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2018-07-29
La Francia schiera Bernard Henri Lévy contro l'Italia: teme un'intelligence guidata da Savona
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È arrivato a Torino. «Cristiano Ronaldo?», vi domanderete. Ma no, altro che Cr7: è arrivato Bhl. Francese nato in Algeria, figlio di un multimiliardario, intellettuale, polemista, Bernard Henri Lévy dev'essere stato a lungo incerto se fare il filosofo, la rockstar o il santone laico: nel dubbio, ha deciso di fare tutte e tre le cose. La notizia è che da ieri ha iniziato la sua collaborazione con il quotidiano La Stampa.
Per comprendere Bhl, è indispensabile la massima di Oscar Wilde: «Solo i superficiali non giudicano dalle apparenze». Guardatelo in foto: solenne, cotonatissimo, capigliatura che avrebbe suscitato l'invidia di Maria Antonietta, camicia aperta svolazzante accuratamente spiegazzata (né troppo né troppo poco: ore di preparazione, capite bene…), espressione ispirata e sofferente, il tono costante di chi ti descrive l'abisso morale del nostro tempo dal quale soltanto lui potrà salvarti.
Filosoficamente parlando, il nostro, più che un guru, è da sempre un paraguru: è stato negli anni Settanta uno dei nouveaux philosophes, pensatori dal retroterra fritto misto (un po' di marxismo, un po' di maoismo, un po' di esistenzialismo), che poi hanno ripudiato il comunismo (bene) salvo però subito dopo passare gran parte del tempo a criticare capitalismo e conservatorismo (male).
Come dicevamo, siccome i tromboni italiani non erano abbastanza, da ventiquattr'ore il quotidiano di Torino si è assicurato le prestazioni del supertrombone francese. E che prestazioni! L'esordio è stata una difesa a corpo morto di Emmanuel Macron, sotto assedio perché il suo bodyguard prediletto, tale Benalla (super stipendio, super appartamento, super intimità con la coppia presidenziale), il primo maggio scorso ha malmenato alcuni manifestanti travestito da poliziotto. Ovviamente, un po' tutti in Francia hanno spiegazioni da chiedere a un Macron alle corde (come La Verità vi ha raccontato nel dettaglio nei giorni scorsi).
Meglio di un bodyguard, meglio di Benalla, arriva ora Bhl, che (a rischio di spettinarsi) insorge a difesa dell'Eliseo. Bhl non si dà pace, è sconvolto: «Macron è nella vasca dei piranha», siamo davanti a una «sequenza singolare e agghiacciante...». Sì, c'è stata una «sbavatura» (scrive testualmente il paraguru), perfino un «grave errore» (ammette, bontà sua), però da quel momento la vera vittima è stato il povero Macron: «la preda imperiale che i piranha vogliono spolpare fino all'osso», «ipotesi grottesche sulla vita privata della coppia presidenziale», «orde pettegole» scatenate sui «cosiddetti social network», il «fruscio dei tweet», i «sanculotti senz'anima», il «mondo impazzito», il «fascismo in ascesa».
Bhl è partito e capite bene che non lo si può fermare: è un flusso di coscienza. Ma attenzione: è arrivato al punto. I cattivoni se la prendono con Macron perché è l'unico «argine» contro «l'internazionale delle nuove tirannie» e gli immancabili «populisti». E qui occorre fermarsi un attimo a riflettere, perché viene fuori la seconda dimensione di Bhl. Finora abbiamo scherzato sugli aspetti scenografici e coreografici: trucco e parrucco, vanità sfacciata, pose da indossatore. Ma l'uomo non va affatto sottovalutato: perché va (o viene inviato, o si autoinvia: fate voi) ogni volta che c'è da salvare qualcuno o da destabilizzare qualcun altro. Sarà una coincidenza: ma quando c'è una missione delicata, arriva lui, in posa plastica.
