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2022-06-03
Midway: ottant'anni fa, la battaglia delle portaerei
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Due Nakajima Ki-27 all'attacco della USS Yorkshire nella battaglia delle Midway (Us Navy Archives)
Il 4 giugno 1942 avrebbe potuto essere la data della vittoria definitiva dei Giapponesi nel teatro di guerra del Pacifico e poco ci mancò perché l’esito fosse davvero quello. Dall’attacco nipponico a Pearl Harbour del dicembre 1941, che trascinò gli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, fino alla primavera del 1942 la potentissima flotta imperiale giapponese aveva dominato i mari con le sue portaerei, gli incrociatori e i sottomarini comandati dall’ammiraglio Isoroku Yamamoto. Il primo grande contatto tra le flotte nemiche era avvenuto solamente un mese prima in quella che passò alla storia come la battaglia del Mar dei Coralli, in un tratto di oceano tra la Nuova Guinea e le Isole Salomone. L’azione fu concepita dai Giapponesi per dare una ulteriore spallata alle forze alleate nel Pacifico con l’obiettivo di raggiungere l’Australia e neutralizzare la base navale di Port Moresby con un attacco principalmente svolto da portaerei. Per due giorni le flotte avversarie si inseguirono e infine il combattimento venne dal cielo. In sostanza la battaglia del mar dei Coralli si concluse con un nulla di fatto e se da un lato fu una vittoria giapponese in termine di affondamenti di navi nemiche, per gli Alleati si trattò di un successo strategico perché furono in grado di proteggere l’Australia mantenendo il controllo della base di Port Moresby.
In seguito allo scontro del maggio 1942, pur necessitando teoricamente di una pausa per effettuare riparazioni e il recupero di materiali e personale, i Giapponesi non vollero fermarsi. Il motivo della fretta di infliggere un colpo decisivo agli Americani era dovuto anche ad un episodio avvenuto nell’aprile precedente, passato alla storia come il «Doolittle Raid». L’azione bellica, fino ad allora senza precedenti, era nata per iniziativa del tenente colonnello dell’Usaf James Doolittle, da cui prese il nome. Concepito come rappresaglia per l’attacco a Pearl Harbour, il raid fu lanciato dal ponte di una portaerei, la USS Hornet, da dove decollarono 16 bombardieri Mitchell B-25 che raggiunsero e colpirono Tokyo e Honshu causando 50 morti e 400 feriti. Nonostante i danni alle installazioni militari e industriali giapponesi fossero stati trascurabili, l’impatto psicologico sulla popolazione e nipponica fu forte perché i Giapponesi per la prima volta si resero conto che la loro Patria era vulnerabile agli attacchi e che la vita stessa del divino imperatore Hirohito si era trovata in pericolo. Un fatto che i vertici militari giudicarono un sacrilegio nei confronti del popolo nipponico e della divina figura dell'imperatore.
