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2018-07-29
La Francia schiera Bernard Henri Lévy contro l'Italia: teme un'intelligence guidata da Savona
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È arrivato a Torino. «Cristiano Ronaldo?», vi domanderete. Ma no, altro che Cr7: è arrivato Bhl. Francese nato in Algeria, figlio di un multimiliardario, intellettuale, polemista, Bernard Henri Lévy dev'essere stato a lungo incerto se fare il filosofo, la rockstar o il santone laico: nel dubbio, ha deciso di fare tutte e tre le cose. La notizia è che da ieri ha iniziato la sua collaborazione con il quotidiano La Stampa.
Per comprendere Bhl, è indispensabile la massima di Oscar Wilde: «Solo i superficiali non giudicano dalle apparenze». Guardatelo in foto: solenne, cotonatissimo, capigliatura che avrebbe suscitato l'invidia di Maria Antonietta, camicia aperta svolazzante accuratamente spiegazzata (né troppo né troppo poco: ore di preparazione, capite bene…), espressione ispirata e sofferente, il tono costante di chi ti descrive l'abisso morale del nostro tempo dal quale soltanto lui potrà salvarti.
Filosoficamente parlando, il nostro, più che un guru, è da sempre un paraguru: è stato negli anni Settanta uno dei nouveaux philosophes, pensatori dal retroterra fritto misto (un po' di marxismo, un po' di maoismo, un po' di esistenzialismo), che poi hanno ripudiato il comunismo (bene) salvo però subito dopo passare gran parte del tempo a criticare capitalismo e conservatorismo (male).
Come dicevamo, siccome i tromboni italiani non erano abbastanza, da ventiquattr'ore il quotidiano di Torino si è assicurato le prestazioni del supertrombone francese. E che prestazioni! L'esordio è stata una difesa a corpo morto di Emmanuel Macron, sotto assedio perché il suo bodyguard prediletto, tale Benalla (super stipendio, super appartamento, super intimità con la coppia presidenziale), il primo maggio scorso ha malmenato alcuni manifestanti travestito da poliziotto. Ovviamente, un po' tutti in Francia hanno spiegazioni da chiedere a un Macron alle corde (come La Verità vi ha raccontato nel dettaglio nei giorni scorsi).
Meglio di un bodyguard, meglio di Benalla, arriva ora Bhl, che (a rischio di spettinarsi) insorge a difesa dell'Eliseo. Bhl non si dà pace, è sconvolto: «Macron è nella vasca dei piranha», siamo davanti a una «sequenza singolare e agghiacciante...». Sì, c'è stata una «sbavatura» (scrive testualmente il paraguru), perfino un «grave errore» (ammette, bontà sua), però da quel momento la vera vittima è stato il povero Macron: «la preda imperiale che i piranha vogliono spolpare fino all'osso», «ipotesi grottesche sulla vita privata della coppia presidenziale», «orde pettegole» scatenate sui «cosiddetti social network», il «fruscio dei tweet», i «sanculotti senz'anima», il «mondo impazzito», il «fascismo in ascesa».
Bhl è partito e capite bene che non lo si può fermare: è un flusso di coscienza. Ma attenzione: è arrivato al punto. I cattivoni se la prendono con Macron perché è l'unico «argine» contro «l'internazionale delle nuove tirannie» e gli immancabili «populisti». E qui occorre fermarsi un attimo a riflettere, perché viene fuori la seconda dimensione di Bhl. Finora abbiamo scherzato sugli aspetti scenografici e coreografici: trucco e parrucco, vanità sfacciata, pose da indossatore. Ma l'uomo non va affatto sottovalutato: perché va (o viene inviato, o si autoinvia: fate voi) ogni volta che c'è da salvare qualcuno o da destabilizzare qualcun altro. Sarà una coincidenza: ma quando c'è una missione delicata, arriva lui, in posa plastica.
Il primo esempio (ramo salvataggi) è quello che abbiamo finito di raccontare: questa disperata difesa dell'indifendibile Macron che, non scordiamocelo mai, fino a qualche mese fa era l'eroe assoluto degli euroentusiasti e degli eurolirici (ve lo ricordate il selfie di Enrico Letta durante i festeggiamenti postelettorali francesi e l'indimenticabile tweet di Paolo Gentiloni «una speranza s'aggira per l'Europa»?). Adesso, il loro campione è nei guai, e occorre rimetterlo in piedi per le elezioni europee.
Secondo esempio (ramo destabilizzazioni): Brexit, che invece a Bhl non piace. Figurarsi, il dogma europeista messo in discussione, e perfino per decisione degli elettori: una cosa intollerabile per Lévy, che ha scritto una caterva di articoli e ha messo in piedi perfino una strampalata performance teatrale per spiegare agli inglesi che «Brexit è un regresso di civiltà».
Terzo esempio (ramo destabilizzazioni, qualche anno fa): la Libia. In quel caso, Bhl, allora agiografo instancabile di Nicolas Sarkozy, non solo sostenne l'intervento, ma poi, in un docufilm da lui scritto, diretto e interpretato (l'uomo è multimediale oltre che multiautocelebrativo), rivendicò di aver avuto un ruolo negli incontri tra Sarkozy e i ribelli anti Gheddafi. Il quale era quello che era, sia ben chiaro: ma l'esito dell'operazione libica è sotto gli occhi di tutti.
