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2021-07-17
Becciu premeva per avere i soldi. Che poi finivano nel feudo di Ozieri
Angelo Becciu (Getty Images)
Il vescovo di Ozieri, in Sardegna, quando Angelo Becciu fu raggiunto dalla maxi inchiesta vaticana, non ebbe dubbi. Corrado Melis si schierò subito al fianco del cardinale. Ad aprile scrisse pure una lettera per chiarire che la Chiesa sarda «non se la beve facilmente tutta quella fangosa e prepotente valanga di scoordinate informazioni». A mettere ordine e coordinare le informazioni ma soprattutto le coordinate bancarie ci hanno pensato gli inquirenti vaticani che poco tempo dopo, a giugno, si sono presentati alla diocesi di Ozieri e alla Caritas con un mandato di perquisizione. Il documento spiega bene come, nonostante vivesse in Vaticano da anni, il legame tra l'ex sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, Angelo Becciu, e la Sardegna non si fosse mai interrotto. Anzi è proprio nella diocesi di Ozieri che il cardinale, il cui processo inizierà il prossimo 27 luglio, osservava da lontano il «feudo».
Al centro del progetto c'era un conto corrente intestato alla stessa «Diocesi di Ozieri Caritas ℅ Spes società cooperativa […]», aperto in una filiale della banca Intesa Sanpaolo. Sul quale nel periodo compreso tra il 2012 e il 2020 ci sono state, come scrivono gli investigatori, «uscite di cassa per complessivi 2.801.837 euro il cui beneficiario era la cooperativa». Secondo l'accusa dei promotori di giustizia vaticani (i «pubblici ministeri» d'Oltretevere, Gian Piero Milano e Alessandro Diddi), che contestano al prelato i reati di peculato, abuso d'ufficio e subornazione, una gran parte di «quei bonifici» erano «sprovvisti della natura caritatevole».
Ma soprattutto la domanda è: come è stato possibile che attraverso un conto della diocesi siano stati favoriti gli interessi dell'ex numero tre del Vaticano? Di quel rapporto bancario «Antonino Becciu (uno dei due fratelli del cardinale, ndr) e Giovanna Pani sono risultati essere i principali amministratori e, de facto, i titolari effettivi». I flussi verso la cooperativa arrivano da tre distinte fonti. La Segreteria di Stato, la Conferenza episcopale italiana e la stessa diocesi. La prima ha versato 225.000 euro, la seconda 600.000.
Secondo gli inquirenti in entrambe i casi sarebbe stato Becciu a fare pressioni «consapevole che il denaro sarebbe finito nella disponibilità del fratello». Accusa che rende ancora più complessa la decifrazione delle altre pezze giustificative. Almeno là dove ci sono. La cooperativa Spes ha inoltre ricevuto tramite la diocesi di Ozieri bonifici, che indicavano come causale «prestiti, nel periodo dal 2 maggio 2013 al 19 dicembre 2016, per un importo complessivo di 1.174.700 euro». «Tali importi non risultano esser mai stati restituiti, ad eccezione», scrivono gli investigatori, «di un'unica tranche di 5.000 euro […]. Si può dedurre, pertanto, che tutti i prestiti concessi dalla diocesi di Ozieri alla cooperativa sociale Spes siano stati erogati “a fondo perduto"».
Gli inquirenti hanno fatto anche il controllo successivo e verificato che in molti casi il fratello ricevesse a sua volta bonifici dalla cooperativa con la causale «restituzione prestito» senza però trovare traccia di un flusso a monte partito dal conto personale a quello della cooperativa. L'inchiesta che ha travolto i vertici del Vaticano è scoppiata per la compravendita dell'immobile londinese di Sloane avenue 60, ed è su questo palazzo che si focalizzeranno gran parte delle accuse ai nove coimputati di Becciu; quest'ultimo dovrà inoltre spiegare davanti ai giudici le finalità perseguite dall'enorme massa di denaro movimentato. La lista degli investimenti, fatta con i soldi della Segreteria di Stato e della Cei (Conferenza episcopale italiana), è infatti lunga, ma soprattutto in numerosi casi, secondo gli inquirenti, solleva seri dubbi sul rispetto dei principi del cattolicesimo. È il 14 maggio 2018 quando dal conto corrente della diocesi, l'unico aperto in banca Intesa Sanpaolo (per capirsi lo stesso amministrato dalla Spes), partono due bonifici da «200.000 euro cadauno, riconducibili alla sottoscrizione in due fondi comuni di investimento: Speon e Spfxn».