La vendetta della Marina imperiale si concentrò alla fine di maggio 1942 sull’arcipelago delle Midway, un atollo utilizzato dagli Americani come base aeronavale situato a metà strada tra le Hawaii e il Giappone (da cui il nome). Convinti di essere in vantaggio da un punto di vista strategico e di forza, i Giapponesi di Yamamoto puntarono alla distruzione di tutte le portaerei americane presenti nel Pacifico. Per distrarre il nemico, la Marina imperiale sferrò nei giorni precedenti la battaglia un attacco diversivo alle coste dell’Alaska. L’ammiraglio non aveva però calcolato il grande lavoro che l’Intelligence militare statunitense aveva preparato e sottoposto al comandante le forze navali Usa nel Pacifico, grazie alla tempestiva decodifica dei messaggi radio giapponesi e l’uso avanzato dei sistemi radar. Yamamoto, per ricompattare la forza navale dispersa dopo le ultime azioni, aveva dovuto fare ampio uso dell’etere senza adeguati sistemi di schermatura. Per gli uomini dell'ammiraglio Chester Nimitz fu chiaro da subito che le Midway sarebbero state il punto focale della imminente battaglia. la conseguenza immediata delle informazioni a disposizione degli Americani fu che l’atto diversivo in Alaska fallì per la mancata risposta delle forze alleate che l’avevano identificata come un tranello, mentre l’attacco sottomarino fu anticipato dall’invio di navi da guerra. Inoltre i Giapponesi erano convinti di aver affondato la portaerei USS Yorkshire durante la battaglia del mar dei Coralli. In realtà la nave era stata riparata a Pearl Harbour in soli due giorni ed era pronta a riprendere il mare, bilanciando parzialmente lo svantaggio americano nei confronti della flotta imperiale nipponica che poteva contare su quattro grandi portaerei due medie. I piani di Yamamoto erano, come tipico della strategia nipponica, molto complessi e rigidamente divisi tra le portaerei, le navi da guerra e la forza anfibia che avrebbe dovuto occupare l’atollo delle Midway. Dal canto loro le due forze navali americane, comandate dagli ammiragli Frank Fletcher e Raymond Spruance si mantennero separate e attaccarono per prime, il 3 giugno 1942, ben sapendo che il primo attacco aereo avrebbe potuto rivelarsi decisivo in quanto le portaerei erano cariche di armi, velivoli e carburante e quindi particolarmente vulnerabili. Il primo raid contro le navi giapponesi fu sostanzialmente un fallimento, in quanto gli obiettivi furono centrati solo parzialmente. La reazione di Yamamoto non si fece attendere. Dalle portaerei decollarono 108 tra Mitsubishi A6M “Zero” e Nakajima Ki-27 diretti sul cielo delle Midway, che imperversarono contrastati a fatica da soli 50 caccia americani. Il primo colpo, anche se non decisivo, andò a vantaggio dei nipponici. A questo punto però, Yamamoto non sapeva che le portaerei americane fossero già in posizione grazie alle decriptazioni dei massaggi cifrati. Questa situazione fece sì che il vice di Yamamoto, vice-ammiraglio Chuichi Nagumo, si venisse a trovare di fronte a un bivio: colpire la flotta nemica in posizione di battaglia oppure proseguire con gli attacchi alla base delle Midway? L’indecisione dei giapponesi fece passare il gioco nelle mani americane, quando Spruance diede l’ordine agli aerosiluranti Douglas TBD Devastator di decollare dalle portaerei USS Hornet e USS Enterprise. Nagumo fu costretto ad attendere il rientro degli aerei dal primo raid e il conseguente rifornimento prima di lanciare la seconda ondata sull’atollo. Il ritardo forzato fu decisivo. Gli aerosiluranti americani, ai quali si erano unite anche formazioni di bombardieri SBD Dauntless a tuffo e caccia di scorta Grumman F4F che avrebbero dovuto attaccare le portaerei nipponiche in simultanea, ma che in realtà si presentarono divisi in ondate. L’attacco degli aerosiluranti americani fu un massacro, perché gli “Zero” erano nettamente superiori negli scontri a bassissima quota, quella richiesta