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2019-02-21
Babbo Renzi e Massone, un legame di 15 anni tra giornali e bancarotte
Niccolò Celesti
Se l'inchiesta di Firenze fosse un libro fantasy, la storia dei coindagati Tiziano Renzi e Mariano Massone assomiglierebbe a quella di Frodo e Sam, i due amici hobbit protagonisti del Signore degli Anelli di John Ronald Reuel Tolkien. Mezz'uomini che corrono pericoli mortali e rischiose avventure nella Terra di Mezzo per trasportare l'Anello del Potere.
Renzi e Massone, lunedì scorso, sono stati arrestati e messi ai domiciliari nell'inchiesta sui fallimenti pilotati delle coop vampirizzate dalla Eventi 6 di babbo Tiziano e mamma Laura Bovoli, genitori dell'ex premier, per «massimizzare il proprio profitto personale», come ha scritto il gip Angela Fantechi nell'ordinanza di custodia cautelare. Ultima tappa di un percorso lungo 15 anni che entrambi hanno attraversato scorrazzando nella terra di mezzo degli affari opachi e dei crac societari.
Il loro rapporto d'affari nasce nel 2003 quando Tiziano distribuisce con la sua Chil Post a Genova Il Secolo XIX affidandosi a cooperative vicine o comunque controllate da Massone e dalla moglie, Giovanna Gambino. Il feeling tra i due è così forte che un anno dopo, nel 2004, Renzi senior decide di acquistare dai genitori di Mariano il 60 per cento delle quote della Mail Service (il 59 per cento è della mamma, Angela Ponte, e il restante 1 per cento del papà, Gianfranco) trasferendone la sede a Firenze. Tempo due anni, e Tiziano rivende il pacchetto, costatogli appena 6.000 euro, alla Ams real estate spa. Una società di cui sono titolari il napoletano Luigi Corcione e il catanese Francesco Richichi. Gente sempre del giro perché, da un controllo alla Camera di Commercio, emerge che sono entrambi residenti o domiciliati a indirizzi riconducibili a Massone, ad Alessandria. Nel 2011, la Mail Service fallisce con un buco di 38 milioni di euro.
Un anno prima, nel 2010, però le parti si sono invertite: è Tiziano Renzi a vendere al papà di Mariano Massone, Gianfranco, per appena 3.800 euro la sua Chil Post che ha iscritto in bilancio un debito di 700.000 euro con la Bcc di Pontassieve, e che viene lentamente svuotata degli appalti migliori, compreso un contratto da 500.000 euro della Tnt che passa a un'altra coop di fiducia di Tiziano, la Direkta di Mirko Provenzano, per il cui fallimento mamma Renzi rischia un nuovo processo a breve.
Gianfranco Massone non è però un imprenditore, non è un esperto di marketing editoriale e non è nemmeno un guru della pubblicità. Come il nostro giornale ha raccontato nei mesi scorsi, quando l'inchiesta di Firenze era ancora top secret, è un tranquillo pensionato con un passato da ufficiale marittimo che si è fidato (troppo) del figlio. «Dovrei andare a bastonare chi mi ha fatto questo scherzo», ha ripetuto a chi gli chiedeva dell'indagine in cui è stato coinvolto. Da ora, attenzione alle date. Renzi si libera della Chil Post tre anni prima che fallisca (febbraio 2013). Ai pm che lo mettono sott'inchiesta, spiega di aver interrotto tutti i rapporti con i Massone e di essere del tutto estraneo alla deriva finanziaria dell'azienda. «Chil promozioni (la futura Eventi 6, ndr), infatti, non ha successivamente intrattenuto rapporti con le società di Massone», scrive il pm genovese Marco Airoldi per motivare la richiesta di archiviazione a carico di Renzi senior. Dopo qualche tentennamento, il gip lo accontenta e autorizza anche il patteggiamento di Massone (26 mesi) e dell'allora amministratore della coop, Antonello Gabelli (20 mesi).
Ma davvero le strade di Massone e Renzi si sono separate dopo la vendita della Chil Post? Assolutamente no. Anzi. È vero il contrario. Dopo il fallimento della coop, Mariano si rifugia in un appartamentino a due passi da Tiziano. Che non solo lo accoglie, ma gli fa anche da garante con l'anziano proprietario dell'immobile. I due si rimettono al lavoro quasi subito e la prima operazione che cercano di concludere è la schermatura della Eventi 6. All'epoca Matteo Renzi è in procinto di andare a Palazzo Chigi, e convince il papà a vendere l'azienda di famiglia. Tiziano però preferisce cedere le quote della Eventi 6 alla srl Postitaly, fondata nel luglio 2013 e controllata proprio da Massone e dalla moglie, Giovanna Gambino. Un modo, evidente, per non farla allontanare troppo da casa. Per l'occasione, viene disposto un aumento di capitale di 140.000 euro raggranellato tra i nuovi soci (un architetto, un bancario, un dentista, un notaio torinese e un consulente di marketing) ma, alla fine, la «trasfusione» societaria non riesce. La Eventi 6 resta in capo a babbo Tiziano e mamma Laura e continua a inanellare appalti su appalti con Matteo alla guida del governo. Massone è rimasto però senza reddito, e ha bisogno di lavorare anche per affrontare le spese legali. L'unico a cui può chiedere aiuto è sempre Tiziano. Lo fa addirittura mentre è ancora in corso l'inchiesta di Genova (giugno 2016) rischiando di compromettere la strategia difensiva del suo coindagato e futuro archiviato. Il quale, incurante del rischio, gli propone di eseguire proprio con Postitaly alcuni controlli urgenti sulla distribuzione di volantini della Esselunga da parte di una ditta subappaltatrice della Eventi 6. Ma è poco più di un contentino. Sono mesi febbrili, quelli. Massone si sente «scaricato» e utilizza il processo di Genova come utile promemoria per rinsaldare i contatti con Tiziano che ai pm continua a dire di non avere più nulla a che fare con l'ex collaboratore. I due utilizzano una chat criptata di Telegram per parlare di affari e, in particolare, di un software brevettato da Massone in cerca di acquirenti.
