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2022-02-13
Bankitalia s’allinea a Draghi e annuncia la fine degli aiuti contro la pandemia
Ignazio Visco (Ansa)
«Il governatore di Bankitalia al Forex annuncerà numeri molto buoni sulla crescita del debito pubblico», aveva anticipato venerdì in conferenza stampa il premier Mario Draghi. E ieri Ignazio Visco non solo ha rispettato il copione, ma si è completamente allineato al presidente del Consiglio. Come? Definendo l’inflazione una tassa e soprattutto dicendo basta agli aiuti pubblici generalizzati.
Nel discorso tenuto sul palco del 28° congresso degli operatori finanziari Assiom Forex, Visco ha confermato le anticipazioni di Draghi: «La ripresa dell’economia italiana è stata decisiva per interrompere l’aumento del rapporto tra debito pubblico e prodotto che alla fine del 2021 potrebbe essere sceso su valori prossimi al 150% da circa il 156% di fine 2020, un livello nettamente inferiore a quanto previsto all’inizio dello scorso anno e anche alle valutazioni ufficiali pubblicate in autunno». Poi il governatore ha sparato contro i contributi pubblici. «Limitati interventi di natura emergenziale possono ancora trovare giustificazione, ad esempio per fronteggiare la crisi energetica o nei casi in cui i contagi continuino a ostacolare consumi e produzione, come nei servizi legati al turismo, alla ristorazione, al tempo libero», ha sottolineato, «Interventi generalizzati di stimolo potrebbero invece determinare tensioni sui prezzi, oltre a rischi per l’equilibrio dei conti pubblici. L’impegno deve essere ora soprattutto rivolto ad agevolare i cambiamenti strutturali, che la stessa pandemia ha accelerato».
Non saranno quindi necessari «nuovi generalizzati interventi pubblici» dopo lo stop alle moratorie delle banche, ha ripetuto poco dopo aggiungendo che «il graduale venir meno delle misure di sostegno all’economia potrà comportare nei prossimi mesi un aumento del flusso di crediti deteriorati con la conseguente necessità di contabilizzare le relative perdite. La crescita delle insolvenze dovrebbe essere tuttavia ampiamente inferiore a quanto registrato in precedenti episodi recessivi». Si delinea quindi un quadro che sembra non richiedere nuovi sostegni generalizzati. E «a due anni dall’inizio della pandemia le banche possono valutare autonomamente l’opportunità di procedere alla ristrutturazione dei finanziamenti alle imprese in grado di superare difficoltà temporanee, analizzando le singole posizioni».
Quanto al consolidamento dei conti pubblici, il numero uno di Bankitalia ha poi ricordato che l’Italia ha un «fardello» di 400 miliardi di titoli di Stato da emettere ogni anno. Per questo occorrerà perseguire un «progressivo, continuo, riequilibrio strutturale» anche per evitare di alimentare tensioni sul mercato dei titoli di Stato. L’ultima manovra di bilancio determina un aumento dell’indebitamento netto, rispetto al quadro a legislazione vigente, di circa l’1,3% del Pil in media all’anno nel triennio 2022-24. «Quanto maggiore sarà il ritmo di crescita dell’economia tanto minore sarà la correzione dei conti pubblici necessaria a favorire la progressiva riduzione del rapporto tra debito e prodotto».
Un altro passaggio del discorso del governatore che dimostra il rafforzamento dell’asse tra Via Nazionale e Palazzo Chigi è stato quello sull’aumento dell’inflazione definita dal governatore, «sostanzialmente una tassa, probabilmente in buona parte destinata a rientrare, i cui effetti più distorsivi possono essere oggetto di compensazione, ove possibile, a carico dei bilanci pubblici. L’incremento dei costi non deve però trasformarsi in una prolungata spirale inflazionistica». Negli ultimi mesi - ha detto - l’aumento dei prezzi è risultato superiore a quanto previsto in dicembre e le tensioni sul fronte energetico non si sono ancora allentate. L’aumento dei costi delle materie prime energetiche determina a oggi una variazione negativa delle ragioni di scambio, e quindi una riduzione del potere di acquisto dei redditi nell’area dell’euro.