per sganciare i siluri e il 90% dei velivoli americani fu abbattuto. Il resto della forza aerea della Marina statunitense ebbe tuttavia un colpo di fortuna che accelerò l’esito della battaglia prima che i Giapponesi potessero riorganizzarsi e sferrare l’attacco finale su Midway. Una formazione di cacciabombardieri americani notò in volo un cacciatorpediniere della Marina imperiale seguire una rotta diversiva per svincolarsi dalla trappola dei sottomarini nemici e lo seguì. Poco più tardi all’orizzonte apparvero le portaerei nipponiche prive della protezione dei caccia in quel momento in volo verso le Midway e i piloti americani si tuffarono sulle portaerei Kaga e Akagi scaricando le bombe da 1.000 libbre sui ponti pieni di armi e carburante. Il rogo delle due navi orgoglio della Marina del Sol levante bruciò violento prima di scomparire per sempre dalla scena del Pacifico. Poco più tardi anche la terza portaerei giapponese, la Soryu fu colpita dagli aerei decollati dalla rediviva USS Yorkshire. Nagumo, lungi dal volersi arrendere nell’osservanza delle tradizioni volle colpire con l’ultima portaerei a sua disposizione, la Hiryu, l’unica nave americana che la Marina nipponica priva di radar era riuscita a localizzare. La USS Yorkshire, pur allertata dai radar di bordo, fu colpita da 40 velivoli. Grazie ai sistemi avanzati antincendio, la portaerei rimase a galla e poche ore dopo, ormai localizzata dagli Americani, fu colpita anche l’ultima delle quattro portaerei nipponiche, la Hiryu. A quel punto, essendo evidente la sconfitta, l’ammiraglio Yamamoto diede l’ordine di ritiro alle navi superstiti e Spruance, temendo una trappola, evitò di inseguirle. Il bilancio della battaglia delle Midway parlò chiaro su chi fosse il vincitore. I giapponesi avevano perso (pur essendo partiti in vantaggio e all’attacco) quattro portaerei, un incrociatore, 270 aerei e 3500 uomini, tra cui le preziose squadre dei manutentori dei velivoli imbarcati. Gli americani persero la USS Yorktown, a cui un sommergibile giapponese diede il colpo di grazia il 6 giugno 1942. Ma solamente 100 uomini e 130 velivoli furono sacrificati per la difesa delle Midway e per una vittoria quasi inattesa, per le cui dimensioni la guerra nel Pacifico cambiò rotta. Altri tre anni e moltissime vite umane dividevano la battaglia della tarda primavera del 1942 dalla capitolazione dell’Impero giapponese. Ma dopo la battaglia delle portaerei, si apriva la strada di Guadalcanal.
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La guerra nel Pacifico cambiò rotta il 3 giugno 1942, quando gli Americani in difficoltà riuscirono a trasformare in vittoria una battaglia partita in difesa ed in svantaggio. Da allora il dominio della Marina di Yamamoto vacillò. La storia, le immagini. Il 4 giugno 1942 avrebbe potuto essere la data della vittoria definitiva dei Giapponesi nel teatro di guerra del Pacifico e poco ci mancò perché l’esito fosse davvero quello. Dall’attacco nipponico a Pearl Harbour del dicembre 1941, che trascinò gli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, fino alla primavera del 1942 la potentissima flotta imperiale giapponese aveva dominato i mari con le sue portaerei, gli incrociatori e i sottomarini comandati dall’ammiraglio Isoroku Yamamoto. Il primo grande contatto tra le flotte nemiche era avvenuto solamente un mese prima in quella che passò alla storia come la battaglia del Mar dei Coralli, in un tratto di oceano tra la Nuova Guinea e le Isole Salomone. L’azione fu concepita dai Giapponesi per dare una ulteriore spallata alle forze alleate nel Pacifico con l’obiettivo di raggiungere l’Australia e neutralizzare la base navale di Port Moresby con un attacco principalmente svolto da portaerei. Per due giorni le flotte avversarie si inseguirono e infine il combattimento venne dal cielo. In sostanza la battaglia del mar dei Coralli si concluse con un nulla di fatto e se da un lato fu