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2019-02-21
Babbo Renzi e Massone, un legame di 15 anni tra giornali e bancarotte
Niccolò Celesti
Se l'inchiesta di Firenze fosse un libro fantasy, la storia dei coindagati Tiziano Renzi e Mariano Massone assomiglierebbe a quella di Frodo e Sam, i due amici hobbit protagonisti del Signore degli Anelli di John Ronald Reuel Tolkien. Mezz'uomini che corrono pericoli mortali e rischiose avventure nella Terra di Mezzo per trasportare l'Anello del Potere.
Renzi e Massone, lunedì scorso, sono stati arrestati e messi ai domiciliari nell'inchiesta sui fallimenti pilotati delle coop vampirizzate dalla Eventi 6 di babbo Tiziano e mamma Laura Bovoli, genitori dell'ex premier, per «massimizzare il proprio profitto personale», come ha scritto il gip Angela Fantechi nell'ordinanza di custodia cautelare. Ultima tappa di un percorso lungo 15 anni che entrambi hanno attraversato scorrazzando nella terra di mezzo degli affari opachi e dei crac societari.
Il loro rapporto d'affari nasce nel 2003 quando Tiziano distribuisce con la sua Chil Post a Genova Il Secolo XIX affidandosi a cooperative vicine o comunque controllate da Massone e dalla moglie, Giovanna Gambino. Il feeling tra i due è così forte che un anno dopo, nel 2004, Renzi senior decide di acquistare dai genitori di Mariano il 60 per cento delle quote della Mail Service (il 59 per cento è della mamma, Angela Ponte, e il restante 1 per cento del papà, Gianfranco) trasferendone la sede a Firenze. Tempo due anni, e Tiziano rivende il pacchetto, costatogli appena 6.000 euro, alla Ams real estate spa. Una società di cui sono titolari il napoletano Luigi Corcione e il catanese Francesco Richichi. Gente sempre del giro perché, da un controllo alla Camera di Commercio, emerge che sono entrambi residenti o domiciliati a indirizzi riconducibili a Massone, ad Alessandria. Nel 2011, la Mail Service fallisce con un buco di 38 milioni di euro.
Un anno prima, nel 2010, però le parti si sono invertite: è Tiziano Renzi a vendere al papà di Mariano Massone, Gianfranco, per appena 3.800 euro la sua Chil Post che ha iscritto in bilancio un debito di 700.000 euro con la Bcc di Pontassieve, e che viene lentamente svuotata degli appalti migliori, compreso un contratto da 500.000 euro della Tnt che passa a un'altra coop di fiducia di Tiziano, la Direkta di Mirko Provenzano, per il cui fallimento mamma Renzi rischia un nuovo processo a breve.
Gianfranco Massone non è però un imprenditore, non è un esperto di marketing editoriale e non è nemmeno un guru della pubblicità. Come il nostro giornale ha raccontato nei mesi scorsi, quando l'inchiesta di Firenze era ancora top secret, è un tranquillo pensionato con un passato da ufficiale marittimo che si è fidato (troppo) del figlio. «Dovrei andare a bastonare chi mi ha fatto questo scherzo», ha ripetuto a chi gli chiedeva dell'indagine in cui è stato coinvolto. Da ora, attenzione alle date. Renzi si libera della Chil Post tre anni prima che fallisca (febbraio 2013). Ai pm che lo mettono sott'inchiesta, spiega di aver interrotto tutti i rapporti con i Massone e di essere del tutto estraneo alla deriva finanziaria dell'azienda. «Chil promozioni (la futura Eventi 6, ndr), infatti, non ha successivamente intrattenuto rapporti con le società di Massone», scrive il pm genovese Marco Airoldi per motivare la richiesta di archiviazione a carico di Renzi senior. Dopo qualche tentennamento, il gip lo accontenta e autorizza anche il patteggiamento di Massone (26 mesi) e dell'allora amministratore della coop, Antonello Gabelli (20 mesi).
