2022-05-05
Battaglia legale Rcs-Blackstone,sei anni non bastano: rinviata la decisione di appello sul lodo

Il lodo arbitrale contro il fondo Blackstone
Non ci sono né vinti né vincitori nella battaglia fra Blackstone ed Rcs. Almeno per il momento. Nell’udienza di ieri il collegio ha rinviato la decisione sull’appello della casa editrice relativamente al lodo arbitrale contro il fondo Blackstone sull’accusa di usura nella compravendita dell’immobile di via Solferino.
A New York, invece, tutto tace anche se i legali di Rcs sono convinti che ci sia un difetto di giurisdizione dal momento che nessun pezzo della storia è avvenuto negli Stati Uniti. Così anche il titolo della casa editrice del Corriere della sera è rimasto, per così dire, sospeso attorno alla parità ( +0,27% a 0,74 euro). Nonostante i buoni risultati della casa editrice, anche il mercato attende infatti di conoscere quale sarà la sorte del gruppo su cui pende la richiesta di un maxi-risarcimento (300 milioni, oltre ad altri 300 richiesti al numero uno Urbano Cairo) da parte del fondo americano. Ci vorrà ancora del tempo quindi prima che il collegio presieduto da Carla Raineri e i consiglieri Caterina Apostoliti e Rossella Milone decida il da farsi. Esattamente come a New York, tribunale al quale si è rivolto il fondo Blackstone per ottenere il maxirisarcimento.
Eppure gli anni sono volati da quando tutta questa storia è iniziata. Correva l’anno 2013. Ed Rcs non era certo in buono stato di salute. La casa editrice aveva ristrutturato il debito ottenendo un finanziamento da 575 milioni da un pool di banche. Ma doveva anche provvedere ad una ricapitalizzazione da 400 milioni e alla cessione di alcuni asset. In particolare, l’allora amministratore delegato di Rcs, Pietro Scott Jovane, decise di cedere il complesso immobiliare di via Solferino, sede del Corriere della Sera. Nonostante l’opzione non convincesse a a pieno tutti i soci, l’immobile venne venduto al fondo Blackstone per 120 milioni. Tuttavia, allo stesso tempo, venne firmato un accordo di locazione con il fondo. L’intesa prevedeva che la casa editrice versasse 10,3 milioni di affitti per i suoi ex immobili per almeno due anni. Con un canone che era pari all’8,5% di quanto incassato. La questione fece subito gridare allo scandalo i giornalisti del Corriere il cui comitato di redazione definì fuori luogo un affitto che superasse la soglia del 7%. Anche perché «un mutuo ipotecario costa oggi a chi lo contrae all’incirca il 3% lordo» chiarirono i giornalisti all’epoca dei fatti. L’operazione trovò peraltro contrari sia Cairo che il socio Diego Della Valle. Ma venne comunque realizzata sulla scia delle necessità finanziarie del gruppo.
E proprio sulle «necessità» dell’epoca che poi Cairo ha impostato la sua battaglia contro il fondo Blackstone sostenendo il caso di usura. Ipotesi però scartata nel lodo arbitrale che, pur valutando basso il prezzo cui avvenne la compravendita immobiliare (stimato a 153 milioni contro il prezzo effettivo pagato di 120), non ritenne opportuno attribuire un risarcimento ad Rcs. Dal punto di vista di Cairo l’operazione non avvenne ad armi pari, come spiegò nel 2016 quando decise di attaccare Blackstone nell’intento di riequilibrare la partita a suo vantaggio. Ma la battaglia legale finì col pregiudicare il passaggio di mano dell'edificio da Blackstone ad Allianz, facendo sfumare anche la relativa plusvalenza. Di qui la maxirichiesta risarcitoria di Blackstone nei confronti di Rcs e dello stesso Cairo per un totale di 600 milioni. Gli investitori sanno bene che la richiesta è decisamente elevata visto che l’intera capitalizzazione della casa editrice si aggira attorno ai 380 milioni. E, in caso di vittoria americana, potrebbe persino mettere in discussione gli attuali assetti proprietari del gruppo editoriale che intanto, nella gestione Cairo, ha recuperato terreno. Lo testimonia un 2021 con ricavi consolidati 2021 a 846,2 milioni (+96,7 milioni rispetto al 2020) e un utile netto da 72,4 milioni, più del doppio rispetto ad un anno prima.