Per l'accusa «in quest'ultimo particolare aspetto, si ravvisa la distrazione dei fondi di che trattasi dalla prevista finalità, atteso che tale operatività bancaria è in aperto contrasto con gli scopi caritatevoli della diocesi e della cooperativa Spes, poiché evidentemente finalizzata a investimenti di carattere lucrativo e speculativo». Più in generale, gli inquirenti vaticani hanno avuto modo di dare un occhiata anche agli altri conti intestati alla diocesi di Ozieri. Dire che fosse povera sarebbe sbagliato. «A dispetto delle dichiarate difficoltà in cui la diocesi versava», scrivono gli inquirenti, «oltre alle somme presenti sul conto citato prima, la stessa era intestataria di un conto depositi presso il Banco di Sardegna dal valore di oltre 2,3 milioni di euro».
Insomma di soldi ne sono girati. Tanto che sempre alla cooperativa è finita un immobile in un angolo fantastico della Sardegna: Golfo Aranci. La giunta provinciale di Olbia nel maggio 2012 delibera «la concessione di colonia marina di Marinella in uso temporaneo per attività di carattere sociale». Immobile, di notevoli dimensioni visto che, a quanto ci risulta, sarebbero presenti 13 bagni, concesso in comodato gratuito per 29 anni, durante i quali Spes si dichiarava disponibile «ad effettuare interventi di ordinaria e straordinaria manutenzione al fine di una sua riqualificazione, con una spesa stimata di oltre 600.000 euro». Da ammortizzare con la durata della concessione. La cooperativa se ne sta occupando.
Non è dato sapere se abbia effettivamente speso tutti i 600.000 euro. Di certo il «feudo» di Ozieri tra prestiti non restituiti e investimenti «dubbi» è costato alla Chiesa ben 1,4 milioni di euro.
La questua di Becciu per avere soldi «Servono a liberare suor Gloria»
«Ti ricordi la questione della suora colombiana? Pare che qualcosa si muova e il mediatore deve aver subito a disposizione i soldi». È il 20 dicembre 2018 quando l'ex sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato della Santa sede Angelo Becciu chiede, schermando l'operazione come se fosse una attività d'intelligence per la liberazione della suora colombiana Gloria Cecilia Narvaez Argoti, rapita il 7 febbraio 2017 nel sud del Mali da un gruppo jihadista, a monsignor Alberto Perlasca, per anni figura centrale della Segreteria di Stato vaticana (e supertestimone nel processo a Becciu e agli altri nove imputati che inizierà il 27 luglio), di approntare il bonifico.
Le disposizioni di Becciu sono queste: «Li inviamo a diverse tranche sul conto che più sotto ti indicherò. Primo bonifico 75.000 euro intestato a Logsic doo, Causale voluntary contribution for a humanitarian mission». Segue un altro messaggio con lo screenshot contenente l'Iban. E anche con un'altra disposizione: «Ti ricordo», scrive Becciu, «che ne ho riparlato con il Sp (Santo padre, ndr) e vuole mantenere le disposizioni già date e in gran segreto». Becciu, insomma, non si fa scrupoli nell'uso del nome di papa Francesco.
E l'11 gennaio l'operazione si ripete. Sempre con la stessa scusa: «Caro monsignore», scrive Becciu, «scusami, ieri mi sono dimenticato di dirti che occorre trasferire quell'altra trancia. Pare che qualcosa si muova». Peccato che di suor Gloria non si sia saputo più nulla fino a maggio scorso, quando i rapitori le hanno permesso di scrivere al fratello per dimostrare che fosse ancora viva. Nel frattempo Becciu, alle spalle di Bergoglio, speculava sulla povera missionaria finita nelle mani degli islamisti. Perlasca è a disposizione: «Certo! Immediatamente 50.000 euro». Becciu sembra eccitato. Non riesce a contenersi. E risponde: «Sììì».
Ma c'è una brutta notizia. Perlasca poco dopo comunica: «Il sostituto mi fa difficoltà, me le aveva fatte anche l'altra volta per l'invio dei soldi da lei chiesto. Forse è bene che lei gli parli». Il nuovo sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, subentrato a Becciu in quel momento spostato da Bergoglio alla Congregazione per le cause dei santi, è monsignor Edgar Peña Parra. E dalle chat intercettate sembra che Perlasca a ogni richiesta di Becciu debba sorbirsi i suoi rimbrotti. «Ma gli aveva parlato il Papa!», sbotta Becciu, che chiede: «Ma devi chiedere a lui ogni volta l'autorizzazione? Non bastava che avessi la mia fino al completamento della somma?».
