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2018-07-29
La Francia schiera Bernard Henri Lévy contro l'Italia: teme un'intelligence guidata da Savona
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È arrivato a Torino. «Cristiano Ronaldo?», vi domanderete. Ma no, altro che Cr7: è arrivato Bhl. Francese nato in Algeria, figlio di un multimiliardario, intellettuale, polemista, Bernard Henri Lévy dev'essere stato a lungo incerto se fare il filosofo, la rockstar o il santone laico: nel dubbio, ha deciso di fare tutte e tre le cose. La notizia è che da ieri ha iniziato la sua collaborazione con il quotidiano La Stampa.
Per comprendere Bhl, è indispensabile la massima di Oscar Wilde: «Solo i superficiali non giudicano dalle apparenze». Guardatelo in foto: solenne, cotonatissimo, capigliatura che avrebbe suscitato l'invidia di Maria Antonietta, camicia aperta svolazzante accuratamente spiegazzata (né troppo né troppo poco: ore di preparazione, capite bene…), espressione ispirata e sofferente, il tono costante di chi ti descrive l'abisso morale del nostro tempo dal quale soltanto lui potrà salvarti.
Filosoficamente parlando, il nostro, più che un guru, è da sempre un paraguru: è stato negli anni Settanta uno dei nouveaux philosophes, pensatori dal retroterra fritto misto (un po' di marxismo, un po' di maoismo, un po' di esistenzialismo), che poi hanno ripudiato il comunismo (bene) salvo però subito dopo passare gran parte del tempo a criticare capitalismo e conservatorismo (male).
Come dicevamo, siccome i tromboni italiani non erano abbastanza, da ventiquattr'ore il quotidiano di Torino si è assicurato le prestazioni del supertrombone francese. E che prestazioni! L'esordio è stata una difesa a corpo morto di Emmanuel Macron, sotto assedio perché il suo bodyguard prediletto, tale Benalla (super stipendio, super appartamento, super intimità con la coppia presidenziale), il primo maggio scorso ha malmenato alcuni manifestanti travestito da poliziotto. Ovviamente, un po' tutti in Francia hanno spiegazioni da chiedere a un Macron alle corde (come La Verità vi ha raccontato nel dettaglio nei giorni scorsi).
Meglio di un bodyguard, meglio di Benalla, arriva ora Bhl, che (a rischio di spettinarsi) insorge a difesa dell'Eliseo. Bhl non si dà pace, è sconvolto: «Macron è nella vasca dei piranha», siamo davanti a una «sequenza singolare e agghiacciante...». Sì, c'è stata una «sbavatura» (scrive testualmente il paraguru), perfino un «grave errore» (ammette, bontà sua), però da quel momento la vera vittima è stato il povero Macron: «la preda imperiale che i piranha vogliono spolpare fino all'osso», «ipotesi grottesche sulla vita privata della coppia presidenziale», «orde pettegole» scatenate sui «cosiddetti social network», il «fruscio dei tweet», i «sanculotti senz'anima», il «mondo impazzito», il «fascismo in ascesa».
Bhl è partito e capite bene che non lo si può fermare: è un flusso di coscienza. Ma attenzione: è arrivato al punto. I cattivoni se la prendono con Macron perché è l'unico «argine» contro «l'internazionale delle nuove tirannie» e gli immancabili «populisti». E qui occorre fermarsi un attimo a riflettere, perché viene fuori la seconda dimensione di Bhl. Finora abbiamo scherzato sugli aspetti scenografici e coreografici: trucco e parrucco, vanità sfacciata, pose da indossatore. Ma l'uomo non va affatto sottovalutato: perché va (o viene inviato, o si autoinvia: fate voi) ogni volta che c'è da salvare qualcuno o da destabilizzare qualcun altro. Sarà una coincidenza: ma quando c'è una missione delicata, arriva lui, in posa plastica.
Il primo esempio (ramo salvataggi) è quello che abbiamo finito di raccontare: questa disperata difesa dell'indifendibile Macron che, non scordiamocelo mai, fino a qualche mese fa era l'eroe assoluto degli euroentusiasti e degli eurolirici (ve lo ricordate il selfie di Enrico Letta durante i festeggiamenti postelettorali francesi e l'indimenticabile tweet di Paolo Gentiloni «una speranza s'aggira per l'Europa»?). Adesso, il loro campione è nei guai, e occorre rimetterlo in piedi per le elezioni europee.
Secondo esempio (ramo destabilizzazioni): Brexit, che invece a Bhl non piace. Figurarsi, il dogma europeista messo in discussione, e perfino per decisione degli elettori: una cosa intollerabile per Lévy, che ha scritto una caterva di articoli e ha messo in piedi perfino una strampalata performance teatrale per spiegare agli inglesi che «Brexit è un regresso di civiltà».
