La Lettonia incita l’Europa russofoba: «Vietare a Mosca la vetrina Biennale»
2026-04-22
Pensiero unico
Non ci sono né vinti né vincitori nella battaglia fra Blackstone ed Rcs. Almeno per il momento. Nell’udienza di ieri il collegio ha rinviato la decisione sull’appello della casa editrice relativamente al lodo arbitrale contro il fondo Blackstone sull’accusa di usura nella compravendita dell’immobile di via Solferino.
A New York, invece, tutto tace anche se i legali di Rcs sono convinti che ci sia un difetto di giurisdizione dal momento che nessun pezzo della storia è avvenuto negli Stati Uniti. Così anche il titolo della casa editrice del Corriere della sera è rimasto, per così dire, sospeso attorno alla parità ( +0,27% a 0,74 euro). Nonostante i buoni risultati della casa editrice, anche il mercato attende infatti di conoscere quale sarà la sorte del gruppo su cui pende la richiesta di un maxi-risarcimento (300 milioni, oltre ad altri 300 richiesti al numero uno Urbano Cairo) da parte del fondo americano. Ci vorrà ancora del tempo quindi prima che il collegio presieduto da Carla Raineri e i consiglieri Caterina Apostoliti e Rossella Milone decida il da farsi. Esattamente come a New York, tribunale al quale si è rivolto il fondo Blackstone per ottenere il maxirisarcimento.
Eppure gli anni sono volati da quando tutta questa storia è iniziata. Correva l’anno 2013. Ed Rcs non era certo in buono stato di salute. La casa editrice aveva ristrutturato il debito ottenendo un finanziamento da 575 milioni da un pool di banche. Ma doveva anche provvedere ad una ricapitalizzazione da 400 milioni e alla cessione di alcuni asset. In particolare, l’allora amministratore delegato di Rcs, Pietro Scott Jovane, decise di cedere il complesso immobiliare di via Solferino, sede del Corriere della Sera. Nonostante l’opzione non convincesse a a pieno tutti i soci, l’immobile venne venduto al fondo Blackstone per 120 milioni. Tuttavia, allo stesso tempo, venne firmato un accordo di locazione con il fondo. L’intesa prevedeva che la casa editrice versasse 10,3 milioni di affitti per i suoi ex immobili per almeno due anni. Con un canone che era pari all’8,5% di quanto incassato. La questione fece subito gridare allo scandalo i giornalisti del Corriere il cui comitato di redazione definì fuori luogo un affitto che superasse la soglia del 7%. Anche perché «un mutuo ipotecario costa oggi a chi lo contrae all’incirca il 3% lordo» chiarirono i giornalisti all’epoca dei fatti. L’operazione trovò peraltro contrari sia Cairo che il socio Diego Della Valle. Ma venne comunque realizzata sulla scia delle necessità finanziarie del gruppo.
E proprio sulle «necessità» dell’epoca che poi Cairo ha impostato la sua battaglia contro il fondo Blackstone sostenendo il caso di usura. Ipotesi però scartata nel lodo arbitrale che, pur valutando basso il prezzo cui avvenne la compravendita immobiliare (stimato a 153 milioni contro il prezzo effettivo pagato di 120), non ritenne opportuno attribuire un risarcimento ad Rcs. Dal punto di vista di Cairo l’operazione non avvenne ad armi pari, come spiegò nel 2016 quando decise di attaccare Blackstone nell’intento di riequilibrare la partita a suo vantaggio. Ma la battaglia legale finì col pregiudicare il passaggio di mano dell'edificio da Blackstone ad Allianz, facendo sfumare anche la relativa plusvalenza. Di qui la maxirichiesta risarcitoria di Blackstone nei confronti di Rcs e dello stesso Cairo per un totale di 600 milioni. Gli investitori sanno bene che la richiesta è decisamente elevata visto che l’intera capitalizzazione della casa editrice si aggira attorno ai 380 milioni. E, in caso di vittoria americana, potrebbe persino mettere in discussione gli attuali assetti proprietari del gruppo editoriale che intanto, nella gestione Cairo, ha recuperato terreno. Lo testimonia un 2021 con ricavi consolidati 2021 a 846,2 milioni (+96,7 milioni rispetto al 2020) e un utile netto da 72,4 milioni, più del doppio rispetto ad un anno prima.
Dopo le proteste ufficiose sono arrivate anche quelle ufficiali: il caso della Biennale di Venezia e del Padiglione Russia - quella stessa Russia che nel 2025 è stata per l’Europa il secondo fornitore di gas naturale liquefatto dopo gli Stati Uniti nonostante le sanzioni - è approdato anche al Consiglio dell’Unione europea. «Mentre la Russia bombarda musei, distrugge chiese e cerca di cancellare la cultura ucraina, non dovrebbe esserle permesso di esporre le proprie opere», ha dichiarato l’Alto rappresentante dell’Unione europea Kaja Kallas, «il ritorno della Russia è moralmente sbagliato e l’Ue intende tagliare i finanziamenti».
