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2022-06-03
Midway: ottant'anni fa, la battaglia delle portaerei
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Due Nakajima Ki-27 all'attacco della USS Yorkshire nella battaglia delle Midway (Us Navy Archives)
Il 4 giugno 1942 avrebbe potuto essere la data della vittoria definitiva dei Giapponesi nel teatro di guerra del Pacifico e poco ci mancò perché l’esito fosse davvero quello. Dall’attacco nipponico a Pearl Harbour del dicembre 1941, che trascinò gli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, fino alla primavera del 1942 la potentissima flotta imperiale giapponese aveva dominato i mari con le sue portaerei, gli incrociatori e i sottomarini comandati dall’ammiraglio Isoroku Yamamoto. Il primo grande contatto tra le flotte nemiche era avvenuto solamente un mese prima in quella che passò alla storia come la battaglia del Mar dei Coralli, in un tratto di oceano tra la Nuova Guinea e le Isole Salomone. L’azione fu concepita dai Giapponesi per dare una ulteriore spallata alle forze alleate nel Pacifico con l’obiettivo di raggiungere l’Australia e neutralizzare la base navale di Port Moresby con un attacco principalmente svolto da portaerei. Per due giorni le flotte avversarie si inseguirono e infine il combattimento venne dal cielo. In sostanza la battaglia del mar dei Coralli si concluse con un nulla di fatto e se da un lato fu una vittoria giapponese in termine di affondamenti di navi nemiche, per gli Alleati si trattò di un successo strategico perché furono in grado di proteggere l’Australia mantenendo il controllo della base di Port Moresby.
In seguito allo scontro del maggio 1942, pur necessitando teoricamente di una pausa per effettuare riparazioni e il recupero di materiali e personale, i Giapponesi non vollero fermarsi. Il motivo della fretta di infliggere un colpo decisivo agli Americani era dovuto anche ad un episodio avvenuto nell’aprile precedente, passato alla storia come il «Doolittle Raid». L’azione bellica, fino ad allora senza precedenti, era nata per iniziativa del tenente colonnello dell’Usaf James Doolittle, da cui prese il nome. Concepito come rappresaglia per l’attacco a Pearl Harbour, il raid fu lanciato dal ponte di una portaerei, la USS Hornet, da dove decollarono 16 bombardieri Mitchell B-25 che raggiunsero e colpirono Tokyo e Honshu causando 50 morti e 400 feriti. Nonostante i danni alle installazioni militari e industriali giapponesi fossero stati trascurabili, l’impatto psicologico sulla popolazione e nipponica fu forte perché i Giapponesi per la prima volta si resero conto che la loro Patria era vulnerabile agli attacchi e che la vita stessa del divino imperatore Hirohito si era trovata in pericolo. Un fatto che i vertici militari giudicarono un sacrilegio nei confronti del popolo nipponico e della divina figura dell'imperatore.
La vendetta della Marina imperiale si concentrò alla fine di maggio 1942 sull’arcipelago delle Midway, un atollo utilizzato dagli Americani come base aeronavale situato a metà strada tra le Hawaii e il Giappone (da cui il nome). Convinti di essere in vantaggio da un punto di vista strategico e di forza, i Giapponesi di Yamamoto puntarono alla distruzione di tutte le portaerei americane presenti nel Pacifico. Per distrarre il nemico, la Marina imperiale sferrò nei giorni precedenti la battaglia un attacco diversivo alle coste dell’Alaska. L’ammiraglio non aveva però calcolato il grande lavoro che l’Intelligence militare statunitense aveva preparato e sottoposto al comandante le forze navali Usa nel Pacifico, grazie alla tempestiva decodifica dei messaggi radio giapponesi e l’uso avanzato dei sistemi radar. Yamamoto, per ricompattare la forza navale dispersa dopo le ultime azioni, aveva dovuto fare ampio uso dell’etere senza adeguati sistemi di schermatura. Per gli uomini dell'ammiraglio Chester Nimitz fu chiaro da subito che le Midway sarebbero state il punto focale della imminente battaglia. la conseguenza immediata delle informazioni a disposizione degli Americani fu che l’atto diversivo in Alaska fallì per la mancata risposta delle forze alleate che l’avevano identificata come un tranello, mentre l’attacco sottomarino fu anticipato dall’invio di navi da guerra. Inoltre i Giapponesi erano convinti di aver affondato la portaerei USS Yorkshire durante la battaglia del mar dei Coralli. In realtà la nave era stata riparata a Pearl Harbour in soli due giorni ed era pronta a riprendere il mare, bilanciando parzialmente lo svantaggio americano nei confronti della flotta imperiale nipponica che poteva contare su quattro grandi portaerei