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2023-12-23
L’autogol del Papa, criticato perfino dai «suoi»
Papa Francesco (Getty Images)
In Africa non l’hanno presa benissimo, la faccenda della benedizione alle coppie omosessuali. Lì, tra le alte gerarchie ecclesiastiche, c’è chi - in Nigeria - ha scritto che la Dichiarazione dell’ex Sant’Uffizio promuove una pratica che va contro «la legge di Dio, gli insegnamenti della Chiesa, le leggi della nostra nazione e la sensibilità culturale del nostro popolo»; chi - nel Malawi - ha comunque vietato di amministrare il sacramentale ai coniugi gay; chi - nello Zambia - vuole concedersi almeno una «ulteriore riflessione». E che il disagio verso Fiducia supplicans non sia riducibile ai mal di pancia di qualche retroguardia oscurantista lo dimostra l’intervento del presidente del Simposio delle conferenze episcopali di Africa e Madagascar. In pratica, il prelato che governa i vescovi dell’intero continente.
Si tratta di monsignor Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovo della capitale congolese Kinshasa. Benché sia stato creato cardinale proprio da Francesco e, quindi, non sia di certo un affiliato alla fazione dei conservatori stile Raymond Leo Burke, il religioso ha firmato una lettera nella quale riconosce «l’ambiguità» del testo redatto dal prefetto Víctor Manuel «Tucho» Fernández, sottolineando che esso «si presta a numerose interpretazioni e manipolazioni» e «suscita molte perplessità tra i fedeli». Perciò, prosegue Ambongo, «dobbiamo esprimerci chiaramente su questa questione, al fine di dare un orientamento chiaro ai nostri cristiani».
L’ironia della sorte sta nell’approccio che il porporato adotta. Egli, infatti, cita il «processo sinodale che la Chiesa sta attraversando in questo momento» e rivendica «il ruolo cruciale delle Conferenze episcopali e delle Organizzazioni continentali nella salvaguardia della fede e della cultura dei popoli». Perciò, chiede ai vescovi africani un «parere» sul documento, «affinché possiamo redigere un’unica dichiarazione sinodale, che valga per l’intera Chiesa d’Africa». Se tanto ci dà tanto - ossia, se l’orientamento prevalente a quelle latitudini è di rifiutare la benedizione delle coppie irregolari o formate da persone dello stesso sesso - sulla scrivania di monsignor Ambongo pioveranno decine di stroncature di Fiducia supplicans. La conseguenza che il numero uno dei vescovi africani dovrà trarre, molto probabilmente, porterà al bando della pratica, accolta con sconcerto proprio da quella «periferia» ecclesiale che, al «Papa venuto dalla fine del mondo», sta tanto a cuore.
Così, i principi e i metodi di Jorge Mario Bergoglio si ritorcerebbero contro la rivoluzione strisciante che sta portando avanti, a colpi di decisioni con le quali garantisce di lasciare intatta la dottrina, nel momento in cui sconvolge la prassi. Non solo le resistenze provengono dai luoghi da cui il Pontefice si aspettava, magari, più apertura alla svolta progressista; non solo sono il suo «terzomondismo» e la sua attenzione alla sensibilità dei popoli, a permettere che quelli tradizionalisti si sottraggano alle innovazioni; addirittura, l’agenda di Francesco può finire incagliata nelle procedure ispirate al coinvolgimento della «base», che il successore di Pietro caldeggia. E se a mettersi di traverso è persino un uomo a lui vicino, come il cardinale del Congo, sensibile alle battaglie ambientaliste ormai di moda in Vaticano, significa che Tucho, con l’ultima uscita, si è davvero spinto troppo in là.
Le contestazioni si stanno moltiplicando. Negli Usa, la loro eco è arrivata fino alle colonne del Wall Street Jorunal. E dopo il Kazakistan e le Filippine, anche in Europa qualcuno s’è destato. Il vescovo di Oviedo, monsignor Jesús Sanz Montes, è stato durissimo, denunciando un «documento che confonde e inganna». E ha un significato simbolico forte il fatto che Fiducia supplicans sia stata bocciata dalla Conferenza episcopale della Polonia. Un Paese che ha combattuto per la libertà di pubblica professione del culto; soprattutto, la nazione che ha dato i natali a Giovanni Paolo II. I prelati di Varsavia sono stati netti: le persone che intrattengono una relazione omosessuale «non possono ricevere una benedizione». Nel Vecchio continente, ora, il disappunto non si limita ai caustici commenti del cardinale Gerhard Müller, il quale ha tirato in ballo la «blasfemia» del sacramentale indirizzato ai coniugi gay.