E alla Finlandia, che lunedì ha annunciato pomposamente una «presenza distanziata» alla 61esima Esposizione internazionale d’arte di Venezia per protesta contro la «legittimazione di regime», ieri si è aggiunta anche la Lettonia, che ha chiesto di «vietare» a Mosca di partecipare alla manifestazione lagunare: «La Russia uccide civili ucraini ogni giorno e sta di fatto distruggendo il patrimonio culturale europeo», ha affermato Artjoms Ursulskis, segretario del ministero degli Esteri lettone, a margine del Consiglio Ue a Lussemburgo, «pertanto, crediamo che sia necessaria un’azione collettiva e chiederemo ai nostri amici di sostenerci». Riga, insieme ad altri venti Paesi e all’Ucraina, ha già invitato gli organizzatori a riconsiderare la partecipazione sovietica alla Biennale perché consentirla, si legge nella nota, «rischierebbe di normalizzare l’aggressione a Kiev e di indebolire la pressione su Mosca».
A quale pressione si riferiscano i lettoni, non è ancora chiaro: l’Ue, in vista del quarto anniversario dello scoppio della guerra in Ucraina, ha presentato il 20esimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, che però ancora l’anno scorso ha continuato a rifornire l’Europa con un volume di 15 milioni di tonnellate di Gnl, una quota pari al 16 per cento del fabbisogno europeo.
La trascurabile ritorsione contro la presenza russa a Venezia, annunciata con sussiego dalla piccola nazione baltica, appare dunque come una guerra ad armi spuntate. Anche perché nei giorni in cui l’Esposizione internazionale d’arte sarà aperta al pubblico, il padiglione russo resterà tecnicamente chiuso: sarà infatti proiettata una video-installazione della performance degli artisti invitati a partecipare, che si esibiranno a Venezia solo dal 4 all’8 maggio, durante le giornate di pre-opening. «Sarà possibile vedere il video anche senza entrare nel padiglione», ha spiegato nei giorni scorsi l’ex ministro della Cultura russo Mikhail Shvydkoj, «che rimarrà chiuso perché nessuno vuole infrangere le regole generali». Il 6 maggio, poi, il regista russo dissidente Alexander Sokurov sarà ospite della Biennale della Parola/ Il dissenso e la pace, iniziativa speciale legata alla manifestazione lagunare e incentrata sulla riflessione e sul dialogo intorno ai temi della pace e dell’impegno civile.
«Dobbiamo assumere una posizione comune, i russi non sono pronti a porre fine alla guerra e questo non è certo il momento di concedere loro credibilità internazionale. Questo è uno dei modi in cui cercano di influenzare il nostro pensiero qui in Europa», ha osservato Ursulskis dimenticando, nonostante la vicinanza geopolitica - la Lettonia è rimasta nell’orbita sovietica fino al crollo dell’ex Urss, nel 1991 - che Mosca ha partecipato attivamente e massicciamente a numerose Esposizioni Universali e internazionali anche durante la guerra fredda: nel 1958 a Bruxelles, nel 1967 a Montreal, nel 1970 a Osaka, nel 1974 a Spokane, negli Usa. E nel lontano 1952 Josef Stalin autorizzò la spedizione sovietica alle Olimpiadi di Helsinki, dove l’ex Urss arrivò seconda nel medagliere olimpico, dietro agli Stati Uniti.
L’ultimatum alla Biennale presieduta da Pietrangelo Buttafuoco era arrivato già a inizio aprile dalla Commissione europea, che ha avviato la procedura per congelare o revocare i fondi per aver permesso a Mosca di riaprire il padiglione, chiuso dal 2022. Dall’11 aprile l’istituzione guidata da Buttafuoco ha 30 giorni di tempo per chiarire la propria posizione o fare retromarcia. Pena, la perdita di una sovvenzione di due milioni di euro per un periodo di tre anni.
Matteo Salvini, invece, ci sarà, «con tutto il rispetto della Lettonia». «Il padiglione russo a Venezia è di proprietà della Federazione Russa quindi non c’entra niente né la Biennale né lo Stato italiano», ha detto il leader della Lega, «sono proprietari e a casa loro fanno quello che vogliono, nel rispetto dei limiti, delle regole e delle sanzioni. La cultura, l’arte, la musica, il teatro, l’architettura, lo sport uniscono e non dividono. E quindi quelli che odiano altri popoli mi preoccupano. Conto che nessuno a Bruxelles si permetta di minacciare. Ho letto che forse ritirano i loro soldi, ma con tutti i miliardi che diamo noi all’Unione Europea, se ritirano quei 2 milioni di euro, fan proprio la figura degli spilorci. E anche ignoranti», ha concluso Salvini.