Il primo esempio (ramo salvataggi) è quello che abbiamo finito di raccontare: questa disperata difesa dell'indifendibile Macron che, non scordiamocelo mai, fino a qualche mese fa era l'eroe assoluto degli euroentusiasti e degli eurolirici (ve lo ricordate il selfie di Enrico Letta durante i festeggiamenti postelettorali francesi e l'indimenticabile tweet di Paolo Gentiloni «una speranza s'aggira per l'Europa»?). Adesso, il loro campione è nei guai, e occorre rimetterlo in piedi per le elezioni europee.
Secondo esempio (ramo destabilizzazioni): Brexit, che invece a Bhl non piace. Figurarsi, il dogma europeista messo in discussione, e perfino per decisione degli elettori: una cosa intollerabile per Lévy, che ha scritto una caterva di articoli e ha messo in piedi perfino una strampalata performance teatrale per spiegare agli inglesi che «Brexit è un regresso di civiltà».
Terzo esempio (ramo destabilizzazioni, qualche anno fa): la Libia. In quel caso, Bhl, allora agiografo instancabile di Nicolas Sarkozy, non solo sostenne l'intervento, ma poi, in un docufilm da lui scritto, diretto e interpretato (l'uomo è multimediale oltre che multiautocelebrativo), rivendicò di aver avuto un ruolo negli incontri tra Sarkozy e i ribelli anti Gheddafi. Il quale era quello che era, sia ben chiaro: ma l'esito dell'operazione libica è sotto gli occhi di tutti.
C'è chi teme che la nuova attenzione per l'Italia di Bhl possa celare il desiderio di un «quarto esempio». È noto che a Parigi tanti auspicavano un esito elettorale diverso prima del 4 marzo, e, anche dopo - come male minore - un'intesa M5s-Pd: uno schema centrato sul Pd e ritenuto Oltralpe più funzionale alla difesa degli interessi politici e commerciali francesi. Ora in alcuni ambienti (lo ha raccontato ieri La Verità) è scattato una specie di piano B: occorre lavorare sulle faglie (vere o presunte, reali o supposte) tra il Mef e gli azionisti di maggioranza dell'esecutivo, tra il ministro Giovanni Tria e la coppia Salvini-Di Maio, tra il Quirinale e l'asse politico oggi prevalente.
Vero? Verosimile? Nessuno può dirlo con certezza: ma un Bhl in prima pagina può sempre tornare utile per le necessità estive (e soprattutto autunnali) di un certo establishment, italiano e non.
Daniele Capezzone
La Francia ha paura dell’intelligence guidata da Savona
Chiunque abbia letto un solo libro del professor Paolo Savona sa bene che l'ultima cosa che gli si possa imputare è quella di non essere un europeista. In ogni suo scritto concernente la comunitarizzazione delle istituzioni si trovano, sempre, insieme alle analisi dei problemi creati dal mercato comune anche le possibili soluzioni. Una volta appurata tale semplice verità, e compreso che dalla presenza attiva di Paolo Savona l'Europa avrebbe tutto da guadagnarci, se ne deduce che i continui attacchi al mancato ministro dell'Economia hanno ben altra natura. Il vero scopo di tale infinita gogna non è la sicurezza dell'Unione europea, ma l'ennesima destabilizzazione dell'Italia.
Il problema di Savona è il medesimo dell'Italia, ovvero quello di non disporre di un sistema che sappia gestire in maniera sistematica e coordinata una guerra economica e informativa per la quale i Paesi concorrenti, soprattutto la Francia, si sono organizzati da più di due decenni e di cui Paolo Savona, insieme al generale Carlo Jean, è uno dei massimi esperti. Negli anni Novanta del secolo precedente, constatato il cambio del paradigma geopolitico internazionale dovuto alla fine del bipolarismo, l'allora inquilino dell'Eliseo, Francoise Mitterand, diede compito a una commissione di esperti, presieduta da Henri Martre, di studiare il modo per far tornare la Francia strategicamente importante. Quella commissione, comprendendo che le guerre guerreggiate in un mondo altamente globalizzato facevano parte del passato e che la competizione geoeconomica poteva portare ben maggiori benefici o causare danni pesanti ai nemici, espose un progetto successivamente implementato nei minimi dettagli e noto agli esperti con il nome di intelligence economica. Si tratta di un sistema coordinato di collaborazione, ma soprattutto di scambio informativo, tra il settore privato e quello pubblico che permette alla Francia di perorare efficacemente, ovunque e in ogni momento, il proprio interesse nazionale. I servizi segreti della Repubblica e le aziende si scambiano continuativamente le informazioni, fissano i propri obiettivi e infine il governo vi cuce sopra la strategia di sostegno generale utilizzando qualora necessario agenzie esterne, apparentemente slegate dallo Stato, per operazioni di guerra cognitiva e psicologica con fini di destabilizzazione, controinformazione o propaganda. Tale struttura, Comitato per la competitività e la sicurezza economica, creata nel 1995, ha sede presso il segretariato generale per la difesa nazionale, è inglobata nel gabinetto del primo ministro e affidata di solito a un ex membro dei servizi segreti. L'intelligence economica è lo strumento con cui la Francia sostiene la competitività del proprio sistema Paese e strumentalmente destabilizza le nazioni concorrenti.
