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2021-07-17
Becciu premeva per avere i soldi. Che poi finivano nel feudo di Ozieri
Angelo Becciu (Getty Images)
Il vescovo di Ozieri, in Sardegna, quando Angelo Becciu fu raggiunto dalla maxi inchiesta vaticana, non ebbe dubbi. Corrado Melis si schierò subito al fianco del cardinale. Ad aprile scrisse pure una lettera per chiarire che la Chiesa sarda «non se la beve facilmente tutta quella fangosa e prepotente valanga di scoordinate informazioni». A mettere ordine e coordinare le informazioni ma soprattutto le coordinate bancarie ci hanno pensato gli inquirenti vaticani che poco tempo dopo, a giugno, si sono presentati alla diocesi di Ozieri e alla Caritas con un mandato di perquisizione. Il documento spiega bene come, nonostante vivesse in Vaticano da anni, il legame tra l'ex sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, Angelo Becciu, e la Sardegna non si fosse mai interrotto. Anzi è proprio nella diocesi di Ozieri che il cardinale, il cui processo inizierà il prossimo 27 luglio, osservava da lontano il «feudo».
Al centro del progetto c'era un conto corrente intestato alla stessa «Diocesi di Ozieri Caritas ℅ Spes società cooperativa […]», aperto in una filiale della banca Intesa Sanpaolo. Sul quale nel periodo compreso tra il 2012 e il 2020 ci sono state, come scrivono gli investigatori, «uscite di cassa per complessivi 2.801.837 euro il cui beneficiario era la cooperativa». Secondo l'accusa dei promotori di giustizia vaticani (i «pubblici ministeri» d'Oltretevere, Gian Piero Milano e Alessandro Diddi), che contestano al prelato i reati di peculato, abuso d'ufficio e subornazione, una gran parte di «quei bonifici» erano «sprovvisti della natura caritatevole».
Ma soprattutto la domanda è: come è stato possibile che attraverso un conto della diocesi siano stati favoriti gli interessi dell'ex numero tre del Vaticano? Di quel rapporto bancario «Antonino Becciu (uno dei due fratelli del cardinale, ndr) e Giovanna Pani sono risultati essere i principali amministratori e, de facto, i titolari effettivi». I flussi verso la cooperativa arrivano da tre distinte fonti. La Segreteria di Stato, la Conferenza episcopale italiana e la stessa diocesi. La prima ha versato 225.000 euro, la seconda 600.000.
Secondo gli inquirenti in entrambe i casi sarebbe stato Becciu a fare pressioni «consapevole che il denaro sarebbe finito nella disponibilità del fratello». Accusa che rende ancora più complessa la decifrazione delle altre pezze giustificative. Almeno là dove ci sono. La cooperativa Spes ha inoltre ricevuto tramite la diocesi di Ozieri bonifici, che indicavano come causale «prestiti, nel periodo dal 2 maggio 2013 al 19 dicembre 2016, per un importo complessivo di 1.174.700 euro». «Tali importi non risultano esser mai stati restituiti, ad eccezione», scrivono gli investigatori, «di un'unica tranche di 5.000 euro […]. Si può dedurre, pertanto, che tutti i prestiti concessi dalla diocesi di Ozieri alla cooperativa sociale Spes siano stati erogati “a fondo perduto"».
Gli inquirenti hanno fatto anche il controllo successivo e verificato che in molti casi il fratello ricevesse a sua volta bonifici dalla cooperativa con la causale «restituzione prestito» senza però trovare traccia di un flusso a monte partito dal conto personale a quello della cooperativa. L'inchiesta che ha travolto i vertici del Vaticano è scoppiata per la compravendita dell'immobile londinese di Sloane avenue 60, ed è su questo palazzo che si focalizzeranno gran parte delle accuse ai nove coimputati di Becciu; quest'ultimo dovrà inoltre spiegare davanti ai giudici le finalità perseguite dall'enorme massa di denaro movimentato. La lista degli investimenti, fatta con i soldi della Segreteria di Stato e della Cei (Conferenza episcopale italiana), è infatti lunga, ma soprattutto in numerosi casi, secondo gli inquirenti, solleva seri dubbi sul rispetto dei principi del cattolicesimo. È il 14 maggio 2018 quando dal conto corrente della diocesi, l'unico aperto in banca Intesa Sanpaolo (per capirsi lo stesso amministrato dalla Spes), partono due bonifici da «200.000 euro cadauno, riconducibili alla sottoscrizione in due fondi comuni di investimento: Speon e Spfxn».