Peña Parra, insomma, si oppone, obiettando di essere all'oscuro della vicenda. E solo dopo aver ricevuto rassicurazioni da Perlasca e da Becciu, che di nuovo fa intendere di aver informato la Sovrana autorità, ovvero il Papa, autorizza i pagamenti. «Il sostituto vuole sapere», si giustifica Perlasca, «[…] è voluto andare dal Santo Padre, il quale gli ha detto di pagare. Io pensavo bastasse... evidentemente no...». E ancora: Becciu chiede «ma che difficoltà fa? Così che gli possa parlare e chiarire di nuovo la cosa». Poi aggiunge: «Dico di nuovo perché gliel'ho già spiegato io e lo stesso Sp». Perlasca: «Lui dice che gli pesa dover firmare documenti relativi a una questione che non conosce. Comunque martedì ne parlerà con il Sp».
Ma dalle chat emerge che c'è anche un altro aspetto che fa stare in ansia Becciu: «Mantenere riservata al massimo la questione». E quando Perlasca gli dice che per l'ulteriore bonifico deve firmare anche l'assessore, Becciu replica agitato: «No, per carità, non parlarne all'assessore».
La somma, ha ricostruito il promotore di giustizia del Tribunale vaticano (l'equivalente del Procuratore della Repubblica in Italia), tranche dopo tranche alla fine è arrivata a ben 575.000 euro. E, stando alla documentazione originale consegnata all'accusa da Peña Parra, proveniva da conti svizzeri della Segreteria di Stato. Ma dove finivano tutti quei soldi? Grazie alle notizie fornite al promotore di giustizia dalla Nunziatura apostolica in Slovenia, che ha agito come se fosse un servizio d'intelligence con tanto di protocolli riservati, si è scoperto che la Logsic doo era riconducibile alla signora Cecilia Marogna (arrestata a Milano per peculato e poi scarcerata, è imputata anche lei nel processo del 27 luglio), che per Becciu, come spiegato in una breve nota a sua firma, prestava «servizio professionale come analista geopolitico e consulente per le relazioni esterne per la Segreteria di Stato-Affari generali». I nove bonifici emessi tra il 2018 e il 2019 finivano, insomma, su un conto usato dalla Marogna. E dall'analisi compiuta dal Corpo della Gendarmeria vaticana, quei soldi sono stati spesi non per pagare il riscatto per la povera suor Gloria, bensì per «oltre 120 pagamenti in negozi Prada, Tod's Hogan, Missoni, Montblanc, Luis Vuitton, Maxmara, Poltronesofà, Auchan» e in prestigiosi alberghi «come l'hotel Bagni nuovi, Cervo» e ristoranti «come i Frati Ros». Solo «per rimanere alle spese più significative», spiega il promotore di giustizia.
Gli ultimi due bonifici partono per la solita Logsic doo e per la Inkerman trading ltd, una società specializzata nel settore della sicurezza e nella gestione del rischio. Ma mentre il promotore di giustizia stava per sequestrare le somme, si accorge che Dagospia aveva rilanciato una notizia esclusiva della Verità che riconduceva l'operazione ancora una volta alla Marogna. «L'imprevista e imprevedibile diffusione mediatica», annota la toga vaticana, però, sembra aver fatto saltare l'operazione.
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Attraverso un conto della diocesi sarda è circolato molto denaro. Finito nella disponibilità del fratello del cardinale a giudizio il 27.Tranche dopo tranche, con «massima riservatezza», ha ottenuto dalla Segreteria di Stato 575.000 euro. Depositati in un conto usato dalla Marogna per acquisti di lusso. Della religiosa non si sa nulla da 4 anni.Lo speciale contiene due articoli.Il vescovo di Ozieri, in Sardegna, quando Angelo Becciu fu raggiunto dalla maxi inchiesta vaticana, non ebbe dubbi. Corrado Melis si schierò subito al fianco del cardinale. Ad aprile scrisse pure una lettera per chiarire che la Chiesa sarda «non se la beve facilmente tutta quella fangosa e prepotente valanga di scoordinate informazioni». A mettere ordine e coordinare le informazioni ma soprattutto le coordinate bancarie ci hanno pensato gli inquirenti vaticani che poco tempo dopo, a giugno, si sono presentati alla diocesi di Ozieri e alla Caritas con un mandato di perquisizione. Il documento spiega bene come, nonostante vivesse in Vaticano da anni, il legame tra l'ex sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, Angelo Becciu, e la Sardegna non si fosse mai interrotto. Anzi è proprio nella diocesi di Ozieri che il cardinale, il cui processo inizierà il prossimo 27 luglio, osservava da lontano il «feudo». Al centro del progetto c'era un conto corrente intestato alla stessa «Diocesi di Ozieri Caritas ℅ Spes società cooperativa […]», aperto in una filiale della banca Intesa Sanpaolo. Sul quale nel periodo compreso