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2019-02-21
Babbo Renzi e Massone, un legame di 15 anni tra giornali e bancarotte
Niccolò Celesti
Se l'inchiesta di Firenze fosse un libro fantasy, la storia dei coindagati Tiziano Renzi e Mariano Massone assomiglierebbe a quella di Frodo e Sam, i due amici hobbit protagonisti del Signore degli Anelli di John Ronald Reuel Tolkien. Mezz'uomini che corrono pericoli mortali e rischiose avventure nella Terra di Mezzo per trasportare l'Anello del Potere.
Renzi e Massone, lunedì scorso, sono stati arrestati e messi ai domiciliari nell'inchiesta sui fallimenti pilotati delle coop vampirizzate dalla Eventi 6 di babbo Tiziano e mamma Laura Bovoli, genitori dell'ex premier, per «massimizzare il proprio profitto personale», come ha scritto il gip Angela Fantechi nell'ordinanza di custodia cautelare. Ultima tappa di un percorso lungo 15 anni che entrambi hanno attraversato scorrazzando nella terra di mezzo degli affari opachi e dei crac societari.
Il loro rapporto d'affari nasce nel 2003 quando Tiziano distribuisce con la sua Chil Post a Genova Il Secolo XIX affidandosi a cooperative vicine o comunque controllate da Massone e dalla moglie, Giovanna Gambino. Il feeling tra i due è così forte che un anno dopo, nel 2004, Renzi senior decide di acquistare dai genitori di Mariano il 60 per cento delle quote della Mail Service (il 59 per cento è della mamma, Angela Ponte, e il restante 1 per cento del papà, Gianfranco) trasferendone la sede a Firenze. Tempo due anni, e Tiziano rivende il pacchetto, costatogli appena 6.000 euro, alla Ams real estate spa. Una società di cui sono titolari il napoletano Luigi Corcione e il catanese Francesco Richichi. Gente sempre del giro perché, da un controllo alla Camera di Commercio, emerge che sono entrambi residenti o domiciliati a indirizzi riconducibili a Massone, ad Alessandria. Nel 2011, la Mail Service fallisce con un buco di 38 milioni di euro.
Un anno prima, nel 2010, però le parti si sono invertite: è Tiziano Renzi a vendere al papà di Mariano Massone, Gianfranco, per appena 3.800 euro la sua Chil Post che ha iscritto in bilancio un debito di 700.000 euro con la Bcc di Pontassieve, e che viene lentamente svuotata degli appalti migliori, compreso un contratto da 500.000 euro della Tnt che passa a un'altra coop di fiducia di Tiziano, la Direkta di Mirko Provenzano, per il cui fallimento mamma Renzi rischia un nuovo processo a breve.
Gianfranco Massone non è però un imprenditore, non è un esperto di marketing editoriale e non è nemmeno un guru della pubblicità. Come il nostro giornale ha raccontato nei mesi scorsi, quando l'inchiesta di Firenze era ancora top secret, è un tranquillo pensionato con un passato da ufficiale marittimo che si è fidato (troppo) del figlio. «Dovrei andare a bastonare chi mi ha fatto questo scherzo», ha ripetuto a chi gli chiedeva dell'indagine in cui è stato coinvolto. Da ora, attenzione alle date. Renzi si libera della Chil Post tre anni prima che fallisca (febbraio 2013). Ai pm che lo mettono sott'inchiesta, spiega di aver interrotto tutti i rapporti con i Massone e di essere del tutto estraneo alla deriva finanziaria dell'azienda. «Chil promozioni (la futura Eventi 6, ndr), infatti, non ha successivamente intrattenuto rapporti con le società di Massone», scrive il pm genovese Marco Airoldi per motivare la richiesta di archiviazione a carico di Renzi senior. Dopo qualche tentennamento, il gip lo accontenta e autorizza anche il patteggiamento di Massone (26 mesi) e dell'allora amministratore della coop, Antonello Gabelli (20 mesi).