Per l'accusa «in quest'ultimo particolare aspetto, si ravvisa la distrazione dei fondi di che trattasi dalla prevista finalità, atteso che tale operatività bancaria è in aperto contrasto con gli scopi caritatevoli della diocesi e della cooperativa Spes, poiché evidentemente finalizzata a investimenti di carattere lucrativo e speculativo». Più in generale, gli inquirenti vaticani hanno avuto modo di dare un occhiata anche agli altri conti intestati alla diocesi di Ozieri. Dire che fosse povera sarebbe sbagliato. «A dispetto delle dichiarate difficoltà in cui la diocesi versava», scrivono gli inquirenti, «oltre alle somme presenti sul conto citato prima, la stessa era intestataria di un conto depositi presso il Banco di Sardegna dal valore di oltre 2,3 milioni di euro».
Insomma di soldi ne sono girati. Tanto che sempre alla cooperativa è finita un immobile in un angolo fantastico della Sardegna: Golfo Aranci. La giunta provinciale di Olbia nel maggio 2012 delibera «la concessione di colonia marina di Marinella in uso temporaneo per attività di carattere sociale». Immobile, di notevoli dimensioni visto che, a quanto ci risulta, sarebbero presenti 13 bagni, concesso in comodato gratuito per 29 anni, durante i quali Spes si dichiarava disponibile «ad effettuare interventi di ordinaria e straordinaria manutenzione al fine di una sua riqualificazione, con una spesa stimata di oltre 600.000 euro». Da ammortizzare con la durata della concessione. La cooperativa se ne sta occupando.
Non è dato sapere se abbia effettivamente speso tutti i 600.000 euro. Di certo il «feudo» di Ozieri tra prestiti non restituiti e investimenti «dubbi» è costato alla Chiesa ben 1,4 milioni di euro.
La questua di Becciu per avere soldi «Servono a liberare suor Gloria»
«Ti ricordi la questione della suora colombiana? Pare che qualcosa si muova e il mediatore deve aver subito a disposizione i soldi». È il 20 dicembre 2018 quando l'ex sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato della Santa sede Angelo Becciu chiede, schermando l'operazione come se fosse una attività d'intelligence per la liberazione della suora colombiana Gloria Cecilia Narvaez Argoti, rapita il 7 febbraio 2017 nel sud del Mali da un gruppo jihadista, a monsignor Alberto Perlasca, per anni figura centrale della Segreteria di Stato vaticana (e supertestimone nel processo a Becciu e agli altri nove imputati che inizierà il 27 luglio), di approntare il bonifico.
Le disposizioni di Becciu sono queste: «Li inviamo a diverse tranche sul conto che più sotto ti indicherò. Primo bonifico 75.000 euro intestato a Logsic doo, Causale voluntary contribution for a humanitarian mission». Segue un altro messaggio con lo screenshot contenente l'Iban. E anche con un'altra disposizione: «Ti ricordo», scrive Becciu, «che ne ho riparlato con il Sp (Santo padre, ndr) e vuole mantenere le disposizioni già date e in gran segreto». Becciu, insomma, non si fa scrupoli nell'uso del nome di papa Francesco.
E l'11 gennaio l'operazione si ripete. Sempre con la stessa scusa: «Caro monsignore», scrive Becciu, «scusami, ieri mi sono dimenticato di dirti che occorre trasferire quell'altra trancia. Pare che qualcosa si muova». Peccato che di suor Gloria non si sia saputo più nulla fino a maggio scorso, quando i rapitori le hanno permesso di scrivere al fratello per dimostrare che fosse ancora viva. Nel frattempo Becciu, alle spalle di Bergoglio, speculava sulla povera missionaria finita nelle mani degli islamisti. Perlasca è a disposizione: «Certo! Immediatamente 50.000 euro». Becciu sembra eccitato. Non riesce a contenersi. E risponde: «Sììì».