C'è chi teme che la nuova attenzione per l'Italia di Bhl possa celare il desiderio di un «quarto esempio». È noto che a Parigi tanti auspicavano un esito elettorale diverso prima del 4 marzo, e, anche dopo - come male minore - un'intesa M5s-Pd: uno schema centrato sul Pd e ritenuto Oltralpe più funzionale alla difesa degli interessi politici e commerciali francesi. Ora in alcuni ambienti (lo ha raccontato ieri La Verità) è scattato una specie di piano B: occorre lavorare sulle faglie (vere o presunte, reali o supposte) tra il Mef e gli azionisti di maggioranza dell'esecutivo, tra il ministro Giovanni Tria e la coppia Salvini-Di Maio, tra il Quirinale e l'asse politico oggi prevalente.
Vero? Verosimile? Nessuno può dirlo con certezza: ma un Bhl in prima pagina può sempre tornare utile per le necessità estive (e soprattutto autunnali) di un certo establishment, italiano e non.
Daniele Capezzone
La Francia ha paura dell’intelligence guidata da Savona
Chiunque abbia letto un solo libro del professor Paolo Savona sa bene che l'ultima cosa che gli si possa imputare è quella di non essere un europeista. In ogni suo scritto concernente la comunitarizzazione delle istituzioni si trovano, sempre, insieme alle analisi dei problemi creati dal mercato comune anche le possibili soluzioni. Una volta appurata tale semplice verità, e compreso che dalla presenza attiva di Paolo Savona l'Europa avrebbe tutto da guadagnarci, se ne deduce che i continui attacchi al mancato ministro dell'Economia hanno ben altra natura. Il vero scopo di tale infinita gogna non è la sicurezza dell'Unione europea, ma l'ennesima destabilizzazione dell'Italia.
Il problema di Savona è il medesimo dell'Italia, ovvero quello di non disporre di un sistema che sappia gestire in maniera sistematica e coordinata una guerra economica e informativa per la quale i Paesi concorrenti, soprattutto la Francia, si sono organizzati da più di due decenni e di cui Paolo Savona, insieme al generale Carlo Jean, è uno dei massimi esperti. Negli anni Novanta del secolo precedente, constatato il cambio del paradigma geopolitico internazionale dovuto alla fine del bipolarismo, l'allora inquilino dell'Eliseo, Francoise Mitterand, diede compito a una commissione di esperti, presieduta da Henri Martre, di studiare il modo per far tornare la Francia strategicamente importante. Quella commissione, comprendendo che le guerre guerreggiate in un mondo altamente globalizzato facevano parte del passato e che la competizione geoeconomica poteva portare ben maggiori benefici o causare danni pesanti ai nemici, espose un progetto successivamente implementato nei minimi dettagli e noto agli esperti con il nome di intelligence economica. Si tratta di un sistema coordinato di collaborazione, ma soprattutto di scambio informativo, tra il settore privato e quello pubblico che permette alla Francia di perorare efficacemente, ovunque e in ogni momento, il proprio interesse nazionale. I servizi segreti della Repubblica e le aziende si scambiano continuativamente le informazioni, fissano i propri obiettivi e infine il governo vi cuce sopra la strategia di sostegno generale utilizzando qualora necessario agenzie esterne, apparentemente slegate dallo Stato, per operazioni di guerra cognitiva e psicologica con fini di destabilizzazione, controinformazione o propaganda. Tale struttura, Comitato per la competitività e la sicurezza economica, creata nel 1995, ha sede presso il segretariato generale per la difesa nazionale, è inglobata nel gabinetto del primo ministro e affidata di solito a un ex membro dei servizi segreti. L'intelligence economica è lo strumento con cui la Francia sostiene la competitività del proprio sistema Paese e strumentalmente destabilizza le nazioni concorrenti.
Poiché un sistema efficace ha anche bisogno di esperti preparati, a Parigi hanno pensato bene che la rete delle grandi scuole da cui esce l'élite di potere non fosse più sufficiente e hanno istituito anche una scuola di guerra economica, oggi diretta da Christian Harbulot, consigliere di Henri Martre ai tempi della commissione voluta da Mitterrand.
Il volume di Giuseppe Gagliano, Guerra economica. Stato e impresa nei nuovi scenari internazionali, uscito di recente, ben descrive come oggi gli Stati debbano rivedere il proprio ruolo nel mondo. Tuttavia, per noi, che con Savona e Jean abbiamo negli anni passati proposto all'Italia la formazione di una struttura di intelligence economica che permettesse al sistema Paese di ridivenire competitivo, è chiaro come il ministro per gli Affari europei sia principalmente sotto attacco dei servizi francesi e come il nostro Paese, non avendolo ascoltato, non ha gli strumenti per gestire il problema.