Ma davvero le strade di Massone e Renzi si sono separate dopo la vendita della Chil Post? Assolutamente no. Anzi. È vero il contrario. Dopo il fallimento della coop, Mariano si rifugia in un appartamentino a due passi da Tiziano. Che non solo lo accoglie, ma gli fa anche da garante con l'anziano proprietario dell'immobile. I due si rimettono al lavoro quasi subito e la prima operazione che cercano di concludere è la schermatura della Eventi 6. All'epoca Matteo Renzi è in procinto di andare a Palazzo Chigi, e convince il papà a vendere l'azienda di famiglia. Tiziano però preferisce cedere le quote della Eventi 6 alla srl Postitaly, fondata nel luglio 2013 e controllata proprio da Massone e dalla moglie, Giovanna Gambino. Un modo, evidente, per non farla allontanare troppo da casa. Per l'occasione, viene disposto un aumento di capitale di 140.000 euro raggranellato tra i nuovi soci (un architetto, un bancario, un dentista, un notaio torinese e un consulente di marketing) ma, alla fine, la «trasfusione» societaria non riesce. La Eventi 6 resta in capo a babbo Tiziano e mamma Laura e continua a inanellare appalti su appalti con Matteo alla guida del governo. Massone è rimasto però senza reddito, e ha bisogno di lavorare anche per affrontare le spese legali. L'unico a cui può chiedere aiuto è sempre Tiziano. Lo fa addirittura mentre è ancora in corso l'inchiesta di Genova (giugno 2016) rischiando di compromettere la strategia difensiva del suo coindagato e futuro archiviato. Il quale, incurante del rischio, gli propone di eseguire proprio con Postitaly alcuni controlli urgenti sulla distribuzione di volantini della Esselunga da parte di una ditta subappaltatrice della Eventi 6. Ma è poco più di un contentino. Sono mesi febbrili, quelli. Massone si sente «scaricato» e utilizza il processo di Genova come utile promemoria per rinsaldare i contatti con Tiziano che ai pm continua a dire di non avere più nulla a che fare con l'ex collaboratore. I due utilizzano una chat criptata di Telegram per parlare di affari e, in particolare, di un software brevettato da Massone in cerca di acquirenti.
Tiziano e Mariano, come i lettori della Verità ricorderanno, vengono anche fotografati insieme ad Alessandria mentre discutono animatamente. Risalgono a quel periodo (tra la fine del 2016 e gli inizi del 2017, in piena tempesta Consip) gli sms e le mail che il nostro giornale pubblicò in esclusiva. Messaggi di insofferenza e di rimostranze in cui Massone contestava a Renzi di essere l'unico del giro delle coop amiche di Rignano sull'Arno a non fare affari («Mi sento un coglione», scrive tranchant).
Mariano vuole rientrare dalla finestra dopo essere uscito dalla porta. E propone strade da battere per accalappiare qualche buon lavoro. Due in particolare, gli interessano. E le cita nelle mail scambiate con Tiziano: oltre a Mps e Unipol, si sofferma sull'uscita di Poste italiane dal settore della distribuzione delle lettere non indirizzate (la cosiddetta distribuzione massiva) e sul business di Pagine gialle. Quest'ultimo gestito dalla Eventi 6 e da altre aziende vicine. Quelle di Massone sono accuse a cui Tiziano si premura di rispondere senza esasperare i toni ma stando al contempo molto attento a non scrivere più di quanto necessario. Il motivo di questa cautela è semplice: ha paura che informazioni sensibili possano finire sul nostro giornale corredate - scrive - da ipotesi «amadoriali», parafrasando il cognome del cronista che più si occupa delle sue vicende.
Massone però non fa in tempo a riprendersi la scena: dopo aver scontato la condanna ai servizi sociali, ed essere tornato a vivere coi genitori, potendo contare su un lavoro in una piccola ditta dell'entroterra genovese, arriva l'arresto. «Non dee l'uomo, per maggiore amico, dimenticare li servigi ricevuti dal minore», scriveva un conterraneo di Tiziano Renzi. Dante Alighieri.
