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2022-02-13
Bankitalia s’allinea a Draghi e annuncia la fine degli aiuti contro la pandemia
Ignazio Visco (Ansa)
«Il governatore di Bankitalia al Forex annuncerà numeri molto buoni sulla crescita del debito pubblico», aveva anticipato venerdì in conferenza stampa il premier Mario Draghi. E ieri Ignazio Visco non solo ha rispettato il copione, ma si è completamente allineato al presidente del Consiglio. Come? Definendo l’inflazione una tassa e soprattutto dicendo basta agli aiuti pubblici generalizzati.
Nel discorso tenuto sul palco del 28° congresso degli operatori finanziari Assiom Forex, Visco ha confermato le anticipazioni di Draghi: «La ripresa dell’economia italiana è stata decisiva per interrompere l’aumento del rapporto tra debito pubblico e prodotto che alla fine del 2021 potrebbe essere sceso su valori prossimi al 150% da circa il 156% di fine 2020, un livello nettamente inferiore a quanto previsto all’inizio dello scorso anno e anche alle valutazioni ufficiali pubblicate in autunno». Poi il governatore ha sparato contro i contributi pubblici. «Limitati interventi di natura emergenziale possono ancora trovare giustificazione, ad esempio per fronteggiare la crisi energetica o nei casi in cui i contagi continuino a ostacolare consumi e produzione, come nei servizi legati al turismo, alla ristorazione, al tempo libero», ha sottolineato, «Interventi generalizzati di stimolo potrebbero invece determinare tensioni sui prezzi, oltre a rischi per l’equilibrio dei conti pubblici. L’impegno deve essere ora soprattutto rivolto ad agevolare i cambiamenti strutturali, che la stessa pandemia ha accelerato».
Non saranno quindi necessari «nuovi generalizzati interventi pubblici» dopo lo stop alle moratorie delle banche, ha ripetuto poco dopo aggiungendo che «il graduale venir meno delle misure di sostegno all’economia potrà comportare nei prossimi mesi un aumento del flusso di crediti deteriorati con la conseguente necessità di contabilizzare le relative perdite. La crescita delle insolvenze dovrebbe essere tuttavia ampiamente inferiore a quanto registrato in precedenti episodi recessivi». Si delinea quindi un quadro che sembra non richiedere nuovi sostegni generalizzati. E «a due anni dall’inizio della pandemia le banche possono valutare autonomamente l’opportunità di procedere alla ristrutturazione dei finanziamenti alle imprese in grado di superare difficoltà temporanee, analizzando le singole posizioni».
Quanto al consolidamento dei conti pubblici, il numero uno di Bankitalia ha poi ricordato che l’Italia ha un «fardello» di 400 miliardi di titoli di Stato da emettere ogni anno. Per questo occorrerà perseguire un «progressivo, continuo, riequilibrio strutturale» anche per evitare di alimentare tensioni sul mercato dei titoli di Stato. L’ultima manovra di bilancio determina un aumento dell’indebitamento netto, rispetto al quadro a legislazione vigente, di circa l’1,3% del Pil in media all’anno nel triennio 2022-24. «Quanto maggiore sarà il ritmo di crescita dell’economia tanto minore sarà la correzione dei conti pubblici necessaria a favorire la progressiva riduzione del rapporto tra debito e prodotto».
Un altro passaggio del discorso del governatore che dimostra il rafforzamento dell’asse tra Via Nazionale e Palazzo Chigi è stato quello sull’aumento dell’inflazione definita dal governatore, «sostanzialmente una tassa, probabilmente in buona parte destinata a rientrare, i cui effetti più distorsivi possono essere oggetto di compensazione, ove possibile, a carico dei bilanci pubblici. L’incremento dei costi non deve però trasformarsi in una prolungata spirale inflazionistica». Negli ultimi mesi - ha detto - l’aumento dei prezzi è risultato superiore a quanto previsto in dicembre e le tensioni sul fronte energetico non si sono ancora allentate. L’aumento dei costi delle materie prime energetiche determina a oggi una variazione negativa delle ragioni di scambio, e quindi una riduzione del potere di acquisto dei redditi nell’area dell’euro.
