True
2023-12-23
L’autogol del Papa, criticato perfino dai «suoi»
Papa Francesco (Getty Images)
In Africa non l’hanno presa benissimo, la faccenda della benedizione alle coppie omosessuali. Lì, tra le alte gerarchie ecclesiastiche, c’è chi - in Nigeria - ha scritto che la Dichiarazione dell’ex Sant’Uffizio promuove una pratica che va contro «la legge di Dio, gli insegnamenti della Chiesa, le leggi della nostra nazione e la sensibilità culturale del nostro popolo»; chi - nel Malawi - ha comunque vietato di amministrare il sacramentale ai coniugi gay; chi - nello Zambia - vuole concedersi almeno una «ulteriore riflessione». E che il disagio verso Fiducia supplicans non sia riducibile ai mal di pancia di qualche retroguardia oscurantista lo dimostra l’intervento del presidente del Simposio delle conferenze episcopali di Africa e Madagascar. In pratica, il prelato che governa i vescovi dell’intero continente.
Si tratta di monsignor Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovo della capitale congolese Kinshasa. Benché sia stato creato cardinale proprio da Francesco e, quindi, non sia di certo un affiliato alla fazione dei conservatori stile Raymond Leo Burke, il religioso ha firmato una lettera nella quale riconosce «l’ambiguità» del testo redatto dal prefetto Víctor Manuel «Tucho» Fernández, sottolineando che esso «si presta a numerose interpretazioni e manipolazioni» e «suscita molte perplessità tra i fedeli». Perciò, prosegue Ambongo, «dobbiamo esprimerci chiaramente su questa questione, al fine di dare un orientamento chiaro ai nostri cristiani».
L’ironia della sorte sta nell’approccio che il porporato adotta. Egli, infatti, cita il «processo sinodale che la Chiesa sta attraversando in questo momento» e rivendica «il ruolo cruciale delle Conferenze episcopali e delle Organizzazioni continentali nella salvaguardia della fede e della cultura dei popoli». Perciò, chiede ai vescovi africani un «parere» sul documento, «affinché possiamo redigere un’unica dichiarazione sinodale, che valga per l’intera Chiesa d’Africa». Se tanto ci dà tanto - ossia, se l’orientamento prevalente a quelle latitudini è di rifiutare la benedizione delle coppie irregolari o formate da persone dello stesso sesso - sulla scrivania di monsignor Ambongo pioveranno decine di stroncature di Fiducia supplicans. La conseguenza che il numero uno dei vescovi africani dovrà trarre, molto probabilmente, porterà al bando della pratica, accolta con sconcerto proprio da quella «periferia» ecclesiale che, al «Papa venuto dalla fine del mondo», sta tanto a cuore.
Così, i principi e i metodi di Jorge Mario Bergoglio si ritorcerebbero contro la rivoluzione strisciante che sta portando avanti, a colpi di decisioni con le quali garantisce di lasciare intatta la dottrina, nel momento in cui sconvolge la prassi. Non solo le resistenze provengono dai luoghi da cui il Pontefice si aspettava, magari, più apertura alla svolta progressista; non solo sono il suo «terzomondismo» e la sua attenzione alla sensibilità dei popoli, a permettere che quelli tradizionalisti si sottraggano alle innovazioni; addirittura, l’agenda di Francesco può finire incagliata nelle procedure ispirate al coinvolgimento della «base», che il successore di Pietro caldeggia. E se a mettersi di traverso è persino un uomo a lui vicino, come il cardinale del Congo, sensibile alle battaglie ambientaliste ormai di moda in Vaticano, significa che Tucho, con l’ultima uscita, si è davvero spinto troppo in là.
Le contestazioni si stanno moltiplicando. Negli Usa, la loro eco è arrivata fino alle colonne del Wall Street Jorunal. E dopo il Kazakistan e le Filippine, anche in Europa qualcuno s’è destato. Il vescovo di Oviedo, monsignor Jesús Sanz Montes, è stato durissimo, denunciando un «documento che confonde e inganna». E ha un significato simbolico forte il fatto che Fiducia supplicans sia stata bocciata dalla Conferenza episcopale della Polonia. Un Paese che ha combattuto per la libertà di pubblica professione del culto; soprattutto, la nazione che ha dato i natali a Giovanni Paolo II. I prelati di Varsavia sono stati netti: le persone che intrattengono una relazione omosessuale «non possono ricevere una benedizione». Nel Vecchio continente, ora, il disappunto non si limita ai caustici commenti del cardinale Gerhard Müller, il quale ha tirato in ballo la «blasfemia» del sacramentale indirizzato ai coniugi gay.