E Lady Leopolda incastra la famiglia «Mi chiesero di fare da prestanome»
Anche Lady Leopolda scarica i Renzi. E lo fa in Procura a Firenze, nell'inchiesta che ha privato della libertà babbo Tiziano e mamma Laura, ammettendo di aver partecipato alla costituzione di una delle coop a presunto fallimento pilotato, la Delivery service. Proprio lei che con la sua Dotmedia è stata una delle organizzatrici della kermesse renziana, oltre che ideatrice delle campagne elettorali di molti big del Partito democratico. Va a segno sulla mamma del Rottamatore: «È stata Laura Bovoli, conosciuta nell'ambito della mia attività di lavoro, ad avanzarmi la proposta di partecipare alla costituzione di una cooperativa che avrebbe potuto operare nel settore della distribuzione pubblicitaria».
D'altra parte Lady Leopolda è considerata un'esperta di personal reputation.
Moglie di Patrizio Donnini, già fondatore e socio di Dotmedia, il cui successo aziendale ha viaggiato sempre parallelo con quello di Renzi. Quando Matteo ha messo piede a Palazzo Vecchio, Dotmedia, che aveva curato la campagna fiorentina renziana, tra il 2009 al 2011 lavora per le società partecipate del Comune di Firenze. Poi è arrivata la Leopolda e Lilian è stata in prima linea.
Nessuno, quindi, avrebbe giudicato peregrina l'idea di tirarla in una coop che si sarebbe occupata di pubblicità. A maggior ragione se dietro quella coop ci sono i Renzi. E infatti Mammoliti afferma: «Poiché conosco il settore, operando con la Dotmedia, aderii alla proposta che mi fu fatta dalla Bovoli».
Il 12 marzo 2018, giorno in cui nella direzione del Pd Matteo Renzi rassegna le dimissioni da segretario, Lady Leopolda è davanti ai magistrati. Mentre nel partito, a Roma, si consuma la fine dell'era Renzi, a Firenze, in Procura, i magistrati annotano il nome della signora Mammoliti tra quelli dei prestanome dei Renzi, ossia tra quelle persone che si sono trovate ad aver costituito le coop senza conoscere gli altri soci.
Il copione ormai i magistrati fiorentini lo conoscono a memoria, per aver convocato tutti i soci dei Renzi. E infatti, anche Mammoliti, il cui verbale finisce nel faldone 7 dell'inchiesta, a pagina 727, spiega: «Prendo atto dei nominativi delle persone che risultano aver costituito insieme a me la cooperativa e dichiaro di non conoscerne nessuno». Ma almeno le attività della coop? La sede? Nulla. Mammoliti cade dal pero: «Non sono in grado di fornire alcuna ulteriore informazione sulla cooperativa». E dalla memoria aveva perfino cancellato il giorno della costituzione: «Non ricordo di essermi recata nello studio di un notaio, né di aver versato la somma di euro 50, come mi si dice che risulti dall'atto costitutivo».
E a lei è andata anche bene. C'è chi si è trovato amministratore a un passo dal fallimento. Salvatore Micari è una vecchia conoscenza della Verità. In una intervista pubblicata il 16 novembre 2017, l'uomo che ora vive nella periferia di Milano facendo il lavapiatti per sbarcare il lunario, raccontò di non aver mai preso un euro, né di aver guidato la ditta o parlato con i parenti dell'ex premier.
Concetti che ha ribadito qualche mese fa ai magistrati. Le sue parole, riassunte dal gip, sono finite nell'ordinanza di arresto ai domiciliari per i genitori del Rottamatore: «Ha riferito di essere stato contattato per svolgere l'attività di amministratore e che, volendo intraprendere una nuova attività produttiva perché il bar che fino a quel momento aveva gestito a Milano era in difficoltà finanziaria, aveva acconsentito». Il ruolo nella coop dei Renzi, però, non gli ha riempito il portafogli ed è servito, sostiene l'accusa, solo in sede di procedura fallimentare.