Per Visco «il successo del Pnrr sarà cruciale anche per consentire al Paese di vincere le sfide poste dalla transizione digitale ed ecologica, da cui nessun settore dell’economia è esente». Il problema è che anche il Pnrr crea inflazione, in quanto si tratta comunque di debito pubblico. Quando uno Stato fa dei piani di liquidità ed eroga fondi è come se stampasse moneta.
Sullo sfondo, intanto, al Forex hanno sfilato anche i vertici dei big del credito. Compresi i due protagonisti di quella che secondo le indiscrezioni di questi giorni potrebbe essere la prima mossa importante del risiko: Unicredit e Banco Bpm, con la prima - si dice - in pista per lanciare un’offerta sulla seconda e gettare le basi della nascita di un terzo polo bancario. «Gli interessi di terzi non mi stupiscono verso una banca che ha il nostro posizionamento, i nostri risultati, la nostra capacità di proiettarsi nel futuro con i risultati che abbiamo presentato», ha commentato l’ad del Banco Bpm, Giuseppe Castagna, a margine dell’Assiom Forex. «Banco Bpm vale di più?», gli è stato chiesto. «Certo», ha risposto, «siamo appena usciti da un percorso di ristrutturazione, abbiamo presentato un piano aggressivo, abbiamo iniziato ad avere qualche riscontro ma pensiamo che il mercato non abbia completamente riconosciuto quello che è il nostro percorso». Sui rumor di una presunta offerta in arrivo da Unicredit per la banca, il banchiere ha ribadito: «Noi non sappiamo niente, non abbiamo ricevuto nulla» quindi «per ora non abbiamo niente di concreto per cui reagire». Sull’ipotesi della creazione di un terzo polo bancario, Castagna ha poi commentato che per l’economia del Paese sarebbe bene «avere più gruppi bancari che finanzino l’economia», però «noi come lavoro facciamo quello di far crescere il valore della banca per i nostri azionisti».
La priorità è ritornare a estrarre il gas
L’Italia galleggia su una bolla di gas, e probabilmente di petrolio, ma lo sfruttamento è stato ridotto negli ultimi 20 anni e bloccato negli ultimi tre in attesa del Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Pitesai). Ora il ministro della Transizione ecologica lo ha finalmente pubblicato, ma è un chiaroscuro che dovrà essere adattato ai nuovi tempi di inflazione energetica basata su fenomeni - ricatto russo, posizione monetizzante dell’Opec+, non stabilità delle fonti alternative idro, eolico e solare, eccetera - che tendono a renderla duratura.
Parte chiara. Le imprese estrattive hanno bisogno di un quadro normativo certo per riprendere lo sfruttamento e aprire nuove esplorazioni: Il Pitesai appare permetterlo, facendo sperare in una produzione autonoma di gas che copra almeno il 7-8% del fabbisogno nazionale dall’attuale 3% circa entro un anno e mezzo. Parte scura: ma le aree idonee appaiono solo una piccola percentuale del potenziale, in particolare nei fondali marini, e ciò limita la prospettiva di un incremento della - pur parziale, ma calmierante e densa di benefici diretti e indiretti - autonomia energetica italiana. Sembra evidente nel testo corrente un compromesso tra l’iniziale impostazione del Pitesai che voleva essere coerente con il calendario di decarbonizzazione dell’Ue (un irrealismo computazionale) e quella aliquota di partiti e popolazione ostili alle trivelle con la necessità di aumentare la produzione di energia fossile nazionale. Infatti le Regioni hanno dato via libera per l’evidenza negli ultimi mesi, oltre che del rischio disoccupazione, dell’emergenza dei costi energetici e del rischio prospettico di gap nelle forniture.
