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2024-09-02
La balla della scuola che integra gli stranieri
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Nelle stanze ovattate del progressismo si è da qualche tempo diffusa una narrazione affascinante, quella di una scuola italiana che deve fungere da laboratorio per l’integrazione, dove culture diverse si fondono in armonia, creando un nuovo tessuto sociale. Ma questa semplicistica visione idilliaca, sbandierata con vigore dai sostenitori dello ius scholae, si scontra con una realtà molto più complessa.
Partiamo dai numeri, che non mentono. Secondo le statistiche del ministero dell’Istruzione e del Merito, aggiornate all’anno scolastico 2022/2023, gli alunni con cittadinanza non italiana sono 914.000, ossia l’11,2% del totale. Questo dato, già significativo, assume contorni più precisi quando si osserva che al Nord la percentuale di studenti stranieri sale al 16% (mentre al Sud e nelle isole si attesta attorno al 4%). Qui gli insegnanti sono sempre più spesso chiamati a gestire classi in cui la lingua italiana non è più il denominatore comune. I programmi scolastici, pensati per un contesto omogeneo, devono essere modificati, stravolti per venire incontro alle esigenze di chi non padroneggia la lingua o non ha familiarità con la cultura italiana. Questo porta inevitabilmente a un rallentamento del ritmo delle lezioni, con docenti costretti a ripetere concetti di base, sacrificando tempo prezioso che dovrebbe essere dedicato all’approfondimento e alla crescita educativa degli studenti. Il risultato? Un malessere crescente tra le famiglie italiane, sempre più preoccupate per la qualità dell'istruzione dei propri figli.
Questo fenomeno ha un nome preciso: «White flight», ossia la fuga dalle scuole con un’alta presenza di stranieri. Non è più un’eccezione. È una realtà sempre più diffusa, che contribuisce a creare un sistema scolastico parallelo, diviso e disomogeneo. In pratica, si rischia di assistere a una sorta di segregazione silenziosa, dove l’integrazione, invece di essere favorita, viene messa da parte. Scendendo ancora più nel dettaglio: le regioni del Nord Italia accolgono la maggior parte degli studenti stranieri, rappresentando il 65,2% del totale nazionale. Tra queste, l'Emilia-Romagna è in testa con il 18,4% di alunni non italiani, seguita da vicino dalla Lombardia con il 17,1%, dalla Liguria con il 15,8% e dal Veneto con il 15,2%. Mentre la forbice del Mezzogiorno va dall’8,5% in Abruzzo al 3% in Sardegna. Basta prendere, però, la statistica provinciale per capire le difficoltà incontrate da insegnanti e famiglie: dieci province assorbono da sole il 38,9% del totale degli studenti con cittadinanza non italiana, la prima è Milano con 82.396 (+2.207 sul 2021/2022); seguono Roma e Torino con rispettivamente 66.385 e 40.605 presenze. In rapporto alla popolazione scolastica locale, al primo posto troviamo invece la provincia di Prato dove gli alunni di origine migratoria sono il 28% del totale, seguita da Piacenza (25,2%) e Parma (21,3%).
Ma c’è un altro aspetto che merita attenzione: la situazione degli stranieri di seconda generazione. Si tratta di ragazzi nati in Italia, che dovrebbero partire con un vantaggio rispetto ai loro coetanei appena arrivati nel Paese. Eppure, le statistiche raccontano una storia diversa. Alla scuola primaria, l’11,6% degli studenti stranieri (compresi quelli di seconda generazione) è già in ritardo rispetto ai propri compagni italiani, una percentuale che sale al 48% nelle scuole superiori. Mentre, secondo uno studio del Politecnico di Milano, il 28,7% dei ragazzi stranieri tra i 18 e i 24 anni non riesce ad arrivare al diploma. E mentre il calo demografico italiano prosegue inesorabile, con 145.000 studenti italiani in meno nell’anno scolastico 2022/2023, cresce il numero di alunni con cittadinanza non italiana, con un aumento di 42.500 unità (+4,9% su base annua). È questo il trend, in costante crescita, che ha portato l’incidenza degli stranieri sul totale degli alunni iscritti, passati dal 9% di dieci anni fa all'attuale 11,2%.
Uno scenario che ha prodotto inevitabilmente situazioni paradossali. A Treviso, due studenti di terza media sono stati esentati dallo studio di Dante Alighieri, poiché i loro genitori hanno ritenuto che la Divina Commedia potesse risultare offensiva nei confronti del profeta Maometto. Questa richiesta ha portato l’istituto a sostituire il corso con lo studio delle opere di Boccaccio. Una decisione che ha suscitato l’intervento del ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, che ha disposto un’ispezione. A Pioltello, alle porte di Milano, un istituto comprensivo ha deciso quest’anno di sospendere le lezioni il 10 aprile in occasione della festa di Eid-El-Fitr, che segna la fine del Ramadan. Il motivo? La «specificità del contesto»: su 1.300 studenti, distribuiti tra due scuole dell’infanzia, tre primarie e due medie, il 43% non è di nazionalità italiana. Invece di mantenere la scuola aperta con la metà degli alunni presenti si è scelto di chiuderla.
In questo scenario offrire la cittadinanza agli studenti stranieri che completano un ciclo scolastico in Italia può solo apparire come una risposta inclusiva. Il problema dell’integrazione non si risolve con una legge.