Savona è scomodo, non solo perché conosce le soluzioni ai problemi europei, ma soprattutto perché conosce i metodi della scuola francese, essendo stato il primo a studiarli comprendendone le dirompenti potenzialità. La Francia vuole continuare a indebolire il Belpaese, per acquisirne i gioielli economici e per mantenerla menomata a livello geopolitico. Il rapporto negativo su Fincantieri, uscito questo mese, preparato dalla società di consulenza Adit, non è altro che un pezzo di tale complicato puzzle, dato che la Adit altro non è che una società di consulenza strategica al servizio delle aziende d'Oltrealpe, il cui capitale è partecipato dallo Stato francese. In tale quadro s'inseriscono anche le decisioni del consiglio d'amministrazione di Generali, a guida transalpina, che ha deciso la vendita di diverse partecipate estere successivamente finite in mano francese e le decisioni dell'ad di Unicredit, Jean Pierre Mustier, un ex militare francese, che facilita la vendita dei fondi Pioneer - tra i più grandi in Europa - a Crédit agricole e senza i quali è assai più facile influire sullo spread Btp italiano, ovvero inventarsi una fusione con Société générale.
E per correttezza non possiamo dimenticare il continuo interessamento francese a Finmeccanica, della quale una relazione preparata dall'Università parigina Science Po, da sempre fucina degli uomini d'intelligence francesi e nella quale Enrico Letta - insignito commendatore della Legione d'onore da Francois Hollande nel 2016 - è direttore della Scuola per gli affari internazionali, ne suggeriva, poco prima che lo stesso Letta divenisse presidente del Consiglio, la vendita a società francesi in quanto incapace di creare da sola economie di scala.
L'Italia è sotto attacco. Paolo Savona è solo la punta dell'iceberg di un problema ben più grave. Se la politica gli permetterà di realizzare la struttura che ha in mente allora la Repubblica italiana avrà ancora qualche possibilità per recuperare il tempo perduto. In caso contrario, senza un dispositivo strategico d'intelligence capace di competere con i Paesi più avanzati, siamo destinati a diventare una colonia del mondo contemporaneo.
Laris Gaiser
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Per difendere Emmanuel Macron dall'assedio sbarca sulla Stampa l'intellettuale preferito dall'establishment. Il guru che ha sostenuto la guerra in Libia e criticato la Brexit ha un nuovo nemico da colpire: l'alleanza gialloblù.I servizi d'Oltralpe temono che il ministro metta a sistema una struttura strategica che difenda gli interessi dell'Italia .Lo speciale contiene due articoli. È arrivato a Torino. «Cristiano Ronaldo?», vi domanderete. Ma no, altro che Cr7: è arrivato Bhl. Francese nato in Algeria, figlio di un multimiliardario, intellettuale, polemista, Bernard Henri Lévy dev'essere stato a lungo incerto se fare il filosofo, la rockstar o il santone laico: nel dubbio, ha deciso di fare tutte e tre le cose. La notizia è che da ieri ha iniziato la sua collaborazione con il quotidiano La Stampa. Per comprendere Bhl, è indispensabile la massima di Oscar Wilde: «Solo i superficiali non giudicano dalle apparenze». Guardatelo in foto: solenne, cotonatissimo, capigliatura che avrebbe suscitato l'invidia di Maria Antonietta, camicia aperta svolazzante accuratamente spiegazzata (né troppo né troppo poco: ore di preparazione, capite bene…), espressione ispirata e sofferente, il tono costante di chi ti descrive l'abisso morale del nostro tempo dal quale soltanto lui potrà salvarti. Filosoficamente parlando, il nostro, più che un guru, è da sempre un paraguru: è stato negli anni Settanta uno dei nouveaux philosophes, pensatori dal retroterra fritto misto (un po' di marxismo, un po' di maoismo, un po' di esistenzialismo), che poi hanno ripudiato il comunismo (bene) salvo però subito dopo passare gran parte del tempo a criticare capitalismo e conservatorismo (male). Come dicevamo, siccome i tromboni italiani non erano abbastanza, da ventiquattr'ore il quotidiano di Torino si è assicurato le prestazioni del supertrombone francese. E che prestazioni! L'esordio è stata una difesa a corpo morto di Emmanuel Macron, sotto assedio perché il suo bodyguard prediletto, tale Benalla (super stipendio, super appartamento, super intimità con la coppia presidenziale), il primo maggio scorso ha malmenato alcuni manifestanti travestito da poliziotto. Ovviamente, un po' tutti in Francia hanno spiegazioni da chiedere a un Macron alle corde (come La Verità vi ha raccontato nel dettaglio nei giorni scorsi). Meglio di un bodyguard, meglio di Benalla, arriva ora Bhl, che (a rischio di spettinarsi) insorge a difesa dell'Eliseo. Bhl non si dà pace, è sconvolto: «Macron è nella vasca dei piranha», siamo davanti a una «sequenza singolare e agghiacciante...». Sì, c'è stata una «sbavatura» (scrive testualmente il paraguru), perfino un «grave errore» (ammette, bontà sua), però da quel momento la vera vittima è stato il povero Macron: «la preda imperiale che i piranha vogliono spolpare fino all'osso», «ipotesi grottesche sulla vita privata della