Poiché un sistema efficace ha anche bisogno di esperti preparati, a Parigi hanno pensato bene che la rete delle grandi scuole da cui esce l'élite di potere non fosse più sufficiente e hanno istituito anche una scuola di guerra economica, oggi diretta da Christian Harbulot, consigliere di Henri Martre ai tempi della commissione voluta da Mitterrand.
Il volume di Giuseppe Gagliano, Guerra economica. Stato e impresa nei nuovi scenari internazionali, uscito di recente, ben descrive come oggi gli Stati debbano rivedere il proprio ruolo nel mondo. Tuttavia, per noi, che con Savona e Jean abbiamo negli anni passati proposto all'Italia la formazione di una struttura di intelligence economica che permettesse al sistema Paese di ridivenire competitivo, è chiaro come il ministro per gli Affari europei sia principalmente sotto attacco dei servizi francesi e come il nostro Paese, non avendolo ascoltato, non ha gli strumenti per gestire il problema.
Savona è scomodo, non solo perché conosce le soluzioni ai problemi europei, ma soprattutto perché conosce i metodi della scuola francese, essendo stato il primo a studiarli comprendendone le dirompenti potenzialità. La Francia vuole continuare a indebolire il Belpaese, per acquisirne i gioielli economici e per mantenerla menomata a livello geopolitico. Il rapporto negativo su Fincantieri, uscito questo mese, preparato dalla società di consulenza Adit, non è altro che un pezzo di tale complicato puzzle, dato che la Adit altro non è che una società di consulenza strategica al servizio delle aziende d'Oltrealpe, il cui capitale è partecipato dallo Stato francese. In tale quadro s'inseriscono anche le decisioni del consiglio d'amministrazione di Generali, a guida transalpina, che ha deciso la vendita di diverse partecipate estere successivamente finite in mano francese e le decisioni dell'ad di Unicredit, Jean Pierre Mustier, un ex militare francese, che facilita la vendita dei fondi Pioneer - tra i più grandi in Europa - a Crédit agricole e senza i quali è assai più facile influire sullo spread Btp italiano, ovvero inventarsi una fusione con Société générale.
E per correttezza non possiamo dimenticare il continuo interessamento francese a Finmeccanica, della quale una relazione preparata dall'Università parigina Science Po, da sempre fucina degli uomini d'intelligence francesi e nella quale Enrico Letta - insignito commendatore della Legione d'onore da Francois Hollande nel 2016 - è direttore della Scuola per gli affari internazionali, ne suggeriva, poco prima che lo stesso Letta divenisse presidente del Consiglio, la vendita a società francesi in quanto incapace di creare da sola economie di scala.
L'Italia è sotto attacco. Paolo Savona è solo la punta dell'iceberg di un problema ben più grave. Se la politica gli permetterà di realizzare la struttura che ha in mente allora la Repubblica italiana avrà ancora qualche possibilità per recuperare il tempo perduto. In caso contrario, senza un dispositivo strategico d'intelligence capace di competere con i Paesi più avanzati, siamo destinati a diventare una colonia del mondo contemporaneo.
