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2023-07-30
Beppe Sala spegne le luci a San Siro e fa fuggire Milan e Inter dalla città
Lo stadio Meazza. Nel riquadro, Beppe Sala (Ansa-IStock)
San Siro non si tocca, Milan e Inter se ne vanno e Giuseppe Sala passerà alla storia come il sindaco che ha fatto scappare i due club da Milano. È la sintesi di una partita infinita, ormai chiusa sullo 0-0 dopo cinque anni di catenaccio dell’amministrazione di centrosinistra. Ed è la conferma che al di là del marketing politico la metropoli lombarda non si discosta dal resto del Paese: immobile, incapace di progettare un futuro che non sia dipinto dal verde acido di Zerocalcare. La mossa del Comune è arrivata venerdì sera come un sospiro, quasi a liberare le due società da promesse, impegni, equivoci, camicie di forza procedurali.
«In merito al futuro di San Siro, il Comune fa sapere che non è ancora pervenuta una comunicazione ufficiale da parte della Soprintendenza, ma sembrerebbe ormai acclarata la scelta per un vincolo culturale semplice. Vincolo che di fatto impone, in concreto, che lo stadio rimanga lì dov’è. Si ricorda, ancora una volta, che il progetto di un nuovo stadio presentato dai due club contemplava l’abbattimento dell’attuale impianto». È la pietra tombale sulla Cattedrale progettata da Milan e Inter (investimento da 1,2 miliardi), che appunto prevedeva la distruzione dello storico stadio edificato nel 1926 per realizzare una nuova, ipermoderna cittadella dello Sport. Poiché nel 2025 saranno 70 anni dalla realizzazione del secondo anello, il vincolo si profilava da tempo come impedimento assoluto, evocato dal sottosegretario alla Cultura, Vittorio Sgarbi, e in via di concretizzazione da parte della soprintendente Emanuela Carpani per la felicità della giunta green che vede profilarsi il successo del «niet» dopo un catenaccio anni Sessanta.
La seconda parte del comunicato sembra scritta direttamente dal sindaco: «Se confermata, la decisione avrebbe conseguenze gravi non solo per il futuro dello stadio e per la sua sostenibilità economica, ma anche perché ridurrebbe di molto le possibilità che le squadre restino a Milano con un nuovo impianto». Il borgomastro ha colto il problema, da domani gli 8 milioni all’anno d’affitto (fin qui garantiti dai club) svaniranno e i 2 di manutenzione di una struttura affascinante e obsoleta - cercare un bagno è un viaggio nel tempo, si arriva dentro lo stadio Lenin di Mosca degli anni Novanta - saranno a carico dell’amministrazione.
Il Milan ha già cominciato il lungo addio. La società di Gerry Cardinale, che negli Stati Uniti gestisce impianti sportivi, ha opzionato l’area San Francesco a San Donato chiedendo una variante urbanistica per poter costruire la nuova casa. Un minuto dopo l’uscita del Comune anche l’Inter ha annunciato di aver acquisito «il diritto di esclusiva» fino al 30 aprile 2024 dell’area di Rozzano di proprietà dei gruppi immobiliari Bastogi e Brioschi per approfondire la possibilità di realizzare lo stadio e le funzioni accessorie.
Luci spente a San Siro, ma il totem resta in piedi. È la vittoria dei comitati civici, soprattutto di chi ha come priorità la salvaguardia del monumento del calcio milanese. Porta a casa il risultato innanzitutto Luigi Corbani, anima del comitato «Sì Meazza» che dal primo minuto è favorevole «alla ristrutturazione dell’esistente» e accusa Sala di essersi piegato agli interessi speculativi delle proprietà straniere dei due top club italiani. Anche l’Uefa, designando Milano per la finale di Champions 2026 o 2027, gli ha di fatto dato ragione. «L’idea di abbattere il Meazza era sbagliata e tutti hanno perso anni attorno a progetti inesistenti. La tutela architettonica è prevista in automatico, fino al 2026 non si poteva comunque toccare perché sede della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali». L’ex vicesindaco migliorista dell’era Dc-Psi-Pci non teme il rischio che il simbolo sportivo di Milano si trasformi in un rudere abbandonato. «San Siro può essere utilizzato per lo sport e lo spettacolo, basterebbe fare una gara internazionale, ammodernarlo e darlo in gestione a una società. Non esiste che si abbatta, è un impianto unico, un’icona nel mondo».