L’apertura alla «diversità», celebrata dall’intellighenzia modernista della Chiesa, rischia di diventare un clamoroso e inatteso autogol per il Papa argentino. Sarebbe un fallimento strategico: l’ambiguità del suo operato non gli ha consentito di ribaltare il magistero, ma nemmeno ha mai spinto i difensori della tradizione ad abbassare la guardia.
L’altro giorno, Francesco ha provato a gettare acqua sul fuoco, con l’invito ad abbandonare la diatriba tra conservatori e progressisti. Che sia o meno imminente uno scisma, è chiaro, però, che la situazione gli sta sfuggendo di mano. Il fuoco è stato appiccato.
Il Pontefice fa il terzomondista. Il Terzo mondo gli arresta i prelati
Non si ferma la persecuzione della Chiesa cattolica in Nicaragua. Il regime sandinista di Daniel Ortega ha infatti arrestato un secondo vescovo, Isidoro del Carmen Mora Ortega, «reo» di aver chiesto di pregare per il suo collega, Rolando Álvarez, condannato a 26 anni di carcere lo scorso febbraio. Era invece agosto, quando il regime autocratico nicaraguense confiscò l’Università Centroamericana del Nicaragua, che è affiliata ai gesuiti. Qualche mese prima, a marzo, la Santa Sede aveva chiuso la propria ambasciata nel Paese, poco dopo che Ortega aveva ventilato l’ipotesi di rompere i rapporti con il Vaticano.
Si tratta di una situazione particolarmente preoccupante, che però mette in luce il cortocircuito in cui è piombata l’attuale politica estera della Santa Sede: una politica estera improntata al terzomondismo, che ha raffreddato i rapporti con gli Stati Uniti, aprendo invece una fase di significativa distensione con la Repubblica popolare cinese. Ci riferiamo soprattutto al controverso accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi che, approvato per la prima volta nel 2018, è stato finora rinnovato due volte: nel 2020 e nel 2022. Un’intesa che è stata, guarda caso, criticata da vari cardinali di area «ratzingeriana», come Timothy Dolan, Joseph Zen, Gerhard Müller e Raymond Burke. Vale a tal proposito la pena di ricordare che la linea terzomondista e filocinese della Santa Sede è caldeggiata soprattutto dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Compagnia di Gesù. Ed è proprio in ossequio a tale Ostpolitik che il pontefice ha raramente affrontato il tema della libertà religiosa in Cina: anzi, a settembre scorso, arrivò addirittura a esortare i cattolici cinesi ad essere dei «buoni cittadini». E questo, nonostante Pechino abbia non solo violato più volte l’accordo con la Santa Sede ma anche avviato da anni un processo di indottrinamento dei fedeli locali sulla base dei principi del socialismo (la cosiddetta «sinicizzazione»).
Ebbene, quanto accade in Nicaragua sta facendo emergere il paradosso dell’attuale politica vaticana. Oltre a essere visceralmente antiamericano, il regime di Managua si è sempre più avvicinato alla Repubblica popolare cinese e al suo network internazionale. A dicembre 2021, il Nicaragua ha rotto le relazioni diplomatiche con Taiwan. Inoltre, appena mercoledì scorso, Managua e Pechino hanno ulteriormente rafforzato i loro legami bilaterali, avviando un partenariato strategico. Come se non bastasse, Xi Jinping ha anche reso noto che il trattato di libero scambio tra Cina e Nicaragua entrerà in vigore da gennaio. Parliamo dello stesso Nicaragua che, a giugno 2021, ha acconsentito a ospitare militari russi sul proprio territorio. Era infine giugno scorso, quando Ortega ha ricevuto il presidente dell’Iran, Ebrahim Raisi. Quello stesso Iran con cui la Santa Sede si è più volte consultata da quando è iniziata la crisi di Gaza attualmente in corso.