Laris Gaiser
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Per difendere Emmanuel Macron dall'assedio sbarca sulla Stampa l'intellettuale preferito dall'establishment. Il guru che ha sostenuto la guerra in Libia e criticato la Brexit ha un nuovo nemico da colpire: l'alleanza gialloblù.I servizi d'Oltralpe temono che il ministro metta a sistema una struttura strategica che difenda gli interessi dell'Italia .Lo speciale contiene due articoli. È arrivato a Torino. «Cristiano Ronaldo?», vi domanderete. Ma no, altro che Cr7: è arrivato Bhl. Francese nato in Algeria, figlio di un multimiliardario, intellettuale, polemista, Bernard Henri Lévy dev'essere stato a lungo incerto se fare il filosofo, la rockstar o il santone laico: nel dubbio, ha deciso di fare tutte e tre le cose. La notizia è che da ieri ha iniziato la sua collaborazione con il quotidiano La Stampa. Per comprendere Bhl, è indispensabile la massima di Oscar Wilde: «Solo i superficiali non giudicano dalle apparenze». Guardatelo in foto: solenne, cotonatissimo, capigliatura che avrebbe suscitato l'invidia di Maria Antonietta, camicia aperta svolazzante accuratamente spiegazzata (né troppo né troppo poco: ore di preparazione, capite bene…), espressione ispirata e sofferente, il tono costante di chi ti descrive l'abisso morale del nostro tempo dal quale soltanto lui potrà salvarti. Filosoficamente parlando, il nostro, più che un guru, è da sempre un paraguru: è stato negli anni Settanta uno dei nouveaux philosophes, pensatori dal retroterra fritto misto (un po' di marxismo, un po' di maoismo, un po' di esistenzialismo), che poi hanno ripudiato il comunismo (bene) salvo però subito dopo passare gran parte del tempo a criticare capitalismo e conservatorismo (male). Come dicevamo, siccome i tromboni italiani non erano abbastanza, da ventiquattr'ore il quotidiano di Torino si è assicurato le prestazioni del supertrombone francese. E che prestazioni! L'esordio è stata una difesa a corpo morto di Emmanuel Macron, sotto assedio perché il suo bodyguard prediletto, tale Benalla (super stipendio, super appartamento, super intimità con la coppia presidenziale), il primo maggio scorso ha malmenato alcuni manifestanti travestito da poliziotto. Ovviamente, un po' tutti in Francia hanno spiegazioni da chiedere a un Macron alle corde (come La Verità vi ha raccontato nel dettaglio nei giorni scorsi). Meglio di un bodyguard, meglio di Benalla, arriva ora Bhl, che (a rischio di spettinarsi) insorge a difesa dell'Eliseo. Bhl non si dà pace, è sconvolto: «Macron è nella vasca dei piranha», siamo davanti a una «sequenza singolare e agghiacciante...». Sì, c'è stata una «sbavatura» (scrive testualmente il paraguru), perfino un «grave errore» (ammette, bontà sua), però da quel momento la vera vittima è stato il povero Macron: «la preda imperiale che i piranha vogliono spolpare fino all'osso», «ipotesi grottesche sulla vita privata della coppia presidenziale», «orde pettegole» scatenate sui «cosiddetti social network», il «fruscio dei tweet», i «sanculotti senz'anima», il «mondo impazzito», il «fascismo in ascesa». Bhl è partito e capite bene che non lo si può fermare: è un flusso di coscienza. Ma attenzione: è arrivato al punto. I cattivoni se la prendono con Macron perché è l'unico «argine» contro «l'internazionale delle nuove tirannie» e gli immancabili «populisti». E qui occorre fermarsi un attimo a riflettere, perché viene fuori la seconda dimensione di Bhl. Finora abbiamo scherzato sugli aspetti scenografici e coreografici: trucco e parrucco, vanità sfacciata, pose da indossatore. Ma l'uomo non va affatto sottovalutato: perché va (o viene inviato, o si autoinvia: fate voi) ogni volta che c'è da salvare qualcuno o da destabilizzare qualcun altro. Sarà una coincidenza: ma quando c'è una missione delicata, arriva lui, in posa plastica. Il primo esempio (ramo salvataggi) è quello che abbiamo finito di raccontare: questa disperata difesa dell'indifendibile Macron che, non scordiamocelo mai, fino a qualche mese fa era l'eroe assoluto degli euroentusiasti e degli eurolirici (ve lo ricordate il selfie di Enrico Letta durante i festeggiamenti postelettorali francesi e l'indimenticabile tweet di Paolo Gentiloni «una speranza s'aggira per l'Europa»?). Adesso, il loro campione è nei guai, e occorre rimetterlo in piedi per le