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2023-07-30
Beppe Sala spegne le luci a San Siro e fa fuggire Milan e Inter dalla città
Lo stadio Meazza. Nel riquadro, Beppe Sala (Ansa-IStock)
San Siro non si tocca, Milan e Inter se ne vanno e Giuseppe Sala passerà alla storia come il sindaco che ha fatto scappare i due club da Milano. È la sintesi di una partita infinita, ormai chiusa sullo 0-0 dopo cinque anni di catenaccio dell’amministrazione di centrosinistra. Ed è la conferma che al di là del marketing politico la metropoli lombarda non si discosta dal resto del Paese: immobile, incapace di progettare un futuro che non sia dipinto dal verde acido di Zerocalcare. La mossa del Comune è arrivata venerdì sera come un sospiro, quasi a liberare le due società da promesse, impegni, equivoci, camicie di forza procedurali.
«In merito al futuro di San Siro, il Comune fa sapere che non è ancora pervenuta una comunicazione ufficiale da parte della Soprintendenza, ma sembrerebbe ormai acclarata la scelta per un vincolo culturale semplice. Vincolo che di fatto impone, in concreto, che lo stadio rimanga lì dov’è. Si ricorda, ancora una volta, che il progetto di un nuovo stadio presentato dai due club contemplava l’abbattimento dell’attuale impianto». È la pietra tombale sulla Cattedrale progettata da Milan e Inter (investimento da 1,2 miliardi), che appunto prevedeva la distruzione dello storico stadio edificato nel 1926 per realizzare una nuova, ipermoderna cittadella dello Sport. Poiché nel 2025 saranno 70 anni dalla realizzazione del secondo anello, il vincolo si profilava da tempo come impedimento assoluto, evocato dal sottosegretario alla Cultura, Vittorio Sgarbi, e in via di concretizzazione da parte della soprintendente Emanuela Carpani per la felicità della giunta green che vede profilarsi il successo del «niet» dopo un catenaccio anni Sessanta.
La seconda parte del comunicato sembra scritta direttamente dal sindaco: «Se confermata, la decisione avrebbe conseguenze gravi non solo per il futuro dello stadio e per la sua sostenibilità economica, ma anche perché ridurrebbe di molto le possibilità che le squadre restino a Milano con un nuovo impianto». Il borgomastro ha colto il problema, da domani gli 8 milioni all’anno d’affitto (fin qui garantiti dai club) svaniranno e i 2 di manutenzione di una struttura affascinante e obsoleta - cercare un bagno è un viaggio nel tempo, si arriva dentro lo stadio Lenin di Mosca degli anni Novanta - saranno a carico dell’amministrazione.
Il Milan ha già cominciato il lungo addio. La società di Gerry Cardinale, che negli Stati Uniti gestisce impianti sportivi, ha opzionato l’area San Francesco a San Donato chiedendo una variante urbanistica per poter costruire la nuova casa. Un minuto dopo l’uscita del Comune anche l’Inter ha annunciato di aver acquisito «il diritto di esclusiva» fino al 30 aprile 2024 dell’area di Rozzano di proprietà dei gruppi immobiliari Bastogi e Brioschi per approfondire la possibilità di realizzare lo stadio e le funzioni accessorie.
Luci spente a San Siro, ma il totem resta in piedi. È la vittoria dei comitati civici, soprattutto di chi ha come priorità la salvaguardia del monumento del calcio milanese. Porta a casa il risultato innanzitutto Luigi Corbani, anima del comitato «Sì Meazza» che dal primo minuto è favorevole «alla ristrutturazione dell’esistente» e accusa Sala di essersi piegato agli interessi speculativi delle proprietà straniere dei due top club italiani. Anche l’Uefa, designando Milano per la finale di Champions 2026 o 2027, gli ha di fatto dato ragione. «L’idea di abbattere il Meazza era sbagliata e tutti hanno perso anni attorno a progetti inesistenti. La tutela architettonica è prevista in automatico, fino al 2026 non si poteva comunque toccare perché sede della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali». L’ex vicesindaco migliorista dell’era Dc-Psi-Pci non teme il rischio che il simbolo sportivo di Milano si trasformi in un rudere abbandonato. «San Siro può essere utilizzato per lo sport e lo spettacolo, basterebbe fare una gara internazionale, ammodernarlo e darlo in gestione a una società. Non esiste che si abbatta, è un impianto unico, un’icona nel mondo».