Il problema è che il terzomondismo antiamericano dell’attuale pontefice si sta sempre più ritorcendo contro la stessa Chiesa cattolica: il caso nicaraguense sta lì a dimostrarlo. L’avvicinamento della Santa Sede all’orbita di Pechino non ha portato a un miglioramento della condizione dei cattolici cinesi. Sta semmai mettendo a rischio la libertà religiosa in altre parti del mondo. Per carità: nessuno dice che ci si debba schiacciare sull’americanismo acritico. Il punto è che il terzomondismo, oggi enfatizzato in modo altrettanto acritico dalla Santa Sede, ha i suoi lati oscuri. Il punto è che la doverosa attenzione agli ultimi dovrebbe avvenire in un contesto di verità. Il punto è, infine, che senza la libertà religiosa non può banalmente esserci la libertà della Chiesa. È questo l’insegnamento lasciatoci da san Tommaso Becket e dal venerabile József Mindszenty: due figure che hanno pagato in prima persona la persecuzione religiosa. Forse è a loro che bisognerebbe guardare. Non a Luca Casarini.
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Il capo dei vescovi africani e la Cei polacca bocciano la benedizione alle coppie omosessuali.Continuano le persecuzioni nel Nicaragua filocinese: finisce in manette un monsignore.Lo speciale contiene due articoli.In Africa non l’hanno presa benissimo, la faccenda della benedizione alle coppie omosessuali. Lì, tra le alte gerarchie ecclesiastiche, c’è chi - in Nigeria - ha scritto che la Dichiarazione dell’ex Sant’Uffizio promuove una pratica che va contro «la legge di Dio, gli insegnamenti della Chiesa, le leggi della nostra nazione e la sensibilità culturale del nostro popolo»; chi - nel Malawi - ha comunque vietato di amministrare il sacramentale ai coniugi gay; chi - nello Zambia - vuole concedersi almeno una «ulteriore riflessione». E che il disagio verso Fiducia supplicans non sia riducibile ai mal di pancia di qualche retroguardia oscurantista lo dimostra l’intervento del presidente del Simposio delle conferenze episcopali di Africa e Madagascar. In pratica, il prelato che governa i vescovi dell’intero continente.Si tratta di monsignor Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovo della capitale congolese Kinshasa. Benché sia stato creato cardinale proprio da Francesco e, quindi, non sia di certo un affiliato alla fazione dei conservatori stile Raymond Leo Burke, il religioso ha firmato una lettera nella quale riconosce «l’ambiguità» del testo redatto dal prefetto Víctor Manuel «Tucho» Fernández, sottolineando che esso «si presta a numerose interpretazioni e manipolazioni» e «suscita molte perplessità tra i fedeli». Perciò, prosegue Ambongo, «dobbiamo esprimerci chiaramente su questa questione, al fine di dare un orientamento chiaro ai nostri cristiani».L’ironia della sorte sta nell’approccio che il porporato adotta. Egli, infatti, cita il «processo sinodale che la Chiesa sta attraversando in questo momento» e rivendica «il ruolo cruciale delle Conferenze episcopali e delle Organizzazioni continentali nella salvaguardia della fede e della cultura dei popoli». Perciò, chiede ai vescovi africani un «parere» sul documento, «affinché possiamo redigere un’unica dichiarazione sinodale, che valga per l’intera Chiesa d’Africa». Se tanto ci dà tanto - ossia, se l’orientamento prevalente a quelle latitudini è di rifiutare la benedizione delle coppie irregolari o formate da persone dello stesso sesso - sulla scrivania di monsignor Ambongo pioveranno decine di stroncature di Fiducia supplicans. La conseguenza che il numero uno dei vescovi africani dovrà trarre, molto probabilmente, porterà al bando della pratica, accolta con sconcerto proprio da quella «periferia» ecclesiale che, al «Papa venuto dalla fine del mondo», sta tanto a cuore.Così, i principi e i metodi di Jorge Mario Bergoglio si ritorcerebbero contro la rivoluzione strisciante che sta portando avanti, a colpi di decisioni con le quali garantisce di lasciare intatta la dottrina, nel momento in cui sconvolge la prassi. Non solo le resistenze provengono dai luoghi da cui il Pontefice si aspettava, magari, più apertura alla svolta progressista; non solo sono il suo «terzomondismo» e la sua attenzione alla sensibilità dei popoli, a permettere che quelli tradizionalisti si sottraggano alle innovazioni; addirittura, l’agenda di Francesco può finire incagliata nelle procedure ispirate al coinvolgimento della «base», che il successore di Pietro caldeggia. E se a mettersi di traverso è persino un uomo a lui vicino, come il cardinale del