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2019-02-21
Babbo Renzi e Massone, un legame di 15 anni tra giornali e bancarotte
Niccolò Celesti
Se l'inchiesta di Firenze fosse un libro fantasy, la storia dei coindagati Tiziano Renzi e Mariano Massone assomiglierebbe a quella di Frodo e Sam, i due amici hobbit protagonisti del Signore degli Anelli di John Ronald Reuel Tolkien. Mezz'uomini che corrono pericoli mortali e rischiose avventure nella Terra di Mezzo per trasportare l'Anello del Potere.
Renzi e Massone, lunedì scorso, sono stati arrestati e messi ai domiciliari nell'inchiesta sui fallimenti pilotati delle coop vampirizzate dalla Eventi 6 di babbo Tiziano e mamma Laura Bovoli, genitori dell'ex premier, per «massimizzare il proprio profitto personale», come ha scritto il gip Angela Fantechi nell'ordinanza di custodia cautelare. Ultima tappa di un percorso lungo 15 anni che entrambi hanno attraversato scorrazzando nella terra di mezzo degli affari opachi e dei crac societari.
Il loro rapporto d'affari nasce nel 2003 quando Tiziano distribuisce con la sua Chil Post a Genova Il Secolo XIX affidandosi a cooperative vicine o comunque controllate da Massone e dalla moglie, Giovanna Gambino. Il feeling tra i due è così forte che un anno dopo, nel 2004, Renzi senior decide di acquistare dai genitori di Mariano il 60 per cento delle quote della Mail Service (il 59 per cento è della mamma, Angela Ponte, e il restante 1 per cento del papà, Gianfranco) trasferendone la sede a Firenze. Tempo due anni, e Tiziano rivende il pacchetto, costatogli appena 6.000 euro, alla Ams real estate spa. Una società di cui sono titolari il napoletano Luigi Corcione e il catanese Francesco Richichi. Gente sempre del giro perché, da un controllo alla Camera di Commercio, emerge che sono entrambi residenti o domiciliati a indirizzi riconducibili a Massone, ad Alessandria. Nel 2011, la Mail Service fallisce con un buco di 38 milioni di euro.
Un anno prima, nel 2010, però le parti si sono invertite: è Tiziano Renzi a vendere al papà di Mariano Massone, Gianfranco, per appena 3.800 euro la sua Chil Post che ha iscritto in bilancio un debito di 700.000 euro con la Bcc di Pontassieve, e che viene lentamente svuotata degli appalti migliori, compreso un contratto da 500.000 euro della Tnt che passa a un'altra coop di fiducia di Tiziano, la Direkta di Mirko Provenzano, per il cui fallimento mamma Renzi rischia un nuovo processo a breve.
Gianfranco Massone non è però un imprenditore, non è un esperto di marketing editoriale e non è nemmeno un guru della pubblicità. Come il nostro giornale ha raccontato nei mesi scorsi, quando l'inchiesta di Firenze era ancora top secret, è un tranquillo pensionato con un passato da ufficiale marittimo che si è fidato (troppo) del figlio. «Dovrei andare a bastonare chi mi ha fatto questo scherzo», ha ripetuto a chi gli chiedeva dell'indagine in cui è stato coinvolto. Da ora, attenzione alle date. Renzi si libera della Chil Post tre anni prima che fallisca (febbraio 2013). Ai pm che lo mettono sott'inchiesta, spiega di aver interrotto tutti i rapporti con i Massone e di essere del tutto estraneo alla deriva finanziaria dell'azienda. «Chil promozioni (la futura Eventi 6, ndr), infatti, non ha successivamente intrattenuto rapporti con le società di Massone», scrive il pm genovese Marco Airoldi per motivare la richiesta di archiviazione a carico di Renzi senior. Dopo qualche tentennamento, il gip lo accontenta e autorizza anche il patteggiamento di Massone (26 mesi) e dell'allora amministratore della coop, Antonello Gabelli (20 mesi).