tra il 2012 e il 2020 ci sono state, come scrivono gli investigatori, «uscite di cassa per complessivi 2.801.837 euro il cui beneficiario era la cooperativa». Secondo l'accusa dei promotori di giustizia vaticani (i «pubblici ministeri» d'Oltretevere, Gian Piero Milano e Alessandro Diddi), che contestano al prelato i reati di peculato, abuso d'ufficio e subornazione, una gran parte di «quei bonifici» erano «sprovvisti della natura caritatevole». Ma soprattutto la domanda è: come è stato possibile che attraverso un conto della diocesi siano stati favoriti gli interessi dell'ex numero tre del Vaticano? Di quel rapporto bancario «Antonino Becciu (uno dei due fratelli del cardinale, ndr) e Giovanna Pani sono risultati essere i principali amministratori e, de facto, i titolari effettivi». I flussi verso la cooperativa arrivano da tre distinte fonti. La Segreteria di Stato, la Conferenza episcopale italiana e la stessa diocesi. La prima ha versato 225.000 euro, la seconda 600.000. Secondo gli inquirenti in entrambe i casi sarebbe stato Becciu a fare pressioni «consapevole che il denaro sarebbe finito nella disponibilità del fratello». Accusa che rende ancora più complessa la decifrazione delle altre pezze giustificative. Almeno là dove ci sono. La cooperativa Spes ha inoltre ricevuto tramite la diocesi di Ozieri bonifici, che indicavano come causale «prestiti, nel periodo dal 2 maggio 2013 al 19 dicembre 2016, per un importo complessivo di 1.174.700 euro». «Tali importi non risultano esser mai stati restituiti, ad eccezione», scrivono gli investigatori, «di un'unica tranche di 5.000 euro […]. Si può dedurre, pertanto, che tutti i prestiti concessi dalla diocesi di Ozieri alla cooperativa sociale Spes siano stati erogati “a fondo perduto"». Gli inquirenti hanno fatto anche il controllo successivo e verificato che in molti casi il fratello ricevesse a sua volta bonifici dalla cooperativa con la causale «restituzione prestito» senza però trovare traccia di un flusso a monte partito dal conto personale a quello della cooperativa. L'inchiesta che ha travolto i vertici del Vaticano è scoppiata per la compravendita dell'immobile londinese di Sloane avenue 60, ed è su questo palazzo che si focalizzeranno gran parte delle accuse ai nove coimputati di Becciu; quest'ultimo dovrà inoltre spiegare davanti ai giudici le finalità perseguite dall'enorme massa di denaro movimentato. La lista degli investimenti, fatta con i soldi della Segreteria di Stato e della Cei (Conferenza episcopale italiana), è infatti lunga, ma soprattutto in numerosi casi, secondo gli inquirenti, solleva seri dubbi sul rispetto dei principi del cattolicesimo. È il 14 maggio 2018 quando dal conto corrente della diocesi, l'unico aperto in banca Intesa Sanpaolo (per capirsi lo stesso amministrato dalla Spes), partono due bonifici da «200.000 euro cadauno, riconducibili alla sottoscrizione in due fondi comuni di investimento: Speon e Spfxn». Per l'accusa «in quest'ultimo particolare aspetto, si ravvisa la distrazione dei fondi di che trattasi dalla prevista finalità, atteso che tale operatività bancaria è in aperto contrasto con gli scopi caritatevoli della diocesi e della cooperativa Spes, poiché evidentemente finalizzata a investimenti di carattere lucrativo e speculativo». Più in generale, gli inquirenti vaticani hanno avuto modo di dare un occhiata anche agli altri conti intestati alla diocesi di Ozieri. Dire che fosse povera sarebbe sbagliato. «A dispetto delle dichiarate difficoltà in cui la diocesi versava», scrivono gli inquirenti, «oltre alle somme presenti sul conto citato prima, la stessa era intestataria di un conto depositi presso il Banco di Sardegna dal valore di oltre 2,3 milioni di euro». Insomma di soldi ne sono girati. Tanto che sempre alla cooperativa è finita un immobile in un angolo fantastico della Sardegna: Golfo Aranci. La giunta provinciale di Olbia nel maggio 2012 delibera «la concessione di colonia marina di Marinella in uso temporaneo per attività di carattere sociale». Immobile, di notevoli dimensioni visto che, a quanto ci risulta, sarebbero presenti 13 bagni, concesso in comodato gratuito per 29 anni, durante i quali Spes si dichiarava disponibile «ad effettuare interventi di ordinaria e straordinaria manutenzione al fine di una sua riqualificazione, con una spesa stimata di oltre 600.000 euro». Da ammortizzare con la durata della concessione. La cooperativa se ne sta occupando. Non è dato sapere se abbia effettivamente speso tutti i 600.000 euro. 