«Grazie a corsi ad hoc educheremo i nuovi alunni ai valori della patria»
«Con due importanti azioni appena introdotte riteniamo di riuscire a offrire importanti opportunità per una reale integrazione degli alunni stranieri». La ricetta del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara viaggia su due binari: «Conoscenza della lingua e della cultura della comunità che li accoglie, attraverso attività di potenziamento concretamente messe a disposizione delle scuole».
Cosa è mancato nel passato?
«I dati di recente pubblicazione sono molto preoccupanti. Molti ragazzi stranieri si disperdono e non concludono la scuola. Parliamo di un tasso di dispersione per questi studenti stranieri che si attesta a oltre il 30 per cento, a fronte di una dispersione degli studenti italiani pari ad appena il 9,8 per cento. Questo ovviamente si riflette sul loro inserimento nel mondo del lavoro. Il problema principale sono le competenze in italiano e in matematica. Per italiano siamo intorno al 23 per cento in meno rispetto a uno studente italiano in quinta primaria e del 20 per cento in terza media. Invalsi ha fatto questo calcolo: dopo i cinque anni di scuola elementare e dopo gli otto anni di scuola elementare e media, nell’acquisizione della conoscenza della lingua italiana, la preparazione di uno studente straniero rispetto a quella di un italiano è inferiore di un anno scolastico».
Come si corre ai ripari?
«Abbiamo approvato una legge molto importante, che sarà operativa già da quest’anno, e l’obiettivo è mettere lo studente straniero nelle stesse condizioni di quello italiano dal punto di vista della conoscenza della lingua italiana e della cultura italiana. È il primo passo per l’integrazione di tipo culturale, che passa attraverso la conoscenza della nostra storia, della nostra cultura, della nostra Costituzione e innanzitutto della nostra lingua per comprendere la nostra identità e per garantire una scuola di tipo costituzionale».
In modo pratico cosa verrà introdotto?
«Quest’anno al momento dell’iscrizione le scuole saranno obbligate a valutare il livello di conoscenze del ragazzo che si iscrive per la prima volta al sistema scolastico italiano. Se dovessero emergere deficit di conoscenza della lingua italiana si dovrà avviare in orario extracurricolare un corso di potenziamento. Gli istituti, insomma, dovranno stabilire il grado di conoscenza della lingua degli iscritti, per poi avviarli a un piano didattico personalizzato. Nel frattempo andremo a formare docenti di lingua italiana specializzati nell’insegnamento agli stranieri che, a partire dal prossimo anno scolastico, 2025/2026, si occuperanno degli studenti stranieri con un livello insufficiente di conoscenza dell’italiano. Questi seguiranno dei corsi specialistici con insegnanti formati e assunti ad hoc».
Quindi non si parte già in questo anno scolastico?
«Già da settembre le scuole organizzeranno con appositi finanziamenti ministeriali corsi aggiuntivi extracurricolari di potenziamento».
Su questo punto i progressisti e la Cgil l’hanno accusata di voler dividere gli alunni italiani da quelli stranieri.
«In realtà gli stranieri saranno in classe con gli altri ma avranno in più dei corsi potenziati di italiano. Questa è vera inclusione, l’altra è discriminazione o ideologico disinteresse. Quella introdotta è una norma di civiltà. Parliamo di una scuola aperta a tutti, ma ancorata al suo sistema culturale e di valori».
Ed è sufficiente portare gli stranieri al pareggio sulla lingua italiana?
«Il secondo passaggio è legato alle nuove linee guida sull’educazione civica che per la prima volta educheranno a tutti i valori contenuti nella nostra Costituzione, compreso il senso di appartenenza a una comunità chiamata patria. Insomma si dovranno far conoscere i valori connessi alla appartenenza alla comunità italiana, che ha una sua storia, una sua cultura e una sua identità. Offriremo dunque agli studenti stranieri la conoscenza piena della cultura italiana, perché ritengo che non sia possibile una vera integrazione senza conoscere i valori fondamentali e i principi costituzionali di chi ti accoglie. Ovviamente, la conoscenza della lingua è il primo passo».
Prof sgozzati dai loro ragazzi e lotta per il velo in classe. Il modello francese ha fallito
Quando un governo sceglie di facilitare l’acquisizione della cittadinanza del proprio Paese, può dover rispondere ad esigenze economiche o demografiche, oppure punta solo a guadagnare qualche punto di popolarità. Ma giocando al «Piccolo chimico» con le norme sull’acquisizione della cittadinanza, un governo rischia di andare a minare l’essenza stessa del Paese. Ovviamente una nazione ha il diritto di attribuire la propria cittadinanza a degli stranieri, soprattutto quando questi si sono distinti a favore di tale Paese. Ma quando questa concessione diventa praticamente illimitata, come accade ad esempio in Francia, il rischio è di arrivare a tensioni sociali come le sommosse del luglio 2023.
Seguendo il dibattito scaturito dalle dichiarazioni sullo ius scholae del ministro degli Esteri Antonio Tajani, verrebbe da chiedersi se a sud delle Alpi non siano arrivate le notizie da Francia, Germania, Belgio e da altri Paesi che hanno concesso la propria cittadinanza inconsapevolmente e con leggerezza anche a dei potenziali nemici.
