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2023-12-23
L’autogol del Papa, criticato perfino dai «suoi»
Papa Francesco (Getty Images)
In Africa non l’hanno presa benissimo, la faccenda della benedizione alle coppie omosessuali. Lì, tra le alte gerarchie ecclesiastiche, c’è chi - in Nigeria - ha scritto che la Dichiarazione dell’ex Sant’Uffizio promuove una pratica che va contro «la legge di Dio, gli insegnamenti della Chiesa, le leggi della nostra nazione e la sensibilità culturale del nostro popolo»; chi - nel Malawi - ha comunque vietato di amministrare il sacramentale ai coniugi gay; chi - nello Zambia - vuole concedersi almeno una «ulteriore riflessione». E che il disagio verso Fiducia supplicans non sia riducibile ai mal di pancia di qualche retroguardia oscurantista lo dimostra l’intervento del presidente del Simposio delle conferenze episcopali di Africa e Madagascar. In pratica, il prelato che governa i vescovi dell’intero continente.
Si tratta di monsignor Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovo della capitale congolese Kinshasa. Benché sia stato creato cardinale proprio da Francesco e, quindi, non sia di certo un affiliato alla fazione dei conservatori stile Raymond Leo Burke, il religioso ha firmato una lettera nella quale riconosce «l’ambiguità» del testo redatto dal prefetto Víctor Manuel «Tucho» Fernández, sottolineando che esso «si presta a numerose interpretazioni e manipolazioni» e «suscita molte perplessità tra i fedeli». Perciò, prosegue Ambongo, «dobbiamo esprimerci chiaramente su questa questione, al fine di dare un orientamento chiaro ai nostri cristiani».
L’ironia della sorte sta nell’approccio che il porporato adotta. Egli, infatti, cita il «processo sinodale che la Chiesa sta attraversando in questo momento» e rivendica «il ruolo cruciale delle Conferenze episcopali e delle Organizzazioni continentali nella salvaguardia della fede e della cultura dei popoli». Perciò, chiede ai vescovi africani un «parere» sul documento, «affinché possiamo redigere un’unica dichiarazione sinodale, che valga per l’intera Chiesa d’Africa». Se tanto ci dà tanto - ossia, se l’orientamento prevalente a quelle latitudini è di rifiutare la benedizione delle coppie irregolari o formate da persone dello stesso sesso - sulla scrivania di monsignor Ambongo pioveranno decine di stroncature di Fiducia supplicans. La conseguenza che il numero uno dei vescovi africani dovrà trarre, molto probabilmente, porterà al bando della pratica, accolta con sconcerto proprio da quella «periferia» ecclesiale che, al «Papa venuto dalla fine del mondo», sta tanto a cuore.
Così, i principi e i metodi di Jorge Mario Bergoglio si ritorcerebbero contro la rivoluzione strisciante che sta portando avanti, a colpi di decisioni con le quali garantisce di lasciare intatta la dottrina, nel momento in cui sconvolge la prassi. Non solo le resistenze provengono dai luoghi da cui il Pontefice si aspettava, magari, più apertura alla svolta progressista; non solo sono il suo «terzomondismo» e la sua attenzione alla sensibilità dei popoli, a permettere che quelli tradizionalisti si sottraggano alle innovazioni; addirittura, l’agenda di Francesco può finire incagliata nelle procedure ispirate al coinvolgimento della «base», che il successore di Pietro caldeggia. E se a mettersi di traverso è persino un uomo a lui vicino, come il cardinale del Congo, sensibile alle battaglie ambientaliste ormai di moda in Vaticano, significa che Tucho, con l’ultima uscita, si è davvero spinto troppo in là.
Le contestazioni si stanno moltiplicando. Negli Usa, la loro eco è arrivata fino alle colonne del Wall Street Jorunal. E dopo il Kazakistan e le Filippine, anche in Europa qualcuno s’è destato. Il vescovo di Oviedo, monsignor Jesús Sanz Montes, è stato durissimo, denunciando un «documento che confonde e inganna». E ha un significato simbolico forte il fatto che Fiducia supplicans sia stata bocciata dalla Conferenza episcopale della Polonia. Un Paese che ha combattuto per la libertà di pubblica professione del culto; soprattutto, la nazione che ha dato i natali a Giovanni Paolo II. I prelati di Varsavia sono stati netti: le persone che intrattengono una relazione omosessuale «non possono ricevere una benedizione». Nel Vecchio continente, ora, il disappunto non si limita ai caustici commenti del cardinale Gerhard Müller, il quale ha tirato in ballo la «blasfemia» del sacramentale indirizzato ai coniugi gay.
