemici, espose un progetto successivamente implementato nei minimi dettagli e noto agli esperti con il nome di intelligence economica. Si tratta di un sistema coordinato di collaborazione, ma soprattutto di scambio informativo, tra il settore privato e quello pubblico che permette alla Francia di perorare efficacemente, ovunque e in ogni momento, il proprio interesse nazionale. I servizi segreti della Repubblica e le aziende si scambiano continuativamente le informazioni, fissano i propri obiettivi e infine il governo vi cuce sopra la strategia di sostegno generale utilizzando qualora necessario agenzie esterne, apparentemente slegate dallo Stato, per operazioni di guerra cognitiva e psicologica con fini di destabilizzazione, controinformazione o propaganda. Tale struttura, Comitato per la competitività e la sicurezza economica, creata nel 1995, ha sede presso il segretariato generale per la difesa nazionale, è inglobata nel gabinetto del primo ministro e affidata di solito a un ex membro dei servizi segreti. L'intelligence economica è lo strumento con cui la Francia sostiene la competitività del proprio sistema Paese e strumentalmente destabilizza le nazioni concorrenti. Poiché un sistema efficace ha anche bisogno di esperti preparati, a Parigi hanno pensato bene che la rete delle grandi scuole da cui esce l'élite di potere non fosse più sufficiente e hanno istituito anche una scuola di guerra economica, oggi diretta da Christian Harbulot, consigliere di Henri Martre ai tempi della commissione voluta da Mitterrand. Il volume di Giuseppe Gagliano, Guerra economica. Stato e impresa nei nuovi scenari internazionali, uscito di recente, ben descrive come oggi gli Stati debbano rivedere il proprio ruolo nel mondo. Tuttavia, per noi, che con Savona e Jean abbiamo negli anni passati proposto all'Italia la formazione di una struttura di intelligence economica che permettesse al sistema Paese di ridivenire competitivo, è chiaro come il ministro per gli Affari europei sia principalmente sotto attacco dei servizi francesi e come il nostro Paese, non avendolo ascoltato, non ha gli strumenti per gestire il problema. Savona è scomodo, non solo perché conosce le soluzioni ai problemi europei, ma soprattutto perché conosce i metodi della scuola francese, essendo stato il primo a studiarli comprendendone le dirompenti potenzialità. La Francia vuole continuare a indebolire il Belpaese, per acquisirne i gioielli economici e per mantenerla menomata a livello geopolitico. Il rapporto negativo su Fincantieri, uscito questo mese, preparato dalla società di consulenza Adit, non è altro che un pezzo di tale complicato puzzle, dato che la Adit altro non è che una società di consulenza strategica al servizio delle aziende d'Oltrealpe, il cui capitale è partecipato dallo Stato francese. In tale quadro s'inseriscono anche le decisioni del consiglio d'amministrazione di Generali, a guida transalpina, che ha deciso la vendita di diverse partecipate estere successivamente finite in mano francese e le decisioni dell'ad di Unicredit, Jean Pierre Mustier, un ex militare francese, che facilita la vendita dei fondi Pioneer - tra i più grandi in Europa - a Crédit agricole e senza i quali è assai più facile influire sullo spread Btp italiano, ovvero inventarsi una fusione con Société générale. E per correttezza non possiamo dimenticare il continuo interessamento francese a Finmeccanica, della quale una relazione preparata dall'Università parigina Science Po, da sempre fucina degli uomini d'intelligence francesi e nella quale Enrico Letta - insignito commendatore della Legione d'onore da Francois Hollande nel 2016 - è direttore della Scuola per gli affari internazionali, ne suggeriva, poco prima che lo stesso Letta divenisse presidente del Consiglio, la vendita a società francesi in quanto incapace di creare da sola economie di scala. L'Italia è sotto attacco. Paolo Savona è solo la punta dell'iceberg di un problema ben più grave. Se la politica gli permetterà di realizzare la struttura che ha in mente allora la Repubblica italiana avrà ancora qualche possibilità per recuperare il tempo perduto. In caso contrario, senza un dispositivo strategico d'intelligence capace di competere con i Paesi più avanzati, siamo destinati a diventare una colonia del mondo contemporaneo. Laris Gaiser
