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2021-07-17
Becciu premeva per avere i soldi. Che poi finivano nel feudo di Ozieri
Angelo Becciu (Getty Images)
Il vescovo di Ozieri, in Sardegna, quando Angelo Becciu fu raggiunto dalla maxi inchiesta vaticana, non ebbe dubbi. Corrado Melis si schierò subito al fianco del cardinale. Ad aprile scrisse pure una lettera per chiarire che la Chiesa sarda «non se la beve facilmente tutta quella fangosa e prepotente valanga di scoordinate informazioni». A mettere ordine e coordinare le informazioni ma soprattutto le coordinate bancarie ci hanno pensato gli inquirenti vaticani che poco tempo dopo, a giugno, si sono presentati alla diocesi di Ozieri e alla Caritas con un mandato di perquisizione. Il documento spiega bene come, nonostante vivesse in Vaticano da anni, il legame tra l'ex sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, Angelo Becciu, e la Sardegna non si fosse mai interrotto. Anzi è proprio nella diocesi di Ozieri che il cardinale, il cui processo inizierà il prossimo 27 luglio, osservava da lontano il «feudo».
Al centro del progetto c'era un conto corrente intestato alla stessa «Diocesi di Ozieri Caritas ℅ Spes società cooperativa […]», aperto in una filiale della banca Intesa Sanpaolo. Sul quale nel periodo compreso tra il 2012 e il 2020 ci sono state, come scrivono gli investigatori, «uscite di cassa per complessivi 2.801.837 euro il cui beneficiario era la cooperativa». Secondo l'accusa dei promotori di giustizia vaticani (i «pubblici ministeri» d'Oltretevere, Gian Piero Milano e Alessandro Diddi), che contestano al prelato i reati di peculato, abuso d'ufficio e subornazione, una gran parte di «quei bonifici» erano «sprovvisti della natura caritatevole».
Ma soprattutto la domanda è: come è stato possibile che attraverso un conto della diocesi siano stati favoriti gli interessi dell'ex numero tre del Vaticano? Di quel rapporto bancario «Antonino Becciu (uno dei due fratelli del cardinale, ndr) e Giovanna Pani sono risultati essere i principali amministratori e, de facto, i titolari effettivi». I flussi verso la cooperativa arrivano da tre distinte fonti. La Segreteria di Stato, la Conferenza episcopale italiana e la stessa diocesi. La prima ha versato 225.000 euro, la seconda 600.000.
Secondo gli inquirenti in entrambe i casi sarebbe stato Becciu a fare pressioni «consapevole che il denaro sarebbe finito nella disponibilità del fratello». Accusa che rende ancora più complessa la decifrazione delle altre pezze giustificative. Almeno là dove ci sono. La cooperativa Spes ha inoltre ricevuto tramite la diocesi di Ozieri bonifici, che indicavano come causale «prestiti, nel periodo dal 2 maggio 2013 al 19 dicembre 2016, per un importo complessivo di 1.174.700 euro». «Tali importi non risultano esser mai stati restituiti, ad eccezione», scrivono gli investigatori, «di un'unica tranche di 5.000 euro […]. Si può dedurre, pertanto, che tutti i prestiti concessi dalla diocesi di Ozieri alla cooperativa sociale Spes siano stati erogati “a fondo perduto"».
Gli inquirenti hanno fatto anche il controllo successivo e verificato che in molti casi il fratello ricevesse a sua volta bonifici dalla cooperativa con la causale «restituzione prestito» senza però trovare traccia di un flusso a monte partito dal conto personale a quello della cooperativa. L'inchiesta che ha travolto i vertici del Vaticano è scoppiata per la compravendita dell'immobile londinese di Sloane avenue 60, ed è su questo palazzo che si focalizzeranno gran parte delle accuse ai nove coimputati di Becciu; quest'ultimo dovrà inoltre spiegare davanti ai giudici le finalità perseguite dall'enorme massa di denaro movimentato. La lista degli investimenti, fatta con i soldi della Segreteria di Stato e della Cei (Conferenza episcopale italiana), è infatti lunga, ma soprattutto in numerosi casi, secondo gli inquirenti, solleva seri dubbi sul rispetto dei principi del cattolicesimo. È il 14 maggio 2018 quando dal conto corrente della diocesi, l'unico aperto in banca Intesa Sanpaolo (per capirsi lo stesso amministrato dalla Spes), partono due bonifici da «200.000 euro cadauno, riconducibili alla sottoscrizione in due fondi comuni di investimento: Speon e Spfxn».
Per l'accusa «in quest'ultimo particolare aspetto, si ravvisa la distrazione dei fondi di che trattasi dalla prevista finalità, atteso che tale operatività bancaria è in aperto contrasto con gli scopi caritatevoli della diocesi e della cooperativa Spes, poiché evidentemente finalizzata a investimenti di carattere lucrativo e speculativo». Più in generale, gli inquirenti vaticani hanno avuto modo di dare un occhiata anche agli altri conti intestati alla diocesi di Ozieri. Dire che fosse povera sarebbe sbagliato. «A dispetto delle dichiarate difficoltà in cui la diocesi versava», scrivono gli inquirenti, «oltre alle somme presenti sul conto citato prima, la stessa era intestataria di un conto depositi presso il Banco di Sardegna dal valore di oltre 2,3 milioni di euro».
Insomma di soldi ne sono girati. Tanto che sempre alla cooperativa è finita un immobile in un angolo fantastico della Sardegna: Golfo Aranci. La giunta provinciale di Olbia nel maggio 2012 delibera «la concessione di colonia marina di Marinella in uso temporaneo per attività di carattere sociale». Immobile, di notevoli dimensioni visto che, a quanto ci risulta, sarebbero presenti 13 bagni, concesso in comodato gratuito per 29 anni, durante i quali Spes si dichiarava disponibile «ad effettuare interventi di ordinaria e straordinaria manutenzione al fine di una sua riqualificazione, con una spesa stimata di oltre 600.000 euro». Da ammortizzare con la durata della concessione. La cooperativa se ne sta occupando.