L’apertura alla «diversità», celebrata dall’intellighenzia modernista della Chiesa, rischia di diventare un clamoroso e inatteso autogol per il Papa argentino. Sarebbe un fallimento strategico: l’ambiguità del suo operato non gli ha consentito di ribaltare il magistero, ma nemmeno ha mai spinto i difensori della tradizione ad abbassare la guardia.
L’altro giorno, Francesco ha provato a gettare acqua sul fuoco, con l’invito ad abbandonare la diatriba tra conservatori e progressisti. Che sia o meno imminente uno scisma, è chiaro, però, che la situazione gli sta sfuggendo di mano. Il fuoco è stato appiccato.
Il Pontefice fa il terzomondista. Il Terzo mondo gli arresta i prelati
Non si ferma la persecuzione della Chiesa cattolica in Nicaragua. Il regime sandinista di Daniel Ortega ha infatti arrestato un secondo vescovo, Isidoro del Carmen Mora Ortega, «reo» di aver chiesto di pregare per il suo collega, Rolando Álvarez, condannato a 26 anni di carcere lo scorso febbraio. Era invece agosto, quando il regime autocratico nicaraguense confiscò l’Università Centroamericana del Nicaragua, che è affiliata ai gesuiti. Qualche mese prima, a marzo, la Santa Sede aveva chiuso la propria ambasciata nel Paese, poco dopo che Ortega aveva ventilato l’ipotesi di rompere i rapporti con il Vaticano.
Si tratta di una situazione particolarmente preoccupante, che però mette in luce il cortocircuito in cui è piombata l’attuale politica estera della Santa Sede: una politica estera improntata al terzomondismo, che ha raffreddato i rapporti con gli Stati Uniti, aprendo invece una fase di significativa distensione con la Repubblica popolare cinese. Ci riferiamo soprattutto al controverso accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi che, approvato per la prima volta nel 2018, è stato finora rinnovato due volte: nel 2020 e nel 2022. Un’intesa che è stata, guarda caso, criticata da vari cardinali di area «ratzingeriana», come Timothy Dolan, Joseph Zen, Gerhard Müller e Raymond Burke. Vale a tal proposito la pena di ricordare che la linea terzomondista e filocinese della Santa Sede è caldeggiata soprattutto dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Compagnia di Gesù. Ed è proprio in ossequio a tale Ostpolitik che il pontefice ha raramente affrontato il tema della libertà religiosa in Cina: anzi, a settembre scorso, arrivò addirittura a esortare i cattolici cinesi ad essere dei «buoni cittadini». E questo, nonostante Pechino abbia non solo violato più volte l’accordo con la Santa Sede ma anche avviato da anni un processo di indottrinamento dei fedeli locali sulla base dei principi del socialismo (la cosiddetta «sinicizzazione»).
Ebbene, quanto accade in Nicaragua sta facendo emergere il paradosso dell’attuale politica vaticana. Oltre a essere visceralmente antiamericano, il regime di Managua si è sempre più avvicinato alla Repubblica popolare cinese e al suo network internazionale. A dicembre 2021, il Nicaragua ha rotto le relazioni diplomatiche con Taiwan. Inoltre, appena mercoledì scorso, Managua e Pechino hanno ulteriormente rafforzato i loro legami bilaterali, avviando un partenariato strategico. Come se non bastasse, Xi Jinping ha anche reso noto che il trattato di libero scambio tra Cina e Nicaragua entrerà in vigore da gennaio. Parliamo dello stesso Nicaragua che, a giugno 2021, ha acconsentito a ospitare militari russi sul proprio territorio. Era infine giugno scorso, quando Ortega ha ricevuto il presidente dell’Iran, Ebrahim Raisi. Quello stesso Iran con cui la Santa Sede si è più volte consultata da quando è iniziata la crisi di Gaza attualmente in corso.
Il problema è che il terzomondismo antiamericano dell’attuale pontefice si sta sempre più ritorcendo contro la stessa Chiesa cattolica: il caso nicaraguense sta lì a dimostrarlo. L’avvicinamento della Santa Sede all’orbita di Pechino non ha portato a un miglioramento della condizione dei cattolici cinesi. Sta semmai mettendo a rischio la libertà religiosa in altre parti del mondo. Per carità: nessuno dice che ci si debba schiacciare sull’americanismo acritico. Il punto è che il terzomondismo, oggi enfatizzato in modo altrettanto acritico dalla Santa Sede, ha i suoi lati oscuri. Il punto è che la doverosa attenzione agli ultimi dovrebbe avvenire in un contesto di verità. Il punto è, infine, che senza la libertà religiosa non può banalmente esserci la libertà della Chiesa. È questo l’insegnamento lasciatoci da san Tommaso Becket e dal venerabile József Mindszenty: due figure che hanno pagato in prima persona la persecuzione religiosa. Forse è a loro che bisognerebbe guardare. Non a Luca Casarini.