Tiziano e Mariano, come i lettori della Verità ricorderanno, vengono anche fotografati insieme ad Alessandria mentre discutono animatamente. Risalgono a quel periodo (tra la fine del 2016 e gli inizi del 2017, in piena tempesta Consip) gli sms e le mail che il nostro giornale pubblicò in esclusiva. Messaggi di insofferenza e di rimostranze in cui Massone contestava a Renzi di essere l'unico del giro delle coop amiche di Rignano sull'Arno a non fare affari («Mi sento un coglione», scrive tranchant).
Mariano vuole rientrare dalla finestra dopo essere uscito dalla porta. E propone strade da battere per accalappiare qualche buon lavoro. Due in particolare, gli interessano. E le cita nelle mail scambiate con Tiziano: oltre a Mps e Unipol, si sofferma sull'uscita di Poste italiane dal settore della distribuzione delle lettere non indirizzate (la cosiddetta distribuzione massiva) e sul business di Pagine gialle. Quest'ultimo gestito dalla Eventi 6 e da altre aziende vicine. Quelle di Massone sono accuse a cui Tiziano si premura di rispondere senza esasperare i toni ma stando al contempo molto attento a non scrivere più di quanto necessario. Il motivo di questa cautela è semplice: ha paura che informazioni sensibili possano finire sul nostro giornale corredate - scrive - da ipotesi «amadoriali», parafrasando il cognome del cronista che più si occupa delle sue vicende.
Massone però non fa in tempo a riprendersi la scena: dopo aver scontato la condanna ai servizi sociali, ed essere tornato a vivere coi genitori, potendo contare su un lavoro in una piccola ditta dell'entroterra genovese, arriva l'arresto. «Non dee l'uomo, per maggiore amico, dimenticare li servigi ricevuti dal minore», scriveva un conterraneo di Tiziano Renzi. Dante Alighieri.
E Lady Leopolda incastra la famiglia «Mi chiesero di fare da prestanome»
Anche Lady Leopolda scarica i Renzi. E lo fa in Procura a Firenze, nell'inchiesta che ha privato della libertà babbo Tiziano e mamma Laura, ammettendo di aver partecipato alla costituzione di una delle coop a presunto fallimento pilotato, la Delivery service. Proprio lei che con la sua Dotmedia è stata una delle organizzatrici della kermesse renziana, oltre che ideatrice delle campagne elettorali di molti big del Partito democratico. Va a segno sulla mamma del Rottamatore: «È stata Laura Bovoli, conosciuta nell'ambito della mia attività di lavoro, ad avanzarmi la proposta di partecipare alla costituzione di una cooperativa che avrebbe potuto operare nel settore della distribuzione pubblicitaria».
D'altra parte Lady Leopolda è considerata un'esperta di personal reputation.
Moglie di Patrizio Donnini, già fondatore e socio di Dotmedia, il cui successo aziendale ha viaggiato sempre parallelo con quello di Renzi. Quando Matteo ha messo piede a Palazzo Vecchio, Dotmedia, che aveva curato la campagna fiorentina renziana, tra il 2009 al 2011 lavora per le società partecipate del Comune di Firenze. Poi è arrivata la Leopolda e Lilian è stata in prima linea.
Nessuno, quindi, avrebbe giudicato peregrina l'idea di tirarla in una coop che si sarebbe occupata di pubblicità. A maggior ragione se dietro quella coop ci sono i Renzi. E infatti Mammoliti afferma: «Poiché conosco il settore, operando con la Dotmedia, aderii alla proposta che mi fu fatta dalla Bovoli».
Il 12 marzo 2018, giorno in cui nella direzione del Pd Matteo Renzi rassegna le dimissioni da segretario, Lady Leopolda è davanti ai magistrati. Mentre nel partito, a Roma, si consuma la fine dell'era Renzi, a Firenze, in Procura, i magistrati annotano il nome della signora Mammoliti tra quelli dei prestanome dei Renzi, ossia tra quelle persone che si sono trovate ad aver costituito le coop senza conoscere gli altri soci.