una vittoria giapponese in termine di affondamenti di navi nemiche, per gli Alleati si trattò di un successo strategico perché furono in grado di proteggere l’Australia mantenendo il controllo della base di Port Moresby. In seguito allo scontro del maggio 1942, pur necessitando teoricamente di una pausa per effettuare riparazioni e il recupero di materiali e personale, i Giapponesi non vollero fermarsi. Il motivo della fretta di infliggere un colpo decisivo agli Americani era dovuto anche ad un episodio avvenuto nell’aprile precedente, passato alla storia come il «Doolittle Raid». L’azione bellica, fino ad allora senza precedenti, era nata per iniziativa del tenente colonnello dell’Usaf James Doolittle, da cui prese il nome. Concepito come rappresaglia per l’attacco a Pearl Harbour, il raid fu lanciato dal ponte di una portaerei, la USS Hornet, da dove decollarono 16 bombardieri Mitchell B-25 che raggiunsero e colpirono Tokyo e Honshu causando 50 morti e 400 feriti. Nonostante i danni alle installazioni militari e industriali giapponesi fossero stati trascurabili, l’impatto psicologico sulla popolazione e nipponica fu forte perché i Giapponesi per la prima volta si resero conto che la loro Patria era vulnerabile agli attacchi e che la vita stessa del divino imperatore Hirohito si era trovata in pericolo. Un fatto che i vertici militari giudicarono un sacrilegio nei confronti del popolo nipponico e della divina figura dell'imperatore. La vendetta della Marina imperiale si concentrò alla fine di maggio 1942 sull’arcipelago delle Midway, un atollo utilizzato dagli Americani come base aeronavale situato a metà strada tra le Hawaii e il Giappone (da cui il nome). Convinti di essere in vantaggio da un punto di vista strategico e di forza, i Giapponesi di Yamamoto puntarono alla distruzione di tutte le portaerei americane presenti nel Pacifico. Per distrarre il nemico, la Marina imperiale sferrò nei giorni precedenti la battaglia un attacco diversivo alle coste dell’Alaska. L’ammiraglio non aveva però calcolato il grande lavoro che l’Intelligence militare statunitense aveva preparato e sottoposto al comandante le forze navali Usa nel Pacifico, grazie alla tempestiva decodifica dei messaggi radio giapponesi e l’uso avanzato dei sistemi radar. Yamamoto, per ricompattare la forza navale dispersa dopo le ultime azioni, aveva dovuto fare ampio uso dell’etere senza adeguati sistemi di schermatura. Per gli uomini dell'ammiraglio Chester Nimitz fu chiaro da subito che le Midway sarebbero state il punto focale della imminente battaglia. la conseguenza immediata delle informazioni a disposizione degli Americani fu che l’atto diversivo in Alaska fallì per la mancata risposta delle forze alleate che l’avevano identificata come un tranello, mentre l’attacco sottomarino fu anticipato dall’invio di navi da guerra. Inoltre i Giapponesi erano convinti di aver affondato la portaerei USS Yorkshire durante la battaglia del mar dei Coralli. In realtà la nave era stata riparata a Pearl Harbour in soli due giorni ed era pronta a riprendere il mare, bilanciando parzialmente lo svantaggio americano nei confronti della flotta imperiale nipponica che poteva contare su quattro grandi portaerei due medie. I piani di Yamamoto erano, come tipico della strategia nipponica, molto complessi e rigidamente divisi tra le portaerei, le navi da guerra e la forza anfibia che avrebbe dovuto occupare l’atollo delle Midway. Dal canto loro le due forze navali americane, comandate dagli ammiragli Frank Fletcher e Raymond Spruance si mantennero separate e attaccarono per prime, il 3 giugno 1942, ben sapendo che il primo attacco aereo avrebbe potuto rivelarsi decisivo in quanto le portaerei erano cariche di armi, velivoli e carburante e quindi particolarmente vulnerabili. Il primo raid contro le navi giapponesi fu sostanzialmente un fallimento, in quanto gli obiettivi furono centrati solo parzialmente. La