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2019-02-21
Babbo Renzi e Massone, un legame di 15 anni tra giornali e bancarotte
Niccolò Celesti
Se l'inchiesta di Firenze fosse un libro fantasy, la storia dei coindagati Tiziano Renzi e Mariano Massone assomiglierebbe a quella di Frodo e Sam, i due amici hobbit protagonisti del Signore degli Anelli di John Ronald Reuel Tolkien. Mezz'uomini che corrono pericoli mortali e rischiose avventure nella Terra di Mezzo per trasportare l'Anello del Potere.
Renzi e Massone, lunedì scorso, sono stati arrestati e messi ai domiciliari nell'inchiesta sui fallimenti pilotati delle coop vampirizzate dalla Eventi 6 di babbo Tiziano e mamma Laura Bovoli, genitori dell'ex premier, per «massimizzare il proprio profitto personale», come ha scritto il gip Angela Fantechi nell'ordinanza di custodia cautelare. Ultima tappa di un percorso lungo 15 anni che entrambi hanno attraversato scorrazzando nella terra di mezzo degli affari opachi e dei crac societari.
Il loro rapporto d'affari nasce nel 2003 quando Tiziano distribuisce con la sua Chil Post a Genova Il Secolo XIX affidandosi a cooperative vicine o comunque controllate da Massone e dalla moglie, Giovanna Gambino. Il feeling tra i due è così forte che un anno dopo, nel 2004, Renzi senior decide di acquistare dai genitori di Mariano il 60 per cento delle quote della Mail Service (il 59 per cento è della mamma, Angela Ponte, e il restante 1 per cento del papà, Gianfranco) trasferendone la sede a Firenze. Tempo due anni, e Tiziano rivende il pacchetto, costatogli appena 6.000 euro, alla Ams real estate spa. Una società di cui sono titolari il napoletano Luigi Corcione e il catanese Francesco Richichi. Gente sempre del giro perché, da un controllo alla Camera di Commercio, emerge che sono entrambi residenti o domiciliati a indirizzi riconducibili a Massone, ad Alessandria. Nel 2011, la Mail Service fallisce con un buco di 38 milioni di euro.
Un anno prima, nel 2010, però le parti si sono invertite: è Tiziano Renzi a vendere al papà di Mariano Massone, Gianfranco, per appena 3.800 euro la sua Chil Post che ha iscritto in bilancio un debito di 700.000 euro con la Bcc di Pontassieve, e che viene lentamente svuotata degli appalti migliori, compreso un contratto da 500.000 euro della Tnt che passa a un'altra coop di fiducia di Tiziano, la Direkta di Mirko Provenzano, per il cui fallimento mamma Renzi rischia un nuovo processo a breve.
Gianfranco Massone non è però un imprenditore, non è un esperto di marketing editoriale e non è nemmeno un guru della pubblicità. Come il nostro giornale ha raccontato nei mesi scorsi, quando l'inchiesta di Firenze era ancora top secret, è un tranquillo pensionato con un passato da ufficiale marittimo che si è fidato (troppo) del figlio. «Dovrei andare a bastonare chi mi ha fatto questo scherzo», ha ripetuto a chi gli chiedeva dell'indagine in cui è stato coinvolto. Da ora, attenzione alle date. Renzi si libera della Chil Post tre anni prima che fallisca (febbraio 2013). Ai pm che lo mettono sott'inchiesta, spiega di aver interrotto tutti i rapporti con i Massone e di essere del tutto estraneo alla deriva finanziaria dell'azienda. «Chil promozioni (la futura Eventi 6, ndr), infatti, non ha successivamente intrattenuto rapporti con le società di Massone», scrive il pm genovese Marco Airoldi per motivare la richiesta di archiviazione a carico di Renzi senior. Dopo qualche tentennamento, il gip lo accontenta e autorizza anche il patteggiamento di Massone (26 mesi) e dell'allora amministratore della coop, Antonello Gabelli (20 mesi).
