True
2018-09-20
Attivista Lgbt inguaia il cardinale: «Ha benedetto la mia unione gay»
Ansa
«Siccome l'ha fatto, probabilmente sarà d'accordo che io possa parlarne». Lo ha detto Gery Keszler, 55 anni, noto attivista gay austriaco, in una conversazione pubblica con il vescovo Benno Elbs di Feldkirch, a proposito della benedizione che il cardinale di Vienna Christoph Schönborn avrebbe riservato a lui e al suo compagno lo scorso 15 agosto. In rete si può trovare il video di questa rivelazione.
Keszler, amico personale di Schönborn, ha raccontato che nel giorno della Festa dell'Assunta il cardinale lo ha raggiunto nella sua casa di Güssing, a circa 160 chilometri da Vienna, nel Burgenland. In quell'occasione, presente il compagno di Keszler, il porporato, dopo una preghiera di ringraziamento, «all'improvviso ci ha benedetto». «Per me è stato fantastico», ha aggiunto l'attivista Lgbt. Dopo la «benedizione», a suggellare il momento, tutti insieme hanno stappato una bella bottiglia di champagne. E lo champagne lo ha portato «un “intimo" di Schönborn», come ha scritto il vaticanista Marco Tosatti riportando la notizia nel suo blog Stilum Curiae.
Quella che avrebbe improvvisato il cardinale
Schönborn, insomma, sembrerebbe essere proprio una benedizione informale di una coppia gay. Una notizia destinata ad agitare ulteriormente le acque in una Chiesa già scossa dalle rivelazioni dell'ex nunzio Carlo Maria Viganò. La richiesta di procedere a tali benedizioni è già stata formalmente perorata anche dai vescovi tedeschi per voce del vicepresidente della Conferenza episcopale, monsignor Franz-Josef Bode, vescovo di Osnabrück. Se è vero che le relazioni omosessuali sono generalmente considerate «un peccato grave nella Chiesa, dobbiamo tuttavia pensare a fare delle distinzioni», ha detto Bode in un'intervista del gennaio scorso con il quotidiano Osnabrücker Zeitung. Perciò, si chiedeva il presule, «non dovremmo essere più equi, dato che vi è molto di positivo, giusto e buono in tutto questo? Non dovremmo, ad esempio, prendere in considerazione una benedizione, qualcosa da non confondere con una cerimonia matrimoniale?».
Secondo il racconto di
Keszler il cardinale di Vienna, già allievo prediletto del cardinale Joseph Ratzinger, è passato per le vie brevi e ha realizzato una sua personale benedizione alla coppia gay. Peraltro lo stesso Schönborn è stato uno dei più pronti ad abbracciare e sostenere teologicamente il cambio di paradigma impresso da papa Francesco con l'esortazione Amoris laetitia. Quell'approccio inclusivo che dal punto di vista pastorale apre l'accesso all'eucaristia alle coppie di divorziati risposati conviventi more uxorio, ma più in generale si incammina sul bene possibile riscontrabile nel vissuto di ognuno, probabilmente anche delle coppie gay. Proprio sulla via del «bene possibile» il cardinale Schönborn durante il doppio sinodo sulla famiglia (2014 e 2015) aveva dichiarato al Corriere della Sera che anche nelle coppie omosessuali si possono riconoscere «i valori umani e a volte veramente cristiani che si vivono». Ricordava di aver conosciuto a Vienna «due uomini di tendenza omosessuale che convivono da tempo, hanno fatto un patto civile. E ho visto come si sono aiutati quando uno di loro è caduto gravemente malato. È stato meraviglioso, umanamente e cristianamente, come uno si è occupato dell'altro, restandogli accanto. Sono cose da riconoscere. […] Tante volte, anche se non approviamo questa forma di sessualità, possiamo inchinarci davanti a comportamenti umani esemplari».
Keszler, che è l'organizzatore del Vienna Life Ball, probabilmente il più grande spettacolo di propaganda omosessuale austriaco, è un amico personale di Schönborn. Insieme nel 2017 hanno organizzato un evento che aveva al centro l'omosessualità nella cattedrale di Vienna. Salvo smentite, non c'è quindi da meravigliarsi se il cardinale ha benedetto Keszler e il compagno in una situazione conviviale durante la Festa dell'Assunta. È chiaro che il Catechismo della Chiesa ancora ritiene «intrinsecamente disordinati» gli atti omosessuali e che «non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati».