elezioni europee. Secondo esempio (ramo destabilizzazioni): Brexit, che invece a Bhl non piace. Figurarsi, il dogma europeista messo in discussione, e perfino per decisione degli elettori: una cosa intollerabile per Lévy, che ha scritto una caterva di articoli e ha messo in piedi perfino una strampalata performance teatrale per spiegare agli inglesi che «Brexit è un regresso di civiltà». Terzo esempio (ramo destabilizzazioni, qualche anno fa): la Libia. In quel caso, Bhl, allora agiografo instancabile di Nicolas Sarkozy, non solo sostenne l'intervento, ma poi, in un docufilm da lui scritto, diretto e interpretato (l'uomo è multimediale oltre che multiautocelebrativo), rivendicò di aver avuto un ruolo negli incontri tra Sarkozy e i ribelli anti Gheddafi. Il quale era quello che era, sia ben chiaro: ma l'esito dell'operazione libica è sotto gli occhi di tutti. C'è chi teme che la nuova attenzione per l'Italia di Bhl possa celare il desiderio di un «quarto esempio». È noto che a Parigi tanti auspicavano un esito elettorale diverso prima del 4 marzo, e, anche dopo - come male minore - un'intesa M5s-Pd: uno schema centrato sul Pd e ritenuto Oltralpe più funzionale alla difesa degli interessi politici e commerciali francesi. Ora in alcuni ambienti (lo ha raccontato ieri La Verità) è scattato una specie di piano B: occorre lavorare sulle faglie (vere o presunte, reali o supposte) tra il Mef e gli azionisti di maggioranza dell'esecutivo, tra il ministro Giovanni Tria e la coppia Salvini-Di Maio, tra il Quirinale e l'asse politico oggi prevalente. Vero? Verosimile? Nessuno può dirlo con certezza: ma un Bhl in prima pagina può sempre tornare utile per le necessità estive (e soprattutto autunnali) di un certo establishment, italiano e non. Daniele Capezzone<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bernard-henry-levy-2590636069.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-francia-ha-paura-dellintelligence-guidata-da-savona" data-post-id="2590636069" data-published-at="1780856329" data-use-pagination="False"> La Francia ha paura dell’intelligence guidata da Savona Chiunque abbia letto un solo libro del professor Paolo Savona sa bene che l'ultima cosa che gli si possa imputare è quella di non essere un europeista. In ogni suo scritto concernente la comunitarizzazione delle istituzioni si trovano, sempre, insieme alle analisi dei problemi creati dal mercato comune anche le possibili soluzioni. Una volta appurata tale semplice verità, e compreso che dalla presenza attiva di Paolo Savona l'Europa avrebbe tutto da guadagnarci, se ne deduce che i continui attacchi al mancato ministro dell'Economia hanno ben altra natura. Il vero scopo di tale infinita gogna non è la sicurezza dell'Unione europea, ma l'ennesima destabilizzazione dell'Italia. Il problema di Savona è il medesimo dell'Italia, ovvero quello di non disporre di un sistema che sappia gestire in maniera sistematica e coordinata una guerra economica e informativa per la quale i Paesi concorrenti, soprattutto la Francia, si sono organizzati da più di due decenni e di cui Paolo Savona, insieme al generale Carlo Jean, è uno dei massimi esperti. Negli anni Novanta del secolo precedente, constatato il cambio del paradigma geopolitico internazionale dovuto alla fine del bipolarismo, l'allora inquilino dell'Eliseo, Francoise Mitterand, diede compito a una commissione di esperti, presieduta da Henri Martre, di studiare il modo per far tornare la Francia strategicamente importante. Quella commissione, comprendendo che le guerre guerreggiate in un mondo altamente globalizzato facevano parte del passato e che la competizione geoeconomica poteva portare ben maggiori benefici o causare danni pesanti ai nemici, espose un progetto successivamente implementato nei minimi dettagli e noto agli esperti con il nome di intelligence economica. Si tratta di un sistema coordinato di collaborazione, ma soprattutto di scambio informativo, tra il settore privato e quello pubblico che permette alla Francia di perorare efficacemente, ovunque e in ogni momento, il proprio interesse nazionale. I servizi segreti della Repubblica e le aziende si scambiano continuativamente le informazioni, fissano i propri obiettivi e infine il governo vi cuce sopra la strategia di sostegno generale utilizzando qualora necessario agenzie