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2022-06-03
Midway: ottant'anni fa, la battaglia delle portaerei
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Due Nakajima Ki-27 all'attacco della USS Yorkshire nella battaglia delle Midway (Us Navy Archives)
Il 4 giugno 1942 avrebbe potuto essere la data della vittoria definitiva dei Giapponesi nel teatro di guerra del Pacifico e poco ci mancò perché l’esito fosse davvero quello. Dall’attacco nipponico a Pearl Harbour del dicembre 1941, che trascinò gli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, fino alla primavera del 1942 la potentissima flotta imperiale giapponese aveva dominato i mari con le sue portaerei, gli incrociatori e i sottomarini comandati dall’ammiraglio Isoroku Yamamoto. Il primo grande contatto tra le flotte nemiche era avvenuto solamente un mese prima in quella che passò alla storia come la battaglia del Mar dei Coralli, in un tratto di oceano tra la Nuova Guinea e le Isole Salomone. L’azione fu concepita dai Giapponesi per dare una ulteriore spallata alle forze alleate nel Pacifico con l’obiettivo di raggiungere l’Australia e neutralizzare la base navale di Port Moresby con un attacco principalmente svolto da portaerei. Per due giorni le flotte avversarie si inseguirono e infine il combattimento venne dal cielo. In sostanza la battaglia del mar dei Coralli si concluse con un nulla di fatto e se da un lato fu una vittoria giapponese in termine di affondamenti di navi nemiche, per gli Alleati si trattò di un successo strategico perché furono in grado di proteggere l’Australia mantenendo il controllo della base di Port Moresby.
In seguito allo scontro del maggio 1942, pur necessitando teoricamente di una pausa per effettuare riparazioni e il recupero di materiali e personale, i Giapponesi non vollero fermarsi. Il motivo della fretta di infliggere un colpo decisivo agli Americani era dovuto anche ad un episodio avvenuto nell’aprile precedente, passato alla storia come il «Doolittle Raid». L’azione bellica, fino ad allora senza precedenti, era nata per iniziativa del tenente colonnello dell’Usaf James Doolittle, da cui prese il nome. Concepito come rappresaglia per l’attacco a Pearl Harbour, il raid fu lanciato dal ponte di una portaerei, la USS Hornet, da dove decollarono 16 bombardieri Mitchell B-25 che raggiunsero e colpirono Tokyo e Honshu causando 50 morti e 400 feriti. Nonostante i danni alle installazioni militari e industriali giapponesi fossero stati trascurabili, l’impatto psicologico sulla popolazione e nipponica fu forte perché i Giapponesi per la prima volta si resero conto che la loro Patria era vulnerabile agli attacchi e che la vita stessa del divino imperatore Hirohito si era trovata in pericolo. Un fatto che i vertici militari giudicarono un sacrilegio nei confronti del popolo nipponico e della divina figura dell'imperatore.
La vendetta della Marina imperiale si concentrò alla fine di maggio 1942 sull’arcipelago delle Midway, un atollo utilizzato dagli Americani come base aeronavale situato a metà strada tra le Hawaii e il Giappone (da cui il nome). Convinti di essere in vantaggio da un punto di vista strategico e di forza, i Giapponesi di Yamamoto puntarono alla distruzione di tutte le portaerei americane presenti nel Pacifico. Per distrarre il nemico, la Marina imperiale sferrò nei giorni precedenti la battaglia un attacco diversivo alle coste dell’Alaska. L’ammiraglio non aveva però calcolato il grande lavoro che l’Intelligence militare statunitense aveva preparato e sottoposto al comandante le forze navali Usa nel Pacifico, grazie alla tempestiva decodifica dei messaggi radio giapponesi e l’uso avanzato dei sistemi radar. Yamamoto, per ricompattare la forza navale dispersa dopo le ultime azioni, aveva dovuto fare ampio uso dell’etere senza adeguati sistemi di schermatura. Per gli uomini dell'ammiraglio Chester Nimitz fu chiaro da subito che le Midway sarebbero state il punto focale della imminente battaglia. la conseguenza immediata delle informazioni a disposizione degli Americani fu che l’atto diversivo in Alaska fallì per la mancata risposta delle forze alleate che l’avevano identificata come un tranello, mentre l’attacco sottomarino fu anticipato dall’invio di navi da guerra. Inoltre i Giapponesi erano convinti di aver affondato la portaerei USS Yorkshire durante la battaglia del mar dei Coralli. In realtà la nave era stata riparata a Pearl Harbour in soli due giorni ed era pronta a riprendere il mare, bilanciando parzialmente lo svantaggio americano nei confronti della flotta imperiale nipponica che poteva contare su quattro grandi portaerei