L’apertura alla «diversità», celebrata dall’intellighenzia modernista della Chiesa, rischia di diventare un clamoroso e inatteso autogol per il Papa argentino. Sarebbe un fallimento strategico: l’ambiguità del suo operato non gli ha consentito di ribaltare il magistero, ma nemmeno ha mai spinto i difensori della tradizione ad abbassare la guardia.
L’altro giorno, Francesco ha provato a gettare acqua sul fuoco, con l’invito ad abbandonare la diatriba tra conservatori e progressisti. Che sia o meno imminente uno scisma, è chiaro, però, che la situazione gli sta sfuggendo di mano. Il fuoco è stato appiccato.
Il Pontefice fa il terzomondista. Il Terzo mondo gli arresta i prelati
Non si ferma la persecuzione della Chiesa cattolica in Nicaragua. Il regime sandinista di Daniel Ortega ha infatti arrestato un secondo vescovo, Isidoro del Carmen Mora Ortega, «reo» di aver chiesto di pregare per il suo collega, Rolando Álvarez, condannato a 26 anni di carcere lo scorso febbraio. Era invece agosto, quando il regime autocratico nicaraguense confiscò l’Università Centroamericana del Nicaragua, che è affiliata ai gesuiti. Qualche mese prima, a marzo, la Santa Sede aveva chiuso la propria ambasciata nel Paese, poco dopo che Ortega aveva ventilato l’ipotesi di rompere i rapporti con il Vaticano.
Si tratta di una situazione particolarmente preoccupante, che però mette in luce il cortocircuito in cui è piombata l’attuale politica estera della Santa Sede: una politica estera improntata al terzomondismo, che ha raffreddato i rapporti con gli Stati Uniti, aprendo invece una fase di significativa distensione con la Repubblica popolare cinese. Ci riferiamo soprattutto al controverso accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi che, approvato per la prima volta nel 2018, è stato finora rinnovato due volte: nel 2020 e nel 2022. Un’intesa che è stata, guarda caso, criticata da vari cardinali di area «ratzingeriana», come Timothy Dolan, Joseph Zen, Gerhard Müller e Raymond Burke. Vale a tal proposito la pena di ricordare che la linea terzomondista e filocinese della Santa Sede è caldeggiata soprattutto dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Compagnia di Gesù. Ed è proprio in ossequio a tale Ostpolitik che il pontefice ha raramente affrontato il tema della libertà religiosa in Cina: anzi, a settembre scorso, arrivò addirittura a esortare i cattolici cinesi ad essere dei «buoni cittadini». E questo, nonostante Pechino abbia non solo violato più volte l’accordo con la Santa Sede ma anche avviato da anni un processo di indottrinamento dei fedeli locali sulla base dei principi del socialismo (la cosiddetta «sinicizzazione»).
Ebbene, quanto accade in Nicaragua sta facendo emergere il paradosso dell’attuale politica vaticana. Oltre a essere visceralmente antiamericano, il regime di Managua si è sempre più avvicinato alla Repubblica popolare cinese e al suo network internazionale. A dicembre 2021, il Nicaragua ha rotto le relazioni diplomatiche con Taiwan. Inoltre, appena mercoledì scorso, Managua e Pechino hanno ulteriormente rafforzato i loro legami bilaterali, avviando un partenariato strategico. Come se non bastasse, Xi Jinping ha anche reso noto che il trattato di libero scambio tra Cina e Nicaragua entrerà in vigore da gennaio. Parliamo dello stesso Nicaragua che, a giugno 2021, ha acconsentito a ospitare militari russi sul proprio territorio. Era infine giugno scorso, quando Ortega ha ricevuto il presidente dell’Iran, Ebrahim Raisi. Quello stesso Iran con cui la Santa Sede si è più volte consultata da quando è iniziata la crisi di Gaza attualmente in corso.