reazione di Yamamoto non si fece attendere. Dalle portaerei decollarono 108 tra Mitsubishi A6M “Zero” e Nakajima Ki-27 diretti sul cielo delle Midway, che imperversarono contrastati a fatica da soli 50 caccia americani. Il primo colpo, anche se non decisivo, andò a vantaggio dei nipponici. A questo punto però, Yamamoto non sapeva che le portaerei americane fossero già in posizione grazie alle decriptazioni dei massaggi cifrati. Questa situazione fece sì che il vice di Yamamoto, vice-ammiraglio Chuichi Nagumo, si venisse a trovare di fronte a un bivio: colpire la flotta nemica in posizione di battaglia oppure proseguire con gli attacchi alla base delle Midway? L’indecisione dei giapponesi fece passare il gioco nelle mani americane, quando Spruance diede l’ordine agli aerosiluranti Douglas TBD Devastator di decollare dalle portaerei USS Hornet e USS Enterprise. Nagumo fu costretto ad attendere il rientro degli aerei dal primo raid e il conseguente rifornimento prima di lanciare la seconda ondata sull’atollo. Il ritardo forzato fu decisivo. Gli aerosiluranti americani, ai quali si erano unite anche formazioni di bombardieri SBD Dauntless a tuffo e caccia di scorta Grumman F4F che avrebbero dovuto attaccare le portaerei nipponiche in simultanea, ma che in realtà si presentarono divisi in ondate. L’attacco degli aerosiluranti americani fu un massacro, perché gli “Zero” erano nettamente superiori negli scontri a bassissima quota, quella richiesta per sganciare i siluri e il 90% dei velivoli americani fu abbattuto. Il resto della forza aerea della Marina statunitense ebbe tuttavia un colpo di fortuna che accelerò l’esito della battaglia prima che i Giapponesi potessero riorganizzarsi e sferrare l’attacco finale su Midway. Una formazione di cacciabombardieri americani notò in volo un cacciatorpediniere della Marina imperiale seguire una rotta diversiva per svincolarsi dalla trappola dei sottomarini nemici e lo seguì. Poco più tardi all’orizzonte apparvero le portaerei nipponiche prive della protezione dei caccia in quel momento in volo verso le Midway e i piloti americani si tuffarono sulle portaerei Kaga e Akagi scaricando le bombe da 1.000 libbre sui ponti pieni di armi e carburante. Il rogo delle due navi orgoglio della Marina del Sol levante bruciò violento prima di scomparire per sempre dalla scena del Pacifico. Poco più tardi anche la terza portaerei giapponese, la Soryu fu colpita dagli aerei decollati dalla rediviva USS Yorkshire. Nagumo, lungi dal volersi arrendere nell’osservanza delle tradizioni volle colpire con l’ultima portaerei a sua disposizione, la Hiryu, l’unica nave americana che la Marina nipponica priva di radar era riuscita a localizzare. La USS Yorkshire, pur allertata dai radar di bordo, fu colpita da 40 velivoli. Grazie ai sistemi avanzati antincendio, la portaerei rimase a galla e poche ore dopo, ormai localizzata dagli Americani, fu colpita anche l’ultima delle quattro portaerei nipponiche, la Hiryu. A quel punto, essendo evidente la sconfitta, l’ammiraglio Yamamoto diede l’ordine di ritiro alle navi superstiti e Spruance, temendo una trappola, evitò di inseguirle. Il bilancio della battaglia delle Midway parlò chiaro su chi fosse il vincitore. I giapponesi avevano perso (pur essendo partiti in vantaggio e all’attacco) quattro portaerei, un incrociatore, 270 aerei e 3500 uomini, tra cui le preziose squadre dei manutentori dei velivoli imbarcati. Gli americani persero la USS Yorktown, a cui un sommergibile giapponese diede il colpo di grazia il 6 giugno 1942. Ma solamente 100 uomini e 130 velivoli furono sacrificati per la difesa delle Midway e per una vittoria quasi inattesa, per le cui dimensioni la guerra nel Pacifico cambiò rotta. Altri tre anni e moltissime vite umane dividevano la battaglia della tarda primavera del 1942 dalla capitolazione dell’Impero giapponese. Ma dopo la battaglia delle portaerei, si apriva la strada di Guadalcanal.
