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2018-09-20
Attivista Lgbt inguaia il cardinale: «Ha benedetto la mia unione gay»
Ansa
«Siccome l'ha fatto, probabilmente sarà d'accordo che io possa parlarne». Lo ha detto Gery Keszler, 55 anni, noto attivista gay austriaco, in una conversazione pubblica con il vescovo Benno Elbs di Feldkirch, a proposito della benedizione che il cardinale di Vienna Christoph Schönborn avrebbe riservato a lui e al suo compagno lo scorso 15 agosto. In rete si può trovare il video di questa rivelazione.
Keszler, amico personale di Schönborn, ha raccontato che nel giorno della Festa dell'Assunta il cardinale lo ha raggiunto nella sua casa di Güssing, a circa 160 chilometri da Vienna, nel Burgenland. In quell'occasione, presente il compagno di Keszler, il porporato, dopo una preghiera di ringraziamento, «all'improvviso ci ha benedetto». «Per me è stato fantastico», ha aggiunto l'attivista Lgbt. Dopo la «benedizione», a suggellare il momento, tutti insieme hanno stappato una bella bottiglia di champagne. E lo champagne lo ha portato «un “intimo" di Schönborn», come ha scritto il vaticanista Marco Tosatti riportando la notizia nel suo blog Stilum Curiae.
Quella che avrebbe improvvisato il cardinale
Schönborn, insomma, sembrerebbe essere proprio una benedizione informale di una coppia gay. Una notizia destinata ad agitare ulteriormente le acque in una Chiesa già scossa dalle rivelazioni dell'ex nunzio Carlo Maria Viganò. La richiesta di procedere a tali benedizioni è già stata formalmente perorata anche dai vescovi tedeschi per voce del vicepresidente della Conferenza episcopale, monsignor Franz-Josef Bode, vescovo di Osnabrück. Se è vero che le relazioni omosessuali sono generalmente considerate «un peccato grave nella Chiesa, dobbiamo tuttavia pensare a fare delle distinzioni», ha detto Bode in un'intervista del gennaio scorso con il quotidiano Osnabrücker Zeitung. Perciò, si chiedeva il presule, «non dovremmo essere più equi, dato che vi è molto di positivo, giusto e buono in tutto questo? Non dovremmo, ad esempio, prendere in considerazione una benedizione, qualcosa da non confondere con una cerimonia matrimoniale?».
Secondo il racconto di
Keszler il cardinale di Vienna, già allievo prediletto del cardinale Joseph Ratzinger, è passato per le vie brevi e ha realizzato una sua personale benedizione alla coppia gay. Peraltro lo stesso Schönborn è stato uno dei più pronti ad abbracciare e sostenere teologicamente il cambio di paradigma impresso da papa Francesco con l'esortazione Amoris laetitia. Quell'approccio inclusivo che dal punto di vista pastorale apre l'accesso all'eucaristia alle coppie di divorziati risposati conviventi more uxorio, ma più in generale si incammina sul bene possibile riscontrabile nel vissuto di ognuno, probabilmente anche delle coppie gay. Proprio sulla via del «bene possibile» il cardinale Schönborn durante il doppio sinodo sulla famiglia (2014 e 2015) aveva dichiarato al Corriere della Sera che anche nelle coppie omosessuali si possono riconoscere «i valori umani e a volte veramente cristiani che si vivono». Ricordava di aver conosciuto a Vienna «due uomini di tendenza omosessuale che convivono da tempo, hanno fatto un patto civile. E ho visto come si sono aiutati quando uno di loro è caduto gravemente malato. È stato meraviglioso, umanamente e cristianamente, come uno si è occupato dell'altro, restandogli accanto. Sono cose da riconoscere. […] Tante volte, anche se non approviamo questa forma di sessualità, possiamo inchinarci davanti a comportamenti umani esemplari».
