Battaglia legale Rcs-Blackstone,sei anni non bastano: rinviata la decisione di appello sul lodo

Il lodo arbitrale contro il fondo Blackstone
Non ci sono né vinti né vincitori nella battaglia fra Blackstone ed Rcs. Almeno per il momento. Nell’udienza di ieri il collegio ha rinviato la decisione sull’appello della casa editrice relativamente al lodo arbitrale contro il fondo Blackstone sull’accusa di usura nella compravendita dell’immobile di via Solferino.
A New York, invece, tutto tace anche se i legali di Rcs sono convinti che ci sia un difetto di giurisdizione dal momento che nessun pezzo della storia è avvenuto negli Stati Uniti. Così anche il titolo della casa editrice del Corriere della sera è rimasto, per così dire, sospeso attorno alla parità ( +0,27% a 0,74 euro). Nonostante i buoni risultati della casa editrice, anche il mercato attende infatti di conoscere quale sarà la sorte del gruppo su cui pende la richiesta di un maxi-risarcimento (300 milioni, oltre ad altri 300 richiesti al numero uno Urbano Cairo) da parte del fondo americano. Ci vorrà ancora del tempo quindi prima che il collegio presieduto da Carla Raineri e i consiglieri Caterina Apostoliti e Rossella Milone decida il da farsi. Esattamente come a New York, tribunale al quale si è rivolto il fondo Blackstone per ottenere il maxirisarcimento.
Eppure gli anni sono volati da quando tutta questa storia è iniziata. Correva l’anno 2013. Ed Rcs non era certo in buono stato di salute. La casa editrice aveva ristrutturato il debito ottenendo un finanziamento da 575 milioni da un pool di banche. Ma doveva anche provvedere ad una ricapitalizzazione da 400 milioni e alla cessione di alcuni asset. In particolare, l’allora amministratore delegato di Rcs, Pietro Scott Jovane, decise di cedere il complesso immobiliare di via Solferino, sede del Corriere della Sera. Nonostante l’opzione non convincesse a a pieno tutti i soci, l’immobile venne venduto al fondo Blackstone per 120 milioni. Tuttavia, allo stesso tempo, venne firmato un accordo di locazione con il fondo. L’intesa prevedeva che la casa editrice versasse 10,3 milioni di affitti per i suoi ex immobili per almeno due anni. Con un canone che era pari all’8,5% di quanto incassato. La questione fece subito gridare allo scandalo i giornalisti del Corriere il cui comitato di redazione definì fuori luogo un affitto che superasse la soglia del 7%. Anche perché «un mutuo ipotecario costa oggi a chi lo contrae all’incirca il 3% lordo» chiarirono i giornalisti all’epoca dei fatti. L’operazione trovò peraltro contrari sia Cairo che il socio Diego Della Valle. Ma venne comunque realizzata sulla scia delle necessità finanziarie del gruppo.
E proprio sulle «necessità» dell’epoca che poi Cairo ha impostato la sua battaglia contro il fondo Blackstone sostenendo il caso di usura. Ipotesi però scartata nel lodo arbitrale che, pur valutando basso il prezzo cui avvenne la compravendita immobiliare (stimato a 153 milioni contro il prezzo effettivo pagato di 120), non ritenne opportuno attribuire un risarcimento ad Rcs. Dal punto di vista di Cairo l’operazione non avvenne ad armi pari, come spiegò nel 2016 quando decise di attaccare Blackstone nell’intento di riequilibrare la partita a suo vantaggio. Ma la battaglia legale finì col pregiudicare il passaggio di mano dell'edificio da Blackstone ad Allianz, facendo sfumare anche la relativa plusvalenza. Di qui la maxirichiesta risarcitoria di Blackstone nei confronti di Rcs e dello stesso Cairo per un totale di 600 milioni. Gli investitori sanno bene che la richiesta è decisamente elevata visto che l’intera capitalizzazione della casa editrice si aggira attorno ai 380 milioni. E, in caso di vittoria americana, potrebbe persino mettere in discussione gli attuali assetti proprietari del gruppo editoriale che intanto, nella gestione Cairo, ha recuperato terreno. Lo testimonia un 2021 con ricavi consolidati 2021 a 846,2 milioni (+96,7 milioni rispetto al 2020) e un utile netto da 72,4 milioni, più del doppio rispetto ad un anno prima.
Salim El Koudri, il marocchino autore della strage nel centro storico di Modena, era stato seguito un paio d’anni dal centro di salute mentale di Castelfranco Emilia per disturbo schizoide della personalità. Dal 2024 aveva interrotto il percorso terapeutico. «Purtroppo, ha sospeso questa terapia: non è più andato e ha smesso di prendere le medicine prescritte. Questo è stato l’inizio di un progressivo deterioramento […] Ha detto che stava bene, che era tranquillo e che non ne aveva più bisogno», ha dichiarato il suo avvocato, Fausto Giannelli».