Ma davvero le strade di Massone e Renzi si sono separate dopo la vendita della Chil Post? Assolutamente no. Anzi. È vero il contrario. Dopo il fallimento della coop, Mariano si rifugia in un appartamentino a due passi da Tiziano. Che non solo lo accoglie, ma gli fa anche da garante con l'anziano proprietario dell'immobile. I due si rimettono al lavoro quasi subito e la prima operazione che cercano di concludere è la schermatura della Eventi 6. All'epoca Matteo Renzi è in procinto di andare a Palazzo Chigi, e convince il papà a vendere l'azienda di famiglia. Tiziano però preferisce cedere le quote della Eventi 6 alla srl Postitaly, fondata nel luglio 2013 e controllata proprio da Massone e dalla moglie, Giovanna Gambino. Un modo, evidente, per non farla allontanare troppo da casa. Per l'occasione, viene disposto un aumento di capitale di 140.000 euro raggranellato tra i nuovi soci (un architetto, un bancario, un dentista, un notaio torinese e un consulente di marketing) ma, alla fine, la «trasfusione» societaria non riesce. La Eventi 6 resta in capo a babbo Tiziano e mamma Laura e continua a inanellare appalti su appalti con Matteo alla guida del governo. Massone è rimasto però senza reddito, e ha bisogno di lavorare anche per affrontare le spese legali. L'unico a cui può chiedere aiuto è sempre Tiziano. Lo fa addirittura mentre è ancora in corso l'inchiesta di Genova (giugno 2016) rischiando di compromettere la strategia difensiva del suo coindagato e futuro archiviato. Il quale, incurante del rischio, gli propone di eseguire proprio con Postitaly alcuni controlli urgenti sulla distribuzione di volantini della Esselunga da parte di una ditta subappaltatrice della Eventi 6. Ma è poco più di un contentino. Sono mesi febbrili, quelli. Massone si sente «scaricato» e utilizza il processo di Genova come utile promemoria per rinsaldare i contatti con Tiziano che ai pm continua a dire di non avere più nulla a che fare con l'ex collaboratore. I due utilizzano una chat criptata di Telegram per parlare di affari e, in particolare, di un software brevettato da Massone in cerca di acquirenti.
Tiziano e Mariano, come i lettori della Verità ricorderanno, vengono anche fotografati insieme ad Alessandria mentre discutono animatamente. Risalgono a quel periodo (tra la fine del 2016 e gli inizi del 2017, in piena tempesta Consip) gli sms e le mail che il nostro giornale pubblicò in esclusiva. Messaggi di insofferenza e di rimostranze in cui Massone contestava a Renzi di essere l'unico del giro delle coop amiche di Rignano sull'Arno a non fare affari («Mi sento un coglione», scrive tranchant).
Mariano vuole rientrare dalla finestra dopo essere uscito dalla porta. E propone strade da battere per accalappiare qualche buon lavoro. Due in particolare, gli interessano. E le cita nelle mail scambiate con Tiziano: oltre a Mps e Unipol, si sofferma sull'uscita di Poste italiane dal settore della distribuzione delle lettere non indirizzate (la cosiddetta distribuzione massiva) e sul business di Pagine gialle. Quest'ultimo gestito dalla Eventi 6 e da altre aziende vicine. Quelle di Massone sono accuse a cui Tiziano si premura di rispondere senza esasperare i toni ma stando al contempo molto attento a non scrivere più di quanto necessario. Il motivo di questa cautela è semplice: ha paura che informazioni sensibili possano finire sul nostro giornale corredate - scrive - da ipotesi «amadoriali», parafrasando il cognome del cronista che più si occupa delle sue vicende.
Massone però non fa in tempo a riprendersi la scena: dopo aver scontato la condanna ai servizi sociali, ed essere tornato a vivere coi genitori, potendo contare su un lavoro in una piccola ditta dell'entroterra genovese, arriva l'arresto. «Non dee l'uomo, per maggiore amico, dimenticare li servigi ricevuti dal minore», scriveva un conterraneo di Tiziano Renzi. Dante Alighieri.