Ma davvero le strade di Massone e Renzi si sono separate dopo la vendita della Chil Post? Assolutamente no. Anzi. È vero il contrario. Dopo il fallimento della coop, Mariano si rifugia in un appartamentino a due passi da Tiziano. Che non solo lo accoglie, ma gli fa anche da garante con l'anziano proprietario dell'immobile. I due si rimettono al lavoro quasi subito e la prima operazione che cercano di concludere è la schermatura della Eventi 6. All'epoca Matteo Renzi è in procinto di andare a Palazzo Chigi, e convince il papà a vendere l'azienda di famiglia. Tiziano però preferisce cedere le quote della Eventi 6 alla srl Postitaly, fondata nel luglio 2013 e controllata proprio da Massone e dalla moglie, Giovanna Gambino. Un modo, evidente, per non farla allontanare troppo da casa. Per l'occasione, viene disposto un aumento di capitale di 140.000 euro raggranellato tra i nuovi soci (un architetto, un bancario, un dentista, un notaio torinese e un consulente di marketing) ma, alla fine, la «trasfusione» societaria non riesce. La Eventi 6 resta in capo a babbo Tiziano e mamma Laura e continua a inanellare appalti su appalti con Matteo alla guida del governo. Massone è rimasto però senza reddito, e ha bisogno di lavorare anche per affrontare le spese legali. L'unico a cui può chiedere aiuto è sempre Tiziano. Lo fa addirittura mentre è ancora in corso l'inchiesta di Genova (giugno 2016) rischiando di compromettere la strategia difensiva del suo coindagato e futuro archiviato. Il quale, incurante del rischio, gli propone di eseguire proprio con Postitaly alcuni controlli urgenti sulla distribuzione di volantini della Esselunga da parte di una ditta subappaltatrice della Eventi 6. Ma è poco più di un contentino. Sono mesi febbrili, quelli. Massone si sente «scaricato» e utilizza il processo di Genova come utile promemoria per rinsaldare i contatti con Tiziano che ai pm continua a dire di non avere più nulla a che fare con l'ex collaboratore. I due utilizzano una chat criptata di Telegram per parlare di affari e, in particolare, di un software brevettato da Massone in cerca di acquirenti.
Tiziano e Mariano, come i lettori della Verità ricorderanno, vengono anche fotografati insieme ad Alessandria mentre discutono animatamente. Risalgono a quel periodo (tra la fine del 2016 e gli inizi del 2017, in piena tempesta Consip) gli sms e le mail che il nostro giornale pubblicò in esclusiva. Messaggi di insofferenza e di rimostranze in cui Massone contestava a Renzi di essere l'unico del giro delle coop amiche di Rignano sull'Arno a non fare affari («Mi sento un coglione», scrive tranchant).
Mariano vuole rientrare dalla finestra dopo essere uscito dalla porta. E propone strade da battere per accalappiare qualche buon lavoro. Due in particolare, gli interessano. E le cita nelle mail scambiate con Tiziano: oltre a Mps e Unipol, si sofferma sull'uscita di Poste italiane dal settore della distribuzione delle lettere non indirizzate (la cosiddetta distribuzione massiva) e sul business di Pagine gialle. Quest'ultimo gestito dalla Eventi 6 e da altre aziende vicine. Quelle di Massone sono accuse a cui Tiziano si premura di rispondere senza esasperare i toni ma stando al contempo molto attento a non scrivere più di quanto necessario. Il motivo di questa cautela è semplice: ha paura che informazioni sensibili possano finire sul nostro giornale corredate - scrive - da ipotesi «amadoriali», parafrasando il cognome del cronista che più si occupa delle sue vicende.
Massone però non fa in tempo a riprendersi la scena: dopo aver scontato la condanna ai servizi sociali, ed essere tornato a vivere coi genitori, potendo contare su un lavoro in una piccola ditta dell'entroterra genovese, arriva l'arresto. «Non dee l'uomo, per maggiore amico, dimenticare li servigi ricevuti dal minore», scriveva un conterraneo di Tiziano Renzi. Dante Alighieri.