Ma c'è una brutta notizia. Perlasca poco dopo comunica: «Il sostituto mi fa difficoltà, me le aveva fatte anche l'altra volta per l'invio dei soldi da lei chiesto. Forse è bene che lei gli parli». Il nuovo sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, subentrato a Becciu in quel momento spostato da Bergoglio alla Congregazione per le cause dei santi, è monsignor Edgar Peña Parra. E dalle chat intercettate sembra che Perlasca a ogni richiesta di Becciu debba sorbirsi i suoi rimbrotti. «Ma gli aveva parlato il Papa!», sbotta Becciu, che chiede: «Ma devi chiedere a lui ogni volta l'autorizzazione? Non bastava che avessi la mia fino al completamento della somma?».
Peña Parra, insomma, si oppone, obiettando di essere all'oscuro della vicenda. E solo dopo aver ricevuto rassicurazioni da Perlasca e da Becciu, che di nuovo fa intendere di aver informato la Sovrana autorità, ovvero il Papa, autorizza i pagamenti. «Il sostituto vuole sapere», si giustifica Perlasca, «[…] è voluto andare dal Santo Padre, il quale gli ha detto di pagare. Io pensavo bastasse... evidentemente no...». E ancora: Becciu chiede «ma che difficoltà fa? Così che gli possa parlare e chiarire di nuovo la cosa». Poi aggiunge: «Dico di nuovo perché gliel'ho già spiegato io e lo stesso Sp». Perlasca: «Lui dice che gli pesa dover firmare documenti relativi a una questione che non conosce. Comunque martedì ne parlerà con il Sp».
Ma dalle chat emerge che c'è anche un altro aspetto che fa stare in ansia Becciu: «Mantenere riservata al massimo la questione». E quando Perlasca gli dice che per l'ulteriore bonifico deve firmare anche l'assessore, Becciu replica agitato: «No, per carità, non parlarne all'assessore».
La somma, ha ricostruito il promotore di giustizia del Tribunale vaticano (l'equivalente del Procuratore della Repubblica in Italia), tranche dopo tranche alla fine è arrivata a ben 575.000 euro. E, stando alla documentazione originale consegnata all'accusa da Peña Parra, proveniva da conti svizzeri della Segreteria di Stato. Ma dove finivano tutti quei soldi? Grazie alle notizie fornite al promotore di giustizia dalla Nunziatura apostolica in Slovenia, che ha agito come se fosse un servizio d'intelligence con tanto di protocolli riservati, si è scoperto che la Logsic doo era riconducibile alla signora Cecilia Marogna (arrestata a Milano per peculato e poi scarcerata, è imputata anche lei nel processo del 27 luglio), che per Becciu, come spiegato in una breve nota a sua firma, prestava «servizio professionale come analista geopolitico e consulente per le relazioni esterne per la Segreteria di Stato-Affari generali». I nove bonifici emessi tra il 2018 e il 2019 finivano, insomma, su un conto usato dalla Marogna. E dall'analisi compiuta dal Corpo della Gendarmeria vaticana, quei soldi sono stati spesi non per pagare il riscatto per la povera suor Gloria, bensì per «oltre 120 pagamenti in negozi Prada, Tod's Hogan, Missoni, Montblanc, Luis Vuitton, Maxmara, Poltronesofà, Auchan» e in prestigiosi alberghi «come l'hotel Bagni nuovi, Cervo» e ristoranti «come i Frati Ros». Solo «per rimanere alle spese più significative», spiega il promotore di giustizia.
Gli ultimi due bonifici partono per la solita Logsic doo e per la Inkerman trading ltd, una società specializzata nel settore della sicurezza e nella gestione del rischio. Ma mentre il promotore di giustizia stava per sequestrare le somme, si accorge che Dagospia aveva rilanciato una notizia esclusiva della Verità che riconduceva l'operazione ancora una volta alla Marogna. «L'imprevista e imprevedibile diffusione mediatica», annota la toga vaticana, però, sembra aver fatto saltare l'operazione.