Per Sala, che ha tenuto il piede in tutte le scarpe scambiando tattica per strategia, è una disfatta assoluta. In un primo tempo ha deciso di non decidere, poi si è appiattito sulle richieste dei club in contrasto con gli interessi del Comune (volumetrie, aree commerciali, consumo di suolo), infine si è lasciato travolgere dall’ostruzionismo dei partner verdi. Qualche mese fa, quando ha colto le conseguenze dello stallo, ha alzato voce contro la sua maggioranza: «In due anni non avete fatto mezza proposta, siete stati capaci solo di dire no».
Con un dettaglio non evidenziato: il responsabile politico delle (non) scelte è lui. Come sottolinea il segretario milanese della Lega, Samuele Piscina: «La partita è finita, tergiversando per 12 anni, Sala e la sinistra hanno cacciato Milan e Inter dalla città. E lo stadio diventerà terra di nessuno». Adriano Galliani, che sull’erba dell’astronave di cemento ha vinto cinque Champions, non ha mai cambiato parere: «Andava abbattuto. Ciascuno di noi è romanticamente affezionato alle case delle nonne per i ricordi. Ma poi va a vivere altrove».
Milano è il cimitero dei nuovi alberi
Quello che si è venduto come il sindaco più ambientalista possibile per Milano inanella uno scivolone dietro l’altro proprio sul verde. Per Beppe Sala sono giorni di fuoco, anche se è di acqua che si sta parlando. Perché le polemiche alimentate negli ultimi giorni dalla cattiva gestione delle piante a Milano, alla base del crollo di alberi in tutta la città in occasione della tempesta di vento e ghiaccio di inizio settimana (Palazzo Marino ha trovato l’assassino perfetto nell’ormai onnipresente cambiamento climatico, anche se gli indizi di colpevolezza portano dritti a una manutenzione parecchio scarsa), hanno messo la sordina a un’altra spina dolente nel fianco green di Sala. Quella relativa al progetto ForestaMi.
Si tratta di un piano sbalorditivo: da qui al 2030 saranno piantati 3 milioni di nuovi alberi a Milano e nei comuni della Città metropolitana. Nato da una ricerca del Politecnico di Milano, sostenuto (tra gli altri) da Regione, Parco Nord, Fondazione Falck e Fs Sistemi urbani, ForestaMi vanta nientepopodimeno che Stefano Boeri nel suo comitato scientifico. Che sarà mai fare un bosco in orizzontale per lui è che è riuscito a costruirne uno in verticale?
Non è proprio così. Perché a rumoreggiare contro il progetto sono cittadini e movimenti ambientalisti che hanno sostenuto la candidatura di Sala in passato. E che adesso si trovano a guardare sbalorditi una grande operazione, certo, ma di facciata. Perché piantare gli arbusti è facile, mantenerli e farli crescere è difficile. E a Milano neanche ci provano. Dai dati ufficiali presentati alla fine della passata stagione agronomica, nel 2022 ben 16.000 alberi, tra adulti e neo piantati, sono morti. La colpa è stata data all’ondata di caldo della scorsa estate che aveva provocato settimane di intensa siccità. «Quando c’è moria di alberi, noi ripiantamo», aveva pomposamente annunciato mesi fa Sala. Ma per cercare la vera causa dell’ecatombe green a Milano, forse il sindaco dovrebbe guardarsi allo specchio. O, meglio, dovrebbe guardare in direzione dei propri uffici comunali. Perché a detta di residenti e attivisti, a mancare non è stata (solo) l’acqua piovana ma (soprattutto) la manutenzione e la cura. Tanto che, a ForestaMi, fanno da contraltare due movimenti nati spontaneamente dall’iniziativa dei milanesi: BagnaMi, che vede i cittadini impegnati a dare l’acqua di propria iniziativa alle povere piante abbandonate al proprio destino, e ForestaMi e poi DimenticaMi, che mette in fila e documenta il lato oscuro di ForestaMi.