Ma davvero le strade di Massone e Renzi si sono separate dopo la vendita della Chil Post? Assolutamente no. Anzi. È vero il contrario. Dopo il fallimento della coop, Mariano si rifugia in un appartamentino a due passi da Tiziano. Che non solo lo accoglie, ma gli fa anche da garante con l'anziano proprietario dell'immobile. I due si rimettono al lavoro quasi subito e la prima operazione che cercano di concludere è la schermatura della Eventi 6. All'epoca Matteo Renzi è in procinto di andare a Palazzo Chigi, e convince il papà a vendere l'azienda di famiglia. Tiziano però preferisce cedere le quote della Eventi 6 alla srl Postitaly, fondata nel luglio 2013 e controllata proprio da Massone e dalla moglie, Giovanna Gambino. Un modo, evidente, per non farla allontanare troppo da casa. Per l'occasione, viene disposto un aumento di capitale di 140.000 euro raggranellato tra i nuovi soci (un architetto, un bancario, un dentista, un notaio torinese e un consulente di marketing) ma, alla fine, la «trasfusione» societaria non riesce. La Eventi 6 resta in capo a babbo Tiziano e mamma Laura e continua a inanellare appalti su appalti con Matteo alla guida del governo. Massone è rimasto però senza reddito, e ha bisogno di lavorare anche per affrontare le spese legali. L'unico a cui può chiedere aiuto è sempre Tiziano. Lo fa addirittura mentre è ancora in corso l'inchiesta di Genova (giugno 2016) rischiando di compromettere la strategia difensiva del suo coindagato e futuro archiviato. Il quale, incurante del rischio, gli propone di eseguire proprio con Postitaly alcuni controlli urgenti sulla distribuzione di volantini della Esselunga da parte di una ditta subappaltatrice della Eventi 6. Ma è poco più di un contentino. Sono mesi febbrili, quelli. Massone si sente «scaricato» e utilizza il processo di Genova come utile promemoria per rinsaldare i contatti con Tiziano che ai pm continua a dire di non avere più nulla a che fare con l'ex collaboratore. I due utilizzano una chat criptata di Telegram per parlare di affari e, in particolare, di un software brevettato da Massone in cerca di acquirenti.
Tiziano e Mariano, come i lettori della Verità ricorderanno, vengono anche fotografati insieme ad Alessandria mentre discutono animatamente. Risalgono a quel periodo (tra la fine del 2016 e gli inizi del 2017, in piena tempesta Consip) gli sms e le mail che il nostro giornale pubblicò in esclusiva. Messaggi di insofferenza e di rimostranze in cui Massone contestava a Renzi di essere l'unico del giro delle coop amiche di Rignano sull'Arno a non fare affari («Mi sento un coglione», scrive tranchant).
Mariano vuole rientrare dalla finestra dopo essere uscito dalla porta. E propone strade da battere per accalappiare qualche buon lavoro. Due in particolare, gli interessano. E le cita nelle mail scambiate con Tiziano: oltre a Mps e Unipol, si sofferma sull'uscita di Poste italiane dal settore della distribuzione delle lettere non indirizzate (la cosiddetta distribuzione massiva) e sul business di Pagine gialle. Quest'ultimo gestito dalla Eventi 6 e da altre aziende vicine. Quelle di Massone sono accuse a cui Tiziano si premura di rispondere senza esasperare i toni ma stando al contempo molto attento a non scrivere più di quanto necessario. Il motivo di questa cautela è semplice: ha paura che informazioni sensibili possano finire sul nostro giornale corredate - scrive - da ipotesi «amadoriali», parafrasando il cognome del cronista che più si occupa delle sue vicende.
Massone però non fa in tempo a riprendersi la scena: dopo aver scontato la condanna ai servizi sociali, ed essere tornato a vivere coi genitori, potendo contare su un lavoro in una piccola ditta dell'entroterra genovese, arriva l'arresto. «Non dee l'uomo, per maggiore amico, dimenticare li servigi ricevuti dal minore», scriveva un conterraneo di Tiziano Renzi. Dante Alighieri.
E Lady Leopolda incastra la famiglia «Mi chiesero di fare da prestanome»
Anche Lady Leopolda scarica i Renzi. E lo fa in Procura a Firenze, nell'inchiesta che ha privato della libertà babbo Tiziano e mamma Laura, ammettendo di aver partecipato alla costituzione di una delle coop a presunto fallimento pilotato, la Delivery service. Proprio lei che con la sua Dotmedia è stata una delle organizzatrici della kermesse renziana, oltre che ideatrice delle campagne elettorali di molti big del Partito democratico. Va a segno sulla mamma del Rottamatore: «È stata Laura Bovoli, conosciuta nell'ambito della mia attività di lavoro, ad avanzarmi la proposta di partecipare alla costituzione di una cooperativa che avrebbe potuto operare nel settore della distribuzione pubblicitaria».
