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2022-02-13
Bankitalia s’allinea a Draghi e annuncia la fine degli aiuti contro la pandemia
Ignazio Visco (Ansa)
«Il governatore di Bankitalia al Forex annuncerà numeri molto buoni sulla crescita del debito pubblico», aveva anticipato venerdì in conferenza stampa il premier Mario Draghi. E ieri Ignazio Visco non solo ha rispettato il copione, ma si è completamente allineato al presidente del Consiglio. Come? Definendo l’inflazione una tassa e soprattutto dicendo basta agli aiuti pubblici generalizzati.
Nel discorso tenuto sul palco del 28° congresso degli operatori finanziari Assiom Forex, Visco ha confermato le anticipazioni di Draghi: «La ripresa dell’economia italiana è stata decisiva per interrompere l’aumento del rapporto tra debito pubblico e prodotto che alla fine del 2021 potrebbe essere sceso su valori prossimi al 150% da circa il 156% di fine 2020, un livello nettamente inferiore a quanto previsto all’inizio dello scorso anno e anche alle valutazioni ufficiali pubblicate in autunno». Poi il governatore ha sparato contro i contributi pubblici. «Limitati interventi di natura emergenziale possono ancora trovare giustificazione, ad esempio per fronteggiare la crisi energetica o nei casi in cui i contagi continuino a ostacolare consumi e produzione, come nei servizi legati al turismo, alla ristorazione, al tempo libero», ha sottolineato, «Interventi generalizzati di stimolo potrebbero invece determinare tensioni sui prezzi, oltre a rischi per l’equilibrio dei conti pubblici. L’impegno deve essere ora soprattutto rivolto ad agevolare i cambiamenti strutturali, che la stessa pandemia ha accelerato».
Non saranno quindi necessari «nuovi generalizzati interventi pubblici» dopo lo stop alle moratorie delle banche, ha ripetuto poco dopo aggiungendo che «il graduale venir meno delle misure di sostegno all’economia potrà comportare nei prossimi mesi un aumento del flusso di crediti deteriorati con la conseguente necessità di contabilizzare le relative perdite. La crescita delle insolvenze dovrebbe essere tuttavia ampiamente inferiore a quanto registrato in precedenti episodi recessivi». Si delinea quindi un quadro che sembra non richiedere nuovi sostegni generalizzati. E «a due anni dall’inizio della pandemia le banche possono valutare autonomamente l’opportunità di procedere alla ristrutturazione dei finanziamenti alle imprese in grado di superare difficoltà temporanee, analizzando le singole posizioni».
Quanto al consolidamento dei conti pubblici, il numero uno di Bankitalia ha poi ricordato che l’Italia ha un «fardello» di 400 miliardi di titoli di Stato da emettere ogni anno. Per questo occorrerà perseguire un «progressivo, continuo, riequilibrio strutturale» anche per evitare di alimentare tensioni sul mercato dei titoli di Stato. L’ultima manovra di bilancio determina un aumento dell’indebitamento netto, rispetto al quadro a legislazione vigente, di circa l’1,3% del Pil in media all’anno nel triennio 2022-24. «Quanto maggiore sarà il ritmo di crescita dell’economia tanto minore sarà la correzione dei conti pubblici necessaria a favorire la progressiva riduzione del rapporto tra debito e prodotto».
Un altro passaggio del discorso del governatore che dimostra il rafforzamento dell’asse tra Via Nazionale e Palazzo Chigi è stato quello sull’aumento dell’inflazione definita dal governatore, «sostanzialmente una tassa, probabilmente in buona parte destinata a rientrare, i cui effetti più distorsivi possono essere oggetto di compensazione, ove possibile, a carico dei bilanci pubblici. L’incremento dei costi non deve però trasformarsi in una prolungata spirale inflazionistica». Negli ultimi mesi - ha detto - l’aumento dei prezzi è risultato superiore a quanto previsto in dicembre e le tensioni sul fronte energetico non si sono ancora allentate. L’aumento dei costi delle materie prime energetiche determina a oggi una variazione negativa delle ragioni di scambio, e quindi una riduzione del potere di acquisto dei redditi nell’area dell’euro.