Per Visco «il successo del Pnrr sarà cruciale anche per consentire al Paese di vincere le sfide poste dalla transizione digitale ed ecologica, da cui nessun settore dell’economia è esente». Il problema è che anche il Pnrr crea inflazione, in quanto si tratta comunque di debito pubblico. Quando uno Stato fa dei piani di liquidità ed eroga fondi è come se stampasse moneta.
Sullo sfondo, intanto, al Forex hanno sfilato anche i vertici dei big del credito. Compresi i due protagonisti di quella che secondo le indiscrezioni di questi giorni potrebbe essere la prima mossa importante del risiko: Unicredit e Banco Bpm, con la prima - si dice - in pista per lanciare un’offerta sulla seconda e gettare le basi della nascita di un terzo polo bancario. «Gli interessi di terzi non mi stupiscono verso una banca che ha il nostro posizionamento, i nostri risultati, la nostra capacità di proiettarsi nel futuro con i risultati che abbiamo presentato», ha commentato l’ad del Banco Bpm, Giuseppe Castagna, a margine dell’Assiom Forex. «Banco Bpm vale di più?», gli è stato chiesto. «Certo», ha risposto, «siamo appena usciti da un percorso di ristrutturazione, abbiamo presentato un piano aggressivo, abbiamo iniziato ad avere qualche riscontro ma pensiamo che il mercato non abbia completamente riconosciuto quello che è il nostro percorso». Sui rumor di una presunta offerta in arrivo da Unicredit per la banca, il banchiere ha ribadito: «Noi non sappiamo niente, non abbiamo ricevuto nulla» quindi «per ora non abbiamo niente di concreto per cui reagire». Sull’ipotesi della creazione di un terzo polo bancario, Castagna ha poi commentato che per l’economia del Paese sarebbe bene «avere più gruppi bancari che finanzino l’economia», però «noi come lavoro facciamo quello di far crescere il valore della banca per i nostri azionisti».
La priorità è ritornare a estrarre il gas
L’Italia galleggia su una bolla di gas, e probabilmente di petrolio, ma lo sfruttamento è stato ridotto negli ultimi 20 anni e bloccato negli ultimi tre in attesa del Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Pitesai). Ora il ministro della Transizione ecologica lo ha finalmente pubblicato, ma è un chiaroscuro che dovrà essere adattato ai nuovi tempi di inflazione energetica basata su fenomeni - ricatto russo, posizione monetizzante dell’Opec+, non stabilità delle fonti alternative idro, eolico e solare, eccetera - che tendono a renderla duratura.
Parte chiara. Le imprese estrattive hanno bisogno di un quadro normativo certo per riprendere lo sfruttamento e aprire nuove esplorazioni: Il Pitesai appare permetterlo, facendo sperare in una produzione autonoma di gas che copra almeno il 7-8% del fabbisogno nazionale dall’attuale 3% circa entro un anno e mezzo. Parte scura: ma le aree idonee appaiono solo una piccola percentuale del potenziale, in particolare nei fondali marini, e ciò limita la prospettiva di un incremento della - pur parziale, ma calmierante e densa di benefici diretti e indiretti - autonomia energetica italiana. Sembra evidente nel testo corrente un compromesso tra l’iniziale impostazione del Pitesai che voleva essere coerente con il calendario di decarbonizzazione dell’Ue (un irrealismo computazionale) e quella aliquota di partiti e popolazione ostili alle trivelle con la necessità di aumentare la produzione di energia fossile nazionale. Infatti le Regioni hanno dato via libera per l’evidenza negli ultimi mesi, oltre che del rischio disoccupazione, dell’emergenza dei costi energetici e del rischio prospettico di gap nelle forniture.