E Lady Leopolda incastra la famiglia «Mi chiesero di fare da prestanome»
Anche Lady Leopolda scarica i Renzi. E lo fa in Procura a Firenze, nell'inchiesta che ha privato della libertà babbo Tiziano e mamma Laura, ammettendo di aver partecipato alla costituzione di una delle coop a presunto fallimento pilotato, la Delivery service. Proprio lei che con la sua Dotmedia è stata una delle organizzatrici della kermesse renziana, oltre che ideatrice delle campagne elettorali di molti big del Partito democratico. Va a segno sulla mamma del Rottamatore: «È stata Laura Bovoli, conosciuta nell'ambito della mia attività di lavoro, ad avanzarmi la proposta di partecipare alla costituzione di una cooperativa che avrebbe potuto operare nel settore della distribuzione pubblicitaria».
D'altra parte Lady Leopolda è considerata un'esperta di personal reputation.
Moglie di Patrizio Donnini, già fondatore e socio di Dotmedia, il cui successo aziendale ha viaggiato sempre parallelo con quello di Renzi. Quando Matteo ha messo piede a Palazzo Vecchio, Dotmedia, che aveva curato la campagna fiorentina renziana, tra il 2009 al 2011 lavora per le società partecipate del Comune di Firenze. Poi è arrivata la Leopolda e Lilian è stata in prima linea.
Nessuno, quindi, avrebbe giudicato peregrina l'idea di tirarla in una coop che si sarebbe occupata di pubblicità. A maggior ragione se dietro quella coop ci sono i Renzi. E infatti Mammoliti afferma: «Poiché conosco il settore, operando con la Dotmedia, aderii alla proposta che mi fu fatta dalla Bovoli».
Il 12 marzo 2018, giorno in cui nella direzione del Pd Matteo Renzi rassegna le dimissioni da segretario, Lady Leopolda è davanti ai magistrati. Mentre nel partito, a Roma, si consuma la fine dell'era Renzi, a Firenze, in Procura, i magistrati annotano il nome della signora Mammoliti tra quelli dei prestanome dei Renzi, ossia tra quelle persone che si sono trovate ad aver costituito le coop senza conoscere gli altri soci.
Il copione ormai i magistrati fiorentini lo conoscono a memoria, per aver convocato tutti i soci dei Renzi. E infatti, anche Mammoliti, il cui verbale finisce nel faldone 7 dell'inchiesta, a pagina 727, spiega: «Prendo atto dei nominativi delle persone che risultano aver costituito insieme a me la cooperativa e dichiaro di non conoscerne nessuno». Ma almeno le attività della coop? La sede? Nulla. Mammoliti cade dal pero: «Non sono in grado di fornire alcuna ulteriore informazione sulla cooperativa». E dalla memoria aveva perfino cancellato il giorno della costituzione: «Non ricordo di essermi recata nello studio di un notaio, né di aver versato la somma di euro 50, come mi si dice che risulti dall'atto costitutivo».
E a lei è andata anche bene. C'è chi si è trovato amministratore a un passo dal fallimento. Salvatore Micari è una vecchia conoscenza della Verità. In una intervista pubblicata il 16 novembre 2017, l'uomo che ora vive nella periferia di Milano facendo il lavapiatti per sbarcare il lunario, raccontò di non aver mai preso un euro, né di aver guidato la ditta o parlato con i parenti dell'ex premier.
Concetti che ha ribadito qualche mese fa ai magistrati. Le sue parole, riassunte dal gip, sono finite nell'ordinanza di arresto ai domiciliari per i genitori del Rottamatore: «Ha riferito di essere stato contattato per svolgere l'attività di amministratore e che, volendo intraprendere una nuova attività produttiva perché il bar che fino a quel momento aveva gestito a Milano era in difficoltà finanziaria, aveva acconsentito». Il ruolo nella coop dei Renzi, però, non gli ha riempito il portafogli ed è servito, sostiene l'accusa, solo in sede di procedura fallimentare.
