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2022-06-03
Midway: ottant'anni fa, la battaglia delle portaerei
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Due Nakajima Ki-27 all'attacco della USS Yorkshire nella battaglia delle Midway (Us Navy Archives)
Il 4 giugno 1942 avrebbe potuto essere la data della vittoria definitiva dei Giapponesi nel teatro di guerra del Pacifico e poco ci mancò perché l’esito fosse davvero quello. Dall’attacco nipponico a Pearl Harbour del dicembre 1941, che trascinò gli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, fino alla primavera del 1942 la potentissima flotta imperiale giapponese aveva dominato i mari con le sue portaerei, gli incrociatori e i sottomarini comandati dall’ammiraglio Isoroku Yamamoto. Il primo grande contatto tra le flotte nemiche era avvenuto solamente un mese prima in quella che passò alla storia come la battaglia del Mar dei Coralli, in un tratto di oceano tra la Nuova Guinea e le Isole Salomone. L’azione fu concepita dai Giapponesi per dare una ulteriore spallata alle forze alleate nel Pacifico con l’obiettivo di raggiungere l’Australia e neutralizzare la base navale di Port Moresby con un attacco principalmente svolto da portaerei. Per due giorni le flotte avversarie si inseguirono e infine il combattimento venne dal cielo. In sostanza la battaglia del mar dei Coralli si concluse con un nulla di fatto e se da un lato fu una vittoria giapponese in termine di affondamenti di navi nemiche, per gli Alleati si trattò di un successo strategico perché furono in grado di proteggere l’Australia mantenendo il controllo della base di Port Moresby.
In seguito allo scontro del maggio 1942, pur necessitando teoricamente di una pausa per effettuare riparazioni e il recupero di materiali e personale, i Giapponesi non vollero fermarsi. Il motivo della fretta di infliggere un colpo decisivo agli Americani era dovuto anche ad un episodio avvenuto nell’aprile precedente, passato alla storia come il «Doolittle Raid». L’azione bellica, fino ad allora senza precedenti, era nata per iniziativa del tenente colonnello dell’Usaf James Doolittle, da cui prese il nome. Concepito come rappresaglia per l’attacco a Pearl Harbour, il raid fu lanciato dal ponte di una portaerei, la USS Hornet, da dove decollarono 16 bombardieri Mitchell B-25 che raggiunsero e colpirono Tokyo e Honshu causando 50 morti e 400 feriti. Nonostante i danni alle installazioni militari e industriali giapponesi fossero stati trascurabili, l’impatto psicologico sulla popolazione e nipponica fu forte perché i Giapponesi per la prima volta si resero conto che la loro Patria era vulnerabile agli attacchi e che la vita stessa del divino imperatore Hirohito si era trovata in pericolo. Un fatto che i vertici militari giudicarono un sacrilegio nei confronti del popolo nipponico e della divina figura dell'imperatore.
