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2023-07-30
Beppe Sala spegne le luci a San Siro e fa fuggire Milan e Inter dalla città
Lo stadio Meazza. Nel riquadro, Beppe Sala (Ansa-IStock)
San Siro non si tocca, Milan e Inter se ne vanno e Giuseppe Sala passerà alla storia come il sindaco che ha fatto scappare i due club da Milano. È la sintesi di una partita infinita, ormai chiusa sullo 0-0 dopo cinque anni di catenaccio dell’amministrazione di centrosinistra. Ed è la conferma che al di là del marketing politico la metropoli lombarda non si discosta dal resto del Paese: immobile, incapace di progettare un futuro che non sia dipinto dal verde acido di Zerocalcare. La mossa del Comune è arrivata venerdì sera come un sospiro, quasi a liberare le due società da promesse, impegni, equivoci, camicie di forza procedurali.
«In merito al futuro di San Siro, il Comune fa sapere che non è ancora pervenuta una comunicazione ufficiale da parte della Soprintendenza, ma sembrerebbe ormai acclarata la scelta per un vincolo culturale semplice. Vincolo che di fatto impone, in concreto, che lo stadio rimanga lì dov’è. Si ricorda, ancora una volta, che il progetto di un nuovo stadio presentato dai due club contemplava l’abbattimento dell’attuale impianto». È la pietra tombale sulla Cattedrale progettata da Milan e Inter (investimento da 1,2 miliardi), che appunto prevedeva la distruzione dello storico stadio edificato nel 1926 per realizzare una nuova, ipermoderna cittadella dello Sport. Poiché nel 2025 saranno 70 anni dalla realizzazione del secondo anello, il vincolo si profilava da tempo come impedimento assoluto, evocato dal sottosegretario alla Cultura, Vittorio Sgarbi, e in via di concretizzazione da parte della soprintendente Emanuela Carpani per la felicità della giunta green che vede profilarsi il successo del «niet» dopo un catenaccio anni Sessanta.
La seconda parte del comunicato sembra scritta direttamente dal sindaco: «Se confermata, la decisione avrebbe conseguenze gravi non solo per il futuro dello stadio e per la sua sostenibilità economica, ma anche perché ridurrebbe di molto le possibilità che le squadre restino a Milano con un nuovo impianto». Il borgomastro ha colto il problema, da domani gli 8 milioni all’anno d’affitto (fin qui garantiti dai club) svaniranno e i 2 di manutenzione di una struttura affascinante e obsoleta - cercare un bagno è un viaggio nel tempo, si arriva dentro lo stadio Lenin di Mosca degli anni Novanta - saranno a carico dell’amministrazione.
Il Milan ha già cominciato il lungo addio. La società di Gerry Cardinale, che negli Stati Uniti gestisce impianti sportivi, ha opzionato l’area San Francesco a San Donato chiedendo una variante urbanistica per poter costruire la nuova casa. Un minuto dopo l’uscita del Comune anche l’Inter ha annunciato di aver acquisito «il diritto di esclusiva» fino al 30 aprile 2024 dell’area di Rozzano di proprietà dei gruppi immobiliari Bastogi e Brioschi per approfondire la possibilità di realizzare lo stadio e le funzioni accessorie.
Luci spente a San Siro, ma il totem resta in piedi. È la vittoria dei comitati civici, soprattutto di chi ha come priorità la salvaguardia del monumento del calcio milanese. Porta a casa il risultato innanzitutto Luigi Corbani, anima del comitato «Sì Meazza» che dal primo minuto è favorevole «alla ristrutturazione dell’esistente» e accusa Sala di essersi piegato agli interessi speculativi delle proprietà straniere dei due top club italiani. Anche l’Uefa, designando Milano per la finale di Champions 2026 o 2027, gli ha di fatto dato ragione. «L’idea di abbattere il Meazza era sbagliata e tutti hanno perso anni attorno a progetti inesistenti. La tutela architettonica è prevista in automatico, fino al 2026 non si poteva comunque toccare perché sede della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali». L’ex vicesindaco migliorista dell’era Dc-Psi-Pci non teme il rischio che il simbolo sportivo di Milano si trasformi in un rudere abbandonato. «San Siro può essere utilizzato per lo sport e lo spettacolo, basterebbe fare una gara internazionale, ammodernarlo e darlo in gestione a una società. Non esiste che si abbatta, è un impianto unico, un’icona nel mondo».