Continua a leggereRiduci
Il capo dei vescovi africani e la Cei polacca bocciano la benedizione alle coppie omosessuali.Continuano le persecuzioni nel Nicaragua filocinese: finisce in manette un monsignore.Lo speciale contiene due articoli.In Africa non l’hanno presa benissimo, la faccenda della benedizione alle coppie omosessuali. Lì, tra le alte gerarchie ecclesiastiche, c’è chi - in Nigeria - ha scritto che la Dichiarazione dell’ex Sant’Uffizio promuove una pratica che va contro «la legge di Dio, gli insegnamenti della Chiesa, le leggi della nostra nazione e la sensibilità culturale del nostro popolo»; chi - nel Malawi - ha comunque vietato di amministrare il sacramentale ai coniugi gay; chi - nello Zambia - vuole concedersi almeno una «ulteriore riflessione». E che il disagio verso Fiducia supplicans non sia riducibile ai mal di pancia di qualche retroguardia oscurantista lo dimostra l’intervento del presidente del Simposio delle conferenze episcopali di Africa e Madagascar. In pratica, il prelato che governa i vescovi dell’intero continente.Si tratta di monsignor Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovo della capitale congolese Kinshasa. Benché sia stato creato cardinale proprio da Francesco e, quindi, non sia di certo un affiliato alla fazione dei conservatori stile Raymond Leo Burke, il religioso ha firmato una lettera nella quale riconosce «l’ambiguità» del testo redatto dal prefetto Víctor Manuel «Tucho» Fernández, sottolineando che esso «si presta a numerose interpretazioni e manipolazioni» e «suscita molte perplessità tra i fedeli». Perciò, prosegue Ambongo, «dobbiamo esprimerci chiaramente su questa questione, al fine di dare un orientamento chiaro ai nostri cristiani».L’ironia della sorte sta nell’approccio che il porporato adotta. Egli, infatti, cita il «processo sinodale che la Chiesa sta attraversando in questo momento» e rivendica «il ruolo cruciale delle Conferenze episcopali e delle Organizzazioni continentali nella salvaguardia della fede e della cultura dei popoli». Perciò, chiede ai vescovi africani un «parere» sul documento, «affinché possiamo redigere un’unica dichiarazione sinodale, che valga per l’intera Chiesa d’Africa». Se tanto ci dà tanto - ossia, se l’orientamento prevalente a quelle latitudini è di rifiutare la benedizione delle coppie irregolari o formate da persone dello stesso sesso - sulla scrivania di monsignor Ambongo pioveranno decine di stroncature di Fiducia supplicans. La conseguenza che il numero uno dei vescovi africani dovrà trarre, molto probabilmente, porterà al bando della pratica, accolta con sconcerto proprio da quella «periferia» ecclesiale che, al «Papa venuto dalla fine del mondo», sta tanto a cuore.Così, i principi e i metodi di Jorge Mario Bergoglio si ritorcerebbero contro la rivoluzione strisciante che sta portando avanti, a colpi di decisioni con le quali garantisce di lasciare intatta la dottrina, nel momento in cui sconvolge la prassi. Non solo le resistenze provengono dai luoghi da cui il Pontefice si aspettava, magari, più apertura alla svolta progressista; non solo sono il suo «terzomondismo» e la sua attenzione alla sensibilità dei popoli, a permettere che quelli tradizionalisti si sottraggano alle innovazioni; addirittura, l’agenda di Francesco può finire incagliata nelle procedure ispirate al coinvolgimento della «base», che il successore di Pietro caldeggia. E se a mettersi di traverso è persino un uomo a lui vicino, come il cardinale del Congo, sensibile alle battaglie ambientaliste ormai di moda in Vaticano, significa che Tucho, con l’ultima uscita, si è davvero spinto troppo in là.Le contestazioni si stanno moltiplicando. Negli Usa, la loro eco è arrivata fino alle colonne del Wall Street Jorunal. E dopo il Kazakistan e le Filippine, anche in Europa qualcuno s’è destato. Il vescovo di Oviedo, monsignor Jesús Sanz Montes, è stato durissimo, denunciando un «documento che confonde e inganna». E ha un significato simbolico forte il fatto che Fiducia supplicans sia stata bocciata dalla Conferenza episcopale della Polonia. Un Paese che ha combattuto per la libertà di pubblica professione del culto; soprattutto, la nazione che ha dato i natali a Giovanni Paolo II. I prelati di Varsavia sono stati netti: le persone che intrattengono una relazione omosessuale «non possono ricevere una benedizione». Nel Vecchio continente, ora, il disappunto non si limita ai caustici commenti del cardinale Gerhard Müller, il quale ha tirato in ballo la «blasfemia» del sacramentale indirizzato ai coniugi gay.L’apertura alla «diversità», celebrata dall’intellighenzia modernista della Chiesa, rischia di diventare un clamoroso e inatteso autogol per il Papa argentino. Sarebbe un fallimento strategico: l’ambiguità del suo operato non gli ha consentito di ribaltare il magistero, ma nemmeno ha mai spinto i difensori della tradizione ad abbassare la guardia.L’altro giorno, Francesco ha provato a gettare acqua sul fuoco, con l’invito ad abbandonare la diatriba tra conservatori e progressisti. Che sia o meno imminente uno scisma, è chiaro, però, che la situazione gli sta sfuggendo di mano. Il fuoco è stato appiccato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/autogol-papa-benedizioni-ai-gay-2666792185.