(Ansa)
«Il presidente Trump ha reso noto che l’acquisizione della Groenlandia è una priorità per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ed è fondamentale per la deterrenza nei confronti dei nostri avversari nella regione artica», ha affermato, martedì sera, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, per poi aggiungere: «Il presidente e il suo team stanno discutendo una serie di opzioni per perseguire questo importante obiettivo di politica estera e, naturalmente, l’impiego delle forze armate statunitensi è sempre un’opzione a disposizione del comandante in capo». Ieri, Leavitt ha ribadito che «la prima opzione di Donald Trump è sempre la diplomazia», che si sostanzierebbe nell’«acquisto nell’isola». Già il segretario di Stato americano, Marco Rubio, aveva riferito ai membri del Congresso di questa intenzione. Ieri ha inoltre confermato che, la settimana prossima, avrà dei colloqui con i funzionari di Copenaghen. Tutto questo, mentre, secondo l’Economist, gli Stati Uniti starebbero tentando di stipulare con Nuuk un Trattato di libera associazione: una soluzione con cui Washington garantirebbe alla Groenlandia autonomia interna e supporto finanziario, assumendone però il controllo in materia di difesa.
D’altronde, come chiarito dallo stesso Donald Trump domenica, la Casa Bianca vuole l’isola per una questione di sicurezza nazionale. In particolare, il presidente americano punta ad arginare l’influenza di Pechino e Mosca nell’Artico. La stessa Leavitt, ieri ha sottolineato che la Groenlandia darebbe a Washington «maggiore controllo sulla regione artica e garanzia che Cina, Russia e i nostri avversari non possano continuare la loro aggressione in questa regione così importante e strategica». Ricordiamo che nel 1941, a seguito della conquista della Danimarca da parte del Terzo Reich, gli Stati Uniti assunsero la gestione della difesa della Groenlandia, mantenendola fino al 1945. Washington si attivò quindi per proteggere dai tedeschi le locali riserve di criolite: un minerale cruciale per la produzione di alluminio. Il controllo dell’isola diede inoltre agli Usa un vantaggio sulla Luftwaffe in termini di stazioni metereologiche. Non a caso, nel 1946, l’amministrazione Truman tentò, per quanto senza successo, di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca. Segno, questo, del fatto che Washington ritenesse l’isola significativamente strategica.
Venendo a tempi più recenti, non è che la voce grossa dei francesi e degli europei sia poi così giustificata. Al netto dei modi duri, Trump non ha esattamente tutti i torti quando pone la questione della Groenlandia. Innanzitutto, a dicembre 2024, fu l’amministrazione Biden a lanciare l’allarme su un aumento della cooperazione sino-russa nell’Artico: Artico che tuttavia non era granché stato al centro dei pensieri dell’allora presidente americano. In secondo luogo, sono state proprio le rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia (espresse già a gennaio dell’anno scorso) a dare una scossa agli europei su questo dossier. A ottobre, Copenaghen ha annunciato una spesa extra da 4,2 miliardi di dollari per rafforzare la difesa nella regione artica. Era inoltre il mese scorso, quando la Groenlandia ha concesso una licenza di sfruttamento per il giacimento di grafite di Amitsoq a GreenRoc Mining, in un’iniziativa che è stata sostenuta dall’Ue. Insomma, se non fosse stato per Trump, probabilmente gli europei avrebbero continuato a ignorare bellamente la strategicità dell’isola sia sul fronte militare che su quello delle materie prime.