Molti dei terroristi che, a partire dal 2012, hanno seminato morte in Francia e in Belgio, erano nati e cresciuti nei Paesi che hanno attaccato, ne avevano frequentato le scuole, ci avevano lavorato e magari avevano anche beneficiato di sussidi economici statali.
Nel 2012, Mohammed Merah ha ucciso tre militari e, pochi giorni dopo, è entrato in una scuola ebraica di Tolosa dove ha ammazzato freddamente dei bimbi e i loro genitori. Era nato in Francia nel 1988 e possedeva i passaporti di Parigi e di Algeri.
Gli autori della strage nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, erano i fratelli Chérif e Saïd Kouachi, di origine algerina, e Amedy Coulibaly, discendente di maliani. I tre erano nati in Francia tra il 1980 e il 1982. Coulibaly è stato anche l’autore dell’attentato al supermercato di prodotti kasher, avvenuto nel gennaio 2015, come la strage nel settimanale.
Bilal Hadfi, Samy Amimour, Omar Ismaïl Mostefaï e Foued Mohamed Aggad, Brahim Abdeslam, Salah Abdeslam, Adbelhamid Abaaoud, sono i nomi di alcuni dei terroristi che hanno compiuto le stragi di Parigi del 13 novembre 2015, dove sono morte 130 persone. Erano tutti nati in Francia o in Belgio da genitori originari del Marocco o dell’Algeria, per questo molti di loro avevano i passaporti dei rispettivi Paesi di nascita e di origine.
Nel 2020 il professor Samuel Paty, è stato decapitato da Abdoullakh Anzorov, un diciottenne ceceno con lo status di rifugiato in Francia. Nel 2023, il professor Dominique Bernard è stato ammazzato da Mohammed Mogouchkov, un ventenne originario dell’Inguscezia accolto anni prima in Francia insieme alla sua famiglia. Se in Francia fosse stato in vigore lo ius scholae, probabilmente questi due ultimi terroristi avrebbero potuto ottenere il passaporto di Parigi, visto che avevano studiato al di là delle Alpi.
Quelli appena citati sono sicuramente casi estremi, frutto dell’odio verso una nazione, provato da persone che, da questa stessa nazione, sono state accolte o ne hanno ottenuta la cittadinanza. Non va dimenticato però che, tra le vittime di questi terroristi, figurano anche dei discendenti di immigrati o appartenenti alla stessa religione che, al contrario dei loro carnefici, amavano il Paese in cui erano cresciuti. Basti ricordare il paracadutista Imad Ibn Ziaten, ucciso da Merah, il poliziotto Ahmed Merabet, freddato dai fratelli Kouachi, o ancora le vittime musulmane della strage di Nizza del 14 luglio 2016 (un terzo del totale), compiuta dal tunisino Mohamed Lahouaiej-Bouhlel.
Oltre agli attentati commessi da soggetti che, alla loro nascita, hanno beneficiato dello ius soli, da qualche anno la Francia deve fare i conti anche con altri problemi che, in qualche modo, costituiscono un effetto della concessione della cittadinanza in modo quasi indiscriminato. Prima di trattare di questi problemi, è utile considerare alcune cifre. Secondo i l’Ined, l’Istituto di studi demografici francese, ha stimato che la percentuale di immigrati compresa nella popolazione francese fosse pari al 10,3%, nel 2022. Secondo l’Insee, l’Istat transalpino, all’inizio di quest’anno la Francia contava circa 68,3 milioni di abitanti. Sempre l’Ined ha calcolato che, nel 2022, il 32,5% dei discendenti di immigrati aveva meno di 15 anni, il 15,7%, aveva un’età compresa tra i 15 e i 24 anni. I Paesi di origine di questi individui erano principalmente quelli del Maghreb e del resto dell’Africa.
Tra i problemi a cui accennavamo prima, in Francia uno dei principali è la contestazione della laicità delle istituzioni, in primis a scuola. Già nel 2004, l’allora presidente francese Jacques Chirac aveva fatto approvare dal Parlamento una legge che vieta agli studenti di indossare nelle scuole segni religiosi «ostensibili». A vent’anni dalla sua approvazione, questa legge si è rivelata quanto mai profetica perché sono sempre più frequenti i casi di ragazzi e ragazze di fede islamica che tentano di entrare in classe con gli abiti tipici della loro religione quali il qamis e l’abaya affermando che si trattava solo di vestiti non di simboli religiosi. Circa anno fa l’allora ministro dell’educazione Gabriel Attal, aveva vietato questi indumenti nelle classi francesi. La misura era stata impugnata davanti al Consiglio di Stato da associazioni musulmane, ma i giudici hanno dato ragione ad Attal e confermato che la scelta di portare questi abiti «si iscrive in una logica di affermazione religiosa».
Prima dei vestiti islamici nelle aule, altri attivisti islamici avevano contestato le ordinanze prese da alcuni sindaci per vietare l’uso del burkini, un costume da bagno femminile comprensivo di velo, nelle piscine o spiagge del loro comune. In molti di questi casi, erano state costruite delle campagne mediatiche con l’obiettivo di vittimizzare i soggetti ai quali erano stati imposti i divieti. Queste operazioni mediatiche hanno mostrato che, in certi casi, la voglia di integrazione è più sentita da chi vuole estendere la concessione della cittadinanza, che da chi potrebbe beneficiarne.