due medie. I piani di Yamamoto erano, come tipico della strategia nipponica, molto complessi e rigidamente divisi tra le portaerei, le navi da guerra e la forza anfibia che avrebbe dovuto occupare l’atollo delle Midway. Dal canto loro le due forze navali americane, comandate dagli ammiragli Frank Fletcher e Raymond Spruance si mantennero separate e attaccarono per prime, il 3 giugno 1942, ben sapendo che il primo attacco aereo avrebbe potuto rivelarsi decisivo in quanto le portaerei erano cariche di armi, velivoli e carburante e quindi particolarmente vulnerabili. Il primo raid contro le navi giapponesi fu sostanzialmente un fallimento, in quanto gli obiettivi furono centrati solo parzialmente. La reazione di Yamamoto non si fece attendere. Dalle portaerei decollarono 108 tra Mitsubishi A6M “Zero” e Nakajima Ki-27 diretti sul cielo delle Midway, che imperversarono contrastati a fatica da soli 50 caccia americani. Il primo colpo, anche se non decisivo, andò a vantaggio dei nipponici. A questo punto però, Yamamoto non sapeva che le portaerei americane fossero già in posizione grazie alle decriptazioni dei massaggi cifrati. Questa situazione fece sì che il vice di Yamamoto, vice-ammiraglio Chuichi Nagumo, si venisse a trovare di fronte a un bivio: colpire la flotta nemica in posizione di battaglia oppure proseguire con gli attacchi alla base delle Midway? L’indecisione dei giapponesi fece passare il gioco nelle mani americane, quando Spruance diede l’ordine agli aerosiluranti Douglas TBD Devastator di decollare dalle portaerei USS Hornet e USS Enterprise. Nagumo fu costretto ad attendere il rientro degli aerei dal primo raid e il conseguente rifornimento prima di lanciare la seconda ondata sull’atollo. Il ritardo forzato fu decisivo. Gli aerosiluranti americani, ai quali si erano unite anche formazioni di bombardieri SBD Dauntless a tuffo e caccia di scorta Grumman F4F che avrebbero dovuto attaccare le portaerei nipponiche in simultanea, ma che in realtà si presentarono divisi in ondate. L’attacco degli aerosiluranti americani fu un massacro, perché gli “Zero” erano nettamente superiori negli scontri a bassissima quota, quella richiesta per sganciare i siluri e il 90% dei velivoli americani fu abbattuto. Il resto della forza aerea della Marina statunitense ebbe tuttavia un colpo di fortuna che accelerò l’esito della battaglia prima che i Giapponesi potessero riorganizzarsi e sferrare l’attacco finale su Midway. Una formazione di cacciabombardieri americani notò in volo un cacciatorpediniere della Marina imperiale seguire una rotta diversiva per svincolarsi dalla trappola dei sottomarini nemici e lo seguì. Poco più tardi all’orizzonte apparvero le portaerei nipponiche prive della protezione dei caccia in quel momento in volo verso le Midway e i piloti americani si tuffarono sulle portaerei Kaga e Akagi scaricando le bombe da 1.000 libbre sui ponti pieni di armi e carburante. Il rogo delle due navi orgoglio della Marina del Sol levante bruciò violento prima di scomparire per sempre dalla scena del Pacifico. Poco più tardi anche la terza portaerei giapponese, la Soryu fu colpita dagli aerei decollati dalla rediviva USS Yorkshire. Nagumo, lungi dal volersi arrendere nell’osservanza delle tradizioni volle colpire con l’ultima portaerei a sua disposizione, la Hiryu, l’unica nave americana che la Marina nipponica priva di radar era riuscita a localizzare. La USS Yorkshire, pur allertata dai radar di bordo, fu colpita da 40 velivoli. Grazie ai sistemi avanzati antincendio, la portaerei rimase a galla e poche ore dopo, ormai localizzata dagli Americani, fu colpita anche l’ultima delle quattro portaerei nipponiche, la Hiryu. A quel punto, essendo evidente la sconfitta, l’ammiraglio Yamamoto diede l’ordine di ritiro alle navi superstiti e Spruance, temendo una trappola, evitò di inseguirle. Il bilancio della battaglia delle Midway parlò chiaro su chi fosse il vincitore. I giapponesi avevano perso (pur essendo partiti in vantaggio e all’attacco) quattro portaerei, un incrociatore, 270 aerei e 3500 uomini, tra cui le preziose squadre dei manutentori dei velivoli imbarcati. Gli americani persero la USS Yorktown, a cui un sommergibile giapponese diede il colpo di grazia il 6 giugno 1942. Ma solamente 100 uomini e 130 velivoli furono sacrificati per la difesa delle Midway e per una vittoria quasi inattesa, per le cui dimensioni la guerra nel Pacifico cambiò rotta. Altri tre anni e moltissime vite umane dividevano la battaglia della tarda primavera del 1942 dalla capitolazione dell’Impero giapponese. Ma dopo la battaglia delle portaerei, si apriva la strada di Guadalcanal.