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Nuovo vilipendio dei cristiani a Gerusalemme: durante una sfilata di nazionalisti, un ultraortodosso oltraggia la statua di Maria. Lo aveva già fatto, in Libano, un soldato; un altro aveva distrutto un crocifisso. Pochi giorni fa, una suora è stata spinta e presa a calci.
Lo Stato che si vanta, a ragione, di essere l’unica democrazia liberale del Medio Oriente, avrà seri motivi su cui interrogarsi: in Israele, gli episodi di profanazione ai danni dei simboli della fede cristiana si vanno moltiplicando al ritmo di pani e pesci evangelici. L’ultima scelleratezza l’ha documentata ieri sui social il coordinatore del Forum dei cristiani di Terra Santa, Wadie Abunassar, diffondendo un video che mostra giovani ebrei radicali sputare contro una statua della Vergine Maria collocata presso la Porta nuova a Gerusalemme.
Il fattaccio è accaduto durante la Marcia delle Bandiere, che celebra la riunificazione della città sotto il controllo israeliano dopo la guerra dei Sei giorni del 1967.
Durante la manifestazione, numerosi gruppi di ebrei nazionalisti religiosi hanno sfilato nella Città vecchia - riferisce il Servizio d’informazione religiosa Sir - passando anche per il quartiere musulmano, non risparmiato da atti di vandalismo e aggressioni. Osservando le immagini, riprese da una telecamera di sorveglianza, si vedono almeno due persone vilipendere il simulacro della Vergine, protetto da una teca.
Nel denunciare l’accaduto, Abunassar ha chiesto «responsabilità e un urgente lavoro di rieducazione», anche perché gli episodi si susseguono: pochi giorni fa, un militare delle forze israeliane operative nel Sud del Libano ha dissacrato una statua della Vergine Maria mettendole una sigaretta in bocca. La reazione delle autorità, va detto, è stata immediata: al soldato responsabile dell’oltraggio sono stati comminati 21 giorni di prigione, a quello che lo ha fotografato, 14.
Sempre in Libano, a Debl, un altro militare israeliano è stato filmato mentre distruggeva un crocifisso a martellate. L’episodio è stato immediatamente condannato dal premier Benjamin Netanyahu e dal ministro degli Esteri, Gideon Sa’ar. I soldati responsabili sono stati estromessi dai reparti di combattimento e condannati a un mese di reclusione. L’esercito israeliano ha sostituito l’icona distrutta con una più piccola, ma sono stati i militari italiani della missione Unifil a donare alla comunità un crocifisso pressoché identico a quello originale.
Oltre ai simboli sacri, gli attacchi hanno preso di mira anche le persone. Il 28 aprile, vicino al Cenacolo sul Monte Sion a Gerusalemme, hanno fatto il giro del mondo le immagini di una suora francese di 48 anni aggredita in pieno giorno. Un colono l’ha spinta alle spalle facendola rovinare sui gradini, dove ha battuto la testa. Non contento, l’assalitore è tornato indietro per infierire sulla vittima, prendendola a calci mentre era a terra. L’indiziato è il trentaseienne israeliano Yona Simcha Schreiber, proveniente dall’insediamento di Peduel, in Cisgiordania. Fermato il giorno dopo, la Procura ha chiesto per lui la carcerazione preventiva con l’accusa di aggressione mossa da ostilità religiosa.
Di fatto, l’ordinamento d’Israele assicura precise garanzie legali alle minoranze religiose. La libertà di culto non è protetta da una vera e propria carta costituzionale, ma trova il suo pilastro nella Dichiarazione d’indipendenza del 1948, che promette «piena uguaglianza sociale e politica di tutti i suoi cittadini senza distinzione di razza, credo o genere» e «piena libertà di coscienza, di culto, di educazione e di cultura», salvaguardando «la santità e l’inviolabilità dei santuari e dei luoghi sacri di tutte le religioni», «fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite». Un impegno blindato negli anni dalle sentenze della Corte Suprema, che ha formalizzato la protezione legale delle libertà civili e religiose.