D'altra parte Lady Leopolda è considerata un'esperta di personal reputation.
Moglie di Patrizio Donnini, già fondatore e socio di Dotmedia, il cui successo aziendale ha viaggiato sempre parallelo con quello di Renzi. Quando Matteo ha messo piede a Palazzo Vecchio, Dotmedia, che aveva curato la campagna fiorentina renziana, tra il 2009 al 2011 lavora per le società partecipate del Comune di Firenze. Poi è arrivata la Leopolda e Lilian è stata in prima linea.
Nessuno, quindi, avrebbe giudicato peregrina l'idea di tirarla in una coop che si sarebbe occupata di pubblicità. A maggior ragione se dietro quella coop ci sono i Renzi. E infatti Mammoliti afferma: «Poiché conosco il settore, operando con la Dotmedia, aderii alla proposta che mi fu fatta dalla Bovoli».
Il 12 marzo 2018, giorno in cui nella direzione del Pd Matteo Renzi rassegna le dimissioni da segretario, Lady Leopolda è davanti ai magistrati. Mentre nel partito, a Roma, si consuma la fine dell'era Renzi, a Firenze, in Procura, i magistrati annotano il nome della signora Mammoliti tra quelli dei prestanome dei Renzi, ossia tra quelle persone che si sono trovate ad aver costituito le coop senza conoscere gli altri soci.
Il copione ormai i magistrati fiorentini lo conoscono a memoria, per aver convocato tutti i soci dei Renzi. E infatti, anche Mammoliti, il cui verbale finisce nel faldone 7 dell'inchiesta, a pagina 727, spiega: «Prendo atto dei nominativi delle persone che risultano aver costituito insieme a me la cooperativa e dichiaro di non conoscerne nessuno». Ma almeno le attività della coop? La sede? Nulla. Mammoliti cade dal pero: «Non sono in grado di fornire alcuna ulteriore informazione sulla cooperativa». E dalla memoria aveva perfino cancellato il giorno della costituzione: «Non ricordo di essermi recata nello studio di un notaio, né di aver versato la somma di euro 50, come mi si dice che risulti dall'atto costitutivo».
E a lei è andata anche bene. C'è chi si è trovato amministratore a un passo dal fallimento. Salvatore Micari è una vecchia conoscenza della Verità. In una intervista pubblicata il 16 novembre 2017, l'uomo che ora vive nella periferia di Milano facendo il lavapiatti per sbarcare il lunario, raccontò di non aver mai preso un euro, né di aver guidato la ditta o parlato con i parenti dell'ex premier.
Concetti che ha ribadito qualche mese fa ai magistrati. Le sue parole, riassunte dal gip, sono finite nell'ordinanza di arresto ai domiciliari per i genitori del Rottamatore: «Ha riferito di essere stato contattato per svolgere l'attività di amministratore e che, volendo intraprendere una nuova attività produttiva perché il bar che fino a quel momento aveva gestito a Milano era in difficoltà finanziaria, aveva acconsentito». Il ruolo nella coop dei Renzi, però, non gli ha riempito il portafogli ed è servito, sostiene l'accusa, solo in sede di procedura fallimentare.