E Lady Leopolda incastra la famiglia «Mi chiesero di fare da prestanome»
Anche Lady Leopolda scarica i Renzi. E lo fa in Procura a Firenze, nell'inchiesta che ha privato della libertà babbo Tiziano e mamma Laura, ammettendo di aver partecipato alla costituzione di una delle coop a presunto fallimento pilotato, la Delivery service. Proprio lei che con la sua Dotmedia è stata una delle organizzatrici della kermesse renziana, oltre che ideatrice delle campagne elettorali di molti big del Partito democratico. Va a segno sulla mamma del Rottamatore: «È stata Laura Bovoli, conosciuta nell'ambito della mia attività di lavoro, ad avanzarmi la proposta di partecipare alla costituzione di una cooperativa che avrebbe potuto operare nel settore della distribuzione pubblicitaria».
D'altra parte Lady Leopolda è considerata un'esperta di personal reputation.
Moglie di Patrizio Donnini, già fondatore e socio di Dotmedia, il cui successo aziendale ha viaggiato sempre parallelo con quello di Renzi. Quando Matteo ha messo piede a Palazzo Vecchio, Dotmedia, che aveva curato la campagna fiorentina renziana, tra il 2009 al 2011 lavora per le società partecipate del Comune di Firenze. Poi è arrivata la Leopolda e Lilian è stata in prima linea.
Nessuno, quindi, avrebbe giudicato peregrina l'idea di tirarla in una coop che si sarebbe occupata di pubblicità. A maggior ragione se dietro quella coop ci sono i Renzi. E infatti Mammoliti afferma: «Poiché conosco il settore, operando con la Dotmedia, aderii alla proposta che mi fu fatta dalla Bovoli».
Il 12 marzo 2018, giorno in cui nella direzione del Pd Matteo Renzi rassegna le dimissioni da segretario, Lady Leopolda è davanti ai magistrati. Mentre nel partito, a Roma, si consuma la fine dell'era Renzi, a Firenze, in Procura, i magistrati annotano il nome della signora Mammoliti tra quelli dei prestanome dei Renzi, ossia tra quelle persone che si sono trovate ad aver costituito le coop senza conoscere gli altri soci.
Il copione ormai i magistrati fiorentini lo conoscono a memoria, per aver convocato tutti i soci dei Renzi. E infatti, anche Mammoliti, il cui verbale finisce nel faldone 7 dell'inchiesta, a pagina 727, spiega: «Prendo atto dei nominativi delle persone che risultano aver costituito insieme a me la cooperativa e dichiaro di non conoscerne nessuno». Ma almeno le attività della coop? La sede? Nulla. Mammoliti cade dal pero: «Non sono in grado di fornire alcuna ulteriore informazione sulla cooperativa». E dalla memoria aveva perfino cancellato il giorno della costituzione: «Non ricordo di essermi recata nello studio di un notaio, né di aver versato la somma di euro 50, come mi si dice che risulti dall'atto costitutivo».
E a lei è andata anche bene. C'è chi si è trovato amministratore a un passo dal fallimento. Salvatore Micari è una vecchia conoscenza della Verità. In una intervista pubblicata il 16 novembre 2017, l'uomo che ora vive nella periferia di Milano facendo il lavapiatti per sbarcare il lunario, raccontò di non aver mai preso un euro, né di aver guidato la ditta o parlato con i parenti dell'ex premier.
Concetti che ha ribadito qualche mese fa ai magistrati. Le sue parole, riassunte dal gip, sono finite nell'ordinanza di arresto ai domiciliari per i genitori del Rottamatore: «Ha riferito di essere stato contattato per svolgere l'attività di amministratore e che, volendo intraprendere una nuova attività produttiva perché il bar che fino a quel momento aveva gestito a Milano era in difficoltà finanziaria, aveva acconsentito». Il ruolo nella coop dei Renzi, però, non gli ha riempito il portafogli ed è servito, sostiene l'accusa, solo in sede di procedura fallimentare.