Ma non è tutto. Per quanto possano fare la voce grossa, gli europei sanno bene di non poter fare a meno degli Stati Uniti sia per quanto riguarda il processo diplomatico ucraino sia per quanto concerne la credibilità della Nato. Trump di questo è consapevole e, proprio ieri, su Truth ha dichiarato: «La Russia e la Cina non hanno alcuna paura della Nato senza gli Stati Uniti, e dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno. Sono tutti fortunati che io abbia ricostruito il nostro esercito durante il mio primo mandato, e che continuiamo a farlo. Saremo sempre al fianco della Nato, anche se loro non ci saranno per noi». Tutto questo evidenzia come le manie di grandezza della Francia abbiano le armi spuntate. Il peso geopolitico del Vecchio continente appare infatti sempre più inconsistente. Senza poi trascurare che Emmanuel Macron ha costantemente flirtato (e continua a flirtare) con la Cina: un discorso, questo, che ha riguardato anche il cancellierato di Olaf Scholz in Germania (durato dal 2021 al 2025). Tutto questo per dire che, oltre a ignorare sostanzialmente l’Artico, alcuni Paesi europei, in questi anni, hanno creato delle tensioni nelle relazioni transatlantiche. E questo ben prima che Trump tornasse alla Casa Bianca. Quindi, prima di gridare allo scandalo sulla Groenlandia, forse gli europei, a partire da Francia e Germania, dovrebbero pensare un tantino alle proprie responsabilità.
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La Guardia costiera Usa durante l'avvicinamento alla petroliera russa Bella 1 (Ansa)
L’operazione condotta dagli Stati Uniti nelle ultime ore al largo del Venezuela segna un cambio di passo nella strategia dell’amministrazione Trump e assume una portata che va oltre il quadro regionale. Il sequestro quasi simultaneo di due grandi petroliere in acque internazionali rappresenta un segnale diretto non solo a Caracas, ma anche a Mosca e Pechino, confermando la volontà di Washington di far rispettare il regime sanzionatorio anche fuori dalle acque territoriali e di trasformare il dossier energetico in un terreno di confronto geopolitico.
Il primo intervento è avvenuto nell’Atlantico settentrionale, a Sud dell’Islanda, dove le forze statunitensi hanno abbordato una petroliera precedentemente nota come Bella 1, sanzionata nel 2024 per il presunto trasporto di petrolio iraniano destinato a circuiti riconducibili a Teheran. Secondo funzionari americani, l’imbarcazione era riuscita per settimane a eludere i controlli cambiando più volte nome, bandiera e identità operativa. Negli ultimi giorni, tuttavia, la nave si sarebbe mossa sotto una copertura sempre più esplicita, con la presenza di una nave militare russa e il supporto di un sottomarino di Mosca che avrebbe mantenuto contatti radio con la petroliera. L’abbordaggio è stato eseguito con il supporto di elicotteri e di una nave della Guardia Costiera americana, in applicazione di un mandato emesso da un tribunale federale degli Stati Uniti. Fonti vicine all’operazione riferiscono che la componente russa non è intervenuta direttamente, ma la dinamica ha innalzato il livello di tensione. Il Regno Unito ha confermato di aver fornito supporto logistico e di sorveglianza attraverso assetti della Raf, sostenendo che la nave facesse parte di un sistema di elusione delle sanzioni riconducibile all’asse russo-iraniano. Il Cremlino ha espresso «preoccupazione» e avrebbe chiesto a Washington di interrompere l’operazione, senza ottenere riscontri. Nelle stesse ore, nel bacino dei Caraibi, un’altra petroliera, la Sophia, è stata fermata mentre operava in acque internazionali. Il Comando Sud degli Stati Uniti ha riferito che l’imbarcazione era coinvolta in traffici illeciti e che la Guardia Costiera ne ha assunto il controllo, scortandola verso porti statunitensi. Le immagini diffuse dal Dipartimento per la Sicurezza interna mostrano militari americani salire a bordo durante un’operazione notturna. La Casa Bianca ha confermato che gli equipaggi delle navi sequestrate sono ora soggetti a procedimenti penali.
Nel commentare i sequestri, l’amministrazione ha insistito sulla cornice legale delle operazioni, presentandole come un’applicazione rigorosa delle norme vigenti. Allo stesso tempo, il messaggio politico è apparso chiaro: il commercio clandestino di petrolio viene considerato una minaccia globale e un obiettivo prioritario dell’azione statunitense. La pressione americana si estende però anche al futuro assetto del Venezuela e alla gestione delle sue risorse energetiche.