Continua a leggereRiduci
I due, accusati di fallimenti pilotati, hanno un lungo pregresso di affari nella distribuzione. Culminati con un litigio quando Matteo era premier.E Lady Leopolda incastra la famiglia: «Mi chiesero di fare da prestanome». L'ex «regista» delle kermesse renziane: «Non conoscevo gli altri soci della coop».Lo speciale comprende due articoli. Se l'inchiesta di Firenze fosse un libro fantasy, la storia dei coindagati Tiziano Renzi e Mariano Massone assomiglierebbe a quella di Frodo e Sam, i due amici hobbit protagonisti del Signore degli Anelli di John Ronald Reuel Tolkien. Mezz'uomini che corrono pericoli mortali e rischiose avventure nella Terra di Mezzo per trasportare l'Anello del Potere.Renzi e Massone, lunedì scorso, sono stati arrestati e messi ai domiciliari nell'inchiesta sui fallimenti pilotati delle coop vampirizzate dalla Eventi 6 di babbo Tiziano e mamma Laura Bovoli, genitori dell'ex premier, per «massimizzare il proprio profitto personale», come ha scritto il gip Angela Fantechi nell'ordinanza di custodia cautelare. Ultima tappa di un percorso lungo 15 anni che entrambi hanno attraversato scorrazzando nella terra di mezzo degli affari opachi e dei crac societari.Il loro rapporto d'affari nasce nel 2003 quando Tiziano distribuisce con la sua Chil Post a Genova Il Secolo XIX affidandosi a cooperative vicine o comunque controllate da Massone e dalla moglie, Giovanna Gambino. Il feeling tra i due è così forte che un anno dopo, nel 2004, Renzi senior decide di acquistare dai genitori di Mariano il 60 per cento delle quote della Mail Service (il 59 per cento è della mamma, Angela Ponte, e il restante 1 per cento del papà, Gianfranco) trasferendone la sede a Firenze. Tempo due anni, e Tiziano rivende il pacchetto, costatogli appena 6.000 euro, alla Ams real estate spa. Una società di cui sono titolari il napoletano Luigi Corcione e il catanese Francesco Richichi. Gente sempre del giro perché, da un controllo alla Camera di Commercio, emerge che sono entrambi residenti o domiciliati a indirizzi riconducibili a Massone, ad Alessandria. Nel 2011, la Mail Service fallisce con un buco di 38 milioni di euro. Un anno prima, nel 2010, però le parti si sono invertite: è Tiziano Renzi a vendere al papà di Mariano Massone, Gianfranco, per appena 3.800 euro la sua Chil Post che ha iscritto in bilancio un debito di 700.000 euro con la Bcc di Pontassieve, e che viene lentamente svuotata degli appalti migliori, compreso un contratto da 500.000 euro della Tnt che passa a un'altra coop di fiducia di Tiziano, la Direkta di Mirko Provenzano, per il cui fallimento mamma Renzi rischia un nuovo processo a breve.Gianfranco Massone non è però un imprenditore, non è un esperto di marketing editoriale e non è nemmeno un guru della pubblicità. Come il nostro giornale ha raccontato nei mesi scorsi, quando l'inchiesta di Firenze era ancora top secret, è un tranquillo pensionato con un passato da ufficiale marittimo che si è fidato (troppo) del figlio. «Dovrei andare a bastonare chi mi ha fatto questo scherzo», ha ripetuto a chi gli chiedeva dell'indagine in cui è stato coinvolto. Da ora, attenzione alle date. Renzi si libera della Chil Post tre anni prima che fallisca (febbraio 2013). Ai pm che lo mettono sott'inchiesta, spiega di aver interrotto tutti i rapporti con i Massone e di essere del tutto estraneo alla deriva finanziaria dell'azienda. «Chil promozioni (la futura Eventi 6, ndr), infatti, non ha successivamente intrattenuto rapporti con le società di Massone», scrive il pm genovese Marco Airoldi per motivare la richiesta di archiviazione a carico di Renzi senior. Dopo qualche tentennamento, il gip lo accontenta e autorizza anche il patteggiamento di Massone (26 mesi) e dell'allora amministratore della coop, Antonello Gabelli (20 mesi). Ma davvero le strade di Massone e Renzi si sono separate dopo la vendita della Chil Post? Assolutamente no. Anzi. È vero il contrario. Dopo il fallimento della coop, Mariano si rifugia in un appartamentino a due passi da Tiziano. Che non solo lo accoglie, ma gli fa anche da garante con l'anziano proprietario dell'immobile. I due si rimettono al lavoro quasi subito e la prima operazione che cercano di concludere è la schermatura della Eventi 6. All'epoca Matteo Renzi è in procinto di andare a Palazzo Chigi, e convince il papà a vendere l'azienda di famiglia. Tiziano però preferisce cedere le quote della Eventi 6 alla srl