esterne, apparentemente slegate dallo Stato, per operazioni di guerra cognitiva e psicologica con fini di destabilizzazione, controinformazione o propaganda. Tale struttura, Comitato per la competitività e la sicurezza economica, creata nel 1995, ha sede presso il segretariato generale per la difesa nazionale, è inglobata nel gabinetto del primo ministro e affidata di solito a un ex membro dei servizi segreti. L'intelligence economica è lo strumento con cui la Francia sostiene la competitività del proprio sistema Paese e strumentalmente destabilizza le nazioni concorrenti. Poiché un sistema efficace ha anche bisogno di esperti preparati, a Parigi hanno pensato bene che la rete delle grandi scuole da cui esce l'élite di potere non fosse più sufficiente e hanno istituito anche una scuola di guerra economica, oggi diretta da Christian Harbulot, consigliere di Henri Martre ai tempi della commissione voluta da Mitterrand. Il volume di Giuseppe Gagliano, Guerra economica. Stato e impresa nei nuovi scenari internazionali, uscito di recente, ben descrive come oggi gli Stati debbano rivedere il proprio ruolo nel mondo. Tuttavia, per noi, che con Savona e Jean abbiamo negli anni passati proposto all'Italia la formazione di una struttura di intelligence economica che permettesse al sistema Paese di ridivenire competitivo, è chiaro come il ministro per gli Affari europei sia principalmente sotto attacco dei servizi francesi e come il nostro Paese, non avendolo ascoltato, non ha gli strumenti per gestire il problema. Savona è scomodo, non solo perché conosce le soluzioni ai problemi europei, ma soprattutto perché conosce i metodi della scuola francese, essendo stato il primo a studiarli comprendendone le dirompenti potenzialità. La Francia vuole continuare a indebolire il Belpaese, per acquisirne i gioielli economici e per mantenerla menomata a livello geopolitico. Il rapporto negativo su Fincantieri, uscito questo mese, preparato dalla società di consulenza Adit, non è altro che un pezzo di tale complicato puzzle, dato che la Adit altro non è che una società di consulenza strategica al servizio delle aziende d'Oltrealpe, il cui capitale è partecipato dallo Stato francese. In tale quadro s'inseriscono anche le decisioni del consiglio d'amministrazione di Generali, a guida transalpina, che ha deciso la vendita di diverse partecipate estere successivamente finite in mano francese e le decisioni dell'ad di Unicredit, Jean Pierre Mustier, un ex militare francese, che facilita la vendita dei fondi Pioneer - tra i più grandi in Europa - a Crédit agricole e senza i quali è assai più facile influire sullo spread Btp italiano, ovvero inventarsi una fusione con Société générale. E per correttezza non possiamo dimenticare il continuo interessamento francese a Finmeccanica, della quale una relazione preparata dall'Università parigina Science Po, da sempre fucina degli uomini d'intelligence francesi e nella quale Enrico Letta - insignito commendatore della Legione d'onore da Francois Hollande nel 2016 - è direttore della Scuola per gli affari internazionali, ne suggeriva, poco prima che lo stesso Letta divenisse presidente del Consiglio, la vendita a società francesi in quanto incapace di creare da sola economie di scala. L'Italia è sotto attacco. Paolo Savona è solo la punta dell'iceberg di un problema ben più grave. Se la politica gli permetterà di realizzare la struttura che ha in mente allora la Repubblica italiana avrà ancora qualche possibilità per recuperare il tempo perduto. In caso contrario, senza un dispositivo strategico d'intelligence capace di competere con i Paesi più avanzati, siamo destinati a diventare una colonia del mondo contemporaneo. Laris Gaiser
Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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Orazio Schillaci (Ansa)
Poi, con noncuranza mette in discussione una scelta del governo Meloni. «L’astensione sull’accordo pandemico dell’Oms non è un no definitivo. Il piano pandemico non è stato approvato, è ancora sotto discussione perché mancano tutti quanti gli allegati, che sono la parte essenziale. È stato rinviato nell’ultima seduta dell’Oms e verrà credo riproposto nel prossimo maggio. Quindi c’è tempo per vedere cosa ci sarà all’interno del piano pandemico», ha fatto sapere durante il suo intervento.