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La guerra nel Pacifico cambiò rotta il 3 giugno 1942, quando gli Americani in difficoltà riuscirono a trasformare in vittoria una battaglia partita in difesa ed in svantaggio. Da allora il dominio della Marina di Yamamoto vacillò. La storia, le immagini. Il 4 giugno 1942 avrebbe potuto essere la data della vittoria definitiva dei Giapponesi nel teatro di guerra del Pacifico e poco ci mancò perché l’esito fosse davvero quello. Dall’attacco nipponico a Pearl Harbour del dicembre 1941, che trascinò gli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, fino alla primavera del 1942 la potentissima flotta imperiale giapponese aveva dominato i mari con le sue portaerei, gli incrociatori e i sottomarini comandati dall’ammiraglio Isoroku Yamamoto. Il primo grande contatto tra le flotte nemiche era avvenuto solamente un mese prima in quella che passò alla storia come la battaglia del Mar dei Coralli, in un tratto di oceano tra la Nuova Guinea e le Isole Salomone. L’azione fu concepita dai Giapponesi per dare una ulteriore spallata alle forze alleate nel Pacifico con l’obiettivo di raggiungere l’Australia e neutralizzare la base navale di Port Moresby con un attacco principalmente svolto da portaerei. Per due giorni le flotte avversarie si inseguirono e infine il combattimento venne dal cielo. In sostanza la battaglia del mar dei Coralli si concluse con un nulla di fatto e se da un lato fu una vittoria giapponese in termine di affondamenti di navi nemiche, per gli Alleati si trattò di un successo strategico perché furono in grado di proteggere l’Australia mantenendo il controllo della base di Port Moresby. In seguito allo scontro del maggio 1942, pur necessitando teoricamente di una pausa per effettuare riparazioni e il recupero di materiali e personale, i Giapponesi non vollero fermarsi. Il motivo della fretta di infliggere un colpo decisivo agli Americani era dovuto anche ad un episodio avvenuto nell’aprile precedente, passato alla storia come il «Doolittle Raid». L’azione bellica, fino ad allora senza precedenti, era nata per iniziativa del tenente colonnello dell’Usaf James Doolittle, da cui prese il nome. Concepito come rappresaglia per l’attacco a Pearl Harbour, il raid fu lanciato dal ponte di una portaerei, la USS Hornet, da dove decollarono 16 bombardieri Mitchell B-25 che raggiunsero e colpirono Tokyo e Honshu causando 50 morti e 400 feriti. Nonostante i danni alle installazioni militari e industriali giapponesi fossero stati trascurabili, l’impatto psicologico sulla popolazione e nipponica fu forte perché i Giapponesi per la prima volta si resero conto che la loro Patria era vulnerabile agli attacchi e che la vita stessa del divino imperatore Hirohito si era trovata in pericolo. Un fatto che i vertici militari giudicarono un sacrilegio nei confronti del popolo nipponico e della divina figura dell'imperatore. La vendetta della Marina imperiale si concentrò alla fine di maggio 1942 sull’arcipelago delle Midway, un atollo utilizzato dagli Americani come base aeronavale situato a metà strada tra le Hawaii e il Giappone (da cui il nome). Convinti di essere in vantaggio da un punto di vista strategico e di forza, i Giapponesi di Yamamoto puntarono alla distruzione di tutte le portaerei americane presenti nel Pacifico. Per distrarre il nemico, la Marina imperiale sferrò nei giorni precedenti la battaglia un attacco diversivo alle coste dell’Alaska. L’ammiraglio non aveva però calcolato il grande lavoro che l’Intelligence militare statunitense aveva preparato e sottoposto al comandante le forze navali Usa nel Pacifico, grazie alla tempestiva decodifica dei messaggi radio giapponesi e l’uso avanzato dei sistemi radar. Yamamoto, per ricompattare la forza navale dispersa dopo le ultime azioni, aveva dovuto fare ampio uso dell’etere senza adeguati sistemi di schermatura. Per gli uomini dell'ammiraglio Chester Nimitz fu chiaro da subito che le Midway sarebbero state il punto focale della imminente battaglia. la conseguenza immediata delle informazioni a disposizione degli