due medie. I piani di Yamamoto erano, come tipico della strategia nipponica, molto complessi e rigidamente divisi tra le portaerei, le navi da guerra e la forza anfibia che avrebbe dovuto occupare l’atollo delle Midway. Dal canto loro le due forze navali americane, comandate dagli ammiragli Frank Fletcher e Raymond Spruance si mantennero separate e attaccarono per prime, il 3 giugno 1942, ben sapendo che il primo attacco aereo avrebbe potuto rivelarsi decisivo in quanto le portaerei erano cariche di armi, velivoli e carburante e quindi particolarmente vulnerabili. Il primo raid contro le navi giapponesi fu sostanzialmente un fallimento, in quanto gli obiettivi furono centrati solo parzialmente. La reazione di Yamamoto non si fece attendere. Dalle portaerei decollarono 108 tra Mitsubishi A6M “Zero” e Nakajima Ki-27 diretti sul cielo delle Midway, che imperversarono contrastati a fatica da soli 50 caccia americani. Il primo colpo, anche se non decisivo, andò a vantaggio dei nipponici. A questo punto però, Yamamoto non sapeva che le portaerei americane fossero già in posizione grazie alle decriptazioni dei massaggi cifrati. Questa situazione fece sì che il vice di Yamamoto, vice-ammiraglio Chuichi Nagumo, si venisse a trovare di fronte a un bivio: colpire la flotta nemica in posizione di battaglia oppure proseguire con gli attacchi alla base delle Midway? L’indecisione dei giapponesi fece passare il gioco nelle mani americane, quando Spruance diede l’ordine agli aerosiluranti Douglas TBD Devastator di decollare dalle portaerei USS Hornet e USS Enterprise. Nagumo fu costretto ad attendere il rientro degli aerei dal primo raid e il conseguente rifornimento prima di lanciare la seconda ondata sull’atollo. Il ritardo forzato fu decisivo. Gli aerosiluranti americani, ai quali si erano unite anche formazioni di bombardieri SBD Dauntless a tuffo e caccia di scorta Grumman F4F che avrebbero dovuto attaccare le portaerei nipponiche in simultanea, ma che in realtà si presentarono divisi in ondate. L’attacco degli aerosiluranti americani fu un massacro, perché gli “Zero” erano nettamente superiori negli scontri a bassissima quota, quella richiesta per sganciare i siluri e il 90% dei velivoli americani fu abbattuto. Il resto della forza aerea della Marina statunitense ebbe tuttavia un colpo di fortuna che accelerò l’esito della battaglia prima che i Giapponesi potessero riorganizzarsi e sferrare l’attacco finale su Midway. Una formazione di cacciabombardieri americani notò in volo un cacciatorpediniere della Marina imperiale seguire una rotta diversiva per svincolarsi dalla trappola dei sottomarini nemici e lo seguì. Poco più tardi all’orizzonte apparvero le portaerei nipponiche prive della protezione dei caccia in quel momento in volo verso le Midway e i piloti americani si tuffarono sulle portaerei Kaga e Akagi scaricando le bombe da 1.000 libbre sui ponti pieni di armi e carburante. Il rogo delle due navi orgoglio della Marina del Sol levante bruciò violento prima di scomparire per sempre dalla scena del Pacifico. Poco più tardi anche la terza portaerei giapponese, la Soryu fu colpita dagli aerei decollati dalla rediviva USS Yorkshire. Nagumo, lungi dal volersi arrendere nell’osservanza delle tradizioni volle colpire con l’ultima portaerei a sua disposizione, la Hiryu, l’unica nave americana che la Marina nipponica priva di radar era riuscita a localizzare. La USS Yorkshire, pur allertata dai radar di bordo, fu colpita da 40 velivoli. Grazie ai sistemi avanzati antincendio, la portaerei rimase a galla e poche ore dopo, ormai localizzata dagli Americani, fu colpita anche l’ultima delle quattro portaerei nipponiche, la Hiryu. A quel punto, essendo evidente la sconfitta, l’ammiraglio Yamamoto diede l’ordine di ritiro alle navi superstiti e Spruance, temendo una trappola, evitò di inseguirle. Il bilancio della battaglia delle Midway parlò chiaro su chi fosse il vincitore. I giapponesi avevano perso (pur essendo partiti in vantaggio e all’attacco) quattro portaerei, un incrociatore, 270 aerei e 3500 uomini, tra cui le preziose squadre dei manutentori dei velivoli imbarcati. Gli americani persero la USS Yorktown, a cui un sommergibile giapponese diede il colpo di grazia il 6 giugno 1942. Ma solamente 100 uomini e 130 velivoli furono sacrificati per la difesa delle Midway e per una vittoria quasi inattesa, per le cui dimensioni la guerra nel Pacifico cambiò rotta. Altri tre anni e moltissime vite umane dividevano la battaglia della tarda primavera del 1942 dalla capitolazione dell’Impero giapponese. Ma dopo la battaglia delle portaerei, si apriva la strada di Guadalcanal.