Secondo chi scrive il Pitesai andrebbe sostituito da un Piano energetico nazionale di lungo termine (adattabile a nuove tecnologie) che liberalizzi al massimo le esplorazioni e lo sfruttamento di energia fossile, sia in aree di terra sia di mare, e allo stesso tempo spinga con incentivi e deburocratizzazione qualsiasi fonte di energia alternativa nonché i combustibili sintetici di nuova generazione, includendo i biocarburanti estratti da rifiuti (riclassificati) agricoli e di allevamento. Tale piano dovrebbe puntare a una significativa (semi) autonomia energetica per i prossimi 30-40 anni, fino all’insediamento diffuso del nucleare a fusione, senza scorie e rischi. In Italia c’è una persistenza di irrazionalità e una sfiducia (giustificata) nelle istituzioni che suggerisce di «saltare» il nucleare a fissione e di darsi il tempo giusto per convincere la popolazione che quello a fusione è il bingo. In tale ipotesi realistica l’Italia dovrà dipendere fino al 2050-60 da una sufficiente produzione di gas (sperabilmente arricchito da idrogeno). Possibile? Le riserve ora accertate sono di 90 miliardi di metri cubi, ma l’analisi dei potenziali è molto superiore, dalle 12 alle 28 volte di più. Ovviamente per definire il potenziale bisognerebbe valutare i costi di estrazione e distribuzione. Per la seconda va considerato che i tubi ci sono già. Per la prima si può stimare che almeno un potenziale di 1.500 miliardi di metri cubi, con prevalenza nei fondali dell’Italia meridionale oltre all’Adriatico, possa essere estratto a costi sostenibili e allo stesso tempo con profitto per gli investitori. Pertanto appare possibile.
Romperà l’Ue le scatole? Da un lato, ha da poco inserito il metano e il nucleare nella tassonomia compatibile con la decarbonizzazione. Dall’altro, mantiene limitazioni penalizzanti per il pieno sfruttamento del gas. È materia molto tecnica, ma poiché l’Ue sta chiudendo un occhio sull’uso massivo del carbone in Germania, Polonia e altrove, una ben preparata azione di politica estera italiana non dovrebbe avere problemi a risolvere la questione. Quando? Dopo le prossime elezioni nel marzo 2023 quando i partiti eco irrealistici e «no triv» verranno depotenziati dal voto di una popolazione esasperata dai costi energetici e dal luddismo. Ma ciò potrebbe implicare una postura italiana ecodivergente? No: comunque l’aumento del gas nazionale è ecocompatibile e fa da spalla alle energie alternative. Ma il punto è che quando il nucleare a fusione sarà diffuso la decarbonizzazione avrà un picco tale da recuperare in dieci anni almeno 40 anni di decarbonizzazione più lenta. Quindi se l’obiettivo è ridurre l’effetto serra entro un certo tempo, chi scrive ritiene che si possa raggiungerlo con un lungo tempo residuo di impiego del metano e un salto nel nucleare a fusione. Si tenga conto, poi, che il mondo andrà a petrolio-gas fin oltre il 2100 e ciò genera la necessità di eco adattamento con tanta energia possibile solo con il nucleare a fusione. In tale bozza di piano è rilevante la minimizzazione del conflitto tra ambiente e sviluppo che sarebbe tragico in caso di dipendenza eccessiva sia da tecnologie di energia alternative non ancora mature sia da importazioni condizionate da geopolitica ricattatoria. In conclusione: nell’immediato va bene il pur costipato e invecchiato Pitesai, ma entro un anno va preparato un piano nazionale energetico più vasto nonché negoziato con l’Ue per uno sfruttamento illimitato del potenziale italiano, anche utile all’Ue stessa.