Non è dato sapere se abbia effettivamente speso tutti i 600.000 euro. Di certo il «feudo» di Ozieri tra prestiti non restituiti e investimenti «dubbi» è costato alla Chiesa ben 1,4 milioni di euro.
La questua di Becciu per avere soldi «Servono a liberare suor Gloria»
«Ti ricordi la questione della suora colombiana? Pare che qualcosa si muova e il mediatore deve aver subito a disposizione i soldi». È il 20 dicembre 2018 quando l'ex sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato della Santa sede Angelo Becciu chiede, schermando l'operazione come se fosse una attività d'intelligence per la liberazione della suora colombiana Gloria Cecilia Narvaez Argoti, rapita il 7 febbraio 2017 nel sud del Mali da un gruppo jihadista, a monsignor Alberto Perlasca, per anni figura centrale della Segreteria di Stato vaticana (e supertestimone nel processo a Becciu e agli altri nove imputati che inizierà il 27 luglio), di approntare il bonifico.
Le disposizioni di Becciu sono queste: «Li inviamo a diverse tranche sul conto che più sotto ti indicherò. Primo bonifico 75.000 euro intestato a Logsic doo, Causale voluntary contribution for a humanitarian mission». Segue un altro messaggio con lo screenshot contenente l'Iban. E anche con un'altra disposizione: «Ti ricordo», scrive Becciu, «che ne ho riparlato con il Sp (Santo padre, ndr) e vuole mantenere le disposizioni già date e in gran segreto». Becciu, insomma, non si fa scrupoli nell'uso del nome di papa Francesco.
E l'11 gennaio l'operazione si ripete. Sempre con la stessa scusa: «Caro monsignore», scrive Becciu, «scusami, ieri mi sono dimenticato di dirti che occorre trasferire quell'altra trancia. Pare che qualcosa si muova». Peccato che di suor Gloria non si sia saputo più nulla fino a maggio scorso, quando i rapitori le hanno permesso di scrivere al fratello per dimostrare che fosse ancora viva. Nel frattempo Becciu, alle spalle di Bergoglio, speculava sulla povera missionaria finita nelle mani degli islamisti. Perlasca è a disposizione: «Certo! Immediatamente 50.000 euro». Becciu sembra eccitato. Non riesce a contenersi. E risponde: «Sììì».
Ma c'è una brutta notizia. Perlasca poco dopo comunica: «Il sostituto mi fa difficoltà, me le aveva fatte anche l'altra volta per l'invio dei soldi da lei chiesto. Forse è bene che lei gli parli». Il nuovo sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, subentrato a Becciu in quel momento spostato da Bergoglio alla Congregazione per le cause dei santi, è monsignor Edgar Peña Parra. E dalle chat intercettate sembra che Perlasca a ogni richiesta di Becciu debba sorbirsi i suoi rimbrotti. «Ma gli aveva parlato il Papa!», sbotta Becciu, che chiede: «Ma devi chiedere a lui ogni volta l'autorizzazione? Non bastava che avessi la mia fino al completamento della somma?».
Peña Parra, insomma, si oppone, obiettando di essere all'oscuro della vicenda. E solo dopo aver ricevuto rassicurazioni da Perlasca e da Becciu, che di nuovo fa intendere di aver informato la Sovrana autorità, ovvero il Papa, autorizza i pagamenti. «Il sostituto vuole sapere», si giustifica Perlasca, «[…] è voluto andare dal Santo Padre, il quale gli ha detto di pagare. Io pensavo bastasse... evidentemente no...». E ancora: Becciu chiede «ma che difficoltà fa? Così che gli possa parlare e chiarire di nuovo la cosa». Poi aggiunge: «Dico di nuovo perché gliel'ho già spiegato io e lo stesso Sp». Perlasca: «Lui dice che gli pesa dover firmare documenti relativi a una questione che non conosce. Comunque martedì ne parlerà con il Sp».
Ma dalle chat emerge che c'è anche un altro aspetto che fa stare in ansia Becciu: «Mantenere riservata al massimo la questione». E quando Perlasca gli dice che per l'ulteriore bonifico deve firmare anche l'assessore, Becciu replica agitato: «No, per carità, non parlarne all'assessore».
La somma, ha ricostruito il promotore di giustizia del Tribunale vaticano (l'equivalente del Procuratore della Repubblica in Italia), tranche dopo tranche alla fine è arrivata a ben 575.000 euro. E, stando alla documentazione originale consegnata all'accusa da Peña Parra, proveniva da conti svizzeri della Segreteria di Stato. Ma dove finivano tutti quei soldi? Grazie alle notizie fornite al promotore di giustizia dalla Nunziatura apostolica in Slovenia, che ha agito come se fosse un servizio d'intelligence con tanto di protocolli riservati, si è scoperto che la Logsic doo era riconducibile alla signora Cecilia Marogna (arrestata a Milano per peculato e poi scarcerata, è imputata anche lei nel processo del 27 luglio), che per Becciu, come spiegato in una breve nota a sua firma, prestava «servizio professionale come analista geopolitico e consulente per le relazioni esterne per la Segreteria di Stato-Affari generali». I nove bonifici emessi tra il 2018 e il 2019 finivano, insomma, su un conto usato dalla Marogna. E dall'analisi compiuta dal Corpo della Gendarmeria vaticana, quei soldi sono stati spesi non per pagare il riscatto per la povera suor Gloria, bensì per «oltre 120 pagamenti in negozi Prada, Tod's Hogan, Missoni, Montblanc, Luis Vuitton, Maxmara, Poltronesofà, Auchan» e in prestigiosi alberghi «come l'hotel Bagni nuovi, Cervo» e ristoranti «come i Frati Ros». Solo «per rimanere alle spese più significative», spiega il promotore di giustizia.
