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2022-02-13
Bankitalia s’allinea a Draghi e annuncia la fine degli aiuti contro la pandemia
Ignazio Visco (Ansa)
«Il governatore di Bankitalia al Forex annuncerà numeri molto buoni sulla crescita del debito pubblico», aveva anticipato venerdì in conferenza stampa il premier Mario Draghi. E ieri Ignazio Visco non solo ha rispettato il copione, ma si è completamente allineato al presidente del Consiglio. Come? Definendo l’inflazione una tassa e soprattutto dicendo basta agli aiuti pubblici generalizzati.
Nel discorso tenuto sul palco del 28° congresso degli operatori finanziari Assiom Forex, Visco ha confermato le anticipazioni di Draghi: «La ripresa dell’economia italiana è stata decisiva per interrompere l’aumento del rapporto tra debito pubblico e prodotto che alla fine del 2021 potrebbe essere sceso su valori prossimi al 150% da circa il 156% di fine 2020, un livello nettamente inferiore a quanto previsto all’inizio dello scorso anno e anche alle valutazioni ufficiali pubblicate in autunno». Poi il governatore ha sparato contro i contributi pubblici. «Limitati interventi di natura emergenziale possono ancora trovare giustificazione, ad esempio per fronteggiare la crisi energetica o nei casi in cui i contagi continuino a ostacolare consumi e produzione, come nei servizi legati al turismo, alla ristorazione, al tempo libero», ha sottolineato, «Interventi generalizzati di stimolo potrebbero invece determinare tensioni sui prezzi, oltre a rischi per l’equilibrio dei conti pubblici. L’impegno deve essere ora soprattutto rivolto ad agevolare i cambiamenti strutturali, che la stessa pandemia ha accelerato».
Non saranno quindi necessari «nuovi generalizzati interventi pubblici» dopo lo stop alle moratorie delle banche, ha ripetuto poco dopo aggiungendo che «il graduale venir meno delle misure di sostegno all’economia potrà comportare nei prossimi mesi un aumento del flusso di crediti deteriorati con la conseguente necessità di contabilizzare le relative perdite. La crescita delle insolvenze dovrebbe essere tuttavia ampiamente inferiore a quanto registrato in precedenti episodi recessivi». Si delinea quindi un quadro che sembra non richiedere nuovi sostegni generalizzati. E «a due anni dall’inizio della pandemia le banche possono valutare autonomamente l’opportunità di procedere alla ristrutturazione dei finanziamenti alle imprese in grado di superare difficoltà temporanee, analizzando le singole posizioni».
Quanto al consolidamento dei conti pubblici, il numero uno di Bankitalia ha poi ricordato che l’Italia ha un «fardello» di 400 miliardi di titoli di Stato da emettere ogni anno. Per questo occorrerà perseguire un «progressivo, continuo, riequilibrio strutturale» anche per evitare di alimentare tensioni sul mercato dei titoli di Stato. L’ultima manovra di bilancio determina un aumento dell’indebitamento netto, rispetto al quadro a legislazione vigente, di circa l’1,3% del Pil in media all’anno nel triennio 2022-24. «Quanto maggiore sarà il ritmo di crescita dell’economia tanto minore sarà la correzione dei conti pubblici necessaria a favorire la progressiva riduzione del rapporto tra debito e prodotto».
Un altro passaggio del discorso del governatore che dimostra il rafforzamento dell’asse tra Via Nazionale e Palazzo Chigi è stato quello sull’aumento dell’inflazione definita dal governatore, «sostanzialmente una tassa, probabilmente in buona parte destinata a rientrare, i cui effetti più distorsivi possono essere oggetto di compensazione, ove possibile, a carico dei bilanci pubblici. L’incremento dei costi non deve però trasformarsi in una prolungata spirale inflazionistica». Negli ultimi mesi - ha detto - l’aumento dei prezzi è risultato superiore a quanto previsto in dicembre e le tensioni sul fronte energetico non si sono ancora allentate. L’aumento dei costi delle materie prime energetiche determina a oggi una variazione negativa delle ragioni di scambio, e quindi una riduzione del potere di acquisto dei redditi nell’area dell’euro.
Per Visco «il successo del Pnrr sarà cruciale anche per consentire al Paese di vincere le sfide poste dalla transizione digitale ed ecologica, da cui nessun settore dell’economia è esente». Il problema è che anche il Pnrr crea inflazione, in quanto si tratta comunque di debito pubblico. Quando uno Stato fa dei piani di liquidità ed eroga fondi è come se stampasse moneta.