Tra i principi formali e la realtà quotidiana c’è però un divario profondo. Nel 2018, i vertici delle diverse anime della Chiesa cattolica in Terra Santa (latina, melkita, maronita, armena, siro-cattolica e caldea) sono entrati in polemica contro la Knesset (il Parlamento dello Stato d’Israele) contestando la nuova legge che proclamava Israele «Stato nazione del popolo ebraico», che escludeva di fatto le minoranze dal diritto di autodeterminazione. Una misura giudicata discriminatoria dai vescovi, ma blindata dalla Corte Suprema nel luglio 2021. La laicità delle istituzioni israeliane deve fare i conti anche con barriere legali e sociali: le conversioni dei minori di 18 anni sono vietate se non concordi con la fede dei genitori e chi sceglie di abiurare l’ebraismo va incontro a pesanti molestie e isolamento sociale.
L’ultimo bilancio della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre fotografa un peggioramento della situazione in Israele nel 2025. Nel report si parla di luoghi di culto cristiani e islamici presi di mira in un clima di «impunità, nonostante le condanne». Ovviamente, gli attentati del 7 ottobre e la guerra ad Hamas ed Hezbollah hanno contribuito ad acuire le tensioni. L’intolleranza emerge anche da diversi casi di ultra ortodossi che sputano contro sacerdoti, monaci o processioni nella Città vecchia. Per questo, la mappa globale di Acs inserisce oggi Israele tra gli Stati caratterizzati da discriminazione religiosa.
Le tensioni hanno toccato anche i vertici istituzionali, come dimostra il clamoroso incidente avvenuto la Domenica delle Palme, quando la polizia ha sbarrato le porte del Santo Sepolcro al patriarca latino, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, e al Custode francescano, padre Francesco Ielpo. Sebbene il blocco sia stato ufficialmente motivato dal rischio di attacchi missilistici dall’Iran, dopo l’intervento di Netanyahu, le proteste delle istituzioni internazionali (tra cui quelle del governo italiano e dell’ambasciatore Usa, Mike Huckabee) hanno spinto il presidente Isaac Herzog a rimediare alla forzatura.
Se la Santa Sede e il patriarca hanno scelto di smorzare la polemica, permane però la preoccupazione che gli estremisti religiosi interpretino la crisi geopolitica come un’opportunità per ridimensionare la presenza delle altre fedi. Una provocazione che le autorità di Tel Aviv dovrebbero arginare con fermezza.
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Luciano Garofano, ex comandante dei carabinieri del Ris di Parma (Ansa)
Dal cold case genovese del Delitto del trapano alle indagini su Sempio: l’ex comandante del Ris s’è affidato spesso al Centro avanzato di diagnostica di Orbassano, uno dei poli più noti della genetica forense in Italia, dove il direttore tecnico-scientifico è il nipote Paolo.
C’è un circuito tecnico-forense in cui i cognomi ritornano, i laboratori si ripresentano e gli esperti migrano da un delitto all’altro come vecchi attori di una compagnia stabile. Garlasco è il processo che racconta questo ambiente meglio di ogni altro caso. Nel processo d’Appello bis contro Alberto Stasi, il consulente della Corte Roberto Testi, insieme al collegio peritale, depositò una valutazione tecnica destinata a incidere sulla ricostruzione dell’omicidio.
La pozza di sangue formatasi vicino al punto dell’aggressione avrebbe potuto crearsi in meno di tre minuti. Questo ridimensionò una delle ipotesi emerse nel primo processo, cioè quella di un’aggressione prolungata.
La relazione mise anche in discussione la possibilità che Stasi avesse attraversato la villetta senza sporcarsi di sangue. Gli esperti ritenevano, infatti, «marginali» le probabilità che qualcuno potesse percorrere quei punti senza intercettare tracce ematiche e, quindi, senza impregnare le scarpe di sangue. Oggi Roberto Testi, che nel curriculum vanta «circa 150 consulenze d’ufficio all’anno in ambito penale e civile», è commissario del Centro avanzato di diagnostica di Orbassano (Torino), uno dei poli più noti della genetica forense italiana (struttura che si occupa di analisi tossicologiche, genetico forensi e biochimico-cliniche). Nato principalmente per i controlli sportivi (infatti precedentemente si chiamava Centro regionale antidoping), negli anni, ha ampliato le proprie attività sino a diventare un laboratorio di riferimento per molte Procure italiane.