Il copione ormai i magistrati fiorentini lo conoscono a memoria, per aver convocato tutti i soci dei Renzi. E infatti, anche Mammoliti, il cui verbale finisce nel faldone 7 dell'inchiesta, a pagina 727, spiega: «Prendo atto dei nominativi delle persone che risultano aver costituito insieme a me la cooperativa e dichiaro di non conoscerne nessuno». Ma almeno le attività della coop? La sede? Nulla. Mammoliti cade dal pero: «Non sono in grado di fornire alcuna ulteriore informazione sulla cooperativa». E dalla memoria aveva perfino cancellato il giorno della costituzione: «Non ricordo di essermi recata nello studio di un notaio, né di aver versato la somma di euro 50, come mi si dice che risulti dall'atto costitutivo».
E a lei è andata anche bene. C'è chi si è trovato amministratore a un passo dal fallimento. Salvatore Micari è una vecchia conoscenza della Verità. In una intervista pubblicata il 16 novembre 2017, l'uomo che ora vive nella periferia di Milano facendo il lavapiatti per sbarcare il lunario, raccontò di non aver mai preso un euro, né di aver guidato la ditta o parlato con i parenti dell'ex premier.
Concetti che ha ribadito qualche mese fa ai magistrati. Le sue parole, riassunte dal gip, sono finite nell'ordinanza di arresto ai domiciliari per i genitori del Rottamatore: «Ha riferito di essere stato contattato per svolgere l'attività di amministratore e che, volendo intraprendere una nuova attività produttiva perché il bar che fino a quel momento aveva gestito a Milano era in difficoltà finanziaria, aveva acconsentito». Il ruolo nella coop dei Renzi, però, non gli ha riempito il portafogli ed è servito, sostiene l'accusa, solo in sede di procedura fallimentare.
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I due, accusati di fallimenti pilotati, hanno un lungo pregresso di affari nella distribuzione. Culminati con un litigio quando Matteo era premier.E Lady Leopolda incastra la famiglia: «Mi chiesero di fare da prestanome». L'ex «regista» delle kermesse renziane: «Non conoscevo gli altri soci della coop».Lo speciale comprende due articoli. Se l'inchiesta di Firenze fosse un libro fantasy, la storia dei coindagati Tiziano Renzi e Mariano Massone assomiglierebbe a quella di Frodo e Sam, i due amici hobbit protagonisti del Signore degli Anelli di John Ronald Reuel Tolkien. Mezz'uomini che corrono pericoli mortali e rischiose avventure nella Terra di Mezzo per trasportare l'Anello del Potere.Renzi e Massone, lunedì scorso, sono stati arrestati e messi ai domiciliari nell'inchiesta sui fallimenti pilotati delle coop vampirizzate dalla Eventi 6 di babbo Tiziano e mamma Laura Bovoli, genitori dell'ex premier, per «massimizzare il proprio profitto personale», come ha scritto il gip Angela Fantechi nell'ordinanza di custodia cautelare. Ultima tappa di un percorso lungo 15 anni che entrambi hanno attraversato scorrazzando nella terra di mezzo degli affari opachi e dei crac societari.Il loro rapporto d'affari nasce nel 2003 quando Tiziano distribuisce con la sua Chil Post a Genova Il Secolo XIX affidandosi a cooperative vicine o comunque controllate da Massone e dalla moglie, Giovanna Gambino. Il feeling tra i due è così forte che un anno dopo, nel 2004, Renzi senior decide di acquistare dai genitori di Mariano il 60 per cento delle quote della Mail Service (il 59 per cento è della mamma, Angela Ponte, e il restante 1 per cento del papà, Gianfranco) trasferendone la sede a Firenze. Tempo due anni, e Tiziano rivende il pacchetto, costatogli appena 6.000 euro, alla Ams real estate spa. Una società di cui sono titolari il napoletano Luigi Corcione e il catanese Francesco Richichi. Gente sempre del giro perché, da un controllo alla Camera di Commercio, emerge che sono entrambi residenti o domiciliati a indirizzi riconducibili a Massone, ad Alessandria. Nel 2011, la Mail Service fallisce con un buco di 38 milioni di euro. Un anno prima, nel 2010, però le parti si sono invertite: è Tiziano Renzi a vendere al papà di Mariano Massone, Gianfranco, per appena 3.800 euro la sua Chil Post che ha iscritto in bilancio un debito di 700.000 euro con la Bcc di Pontassieve, e che viene lentamente svuotata degli appalti migliori, compreso un contratto da 500.000 euro della Tnt che passa a un'altra coop di fiducia di Tiziano, la Direkta di Mirko Provenzano, per il cui fallimento mamma Renzi rischia un nuovo processo a breve.Gianfranco Massone non è però un imprenditore, non è un esperto di marketing editoriale e non è nemmeno un guru della pubblicità. Come il nostro giornale ha raccontato nei mesi scorsi, quando l'inchiesta di Firenze era ancora top secret, è un tranquillo pensionato con un passato da ufficiale marittimo che si è fidato (troppo) del figlio. «Dovrei andare a bastonare chi mi ha fatto questo scherzo», ha ripetuto a