Terzo esempio (ramo destabilizzazioni, qualche anno fa): la Libia. In quel caso, Bhl, allora agiografo instancabile di Nicolas Sarkozy, non solo sostenne l'intervento, ma poi, in un docufilm da lui scritto, diretto e interpretato (l'uomo è multimediale oltre che multiautocelebrativo), rivendicò di aver avuto un ruolo negli incontri tra Sarkozy e i ribelli anti Gheddafi. Il quale era quello che era, sia ben chiaro: ma l'esito dell'operazione libica è sotto gli occhi di tutti.
C'è chi teme che la nuova attenzione per l'Italia di Bhl possa celare il desiderio di un «quarto esempio». È noto che a Parigi tanti auspicavano un esito elettorale diverso prima del 4 marzo, e, anche dopo - come male minore - un'intesa M5s-Pd: uno schema centrato sul Pd e ritenuto Oltralpe più funzionale alla difesa degli interessi politici e commerciali francesi. Ora in alcuni ambienti (lo ha raccontato ieri La Verità) è scattato una specie di piano B: occorre lavorare sulle faglie (vere o presunte, reali o supposte) tra il Mef e gli azionisti di maggioranza dell'esecutivo, tra il ministro Giovanni Tria e la coppia Salvini-Di Maio, tra il Quirinale e l'asse politico oggi prevalente.
Vero? Verosimile? Nessuno può dirlo con certezza: ma un Bhl in prima pagina può sempre tornare utile per le necessità estive (e soprattutto autunnali) di un certo establishment, italiano e non.
Daniele Capezzone
La Francia ha paura dell’intelligence guidata da Savona
Chiunque abbia letto un solo libro del professor Paolo Savona sa bene che l'ultima cosa che gli si possa imputare è quella di non essere un europeista. In ogni suo scritto concernente la comunitarizzazione delle istituzioni si trovano, sempre, insieme alle analisi dei problemi creati dal mercato comune anche le possibili soluzioni. Una volta appurata tale semplice verità, e compreso che dalla presenza attiva di Paolo Savona l'Europa avrebbe tutto da guadagnarci, se ne deduce che i continui attacchi al mancato ministro dell'Economia hanno ben altra natura. Il vero scopo di tale infinita gogna non è la sicurezza dell'Unione europea, ma l'ennesima destabilizzazione dell'Italia.
Il problema di Savona è il medesimo dell'Italia, ovvero quello di non disporre di un sistema che sappia gestire in maniera sistematica e coordinata una guerra economica e informativa per la quale i Paesi concorrenti, soprattutto la Francia, si sono organizzati da più di due decenni e di cui Paolo Savona, insieme al generale Carlo Jean, è uno dei massimi esperti. Negli anni Novanta del secolo precedente, constatato il cambio del paradigma geopolitico internazionale dovuto alla fine del bipolarismo, l'allora inquilino dell'Eliseo, Francoise Mitterand, diede compito a una commissione di esperti, presieduta da Henri Martre, di studiare il modo per far tornare la Francia strategicamente importante. Quella commissione, comprendendo che le guerre guerreggiate in un mondo altamente globalizzato facevano parte del passato e che la competizione geoeconomica poteva portare ben maggiori benefici o causare danni pesanti ai nemici, espose un progetto successivamente implementato nei minimi dettagli e noto agli esperti con il nome di intelligence economica. Si tratta di un sistema coordinato di collaborazione, ma soprattutto di scambio informativo, tra il settore privato e quello pubblico che permette alla Francia di perorare efficacemente, ovunque e in ogni momento, il proprio interesse nazionale. I servizi segreti della Repubblica e le aziende si scambiano continuativamente le informazioni, fissano i propri obiettivi e infine il governo vi cuce sopra la strategia di sostegno generale utilizzando qualora necessario agenzie esterne, apparentemente slegate dallo Stato, per operazioni di guerra cognitiva e psicologica con fini di destabilizzazione, controinformazione o propaganda. Tale struttura, Comitato per la competitività e la sicurezza economica, creata nel 1995, ha sede presso il segretariato generale per la difesa nazionale, è inglobata nel gabinetto del primo ministro e affidata di solito a un ex membro dei servizi segreti. L'intelligence economica è lo strumento con cui la Francia sostiene la competitività del proprio sistema Paese e strumentalmente destabilizza le nazioni concorrenti.
Poiché un sistema efficace ha anche bisogno di esperti preparati, a Parigi hanno pensato bene che la rete delle grandi scuole da cui esce l'élite di potere non fosse più sufficiente e hanno istituito anche una scuola di guerra economica, oggi diretta da Christian Harbulot, consigliere di Henri Martre ai tempi della commissione voluta da Mitterrand.