La vendetta della Marina imperiale si concentrò alla fine di maggio 1942 sull’arcipelago delle Midway, un atollo utilizzato dagli Americani come base aeronavale situato a metà strada tra le Hawaii e il Giappone (da cui il nome). Convinti di essere in vantaggio da un punto di vista strategico e di forza, i Giapponesi di Yamamoto puntarono alla distruzione di tutte le portaerei americane presenti nel Pacifico. Per distrarre il nemico, la Marina imperiale sferrò nei giorni precedenti la battaglia un attacco diversivo alle coste dell’Alaska. L’ammiraglio non aveva però calcolato il grande lavoro che l’Intelligence militare statunitense aveva preparato e sottoposto al comandante le forze navali Usa nel Pacifico, grazie alla tempestiva decodifica dei messaggi radio giapponesi e l’uso avanzato dei sistemi radar. Yamamoto, per ricompattare la forza navale dispersa dopo le ultime azioni, aveva dovuto fare ampio uso dell’etere senza adeguati sistemi di schermatura. Per gli uomini dell'ammiraglio Chester Nimitz fu chiaro da subito che le Midway sarebbero state il punto focale della imminente battaglia. la conseguenza immediata delle informazioni a disposizione degli Americani fu che l’atto diversivo in Alaska fallì per la mancata risposta delle forze alleate che l’avevano identificata come un tranello, mentre l’attacco sottomarino fu anticipato dall’invio di navi da guerra. Inoltre i Giapponesi erano convinti di aver affondato la portaerei USS Yorkshire durante la battaglia del mar dei Coralli. In realtà la nave era stata riparata a Pearl Harbour in soli due giorni ed era pronta a riprendere il mare, bilanciando parzialmente lo svantaggio americano nei confronti della flotta imperiale nipponica che poteva contare su quattro grandi portaerei due medie. I piani di Yamamoto erano, come tipico della strategia nipponica, molto complessi e rigidamente divisi tra le portaerei, le navi da guerra e la forza anfibia che avrebbe dovuto occupare l’atollo delle Midway. Dal canto loro le due forze navali americane, comandate dagli ammiragli Frank Fletcher e Raymond Spruance si mantennero separate e attaccarono per prime, il 3 giugno 1942, ben sapendo che il primo attacco aereo avrebbe potuto rivelarsi decisivo in quanto le portaerei erano cariche di armi, velivoli e carburante e quindi particolarmente vulnerabili. Il primo raid contro le navi giapponesi fu sostanzialmente un fallimento, in quanto gli obiettivi furono centrati solo parzialmente. La reazione di Yamamoto non si fece attendere. Dalle portaerei decollarono 108 tra Mitsubishi A6M “Zero” e Nakajima Ki-27 diretti sul cielo delle Midway, che imperversarono contrastati a fatica da soli 50 caccia americani. Il primo colpo, anche se non decisivo, andò a vantaggio dei nipponici. A questo punto però, Yamamoto non sapeva che le portaerei americane fossero già in posizione grazie alle decriptazioni dei massaggi cifrati. Questa situazione fece sì che il vice di Yamamoto, vice-ammiraglio Chuichi Nagumo, si venisse a trovare di fronte a un bivio: colpire la flotta nemica in posizione di battaglia oppure proseguire con gli attacchi alla base delle Midway? L’indecisione dei giapponesi fece passare il gioco nelle mani americane, quando Spruance diede l’ordine agli aerosiluranti Douglas TBD Devastator di decollare dalle portaerei USS Hornet e USS Enterprise. Nagumo fu costretto ad attendere il rientro degli aerei dal primo raid e il conseguente rifornimento prima di lanciare la seconda ondata sull’atollo. Il ritardo forzato fu decisivo. Gli aerosiluranti americani, ai quali si erano unite anche formazioni di bombardieri SBD Dauntless a tuffo e caccia di scorta Grumman F4F che avrebbero dovuto attaccare le portaerei nipponiche in simultanea, ma che in realtà si presentarono divisi in ondate. L’attacco degli aerosiluranti americani fu un massacro, perché gli “Zero” erano nettamente superiori negli scontri a bassissima quota, quella richiesta per sganciare i siluri e il 90% dei velivoli americani fu abbattuto. Il resto della forza aerea della Marina statunitense ebbe tuttavia un colpo di fortuna che accelerò l’esito della battaglia prima che i Giapponesi potessero