Continua a leggereRiduci
I due, accusati di fallimenti pilotati, hanno un lungo pregresso di affari nella distribuzione. Culminati con un litigio quando Matteo era premier.E Lady Leopolda incastra la famiglia: «Mi chiesero di fare da prestanome». L'ex «regista» delle kermesse renziane: «Non conoscevo gli altri soci della coop».Lo speciale comprende due articoli. Se l'inchiesta di Firenze fosse un libro fantasy, la storia dei coindagati Tiziano Renzi e Mariano Massone assomiglierebbe a quella di Frodo e Sam, i due amici hobbit protagonisti del Signore degli Anelli di John Ronald Reuel Tolkien. Mezz'uomini che corrono pericoli mortali e rischiose avventure nella Terra di Mezzo per trasportare l'Anello del Potere.Renzi e Massone, lunedì scorso, sono stati arrestati e messi ai domiciliari nell'inchiesta sui fallimenti pilotati delle coop vampirizzate dalla Eventi 6 di babbo Tiziano e mamma Laura Bovoli, genitori dell'ex premier, per «massimizzare il proprio profitto personale», come ha scritto il gip Angela Fantechi nell'ordinanza di custodia cautelare. Ultima tappa di un percorso lungo 15 anni che entrambi hanno attraversato scorrazzando nella terra di mezzo degli affari opachi e dei crac societari.Il loro rapporto d'affari nasce nel 2003 quando Tiziano distribuisce con la sua Chil Post a Genova Il Secolo XIX affidandosi a cooperative vicine o comunque controllate da Massone e dalla moglie, Giovanna Gambino. Il feeling tra i due è così forte che un anno dopo, nel 2004, Renzi senior decide di acquistare dai genitori di Mariano il 60 per cento delle quote della Mail Service (il 59 per cento è della mamma, Angela Ponte, e il restante 1 per cento del papà, Gianfranco) trasferendone la sede a Firenze. Tempo due anni, e Tiziano rivende il pacchetto, costatogli appena 6.000 euro, alla Ams real estate spa. Una società di cui sono titolari il napoletano Luigi Corcione e il catanese Francesco Richichi. Gente sempre del giro perché, da un controllo alla Camera di Commercio, emerge che sono entrambi residenti o domiciliati a indirizzi riconducibili a Massone, ad Alessandria. Nel 2011, la Mail Service fallisce con un buco di 38 milioni di euro. Un anno prima, nel 2010, però le parti si sono invertite: è Tiziano Renzi a vendere al papà di Mariano Massone, Gianfranco, per appena 3.800 euro la sua Chil Post che ha iscritto in bilancio un debito di 700.000 euro con la Bcc di Pontassieve, e che viene lentamente svuotata degli appalti migliori, compreso un contratto da 500.000 euro della Tnt che passa a un'altra coop di fiducia di Tiziano, la Direkta di Mirko Provenzano, per il cui fallimento mamma Renzi rischia un nuovo processo a breve.Gianfranco Massone non è però un imprenditore, non è un esperto di marketing editoriale e non è nemmeno un guru della pubblicità. Come il nostro giornale ha raccontato nei mesi scorsi, quando l'inchiesta di Firenze era ancora top secret, è un tranquillo pensionato con un passato da ufficiale marittimo che si è fidato (troppo) del figlio. «Dovrei andare a bastonare chi mi ha fatto questo scherzo», ha ripetuto a chi gli chiedeva dell'indagine in cui è stato coinvolto. Da ora, attenzione alle date. Renzi si libera della Chil Post tre anni prima che fallisca (febbraio 2013). Ai pm che lo mettono sott'inchiesta, spiega di aver interrotto tutti i rapporti con i Massone e di essere del tutto estraneo alla deriva finanziaria dell'azienda. «Chil promozioni (la futura Eventi 6, ndr), infatti, non ha successivamente intrattenuto rapporti con le società di Massone», scrive il pm genovese Marco Airoldi per motivare la richiesta di archiviazione a carico di Renzi senior. Dopo qualche tentennamento, il gip lo accontenta e autorizza anche il patteggiamento di Massone (26 mesi) e dell'allora amministratore della coop, Antonello Gabelli (20 mesi). Ma davvero le strade di Massone e Renzi si sono separate dopo la vendita della Chil Post? Assolutamente no. Anzi. È vero il contrario. Dopo il fallimento della coop, Mariano si rifugia in un appartamentino a due passi da Tiziano. Che non solo lo accoglie, ma gli fa anche da garante con l'anziano proprietario dell'immobile. I due si rimettono al lavoro quasi subito e la prima operazione che cercano di concludere è la schermatura della Eventi 6. All'epoca Matteo Renzi è in procinto di andare a Palazzo Chigi, e convince il papà a vendere l'azienda di famiglia. Tiziano però preferisce cedere le quote della Eventi 6 alla srl Postitaly, fondata nel luglio 2013 e controllata proprio da Massone e dalla moglie, Giovanna Gambino. Un modo, evidente, per non farla allontanare troppo da casa. Per l'occasione, viene disposto un aumento di capitale di 140.000 euro raggranellato tra i nuovi soci (un architetto, un bancario, un dentista, un notaio torinese e un consulente di marketing) ma, alla fine, la «trasfusione» societaria non riesce. La Eventi 6 resta in capo a babbo Tiziano e mamma Laura e continua a inanellare appalti su appalti con Matteo alla guida del governo. Massone è rimasto però senza reddito, e ha bisogno di lavorare anche per affrontare le spese legali. L'unico a cui può chiedere aiuto è sempre Tiziano. Lo fa addirittura mentre è ancora in corso l'inchiesta di Genova (giugno 2016) rischiando di compromettere la strategia difensiva del suo coindagato e futuro archiviato. Il quale, incurante del rischio, gli propone di eseguire proprio con Postitaly alcuni controlli urgenti sulla distribuzione di volantini della Esselunga da parte di una ditta subappaltatrice della Eventi 6. Ma è poco più di un contentino. Sono mesi febbrili, quelli. Massone si sente «scaricato» e utilizza il processo di Genova come utile promemoria per rinsaldare i contatti con Tiziano che ai pm continua a dire di non avere più nulla a che fare con l'ex collaboratore. I due utilizzano una chat criptata di Telegram per parlare di affari e, in particolare, di un software brevettato da Massone in cerca di acquirenti. Tiziano e Mariano, come i lettori della Verità ricorderanno, vengono anche fotografati insieme ad Alessandria mentre discutono animatamente. Risalgono a quel periodo (tra la fine del 2016 e gli inizi del 2017, in piena tempesta Consip) gli sms e le mail che il nostro giornale pubblicò in esclusiva. Messaggi di insofferenza e di rimostranze in cui Massone contestava a Renzi di essere l'unico del giro delle coop amiche di Rignano sull'Arno a non fare affari («Mi sento un coglione», scrive tranchant). Mariano vuole rientrare dalla finestra dopo essere uscito dalla porta. E propone strade da battere per accalappiare qualche buon lavoro. Due in particolare, gli interessano. E le cita nelle mail scambiate con Tiziano: oltre a Mps e Unipol, si sofferma sull'uscita di Poste italiane dal settore della distribuzione delle lettere non indirizzate (la cosiddetta distribuzione massiva) e sul business di Pagine gialle. Quest'ultimo gestito dalla Eventi 6 e da altre aziende vicine. Quelle di Massone sono accuse a cui Tiziano si premura di rispondere senza esasperare i toni ma stando al contempo molto attento a non scrivere più di quanto necessario. Il motivo di questa cautela è semplice: ha paura che informazioni sensibili possano finire sul nostro giornale corredate - scrive - da ipotesi «amadoriali», parafrasando il cognome del cronista che più si occupa delle sue vicende.Massone però non fa in tempo a riprendersi la scena: dopo aver scontato la condanna ai servizi sociali, ed essere tornato a vivere coi genitori, potendo contare su un lavoro in una piccola ditta dell'entroterra genovese, arriva l'arresto. «Non dee l'uomo, per maggiore amico, dimenticare li servigi ricevuti dal minore», scriveva un conterraneo di Tiziano Renzi. 