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pontefice-fa-il-terzomondista-il-terzo-mondo-gli-arresta-i-prelati" data-post-id="2666792185" data-published-at="1703313904" data-use-pagination="False"> Il Pontefice fa il terzomondista. Il Terzo mondo gli arresta i prelati Non si ferma la persecuzione della Chiesa cattolica in Nicaragua. Il regime sandinista di Daniel Ortega ha infatti arrestato un secondo vescovo, Isidoro del Carmen Mora Ortega, «reo» di aver chiesto di pregare per il suo collega, Rolando Álvarez, condannato a 26 anni di carcere lo scorso febbraio. Era invece agosto, quando il regime autocratico nicaraguense confiscò l’Università Centroamericana del Nicaragua, che è affiliata ai gesuiti. Qualche mese prima, a marzo, la Santa Sede aveva chiuso la propria ambasciata nel Paese, poco dopo che Ortega aveva ventilato l’ipotesi di rompere i rapporti con il Vaticano. Si tratta di una situazione particolarmente preoccupante, che però mette in luce il cortocircuito in cui è piombata l’attuale politica estera della Santa Sede: una politica estera improntata al terzomondismo, che ha raffreddato i rapporti con gli Stati Uniti, aprendo invece una fase di significativa distensione con la Repubblica popolare cinese. Ci riferiamo soprattutto al controverso accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi che, approvato per la prima volta nel 2018, è stato finora rinnovato due volte: nel 2020 e nel 2022. Un’intesa che è stata, guarda caso, criticata da vari cardinali di area «ratzingeriana», come Timothy Dolan, Joseph Zen, Gerhard Müller e Raymond Burke. Vale a tal proposito la pena di ricordare che la linea terzomondista e filocinese della Santa Sede è caldeggiata soprattutto dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Compagnia di Gesù. Ed è proprio in ossequio a tale Ostpolitik che il pontefice ha raramente affrontato il tema della libertà religiosa in Cina: anzi, a settembre scorso, arrivò addirittura a esortare i cattolici cinesi ad essere dei «buoni cittadini». E questo, nonostante Pechino abbia non solo violato più volte l’accordo con la Santa Sede ma anche avviato da anni un processo di indottrinamento dei fedeli locali sulla base dei principi del socialismo (la cosiddetta «sinicizzazione»). Ebbene, quanto accade in Nicaragua sta facendo emergere il paradosso dell’attuale politica vaticana. Oltre a essere visceralmente antiamericano, il regime di Managua si è sempre più avvicinato alla Repubblica popolare cinese e al suo network internazionale. A dicembre 2021, il Nicaragua ha rotto le relazioni diplomatiche con Taiwan. Inoltre, appena mercoledì scorso, Managua e Pechino hanno ulteriormente rafforzato i loro legami bilaterali, avviando un partenariato strategico. Come se non bastasse, Xi Jinping ha anche reso noto che il trattato di libero scambio tra Cina e Nicaragua entrerà in vigore da gennaio. Parliamo dello stesso Nicaragua che, a giugno 2021, ha acconsentito a ospitare militari russi sul proprio territorio. Era infine giugno scorso, quando Ortega ha ricevuto il presidente dell’Iran, Ebrahim Raisi. Quello stesso Iran con cui la Santa Sede si è più volte consultata da quando è iniziata la crisi di Gaza attualmente in corso. Il problema è che il terzomondismo antiamericano dell’attuale pontefice si sta sempre più ritorcendo contro la stessa Chiesa cattolica: il caso nicaraguense sta lì a dimostrarlo. L’avvicinamento della Santa Sede all’orbita di Pechino non ha portato a un miglioramento della condizione dei cattolici cinesi. Sta semmai mettendo a rischio la libertà religiosa in altre parti del mondo. Per carità: nessuno dice che ci si debba schiacciare sull’americanismo acritico. Il punto è che il terzomondismo, oggi enfatizzato in modo altrettanto acritico dalla Santa Sede, ha i suoi lati oscuri. Il punto è che la doverosa attenzione agli ultimi dovrebbe avvenire in un contesto di verità. Il punto è, infine, che senza la libertà religiosa non può banalmente esserci la libertà della Chiesa. È questo l’insegnamento lasciatoci da san Tommaso Becket e dal venerabile József Mindszenty: due figure che hanno pagato in prima persona la persecuzione religiosa. Forse è a loro che bisognerebbe guardare. Non a Luca Casarini.