Il volume di Giuseppe Gagliano, Guerra economica. Stato e impresa nei nuovi scenari internazionali, uscito di recente, ben descrive come oggi gli Stati debbano rivedere il proprio ruolo nel mondo. Tuttavia, per noi, che con Savona e Jean abbiamo negli anni passati proposto all'Italia la formazione di una struttura di intelligence economica che permettesse al sistema Paese di ridivenire competitivo, è chiaro come il ministro per gli Affari europei sia principalmente sotto attacco dei servizi francesi e come il nostro Paese, non avendolo ascoltato, non ha gli strumenti per gestire il problema.
Savona è scomodo, non solo perché conosce le soluzioni ai problemi europei, ma soprattutto perché conosce i metodi della scuola francese, essendo stato il primo a studiarli comprendendone le dirompenti potenzialità. La Francia vuole continuare a indebolire il Belpaese, per acquisirne i gioielli economici e per mantenerla menomata a livello geopolitico. Il rapporto negativo su Fincantieri, uscito questo mese, preparato dalla società di consulenza Adit, non è altro che un pezzo di tale complicato puzzle, dato che la Adit altro non è che una società di consulenza strategica al servizio delle aziende d'Oltrealpe, il cui capitale è partecipato dallo Stato francese. In tale quadro s'inseriscono anche le decisioni del consiglio d'amministrazione di Generali, a guida transalpina, che ha deciso la vendita di diverse partecipate estere successivamente finite in mano francese e le decisioni dell'ad di Unicredit, Jean Pierre Mustier, un ex militare francese, che facilita la vendita dei fondi Pioneer - tra i più grandi in Europa - a Crédit agricole e senza i quali è assai più facile influire sullo spread Btp italiano, ovvero inventarsi una fusione con Société générale.
E per correttezza non possiamo dimenticare il continuo interessamento francese a Finmeccanica, della quale una relazione preparata dall'Università parigina Science Po, da sempre fucina degli uomini d'intelligence francesi e nella quale Enrico Letta - insignito commendatore della Legione d'onore da Francois Hollande nel 2016 - è direttore della Scuola per gli affari internazionali, ne suggeriva, poco prima che lo stesso Letta divenisse presidente del Consiglio, la vendita a società francesi in quanto incapace di creare da sola economie di scala.
L'Italia è sotto attacco. Paolo Savona è solo la punta dell'iceberg di un problema ben più grave. Se la politica gli permetterà di realizzare la struttura che ha in mente allora la Repubblica italiana avrà ancora qualche possibilità per recuperare il tempo perduto. In caso contrario, senza un dispositivo strategico d'intelligence capace di competere con i Paesi più avanzati, siamo destinati a diventare una colonia del mondo contemporaneo.
Laris Gaiser
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Per difendere Emmanuel Macron dall'assedio sbarca sulla Stampa l'intellettuale preferito dall'establishment. Il guru che ha sostenuto la guerra in Libia e criticato la Brexit ha un nuovo nemico da colpire: l'alleanza gialloblù.I servizi d'Oltralpe temono che il ministro metta a sistema una struttura strategica che difenda gli interessi dell'Italia .Lo speciale contiene due articoli. È arrivato a Torino. «Cristiano Ronaldo?», vi domanderete. Ma no, altro che Cr7: è arrivato Bhl. Francese nato in Algeria, figlio di un multimiliardario, intellettuale, polemista, Bernard Henri Lévy dev'essere stato a lungo incerto se fare il filosofo, la rockstar o il santone laico: nel dubbio, ha deciso di fare tutte e tre le cose. La notizia è che da ieri ha iniziato la sua collaborazione con il quotidiano La Stampa. Per comprendere Bhl, è indispensabile la massima di Oscar Wilde: «Solo i superficiali non giudicano dalle apparenze». Guardatelo in foto: solenne, cotonatissimo, capigliatura che avrebbe suscitato l'invidia di Maria Antonietta, camicia aperta svolazzante accuratamente spiegazzata (né troppo né troppo poco: ore di preparazione, capite bene…), espressione ispirata e sofferente, il tono costante di chi ti descrive l'abisso morale del nostro tempo dal quale soltanto lui potrà salvarti. Filosoficamente parlando, il nostro, più che un guru, è da sempre un paraguru: è stato negli anni Settanta uno dei nouveaux philosophes, pensatori dal retroterra fritto misto (un po' di marxismo, un po' di maoismo, un po' di esistenzialismo), che poi hanno ripudiato il comunismo (bene) salvo però subito dopo passare gran parte del tempo a criticare capitalismo e conservatorismo (male). Come dicevamo, siccome i tromboni italiani non erano abbastanza, da ventiquattr'ore il quotidiano di Torino si è assicurato le prestazioni del supertrombone francese. E che prestazioni! L'esordio è stata una difesa a corpo morto di Emmanuel Macron, sotto assedio perché il suo bodyguard prediletto, tale Benalla (super stipendio, super appartamento, super intimità con la coppia presidenziale), il primo maggio scorso ha malmenato alcuni manifestanti travestito da poliziotto. Ovviamente, un po' tutti in Francia hanno spiegazioni da chiedere a un Macron alle corde (come La Verità vi ha raccontato nel dettaglio nei giorni scorsi). Meglio di