L'attivista gay austriaco si è detto «molto molto felice» e ha ammesso che raccontare l'episodio è stato «un po' forzare l'outing» di
Schönborn. Non sappiamo se sia questa l'interpretazione del cardinale sul «bene possibile», anche se papa Francesco a una domanda su come vada letto il discusso capitolo 8 di Amoris laetitia ha detto: «La guida migliore è la presentazione che ne ha fatto Schönborn, un grande teologo, membro della congregazione per la dottrina della fede, molto esperto della dottrina della Chiesa».
In arrivo l’accordo capestro tra Cina e Vaticano?
L'accordo tra Cina e Vaticano di cui si discute da mesi sarebbe a un passo, questo almeno stando a quanto annuncia il
Global Times, organo di stampa solitamente utilizzato da Pechino per far sapere le sue mosse a livello internazionale. Il giornale cinese cita imprecisate fonti «che hanno dimestichezza con l'argomento», secondo le quali una delegazione vaticana si dovrebbe recare a Pechino alla fine di settembre per firmare l'atteso accordo che ha il suo scoglio maggiore nella nomina dei vescovi.
Da chi e come verranno nominati i vescovi? Il Papa avrà davvero l'ultima parola? È su queste domande che si gioca la partita, anche se la Santa sede pare orientata a un accordo a tutti i costi con lo scopo di dare un po' di ossigeno ai cattolici cinesi, costretti a vivere in un contesto non proprio favorevole. Ma i critici, come il cardinale
Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, intravedono un gioco al ribasso che svenderebbe di fatto la Chiesa cinese al partito comunista, soprattutto la cosiddetta Chiesa clandestina, quella che fino ad oggi ha lottato contro persecuzioni durissime e non ha mai accettato di entrare nella Chiesa «patriottica» riconosciuta da Pechino. In fondo la differenza più importante tra le due chiese si è misurata proprio sulle nomine dei vescovi.
Di fronte a un balletto che sta assumendo le forme della commedia (l'accordo è stato dato per imminente più volte dal novembre 2016), il
Global Times scrive che questa volta, «se l'incontro andrà bene, l'accordo potrebbe essere sottoscritto». Come riportava anche il Wall Street Journal venerdì scorso, la sostanza sarebbe una sorta di scambio. Da una parte la Cina riconoscerebbe il Papa «capo della Chiesa cattolica in Cina», dall'altra il Vaticano «riconoscerebbe 7 vescovi scomunicati», eletti e ordinati senza il mandato papale. Alcune fonti vaticane confermano alla Verità che le voci di una delegazione pronta a partire per la Cina sono verosimili. E per quanto si insista che l'accordo cercato non è politico, ma di natura religiosa, è proprio su questo piano che sono maggiori le difficoltà. Anche se si trovasse una soluzione che garantisse il Vaticano sulle nomine episcopali (una sorta di ultima parola lasciata al Papa dopo una «elezione» approvata dal Partito), resta il fatto che la politica cinese continua a stringere lo spazio della libertà religiosa.
Il Partito comunista ha messo in atto una vera e propria strategia di sinicinizzazione della Chiesa cattolica. I vescovi hanno dovuto stilare un piano nazionale (2018-2022) «per portare avanti l'adesione della Chiesa cattolica in Cina verso la sinicizzazione». Il tutto deve avvenire sotto lo stretto controllo dell'Associazione patriottica nazionale (Ap), lunga mano del partito sulla Chiesa, e del Consiglio dei vescovi istituito nel suo seno. Nelle 15 pagine diffuse dall'Associazione patriottica, che mettono i paletti su come deve realizzarsi questa sinicinizzazione, viene messa in evidenza, tra l'altro, la necessaria «applicazione dei valori al cuore del socialismo» per «andare avanti con l'evangelizzazione e il lavoro pastorale» (n. 2), una trasposizione piuttosto bizzarra del concetto di inculturazione del Vangelo. E se per qualche cattolico cinese i «valori al cuore del socialismo» non fossero al cuore della sua fede? Viene spontaneo chiedersi anche come avverranno lo sviluppo di pensieri teologici «con caratteristiche cinesi», la rilettura della storia della Chiesa in Cina dal punto di vista della sinicizzazione (n. 5), o ancora la sinicizzazione delle opere architettoniche, pitture e musica sacra (n. 8).