www.carlopelanda.com
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Ignazio Visco: «I sostegni generalizzati mettono a rischio i conti pubblici L’inflazione è una tassa». Ma poi loda il Pnrr, che la spinge.Il piano appena pubblicato pone troppi limiti: serve un nuovo approccio alle trivelle in attesa del nucleare.Lo speciale contiene due articoli«Il governatore di Bankitalia al Forex annuncerà numeri molto buoni sulla crescita del debito pubblico», aveva anticipato venerdì in conferenza stampa il premier Mario Draghi. E ieri Ignazio Visco non solo ha rispettato il copione, ma si è completamente allineato al presidente del Consiglio. Come? Definendo l’inflazione una tassa e soprattutto dicendo basta agli aiuti pubblici generalizzati. Nel discorso tenuto sul palco del 28° congresso degli operatori finanziari Assiom Forex, Visco ha confermato le anticipazioni di Draghi: «La ripresa dell’economia italiana è stata decisiva per interrompere l’aumento del rapporto tra debito pubblico e prodotto che alla fine del 2021 potrebbe essere sceso su valori prossimi al 150% da circa il 156% di fine 2020, un livello nettamente inferiore a quanto previsto all’inizio dello scorso anno e anche alle valutazioni ufficiali pubblicate in autunno». Poi il governatore ha sparato contro i contributi pubblici. «Limitati interventi di natura emergenziale possono ancora trovare giustificazione, ad esempio per fronteggiare la crisi energetica o nei casi in cui i contagi continuino a ostacolare consumi e produzione, come nei servizi legati al turismo, alla ristorazione, al tempo libero», ha sottolineato, «Interventi generalizzati di stimolo potrebbero invece determinare tensioni sui prezzi, oltre a rischi per l’equilibrio dei conti pubblici. L’impegno deve essere ora soprattutto rivolto ad agevolare i cambiamenti strutturali, che la stessa pandemia ha accelerato».Non saranno quindi necessari «nuovi generalizzati interventi pubblici» dopo lo stop alle moratorie delle banche, ha ripetuto poco dopo aggiungendo che «il graduale venir meno delle misure di sostegno all’economia potrà comportare nei prossimi mesi un aumento del flusso di crediti deteriorati con la conseguente necessità di contabilizzare le relative perdite. La crescita delle insolvenze dovrebbe essere tuttavia ampiamente inferiore a quanto registrato in precedenti episodi recessivi». Si delinea quindi un quadro che sembra non richiedere nuovi sostegni generalizzati. E «a due anni dall’inizio della pandemia le banche possono valutare autonomamente l’opportunità di procedere alla ristrutturazione dei finanziamenti alle imprese in grado di superare difficoltà temporanee, analizzando le singole posizioni». Quanto al consolidamento dei conti pubblici, il numero uno di Bankitalia ha poi ricordato che l’Italia ha un «fardello» di 400 miliardi di titoli di Stato da emettere ogni anno. Per questo occorrerà perseguire un «progressivo, continuo, riequilibrio strutturale» anche per evitare di alimentare tensioni sul mercato dei titoli di Stato. L’ultima manovra di bilancio determina un aumento dell’indebitamento netto, rispetto al quadro a legislazione vigente, di circa l’1,3% del Pil in media all’anno nel triennio 2022-24. «Quanto maggiore sarà il ritmo di crescita dell’economia tanto minore sarà la correzione dei conti pubblici necessaria a favorire la progressiva riduzione del rapporto tra debito e prodotto». Un altro passaggio del discorso del governatore che dimostra il rafforzamento dell’asse tra Via Nazionale e Palazzo Chigi è stato quello sull’aumento dell’inflazione definita dal governatore, «sostanzialmente una tassa, probabilmente in buona parte destinata a rientrare, i cui effetti più distorsivi possono essere oggetto di compensazione, ove possibile, a carico dei bilanci pubblici. L’incremento dei costi non deve però trasformarsi in una prolungata spirale inflazionistica». Negli ultimi mesi - ha detto - l’aumento dei prezzi è risultato superiore a quanto previsto in dicembre e le tensioni sul fronte energetico non si sono ancora allentate. L’aumento dei costi delle materie prime energetiche determina a oggi una variazione negativa delle ragioni di scambio, e quindi una riduzione del potere di acquisto dei redditi nell’area dell’euro. Per Visco «il successo del Pnrr sarà cruciale anche per consentire al Paese di vincere le sfide poste dalla transizione