Secondo chi scrive il Pitesai andrebbe sostituito da un Piano energetico nazionale di lungo termine (adattabile a nuove tecnologie) che liberalizzi al massimo le esplorazioni e lo sfruttamento di energia fossile, sia in aree di terra sia di mare, e allo stesso tempo spinga con incentivi e deburocratizzazione qualsiasi fonte di energia alternativa nonché i combustibili sintetici di nuova generazione, includendo i biocarburanti estratti da rifiuti (riclassificati) agricoli e di allevamento. Tale piano dovrebbe puntare a una significativa (semi) autonomia energetica per i prossimi 30-40 anni, fino all’insediamento diffuso del nucleare a fusione, senza scorie e rischi. In Italia c’è una persistenza di irrazionalità e una sfiducia (giustificata) nelle istituzioni che suggerisce di «saltare» il nucleare a fissione e di darsi il tempo giusto per convincere la popolazione che quello a fusione è il bingo. In tale ipotesi realistica l’Italia dovrà dipendere fino al 2050-60 da una sufficiente produzione di gas (sperabilmente arricchito da idrogeno). Possibile? Le riserve ora accertate sono di 90 miliardi di metri cubi, ma l’analisi dei potenziali è molto superiore, dalle 12 alle 28 volte di più. Ovviamente per definire il potenziale bisognerebbe valutare i costi di estrazione e distribuzione. Per la seconda va considerato che i tubi ci sono già. Per la prima si può stimare che almeno un potenziale di 1.500 miliardi di metri cubi, con prevalenza nei fondali dell’Italia meridionale oltre all’Adriatico, possa essere estratto a costi sostenibili e allo stesso tempo con profitto per gli investitori. Pertanto appare possibile.
Romperà l’Ue le scatole? Da un lato, ha da poco inserito il metano e il nucleare nella tassonomia compatibile con la decarbonizzazione. Dall’altro, mantiene limitazioni penalizzanti per il pieno sfruttamento del gas. È materia molto tecnica, ma poiché l’Ue sta chiudendo un occhio sull’uso massivo del carbone in Germania, Polonia e altrove, una ben preparata azione di politica estera italiana non dovrebbe avere problemi a risolvere la questione. Quando? Dopo le prossime elezioni nel marzo 2023 quando i partiti eco irrealistici e «no triv» verranno depotenziati dal voto di una popolazione esasperata dai costi energetici e dal luddismo. Ma ciò potrebbe implicare una postura italiana ecodivergente? No: comunque l’aumento del gas nazionale è ecocompatibile e fa da spalla alle energie alternative. Ma il punto è che quando il nucleare a fusione sarà diffuso la decarbonizzazione avrà un picco tale da recuperare in dieci anni almeno 40 anni di decarbonizzazione più lenta. Quindi se l’obiettivo è ridurre l’effetto serra entro un certo tempo, chi scrive ritiene che si possa raggiungerlo con un lungo tempo residuo di impiego del metano e un salto nel nucleare a fusione. Si tenga conto, poi, che il mondo andrà a petrolio-gas fin oltre il 2100 e ciò genera la necessità di eco adattamento con tanta energia possibile solo con il nucleare a fusione. In tale bozza di piano è rilevante la minimizzazione del conflitto tra ambiente e sviluppo che sarebbe tragico in caso di dipendenza eccessiva sia da tecnologie di energia alternative non ancora mature sia da importazioni condizionate da geopolitica ricattatoria. In conclusione: nell’immediato va bene il pur costipato e invecchiato Pitesai, ma entro un anno va preparato un piano nazionale energetico più vasto nonché negoziato con l’Ue per uno sfruttamento illimitato del potenziale italiano, anche utile all’Ue stessa.