Qualcuno intravede all'orizzonte un controllo non solo fisico, ma persino del pensiero dei fedeli. In questo quadro non si comprende come la firma di un accordo possa davvero giovare alla libertà religiosa dei cattolici in Cina. Perché, come scriveva papa
Benedetto XVI nella sua lettera ai fedeli cinesi del 2010, da una parte è ovviamente auspicabile un superamento dei conflitti con le autorità, «nello stesso tempo, però, non è accettabile un'arrendevolezza alle medesime quando esse interferiscano indebitamente in materie che riguardano la fede e la disciplina della Chiesa».
La situazione è talmente paradossale che alcuni osservano come forse l'accordo sia voluto più dal Vaticano, e da papa
Francesco in prima persona, che dalla Cina. Al ministero degli Esteri cinese l'accordo potrebbe essere gradito, magari per ingraziarsi l'opinione pubblica mondiale nel contesto di un difficile braccio di ferro sui dazi in corso con gli Stati Uniti. Una guerra, questa, che è sì commerciale, ma ha orizzonti più ampi di natura militare per il controllo dell'Oceano Pacifico tra le due superpotenze. Però ci sono altri organi del regime, quelli che sono più a diretto contatto con la vita quotidiana dei cinesi, tra cui appunto l'Associazione patriottica, il ministero degli Affari religiosi e il Fronte unito, che del controllo degli spazi spirituali hanno fatto un affare piuttosto ingente e che difficilmente saranno disposti a mollare.
A ciò si aggiungano le difficoltà di
Xi Jinping all'interno del partito: anche volendo considerare una volontà da parte sua di firmare l'accordo con la delegazione vaticana, il presidente cinese dovrà pensarci bene per evitare di ferire la sensibilità di molti compagni pronti a toglierselo di torno. Ecco perché l'ennesimo annuncio di un imminente accordo potrebbe concludersi con un nulla di fatto, nonostante il Vaticano.
Continua a leggereRiduci
Il paladino austriaco delle cause omo svela lo strappo al catechismo dell'amico Christoph Schönborn: «Ha pure portato lo champagne». L'arcivescovo di Vienna, già pupillo di Ratzinger, è ora teologo di riferimento di Francesco. In arrivo l'accordo capestro tra Cina e Vaticano? Ennesimo annuncio del giornale «voce» del regime comunista. Critici i cattolici del dissenso: così Roma si svende a Pechino. Lo speciale contiene due articoli. «Siccome l'ha fatto, probabilmente sarà d'accordo che io possa parlarne». Lo ha detto Gery Keszler, 55 anni, noto attivista gay austriaco, in una conversazione pubblica con il vescovo Benno Elbs di Feldkirch, a proposito della benedizione che il cardinale di Vienna Christoph Schönborn avrebbe riservato a lui e al suo compagno lo scorso 15 agosto. In rete si può trovare il video di questa rivelazione. Keszler, amico personale di Schönborn, ha raccontato che nel giorno della Festa dell'Assunta il cardinale lo ha raggiunto nella sua casa di Güssing, a circa 160 chilometri da Vienna, nel Burgenland. In quell'occasione, presente il compagno di Keszler, il porporato, dopo una preghiera di ringraziamento, «all'improvviso ci ha benedetto». «Per me è stato fantastico», ha aggiunto l'attivista Lgbt. Dopo la «benedizione», a suggellare il momento, tutti insieme hanno stappato una bella bottiglia di champagne. E lo champagne lo ha portato «un “intimo" di Schönborn», come ha scritto il vaticanista Marco Tosatti riportando la notizia nel suo blog Stilum Curiae. Quella che avrebbe improvvisato il cardinale Schönborn, insomma, sembrerebbe essere proprio una benedizione informale di una coppia gay. Una notizia destinata ad agitare ulteriormente le acque in una Chiesa già scossa dalle rivelazioni dell'ex nunzio Carlo Maria Viganò. La richiesta di procedere a tali benedizioni è già stata formalmente perorata anche dai vescovi tedeschi per voce del vicepresidente della Conferenza episcopale, monsignor Franz-Josef Bode, vescovo di Osnabrück. Se è vero che le relazioni omosessuali sono generalmente considerate «un peccato grave nella Chiesa, dobbiamo tuttavia pensare a fare delle distinzioni», ha detto Bode in un'intervista del gennaio scorso con il quotidiano Osnabrücker Zeitung. Perciò, si chiedeva il presule, «non dovremmo essere più equi, dato che vi è molto di positivo, giusto e buono in tutto questo? Non dovremmo, ad esempio, prendere in considerazione una benedizione, qualcosa