Sui social questi guardiani degli alberi sono molto attivi, producono dossier anche fotografici con le criticità del progetto da 3 milioni di alberi, raccontando «una storia diversa rispetto alla narrazione ufficiale dell’infallibile piano ForestaMi, di cui siamo bombardati attraverso i media».
E nei cahier de doleances green c’è di tutto: impianti di irrigazione che non funzionano, autobotti insufficienti o «fantasma», annunci di bagnature anticipate definite «bluff», visto che dovrebbero essere garantite tutto l’anno e non solo nei mesi più caldi. «Le piante sono morte per incapacità, non per la siccità», ha tuonato a inizio anno lo storico consigliere ambientalista Carlo Monguzzi, «Milano è seduta su una falda che straborda, mungiamo ogni anno 60 milioni di litri dalla falda per non allagare la metropolitana. È un controsenso».
C’è talmente così tanta sciatteria nel progetto ForestaMi, definito una delle più grandi operazioni di greenwashing (ovvero, ecologismo di facciata) attivate in Italia che, per il secondo anno consecutivo, a maggio, in zona Bovisasca, un cittadino ha scoperto decine di alberi pronti per essere piantati ma abbandonati in un campo. Morti, stecchiti: un vero e proprio cimitero. Nel 2022 una scoperta simile era stata fatta in zona San Siro. Chissà che ne pensano i munifici sponsor di questo progetto. Chissà che ne pensano i 70.000 milanesi che l’assessore Pierfrancesco Maran ringraziava per aver sostenuto, lo scorso anno, con una donazione, ForestaMi. I «pacchetti» contributo partono da 30 euro e arrivano fino ai 100. Certo, c’è anche l’importo libero. Parte di quei soldi è stata gettata al vento.
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Dopo anni di melina il Comune si rassegna: «Soprintendenza verso il vincolo». Un fallimento che farà entrare il sindaco nella storia per aver sfrattato i club. Lasciando al capoluogo uno stadio che costa 10 milioni l’anno.Il progetto ForestaMi prevede la messa a dimora di 3 milioni di piante entro il 2030. Ma è solo facciata: nessuno le cura e muoiono. Oppure vengono gettate via nei prati.Lo speciale contiene due articoli. San Siro non si tocca, Milan e Inter se ne vanno e Giuseppe Sala passerà alla storia come il sindaco che ha fatto scappare i due club da Milano. È la sintesi di una partita infinita, ormai chiusa sullo 0-0 dopo cinque anni di catenaccio dell’amministrazione di centrosinistra. Ed è la conferma che al di là del marketing politico la metropoli lombarda non si discosta dal resto del Paese: immobile, incapace di progettare un futuro che non sia dipinto dal verde acido di Zerocalcare. La mossa del Comune è arrivata venerdì sera come un sospiro, quasi a liberare le due società da promesse, impegni, equivoci, camicie di forza procedurali. «In merito al futuro di San Siro, il Comune fa sapere che non è ancora pervenuta una comunicazione ufficiale da parte della Soprintendenza, ma sembrerebbe ormai acclarata la scelta per un vincolo culturale semplice. Vincolo che di fatto impone, in concreto, che lo stadio rimanga lì dov’è. Si ricorda, ancora una volta, che il progetto di un nuovo stadio presentato dai due club contemplava l’abbattimento dell’attuale impianto». È la pietra tombale sulla Cattedrale progettata da Milan e Inter (investimento da 1,2 miliardi), che appunto prevedeva la distruzione dello storico stadio edificato nel 1926 per realizzare una nuova, ipermoderna cittadella dello Sport. Poiché nel 2025 saranno 70 anni dalla realizzazione del secondo anello, il vincolo si profilava da tempo come impedimento assoluto, evocato dal sottosegretario alla Cultura, Vittorio Sgarbi, e in via di concretizzazione da parte della soprintendente Emanuela Carpani per la felicità della giunta green che vede profilarsi il successo del «niet» dopo un catenaccio anni Sessanta.La seconda parte del comunicato sembra scritta direttamente dal sindaco: «Se confermata, la decisione avrebbe conseguenze gravi non solo per il futuro dello stadio e per la sua sostenibilità economica, ma anche perché ridurrebbe di molto le possibilità che le squadre restino a Milano con un nuovo impianto». Il