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E anche con un'altra disposizione: «Ti ricordo», scrive Becciu, «che ne ho riparlato con il Sp (Santo padre, ndr) e vuole mantenere le disposizioni già date e in gran segreto». Becciu, insomma, non si fa scrupoli nell'uso del nome di papa Francesco. E l'11 gennaio l'operazione si ripete. Sempre con la stessa scusa: «Caro monsignore», scrive Becciu, «scusami, ieri mi sono dimenticato di dirti che occorre trasferire quell'altra trancia. Pare che qualcosa si muova». Peccato che di suor Gloria non si sia saputo più nulla fino a maggio scorso, quando i rapitori le hanno permesso di scrivere al fratello per dimostrare che fosse ancora viva. Nel frattempo Becciu, alle spalle di Bergoglio, speculava sulla povera missionaria finita nelle mani degli islamisti. Perlasca è a disposizione: «Certo! Immediatamente 50.000 euro». Becciu sembra eccitato. Non riesce a contenersi. E risponde: «Sììì». Ma c'è una brutta notizia. Perlasca poco dopo comunica: «Il sostituto mi fa difficoltà, me le aveva fatte anche l'altra volta per l'invio dei soldi da lei chiesto. Forse è bene che lei gli parli». Il nuovo sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, subentrato a Becciu in quel momento spostato da Bergoglio alla Congregazione per le cause dei santi, è monsignor Edgar Peña Parra. E dalle chat intercettate sembra che Perlasca a ogni richiesta di Becciu debba sorbirsi i suoi rimbrotti. «Ma gli aveva parlato il Papa!», sbotta Becciu, che chiede: «Ma devi chiedere a lui ogni volta l'autorizzazione? Non bastava che avessi la mia fino al completamento della somma?». Peña Parra, insomma, si oppone, obiettando di essere all'oscuro della vicenda. E solo dopo aver ricevuto rassicurazioni da Perlasca e da Becciu, che di nuovo fa intendere di aver informato la Sovrana autorità, ovvero il Papa, autorizza i pagamenti. «Il sostituto vuole sapere», si giustifica Perlasca, «[…] è voluto andare dal Santo Padre, il quale gli ha detto di pagare. Io pensavo bastasse... evidentemente no...». E ancora: Becciu chiede «ma che difficoltà fa? Così che gli possa parlare e chiarire di nuovo la cosa». Poi aggiunge: «Dico di nuovo perché gliel'ho già spiegato io e lo stesso Sp». Perlasca: «Lui dice che gli pesa dover firmare documenti relativi a una questione che non conosce. Comunque martedì ne parlerà con il Sp». Ma dalle chat emerge che c'è anche un altro aspetto che fa stare in ansia Becciu: «Mantenere riservata al massimo la questione». E quando Perlasca gli dice che per l'ulteriore bonifico deve firmare anche l'assessore, Becciu replica agitato: «No, per carità, non parlarne all'assessore». La somma, ha ricostruito il promotore di giustizia del Tribunale vaticano (l'equivalente del Procuratore della Repubblica in Italia), tranche dopo tranche alla fine è arrivata a ben 575.000 euro. E, stando alla documentazione originale consegnata all'accusa da Peña Parra, proveniva da conti svizzeri della Segreteria di Stato. Ma dove finivano tutti quei soldi? Grazie alle notizie fornite al promotore di giustizia dalla Nunziatura apostolica in Slovenia, che ha agito come se fosse un servizio d'intelligence con tanto di protocolli riservati, si è scoperto che la Logsic doo era riconducibile alla signora Cecilia Marogna (arrestata a Milano per peculato e poi scarcerata, è imputata anche lei nel processo del 27 luglio), che per Becciu, come spiegato in una breve nota a sua firma, prestava «servizio professionale come analista geopolitico e consulente per le relazioni esterne per la Segreteria di Stato-Affari generali». I nove bonifici emessi tra il 2018 e il 2019 finivano, insomma, su un conto usato dalla Marogna. E dall'analisi compiuta dal Corpo della Gendarmeria vaticana, quei soldi sono stati spesi non per pagare il riscatto per la povera suor Gloria, bensì per «oltre 120 pagamenti in negozi Prada, Tod's Hogan, Missoni, Montblanc, Luis Vuitton, Maxmara, Poltronesofà, Auchan» e in prestigiosi alberghi «come l'hotel Bagni nuovi, Cervo» e ristoranti «come i Frati Ros». Solo «per rimanere alle spese più significative», spiega il promotore di giustizia. Gli ultimi due bonifici partono per la solita Logsic doo e per la Inkerman trading ltd, una società specializzata nel settore della sicurezza e nella gestione del rischio. Ma mentre il promotore di giustizia stava per sequestrare le somme, si accorge che Dagospia aveva rilanciato una notizia esclusiva della Verità che riconduceva l'operazione ancora una volta alla Marogna. «L'imprevista e imprevedibile diffusione mediatica», annota la toga vaticana, però, sembra aver fatto saltare l'operazione.