riorganizzarsi e sferrare l’attacco finale su Midway. Una formazione di cacciabombardieri americani notò in volo un cacciatorpediniere della Marina imperiale seguire una rotta diversiva per svincolarsi dalla trappola dei sottomarini nemici e lo seguì. Poco più tardi all’orizzonte apparvero le portaerei nipponiche prive della protezione dei caccia in quel momento in volo verso le Midway e i piloti americani si tuffarono sulle portaerei Kaga e Akagi scaricando le bombe da 1.000 libbre sui ponti pieni di armi e carburante. Il rogo delle due navi orgoglio della Marina del Sol levante bruciò violento prima di scomparire per sempre dalla scena del Pacifico. Poco più tardi anche la terza portaerei giapponese, la Soryu fu colpita dagli aerei decollati dalla rediviva USS Yorkshire. Nagumo, lungi dal volersi arrendere nell’osservanza delle tradizioni volle colpire con l’ultima portaerei a sua disposizione, la Hiryu, l’unica nave americana che la Marina nipponica priva di radar era riuscita a localizzare. La USS Yorkshire, pur allertata dai radar di bordo, fu colpita da 40 velivoli. Grazie ai sistemi avanzati antincendio, la portaerei rimase a galla e poche ore dopo, ormai localizzata dagli Americani, fu colpita anche l’ultima delle quattro portaerei nipponiche, la Hiryu. A quel punto, essendo evidente la sconfitta, l’ammiraglio Yamamoto diede l’ordine di ritiro alle navi superstiti e Spruance, temendo una trappola, evitò di inseguirle. Il bilancio della battaglia delle Midway parlò chiaro su chi fosse il vincitore. I giapponesi avevano perso (pur essendo partiti in vantaggio e all’attacco) quattro portaerei, un incrociatore, 270 aerei e 3500 uomini, tra cui le preziose squadre dei manutentori dei velivoli imbarcati. Gli americani persero la USS Yorktown, a cui un sommergibile giapponese diede il colpo di grazia il 6 giugno 1942. Ma solamente 100 uomini e 130 velivoli furono sacrificati per la difesa delle Midway e per una vittoria quasi inattesa, per le cui dimensioni la guerra nel Pacifico cambiò rotta. Altri tre anni e moltissime vite umane dividevano la battaglia della tarda primavera del 1942 dalla capitolazione dell’Impero giapponese. Ma dopo la battaglia delle portaerei, si apriva la strada di Guadalcanal.
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La guerra nel Pacifico cambiò rotta il 3 giugno 1942, quando gli Americani in difficoltà riuscirono a trasformare in vittoria una battaglia partita in difesa ed in svantaggio. Da allora il dominio della Marina di Yamamoto vacillò. La storia, le immagini. Il 4 giugno 1942 avrebbe potuto essere la data della vittoria definitiva dei Giapponesi nel teatro di guerra del Pacifico e poco ci mancò perché l’esito fosse davvero quello. Dall’attacco nipponico a Pearl Harbour del dicembre 1941, che trascinò gli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, fino alla primavera del 1942 la potentissima flotta imperiale giapponese aveva dominato i mari con le sue portaerei, gli incrociatori e i sottomarini comandati dall’ammiraglio Isoroku Yamamoto. Il primo grande contatto tra le flotte nemiche era avvenuto solamente un mese prima in quella che passò alla storia come la battaglia del Mar dei Coralli, in un tratto di oceano tra la Nuova Guinea e le Isole Salomone. L’azione fu concepita dai Giapponesi per dare una ulteriore spallata alle forze alleate nel Pacifico con l’obiettivo di raggiungere l’Australia e neutralizzare la base navale di Port Moresby con un attacco principalmente svolto da portaerei. Per due giorni le flotte avversarie si inseguirono e infine il combattimento venne dal cielo. In sostanza la battaglia del mar dei Coralli si concluse con un nulla di fatto e se da un lato fu una vittoria giapponese in termine di affondamenti di navi nemiche, per gli Alleati si trattò di un successo strategico perché furono in grado di proteggere l’Australia mantenendo il controllo della base di Port Moresby. In seguito allo scontro del maggio 1942, pur necessitando teoricamente di una pausa per effettuare riparazioni e il recupero di materiali e personale, i Giapponesi non vollero fermarsi. Il motivo della fretta di infliggere un colpo