Da più parti si è già cercato di accusare la sanità di scarsa attenzione per le problematiche psichiche, o di essere comunque corresponsabile della folle devianza del trentunenne di Ravarino, che avrebbe dovuto essere segnalata e controllata. «Ci diranno e ci diremo che Salim El Koudri è un folle, una variabile imprevedibile che poteva abbattersi ovunque e comunque […] ma è solo la parte più evidente e più tragica di una storia che ci riguarda tutti molto più da vicino di quanto siamo disposti ad ammettere», scriveva ieri La Stampa.
Un po’ di numeri aiutano a inquadrare la situazione problemi mentali. Nell’ultimo Rapporto sulla salute mentale in Italia, riferito al 2024 e a cura dell’Ufficio statistica del ministero della Salute, gli assistiti sul territorio nazionale con almeno un contatto presso strutture territoriali psichiatriche sono 760.601, ovvero 154,6 per 10.000 abitanti adulti. Gli utenti di nazionalità non italiana sono 40.485 (5,6%).
I tassi di incidenza della schizofrenia e altre psicosi funzionali sono di 3,8 casi su 10.000 abitanti. In Emilia-Romagna, nel 2024 il 52,9% dei pazienti soffriva di schizofrenia. I pazienti con diagnosi di schizofrenia e altre psicosi funzionali (14.690 soggetti) rappresentano la metà dell’utenza delle strutture residenziali (50,2%); con riferimento all’età, la maggior parte risulta di fascia 45-64 anni. Nei centri semiresidenziali, le persone (9.897) con la stessa diagnosi rappresentano quasi la metà dell’utenza (44,3%) e sono soprattutto di fascia 25-64 anni nei maschi, 45-64 anni nelle femmine.
Nel 2024 si registrano 141.317 dimessi adulti con diagnosi di disturbo mentale dalle strutture ospedaliere italiane: 127.897 in regime ordinario (90,5%) e 13.420 in regime diurno (9,5%); il numero dei dimessi dai reparti di psichiatria rappresenta il 73,1% del totale dei dimessi in regime ordinario e il 72,9% della casistica in regime diurno. Nello stesso anno, i pazienti con disturbi schizofrenici e altre psicosi funzionali che hanno abbandonato il trattamento risultano 1.024 (0,6%). Non per questo, tutti questi disturbati mentali in circolazione sono in giro a investire passanti inermi o a progettare stragi come l’italiano di «seconda generazione».
«Normalmente il disturbo schizoide della personalità non dà problemi tali da richiedere il nostro intervento», afferma Giuseppe Nicolò, direttore del dipartimento di Salute mentale della Asl Roma 5, coordinatore vicario del tavolo tecnico nazionale della Salute mentale e vice presidente della Società italiana di psichiatria. Spiega il professore: «È un disturbo abbastanza raro, faccio lo psichiatra da trent’anni e avrò visto 15.000 pazienti, ma non più di dieci con disturbo schizoide della personalità. La persona che ne se soffre non ha interesse nelle relazioni interpersonali, non trova piacere nelle relazioni affettive e in quasi nessuna attività, è indifferente alle lodi e alle critiche. Sono dei solitari, degli asociali, non vengono nemmeno notati perché marginali e quasi mai vengono a contatto con i servizi sanitari».
Lo psichiatra e psicoterapeuta sottolinea che «in questi soggetti non c’è un comportamento anti giuridico, non sono persone che destano allarme o attenzione, solitamente si isolano». Se l’incidenza della violenza in questi individui solitamente distaccati è estremamente bassa, «tra 0,5 e 0,8%, può essere che un gesto sfrenato possa dare emozionalità alla persona con disturbo schizoide della personalità. Può provare piacere e stimolo da situazioni più estreme», dichiara Nicolò.
Nel caso di Salim El Koudri, il professore ritiene che «non solo il disturbo possa spiegare il gesto, ma anche altri fattori quali la marginalizzazione sociale, alcune credenze religiose, forse far parte di qualche gruppo che un po’ esasperava le sue convinzioni. La violenza ha anche un corrispettivo culturale, anche se non è automatico».
Per lo psichiatra Tonino Cantelmi, presidente dell’Istituto di terapia cognitivo comportamentale (Itci) di Roma, se l’attentatore «non sembra aderire esplicitamente ad un movimento terroristico, tuttavia ricalca modalità terroristiche già utilizzate. Per cui nessuna ipotesi esclude l’altra, si tratta di un mix fra condizioni psichiche problematiche, difficoltà di integrazioni che accompagnano le seconde generazioni, stimoli ambientali mal elaborati, rabbia e comportamenti improntati a schemi culturali specifici, sicuramente influenti. Un mix micidiale ed esplosivo».
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Scaricabarile. È lo sport preferito di quel gran pezzo dell’Emilia che guarda a sinistra. Non c’erano dubbi che Regione e sindaci si sarebbero esibiti in salti mortali carpiati per allontanare le evidenti responsabilità nella tragedia modenese.