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La guerra nel Pacifico cambiò rotta il 3 giugno 1942, quando gli Americani in difficoltà riuscirono a trasformare in vittoria una battaglia partita in difesa ed in svantaggio. Da allora il dominio della Marina di Yamamoto vacillò. La storia, le immagini. Il 4 giugno 1942 avrebbe potuto essere la data della vittoria definitiva dei Giapponesi nel teatro di guerra del Pacifico e poco ci mancò perché l’esito fosse davvero quello. Dall’attacco nipponico a Pearl Harbour del dicembre 1941, che trascinò gli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, fino alla primavera del 1942 la potentissima flotta imperiale giapponese aveva dominato i mari con le sue portaerei, gli incrociatori e i sottomarini comandati dall’ammiraglio Isoroku Yamamoto. Il primo grande contatto tra le flotte nemiche era avvenuto solamente un mese prima in quella che passò alla storia come la battaglia del Mar dei Coralli, in un tratto di oceano tra la Nuova Guinea e le Isole Salomone. L’azione fu concepita dai Giapponesi per dare una ulteriore spallata alle forze alleate nel Pacifico con l’obiettivo di raggiungere l’Australia e neutralizzare la base navale di Port Moresby con un attacco principalmente svolto da portaerei. Per due giorni le flotte avversarie si inseguirono e infine il combattimento venne dal cielo. In sostanza la battaglia del mar dei Coralli si concluse con un nulla di fatto e se da un lato fu una vittoria giapponese in termine di affondamenti di navi nemiche, per gli Alleati si trattò di un successo strategico perché furono in grado di proteggere l’Australia mantenendo il controllo della base di Port Moresby. In seguito allo scontro del maggio 1942, pur necessitando teoricamente di una pausa per effettuare riparazioni e il recupero di materiali e personale, i Giapponesi non vollero fermarsi. Il motivo della fretta di infliggere un colpo decisivo agli Americani era dovuto anche ad un episodio avvenuto nell’aprile precedente, passato alla storia come il «Doolittle Raid». L’azione bellica, fino ad allora senza precedenti, era nata per iniziativa del tenente colonnello dell’Usaf James Doolittle, da cui prese il nome. Concepito come rappresaglia per l’attacco a Pearl Harbour, il raid fu lanciato dal ponte di una portaerei, la USS Hornet, da dove decollarono 16 bombardieri Mitchell B-25 che raggiunsero e colpirono Tokyo e Honshu causando 50 morti e 400 feriti. Nonostante i danni alle installazioni militari e industriali giapponesi fossero stati trascurabili, l’impatto psicologico sulla popolazione e nipponica fu forte perché i Giapponesi per la prima volta si resero conto che la loro Patria era vulnerabile agli attacchi e che la vita stessa del divino imperatore Hirohito si era trovata in pericolo. Un fatto che i vertici militari giudicarono un sacrilegio nei confronti del popolo nipponico e della divina figura dell'imperatore. La vendetta della Marina imperiale si concentrò alla fine di maggio 1942 sull’arcipelago delle Midway, un atollo utilizzato dagli Americani come base aeronavale situato a metà strada tra le Hawaii e il Giappone (da cui il nome). Convinti di essere in vantaggio da un punto di vista strategico e di forza, i Giapponesi di Yamamoto puntarono alla distruzione di tutte le portaerei americane presenti nel Pacifico. Per distrarre il nemico, la Marina imperiale sferrò nei giorni precedenti la battaglia un attacco diversivo alle coste dell’Alaska. L’ammiraglio non aveva però calcolato il grande lavoro che l’Intelligence militare statunitense aveva preparato e sottoposto al comandante le forze navali Usa nel Pacifico, grazie alla tempestiva decodifica dei messaggi radio giapponesi e l’uso avanzato dei sistemi radar. Yamamoto, per ricompattare la forza navale dispersa dopo