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Va a segno sulla mamma del Rottamatore: «È stata Laura Bovoli, conosciuta nell'ambito della mia attività di lavoro, ad avanzarmi la proposta di partecipare alla costituzione di una cooperativa che avrebbe potuto operare nel settore della distribuzione pubblicitaria». D'altra parte Lady Leopolda è considerata un'esperta di personal reputation. Moglie di Patrizio Donnini, già fondatore e socio di Dotmedia, il cui successo aziendale ha viaggiato sempre parallelo con quello di Renzi. Quando Matteo ha messo piede a Palazzo Vecchio, Dotmedia, che aveva curato la campagna fiorentina renziana, tra il 2009 al 2011 lavora per le società partecipate del Comune di Firenze. Poi è arrivata la Leopolda e Lilian è stata in prima linea. Nessuno, quindi, avrebbe giudicato peregrina l'idea di tirarla in una coop che si sarebbe occupata di pubblicità. A maggior ragione se dietro quella coop ci sono i Renzi. E infatti Mammoliti afferma: «Poiché conosco il settore, operando con la Dotmedia, aderii alla proposta che mi fu fatta dalla Bovoli». Il 12 marzo 2018, giorno in cui nella direzione del Pd Matteo Renzi rassegna le dimissioni da segretario, Lady Leopolda è davanti ai magistrati. Mentre nel partito, a Roma, si consuma la fine dell'era Renzi, a Firenze, in Procura, i magistrati annotano il nome della signora Mammoliti tra quelli dei prestanome dei Renzi, ossia tra quelle persone che si sono trovate ad aver costituito le coop senza conoscere gli altri soci. Il copione ormai i magistrati fiorentini lo conoscono a memoria, per aver convocato tutti i soci dei Renzi. E infatti, anche Mammoliti, il cui verbale finisce nel faldone 7 dell'inchiesta, a pagina 727, spiega: «Prendo atto dei nominativi delle persone che risultano aver costituito insieme a me la cooperativa e dichiaro di non conoscerne nessuno». Ma almeno le attività della coop? La sede? Nulla. Mammoliti cade dal pero: «Non sono in grado di fornire alcuna ulteriore informazione sulla cooperativa». E dalla memoria aveva perfino cancellato il giorno della costituzione: «Non ricordo di essermi recata nello studio di un notaio, né di aver versato la somma di euro 50, come mi si dice che risulti dall'atto costitutivo». E a lei è andata anche bene. C'è chi si è trovato amministratore a un passo dal fallimento. Salvatore Micari è una vecchia conoscenza della Verità. In una intervista pubblicata il 16 novembre 2017, l'uomo che ora vive nella periferia di Milano facendo il lavapiatti per sbarcare il lunario, raccontò di non aver mai preso un euro, né di aver guidato la ditta o parlato con i parenti dell'ex premier. Concetti che ha ribadito qualche mese fa ai magistrati. Le sue parole, riassunte dal gip, sono finite nell'ordinanza di arresto ai domiciliari per i genitori del Rottamatore: «Ha riferito di essere stato contattato per svolgere l'attività di amministratore e che, volendo intraprendere una nuova attività produttiva perché il bar che fino a quel momento aveva gestito a Milano era in difficoltà finanziaria, aveva acconsentito». Il ruolo nella coop dei Renzi, però, non gli ha riempito il portafogli ed è servito, sostiene l'accusa, solo in sede di procedura fallimentare.
Ansa
I nerazzurri completano la doppietta nazionale dopo lo Scudetto e conquistano la decima Coppa Italia della loro storia. All’Olimpico, contro la Lazio di Sarri, decisivi l’autogol di Marusic e il sigillo di Lautaro Martinez nel primo tempo. Chivu: «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia».