Ma che cosa fa il ministro del centrodestra, apre all’accordo adottato dall’Assemblea mondiale della sanità? Dopo che nel maggio dello scorso anno l’Italia si era astenuta, intendendo così «ribadire la propria posizione in merito alla necessità di riaffermare la sovranità degli Stati nell’affrontare le questioni di salute pubblica». Quale altra posizione contraria all’esecutivo intende prendere, il professor Schillaci?
Il decreto, sul quale a Lungotevere Ripa stava lavorando d’intesa con le Regioni si è arenato: sono le stesse associazioni di categoria dei medici di medicina generale a parlare di fallimento annunciato, eppure il ministro della Salute deve dimostrare di tenere la barra dritta.
«La quadra va trovata nell’interesse dei cittadini, io difendo solo la salute pubblica e i cittadini e in particolare difendo le persone più deboli e più fragili. Questa è una rivoluzione dalla quale noi non possiamo tirarci indietro e credo che nessuno si tirerà indietro capendo quanto sia importante la salute pubblica per tutti e quanto sia importante dotare il Servizio sanitario nazionale di una visione più moderna che è quella della medicina territoriale», ha detto tutto d’un fiato.
Schillaci sa bene che, in base al Pnrr, a fine giugno devono aprire almeno 1.038 Case di comunità, per la cui organizzazione sono arrivati dall’Europa 2 miliardi di euro. Devono entrare a regime, ci saranno i controlli di Bruxelles, ma senza personale medico come possono funzionare? Perché diventino operative, la riforma Schillaci ridisegna la medicina del territorio intervenendo sulle norme che regolano il rapporto dei medici di medicina generale e il Servizio sanitario nazionale (Ssn).
I medici di famiglia però non vogliono saperne che si metta mano sulla loro convenzione con il Ssn di cui alcuni diventerebbero dipendenti con il cosiddetto doppio binario dell’assistenza primaria. I sindacati avevano osteggiato la riforma e minacciato scioperi, quindi la trattativa resta impossibile se non c’è «negoziato», come continua a chiedere Silvestro Scotti, segretario della Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg). «No alla retribuzione per obiettivi. Sì al rilancio della medicina dei servizi», sostiene Pina Onotri, segretario generale del sindacato medici italiani (Smi).
Il flop della riforma viene attribuito a Schillaci. «Dopo quasi quattro anni di governo Meloni sembra di ascoltare un ministro appena arrivato, non chi ha avuto il compito di guidare per quasi quattro anni il Servizio sanitario nazionale», ha commentato ironico Francesco Boccia, presidente dei senatori del Pd. «Oggi il ministro parla di una rivoluzione indispensabile. Ma quella rivoluzione avrebbe dovuto essere già in corso».
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Imagoeconomica
Parlava di «furia ideologica e iconoclasta», di un «Sud condannato alla marginalità», di una norma bandiera smantellata per pura ostilità ideologica. «Stanno cancellando tutto», accusava, rivendicando il Piano 2030 come un’architettura coerente per il Mezzogiorno produttivo.
A distanza di quasi due anni, la Banca d’Italia ha pubblicato uno studio che vale più di mille dichiarazioni. Si intitola The effects of a large place-based reduction of social security employers’ contributions: the case of Decontribuzione Sud ed è firmato da cinque ricercatori dell’istituto. La conclusione è sobria e impietosa: la decontribuzione non ha creato occupazione. Non ha aumentato i salari. Non ha stimolato gli investimenti. Ha migliorato la liquidità delle imprese - cioè ha messo soldi in tasca agli imprenditori - ma non ha trasformato il tessuto produttivo del Sud.