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Così le manovre del centrodestra sono state scritte con l’inchiostro di Bruxelles: nessuna sbavatura circa gli impegni economico/finanziari, sguardo sul contenimento della spesa pubblica, a maggior ragione dopo la riforma del Patto di stabilità votato da questo esecutivo. Poche concessioni alle promesse elettorali, se non qualcosa sul taglio delle tasse a favore dei più deboli.
Per dirla in breve, il ministro dell’Economia, Giorgetti, ha agito in linea di continuità con lo spirito di Mario Draghi, del quale è stato ministro dello Sviluppo economico ed è amico. Più gli chiedevano di allargare i cordoni della borsa e più il Mef si trincerava dietro il rigore dei conti. Chi conosce le cose interne dei Palazzi ci dice che tanto rigore nascondeva una strategia: far fieno in cascina da liberare con l’ultima manovra, quella del rush finale elettorale. «Speravamo di poter essere tranquilli per un’operazione sulla falsariga dei fuochi d’artificio tipo gli 80 euro di Renzi».
Invece, cosa è accaduto è noto: non bastando la guerra in Ucraina, si è messo pure l’«amico» Donald Trump a complicare le cose andando a bombardare l’Iran, creando lo strozzamento nello Stretto di Hormuz con quel cortocircuito che ora preoccupa imprese e famiglie. Soprattutto sul fronte energetico, cioè le bollette.
A complicare ancor più il quadro ci si è messa infine l’Unione europea con la sua intransigenza contabile, negando di derogare il Patto di stabilità. Era stato il lettone Valdis Dombrovskis, all’inizio del mese, a sbattere la porta in faccia a chi chiedeva maggiore elasticità: «Le condizioni per attivare una clausola generale di salvaguardia per sospendere il Patto di stabilità debbono avere una grave recessione economica e attualmente non siamo in questo scenario». Come a dire, siccome non siamo ancora in rianimazione, le regole non si toccano e il tabù non si infrange.
E così per un pelino contabile (un deficit pubblico leggermente superiore al 3% del Pil) ci ritroviamo ancora dentro la procedura d’infrazione e quindi ancora sotto osservazione per tutto il 2026. Noi come dieci altri Stati della Ue. Sorvegliati speciali, dicono, per un fanatismo fiscale che a Bruxelles non ammette deroghe e sbavature. Ma quel che in Europa non capiscono è che la concessione di una deroga coincideva con un rilancio dell’economia, delle imprese, delle famiglie, dei consumi. Invece no: intransigenza assoluta. Ma non è tutto. Laddove fossimo stati bravi coi conticini e quindi fossimo usciti dalla procedura d’infrazione, la Commissione ci avrebbe «obbligati» a indebitarci per comprare in primis le armi e poi dare un po’ di fiato sulle bollette.
Una assurdità totale. Tanto che persino il mite e misurato Giorgetti alla fine ha perso quella pazienza trasmessa dal papà pescatore, il mitico Natale, presidente della Cooperativa. E, con eleganza, ha fatto capire le prossime intenzioni del governo nella premessa del Documento di finanza pubblica (cioè l’intesa che definisce il perimetro della prossima manovra). «I margini di bilancio risultano particolarmente assottigliati in ragione sia del lieve deterioramento dei principali indicatori di finanza pubblica, sia della necessità di intervenire in maniera ancora più decisa per contrastare con interventi mirati gli effetti del rincaro delle materie prime energetiche. Di conseguenza, sarà necessario ridefinire le priorità e riprogrammare gli aumenti previsti in altri ambiti, ivi inclusa la Difesa».