Per Visco «il successo del Pnrr sarà cruciale anche per consentire al Paese di vincere le sfide poste dalla transizione digitale ed ecologica, da cui nessun settore dell’economia è esente». Il problema è che anche il Pnrr crea inflazione, in quanto si tratta comunque di debito pubblico. Quando uno Stato fa dei piani di liquidità ed eroga fondi è come se stampasse moneta.
Sullo sfondo, intanto, al Forex hanno sfilato anche i vertici dei big del credito. Compresi i due protagonisti di quella che secondo le indiscrezioni di questi giorni potrebbe essere la prima mossa importante del risiko: Unicredit e Banco Bpm, con la prima - si dice - in pista per lanciare un’offerta sulla seconda e gettare le basi della nascita di un terzo polo bancario. «Gli interessi di terzi non mi stupiscono verso una banca che ha il nostro posizionamento, i nostri risultati, la nostra capacità di proiettarsi nel futuro con i risultati che abbiamo presentato», ha commentato l’ad del Banco Bpm, Giuseppe Castagna, a margine dell’Assiom Forex. «Banco Bpm vale di più?», gli è stato chiesto. «Certo», ha risposto, «siamo appena usciti da un percorso di ristrutturazione, abbiamo presentato un piano aggressivo, abbiamo iniziato ad avere qualche riscontro ma pensiamo che il mercato non abbia completamente riconosciuto quello che è il nostro percorso». Sui rumor di una presunta offerta in arrivo da Unicredit per la banca, il banchiere ha ribadito: «Noi non sappiamo niente, non abbiamo ricevuto nulla» quindi «per ora non abbiamo niente di concreto per cui reagire». Sull’ipotesi della creazione di un terzo polo bancario, Castagna ha poi commentato che per l’economia del Paese sarebbe bene «avere più gruppi bancari che finanzino l’economia», però «noi come lavoro facciamo quello di far crescere il valore della banca per i nostri azionisti».
La priorità è ritornare a estrarre il gas
L’Italia galleggia su una bolla di gas, e probabilmente di petrolio, ma lo sfruttamento è stato ridotto negli ultimi 20 anni e bloccato negli ultimi tre in attesa del Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Pitesai). Ora il ministro della Transizione ecologica lo ha finalmente pubblicato, ma è un chiaroscuro che dovrà essere adattato ai nuovi tempi di inflazione energetica basata su fenomeni - ricatto russo, posizione monetizzante dell’Opec+, non stabilità delle fonti alternative idro, eolico e solare, eccetera - che tendono a renderla duratura.
Parte chiara. Le imprese estrattive hanno bisogno di un quadro normativo certo per riprendere lo sfruttamento e aprire nuove esplorazioni: Il Pitesai appare permetterlo, facendo sperare in una produzione autonoma di gas che copra almeno il 7-8% del fabbisogno nazionale dall’attuale 3% circa entro un anno e mezzo. Parte scura: ma le aree idonee appaiono solo una piccola percentuale del potenziale, in particolare nei fondali marini, e ciò limita la prospettiva di un incremento della - pur parziale, ma calmierante e densa di benefici diretti e indiretti - autonomia energetica italiana. Sembra evidente nel testo corrente un compromesso tra l’iniziale impostazione del Pitesai che voleva essere coerente con il calendario di decarbonizzazione dell’Ue (un irrealismo computazionale) e quella aliquota di partiti e popolazione ostili alle trivelle con la necessità di aumentare la produzione di energia fossile nazionale. Infatti le Regioni hanno dato via libera per l’evidenza negli ultimi mesi, oltre che del rischio disoccupazione, dell’emergenza dei costi energetici e del rischio prospettico di gap nelle forniture.