coppia presidenziale», «orde pettegole» scatenate sui «cosiddetti social network», il «fruscio dei tweet», i «sanculotti senz'anima», il «mondo impazzito», il «fascismo in ascesa». Bhl è partito e capite bene che non lo si può fermare: è un flusso di coscienza. Ma attenzione: è arrivato al punto. I cattivoni se la prendono con Macron perché è l'unico «argine» contro «l'internazionale delle nuove tirannie» e gli immancabili «populisti». E qui occorre fermarsi un attimo a riflettere, perché viene fuori la seconda dimensione di Bhl. Finora abbiamo scherzato sugli aspetti scenografici e coreografici: trucco e parrucco, vanità sfacciata, pose da indossatore. Ma l'uomo non va affatto sottovalutato: perché va (o viene inviato, o si autoinvia: fate voi) ogni volta che c'è da salvare qualcuno o da destabilizzare qualcun altro. Sarà una coincidenza: ma quando c'è una missione delicata, arriva lui, in posa plastica. Il primo esempio (ramo salvataggi) è quello che abbiamo finito di raccontare: questa disperata difesa dell'indifendibile Macron che, non scordiamocelo mai, fino a qualche mese fa era l'eroe assoluto degli euroentusiasti e degli eurolirici (ve lo ricordate il selfie di Enrico Letta durante i festeggiamenti postelettorali francesi e l'indimenticabile tweet di Paolo Gentiloni «una speranza s'aggira per l'Europa»?). Adesso, il loro campione è nei guai, e occorre rimetterlo in piedi per le elezioni europee. Secondo esempio (ramo destabilizzazioni): Brexit, che invece a Bhl non piace. Figurarsi, il dogma europeista messo in discussione, e perfino per decisione degli elettori: una cosa intollerabile per Lévy, che ha scritto una caterva di articoli e ha messo in piedi perfino una strampalata performance teatrale per spiegare agli inglesi che «Brexit è un regresso di civiltà». Terzo esempio (ramo destabilizzazioni, qualche anno fa): la Libia. In quel caso, Bhl, allora agiografo instancabile di Nicolas Sarkozy, non solo sostenne l'intervento, ma poi, in un docufilm da lui scritto, diretto e interpretato (l'uomo è multimediale oltre che multiautocelebrativo), rivendicò di aver avuto un ruolo negli incontri tra Sarkozy e i ribelli anti Gheddafi. Il quale era quello che era, sia ben chiaro: ma l'esito dell'operazione libica è sotto gli occhi di tutti. C'è chi teme che la nuova attenzione per l'Italia di Bhl possa celare il desiderio di un «quarto esempio». È noto che a Parigi tanti auspicavano un esito elettorale diverso prima del 4 marzo, e, anche dopo - come male minore - un'intesa M5s-Pd: uno schema centrato sul Pd e ritenuto Oltralpe più funzionale alla difesa degli interessi politici e commerciali francesi. Ora in alcuni ambienti (lo ha raccontato ieri La Verità) è scattato una specie di piano B: occorre lavorare sulle faglie (vere o presunte, reali o supposte) tra il Mef e gli azionisti di maggioranza dell'esecutivo, tra il ministro Giovanni Tria e la coppia Salvini-Di Maio, tra il Quirinale e l'asse politico oggi prevalente. Vero? Verosimile? Nessuno può dirlo con certezza: ma un Bhl in prima pagina può sempre tornare utile per le necessità estive (e soprattutto autunnali) di un certo establishment, italiano e non. Daniele Capezzone<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bernard-henry-levy-2590636069.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-francia-ha-paura-dellintelligence-guidata-da-savona" data-post-id="2590636069" data-published-at="1767692387" data-use-pagination="False"> La Francia ha paura dell’intelligence guidata da Savona Chiunque abbia letto un solo libro del professor Paolo Savona sa bene che l'ultima cosa che gli si possa imputare è quella di non essere un europeista. In ogni suo scritto concernente la comunitarizzazione delle istituzioni si trovano, sempre, insieme alle analisi dei problemi creati dal mercato comune anche le possibili soluzioni. Una volta appurata tale semplice verità, e compreso che dalla presenza attiva di Paolo Savona l'Europa avrebbe tutto da guadagnarci, se ne deduce che i continui attacchi al mancato ministro dell'Economia hanno ben altra natura. Il vero scopo di tale infinita gogna non è la sicurezza dell'Unione europea, ma l'ennesima destabilizzazione dell'Italia. Il problema di Savona è il medesimo dell'Italia, ovvero quello di non disporre di un sistema che sappia gestire in maniera sistematica e coordinata una guerra economica e informativa per la quale i Paesi concorrenti, soprattutto la Francia, si sono organizzati da più di due decenni e di cui Paolo Savona, insieme al generale Carlo Jean, è uno dei massimi esperti. Negli anni Novanta del secolo precedente, constatato il cambio del paradigma geopolitico internazionale dovuto alla fine del bipolarismo, l'allora inquilino dell'Eliseo, Francoise Mitterand, diede compito a una commissione di esperti, presieduta da Henri Martre, di studiare il modo per far tornare la Francia strategicamente importante. Quella commissione, comprendendo che le guerre guerreggiate in un mondo altamente globalizzato facevano parte del passato e che la competizione geoeconomica poteva portare ben maggiori benefici