Americani fu che l’atto diversivo in Alaska fallì per la mancata risposta delle forze alleate che l’avevano identificata come un tranello, mentre l’attacco sottomarino fu anticipato dall’invio di navi da guerra. Inoltre i Giapponesi erano convinti di aver affondato la portaerei USS Yorkshire durante la battaglia del mar dei Coralli. In realtà la nave era stata riparata a Pearl Harbour in soli due giorni ed era pronta a riprendere il mare, bilanciando parzialmente lo svantaggio americano nei confronti della flotta imperiale nipponica che poteva contare su quattro grandi portaerei due medie. I piani di Yamamoto erano, come tipico della strategia nipponica, molto complessi e rigidamente divisi tra le portaerei, le navi da guerra e la forza anfibia che avrebbe dovuto occupare l’atollo delle Midway. Dal canto loro le due forze navali americane, comandate dagli ammiragli Frank Fletcher e Raymond Spruance si mantennero separate e attaccarono per prime, il 3 giugno 1942, ben sapendo che il primo attacco aereo avrebbe potuto rivelarsi decisivo in quanto le portaerei erano cariche di armi, velivoli e carburante e quindi particolarmente vulnerabili. Il primo raid contro le navi giapponesi fu sostanzialmente un fallimento, in quanto gli obiettivi furono centrati solo parzialmente. La reazione di Yamamoto non si fece attendere. Dalle portaerei decollarono 108 tra Mitsubishi A6M “Zero” e Nakajima Ki-27 diretti sul cielo delle Midway, che imperversarono contrastati a fatica da soli 50 caccia americani. Il primo colpo, anche se non decisivo, andò a vantaggio dei nipponici. A questo punto però, Yamamoto non sapeva che le portaerei americane fossero già in posizione grazie alle decriptazioni dei massaggi cifrati. Questa situazione fece sì che il vice di Yamamoto, vice-ammiraglio Chuichi Nagumo, si venisse a trovare di fronte a un bivio: colpire la flotta nemica in posizione di battaglia oppure proseguire con gli attacchi alla base delle Midway? L’indecisione dei giapponesi fece passare il gioco nelle mani americane, quando Spruance diede l’ordine agli aerosiluranti Douglas TBD Devastator di decollare dalle portaerei USS Hornet e USS Enterprise. Nagumo fu costretto ad attendere il rientro degli aerei dal primo raid e il conseguente rifornimento prima di lanciare la seconda ondata sull’atollo. Il ritardo forzato fu decisivo. Gli aerosiluranti americani, ai quali si erano unite anche formazioni di bombardieri SBD Dauntless a tuffo e caccia di scorta Grumman F4F che avrebbero dovuto attaccare le portaerei nipponiche in simultanea, ma che in realtà si presentarono divisi in ondate. L’attacco degli aerosiluranti americani fu un massacro, perché gli “Zero” erano nettamente superiori negli scontri a bassissima quota, quella richiesta per sganciare i siluri e il 90% dei velivoli americani fu abbattuto. Il resto della forza aerea della Marina statunitense ebbe tuttavia un colpo di fortuna che accelerò l’esito della battaglia prima che i Giapponesi potessero riorganizzarsi e sferrare l’attacco finale su Midway. Una formazione di cacciabombardieri americani notò in volo un cacciatorpediniere della Marina imperiale seguire una rotta diversiva per svincolarsi dalla trappola dei sottomarini nemici e lo seguì. Poco più tardi all’orizzonte apparvero le portaerei nipponiche prive della protezione dei caccia in quel momento in volo verso le Midway e i piloti americani si tuffarono sulle portaerei Kaga e Akagi scaricando le bombe da 1.000 libbre sui ponti pieni di armi e carburante. Il rogo delle due navi orgoglio della Marina del Sol levante bruciò violento prima di scomparire per sempre dalla scena del Pacifico. Poco più tardi anche la terza portaerei giapponese, la Soryu fu colpita dagli aerei decollati dalla rediviva USS Yorkshire. Nagumo, lungi dal volersi arrendere nell’osservanza delle tradizioni volle colpire con l’ultima portaerei a sua disposizione, la Hiryu, l’unica nave americana che la Marina nipponica priva di radar era riuscita a localizzare. La USS Yorkshire, pur allertata dai radar di bordo, fu colpita da 40 velivoli. Grazie ai sistemi