borgomastro ha colto il problema, da domani gli 8 milioni all’anno d’affitto (fin qui garantiti dai club) svaniranno e i 2 di manutenzione di una struttura affascinante e obsoleta - cercare un bagno è un viaggio nel tempo, si arriva dentro lo stadio Lenin di Mosca degli anni Novanta - saranno a carico dell’amministrazione. Il Milan ha già cominciato il lungo addio. La società di Gerry Cardinale, che negli Stati Uniti gestisce impianti sportivi, ha opzionato l’area San Francesco a San Donato chiedendo una variante urbanistica per poter costruire la nuova casa. Un minuto dopo l’uscita del Comune anche l’Inter ha annunciato di aver acquisito «il diritto di esclusiva» fino al 30 aprile 2024 dell’area di Rozzano di proprietà dei gruppi immobiliari Bastogi e Brioschi per approfondire la possibilità di realizzare lo stadio e le funzioni accessorie.Luci spente a San Siro, ma il totem resta in piedi. È la vittoria dei comitati civici, soprattutto di chi ha come priorità la salvaguardia del monumento del calcio milanese. Porta a casa il risultato innanzitutto Luigi Corbani, anima del comitato «Sì Meazza» che dal primo minuto è favorevole «alla ristrutturazione dell’esistente» e accusa Sala di essersi piegato agli interessi speculativi delle proprietà straniere dei due top club italiani. Anche l’Uefa, designando Milano per la finale di Champions 2026 o 2027, gli ha di fatto dato ragione. «L’idea di abbattere il Meazza era sbagliata e tutti hanno perso anni attorno a progetti inesistenti. La tutela architettonica è prevista in automatico, fino al 2026 non si poteva comunque toccare perché sede della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali». L’ex vicesindaco migliorista dell’era Dc-Psi-Pci non teme il rischio che il simbolo sportivo di Milano si trasformi in un rudere abbandonato. «San Siro può essere utilizzato per lo sport e lo spettacolo, basterebbe fare una gara internazionale, ammodernarlo e darlo in gestione a una società. Non esiste che si abbatta, è un impianto unico, un’icona nel mondo».Per Sala, che ha tenuto il piede in tutte le scarpe scambiando tattica per strategia, è una disfatta assoluta. In un primo tempo ha deciso di non decidere, poi si è appiattito sulle richieste dei club in contrasto con gli interessi del Comune (volumetrie, aree commerciali, consumo di suolo), infine si è lasciato travolgere dall’ostruzionismo dei partner verdi. Qualche mese fa, quando ha colto le conseguenze dello stallo, ha alzato voce contro la sua maggioranza: «In due anni non avete fatto mezza proposta, siete stati capaci solo di dire no». Con un dettaglio non evidenziato: il responsabile politico delle (non) scelte è lui. Come sottolinea il segretario milanese della Lega, Samuele Piscina: «La partita è finita, tergiversando per 12 anni, Sala e la sinistra hanno cacciato Milan e Inter dalla città. E lo stadio diventerà terra di nessuno». Adriano Galliani, che sull’erba dell’astronave di cemento ha vinto cinque Champions, non ha mai cambiato parere: «Andava abbattuto. Ciascuno di noi è romanticamente affezionato alle case delle nonne per i ricordi. Ma poi va a vivere altrove». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/beppe-sala-san-siro-2662589766.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="milano-e-il-cimitero-dei-nuovi-alberi" data-post-id="2662589766" data-published-at="1690703945" data-use-pagination="False"> Milano è il cimitero dei nuovi alberi Quello che si è venduto come il sindaco più ambientalista possibile per Milano inanella uno scivolone dietro l’altro proprio sul verde. Per Beppe Sala sono giorni di fuoco, anche se è di acqua che si sta parlando. Perché le polemiche alimentate negli ultimi giorni dalla cattiva gestione delle piante a Milano, alla base del crollo di alberi in tutta la città in occasione della tempesta di vento e ghiaccio di inizio settimana (Palazzo Marino ha trovato l’assassino perfetto nell’ormai onnipresente cambiamento climatico, anche se gli indizi di colpevolezza portano dritti a una manutenzione parecchio scarsa), hanno messo la sordina a un’altra spina dolente nel fianco green di