o causare danni pesanti ai nemici, espose un progetto successivamente implementato nei minimi dettagli e noto agli esperti con il nome di intelligence economica. Si tratta di un sistema coordinato di collaborazione, ma soprattutto di scambio informativo, tra il settore privato e quello pubblico che permette alla Francia di perorare efficacemente, ovunque e in ogni momento, il proprio interesse nazionale. I servizi segreti della Repubblica e le aziende si scambiano continuativamente le informazioni, fissano i propri obiettivi e infine il governo vi cuce sopra la strategia di sostegno generale utilizzando qualora necessario agenzie esterne, apparentemente slegate dallo Stato, per operazioni di guerra cognitiva e psicologica con fini di destabilizzazione, controinformazione o propaganda. Tale struttura, Comitato per la competitività e la sicurezza economica, creata nel 1995, ha sede presso il segretariato generale per la difesa nazionale, è inglobata nel gabinetto del primo ministro e affidata di solito a un ex membro dei servizi segreti. L'intelligence economica è lo strumento con cui la Francia sostiene la competitività del proprio sistema Paese e strumentalmente destabilizza le nazioni concorrenti. Poiché un sistema efficace ha anche bisogno di esperti preparati, a Parigi hanno pensato bene che la rete delle grandi scuole da cui esce l'élite di potere non fosse più sufficiente e hanno istituito anche una scuola di guerra economica, oggi diretta da Christian Harbulot, consigliere di Henri Martre ai tempi della commissione voluta da Mitterrand. Il volume di Giuseppe Gagliano, Guerra economica. Stato e impresa nei nuovi scenari internazionali, uscito di recente, ben descrive come oggi gli Stati debbano rivedere il proprio ruolo nel mondo. Tuttavia, per noi, che con Savona e Jean abbiamo negli anni passati proposto all'Italia la formazione di una struttura di intelligence economica che permettesse al sistema Paese di ridivenire competitivo, è chiaro come il ministro per gli Affari europei sia principalmente sotto attacco dei servizi francesi e come il nostro Paese, non avendolo ascoltato, non ha gli strumenti per gestire il problema. Savona è scomodo, non solo perché conosce le soluzioni ai problemi europei, ma soprattutto perché conosce i metodi della scuola francese, essendo stato il primo a studiarli comprendendone le dirompenti potenzialità. La Francia vuole continuare a indebolire il Belpaese, per acquisirne i gioielli economici e per mantenerla menomata a livello geopolitico. Il rapporto negativo su Fincantieri, uscito questo mese, preparato dalla società di consulenza Adit, non è altro che un pezzo di tale complicato puzzle, dato che la Adit altro non è che una società di consulenza strategica al servizio delle aziende d'Oltrealpe, il cui capitale è partecipato dallo Stato francese. In tale quadro s'inseriscono anche le decisioni del consiglio d'amministrazione di Generali, a guida transalpina, che ha deciso la vendita di diverse partecipate estere successivamente finite in mano francese e le decisioni dell'ad di Unicredit, Jean Pierre Mustier, un ex militare francese, che facilita la vendita dei fondi Pioneer - tra i più grandi in Europa - a Crédit agricole e senza i quali è assai più facile influire sullo spread Btp italiano, ovvero inventarsi una fusione con Société générale. E per correttezza non possiamo dimenticare il continuo interessamento francese a Finmeccanica, della quale una relazione preparata dall'Università parigina Science Po, da sempre fucina degli uomini d'intelligence francesi e nella quale Enrico Letta - insignito commendatore della Legione d'onore da Francois Hollande nel 2016 - è direttore della Scuola per gli affari internazionali, ne suggeriva, poco prima che lo stesso Letta divenisse presidente del Consiglio, la vendita a società francesi in quanto incapace di creare da sola economie di scala. L'Italia è sotto attacco. Paolo Savona è solo la punta dell'iceberg di un problema ben più grave. Se la politica gli permetterà di realizzare la struttura che ha in mente allora la Repubblica italiana avrà ancora qualche possibilità per recuperare il tempo perduto. In caso contrario, senza un dispositivo strategico d'intelligence capace di competere con i Paesi più avanzati, siamo destinati a diventare una colonia del mondo contemporaneo. Laris Gaiser
Il disegno di Trump sembra piuttosto chiaro: allineare il continente americano a Washington, estromettendo la Cina e garantendosi il controllo delle materie prime disponibili e ancora in larga parte non sfruttate. Il rame e il litio in Cile e Argentina, il petrolio in Venezuela, le terre rare in Brasile, materiali critici in Groenlandia. Controllare queste risorse significa soprattutto sottrarle alla Cina.
C’è molta attenzione al tema del petrolio venezuelano, ma occorre fare qualche distinguo. Ieri il prezzo del greggio sui mercati non ha avuto reazioni drammatiche, con il petrolio Brent rimasto attorno al valore di 61 dollari al barile dopo una iniziale discesa. Questo perché nell’immediato non succederà nulla di notevole sul mercato.