avanzati antincendio, la portaerei rimase a galla e poche ore dopo, ormai localizzata dagli Americani, fu colpita anche l’ultima delle quattro portaerei nipponiche, la Hiryu. A quel punto, essendo evidente la sconfitta, l’ammiraglio Yamamoto diede l’ordine di ritiro alle navi superstiti e Spruance, temendo una trappola, evitò di inseguirle. Il bilancio della battaglia delle Midway parlò chiaro su chi fosse il vincitore. I giapponesi avevano perso (pur essendo partiti in vantaggio e all’attacco) quattro portaerei, un incrociatore, 270 aerei e 3500 uomini, tra cui le preziose squadre dei manutentori dei velivoli imbarcati. Gli americani persero la USS Yorktown, a cui un sommergibile giapponese diede il colpo di grazia il 6 giugno 1942. Ma solamente 100 uomini e 130 velivoli furono sacrificati per la difesa delle Midway e per una vittoria quasi inattesa, per le cui dimensioni la guerra nel Pacifico cambiò rotta. Altri tre anni e moltissime vite umane dividevano la battaglia della tarda primavera del 1942 dalla capitolazione dell’Impero giapponese. Ma dopo la battaglia delle portaerei, si apriva la strada di Guadalcanal.
Ford Puma Gen-E
Il modello è equipaggiato con una serie avanzata di Adas (Advanced driver assistance systems) abbastanza affidabile: pre-collision assist per intervenire in situazioni critiche; lane keeping system per mantenere la traiettoria; cruise control adattivo con riconoscimento dei segnali stradali; camera a 360°. Il motore promette, secondo la Casa, 523 km di autonomia nel ciclo urbano e 376 km in quello combinato. Dalle prove fatte, se nel ciclo urbano più o meno ci siamo, per quello misto il valore è leggermente inferiore al dichiarato. Onesta la velocità di ricarica: il produttore dichiara dal 10 all’80% in soli 23 minuti, a patto che si utilizzi una stazione di ricarica da 100 kW.
I PRO
Innanzitutto, la linea: la Puma è un’auto che piace agli italiani: lo scorso anno ha venduto, in tutte le sue motorizzazioni, oltre 25.000 esemplari. Non ci sono parti in plastica non verniciata all’esterno e questo, se da un lato rende più filante la linea, dall’altro espone le zone più critiche, come passaruota e fascioni anteriori e posteriori, a rischio di grattata. L’abitacolo è fatto bene: comodi ed esteticamente belli i sedili, gradevole il rivestimento in finta pelle di parte del cruscotto. Molto luminose le luci a led per illuminare l’abitacolo. Sorprende la capacità di carico: tra bagagliaio, profondissimo box immediatamente sotto (basta alzare il pianale per accedervi) e box ricavato nella parte anteriore, si raggiungono oltre 550 litri di spazio. Abbattendo i sedili posteriori (nella configurazione 60-40) si possono superare i 1.300 litri. Comodo e completo il grande quadro strumenti digitale da 12,8 pollici dietro al volante: tutte le informazioni sono al posto giusto e facilmente adocchiabili. Buona l’abitabilità: gli ingegneri Ford hanno saputo realizzare un piccolo capolavoro sfruttando ogni centimetro di spazio per rendere gradevole il soggiorno a bordo. Fanno egregiamente il loro lavoro i fari a led. Comodo il tunnel centrale a due piani, con tanti spazi dove riporre oggetti pure voluminosi e l’ormai immancabile piastra per la ricarica wireless dello smartphone.
I CONTRO
I tasti fisici sono ridotti al lumicino: ce ne sono soltanto quattro, il più utilizzabile è quello delle frecce d’emergenza. Per il resto, ci si deve affidare al grande display touch da 12 pollici centrale che non è immediatamente intuitivo: per trovare i vari comandi, ci si deve distrarre un po’ troppo dalla guida. Scomoda anche la manopola per la gestione delle luci: troppo nascosta dietro al volante e alla leva dei tergicristalli. Se si è un po’ alti, vedere che comando è impostato è un’impresa. Croccanti, come dicono gli esperti di auto, alcune plastiche all’interno. Divertente, ma forse troppo a rischio «deposito di polvere» la grande soundbar integrata sopra il cruscotto del sistema audio firmato da Bang & Olufsen da 575 watt. Altra pecca, l’utilizzo del nero lucido sul tunnel centrale: troppo a rischio graffio.