Una glossa in perfetto vocabolario finanziario, una bella avvertenza politica che noi gazzettieri populisti così traduciamo: al diavolo le armi. Le parole di Giorgetti rappresentano il nuovo paradigma del governo Meloni: i soldi li metteremo per alleggerire le bollette degli italiani e non per comprare armi come da intese di Ursula Von der Leyen. Da Roma il messaggio verso la Commissione sta partendo forte e chiaro: se lo capiscono bene, altrimenti si arrangiassero perché noi faremo così lo stesso. Non si può morire per andar dietro alle fisime contabili della Ue.
Mi sembra un cambio di passo notevole, una spallata a quelle regole assurde che difendono come il Sacro Graal. Non so se questa nuova dimensione è il ripristino delle vecchie regole della casa «sovranista» che tanto piacquero nel 2022 alla maggioranza degli elettori, ma è un bene che nelle stanze del Mef si siano convinti che essere troppo ligi non serve a niente e che i compitini ci hanno rovinato. Ha ragione Gabriele Guzzi, autore del prezioso libro EuroSuicidio: «Le regole di bilancio sono il simbolo massimo del suicidio dell’Europa. Negli ultimi 30 anni l’Italia ha fatto oltre 1.000 miliardi di avanzo primario per seguire queste regole, e ci hanno portato meno crescita e più debito in rapporto al Pil. Ma non sono il frutto di un errore: sono servite sempre a favorire le nazioni più potenti e la loro egemonia, anche quando venivano applicate ai nemici e condonate agli amici. Ma forse il gioco gli si sta rompendo in mano».
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Giuseppe Conte (Ansa)
Peccato che i numeri e le relazioni delle autorità finanziarie dicano altro e cioè da tempo abbiano riconosciuto che il provvedimento introdotto da Conte e da lui più volte sventolato in campagna elettorale abbia creato gravi problemi di finanza pubblica. Ve lo ricordate quando l’ex premier concludeva i comizi dicendo che grazie a lui gli italiani avevano la possibilità di ristrutturare la casa gratuitamente? Scandiva con forza l’avverbio perché avesse più presa sull’elettorato: gra-tui-ta-men-te. In realtà il bonus 110 per cento non era affatto gratuito. A pagare era lo Stato e di conseguenza i contribuenti. Così si sono scaricati sui conti pubblici gli affari di alcune centinaia di migliaia di famiglie che con il denaro statale si sono rifatti casa.
Conte si nasconde dietro la scusa che questo è servito a rilanciare l’economia nazionale dopo il Covid. Gli studi di Banca d’Italia - istituto indipendente - hanno già abbondantemente smentito questa frottola. L’aumento del Pil ottenuto con il Superbonus non solo è stato più basso di quanto viene detto, e dunque non è stato ripagato da un aumento delle entrate, ma almeno la metà dei lavori sussidiati con denaro pubblico sarebbero stati fatti ugualmente, perché i proprietari degli immobili erano già intenzionati a farli. Dunque, quello di Conte e dei 5 stelle è stato un autentico regalo, fatto utilizzando risorse che potevano essere destinate a sostenere sanità e scuola, ma anche la riduzione delle tasse. Cito non a caso settori che avrebbero potuto beneficiare dei soldi sprecati con il Superbonus, perché sono quelli su cui la coalizione giallorossa oggi all’opposizione insiste di più, accusando l’attuale maggioranza di non aver fatto nulla per migliorare istruzione, liste d’attesa negli ospedali e pressione fiscale. Che cosa sarebbe stato possibile finanziare con 120 miliardi, cifra che è pari al bilancio dell’intero settore scolastico e poco di meno di quello della salute? Aggiungo di più. Le ricerche di Banca d’Italia e dell’Ufficio parlamentare di bilancio, altra authority indipendente, hanno chiarito che il Superbonus è andato a vantaggio dei ceti più abbienti e questo mentre l’opposizione giallorossa continua a parlare di un aumento della povertà in Italia (per altro smentita dall’Istat). Quante famiglie avrebbero potuto essere aiutate con i fondi regalati a chi si è ristrutturato il castello a spese dello Stato?
Infine, due ultime osservazioni. Pagella politica, sito indipendente di fact checking, ha passato al setaccio le dichiarazioni dei leader sulla questione del Superbonus. Quella che riporto è la sintesi pubblicata a dicembre 2025: «Il peso del Superbonus continua a farsi sentire, anche se non influisce direttamente sul deficit. Lo Stato ha accumulato oltre 100 miliardi di debito aggiuntivo e dovrà gradualmente far fronte a una raccolta delle tasse più bassa a mano a mano che i crediti da ripagare maturano. È vero che lo Stato non deve più “scrivere” che ha speso un certo numero di miliardi in più, perché lo ha già fatto nel momento in cui ha concesso il credito. Ma questo non toglie che è proprio quest’anno che dovrà rinunciare a delle risorse dal punto di vista finanziario a causa delle mancate entrate fiscali».