Il cuore della polemica di Provenzano era questo: senza lo sgravio del 30% sui contributi sociali, le aziende meridionali avrebbero ridotto le assunzioni. La decontribuzione era presentata come lo strumento per «massimizzare l’impatto degli investimenti» e costruire un «Sud produttivo». I ricercatori di Bankitalia hanno analizzato l’effetto della misura su circa 140.000 piccole e medie imprese, usando un disegno a discontinuità geografica che confronta le imprese situate ai due lati del confine amministrativo Nord-Sud, per isolare l’effetto della policy dal boom edilizio post-pandemia e dalle assunzioni nel pubblico impiego. Il risultato è netto: effetto sull’occupazione pari a zero. Effetto sui salari medi: zero. Effetto sugli investimenti: anch’esso statisticamente indistinguibile da zero.
Lo sgravio ha ridotto i costi del lavoro di circa il 4,2% - in linea con le attese - e ha migliorato la redditività delle imprese. Ma quei margini in più non sono stati reinvestiti in macchinari, stabilimenti o nuovi dipendenti. Sono stati accumulati come riserva di cassa. Le imprese, di fronte a una misura rinnovata di sei mesi in sei mesi dalla Commissione europea nell’ambito dei cosiddetti Temporary Frameworks, hanno razionalmente scelto di non scommettere su di essa per pianificare il futuro. Hanno incassato, non investito.
L’aspetto più scomodo per chi ha gestito quella politica è che la decontribuzione è nata, come ricordava Provenzano, grazie alla trattativa con l’allora commissario Nicolas Schmit. Ma è nata con un difetto originale: il suo inquadramento come aiuto di Stato temporaneo l’ha condannata a una vita precaria, scandita da rinnovi annuali. Le imprese lo sapevano, e lo studio lo certifica: è stata proprio l’instabilità del quadro regolatorio - non la sua assenza - a vanificare gli effetti potenziali sulla crescita. Un incentivo che può sparire da un momento all’altro non può essere la base di una decisione di investimento pluriennale.
C’è un altro dato illuminante. Nonostante la generosità della misura - 41,7 miliardi stanziati su undici anni - la percentuale di lavoratori che ne ha effettivamente beneficiato si è fermata intorno al 60% degli aventi diritto. Il motivo principale non è la burocrazia generica: è la non conformità contributiva. Circa il 23% delle imprese del Sud, secondo i dati Inps citati nello studio, non è in regola con i contributi e non può quindi accedere alla misura. Il sommerso, il lavoro irregolare, l’economia informale hanno eroso dall’interno l’efficacia di uno strumento costruito per aziende che già funzionano secondo le regole.
Questo non è un fallimento della decontribuzione in sé: è la prova che interventi di fiscalità di vantaggio orizzontali - validi per tutti i datori di lavoro del Sud indipendentemente dal settore o dal progetto imprenditoriale - non riescono a raggiungere proprio quella parte del tessuto economico che ne avrebbe più bisogno, perché quella parte vive ai margini della legalità contributiva.
Insomma, la decontribuzione era, nelle parole di Provenzano, «un tassello della strategia in quattro pilastri». Ma lo studio di Bankitalia dimostra che quel tassello, nella sua applicazione concreta, non ha spostato di un millimetro gli indicatori che davvero contano per lo sviluppo: occupazione, salari, investimenti produttivi. Ha aumentato i profitti delle imprese già sane, ha lasciato fuori le micro-imprese irregolari, ha generato zero posti di lavoro aggiuntivi misurabili. Le Pmi beneficiarie hanno usato i risparmi per rafforzare la propria solidità finanziaria - scelta razionale, ma lontanissima dagli obiettivi prefissati.
Ah, per non dimenticare: da quando è stato mandato in soffitta il piano Provenzano gli occupati al Sud sono da record. Questo perché gli incentivi sono andati agli investimenti, non nelle tasche di qualcuno.
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