da non confondere con una cerimonia matrimoniale?». Secondo il racconto di Keszler il cardinale di Vienna, già allievo prediletto del cardinale Joseph Ratzinger, è passato per le vie brevi e ha realizzato una sua personale benedizione alla coppia gay. Peraltro lo stesso Schönborn è stato uno dei più pronti ad abbracciare e sostenere teologicamente il cambio di paradigma impresso da papa Francesco con l'esortazione Amoris laetitia. Quell'approccio inclusivo che dal punto di vista pastorale apre l'accesso all'eucaristia alle coppie di divorziati risposati conviventi more uxorio, ma più in generale si incammina sul bene possibile riscontrabile nel vissuto di ognuno, probabilmente anche delle coppie gay. Proprio sulla via del «bene possibile» il cardinale Schönborn durante il doppio sinodo sulla famiglia (2014 e 2015) aveva dichiarato al Corriere della Sera che anche nelle coppie omosessuali si possono riconoscere «i valori umani e a volte veramente cristiani che si vivono». Ricordava di aver conosciuto a Vienna «due uomini di tendenza omosessuale che convivono da tempo, hanno fatto un patto civile. E ho visto come si sono aiutati quando uno di loro è caduto gravemente malato. È stato meraviglioso, umanamente e cristianamente, come uno si è occupato dell'altro, restandogli accanto. Sono cose da riconoscere. […] Tante volte, anche se non approviamo questa forma di sessualità, possiamo inchinarci davanti a comportamenti umani esemplari». Keszler, che è l'organizzatore del Vienna Life Ball, probabilmente il più grande spettacolo di propaganda omosessuale austriaco, è un amico personale di Schönborn. Insieme nel 2017 hanno organizzato un evento che aveva al centro l'omosessualità nella cattedrale di Vienna. Salvo smentite, non c'è quindi da meravigliarsi se il cardinale ha benedetto Keszler e il compagno in una situazione conviviale durante la Festa dell'Assunta. È chiaro che il Catechismo della Chiesa ancora ritiene «intrinsecamente disordinati» gli atti omosessuali e che «non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati». L'attivista gay austriaco si è detto «molto molto felice» e ha ammesso che raccontare l'episodio è stato «un po' forzare l'outing» di Schönborn. Non sappiamo se sia questa l'interpretazione del cardinale sul «bene possibile», anche se papa Francesco a una domanda su come vada letto il discusso capitolo 8 di Amoris laetitia ha detto: «La guida migliore è la presentazione che ne ha fatto Schönborn, un grande teologo, membro della congregazione per la dottrina della fede, molto esperto della dottrina della Chiesa». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/attivista-lgbt-inguaia-il-cardinale-ha-benedetto-la-mia-unione-gay-2606295519.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-arrivo-laccordo-capestro-tra-cina-e-vaticano" data-post-id="2606295519" data-published-at="1782087751" data-use-pagination="False"> In arrivo l’accordo capestro tra Cina e Vaticano? L'accordo tra Cina e Vaticano di cui si discute da mesi sarebbe a un passo, questo almeno stando a quanto annuncia il Global Times, organo di stampa solitamente utilizzato da Pechino per far sapere le sue mosse a livello internazionale. Il giornale cinese cita imprecisate fonti «che hanno dimestichezza con l'argomento», secondo le quali una delegazione vaticana si dovrebbe recare a Pechino alla fine di settembre per firmare l'atteso accordo che ha il suo scoglio maggiore nella nomina dei vescovi. Da chi e come verranno nominati i vescovi? Il Papa avrà davvero l'ultima parola? È su queste domande che si gioca la partita, anche se la Santa sede pare orientata a un accordo a tutti i costi con lo scopo di dare un po' di ossigeno ai cattolici cinesi, costretti a vivere in un contesto non proprio favorevole. Ma i critici, come il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, intravedono un gioco al ribasso che svenderebbe di fatto la Chiesa cinese al partito comunista, soprattutto la cosiddetta Chiesa clandestina, quella che fino ad oggi ha lottato contro persecuzioni durissime e non ha mai accettato di entrare nella Chiesa «patriottica» riconosciuta da Pechino. In fondo la differenza più importante tra le due chiese si è misurata proprio sulle nomine dei vescovi. Di fronte a un balletto che sta assumendo le forme della commedia (l'accordo è