un bodyguard, meglio di Benalla, arriva ora Bhl, che (a rischio di spettinarsi) insorge a difesa dell'Eliseo. Bhl non si dà pace, è sconvolto: «Macron è nella vasca dei piranha», siamo davanti a una «sequenza singolare e agghiacciante...». Sì, c'è stata una «sbavatura» (scrive testualmente il paraguru), perfino un «grave errore» (ammette, bontà sua), però da quel momento la vera vittima è stato il povero Macron: «la preda imperiale che i piranha vogliono spolpare fino all'osso», «ipotesi grottesche sulla vita privata della coppia presidenziale», «orde pettegole» scatenate sui «cosiddetti social network», il «fruscio dei tweet», i «sanculotti senz'anima», il «mondo impazzito», il «fascismo in ascesa». Bhl è partito e capite bene che non lo si può fermare: è un flusso di coscienza. Ma attenzione: è arrivato al punto. I cattivoni se la prendono con Macron perché è l'unico «argine» contro «l'internazionale delle nuove tirannie» e gli immancabili «populisti». E qui occorre fermarsi un attimo a riflettere, perché viene fuori la seconda dimensione di Bhl. Finora abbiamo scherzato sugli aspetti scenografici e coreografici: trucco e parrucco, vanità sfacciata, pose da indossatore. Ma l'uomo non va affatto sottovalutato: perché va (o viene inviato, o si autoinvia: fate voi) ogni volta che c'è da salvare qualcuno o da destabilizzare qualcun altro. Sarà una coincidenza: ma quando c'è una missione delicata, arriva lui, in posa plastica. Il primo esempio (ramo salvataggi) è quello che abbiamo finito di raccontare: questa disperata difesa dell'indifendibile Macron che, non scordiamocelo mai, fino a qualche mese fa era l'eroe assoluto degli euroentusiasti e degli eurolirici (ve lo ricordate il selfie di Enrico Letta durante i festeggiamenti postelettorali francesi e l'indimenticabile tweet di Paolo Gentiloni «una speranza s'aggira per l'Europa»?). Adesso, il loro campione è nei guai, e occorre rimetterlo in piedi per le elezioni europee. Secondo esempio (ramo destabilizzazioni): Brexit, che invece a Bhl non piace. Figurarsi, il dogma europeista messo in discussione, e perfino per decisione degli elettori: una cosa intollerabile per Lévy, che ha scritto una caterva di articoli e ha messo in piedi perfino una strampalata performance teatrale per spiegare agli inglesi che «Brexit è un regresso di civiltà». Terzo esempio (ramo destabilizzazioni, qualche anno fa): la Libia. In quel caso, Bhl, allora agiografo instancabile di Nicolas Sarkozy, non solo sostenne l'intervento, ma poi, in un docufilm da lui scritto, diretto e interpretato (l'uomo è multimediale oltre che multiautocelebrativo), rivendicò di aver avuto un ruolo negli incontri tra Sarkozy e i ribelli anti Gheddafi. Il quale era quello che era, sia ben chiaro: ma l'esito dell'operazione libica è sotto gli occhi di tutti. C'è chi teme che la nuova attenzione per l'Italia di Bhl possa celare il desiderio di un «quarto esempio». È noto che a Parigi tanti auspicavano un esito elettorale diverso prima del 4 marzo, e, anche dopo - come male minore - un'intesa M5s-Pd: uno schema centrato sul Pd e ritenuto Oltralpe più funzionale alla difesa degli interessi politici e commerciali francesi. Ora in alcuni ambienti (lo ha raccontato ieri La Verità) è scattato una specie di piano B: occorre lavorare sulle faglie (vere o presunte, reali o supposte) tra il Mef e gli azionisti di maggioranza dell'esecutivo, tra il ministro Giovanni Tria e la coppia Salvini-Di Maio, tra il Quirinale e l'asse politico oggi prevalente. Vero? Verosimile? Nessuno può dirlo con certezza: ma un Bhl in prima pagina può sempre tornare utile per le necessità estive (e soprattutto autunnali) di un certo establishment, italiano e non. Daniele Capezzone<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bernard-henry-levy-2590636069.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-francia-ha-paura-dellintelligence-guidata-da-savona" data-post-id="2590636069" data-published-at="1775724834" data-use-pagination="False"> La Francia ha paura dell’intelligence guidata da Savona Chiunque abbia letto un solo libro del professor Paolo Savona sa bene che l'ultima cosa che gli si possa imputare è quella di non essere un europeista. In ogni suo scritto concernente la comunitarizzazione delle istituzioni si trovano, sempre, insieme alle analisi dei problemi creati dal mercato comune anche le possibili soluzioni. Una volta appurata tale semplice verità, e compreso che dalla presenza attiva di Paolo Savona l'Europa avrebbe tutto da guadagnarci, se ne deduce che i continui attacchi al mancato ministro dell'Economia hanno ben altra natura. Il vero scopo di tale infinita gogna non è la sicurezza dell'Unione europea, ma l'ennesima destabilizzazione dell'Italia. Il problema di Savona è il medesimo dell'Italia, ovvero quello di non disporre di un sistema che sappia gestire in maniera sistematica e coordinata una guerra economica e informativa per la quale i Paesi concorrenti, soprattutto la Francia, si sono organizzati da più di due decenni e di cui Paolo Savona, insieme al generale Carlo Jean, è uno dei massimi esperti. Negli anni Novanta del secolo precedente, constatato il cambio del