Gli ultimi due bonifici partono per la solita Logsic doo e per la Inkerman trading ltd, una società specializzata nel settore della sicurezza e nella gestione del rischio. Ma mentre il promotore di giustizia stava per sequestrare le somme, si accorge che Dagospia aveva rilanciato una notizia esclusiva della Verità che riconduceva l'operazione ancora una volta alla Marogna. «L'imprevista e imprevedibile diffusione mediatica», annota la toga vaticana, però, sembra aver fatto saltare l'operazione.
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Attraverso un conto della diocesi sarda è circolato molto denaro. Finito nella disponibilità del fratello del cardinale a giudizio il 27.Tranche dopo tranche, con «massima riservatezza», ha ottenuto dalla Segreteria di Stato 575.000 euro. Depositati in un conto usato dalla Marogna per acquisti di lusso. Della religiosa non si sa nulla da 4 anni.Lo speciale contiene due articoli.Il vescovo di Ozieri, in Sardegna, quando Angelo Becciu fu raggiunto dalla maxi inchiesta vaticana, non ebbe dubbi. Corrado Melis si schierò subito al fianco del cardinale. Ad aprile scrisse pure una lettera per chiarire che la Chiesa sarda «non se la beve facilmente tutta quella fangosa e prepotente valanga di scoordinate informazioni». A mettere ordine e coordinare le informazioni ma soprattutto le coordinate bancarie ci hanno pensato gli inquirenti vaticani che poco tempo dopo, a giugno, si sono presentati alla diocesi di Ozieri e alla Caritas con un mandato di perquisizione. Il documento spiega bene come, nonostante vivesse in Vaticano da anni, il legame tra l'ex sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, Angelo Becciu, e la Sardegna non si fosse mai interrotto. Anzi è proprio nella diocesi di Ozieri che il cardinale, il cui processo inizierà il prossimo 27 luglio, osservava da lontano il «feudo». Al centro del progetto c'era un conto corrente intestato alla stessa «Diocesi di Ozieri Caritas ℅ Spes società cooperativa […]», aperto in una filiale della banca Intesa Sanpaolo. Sul quale nel periodo compreso tra il 2012 e il 2020 ci sono state, come scrivono gli investigatori, «uscite di cassa per complessivi 2.801.837 euro il cui beneficiario era la cooperativa». Secondo l'accusa dei promotori di giustizia vaticani (i «pubblici ministeri» d'Oltretevere, Gian Piero Milano e Alessandro Diddi), che contestano al prelato i reati di peculato, abuso d'ufficio e subornazione, una gran parte di «quei bonifici» erano «sprovvisti della natura caritatevole». Ma soprattutto la domanda è: come è stato possibile che attraverso un conto della diocesi siano stati favoriti gli interessi dell'ex numero tre del Vaticano? Di quel rapporto bancario «Antonino Becciu (uno dei due fratelli del cardinale, ndr) e Giovanna Pani sono risultati essere i principali amministratori e, de facto, i titolari effettivi». I flussi verso la cooperativa arrivano da tre distinte fonti. La Segreteria di Stato, la Conferenza episcopale italiana e la stessa diocesi. La prima ha versato 225.000 euro, la seconda 600.000. Secondo gli inquirenti in entrambe i casi sarebbe stato Becciu a fare pressioni «consapevole che il denaro sarebbe finito nella disponibilità del fratello». Accusa che rende ancora più complessa la decifrazione delle altre pezze giustificative. Almeno là dove ci sono. La cooperativa Spes ha inoltre ricevuto tramite la diocesi di Ozieri bonifici, che indicavano come causale «prestiti, nel periodo dal 2 maggio 2013 al 19 dicembre 2016, per un importo complessivo di 1.174.700 euro». «Tali importi non risultano esser mai stati restituiti, ad eccezione», scrivono gli investigatori, «di un'unica tranche di 5.000 euro […]. Si può dedurre, pertanto, che tutti i prestiti concessi dalla diocesi di Ozieri alla cooperativa sociale Spes siano stati erogati “a fondo perduto"». Gli inquirenti hanno fatto anche il controllo successivo e verificato che in molti casi il fratello ricevesse a sua volta bonifici dalla cooperativa con la causale «restituzione prestito» senza però trovare traccia di un flusso a monte partito dal conto personale a quello della cooperativa. L'inchiesta che ha travolto i vertici del Vaticano è scoppiata per la compravendita dell'immobile londinese di Sloane avenue 60, ed è su questo palazzo che si focalizzeranno gran parte delle accuse ai nove coimputati di Becciu; quest'ultimo dovrà inoltre spiegare davanti ai giudici le finalità perseguite dall'enorme massa di denaro movimentato. La lista degli investimenti, fatta con i soldi della Segreteria di Stato e della Cei (Conferenza episcopale italiana), è infatti lunga, ma soprattutto in numerosi casi, secondo gli inquirenti, solleva seri dubbi sul rispetto dei principi del cattolicesimo. È il 14 maggio 2018 quando dal conto corrente della diocesi, l'unico aperto in banca Intesa Sanpaolo (per capirsi lo stesso amministrato dalla Spes), partono due bonifici da «200.000 euro cadauno, riconducibili alla sottoscrizione in due fondi comuni di investimento: Speon e Spfxn». Per l'accusa «in quest'ultimo particolare aspetto, si ravvisa la distrazione dei fondi di che trattasi dalla prevista finalità, atteso che tale operatività bancaria è in aperto contrasto con gli scopi caritatevoli della diocesi e della cooperativa Spes, poiché evidentemente finalizzata a investimenti di carattere lucrativo e speculativo». Più in generale, gli inquirenti vaticani hanno avuto modo di dare un occhiata anche agli altri conti intestati alla diocesi di Ozieri. Dire che fosse povera sarebbe sbagliato. «A dispetto delle