stato dato per imminente più volte dal novembre 2016), il Global Times scrive che questa volta, «se l'incontro andrà bene, l'accordo potrebbe essere sottoscritto». Come riportava anche il Wall Street Journal venerdì scorso, la sostanza sarebbe una sorta di scambio. Da una parte la Cina riconoscerebbe il Papa «capo della Chiesa cattolica in Cina», dall'altra il Vaticano «riconoscerebbe 7 vescovi scomunicati», eletti e ordinati senza il mandato papale. Alcune fonti vaticane confermano alla Verità che le voci di una delegazione pronta a partire per la Cina sono verosimili. E per quanto si insista che l'accordo cercato non è politico, ma di natura religiosa, è proprio su questo piano che sono maggiori le difficoltà. Anche se si trovasse una soluzione che garantisse il Vaticano sulle nomine episcopali (una sorta di ultima parola lasciata al Papa dopo una «elezione» approvata dal Partito), resta il fatto che la politica cinese continua a stringere lo spazio della libertà religiosa. Il Partito comunista ha messo in atto una vera e propria strategia di sinicinizzazione della Chiesa cattolica. I vescovi hanno dovuto stilare un piano nazionale (2018-2022) «per portare avanti l'adesione della Chiesa cattolica in Cina verso la sinicizzazione». Il tutto deve avvenire sotto lo stretto controllo dell'Associazione patriottica nazionale (Ap), lunga mano del partito sulla Chiesa, e del Consiglio dei vescovi istituito nel suo seno. Nelle 15 pagine diffuse dall'Associazione patriottica, che mettono i paletti su come deve realizzarsi questa sinicinizzazione, viene messa in evidenza, tra l'altro, la necessaria «applicazione dei valori al cuore del socialismo» per «andare avanti con l'evangelizzazione e il lavoro pastorale» (n. 2), una trasposizione piuttosto bizzarra del concetto di inculturazione del Vangelo. E se per qualche cattolico cinese i «valori al cuore del socialismo» non fossero al cuore della sua fede? Viene spontaneo chiedersi anche come avverranno lo sviluppo di pensieri teologici «con caratteristiche cinesi», la rilettura della storia della Chiesa in Cina dal punto di vista della sinicizzazione (n. 5), o ancora la sinicizzazione delle opere architettoniche, pitture e musica sacra (n. 8). Qualcuno intravede all'orizzonte un controllo non solo fisico, ma persino del pensiero dei fedeli. In questo quadro non si comprende come la firma di un accordo possa davvero giovare alla libertà religiosa dei cattolici in Cina. Perché, come scriveva papa Benedetto XVI nella sua lettera ai fedeli cinesi del 2010, da una parte è ovviamente auspicabile un superamento dei conflitti con le autorità, «nello stesso tempo, però, non è accettabile un'arrendevolezza alle medesime quando esse interferiscano indebitamente in materie che riguardano la fede e la disciplina della Chiesa». La situazione è talmente paradossale che alcuni osservano come forse l'accordo sia voluto più dal Vaticano, e da papa Francesco in prima persona, che dalla Cina. Al ministero degli Esteri cinese l'accordo potrebbe essere gradito, magari per ingraziarsi l'opinione pubblica mondiale nel contesto di un difficile braccio di ferro sui dazi in corso con gli Stati Uniti. Una guerra, questa, che è sì commerciale, ma ha orizzonti più ampi di natura militare per il controllo dell'Oceano Pacifico tra le due superpotenze. Però ci sono altri organi del regime, quelli che sono più a diretto contatto con la vita quotidiana dei cinesi, tra cui appunto l'Associazione patriottica, il ministero degli Affari religiosi e il Fronte unito, che del controllo degli spazi spirituali hanno fatto un affare piuttosto ingente e che difficilmente saranno disposti a mollare. A ciò si aggiungano le difficoltà di Xi Jinping all'interno del partito: anche volendo considerare una volontà da parte sua di firmare l'accordo con la delegazione vaticana, il presidente cinese dovrà pensarci bene per evitare di ferire la sensibilità di molti compagni pronti a toglierselo di torno. Ecco perché l'ennesimo annuncio di un imminente accordo potrebbe concludersi con un nulla di fatto, nonostante il Vaticano.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
Continua a leggereRiduci
Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
Continua a leggereRiduci
Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
Continua a leggereRiduci