Per Sala, che ha tenuto il piede in tutte le scarpe scambiando tattica per strategia, è una disfatta assoluta. In un primo tempo ha deciso di non decidere, poi si è appiattito sulle richieste dei club in contrasto con gli interessi del Comune (volumetrie, aree commerciali, consumo di suolo), infine si è lasciato travolgere dall’ostruzionismo dei partner verdi. Qualche mese fa, quando ha colto le conseguenze dello stallo, ha alzato voce contro la sua maggioranza: «In due anni non avete fatto mezza proposta, siete stati capaci solo di dire no».
Con un dettaglio non evidenziato: il responsabile politico delle (non) scelte è lui. Come sottolinea il segretario milanese della Lega, Samuele Piscina: «La partita è finita, tergiversando per 12 anni, Sala e la sinistra hanno cacciato Milan e Inter dalla città. E lo stadio diventerà terra di nessuno». Adriano Galliani, che sull’erba dell’astronave di cemento ha vinto cinque Champions, non ha mai cambiato parere: «Andava abbattuto. Ciascuno di noi è romanticamente affezionato alle case delle nonne per i ricordi. Ma poi va a vivere altrove».
Milano è il cimitero dei nuovi alberi
Quello che si è venduto come il sindaco più ambientalista possibile per Milano inanella uno scivolone dietro l’altro proprio sul verde. Per Beppe Sala sono giorni di fuoco, anche se è di acqua che si sta parlando. Perché le polemiche alimentate negli ultimi giorni dalla cattiva gestione delle piante a Milano, alla base del crollo di alberi in tutta la città in occasione della tempesta di vento e ghiaccio di inizio settimana (Palazzo Marino ha trovato l’assassino perfetto nell’ormai onnipresente cambiamento climatico, anche se gli indizi di colpevolezza portano dritti a una manutenzione parecchio scarsa), hanno messo la sordina a un’altra spina dolente nel fianco green di Sala. Quella relativa al progetto ForestaMi.
Si tratta di un piano sbalorditivo: da qui al 2030 saranno piantati 3 milioni di nuovi alberi a Milano e nei comuni della Città metropolitana. Nato da una ricerca del Politecnico di Milano, sostenuto (tra gli altri) da Regione, Parco Nord, Fondazione Falck e Fs Sistemi urbani, ForestaMi vanta nientepopodimeno che Stefano Boeri nel suo comitato scientifico. Che sarà mai fare un bosco in orizzontale per lui è che è riuscito a costruirne uno in verticale?
Non è proprio così. Perché a rumoreggiare contro il progetto sono cittadini e movimenti ambientalisti che hanno sostenuto la candidatura di Sala in passato. E che adesso si trovano a guardare sbalorditi una grande operazione, certo, ma di facciata. Perché piantare gli arbusti è facile, mantenerli e farli crescere è difficile. E a Milano neanche ci provano. Dai dati ufficiali presentati alla fine della passata stagione agronomica, nel 2022 ben 16.000 alberi, tra adulti e neo piantati, sono morti. La colpa è stata data all’ondata di caldo della scorsa estate che aveva provocato settimane di intensa siccità. «Quando c’è moria di alberi, noi ripiantamo», aveva pomposamente annunciato mesi fa Sala. Ma per cercare la vera causa dell’ecatombe green a Milano, forse il sindaco dovrebbe guardarsi allo specchio. O, meglio, dovrebbe guardare in direzione dei propri uffici comunali. Perché a detta di residenti e attivisti, a mancare non è stata (solo) l’acqua piovana ma (soprattutto) la manutenzione e la cura. Tanto che, a ForestaMi, fanno da contraltare due movimenti nati spontaneamente dall’iniziativa dei milanesi: BagnaMi, che vede i cittadini impegnati a dare l’acqua di propria iniziativa alle povere piante abbandonate al proprio destino, e ForestaMi e poi DimenticaMi, che mette in fila e documenta il lato oscuro di ForestaMi.
Sui social questi guardiani degli alberi sono molto attivi, producono dossier anche fotografici con le criticità del progetto da 3 milioni di alberi, raccontando «una storia diversa rispetto alla narrazione ufficiale dell’infallibile piano ForestaMi, di cui siamo bombardati attraverso i media».
E nei cahier de doleances green c’è di tutto: impianti di irrigazione che non funzionano, autobotti insufficienti o «fantasma», annunci di bagnature anticipate definite «bluff», visto che dovrebbero essere garantite tutto l’anno e non solo nei mesi più caldi. «Le piante sono morte per incapacità, non per la siccità», ha tuonato a inizio anno lo storico consigliere ambientalista Carlo Monguzzi, «Milano è seduta su una falda che straborda, mungiamo ogni anno 60 milioni di litri dalla falda per non allagare la metropolitana. È un controsenso».