decisivo agli Americani era dovuto anche ad un episodio avvenuto nell’aprile precedente, passato alla storia come il «Doolittle Raid». L’azione bellica, fino ad allora senza precedenti, era nata per iniziativa del tenente colonnello dell’Usaf James Doolittle, da cui prese il nome. Concepito come rappresaglia per l’attacco a Pearl Harbour, il raid fu lanciato dal ponte di una portaerei, la USS Hornet, da dove decollarono 16 bombardieri Mitchell B-25 che raggiunsero e colpirono Tokyo e Honshu causando 50 morti e 400 feriti. Nonostante i danni alle installazioni militari e industriali giapponesi fossero stati trascurabili, l’impatto psicologico sulla popolazione e nipponica fu forte perché i Giapponesi per la prima volta si resero conto che la loro Patria era vulnerabile agli attacchi e che la vita stessa del divino imperatore Hirohito si era trovata in pericolo. Un fatto che i vertici militari giudicarono un sacrilegio nei confronti del popolo nipponico e della divina figura dell'imperatore. La vendetta della Marina imperiale si concentrò alla fine di maggio 1942 sull’arcipelago delle Midway, un atollo utilizzato dagli Americani come base aeronavale situato a metà strada tra le Hawaii e il Giappone (da cui il nome). Convinti di essere in vantaggio da un punto di vista strategico e di forza, i Giapponesi di Yamamoto puntarono alla distruzione di tutte le portaerei americane presenti nel Pacifico. Per distrarre il nemico, la Marina imperiale sferrò nei giorni precedenti la battaglia un attacco diversivo alle coste dell’Alaska. L’ammiraglio non aveva però calcolato il grande lavoro che l’Intelligence militare statunitense aveva preparato e sottoposto al comandante le forze navali Usa nel Pacifico, grazie alla tempestiva decodifica dei messaggi radio giapponesi e l’uso avanzato dei sistemi radar. Yamamoto, per ricompattare la forza navale dispersa dopo le ultime azioni, aveva dovuto fare ampio uso dell’etere senza adeguati sistemi di schermatura. Per gli uomini dell'ammiraglio Chester Nimitz fu chiaro da subito che le Midway sarebbero state il punto focale della imminente battaglia. la conseguenza immediata delle informazioni a disposizione degli Americani fu che l’atto diversivo in Alaska fallì per la mancata risposta delle forze alleate che l’avevano identificata come un tranello, mentre l’attacco sottomarino fu anticipato dall’invio di navi da guerra. Inoltre i Giapponesi erano convinti di aver affondato la portaerei USS Yorkshire durante la battaglia del mar dei Coralli. In realtà la nave era stata riparata a Pearl Harbour in soli due giorni ed era pronta a riprendere il mare, bilanciando parzialmente lo svantaggio americano nei confronti della flotta imperiale nipponica che poteva contare su quattro grandi portaerei due medie. I piani di Yamamoto erano, come tipico della strategia nipponica, molto complessi e rigidamente divisi tra le portaerei, le navi da guerra e la forza anfibia che avrebbe dovuto occupare l’atollo delle Midway. Dal canto loro le due forze navali americane, comandate dagli ammiragli Frank Fletcher e Raymond Spruance si mantennero separate e attaccarono per prime, il 3 giugno 1942, ben sapendo che il primo attacco aereo avrebbe potuto rivelarsi decisivo in quanto le portaerei erano cariche di armi, velivoli e carburante e quindi particolarmente vulnerabili. Il primo raid contro le navi giapponesi fu sostanzialmente un fallimento, in quanto gli obiettivi furono centrati solo parzialmente. La reazione di Yamamoto non si fece attendere. Dalle portaerei decollarono 108 tra Mitsubishi A6M “Zero” e Nakajima Ki-27 diretti sul cielo delle Midway, che imperversarono contrastati a fatica da soli 50 caccia americani. Il primo colpo, anche se non decisivo, andò a vantaggio dei nipponici. A questo punto però, Yamamoto non sapeva che le portaerei americane fossero già in posizione grazie alle decriptazioni dei massaggi cifrati. Questa situazione fece sì che il vice di Yamamoto, vice-ammiraglio Chuichi Nagumo, si venisse a trovare di fronte a un bivio: colpire la flotta nemica in posizione di battaglia oppure proseguire con gli attacchi alla base delle Midway? L’indecisione dei