www.carlopelanda.com
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Ignazio Visco: «I sostegni generalizzati mettono a rischio i conti pubblici L’inflazione è una tassa». Ma poi loda il Pnrr, che la spinge.Il piano appena pubblicato pone troppi limiti: serve un nuovo approccio alle trivelle in attesa del nucleare.Lo speciale contiene due articoli«Il governatore di Bankitalia al Forex annuncerà numeri molto buoni sulla crescita del debito pubblico», aveva anticipato venerdì in conferenza stampa il premier Mario Draghi. E ieri Ignazio Visco non solo ha rispettato il copione, ma si è completamente allineato al presidente del Consiglio. Come? Definendo l’inflazione una tassa e soprattutto dicendo basta agli aiuti pubblici generalizzati. Nel discorso tenuto sul palco del 28° congresso degli operatori finanziari Assiom Forex, Visco ha confermato le anticipazioni di Draghi: «La ripresa dell’economia italiana è stata decisiva per interrompere l’aumento del rapporto tra debito pubblico e prodotto che alla fine del 2021 potrebbe essere sceso su valori prossimi al 150% da circa il 156% di fine 2020, un livello nettamente inferiore a quanto previsto all’inizio dello scorso anno e anche alle valutazioni ufficiali pubblicate in autunno». Poi il governatore ha sparato contro i contributi pubblici. «Limitati interventi di natura emergenziale possono ancora trovare giustificazione, ad esempio per fronteggiare la crisi energetica o nei casi in cui i contagi continuino a ostacolare consumi e produzione, come nei servizi legati al turismo, alla ristorazione, al tempo libero», ha sottolineato, «Interventi generalizzati di stimolo potrebbero invece determinare tensioni sui prezzi, oltre a rischi per l’equilibrio dei conti pubblici. L’impegno deve essere ora soprattutto rivolto ad agevolare i cambiamenti strutturali, che la stessa pandemia ha accelerato».Non saranno quindi necessari «nuovi generalizzati interventi pubblici» dopo lo stop alle moratorie delle banche, ha ripetuto poco dopo aggiungendo che «il graduale venir meno delle misure di sostegno all’economia potrà comportare nei prossimi mesi un aumento del flusso di crediti deteriorati con la conseguente necessità di contabilizzare le relative perdite. La crescita delle insolvenze dovrebbe essere tuttavia ampiamente inferiore a quanto registrato in precedenti episodi recessivi». Si delinea quindi un quadro che sembra non richiedere nuovi sostegni generalizzati. E «a due anni dall’inizio della pandemia le banche possono valutare autonomamente l’opportunità di procedere alla ristrutturazione dei finanziamenti alle imprese in grado di superare difficoltà temporanee, analizzando le singole posizioni». Quanto al consolidamento dei conti pubblici, il numero uno di Bankitalia ha poi ricordato che l’Italia ha un «fardello» di 400 miliardi di titoli di Stato da emettere ogni anno. Per questo occorrerà perseguire un «progressivo, continuo, riequilibrio strutturale» anche per evitare di alimentare tensioni sul mercato dei titoli di Stato. L’ultima manovra di bilancio determina un aumento dell’indebitamento netto, rispetto al quadro a legislazione vigente, di circa l’1,3% del Pil in media all’anno nel triennio 2022-24. «Quanto maggiore sarà il ritmo di crescita dell’economia tanto minore sarà la correzione dei conti pubblici necessaria a favorire la progressiva riduzione del rapporto tra debito e prodotto». Un altro passaggio del discorso del governatore che dimostra il rafforzamento dell’asse tra Via Nazionale e Palazzo Chigi è stato quello sull’aumento dell’inflazione definita dal governatore, «sostanzialmente una tassa, probabilmente in buona parte destinata a rientrare, i cui effetti più distorsivi possono essere oggetto di compensazione, ove possibile, a carico dei bilanci pubblici. L’incremento dei costi non deve però trasformarsi in una prolungata spirale inflazionistica». Negli ultimi mesi - ha detto - l’aumento dei