Postitaly, fondata nel luglio 2013 e controllata proprio da Massone e dalla moglie, Giovanna Gambino. Un modo, evidente, per non farla allontanare troppo da casa. Per l'occasione, viene disposto un aumento di capitale di 140.000 euro raggranellato tra i nuovi soci (un architetto, un bancario, un dentista, un notaio torinese e un consulente di marketing) ma, alla fine, la «trasfusione» societaria non riesce. La Eventi 6 resta in capo a babbo Tiziano e mamma Laura e continua a inanellare appalti su appalti con Matteo alla guida del governo. Massone è rimasto però senza reddito, e ha bisogno di lavorare anche per affrontare le spese legali. L'unico a cui può chiedere aiuto è sempre Tiziano. Lo fa addirittura mentre è ancora in corso l'inchiesta di Genova (giugno 2016) rischiando di compromettere la strategia difensiva del suo coindagato e futuro archiviato. Il quale, incurante del rischio, gli propone di eseguire proprio con Postitaly alcuni controlli urgenti sulla distribuzione di volantini della Esselunga da parte di una ditta subappaltatrice della Eventi 6. Ma è poco più di un contentino. Sono mesi febbrili, quelli. Massone si sente «scaricato» e utilizza il processo di Genova come utile promemoria per rinsaldare i contatti con Tiziano che ai pm continua a dire di non avere più nulla a che fare con l'ex collaboratore. I due utilizzano una chat criptata di Telegram per parlare di affari e, in particolare, di un software brevettato da Massone in cerca di acquirenti. Tiziano e Mariano, come i lettori della Verità ricorderanno, vengono anche fotografati insieme ad Alessandria mentre discutono animatamente. Risalgono a quel periodo (tra la fine del 2016 e gli inizi del 2017, in piena tempesta Consip) gli sms e le mail che il nostro giornale pubblicò in esclusiva. Messaggi di insofferenza e di rimostranze in cui Massone contestava a Renzi di essere l'unico del giro delle coop amiche di Rignano sull'Arno a non fare affari («Mi sento un coglione», scrive tranchant). Mariano vuole rientrare dalla finestra dopo essere uscito dalla porta. E propone strade da battere per accalappiare qualche buon lavoro. Due in particolare, gli interessano. E le cita nelle mail scambiate con Tiziano: oltre a Mps e Unipol, si sofferma sull'uscita di Poste italiane dal settore della distribuzione delle lettere non indirizzate (la cosiddetta distribuzione massiva) e sul business di Pagine gialle. Quest'ultimo gestito dalla Eventi 6 e da altre aziende vicine. Quelle di Massone sono accuse a cui Tiziano si premura di rispondere senza esasperare i toni ma stando al contempo molto attento a non scrivere più di quanto necessario. Il motivo di questa cautela è semplice: ha paura che informazioni sensibili possano finire sul nostro giornale corredate - scrive - da ipotesi «amadoriali», parafrasando il cognome del cronista che più si occupa delle sue vicende.Massone però non fa in tempo a riprendersi la scena: dopo aver scontato la condanna ai servizi sociali, ed essere tornato a vivere coi genitori, potendo contare su un lavoro in una piccola ditta dell'entroterra genovese, arriva l'arresto. «Non dee l'uomo, per maggiore amico, dimenticare li servigi ricevuti dal minore», scriveva un conterraneo di Tiziano Renzi. 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Va a segno sulla mamma del Rottamatore: «È stata Laura Bovoli, conosciuta nell'ambito della mia attività di lavoro, ad avanzarmi la proposta di partecipare alla costituzione di una cooperativa che avrebbe potuto operare nel settore della distribuzione pubblicitaria». D'altra parte Lady Leopolda è considerata un'esperta di personal reputation. Moglie di Patrizio Donnini, già fondatore e socio di Dotmedia, il cui successo aziendale ha viaggiato sempre parallelo con quello di Renzi. Quando Matteo ha messo piede a Palazzo Vecchio, Dotmedia, che aveva curato la campagna fiorentina renziana, tra il 2009 al 2011 lavora per le società partecipate del Comune di Firenze. Poi è arrivata la Leopolda e Lilian è stata in prima linea. Nessuno, quindi, avrebbe giudicato peregrina l'idea di tirarla in una coop che si sarebbe occupata di pubblicità. A maggior ragione se dietro quella coop ci sono i Renzi. E infatti Mammoliti afferma: «Poiché conosco il settore, operando con la Dotmedia, aderii alla proposta che mi fu fatta dalla Bovoli». Il 12 marzo 2018, giorno in cui nella direzione del Pd Matteo Renzi rassegna le dimissioni da segretario, Lady