Sullo sfondo, intanto, al Forex hanno sfilato anche i vertici dei big del credito. Compresi i due protagonisti di quella che secondo le indiscrezioni di questi giorni potrebbe essere la prima mossa importante del risiko: Unicredit e Banco Bpm, con la prima - si dice - in pista per lanciare un’offerta sulla seconda e gettare le basi della nascita di un terzo polo bancario. «Gli interessi di terzi non mi stupiscono verso una banca che ha il nostro posizionamento, i nostri risultati, la nostra capacità di proiettarsi nel futuro con i risultati che abbiamo presentato», ha commentato l’ad del Banco Bpm, Giuseppe Castagna, a margine dell’Assiom Forex. «Banco Bpm vale di più?», gli è stato chiesto. «Certo», ha risposto, «siamo appena usciti da un percorso di ristrutturazione, abbiamo presentato un piano aggressivo, abbiamo iniziato ad avere qualche riscontro ma pensiamo che il mercato non abbia completamente riconosciuto quello che è il nostro percorso». Sui rumor di una presunta offerta in arrivo da Unicredit per la banca, il banchiere ha ribadito: «Noi non sappiamo niente, non abbiamo ricevuto nulla» quindi «per ora non abbiamo niente di concreto per cui reagire». Sull’ipotesi della creazione di un terzo polo bancario, Castagna ha poi commentato che per l’economia del Paese sarebbe bene «avere più gruppi bancari che finanzino l’economia», però «noi come lavoro facciamo quello di far crescere il valore della banca per i nostri azionisti».
La priorità è ritornare a estrarre il gas
L’Italia galleggia su una bolla di gas, e probabilmente di petrolio, ma lo sfruttamento è stato ridotto negli ultimi 20 anni e bloccato negli ultimi tre in attesa del Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Pitesai). Ora il ministro della Transizione ecologica lo ha finalmente pubblicato, ma è un chiaroscuro che dovrà essere adattato ai nuovi tempi di inflazione energetica basata su fenomeni - ricatto russo, posizione monetizzante dell’Opec+, non stabilità delle fonti alternative idro, eolico e solare, eccetera - che tendono a renderla duratura.
Parte chiara. Le imprese estrattive hanno bisogno di un quadro normativo certo per riprendere lo sfruttamento e aprire nuove esplorazioni: Il Pitesai appare permetterlo, facendo sperare in una produzione autonoma di gas che copra almeno il 7-8% del fabbisogno nazionale dall’attuale 3% circa entro un anno e mezzo. Parte scura: ma le aree idonee appaiono solo una piccola percentuale del potenziale, in particolare nei fondali marini, e ciò limita la prospettiva di un incremento della - pur parziale, ma calmierante e densa di benefici diretti e indiretti - autonomia energetica italiana. Sembra evidente nel testo corrente un compromesso tra l’iniziale impostazione del Pitesai che voleva essere coerente con il calendario di decarbonizzazione dell’Ue (un irrealismo computazionale) e quella aliquota di partiti e popolazione ostili alle trivelle con la necessità di aumentare la produzione di energia fossile nazionale. Infatti le Regioni hanno dato via libera per l’evidenza negli ultimi mesi, oltre che del rischio disoccupazione, dell’emergenza dei costi energetici e del rischio prospettico di gap nelle forniture.
Secondo chi scrive il Pitesai andrebbe sostituito da un Piano energetico nazionale di lungo termine (adattabile a nuove tecnologie) che liberalizzi al massimo le esplorazioni e lo sfruttamento di energia fossile, sia in aree di terra sia di mare, e allo stesso tempo spinga con incentivi e deburocratizzazione qualsiasi fonte di energia alternativa nonché i combustibili sintetici di nuova generazione, includendo i biocarburanti estratti da rifiuti (riclassificati) agricoli e di allevamento. Tale piano dovrebbe puntare a una significativa (semi) autonomia energetica per i prossimi 30-40 anni, fino all’insediamento diffuso del nucleare a fusione, senza scorie e rischi. In Italia c’è una persistenza di irrazionalità e una sfiducia (giustificata) nelle istituzioni che suggerisce di «saltare» il nucleare a fissione e di darsi il tempo giusto per convincere la popolazione che quello a fusione è il bingo. In tale ipotesi realistica l’Italia dovrà dipendere fino al 2050-60 da una sufficiente produzione di gas (sperabilmente arricchito da idrogeno). Possibile? Le riserve ora accertate sono di 90 miliardi di metri cubi, ma l’analisi dei potenziali è molto superiore, dalle 12 alle 28 volte di più. Ovviamente per definire il potenziale bisognerebbe valutare i costi di estrazione e distribuzione. Per la seconda va considerato che i tubi ci sono già. Per la prima si può stimare che almeno un potenziale di 1.500 miliardi di metri cubi, con prevalenza nei fondali dell’Italia meridionale oltre all’Adriatico, possa essere estratto a costi sostenibili e allo stesso tempo con profitto per gli investitori. Pertanto appare possibile.