C’è talmente così tanta sciatteria nel progetto ForestaMi, definito una delle più grandi operazioni di greenwashing (ovvero, ecologismo di facciata) attivate in Italia che, per il secondo anno consecutivo, a maggio, in zona Bovisasca, un cittadino ha scoperto decine di alberi pronti per essere piantati ma abbandonati in un campo. Morti, stecchiti: un vero e proprio cimitero. Nel 2022 una scoperta simile era stata fatta in zona San Siro. Chissà che ne pensano i munifici sponsor di questo progetto. Chissà che ne pensano i 70.000 milanesi che l’assessore Pierfrancesco Maran ringraziava per aver sostenuto, lo scorso anno, con una donazione, ForestaMi. I «pacchetti» contributo partono da 30 euro e arrivano fino ai 100. Certo, c’è anche l’importo libero. Parte di quei soldi è stata gettata al vento.
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Dopo anni di melina il Comune si rassegna: «Soprintendenza verso il vincolo». Un fallimento che farà entrare il sindaco nella storia per aver sfrattato i club. Lasciando al capoluogo uno stadio che costa 10 milioni l’anno.Il progetto ForestaMi prevede la messa a dimora di 3 milioni di piante entro il 2030. Ma è solo facciata: nessuno le cura e muoiono. Oppure vengono gettate via nei prati.Lo speciale contiene due articoli. San Siro non si tocca, Milan e Inter se ne vanno e Giuseppe Sala passerà alla storia come il sindaco che ha fatto scappare i due club da Milano. È la sintesi di una partita infinita, ormai chiusa sullo 0-0 dopo cinque anni di catenaccio dell’amministrazione di centrosinistra. Ed è la conferma che al di là del marketing politico la metropoli lombarda non si discosta dal resto del Paese: immobile, incapace di progettare un futuro che non sia dipinto dal verde acido di Zerocalcare. La mossa del Comune è arrivata venerdì sera come un sospiro, quasi a liberare le due società da promesse, impegni, equivoci, camicie di forza procedurali. «In merito al futuro di San Siro, il Comune fa sapere che non è ancora pervenuta una comunicazione ufficiale da parte della Soprintendenza, ma sembrerebbe ormai acclarata la scelta per un vincolo culturale semplice. Vincolo che di fatto impone, in concreto, che lo stadio rimanga lì dov’è. Si ricorda, ancora una volta, che il progetto di un nuovo stadio presentato dai due club contemplava l’abbattimento dell’attuale impianto». È la pietra tombale sulla Cattedrale progettata da Milan e Inter (investimento da 1,2 miliardi), che appunto prevedeva la distruzione dello storico stadio edificato nel 1926 per realizzare una nuova, ipermoderna cittadella dello Sport. Poiché nel 2025 saranno 70 anni dalla realizzazione del secondo anello, il vincolo si profilava da tempo come impedimento assoluto, evocato dal sottosegretario alla Cultura, Vittorio Sgarbi, e in via di concretizzazione da parte della soprintendente Emanuela Carpani per la felicità della giunta green che vede profilarsi il successo del «niet» dopo un catenaccio anni Sessanta.La seconda parte del comunicato sembra scritta direttamente dal sindaco: «Se confermata, la decisione avrebbe conseguenze gravi non solo per il futuro dello stadio e per la sua sostenibilità economica, ma anche perché ridurrebbe di molto le possibilità che le squadre restino a Milano con un nuovo impianto». Il borgomastro ha colto il problema, da domani gli 8 milioni all’anno d’affitto (fin qui garantiti dai club) svaniranno e i 2 di manutenzione di una struttura affascinante e obsoleta - cercare un bagno è un viaggio nel tempo, si arriva dentro lo stadio Lenin di Mosca degli anni Novanta - saranno a carico dell’amministrazione. Il Milan ha già cominciato il lungo addio. La società di Gerry Cardinale, che negli Stati Uniti gestisce impianti sportivi, ha opzionato l’area San Francesco a San Donato chiedendo una variante urbanistica per poter costruire la nuova casa. Un minuto dopo l’uscita del Comune anche l’Inter ha annunciato di aver acquisito «il diritto di esclusiva» fino al 30 aprile 2024 dell’area di Rozzano di proprietà dei gruppi immobiliari Bastogi e Brioschi per approfondire la possibilità di realizzare lo stadio e le funzioni accessorie.Luci spente a San Siro, ma il totem resta