Per Sala, che ha tenuto il piede in tutte le scarpe scambiando tattica per strategia, è una disfatta assoluta. In un primo tempo ha deciso di non decidere, poi si è appiattito sulle richieste dei club in contrasto con gli interessi del Comune (volumetrie, aree commerciali, consumo di suolo), infine si è lasciato travolgere dall’ostruzionismo dei partner verdi. Qualche mese fa, quando ha colto le conseguenze dello stallo, ha alzato voce contro la sua maggioranza: «In due anni non avete fatto mezza proposta, siete stati capaci solo di dire no».
Con un dettaglio non evidenziato: il responsabile politico delle (non) scelte è lui. Come sottolinea il segretario milanese della Lega, Samuele Piscina: «La partita è finita, tergiversando per 12 anni, Sala e la sinistra hanno cacciato Milan e Inter dalla città. E lo stadio diventerà terra di nessuno». Adriano Galliani, che sull’erba dell’astronave di cemento ha vinto cinque Champions, non ha mai cambiato parere: «Andava abbattuto. Ciascuno di noi è romanticamente affezionato alle case delle nonne per i ricordi. Ma poi va a vivere altrove».
Milano è il cimitero dei nuovi alberi
Quello che si è venduto come il sindaco più ambientalista possibile per Milano inanella uno scivolone dietro l’altro proprio sul verde. Per Beppe Sala sono giorni di fuoco, anche se è di acqua che si sta parlando. Perché le polemiche alimentate negli ultimi giorni dalla cattiva gestione delle piante a Milano, alla base del crollo di alberi in tutta la città in occasione della tempesta di vento e ghiaccio di inizio settimana (Palazzo Marino ha trovato l’assassino perfetto nell’ormai onnipresente cambiamento climatico, anche se gli indizi di colpevolezza portano dritti a una manutenzione parecchio scarsa), hanno messo la sordina a un’altra spina dolente nel fianco green di Sala. Quella relativa al progetto ForestaMi.
Si tratta di un piano sbalorditivo: da qui al 2030 saranno piantati 3 milioni di nuovi alberi a Milano e nei comuni della Città metropolitana. Nato da una ricerca del Politecnico di Milano, sostenuto (tra gli altri) da Regione, Parco Nord, Fondazione Falck e Fs Sistemi urbani, ForestaMi vanta nientepopodimeno che Stefano Boeri nel suo comitato scientifico. Che sarà mai fare un bosco in orizzontale per lui è che è riuscito a costruirne uno in verticale?
Non è proprio così. Perché a rumoreggiare contro il progetto sono cittadini e movimenti ambientalisti che hanno sostenuto la candidatura di Sala in passato. E che adesso si trovano a guardare sbalorditi una grande operazione, certo, ma di facciata. Perché piantare gli arbusti è facile, mantenerli e farli crescere è difficile. E a Milano neanche ci provano. Dai dati ufficiali presentati alla fine della passata stagione agronomica, nel 2022 ben 16.000 alberi, tra adulti e neo piantati, sono morti. La colpa è stata data all’ondata di caldo della scorsa estate che aveva provocato settimane di intensa siccità. «Quando c’è moria di alberi, noi ripiantamo», aveva pomposamente annunciato mesi fa Sala. Ma per cercare la vera causa dell’ecatombe green a Milano, forse il sindaco dovrebbe guardarsi allo specchio. O, meglio, dovrebbe guardare in direzione dei propri uffici comunali. Perché a detta di residenti e attivisti, a mancare non è stata (solo) l’acqua piovana ma (soprattutto) la manutenzione e la cura. Tanto che, a ForestaMi, fanno da contraltare due movimenti nati spontaneamente dall’iniziativa dei milanesi: BagnaMi, che vede i cittadini impegnati a dare l’acqua di propria iniziativa alle povere piante abbandonate al proprio destino, e ForestaMi e poi DimenticaMi, che mette in fila e documenta il lato oscuro di ForestaMi.