Romperà l’Ue le scatole? Da un lato, ha da poco inserito il metano e il nucleare nella tassonomia compatibile con la decarbonizzazione. Dall’altro, mantiene limitazioni penalizzanti per il pieno sfruttamento del gas. È materia molto tecnica, ma poiché l’Ue sta chiudendo un occhio sull’uso massivo del carbone in Germania, Polonia e altrove, una ben preparata azione di politica estera italiana non dovrebbe avere problemi a risolvere la questione. Quando? Dopo le prossime elezioni nel marzo 2023 quando i partiti eco irrealistici e «no triv» verranno depotenziati dal voto di una popolazione esasperata dai costi energetici e dal luddismo. Ma ciò potrebbe implicare una postura italiana ecodivergente? No: comunque l’aumento del gas nazionale è ecocompatibile e fa da spalla alle energie alternative. Ma il punto è che quando il nucleare a fusione sarà diffuso la decarbonizzazione avrà un picco tale da recuperare in dieci anni almeno 40 anni di decarbonizzazione più lenta. Quindi se l’obiettivo è ridurre l’effetto serra entro un certo tempo, chi scrive ritiene che si possa raggiungerlo con un lungo tempo residuo di impiego del metano e un salto nel nucleare a fusione. Si tenga conto, poi, che il mondo andrà a petrolio-gas fin oltre il 2100 e ciò genera la necessità di eco adattamento con tanta energia possibile solo con il nucleare a fusione. In tale bozza di piano è rilevante la minimizzazione del conflitto tra ambiente e sviluppo che sarebbe tragico in caso di dipendenza eccessiva sia da tecnologie di energia alternative non ancora mature sia da importazioni condizionate da geopolitica ricattatoria. In conclusione: nell’immediato va bene il pur costipato e invecchiato Pitesai, ma entro un anno va preparato un piano nazionale energetico più vasto nonché negoziato con l’Ue per uno sfruttamento illimitato del potenziale italiano, anche utile all’Ue stessa.
www.carlopelanda.com
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Ignazio Visco: «I sostegni generalizzati mettono a rischio i conti pubblici L’inflazione è una tassa». Ma poi loda il Pnrr, che la spinge.Il piano appena pubblicato pone troppi limiti: serve un nuovo approccio alle trivelle in attesa del nucleare.Lo speciale contiene due articoli«Il governatore di Bankitalia al Forex annuncerà numeri molto buoni sulla crescita del debito pubblico», aveva anticipato venerdì in conferenza stampa il premier Mario Draghi. E ieri Ignazio Visco non solo ha rispettato il copione, ma si è completamente allineato al presidente del Consiglio. Come? Definendo l’inflazione una tassa e soprattutto dicendo basta agli aiuti pubblici generalizzati. Nel discorso tenuto sul palco del 28° congresso degli operatori finanziari Assiom Forex, Visco ha confermato le anticipazioni di Draghi: «La ripresa dell’economia italiana è stata decisiva per interrompere l’aumento del rapporto tra debito pubblico e prodotto che alla fine del 2021 potrebbe essere sceso su valori prossimi al 150% da circa il 156% di fine 2020, un livello nettamente inferiore a quanto previsto all’inizio dello scorso anno e anche alle valutazioni ufficiali pubblicate in autunno». Poi il governatore ha sparato contro i contributi pubblici. «Limitati interventi di natura emergenziale possono ancora trovare giustificazione, ad esempio per fronteggiare la crisi energetica o nei casi in cui i contagi continuino a ostacolare consumi e produzione, come nei servizi legati al turismo, alla ristorazione, al tempo libero», ha sottolineato, «Interventi generalizzati di stimolo potrebbero invece determinare tensioni sui prezzi, oltre a rischi per l’equilibrio dei conti pubblici. L’impegno deve essere ora soprattutto rivolto ad agevolare i cambiamenti strutturali, che la stessa pandemia ha accelerato».Non saranno quindi necessari «nuovi generalizzati interventi pubblici» dopo lo stop alle moratorie delle banche, ha ripetuto poco dopo aggiungendo che «il graduale venir meno delle misure di sostegno all’economia potrà comportare nei prossimi mesi un aumento del flusso di crediti deteriorati con la conseguente necessità di contabilizzare le relative perdite. La crescita delle insolvenze dovrebbe essere tuttavia ampiamente inferiore a quanto registrato in precedenti episodi recessivi». Si delinea quindi un quadro che sembra non richiedere nuovi sostegni generalizzati. E «a due anni dall’inizio della pandemia le banche possono valutare autonomamente l’opportunità di procedere alla ristrutturazione dei finanziamenti alle imprese in grado di superare difficoltà temporanee, analizzando le singole posizioni». Quanto al consolidamento dei conti pubblici, il numero uno di