giapponesi fece passare il gioco nelle mani americane, quando Spruance diede l’ordine agli aerosiluranti Douglas TBD Devastator di decollare dalle portaerei USS Hornet e USS Enterprise. Nagumo fu costretto ad attendere il rientro degli aerei dal primo raid e il conseguente rifornimento prima di lanciare la seconda ondata sull’atollo. Il ritardo forzato fu decisivo. Gli aerosiluranti americani, ai quali si erano unite anche formazioni di bombardieri SBD Dauntless a tuffo e caccia di scorta Grumman F4F che avrebbero dovuto attaccare le portaerei nipponiche in simultanea, ma che in realtà si presentarono divisi in ondate. L’attacco degli aerosiluranti americani fu un massacro, perché gli “Zero” erano nettamente superiori negli scontri a bassissima quota, quella richiesta per sganciare i siluri e il 90% dei velivoli americani fu abbattuto. Il resto della forza aerea della Marina statunitense ebbe tuttavia un colpo di fortuna che accelerò l’esito della battaglia prima che i Giapponesi potessero riorganizzarsi e sferrare l’attacco finale su Midway. Una formazione di cacciabombardieri americani notò in volo un cacciatorpediniere della Marina imperiale seguire una rotta diversiva per svincolarsi dalla trappola dei sottomarini nemici e lo seguì. Poco più tardi all’orizzonte apparvero le portaerei nipponiche prive della protezione dei caccia in quel momento in volo verso le Midway e i piloti americani si tuffarono sulle portaerei Kaga e Akagi scaricando le bombe da 1.000 libbre sui ponti pieni di armi e carburante. Il rogo delle due navi orgoglio della Marina del Sol levante bruciò violento prima di scomparire per sempre dalla scena del Pacifico. Poco più tardi anche la terza portaerei giapponese, la Soryu fu colpita dagli aerei decollati dalla rediviva USS Yorkshire. Nagumo, lungi dal volersi arrendere nell’osservanza delle tradizioni volle colpire con l’ultima portaerei a sua disposizione, la Hiryu, l’unica nave americana che la Marina nipponica priva di radar era riuscita a localizzare. La USS Yorkshire, pur allertata dai radar di bordo, fu colpita da 40 velivoli. Grazie ai sistemi avanzati antincendio, la portaerei rimase a galla e poche ore dopo, ormai localizzata dagli Americani, fu colpita anche l’ultima delle quattro portaerei nipponiche, la Hiryu. A quel punto, essendo evidente la sconfitta, l’ammiraglio Yamamoto diede l’ordine di ritiro alle navi superstiti e Spruance, temendo una trappola, evitò di inseguirle. Il bilancio della battaglia delle Midway parlò chiaro su chi fosse il vincitore. I giapponesi avevano perso (pur essendo partiti in vantaggio e all’attacco) quattro portaerei, un incrociatore, 270 aerei e 3500 uomini, tra cui le preziose squadre dei manutentori dei velivoli imbarcati. Gli americani persero la USS Yorktown, a cui un sommergibile giapponese diede il colpo di grazia il 6 giugno 1942. Ma solamente 100 uomini e 130 velivoli furono sacrificati per la difesa delle Midway e per una vittoria quasi inattesa, per le cui dimensioni la guerra nel Pacifico cambiò rotta. Altri tre anni e moltissime vite umane dividevano la battaglia della tarda primavera del 1942 dalla capitolazione dell’Impero giapponese. Ma dopo la battaglia delle portaerei, si apriva la strada di Guadalcanal.
A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
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Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
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Greta Thunberg cammina con una folla di attivisti filo-palestinesi arrivati per accogliere la Global Sumud Flotilla al porto di Sidi Bou Said, in Tunisia, il 7 settembre 2025 (Ansa)
Cuba potrebbe diventare la meta di una nuova Flotilla che dovrebbe arrivare nell’isola caraibica il 21 marzo. L’iniziativa, denominata Nuestra América, è stata promossa dall’ organizzazione Internazionale Progressista e dai Democratic Socialists of America, che hanno appoggiato l’elezione di Mamdani a New York, e ha già ricevuto la benedizione dell’eco-attivista Greta Thunberg. Le imbarcazioni vorrebbero portare cibo, medicinali e beni di prima necessità, ma soprattutto «rompere il blocco imposto da Washington».