in piedi. È la vittoria dei comitati civici, soprattutto di chi ha come priorità la salvaguardia del monumento del calcio milanese. Porta a casa il risultato innanzitutto Luigi Corbani, anima del comitato «Sì Meazza» che dal primo minuto è favorevole «alla ristrutturazione dell’esistente» e accusa Sala di essersi piegato agli interessi speculativi delle proprietà straniere dei due top club italiani. Anche l’Uefa, designando Milano per la finale di Champions 2026 o 2027, gli ha di fatto dato ragione. «L’idea di abbattere il Meazza era sbagliata e tutti hanno perso anni attorno a progetti inesistenti. La tutela architettonica è prevista in automatico, fino al 2026 non si poteva comunque toccare perché sede della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali». L’ex vicesindaco migliorista dell’era Dc-Psi-Pci non teme il rischio che il simbolo sportivo di Milano si trasformi in un rudere abbandonato. «San Siro può essere utilizzato per lo sport e lo spettacolo, basterebbe fare una gara internazionale, ammodernarlo e darlo in gestione a una società. Non esiste che si abbatta, è un impianto unico, un’icona nel mondo».Per Sala, che ha tenuto il piede in tutte le scarpe scambiando tattica per strategia, è una disfatta assoluta. In un primo tempo ha deciso di non decidere, poi si è appiattito sulle richieste dei club in contrasto con gli interessi del Comune (volumetrie, aree commerciali, consumo di suolo), infine si è lasciato travolgere dall’ostruzionismo dei partner verdi. Qualche mese fa, quando ha colto le conseguenze dello stallo, ha alzato voce contro la sua maggioranza: «In due anni non avete fatto mezza proposta, siete stati capaci solo di dire no». Con un dettaglio non evidenziato: il responsabile politico delle (non) scelte è lui. Come sottolinea il segretario milanese della Lega, Samuele Piscina: «La partita è finita, tergiversando per 12 anni, Sala e la sinistra hanno cacciato Milan e Inter dalla città. E lo stadio diventerà terra di nessuno». Adriano Galliani, che sull’erba dell’astronave di cemento ha vinto cinque Champions, non ha mai cambiato parere: «Andava abbattuto. Ciascuno di noi è romanticamente affezionato alle case delle nonne per i ricordi. Ma poi va a vivere altrove». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/beppe-sala-san-siro-2662589766.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="milano-e-il-cimitero-dei-nuovi-alberi" data-post-id="2662589766" data-published-at="1690703945" data-use-pagination="False"> Milano è il cimitero dei nuovi alberi Quello che si è venduto come il sindaco più ambientalista possibile per Milano inanella uno scivolone dietro l’altro proprio sul verde. Per Beppe Sala sono giorni di fuoco, anche se è di acqua che si sta parlando. Perché le polemiche alimentate negli ultimi giorni dalla cattiva gestione delle piante a Milano, alla base del crollo di alberi in tutta la città in occasione della tempesta di vento e ghiaccio di inizio settimana (Palazzo Marino ha trovato l’assassino perfetto nell’ormai onnipresente cambiamento climatico, anche se gli indizi di colpevolezza portano dritti a una manutenzione parecchio scarsa), hanno messo la sordina a un’altra spina dolente nel fianco green di Sala. Quella relativa al progetto ForestaMi. Si tratta di un piano sbalorditivo: da qui al 2030 saranno piantati 3 milioni di nuovi alberi a Milano e nei comuni della Città metropolitana. Nato da una ricerca del Politecnico di Milano, sostenuto (tra gli altri) da Regione, Parco Nord, Fondazione Falck e Fs Sistemi urbani, ForestaMi vanta nientepopodimeno che Stefano Boeri nel suo comitato scientifico. Che sarà mai fare un bosco in orizzontale per lui è che è riuscito a costruirne uno in verticale? Non è proprio così. Perché a rumoreggiare contro il progetto sono cittadini e movimenti ambientalisti che hanno sostenuto la candidatura di Sala in passato. E che adesso si trovano a guardare sbalorditi una grande operazione, certo, ma di facciata. Perché piantare gli arbusti è facile, mantenerli e farli crescere è difficile. E a Milano neanche ci provano. Dai dati ufficiali presentati alla fine della passata stagione agronomica, nel 2022 ben 16.000 