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I due, accusati di fallimenti pilotati, hanno un lungo pregresso di affari nella distribuzione. Culminati con un litigio quando Matteo era premier.E Lady Leopolda incastra la famiglia: «Mi chiesero di fare da prestanome». L'ex «regista» delle kermesse renziane: «Non conoscevo gli altri soci della coop».Lo speciale comprende due articoli. Se l'inchiesta di Firenze fosse un libro fantasy, la storia dei coindagati Tiziano Renzi e Mariano Massone assomiglierebbe a quella di Frodo e Sam, i due amici hobbit protagonisti del Signore degli Anelli di John Ronald Reuel Tolkien. Mezz'uomini che corrono pericoli mortali e rischiose avventure nella Terra di Mezzo per trasportare l'Anello del Potere.Renzi e Massone, lunedì scorso, sono stati arrestati e messi ai domiciliari nell'inchiesta sui fallimenti pilotati delle coop vampirizzate dalla Eventi 6 di babbo Tiziano e mamma Laura Bovoli, genitori dell'ex premier, per «massimizzare il proprio profitto personale», come ha scritto il gip Angela Fantechi nell'ordinanza di custodia cautelare. Ultima tappa di un percorso lungo 15 anni che entrambi hanno attraversato scorrazzando nella terra di mezzo degli affari opachi e dei crac societari.Il loro rapporto d'affari nasce nel 2003 quando Tiziano distribuisce con la sua Chil Post a Genova Il Secolo XIX affidandosi a cooperative vicine o comunque controllate da Massone e dalla moglie, Giovanna Gambino. Il feeling tra i due è così forte che un anno dopo, nel 2004, Renzi senior decide di acquistare dai genitori di Mariano il 60 per cento delle quote della Mail Service (il 59 per cento è della mamma, Angela Ponte, e il restante 1 per cento del papà, Gianfranco) trasferendone la sede a Firenze. Tempo due anni, e Tiziano rivende il pacchetto, costatogli appena 6.000 euro, alla Ams real estate spa. Una società di cui sono titolari il napoletano Luigi Corcione e il catanese Francesco Richichi. Gente sempre del giro perché, da un controllo alla Camera di Commercio, emerge che sono entrambi residenti o domiciliati a indirizzi riconducibili a Massone, ad Alessandria. Nel 2011, la Mail Service fallisce con un buco di 38 milioni di euro. Un anno prima, nel 2010, però le parti si sono invertite: è Tiziano Renzi a vendere al papà di Mariano Massone, Gianfranco, per appena 3.800 euro la sua Chil Post che ha iscritto in bilancio un debito di 700.000 euro con la Bcc di Pontassieve, e che viene lentamente svuotata degli appalti migliori, compreso un contratto da 500.000 euro della Tnt che passa a un'altra coop di fiducia di Tiziano, la Direkta di Mirko Provenzano, per il cui fallimento mamma Renzi rischia un nuovo processo a breve.Gianfranco Massone non è però un imprenditore, non è un esperto di marketing editoriale e non è nemmeno un guru della pubblicità. Come il nostro giornale ha raccontato nei mesi scorsi, quando l'inchiesta di Firenze era ancora top secret, è un tranquillo pensionato con un passato da ufficiale marittimo che si è fidato (troppo) del figlio. «Dovrei andare a bastonare chi mi ha fatto questo scherzo», ha ripetuto a chi gli chiedeva dell'indagine in cui è stato coinvolto. Da ora, attenzione alle date. Renzi si libera della Chil Post tre anni prima che fallisca (febbraio 2013). Ai pm che lo mettono sott'inchiesta, spiega di aver interrotto tutti i rapporti con i Massone e di essere del tutto estraneo alla deriva finanziaria dell'azienda. «Chil promozioni (la futura Eventi 6, ndr), infatti, non ha successivamente intrattenuto rapporti con le società di Massone», scrive il pm genovese Marco Airoldi per motivare la richiesta di archiviazione a carico di Renzi