Secondo chi scrive il Pitesai andrebbe sostituito da un Piano energetico nazionale di lungo termine (adattabile a nuove tecnologie) che liberalizzi al massimo le esplorazioni e lo sfruttamento di energia fossile, sia in aree di terra sia di mare, e allo stesso tempo spinga con incentivi e deburocratizzazione qualsiasi fonte di energia alternativa nonché i combustibili sintetici di nuova generazione, includendo i biocarburanti estratti da rifiuti (riclassificati) agricoli e di allevamento. Tale piano dovrebbe puntare a una significativa (semi) autonomia energetica per i prossimi 30-40 anni, fino all’insediamento diffuso del nucleare a fusione, senza scorie e rischi. In Italia c’è una persistenza di irrazionalità e una sfiducia (giustificata) nelle istituzioni che suggerisce di «saltare» il nucleare a fissione e di darsi il tempo giusto per convincere la popolazione che quello a fusione è il bingo. In tale ipotesi realistica l’Italia dovrà dipendere fino al 2050-60 da una sufficiente produzione di gas (sperabilmente arricchito da idrogeno). Possibile? Le riserve ora accertate sono di 90 miliardi di metri cubi, ma l’analisi dei potenziali è molto superiore, dalle 12 alle 28 volte di più. Ovviamente per definire il potenziale bisognerebbe valutare i costi di estrazione e distribuzione. Per la seconda va considerato che i tubi ci sono già. Per la prima si può stimare che almeno un potenziale di 1.500 miliardi di metri cubi, con prevalenza nei fondali dell’Italia meridionale oltre all’Adriatico, possa essere estratto a costi sostenibili e allo stesso tempo con profitto per gli investitori. Pertanto appare possibile.
Romperà l’Ue le scatole? Da un lato, ha da poco inserito il metano e il nucleare nella tassonomia compatibile con la decarbonizzazione. Dall’altro, mantiene limitazioni penalizzanti per il pieno sfruttamento del gas. È materia molto tecnica, ma poiché l’Ue sta chiudendo un occhio sull’uso massivo del carbone in Germania, Polonia e altrove, una ben preparata azione di politica estera italiana non dovrebbe avere problemi a risolvere la questione. Quando? Dopo le prossime elezioni nel marzo 2023 quando i partiti eco irrealistici e «no triv» verranno depotenziati dal voto di una popolazione esasperata dai costi energetici e dal luddismo. Ma ciò potrebbe implicare una postura italiana ecodivergente? No: comunque l’aumento del gas nazionale è ecocompatibile e fa da spalla alle energie alternative. Ma il punto è che quando il nucleare a fusione sarà diffuso la decarbonizzazione avrà un picco tale da recuperare in dieci anni almeno 40 anni di decarbonizzazione più lenta. Quindi se l’obiettivo è ridurre l’effetto serra entro un certo tempo, chi scrive ritiene che si possa raggiungerlo con un lungo tempo residuo di impiego del metano e un salto nel nucleare a fusione. Si tenga conto, poi, che il mondo andrà a petrolio-gas fin oltre il 2100 e ciò genera la necessità di eco adattamento con tanta energia possibile solo con il nucleare a fusione. In tale bozza di piano è rilevante la minimizzazione del conflitto tra ambiente e sviluppo che sarebbe tragico in caso di dipendenza eccessiva sia da tecnologie di energia alternative non ancora mature sia da importazioni condizionate da geopolitica ricattatoria. In conclusione: nell’immediato va bene il pur costipato e invecchiato Pitesai, ma entro un anno va preparato un piano nazionale energetico più vasto nonché negoziato con l’Ue per uno sfruttamento illimitato del potenziale italiano, anche utile all’Ue stessa.