alberi, tra adulti e neo piantati, sono morti. La colpa è stata data all’ondata di caldo della scorsa estate che aveva provocato settimane di intensa siccità. «Quando c’è moria di alberi, noi ripiantamo», aveva pomposamente annunciato mesi fa Sala. Ma per cercare la vera causa dell’ecatombe green a Milano, forse il sindaco dovrebbe guardarsi allo specchio. O, meglio, dovrebbe guardare in direzione dei propri uffici comunali. Perché a detta di residenti e attivisti, a mancare non è stata (solo) l’acqua piovana ma (soprattutto) la manutenzione e la cura. Tanto che, a ForestaMi, fanno da contraltare due movimenti nati spontaneamente dall’iniziativa dei milanesi: BagnaMi, che vede i cittadini impegnati a dare l’acqua di propria iniziativa alle povere piante abbandonate al proprio destino, e ForestaMi e poi DimenticaMi, che mette in fila e documenta il lato oscuro di ForestaMi. Sui social questi guardiani degli alberi sono molto attivi, producono dossier anche fotografici con le criticità del progetto da 3 milioni di alberi, raccontando «una storia diversa rispetto alla narrazione ufficiale dell’infallibile piano ForestaMi, di cui siamo bombardati attraverso i media». E nei cahier de doleances green c’è di tutto: impianti di irrigazione che non funzionano, autobotti insufficienti o «fantasma», annunci di bagnature anticipate definite «bluff», visto che dovrebbero essere garantite tutto l’anno e non solo nei mesi più caldi. «Le piante sono morte per incapacità, non per la siccità», ha tuonato a inizio anno lo storico consigliere ambientalista Carlo Monguzzi, «Milano è seduta su una falda che straborda, mungiamo ogni anno 60 milioni di litri dalla falda per non allagare la metropolitana. È un controsenso». C’è talmente così tanta sciatteria nel progetto ForestaMi, definito una delle più grandi operazioni di greenwashing (ovvero, ecologismo di facciata) attivate in Italia che, per il secondo anno consecutivo, a maggio, in zona Bovisasca, un cittadino ha scoperto decine di alberi pronti per essere piantati ma abbandonati in un campo. Morti, stecchiti: un vero e proprio cimitero. Nel 2022 una scoperta simile era stata fatta in zona San Siro. Chissà che ne pensano i munifici sponsor di questo progetto. Chissà che ne pensano i 70.000 milanesi che l’assessore Pierfrancesco Maran ringraziava per aver sostenuto, lo scorso anno, con una donazione, ForestaMi. I «pacchetti» contributo partono da 30 euro e arrivano fino ai 100. Certo, c’è anche l’importo libero. Parte di quei soldi è stata gettata al vento.
Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi al suo arrivo ai colloqui in Oman (Ansa)
Gli incontri, mediati dal governo dell’Oman, hanno avuto luogo in due sessioni: una mattutina e un’altra pomeridiana. «Si sono tenuti colloqui molto seri di mediazione tra Iran e Stati Uniti oggi a Muscat. Sono stati utili per chiarire le idee sia iraniane che americane e individuare aree di potenziale progresso. Puntiamo a riunirci nuovamente a tempo debito, con i risultati che saranno attentamente valutati a Teheran e Washington», ha dichiarato il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr bin Hamad Al Busaidi, dopo la conclusione dei colloqui.
Eppure, se Teheran ha espresso una certa soddisfazione per l’incontro di ieri, Washington si è mostrata molto più fredda. Da una parte, Araghchi, che vedrà oggi il primo ministro qatariota Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, ha definito «positivo» il risultato dei colloqui, specificando che i negoziati proseguiranno. «Il prerequisito per qualsiasi dialogo è astenersi da minacce e pressioni», ha anche detto, per poi specificare che le trattative con gli Stati Uniti riguarderebbero soltanto la questione nucleare. Se confermato, ciò si discosterebbe nettamente dai desiderata di Washington che, negli scorsi giorni, aveva fatto sapere di voler discutere anche di altri dossier: dal programma balistico di Teheran ai rapporti di quest’ultima con i suoi proxy regionali. Non solo: secondo il Wall Street Journal, Araghchi, nel corso del vertice, avrebbe altresì respinto la richiesta americana di bloccare il processo di arricchimento dell’uranio iraniano.