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Secondo il report dell’Ufficio Studi di idealista, nel primo trimestre 2026 i prezzi delle abitazioni in Lombardia crescono dello 0,7% e raggiungono 2.380 euro al metro quadrato. Lodi guida i rialzi tra le province, Milano e Como ai massimi storici. Tutti i capoluoghi chiudono il trimestre in aumento.
Il mercato immobiliare lombardo continua a crescere anche nel primo trimestre del 2026, confermando un trend positivo che si protrae ormai da tempo. Secondo l’ultimo report dell’Ufficio Studi di idealista, i prezzi delle abitazioni nella regione segnano un aumento dello 0,7%, portando il valore medio a 2.380 euro al metro quadro. Un livello che resta superiore alla media nazionale, pari a 1.891 euro al metro quadrato.
Su base annua la crescita è del 9,8%, mentre rispetto al trimestre precedente l’incremento è dell’1,4%, a conferma di un mercato che continua a mostrare una certa solidità, trainato da una dinamica dei prezzi diffusa su gran parte del territorio.
A livello provinciale il quadro è quasi interamente positivo. L’aumento più marcato si registra a Lodi, con un +4,3%, seguita da Sondrio (+4%), Como (+2,5%), Monza-Brianza (+2,3%), Cremona (+2,2%) e Brescia (+2%). Crescite più contenute si osservano a Lecco (+1,8%), Varese (+1,2%), Milano (+1,1%), Pavia (+0,9%) e Bergamo (+0,8%). L’unica eccezione è Mantova, che chiude il trimestre in calo del 2,2%.
Sul fronte dei valori assoluti, Milano si conferma la provincia più cara della Lombardia con 3.751 euro al metro quadro, seguita da Como (2.348 euro/m²), Brescia (2.233 euro/m²) e Monza-Brianza (2.156 euro/m²). Più bassi i valori a Bergamo (1.568 euro/m²), Lodi (1.504 euro/m²) e Varese (1.621 euro/m²), mentre Pavia (1.117 euro/m²) e Mantova (1.121 euro/m²) restano le province più accessibili. Milano e Como raggiungono inoltre i massimi storici dall’inizio delle rilevazioni.
Anche nei capoluoghi lombardi prevale un andamento positivo, con tutti i mercati in crescita nel trimestre. L’incremento più forte si registra a Cremona (+6,9%), seguita da Lecco (+6,4%) e Monza (+5%). Più contenuti i rialzi a Lodi (+3,5%), Bergamo (+1,9%) e Brescia (+1,7%). Crescite più moderate riguardano Varese (+1,1%), Pavia (+1%), Como (+0,4%), Milano (+0,2%) e Mantova (+0,1%).
Milano si conferma nettamente il capoluogo più caro della regione con 5.192 euro al metro quadro, davanti a Como (2.956 euro/m²), Monza (2.819 euro/m²) e Bergamo (2.796 euro/m²). Seguono Lecco (2.457 euro/m²) e Pavia (2.429 euro/m²), poi Brescia (2.127 euro/m²). Più contenuti i prezzi a Lodi (1.977 euro/m²), Varese (1.777 euro/m²), Mantova (1.550 euro/m²) e Cremona (1.440 euro/m²). Anche in questo caso emergono nuovi massimi storici per Como, Bergamo e Brescia.
Il quadro nazionale conferma una dinamica analoga, con un aumento dell’1,5% dei prezzi delle abitazioni usate nel primo trimestre e un valore medio di 1.891 euro al metro quadro. La crescita interessa la maggioranza del territorio, con l’80% dei capoluoghi e il 76% delle province in aumento. Secondo l’Ufficio Studi di idealista, il mercato residenziale italiano continua dunque a mostrare segnali di espansione, anche se nei prossimi mesi potrebbe risentire di fattori macroeconomici legati all’andamento dei tassi d’interesse.