Il mega raduno mondiale della sinistra a Barcellona, guidato e celebrato nel weekend da Pedro Sánchez e Lula da Silva, è finito. Ma la fascinazione di Elly Schlein per il premier spagnolo è ancora viva e lotta insieme a noi, per un’Italia più libera e autonoma, anche sulle fonti energetiche. Il segretario del Pd prende a esempio il collega iberico, ma descrive una Spagna che non c’è e conferma il veto sul gas russo.
Schlein si è fatta intervistare dalla Stampa e ha parlato di politica estera a tutto campo. Il quotidiano torinese ha giustamente titolato con le sue dichiarazioni sul gas: «Comprare gas russo aiuta solo Putin. Più rinnovabili come ha fatto Sánchez». Ohibò, ecco il segretario del principale partito di opposizione dedicarsi a temi concreti. Ma la sorpresa positiva lascia purtroppo rapidamente posto alla delusione per l’approssimazione con la quale si è espressa. Prima le chiedono se Sánchez sia anche un modello per la famosa «riscossa progressista», e Schlein risponde: «È sicuramente un modello […]. La Spagna in questi anni è cresciuta a ritmi del 3%, noi dello zero virgola. E ha fatto investimenti poderosi sulle energie rinnovabili, grazie ai quali oggi loro pagano l’elettricità molto meno di noi».
A quel punto, correttamente, le viene fatto notare che la Spagna è anche il primo importatore di gas russo, con un incremento del 124% di acquisti dall’inizio della guerra in Iran. E qui parte una lezioncina del capo del Nazareno: «In Spagna il prezzo del gas incide sul costo dell’energia solo per il 15%, in Italia per l’80%. Sánchez ha investito sulle rinnovabili e oggi loro sono molto meno dipendenti di noi dal gas, che sia russo o americano». E quindi, prosegue, «dobbiamo assolutamente accelerare sull’energia pulita e possiamo farlo in tempi brevi». In ogni caso, anche a prendere per buono questo racconto, resta il nodo della Russia di Vladimir Putin e qui la Schlein si fa severa e intransigente: «Ho già detto come la penso: ora non si può pensare che la soluzione sia il gas russo perché si rafforzerebbe Putin, finanziando la sua invasione criminale dell’Ucraina». Insomma, la posizione del segretario del Pd è sempre quella dei duri e puri di Bruxelles, anche se questo ha un impatto negativo sulle tasche dei ceti medi e poveri italiani.
Per ristabilire un minimo di aderenza con la realtà dei fatti, prendiamo alcuni dati dagli ultimi studi del Crea (Center for research on Energy and clean Air) , organismo indipendente con sede a Helsinki. A marzo l’Ue è stata ancora una volta il quarto maggior acquirente di combustibili russi, rappresentando il 10% (1,45 miliardi di euro) delle entrate da esportazione di Mosca dai primi cinque importatori. E il gas naturale, non soggetto a sanzioni Ue, vale ben il 69% di questo ammontare. Quindi è abbastanza inutile continuare a fare la faccia feroce sul gas con Mosca, quando la Russia ha solo riallocato le vendite in giro per il mondo e sta guadagnano ancora di più sul petrolio, grazie alla guerra di Usa e Israele all’Iran.
Poi c’è la Spagna, il famoso modello della Schlein. Sempre secondo il Crea, Madrid è stata il maggiore importatore dell’Ue, acquistando gnl russo per un valore di 355 milioni di euro nel mese di marzo, con un incremento del 124% rispetto a febbraio. Non solo, ma a marzo, tutti gli impianti di importazione di gas in Spagna hanno aumentato gli acquisti dalla Russia, con Bilbao che ha ricevuto il quantitativo maggiore e con il terminale di Sagunto che ha ricevuto il suo primo carico russo dall’agosto 2024. Sánchez ha fatto le sue scelte, certo, anche con un certo coraggio, e queste scelte parlano russo, ma questo alla sua ammiratrice italiana non piace ammetterlo. E tanto per dare un altro paio di indizi al segretario del Pd su come gli amici dell’Ue si stanno comportando di fronte alla crisi petrolifera, ecco che a marzo la Francia si è laureata terzo maggior importatore di gas russo nel blocco Ue, con 287 milioni di euro. E al quarto posto, ecco il piccolo Belgio con un valore di 220 milioni. Chissà, forse c’è un motivo se da settimane anche l’Eni consiglia di riprendere a comprare da Mosca.