le ultime azioni, aveva dovuto fare ampio uso dell’etere senza adeguati sistemi di schermatura. Per gli uomini dell'ammiraglio Chester Nimitz fu chiaro da subito che le Midway sarebbero state il punto focale della imminente battaglia. la conseguenza immediata delle informazioni a disposizione degli Americani fu che l’atto diversivo in Alaska fallì per la mancata risposta delle forze alleate che l’avevano identificata come un tranello, mentre l’attacco sottomarino fu anticipato dall’invio di navi da guerra. Inoltre i Giapponesi erano convinti di aver affondato la portaerei USS Yorkshire durante la battaglia del mar dei Coralli. In realtà la nave era stata riparata a Pearl Harbour in soli due giorni ed era pronta a riprendere il mare, bilanciando parzialmente lo svantaggio americano nei confronti della flotta imperiale nipponica che poteva contare su quattro grandi portaerei due medie. I piani di Yamamoto erano, come tipico della strategia nipponica, molto complessi e rigidamente divisi tra le portaerei, le navi da guerra e la forza anfibia che avrebbe dovuto occupare l’atollo delle Midway. Dal canto loro le due forze navali americane, comandate dagli ammiragli Frank Fletcher e Raymond Spruance si mantennero separate e attaccarono per prime, il 3 giugno 1942, ben sapendo che il primo attacco aereo avrebbe potuto rivelarsi decisivo in quanto le portaerei erano cariche di armi, velivoli e carburante e quindi particolarmente vulnerabili. Il primo raid contro le navi giapponesi fu sostanzialmente un fallimento, in quanto gli obiettivi furono centrati solo parzialmente. La reazione di Yamamoto non si fece attendere. Dalle portaerei decollarono 108 tra Mitsubishi A6M “Zero” e Nakajima Ki-27 diretti sul cielo delle Midway, che imperversarono contrastati a fatica da soli 50 caccia americani. Il primo colpo, anche se non decisivo, andò a vantaggio dei nipponici. A questo punto però, Yamamoto non sapeva che le portaerei americane fossero già in posizione grazie alle decriptazioni dei massaggi cifrati. Questa situazione fece sì che il vice di Yamamoto, vice-ammiraglio Chuichi Nagumo, si venisse a trovare di fronte a un bivio: colpire la flotta nemica in posizione di battaglia oppure proseguire con gli attacchi alla base delle Midway? L’indecisione dei giapponesi fece passare il gioco nelle mani americane, quando Spruance diede l’ordine agli aerosiluranti Douglas TBD Devastator di decollare dalle portaerei USS Hornet e USS Enterprise. Nagumo fu costretto ad attendere il rientro degli aerei dal primo raid e il conseguente rifornimento prima di lanciare la seconda ondata sull’atollo. Il ritardo forzato fu decisivo. Gli aerosiluranti americani, ai quali si erano unite anche formazioni di bombardieri SBD Dauntless a tuffo e caccia di scorta Grumman F4F che avrebbero dovuto attaccare le portaerei nipponiche in simultanea, ma che in realtà si presentarono divisi in ondate. L’attacco degli aerosiluranti americani fu un massacro, perché gli “Zero” erano nettamente superiori negli scontri a bassissima quota, quella richiesta per sganciare i siluri e il 90% dei velivoli americani fu abbattuto. Il resto della forza aerea della Marina statunitense ebbe tuttavia un colpo di fortuna che accelerò l’esito della battaglia prima che i Giapponesi potessero riorganizzarsi e sferrare l’attacco finale su Midway. Una formazione di cacciabombardieri americani notò in volo un cacciatorpediniere della Marina imperiale seguire una rotta diversiva per svincolarsi dalla trappola dei sottomarini nemici e lo seguì. Poco più tardi all’orizzonte apparvero le portaerei nipponiche prive della protezione dei caccia in quel momento in volo verso le Midway e i piloti americani si tuffarono sulle portaerei Kaga e Akagi scaricando le bombe da 1.000 libbre sui ponti pieni di