chi gli chiedeva dell'indagine in cui è stato coinvolto. Da ora, attenzione alle date. Renzi si libera della Chil Post tre anni prima che fallisca (febbraio 2013). Ai pm che lo mettono sott'inchiesta, spiega di aver interrotto tutti i rapporti con i Massone e di essere del tutto estraneo alla deriva finanziaria dell'azienda. «Chil promozioni (la futura Eventi 6, ndr), infatti, non ha successivamente intrattenuto rapporti con le società di Massone», scrive il pm genovese Marco Airoldi per motivare la richiesta di archiviazione a carico di Renzi senior. Dopo qualche tentennamento, il gip lo accontenta e autorizza anche il patteggiamento di Massone (26 mesi) e dell'allora amministratore della coop, Antonello Gabelli (20 mesi). Ma davvero le strade di Massone e Renzi si sono separate dopo la vendita della Chil Post? Assolutamente no. Anzi. È vero il contrario. Dopo il fallimento della coop, Mariano si rifugia in un appartamentino a due passi da Tiziano. Che non solo lo accoglie, ma gli fa anche da garante con l'anziano proprietario dell'immobile. I due si rimettono al lavoro quasi subito e la prima operazione che cercano di concludere è la schermatura della Eventi 6. All'epoca Matteo Renzi è in procinto di andare a Palazzo Chigi, e convince il papà a vendere l'azienda di famiglia. Tiziano però preferisce cedere le quote della Eventi 6 alla srl Postitaly, fondata nel luglio 2013 e controllata proprio da Massone e dalla moglie, Giovanna Gambino. Un modo, evidente, per non farla allontanare troppo da casa. Per l'occasione, viene disposto un aumento di capitale di 140.000 euro raggranellato tra i nuovi soci (un architetto, un bancario, un dentista, un notaio torinese e un consulente di marketing) ma, alla fine, la «trasfusione» societaria non riesce. La Eventi 6 resta in capo a babbo Tiziano e mamma Laura e continua a inanellare appalti su appalti con Matteo alla guida del governo. Massone è rimasto però senza reddito, e ha bisogno di lavorare anche per affrontare le spese legali. L'unico a cui può chiedere aiuto è sempre Tiziano. Lo fa addirittura mentre è ancora in corso l'inchiesta di Genova (giugno 2016) rischiando di compromettere la strategia difensiva del suo coindagato e futuro archiviato. Il quale, incurante del rischio, gli propone di eseguire proprio con Postitaly alcuni controlli urgenti sulla distribuzione di volantini della Esselunga da parte di una ditta subappaltatrice della Eventi 6. Ma è poco più di un contentino. Sono mesi febbrili, quelli. Massone si sente «scaricato» e utilizza il processo di Genova come utile promemoria per rinsaldare i contatti con Tiziano che ai pm continua a dire di non avere più nulla a che fare con l'ex collaboratore. I due utilizzano una chat criptata di Telegram per parlare di affari e, in particolare, di un software brevettato da Massone in cerca di acquirenti. Tiziano e Mariano, come i lettori della Verità ricorderanno, vengono anche fotografati insieme ad Alessandria mentre discutono animatamente. Risalgono a quel periodo (tra la fine del 2016 e gli inizi del 2017, in piena tempesta Consip) gli sms e le mail che il nostro giornale pubblicò in esclusiva. Messaggi di insofferenza e di rimostranze in cui Massone contestava a Renzi di essere l'unico del giro delle coop amiche di Rignano sull'Arno a non fare affari («Mi sento un coglione», scrive tranchant). Mariano vuole rientrare dalla finestra dopo essere uscito dalla porta. E propone strade da battere per accalappiare qualche buon lavoro. Due in particolare, gli interessano. E le cita nelle mail scambiate con Tiziano: oltre a Mps e Unipol, si sofferma sull'uscita di Poste italiane dal settore della distribuzione delle lettere non indirizzate (la cosiddetta distribuzione massiva) e sul business di Pagine gialle. Quest'ultimo gestito dalla Eventi 6 e da altre aziende vicine. Quelle di Massone sono accuse a cui Tiziano si premura di rispondere senza esasperare i toni ma stando al contempo molto attento a non scrivere più di quanto necessario. Il motivo di questa cautela è semplice: ha paura che informazioni sensibili possano finire sul nostro giornale corredate - scrive - da ipotesi «amadoriali», parafrasando il cognome del cronista che più si occupa delle sue vicende.Massone però non fa in tempo a riprendersi la scena: dopo aver scontato la condanna ai servizi sociali, ed essere tornato a vivere coi genitori, potendo contare su un lavoro in una piccola ditta dell'entroterra genovese, arriva l'arresto. «Non dee l'uomo, per maggiore amico, dimenticare li servigi ricevuti dal minore», scriveva un conterraneo di Tiziano Renzi. 