Dopo la nazionalizzazione del settore petrolifero attuata dal regime di Hugo Chávez tra il 2005 e il 2007, la produzione venezuelana crollò da oltre 3,2 milioni di barili al giorno a meno di 1 milione di bbl/giorno. Di questa quantità, oggi circa il 60% finisce in Cina, un 25% negli Stati Uniti (Chevron è l’unica major americana attiva in Venezuela) e il resto in India e a Cuba. Donald Trump in conferenza stampa sabato ha detto che le compagnie petrolifere americane torneranno nel Paese, investiranno e ricostruiranno il settore ridando ricchezza al Venezuela. Ma questo può essere vero solo nel lungo termine, poiché saranno necessarie decine di miliardi di investimenti e servirà tempo perché questi inizino a dare qualche frutto. Per tornare ai livelli produttivi degli anni Novanta servirebbero almeno tre anni, secondo le stime più ottimistiche. Inoltre, è vero che le riserve venezuelane sono enormi, ma si tratta di un petrolio di qualità molto pesante. Non è difficile da estrarre ma è costoso da trattare. In virtù della precedente storia delle major americane in Venezuela, alcune raffinerie negli Usa sono in grado di trattare quel petrolio, che però anche quando arriverà sul mercato in quantità importanti avrà un impatto contenuto sui fondamentali.
Le conseguenze dell’operazione venezuelana sono più di lungo termine e di respiro un po’ più ampio. Intanto, registriamo che il cambio di regime in Venezuela è negativo per il petrolio russo, che viene comprato in grandi quantità dalla Cina. Se Pechino comprerà più petrolio dalla Russia, Mosca sarà sempre più dipendente da un solo acquirente e sarebbe in posizione di ulteriore subordinazione.
La destituzione di Maduro è soprattutto un brutto colpo per la Cina, non tanto nell’immediato quanto in prospettiva, perché l’azione americana segna un precedente di questa amministrazione.
Quando Pechino nei mesi scorsi ha ristretto ulteriormente le esportazioni di terre rare e magneti, evidenziando una debolezza strutturale americana, ha di fatto invitato gli Stati Uniti a scovare e sfruttare i punti deboli della Cina.
Uno di questi è l’import di energia: la Cina dipende dall’estero per circa il 30% della propria energia, per i quattro quinti importata via mare. L’import cinese di greggio nel 2025 è stato di circa 11,5 milioni di barili al giorno, di cui la metà dal Medio Oriente e circa 375.000 barili al giorno dal Venezuela (i due terzi dell’export petrolifero di Caracas).
L’Iran ha fornito alla Cina circa 1,7 milioni di barili al giorno di greggio, nonostante le sanzioni, dunque Iran e Venezuela fanno circa il 18% delle importazioni di greggio della Cina. Inoltre, un quarto del suo import di gnl arriva dal Qatar e più di un terzo dall’Australia.
L’avviso di Donald Trump all’Iran, quando nei giorni scorsi ha diffidato il governo di Teheran dallo sparare sui manifestanti, è in realtà un avviso per Pechino. Assieme all’azione di forza condotta in Venezuela, il messaggio di Washington è che gli Stati Uniti sono pronti a sostenere l’abbattimento di regimi avversari nei Paesi che forniscono di energia la Cina, sia con azioni dirette, sia sostenendo colpi di Stato interni. Gli altri fornitori difficilmente resisterebbero alle pressioni degli Stati Uniti nel caso di una escalation tra Washington e Pechino.
La Cina, conscia di tutto ciò, sta cercando freneticamente di aumentare la propria indipendenza energetica spingendo sulla produzione interna e accumulando scorte. Pechino sta investendo nel colossale progetto idroelettrico Yarlung Zangbo nel Tibet sud-orientale, sta sviluppando piccoli reattori nucleari modulari e costruisce nuove centrali elettriche a carbone, la cui produzione ha raggiunto un livello record nel 2024. Nel 2024 la produzione nazionale di petrolio ha raggiunto il livello più alto dal 2015, mentre la produzione nazionale di gas ha stabilito un nuovo record. Tutti questi sforzi nell’immediato valgono poco, però, poiché ci vorranno ancora diversi anni prima che la Cina raggiunga l’indipendenza energetica.
L’operazione Maduro insomma ricorda a Pechino che l’economia cinese dipende ancora molto dall’energia importata e che dunque eventuali azioni cinesi su Taiwan avrebbero come conseguenza la pressione interdittiva degli Stati Uniti sulle fonti di energia. Al vertice tra Donald Trump e Xi Jinping, previsto a Pechino nel prossimo mese di aprile, la Casa Bianca evidentemente vuole arrivare preparata. Per questo c’è da aspettarsi che in Iran la situazione possa evolvere rapidamente e non sono da escludersi colpi di scena a breve termine.