paradigma geopolitico internazionale dovuto alla fine del bipolarismo, l'allora inquilino dell'Eliseo, Francoise Mitterand, diede compito a una commissione di esperti, presieduta da Henri Martre, di studiare il modo per far tornare la Francia strategicamente importante. Quella commissione, comprendendo che le guerre guerreggiate in un mondo altamente globalizzato facevano parte del passato e che la competizione geoeconomica poteva portare ben maggiori benefici o causare danni pesanti ai nemici, espose un progetto successivamente implementato nei minimi dettagli e noto agli esperti con il nome di intelligence economica. Si tratta di un sistema coordinato di collaborazione, ma soprattutto di scambio informativo, tra il settore privato e quello pubblico che permette alla Francia di perorare efficacemente, ovunque e in ogni momento, il proprio interesse nazionale. I servizi segreti della Repubblica e le aziende si scambiano continuativamente le informazioni, fissano i propri obiettivi e infine il governo vi cuce sopra la strategia di sostegno generale utilizzando qualora necessario agenzie esterne, apparentemente slegate dallo Stato, per operazioni di guerra cognitiva e psicologica con fini di destabilizzazione, controinformazione o propaganda. Tale struttura, Comitato per la competitività e la sicurezza economica, creata nel 1995, ha sede presso il segretariato generale per la difesa nazionale, è inglobata nel gabinetto del primo ministro e affidata di solito a un ex membro dei servizi segreti. L'intelligence economica è lo strumento con cui la Francia sostiene la competitività del proprio sistema Paese e strumentalmente destabilizza le nazioni concorrenti. Poiché un sistema efficace ha anche bisogno di esperti preparati, a Parigi hanno pensato bene che la rete delle grandi scuole da cui esce l'élite di potere non fosse più sufficiente e hanno istituito anche una scuola di guerra economica, oggi diretta da Christian Harbulot, consigliere di Henri Martre ai tempi della commissione voluta da Mitterrand. Il volume di Giuseppe Gagliano, Guerra economica. Stato e impresa nei nuovi scenari internazionali, uscito di recente, ben descrive come oggi gli Stati debbano rivedere il proprio ruolo nel mondo. Tuttavia, per noi, che con Savona e Jean abbiamo negli anni passati proposto all'Italia la formazione di una struttura di intelligence economica che permettesse al sistema Paese di ridivenire competitivo, è chiaro come il ministro per gli Affari europei sia principalmente sotto attacco dei servizi francesi e come il nostro Paese, non avendolo ascoltato, non ha gli strumenti per gestire il problema. Savona è scomodo, non solo perché conosce le soluzioni ai problemi europei, ma soprattutto perché conosce i metodi della scuola francese, essendo stato il primo a studiarli comprendendone le dirompenti potenzialità. La Francia vuole continuare a indebolire il Belpaese, per acquisirne i gioielli economici e per mantenerla menomata a livello geopolitico. Il rapporto negativo su Fincantieri, uscito questo mese, preparato dalla società di consulenza Adit, non è altro che un pezzo di tale complicato puzzle, dato che la Adit altro non è che una società di consulenza strategica al servizio delle aziende d'Oltrealpe, il cui capitale è partecipato dallo Stato francese. In tale quadro s'inseriscono anche le decisioni del consiglio d'amministrazione di Generali, a guida transalpina, che ha deciso la vendita di diverse partecipate estere successivamente finite in mano francese e le decisioni dell'ad di Unicredit, Jean Pierre Mustier, un ex militare francese, che facilita la vendita dei fondi Pioneer - tra i più grandi in Europa - a Crédit agricole e senza i quali è assai più facile influire sullo spread Btp italiano, ovvero inventarsi una fusione con Société générale. E per correttezza non possiamo dimenticare il continuo interessamento francese a Finmeccanica, della quale una relazione preparata dall'Università parigina Science Po, da sempre fucina degli uomini d'intelligence francesi e nella quale Enrico Letta - insignito commendatore della Legione d'onore da Francois Hollande nel 2016 - è direttore della Scuola per gli affari internazionali, ne suggeriva, poco prima che lo stesso Letta divenisse presidente del Consiglio, la vendita a società francesi in quanto incapace di creare da sola economie di scala. L'Italia è sotto attacco. Paolo Savona è solo la punta dell'iceberg di un problema ben più grave. Se la politica gli permetterà di realizzare la struttura che ha in mente allora la Repubblica italiana avrà ancora qualche possibilità per recuperare il tempo perduto. In caso contrario, senza un dispositivo strategico d'intelligence capace di competere con i Paesi più avanzati, siamo destinati a diventare una colonia del mondo contemporaneo. Laris Gaiser
Beirut dopo il raid dell'Idf (Ansa)
Il presidente Usa, concentrato sui dividendi politici ed economici di un cessate il fuoco con l’Iran, paga prezzo al ruggente alleato. Come conferma la portavoce Caroline Leavitt: «Il Libano non fa parte del cessate il fuoco». Nello stesso istante l’Idf comincia l’ultima partita, che non è mai davvero l’ultima.