Nel frattempo, la cronaca delle ultime ore riporta di quanto accaduto al largo delle acque cubane, dove la Guardia Costiera ha aperto il fuoco su un'imbarcazione registrata in Florida, uccidendo quattro persone e ferendone altre sei. Stando a quanto dichiarato dal ministero dell’Interno dell’Avana lo scontro sarebbe avvenuto nelle acque territoriali dell’isola e in una nota gli uomini sull’imbarcazione sono stati definiti come aggressori statunitensi.
Le previsioni di Donald Trump sul crollo del regime cubano sembrano infatti sempre più vicine ad avversarsi. Il tycoon aveva dichiarato che L’Avana era pronta a cadere e che non ci sarebbe stato bisogno di fare nulla, dipendendo totalmente dal petrolio del Venezuela che adesso non avrebbe più ricevuto. Il governo di Cuba ha annunciato alle compagnie aeree internazionali che gli aeroporti cubani non saranno in grado di fare rifornimento agli aerei almeno fino a metà marzo. Una situazione che complica enormemente l’afflusso turistico nell’isola caraibica, costringendo gli aerei a fare degli scali tecnici in Messico o nella Repubblica Dominicana. Air Canada ha già interrotto le tratte, limitandosi a organizzare una serie di voli per riportare a casa i canadesi presenti a Cuba. Per il momento le compagnie aeree spagnole Iberia e Air Europa hanno dichiarato che i loro servizi per l'isola continueranno, ma i voli da Madrid dovranno atterrare nella Repubblica Dominicana per rifornirsi di carburante. Nelle ultime settimane il governo cubano ha tagliato molte tratte di trasporti pubblici, ha accorciato la settimana lavorativa e ha imposto che le lezioni universitarie si tengano online. Il governo ha anche deciso di chiudere alcuni resort turistici per concentrare i visitatori. Il turismo è in grave crisi ormai da anni: nel 2024 sono arrivati poco più di 2 milioni di turisti, la cifra più bassa in due decenni e nel 2025 c’è stato un ulteriore calo del 20 per cento. I blackout sono sempre più frequenti e le code ai distributori infinite, mentre ormai anche i generatori degli ospedali sono quasi esauriti.
Carlos Fernandez de Cossio è il viceministro degli Esteri ed ha lavorato presso le Nazioni Unite. «Abbiamo opzioni molto limitate, dobbiamo cercare un dialogo che si basi sul rispetto delle sovranità nazionale. Siamo aperti al dialogo con gli Stati Uniti, ma non vi sarà né collasso del sistema socialista cubano, né tantomeno una nostra resa». L’esperto uomo politico ha poi fatto la fotografia dell’attuale situazione. «Stiamo adottando una serie di misure che mirano a preservare i servizi essenziali e concentrare le risorse dove sono più necessarie. Siamo pronti ad aprire una trattativa economica, ma non ad un cambio di regime. Tutte le divergenze con Washington possono essere risolte».
Il Messico sta valutando la ripresa delle spedizioni di petrolio, dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha annullato i dazi imposti contro i Paesi esportatori di greggio verso Cuba. Il governo della presidente Claudia Sheinbaum ha inviato 800 tonnellate di aiuti alimentari a bordo di due navi della sua Marina. Anche il Canada ha annunciato che sta lavorando a un pacchetto di aiuti e assistenza. Mosca è intervenuta nella questione dichiarando che la situazione è davvero critica e accusando gli Stati Uniti di aver imposto una stretta alla gola sull’isola. Dichiarazioni di sostegno sono arrivate anche dalla Cina, dal Brasile e dalla Colombia, ma il destino dell’ormai ex isola rivoluzionaria sembra già segnato.
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