Leopolda è davanti ai magistrati. Mentre nel partito, a Roma, si consuma la fine dell'era Renzi, a Firenze, in Procura, i magistrati annotano il nome della signora Mammoliti tra quelli dei prestanome dei Renzi, ossia tra quelle persone che si sono trovate ad aver costituito le coop senza conoscere gli altri soci. Il copione ormai i magistrati fiorentini lo conoscono a memoria, per aver convocato tutti i soci dei Renzi. E infatti, anche Mammoliti, il cui verbale finisce nel faldone 7 dell'inchiesta, a pagina 727, spiega: «Prendo atto dei nominativi delle persone che risultano aver costituito insieme a me la cooperativa e dichiaro di non conoscerne nessuno». Ma almeno le attività della coop? La sede? Nulla. Mammoliti cade dal pero: «Non sono in grado di fornire alcuna ulteriore informazione sulla cooperativa». E dalla memoria aveva perfino cancellato il giorno della costituzione: «Non ricordo di essermi recata nello studio di un notaio, né di aver versato la somma di euro 50, come mi si dice che risulti dall'atto costitutivo». E a lei è andata anche bene. C'è chi si è trovato amministratore a un passo dal fallimento. Salvatore Micari è una vecchia conoscenza della Verità. In una intervista pubblicata il 16 novembre 2017, l'uomo che ora vive nella periferia di Milano facendo il lavapiatti per sbarcare il lunario, raccontò di non aver mai preso un euro, né di aver guidato la ditta o parlato con i parenti dell'ex premier. Concetti che ha ribadito qualche mese fa ai magistrati. Le sue parole, riassunte dal gip, sono finite nell'ordinanza di arresto ai domiciliari per i genitori del Rottamatore: «Ha riferito di essere stato contattato per svolgere l'attività di amministratore e che, volendo intraprendere una nuova attività produttiva perché il bar che fino a quel momento aveva gestito a Milano era in difficoltà finanziaria, aveva acconsentito». Il ruolo nella coop dei Renzi, però, non gli ha riempito il portafogli ed è servito, sostiene l'accusa, solo in sede di procedura fallimentare.
Vladimir Putin (Ansa)
Fatto sta che ieri, nelle sue comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio Ue del 18 e 19 giugno, il presidente del Consiglio, reduce dall’irritante esclusione dal vertice E3 con Volodymyr Zelensky, ha espresso chiaramente la sua preferenza per un’iniziativa diplomatica comune nei confronti di Mosca: «L’Unione europea», ha detto il premier, «deve essere pronta a guidare questo dialogo, mentre farebbe un errore a subirlo». Sia se a guidare le danze fossero gli Stati Uniti da soli, sia se, per le manie di protagonismo di certi leader nazionali, si procedesse «a tentoni, con formati variabili» che producono «frammentazione, confusione, debolezza». «Ma per farlo», ha aggiunto l’inquilina di Palazzo Chigi, «una volta stabilito quale sia, dal nostro punto di vista, l’obiettivo finale del negoziato, occorre individuare chi possa rappresentare gli interessi europei nel tavolo negoziale». È un aspetto su cui si registra una convergenza più rara che unica con Sergio Mattarella, secondo il quale è «molto opportuno che l’Unione europea, nei confronti dell’Ucraina e della Russia, si presenti con una voce sola». Opinione che, non a caso, il presidente ha espresso al pranzo di ieri con il premier. Ma ora che pure Francia, Germania e Regno Unito si sono decisi a intavolare una trattativa, tanto che, ieri, hanno spedito i loro ambasciatori al ministero degli Esteri russo, la sfida complicata è proprio quella di scegliere una figura adatta, che metta d’accordo tutti gli Stati membri dell’Ue e magari pure Londra.
È escluso che l’incarico possa essere ricoperto dall’Alto rappresentante di Bruxelles, Kaja Kallas. Oltranzista nei confronti del Cremlino, nonostante il passato sovietico della sua famiglia, adesso è ulteriormente delegittimata da chi briga per liquidarla, prendendo atto della sua irrilevanza. Il Financial Times ha infatti svelato che Parigi e Berlino, stizzite per l’«inefficacia» del servizio diplomatico Ue, sarebbero pronte a ritrasferire il grosso delle sue competenze alla Commissione, o in capo agli Stati membri. E, soprattutto, a sottrargli un budget da oltre un miliardo di euro. L’autorevolezza per andare da Vladimir Putin, la Kallas non ce l’ha affatto; anzi, la sua parabola certifica che l’Unione europea rimane priva di una politica estera. E questo è un ostacolo serio, se l’obiettivo è raggiungere un accordo ampio, superando le coalizioni ristrette.