Sui social questi guardiani degli alberi sono molto attivi, producono dossier anche fotografici con le criticità del progetto da 3 milioni di alberi, raccontando «una storia diversa rispetto alla narrazione ufficiale dell’infallibile piano ForestaMi, di cui siamo bombardati attraverso i media».
E nei cahier de doleances green c’è di tutto: impianti di irrigazione che non funzionano, autobotti insufficienti o «fantasma», annunci di bagnature anticipate definite «bluff», visto che dovrebbero essere garantite tutto l’anno e non solo nei mesi più caldi. «Le piante sono morte per incapacità, non per la siccità», ha tuonato a inizio anno lo storico consigliere ambientalista Carlo Monguzzi, «Milano è seduta su una falda che straborda, mungiamo ogni anno 60 milioni di litri dalla falda per non allagare la metropolitana. È un controsenso».
C’è talmente così tanta sciatteria nel progetto ForestaMi, definito una delle più grandi operazioni di greenwashing (ovvero, ecologismo di facciata) attivate in Italia che, per il secondo anno consecutivo, a maggio, in zona Bovisasca, un cittadino ha scoperto decine di alberi pronti per essere piantati ma abbandonati in un campo. Morti, stecchiti: un vero e proprio cimitero. Nel 2022 una scoperta simile era stata fatta in zona San Siro. Chissà che ne pensano i munifici sponsor di questo progetto. Chissà che ne pensano i 70.000 milanesi che l’assessore Pierfrancesco Maran ringraziava per aver sostenuto, lo scorso anno, con una donazione, ForestaMi. I «pacchetti» contributo partono da 30 euro e arrivano fino ai 100. Certo, c’è anche l’importo libero. Parte di quei soldi è stata gettata al vento.
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Dopo anni di melina il Comune si rassegna: «Soprintendenza verso il vincolo». Un fallimento che farà entrare il sindaco nella storia per aver sfrattato i club. Lasciando al capoluogo uno stadio che costa 10 milioni l’anno.Il progetto ForestaMi prevede la messa a dimora di 3 milioni di piante entro il 2030. Ma è solo facciata: nessuno le cura e muoiono. Oppure vengono gettate via nei prati.Lo speciale contiene due articoli. San Siro non si tocca, Milan e Inter se ne vanno e Giuseppe Sala passerà alla storia come il sindaco che ha fatto scappare i due club da Milano. È la sintesi di una partita infinita, ormai chiusa sullo 0-0 dopo cinque anni di catenaccio dell’amministrazione di centrosinistra. Ed è la conferma che al di là del marketing politico la metropoli lombarda non si discosta dal resto del Paese: immobile, incapace di progettare un futuro che non sia dipinto dal verde acido di Zerocalcare. La mossa del Comune è arrivata venerdì sera come un sospiro, quasi a liberare le due società da promesse, impegni, equivoci, camicie di forza procedurali. «In merito al futuro di San Siro, il Comune fa sapere che non è ancora pervenuta una comunicazione ufficiale da parte della Soprintendenza, ma sembrerebbe ormai acclarata la scelta per un vincolo culturale semplice. Vincolo che di fatto impone, in concreto, che lo stadio rimanga lì dov’è. Si ricorda, ancora una volta, che il progetto di un nuovo stadio presentato dai due club contemplava l’abbattimento dell’attuale impianto». È la pietra tombale sulla Cattedrale progettata da Milan e Inter (investimento da 1,2 miliardi), che appunto prevedeva la distruzione dello storico stadio edificato nel 1926 per realizzare una nuova, ipermoderna cittadella dello Sport. Poiché nel 2025 saranno 70 anni dalla realizzazione del secondo anello, il vincolo si profilava da tempo come impedimento assoluto, evocato dal sottosegretario