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Attraverso un conto della diocesi sarda è circolato molto denaro. Finito nella disponibilità del fratello del cardinale a giudizio il 27.Tranche dopo tranche, con «massima riservatezza», ha ottenuto dalla Segreteria di Stato 575.000 euro. Depositati in un conto usato dalla Marogna per acquisti di lusso. Della religiosa non si sa nulla da 4 anni.Lo speciale contiene due articoli.Il vescovo di Ozieri, in Sardegna, quando Angelo Becciu fu raggiunto dalla maxi inchiesta vaticana, non ebbe dubbi. Corrado Melis si schierò subito al fianco del cardinale. Ad aprile scrisse pure una lettera per chiarire che la Chiesa sarda «non se la beve facilmente tutta quella fangosa e prepotente valanga di scoordinate informazioni». A mettere ordine e coordinare le informazioni ma soprattutto le coordinate bancarie ci hanno pensato gli inquirenti vaticani che poco tempo dopo, a giugno, si sono presentati alla diocesi di Ozieri e alla Caritas con un mandato di perquisizione. Il documento spiega bene come, nonostante vivesse in Vaticano da anni, il legame tra l'ex sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, Angelo Becciu, e la Sardegna non si fosse mai interrotto. Anzi è proprio nella diocesi di Ozieri che il cardinale, il cui processo inizierà il prossimo 27 luglio, osservava da lontano il «feudo». Al centro del progetto c'era un conto corrente intestato alla stessa «Diocesi di Ozieri Caritas ℅ Spes società cooperativa […]», aperto in una filiale della banca Intesa Sanpaolo. Sul quale nel periodo compreso tra il 2012 e il 2020 ci sono state, come scrivono gli investigatori, «uscite di cassa per complessivi 2.801.837 euro il cui beneficiario era la cooperativa». Secondo l'accusa dei promotori di giustizia vaticani (i «pubblici ministeri» d'Oltretevere, Gian Piero Milano e Alessandro Diddi), che contestano al prelato i reati di peculato, abuso d'ufficio e subornazione, una gran parte di «quei bonifici» erano «sprovvisti della natura caritatevole». Ma soprattutto la domanda è: come è stato possibile che attraverso un conto della diocesi siano stati favoriti gli interessi dell'ex numero tre del Vaticano? Di quel rapporto bancario «Antonino Becciu (uno dei due fratelli del cardinale, ndr) e Giovanna Pani sono risultati essere i principali amministratori e, de facto, i titolari effettivi». I flussi verso la cooperativa arrivano da tre distinte fonti. La Segreteria di Stato, la Conferenza episcopale italiana e la stessa diocesi. La prima ha versato 225.000 euro, la seconda 600.000. Secondo gli inquirenti in entrambe i casi sarebbe stato Becciu a fare pressioni «consapevole che il denaro sarebbe finito nella disponibilità del fratello». Accusa che rende ancora più complessa la decifrazione delle altre pezze giustificative. Almeno là dove ci sono. La cooperativa Spes ha inoltre ricevuto tramite la diocesi di Ozieri bonifici, che indicavano come causale «prestiti, nel periodo dal 2 maggio 2013 al 19 dicembre 2016, per un importo complessivo di 1.174.700 euro». «Tali importi non risultano esser mai stati restituiti, ad eccezione», scrivono gli investigatori, «di un'unica tranche di 5.000 euro […]. Si può dedurre, pertanto, che tutti i prestiti concessi dalla diocesi di Ozieri alla cooperativa sociale Spes siano stati erogati “a fondo perduto"». Gli inquirenti hanno fatto anche il controllo successivo e verificato che in molti casi il fratello ricevesse a sua volta bonifici dalla cooperativa con la causale «restituzione prestito» senza però trovare traccia di un flusso a monte partito dal conto personale a quello della cooperativa. L'inchiesta che ha travolto i vertici del Vaticano è scoppiata per la compravendita dell'immobile londinese di Sloane avenue 60, ed è su questo palazzo che si focalizzeranno gran