In un briefing riservato al Congresso, il segretario di Stato Marco Rubio ha illustrato un piano in tre fasi per il dopo Maduro. La prima, definita di stabilizzazione, punta a evitare il collasso del Paese e comprende una «quarantena» del petrolio venezuelano. La seconda riguarda la ripresa economica e l’accesso al mercato per le compagnie statunitensi e occidentali. La terza è quella della transizione politica, con un processo di riconciliazione, amnistie e la scarcerazione delle forze di opposizione. La Casa Bianca ha ribadito di essere in costante contatto con il governo ad interim di Caracas e di influenzarne le decisioni. In questo contesto si inserisce l’annuncio diretto del presidente Donald Trump sul petrolio venezuelano. In una dichiarazione su Truth, il presidente ha affermato: «Sono lieto di annunciare che le autorità provvisorie del Venezuela consegneranno agli Stati Uniti d’America tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio di alta qualità, sanzionato. Questo petrolio sarà venduto al suo prezzo di mercato e questo denaro sarà controllato da me, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, per garantire che venga utilizzato a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti». Secondo l’amministrazione, l’operazione potrebbe proseguire nel tempo ed essere accompagnata da un alleggerimento selettivo delle sanzioni. Sul piano militare, Washington ha lasciato aperta anche l’ipotesi di un coinvolgimento diretto delle proprie forze armate e ha chiesto di recidere ogni legame con Rusia, Cina e Iran. Interpellata dai giornalisti, la portavoce Karoline Leavitt non ha escluso l’invio di soldati americani in Venezuela per proteggere le compagnie petrolifere statunitensi - che venerdì dovrebbero incontrare il tycoon alla Casa Bianca - e altri operatori occidentali da eventuali attacchi o sabotaggi, precisando che «la diplomazia resta sempre la prima opzione». Nello stesso briefing, la Casa Bianca ha smentito le ricostruzioni su un ruolo marginale del vicepresidente JD Vance, chiarendo che è stato coinvolto in tutte le fasi della definizione della politica statunitense sul Venezuela. A Caracas, intanto, la fase di transizione è accompagnata da una profonda riorganizzazione degli apparati di sicurezza.
Il presidente ad interim Delcy Rodríguez ha destituito Javier Marcano Tábata, comandante della Guardia d’onore presidenziale e direttore del controspionaggio militare, figura centrale nel dispositivo di protezione di Nicolás Maduro. La misura è attribuita alla spinta del ministro dell’Interno Diosdado Cabello e del ministro della Difesa Vladimir Padrino López, indicati da fonti di intelligence come contrari a un’intesa strutturata con Washington. In questo quadro rientra anche il caso di Alex Saab, considerato uno dei principali snodi finanziari del sistema chavista. L’imprenditore ha patteggiato nell’ottobre scorso in Italia una condanna per riciclaggio, così come la moglie Camilla Fabri. Roma aveva confidato che l’accordo potesse aprire spazi di dialogo in merito ad Alberto Trentini detenuto illegalmente in Venezuela dal 2024 , ma l’assenza di sviluppi concreti ha rafforzato la percezione che i dossier giudiziari continuino a essere utilizzati come leve politiche da parte di Caracas.
Dopo le litigate per gli scioperi, Cgil e Usb giocano a chi è più Maduro
Finite le vacanze natalizie ripartono le lotte di piazza. E dopo la Palestina, la Flotilla, il riarmo per l’Ucraina, i centri migranti in Albania, la manovra e chissà quale altra diavoleria si inventeranno, oggi il tema internazionale sentitissimo dai Compagni è la lotta bolivariana pro Maduro. L’importante è scioperare. E, dunque, un’altra ondata di piazzate ravvicinate, sempre di venerdì, sabato, lunedì o martedì, sta per arrivare. E questo solo perché a sinistra non si accetta che ci sia qualcuno più a sinistra dell’altro. Dunque, dopo il 3 ottobre, il 28 novembre, il 12 dicembre, il 5 gennaio, adesso arriva anche il 10 gennaio (e come contorno anche il 12 e 13 con un bello sciopero del comparto scuola).
Ma ad andare in scena sono le solite beghe tra Unione sindacale di base e Cgil. Gli ex fratelli fanno a gara per intestarsi la lotta a favore del dittatore sanguinario Nicolás Maduro, che per i sindacati rosso fuoco è stato ingiustamente arrestato da Trump il 3 gennaio.