www.carlopelanda.com
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Ignazio Visco: «I sostegni generalizzati mettono a rischio i conti pubblici L’inflazione è una tassa». Ma poi loda il Pnrr, che la spinge.Il piano appena pubblicato pone troppi limiti: serve un nuovo approccio alle trivelle in attesa del nucleare.Lo speciale contiene due articoli«Il governatore di Bankitalia al Forex annuncerà numeri molto buoni sulla crescita del debito pubblico», aveva anticipato venerdì in conferenza stampa il premier Mario Draghi. E ieri Ignazio Visco non solo ha rispettato il copione, ma si è completamente allineato al presidente del Consiglio. Come? Definendo l’inflazione una tassa e soprattutto dicendo basta agli aiuti pubblici generalizzati. Nel discorso tenuto sul palco del 28° congresso degli operatori finanziari Assiom Forex, Visco ha confermato le anticipazioni di Draghi: «La ripresa dell’economia italiana è stata decisiva per interrompere l’aumento del rapporto tra debito pubblico e prodotto che alla fine del 2021 potrebbe essere sceso su valori prossimi al 150% da circa il 156% di fine 2020, un livello nettamente inferiore a quanto previsto all’inizio dello scorso anno e anche alle valutazioni ufficiali pubblicate in autunno». Poi il governatore ha sparato contro i contributi pubblici. «Limitati interventi di natura emergenziale possono ancora trovare giustificazione, ad esempio per fronteggiare la crisi energetica o nei casi in cui i contagi continuino a ostacolare consumi e produzione, come nei servizi legati al turismo, alla ristorazione, al tempo libero», ha sottolineato, «Interventi generalizzati di stimolo potrebbero invece determinare tensioni sui prezzi, oltre a rischi per l’equilibrio dei conti pubblici. L’impegno deve essere ora soprattutto rivolto ad agevolare i cambiamenti strutturali, che la stessa pandemia ha accelerato».Non saranno quindi necessari «nuovi generalizzati interventi pubblici» dopo lo stop alle moratorie delle banche, ha ripetuto poco dopo aggiungendo che «il graduale venir meno delle misure di sostegno all’economia potrà comportare nei prossimi mesi un aumento del flusso di crediti deteriorati con la conseguente necessità di contabilizzare le relative perdite. La crescita delle insolvenze dovrebbe essere tuttavia ampiamente inferiore a quanto registrato in precedenti episodi recessivi». Si delinea quindi un quadro che sembra non richiedere nuovi sostegni generalizzati. E «a due anni dall’inizio della pandemia le banche possono valutare autonomamente l’opportunità di procedere alla ristrutturazione dei finanziamenti alle imprese in grado di superare difficoltà temporanee, analizzando le singole posizioni». Quanto al consolidamento dei conti pubblici, il numero uno di Bankitalia ha poi ricordato che l’Italia ha un «fardello» di 400 miliardi di titoli di Stato da emettere ogni anno. Per questo occorrerà perseguire un «progressivo, continuo, riequilibrio strutturale» anche per evitare di alimentare tensioni sul mercato dei titoli di Stato. L’ultima manovra di bilancio determina un aumento dell’indebitamento netto, rispetto al quadro a legislazione vigente, di circa l’1,3% del Pil in media all’anno nel triennio 2022-24. «Quanto maggiore sarà il ritmo di crescita dell’economia tanto minore sarà la correzione dei conti pubblici necessaria a favorire la progressiva riduzione del rapporto tra debito e prodotto». Un altro passaggio del discorso del governatore che dimostra il rafforzamento dell’asse tra Via Nazionale e Palazzo Chigi è stato quello sull’aumento dell’inflazione definita dal governatore, «sostanzialmente una tassa, probabilmente in buona parte destinata a rientrare, i cui effetti più distorsivi possono essere oggetto di compensazione, ove possibile, a carico dei bilanci pubblici. L’incremento dei costi non deve però trasformarsi in una prolungata spirale inflazionistica». Negli ultimi mesi - ha detto - l’aumento dei