dichiarate difficoltà in cui la diocesi versava», scrivono gli inquirenti, «oltre alle somme presenti sul conto citato prima, la stessa era intestataria di un conto depositi presso il Banco di Sardegna dal valore di oltre 2,3 milioni di euro». Insomma di soldi ne sono girati. Tanto che sempre alla cooperativa è finita un immobile in un angolo fantastico della Sardegna: Golfo Aranci. La giunta provinciale di Olbia nel maggio 2012 delibera «la concessione di colonia marina di Marinella in uso temporaneo per attività di carattere sociale». Immobile, di notevoli dimensioni visto che, a quanto ci risulta, sarebbero presenti 13 bagni, concesso in comodato gratuito per 29 anni, durante i quali Spes si dichiarava disponibile «ad effettuare interventi di ordinaria e straordinaria manutenzione al fine di una sua riqualificazione, con una spesa stimata di oltre 600.000 euro». Da ammortizzare con la durata della concessione. La cooperativa se ne sta occupando. Non è dato sapere se abbia effettivamente speso tutti i 600.000 euro. Di certo il «feudo» di Ozieri tra prestiti non restituiti e investimenti «dubbi» è costato alla Chiesa ben 1,4 milioni di euro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/becciu-vaticano-2653810228.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-questua-di-becciu-per-avere-soldi-servono-a-liberare-suor-gloria" data-post-id="2653810228" data-published-at="1626505869" data-use-pagination="False"> La questua di Becciu per avere soldi «Servono a liberare suor Gloria» «Ti ricordi la questione della suora colombiana? Pare che qualcosa si muova e il mediatore deve aver subito a disposizione i soldi». È il 20 dicembre 2018 quando l'ex sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato della Santa sede Angelo Becciu chiede, schermando l'operazione come se fosse una attività d'intelligence per la liberazione della suora colombiana Gloria Cecilia Narvaez Argoti, rapita il 7 febbraio 2017 nel sud del Mali da un gruppo jihadista, a monsignor Alberto Perlasca, per anni figura centrale della Segreteria di Stato vaticana (e supertestimone nel processo a Becciu e agli altri nove imputati che inizierà il 27 luglio), di approntare il bonifico. Le disposizioni di Becciu sono queste: «Li inviamo a diverse tranche sul conto che più sotto ti indicherò. Primo bonifico 75.000 euro intestato a Logsic doo, Causale voluntary contribution for a humanitarian mission». Segue un altro messaggio con lo screenshot contenente l'Iban. E anche con un'altra disposizione: «Ti ricordo», scrive Becciu, «che ne ho riparlato con il Sp (Santo padre, ndr) e vuole mantenere le disposizioni già date e in gran segreto». Becciu, insomma, non si fa scrupoli nell'uso del nome di papa Francesco. E l'11 gennaio l'operazione si ripete. Sempre con la stessa scusa: «Caro monsignore», scrive Becciu, «scusami, ieri mi sono dimenticato di dirti che occorre trasferire quell'altra trancia. Pare che qualcosa si muova». Peccato che di suor Gloria non si sia saputo più nulla fino a maggio scorso, quando i rapitori le hanno permesso di scrivere al fratello per dimostrare che fosse ancora viva. Nel frattempo Becciu, alle spalle di Bergoglio, speculava sulla povera missionaria finita nelle mani degli islamisti. Perlasca è a disposizione: «Certo! Immediatamente 50.000 euro». Becciu sembra eccitato. Non riesce a contenersi. E risponde: «Sììì». Ma c'è una brutta notizia. Perlasca poco dopo comunica: «Il sostituto mi fa difficoltà, me le aveva fatte anche l'altra volta per l'invio dei soldi da lei chiesto. Forse è bene che lei gli parli». Il nuovo sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, subentrato a Becciu in quel momento spostato da Bergoglio alla Congregazione per le cause dei santi, è monsignor Edgar Peña Parra. E dalle chat intercettate sembra che Perlasca a ogni richiesta di Becciu debba sorbirsi i suoi rimbrotti. «Ma gli aveva parlato il Papa!», sbotta Becciu, che chiede: «Ma devi chiedere a lui ogni volta l'autorizzazione? Non bastava che avessi la mia fino al completamento della somma?». Peña Parra, insomma, si oppone, obiettando di essere all'oscuro della vicenda. E solo dopo aver ricevuto rassicurazioni da Perlasca e da Becciu, che di nuovo fa intendere di aver informato la Sovrana autorità, ovvero il Papa, autorizza i pagamenti. «Il sostituto vuole sapere», si giustifica Perlasca, «[…] è voluto andare dal Santo Padre, il quale gli ha detto di pagare. Io pensavo bastasse... evidentemente no...». E ancora: Becciu chiede «ma che difficoltà fa? Così che gli possa parlare e chiarire di nuovo la cosa». Poi aggiunge: «Dico di nuovo perché gliel'ho già spiegato io e lo stesso Sp». Perlasca: «Lui dice che gli pesa dover firmare documenti relativi a una questione che non conosce. Comunque martedì ne parlerà con il Sp». Ma dalle chat emerge che c'è anche un altro aspetto che fa stare in ansia Becciu: «Mantenere riservata al massimo la questione». E quando Perlasca gli dice che per l'ulteriore bonifico deve firmare anche l'assessore, Becciu replica agitato: «No, per carità, non parlarne all'assessore». La somma, ha ricostruito il promotore di giustizia del Tribunale vaticano (l'equivalente del Procuratore della Repubblica in Italia), tranche dopo tranche alla fine è arrivata a ben 575.000 euro. E, stando alla documentazione originale consegnata all'accusa da Peña Parra, proveniva da conti svizzeri della Segreteria di Stato. Ma dove finivano tutti quei soldi? Grazie alle notizie fornite al promotore di giustizia dalla Nunziatura apostolica in Slovenia, che ha agito come