prezzi è risultato superiore a quanto previsto in dicembre e le tensioni sul fronte energetico non si sono ancora allentate. L’aumento dei costi delle materie prime energetiche determina a oggi una variazione negativa delle ragioni di scambio, e quindi una riduzione del potere di acquisto dei redditi nell’area dell’euro. Per Visco «il successo del Pnrr sarà cruciale anche per consentire al Paese di vincere le sfide poste dalla transizione digitale ed ecologica, da cui nessun settore dell’economia è esente». Il problema è che anche il Pnrr crea inflazione, in quanto si tratta comunque di debito pubblico. Quando uno Stato fa dei piani di liquidità ed eroga fondi è come se stampasse moneta.Sullo sfondo, intanto, al Forex hanno sfilato anche i vertici dei big del credito. Compresi i due protagonisti di quella che secondo le indiscrezioni di questi giorni potrebbe essere la prima mossa importante del risiko: Unicredit e Banco Bpm, con la prima - si dice - in pista per lanciare un’offerta sulla seconda e gettare le basi della nascita di un terzo polo bancario. «Gli interessi di terzi non mi stupiscono verso una banca che ha il nostro posizionamento, i nostri risultati, la nostra capacità di proiettarsi nel futuro con i risultati che abbiamo presentato», ha commentato l’ad del Banco Bpm, Giuseppe Castagna, a margine dell’Assiom Forex. «Banco Bpm vale di più?», gli è stato chiesto. «Certo», ha risposto, «siamo appena usciti da un percorso di ristrutturazione, abbiamo presentato un piano aggressivo, abbiamo iniziato ad avere qualche riscontro ma pensiamo che il mercato non abbia completamente riconosciuto quello che è il nostro percorso». Sui rumor di una presunta offerta in arrivo da Unicredit per la banca, il banchiere ha ribadito: «Noi non sappiamo niente, non abbiamo ricevuto nulla» quindi «per ora non abbiamo niente di concreto per cui reagire». Sull’ipotesi della creazione di un terzo polo bancario, Castagna ha poi commentato che per l’economia del Paese sarebbe bene «avere più gruppi bancari che finanzino l’economia», però «noi come lavoro facciamo quello di far crescere il valore della banca per i nostri azionisti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bankitalia-sallinea-a-draghi-e-annuncia-la-fine-degli-aiuti-contro-la-pandemia-2656648252.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-priorita-e-ritornare-a-estrarre-il-gas" data-post-id="2656648252" data-published-at="1644738487" data-use-pagination="False"> La priorità è ritornare a estrarre il gas L’Italia galleggia su una bolla di gas, e probabilmente di petrolio, ma lo sfruttamento è stato ridotto negli ultimi 20 anni e bloccato negli ultimi tre in attesa del Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Pitesai). Ora il ministro della Transizione ecologica lo ha finalmente pubblicato, ma è un chiaroscuro che dovrà essere adattato ai nuovi tempi di inflazione energetica basata su fenomeni - ricatto russo, posizione monetizzante dell’Opec+, non stabilità delle fonti alternative idro, eolico e solare, eccetera - che tendono a renderla duratura. Parte chiara. Le imprese estrattive hanno bisogno di un quadro normativo certo per riprendere lo sfruttamento e aprire nuove esplorazioni: Il Pitesai appare permetterlo, facendo sperare in una produzione autonoma di gas che copra almeno il 7-8% del fabbisogno nazionale dall’attuale 3% circa entro un anno e mezzo. Parte scura: ma le aree idonee appaiono solo una piccola percentuale del potenziale, in particolare nei fondali marini, e ciò limita la prospettiva di un incremento della - pur parziale, ma calmierante e densa di benefici diretti e indiretti - autonomia energetica italiana. Sembra evidente nel testo corrente un compromesso tra l’iniziale impostazione del Pitesai che voleva essere coerente con il calendario di decarbonizzazione dell’Ue (un irrealismo computazionale) e quella aliquota di partiti e popolazione ostili alle