Continua a leggereRiduci
I due, accusati di fallimenti pilotati, hanno un lungo pregresso di affari nella distribuzione. Culminati con un litigio quando Matteo era premier.E Lady Leopolda incastra la famiglia: «Mi chiesero di fare da prestanome». L'ex «regista» delle kermesse renziane: «Non conoscevo gli altri soci della coop».Lo speciale comprende due articoli. Se l'inchiesta di Firenze fosse un libro fantasy, la storia dei coindagati Tiziano Renzi e Mariano Massone assomiglierebbe a quella di Frodo e Sam, i due amici hobbit protagonisti del Signore degli Anelli di John Ronald Reuel Tolkien. Mezz'uomini che corrono pericoli mortali e rischiose avventure nella Terra di Mezzo per trasportare l'Anello del Potere.Renzi e Massone, lunedì scorso, sono stati arrestati e messi ai domiciliari nell'inchiesta sui fallimenti pilotati delle coop vampirizzate dalla Eventi 6 di babbo Tiziano e mamma Laura Bovoli, genitori dell'ex premier, per «massimizzare il proprio profitto personale», come ha scritto il gip Angela Fantechi nell'ordinanza di custodia cautelare. Ultima tappa di un percorso lungo 15 anni che entrambi hanno attraversato scorrazzando nella terra di mezzo degli affari opachi e dei crac societari.Il loro rapporto d'affari nasce nel 2003 quando Tiziano distribuisce con la sua Chil Post a Genova Il Secolo XIX affidandosi a cooperative vicine o comunque controllate da Massone e dalla moglie, Giovanna Gambino. Il feeling tra i due è così forte che un anno dopo, nel 2004, Renzi senior decide di acquistare dai genitori di Mariano il 60 per cento delle quote della Mail Service (il 59 per cento è della mamma, Angela Ponte, e il restante 1 per cento del papà, Gianfranco) trasferendone la sede a Firenze. Tempo due anni, e Tiziano rivende il pacchetto, costatogli appena 6.000 euro, alla Ams real estate spa. Una società di cui sono titolari il napoletano Luigi Corcione e il catanese Francesco Richichi. Gente sempre del giro perché, da un controllo alla Camera di Commercio, emerge che sono entrambi residenti o domiciliati a indirizzi riconducibili a Massone, ad Alessandria. Nel 2011, la Mail Service fallisce con un buco di 38 milioni di euro. Un anno prima, nel 2010, però le parti si sono invertite: è Tiziano Renzi a vendere al papà di Mariano Massone, Gianfranco, per appena 3.800 euro la sua Chil Post che ha iscritto in bilancio un debito di 700.000 euro con la Bcc di Pontassieve, e che viene lentamente svuotata degli appalti migliori, compreso un contratto da 500.000 euro della Tnt che passa a un'altra coop di fiducia di Tiziano, la Direkta di Mirko Provenzano, per il cui fallimento mamma Renzi rischia un nuovo processo a breve.Gianfranco Massone non è però un imprenditore, non è un esperto di marketing editoriale e non è nemmeno un guru della pubblicità. Come il nostro giornale ha raccontato nei mesi scorsi, quando l'inchiesta di Firenze era ancora top secret, è un tranquillo pensionato con un passato da ufficiale marittimo che si è fidato (troppo) del figlio. «Dovrei andare a bastonare chi mi ha fatto questo scherzo», ha ripetuto a chi gli chiedeva dell'indagine in cui è stato coinvolto. Da ora, attenzione alle date. Renzi si libera della Chil Post tre anni prima che fallisca (febbraio 2013). Ai pm che lo mettono sott'inchiesta, spiega di aver interrotto tutti i rapporti con i Massone e di essere del tutto estraneo alla deriva finanziaria dell'azienda. «Chil promozioni (la futura Eventi 6, ndr), infatti, non ha successivamente intrattenuto rapporti con le società di Massone», scrive il pm genovese Marco Airoldi per motivare la richiesta di archiviazione a carico di Renzi senior. Dopo qualche tentennamento, il gip lo accontenta e autorizza anche il patteggiamento di Massone (26 mesi) e dell'allora amministratore della coop, Antonello Gabelli (20 mesi). Ma davvero le strade di Massone e Renzi si sono separate dopo la vendita della Chil Post? Assolutamente no. Anzi. È vero il contrario. Dopo il fallimento della coop, Mariano si rifugia in un appartamentino a due passi da Tiziano. Che non solo lo accoglie, ma gli fa anche da garante con l'anziano proprietario