Ultima citazione da Liberi oltre le illusioni, associazione che promuove il pensiero critico e la divulgazione scientifica: «Il Rapporto sulla politica di bilancio 2025 dell’Ufficio parlamentare di bilancio e numerose fonti indipendenti mostrano che il Superbonus è stato caratterizzato da inefficienza economica, effetti regressivi, inflazione settoriale e un’eredità fiscale pesantissima. Questa misura non è un modello da imitare, ma un caso scuola di come l’emergenza può essere usata per giustificare interventi populisti, con benefici di breve periodo e costi che ci accompagneranno per decenni».
Che altro c’è da dire? Caro Conte, basta balle, ne abbiamo sentite troppe.
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Andrea Orcel (Ansa)
Un semplice investimento in un gruppo come Generali che assicura grandi rendimenti. Sono in pochi però a crederci. Il mercato si interroga visto che, con questa iniziativa, la banca guidata da Andrea Orcel diventa il terzo azionista del colosso triestino. Generali non è una società qualunque. È il centro di gravità permanente del capitalismo italiano. Gestisce montagne di risparmio, compra debito pubblico, distribuisce potere. Chi conta in Generali, conta anche altrove. Per questo Trieste non è periferia: è centrocampo. Per decenni Enrico Cuccia l’ha presidiato con feroce determinazione. La sua eredità è il 13,2% del gruppo assicurativo di proprietà di Mediobanca. Poi c’è Delfin, la holding degli eredi Del Vecchio, che presidia caselle e snodi vitali in Mps, in Mediobanca e con il 10,2% anche Generali. C’è il 6,6% di Francesco Gaetano Caltagirone, che quando entra in una partita lo fa per cambiare il gioco.
Il tempismo di Unicredit non è casuale. Solo pochi giorni fa il sistema bancario aveva assistito al nuovo ribaltone. L’assemblea di Monte dei Paschi ha confermato contro ogni pronostico Luigi Lovaglio come amministratore delegato e rimesso in movimento equilibri che molti consideravano definitivi. Ieri le nomine che segnano la vittoria della nuova governance interamente assegnata alla lista che ha vinto in assemblea: Cesare Bisoni alla presidenza e due vice, Flavia Mazzarella e Carlo Corradini. Nulla alle minoranze: Corrado Passera, considerato in pole position per una delle vicepresidenze, resta consigliere. Doveva essere il ponte fra maggioranza e minoranza. Invece nulla. Il risiko, dunque, riparte da dove si era interrotto: Siena, Milano, Trieste. Da Roma, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti osserva la scacchiera con l’aria di chi vorrebbe mettere ordine in una stanza dove tutti spostano i mobili. Il progetto preferito del Tesoro resta una qualche forma di integrazione tra Banco Bpm e Mps: dimensioni maggiori, razionalizzazione industriale, un’uscita più elegante dello Stato dal capitale del gruppo toscano Peccato che tra i desideri del governo e la realtà si frappongano fondazioni, azionisti irrequieti, personalismi, veti incrociati. E poi c’è il convitato di pietra. O meglio, di granito. Si chiama Intesa Sanpaolo. Il primo gruppo bancario del Paese osserva in apparente immobilità. l’amministratore delegato Carlo Messina ha ripetuto più volte di non voler partecipare al Far West delle aggregazioni. Ma spesso quando il leader di mercato dice di non voler ballare, probabilmente sta solo scegliendo quale musica ballare. Per ora tutti fermi e tutti in allerta.
Unicredit sale in Generali e sostiene che si tratta solo di investimento finanziario. Il mercato ascolta e annuisce con la stessa convinzione con cui a Capodanno si fanno le promesse per la dieta definitiva. Possibile, certo. Credibile, meno. Come se non bastasse, Orcel gioca su due tavoli contemporaneamente. Perché mentre entra con più decisione nel cuore del capitalismo italiano, rafforza anche la presenza in Germania. Unicredit ha infatti aumentato leggermente la partecipazione diretta con diritto di voto in Commerzbank al 26,77%, mentre la quota potenziale complessiva sale al 32,64%, grazie anche a strumenti derivati pari al 5,87% del capitale. Tradotto: mentre a casa tutti guardano Generali, Orcel allunga la mano anche su Berlino. Tutto questo perché le vecchie rendite di posizione si assottigliano, i margini si stringono, la tecnologia costa, l’Europa spinge verso campioni più grandi e il risiko non è più un capriccio da salotto: è una necessità industriale.
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