Tempesta d’acciaio su Beirut con scene di panico, mentre il fumo nero si alza a definire i covi dei terroristi dal lungomare al quartiere di Dahiyeh; qui il primo giorno di tregua è il più lungo della guerra. Numerosi civili sono intrappolati sotto le macerie. Gli obiettivi degli israeliani sono molteplici, vanno dalla valle della Bekaa all’area meridionale del Paese. Vengono messi nel mirino i quartieri generali, le cellule dei servizi segreti, le unità missilistiche e navali di Hezbollah, oltre alle risorse della forza d’élite Radwan. E un comunicato dell’Idf spiega la strategia comune di Hezbollah e Hamas: «La maggior parte delle infrastrutture colpite si trovava nel cuore delle aree abitate, nell’ambito del cinico sfruttamento dei civili libanesi come scudi umani».
Le immagini di Beirut sconvolta dalle bombe testimoniano di un’operazione tutt’altro che chirurgica. L’incidente è dietro l’angolo, e infatti avviene. Mentre è in viaggio da Shama verso la Capitale, è preso di mira anche un convoglio logistico del contingente italiano sotto la bandiera dell’Onu. I mezzi militari vengono fatti oggetto di colpi d’avvertimento israeliani mentre sono a due chilometri dalla base di partenza e sono costretti a rientrare. Nessun soldato italiano ferito, un Lince danneggiato. Quella che sembra una provocazione diventa immediatamente un caso diplomatico. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, tuona: «I militari italiani non si toccano» e convoca l’ambasciatore israeliano Jonathan Peled per chiarimenti. Poi aggiunge: «Ho espresso al presidente libanese Joseph Aoun la solidarietà del governo per gli attacchi ingiustificati e inaccettabili che sta subendo da Israele. Vogliamo evitare una seconda Gaza».
Molto contrariato anche il premier, Giorgia Meloni, che attende le risposte dell’ambasciatore israeliano, convocato ieri sera alla Farnesina. «Esprimo ferma condanna. I militari italiani sono presenti nell’area sulla base di un mandato ricevuto dall’Onu e agiscono nell’interesse della pace. È del tutto inaccettabile che il personale Onu sia messo a rischio con azioni irresponsabili. Israele dovrà chiarire. Il cessate il fuoco concordato fra Iran, Usa e Israele è un’opportunità da cogliere. La decisione di Hezbollah di trascinare la nazione in questo conflitto è stata irresponsabile ma i continui attacchi israeliani devono cessare immediatamente». Sulla stessa linea il vicepremier leghista, Matteo Salvini: «Totale vicinanza e solidarietà ai militari italiani, per nessun motivo possono essere minacciati o attaccati».
Il colpo di coda di Israele destabilizza ogni strategia, ferma la de-escalation. Mentre il premier libanese, Nawaf Salam, chiede «a tutti gli amici del Libano di aiutarci a fermare questi attacchi con ogni mezzo disponibile», anche Bruxelles si sveglia. Un portavoce Ue sottolinea: «La nostra posizione è stata chiara fin dall’inizio e non la cambieremo; chiediamo a Israele di cessare la sua operazione in Libano, nel rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale di quel Paese». Netanyahu non ferma l’esercito e a sera precisa la sua strategia, che esclude il Libano dagli accordi: «Il cessate il fuoco è in vigore in pieno coordinamento con Israele. Non si tratta della fine della campagna ma di una tappa verso il raggiungimento dei nostri obiettivi. Li raggiungeremo con un accordo o con la ripresa dei combattimenti. Siamo pronti in qualsiasi momento a ricominciare».
Israele ha fretta. I militari sanno che la guerra permanente non esiste e presto la diplomazia internazionale costringerà Tel Aviv a inserire anche il Paese dei cedri nel perimetro della tregua, a far tacere le armi. Per questo il capo di stato maggiore dell’Idf, generale Eyal Zamir, parla di «crocevia strategico». Lo riferisce il sito Arutz Sheva, che riporta le parole del numero uno militare: «Finora Israele ha ottenuto risultati significativi, anche rispetto agli obiettivi che ci eravamo prefissati all’inizio dell’operazione. Continueremo ad agire con determinazione e ad approfondire il colpo inflitto al regime».