dell'immobile. I due si rimettono al lavoro quasi subito e la prima operazione che cercano di concludere è la schermatura della Eventi 6. All'epoca Matteo Renzi è in procinto di andare a Palazzo Chigi, e convince il papà a vendere l'azienda di famiglia. Tiziano però preferisce cedere le quote della Eventi 6 alla srl Postitaly, fondata nel luglio 2013 e controllata proprio da Massone e dalla moglie, Giovanna Gambino. Un modo, evidente, per non farla allontanare troppo da casa. Per l'occasione, viene disposto un aumento di capitale di 140.000 euro raggranellato tra i nuovi soci (un architetto, un bancario, un dentista, un notaio torinese e un consulente di marketing) ma, alla fine, la «trasfusione» societaria non riesce. La Eventi 6 resta in capo a babbo Tiziano e mamma Laura e continua a inanellare appalti su appalti con Matteo alla guida del governo. Massone è rimasto però senza reddito, e ha bisogno di lavorare anche per affrontare le spese legali. L'unico a cui può chiedere aiuto è sempre Tiziano. Lo fa addirittura mentre è ancora in corso l'inchiesta di Genova (giugno 2016) rischiando di compromettere la strategia difensiva del suo coindagato e futuro archiviato. Il quale, incurante del rischio, gli propone di eseguire proprio con Postitaly alcuni controlli urgenti sulla distribuzione di volantini della Esselunga da parte di una ditta subappaltatrice della Eventi 6. Ma è poco più di un contentino. Sono mesi febbrili, quelli. Massone si sente «scaricato» e utilizza il processo di Genova come utile promemoria per rinsaldare i contatti con Tiziano che ai pm continua a dire di non avere più nulla a che fare con l'ex collaboratore. I due utilizzano una chat criptata di Telegram per parlare di affari e, in particolare, di un software brevettato da Massone in cerca di acquirenti. Tiziano e Mariano, come i lettori della Verità ricorderanno, vengono anche fotografati insieme ad Alessandria mentre discutono animatamente. Risalgono a quel periodo (tra la fine del 2016 e gli inizi del 2017, in piena tempesta Consip) gli sms e le mail che il nostro giornale pubblicò in esclusiva. Messaggi di insofferenza e di rimostranze in cui Massone contestava a Renzi di essere l'unico del giro delle coop amiche di Rignano sull'Arno a non fare affari («Mi sento un coglione», scrive tranchant). Mariano vuole rientrare dalla finestra dopo essere uscito dalla porta. E propone strade da battere per accalappiare qualche buon lavoro. Due in particolare, gli interessano. E le cita nelle mail scambiate con Tiziano: oltre a Mps e Unipol, si sofferma sull'uscita di Poste italiane dal settore della distribuzione delle lettere non indirizzate (la cosiddetta distribuzione massiva) e sul business di Pagine gialle. Quest'ultimo gestito dalla Eventi 6 e da altre aziende vicine. Quelle di Massone sono accuse a cui Tiziano si premura di rispondere senza esasperare i toni ma stando al contempo molto attento a non scrivere più di quanto necessario. Il motivo di questa cautela è semplice: ha paura che informazioni sensibili possano finire sul nostro giornale corredate - scrive - da ipotesi «amadoriali», parafrasando il cognome del cronista che più si occupa delle sue vicende.Massone però non fa in tempo a riprendersi la scena: dopo aver scontato la condanna ai servizi sociali, ed essere tornato a vivere coi genitori, potendo contare su un lavoro in una piccola ditta dell'entroterra genovese, arriva l'arresto. «Non dee l'uomo, per maggiore amico, dimenticare li servigi ricevuti dal minore», scriveva un conterraneo di Tiziano Renzi. 