Dopo avere tentato di scaricare sul governo i clamorosi errori dell’alluvione (con Elly Schlein assessore regionale in prima fila); dopo aver provato ad attribuire a Roma i dolorosi tagli alla Sanità locale, conseguenza della voragine nei conti lasciata da Stefano Bonaccini; ecco che i leader del paradiso italiano dell’inclusione fallita si arrabattano per lasciare nelle mani del centrodestra il cerino acceso.
Il più goffo trapezista sotto il tendone del circo è anche il più importante. Ieri il presidente regionale Michele de Pascale ha trovato il modo in tv di accusare Giorgia Meloni e Matteo Salvini facendo surf sulla demagogia. «In un Paese che non riesce a gestire l’immigrazione, in cui la xenofobia e il razzismo sono presenti, c’è il rischio che una nuova generazione non si senta integrata». Sociologia spicciola davanti a un numero impressionante: l’Emilia-Romagna ha 579.000 stranieri, pari al 12,9% della popolazione, record italiano (la media nazionale è 9%). Con un’accoglienza diffusa moltiplicata negli anni, con una rincorsa al «grande abbraccio» che ha creato disagio sociale e nuovi schiavi ma anche carriere di dirigenti, lanciati verso il Nazareno con la benedizione del cardinal Matteo Zuppi.
Di fronte a un simile fallimento, De Pascale filosofeggia sull’impatto delle seconde generazioni. «Se non si fa funzionare in maniera corretta l’immigrazione si alimenta una spinta di odio. Perché alla fine, se un cittadino percepisce che non c’è capacità di gestione corretta nei flussi migratori, legittimamente può sviluppare un sentimento che gli fa dire: se non li sapete gestire mandateli via tutti». Sta parlando di sé stesso e non lo sa. O forse lo sa benissimo e tenta di aggrapparsi con le ventose ai vetri. Proprio la scorsa settimana la Regione Emilia Romagna ha pubblicato un rapporto di 75 pagine con i dati più freschi sul fenomeno migratorio (La Verità e pochi altri media ne hanno parlato), sottolineando che «17,4% è la quota di assistiti stranieri ai servizi di Salute Mentale nel 2022, confermato nel 2024. E il 9,5% (che passa al 23% per bambini e adolescenti) riguarda coloro che sono stati presi in carico dai servizi di neuropsichiatria». Nel 2010 questi ultimi erano il 12%.
Le motivazioni sono chiarissime: «I fattori riguardano situazioni di discriminazione e mancata accettazione sociale, povertà, disoccupazione, sradicamento dalla terra di origine e difficoltà ad intessere legami relazionali». Dove? A casa di De Pascale, a sua insaputa. Il commento finale del dossier non riesce a nascondere le criticità. «Si conferma la complessità del fenomeno migratorio: esso si compone di generazioni ormai anziane, ma il fenomeno riguarda anche un flusso in entrata di “nuovi arrivati” con un carico specifico di bisogni (richiedenti asilo, vittime di tratta e caporalato, ricongiungimenti familiari) per i quali si sono consolidate nel territorio regionale reti di accoglienza».
Era già tutto scritto. Assistenzialismo puro, centinaia di milioni sperperati per tenere in piedi carrozzoni sociali intrisi di demagogia. Invece di battersi il pugno chiuso sul petto, il governatore demonizza gli hub in Albania, aggiungendo: «Le norme approvate da questo governo rendono più difficile la regolarizzazione». Poi fa il Ponzio Pilato sulla patente del laureato che ha falciato i passanti. «Le patenti le rilascia il ministero del ministro Salvini, non la Regione Emilia-Romagna». Così può andare a dormire tranquillo, spalleggiato dal sindaco di Bologna, Matteo Lepore, che aggiunge: «È ora che il governo batta un colpo». Lo scaricabarile viene considerato sciacallaggio dal centrodestra. Giovanni Donzelli (Fdi): «Non è altro che un segno di poca dignità politica sollevare problemi sui fondi nazionali. Bisognerebbe chiedere conto al Comune di Modena e alla Regione che hanno tutte le competenze sui fondi socio-assistenziali. La sinistra in difficoltà ha trasformato in un comizio una tragedia con chiarissime responsabilità». La capogruppo Fdi in Regione, Marta Evangelisti, ricorda: «Salim El Koudri aveva già inviato mail con minacce contro i cristiani anni prima di essere preso in carico dai centri di salute mentale. Chi doveva vigilare? È preoccupante la permeabilità dei sistemi di accoglienza. La Regione continua a spendere milioni senza controlli seri e senza verificare davvero i risultati delle proprie politiche».
Anche l’europarlamentare Susanna Ceccardi (Lega) rimanda al mittente le accuse: «L’Europa è sotto assedio dell’islamismo radicale. Non parliamo più soltanto di minacce esterne ma di soggetti borderline, psicolabili, fanatici che crescono e si radicalizzano nelle nostre città, a causa delle politiche fallimentari portate avanti in questi anni». Il tendone del circo è caduto in testa a chi l’ha eretto, l’integrazione all’emiliana disintegra.