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6 aprile 2009, L'Aquila: le macerie riempiono una strada nel centro dopo il devastante terremoto che ha colpito la città (Ansa)
«Il 6 aprile di 17 anni fa il terremoto in Abruzzo, la ferita resta aperta», ha dichiarato il ministro. «Oggi ricordiamo commossi le 309 persone la cui vita fu spezzata dalla violenza del terremoto che nel 2009 colpì l’Abruzzo». Piantedosi ha rivolto il proprio pensiero anche ai feriti e a chi ha dovuto affrontare le conseguenze del sisma, sottolineando la reazione della popolazione nei giorni successivi. «Il mio pensiero va anche a tutti coloro che rimasero feriti e a chi, con dignità e determinazione, ha affrontato il dolore e la devastazione che seguirono al sisma», ha aggiunto. Il ministro ha poi voluto ringraziare le strutture impegnate nei soccorsi: «Rinnovo la mia gratitudine alle Forze dell’ordine, ai Vigili del fuoco, ai militari, ai volontari della Protezione Civile e a tutti i soccorritori che, fin dalle prime ore, hanno lavorato senza sosta per salvare vite umane e assistere la popolazione colpita». Infine, ha richiamato l’impegno sul fronte della prevenzione e della sicurezza dei territori.
A L’Aquila, la commemorazione si è svolta tra la sera del 5 e la notte del 6 aprile, in una forma diversa rispetto al tradizionale corteo, ma con una partecipazione diffusa e raccolta. La città si è fermata nel silenzio, accompagnata dalla musica dei Solisti Aquilani, che all’Emiciclo hanno eseguito brani di Händel, Vivaldi e Bach durante la cerimonia. Accanto alle istituzioni, con il sindaco Pierluigi Biondi e rappresentanti locali, erano presenti cittadini, forze dell’ordine e associazioni.
Al centro della commemorazione il telo con i nomi delle vittime, stampati in rosso, e lo striscione dei familiari con la scritta: «Per loro. Per tutti i familiari delle vittime. L’Aquila 6 aprile 2009». La notte del ricordo è proseguita al Parco della Memoria, dove è stato acceso il braciere dal funzionario comunale Daniele Ciuffetelli, in rappresentanza dei dipendenti del Comune. Qui si è svolta anche la lettura dei nomi delle 309 vittime e la deposizione dei fiori sulla fontana monumentale.
Nel corso della cerimonia è intervenuto Vincenzo Vittorini, in rappresentanza dei familiari, che ha ricordato «la notte più lunga per gli aquilani» e il valore della memoria come responsabilità condivisa. «Abbiamo scelto di non sfilare, ma di ritrovarci», ha spiegato, richiamando anche la figura di Antonietta Centofanti e citando José Saramago: «Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo». Un appello, rivolto soprattutto ai più giovani, a farsi «sentinelle della memoria» per non disperdere il ricordo nel tempo. La commemorazione si è chiusa nel segno della sobrietà, tra musica, fiori e silenzio, mentre sui social il sindaco Biondi ha scritto: «Onoriamo la nostra notte più lunga, la luce fa sperare. Onoriamo il dolore, attraversiamo il buio, camminiamo nel silenzio verso il giorno».
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Gli sfollati fuggono dal campo di Zamzam a causa del conflitto in corso nel Darfur settentrionale in Sudan (Ansa)
Dopo oltre 150.000 morti e 13 milioni di profughi, il conflitto tra il capo dell’esercito al Burhan e il leader paramilitare Hemeti resta senza sbocco. I governativi riconquistano la capitale, mentre i paramilitari dominano il Darfur e sono accusati di pulizia etnica. Paese diviso e crisi umanitaria fuori controllo.
Da ormai tre anni il Sudan è dilaniato da una sanguinosa guerra civile che ha causato oltre 150.000 vittime e quasi 13 milioni di profughi. La nazione africana ha una popolazione di 46 milioni di abitanti e oltre la metà di questi hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria, mentre 20 milioni sono a rischio di carestia.