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Va a segno sulla mamma del Rottamatore: «È stata Laura Bovoli, conosciuta nell'ambito della mia attività di lavoro, ad avanzarmi la proposta di partecipare alla costituzione di una cooperativa che avrebbe potuto operare nel settore della distribuzione pubblicitaria». D'altra parte Lady Leopolda è considerata un'esperta di personal reputation. Moglie di Patrizio Donnini, già fondatore e socio di Dotmedia, il cui successo aziendale ha viaggiato sempre parallelo con quello di Renzi. Quando Matteo ha messo piede a Palazzo Vecchio, Dotmedia, che aveva curato la campagna fiorentina renziana, tra il 2009 al 2011 lavora per le società partecipate del Comune di Firenze. Poi è arrivata la Leopolda e Lilian è stata in prima linea. Nessuno, quindi, avrebbe giudicato peregrina l'idea di tirarla in una coop che si sarebbe occupata di pubblicità. A maggior ragione se dietro quella coop ci sono i Renzi. E infatti Mammoliti afferma: «Poiché conosco il settore, operando con la Dotmedia, aderii alla proposta che mi fu fatta dalla Bovoli». Il 12 marzo 2018, giorno in cui nella direzione del Pd Matteo Renzi rassegna le dimissioni da segretario, Lady Leopolda è davanti ai magistrati. Mentre nel partito, a Roma, si consuma la fine dell'era Renzi, a Firenze, in Procura, i magistrati annotano il nome della signora Mammoliti tra quelli dei prestanome dei Renzi, ossia tra quelle persone che si sono trovate ad aver costituito le coop senza conoscere gli altri soci. Il copione ormai i magistrati fiorentini lo conoscono a memoria, per aver convocato tutti i soci dei Renzi. E infatti, anche Mammoliti, il cui verbale finisce nel faldone 7 dell'inchiesta, a pagina 727, spiega: «Prendo atto dei nominativi delle persone che risultano aver costituito insieme a me la cooperativa e dichiaro di non conoscerne nessuno». Ma almeno le attività della coop? La sede? Nulla. Mammoliti cade dal pero: «Non sono in grado di fornire alcuna ulteriore informazione sulla cooperativa». E dalla memoria aveva perfino cancellato il giorno della costituzione: «Non ricordo di essermi recata nello studio di un notaio, né di aver versato la somma di euro 50, come mi si dice che risulti dall'atto costitutivo». E a lei è andata anche bene. C'è chi si è trovato amministratore a un passo dal fallimento. Salvatore Micari è una vecchia conoscenza della Verità. In una intervista pubblicata il 16 novembre 2017, l'uomo che ora vive nella periferia di Milano facendo il lavapiatti per sbarcare il lunario, raccontò di non aver mai preso un euro, né di aver guidato la ditta o parlato con i parenti dell'ex premier. Concetti che ha ribadito qualche mese fa ai magistrati. Le sue parole, riassunte dal gip, sono finite nell'ordinanza di arresto ai domiciliari per i genitori del Rottamatore: «Ha riferito di essere stato contattato per svolgere l'attività di amministratore e che, volendo intraprendere una nuova attività produttiva perché il bar che fino a quel momento aveva gestito a Milano era in difficoltà finanziaria, aveva acconsentito». Il ruolo nella coop dei Renzi, però, non gli ha riempito il portafogli ed è servito, sostiene l'accusa, solo in sede di procedura fallimentare.
Matteo Salvini (Ansa)
Per due giorni, a giugno, la Lega proverà a fare quello che le squadre di calcio in crisi fanno quando la classifica comincia a far paura: chiudersi in ritiro. Matteo Salvini ha convocato per il 19 e 20 giugno il consiglio federale, i ministri, i governatori, i capigruppo, gli amministratori e i segretari regionali. Una «due giorni di incontri, proposte e programmi». La sede non è stata decisa (Luca Zaia ha già annunciato che non ci sarà), ma dovrebbe essere in Veneto, a pochi giorni di distanza dall’assemblea costituente di Futuro nazionale di Roberto Vannacci (che poi proseguirà con i congressi regionali). Magari a Verona, dove il 25 maggio il generale inaugurerà una nuova sede del suo partito. Il messaggio politico è chiaro: il Carroccio deve serrare le fila prima che la stagione entri nella fase più delicata. Il 2027 si preannuncia denso di appuntamenti elettorali decisivi per il futuro di via Bellerio.
Salvini è milanista e conosce bene la grammatica dei ritiri. Con Massimiliano Allegri, al Milan, si può giocare male ma restare in partita è imperativo. Il punto è che il Carroccio continua a osservare la crescita, sulla destra, di un avversario che conosce bene lo spogliatoio leghista. Il nome è quello di Vannacci. L’ex generale è diventato un problema elettorale. Swg per il tg di La7 colloca la Lega al 6% e Futuro nazionale al 4,1%. Ipsos/Pagnoncelli, sul Corriere, è ancora più severo: Lega al 5,8%, Vannacci al 4,1%. Meno di due punti di distanza.