Bankitalia ha poi ricordato che l’Italia ha un «fardello» di 400 miliardi di titoli di Stato da emettere ogni anno. Per questo occorrerà perseguire un «progressivo, continuo, riequilibrio strutturale» anche per evitare di alimentare tensioni sul mercato dei titoli di Stato. L’ultima manovra di bilancio determina un aumento dell’indebitamento netto, rispetto al quadro a legislazione vigente, di circa l’1,3% del Pil in media all’anno nel triennio 2022-24. «Quanto maggiore sarà il ritmo di crescita dell’economia tanto minore sarà la correzione dei conti pubblici necessaria a favorire la progressiva riduzione del rapporto tra debito e prodotto». Un altro passaggio del discorso del governatore che dimostra il rafforzamento dell’asse tra Via Nazionale e Palazzo Chigi è stato quello sull’aumento dell’inflazione definita dal governatore, «sostanzialmente una tassa, probabilmente in buona parte destinata a rientrare, i cui effetti più distorsivi possono essere oggetto di compensazione, ove possibile, a carico dei bilanci pubblici. L’incremento dei costi non deve però trasformarsi in una prolungata spirale inflazionistica». Negli ultimi mesi - ha detto - l’aumento dei prezzi è risultato superiore a quanto previsto in dicembre e le tensioni sul fronte energetico non si sono ancora allentate. L’aumento dei costi delle materie prime energetiche determina a oggi una variazione negativa delle ragioni di scambio, e quindi una riduzione del potere di acquisto dei redditi nell’area dell’euro. Per Visco «il successo del Pnrr sarà cruciale anche per consentire al Paese di vincere le sfide poste dalla transizione digitale ed ecologica, da cui nessun settore dell’economia è esente». Il problema è che anche il Pnrr crea inflazione, in quanto si tratta comunque di debito pubblico. Quando uno Stato fa dei piani di liquidità ed eroga fondi è come se stampasse moneta.Sullo sfondo, intanto, al Forex hanno sfilato anche i vertici dei big del credito. Compresi i due protagonisti di quella che secondo le indiscrezioni di questi giorni potrebbe essere la prima mossa importante del risiko: Unicredit e Banco Bpm, con la prima - si dice - in pista per lanciare un’offerta sulla seconda e gettare le basi della nascita di un terzo polo bancario. «Gli interessi di terzi non mi stupiscono verso una banca che ha il nostro posizionamento, i nostri risultati, la nostra capacità di proiettarsi nel futuro con i risultati che abbiamo presentato», ha commentato l’ad del Banco Bpm, Giuseppe Castagna, a margine dell’Assiom Forex. «Banco Bpm vale di più?», gli è stato chiesto. «Certo», ha risposto, «siamo appena usciti da un percorso di ristrutturazione, abbiamo presentato un piano aggressivo, abbiamo iniziato ad avere qualche riscontro ma pensiamo che il mercato non abbia completamente riconosciuto quello che è il nostro percorso». Sui rumor di una presunta offerta in arrivo da Unicredit per la banca, il banchiere ha ribadito: «Noi non sappiamo niente, non abbiamo ricevuto nulla» quindi «per ora non abbiamo niente di concreto per cui reagire». Sull’ipotesi della creazione di un terzo polo bancario, Castagna ha poi commentato che per l’economia del Paese sarebbe bene «avere più gruppi bancari che finanzino l’economia», però «noi come lavoro facciamo quello di far crescere il valore della banca per i nostri azionisti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bankitalia-sallinea-a-draghi-e-annuncia-la-fine-degli-aiuti-contro-la-pandemia-2656648252.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-priorita-e-ritornare-a-estrarre-il-gas" data-post-id="2656648252" data-published-at="1644738487" data-use-pagination="False"> La priorità è ritornare a estrarre il gas L’Italia galleggia su una bolla di gas, e probabilmente di petrolio, ma lo sfruttamento è stato ridotto negli ultimi 20 anni e bloccato negli ultimi tre in attesa del Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Pitesai). Ora il ministro della Transizione ecologica lo ha finalmente pubblicato, ma è un chiaroscuro che dovrà essere adattato ai nuovi tempi di inflazione energetica basata su fenomeni - ricatto russo, posizione monetizzante dell’Opec+, non stabilità delle fonti alternative idro, eolico e solare, eccetera - che tendono a renderla duratura. Parte chiara. Le imprese estrattive hanno bisogno di un quadro normativo certo per riprendere lo sfruttamento e aprire nuove esplorazioni: Il Pitesai appare permetterlo, facendo sperare in una produzione autonoma di gas che copra almeno il 7-8% del fabbisogno nazionale dall’attuale 3% circa entro un anno e mezzo. Parte scura: ma le aree idonee appaiono solo una