parte delle accuse ai nove coimputati di Becciu; quest'ultimo dovrà inoltre spiegare davanti ai giudici le finalità perseguite dall'enorme massa di denaro movimentato. La lista degli investimenti, fatta con i soldi della Segreteria di Stato e della Cei (Conferenza episcopale italiana), è infatti lunga, ma soprattutto in numerosi casi, secondo gli inquirenti, solleva seri dubbi sul rispetto dei principi del cattolicesimo. È il 14 maggio 2018 quando dal conto corrente della diocesi, l'unico aperto in banca Intesa Sanpaolo (per capirsi lo stesso amministrato dalla Spes), partono due bonifici da «200.000 euro cadauno, riconducibili alla sottoscrizione in due fondi comuni di investimento: Speon e Spfxn». Per l'accusa «in quest'ultimo particolare aspetto, si ravvisa la distrazione dei fondi di che trattasi dalla prevista finalità, atteso che tale operatività bancaria è in aperto contrasto con gli scopi caritatevoli della diocesi e della cooperativa Spes, poiché evidentemente finalizzata a investimenti di carattere lucrativo e speculativo». Più in generale, gli inquirenti vaticani hanno avuto modo di dare un occhiata anche agli altri conti intestati alla diocesi di Ozieri. Dire che fosse povera sarebbe sbagliato. «A dispetto delle dichiarate difficoltà in cui la diocesi versava», scrivono gli inquirenti, «oltre alle somme presenti sul conto citato prima, la stessa era intestataria di un conto depositi presso il Banco di Sardegna dal valore di oltre 2,3 milioni di euro». Insomma di soldi ne sono girati. Tanto che sempre alla cooperativa è finita un immobile in un angolo fantastico della Sardegna: Golfo Aranci. La giunta provinciale di Olbia nel maggio 2012 delibera «la concessione di colonia marina di Marinella in uso temporaneo per attività di carattere sociale». Immobile, di notevoli dimensioni visto che, a quanto ci risulta, sarebbero presenti 13 bagni, concesso in comodato gratuito per 29 anni, durante i quali Spes si dichiarava disponibile «ad effettuare interventi di ordinaria e straordinaria manutenzione al fine di una sua riqualificazione, con una spesa stimata di oltre 600.000 euro». Da ammortizzare con la durata della concessione. La cooperativa se ne sta occupando. Non è dato sapere se abbia effettivamente speso tutti i 600.000 euro. 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E anche con un'altra disposizione: «Ti ricordo», scrive Becciu, «che ne ho riparlato con il Sp (Santo padre, ndr) e vuole mantenere le disposizioni già date e in gran segreto». Becciu, insomma, non si fa scrupoli nell'uso del nome di papa Francesco. E l'11 gennaio l'operazione si ripete. Sempre con la stessa scusa: «Caro monsignore», scrive Becciu, «scusami, ieri mi sono dimenticato di dirti che occorre trasferire quell'altra trancia. Pare che qualcosa si muova». Peccato che di suor Gloria non si sia saputo più nulla fino a maggio scorso, quando i rapitori le hanno permesso di scrivere al fratello per dimostrare che fosse ancora viva. Nel frattempo Becciu, alle spalle di Bergoglio, speculava sulla povera missionaria finita nelle mani degli islamisti. Perlasca è a disposizione: «Certo! Immediatamente 50.000 euro». Becciu sembra eccitato. Non riesce a contenersi. E risponde: «Sììì». Ma c'è una brutta notizia. Perlasca poco dopo comunica: «Il sostituto mi fa difficoltà, me le aveva fatte anche l'altra volta per l'invio dei soldi da lei chiesto. Forse è bene che lei gli parli». Il nuovo sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, subentrato a Becciu in quel momento spostato da Bergoglio alla Congregazione per le cause dei santi, è monsignor Edgar Peña Parra. E dalle chat intercettate sembra che Perlasca a ogni richiesta di Becciu debba sorbirsi i suoi rimbrotti. «Ma gli aveva parlato il Papa!», sbotta Becciu, che chiede: «Ma devi chiedere a lui ogni