se fosse un servizio d'intelligence con tanto di protocolli riservati, si è scoperto che la Logsic doo era riconducibile alla signora Cecilia Marogna (arrestata a Milano per peculato e poi scarcerata, è imputata anche lei nel processo del 27 luglio), che per Becciu, come spiegato in una breve nota a sua firma, prestava «servizio professionale come analista geopolitico e consulente per le relazioni esterne per la Segreteria di Stato-Affari generali». I nove bonifici emessi tra il 2018 e il 2019 finivano, insomma, su un conto usato dalla Marogna. E dall'analisi compiuta dal Corpo della Gendarmeria vaticana, quei soldi sono stati spesi non per pagare il riscatto per la povera suor Gloria, bensì per «oltre 120 pagamenti in negozi Prada, Tod's Hogan, Missoni, Montblanc, Luis Vuitton, Maxmara, Poltronesofà, Auchan» e in prestigiosi alberghi «come l'hotel Bagni nuovi, Cervo» e ristoranti «come i Frati Ros». Solo «per rimanere alle spese più significative», spiega il promotore di giustizia. Gli ultimi due bonifici partono per la solita Logsic doo e per la Inkerman trading ltd, una società specializzata nel settore della sicurezza e nella gestione del rischio. Ma mentre il promotore di giustizia stava per sequestrare le somme, si accorge che Dagospia aveva rilanciato una notizia esclusiva della Verità che riconduceva l'operazione ancora una volta alla Marogna. «L'imprevista e imprevedibile diffusione mediatica», annota la toga vaticana, però, sembra aver fatto saltare l'operazione.
Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Avvicinandosi il 2028 - data oltre la quale la Commissione avrà esaurito i pagamenti agli Stati membri e dovrà cominciare a rimborsare le obbligazioni emesse sui mercati finanziari - si fanno sempre più nitidi i contorni del conto in arrivo da Bruxelles, dove da mesi è in corso una febbrile trattativa per trovare la quadra del prossimo Quadro finanziario pluriennale (Qfp) 2028-2034. Mercoledì è stata la professoressa Lilia Cavallari, presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, a snocciolare le cifre, i cui tratti essenziali erano chiari da tempo, in audizione parlamentare: in assenza di nuovo debito (che è stato solo un’eccezione temporanea), il bilancio Ue deve munirsi di nuove entrate per rimborsare i debiti. Una voce che incide, solo fino al 2034, per 168 miliardi, aggiuntivi rispetto a quanto già versato dagli Stati membri. Ma andremo avanti così fino al 2056.
Per l’Italia ciò significa - in base alla quota di contribuzione nazionale storica del 12-13% - un primo versamento aggiuntivo di circa 21 miliardi. Che vanno ad aggiungersi ai rimborsi che dovremo effettuare direttamente alla Commissione fino al 2056 per i prestiti ricevuti (123 miliardi fino ad aprile).
I danni finanziari non si fermano qua. Infatti, il Qfp presentato dalla Commissione ha un volume di 1.985 miliardi a prezzi correnti, gonfiati appunto dei 168 miliardi di rimborsi. In proporzione al Reddito nazionale lordo (Rnl, una misura simile ma non identica al Pil) si tratta dell’1,26%, rispetto all’1,13% del precedente Qfp 2021-2027. Ma si tratta di un aumento illusorio perché, al netto dei rimborsi del debito Nextgen Ue, si ritorna al 1,15% del Rnl. Quindi nessuna nuova capacità di spesa «reale». Con l’essenziale differenza che, rispetto al passato, Ursula von der Leyen ha ampliato notevolmente alcuni capitoli di spesa, soprattutto competitività e difesa, a scapito di agricoltura e coesione. In particolare, scende di molto la quota destinata ad agricoltura e coesione (dal 67% al 49% del bilancio) e aumenta dal 17% al 32% quella destinata a competitività e difesa. Quella rubrica scenderà per l’Italia (a prezzi costanti 2025) da 82 a 72 miliardi.
Questi spostamenti - ripetiamo, in un bilancio sostanzialmente invariato in termini reali - non sono neutrali, poiché aumentano di molto i fondi a gestione diretta e indiretta della Commissione, a scapito di quelli preassegnati agli Stati membri, come appunto l’agricoltura.
La conseguenza è il rischio che questi «bandi competitivi senza assegnazione geografica predefinita» siano assorbiti in modo molto disomogeneo da parte degli Stati, con evidenti sperequazioni a danno di quelli dotati di minore capacità amministrativa. In altre parole, se in passato la quota di fondi in arrivo da Bruxelles era relativamente prevedibile, in quanto preassegnata, per il futuro è tutto molto più incerto e tutto molto più accentrato presso la Commissione. Ciò che è invece certo è il fatto che il nostro Paese dovrà contribuire pesantemente al bilancio Ue, gonfiato dai rimborsi dei debiti.
Da tempo la Commissione stava ragionando su un aumento delle cosiddette «risorse proprie», che alla fine non sono altro che entrate (come Iva e dazi) riscosse dagli Stati e girate alla Ue. Infatti, il ricorso ai contributi nazionali in base al Rnl, tuttora circa il 70% delle entrate Ue, oggi è sempre meno sostenibile soprattutto davanti alle accresciute esigenze di spesa. Così la Commissione si è letteralmente inventata altri cinque tipi di imposte (quote emissioni CO2, rifiuti elettronici, tabacco, prelievo societario europeo, ecc…) per complessivi 44 miliardi e rimodulando le altre risorse proprie già esistenti, per un totale di 58 miliardi. Promettendo però di ridurre i contributi nazionali in base al Rnl. Ma, alla fine, come fa rilevare l’Upb, si tratta sempre di «contributi nazionali ai bilanci degli Stati membri e non si configurano come fonti autonome di finanziamento per la Ue». Insomma, è sempre denaro attinto dal bilancio italiano.