prezzi è risultato superiore a quanto previsto in dicembre e le tensioni sul fronte energetico non si sono ancora allentate. L’aumento dei costi delle materie prime energetiche determina a oggi una variazione negativa delle ragioni di scambio, e quindi una riduzione del potere di acquisto dei redditi nell’area dell’euro. Per Visco «il successo del Pnrr sarà cruciale anche per consentire al Paese di vincere le sfide poste dalla transizione digitale ed ecologica, da cui nessun settore dell’economia è esente». Il problema è che anche il Pnrr crea inflazione, in quanto si tratta comunque di debito pubblico. Quando uno Stato fa dei piani di liquidità ed eroga fondi è come se stampasse moneta.Sullo sfondo, intanto, al Forex hanno sfilato anche i vertici dei big del credito. Compresi i due protagonisti di quella che secondo le indiscrezioni di questi giorni potrebbe essere la prima mossa importante del risiko: Unicredit e Banco Bpm, con la prima - si dice - in pista per lanciare un’offerta sulla seconda e gettare le basi della nascita di un terzo polo bancario. «Gli interessi di terzi non mi stupiscono verso una banca che ha il nostro posizionamento, i nostri risultati, la nostra capacità di proiettarsi nel futuro con i risultati che abbiamo presentato», ha commentato l’ad del Banco Bpm, Giuseppe Castagna, a margine dell’Assiom Forex. «Banco Bpm vale di più?», gli è stato chiesto. «Certo», ha risposto, «siamo appena usciti da un percorso di ristrutturazione, abbiamo presentato un piano aggressivo, abbiamo iniziato ad avere qualche riscontro ma pensiamo che il mercato non abbia completamente riconosciuto quello che è il nostro percorso». Sui rumor di una presunta offerta in arrivo da Unicredit per la banca, il banchiere ha ribadito: «Noi non sappiamo niente, non abbiamo ricevuto nulla» quindi «per ora non abbiamo niente di concreto per cui reagire». Sull’ipotesi della creazione di un terzo polo bancario, Castagna ha poi commentato che per l’economia del Paese sarebbe bene «avere più gruppi bancari che finanzino l’economia», però «noi come lavoro facciamo quello di far crescere il valore della banca per i nostri azionisti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bankitalia-sallinea-a-draghi-e-annuncia-la-fine-degli-aiuti-contro-la-pandemia-2656648252.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-priorita-e-ritornare-a-estrarre-il-gas" data-post-id="2656648252" data-published-at="1644738487" data-use-pagination="False"> La priorità è ritornare a estrarre il gas L’Italia galleggia su una bolla di gas, e probabilmente di petrolio, ma lo sfruttamento è stato ridotto negli ultimi 20 anni e bloccato negli ultimi tre in attesa del Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Pitesai). Ora il ministro della Transizione ecologica lo ha finalmente pubblicato, ma è un chiaroscuro che dovrà essere adattato ai nuovi tempi di inflazione energetica basata su fenomeni - ricatto russo, posizione monetizzante dell’Opec+, non stabilità delle fonti alternative idro, eolico e solare, eccetera - che tendono a renderla duratura. Parte chiara. Le imprese estrattive hanno bisogno di un quadro normativo certo per riprendere lo sfruttamento e aprire nuove esplorazioni: Il Pitesai appare permetterlo, facendo sperare in una produzione autonoma di gas che copra almeno il 7-8% del fabbisogno nazionale dall’attuale 3% circa entro un anno e mezzo. Parte scura: ma le aree idonee appaiono solo una piccola percentuale del potenziale, in particolare nei fondali marini, e ciò limita la prospettiva di un incremento della - pur parziale, ma calmierante e densa di benefici diretti e indiretti - autonomia energetica italiana. Sembra evidente nel testo corrente un compromesso tra l’iniziale impostazione del Pitesai che voleva essere coerente con il calendario di decarbonizzazione dell’Ue (un irrealismo computazionale) e quella aliquota di partiti e popolazione ostili alle