volta l'autorizzazione? Non bastava che avessi la mia fino al completamento della somma?». Peña Parra, insomma, si oppone, obiettando di essere all'oscuro della vicenda. E solo dopo aver ricevuto rassicurazioni da Perlasca e da Becciu, che di nuovo fa intendere di aver informato la Sovrana autorità, ovvero il Papa, autorizza i pagamenti. «Il sostituto vuole sapere», si giustifica Perlasca, «[…] è voluto andare dal Santo Padre, il quale gli ha detto di pagare. Io pensavo bastasse... evidentemente no...». E ancora: Becciu chiede «ma che difficoltà fa? Così che gli possa parlare e chiarire di nuovo la cosa». Poi aggiunge: «Dico di nuovo perché gliel'ho già spiegato io e lo stesso Sp». Perlasca: «Lui dice che gli pesa dover firmare documenti relativi a una questione che non conosce. Comunque martedì ne parlerà con il Sp». Ma dalle chat emerge che c'è anche un altro aspetto che fa stare in ansia Becciu: «Mantenere riservata al massimo la questione». E quando Perlasca gli dice che per l'ulteriore bonifico deve firmare anche l'assessore, Becciu replica agitato: «No, per carità, non parlarne all'assessore». La somma, ha ricostruito il promotore di giustizia del Tribunale vaticano (l'equivalente del Procuratore della Repubblica in Italia), tranche dopo tranche alla fine è arrivata a ben 575.000 euro. E, stando alla documentazione originale consegnata all'accusa da Peña Parra, proveniva da conti svizzeri della Segreteria di Stato. Ma dove finivano tutti quei soldi? Grazie alle notizie fornite al promotore di giustizia dalla Nunziatura apostolica in Slovenia, che ha agito come se fosse un servizio d'intelligence con tanto di protocolli riservati, si è scoperto che la Logsic doo era riconducibile alla signora Cecilia Marogna (arrestata a Milano per peculato e poi scarcerata, è imputata anche lei nel processo del 27 luglio), che per Becciu, come spiegato in una breve nota a sua firma, prestava «servizio professionale come analista geopolitico e consulente per le relazioni esterne per la Segreteria di Stato-Affari generali». I nove bonifici emessi tra il 2018 e il 2019 finivano, insomma, su un conto usato dalla Marogna. E dall'analisi compiuta dal Corpo della Gendarmeria vaticana, quei soldi sono stati spesi non per pagare il riscatto per la povera suor Gloria, bensì per «oltre 120 pagamenti in negozi Prada, Tod's Hogan, Missoni, Montblanc, Luis Vuitton, Maxmara, Poltronesofà, Auchan» e in prestigiosi alberghi «come l'hotel Bagni nuovi, Cervo» e ristoranti «come i Frati Ros». Solo «per rimanere alle spese più significative», spiega il promotore di giustizia. Gli ultimi due bonifici partono per la solita Logsic doo e per la Inkerman trading ltd, una società specializzata nel settore della sicurezza e nella gestione del rischio. Ma mentre il promotore di giustizia stava per sequestrare le somme, si accorge che Dagospia aveva rilanciato una notizia esclusiva della Verità che riconduceva l'operazione ancora una volta alla Marogna. «L'imprevista e imprevedibile diffusione mediatica», annota la toga vaticana, però, sembra aver fatto saltare l'operazione.
Il ciclista sloveno Tadej Pogacar dell'Uae Team Emirates festeggia dopo aver vinto la 117ª edizione della classica ciclistica Milano-Sanremo (Ansa)
Lo sloveno cade a 30 chilometri dall’arrivo, rientra con una rincorsa impressionante e decide la Classicissima allo sprint contro Tom Pidcock. Un successo, arrivato al sesto tentativo, che completa il suo straordinario palmarès e arriva dopo una corsa vissuta sempre all’attacco.
C’è un’immagine che racconta più di tutte questa Milano-Sanremo: la maglia iridata strappata, il fianco sinistro sanguinante, e Tadej Pogacar che si rialza e riparte quando la sua corsa sembra finita. Da lì in avanti, la Classicissima cambia direzione e diventa il terreno della sua impresa.