L’Inter chiude la stagione italiana con il secondo trofeo in bacheca. Dopo lo Scudetto, arriva anche la Coppa Italia: 2-0 alla Lazio nella finale dell’Olimpico e decimo successo nella competizione per i nerazzurri, che continuano così il proprio ciclo vincente. Per Cristian Chivu, arrivato in estate tra dubbi e inevitabili paragoni con il recente passato, il primo anno sulla panchina interista si chiude con una doppietta che pochi avrebbero pronosticato dodici mesi fa.
La finale è durata poco più di mezz’ora. L’Inter ha indirizzato la partita sfruttando due errori pesanti della Lazio e poi ha gestito senza particolari affanni. Il vantaggio è arrivato al 14’: corner di Dimarco, Thuram prolunga e Marusic, nel tentativo di anticipare tutti, devia nella propria porta. Un episodio che ha cambiato subito l’inerzia della gara e messo la squadra di Sarri nella condizione peggiore possibile, considerando quanto dichiarato dal tecnico biancoceleste al termine della partita in merito al fatto che aveva preparato una partita più lunga, con l'obiettivo di portarla ai tempi supplementari. Dopo lo svantaggio la Lazio ha provato a rimanere dentro la partita, ma ha faticato a costruire gioco e soprattutto perso troppi palloni in uscita. Ed è proprio da una disattenzione che è nato il raddoppio interista. Al 35’ Tavares si fa soffiare il pallone da Dumfries, che entra in area e serve Lautaro Martinez: il capitano deve soltanto spingere in rete il 2-0. Per l’argentino è il ventitreesimo gol stagionale, l’ennesimo sigillo in una finale. La squadra di Chivu non ha offerto una prestazione spettacolare, ma ha dato sempre la sensazione di avere il controllo della gara. Pressione alta, ritmi spezzati quando necessario e pochissimi rischi concessi alla Lazio. I biancocelesti hanno costruito poco: le occasioni migliori sono arrivate nella ripresa con un tiro insidioso di Noslin di poco a lato e una conclusione ravvicinata di Dia, salvata con il volto da Josep Martinez. Troppo poco per riaprire davvero la partita. Nel finale è cresciuto solo il nervosismo, culminato in un parapiglia dopo un duro intervento di Pedro su Dimarco.
Per l’Inter è una vittoria netta, costruita con organizzazione e solidità. Dopo la pesante delusione europea della passata stagione con la finale persa 5-0 a Monaco contro il Paris Saint-Germain, e la scottante eliminazione di quest'anno agli ottavi contro il Bodo/Glimt, il club nerazzurro ha ritrovato immediatamente equilibrio e continuità. E Chivu, alla sua prima esperienza ad altissimo livello, ha saputo tenere compatto un gruppo che conosce bene e che ha continuato a garantire rendimento anche dopo i cambiamenti estivi. «L’Inter ha vinto due trofei quest’anno, ce li siamo meritati», ha detto il tecnico romeno dopo la partita. «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia. Siamo felici per quello che abbiamo superato, per i tifosi e per la società». Chivu ha poi sottolineato il lavoro mentale fatto a inizio stagione: «Prima del Mondiale per Club mentalmente non stavano bene, ho cercato di stare vicino agli uomini oltre che ai calciatori». Soddisfatto anche Lautaro Martinez: «Non era semplice ripartire dopo l’anno scorso. Abbiamo fatto una stagione importante a livello di gioco, risultati e prestazioni». Il capitano ha poi difeso il gruppo dalle critiche ricevute durante l’anno: «Si parla sempre dell’Inter, ma noi dobbiamo continuare sulla nostra strada». Dall’altra parte resta la delusione della Lazio, che vede sfumare l’ultimo obiettivo stagionale. Maurizio Sarri, squalificato e assente in panchina, non cerca alibi tecnici: «Abbiamo fatto tutto da soli, gli abbiamo regalato due gol». Poi però il tecnico biancoceleste si scaglia contro la gestione del calendario e il possibile derby di campionato programmato a ridosso degli Internazionali di tennis: «Se fossi il presidente non presenterei nemmeno la squadra. Gli errori clamorosi li ha fatti la Lega Serie A».