Il problema è che il terzomondismo antiamericano dell’attuale pontefice si sta sempre più ritorcendo contro la stessa Chiesa cattolica: il caso nicaraguense sta lì a dimostrarlo. L’avvicinamento della Santa Sede all’orbita di Pechino non ha portato a un miglioramento della condizione dei cattolici cinesi. Sta semmai mettendo a rischio la libertà religiosa in altre parti del mondo. Per carità: nessuno dice che ci si debba schiacciare sull’americanismo acritico. Il punto è che il terzomondismo, oggi enfatizzato in modo altrettanto acritico dalla Santa Sede, ha i suoi lati oscuri. Il punto è che la doverosa attenzione agli ultimi dovrebbe avvenire in un contesto di verità. Il punto è, infine, che senza la libertà religiosa non può banalmente esserci la libertà della Chiesa. È questo l’insegnamento lasciatoci da san Tommaso Becket e dal venerabile József Mindszenty: due figure che hanno pagato in prima persona la persecuzione religiosa. Forse è a loro che bisognerebbe guardare. Non a Luca Casarini.
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Il capo dei vescovi africani e la Cei polacca bocciano la benedizione alle coppie omosessuali.Continuano le persecuzioni nel Nicaragua filocinese: finisce in manette un monsignore.Lo speciale contiene due articoli.In Africa non l’hanno presa benissimo, la faccenda della benedizione alle coppie omosessuali. Lì, tra le alte gerarchie ecclesiastiche, c’è chi - in Nigeria - ha scritto che la Dichiarazione dell’ex Sant’Uffizio promuove una pratica che va contro «la legge di Dio, gli insegnamenti della Chiesa, le leggi della nostra nazione e la sensibilità culturale del nostro popolo»; chi - nel Malawi - ha comunque vietato di amministrare il sacramentale ai coniugi gay; chi - nello Zambia - vuole concedersi almeno una «ulteriore riflessione». E che il disagio verso Fiducia supplicans non sia riducibile ai mal di pancia di qualche retroguardia oscurantista lo dimostra l’intervento del presidente del Simposio delle conferenze episcopali di Africa e Madagascar. In pratica, il prelato che governa i vescovi dell’intero continente.Si tratta di monsignor Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovo della capitale congolese Kinshasa. Benché sia stato creato cardinale proprio da Francesco e, quindi, non sia di certo un affiliato alla fazione dei conservatori stile Raymond Leo Burke, il religioso ha firmato una lettera nella quale riconosce «l’ambiguità» del testo redatto dal prefetto Víctor Manuel «Tucho» Fernández, sottolineando che esso «si presta a numerose interpretazioni e manipolazioni» e «suscita molte perplessità tra i fedeli». Perciò, prosegue Ambongo, «dobbiamo esprimerci chiaramente su questa questione, al fine di dare un orientamento chiaro ai nostri cristiani».L’ironia della sorte sta nell’approccio che il porporato adotta. Egli, infatti, cita il «processo sinodale che la Chiesa sta attraversando in questo momento» e rivendica «il ruolo cruciale delle Conferenze episcopali e delle Organizzazioni continentali nella salvaguardia della fede e della cultura dei popoli». Perciò, chiede ai vescovi africani un «parere» sul documento, «affinché possiamo redigere un’unica dichiarazione sinodale, che valga per l’intera Chiesa d’Africa». Se tanto ci dà tanto - ossia, se l’orientamento prevalente a quelle latitudini è di rifiutare la benedizione delle coppie irregolari o formate da persone dello stesso sesso - sulla scrivania di monsignor Ambongo pioveranno decine di stroncature di Fiducia supplicans. La conseguenza che il numero uno dei vescovi africani dovrà trarre, molto probabilmente, porterà al bando della pratica, accolta con sconcerto proprio da quella «periferia» ecclesiale che, al «Papa venuto dalla fine del mondo», sta tanto a cuore.Così, i principi e i metodi di Jorge Mario Bergoglio si