A fine maggio, il quotidiano britannico aveva messo in cima alla lista dei potenziali mediatori il sempreverde «nonno» della Repubblica italiana: Mario Draghi. Affidargli un ruolo del genere potrebbe avere un qualche impatto anche sulla successione al Colle, nel 2029. L’ex banchiere potrebbe trovarsi impelagato in un lungo e difficile processo politico, che finirebbe per tenerlo lontano dal Quirinale. Il che lascerebbe campo più libero a un’alternativa più organica al centrodestra - ammettendo che il centrodestra si trovi, fra due anni e mezzo, nella posizione di dare le carte. Addirittura, un eventuale fallimento della mediazione potrebbe bruciare per la seconda volta l’ascesa di Draghi; la prima, era bastata la ricandidatura di Sergio Mattarella. Viceversa, un successo storico lo renderebbe la scelta naturale per subentrare all’attuale capo dello Stato. E la Meloni potrebbe intestarselo, facendo valere i buoni rapporti che ha intrattenuto con il suo predecessore.
Al di là dei risvolti e dei calcoli di politica interna, il limite alla missione di Draghi sarebbero le sue scarse credenziali nei confronti dello zar. La Federazione russa ha mandato segnali contraddittori. Ha biasimato l’Europa per la rinuncia al dialogo, ma poi ha bocciato ogni papabile interlocutore, a eccezione dell’ex cancelliere tedesco socialdemocratico, Gerhard Schröder, che ha il problema opposto: è troppo compromesso con Mosca per avere la fiducia dell’Ue.
Fermo restando che le intenzioni di Putin, come da tradizioni di Oltrecortina, non sono cristalline, e che la Russia potrebbe semplicemente considerare Bruxelles troppo ininfluente per sedersi a un tavolo che verrebbe gestito solo dalle grandi potenze imperiali, un altro ex capo del governo proveniente dalla Germania è stato più volte tirato in ballo: si tratta di Angela Merkel, la principale artefice del vecchio asse Berlino-Mosca, fondato sulle forniture energetiche a basso costo, ma anche responsabile e rea confessa del matrimonio infelice con un «nemico dell’Europa», come lei stessa definì lo zar nel 2024. La Russia, per di più, le rimprovera di aver propiziato gli accordi di Minsk, con cui si pose fine alla prima guerra nel Donbass, dodici anni fa: lungi dall’aver posto le basi per una pace duratura, quei patti, secondo Putin, consentirono a Kiev di beneficiare di una tregua tattica, che l’Ucraina ha utilizzato per prepararsi al successivo scontro con Mosca. Inoltre, meno di un mese fa, la stessa Merkel, pur dicendosi rammaricata perché l’Europa non stava «facendo sufficiente uso del suo potenziale diplomatico», aveva escluso di poter intervenire in prima persona: riferendosi al precedente negoziato, aveva precisato che esso era stato possibile «solo perché avevamo il potere politico, perché eravamo capi di governo. C’è bisogno di quel potere». Lei, ora, è fuori dai giochi.
Gli altri nomi circolati nelle ultime settimane sembrano di secondo piano. E se ciò, da un lato, li libera da eredità pesanti, dall’altro li rende poco credibili al cospetto di Putin: l’ex presidente finlandese, Sauli Niinistö, o il premier in carica, Alexander Stubb. L’inviato europeo, ha concluso ieri Antonio Tajani, «non lo decide né Putin né i Paesi da soli, ma tutta l’Unione europea».
Ci sarebbe, in effetti, da scongiurare l’ipotesi forse più indigeribile: che Emmanuel Macron, in uscita dall’Eliseo, ai giardinetti preferisca una dacia, pur di continuare a nutrire il suo ego.