trivelle con la necessità di aumentare la produzione di energia fossile nazionale. Infatti le Regioni hanno dato via libera per l’evidenza negli ultimi mesi, oltre che del rischio disoccupazione, dell’emergenza dei costi energetici e del rischio prospettico di gap nelle forniture. Secondo chi scrive il Pitesai andrebbe sostituito da un Piano energetico nazionale di lungo termine (adattabile a nuove tecnologie) che liberalizzi al massimo le esplorazioni e lo sfruttamento di energia fossile, sia in aree di terra sia di mare, e allo stesso tempo spinga con incentivi e deburocratizzazione qualsiasi fonte di energia alternativa nonché i combustibili sintetici di nuova generazione, includendo i biocarburanti estratti da rifiuti (riclassificati) agricoli e di allevamento. Tale piano dovrebbe puntare a una significativa (semi) autonomia energetica per i prossimi 30-40 anni, fino all’insediamento diffuso del nucleare a fusione, senza scorie e rischi. In Italia c’è una persistenza di irrazionalità e una sfiducia (giustificata) nelle istituzioni che suggerisce di «saltare» il nucleare a fissione e di darsi il tempo giusto per convincere la popolazione che quello a fusione è il bingo. In tale ipotesi realistica l’Italia dovrà dipendere fino al 2050-60 da una sufficiente produzione di gas (sperabilmente arricchito da idrogeno). Possibile? Le riserve ora accertate sono di 90 miliardi di metri cubi, ma l’analisi dei potenziali è molto superiore, dalle 12 alle 28 volte di più. Ovviamente per definire il potenziale bisognerebbe valutare i costi di estrazione e distribuzione. Per la seconda va considerato che i tubi ci sono già. Per la prima si può stimare che almeno un potenziale di 1.500 miliardi di metri cubi, con prevalenza nei fondali dell’Italia meridionale oltre all’Adriatico, possa essere estratto a costi sostenibili e allo stesso tempo con profitto per gli investitori. Pertanto appare possibile. Romperà l’Ue le scatole? Da un lato, ha da poco inserito il metano e il nucleare nella tassonomia compatibile con la decarbonizzazione. Dall’altro, mantiene limitazioni penalizzanti per il pieno sfruttamento del gas. È materia molto tecnica, ma poiché l’Ue sta chiudendo un occhio sull’uso massivo del carbone in Germania, Polonia e altrove, una ben preparata azione di politica estera italiana non dovrebbe avere problemi a risolvere la questione. Quando? Dopo le prossime elezioni nel marzo 2023 quando i partiti eco irrealistici e «no triv» verranno depotenziati dal voto di una popolazione esasperata dai costi energetici e dal luddismo. Ma ciò potrebbe implicare una postura italiana ecodivergente? No: comunque l’aumento del gas nazionale è ecocompatibile e fa da spalla alle energie alternative. Ma il punto è che quando il nucleare a fusione sarà diffuso la decarbonizzazione avrà un picco tale da recuperare in dieci anni almeno 40 anni di decarbonizzazione più lenta. Quindi se l’obiettivo è ridurre l’effetto serra entro un certo tempo, chi scrive ritiene che si possa raggiungerlo con un lungo tempo residuo di impiego del metano e un salto nel nucleare a fusione. Si tenga conto, poi, che il mondo andrà a petrolio-gas fin oltre il 2100 e ciò genera la necessità di eco adattamento con tanta energia possibile solo con il nucleare a fusione. In tale bozza di piano è rilevante la minimizzazione del conflitto tra ambiente e sviluppo che sarebbe tragico in caso di dipendenza eccessiva sia da tecnologie di energia alternative non ancora mature sia da importazioni condizionate da geopolitica ricattatoria. In conclusione: nell’immediato va bene il pur costipato e invecchiato Pitesai, ma entro un anno va preparato un piano nazionale energetico più vasto nonché negoziato con l’Ue per uno sfruttamento illimitato del potenziale italiano, anche utile all’Ue stessa. www.carlopelanda.com
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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