Ma, come per le spese, anche in questo caso il cambiamento non è neutrale sotto il profilo finanziario e l’Upb stesso non si sbilancia nel prevedere le conseguenze per l’Italia. Tutto dipenderà da come le basi imponibili di queste imposte si distribuiranno tra gli Stati membri. Insomma, è certo che gli Stati membri sborseranno altri 51 miliardi, è del tutto incerto come saranno ripartiti.
Nei 58 miliardi, spiccano 6,8 miliardi di entrate per il prelievo sulle società europee (Core) con oltre 100 milioni di fatturato, che inciderà sulle società italiane per circa 800 milioni. Un obbrobrio giuridico, perché colpisce il fatturato e quindi anche le società in perdita e il prelievo è una cifra fissa (si parte da 100.000 euro) crescente al crescere degli scaglioni di fatturato, con effetto regressivo all’interno di ciascuno scaglione. Un goffo e tardivo tentativo dopo che sono miseramente falliti i tentativi in sede Ocse di tassare nei mercati di destinazione (la Ue è da questo punto di vista un mercato ricchissimo) le multinazionali con fatturato oltre i 20 miliardi.
A Bruxelles hanno deciso di rimescolare le carte per non rivelare il bluff del prossimo bilancio.
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JD Vance (Ansa)
Tornano le turbolenze diplomatiche tra Washington e Teheran? La cerimonia per la firma definitiva del memorandum d’intesa tra i due Paesi, prevista per oggi in Svizzera, è stata cancellata. «La visita prevista è stata rinviata poiché il memorandum d’intesa di Islamabad è già stato firmato elettronicamente, è entrato in vigore ed è ora in fase di attuazione», ha dichiarato ieri il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, annullando il viaggio che avrebbe dovuto effettuare in Svizzera per presenziare alla cerimonia. Sempre ieri, il Times of Israel riferiva che i negoziati sul nucleare iraniano, previsti per oggi nel resort di Burgenstock, erano ancora in agenda, ma ha ammesso la possibilità di un loro naufragio. «Sembra che i colloqui dovrebbero iniziare domani. C’è una forte presenza statunitense sul territorio in Svizzera. Ma la situazione è molto incerta. Tutto potrebbe di nuovo fallire», ha riferito una fonte alla testata. Del resto, anche secondo il New York Post i colloqui di oggi risulterebbero «in bilico».
Ricordiamo che il memorandum prevede l’avvio di una fase di 60 giorni, nel cui arco Washington e Teheran dovranno raggiungere un’intesa sull’energia atomica. «Direi che il periodo di 60 giorni è iniziato ufficialmente oggi», ha dichiarato ieri, in conferenza stampa, JD Vance, che è a capo del team negoziale americano. «Il programma nucleare è distrutto, è sparito. Se gli iraniani decidessero domani di costruire un’arma nucleare, semplicemente non hanno la capacità per farlo», ha proseguito. «Stiamo cercando di garantire che non ricostruiscano quelle capacità non solo tra un anno, ma tra molti anni», ha continuato. «Come parte dell’accordo finale, vogliamo vedere che l’Iran non finanzi il terrorismo regionale».
Il vicepresidente è poi andato all’attacco dell’accordo sul nucleare, firmato da Barack Obama nel 2015. «L’accordo di Obama dava agli iraniani oltre un miliardo di dollari di denaro americano. Questo accordo dà loro zero dollari di denaro americano», ha affermato, non risparmiando inoltre una stoccata a Israele. «Israele ha il diritto di difendersi come ogni altro, ma deve rispettare il processo di pace», ha detto, criticando i raid dello Stato ebraico su Beirut. «Ci aspettiamo che Hezbollah non lanci razzi e droni contro gli israeliani. Ma ci aspettiamo anche che gli israeliani non si scatenino in Libano». In tutto questo, Vance è altresì intervenuto sulla questione dei missili balistici, dopo che, l’altro ieri, Trump, irritando lo Stato ebraico, aveva aperto alla possibilità che l’Iran potesse possederli. «Gli iraniani non rinunciano al loro diritto di autodifesa nel loro Paese, ma ci aspettiamo che, come parte dell’accordo finale, non saranno in grado di realizzare quel tipo di missili che possono minacciare ampiamente il mondo intero», ha affermato.
Alcune ore prima della conferenza stampa di Vance, Trump era tornato a difendere il memorandum con l’Iran dai critici, che accusano il documento di aver concesso troppo al regime khomeinista. «Questi sciocchi, che pensano che non sia stato abbastanza duro con l’Iran, quando la Borsa ha appena raggiunto un altissimo record e i prezzi del petrolio stanno "crollando", sono o invidiosi, o cattivi, o stupidi», aveva dichiarato su Truth. Nel frattempo, il Qatar ha detto che il memorandum «rappresenta una solida base per passare alla fase successiva dei negoziati tra le parti americana e iraniana». Di posizione opposta è invece Israele, secondo cui Teheran potrebbe sfruttare i 60 giorni per dotarsi dell’arma atomica. In tal senso, la Cnn ha riferito che Benjamin Netanyahu avrebbe intenzione di far leva su senatori repubblicani e opinionisti conservatori per spingere Trump a tenere un approccio severo nei negoziati sul nucleare.