Non è quindi escluso che gli Stati Uniti non siano troppo contenti. Sotto questo aspetto, è significativo il fatto che, quando La Verità andava in stampa ieri sera, Washington non avesse ancora rilasciato un commento sui colloqui di Muscat: colloqui, dopo la cui conclusione l’America ha, anzi, imposto nuove sanzioni a 15 entità e a 14 navi, coinvolte nel commercio petrolifero iraniano. «Finché il regime iraniano tenterà di eludere le sanzioni e di generare entrate dal petrolio e dai prodotti petrolchimici per finanziare il suo comportamento oppressivo e sostenere attività terroristiche e proxy, gli Stati Uniti agiranno per inchiodare alle loro responsabilità sia il regime iraniano che i suoi partner», ha affermato, a tal proposito, il governo statunitense.
Insomma, al netto del rilancio della diplomazia, il quadro complessivo resta teso. Basti pensare che, appena poche ore prima dell’inizio dei colloqui in Oman, il Dipartimento di Stato americano aveva esortato i cittadini statunitensi presenti in Iran a lasciare il Paese. Inoltre, il regime khomeinista non sembra granché compatto al suo interno per quanto riguarda la linea da seguire nei rapporti con gli Stati Uniti. Se Araghchi sembra spingere per il negoziato, i pasdaran stanno cercando di sabotare la distensione: l’altro ieri, hanno sequestrato due petroliere nel Golfo Persico, schierando inoltre un nuovo missile balistico a medio raggio in una base sotterranea. Infine, bisogna fare attenzione ai precedenti storici. Anche l’anno scorso, i negoziati tra Washington e Teheran erano partiti beni: a un certo punto, sembrava addirittura che un accordo sul nucleare tra le due capitali fosse a portata di mano. Poi, però, il processo si incagliò sulla questione dell’arricchimento dell’uranio. Si entrò così in uno stallo che avrebbe infine portato, nel mese di giugno, all’attacco americano contro i siti atomici iraniani.
La situazione complessiva resta ricca di fibrillazioni. E Israele si fa sempre più irrequieto. Ynet ha riferito ieri che i vertici militari dello Stato ebraico avrebbero discusso di una possibile operazione contro l’Iran, in caso di un attacco bellico statunitense.
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Il generale russo Vladimir Alekseyev (Ansa)
Ieri mattina, in un condominio di Mosca, il generale russo Vladimir Alekseyev è stato ferito gravemente da diversi colpi di arma da fuoco. A ricostruire la dinamica è stato il quotidiano Kommersant: l’aggressore, prima di scappare, ha sparato sulle scale del palazzo, colpendo il braccio, il piede e il petto di Alekseyev. Sull’attentato sono al lavoro «le agenzie di intelligence», ha riferito il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Ma, sebbene l’identità dell’aggressore non sia ancora nota, i primi sospetti sono ricaduti su Kiev. Ad accusare esplicitamente l’Ucraina è stato il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov: «Questo atto ancora una volta ha confermato la determinazione del regime di Zelensky nel provocare continuamente per far saltare il processo negoziale». Però, nonostante le accuse, Peskov ha confermato che a breve si svolgeranno altri negoziati sulla pace in Ucraina.
Quel che è certo è che Alekseyev ha svolto un ruolo di primo piano nei servizi di intelligence su diversi fronti. Il generale di 64 anni, premiato dal presidente russo, Vladimir Putin, con il titolo di Eroe della Federazione russa, è uno degli ufficiali di alto rango che ha condiviso con lo zar le informazioni di intelligence per l’invasione dell’Ucraina nel 2022. Tra l’altro, nell’estate del 2023, ha negoziato con Yevgeny Prigozhin durante l’ammutinamento del gruppo Wagner. Il generale è anche finito nel mirino delle sanzioni degli Stati Uniti e dell’Ue: nel primo caso per la presunta interferenza russa nelle elezioni presidenziali americane del 2016, nel secondo per l’avvelenamento nel 2018 a Salisbury dell’ex agente russo, Sergei Skripal. Pur non rivendicando l’attacco, il comandante del reggimento ucraino Azov, Denys Prokopenko, ha scritto che, nel caso in cui Alekseyev sopravvivesse, «non dormirebbe sonni tranquilli». Stando a quanto reso noto da Prokopenko, nel maggio del 2022 il generale russo avrebbe rappresentato Mosca nei colloqui a Mariupol durante il ritiro dei militari ucraini dall’acciaieria Azovstal. E «la tortura regolare dei combattenti catturati dell’Azov» sono la prova di quanto Alekseyev avesse infranto la promessa di rispettare la Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra.