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Altro che via maestra per ottenere la cittadinanza: l’eccesso di studenti che non conoscono bene la nostra lingua e la nostra cultura (al Nord sono il 16% del totale) abbassa la qualità della formazione. E spinge molte famiglie a iscrivere i propri figli in altri istituti.Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara: «Nessuna inclusione senza conoscenza della Costituzione».Molti terroristi, come gli autori dell’attentato a «Charlie Hebdo», erano nati e avevano studiato in Francia. Tra i discendenti di immigrati, uno su tre oggi ha meno di 15 anni.Lo speciale contiene tre articoli.Nelle stanze ovattate del progressismo si è da qualche tempo diffusa una narrazione affascinante, quella di una scuola italiana che deve fungere da laboratorio per l’integrazione, dove culture diverse si fondono in armonia, creando un nuovo tessuto sociale. Ma questa semplicistica visione idilliaca, sbandierata con vigore dai sostenitori dello ius scholae, si scontra con una realtà molto più complessa. Partiamo dai numeri, che non mentono. Secondo le statistiche del ministero dell’Istruzione e del Merito, aggiornate all’anno scolastico 2022/2023, gli alunni con cittadinanza non italiana sono 914.000, ossia l’11,2% del totale. Questo dato, già significativo, assume contorni più precisi quando si osserva che al Nord la percentuale di studenti stranieri sale al 16% (mentre al Sud e nelle isole si attesta attorno al 4%). Qui gli insegnanti sono sempre più spesso chiamati a gestire classi in cui la lingua italiana non è più il denominatore comune. I programmi scolastici, pensati per un contesto omogeneo, devono essere modificati, stravolti per venire incontro alle esigenze di chi non padroneggia la lingua o non ha familiarità con la cultura italiana. Questo porta inevitabilmente a un rallentamento del ritmo delle lezioni, con docenti costretti a ripetere concetti di base, sacrificando tempo prezioso che dovrebbe essere dedicato all’approfondimento e alla crescita educativa degli studenti. Il risultato? Un malessere crescente tra le famiglie italiane, sempre più preoccupate per la qualità dell'istruzione dei propri figli. Questo fenomeno ha un nome preciso: «White flight», ossia la fuga dalle scuole con un’alta presenza di stranieri. Non è più un’eccezione. È una realtà sempre più diffusa, che contribuisce a creare un sistema scolastico parallelo, diviso e disomogeneo. In pratica, si rischia di assistere a una sorta di segregazione silenziosa, dove l’integrazione, invece di essere favorita, viene messa da parte. Scendendo ancora più nel dettaglio: le regioni del Nord Italia accolgono la maggior parte degli studenti stranieri, rappresentando il 65,2% del totale nazionale. Tra queste, l'Emilia-Romagna è in testa con il 18,4% di alunni non italiani, seguita da vicino dalla Lombardia con il 17,1%, dalla Liguria con il 15,8% e dal Veneto con il 15,2%. Mentre la forbice del Mezzogiorno va dall’8,5% in Abruzzo al 3% in Sardegna. Basta prendere, però, la statistica provinciale per capire le difficoltà incontrate da insegnanti e famiglie: dieci province assorbono da sole il 38,9% del totale degli studenti con cittadinanza non italiana, la prima è Milano con 82.396 (+2.207 sul 2021/2022); seguono Roma e Torino con rispettivamente 66.385 e 40.605 presenze. In rapporto alla popolazione scolastica locale, al primo posto troviamo invece la provincia di Prato dove gli alunni di origine migratoria sono il 28% del totale, seguita da Piacenza (25,2%) e Parma (21,3%). Ma c’è un altro aspetto che merita attenzione: la situazione degli stranieri di seconda generazione. Si tratta di ragazzi nati in Italia, che dovrebbero partire con un vantaggio rispetto ai loro coetanei appena arrivati nel Paese. Eppure, le statistiche raccontano una storia diversa. Alla scuola primaria, l’11,6% degli studenti stranieri (compresi quelli di seconda generazione) è già in ritardo rispetto ai propri compagni italiani, una percentuale che sale al 48% nelle scuole superiori. Mentre, secondo uno studio del Politecnico di Milano, il 28,7% dei ragazzi stranieri tra i 18 e i 24 anni non riesce ad arrivare al diploma. E mentre il calo demografico italiano prosegue inesorabile, con 145.000 studenti italiani in meno nell’anno scolastico 2022/2023, cresce il numero di alunni con cittadinanza non italiana, con un aumento di 42.500 unità (+4,9% su base annua). È questo il trend, in costante crescita, che ha portato l’incidenza degli stranieri sul totale degli alunni iscritti, passati dal 9% di dieci anni fa all'attuale 11,2%. Uno scenario che ha prodotto inevitabilmente situazioni paradossali. A Treviso, due studenti di terza media sono stati esentati dallo studio di Dante Alighieri, poiché i loro genitori hanno ritenuto che la Divina Commedia potesse risultare offensiva nei confronti del profeta Maometto. Questa richiesta ha portato l’istituto a sostituire il corso con lo studio delle opere di Boccaccio. Una decisione che ha suscitato l’intervento del ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, che ha disposto un’ispezione. A Pioltello, alle porte di Milano, un istituto comprensivo ha deciso quest’anno di sospendere le lezioni il 10 aprile in occasione della festa di Eid-El-Fitr, che segna la fine del Ramadan. Il motivo? La «specificità del contesto»: su 1.300 studenti, distribuiti tra due scuole dell’infanzia, tre primarie e due medie, il 43% non è di nazionalità italiana. Invece di mantenere la scuola aperta con la metà degli alunni presenti si è scelto di chiuderla. 