Per il momento, se l’Ue non ha avuto il coraggio di dissociarsi dai volenterosi («In effetti i negoziati stanno avvenendo in diversi formati, in diversi luoghi, anche a diversi livelli», si è limitata a confermare ieri una portavoce della Commissione), la Russia li ha ricevuti per umiliarli: i membri dell’E3, ha tuonato Maria Zakharova, «stanno perseguendo una linea d’azione volta a impedire la creazione delle condizioni per i negoziati su una pace veramente globale, giusta e duratura». Sicuri ci si debba rammaricare che la Meloni sia uscita dal gruppo?
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Poiché il nodo della difesa aerea è fra i più importanti, l’Unione europea ha aperto al finanziamento dell’acquisto di missili antiaerei e antimissile americani Patriot, stando al portavoce della Commissione europea, Balazs Ujvari: «Se c’è interesse per attrezzature che vanno oltre i droni, siano sistemi antimissile o da difesa aerea, è una possibilità da mettere sul tavolo». A monte, i ripetuti appelli del presidente Volodymir Zelensky per aiuti in difesa aerea.
Fa pensare che, dopo i 6 miliardi di euro per i droni, l’Ue si prepari a pagare nuovi costosi Patriot, sebbene scarsi essendo dirottati nel Golfo Persico per contrastare i missili iraniani. Ma Kiev guarda anche a missili europei, come l’Aster 30 di fabbricazione franco-italiana, coprodotto da industrie fra cui Mbda e la nostra Avio. Un missile con raggio d’azione di 120 km e quota massima di 22 km, imbarcato anche su navi della Marina italiana.
Ne hanno parlato ieri il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov e la ministra francese delle Forze armate, Catherine Vautrin. L’Ucraina, dalla notte all’alba, ha affrontato incursioni di 221 droni e due missili balistici Iskander lanciati dai russi. La difesa avrebbe «abbattuto 195 droni», ma molti dei velivoli telecomandati russi non erano Shahed d’attacco, ma tipi usati come esca, dunque per distrarre le difese, come Parodia e Italmas. Inoltre non sono stati intercettati i missili Iskander, che essendo balistici ipersonici sono ardui da fermare. Fra i bersagli, un deposito di locomotive nella regione di Sumy, dove il bombardamento ha ucciso una ferroviera e ha ferito quattro suoi colleghi. I russi affermano di aver conquistato due villaggi, Okhrimivka, nella regione di Kharkiv, e Rozkishne, in quella del Donetsk già per la maggior parte annessa alla Russia. Il sito di mappatura ucraino Deep State non ha finora confermato queste avanzate russe ed è difficile discriminare fra la vera occupazione integrale di un territorio e l’infiltrazione di avanguardie.
L’Ucraina ha colpito con droni l’ennesima raffineria russa, ad Afipsky, dove è scoppiato un incendio. Altri droni hanno ucciso due persone nella parte occupata dai russi della regione di Zaporizhzhia. Altro obiettivo è stato un convoglio di 50 camion militari russi carichi di carburante e munizioni ad Armyansk, in Crimea, dove le forze di Mosca hanno gettato ponti galleggianti. Kiev ha celebrato ieri per la prima volta una festa istituita da Zelensky, la Giornata delle Forze dei Sistemi a pilotaggio remoto. Per l’occasione il presidente ucraino ha affermato che «il 90% delle perdite russe sul campo di battaglia è dovuto ai droni».
E secondo il comandante della Forza droni ucraina, Robert Brovdi, detto «Madyar» («magiaro») perché d’origine ungherese, «dall’inizio del 2026 la forza droni ha ucciso 50.900 militari russi e colpito 176.500 obbiettivi». Brovdi ha spiegato alla Reuters che si sta bombardando l’autostrada Novorossiya per isolare la Crimea dalla Russia: «La campagna ha ridotto di due terzi, nell’ultimo mese, il traffico sull’autostrada Novorossiya, via di rifornimento russa che traversa l’Ucraina meridionale occupata fino alla Crimea. Entro un mese, l’Ucraina avrà il controllo della strada. Isoleremo la Crimea. Colpire i veicoli è facile come sparare alle pernici in un campo aperto». Se i droni sono l’ultimo grido, i vecchi razzi Grad di origine sovietica vengono ancora usati dai soldati di Zelensky, come ieri sul villaggio russo di Belaya Berezka, nella regione di Bryansk, dove è stato ucciso un civile. Installazioni della Marina Russa a Sebastopoli sono stati invece colpiti con missili Neptune di fabbricazione ucraina.
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Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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