Lo sloveno vince per la prima volta la Milano-Sanremo al sesto tentativo, chiudendo in 6h35’49’’ e battendo allo sprint Tom Pidcock, rimasto l’unico capace di reggergli il passo fino agli ultimi metri. Terzo Wout van Aert, quarto Mads Pedersen. Il primo degli italiani è Andrea Vendrame, sesto.
Fino a poco più di trenta chilometri dal traguardo, però, la storia sembra un’altra. Una caduta in gruppo, poco prima della Cipressa, coinvolge anche Pogacar. Finisce a terra, resta attardato, visibilmente ferito. Per qualche istante la sua Sanremo sembra chiusa lì. Quando risale in sella, il gruppo è già lontano e l’inseguimento appare complicato. È in quel momento che la corsa cambia volto. Pogacar rientra, metro dopo metro, aiutato anche dalla squadra, poi si riporta nelle prime posizioni proprio all’inizio della Cipressa. Non aspetta: accelera, forza il ritmo, seleziona il gruppo fino a portarsi via soltanto i nomi più attesi, tra cui Mathieu van der Poel e Pidcock. La selezione definitiva arriva sul Poggio. Lo sloveno attacca ancora, più volte, fino a staccare Van der Poel. Solo Pidcock resiste e si incolla alla sua ruota. In cima hanno pochi secondi sugli inseguitori, ma bastano. La discesa è veloce, il margine tiene, e la corsa si decide in via Roma. È uno sprint a due, situazione non abituale per Pogacar. Parte lungo, da davanti, costringendo Pidcock a inseguire. Il britannico prova a rimontare, ma negli ultimi metri lo sloveno riesce a mantenere mezza ruota di vantaggio, quanto basta per prendersi la vittoria che gli mancava. Dietro, il gruppo rientra troppo tardi. Van Aert conquista il terzo posto dopo l’inseguimento, in una giornata segnata anche per lui dalla caduta. Più indietro gli altri favoriti, mai davvero in grado di rientrare sui due battistrada nel finale. «Sono molto felice, un sacco di emozioni. Non vedevo l’ora di vincere questa gara», ha detto Pogacar all’arrivo. «Sapevo che con Pidcock sarebbe stata dura, ma sono riuscito a mettere la ruota davanti».
Per il fuoriclasse sloveno è molto più di una vittoria. La Sanremo era uno dei pochi tasselli mancanti in un palmarès già straordinario. Oggi arriva nel modo più difficile, passando attraverso un errore, una caduta e una rincorsa che avrebbe spento molti altri. E invece no. Dopo aver recuperato, attaccato e resistito, Pogacar completa l’opera allo sprint.
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Gli striscioni fuori dall'abitazione di Umberto Bossi a Gemonio (Ansa)
Si terranno domani alle ore 12, all’abbazia di San Giacomo a Pontida, i funerali di Umberto Bossi. La cerimonia sarà improntata alla massima sobrietà: non è previsto alcun cerimoniale ufficiale né interventi politici sul sagrato.
I posti in abbazia saranno limitati e senza assegnazioni, a eccezione della famiglia e di un numero ristretto di alte cariche istituzionali. L’accesso sarà libero fino a esaurimento dei posti disponibili. La funzione sarà celebrata dall’abate del monastero, mentre all’uscita è previsto un coro degli alpini che intonerà il Va pensiero. All’esterno verrà allestito un maxischermo per seguire la cerimonia in diretta. L’organizzazione è curata da militanti della Lega, su indicazione della famiglia e del ministro Giancarlo Giorgetti. Sospese, infine, le altre celebrazioni previste in mattinata nell’abbazia.
Il fondatore della Lega Nord è morto giovedì 19 marzo all'età di 84 anni all’ospedale di Circolo della sua Varese. Nato il 19 settembre 1941 a Cassano Magnago, al confine tra le valli varesine e la pianura, seppe intercettare istanze profonde del cambiamento economico e sociale senza una formazione teorica tradizionale. Non era un intellettuale – come osservò in modo netto Gianfranco Miglio – ma disponeva di due qualità decisive per la sua parabola politica: l’intuizione sui temi da cavalcare e una capacità immediata di entrare in sintonia con il proprio elettorato.
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