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La ricetta del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara viaggia su due binari: «Conoscenza della lingua e della cultura della comunità che li accoglie, attraverso attività di potenziamento concretamente messe a disposizione delle scuole». Cosa è mancato nel passato? «I dati di recente pubblicazione sono molto preoccupanti. Molti ragazzi stranieri si disperdono e non concludono la scuola. Parliamo di un tasso di dispersione per questi studenti stranieri che si attesta a oltre il 30 per cento, a fronte di una dispersione degli studenti italiani pari ad appena il 9,8 per cento. Questo ovviamente si riflette sul loro inserimento nel mondo del lavoro. Il problema principale sono le competenze in italiano e in matematica. Per italiano siamo intorno al 23 per cento in meno rispetto a uno studente italiano in quinta primaria e del 20 per cento in terza media. Invalsi ha fatto questo calcolo: dopo i cinque anni di scuola elementare e dopo gli otto anni di scuola elementare e media, nell’acquisizione della conoscenza della lingua italiana, la preparazione di uno studente straniero rispetto a quella di un italiano è inferiore di un anno scolastico». Come si corre ai ripari? «Abbiamo approvato una legge molto importante, che sarà operativa già da quest’anno, e l’obiettivo è mettere lo studente straniero nelle stesse condizioni di quello italiano dal punto di vista della conoscenza della lingua italiana e della cultura italiana. È il primo passo per l’integrazione di tipo culturale, che passa attraverso la conoscenza della nostra storia, della nostra cultura, della nostra Costituzione e innanzitutto della nostra lingua per comprendere la nostra identità e per garantire una scuola di tipo costituzionale». In modo pratico cosa verrà introdotto? «Quest’anno al momento dell’iscrizione le scuole saranno obbligate a valutare il livello di conoscenze del ragazzo che si iscrive per la prima volta al sistema scolastico italiano. Se dovessero emergere deficit di conoscenza della lingua italiana si dovrà avviare in orario extracurricolare un corso di potenziamento. Gli istituti, insomma, dovranno stabilire il grado di conoscenza della lingua degli iscritti, per poi avviarli a un piano didattico personalizzato. Nel frattempo andremo a formare docenti di lingua italiana specializzati nell’insegnamento agli stranieri che, a partire dal prossimo anno scolastico, 2025/2026, si occuperanno degli studenti stranieri con un livello insufficiente di conoscenza dell’italiano. Questi seguiranno dei corsi specialistici con insegnanti formati e assunti ad hoc». Quindi non si parte già in questo anno scolastico? «Già da settembre le scuole organizzeranno con appositi finanziamenti ministeriali corsi aggiuntivi extracurricolari di potenziamento». Su questo punto i progressisti e la Cgil l’hanno accusata di voler dividere gli alunni italiani da quelli stranieri. «In realtà gli stranieri saranno in classe con gli altri ma avranno in più dei corsi potenziati di italiano. Questa è vera inclusione, l’altra è discriminazione o ideologico disinteresse. Quella introdotta è una norma di civiltà. Parliamo di una scuola aperta a tutti, ma ancorata al suo sistema culturale e di valori». Ed è sufficiente portare gli stranieri al pareggio sulla lingua italiana? «Il secondo passaggio è legato alle nuove linee guida sull’educazione civica che per la prima volta educheranno a tutti i valori contenuti nella nostra Costituzione, compreso il senso di appartenenza a una comunità chiamata patria. Insomma si dovranno far conoscere i valori connessi alla appartenenza alla comunità italiana, che ha una sua storia, una sua cultura e una sua identità. Offriremo dunque agli studenti stranieri la conoscenza piena della cultura italiana, perché ritengo che non sia possibile una vera integrazione senza conoscere i valori fondamentali e i principi costituzionali di chi ti accoglie. Ovviamente, la conoscenza della lingua è il primo passo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/balla-scuola-che-integra-stranieri-2669113781.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="prof-sgozzati-dai-loro-ragazzi-e-lotta-per-il-velo-in-classe-il-modello-francese-ha-fallito" data-post-id="2669113781" data-published-at="1725284193" data-use-pagination="False"> Prof sgozzati dai loro ragazzi e lotta per il velo in classe. Il modello francese ha fallito Quando un governo sceglie di facilitare l’acquisizione della cittadinanza del proprio Paese, può dover rispondere ad esigenze economiche o demografiche, oppure punta solo a guadagnare qualche punto di popolarità. Ma giocando al «Piccolo chimico» con le norme sull’acquisizione della cittadinanza, un governo rischia di andare a minare l’essenza stessa del Paese. Ovviamente una nazione ha il diritto di attribuire la propria cittadinanza a degli stranieri, soprattutto quando questi si sono distinti a favore di tale Paese. Ma quando questa concessione diventa praticamente illimitata, come accade ad esempio in Francia, il rischio è di arrivare a tensioni sociali come le sommosse del luglio 2023. Seguendo il