L’azzardo di Netanyahu paga nell’immediato ma rischia di far saltare tutto. I pasdaran minacciano di ribloccare lo Stretto di Hormuz e Ali Bahreini, ambasciatore dell’Iran presso le Nazioni Unite a Ginevra, fa sapere che «qualsiasi ulteriore attacco in Libano complicherebbe la situazione e avrebbe gravi conseguenze». Soprattutto la peggiore, con Trump che in questa partita fatica a prendere palla: ricominciare da zero.
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Kaja Kallas (Ansa)
E il quadro non è meno desolante sulle varie missioni possibili per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz: Emmanuel Macron sostiene che comanderà una forza internazionale e coglie di sorpresa la Gran Bretagna; l’Ue poi mette insieme otto Stati membri, tra cui l’Italia, e il Canada e infine c’è sempre in pista l’Onu, non meno ansiosa di Bruxelles di trovare un qualche ruolo.
Kaja Kallas, Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, già da qualche giorno, aveva preparato una missione in Arabia Saudita. «È nella regione per l’attivazione dei nostri strumenti», dice un portavoce con fare misterioso, nel tentativo di accreditare un qualche ruolo di Bruxelles nella tregua. Certo, i canali diplomatici esistono e ovviamente non vanno sventolati, ma quando la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ringrazia il Pakistan per la sua opera di mediazione, non è facile far finta di nulla e non pensare che ancora una volta l’Ue non è stata capace di mettersi con autorevolezza tra Usa, Israele e Iran. Del resto, forse qualche attacco verbale in meno contro Teheran, da parte dei big di Bruxelles, avrebbe lasciato qualche spazio di manovra in più.
Tre settimane fa, la stessa Kallas aveva sbandierato il proprio impegno per un possibile intervento dell’Onu. «Ho parlato con il segretario generale, Antonio Guterres, per capire se è possibile un’iniziativa a Hormuz come quella sul Mar Nero per il grano dell’Ucraina», aveva raccontato. Il riferimento era anche al mandato dell’operazione Aspides, lo scudo europeo sulle rotte del Mar Rosso, nato a febbraio 2024 dopo i continui attacchi dei ribelli houthi contro il traffico commerciale. L’Italia si era detta disponibile, come lo è anche oggi. Solo che nel giorno della tregua sembra nuovamente che i leader europei facciano a gara a sgomitare.
Il primo della lista, ovviamente, è Macron. Appena scopre che nell’accordo di cessate il fuoco concordato da Iran e Usa c’è la riapertura dello Stretto di Hormuz, annuncia alle tv francesi che «una quindicina di Paesi sono oggi mobilitati e partecipano alla pianificazione sotto la guida della Francia» per «agevolare la ripresa» della circolazione delle navi. Non fa l’elenco dei Paesi satelliti, ma basta quel «sotto la guida della Francia» per farsi un’idea della sortita. Per altro, nei giorni scorsi, a proporre una missione del genere era stato Keir Starmer. Qualche ora e arriva una nuova versione dei Nuovi volenterosi dello Stretto. Le agenzie di stampa diffondono una nota ufficiale congiunta in cui si legge: «I nostri governi contribuiranno a garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz». Seguono le rassicurazioni e le firme di Giorgia Meloni, dello stesso Macron, del cancelliere tedesco, Friedrich Merz, di Starmer, del premier canadese, Mark Carney, della premier danese, Mette Frederiksen, del collega olandese, Rob Jetten, dello spagnolo Pedro Sánchez, e i vertici dell’Ue, ovvero la presidente Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa. Comanderà comunque Macron? Lo scopriremo più avanti. Intanto è impossibile non ricordare che fino a ieri la Germania faceva sapere di essere impegnata a trovare canali riservati per la tregua. E lo stesso Merz, tre settimane fa, mostrò i denti a Donald Trump: «Questa guerra non è voluta, non partecipiamo a missioni per Hormuz».
Già, ma poi c’è anche l’Onu, che sempre ieri ha dichiarato di essere al lavoro su un meccanismo per garantire il transito sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz e di essersi già mosso con tutte le parti interessate, a cominciare da Teheran. Insomma, tra Onu e Ue, non si sa chi ha contato di meno, ma oggi sono tutti in movimento e agitano le bandierine.
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Orazio Sciortino, pianista concertista e compositore contemporaneo, ci guida nel mondo della musica «colta» di oggi. Un'apparente Babele del linguaggio nella quale tutti gli ingredienti del passato sono a disposizione degli artisti.