Non ci interessa capire chi abbia torto o ragione o se l’America abbia o meno rispettato il diritto internazionale, peraltro calpestato da 30 anni da molti altri Paesi, compresi quelli europei (leggasi attacchi in Jugoslavia, Iraq o Libia). Interessa invece analizzare il perché i sindacati di casa nostra mettano ogni volta in ginocchio il Paese (sempre vicino al fine settimana) per cause lontane anni luce dalle loro competenze, solo per una ridicola gara interna a vincere il premio di comunista dell’anno.
E così sabato prossimo, 10 gennaio, Potere al popolo, Unione sindacale di base e Rete dei comunisti lanciano una mobilitazione nazionale per contestare l’intervento del presidente Usa in Venezuela e chiedere la liberazione di Maduro. E questo dopo che lo aveva già fatto la Cgil il 5 gennaio a Roma e dopo il corteo di lunedì scorso a Napoli, alla Rotonda Diaz, a poca distanza dal consolato americano. Buttata via la bandiera della Palestina, adesso è più «hype» sventolare quella blu, gialla e rossa del Venezuela, e una volta finito magari rifocillarsi con un bell’hamburger da McDonalds, postando tutto col proprio iPhone 17, tornando a casa con la Tesla.
Nel loro delirante comunicato si legge, per chi non fosse ben informato come loro, che tutto questo bendidio è per combattere «il terrorismo a stelle e strisce». Ah ecco. «Il criminale e illegale bombardamento della Repubblica bolivariana del Venezuela», scrivono, «e il rapimento del legittimo presidente Nicolás Maduro da parte dell’imperialismo degli Stati Uniti hanno trovato subito una risposta in tantissime piazze italiane». Tremano tutti, soprattutto la Cgil che fa le stesse cose ma da sola. Perché il marketing di sinistra si capisce solo se si guarda al contrario. E come non metterci dentro anche il governo? «Il governo Meloni e tutta l’Ue hanno legittimato l’azione terroristica del governo Trump, dimostrando ancora una volta, come per il genocidio in Palestina, la natura predatoria dell’imperialismo occidentale», insistono. Ovvia, ora è tutto chiaro.
Anche Trump inizia a vacillare davanti all’Usb. Ma chi davvero batte i denti (e non di freddo) è Maurizio Landini, che teme che la Rete dei Comunisti gli rubi la scena. Il piatto è ricco e Maduro ingolosisce tutti. Esaurita la spinta propulsiva della Palestina, il capo della Cgil deve trovare un altro modo per pigliarsela con la Meloni. Ma non si deve essere ancora accorto che è rimasto da solo. Non lo segue più neppure la Uil. Landini ha barattato l’unità sindacale con una cieca lotta di opposizione al governo. Invece di pensare a tenere unite le rappresentanze dei lavoratori, la Cgil fa a gara con i sindacati di base. Affetto dalla febbre del vecchio Pci: nessun nemico a sinistra. E ripropone sulla causa pro Maduro lo stesso schemino usato per ingraziarsi i pro Pal. Ora si è messo a difendere un dittatore baffuto, capo di un regime corrotto che ha portato il 66% dei cittadini sotto la soglia di povertà. In un farneticante siparietto andato in scena il 5 gennaio in piazza Barberini, davanti all’ambasciata americana, dove un manipolo di militanti rossi inneggiava a Maduro nel nome di un fantomatico diritto internazionale, un sindacalisti ha investito con i suoi strali dei poveri esuli venezuelani accusandoli di sbagliare a esultare per la caduta di chi ha oppresso la sua gente. Per Landini, d’altronde, Maduro è un leader «legittimamente eletto dal popolo». E che importa se le elezioni in Venezuela sono truccate da 27 anni e che il popolo è da sempre perseguitato. Dettagli. È la nuova Cgil di Landini, che ha smesso di difendere i lavoratori a favore dei dittatori.