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Luciano Darderi festeggia dopo aver vinto contro Rafael Jódar durante il quarto di finale degli Internazionali Bnl d'Italia 2026 al Foro Italico (Getty Images)
Cosa c’è di meglio di una vittoria in rimonta, quando tutti ti davano per spacciato, contro il numero 3 del mondo agli ottavi di un Masters 1000 di casa? Probabilmente solo ripetersi il giorno dopo, nei quarti, in una notte lunga e complicata, superando il nuovo talento spagnolo Rafael Jódar e conquistando la semifinale degli Internazionali d’Italia. Luciano Darderi, 24 anni, continua a spingersi oltre i propri limiti e tiene vivo il sogno di una possibile finale tutta azzurra sulla terra di Roma.
La notte del Foro Italico consegna al ragazzo italo-argentino la prima semifinale in carriera in un Masters 1000. Un traguardo che arriva al termine di una partita lunga, sporca, spezzata da interruzioni e ribaltamenti continui, chiusa dopo oltre tre ore contro il baby fenomeno spagnolo con il punteggio di 7-6, 5-7, 6-0. Un match iniziato in ritardo per la pioggia e poi ulteriormente complicato da un episodio singolare: la sospensione temporanea dovuta al fumo proveniente dai festeggiamenti allo Stadio Olimpico per la finale di Coppa Italia vinta dall'Inter, che ha reso l’aria irrespirabile e mandato in tilt alcune componenti del sistema elettronico di chiamata.
Dentro questa cornice anomala, Darderi ha dovuto prima reggere l’urto mentale e poi trovare le energie per venire fuori alla distanza. Il primo set si è deciso al tie-break, dopo una fase iniziale equilibrata e con continui cambi di inerzia. L’azzurro era anche andato avanti di un break, poi recuperato dallo spagnolo. Nel gioco decisivo, Darderi ha rimontato uno svantaggio importante, ribaltando il 2-5 fino al 7-5 finale. Nel secondo set l’andamento si è capovolto. Darderi ha avuto anche due palle match, ma non è riuscito a chiudere. Jódar ne ha approfittato, ha alzato il livello negli scambi lunghi e ha portato a casa il parziale 7-5, rimettendo tutto in equilibrio. La risposta dell’italiano, però, è stata netta. Nel terzo set non c’è stata partita: break immediato, pressione costante e Jódar progressivamente scarico, anche fisicamente. Il 6-0 finale fotografa una frazione in cui Darderi ha preso completamente il controllo, spinto anche da un Centrale rimasto fino a notte fonda.
Il dato più rilevante è la gestione dei momenti chiave. Dopo aver eliminato Alexander Zverev agli ottavi in rimonta, Darderi si è ripetuto contro un avversario diverso per caratteristiche ma altrettanto pericoloso, confermando una crescita anche sul piano della tenuta mentale nei passaggi decisivi. Con questo risultato, l’azzurro entra per la prima volta tra i migliori quattro di un Masters 1000 e diventa uno degli otto italiani dell’era Open a raggiungere la semifinale a Roma. Ora lo attende Casper Ruud, in una sfida che definirà il lato alto del tabellone. Dall’altra parte, infatti, continua a prendere forma il sogno di una finale tutta italiana che coinvolge anche Jannik Sinner, ancora in corsa nella parte opposta del draw e in campo oggi alle 13 contro Andrej Rublev. Ma per Darderi, per ora, il discorso resta più immediato: una semifinale conquistata nel modo più logorante possibile, in una notte in cui Roma ha chiesto tutto e lui ha risposto fino all’ultimo punto. Con tanto di dedica scritta con il pennarello sulla lente della telecamera: «Roma ti amo».
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Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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