armi e carburante. Il rogo delle due navi orgoglio della Marina del Sol levante bruciò violento prima di scomparire per sempre dalla scena del Pacifico. Poco più tardi anche la terza portaerei giapponese, la Soryu fu colpita dagli aerei decollati dalla rediviva USS Yorkshire. Nagumo, lungi dal volersi arrendere nell’osservanza delle tradizioni volle colpire con l’ultima portaerei a sua disposizione, la Hiryu, l’unica nave americana che la Marina nipponica priva di radar era riuscita a localizzare. La USS Yorkshire, pur allertata dai radar di bordo, fu colpita da 40 velivoli. Grazie ai sistemi avanzati antincendio, la portaerei rimase a galla e poche ore dopo, ormai localizzata dagli Americani, fu colpita anche l’ultima delle quattro portaerei nipponiche, la Hiryu. A quel punto, essendo evidente la sconfitta, l’ammiraglio Yamamoto diede l’ordine di ritiro alle navi superstiti e Spruance, temendo una trappola, evitò di inseguirle. Il bilancio della battaglia delle Midway parlò chiaro su chi fosse il vincitore. I giapponesi avevano perso (pur essendo partiti in vantaggio e all’attacco) quattro portaerei, un incrociatore, 270 aerei e 3500 uomini, tra cui le preziose squadre dei manutentori dei velivoli imbarcati. Gli americani persero la USS Yorktown, a cui un sommergibile giapponese diede il colpo di grazia il 6 giugno 1942. Ma solamente 100 uomini e 130 velivoli furono sacrificati per la difesa delle Midway e per una vittoria quasi inattesa, per le cui dimensioni la guerra nel Pacifico cambiò rotta. Altri tre anni e moltissime vite umane dividevano la battaglia della tarda primavera del 1942 dalla capitolazione dell’Impero giapponese. Ma dopo la battaglia delle portaerei, si apriva la strada di Guadalcanal.
Alle spalle, il Quirinale (Imagoeconomica). Nel riquadro, il libro di Castellani e Quagliariello
E i diritti che essa riconosce sono quasi sempre bilanciati da corrispondenti doveri che con il tempo, nella lettura politica della Carta, sono stati sottostimati quando non addirittura omessi. In altre parole, il consenso sulla prima parte nasce dalla comune volontà di fondare una democrazia pluralista e garantista, non di imporre un progetto ideologico unilaterale. Tanto che la stessa prima parte della Costituzione (si consideri a tal proposito, in particolare, la vicenda dell’art. 3 comma 2 relativo all’eguaglianza), sarà oggetto di interpretazioni politiche differenti. Il compromesso ideologico, dunque, si trova senza troppe tensioni, amalgamando diverse culture politiche intorno alla base comune dell’accettazione dei princìpi di una democrazia liberale.
È nella seconda parte - quella sulla forma di governo e sulle garanzie - che, invece, il compromesso diventa molto più sofferto. Qui la logica delle «garanzie politiche» prevale su quella dell’efficienza. Per l’essenziale: le sinistre temono che un rafforzamento dell’esecutivo possa tradursi in restaurazione autoritaria; la Dc e i partiti di centro temono, al contrario, che un eccesso di parlamentarismo esponga il sistema alle pressioni di un grande partito comunista legato all’Urss. Ne risulta una razionalizzazione assai debole del regime parlamentare. Fallisce l’ipotesi di introdurre meccanismi come la sfiducia costruttiva o il cancellierato sul modello del Grundgesetz tedesco, previsti dall’ordine del giorno Perassi del settembre 1946, e si preferisce «abbondare» in termini di garanzie e contropoteri, sacrificando la stabilità dei governi alla salvaguardia dell’equilibrio tra i partiti. È la scelta che porterà a una forma di governo intrinsecamente fragile, nella quale l’esecutivo dipende da maggioranze fluide, i governi sono esposti a crisi frequenti e il circuito decisionale tende a spostarsi dai luoghi istituzionali formali alle sedi informali di mediazione partitica.