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il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Nel riquadro, un fermo immagine dei recenti scontri a Teheran (Ansa)
L’agenzia per i diritti umani Human rights activists news agency (Hrana) ha detto che il bilancio dei disordini nel Paese è tragico. Vi sarebbero almeno 36 morti, tra cui 34 manifestanti (di cui quattro bambini) e due membri delle forze di sicurezza. Oltre 2.000 sarebbero gli arresti, con raid notturni in ospedali a Teheran e a Ilam, dove gas lacrimogeni e proiettili hanno ferito decine di civili in cerca di rifugio.
A Teheran il Gran Bazar è rimasto ancora chiuso per lo sciopero dei commercianti, con la polizia antisommossa che ha sparato gas lacrimogeni e granate stordenti contro la folla che scandiva «libertà, libertà». A Malekshahi (Ilam), dove sette manifestanti sono stati uccisi, le forze di sicurezza sono state respinte da raduni di protesta ai funerali, mentre ad Abdanan i dimostranti hanno occupato la stazione di polizia dopo la fuga degli agenti. Scene simili a Shahrekord, dove idranti e cannoni ad acqua sono stati usati contro donne in prima fila, a Kermanshah e Lorestan, dove due agenti sono morti in scontri armati, a Neyriz (Fars), con proiettili veri su folle disarmate, e a Yazdanshahr (Isfahan), dove i video mostrano gli agenti della sicurezza che passano dal lancio di lacrimogeni al fuoco reale. Molti feriti e arresti, tra cui una decina di minorenni.
In questo contesto, Reza Pahlavi, erede dell’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi in esilio, ha rotto il silenzio martedì con un post su X (il suo primo appello pubblico dall’inizio della rivolta), esortando gli iraniani a cantare slogan uniti alle 20.00 di oggi e domani, dalle strade o dalle case, per mostrare al regime la massa critica e provocare defezioni nelle forze armate. Pahlavi ha diffuso poi ieri un altro video nel quale si rivolge alle forze armate e agli agenti della sicurezza iraniani, esortandoli a stare «dalla parte giusta della storia, non con i criminali ma con il popolo», e definendo la repubblica islamica un regime corrotto e repressivo.
Decine di video giungono da Teheran, da Mashhad e da Kermanshah, nel Kurdistan, con immagini di folla con bandiere dell’era pre 1979 che invoca il ritorno dello scià. Invocazioni anche verso Donald Trump, con scritte «Non lasciare che ci uccidano».
Il presidente Pezeshkian, generalmente definito «moderato» (sic), ha ordinato alla polizia di distinguere «protestatari economici», che hanno delle ragioni, da «rivoltosi armati», vietando azioni contro chi non minaccia la sicurezza nazionale e avviando indagini su quanto avvenuto all’ospedale di Ilam, dove le forze di sicurezza hanno dato luogo a scontri e sparato gas lacrimogeni all’interno dell’ospedale.
In un duro discorso tre giorni fa, Ali Khamenei ha paventato «cospirazioni nemiche» e il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni Ejei ha escluso ogni clemenza verso i manifestanti. Clero e Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) restano dunque inflessibili.
Teheran rimane una fabbrica della morte inarrestabile: ieri sono state eseguite le sentenze di dieci prigionieri condannati a morte in precedenza (per reati di droga e omicidio). Nel 2025 sarebbero oltre 2.000 le persone giustiziate in Iran. Sempre ieri, è stato impiccato Ali Ardestani, un uomo accusato di spionaggio per conto di Israele. «La condanna a morte di Ali Ardestani per il reato di spionaggio a favore del servizio di intelligence del Mossad, tramite la fornitura di informazioni sensibili del Paese, è stata eseguita dopo l’approvazione della Corte Suprema e attraverso procedure legali», ha affermato l’organo di stampa iraniano Mizan.
Teheran, nel frattempo, con tempismo da manuale, ha chiesto al governo di Caracas di riscuotere il credito di 2 miliardi di dollari per forniture petrolifere pregresse. Ieri Donald Trump ha annunciato che fino a 50 milioni di barili di petrolio della produzione venezuelana saranno girati agli Stati Uniti. Il che lascia supporre che la Cina sostituirà buona parte della fornitura dal Venezuela con petrolio iraniano, di qualità non troppo dissimile. Se così fosse, un flusso extra dalla Cina rafforzerebbe le casse di Teheran, aumentando le probabilità di un intervento americano.