Da sinistra: JD Vance, Steve Witkoff e Jared Kushner (Ansa)
I colloqui, ha annunciato Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, proseguiranno sabato a Islamabad con la mediazione del Pakistan. Al tavolo negoziale siederanno per Washington JD Vance, l’inviato speciale Steve Witkoff e Jared Kushner. Sul fronte iraniano, invece, la delegazione sarà composta da emissari vicini ai pasdaran e ai vertici politici della Repubblica islamica. I colloqui, tuttavia, si svolgeranno sullo sfondo di una tregua che è stata definita «fragile» dallo stesso Vance. Non a caso, il Pentagono ha ammonito che «un cessate il fuoco è solo una pausa», mentre i pasdaran hanno dichiarato di avere ancora «il dito sul grilletto», dato che non si fidano delle promesse americane.
Il cuore della trattativa, in ogni caso, riguarda una serie di dossier concatenati: nucleare, sanzioni, sicurezza regionale e, soprattutto, lo status dello Stretto di Hormuz. Ma il problema di fondo è che Washington e Teheran sembrano muoversi su basi diverse. Da un lato, c’è il piano iraniano in dieci punti, che prevede tra l’altro il diritto a mantenere il programma nucleare, la revoca delle sanzioni e un ruolo diretto di Teheran nel controllo di Hormuz. Dall’altro, resiste la linea americana, evocata da Donald Trump come un pacchetto più ampio di «15 punti», di cui «molti sono già stati concordati», ma senza che vi sia alcuna reale chiarezza.
La distanza tra le parti emerge soprattutto sul nucleare. Trump, di concerto con Benjamin Netanyahu, insiste su una linea di azzeramento: «Non ci sarà alcun arricchimento dell’uranio». Teheran, al contrario, non sembra disposta a rinunciare al proprio programma, considerato un pilastro della sua sovranità strategica. Accanto al nucleare, il secondo nodo da sciogliere è quello economico. Washington apre alla possibilità di ridurre le sanzioni, ma contemporaneamente alza il livello dello scontro minacciando misure punitive: «A qualsiasi Paese che fornisca armamenti all’Iran verranno applicati dazi al 50%, senza alcuna deroga o esenzione».
Il punto d’attrito maggiore, tuttavia, resta Hormuz. Gli Stati Uniti hanno accettato la tregua a condizione di una riapertura «completa, immediata e sicura» dello Stretto. L’Iran, invece, parla di un’apertura «limitata e controllata», subordinata a un’intesa più ampia. Il rischio è evidente: trasformare una rotta energetica globale, finora sostanzialmente libera, in uno strumento di pressione politica. Non a caso, dopo il passaggio delle prime due navi, gli iraniani hanno bloccato di nuovo il traffico a causa dei violenti raid israeliani su Beirut. Ed è proprio il Libano a mostrare i limiti della tregua. Gli attacchi dell’Idf contro Hezbollah proseguono e, come ha chiarito Trump, si tratta di «scaramucce separate» non incluse nell’accordo. Una distinzione che però Teheran contesta: una delle condizioni per porre fine al conflitto, ha affermato il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, è un cessate il fuoco in Libano.
In questo scenario teso e allo stesso tempo confuso, chi ci guadagna è soprattutto la Cina. Pechino è da anni il principale partner economico dell’Iran e il suo primo acquirente di petrolio. Un eventuale allentamento delle restrizioni e una riapertura controllata di Hormuz, pertanto, rischiano di rafforzare ulteriormente questo asse, offrendo a Teheran nuove risorse e a Pechino - che ha confermato un dialogo ad alto livello con la Casa bianca - una leva geopolitica ancora più solida in Medio Oriente, che finirebbe per ridurre ulteriormente il peso degli Usa.
Anche sul piano politico, l’intesa mostra crepe evidenti. Israele, come riferito dal Wall Street Journal, sarebbe stato informato solo all’ultimo del cessate il fuoco e non avrebbe gradito i termini dell’accordo. E la stessa Casa Bianca ha precisato che il piano in dieci punti diffuso dall’Iran «non è quello in discussione» nei colloqui. Lo stesso Trump, tagliando corto, ha detto: «C’è solo un gruppo di punti significativi che sono accettabili per gli Stati Uniti e ne discuteremo a porte chiuse». Il New York Times ha spiegato che, oltre al nucleare, Washington pretende anche la riduzione della gittata dei missili balistici iraniani: un ulteriore segnale di quanto le due parti stiano negoziando senza una base comune realmente condivisa.
La sensazione, insomma, è che il negoziato proceda più per impellente necessità che per reale convergenza. A questo punto, il rischio è che, nel tentativo di disinnescare la crisi, si finisca per creare un problema più grande di quello che si voleva risolvere: riaprire lo Stretto in cambio di pedaggi e concessioni che legittimano il controllo iraniano, trasformando il nucleare in una leva negoziale permanente. In questo modo, è chiaro, gli Stati Uniti rischiano di trovarsi in una posizione meno solida di quella precedente al conflitto.
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