In questo contesto, De Gasperi - che è Presidente del Consiglio per tutto il periodo dei lavori costituenti - mantiene un ruolo relativamente defilato nell’Assemblea, concentrando le sue energie sul fronte internazionale, sulla continuità statuale, sulla statuizione dei rapporti tra Chiesa e Stato. Va poi considerato in tutta la sua rilevanza il fatto che il processo costituente viene «tagliato in due» dalla rottura del maggio 1947 con le sinistre, che segna il passaggio dai governi di unità antifascista al centrismo e rende ancora più cogente la ricerca di garanzie reciproche e complessa la traduzione dei compromessi costituzionali in una forma di governo stabile. In quel torno di tempo la divisione del lavoro è netta: la Costituente scrive le regole, il governo si incarica di far sopravvivere e riconoscere lo Stato italiano in un contesto internazionale difficile, e da questa separazione di funzioni nasce anche il limite strutturale della nostra forma di governo, pensata più per impedire torsioni verticali che per decidere.
Proprio perché la forma di governo disegnata nel 1948 è debole, dunque, la Repubblica, per stare in piedi, necessita di un «Principe». Non un Principe individuale, s’intende, ma un soggetto politico capace di concentrare la legittimazione, di tenere insieme un sistema parlamentare frammentato e di assumere decisioni nei momenti di crisi. Antonio Gramsci aveva già immaginato questa traslazione tra il «Principe individuo» di Machiavelli al partito, inteso come «principe collettivo». E infatti, si può affermare che il partito sin dall’origine si candidi a svolgere questo ruolo, proponendosi come vera e propria infrastruttura del nuovo regime. È nel circuito della «democrazia dei partiti» che si regolano e si compongono i conflitti, si formano e si disfano le maggioranze e gli esecutivi, in continuità con la propensione che era stata già dell’Italia liberale a far convergere al centro del sistema le forze chiamate a esercitare responsabilità di governo isolando le ali antisistema. Col tempo, la centralità dei partiti sarebbe diventata ancora più avvertita. Al punto che la storiografia più recente individua, addirittura, nella «centralità assoluta dell’infrastruttura partitica» il meccanismo di funzionamento del regime parlamentare italiano che avrebbe trasformato il Parlamento in un mero luogo di ratifica di scelte compiute altrove.
Questa deriva, colta a posteriori in modo persino troppo unilaterale, non può, però, ritenersi scontata, soprattutto agli esordi. E quando poi all’inizio degli anni Novanta il sistema dei partiti costruito su quel compromesso esplode, sotto la pressione congiunta della fine della Guerra Fredda, delle inchieste di Tangentopoli e del crollo delle culture politiche tradizionali, il bisogno di trovare un Principe non scompare. Di fatti, il Principe resta, pur cambiando soggettività. Venuto meno il partito-Principe, con la dissoluzione della Dc, del Psi e la trasformazione del Pci, il fulcro di stabilizzazione si trasferisce progressivamente sul Presidente della Repubblica, che assume una funzione sempre più attiva nella gestione delle crisi, nella formazione degli esecutivi e nel raccordo con i vincoli europei e internazionali. Si può perciò affermare che il Capo dello Stato divenga il nuovo Principe della Repubblica: non per un mutamento formale della Costituzione, ma per l’inerzia di una forma di governo che continua a non fornire da sola un baricentro solido e che, in assenza del partito egemone, trova nel Quirinale l’unico attore in grado di garantire la continuità del sistema. Da ultimo, questa circostanza è stata emblematizzata dal film di un grande regista italiano, Paolo Sorrentino, dedicato per l’appunto alla figura del presidente colta nell’intreccio tra responsabilità istituzionale e scelte interiori. Il regista, nell’intervista di presentazione, afferma di essersi ispirato per il suo lavoro un po’ a Scalfaro, un po’ a Napolitano e un po’ a Mattarella: tre personalità politiche e umane assai diverse. Segno che la rilevanza istituzionale della carica si sia così tanto dilatata da influenzare persino la dimensione interiore e determinare la portata delle scelte di coscienza da assumere.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 2 giugno con Carlo Cambi
Il cantiere del nuovo consolato americano che sorgerà a Milano (Ansa)
Gli altri settori produttivi le devono pagare un tributo crescente, mentre la definizione stessa di «interesse pubblico» si fa sempre più sfuggente, contesa tra gruppi sociali vincenti e altri naturalmente perdenti.