dibattito scaturito dalle dichiarazioni sullo ius scholae del ministro degli Esteri Antonio Tajani, verrebbe da chiedersi se a sud delle Alpi non siano arrivate le notizie da Francia, Germania, Belgio e da altri Paesi che hanno concesso la propria cittadinanza inconsapevolmente e con leggerezza anche a dei potenziali nemici. Molti dei terroristi che, a partire dal 2012, hanno seminato morte in Francia e in Belgio, erano nati e cresciuti nei Paesi che hanno attaccato, ne avevano frequentato le scuole, ci avevano lavorato e magari avevano anche beneficiato di sussidi economici statali. Nel 2012, Mohammed Merah ha ucciso tre militari e, pochi giorni dopo, è entrato in una scuola ebraica di Tolosa dove ha ammazzato freddamente dei bimbi e i loro genitori. Era nato in Francia nel 1988 e possedeva i passaporti di Parigi e di Algeri. Gli autori della strage nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, erano i fratelli Chérif e Saïd Kouachi, di origine algerina, e Amedy Coulibaly, discendente di maliani. I tre erano nati in Francia tra il 1980 e il 1982. Coulibaly è stato anche l’autore dell’attentato al supermercato di prodotti kasher, avvenuto nel gennaio 2015, come la strage nel settimanale. Bilal Hadfi, Samy Amimour, Omar Ismaïl Mostefaï e Foued Mohamed Aggad, Brahim Abdeslam, Salah Abdeslam, Adbelhamid Abaaoud, sono i nomi di alcuni dei terroristi che hanno compiuto le stragi di Parigi del 13 novembre 2015, dove sono morte 130 persone. Erano tutti nati in Francia o in Belgio da genitori originari del Marocco o dell’Algeria, per questo molti di loro avevano i passaporti dei rispettivi Paesi di nascita e di origine. Nel 2020 il professor Samuel Paty, è stato decapitato da Abdoullakh Anzorov, un diciottenne ceceno con lo status di rifugiato in Francia. Nel 2023, il professor Dominique Bernard è stato ammazzato da Mohammed Mogouchkov, un ventenne originario dell’Inguscezia accolto anni prima in Francia insieme alla sua famiglia. Se in Francia fosse stato in vigore lo ius scholae, probabilmente questi due ultimi terroristi avrebbero potuto ottenere il passaporto di Parigi, visto che avevano studiato al di là delle Alpi. Quelli appena citati sono sicuramente casi estremi, frutto dell’odio verso una nazione, provato da persone che, da questa stessa nazione, sono state accolte o ne hanno ottenuta la cittadinanza. Non va dimenticato però che, tra le vittime di questi terroristi, figurano anche dei discendenti di immigrati o appartenenti alla stessa religione che, al contrario dei loro carnefici, amavano il Paese in cui erano cresciuti. Basti ricordare il paracadutista Imad Ibn Ziaten, ucciso da Merah, il poliziotto Ahmed Merabet, freddato dai fratelli Kouachi, o ancora le vittime musulmane della strage di Nizza del 14 luglio 2016 (un terzo del totale), compiuta dal tunisino Mohamed Lahouaiej-Bouhlel. Oltre agli attentati commessi da soggetti che, alla loro nascita, hanno beneficiato dello ius soli, da qualche anno la Francia deve fare i conti anche con altri problemi che, in qualche modo, costituiscono un effetto della concessione della cittadinanza in modo quasi indiscriminato. Prima di trattare di questi problemi, è utile considerare alcune cifre. Secondo i l’Ined, l’Istituto di studi demografici francese, ha stimato che la percentuale di immigrati compresa nella popolazione francese fosse pari al 10,3%, nel 2022. Secondo l’Insee, l’Istat transalpino, all’inizio di quest’anno la Francia contava circa 68,3 milioni di abitanti. Sempre l’Ined ha calcolato che, nel 2022, il 32,5% dei discendenti di immigrati aveva meno di 15 anni, il 15,7%, aveva un’età compresa tra i 15 e i 24 anni. I Paesi di origine di questi individui erano principalmente quelli del Maghreb e del resto dell’Africa. Tra i problemi a cui accennavamo prima, in Francia uno dei principali è la contestazione della laicità delle istituzioni, in primis a scuola. Già nel 2004, l’allora presidente francese Jacques Chirac aveva fatto approvare dal Parlamento una legge che vieta agli studenti di indossare nelle scuole segni religiosi «ostensibili». A vent’anni dalla sua approvazione, questa legge si è rivelata quanto mai profetica perché sono sempre più frequenti i casi di ragazzi e ragazze di fede islamica che tentano di entrare in classe con gli abiti tipici della loro religione quali il qamis e l’abaya affermando che si trattava solo di vestiti non di simboli religiosi. Circa anno fa l’allora ministro dell’educazione Gabriel Attal, aveva vietato questi indumenti nelle classi francesi. La misura era stata impugnata davanti al Consiglio di Stato da associazioni musulmane, ma i giudici hanno dato ragione ad Attal e confermato che la scelta di portare questi abiti «si iscrive in una logica di affermazione religiosa». Prima dei vestiti islamici nelle aule, altri attivisti islamici avevano contestato le ordinanze prese da alcuni sindaci per vietare l’uso del burkini, un costume da bagno femminile comprensivo di velo, nelle piscine o spiagge del loro comune. In molti di questi casi, erano state costruite delle campagne mediatiche con l’obiettivo di vittimizzare i soggetti ai quali erano stati imposti i divieti. Queste operazioni mediatiche hanno mostrato che, in certi casi, la voglia di integrazione è più sentita da chi vuole estendere la concessione della cittadinanza, che da chi potrebbe beneficiarne.