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Va a segno sulla mamma del Rottamatore: «È stata Laura Bovoli, conosciuta nell'ambito della mia attività di lavoro, ad avanzarmi la proposta di partecipare alla costituzione di una cooperativa che avrebbe potuto operare nel settore della distribuzione pubblicitaria». D'altra parte Lady Leopolda è considerata un'esperta di personal reputation. Moglie di Patrizio Donnini, già fondatore e socio di Dotmedia, il cui successo aziendale ha viaggiato sempre parallelo con quello di Renzi. Quando Matteo ha messo piede a Palazzo Vecchio, Dotmedia, che aveva curato la campagna fiorentina renziana, tra il 2009 al 2011 lavora per le società partecipate del Comune di Firenze. Poi è arrivata la Leopolda e Lilian è stata in prima linea. Nessuno, quindi, avrebbe giudicato peregrina l'idea di tirarla in una coop che si sarebbe occupata di pubblicità. A maggior ragione se dietro quella coop ci sono i Renzi. E infatti Mammoliti afferma: «Poiché conosco il settore, operando con la Dotmedia, aderii alla proposta che mi fu fatta dalla Bovoli». Il 12 marzo 2018, giorno in cui nella direzione del Pd Matteo Renzi rassegna le dimissioni da segretario, Lady Leopolda è davanti ai magistrati. Mentre nel partito, a Roma, si consuma la fine dell'era Renzi, a Firenze, in Procura, i magistrati annotano il nome della signora Mammoliti tra quelli dei prestanome dei Renzi, ossia tra quelle persone che si sono trovate ad aver costituito le coop senza conoscere gli altri soci. Il copione ormai i magistrati fiorentini lo conoscono a memoria, per aver convocato tutti i soci dei Renzi. E infatti, anche Mammoliti, il cui verbale finisce nel faldone 7 dell'inchiesta, a pagina 727, spiega: «Prendo atto dei nominativi delle persone che risultano aver costituito insieme a me la cooperativa e dichiaro di non conoscerne nessuno». Ma almeno le attività della coop? La sede? Nulla. Mammoliti cade dal pero: «Non sono in grado di fornire alcuna ulteriore informazione sulla cooperativa». E dalla memoria aveva perfino cancellato il giorno della costituzione: «Non ricordo di essermi recata nello studio di un notaio, né di aver versato la somma di euro 50, come mi si dice che risulti dall'atto costitutivo». E a lei è andata anche bene. C'è chi si è trovato amministratore a un passo dal fallimento. Salvatore Micari è una vecchia conoscenza della Verità. In una intervista pubblicata il 16 novembre 2017, l'uomo che ora vive nella periferia di Milano facendo il lavapiatti per sbarcare il lunario, raccontò di non aver mai preso un euro, né di aver guidato la ditta o parlato con i parenti dell'ex premier. Concetti che ha ribadito qualche mese fa ai magistrati. Le sue parole, riassunte dal gip, sono finite nell'ordinanza di arresto ai domiciliari per i genitori del Rottamatore: «Ha riferito di essere stato contattato per svolgere l'attività di amministratore e che, volendo intraprendere una nuova attività produttiva perché il bar che fino a quel momento aveva gestito a Milano era in difficoltà finanziaria, aveva acconsentito». Il ruolo nella coop dei Renzi, però, non gli ha riempito il portafogli ed è servito, sostiene l'accusa, solo in sede di procedura fallimentare.
Nasa
L’uomo li creò maschio e femmina, i bulloni. Ma dopo 500 anni di utilizzo inconsapevole è arrivato il momento di liberarli da stereotipi sessisti. Basta con viti maschio e dadi femmina. La Nasa ha brevettato un connettore genderless, che si assembla in qualunque direzione. Per secoli milioni di esseri umani hanno usato i bulloni con rozza insensibilità e sottile discriminazione. Come non capire che il dado-donna era un simbolo della dominazione patriarcale? Lo stesso vale per il reparto elettricità, dove si sprecano spinotti fallocrati, da abbinare per forza a spine femmine dolci e remissive. E pure nell’idraulica, è tutto un pullulare di tubi maschi, manicotti femmina e perfino «prolunghe femmina» sulla cui destinazione finale sarà meglio non elucubrare troppo.
Sul sito gay.it, tra i più popolari nei cantieri e nelle ferramenta, leggiamo che «il binarismo, anche nell’hardware, è un limite tecnico prima ancora che culturale. I connettori convenzionali impongono orientamento, gerarchia, direzione obbligata. Quello androgino no: si assembla in qualunque direzione, tollera il disallineamento, non richiede che il robot sappia distinguere chi sta sopra e chi sta sotto». E quindi ben venga il bullone no gender della Nasa, «strumento non-escludente che garantisce più ampi margini di manovra, più adattabilità e maggior efficienza». Tutto pronto, insomma, anche per la rondella ermafrodita e il trapano non binario. Sembra da gay.it apprendiamo che il connettore genderless «troverà immediato utilizzo nella costruzione di habitat lunari assemblati da robot: strutture modulari, reversibili, riconfigurabilabili. Metafora perfetta di identità deidentificate: non fisse, non gerarchiche, ma adattabili e polifunzionali». Come i batteri, le muffe e altre forme di vita umida e spugnosa.