Ai tempi della consulenza, Testi era responsabile dell’Unità di medicina legale dell’Asl 2 di Torino. Nella documentazione del processo d’Appello bis contro Stasi, però, si fa ampio riferimento, a proposito della consulenza di Testi, ai laboratori di Orbassano. Alcune delle prove che in quel momento furono presentate come «sperimentali» (in particolare quelle sulle piastrelle) si tennero proprio nei laboratori orbassanesi. Si trattava della famose «prove di calpestio». Che ora si possono tranquillamente bollare come imprecise e decisamente sfavorevoli all’imputato, perché furono effettuate tramite un «soggetto sperimentatore» dal peso di 85 chili, ben superiore a quello di Stasi, che era di 60.
Nel 2016 Testi entrò nel Consiglio d’amministrazione del Cad. E oggi, del centro, è il commissario. Il direttore tecnico-scientifico dello stesso centro è il medico-legale Paolo Garofano. Il cognome dice già tutto. È il nipote del generale Luciano Garofano, ex comandante dei carabinieri del Ris di Parma. Fu protagonista della prima stagione investigativa di Garlasco, curò la Bpa (Bloodstain pattern analysis, l’analisi delle macchie di sangue) e nel 2016 è diventato consulente della difesa di Andrea Sempio. Si occupò, su incarico del pool difensivo di allora, di una perizia (l’unica consulenza peraltro fatturata ai familiari dell’indagato) sul Dna prelevato dalle unghie di Chiara Poggi mai depositata. Ma c’è ancora una coincidenza: nel dicembre 2016 il generale inviò al laboratorio di Orbassano diretto dal nipote il campione di saliva di Sempio per le analisi di parte, annotando sulla busta proprio «alla cortese attenzione del dottor Paolo Garofano».
Formalmente non c’è nulla di irrituale. Ma il quadro che emerge appare di certo come insolito: il perito dell’Appello bis Stasi guida il centro diretto dal nipote dell’ex generale del Ris che torna nel caso come consulente di Sempio. Questa rete riaffiora a Genova, nel processo per il «Delitto del trapano», un cold case riaperto dopo quasi 30 anni. La vittima è Luigia Borrelli, uccisa il 5 settembre 1995 in un basso dei caruggi dove si prostituiva. Era una insospettabile infermiera. Fu ritrovata con un trapano conficcato nel collo. Il pm Patrizia Petruzziello (la stessa che nel 1995 era di turno e che dall’inizio ha seguito le indagini) vorrebbe ora portare a giudizio un carrozziere, Fortunato Verduci, all’epoca trentacinquenne, oggi ultrasessantenne. Sulla placca di un interruttore del basso saltò fuori un profilo genetico completo, «perfettamente coincidente», secondo l’accusa, con uno repertato nel 1995. Una verifica nella banca dati del Dna ha portato poi verso il profilo genetico di un parente del carrozziere. E da quel match si è arrivati a Verduci (che si professa innocente).
Il consulente del pubblico ministero è Luciano Garofano. Il perito nominato dal giudice dell’udienza preliminare, Alberto Lippini, è Selena Cisana, medico-legale e biologa forense che lavora, coincidenza, nel laboratorio di Biologia e genetica forense del Centro di Orbassano diretto da Paolo Garofano, nipote del consulente del pm. Il difensore del carrozziere, l’avvocato Emanuele Canepa, che deve aver immediatamente percepito l’intreccio come un segno avverso, lo verbalizza davanti al giudice: «La dottoressa Cisana lavora presso il laboratorio ove il direttore responsabile Paolo Garofano è il nipote del consulente nominato dal pubblico ministero Luciano Garofano». Il pm afferma che «non era a conoscenza di questa circostanza» ma «ritiene comunque che non vi sia incompatibilità».
Il giudice rigetta l’eccezione con questa argomentazione: «Allo stato», ritiene, «non sussiste alcuna incompatibilità». Ma la questione centrale non è il codice. Nessuna norma vieta automaticamente queste relazioni professionali o familiari. Emerge però un circuito tecnico-forense talmente ristretto da rendere apparentemente difficile separare del tutto ruoli e relazioni. E quando questo groviglio finisce per sfiorare contemporaneamente il consulente dell’accusa e l’orbita del giudice terzo, è inevitabile che le difese percepiscano il terreno come in pendenza.
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