E proprio da questi negoziati dipende il successo o il fallimento dell’inquilino della Casa Bianca in Iran. Il presidente americano ha infatti bisogno di spuntare un’intesa migliore di quella di Obama. Quell’accordo prevedeva che Teheran non avrebbe prodotto uranio altamente arricchito, limitando le proprie centrifughe e scorte. Era inoltre previsto un meccanismo di verifica in capo all’Aiea. In cambio, gli Usa si impegnavano a revocare le sanzioni sul programma atomico. Quando si ritirò dall’intesa nel 2018, Trump sostenne che l’Iran avrebbe dovuto cessare lo sviluppo di missili balistici e il finanziamento ai suoi proxy regionali. Un altro problema risiedeva nel fatto che l’Aiea non riusciva ad avere accesso, per le ispezioni, ai siti militari iraniani. È quindi su questi punti che dovrà essere valutata l’eventuale intesa che Trump negozierà nei prossimi due mesi. Il sospetto è che, oltre alla questione dell’uranio arricchito, il principale punto di discussione riguarderà proprio le ispezioni.
Vance chiaramente si gioca molto, anche in vista delle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Non a caso, nell’amministrazione americana, è un convinto fautore del memorandum, contrariamente al capo del Pentagono, Pete Hegseth, e al direttore della Cia, John Ratcliffe.
Dall’altra parte, anche Mojtaba Khamenei ha dato il via libera al memorandum, ma ha precisato che aveva «una visione diversa». L’approvazione è legata «all’impegno assunto da Pezeshkian a tutela dei diritti dell’Iran».
E così, mentre Centcom ieri revocava il blocco ai porti iraniani, emergono alcune incognite per il futuro delle trattative: da una parte, la spaccatura in seno al regime khomeinista tra i fautori della diplomazia e quelli della linea dura; dall’altra, Benjamin Netanyahu che ieri ha ribadito che l’Idf resterà nel Libano meridionale, rischiando così di compromettere la tenuta del memorandum che prevede la fine delle ostilità tra Israele ed Hezbollah. Nel mentre, gli Usa, secondo il Financial Times, sarebbero pronti a sbloccare sub condicione 6 miliardi dollari di asset iraniani volti ad acquistare beni americani.
Hegseth batte cassa per la Nato. Crosetto: «Rispettiamo gli impegni»
Gli Stati Uniti si preparano a rivedere la propria presenza militare in Europa e lanciano un nuovo avvertimento agli alleati della Nato. A renderlo noto è stato il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth durante la riunione dei ministri della Difesa dell’Alleanza atlantica a Bruxelles, annunciando una revisione delle basi e delle forze armate statunitensi dispiegate sul continente. «Esamineremo la presenza militare e le basi americane in Europa entro sei mesi, forse anche prima», ha dichiarato Hegseth, confermando che Washington sta valutando una ridistribuzione delle proprie risorse strategiche mentre cresce l’attenzione verso la Cina e l’Indo-Pacifico.
Nel suo intervento il capo del Pentagono ha rilanciato il concetto di una «Nato 3.0», sostenendo che l’Alleanza debba tornare a essere una vera organizzazione militare e non soltanto politica. «Dopo la Guerra Fredda la Nato deve ritrovare la propria natura di alleanza militare, con capacità reali di deterrenza e con l’Europa in grado di assumere la guida della difesa convenzionale del continente», ha affermato. Le parole più dure sono arrivate sul sostegno fornito dagli alleati durante la crisi con l’Iran. Hegseth ha criticato i Paesi che hanno negato l’utilizzo delle basi americane e Nato presenti sul loro territorio per eventuali operazioni contro Teheran.
«Troppi alleati hanno detto di no oppure hanno cercato di bloccare tutto con astrusi dibattiti legali. Alcuni ci hanno criticato pubblicamente per aver fatto ciò che loro stessi non erano preparati a fare. È stato vergognoso», ha dichiarato. Secondo il segretario alla Difesa, queste scelte hanno complicato le operazioni . «In alcuni casi siamo stati costretti a trasferire capacità militari da un Paese all’altro e perfino al di fuori del territorio degli alleati Nato. Non ci sono scuse per questo», ha aggiunto. L’intervento si inserisce nella strategia dell’amministrazione guidata da Donald Trump, che da anni chiede agli europei di aumentare le spese militari. Al vertice Nato dell’Aia dello scorso anno gli alleati si sono impegnati a raggiungere entro il 2035 investimenti pari al 5% del Pil tra difesa e sicurezza.
Per Washington, però, molti governi stanno ancora procedendo troppo lentamente. Hegseth è tornato a definire alcuni partner europei degli «scrocconi», accusandoli di beneficiare della protezione americana senza contribuire in misura adeguata. «Alcune delle maggiori economie della Nato sembrano ancora pensare che sia l’era del free riding. Questo non è ciò che il presidente Trump si aspetta dall’Alleanza e non è più accettabile», ha affermato. La risposta italiana è arrivata dal ministro della Difesa Guido Crosetto. «Se si vuole far parte della Nato bisogna rispettarne gli impegni. Altrimenti si può scegliere di restarne fuori, ma difendersi da soli costerebbe molto di più», ha dichiarato. Crosetto ha inoltre condiviso l’ipotesi di una graduale riduzione delle forze americane, purché accompagnata dal rafforzamento delle capacità europee. Alla domanda se il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sia consapevole della necessità di rispettare gli impegni assunti dall’Italia in materia di spesa per la difesa, è arrivata una risposta netta: «Ritengo che ne sia perfettamente consapevole». Non si è fatta attendere la replica del titolare del Tesoro: «Conosco tempi e modalità dell’operazione; sull’entità delle risorse, invece, la decisione non spetta a me. Per il resto stiamo gestendo ogni aspetto della questione e non esiste alcuna polemica in merito». Anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha invitato alla prudenza. Rutte ha ricordato che Europa e Canada aumenteranno nel 2025 la spesa militare di oltre 90 miliardi rispetto all’anno precedente, ma ha riconosciuto che gli Stati Uniti continuano a sostenere un peso superiore a quello di tutti gli altri alleati messi insieme.