Sala. Quella relativa al progetto ForestaMi. Si tratta di un piano sbalorditivo: da qui al 2030 saranno piantati 3 milioni di nuovi alberi a Milano e nei comuni della Città metropolitana. Nato da una ricerca del Politecnico di Milano, sostenuto (tra gli altri) da Regione, Parco Nord, Fondazione Falck e Fs Sistemi urbani, ForestaMi vanta nientepopodimeno che Stefano Boeri nel suo comitato scientifico. Che sarà mai fare un bosco in orizzontale per lui è che è riuscito a costruirne uno in verticale? Non è proprio così. Perché a rumoreggiare contro il progetto sono cittadini e movimenti ambientalisti che hanno sostenuto la candidatura di Sala in passato. E che adesso si trovano a guardare sbalorditi una grande operazione, certo, ma di facciata. Perché piantare gli arbusti è facile, mantenerli e farli crescere è difficile. E a Milano neanche ci provano. Dai dati ufficiali presentati alla fine della passata stagione agronomica, nel 2022 ben 16.000 alberi, tra adulti e neo piantati, sono morti. La colpa è stata data all’ondata di caldo della scorsa estate che aveva provocato settimane di intensa siccità. «Quando c’è moria di alberi, noi ripiantamo», aveva pomposamente annunciato mesi fa Sala. Ma per cercare la vera causa dell’ecatombe green a Milano, forse il sindaco dovrebbe guardarsi allo specchio. O, meglio, dovrebbe guardare in direzione dei propri uffici comunali. Perché a detta di residenti e attivisti, a mancare non è stata (solo) l’acqua piovana ma (soprattutto) la manutenzione e la cura. Tanto che, a ForestaMi, fanno da contraltare due movimenti nati spontaneamente dall’iniziativa dei milanesi: BagnaMi, che vede i cittadini impegnati a dare l’acqua di propria iniziativa alle povere piante abbandonate al proprio destino, e ForestaMi e poi DimenticaMi, che mette in fila e documenta il lato oscuro di ForestaMi. Sui social questi guardiani degli alberi sono molto attivi, producono dossier anche fotografici con le criticità del progetto da 3 milioni di alberi, raccontando «una storia diversa rispetto alla narrazione ufficiale dell’infallibile piano ForestaMi, di cui siamo bombardati attraverso i media». E nei cahier de doleances green c’è di tutto: impianti di irrigazione che non funzionano, autobotti insufficienti o «fantasma», annunci di bagnature anticipate definite «bluff», visto che dovrebbero essere garantite tutto l’anno e non solo nei mesi più caldi. «Le piante sono morte per incapacità, non per la siccità», ha tuonato a inizio anno lo storico consigliere ambientalista Carlo Monguzzi, «Milano è seduta su una falda che straborda, mungiamo ogni anno 60 milioni di litri dalla falda per non allagare la metropolitana. È un controsenso». C’è talmente così tanta sciatteria nel progetto ForestaMi, definito una delle più grandi operazioni di greenwashing (ovvero, ecologismo di facciata) attivate in Italia che, per il secondo anno consecutivo, a maggio, in zona Bovisasca, un cittadino ha scoperto decine di alberi pronti per essere piantati ma abbandonati in un campo. Morti, stecchiti: un vero e proprio cimitero. Nel 2022 una scoperta simile era stata fatta in zona San Siro. Chissà che ne pensano i munifici sponsor di questo progetto. Chissà che ne pensano i 70.000 milanesi che l’assessore Pierfrancesco Maran ringraziava per aver sostenuto, lo scorso anno, con una donazione, ForestaMi. I «pacchetti» contributo partono da 30 euro e arrivano fino ai 100. Certo, c’è anche l’importo libero. Parte di quei soldi è stata gettata al vento.
Operazioni di soccorso a Osoppo (Udine) la mattina del 7 maggio 1976 (Getty Images)
L’«Orcolat», il mostro mitologico della tradizione popolare carnica, si era risvegliato con tutta la sua ferocia da un lungo sonno durato dal 25 gennaio 1348, l’anno del flagello della peste nera. Quel giorno un devastante sisma con epicentro nella vicina Carinzia colpì il Friuli con una magnitudo di circa 6,6 gradi Richter, che causò gravissimi danni a Gemona, San Daniele, Tolmezzo e Venzone. Altre volte nei secoli quell’essere spaventoso terrorizzò il Friuli: nel 1511, 1690, 1776, 1928 con eventi sismici meno potenti ma non meno terrorizzanti.