piccola percentuale del potenziale, in particolare nei fondali marini, e ciò limita la prospettiva di un incremento della - pur parziale, ma calmierante e densa di benefici diretti e indiretti - autonomia energetica italiana. Sembra evidente nel testo corrente un compromesso tra l’iniziale impostazione del Pitesai che voleva essere coerente con il calendario di decarbonizzazione dell’Ue (un irrealismo computazionale) e quella aliquota di partiti e popolazione ostili alle trivelle con la necessità di aumentare la produzione di energia fossile nazionale. Infatti le Regioni hanno dato via libera per l’evidenza negli ultimi mesi, oltre che del rischio disoccupazione, dell’emergenza dei costi energetici e del rischio prospettico di gap nelle forniture. Secondo chi scrive il Pitesai andrebbe sostituito da un Piano energetico nazionale di lungo termine (adattabile a nuove tecnologie) che liberalizzi al massimo le esplorazioni e lo sfruttamento di energia fossile, sia in aree di terra sia di mare, e allo stesso tempo spinga con incentivi e deburocratizzazione qualsiasi fonte di energia alternativa nonché i combustibili sintetici di nuova generazione, includendo i biocarburanti estratti da rifiuti (riclassificati) agricoli e di allevamento. Tale piano dovrebbe puntare a una significativa (semi) autonomia energetica per i prossimi 30-40 anni, fino all’insediamento diffuso del nucleare a fusione, senza scorie e rischi. In Italia c’è una persistenza di irrazionalità e una sfiducia (giustificata) nelle istituzioni che suggerisce di «saltare» il nucleare a fissione e di darsi il tempo giusto per convincere la popolazione che quello a fusione è il bingo. In tale ipotesi realistica l’Italia dovrà dipendere fino al 2050-60 da una sufficiente produzione di gas (sperabilmente arricchito da idrogeno). Possibile? Le riserve ora accertate sono di 90 miliardi di metri cubi, ma l’analisi dei potenziali è molto superiore, dalle 12 alle 28 volte di più. Ovviamente per definire il potenziale bisognerebbe valutare i costi di estrazione e distribuzione. Per la seconda va considerato che i tubi ci sono già. Per la prima si può stimare che almeno un potenziale di 1.500 miliardi di metri cubi, con prevalenza nei fondali dell’Italia meridionale oltre all’Adriatico, possa essere estratto a costi sostenibili e allo stesso tempo con profitto per gli investitori. Pertanto appare possibile. Romperà l’Ue le scatole? Da un lato, ha da poco inserito il metano e il nucleare nella tassonomia compatibile con la decarbonizzazione. Dall’altro, mantiene limitazioni penalizzanti per il pieno sfruttamento del gas. È materia molto tecnica, ma poiché l’Ue sta chiudendo un occhio sull’uso massivo del carbone in Germania, Polonia e altrove, una ben preparata azione di politica estera italiana non dovrebbe avere problemi a risolvere la questione. Quando? Dopo le prossime elezioni nel marzo 2023 quando i partiti eco irrealistici e «no triv» verranno depotenziati dal voto di una popolazione esasperata dai costi energetici e dal luddismo. Ma ciò potrebbe implicare una postura italiana ecodivergente? No: comunque l’aumento del gas nazionale è ecocompatibile e fa da spalla alle energie alternative. Ma il punto è che quando il nucleare a fusione sarà diffuso la decarbonizzazione avrà un picco tale da recuperare in dieci anni almeno 40 anni di decarbonizzazione più lenta. Quindi se l’obiettivo è ridurre l’effetto serra entro un certo tempo, chi scrive ritiene che si possa raggiungerlo con un lungo tempo residuo di impiego del metano e un salto nel nucleare a fusione. Si tenga conto, poi, che il mondo andrà a petrolio-gas fin oltre il 2100 e ciò genera la necessità di eco adattamento con tanta energia possibile solo con il nucleare a fusione. In tale bozza di piano è rilevante la minimizzazione del conflitto tra ambiente e sviluppo che sarebbe tragico in caso di dipendenza eccessiva sia da tecnologie di energia alternative non ancora mature sia da importazioni condizionate da geopolitica ricattatoria. In conclusione: nell’immediato va bene il pur costipato e invecchiato Pitesai, ma entro un anno va preparato un piano nazionale energetico più vasto nonché negoziato con l’Ue per uno sfruttamento illimitato del potenziale italiano, anche utile all’Ue stessa. www.carlopelanda.com
Il premier britannico Keir Starmer. Nel riquadro Henry Nowak, lo studente accoltellato da un sikh a Southampton (Ansa)
È esattamente questa la morale della favola nerissima che ha per protagonista Henry Nowak, diciottenne studente al primo anno di università ammazzato a coltellate il 3 dicembre 2025 a Southampton, in Inghilterra.