Russia a parte, che tanto turba Schlein, la Spagna ha un 20% del suo fabbisogno energetico ancora coperto dalle sue cinque centrali nucleari. È vero che c’è il progetto di spegnerle entro il 2035, ma chi vivrà vedrà e nessun leader, neppure socialista, sarà tanto fesso da chiudere il nucleare se non ci saranno alternative rodate ed efficienti. Così Sánchez ha indubbiamente puntato sulle fonti rinnovabili, ma con una solida «base» di combustibili fossili ed energia nucleare. Insomma, se davvero l’Italia dovesse prendere a modello la Spagna, dovrebbe riaccendere immediatamente i reattori nucleari e comprare un bel po’ di gas da Putin. Ma alla Schlein non andrebbe bene. Sono cose che può fare solo
Non esiste un ecologista più convinto di un conservatore. Perché la parola «ecologia» deriva da quella greca oikos, che significa «casa». È il motivo per il quale, per i conservatori di ogni latitudine, la casa è sinonimo di Patria, è il luogo che custodisce la famiglia, il pilastro su cui si poggia il comune destino che ci lega.
Roger Scruton, uno dei maggiori filosofi del conservatorismo contemporaneo, ha definito questa visione del mondo con un termine estremamente efficace: oikophilia, cioè «l’amore per la propria casa». Difendere, curare e tramandare la nostra «casa» ai nostri figli rappresenta il punto di partenza dell’approccio dei conservatori alla vita. E, quindi, alla politica.
Ecco perché i conservatori proteggono le radici classiche e cristiane dell’Europa, difendono la vita, credono nella famiglia come nucleo fondamentale della società, vogliono costruire un’Europa fondata sulla libertà e sulla sovranità delle Nazioni, tutelano il lavoro e l’economia reale, difendono l’ambiente senza ideologismi. Perché non è possibile proteggere l’ambiente senza l’opera responsabile dell’uomo.
In queste pagine, Nicola Procaccini ci accompagna in un viaggio che parte dalla critica della narrazione dominante e arriva a presentare la proposta politica e culturale sostenuta dai conservatori italiani, europei e occidentali. Un’ecologia che nasce dal rispetto e dalla consapevolezza che l’essere umano non è il padrone del Creato, ma il suo custode. Che tiene insieme sviluppo e tutela, innovazione e tradizione, libertà e responsabilità. Che non pretende di riscrivere l’uomo e la natura secondo schemi astratti. Che non impone sacrifici inutili, ma promuove scelte consapevoli. E che non si fonda sulla paura, ma sul buon senso e sul la realtà.
Una proposta politica e culturale che, in questi anni, i conservatori non hanno mai confinato al di battito intellettuale ma che hanno declinato sempre nelle scelte concrete di ogni giorno. Come ha fatto il governo italiano che, fin dal suo insedia mento, ha rimesso in discussione il folle dogmatismo ideologico alla base del Green Deal europeo e ha lavorato per cambiarlo. Perché è un approccio sbagliato, che ha messo in ginocchio l’industria e i lavoratori europei e ha legato l’Europa a nuove dipendenze strategiche, per di più senza ottenere risultati sul fronte della riduzione delle emissioni globali. Anche grazie all’Italia, in questi anni, si sono raggiunti i primi risultati e si sono compiuti alcuni importanti passi avanti per arrivare a una transizione ecologica davvero sostenibile e compatibile con i nostri sistemi economici. Ma, ovviamente, non basta. Non ci accontentiamo e continueremo a lavorare in questa direzione, facendo ogni sforzo possibile per coniugare difesa dell’ambiente e produzione, cura del territorio e attenzione alle persone.
Parallelamente a questo lavoro, è necessario portarne avanti un altro. Che è quello di promuovere e far conoscere la visione conservatrice dell’ambiente, per renderla sempre di più protagonista del dibattito. Perché la battaglia per l’ambiente non è neutrale: è una battaglia culturale e, come tutte le battaglie culturali, richiede visione, impegno, pragmatismo.
Ecco perché ritengo che questo libro rappresenti un contributo prezioso, soprattutto in un tempo segnato da semplificazioni e sterili contrapposizioni. Non solo perché offre una sollecitazione politica, ma perché spinge alla riflessione e al confronto. E, soprattutto, perché non si limita a sottolineare gli errori e a dire ciò che funziona, ma punta a elaborare una visione alternativa. Concreta, chiara, coraggiosa.
Una visione che affonda le radici nella nostra storia, nella nostra tradizione, nella nostra idea di civiltà. Perché ogni conservatore è convinto che si debba ripartire da qui: dalla consapevolezza che la Terra non è un feticcio ideologico, ma la nostra casa. E che difendere la nostra casa significa custodire la nostra identità, e accompagnarla nel futuro.