«The Paper» (Sky)
A ventuno anni dal debutto di The Office, Greg Daniels firma uno spin-off che ne riprende stile e struttura, spostando l’azione in un quotidiano del Midwest. Con Sabrina Impacciatore protagonista, The Paper racconta con ironia amara la professione giornalistica e le sue contraddizioni. Lo show, che per l'Italia debutta il 26 gennaio nella prima serata di Sky, eredita lo spirito dell’originale adattandolo a un nuovo contesto narrativo.
Ventuno anni fa, la prima puntata. Senza il traino dei social, di un Internet che, spesso, rende immenso anche quel che non meriterebbe di essere tale.
The Office, scritta, fra gli altri, dal sempiterno Ricky Gervais, ha debuttato nel 2005, senza poter contare su altro all'infuori di sé. E tanto è bastato. La serie televisiva, andata avanti per nove stagioni, ciascuna iconica quanto la precedente, ha saputo utilizzare il microcosmo di un ufficetto di periferia per raccontare magistralmente le storture di ogni ambiente professionale: la tracotanza di un capo incompetente, convinto, però, di essere geniale e brillante, le antipatie fra colleghi costretti a condividere la scrivania, l'ingerenza via via crescente di dinamiche parapolitiche, l'insoddisfazione, gli espedienti, i tentativi di cambiare rotta. Poi, nel 2013, dopo aver lanciato Steve Carell, l'incompetente senza cognizione di causa, è finita. E, ventuno anni dopo, s'è pensato di farla rivivere
The Paper non nasce come revival, ma come spin-off: una serie a sé stante, che con The Office condivida, però, lo spirito e lo stile. E, soprattutto, la troupe creativa. Lo show, che per l'Italia debutta il 26 gennaio, nella prima serata di Sky, è stato ideato da Greg Daniels, lo stesso che a suo tempo si è occupato di The Office. A cambiare, dunque, è stata solo la trama, non l'impianto, non l'intenzione.Il Midwest ha soppiantato l'ambientazione originale, la redazione di un quotidiano locale, il Toledo Truth Teller, ha preso il posto della Dunder Mifflin Paper Company. Steve Carell è sparito, dov'era lui è comparsa Sabrina Impacciatore, nuova diva delle produzioni a stelle e strisce. L'attrice, la cui performance in The White Lotus ha mandato in visibilio la critica statunitense, è stata scelta come protagonista. Una caporedattrice psicotica, con tendenze manipolatorie e ambizioni più grandi di quelle che il suo talento potrebbe e dovrebbe sostenere. Esmeralda Grand ha sempre fatto il buono e il cattivo tempo, nella redazione del Toledo Truth Teller. Ma l'arrivo di un nuovo collega, suo parigrado, l'ha costretta ai margini. Qualcun altro avrebbe scelto al suo posto, qualcun altro avrebbe gestito il potere. Il tutto, all'interno di un giornale morente, simbolo di una professione agonizzante.
The Paper, connessa all'originale attraverso la presenza di alcuni personaggi storici, è la cronaca quotidiana di un mestiere in via d'estinzione, perpetrato da gente senza più speranze né risorse: giornalisti per ideologia, lontani anni luce dalla realtà che vorrebbero raccontare. Da guardare come The Office, ridendo della risata amara di chi non può che riconoscere e condividere quel che lo schermo mostra.
Continua a leggereRiduci