Nowak è stato pugnalato più volte con un coltello cerimoniale sikh, ventuno centimetri di lama che non gli hanno lasciato scampo. Giovedì, per il suo omicidio è stato condannato Vickrum Digwa, un ventitreenne sikh. Questo però non è un assassinio come tanti. Ha un sottofondo etnico-culturale che non può lasciare indifferenti. Infatti, curiosamente, di questo caso al di fuori del Regno Unito si è parlato pochissimo. E siamo sicuri che, se le parti fossero state invertite - cioè se fosse stato ferocemente massacrato un immigrato e il colpevole fosse un giovane bianco - avremmo letto paginate indignate sul razzismo imperante e sull’odio in crescita nell’Inghilterra fascista in cui Nigel Farage fa incetta di consensi. Invece è morto un ragazzo bianco europeo, e poco importa.
Ma l’aspetto più atroce della faccenda riguarda gli ultimi istanti di vita di Nowak. Henry tornava da una serata con gli amici del calcio, è stato aggredito e colpito più volte. Nel disperato tentativo di sfuggire al suo aggressore si è trascinato oltre una recinzione, lasciando dietro di sé una spessa striscia di sangue. Quando la polizia è intervenuta, Henry era ancora vivo. Gli agenti accordi sul posto hanno fermato Digwa, e gli hanno chiesto che cosa fosse accaduto. Lui ha dichiarato di avere con sé il pugnale tradizionale che la fede sikh gli impone di portare, e ha detto di avere agito per legittima difesa, dato che Nowak - ubriaco - gli aveva urlato insulti razzisti, lo aveva aggredito e colpito facendogli cadere il prezioso turbante. Ebbene, i poliziotti senza pensarci su troppo gli hanno creduto. Hanno preso Henry Nowak sanguinante e moribondo e lo hanno ammanettato, trattandolo appunto come un criminale razzista.
Digwa ha ripetuto la sua versione al processo, ma in aula le sue «bugie malvagie» sono state smentite: a giugno sarà pronunciata la sentenza definitiva nei suoi riguardi. Non solo. Anche Kiran Kaur, la madre di Digwa, è finita a processo con l’accusa di favoreggiamento per aver tentato di nascondere l’arma del delitto, ovvero il lungo coltello che i sikh pretendono di portare ovunque in virtù delle loro credenze.
Dopo la sentenza, l’organismo di controllo sull’operato della polizia britannica ha avviato un’indagine sul fermo di Nowak. «Stiamo conducendo un’indagine indipendente sui contatti che gli agenti dell’Hampshire e dell’Isola di Wight hanno avuto con il signor Nowak prima della sua morte, avvenuta il 4 dicembre, compreso l’uso delle manette da parte degli agenti e il primo soccorso prestato», si legge nel comunicato ufficiale. «La nostra indagine, avviata a seguito di una segnalazione obbligatoria da parte delle forze dell’ordine, è tuttora in corso e gli agenti coinvolti sono attualmente considerati testimoni».
Nel frattempo, il vicecapo della polizia ad interim, Robert France, parlando alla Bbc, ha presentato scuse formali ai famigliari di Nowak. «È una tragedia che gli agenti non abbiano capito immediatamente cosa fosse successo a Henry», ha detto. «Mi dispiace che sia stato ammanettato e arrestato mentre perdeva conoscenza. Non voglio nascondere i fatti. Voglio che le persone comprendano i fatti nella loro interezza. Gli agenti che inizialmente hanno interagito con Henry sono gli stessi che hanno iniziato la rianimazione cardiopolmonare, che hanno lottato per salvargli la vita e non ho dubbi sul profondo impatto che questo ha avuto su di loro».