Contro la Russia è intanto in arrivo il ventesimo pacchetto di sanzioni dell’Ue. E per la ventesima volta, il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è convinta che le misure funzioneranno. Visto che «questo è l’unico linguaggio che la Russia capisce», von der Leyen ha annunciato che la Commissione «sta proponendo un nuovo pacchetto di sanzioni» che «riguarda energia, servizi finanziari e commercio». Per quanto riguarda il settore energetico, ha comunicato che sarà introdotto «un divieto totale dei servizi marittimi per il petrolio greggio russo». Tra i bersagli di Bruxelles anche «20 banche russe», «una serie di raffinerie in Russia colpite dai raid ucraini, per impedire il coinvolgimento di operatori dell’Ue nelle loro riparazioni» e «altre società coinvolte nella prospezione, nella trivellazione e nel trasporto di petrolio». L’alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, pure lei certa che «le sanzioni danneggiano gravemente l’economia russa», visto che Mosca «non è invincibile» e «sta perdendo terreno», ha dichiarato che verrà proposto «di attivare il nostro strumento anti-elusione verso un Paese per impedire che prodotti sensibili raggiungano la Russia».
Ma mentre i vertici di Bruxelles continuano la stretta su Mosca, sempre più Paesi mirano invece ad aprire un canale di comunicazione con il Cremlino. A incassare il colpo è l’Ue: la portavoce della Commissione, Paula Pinho, ha ammesso: «Stiamo effettivamente assistendo a un cambiamento nella posizione di alcuni Stati membri». Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, seppur contrario ad aprire «canali per colloqui paralleli» visto che i negoziati di Abu Dhabi restano centrali, ha comunque dichiarato: «Noi siamo sempre pronti ad avere dei colloqui con la Russia». Lo stesso Lavrov ha rivelato che Mosca è in contatto «segreto» con alcuni leader europei, la cui posizione però non differisce da quanto dichiarano pubblicamente. Ha poi bollato i tentativi del presidente francese, Emmanuel Macron, di dialogare con Putin come «una diplomazia patetica», visto che non ha mai telefonato allo zar.
Chi cerca un accordo con Mosca è Washington, nell’ambito della non proliferazione nucleare. Dopo la scadenza del trattato New Start sia la Russia sia gli Stati Uniti sono decisi ad aprire nuovi colloqui in merito. Il sottosegretario di Stato americano per il controllo degli armamenti, Thomas DiNanno, sostiene però la necessità che «al tavolo dei negoziati» si unisca anche la Cina, visto che «l’arsenale nucleare cinese non ha limiti». Dall’altra parte, per la Russia, nelle trattative devono essere coinvolti anche il Regno Unito e la Francia.
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Roberto Vannacci. Nel riquadro, Rossano Sasso ed Edoardo Ziello (Ansa)
Il carro è pronto, i buoi pure. Il progetto politico di Roberto Vannacci, pare prendere forma.
«Non voglio far vincere la sinistra. Futuro Nazionale è uno squillo di tromba, una sveglia per una destra che ha perso radici e identità», sostiene il generale. Arianna Meloni è tranquilla: «Vannacci toglie voti alla premier? Siamo ancora all’inizio, non ci preoccupiamo». L’umore nero di Matteo Salvini, invece, riecheggia su Radio24: «Mi sono fidato della parola di un uomo, evidentemente è stata fiducia mal riposta». Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, a Sky Tg24, lo definisce «incompatibile con i valori della Lega, che è stata un taxi anche molto comodo sul quale si è seduto». L’avventura ultrasovranista dell’ex generale apre le porte ai primi aspiranti adepti e rimescola le carte in Parlamento. In tanti sono pronti a dire «ci sono», ma con una postilla grossa come una casa. Serve una classe dirigente. Tradotto: vogliono sapere chi comanda, chi paga e chi garantisce per loro un seggio sicuro. Lasciare un partito va bene, ma rimanere senza poltrona mai. A Vannacci riconoscono il carisma di un vero patriota ma la fedeltà passa prima dall’ufficio di un notaio.