Il premier giapponese Takaichi Sanae (Ansa)
Un risultato che i mercati hanno immediatamente interpretato come un segnale di stabilità e di cambio di passo, premiando Tokyo con nuovi massimi storici della Borsa e un inatteso rafforzamento dello yen. «È l’inizio di una responsabilità molto pesante per rendere il Giappone più forte e più prospero», ha dichiarato la Takaichi dopo il voto, rivendicando un mandato chiaro a realizzare quel «importante cambio di politica» invocato dagli elettori. D’altronde, ha ribadito, «nessuno verrà in aiuto di una nazione che non ha la determinazione di difendersi con le proprie mani».
Dietro il linguaggio della sicurezza nazionale e del rafforzamento delle difese, il cuore della sua agenda resta però economico: rilanciare la crescita, sostenere i redditi e rafforzare la resilienza del Paese in una fase di profonde incertezze globali. La reazione degli investitori è stata eloquente. Il Nikkei, la Borsa del Sol Levante, ha superato quota 57.000 punti con un rialzo record di oltre il 4%, mentre lo yen si è rafforzato fino a 156,5 sul dollaro, in controtendenza rispetto alle settimane precedenti. Gli operatori scommettono su una maggiore stabilità politica e su politiche fiscali più espansive, pur restando vigili sull’enorme zavorra del debito pubblico, che secondo il Fondo monetario internazionale sfiora il 230% del Pil, il livello più alto al mondo.
Takaichi ha promesso una politica fiscale «responsabile ma proattiva», cercando un equilibrio delicato tra stimolo all’economia e disciplina dei conti. Il punto più controverso del programma è la sospensione per due anni dell’imposta sui consumi sui prodotti alimentari, una misura popolare ma costosa, che aprirebbe un buco stimato in circa 5 trilioni di yen l’anno (27 miliardi di euro), ovvero il 6% delle entrate tributarie. La premier ha escluso il ricorso a nuovo debito, aprendo invece il dibattito sull’utilizzo delle ingenti riserve di valuta estera del Giappone, pari a circa 1.400 miliardi di dollari.
Proprio questo dossier ha iniziato a inquietare i mercati obbligazionari. Il rendimento del titolo di Stato decennale è salito al 2,27%, e diversi analisti avvertono che un aumento della spesa pubblica potrebbe esercitare ulteriori pressioni sulla curva dei rendimenti, soprattutto sulle scadenze ultra-lunghe. Secondo alcune previsioni di Ing, il tasso a dieci anni potrebbe avvicinarsi al 2,5%, un livello che il Giappone non vedeva da decenni. Il governo sottolinea però che l’emissione di nuove obbligazioni resterà sotto controllo: 29,6 trilioni di yen nel prossimo anno fiscale, il secondo consecutivo sotto la soglia dei 30 trilioni. Un segnale rivolto soprattutto agli investitori, che temono una deriva espansiva insostenibile del debito.
«La vittoria non dà carta bianca per spendere», avvertono da Aberdeen Investments, ricordando che l’Ldp resta un partito tradizionalmente attento alla disciplina fiscale. Al centro del dibattito c’è anche il ruolo delle riserve valutarie, cresciute grazie allo yen debole e ai rendimenti dei Treasury americani. Alcuni esponenti dell’opposizione spingono per un uso più aggressivo di questi asset, ipotizzando persino la creazione di un fondo sovrano. Ma dal ministero delle Finanze guidato da Satsuki Katayama arrivano segnali di cautela: le riserve sono considerate un pilastro della stabilità valutaria e una riduzione eccessiva potrebbe limitare la capacità di intervenire sul mercato dei cambi, soprattutto se lo yen dovesse tornare sotto pressione verso la soglia critica di 160 contro il dollaro.
Yen e dollaro sono «sposati» per vari motivi principali. Il primo è che la divisa nipponica, visto che per decenni i prestiti costavano poco, è usata dalla finanza per indebitarsi allo scopo di comprare qualsiasi cosa in dollari. Di conseguenza se gli interessi sui titoli di Stato giapponesi dovessero ancora salire, magari con un aumento dei tassi da parte della Bank of Japan per frenare l’inflazione, parecchi investitori potrebbero essere costretti a vendere per coprire il rincaro degli interessi da restituire, con evidenti ricadute su Borse e Bitcoin. Ma poi i giapponesi sono i principali detentori di debito americano, con 1.200 miliardi di dollari investiti in Treasury. Ecco perché il presidente Donald Trump il 19 marzo a Washington incontrerà Takaichi per riaffermare «l’unità incrollabile» tra Giappone e Usa. un messaggio uscito nel giorno in cui la Cina ha dato istruzioni alle banche di iniziare a vendere e limitare gli acquisti di titoli di Stato statunitensi, in quanto teme che «il debito statunitense possa esporre le banche a brusche oscillazioni». Banzai.