senior. Dopo qualche tentennamento, il gip lo accontenta e autorizza anche il patteggiamento di Massone (26 mesi) e dell'allora amministratore della coop, Antonello Gabelli (20 mesi). Ma davvero le strade di Massone e Renzi si sono separate dopo la vendita della Chil Post? Assolutamente no. Anzi. È vero il contrario. Dopo il fallimento della coop, Mariano si rifugia in un appartamentino a due passi da Tiziano. Che non solo lo accoglie, ma gli fa anche da garante con l'anziano proprietario dell'immobile. I due si rimettono al lavoro quasi subito e la prima operazione che cercano di concludere è la schermatura della Eventi 6. All'epoca Matteo Renzi è in procinto di andare a Palazzo Chigi, e convince il papà a vendere l'azienda di famiglia. Tiziano però preferisce cedere le quote della Eventi 6 alla srl Postitaly, fondata nel luglio 2013 e controllata proprio da Massone e dalla moglie, Giovanna Gambino. Un modo, evidente, per non farla allontanare troppo da casa. Per l'occasione, viene disposto un aumento di capitale di 140.000 euro raggranellato tra i nuovi soci (un architetto, un bancario, un dentista, un notaio torinese e un consulente di marketing) ma, alla fine, la «trasfusione» societaria non riesce. La Eventi 6 resta in capo a babbo Tiziano e mamma Laura e continua a inanellare appalti su appalti con Matteo alla guida del governo. Massone è rimasto però senza reddito, e ha bisogno di lavorare anche per affrontare le spese legali. L'unico a cui può chiedere aiuto è sempre Tiziano. Lo fa addirittura mentre è ancora in corso l'inchiesta di Genova (giugno 2016) rischiando di compromettere la strategia difensiva del suo coindagato e futuro archiviato. Il quale, incurante del rischio, gli propone di eseguire proprio con Postitaly alcuni controlli urgenti sulla distribuzione di volantini della Esselunga da parte di una ditta subappaltatrice della Eventi 6. Ma è poco più di un contentino. Sono mesi febbrili, quelli. Massone si sente «scaricato» e utilizza il processo di Genova come utile promemoria per rinsaldare i contatti con Tiziano che ai pm continua a dire di non avere più nulla a che fare con l'ex collaboratore. I due utilizzano una chat criptata di Telegram per parlare di affari e, in particolare, di un software brevettato da Massone in cerca di acquirenti. Tiziano e Mariano, come i lettori della Verità ricorderanno, vengono anche fotografati insieme ad Alessandria mentre discutono animatamente. Risalgono a quel periodo (tra la fine del 2016 e gli inizi del 2017, in piena tempesta Consip) gli sms e le mail che il nostro giornale pubblicò in esclusiva. Messaggi di insofferenza e di rimostranze in cui Massone contestava a Renzi di essere l'unico del giro delle coop amiche di Rignano sull'Arno a non fare affari («Mi sento un coglione», scrive tranchant). Mariano vuole rientrare dalla finestra dopo essere uscito dalla porta. E propone strade da battere per accalappiare qualche buon lavoro. Due in particolare, gli interessano. E le cita nelle mail scambiate con Tiziano: oltre a Mps e Unipol, si sofferma sull'uscita di Poste italiane dal settore della distribuzione delle lettere non indirizzate (la cosiddetta distribuzione massiva) e sul business di Pagine gialle. Quest'ultimo gestito dalla Eventi 6 e da altre aziende vicine. Quelle di Massone sono accuse a cui Tiziano si premura di rispondere senza esasperare i toni ma stando al contempo molto attento a non scrivere più di quanto necessario. Il motivo di questa cautela è semplice: ha paura che informazioni sensibili possano finire sul nostro giornale corredate - scrive - da ipotesi «amadoriali», parafrasando il cognome del cronista che più si occupa delle sue vicende.Massone però non fa in tempo a riprendersi la scena: dopo aver scontato la condanna ai servizi sociali, ed essere tornato a vivere coi genitori, potendo contare su un lavoro in una piccola ditta dell'entroterra genovese, arriva l'arresto. «Non dee l'uomo, per maggiore amico, dimenticare li servigi ricevuti dal minore», scriveva un conterraneo di Tiziano Renzi. 