Dopo le chiusure a possibili alleanze da parte di Massimiliano Romeo, Roberto Occhiuto e Letizia Moratti, Vannacci ha risposto sui social con una frase che suona come un avvertimento: «Poi non si venga a dare la colpa» a me «se questo centrodestra sbiadito, timido, tentennante e moderato finirà per perdere consensi ed elezioni». È una minaccia preventiva: se il centrodestra perde, la colpa non sarà di chi rompe, ma di chi non ha avuto il coraggio di inseguirlo.
Il caso di Laura Ravetto ha reso il problema visibile. La deputata ha lasciato la Lega per aderire a Futuro nazionale. Per un partito abituato a perdere amministratori verso Fdi, vedere una parlamentare passare direttamente al nuovo concorrente di destra è un segnale diverso. Non c’è più solo Meloni a drenare consensi.
La linea ufficiale resta la compattezza. Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro, respinge l’idea di nuovi «campi larghi» a destra costruiti inseguendo i sondaggi. «Il centrodestra è rodato da anni», dice. «Non si fanno campi larghi soltanto perché può essere indicato favorevole o no in un determinato momento dai vari sondaggi». In fin dei conti la Lega si ritrova con tre grossi problemi da risolvere. Il primo è nazionale: dimostrare di essere ancora indispensabile nel centrodestra. L’altro identitario: impedire che l’elettore più arrabbiato trovi in Vannacci un’offerta più chiara. L’ultimo territoriale: difendere il Nord dall’avanzata di Fdi.
Le elezioni comunali di Milano sono il primo banco di prova. Il centrodestra non ha ancora un candidato per il dopo Beppe Sala. Il nome di Maurizio Lupi circola, ma non decolla. Salvini preferisce un profilo civico. Samuele Piscina, segretario milanese del Carroccio, è stato più esplicito: Lupi «non ha il consenso di tutti».
Il secondo fronte è la Regione Lombardia. Da mesi nel centrodestra si ragiona sull’ipotesi di legare politiche, comunali milanesi e regionali lombarde in un election day nel 2027. L’operazione concentrerebbe la mobilitazione nel territorio più forte della coalizione. Ma aprirebbe subito la guerra per il dopo Attilio Fontana. Fratelli d’Italia considera la Lombardia un obiettivo naturale.
Roberto Calderoli prova a raffreddare il dossier. La legislatura, ricordava ieri, scade naturalmente il 13 ottobre 2027. Di voto anticipato, dice, non se ne parla (lo stesso Salvini aveva rettificato la battuta sulla crisi economica che era stata male interpretata). Il messaggio vale per Palazzo Chigi, ma anche per via Bellerio: la Lega non vuole arrivare logorata alla partita finale.
Il ritiro di giugno serve a questo. Allegri direbbe che conta il risultato. Ma qui il punto non è vincere di corto muso. È evitare che la Lega perda, insieme, pezzi a destra e peso al Nord.
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Il segretario di Stato americano Marco Rubio (Ansa)
«La diplomazia rimane la nostra preferenza nei confronti di Cuba. A essere sincero, la probabilità che ciò accada, considerando con chi abbiamo a che fare in questo momento, non è elevata», ha anche detto. Parole, quelle di Rubio, che hanno innescato la reazione piccata del ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, il quale ha tacciato gli Stati Uniti di «istigare un’aggressione militare».
Del resto, che le fibrillazioni tra Washington e L’Avana stessero aumentando, non è una novità. Negli scorsi giorni, il Pentagono ha schierato la portaerei Nimitz nei Caraibi, mentre il Dipartimento di Giustizia americano ha formalmente incriminato l’ex presidente cubano, Raúl Castro, con l’accusa di aver ordinato l’abbattimento di due aerei civili nel 1996. L’intelligence statunitense ritiene inoltre che dal 2023 il regime castrista abbia acquistato 300 droni da Russia e Iran: materiale bellico che, secondo Washington, Cuba starebbe valutando di usare per colpire obiettivi statunitensi. Sempre negli scorsi giorni, i servizi segreti americani avrebbero anche studiato le possibili reazioni dell’Avana a un eventuale attacco militare da parte di Washington. Tutto questo, senza trascurare che giovedì l’Ice ha arrestato a Miami Adys Lastres Morera. Si tratta della sorella di Ania Guillermina Lastres Morera, che, in qualità di presidente esecutivo, è a capo di Gaesa: conglomerato di imprese in mano ai militari cubani, che è sotto sanzioni statunitensi.