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La capitale russa avvolta dal fumo dopo il raid ucraino (Ansa)
La grossa incursione compiuta ieri da droni ucraini su Mosca, la più pesante finora sulla capitale, è stata appariscente e ha coinciso, non a caso, con la riunione dei ministri della Difesa della Nato e del Gruppo di contatto sull’Ucraina a cui ha partecipato il presidente Volodymyr Zelensky.
Almeno 555 droni ucraini hanno assalito varie regioni russe, dei quali 200 nella direzione di Mosca. Il ministero della Difesa russo li ha considerati «abbattuti». Il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin ha affermato che «52 droni sono stati abbattuti a Mosca». Ma ha ammesso: «Diversi droni hanno raggiunto la raffineria di petrolio di Mosca». È un grande impianto della Gazprom Neft, nel quartiere Kapotnya, che da solo fornirebbe il 40% dei carburanti nella regione. La raffineria fu fondata nel 1938 sotto Stalin e venne bombardata nel 1941 da aerei della Luftwaffe, l’aviazione tedesca. Già era stata attaccata martedì. Sono scoppiati incendi nell’impianto e colonne di fumo nero hanno oscurato la capitale, causando la chiusura degli aeroporti di Sheremetyevo, Vnukovo, Domodedovo e Zhukovsky. Danni minori nei sobborghi della città. Colpiti da frammenti il centro commerciale Sadovod, una palazzina a Zhukovsky, evacuata, mentre a Lyubertsy detriti di droni colpiti hanno danneggiato un centro fitness, un centro commerciale e una zona industriale. Nella regione di Mosca ci sono stati 16 feriti, mentre nella regione di Rostov, attaccata da 74 droni, dati per «abbattuti», è morto un uomo, presso un’infrastruttura petrolifera, a Gukovo. Sempre nella zona di Rostov, secondo il governatore Yuri Slyusar ci sono stati «danni a una locomotiva e a due strutture commerciali». Nella regione di Bryansk un’auto su cui viaggiavano una donna con le due figlie di 10 e 11 anni è stata colpita e le due ragazzine sono state ferite. Droni ucraini presso la centrale nucleare di Energodar hanno causato la morte di un dipendente dell’impianto. I russi hanno a loro volta attaccato Kiev e altre zone dell’Ucraina con droni e missili balistici.
Secondo Mosca: «Sono stati colpiti, con un attacco combinato con missili aria-superficie, missili superficie-superficie e droni a lungo raggio, un deposito di combustibili e carburanti nella località di Boryspil-2, nella regione di Kiev, e una raffineria di petrolio a Zaturino, nella regione di Poltava». Bombe russe hanno causato tre morti a Sumy e Shostka.
Se Zelensky ha presentato le nuove incursioni sulla Russia come «giusta reazione» poiché «se l’Ucraina brucia, la vostra Mosca brucerà», il consigliere presidenziale russo Yuris Ushakov ha ribattuto che «i raid non aiutano un possibile incontro fra Zelensky e il presidente Vladimir Putin». Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha minacciato «nuovi attacchi su larga scala», aggiungendo che «le parole non bastano». I raid di droni ucraini hanno fatto dire al segretario della Nato Mark Rutte che «l’Ucraina sta cambiando la dinamica sul campo di battaglia» e hanno spinto gli alleati a ulteriori aiuti a Kiev. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius s’è detto «impressionato» dai raid ucraini, parlando di «slancio» di Kiev, che però, se si limita ai cieli, non basta a vincere. Al Gruppo di contatto s’è parlato di rafforzamento della difesa aerea nell’ambito del Purl, il meccanismo con cui gli europei pagano le fabbriche americane per regalare armi a Kiev. Il premier belga Bart De Wever ha promesso a Zelensky la consegna di sette caccia F-16, di cui tre voleranno e quattro verranno cannibalizzati per i pezzi di ricambio. Il ministro della Difesa inglese ha annunciato che Londra fornirà a Kiev 150.000 droni e 350 missili antiaerei, oltre a radar, per un valore di 752 milioni di sterline. Pistorius ha dichiarato che la Germania stanzierà 200 milioni di dollari per munizioni antiaeree e altri 200 milioni di dollari per missili Patriot Pac-3 destinati agli ucraini, mentre la Svezia ha stanziato 108 milioni di dollari.
Ma anche se gli attacchi a lungo raggio ucraini causano danni in Russia, non sono paragonabili, per distruzioni e morti, alle campagne aeree strategiche capaci davvero di piegare un Paese, tenuto conto che perfino simili offensive aeree, da parte americana, ebbero successo nel 1945 contro Germania e Giappone, ma furono inutili nel 1972 contro il Vietnam del Nord. Sul terreno il fronte è quasi statico o forse vedrebbe ancora i russi avanzare poco a poco. L’esercito di Mosca, dice la Tass, avrebbe preso Rai-Aleksandrovka, nel Donetsk.
L’istituto americano Isw riporta che i russi seguiterebbero a infiltrarsi a Lyman. L’Isw dice che «filmati che mostrano truppe russe controllare Lyman potrebbero essere generati con l'IA», ma solo gli eventi prossimi lo stabiliranno. Prendere Lyman significa minacciare Slovjansk. Idem riguardo ai combattimenti urbani a Kostantinyvka, la cui eventuale caduta esporrebbe Druzhivka e Kramatorsk. La guerra potrebbe essere decisa nella catena di piazzeforti Druzhivka-Kramatorsk-Slovjansk, col lungo macello fra trincee, macerie e granate, ma anche se la propaganda russa esagerasse i successi sul terreno, il pericolo per Kiev non sarebbe minore.
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