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Domenica, il giorno dopo la cattura del leader chavista, Donald Trump è tornato a invocare il passaggio dell’isola più grande del mondo sotto il controllo degli Usa. «Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale. È così strategica. In questo momento, la Groenlandia è disseminata di navi russe e cinesi ovunque», ha dichiarato il presidente americano, innescando la reazione piccata tanto del premier groenlandese, Jens Frederik Nielsen, quanto di quello danese, Mette Frederiksen. «Ho chiarito molto bene la posizione del Regno di Danimarca e la Groenlandia ha ripetutamente affermato di non voler far parte degli Usa», ha dichiarato la Frederiksen, per poi aggiungere: «Se gli Usa attaccano un altro Paese della Nato, tutto si ferma». Una posizione, quella danese, che ha ricevuto l’appoggio del premier britannico, Keir Starmer.
Più cauta si è invece mostrata la Commissione europea. «L’Ue continuerà a sostenere i principi di sovranità nazionale, integrità territoriale e inviolabilità delle frontiere, nonché la Carta delle Nazioni Unite», ha affermato Bruxelles, glissando tuttavia sulle domande più specifiche attinenti alla questione. Ricordiamo che la Groenlandia è un territorio autonomo del Regno di Danimarca: il capo di Stato è il sovrano danese, mentre l’isola resta soggetta al governo di Copenaghen in materia di politica estera. La Groenlandia ha inoltre lasciato la Comunità economica europea a seguito di un referendum tenuto nel 1982. Pur avendo alcuni legami con Bruxelles, non fa quindi parte dell’Ue ed è annoverata tra i «Paesi e territori d’oltremare».
Ma per quale ragione Trump guarda tanto pressantemente alla Groenlandia? Di certo si pone un tema di materie prime. Ma la questione è anche più complessa. Innanzitutto, come già abbiamo visto, l’interesse per l’isola rientra nella riedizione della Dottrina Monroe, che l’attuale presidente americano sta portando avanti. In tal senso, il dossier della Groenlandia è collegato a quello venezuelano. Non dimentichiamo inoltre che, l’anno scorso, la Casa Bianca, attraverso varie pressioni, era riuscita a convincere Panama ad abbandonare la Belt and Road Initiative. Trump vuole quindi estromettere le potenze ostili dall’emisfero occidentale. E, in questo senso, il sorvegliato numero uno resta ovviamente Pechino. In secondo luogo, la Groenlandia risulta strategica nella lotta per l’influenza geopolitica sull’Artico: un’area che, in conseguenza dello scioglimento dei ghiacci, sta diventando sempre più cruciale in termini di rotte per la navigazione.
È soprattutto per questo, oltre che per le materie prime, che la regione fa da tempo gola tanto a Mosca quanto a Pechino. Se un tempo le due capitali tendevano a essere maggiormente in competizione nell’area, a dicembre 2024 il Pentagono lanciò l’allarme in riferimento a un loro progressivo allineamento. Tra l’altro, proprio ieri, il ministero degli Esteri cinese ha espresso irritazione per le parole di Trump relative all’influenza di Pechino sulla Groenlandia. Tutto questo mentre, il 29 dicembre, il Wall Street Journal riportava quanto segue: «Per la prima volta, quest’estate i sottomarini di ricerca cinesi hanno viaggiato a migliaia di metri sotto i ghiacci dell’Artico, un’impresa tecnica con agghiaccianti implicazioni militari e commerciali per l’America e i suoi alleati».
Insomma, la questione artica mette in luce alcuni elementi di riflessione. Il primo è che, ancora una volta, l’Ue mostra tutta la sua irrilevanza geopolitica. Nello scontro tra grandi potenze, Bruxelles non tocca palla proprio perché non è una potenza, ma un rissoso condominio senza una strategia degna di questo nome: un condominio del tutto impreparato al ritorno in auge della Machtpolitik. In questo quadro, più che un alleato, l’amministrazione Trump vede nell’Ue una sorta di palla al piede. Il che spiega le tensioni tra Washington e Copenaghen sulla Groenlandia, nonché la posizione, definita «soft» dallo stesso Guardian, espressa sul tema dalla Commissione europea. L’esecutivo Ue, in altre parole, inizia a essere consapevole della sua scarsa rilevanza, soprattutto a seguito dello choc innescato dal caso Maduro.
E qui veniamo al secondo elemento di riflessione. Non è ancora chiaro se la cattura del dittatore venezuelano vada letta nell’ottica di una tacita Jalta 2.0 (vale a dire nel quadro di una spartizione d’influenza tra le grandi potenze) oppure come un incremento della competizione tra Usa, Cina e Russia. Se lo scarso aiuto concreto fornito da Pechino e Mosca a Caracas fa propendere per la prima ipotesi, la questione groenlandese sembra avvalorare invece la seconda. La strategicità dell’Artico rende infatti al momento improbabile una spartizione pacifica e consensuale tra grandi potenze. A maggior ragione, ciò costituisce un problema per chi, nell’ultimo decennio, ha perso solo tempo dal punto di vista geopolitico. Ogni riferimento all’Ue, spiace dirlo, non è puramente casuale...