Non c’è dubbio che gli agenti abbiano tentato di rianimare Henry quando si sono accorti che stava morendo. Ma su quanto accaduto prima è persino superfluo svolgere approfondimenti, perché è tutto fin troppo chiaro. Sono anni ormai che le forze dell’ordine britanniche sono costrette a occuparsi non solo dei cosiddetti «crimini di odio», ma persino di «episodi di odio non criminali». Centinaia di persone sono state arrestate per post sui social network ritenuti razzisti, tra cui madri di famiglia e comici famosi finiti in manette per una battuta. Altre migliaia di cittadini (minorenni compresi) sono state monitorate e schedate perché qualcuno le aveva sentite usare un linguaggio non appropriato magari durante una lite. Non scherziamo: sono stati schedati ragazzini che avevano dato del ciccione a un compagno di classe nel corso di un litigio, vicini hanno segnalato altri vicini per una risposta maleducata. Ed ecco il risultato di anni e anni di lavaggio del cervello. La polizia - che pure ha più volte protestato per l’enorme quantità di tempo perso a occuparsi di psicoreati inesistenti e stupidaggini - è stata condizionata al punto da credere che un ragazzo sanguinante e morente sia un criminale perché è bianco. E perché un immigrato di seconda generazione lo ha accusato di razzismo. Ripensate alla scena: c’è un uomo agonizzante che gronda sangue, e dall’altra parte un uomo senza un graffio con un coltello di ventuno centimetri. Chi potrebbe essere la vittima? La risposta che gli agenti si sono dati è: l’uomo con il coltello, perché è scuro di pelle e di origini straniere. E nella retorica woke, si sa, gli stranieri sono sempre vittime del bianco oppressore. Di fronte a questo orrore distopico, non c’è dichiarazione di scuse che tenga.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il messaggio suona più o meno così: volete soldi per affrontare il caro energia? Benissimo. Però prima assicuratevi di non rallentare la corsa al riarmo. Mercoledì la Commissione presenterà il pacchetto di primavera del semestre 2026. Una sorta di pagella in cui Bruxelles distribuisce voti, bacchettate e consigli non richiesti. Quest’anno, tuttavia, il clima è diverso. Sullo sfondo ci sono la guerra commerciale globale, i prezzi energetici che continuano a tormentare famiglie e imprese, la crescita asfittica dell’economia europea e soprattutto la nuova ossessione comunitaria: la spesa militare. La coincidenza è singolare. Quando si tratta di finanziare carri armati, missili, sistemi di difesa e programmi militari, le regole del Patto di stabilità possono essere piegate senza problemi. Quando invece si tratta di aiutare imprese e famiglie a pagare bollette diventate insostenibili ricompaiono i ragionieri del rigore. A metà maggio Giorgia Meloni ha scritto direttamente alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Nella lettera ha chiesto di estendere all’emergenza energetica la clausola di salvaguardia che Bruxelles ha già aperto per le spese militari. Una richiesta semplice: se si possono fare deroghe ai vincoli di bilancio per acquistare armamenti, perché non consentirle anche per proteggere il sistema produttivo dall’esplosione dei costi energetici? Domanda apparentemente logica. Ma proprio la logica sembra essere la grande assente nei palazzi europei. Venerdì il portavoce della Commissione, Balazs Ujvari, ha spiegato che il semestre europeo «sarà un’occasione per affrontare i temi indicati nella lettera». Per la serie: ne parleremo.
Purtroppo le probabilità che l’Italia ottenga un’estensione della clausola sembrano ridotte. Le fonti comunitarie parlano apertamente di forti resistenze. «A livello tecnico e di ministri c’è piena opposizione», riferisce una fonte europea.
In compenso, mentre si chiude una porta, Bruxelles ne apre un’altra. O almeno finge di aprirla. Secondo indiscrezioni potrebbe essere predisposto «un qualche strumento di credito».
La risposta farà probabilmente eco alle indicazioni già fornite dal commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, raccomandando di restare all’interno del quadro fiscale e di privilegiare gli investimenti energetici rispetto ai sussidi. Il parametro è sempre lo stesso. Le regole restano regole. Purché non riguardino la difesa.
Infatti sedici Stati membri hanno già attivato la clausola per gli investimenti militari. Sedici. Nessun dramma. Nessun richiamo ai sacrifici delle generazioni future.
Per le armi il portafoglio si apre. Per le bollette si discute. Per le imprese si riflette. Per i cittadini si studia. Per il riarmo si firma. Naturalmente Bruxelles respinge qualsiasi accusa di doppio standard. E il commissario europeo Raffaele Fitto continua a ripetere che si lavora «con spirito costruttivo». Espressione meravigliosa.
Talmente costruttiva che, pochi giorni fa, i governi sono stati invitati a utilizzare le risorse dei fondi di coesione. Una scelta che, ovviamente, ha suscitato le proteste delle comunità che si vedrebbero tagliare i finanziamenti.
Così si fa avanti. Mercoledì la procedura per deficit eccessivo dovrebbe essere confermata. Il deficit del 2025 si è attestato al 3,1% del Pil, appena sopra la soglia magica del 3%. Ci sarà poi il consueto richiamo al consolidamento dei conti pubblici. Ci sarà il controllo sulla crescita della spesa netta. Ci saranno le raccomandazioni. Ci saranno gli ammonimenti. Ci sarà il rituale. Peccato che i numeri raccontino un’altra storia. Nel 2025 la spesa netta italiana è cresciuta dell’1,9%, oltre il limite dell’1,3% fissato dal percorso concordato con Bruxelles. Ma una parte significativa dell’incremento deriva dall’accelerazione nell’utilizzo dei fondi del Pnrr, elemento che le regole europee consentono di sterilizzare nei conteggi. Insomma, anche stavolta la realtà è più complicata delle formule burocratiche.