alla Cultura, Vittorio Sgarbi, e in via di concretizzazione da parte della soprintendente Emanuela Carpani per la felicità della giunta green che vede profilarsi il successo del «niet» dopo un catenaccio anni Sessanta.La seconda parte del comunicato sembra scritta direttamente dal sindaco: «Se confermata, la decisione avrebbe conseguenze gravi non solo per il futuro dello stadio e per la sua sostenibilità economica, ma anche perché ridurrebbe di molto le possibilità che le squadre restino a Milano con un nuovo impianto». Il borgomastro ha colto il problema, da domani gli 8 milioni all’anno d’affitto (fin qui garantiti dai club) svaniranno e i 2 di manutenzione di una struttura affascinante e obsoleta - cercare un bagno è un viaggio nel tempo, si arriva dentro lo stadio Lenin di Mosca degli anni Novanta - saranno a carico dell’amministrazione. Il Milan ha già cominciato il lungo addio. La società di Gerry Cardinale, che negli Stati Uniti gestisce impianti sportivi, ha opzionato l’area San Francesco a San Donato chiedendo una variante urbanistica per poter costruire la nuova casa. Un minuto dopo l’uscita del Comune anche l’Inter ha annunciato di aver acquisito «il diritto di esclusiva» fino al 30 aprile 2024 dell’area di Rozzano di proprietà dei gruppi immobiliari Bastogi e Brioschi per approfondire la possibilità di realizzare lo stadio e le funzioni accessorie.Luci spente a San Siro, ma il totem resta in piedi. È la vittoria dei comitati civici, soprattutto di chi ha come priorità la salvaguardia del monumento del calcio milanese. Porta a casa il risultato innanzitutto Luigi Corbani, anima del comitato «Sì Meazza» che dal primo minuto è favorevole «alla ristrutturazione dell’esistente» e accusa Sala di essersi piegato agli interessi speculativi delle proprietà straniere dei due top club italiani. Anche l’Uefa, designando Milano per la finale di Champions 2026 o 2027, gli ha di fatto dato ragione. «L’idea di abbattere il Meazza era sbagliata e tutti hanno perso anni attorno a progetti inesistenti. La tutela architettonica è prevista in automatico, fino al 2026 non si poteva comunque toccare perché sede della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali». L’ex vicesindaco migliorista dell’era Dc-Psi-Pci non teme il rischio che il simbolo sportivo di Milano si trasformi in un rudere abbandonato. «San Siro può essere utilizzato per lo sport e lo spettacolo, basterebbe fare una gara internazionale, ammodernarlo e darlo in gestione a una società. Non esiste che si abbatta, è un impianto unico, un’icona nel mondo».Per Sala, che ha tenuto il piede in tutte le scarpe scambiando tattica per strategia, è una disfatta assoluta. In un primo tempo ha deciso di non decidere, poi si è appiattito sulle richieste dei club in contrasto con gli interessi del Comune (volumetrie, aree commerciali, consumo di suolo), infine si è lasciato travolgere dall’ostruzionismo dei partner verdi. Qualche mese fa, quando ha colto le conseguenze dello stallo, ha alzato voce contro la sua maggioranza: «In due anni non avete fatto mezza proposta, siete stati capaci solo di dire no». Con un dettaglio non evidenziato: il responsabile politico delle (non) scelte è lui. Come sottolinea il segretario milanese della Lega, Samuele Piscina: «La partita è finita, tergiversando per 12 anni, Sala e la sinistra hanno cacciato Milan e Inter dalla città. E lo stadio diventerà terra di nessuno». Adriano Galliani, che sull’erba dell’astronave di cemento ha vinto cinque Champions, non ha mai cambiato parere: «Andava abbattuto. Ciascuno di noi è romanticamente affezionato alle case delle nonne per i ricordi. Ma poi va a vivere altrove». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/beppe-sala-san-siro-2662589766.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="milano-e-il-cimitero-dei-nuovi-alberi" data-post-id="2662589766" data-published-at="1690703945" data-use-pagination="False"> Milano è il cimitero dei nuovi alberi Quello che si è venduto come il sindaco più ambientalista possibile per Milano inanella uno scivolone dietro l’altro proprio sul verde. Per Beppe Sala sono giorni di fuoco, anche se è di acqua che si sta parlando. Perché le polemiche alimentate negli ultimi giorni dalla cattiva gestione delle piante a Milano, alla base del crollo di alberi in tutta la città in occasione della tempesta di vento e ghiaccio di inizio settimana (Palazzo Marino ha trovato l’assassino perfetto nell’ormai onnipresente cambiamento climatico, anche se gli indizi di colpevolezza portano dritti a una manutenzione parecchio scarsa), hanno messo la sordina a un’altra spina dolente nel fianco green di Sala. Quella relativa al progetto ForestaMi. Si tratta di un piano sbalorditivo: da qui al 2030 saranno piantati 3 milioni di nuovi alberi a Milano e nei comuni della Città metropolitana. Nato da una ricerca del Politecnico di Milano, sostenuto (tra gli altri) da Regione, Parco Nord, Fondazione Falck e Fs Sistemi urbani, ForestaMi vanta nientepopodimeno che Stefano Boeri nel suo comitato scientifico. Che sarà mai fare un bosco in orizzontale per lui è che è riuscito a costruirne uno in verticale? Non è proprio così. Perché a rumoreggiare contro il progetto sono cittadini e movimenti ambientalisti che hanno sostenuto la candidatura di Sala in passato. E che adesso si trovano a guardare sbalorditi una grande operazione, certo, ma di facciata. Perché piantare gli arbusti è facile, mantenerli e farli crescere è difficile. E a Milano neanche ci provano. Dai dati ufficiali presentati alla fine della passata stagione agronomica, nel 2022 ben 16.000 alberi, tra adulti e neo piantati, sono morti. La colpa è stata data all’ondata di caldo della scorsa estate che aveva provocato settimane di intensa siccità. «Quando c’è moria di alberi, noi ripiantamo», aveva pomposamente annunciato mesi fa Sala. Ma per cercare la vera causa dell’ecatombe green a Milano, forse il sindaco dovrebbe guardarsi allo specchio. O, meglio, dovrebbe guardare in direzione dei propri uffici comunali. Perché a detta di residenti e attivisti, a mancare non è stata (solo) l’acqua piovana ma (soprattutto) la manutenzione e la cura. Tanto che, a ForestaMi, fanno da contraltare due movimenti nati spontaneamente dall’iniziativa dei milanesi: BagnaMi, che vede i cittadini impegnati a dare l’acqua di propria iniziativa alle povere piante abbandonate al proprio destino, e ForestaMi e poi DimenticaMi, che mette in fila e documenta il lato oscuro di ForestaMi. Sui social questi guardiani degli alberi sono molto attivi, producono dossier anche fotografici con le criticità del progetto da 3 milioni di alberi, raccontando «una storia diversa rispetto alla narrazione ufficiale dell’infallibile piano ForestaMi, di cui siamo bombardati attraverso i media». E nei cahier de doleances green c’è di tutto: impianti di irrigazione che non funzionano, autobotti insufficienti o «fantasma», annunci di bagnature anticipate definite «bluff», visto che dovrebbero essere garantite tutto l’anno e non solo nei mesi più caldi. «Le piante sono morte per incapacità, non per la siccità», ha tuonato a inizio anno lo storico consigliere ambientalista Carlo