Tomaso Montanari (Imagoeconomica)
Un complesso che l’ha sempre portata, per dirla con Massimo Fini, ad essere «antropologicamente incapace di accettare la destra», a disprezzarne gli esponenti e i sostenitori, giudicati sempre e comunque ignoranti e gretti, a negarne o a ridicolizzarne le espressioni culturali, «perché la sinistra difende ideali, mentre la destra difende interessi» e quindi, se presenta un profilo intellettuale, o si maschera o ricicla idee altrui. Questo retroterra psicologico, faceva notare il sociologo, produce nel mondo progressista un atteggiamento pedagogico, «un misto di supponenza e snobismo» al cui fondo c’è un riflesso razzista, connotato «da un assunto di irrecuperabilità, ossia dalla convinzione che gli «inferiori» siano destinati a rimanere tali», che «riaffiora continuamente nel [suo] discorso politico» e che «non si esprime solo nella petulanza un po’ rituale del politicamente corretto, nell’incapacità di intendere le ragioni degli altri […] ma si esprime anche nelle forme più dirette e aggressive del disprezzo e della derisione».
Da quando, nel settembre 2022, il successo elettorale ha portato a Palazzo Chigi Giorgia Meloni, la malattia descritta da Ricolfi si è ulteriormente aggravata. Sulla sinistra intellettuale italiana si è abbattuta un’ondata depressiva simile a quella che seguì l’exploit di Berlusconi nel 1994, che in molti dei suoi esponenti si è trasformata in nevrosi e in ossessione del «ritorno del fascismo», condita da una forte dose di aggressività, che è ulteriormente cresciuta quando l’ex ministro Sangiuliano ha espresso la sua velleitaria intenzione di promuovere un’azione di «contro-egemonia» in campo culturale. Gli appassionati di talk show ne hanno avuto - e tuttora ne hanno - un’ampia quantità di esempi nelle frequenti risse verbali e appassionate concioni in argomento, ma la stringatezza dei tempi televisivi non consente di constatare in tutta la sua gravità questo stato di malessere psicologico. Che si rivela in pieno, invece, nelle sue forme scritte.
Da un paio d’anni a questa parte ha infatti iniziato a fare la sua comparsa nelle librerie una serie di testi che non si limitano più alla generica denuncia del prossimo rientro sulla scena delle camicie nere ma si concentrato sulla scoperta, e successiva decrittazione, delle fonti ideologiche che starebbero preparando il terreno al temuto revival. Ad alimentare questo filone c’è l’impegno di una pletora di avanguardisti che, sprezzanti del disgusto che con ogni probabilità li avrebbe colti, si sono avventurati nella lettura di autori e opere del sulfureo mondo della destra radicale - da sempre circolanti, in tirature confidenziali, negli ambienti giovanili dei vari partiti della Fiamma - con l’esclusivo scopo di sostenere che, dietro la facciata delle politiche ufficiali del governo Meloni, il suo ferreo atlantismo, il sostegno a Israele, l’appoggio a Zelensky, le scelte liberali in economia, c’è un oscuro lato nascosto fatto di antiamericanismo, antisemitismo, razzismo, anticapitalismo, rivolta contro la modernità, celebrazione di ogni forma di diseguaglianza, suprematismo. Ovvero, per citare l’epigrafe del libro di Tomaso Montanari La continuità del male, ultimo (per adesso) prodotto di questa pamphlettistica livorosa e militante, svelare che «c’è un lungo e sotterraneo filo nero che lega le idee della destra che governa l’Italia al fascismo».
Ripetitiva, sommaria, zeppa di errori, intrisa di complottismo, questa letteratura ossessiva - che purtroppo, oltre a giornalisti e polemisti da talk show, ha coinvolto anche studiosi che su altri temi o in altre occasioni hanno dimostrato il loro valore - esemplifica alla perfezione quel razzismo etico di cui scriveva Ricolfi. Ogni manifestazione di una cultura accostabile al Nemico viene bollata come inaccettabile, assoggettata alla cultura del sospetto, manipolata sulla base del pregiudizio, adattata ai bisogni della propria fazione e denigrata. Perché, quando si è fanaticamente convinti di agire in nome del Bene, ogni mezzo per colpire il Male è lecito.
Capita così a chi scrive queste righe - che pure da più di quarant’anni rifiuta di essere classificato a destra e rivendica una libertà di giudizio che lo rende sgradito tanto all’attuale governo quanto ai suoi oppositori (e ai rispettivi fiancheggiatori radiotelevisivi e giornalistici) - di subire da parte di Montanari, «intellettuale pubblico fra i più influenti», come umilmente si lascia definire nella bandella della sua più recente fatica editoriale, l’accusa di non essere uno studioso «neutrale» per il solo fatto di aver dimostrato, testi alla mano, nel mio libro Le tre età della Fiamma (Solferino) che inserire Fratelli d’Italia nella categoria della «destra radicale populista» è infondato, e che l’etichetta che più gli si addice è quella di un partito nazional-conservatore e afascista.
A questa convinzione sono giunti altri politologi come Salvatore Vassallo, già deputato del Pd e direttore dell’Istituto Cattaneo, e Rinaldo Vignati, nel loro libro Fratelli di Giorgia (il Mulino), o Alice Santaniello, autrice della prima ricerca empirica sul FdI. Ma ciò non sembra indignare Montanari, stanti le opinioni di sinistra degli autori citati. Nel mio caso c’è invece da segnalare e denunciare «una vita [che] si è svolta così dentro la galassia neofascista, che a un certo punto fu eletto alla guida del Fronte della Gioventù, salvo essere sostituito con Gianfranco Fini per decisione di Giorgio Almirante» [i fatti non andarono così, ma poco importa…] «e quindi espulso dal Movimento Sociale per un numero satirico della Voce della fogna che dirigeva».