Una delle contraddizioni più clamorose di questo modello emerge dalla vicenda che coinvolge il consolato americano: un caso che rivela, senza possibilità di equivoci, che la cosiddetta «rigenerazione urbana» di Milano poggia anche sul lavoro di persone tenute in condizioni di semischiavitù. Nell’area dell’ex Tiro a segno è in costruzione la nuova sede del Consolato degli Stati Uniti, un’opera faraonica, come è nello stile americano, dislocata su 40.000 metri quadrati, con un costo dichiarato di almeno 351 milioni di dollari, il cui completamento è previsto nel 2028. Una cifra che però non include il costo del lavoro (e non è un dettaglio secondario). La Procura di Milano ha accertato che la ditta costruttrice impiegava lavoratori stranieri in condizione di paraschiavitù.
I pubblici ministeri Paolo Storari e Mauro Clerici hanno messo sotto controllo giudiziario la società edile statunitense Caddell, con l’accusa di caporalato e sfruttamento dei lavoratori, e operato il fermo di un manager della stessa azienda in procinto di scappare in Turchia. Il cantiere, inaugurato in pompa magna nel 2022 con la posa della prima pietra alla presenza del console Robert Needham e del sindaco Beppe Sala, funzionava grazie al lavoro di operai che venivano reclutati in India da un’agenzia di Nuova Dehli, la Dynamic house. Per ottenere il posto di lavoro erano costretti a pagare una cifra ingente, circa 500.000 rupie (5/6.000 euro) con la promessa di documenti regolari e biglietto aereo incluso. Una volta arrivati a Milano, la realtà era ben diversa: turni di 12 ore al giorno, sei giorni su sette, senza festività. La paga? Appena 2 o 3 euro l’ora. E più della metà dello stipendio veniva sistematicamente sottratta.
«I poveri non sono un problema da risolvere ma una risorsa da sfruttare», diceva Zygmunt Bauman. È difficile non pensare a questa frase leggendo le condizioni in cui questi uomini erano costretti a lavorare. Il sistema di sfruttamento descritto ricorda da vicino quello adottato in diversi Paesi del Golfo: la Kafala, un’istituzione giuridica utilizzata per monitorare i lavoratori stranieri impiegati specialmente nel settore edilizio. La pratica è legalmente diffusa in Qatar, Kuwait, Libano, Oman, Bahrein, Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti. In quel sistema il lavoratore straniero è vincolato a uno sponsor che coincide con il datore di lavoro: questo detiene il controllo totale sulla mobilità del dipendente e sui suoi documenti. Il lavoratore non può cambiare impiego, non può lasciare il Paese, non può sottrarsi. La Kafala è di fatto l’istituzionalizzazione della schiavitù.
Ecco qui rappresentata la modernizzazione al contrario di Milano. Una città che vanta ingenti investimenti in immobili realizzati da questi Paesi, ma che sembra aver importato anche un ignobile modello di sfruttamento dei lavoratori migranti. Ciò che colpisce, oltre alla gravità dei fatti, è l’assenza di parole di chi governa la città. L’amministrazione comunale non può pensare che si tratti un «affare americano»: il cantiere insiste sul suolo milanese, il sindaco era presente all’inaugurazione, la città ne porta un po’ la responsabilità morale e politica. Altrettanto significativa è la latitanza della sinistra che tende a occuparsi di migranti solo quando è utile a una polemica contro la destra. All’appello, infine, manca anche il sindacato che ha dimostrato ancora una volta di essere fuori contesto, incapace di cogliere le contraddizioni più acute del modello di sviluppo in atto. Il dato di fatto è che tutti questi continuano a parlare di candidature per le prossime elezioni amministrative, di primarie e di altri aspetti che riguardano la loro vita interna dimostrando, se ve ne fosse ancora bisogno, la loro lontananza dai problemi reali delle persone.
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