Monguzzi, «Milano è seduta su una falda che straborda, mungiamo ogni anno 60 milioni di litri dalla falda per non allagare la metropolitana. È un controsenso». C’è talmente così tanta sciatteria nel progetto ForestaMi, definito una delle più grandi operazioni di greenwashing (ovvero, ecologismo di facciata) attivate in Italia che, per il secondo anno consecutivo, a maggio, in zona Bovisasca, un cittadino ha scoperto decine di alberi pronti per essere piantati ma abbandonati in un campo. Morti, stecchiti: un vero e proprio cimitero. Nel 2022 una scoperta simile era stata fatta in zona San Siro. Chissà che ne pensano i munifici sponsor di questo progetto. Chissà che ne pensano i 70.000 milanesi che l’assessore Pierfrancesco Maran ringraziava per aver sostenuto, lo scorso anno, con una donazione, ForestaMi. I «pacchetti» contributo partono da 30 euro e arrivano fino ai 100. Certo, c’è anche l’importo libero. Parte di quei soldi è stata gettata al vento.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 30 marzo con Carlo Cambi
Il cardinale Pierbattista Pizzaballa (Ansa)
L’ultimo contatto è stato il 18 luglio quando Prevost ha chiamato Netanyahu dopo i bombardamenti della chiesa di Gaza per dire: cessate il fuoco e non fate diventare i luoghi di culto bersagli. Poi un lungo silenzio nonostante Leone XIV abbia ribadito «non tolleriamo l’antisemitismo e lo combattiamo, vogliamo approfondire il dialogo con i fratelli ebrei nonostante i malintesi attuali».
Ma ieri non è stato un malinteso è, come ha detto il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, bensì «un’offesa, non solo per i credenti». Benjamin Netanyahu è andato molto oltre il consentito. La polizia israeliana ha impedito al Patriarca di Gerusalemme il cardinale Pierbattista Pizzaballa - che ha ottimi rapporti col rabbinato italiano - e al Custode di Terra Santa padre Francesco Ielpo di entrare nella chiesa del Santo Sepolcro, nella parte antica di Gerusalemme, per celebrare la Messa della Domenica delle Palme: liturgia essenziale ed esiziale per i cattolici. Sono stati bloccati e costretti a forza dai gendarmi a tornare indietro. Non era mai avvenuto prima. Il patriarcato di Gerusalemme ha reagito: «Questa decisione affrettata e fondamentalmente errata, viziata da considerazioni improprie, rappresenta un’estrema violazione dei principi fondamentali di ragionevolezza, libertà di culto e rispetto dello status quo». Dal Patriarcato si sottolinea: «Si tratta di un grave precedente, s’ignora la sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, guardano a Gerusalemme».
Il cardinale Pizzaballa ha fatto sapere che le «autorità religiose hanno sempre rispettato le disposizioni di sicurezza» con padre Ielpo «esprimono il loro profondo rammarico ai fedeli cristiani in Terra Santa e in tutto il mondo per il fatto che la preghiera in uno dei giorni più sacri del calendario cristiano sia stata così impedita». Sul monte degli Ulivi si è comunque tenuta una celebrazione senza fedeli né giornalisti. Dal Getsemani Pizzaballa ha ribadito: «Oggi i nostri fratelli e sorelle non possono unirsi alle voci della processione, oggi portiamo la croce. Una croce che non è un peso per noi, ma la fonte della vera pace». Il Vaticano ha reagito con forza, con Papa Leone XIV, che pensa a Pizzaballa come successore del cardinale Pietro Parolin alla segreteria di Stato, che ha lanciato, durante l’Angelus di ieri, un segnale chiaro: «Siamo più che mai vicini con la preghiera ai cristiani in Medioriente che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i Riti di questi giorni santi».