Questo conflitto è iniziato all’interno del Consiglio Sovrano, nato dopo il colpo di stato del 25 ottobre del 2021, per il tentativo di integrare nell’esercito nazionale il gruppo paramilitare delle Forze di Supporto Rapido. Il generale Mohamed Hamdam Dagalo, detto Hemeti, capo di questi miliziani, aveva chiesto un lungo periodo di transizione per non perdere il suo potere, ma al rifiuto del capo della giunta militare era iniziato il conflitto. Le Forze di Supporto Rapido avevano agito all’alba del 13 aprile prendendo di sorpresa l’esercito del generale Abdel-Fattah al Burhan, che aveva perso il controllo di interi quartieri di Khartoum. I governativi avevano reagito utilizzando l’aviazione sudanese e martellando la capitale con centinaia di vittime fra la popolazione civile. Intanto lo scontro fra i due generali aveva coinvolto tutto il paese con i paramilitari che avevano dilagato in Darfur, la loro regione di provenienza. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti gli eredi dei miliziani Janjaweed ( diavoli a cavallo), i genocidiari che nei primi anni del 2000 avevano massacrato la popolazione africana del Darfur.
Lo stesso Hemeti aveva fatto parte di queste bande irregolari,utilizzate dal governo del presidente Omar al Bashir per effettuare un’autentica pulizia etnica dei popoli non arabi. Il conflitto ha vissuto molte fasi alterne nell’arco di questi tre anni, ma oggi le Forze armate Sudanesi hanno stabilmente ripreso il controllo di Khartoum, riportando il governo nella capitale dopo essersi spostati a Port Sudan, eletta come capitale provvisoria. Nel Kordofan, una regione a sud, si continua combattere e le Forze di Supporto Rapido hanno siglato un’alleanza con un signore della guerra locale Abdelaziz al Hilu, che con i suoi mercenari ha preso il controllo del Kordofan settentrionale. Le milizie, create sia su base etnica che politica, hanno un ruolo sempre più importante nella guerra civile sudanese che coinvolge direttamente o indirettamente diverse nazioni dell’area. Il generale al Burhan ogni settimana vola al Cairo dove prende ordini dal presidente egiziano al Sisi, che è il suo principale mentore e che ha rifornito l’esercito sudanese di armi ed istruttori. Le Forze di Supporto Rapido sono invece economicamente sostenute dagli Emirati Arabi Uniti, e parzialmente dall’Arabia Saudita, che attraverso il poroso confine con il Ciad permette ai paramilitari di avere armi e soldi. Con il passare dei mesi i paramilitari hanno perso terreno, ma hanno preso il controllo della totalità del Darfur, la regione occidentale. Qui per espugnare l’ultima città difesa da un milizia alleata dei governativi hanno bloccato ogni via di accesso prendendo el Fasher per fame. Una volta entrate le Forze di Supporto Rapido hanno giustiziato i notabili della città, costringendo alla fuga migliaia di persone.
Le Nazioni Unite hanno aperto una serie di inchieste per indagare sui crimini di guerra commessi sia dai ribelli che dai governativi, in una nazione nella quale lo stupro è diventato un’arma di guerra. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti accusate di pulizia etnica in Darfur, dove vivono diverse tribù africane come i Fur e i Masalit, che questi miliziani vogliono sterminare per arabizzare la regione. Questa operazione viene portata avanti da anni utilizzando uomini delle tribù beduine dei Baggara e degli Abbala, da cui provengono la maggioranza dei fedelissimi di Hemeti. Al terzo anno di combattimenti le forze del governo ed i suoi alleati controllano circa il 70% del Sudan, mentre i ribelli l’altro 30%. Il generale Hemeti ha anche formato un governo parallelo nelle aree sotto il suo controllo ed ha minacciato una secessione nel martoriato Darfur, tutto mentre il popolo del Sudan continua a morire nell’indifferenza del mondo.
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