Congo, sensibile alle battaglie ambientaliste ormai di moda in Vaticano, significa che Tucho, con l’ultima uscita, si è davvero spinto troppo in là.Le contestazioni si stanno moltiplicando. Negli Usa, la loro eco è arrivata fino alle colonne del Wall Street Jorunal. E dopo il Kazakistan e le Filippine, anche in Europa qualcuno s’è destato. Il vescovo di Oviedo, monsignor Jesús Sanz Montes, è stato durissimo, denunciando un «documento che confonde e inganna». E ha un significato simbolico forte il fatto che Fiducia supplicans sia stata bocciata dalla Conferenza episcopale della Polonia. Un Paese che ha combattuto per la libertà di pubblica professione del culto; soprattutto, la nazione che ha dato i natali a Giovanni Paolo II. I prelati di Varsavia sono stati netti: le persone che intrattengono una relazione omosessuale «non possono ricevere una benedizione». Nel Vecchio continente, ora, il disappunto non si limita ai caustici commenti del cardinale Gerhard Müller, il quale ha tirato in ballo la «blasfemia» del sacramentale indirizzato ai coniugi gay.L’apertura alla «diversità», celebrata dall’intellighenzia modernista della Chiesa, rischia di diventare un clamoroso e inatteso autogol per il Papa argentino. Sarebbe un fallimento strategico: l’ambiguità del suo operato non gli ha consentito di ribaltare il magistero, ma nemmeno ha mai spinto i difensori della tradizione ad abbassare la guardia.L’altro giorno, Francesco ha provato a gettare acqua sul fuoco, con l’invito ad abbandonare la diatriba tra conservatori e progressisti. Che sia o meno imminente uno scisma, è chiaro, però, che la situazione gli sta sfuggendo di mano. Il fuoco è stato appiccato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/autogol-papa-benedizioni-ai-gay-2666792185.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pontefice-fa-il-terzomondista-il-terzo-mondo-gli-arresta-i-prelati" data-post-id="2666792185" data-published-at="1703313904" data-use-pagination="False"> Il Pontefice fa il terzomondista. Il Terzo mondo gli arresta i prelati Non si ferma la persecuzione della Chiesa cattolica in Nicaragua. Il regime sandinista di Daniel Ortega ha infatti arrestato un secondo vescovo, Isidoro del Carmen Mora Ortega, «reo» di aver chiesto di pregare per il suo collega, Rolando Álvarez, condannato a 26 anni di carcere lo scorso febbraio. Era invece agosto, quando il regime autocratico nicaraguense confiscò l’Università Centroamericana del Nicaragua, che è affiliata ai gesuiti. Qualche mese prima, a marzo, la Santa Sede aveva chiuso la propria ambasciata nel Paese, poco dopo che Ortega aveva ventilato l’ipotesi di rompere i rapporti con il Vaticano. Si tratta di una situazione particolarmente preoccupante, che però mette in luce il cortocircuito in cui è piombata l’attuale politica estera della Santa Sede: una politica estera improntata al terzomondismo, che ha raffreddato i rapporti con gli Stati Uniti, aprendo invece una fase di significativa distensione con la Repubblica popolare cinese. Ci riferiamo soprattutto al controverso accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi che, approvato per la prima volta nel 2018, è stato finora rinnovato due volte: nel 2020 e nel 2022. Un’intesa che è stata, guarda caso, criticata da vari cardinali di area «ratzingeriana», come Timothy Dolan, Joseph Zen, Gerhard Müller e Raymond Burke. Vale a tal proposito la pena di ricordare che la linea terzomondista e filocinese della Santa Sede è caldeggiata soprattutto dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Compagnia di Gesù. Ed è proprio in ossequio a tale Ostpolitik che il pontefice ha raramente affrontato il tema della libertà religiosa in Cina: anzi, a settembre scorso, arrivò addirittura a esortare i cattolici cinesi ad essere dei «buoni cittadini». E questo, nonostante Pechino abbia non solo violato più volte l’accordo con la Santa Sede ma anche avviato da anni un processo di indottrinamento dei fedeli locali sulla base dei principi del socialismo (la cosiddetta «sinicizzazione»). Ebbene, quanto accade in Nicaragua sta facendo emergere il paradosso dell’attuale politica vaticana. Oltre a essere visceralmente antiamericano, il regime di Managua si è sempre più avvicinato alla Repubblica popolare cinese e al suo network internazionale. A dicembre 2021, il Nicaragua ha rotto le relazioni diplomatiche con Taiwan. Inoltre, appena mercoledì scorso, Managua e Pechino hanno ulteriormente rafforzato i loro legami bilaterali, avviando un partenariato strategico. Come se