Il rifiuto d’Israele si è invece trasformato in un caso diplomatico tra Roma e Tel Aviv. Giorgia Meloni ha telefonato a Pizzaballa esprimendolo a lui e padre Ielpo la solidarietà del Governo italiano e ha sottolineato: «Il Santo Sepolcro di Gerusalemme è luogo sacro della cristianità, e in quanto tale da preservare e tutelare per la celebrazione dei riti sacri». Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha convocato per oggi l’ambasciatore israeliano e ha dato mandato al nostro ambasciatore in Israele di esprimere «il nostro sdegno e confermare la posizione italiana a tutela, sempre ed in ogni circostanza, della libertà di religione; piena solidarietà al cardinale Pizzaballa e padre Ielpo, è inaccettabile aver loro impedito di entrare nella Chiesa del Santo Sepolcro».
Dello stesso tenore le dichiarazioni di Guido Crosetto, Matteo Salvini, Stefania Craxi e del presidente della Camera Lorenzo Fontana. La segretaria del Pd Elly Schlein accusa: «La violenza cieca e la protervia senza limiti del Governo israeliano ha raggiunto anche uno dei luoghi più sacri della Cristianità, offendendo la dignità dei credenti e umiliando l’intera comunità cristiana. Il Governo italiano esprima forte la sua condanna e prenda una volta per tutte le distanze dal criminale Governo Netanyahu». Anche il presidente francese Emmanuel Macron su X si è espresso: «Condanno la decisione della polizia israeliana che si aggiunge alla preoccupante moltiplicazione delle violazioni dello statuto dei luoghi santi di Gerusalemme; la libertà di culto deve essere garantita per tutte le confessioni».
Mentre a Gaza padre Gabriele Romanelli con decine di fedeli riuniti per «le palme» nella chiesa della Sacra Famiglia esortava a pregare «per la comunità cristiana di Gerusalemme, che quest’anno non può celebrare questa solennità come al solito» da Tel Aviv hanno tentato una qualche spiegazione. L’ambasciatore in Italia Jonathan Peled illustra: «I Luoghi Sacri di Gerusalemme, incluso il Muro del Pianto, sono attualmente chiusi ai fedeli di tutte le religioni: ebraica, cristiana e musulmana. Ciò si è reso necessario a seguito dei missili lanciati verso Israele dal regime iraniano, ma Israele sta lavorando per individuare una soluzione alternativa, ribadendo che la protezione della vita umana deve prevalere su ogni altra considerazione».
Secondo la polizia di Gerusalemme il cardinal Pizzaballa era stato ampiamente avvertito: la sua richiesta esaminata sabato scorso non poteva essere approvata esclusivamente per motivi di sicurezza, con l’obiettivo primario di salvaguardare la vita umana dato che i luoghi santi sono sprovvisti di rifugi. Secondo la polizia il porporato cattolico avrebbe forzato il blocco da qui l’allontanamento perché «la libertà di culto continuerà ad essere tutelata, fatte salve le necessarie restrizioni».
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Giorgia Meloni (Ansa)
Inevitabile quindi, fisiologico probabilmente, ma andare al voto anticipato a questo punto è un’opzione diventata improvvisamente percorribile per questo esecutivo. Erano in molti a dire che in caso di vittoria del Sì, si sarebbero potute anticipare le elezioni, in pochissimi ragionavano su questa possibilità in caso di vittoria del No. Ma qui siamo perché l’esito del referendum ha segnato uno spartiacque, c’è un prima e c’è un dopo, Meloni lo sa e resta da capire se guidare o subire quello che verrà.
Nel frattempo, come spiegato dal direttore Maurizio Belpietro, tra le dimissioni e il voto c’è di mezzo il Colle. Non è nei poteri dell’esecutivo indire elezioni, è una facoltà che spetta al presidente della Repubblica che potrebbe ricorrere a consultazioni per formare un governo tecnico. Formalmente però non ci sono i numeri per tenerlo in piedi, ma guardando all’orizzonte vitalizio (si raggiunge ad aprile 2027) tutto può succedere.
Sono in tanti a sperare che si vada presto al voto. «Può aiutare l’economia» dice Francesco Giavazzi economista e già braccio destro di Mario Draghi. Una frase che ricorda un po’ quel «fate presto», il titolo che nel 2011 il Sole 24 Ore ripropose quando lo spread era alle stelle e tutti chiedevano le dimissioni di Silvio Berlusconi. Quello che è successo dal 2011 in poi è storia ben nota: governo Monti, austerity e tutto ciò che ne è seguito.