ritorcerebbero contro la rivoluzione strisciante che sta portando avanti, a colpi di decisioni con le quali garantisce di lasciare intatta la dottrina, nel momento in cui sconvolge la prassi. Non solo le resistenze provengono dai luoghi da cui il Pontefice si aspettava, magari, più apertura alla svolta progressista; non solo sono il suo «terzomondismo» e la sua attenzione alla sensibilità dei popoli, a permettere che quelli tradizionalisti si sottraggano alle innovazioni; addirittura, l’agenda di Francesco può finire incagliata nelle procedure ispirate al coinvolgimento della «base», che il successore di Pietro caldeggia. E se a mettersi di traverso è persino un uomo a lui vicino, come il cardinale del Congo, sensibile alle battaglie ambientaliste ormai di moda in Vaticano, significa che Tucho, con l’ultima uscita, si è davvero spinto troppo in là.Le contestazioni si stanno moltiplicando. Negli Usa, la loro eco è arrivata fino alle colonne del Wall Street Jorunal. E dopo il Kazakistan e le Filippine, anche in Europa qualcuno s’è destato. Il vescovo di Oviedo, monsignor Jesús Sanz Montes, è stato durissimo, denunciando un «documento che confonde e inganna». E ha un significato simbolico forte il fatto che Fiducia supplicans sia stata bocciata dalla Conferenza episcopale della Polonia. Un Paese che ha combattuto per la libertà di pubblica professione del culto; soprattutto, la nazione che ha dato i natali a Giovanni Paolo II. I prelati di Varsavia sono stati netti: le persone che intrattengono una relazione omosessuale «non possono ricevere una benedizione». Nel Vecchio continente, ora, il disappunto non si limita ai caustici commenti del cardinale Gerhard Müller, il quale ha tirato in ballo la «blasfemia» del sacramentale indirizzato ai coniugi gay.L’apertura alla «diversità», celebrata dall’intellighenzia modernista della Chiesa, rischia di diventare un clamoroso e inatteso autogol per il Papa argentino. Sarebbe un fallimento strategico: l’ambiguità del suo operato non gli ha consentito di ribaltare il magistero, ma nemmeno ha mai spinto i difensori della tradizione ad abbassare la guardia.L’altro giorno, Francesco ha provato a gettare acqua sul fuoco, con l’invito ad abbandonare la diatriba tra conservatori e progressisti. Che sia o meno imminente uno scisma, è chiaro, però, che la situazione gli sta sfuggendo di mano. 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Qualche mese prima, a marzo, la Santa Sede aveva chiuso la propria ambasciata nel Paese, poco dopo che Ortega aveva ventilato l’ipotesi di rompere i rapporti con il Vaticano. Si tratta di una situazione particolarmente preoccupante, che però mette in luce il cortocircuito in cui è piombata l’attuale politica estera della Santa Sede: una politica estera improntata al terzomondismo, che ha raffreddato i rapporti con gli Stati Uniti, aprendo invece una fase di significativa distensione con la Repubblica popolare cinese. Ci riferiamo soprattutto al controverso accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi che, approvato per la prima volta nel 2018, è stato finora rinnovato due volte: nel 2020 e nel 2022. Un’intesa che è stata, guarda caso, criticata da vari cardinali di area «ratzingeriana», come Timothy Dolan, Joseph Zen, Gerhard Müller e Raymond Burke. Vale a tal proposito la pena di ricordare che la linea terzomondista e filocinese della Santa Sede è caldeggiata soprattutto dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Compagnia di Gesù. Ed è proprio in ossequio a tale Ostpolitik che il pontefice ha raramente affrontato il tema della libertà religiosa in Cina: anzi, a settembre scorso, arrivò addirittura a esortare i cattolici cinesi ad essere dei «buoni cittadini». E questo, nonostante Pechino abbia non solo violato più volte l’accordo con la Santa Sede ma anche