Con un simile pedigree, che risale agli anni 1977 e 1981, per i piccoli Torquemada alla Montanari ce n’è abbastanza per essere destinati al ghetto dei deplorevoli e degli infrequentabili. Non servono più di trent’anni di insegnamento e più di un centinaio di corsi di Scienza politica e materie affini tenuti all’università di Firenze, le attestazioni di stima di studenti, collaboratori e colleghi molto spesso di opinioni politiche lontane, la produzione scientifica, gli inviti ai convegni internazionali, l’elezione a professore emerito, per essere al riparo dalla denigrazione di chi, accecato dalla faziosità, ovunque e comunque vede nero.
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«Margo» (Apple Tv)
Dal romanzo di Rufi Thorpe, la serie segue una diciannovenne sola con un figlio, tra difficoltà economiche e giudizi sociali. Quando perde il lavoro, sceglie una strada controversa pur di sopravvivere, aprendo una riflessione su maternità e stigma.
Margo è vagamente diversa da come Rufi Thorpe l'aveva dipinta. Ha un pizzico di strafottenza, lo sguardo severo di Elle Fanning. Fra le braccia, però, lo stesso neonato che la scrittrice americana aveva immaginato per lei. Margo, diciannove anni, ha portato a termine la propria gravidanza nonostante gli strali del mondo circostante. Le dicevano di abortire, di restarsene al college, in California, e darsi l'occasione di vivere una vita di intenzionalità e scelte consapevoli. Urlavano che un figlio le avrebbe distrutto la vita, e lei, così giovane e inesperta, avrebbe finito per distruggerla a lui, esserino senza colpa. Margo, invece, quel bambino ha deciso di tenerlo. Da sola, ché il padre, adultero, s'è tenuto stretto la moglie che tradiva, e i figli avuti con lei. Un'esistenza di plastica, finta e miserevole. Margo è tornata a casa, dalla madre e dalle amiche ormai estranee. Lo ha fatto da sola, e di questa sua solitudine la Thorpe ha fatto un libro.Nessuna storia vera, solo verosimile.
Margo ha problemi di soldi, da cui Apple Tv ha tratto una serie omonima, pronta a debuttare online mercoledì 15 aprile, ha preso spunto dalla contemporaneità per dar forma ad un racconto sottile e ironico. Un racconto che può dirsi iniziato con la crisi di questa diciannovenne di belle speranze. Margo, contro tutti fuorché se stessa, ha scelto una vita difficile. Ostinata, credeva di poterla sostenere. Ma il castello che s'era figurata crolla miseramente il giorno in cui la licenziano. Troppe assenze per badare al figlio, nessuna capacità economica che le consenta una tata. Margo è sul baratro della disperazione. Ed è guardando giù, nell'abisso nero, che pensa l'impensabile: aprire un account OnlyFans per garantire a sé e al figlio un posto nel mondo.Lo show, in cui Michelle Pfeiffer è madre di Margo, ex cameriera di Hooter's perennemente in bolletta, si muove così a raccontare le difficoltà intrinseche alla maternità, alla solitudine che spesso ne consegue e, pure, al pregiudizio legato ai lavori online. Specie, a quelli che abbiano a che fare con il sesso.
Margo è il cuore di ogni complessità, motore di ogni riflessione che la serie induca. Non somiglia per forza alle ragazze di oggi, così particolare nelle sue scelte. Eppure, è capace di indurre al pensiero critico chiunque la guardi muoversi nel mondo dei grandi: lei, piccola e bionda, testarda e fiera, di quella fierezza che ogni madre scopre in sé nel momento in cui capisce di essere l'unica responsabile dell'esistenza minuscola che le sta fra le braccia.
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Ansa
Suo padre, magari anche per insegnare a suo figlio come ci si comporta, è intervenuto con suo cognato per farli smettere. Il branco di ragazzini allora si è scagliato contro, in particolare alcuni di loro, tra cui due romeni maggiorenni e un italiano minorenne, poi fermati dalla polizia. Ha visto suo padre morire davanti ai suoi occhi, inutilmente soccorso dal 118. Ma esco dalla cronaca, non vi racconto quello che è già stato descritto nei dettagli; vorrei entrare invece nella testa di quel bambino e in quella degli assassini di suo padre, per capire come hanno vissuto quella domenica sera di aprile a Massa.
Io non sono riuscito a capire cos’hanno in testa quei ragazzi che hanno massacrato l’uomo, e cosa frullava nella loro testa in quel momento, quando hanno cominciato a colpirlo e a finirlo. Se avevano bevuto, fumato, oppure no. Certo, non è stato tutto l’intero branco ad aggredirlo, c’è chi si è limitato a vedere la scena o magari a godersi il brutto spettacolo di un uomo adulto che soccombe sotto i colpi furiosi dei ragazzi fino a morire. Ma l’effetto branco è sicuramente la prima molla che li muove e li contagia. E ogni branco ha sempre un capo-branco, o forse due, cioè qualcuno che dà l’esempio e indica la linea da violare, individua il nemico o l’ostacolo da abbattere e sveglia la molla bestiale che è in loro, dà inizio al massacro, come se fosse una festa crudele, invita all’imitazione e al rito tribale.