E come sempre il Semestre europeo si concluderà con il tradizionale elenco delle virtù obbligatorie: innovazione, capitale di rischio, aggregazioni tra imprese, elettrificazione, energie rinnovabili, politiche climatiche e ambientali. Il catalogo delle buone intenzioni non mancherà. Manca invece una risposta convincente alla domanda fondamentale che attraversa tutta questa vicenda. Perché l’Europa considera strategico finanziare la difesa ma non considera altrettanto strategico difendere famiglie e imprese? Una domanda che a Bruxelles preferiscono non sentire.
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(iStock)
Veniamo ai numeri: dalle dichiarazioni dei redditi del 2024, l’Irpef media pagata dagli imprenditori e dai lavoratori autonomi si è attestata a 8.331 euro mentre i dipendenti si sono fermati a 4.215 euro e i pensionati a 4.006. In termini percentuali, significa che le partite Iva versano circa il 98% in più rispetto ai dipendenti e addirittura il 108% in più rispetto ai pensionati.
La normativa delle imposte vede l’evoluzione della flat tax per questa categoria di contribuenti che si è concretizzata nell’innalzamento della soglia massima di ricavi e compensi. Dal 2023 il limite per accedere all’aliquota del 15% (o del 5% per i primi 5 anni) è fissato a 85.000 euro. Partito inizialmente nel 2016 con limiti variabili (da 25.000 a 50.000 euro in base all’attività), il tetto è stato unificato e portato a 65.000 euro nel 2019, per poi subire l’ultimo incremento a 85.000 euro. Il sistema attuale sostituisce l’Irpef progressiva e le relative addizionali regionali/comunali con un’imposta sostitutiva secca. L'imponibile non viene calcolato sui costi reali, ma attraverso specifici coefficienti di redditività legati al codice Ateco.
Il prelievo dell’Irpef sulle partite Iva è superiore da anni. Ad esempio nel 2018, le imposte versate dai lavoratori autonomi sono state pari a 5.091 euro mentre quelle dei dipendenti di 3.927 e quelle dei pensionati di 3.047 euro. Anche allora le partite Iva pagavano il 30% in più di Irpef all’anno rispetto ai dipendenti e il 67% in più di quanto versavano i pensionati. «È importante chiarire questa questione per smentire la tesi molto diffusa secondo la quale in Italia le tasse sono onorate quasi esclusivamente da coloro che subiscono il prelievo alla fonte», afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, Paolo Zabeo. «Fermo restando che la lotta all’evasione e alla sotto-dichiarazione è una priorità imprescindibile anche tra gli autonomi e ci mancherebbe, non può diventare un alibi per trascurare un dato altrettanto evidente. Mediamente le partite Iva figurano oggi tra i contribuenti più esposti al prelievo fiscale».
Complessivamente i contribuenti Irpef sono 42,5 milioni: di cui 23,8 sono lavoratori dipendenti (56%), 14,5 milioni pensionati (34%) e 3,3 milioni sono partite Iva (8%). Il gettito totale Irpef, è pari a quasi 190 miliardi di euro; di questi, 100,3 miliardi sono prelevati dai dipendenti (53%), 58,1 miliardi dai pensionati (31%) e 27,4 miliardi dai lavoratori autonomi (14%). Il gettito medio dei contribuenti Irpef è di 4.462 euro; tuttavia, se l’importo medio versato all’erario dai pensionati è di 4.006 euro, sale a 4.215 euro per i dipendenti e si attesta a 8.331 euro per gli imprenditori e lavoratori autonomi. Infine, se disaggreghiamo il dato riferito a quest'ultima categoria professionale, emerge che i lavoratori autonomi (ovvero i liberi professionisti) pagano mediamente 21.528 euro di Irpef pro capite, 5.959 euro gli imprenditori (artigiani, commercianti e piccoli imprenditori che nel 80% dei casi lavorano da soli), e 5.616 euro i collaboratori familiari/soci di società di persone. Anche in questi ultimi due casi, il versamento medio è superiore a quello dei pensionati e, in particolare, dei dipendenti che includono anche soggetti con elevati livelli retributivi (come medici, professori universitari, magistrati, dirigenti, manager).
La Cgia lancia una proposta provocatoria: eliminare il sostituto d’imposta. «Tutti i contribuenti sarebbero chiamati a dichiarare e versare in prima persona, aumentando trasparenza e responsabilizzazione. Questo potrebbe ridurre il pregiudizio secondo cui i lavoratori autonomi avrebbero maggiori possibilità di evasione/elusione: al contrario, emergerebbe con maggiore evidenza il reale livello di contribuzione di ciascuna categoria».
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