Giovedì 6 maggio 1976 alle ore 21:06 quando l’ultima luce del giorno ancora accarezzava i monti, le colline e la pianura friulana, l’«Orcolat» si svegliò di colpo dal suo antro sul monte San Simeone, in Carnia.
Il rilievo che affaccia sull’abitato di Venzone fu l’epicentro di un terremoto della magnitudo di 6,4 gradi Richter che generò una lunga scossa della durata di 59 secondi, in grado di radere al suolo quasi completamente 45 comuni e di danneggiarne gravemente altri 92, seminando morte e distruzione su un’area di oltre 5.000 km/q. Le vittime del sisma del maggio 1976 furono 990, di cui 400 solo a Gemona del Friuli, uno dei simboli del dramma di 50 anni fa. E poi Buja, Venzone, Trasaghis, Osoppo, Artegna, Bordano e tanti altri centri abitati in pochi istanti non esistevano più. I feriti furono 4.000 e Il numero dei sinistrati altrettanto impressionante: oltre 100.000 su un totale di 600.000 persone danneggiate dal sisma. 18.000 le abitazioni colpite. La rete elettrica e quella idrica erano interrotte. Migliaia di persone, soprattutto nei paesi di montagna, rimasero isolate e minacciate dalle frane. Le strade erano interrotte in più punti. La macchina dei soccorsi si mosse subito, grazie anche alla presenza massiccia dell’Esercito nella regione. Le caserme furono immediatamente mobilitate, nonostante i militari fossero stati gravemente colpiti, con 32 soldati morti e 242 feriti nei crolli. Già nella notte tra il 6 e il 7 maggio si mossero verso le zone maggiormente colpite le brigate «Mantova», «Ariete» e «Julia» che con tutti gli uomini e i mezzi a disposizione scavarono disperatamente per cercare di estrarre dalle macerie i vivi e i morti. Le caserme ed i loro magazzini furono aperti e messi a disposizione come primo riparo per i superstiti. Il giorno seguente nelle zone terremotate giunsero il presidente della Repubblica Giovanni Leone, il premier Aldo Moro e il ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Mentre da tutta Italia affluivano gli aiuti (l’esercito arriverà ed impiegare più di 14.000 uomini) il governo nominò Commissario straordinario per l’emergenza in Friuli il sottosegretario all’Interno, il varesino Giuseppe Zamberletti. Fu sotto la sua supervisione che nacque il cosiddetto «modello Friuli», considerato in seguito come un modello di efficienza nell’assistenza alla popolazione e nella ricostruzione integrale delle zone devastate dal sisma. Zamberletti, che rimase in Friuli per tutta la durata delle operazioni, concepì nel 1976 il principio che negli anni successivi sarà alla base della futura Protezione Civile. Considerata l’efficienza delle amministrazioni locali e dello spirito di resilienza dei friulani che da subito, pur colpiti da lutti e perdite materiali, si misero al lavoro, il commissario organizzò un sistema gestionale che prevedeva un organico misto tra istituzioni locali (i sindaci e le associazioni) e militari. Per la prima volta le forze armate vennero messe ai comandi delle amministrazioni civili, con il merito di aumentare l’efficienza dei soccorsi e la fiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni e delle forze armate. Zamberletti, sentiti i sindaci e le rappresentanze civili, capì che i friulani volevano ricostruire ciò che avevano perso esattamente com’era prima del sisma e negli stessi luoghi, evitando la costruzione di nuovi comuni in pianura come avvenuto pochi anni prima in occasione del sisma del Belice. Quando gli americani, che inviarono subito aiuti materiali dalla vicina base di Aviano, offrirono finanziamenti per circa 100 milioni di dollari, Zamberletti ne affidò la gestione all’Associazione Nazionale Alpini, come garanzia di onestà morale di una realtà profondamente radicata e amata dai friulani. Gli Alpini in congedo affluirono come volontari da tutta Italia, organizzando da subito una febbrile opera di ricostruzione con la costituzione di 11 cantieri, coordinati da un ingegnere o da un geometra, ognuno formato da circa 100 persone. Tutte le industrie locali misero a disposizione uomini e materiali che andarono ad alimentare le risorse già attivate dall’Esercito.