Chi si butta a corpo morto nel sacro fuoco del sovranismo sono i deputati (ex) leghisti Edoardo Ziello e Rossano Sasso. Ieri hanno lasciato la Lega e sono entrati, a piedi, nel grande garage del gruppo misto: «Seguiamo Vannacci nella sua battaglia identitaria e sovranista». Un altro che non ha avuto esitazioni è Emanuele Pozzolo, anche lui nel minestrone del misto, emarginato da Fratelli d’Italia per aver ferito una persona con una pistola ad una festa di Capodanno. Per lui Vannacci è destinato a diventare il Charles de Gaulle italiano. La concorrenza si fa affollata, il posto buono in lista non è infinito e la fila si allunga. Ex leghisti in cerca d’autore, raccattati, transfughi ideologici, nostalgici assortiti e qualche impresentabile. Qualche giorno fa, a proposito dei fantomatici incontri tra Vannacci, Matteo Renzi e Giuseppe Conte, l’ex generale scrisse su Facebook: «Di questo passo ci diranno che sono pronto a prendere come portavoce Luxuria, come responsabile della sicurezza Ilaria Salis e come tesoriere Mimmo Lucano. Soumahoro sarebbe naturalmente ministro dell’Agricoltura». L’ex paladino dei braccianti ieri ha smentito i rumors di un suo possibile ingresso nel movimento dell’ex parà: «Una barzelletta che mi ha fatto sorridere, essendo la notizia completamente priva di fondamento e che pertanto smentisco totalmente. Mi sorprende, inoltre, che provenga da persone che avrebbero potuto, se non altro, contattarmi direttamente, anziché diffondere un mucchio di falsità».
Il folklore attorno a Vannacci continua con il sindaco di Pennabili (comune di 2.000 anime in provincia di Rimini), Mauro Giannini, il quale si dichiara pronto a sostenere Vannacci, «patriota vero», con toni da adunata del Ventennio e camicia strappata per mostrare il tatuaggio della Decima Mas. «Sarà la nostra Decima che rivolterà questo mondo al contrario. Per lui sono pronto a versare il mio sangue: se fallisce, questo è il mio petto, fucilatemi». Una scena che sembra uscita dall’Istituto Luce e caricata su Instagram. Non meno pittoresco Stefano Valdegamberi, imposto da Vannacci come consigliere della Lega in Veneto, il quale vuol farci digerire che difendere Vladimir Putin significa difendere la democrazia. Il premio del grande guazzabuglio va però a Mario Adinolfi, che vaneggia di un tridente con Vannacci e Fabrizio Corona a difesa della cristianità e dei valori morali. «Noi del Popolo della Famiglia siamo pronti a raccogliere le firme». Pure Marco Rizzo, ex comunista oggi sovranista integralista, con la sua Democrazia sovrana popolare, apre a collaborazioni. Tra i veterani rispunta Mario Borghezio, convinto che Salvini abbia snaturato la Lega e che Vannacci possa intercettare una folla di scontenti.
Insomma, il mercato è aperto e i colori sono quelli del banco della frutta. Tutti. A orbitare attorno a Futuro Nazionale c’è anche Simone Ruzzi, conosciuto come «Cicalone», ex kickboxer e paladino metropolitano contro borseggiatori e degrado. «Sono disponibile a collaborare con lui come consulente». Per candidarsi c’è sempre tempo. Infine, c’è pure chi, a sorpresa, dice no e resta dov’è, come il deputato leghista Domenico Furgiuele, quello che voleva fare la conferenza stampa con Casapound alla Camera sulla remigrazione, che ringrazia ma prosegue col Carroccio. Il progetto di Vannacci è pronto, in tanti vogliono arrampicarsi, soprattutto quelli che non hanno nulla da perdere, in cerca di notorietà. Mentre questo raduno avanza, c’è da risolvere il problema del simbolo. Il marchio «Futuro Nazionale» risultava già registrato. Ma ieri questa nube si è dissolta. Il simbolo fu infatti depositato nel 2010 all’Ufficio brevetti e marchi del ministero delle Imprese da un ex consigliere regionale M5s, Riccardo Mercante, poi deceduto in un incidente stradale nel 2020. «Non mi piace Vannacci. Non mi piace proprio. E non intendiamo cedergli il marchio depositato da mio marito», ha dichiarato al Fatto quotidiano la vedova del penstallato, Marina Caprioni. Tuttavia si è scoperto che la registrazione non è stata rinnovata alla scadenza dei dieci anni come la legge impone, pertanto è libero da ogni proprietà. «Finché non c’è nulla di diverso - replica Vannacci - continueremo a usare il simbolo. Se non c’è nulla di vietato si può usare».
Il portavoce del movimento «Il Mondo al Contrario» e consigliere regionale della Toscana Massimiliano Simoni, chiarisce: "Il nome e simbolo di Futuro Nazionale sono registrati regolarmente. Il presidente del Mondo al Contrario ha inviato semplicemente un messaggio agli associati per chiarire che l’uso improprio e non autorizzato del simbolo di Futuro Nazionale che è di Vannacci non può essere usato per qualsiasi fine o scopo se non previa autorizzazione. Noi partiamo lunedì con l’organizzazione del partito a livello territoriale e quindi fino a quel momento queste sono le disposizioni».
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