digitale ed ecologica, da cui nessun settore dell’economia è esente». Il problema è che anche il Pnrr crea inflazione, in quanto si tratta comunque di debito pubblico. Quando uno Stato fa dei piani di liquidità ed eroga fondi è come se stampasse moneta.Sullo sfondo, intanto, al Forex hanno sfilato anche i vertici dei big del credito. Compresi i due protagonisti di quella che secondo le indiscrezioni di questi giorni potrebbe essere la prima mossa importante del risiko: Unicredit e Banco Bpm, con la prima - si dice - in pista per lanciare un’offerta sulla seconda e gettare le basi della nascita di un terzo polo bancario. «Gli interessi di terzi non mi stupiscono verso una banca che ha il nostro posizionamento, i nostri risultati, la nostra capacità di proiettarsi nel futuro con i risultati che abbiamo presentato», ha commentato l’ad del Banco Bpm, Giuseppe Castagna, a margine dell’Assiom Forex. «Banco Bpm vale di più?», gli è stato chiesto. «Certo», ha risposto, «siamo appena usciti da un percorso di ristrutturazione, abbiamo presentato un piano aggressivo, abbiamo iniziato ad avere qualche riscontro ma pensiamo che il mercato non abbia completamente riconosciuto quello che è il nostro percorso». Sui rumor di una presunta offerta in arrivo da Unicredit per la banca, il banchiere ha ribadito: «Noi non sappiamo niente, non abbiamo ricevuto nulla» quindi «per ora non abbiamo niente di concreto per cui reagire». Sull’ipotesi della creazione di un terzo polo bancario, Castagna ha poi commentato che per l’economia del Paese sarebbe bene «avere più gruppi bancari che finanzino l’economia», però «noi come lavoro facciamo quello di far crescere il valore della banca per i nostri azionisti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bankitalia-sallinea-a-draghi-e-annuncia-la-fine-degli-aiuti-contro-la-pandemia-2656648252.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-priorita-e-ritornare-a-estrarre-il-gas" data-post-id="2656648252" data-published-at="1644738487" data-use-pagination="False"> La priorità è ritornare a estrarre il gas L’Italia galleggia su una bolla di gas, e probabilmente di petrolio, ma lo sfruttamento è stato ridotto negli ultimi 20 anni e bloccato negli ultimi tre in attesa del Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Pitesai). Ora il ministro della Transizione ecologica lo ha finalmente pubblicato, ma è un chiaroscuro che dovrà essere adattato ai nuovi tempi di inflazione energetica basata su fenomeni - ricatto russo, posizione monetizzante dell’Opec+, non stabilità delle fonti alternative idro, eolico e solare, eccetera - che tendono a renderla duratura. Parte chiara. Le imprese estrattive hanno bisogno di un quadro normativo certo per riprendere lo sfruttamento e aprire nuove esplorazioni: Il Pitesai appare permetterlo, facendo sperare in una produzione autonoma di gas che copra almeno il 7-8% del fabbisogno nazionale dall’attuale 3% circa entro un anno e mezzo. Parte scura: ma le aree idonee appaiono solo una piccola percentuale del potenziale, in particolare nei fondali marini, e ciò limita la prospettiva di un incremento della - pur parziale, ma calmierante e densa di benefici diretti e indiretti - autonomia energetica italiana. Sembra evidente nel testo corrente un compromesso tra l’iniziale impostazione del Pitesai che voleva essere coerente con il calendario di decarbonizzazione dell’Ue (un irrealismo computazionale) e quella aliquota di partiti e popolazione ostili alle trivelle con la necessità di aumentare la produzione di energia fossile nazionale. Infatti le Regioni hanno dato via libera per l’evidenza negli ultimi mesi, oltre che del rischio disoccupazione, dell’emergenza dei costi energetici e del rischio prospettico di gap nelle forniture. Secondo chi scrive il Pitesai andrebbe sostituito da un Piano energetico nazionale di lungo termine (adattabile a nuove tecnologie) che liberalizzi al massimo le esplorazioni e lo sfruttamento di energia fossile, sia in aree di terra sia di mare, e allo stesso tempo spinga con incentivi e deburocratizzazione qualsiasi fonte di energia alternativa nonché i combustibili sintetici di nuova generazione, includendo i biocarburanti estratti da rifiuti (riclassificati) agricoli e di allevamento. Tale piano dovrebbe puntare a una significativa (semi) autonomia energetica per i prossimi 30-40 anni, fino