avviato da anni un processo di indottrinamento dei fedeli locali sulla base dei principi del socialismo (la cosiddetta «sinicizzazione»). Ebbene, quanto accade in Nicaragua sta facendo emergere il paradosso dell’attuale politica vaticana. Oltre a essere visceralmente antiamericano, il regime di Managua si è sempre più avvicinato alla Repubblica popolare cinese e al suo network internazionale. A dicembre 2021, il Nicaragua ha rotto le relazioni diplomatiche con Taiwan. Inoltre, appena mercoledì scorso, Managua e Pechino hanno ulteriormente rafforzato i loro legami bilaterali, avviando un partenariato strategico. Come se non bastasse, Xi Jinping ha anche reso noto che il trattato di libero scambio tra Cina e Nicaragua entrerà in vigore da gennaio. Parliamo dello stesso Nicaragua che, a giugno 2021, ha acconsentito a ospitare militari russi sul proprio territorio. Era infine giugno scorso, quando Ortega ha ricevuto il presidente dell’Iran, Ebrahim Raisi. Quello stesso Iran con cui la Santa Sede si è più volte consultata da quando è iniziata la crisi di Gaza attualmente in corso. Il problema è che il terzomondismo antiamericano dell’attuale pontefice si sta sempre più ritorcendo contro la stessa Chiesa cattolica: il caso nicaraguense sta lì a dimostrarlo. L’avvicinamento della Santa Sede all’orbita di Pechino non ha portato a un miglioramento della condizione dei cattolici cinesi. Sta semmai mettendo a rischio la libertà religiosa in altre parti del mondo. Per carità: nessuno dice che ci si debba schiacciare sull’americanismo acritico. Il punto è che il terzomondismo, oggi enfatizzato in modo altrettanto acritico dalla Santa Sede, ha i suoi lati oscuri. Il punto è che la doverosa attenzione agli ultimi dovrebbe avvenire in un contesto di verità. Il punto è, infine, che senza la libertà religiosa non può banalmente esserci la libertà della Chiesa. È questo l’insegnamento lasciatoci da san Tommaso Becket e dal venerabile József Mindszenty: due figure che hanno pagato in prima persona la persecuzione religiosa. Forse è a loro che bisognerebbe guardare. Non a Luca Casarini.
Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni (Ansa)
Paletti che possono essere riassunti così: questi soldi (comunque debito, ricordiamolo) potranno essere spesi per investimenti in energie rinnovabili, ma non per interventi di «pronto soccorso», come ad esempio il taglio delle accise, che scade dopodomani, 6 giugno. Non è escluso tuttavia che il governo possa dare vita a qualche operazione di «maquillage» contabile, in modo da impegnare i fondi ricavati da questa nuova flessibilità in progetti già finanziati, e liberare così risorse per le esigenze immediate degli italiani.
È questa la strada che probabilmente verrà percorsa, come del resto si può intuire dalle parole di Giorgia Meloni: «La Commissione europea», commenta il presidente del Consiglio in un video diffuso ieri sera, «ha accolto la richiesta italiana di avere maggiore flessibilità di bilancio per affrontare la crisi energetica. Questo ci consentirà di spendere 14 miliardi di euro nei prossimi tre anni per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia che colpisce chiaramente le famiglie vulnerabili, le imprese energivore, che colpisce gli italiani. Nei giorni scorsi avevo scritto alla presidente Von der Leyen per affrontare la questione», aggiunge la Meloni, «e ribadire come in questa fase fosse prioritario consentire maggiore deficit non solo per le spese in sicurezza e difesa ma anche per gli interventi sul caro energia. È quindi un risultato estremamente importante, che in molti consideravano impossibile ma che abbiamo costruito con determinazione e pazienza che conferma la capacità dell’Italia di far valere i propri interessi e di proporre soluzioni efficaci e di buon senso all’intera Europa».