trivelle con la necessità di aumentare la produzione di energia fossile nazionale. Infatti le Regioni hanno dato via libera per l’evidenza negli ultimi mesi, oltre che del rischio disoccupazione, dell’emergenza dei costi energetici e del rischio prospettico di gap nelle forniture. Secondo chi scrive il Pitesai andrebbe sostituito da un Piano energetico nazionale di lungo termine (adattabile a nuove tecnologie) che liberalizzi al massimo le esplorazioni e lo sfruttamento di energia fossile, sia in aree di terra sia di mare, e allo stesso tempo spinga con incentivi e deburocratizzazione qualsiasi fonte di energia alternativa nonché i combustibili sintetici di nuova generazione, includendo i biocarburanti estratti da rifiuti (riclassificati) agricoli e di allevamento. Tale piano dovrebbe puntare a una significativa (semi) autonomia energetica per i prossimi 30-40 anni, fino all’insediamento diffuso del nucleare a fusione, senza scorie e rischi. In Italia c’è una persistenza di irrazionalità e una sfiducia (giustificata) nelle istituzioni che suggerisce di «saltare» il nucleare a fissione e di darsi il tempo giusto per convincere la popolazione che quello a fusione è il bingo. In tale ipotesi realistica l’Italia dovrà dipendere fino al 2050-60 da una sufficiente produzione di gas (sperabilmente arricchito da idrogeno). Possibile? Le riserve ora accertate sono di 90 miliardi di metri cubi, ma l’analisi dei potenziali è molto superiore, dalle 12 alle 28 volte di più. Ovviamente per definire il potenziale bisognerebbe valutare i costi di estrazione e distribuzione. Per la seconda va considerato che i tubi ci sono già. Per la prima si può stimare che almeno un potenziale di 1.500 miliardi di metri cubi, con prevalenza nei fondali dell’Italia meridionale oltre all’Adriatico, possa essere estratto a costi sostenibili e allo stesso tempo con profitto per gli investitori. Pertanto appare possibile. Romperà l’Ue le scatole? Da un lato, ha da poco inserito il metano e il nucleare nella tassonomia compatibile con la decarbonizzazione. Dall’altro, mantiene limitazioni penalizzanti per il pieno sfruttamento del gas. È materia molto tecnica, ma poiché l’Ue sta chiudendo un occhio sull’uso massivo del carbone in Germania, Polonia e altrove, una ben preparata azione di politica estera italiana non dovrebbe avere problemi a risolvere la questione. Quando? Dopo le prossime elezioni nel marzo 2023 quando i partiti eco irrealistici e «no triv» verranno depotenziati dal voto di una popolazione esasperata dai costi energetici e dal luddismo. Ma ciò potrebbe implicare una postura italiana ecodivergente? No: comunque l’aumento del gas nazionale è ecocompatibile e fa da spalla alle energie alternative. Ma il punto è che quando il nucleare a fusione sarà diffuso la decarbonizzazione avrà un picco tale da recuperare in dieci anni almeno 40 anni di decarbonizzazione più lenta. Quindi se l’obiettivo è ridurre l’effetto serra entro un certo tempo, chi scrive ritiene che si possa raggiungerlo con un lungo tempo residuo di impiego del metano e un salto nel nucleare a fusione. Si tenga conto, poi, che il mondo andrà a petrolio-gas fin oltre il 2100 e ciò genera la necessità di eco adattamento con tanta energia possibile solo con il nucleare a fusione. In tale bozza di piano è rilevante la minimizzazione del conflitto tra ambiente e sviluppo che sarebbe tragico in caso di dipendenza eccessiva sia da tecnologie di energia alternative non ancora mature sia da importazioni condizionate da geopolitica ricattatoria. In conclusione: nell’immediato va bene il pur costipato e invecchiato Pitesai, ma entro un anno va preparato un piano nazionale energetico più vasto nonché negoziato con l’Ue per uno sfruttamento illimitato del potenziale italiano, anche utile all’Ue stessa. www.carlopelanda.com
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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