all’insediamento diffuso del nucleare a fusione, senza scorie e rischi. In Italia c’è una persistenza di irrazionalità e una sfiducia (giustificata) nelle istituzioni che suggerisce di «saltare» il nucleare a fissione e di darsi il tempo giusto per convincere la popolazione che quello a fusione è il bingo. In tale ipotesi realistica l’Italia dovrà dipendere fino al 2050-60 da una sufficiente produzione di gas (sperabilmente arricchito da idrogeno). Possibile? Le riserve ora accertate sono di 90 miliardi di metri cubi, ma l’analisi dei potenziali è molto superiore, dalle 12 alle 28 volte di più. Ovviamente per definire il potenziale bisognerebbe valutare i costi di estrazione e distribuzione. Per la seconda va considerato che i tubi ci sono già. Per la prima si può stimare che almeno un potenziale di 1.500 miliardi di metri cubi, con prevalenza nei fondali dell’Italia meridionale oltre all’Adriatico, possa essere estratto a costi sostenibili e allo stesso tempo con profitto per gli investitori. Pertanto appare possibile. Romperà l’Ue le scatole? Da un lato, ha da poco inserito il metano e il nucleare nella tassonomia compatibile con la decarbonizzazione. Dall’altro, mantiene limitazioni penalizzanti per il pieno sfruttamento del gas. È materia molto tecnica, ma poiché l’Ue sta chiudendo un occhio sull’uso massivo del carbone in Germania, Polonia e altrove, una ben preparata azione di politica estera italiana non dovrebbe avere problemi a risolvere la questione. Quando? Dopo le prossime elezioni nel marzo 2023 quando i partiti eco irrealistici e «no triv» verranno depotenziati dal voto di una popolazione esasperata dai costi energetici e dal luddismo. Ma ciò potrebbe implicare una postura italiana ecodivergente? No: comunque l’aumento del gas nazionale è ecocompatibile e fa da spalla alle energie alternative. Ma il punto è che quando il nucleare a fusione sarà diffuso la decarbonizzazione avrà un picco tale da recuperare in dieci anni almeno 40 anni di decarbonizzazione più lenta. Quindi se l’obiettivo è ridurre l’effetto serra entro un certo tempo, chi scrive ritiene che si possa raggiungerlo con un lungo tempo residuo di impiego del metano e un salto nel nucleare a fusione. Si tenga conto, poi, che il mondo andrà a petrolio-gas fin oltre il 2100 e ciò genera la necessità di eco adattamento con tanta energia possibile solo con il nucleare a fusione. In tale bozza di piano è rilevante la minimizzazione del conflitto tra ambiente e sviluppo che sarebbe tragico in caso di dipendenza eccessiva sia da tecnologie di energia alternative non ancora mature sia da importazioni condizionate da geopolitica ricattatoria. In conclusione: nell’immediato va bene il pur costipato e invecchiato Pitesai, ma entro un anno va preparato un piano nazionale energetico più vasto nonché negoziato con l’Ue per uno sfruttamento illimitato del potenziale italiano, anche utile all’Ue stessa. www.carlopelanda.com
Stampa francese sul bombardamento austriaco di Venezia con palloni senza pilota (Getty Images)
Il quadro storico è quello dell’assedio austriaco alla città di Venezia, durante la prima guerra d’Indipendenza. Gli austriaci di Radetzky, dopo aver occupato le città dell’entroterra veneto, cingevano d’assedio la Repubblica di San Marco in quei mesi governata da Daniele Manin dopo la rivolta che cacciò temporaneamente gli stessi asburgici. Verso la tarda primavera del 1849, gli austriaci avevano espugnato una delle strutture difensive più importanti della città, il Forte Marghera.
A Treviso, centro logistico militare austriaco da cui passavano le armi per l’assedio di Venezia, fu preparato un esperimento senza precedenti nella storia militare. Il generale dell’artiglieria Franz von Ucathius, militare ed inventore poliedrico (costruì uno dei primi proiettori di immagini in movimento e sperimentò l’autofrettaggio sulle bocche da fuoco) aveva studiato la prima forma di bombardamento aereo al mondo tramite piccoli aerostati senza pilota. Un primo progetto prevedeva l’uso di un pallone-guida dotato di vela per la direzione con equipaggio a bordo. A quest’ultimo sarebbero stati vincolati altri piccoli palloni tramite cavi di rame a loro volta collegati ad una batteria galvanica. Giunti sull’obiettivo, gli aerostati avrebbero sganciato il carico esplosivo tramite un impulso elettrico proveniente dall’aerostato madre.