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Va a segno sulla mamma del Rottamatore: «È stata Laura Bovoli, conosciuta nell'ambito della mia attività di lavoro, ad avanzarmi la proposta di partecipare alla costituzione di una cooperativa che avrebbe potuto operare nel settore della distribuzione pubblicitaria». D'altra parte Lady Leopolda è considerata un'esperta di personal reputation. Moglie di Patrizio Donnini, già fondatore e socio di Dotmedia, il cui successo aziendale ha viaggiato sempre parallelo con quello di Renzi. Quando Matteo ha messo piede a Palazzo Vecchio, Dotmedia, che aveva curato la campagna fiorentina renziana, tra il 2009 al 2011 lavora per le società partecipate del Comune di Firenze. Poi è arrivata la Leopolda e Lilian è stata in prima linea. Nessuno, quindi, avrebbe giudicato peregrina l'idea di tirarla in una coop che si sarebbe occupata di pubblicità. A maggior ragione se dietro quella coop ci sono i Renzi. E infatti Mammoliti afferma: «Poiché conosco il settore, operando con la Dotmedia, aderii alla proposta che mi fu fatta dalla Bovoli». Il 12 marzo 2018, giorno in cui nella direzione del Pd Matteo Renzi rassegna le dimissioni da segretario, Lady Leopolda è davanti ai magistrati. Mentre nel partito, a Roma, si consuma la fine dell'era Renzi, a Firenze, in Procura, i magistrati annotano il nome della signora Mammoliti tra quelli dei prestanome dei Renzi, ossia tra quelle persone che si sono trovate ad aver costituito le coop senza conoscere gli altri soci. Il copione ormai i magistrati fiorentini lo conoscono a memoria, per aver convocato tutti i soci dei Renzi. E infatti, anche Mammoliti, il cui verbale finisce nel faldone 7 dell'inchiesta, a pagina 727, spiega: «Prendo atto dei nominativi delle persone che risultano aver costituito insieme a me la cooperativa e dichiaro di non conoscerne nessuno». Ma almeno le attività della coop? La sede? Nulla. Mammoliti cade dal pero: «Non sono in grado di fornire alcuna ulteriore informazione sulla cooperativa». E dalla memoria aveva perfino cancellato il giorno della costituzione: «Non ricordo di essermi recata nello studio di un notaio, né di aver versato la somma di euro 50, come mi si dice che risulti dall'atto costitutivo». E a lei è andata anche bene. C'è chi si è trovato amministratore a un passo dal fallimento. Salvatore Micari è una vecchia conoscenza della Verità. In una intervista pubblicata il 16 novembre 2017, l'uomo che ora vive nella periferia di Milano facendo il lavapiatti per sbarcare il lunario, raccontò di non aver mai preso un euro, né di aver guidato la ditta o parlato con i parenti dell'ex premier. Concetti che ha ribadito qualche mese fa ai magistrati. Le sue parole, riassunte dal gip, sono finite nell'ordinanza di arresto ai domiciliari per i genitori del Rottamatore: «Ha riferito di essere stato contattato per svolgere l'attività di amministratore e che, volendo intraprendere una nuova attività produttiva perché il bar che fino a quel momento aveva gestito a Milano era in difficoltà finanziaria, aveva acconsentito». Il ruolo nella coop dei Renzi, però, non gli ha riempito il portafogli ed è servito, sostiene l'accusa, solo in sede di procedura fallimentare.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.