La novità è compresa nel pacchetto-primavera del Semestre europeo, presentato ieri. «Proponiamo una flessibilità fiscale limitata per affrontare le sfide della crisi energetica», spiega il commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, «che consiste nell’estendere l’ambito di applicazione della Clausola nazionale di salvaguardia per la difesa, includendo anche misure che accelerino la transizione e l’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili. Nello specifico, proponiamo la possibilità di usare fino allo 0,3% del Pil all’anno nel 2026, 2027 e 2028 per misure che rafforzino la resilienza strutturale del sistema energetico con un limite cumulato pari allo 0,6% del Pil nell'arco dei 3 anni». Questi soldi potranno essere utilizzati per «misure volte a ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili, come per esempio grandi progetti di investimento nelle reti elettriche, nel migliorare l’utilizzo delle rinnovabili, ma anche per sussidi per le famiglie e per le imprese, come ad esempio l’acquisto di veicoli elettrici o di sistemi di riscaldamento a migliore efficienza energetica, impianti solari, batterie per conservare l’energia elettrica». Quindi, niente taglio delle accise? «No. Questa flessibilità fiscale aggiuntiva», sottolinea ancora Dombrovskis, «che uno Stato può decidere se usare o meno, non copre le misure di sostegno che sovvenzionano l’uso di combustibili fossili, come ad esempio le riduzioni mirate delle accise. Stiamo affrontando uno shock dell’offerta, e non si può affrontare uno choc dell’offerta stimolando la domanda, perché se molti paesi lo facessero, ciò non farebbe altro che sostenere prezzi dell’energia più elevati per petrolio e gas, e di conseguenza, gli Stati membri spenderebbero molti soldi per un vantaggio limitato. La flessibilità sarà disponibile per le misure intraprese a partire da febbraio 2026».
«Sono soddisfatto», commenta il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, «perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato. Nel momento in cui verranno precisati i limiti di utilizzo il Mef si riserva di fare le proposte più mirate a tutela di imprese e famiglie. Naturalmente la valutazione deve essere fatta complessivamente e dovrà tener conto anche delle ultime stime fornite dalla Commissione e degli elementi contenuti nelle raccomandazioni della Commissione che testimoniano lo sforzo e la serietà della finanza pubblica italiana».
Ma c’è un altro capitolo: la stangata sugli immobili. «I valori catastali in Italia», sottolinea la Commissione europea nelle raccomandazioni per il nostro Paese, «non sono ancora stati sistematicamente avvicinati ai valori di mercato». Bruxelles evidenzia che le abitazioni principali sono esentate dalla tassazione «per quasi tutte le classi di proprietà», il che porta a «basse entrate derivanti dagli immobili a livello locale anche nelle città che affrontano problemi di accessibilità abitativa». Non solo: la Commissione evidenzia pure che «in circa un decimo delle province italiane i costi degli affitti rappresentano più di un terzo dei salari medi e la quota di edilizia sociale è bassa con un patrimonio abitativo pubblico limitato e liste d'attesa molto lunghe». Riflettori accesi anche «sull’elevata quota di abitazioni non occupate e la forte presenza di affitti a breve termine». Caustico il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa: «Sempre peggio. Le raccomandazioni all’Italia diffuse oggi dalla Commissione europea», scrive Spaziani Testa su X, «sembrano scritte da Ilaria Salis. Stavolta, nelle sue raccomandazioni all’Italia, non si è limitata a suggerire al nostro governo, a due settimane dal termine per il pagamento della patrimoniale sugli immobili da 22-23 miliardi di euro l’anno, di aumentare ulteriormente le tasse sulla casa. Ha fatto di più: ha messo esplicitamente in relazione l’esenzione dall’Imu della gran parte delle abitazioni principali con i problemi di accesso all’alloggio. Inoltre, ha collegato le difficoltà abitative al fatto che l’Italia sarebbe caratterizzata da un’elevata quota di abitazioni non occupate e da una “forte presenza” di affitti brevi. Si tratta di una lettura ideologica e che ignora la realtà italiana. Ancora una volta, si preferisce individuare nella proprietà privata il problema anziché riconoscerla come parte della soluzione».
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Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Secondo i media della Repubblica islamica, le detonazioni sarebbero state causate da un’operazione militare americana contro infrastrutture presenti sull’isola. L’allarme si è rapidamente esteso ai Paesi del Golfo. Nel Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme mentre le batterie antiaeree intercettavano i vettori diretti verso il Paese. In Kuwait si registra un morto e numerosi feriti. A rivendicare gli attacchi è stato il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. I pasdaran hanno confermato il lancio di missili e droni contro obiettivi militari regionali, sostenendo di aver reagito a una precedente aggressione americana contro Qeshm. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha spiegato che le sue forze sono intervenute per autodifesa dopo aver individuato preparativi offensivi iraniani contro interessi statunitensi e alleati della regione. Secondo la versione americana, nessuno dei missili lanciati da Teheran avrebbe raggiunto il bersaglio e diversi droni diretti contro il traffico commerciale nel Golfo sarebbero stati intercettati.
Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha scritto sui social che «gli americani hanno dimostrato di capire meglio il linguaggio dei missili che quello dei diplomatici». Teheran ha inoltre accusato Kuwait e Bahrein di aver facilitato le operazioni statunitensi consentendo l’utilizzo delle proprie basi militari. Il ministero degli Esteri iraniano ha parlato di una «responsabilità diretta e chiara» dei due Paesi negli attacchi contro la Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che le forze armate di Teheran stanno conducendo «azioni difensive» contro siti utilizzati dagli Stati Uniti per operazioni che, secondo l’Iran, minacciano il traffico marittimo civile e violano il cessate il fuoco. Sul fronte diplomatico, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha rivelato alcuni segnali di apertura da parte dell’Iran sul dossier nucleare. «Hanno accettato di negoziare aspetti del loro programma nucleare che un mese fa, un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare», ha dichiarato davanti alla commissione Esteri della Camera, precisando però che ciò non garantisce il successo dei colloqui. Rubio ha inoltre affermato che Mojtaba Khamenei (che Donald Trump vorrebbe incontrare), «è vivo e sempre più attivo», sottolineando che tutte le comunicazioni tra Washington e la leadership iraniana «sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari». Rubio ha inoltre sostenuto che «l’operazione militare americana contro l’Iran si è conclusa» e che eventuali future azioni degli Stati Uniti avranno «carattere puramente difensivo», con l’obiettivo di proteggere il traffico marittimo civile nello Stretto di Hormuz. Nel frattempo continua a far discutere il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha confermato di aver definito il premier israeliano «fottutamente pazzo» durante una telefonata dedicata agli sviluppi della crisi regionale. Trump ha inoltre respinto le accuse di chi sostiene che sarebbe stato trascinato da Netanyahu nello scontro con Teheran. Intervistato dal New York Post, ha dichiarato: «Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare». Il presidente ha poi aggiunto: «Questo riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso». Trump ha ribadito la solidità dell’alleanza con Israele: «Mi piace molto Bibi. Lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra e lui è un primo ministro in tempo di guerra». Netanyahu ha cercato di smorzare le polemiche. «A volte, come nelle migliori famiglie, abbiamo divergenze tattiche. Troviamo sempre il modo di risolverle», ha dichiarato alla Cnbc. Il premier israeliano ha ribadito la convergenza strategica tra Gerusalemme e Washington: «Siamo d’accordo sulle questioni principali», aggiungendo che «Israele è pronto e anche le forze statunitensi sono pronte» qualora la situazione dovesse precipitare nuovamente. Netanyahu ha attaccato alcuni leader europei, in particolare il presidente francese Emmanuel Macron. «Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso», ha affermato. «Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari».
Nel frattempo l’Ue valuta un ruolo più attivo nello Stretto di Hormuz. L’Alto rappresentante Kaja Kallas propone di affidare all’operazione Aspides un ruolo centrale nelle attività di sminamento come contributo europeo agli sforzi della coalizione franco-britannica. La proposta sarà esaminata dai ministri della Difesa dell’Ue nel prossimo incontro informale a Cipro.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 4 giugno con Carlo Cambi
La colonna di fumo causata dall'attacco ucraino a San Pietroburgo (Getty Images)
Sono stati colpiti un terminal petrolifero nella zona del porto e l’area della vicina isola di Kronstadt, sede di una base navale e di una fabbrica di droni. Alte colonne di fumo nero hanno sovrastato la città e le fonti russe hanno parlato di «diversi feriti».