non bastasse, Xi Jinping ha anche reso noto che il trattato di libero scambio tra Cina e Nicaragua entrerà in vigore da gennaio. Parliamo dello stesso Nicaragua che, a giugno 2021, ha acconsentito a ospitare militari russi sul proprio territorio. Era infine giugno scorso, quando Ortega ha ricevuto il presidente dell’Iran, Ebrahim Raisi. Quello stesso Iran con cui la Santa Sede si è più volte consultata da quando è iniziata la crisi di Gaza attualmente in corso. Il problema è che il terzomondismo antiamericano dell’attuale pontefice si sta sempre più ritorcendo contro la stessa Chiesa cattolica: il caso nicaraguense sta lì a dimostrarlo. L’avvicinamento della Santa Sede all’orbita di Pechino non ha portato a un miglioramento della condizione dei cattolici cinesi. Sta semmai mettendo a rischio la libertà religiosa in altre parti del mondo. Per carità: nessuno dice che ci si debba schiacciare sull’americanismo acritico. Il punto è che il terzomondismo, oggi enfatizzato in modo altrettanto acritico dalla Santa Sede, ha i suoi lati oscuri. Il punto è che la doverosa attenzione agli ultimi dovrebbe avvenire in un contesto di verità. Il punto è, infine, che senza la libertà religiosa non può banalmente esserci la libertà della Chiesa. È questo l’insegnamento lasciatoci da san Tommaso Becket e dal venerabile József Mindszenty: due figure che hanno pagato in prima persona la persecuzione religiosa. Forse è a loro che bisognerebbe guardare. Non a Luca Casarini.
Il presidente di Taiwan Lai Ching-te (Getty Images)
L’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano segnala il ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, che avrebbe impedito la visita ufficiale del presidente Lai Ching-te in Eswatini. Nel mirino le pressioni della Repubblica Popolare Cinese.
Gentile redazione,
in qualità di Console Generale/ Direttore Generale dell’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano, desidero informarVi in merito a un grave episodio verificatosi in data odierna. Il Presidente di Taiwan, Lai Ching-te, avrebbe dovuto guidare una delegazione in visita ufficiale nel Regno di Eswatini, alleato africano del nostro Paese, su invito di Sua Maestà il Re Mswati III. Tuttavia, a causa
dell’improvviso ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, avvenuto a seguito delle pressioni esercitate dalla Repubblica Popolare Cinese, l’itinerario non ha potuto svolgersi come previsto.
Il Ministero degli Affari Esteri (MOFA) di Taiwan condanna fermamente la politicizzazione e la strumentalizzazione delle regioni di informazione di volo da parte della Repubblica Popolare Cinese. Tali azioni, volte a interferire nelle decisioni sovrane di altri Paesi, compromettono gravemente il regolare funzionamento dell’aviazione civile globale. Invitiamo la comunità internazionale a riconoscere la coercizione politica ed economica esercitata dalla Cina nei confronti di altri Stati, nonché la sua evidente e ingiustificata ingerenza nelle loro politiche interne. Questo comportamento non è rivolto esclusivamente contro Taiwan, ma rappresenta una minaccia per l’ordine democratico e il diritto internazionale.
Taiwan esprime profonda gratitudine a tutti i Paesi alleati che, in questo momento cruciale, hanno teso la mano e offerto un sostegno tempestivo. La Repubblica di Cina (Taiwan) è una nazione democratica e sovrana: nessuna delle due sponde dello Stretto di Taiwan è subordinata all’altra e rivendichiamo con fermezza il diritto di interagire liberamente e su base paritaria con la comunità internazionale.
Confido nella Vostra sensibilità rispetto alla gravità della situazione e Vi ringrazio sinceramente per l’attenzione che dedicherete a questa rilevante questione.
Colgo l'occasione per porgerVi i miei più cordiali saluti e augurarVi un proficuo lavoro.
di Riccardo Tsan-Nan Lin
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Soldati paramilitari indiani presidiano la città di Pahalgam nel distretto di Anantnag, il 23 aprile 2025, il giorno dopo l'attacco terroristico che ha provocato 26 morti (Ansa)
A distanza di dodici mesi, Islamabad tenta di riscrivere il proprio ruolo. Non più attore del conflitto, ma presunto mediatore di pace in un teatro completamente diverso. Il Pakistan si è proposto come perno nei tentativi di dialogo tra Iran, Stati Uniti e, indirettamente, Israele, ospitando colloqui, facilitando contatti e costruendo un’immagine di rilevanza diplomatica, pur avendo a lungo qualificato il terrorismo islamista contro Israele come «resistenza».