Dalla base austriaca nel trevigiano, nella primavera dell’assedio, furono svolti i primi esperimenti e i veneziani notarono alcuni aerostati in volo e gli scoppi delle cariche rilasciate. Il fenomeno allarmò i comandi della Repubblica di San Marco che cercarono di studiare un sistema di difesa per quell’arma inedita. Fu la nascita di un primo, sperimentale, sistema di difesa aerea delle città. Il maggiore friulano Leonardo Andervolti, ufficiale del genio al servizio di Manin, portò l’idea di utilizzare un «razzo Congreve», usato dagli inglesi già nel 1811. Si trattava di un tubo riempito di polvere da sparo al quale Andervolti intendeva fissare un arpione legato ad una fune, che avrebbe permesso di agganciare il pallone esplosivo degli austriaci mentre sorvolava la città. Un’idea ancora più originale venne dall’ingegnere milanese Giovanni Battista Piatti. Un pallone ancorato ad una nave, che garantiva agili spostamenti corretti, avrebbe dovuto intercettare gli aerostati nemici e, una volta raggiunti, lanciare un arpione che avrebbe vincolato il pallone esplosivo all’aerostato di difesa. A sua volta richiamato dalla nave madre, il personale avrebbe neutralizzato la carica esplosiva.
Von Ucathius venne a conoscere le contromosse veneziane, senza però desistere dal suo esperimento. Abbandonata l’idea dei palloni portati dall’aerostato madre, mise da parte anche il sistema di sgancio elettrico tramite funi di rame. Fece allora costruire a Treviso palloni più piccoli con l’involucro in carta cerata, simile a quello delle lanterne cinesi. Il sistema di sgancio e detonazione sarebbe stato garantito da una miccia temporizzata, regolata per un volo intorno ai 35 minuti. Senza giuda, i palloni avrebbero dovuto compiere un volo libero calcolato secondo stime metereologiche dopo il decollo da una nave.
Il primo lancio sperimentale avvenne il 7 luglio 1849 durante uno degli assalti austriaci al ponte ferroviario che collegava Mestre a Venezia, condotto di notte dagli uomini di Radetzky anche con barchini esplosivi. Fu in quell’occasione lanciato un solo pallone, decollato da Campalto, che fu probabilmente utilizzato per calcolare la traiettoria per futuri attacchi dal cielo. I veneziani videro nuovamente gli aerostati nemici il 12 ed il 18 luglio, senza che questi recassero danni alla città cinta d’assedio.
Il 25 luglio 1849 fu lanciato il primo vero bombardamento dal cielo, con decine di palloni esplosivi lanciati dalla nave della Marina imperiale «Vulcano», ancorata nei pressi del Lido, che può considerarsi la prima portaerei della storia. Le cronache raccontano del sostanziale fallimento di quei primissimi droni. Il primo pallone scese troppo presto e scoppiò tra la vegetazione a poca distanza dal Lido, altri furono deviati dal vento in direzione opposta alla città. Altri ancora la sorvolarono senza esplodere, dirigendosi in alcuni casi verso le linee austriache a Marghera e Campalto. Le cronache divergono anche sugli effetti del bombardamento: molti cronisti dell’epoca, tra cui Niccolò Tommaseo, affermano che la città non fu danneggiata e che il volo dei palloni costituisse un divertente spettacolo per i veneziani. Altri invece hanno affermato che la nuova arma avesse prodotto un senso di angoscia nella popolazione già provata dall’assedio e che uno dei palloni fosse esploso in Piazza San Marco (ma non vi sono prove certe). Il 29 luglio gli austriaci scelsero di tornare alle armi tradizionali con un violentissimo bombardamento di artiglieria. Complice il colera che colpì Venezia, di fronte alla popolazione stremata dal morbo e dall’assedio, Daniele Manin si arrese agli austriaci il 22 agosto 1849. E sul ponte della ferrovia sventolò la famigerata «bandiera bianca».
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La strategia di Trump in Medio Oriente vacilla, Netanyahu insegue una vittoria che non arriva e l'Europa risponde alla crisi con l'austerity. Maurizio Belpietro analizza il caos geopolitico del 2026: rincari energetici, la prospettiva di un disimpegno Usa dalla Nato e Bruxelles che dà istruzioni per risparmiare gasolio. Intanto, all'orizzonte, spunta l'ombra di un Giuseppe Conte pronto a tutto pur di tornare a Palazzo Chigi.