Robert Brovdi, comandante della forza droni ucraina, ha dichiarato che l’attacco ha «incendiato la nave militare lanciamissili Boikiy», in manutenzione nel bacino di carenaggio di Kronstadt. Si tratta una corvetta da 2.100 tonnellate, di classe Stereguschy, in servizio dal 2013, non direttamente implicata nei combattimenti contro l’Ucraina, ma comunque bersaglio simbolico. Il raid di velivoli senza pilota ha gettato così un’ombra sul Forum a cui il presidente russo Vladimir Putin ha invitato delegazioni di 130 Paesi, fra cui l’Arabia Saudita come nazione ospite e gli Stati Uniti di Donald Trump, che per la prima volta dopo anni ha voluto mandare un funzionario americano, il capo della commissione Belle arti Rodney Mims Cook Jr, per proseguire il disgelo Washington-Mosca passando per la cultura. L’arrivo di Putin a San Pietroburgo per il vertice è stato accompagnato da un blocco di internet e della telefonia mobile in città per «assicurare la sicurezza del presidente». È noto che i droni ucraini, con a bordo carte Sim, sfruttano la rete mobile russa come sistema di guida durante i voli in territorio nemico. L’incursione sull’ex-capitale zarista è stata presentata dal presidente ucraino Volodymir Zelensky come «una risposta giusta e legittima agli attacchi russi». Parlando mentre ospitava a Kiev il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, e il presidente del comitato militare dell’alleanza, l’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, giunti in treno nella capitale ucraina per una visita a sorpresa, Zelensky ha affermato che «noi colpiamo solo raffinerie o obiettivi militari». Ma poche ore prima un drone ucraino aveva centrato un autobus di civili russi che transitava dalla regione del Donetsk, annessa alla Russia, causando otto morti e 11 feriti. Come confermato dal governatore locale Denis Pushilin, l’autobus è stato colpito a Jenakijeve, lungo il tragitto con partenza da Mosca e arrivo previsto a Simferopoli, in Crimea. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito «imperdonabile» il raid sul veicolo civile, promettendo che «verrà punito» e ricordando che «l’operazione militare speciale continua per prevenire tali attacchi». Gli ucraini hanno annunciato d’aver colpito con un missile Neptun, di fabbricazione nazionale, la raffineria di petrolio russa di Novoshakhtinsky, nella regione di Rostov, mettendo fuori uso «due impianti di raffinazione del petrolio, ciascuno con capacità fino a 2,5 milioni di tonnellate all’anno, e gli impianti di stoccaggio».
Zelensky ha detto a Rutte che spera di «raggiungere una pace onesta e dignitosa durante l’estate» e s’è detto «pronto a parlare con Putin», rilevando che «spendiamo 50 miliardi di dollari l’anno in armi». Rutte s’è rivolto idealmente ai giovani russi: «Vi stanno rifilando una fregatura. Non sarete addestrati. Avrete equipaggiamento scadente. Se feriti, sarete lasciati a soffrire nel fango e a morire». In parte è propaganda, poiché se i russi continuano a lottare dopo quattro anni è anche perché sono riusciti a migliorare l’efficienza dei loro reparti cercando di limitare le perdite. L’Ucraina ha accumulato enorme esperienza nei droni, i propri e quelli nemici, tanto che Zelensky ha annunciato l’invio di esperti ucraini nella difesa anti-droni in Lituania, Lettonia, Estonia e Romania, ma spesso gli ordigni vanno fuori rotta.
Ieri il ministero degli Esteri di Atene ha inviato una protesta ufficiale a Kiev dopo aver accertato che era ucraino un drone marittimo Magura V5, sorta di motoscafo telecomandato, rinvenuto da pescatori greci fin dal 7 maggio sulla costa dell’isola di Lefkada, nel Mar Ionio. Il drone marino era implicato in azioni sotto copertura nel Mediterraneo per insidiare le navi cargo della «flotta ombra» russa. Sebbene gli ucraini sostengano di aver abbattuto la scorsa notte 189 su 198 droni russi, utilizzando caccia dell’aviazione, contraerea e disturbi elettronici, la difesa dei cieli resta critica perché non sono mai abbastanza i missili Patriot in grado di intercettare missili balistici e da crociera. Zelensky ha chiesto che l’accordo per l’acquisto di nuovi Patriot dagli Usa, utilizzando parte dei 90 miliardi di euro dei fondi europei, venga attivato «entro venerdì». Riconosce però che l’arrivo di questi missili americani, pur a rilento, non s’è azzerato. Sulla partecipazione statunitense ai negoziati di pace che il tandem Ucraina-Unione Europea auspica con la Russia, ammette: «Ci vorrà tempo poiché per gli Usa la priorità è l’Iran e noi veniamo al secondo posto».
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