A prima vista, la trasformazione sembra quasi paradossale. Uno Stato segnato da instabilità interna e tensioni croniche nel proprio vicinato che ambisce a stabilizzare uno dei conflitti più esplosivi del Medio Oriente. Un Paese che ha favorito l’ascesa dei talebani, che ha dato rifugio a Osama bin Laden mentre collaborava formalmente con la guerra americana al terrorismo, ora pretende di presentarsi come attore di pace in un conflitto che Teheran stessa definisce una guerra religiosa. Il tutto mentre il capo dell’esercito, Asim Munir, insiste sulla dimensione islamica del potere pakistano, promuove l’immagine di una potenza nucleare islamica e lavora alla costruzione di un asse sunnita con Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.
Guardando più da vicino, la contraddizione non è solo evidente. È insanabile. L’attacco di Pahalgam resta il punto di riferimento. Militanti legati a reti radicate nell’ecosistema di sicurezza pakistano hanno compiuto uno degli attacchi più gravi contro civili in India negli ultimi anni, provocando non solo indignazione ma una risposta strategica netta. L’Operazione Sindoor non è stata una semplice rappresaglia. Ha segnato un cambio dottrinale, indicando che il terrorismo transfrontaliero avrebbe comportato conseguenze militari dirette e calibrate.Quel momento ha alterato l’equilibrio regionale e ha mostrato i limiti della negazione plausibile. Che si tratti di sostegno diretto, tolleranza o incapacità di smantellare reti consolidate, il legame del Pakistan con attori militanti resta una costante della sua postura strategica.È in questo quadro che va letta l’attuale ambizione diplomatica. Il tentativo di mediazione nella crisi iraniana non è irrilevante. Islamabad ha ospitato incontri ad alto livello, facilitato comunicazioni tra avversari e cercato di sostenere un fragile processo di de-escalation. Il capo dell’esercito si è ritagliato un ruolo centrale, muovendosi tra Washington, Teheran e le capitali regionali. Ma i risultati contano più delle intenzioni.
I negoziati si sono arenati. Le divergenze di fondo restano intatte. Stati Uniti e Iran continuano a scontrarsi su dossier essenziali, dal nucleare alla sicurezza regionale. Le tregue, quando arrivano, sono precarie, condizionate, reversibili. Il Pakistan può convocare. Non può imporre. Non può convincere. La diplomazia non si fonda solo sull’accesso. Si fonda sulla credibilità. Un mediatore deve essere percepito come neutrale o quantomeno coerente. Il Pakistan non è né l’uno né l’altro. La sua politica estera procede su binari paralleli. In Medio Oriente invoca moderazione e dialogo, perché una guerra più ampia minaccerebbe direttamente la sua sicurezza e la sua economia. In Asia meridionale, invece, la persistenza del terrorismo transfrontaliero continua a funzionare come leva strategica. Questa ambivalenza non sfugge agli interlocutori. Per l’Iran è un vicino necessario ma ambiguo. Per gli Stati Uniti un partner utile ma inaffidabile. Per Israele un attore apertamente ostile. La stessa retorica di Islamabad rende difficile sostenere qualsiasi pretesa di neutralità.Il risultato è una mediazione che esiste nei fatti ma non nella sostanza. Accesso senza fiducia. L’anniversario di Pahalgam rende questa contraddizione ancora più evidente. Ricorda che il principale teatro di instabilità del Pakistan resta il suo immediato vicinato e che il divario tra ambizione globale e comportamento regionale continua ad allargarsi. La lezione è più ampia e riguarda la natura del sistema internazionale.
L’Operazione Sindoor ha segnalato una crescente disponibilità degli Stati a rispondere direttamente alle minacce asimmetriche. La crisi iraniana dimostra quanto i conflitti siano ormai interconnessi, con effetti che vanno dall’energia alla sicurezza marittima. In questo contesto, la mediazione diventa al tempo stesso più necessaria e più difficile. La credibilità non è compartimentabile. Uno Stato percepito come fattore di instabilità in un teatro non può rivendicare autorevolezza in un altro. Il costo reputazionale si accumula e si trasferisce. Il tentativo del Pakistan di proporsi come arbitro tra Iran, Stati Uniti e Israele non è solo un’iniziativa diplomatica. È una prova di maturità strategica. Finora, è una prova fallita. A un anno da Pahalgam, questa non è una valutazione polemica. È una constatazione strutturale.
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