Ma si può uccidere per così poco un essere umano di cui non sai nulla, che non ti ha mai fatto nulla, che ti ha solo detto di non fare danni, non far del male e non farvi male? Cos’è per loro un uomo, non è un loro simile, uno che vive, fatica, ama, soffre, ha il suo mondo e i suoi affetti proprio come te? No, lui è solo un’ombra molesta, un ostacolo da abbattere, come nei videogiochi; e a differenza della vetrina che subisce inerte il loro scempio, è uno che osa mettere in discussione la tua libertà e frenare i tuoi desideri. Ma non ti ricorda, quell’uomo che hai pestato a sangue, tuo padre, tua madre, un amico o una persona a cui sei affezionato, non ti dice nulla l’umanità che avete in comune, non provi nulla davanti a qualcuno che soffre, per giunta a causa tua, non vedi la sproporzione gigantesca tra un piccolo bisticcio e la soppressione definitiva di una persona? E non ti sembra da vigliacchi pestarlo in branco? Non hai nessun codice elementare di vita, nessuna residua, istintiva pietà, nessun freno o nessun senso del limite che a un certo punto, quando lo vedi a terra, inerme e ferito, ti spinge a fermarti? Nessuno ti ha insegnato nulla o nessuno è riuscito a insegnarti nulla? Da chi attingi i tuoi modelli di vita, dalla tv, dai social, dalla scuola, dalla famiglia, dal rione? Ma come vivi, cosa dà significato e valore alla tua vita e a quella degli altri, vale solo quel che ti passa in quel momento per la testa e per le mani? Pensi pure tu, come quel tredicenne di Bergamo che scriveva prima di aggredire l’insegnante e progettare l’uccisione dei suoi genitori, che «conto solo io, gli altri sono nulla»? Non ti fa nessun effetto che con lui c’era anche sua moglie e soprattutto c’era un bambino, suo figlio; non ti sei neanche per un momento messo nei suoi panni, per capire come avrà sofferto davanti a quella scena, quanto dolore e forse quanto odio impotente, che è il peggiore delle forme di odio accumulate nel tempo, gli hai trasmesso per tutta la sua vita, massacrandogli il padre davanti ai suoi occhi?
Mentre scrivo queste parole so che sto parlando al vento o so che potrà ascoltarmi e magari capirmi solo chi non avrebbe mai compiuto un massacro del genere, non certo quei ragazzi; so che le parole rimbalzano nel vuoto quando hanno davanti il nulla più sordo e più cieco; se potessero, costoro ucciderebbero anche me. So che ogni frase rivolta a loro cade in una terra straniera, come se mi rivolgessi a barbari o alieni che non ne capiscono il più basilare significato; so che parliamo due lingue diverse, abitiamo in due mondi diversi anche se in apparenza è lo stesso.
Ma qui la domanda che più preme è l’altra, da cui sono partito. Cosa avrà capito della vita il bambino che ha visto suo padre colpito e ucciso dal branco di ragazzi un po’ più grandi di lui? Che idea si sarà fatto del mondo, dei rapporti tra gli uomini, della legge che vige sulla terra? Che fiducia potrà avere nella vita e nel futuro avendo patito un colpo così letale che gli ha lasciato un macigno così enorme sulle sue spalle? Da grande sarà come suo padre, e cercherà di opporsi al male e di educare a sua volta suo figlio, o sarà come i suoi assassini, per vendicarsi della vita subita e perché ha capito che quello è l’unico modo per stare al mondo, uccidi prima che ti uccidano gli altri, se non sbrani vieni sbranato? Io mi auguro che quel dolore lo renda migliore, lo vaccini dal male, lo conduca a una vita decisamente diversa da quella di chi ha imboccato quel vicolo cieco sull’abisso. Ma non sempre il dolore ci rende migliori, non sempre l’ingiustizia subita, il male patito, vengono ripagati con un più acuto senso della giustizia e un più forte desiderio del bene. Le tragedie educano i migliori, incattiviscono i peggiori, migliorano i più costruttivi, peggiorano i più disfattisti. Conta l’indole, e l’habitat, il mondo circostante, le esperienze successive di vita.
Intanto hanno rubato a quel bambino suo padre, per sempre, e lo hanno prematuramente gettato nella vita, facendolo passare dalla porta peggiore, lasciandogli addosso l’odore nero e acre della disperazione e della vita selvaggia. Spero che gli resti almeno l’esempio di suo padre come un segno benefico lasciato nella sua mente e nella sua anima: a lui è costato la vita insegnare agli altri, a cominciare da suo figlio, il rispetto per le regole, per le cose e per la vita degli altri. Ha fatto il suo dovere di uomo, di padre, di cittadino, esponendosi a un rischio che si è rivelato mortale. Che di quella domenica sera a passeggio, gli resti da adulto almeno la fierezza di essere il figlio di quel Giacomo e la tenerezza indimenticabile di averlo visto morire, in modo così stupido e brutale. Ricordarsi e pensare, con fierezza e tenerezza: di questo vive la nostra umanità.
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