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In entrambe le vicende i protagonisti sono degli stranieri e le vittime dei minorenni. E in entrambi i casi, considerati gravi dagli stessi inquirenti, la reazione non appare capace di restituire l’idea di una tutela effettiva delle vittime. Ma per comprendere cosa intreccia le due storie bisogna andare per gradi. E tornare, nel primo caso, alla notte tra il 31 ottobre e l’1 novembre scorso. Halloween. Lei, dopo i festeggiamenti, è sbronza. Priva di lucidità, si dirige verso la stazione di Pisa barcollando. Si accascia perfino, attirando l’attenzione dei passanti. Lui, nordafricano, 30 anni, 16 più di lei, è il primo ad avvicinarsi. Finge di volerla soccorrere. Poi, però, hanno ricostruito gli investigatori della Squadra mobile della Questura di Grosseto, avrebbe approfittato della condizione della ragazzina tentando contatti fisici. È in questo scarto, tra l’aiuto apparente e l’abuso ipotizzato, che si concentra il procedimento giudiziario. La ragazza appare vulnerabile, incapace di opporsi. La situazione evolve rapidamente. Stando all’accusa, lo straniero avrebbe anche provato a baciarla sul corpo. La situazione si spinge oltre quando tenta di farla salire sulla propria auto. È in quel momento che arriva il padre della ragazza. E interviene. Impedisce che la figlia venga portata via. La mette in salvo. Era in auto con un amico della quattordicenne, proveniente dalla stessa festa. Mentre il nordafricano si allontana, i due, con i loro smartphone, fotografano e filmano l’auto e la targa, ma anche tutte le persone presenti al momento del loro intervento. L’episodio si interrompe così, davanti a chi assiste. Da lì comincia il lavoro degli investigatori.
Le testimonianze diventano centrali. Quella del padre. Quella dell’amico. E anche le dichiarazioni dei testimoni presenti. Grazie ai filmati dell’auto e alla targa è stato possibile risalire all’indagato con una certa facilità. Il passaggio successivo è stato identificarlo. E a due mesi dalla denuncia sono scattate le accuse di violenza sessuale aggravata e di omissione di soccorso. Ma la misura cautelare disposta dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Pisa (e richiesta dalla Procura), nonostante il quadro indiziario è stato definito «grave» dagli stessi inquirenti, è l’obbligo di dimora a Grosseto, dove risiede il maghrebino, che non potrà allontanarsi dal territorio comunale senza prima aver ottenuto un’autorizzazione giudiziaria. È qui che la ricostruzione del primo caso si ferma. Non perché sia conclusa. Ma perché, per ora, si è cristallizzata in questo provvedimento.
Per l’altra vicenda bisogna spostarsi a Bologna, tornare indietro di un anno ed entrare in un appartamento di via Emilio Lepido. Dentro c’è solo un minore (i genitori sono in vacanza all’estero). È lì che compare il gruppo. Sono almeno in tre. Arrivano a volto coperto. Non bussano. Si introducono nell’abitazione da una finestra e in pochi istanti la situazione precipita. Il ragazzo viene immobilizzato. Mani e piedi legati con fascette di plastica. E un uomo che si ferma con lui durante tutta l’operazione. Un sequestro di persona, prima ancora che una rapina. Gli oggetti spariscono uno dopo l’altro: orologi, gioielli, accessori e abiti di lusso, un televisore, elettrodomestici. E soprattutto una cassaforte. Viene forzata con un flex. I rapinatori fuggono con una Fiat Panda Cross che avevano lasciato in sosta davanti all’abitazione. Risulterà rubata pochi giorni prima a San Lazzaro di Savena. L’azione è rapida, violenta, organizzata. Lascia dietro di sé una casa devastata e un minore legato e sotto choc. Che, però, alcune ore dopo riesce a liberarsi e a chiamare i soccorsi. L’indagine viene affidata alla Squadra mobile. Gli investigatori seguono una pista precisa: il traffico telefonico. Un lavoro lungo, meticoloso. Centinaia di migliaia di dati analizzati provenienti dai ripetitori della telefonia cellulare agganciati in quel punto e a quell’ora. A questo si aggiungono le analisi tecniche dei reperti raccolti sulla scena. E quelle scientifiche sulle impronte lasciate dai tre. Non solo. Le telecamere di sicurezza dell’abitazione riprendono due dei tre rapinatori nel piazzale, intenti a ispezionare, con l’aiuto di una torcia, perfino le automobili della famiglia. In un altro video si vedono tutti e tre passare in un vialetto, accanto al giardino, mentre si dirigono verso l’ingresso. Due di loro indossano lo stesso giubbotto con cappuccio con bordo di pelliccia. Eppure, anche con le immagini, il cerchio non si chiude completamente. Dall’incrocio del materiale raccolto emerge un nome. Uno solo. È di un albanese diciannovenne con precedenti specifici per reati predatori. Gli elementi raccolti consentono di identificarlo come il presunto autore della violenta rapina in abitazione con sequestro di persona. Gli agenti della Squadra mobile lo catturano a Bologna. Ora è in carcere in attesa dell’interrogatorio di garanzia. E anche qui, come a Pisa, resta la sensazione che non si sia arrivati fino in fondo.
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