La tensione è significativamente aumentata dopo che i negoziati tra Usa e Cuba sono finiti in stallo. Washington ha offerto aiuti umanitari e sostegno infrastrutturale a patto che il regime castrista allenti la repressione, liberi i prigionieri politici ed entri de facto nell’orbita geopolitica statunitense. Per convincere L’Avana ad accettare, la scorsa settimana si era recato sull’isola anche il direttore della Cia, John Ratcliffe, incontrando vari alti funzionari cubani. Ciononostante il processo diplomatico non si è realmente sbloccato: un fattore che ha irritato notevolmente la Casa Bianca. Mosca e Pechino, dal canto loro, hanno espresso solidarietà nei confronti del regime castrista. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni, non sembra che stiano offrendo chissà quale sostegno concreto all’Avana contro Washington, replicando un po’ un copione già visto ai tempi della cattura di Nicolás Maduro lo scorso gennaio.
Del resto, la strategia cubana di Trump si inserisce nella sua riedizione della Dottrina Monroe, volta a estromettere il più possibile Cina, Russia e Iran dall’Emisfero occidentale. Il presidente americano è, in un certo senso, invogliato ad agire proprio in considerazione del mancato sostegno concreto arrivato al regime di Maduro da Mosca e Pechino l’anno scorso. Ma attenzione: non c’è solo il tema geopolitico. La pressione su Cuba è finalizzata anche a mantenere il sostegno dell’elettorato anticastrista, di cui è ricco uno Stato cruciale come la Florida. Quella Florida di cui Rubio è stato senatore dal 2011 al 2025. Del resto, la questione non riguarda solo le Midterm di novembre. Non è infatti un mistero che Rubio sia considerato, insieme a JD Vance, uno dei possibili candidati alla nomination presidenziale repubblicana del 2028.
D’altronde, se il vicepresidente americano sta cercando di rafforzarsi nella gestione del processo diplomatico iraniano, il segretario di Stato si mantiene proattivo su due fronti: la promozione della Dottrina Monroe e la cura del dossier europeo. «Le opinioni del presidente, la delusione nei confronti di alcuni dei nostri alleati della Nato e della loro reazione alle nostre operazioni in Medio Oriente sono ben documentate», ha detto ieri, durante il vertice dei ministri degli Esteri della Nato a Helsingborg. Ha poi specificato che tali questioni dovranno essere «affrontate» nel corso del summit dell’Alleanza atlantica che si terrà a luglio ad Ankara. «È ovvio che gli Stati Uniti continuano ad avere impegni globali che devono onorare in termini di dispiegamento delle forze armate. E questo ci impone costantemente di riesaminare dove schieriamo le truppe», ha anche detto. Non dimentichiamo che, dopo aver annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania, Trump ha comunicato l’invio di altrettanti militari in Polonia, legando esplicitamente la decisione al suo stretto rapporto con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Questo testimonia la relazione articolata che vige tra il presidente americano e gli alleati della Nato. In tal senso, Trump si appoggia a Rubio perché si tratta della figura più focalizzata, all’interno della sua amministrazione, a mantenere in piedi le relazioni transatlantiche.
Insomma, il segretario di Stato (che in quanto consigliere per la sicurezza nazionale ad interim della Casa Bianca lavora a stretto contatto col presidente) sta gestendo due dossier - quello caraibico e quello europeo - di primo piano, tenendosi invece meno esposto rispetto alla spinosa questione iraniana, su cui lavora maggiormente Vance. È quindi chiaro come le principali partite geopolitiche che Washington si sta trovando ad affrontare vadano a intersecarsi con la campagna elettorale (ancora embrionale) del 2028.
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