CONCLUSIONI
Le conclusioni si traggono sempre guardando il prezzo. La Puma Gen-E parte, con il modello base, da 27.250 euro (prezzo in promozione, il listino schizza a 33.250 euro) con già una buona dotazione di serie (fari proiettori e luci diurne a led, cerchi in lega da 17 pollici, gigabox posteriore, climatizzatore automatico). Per il modello definito «Premium» si spendono 2.000 euro in più. Grazie al cumulo tra incentivo statale (fino a 11.000 euro con rottamazione e Isee basso) e lo sconto Ford, il prezzo d’attacco può scendere sotto i 18.000 euro. Una quota che rende l’acquisto molto, molto interessante.
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Cassa Depositi e Prestiti archivia il 2025 con risultati senza precedenti, consolidando il suo ruolo di pilastro strategico per l’economia italiana. Nel primo anno del Piano Strategico 2025-2027, la Cassa ha raggiunto l’utile netto più alto della sua storia, toccando quota 3,4 miliardi di euro, in crescita del 3% rispetto all’anno precedente.
Un dato che non è solo un record finanziario, ma il motore di una potenza di fuoco che ha permesso di impegnare risorse per circa 29,5 miliardi di euro, attivando investimenti complessivi per oltre 73 miliardi grazie a un effetto leva di 2,5 volte.
«Il primo anno del nuovo Piano si chiude con un risultato storico che conferma l’efficacia della nostra strategia», ha sottolineato l’amministratore delegato Dario Scannapieco, in conferenza stampa durante la presentazione dei dati 2025 a Roma.
«Euphoria» (Sky)
Dopo quattro anni torna Euphoria con otto nuovi episodi su Sky. La terza stagione segue Rue cinque anni dopo, tra dipendenze e tentativi di rinascita, mentre i personaggi affrontano il passaggio all’età adulta e la possibilità di un futuro diverso.
Dopo quattro anni di silenzio, il gran ritorno. Euphoria, venticinque nomination agli Emmy e nove vittorie, è pronta a debuttare su Sky, con otto episodi inediti. La terza stagione dello show, incensato unanimemente per la capacità di esporre la realtà dei giovani, quella scomoda e poco patinata, sarà disponibile a partire dalla prima serata di lunedì 13 aprile. Giorno storico che, per chi abbia seguito lo show fin dal principio, legandosi a personaggi che poco hanno di iperbolico o cinematografico.
Rue Bennett, personaggio che ha eletto Zendaya icona globale, è un'adolescente tossica. Sulla carta, dovrebbe rappresentare un'eccezione, diversa dalla miriade di adolescenti che cerca di imbroccare la strada giusta per il mondo dei grandi. Eppure, nelle sue fragilità, opportunamente romanzate per tener viva la narrazione televisiva, riesce a ricalcare le difficoltà dei ragazzi di oggi: la fatica nel costruire un'identità propria, estranea alle pressioni della società e al bisogno quasi epidermico di sentirsi parte di un tutto, le insicurezze, la scarsa fiducia nel domani. Rue Bennett è una tossicodipendente dei sobborghi californiani, figlia di una madre che non ha granché da offrirle. Ed è, però, quel che tanti, tantissimi adolescenti sono.
Euphoria l'ha trovata così, la sua forza: ricalcando con mano pesante la vita vera, le difficoltà comuni a tanti, quelle che, spesso, vengono derubricate a facezie. Ha individuato i problemi dei giovani e, su questi, ha costruito un impianto narrativo che potesse farli sentire visti, ascoltati, capiti. Dunque, mai soli. Anche in età semi-adulta.La terza stagione dello show, difatti, prosegue oltre l'adolescenza, e Rue la trova in Messico, cinque anni più tardi rispetto ai fatti narrati nelle prime stagioni. Cresciuta, ma non cambiata, ha ancora problemi di droga e dipendenza. Ha debiti e una vita segnata dall'improvvisazione, quella che di romantico ha poco. I suoi amici sono cresciuti. Qualcuno sembra avercela fatta, qualcun altro no. Uno è a un passo dalle nozze, un altro iscritto ad una scuola d'arte. Sono distanti, ma chiamati, tutti, a confrontarsi con la fede: non quella religiosa, ma quella che porta a credere che un domani migliore sia cosa possibile e che le risorse per attuarlo siano intrinseche all'essere umano. Anche a Rue, chiamata a scegliere fra paura e coraggio.
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