Nei tre mesi successivi, mentre erano ancora in atto le operazioni di sgombero e messa in sicurezza di abitazioni e infrastrutture, dalle tendopoli i friulani cominciavano a credere in un rapido ritorno alla normalità. Le speranze furono bruscamente interrotte il 15 settembre 1976 quando un violento sciame sismico colpì nuovamente generando altre vittime e altri crolli. Il nuovo sisma generò un esodo della popolazione che generò un’emergenza nell’emergenza. Zamberletti e i vertici delle autorità preposte al soccorso si trovarono in gravi difficoltà nella gestione dello sfollamento. Fu in questa occasione che il commissario e sottosegretario della Dc prese alcune decisioni radicali, che per sua stessa ammissione misero a rischio la sua figura all’interno del governo e del partito. Per fare rapidamente fronte alla seconda emergenza relativa allo sgombero della popolazione di giovani e anziani, visto anche l’avvicinarsi della stagione fredda, Zamberletti ordinò la requisizione di abitazioni e di roulottes per poter dare rifugio a chi non poteva rientrare nella propria casa, dando garanzie di restituzione ed eventuale risarcimento che fecero temere un’emorragia di voti nella Dc. L’appello ebbe successo e 15.000 caravan giunsero in breve tempo nei luoghi sinistrati, per poter accogliere chi doveva restare per non paralizzare il lavoro soprattutto nei campi. Ancora una volta i militari furono decisivi per la riuscita delle operazioni. In particolare grazie al generale Giovanni De Acutis, allora comandante della Brigata alpina «Julia», che fu decisivo nella logistica per il trasferimento dei terremotati nelle zone del litorale friulano, dove le temperature erano più miti. Ad una diffidenza iniziale di fronte ai mezzi offerti dal commissario all’emergenza, alla vista delle penne nere le famiglie di montagna si affidarono senza esitazione, salendo sui pullman per raggiungere le località di sfollamento.
La ricostruzione dei paesi fu il fiore all’occhiello della determinazione e della forza dei friulani. Come dichiarato fermamente fin dai primi giorni dopo il sisma del 6 maggio 1976, gli abitanti rifiutarono lo spostamento in centri abitati ricostruiti ex novo in luoghi diversi. Tutto avrebbe dovuto essere ricostruito «com’era, dov’era». Zamberletti e le autorità assecondarono il desiderio, appoggiando una difficile ricostruzione tecnicamente chiamata «anastilosi». In termini semplificati, si trattava di una meticolosa operazione di catalogazione delle macerie, applicata alle abitazioni storiche e alle chiese prevalentemente in pietra che, una volta numerate, furono riposizionate singolarmente nella stessa posizione precedente il crollo. Uno degli esempi più significativi fu la ricostruzione del duomo di Venzone, le cui macerie furono stese sul letto del fiume Tagliamento e numerate ad una ad una.
L’opera di ricostruzione dei comuni proseguì per un decennio sotto la supervisione della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia dopo il termine del mandato a Giuseppe Zamberletti, che, per la sua opera e per il successivo ruolo nella costituzione della Protezione Civile, sarà insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al Merito nel 1996. Il commissario straordinario è ancora oggi ricordato con gratitudine dai friulani, assieme agli Alpini in armi e in congedo che in quei drammatici mesi di 50 anni fa aiutarono la popolazione a sconfiggere l’«Orcolat», cancellando le ferite del terremoto con il lavoro e la dignità caratteristiche di quel popolo che, soffocando il dolore, dimostrò in silenzio un amore sconfinato per la propria terra, sapendo ringraziare per sempre chi venne per aiutare.
In una frase, coniata in quei giorni dal prete e linguista don Francesco Placereani, sta tutta la determinazione dei friulani dimostrata nell’affrontare la catastrofe del 1976: «Il Friûl al à di vignî fûr dal taramot pal cjâf, no pai pîts» («Il Friuli deve venir fuori dal terremoto con la testa, non con i piedi»). E così è stato.
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