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Lo ha dichiarato l’europarlamentare di Fratelli d'Italia Alberico Gambino durante la sessione plenaria di Strasburgo.
Andrea Orcel (Ansa)
L’amministratore delegato Andrea Orcel ha deciso che l’epoca delle grandi abbuffate di acquisizioni può aspettare. Dopo lo stop in Italia su Banco Bpm e il semaforo rosso acceso in Germania su Commerzbank, Orcel cambia spartito («Su Commerz», dice, «pensiamo che al momento giusto, se le condizioni saranno favorevoli, tutto accadrà nel modo corretto»). Insomma niente shopping compulsivo, niente fusioni forzate: crescita organica, tecnologia e capitale restituito agli azionisti come se piovesse. E piove forte.
Il gruppo archivia il 2025 con 10,6 miliardi di utile netto, in crescita del 14%, nonostante 1,4 miliardi di oneri straordinari messi a bilancio come chi paga subito il conto per non pensarci più. È un utile «pulito», digerito dal mercato senza bruciori, tanto che il titolo ieri mattina ha aperto le danze in Borsa toccando nuovi massimi. L’aumento dei volumi lascia immaginare che la musica non sta per finire. Chiude a 78,6 euro con un rialzo del 6,36%
Ma il vero colpo di teatro non è l’utile. È il bazooka dei dividendi. Unicredit promette 30 miliardi in tre anni, pari a oltre un quarto della capitalizzazione di mercato. Tradotto dal linguaggio bancario: gli azionisti sono invitati a tavola, e non per un aperitivo. Solo nel 2025 le cedole e il riacquisto di azioni valgono 9,5 miliardi, con 4,75 miliardi di dividendi cash. La remunerazione ai soci sale del 31% a 3,15 euro, l’utile per azione cresce del 20%.
La macchina operativa gira: i costi al 38% dei ricavi, tra i migliori del settore, costi stabili a 9,4 miliardi nonostante investimenti e perimetro più ampio, qualità dell’attivo solida come una cassaforte di una volta. Le sofferenze nette sono all’1,6%. Insomma, niente sorprese sgradevoli dietro l’angolo. Il mercato apprezza considerando anche la robusta distribuzione di valore.
Con il completamento del piano industriale denominatio «Unicredit Unlocked», Orcel chiude un capitolo da venti trimestri consecutivi di crescita e ne apre uno nuovo. Si chiamerà «Unicredit Unlimited». Il nome è ambizioso, quasi hollywoodiano, ma la sceneggiatura è prudente. Dal 2026 al 2028 la parola d’ordine è una sola: creazione di valore. Più quota di mercato nei segmenti migliori, più efficienza, più tecnologia per arginare l’avanzata delle fintech. E soprattutto più investimenti in dati e intelligenza artificiale, finanziati non con debito o avventure straordinarie, ma con la generazione interna di risorse.
Qui entra in scena Alpha Bank in Grecia, laboratorio avanzato di una banca che vuole diventare sempre più piattaforma tecnologica, meno sportello e più algoritmo. Orcel non lo dice apertamente, ma il messaggio è chiaro: il futuro non si compra, si costruisce. E se l’Europa sogna grandi fusioni transfrontaliere, Unicredit preferisce aspettare. «Abbiamo 13 mercati, quindi 13 opzioni», dice. Traduzione: possiamo permetterci di dire no.
Anche sul dossier Generali Orcel abbassa i toni: partnership industriale, dialogo costante, niente trame segrete. Il resto, dice, «sono fantasie di chi ha bisogno di inventare storie». Una frase che fotografa bene lo spirito del momento: meno romanzi, più contabilità. Spiega che i rapporti con Trieste sono migliori perché ormai con Amundi le cose vanno sempre peggio: «Sapete che il contratto che avevamo scade a metà del 2027 e avrete notato che abbiamo aumentato i volumi con altri fornitori e con Onemarkets. Ogni volta che lo facciamo, paghiamo loro una penale. E questo fino al 2027» Per fronteggiare i rischi «abbiamo accantonato un fondo per la maggior parte delle penali che dovremo onorare»
Le nuove proiezioni sono musica per le orecchie degli analisti. Nel 2026 ricavi netti oltre 25 miliardi, utile intorno agli 11 miliardi. Nel 2028 l’asticella sale: ricavi a 27,5 miliardi, utile vicino ai 13 miliardi. Gli analisti di Mediobanca applaudono, Equita conferma il consiglio d’acquisto, Banca Akros parla di flessibilità strategica elevata. Citi storce un po’ il naso sui risultati operativi del trimestre, ma ammette che gli oneri straordinari sono stati anticipati per rafforzare il futuro. In altre parole: il presente può anche stonare di una nota, ma la sinfonia resta intatta.
E così, mentre l’economia europea arranca e la politica discute, le banche italiane continuano a macinare utili come se nulla potesse fermarle. Il momento d’oro prosegue. Unicredit si prende la scena spiegando che non serve crescere in fretta (soprattutto dopo gli infortuni su Bpm e Commerz). Più importante crescere bene. Orcel dirige promettendo dividendi e tecnologia. Lo shopping può attendere.
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Lo ha dichiarato l'europarlamentare di Fratelli d'Italia a Strasburgo, riferendosi specificamente alla Calabria.