Oggi di nuovo le leve sono quella economica e quella del tempo. «Prendere tempo», spiega Giavazzi, «significa effettivamente perdere tempo, e l’Italia oggi non può permettersi di perdere tempo». E prosegue: «L’Italia ha un problema serio di crescita asfittica, di salari compressi, di risposte sull’energia che non riescono a essere all’altezza della situazione» e il governo, «ha al suo interno ministri ben più dannosi dei soggetti che si sono dimessi in queste ore». L’economista fa riferimento, al ministro dello Sviluppo Adolfo Urso sfiduciato a parole anche «dal presidente di Confindustria».
E Confindustria da alleata di governo, in queste ore sembra si sia unita allo stormo di avvoltoi con la scusa del dl Fisco approvato venerdì in cdm e che ha rivisto gli impegni presi alla luce di «uno choc esterno paragonabile a quello della crisi in Ucraina», ha chiarito il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che costringe ora l’esecutivo «a fare delle riflessioni su cosa fare, chi aiutare, chi incentivare». A Confindustria questo non è piaciuto: «Il fatto di non poter fare affidamento sulle norme e sulle dichiarazioni del Governo mina profondamente la fiducia delle imprese nei confronti delle istituzioni e delle misure di incentivo e scoraggia chi vorrebbe continuare a fare impresa in Italia». Insomma è il momento del «piove, governo ladro». In questi momenti di acque agitate il più bravo a navigare resta l’ex premier Matteo Renzi: «È solo l'antipasto di ciò che accadrà nei prossimi mesi. Il governo Dracula ha portato ai massimi la pressione fiscale e finalmente le imprese iniziano a farlo notare». Opposizioni, parti sociali ma anche i giornali. Sono in molti a chiedere il voto anticipato, alcuni per interesse, altri per opportunità. Tra i leader di opposizione sicuramente ne gioverebbe la segretaria dem Elly Schlein. Con poco tempo per andare al voto potrebbero non esserci le primarie e questo le consentirebbe di evitare il confronto diretto con il temutissimo Giuseppe Conte, assicurandosi così la guida del campo largo. Nel centrodestra c’è chi suggerisce che avere Elly come leader di opposizione significherebbe assicurarsi una nuova vittoria e chi dice invece che andare avanti fino a fine mandato potrebbe tradursi in una lunga agonia.
Quello che è certo è che votare è un rischio, ma si considera poco un aspetto: Giorgia Meloni non ha paura di perdere e chi la conosce da tempo lo sa. Meloni viene da un mondo che ha perso tanto e questo non le ha mai impedito di prendere la decisione giusta e di andare avanti. A Meloni adesso interessa sapere se ha o meno il mandato degli italiani per continuare a governare. I sondaggi dicono di sì. Nonostante quello che racconta il campo largo, il centrodestra non solo tiene, ma resta saldamente al primo posto nelle intenzioni di voto (45,2% contro 44,3% anche senza Vannacci, secondo la Ghisleri).
Resta quindi l’ipotesi rimpasto, sconfessata però da due big del governo.
Marcello Gemmato, sottosegretario alla Salute, «non lo vede all’orizzonte», e il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida spiega: «Se dovesse servire il mio posto è sempre a disposizione ma non mi pare che ci sia questo tipo di richiesta».
Intanto il ministero del Turismo rimane guidato ad interim da Meloni, ma in ballo c’è Luca Zaia, l’ex presidente veneto che in molti vorrebbero al governo e di lui si parla anche per la guida del Mimit al posto di Urso. Due posti in quota Fratelli d’Italia però e affidarne uno a Zaia e quindi alla Lega comporterebbe anche altri ragionamenti. Insomma si prende tempo, niente fretta per evitare scelte sbagliate, con buona pace degli economisti del «fate presto».
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