Intanto, si segnalano ampi movimenti aerei militari dagli Usa verso basi in Europa. Negli ultimi quattro giorni si parla di almeno 14 viaggi di enormi aerei C-17 Globemaster III, in grado di trasportare elicotteri Chinook e Black Hawk. Vi è poi ampio traffico di aerocisterne e di velivoli logistici, mentre si alzano i livelli di allerta nelle basi americane in Medio Oriente. I satelliti Starlink di Elon Musk sarebbero pronti a fornire supporto. Un attacco congiunto americano e israeliano sembra imminente, forse già nelle prossime ore, con obiettivo l’Alto comando delle Guardie della Rivoluzione ed esponenti chiave del regime. Voci incontrollate parlano di una fuga prevista di Khamenei e dei membri di spicco del governo. Un intervento aereo americano viene visto come elemento utile a sostenere una nuova leadership. Un ritorno dello scià erede Reza Pahlavi potrebbe essere l’asso nella manica di Trump, mentre la leader del Consiglio nazionale della resistenza iraniana Maryam Rajavi, molto nota in Europa, non sembra avere il necessario supporto interno per spuntarla in una eventuale successione al potere.
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Antonio Decaro e Roberto Fico (Ansa)
Roberto Fico ha nominato dieci assessori e si è tenuto molte deleghe, tra cui quelle al Bilancio e alla Sanità. E poi si è tenuto tutti i poteri sulla sicurezza, la legalità e l’immigrazione, che probabilmente non saranno ceduti neppure in un secondo tempo. Chi gli ha parlato in queste ore, ha visto l’ex presidente della Camera molto determinato a giocarsi in prima persona anche la carta del governatore «anticamorra». Il vicepresidente della giunta sarà il piddino Mario Casillo, che è anche assessore ai Tasporti e alla mobilità, mentre le deleghe strategiche a Territorio e patrimonio andranno all’ex sindaco di Portici, Vincenzo Cuomo. Che, però, dovrà attendere 15 giorni perché devono passarne 20 dalle dimissioni dalla carica di primo cittadino. Per aggirare la faccenda, non senza polemiche, Fico ha spiegato che Cuomo entrerà nel pieno delle sue funzioni il 21 gennaio, nonostante il decreto di nomina della giunta sia già stato firmato. Del resto, senza questo ex funzionario Asl democristiano non si può davvero partire perché è stato senatore ed è stato sindaco più volte, sempre con percentuali bulgare. Sulle altre deleghe e, soprattutto, sugli incarichi da assegnare, il fuoco brucia sotto le ceneri. In giunta hanno ottenuto un assessore ciascuno Clemente Mastella, i renziani, la lista A testa alta di Vincenzo De Luca e Avs. Stanno già meditando come rifarsi. Ma soprattutto, fatto incredibile, si parla già di rimpasto e ampliamento a 12 assessori nel 2027, quando ci saranno le politiche e alcuni assessori potrebbero tentare lo sbarco a Roma.
I conti con il passato non si chiuderanno facilmente neppure in Puglia, dove l’ex presidente Emiliano va verso un posto nella giunta di Antonio Decaro come assessore alle Crisi industriali. Il tutto in attesa di un posto a Montecitorio e con la possibilità di tenere sotto controllo l’infinito dossier Iva e le varie inchieste. Per farlo felice, Decaro scorporerà la delega dall’Ambiente. La composizione della giunta sarà ufficializzata la prossima settimana e le trattative nel centrosinistra sono complicate anche dal fatto che lo statuto della Puglia prevede che gli esterni al Consiglio non possano essere più di due (su 12). Emiliano non è stato ricandidato per il veto dell’ex sindaco di Bari Decaro e, se non fosse nominato assessore, gli toccherebbe tornare a vestire la toga da magistrato. Visto che è stato eletto per l’ultima volta nel 2020, non gli si applica la riforma Cartabia del 2022 che vieta le cosiddette «porte girevoli» tra magistratura e politica. In attesa, via libera al rientro dalla finestra.
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