Keszler, che è l'organizzatore del Vienna Life Ball, probabilmente il più grande spettacolo di propaganda omosessuale austriaco, è un amico personale di Schönborn. Insieme nel 2017 hanno organizzato un evento che aveva al centro l'omosessualità nella cattedrale di Vienna. Salvo smentite, non c'è quindi da meravigliarsi se il cardinale ha benedetto Keszler e il compagno in una situazione conviviale durante la Festa dell'Assunta. È chiaro che il Catechismo della Chiesa ancora ritiene «intrinsecamente disordinati» gli atti omosessuali e che «non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati».
L'attivista gay austriaco si è detto «molto molto felice» e ha ammesso che raccontare l'episodio è stato «un po' forzare l'outing» di
Schönborn. Non sappiamo se sia questa l'interpretazione del cardinale sul «bene possibile», anche se papa Francesco a una domanda su come vada letto il discusso capitolo 8 di Amoris laetitia ha detto: «La guida migliore è la presentazione che ne ha fatto Schönborn, un grande teologo, membro della congregazione per la dottrina della fede, molto esperto della dottrina della Chiesa».
In arrivo l’accordo capestro tra Cina e Vaticano?
L'accordo tra Cina e Vaticano di cui si discute da mesi sarebbe a un passo, questo almeno stando a quanto annuncia il
Global Times, organo di stampa solitamente utilizzato da Pechino per far sapere le sue mosse a livello internazionale. Il giornale cinese cita imprecisate fonti «che hanno dimestichezza con l'argomento», secondo le quali una delegazione vaticana si dovrebbe recare a Pechino alla fine di settembre per firmare l'atteso accordo che ha il suo scoglio maggiore nella nomina dei vescovi.
Da chi e come verranno nominati i vescovi? Il Papa avrà davvero l'ultima parola? È su queste domande che si gioca la partita, anche se la Santa sede pare orientata a un accordo a tutti i costi con lo scopo di dare un po' di ossigeno ai cattolici cinesi, costretti a vivere in un contesto non proprio favorevole. Ma i critici, come il cardinale
Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, intravedono un gioco al ribasso che svenderebbe di fatto la Chiesa cinese al partito comunista, soprattutto la cosiddetta Chiesa clandestina, quella che fino ad oggi ha lottato contro persecuzioni durissime e non ha mai accettato di entrare nella Chiesa «patriottica» riconosciuta da Pechino. In fondo la differenza più importante tra le due chiese si è misurata proprio sulle nomine dei vescovi.
Di fronte a un balletto che sta assumendo le forme della commedia (l'accordo è stato dato per imminente più volte dal novembre 2016), il
Global Times scrive che questa volta, «se l'incontro andrà bene, l'accordo potrebbe essere sottoscritto». Come riportava anche il Wall Street Journal venerdì scorso, la sostanza sarebbe una sorta di scambio. Da una parte la Cina riconoscerebbe il Papa «capo della Chiesa cattolica in Cina», dall'altra il Vaticano «riconoscerebbe 7 vescovi scomunicati», eletti e ordinati senza il mandato papale. Alcune fonti vaticane confermano alla Verità che le voci di una delegazione pronta a partire per la Cina sono verosimili. E per quanto si insista che l'accordo cercato non è politico, ma di natura religiosa, è proprio su questo piano che sono maggiori le difficoltà. Anche se si trovasse una soluzione che garantisse il Vaticano sulle nomine episcopali (una sorta di ultima parola lasciata al Papa dopo una «elezione» approvata dal Partito), resta il fatto che la politica cinese continua a stringere lo spazio della libertà religiosa.
Il Partito comunista ha messo in atto una vera e propria strategia di sinicinizzazione della Chiesa cattolica. I vescovi hanno dovuto stilare un piano nazionale (2018-2022) «per portare avanti l'adesione della Chiesa cattolica in Cina verso la sinicizzazione». Il tutto deve avvenire sotto lo stretto controllo dell'Associazione patriottica nazionale (Ap), lunga mano del partito sulla Chiesa, e del Consiglio dei vescovi istituito nel suo seno. Nelle 15 pagine diffuse dall'Associazione patriottica, che mettono i paletti su come deve realizzarsi questa sinicinizzazione, viene messa in evidenza, tra l'altro, la necessaria «applicazione dei valori al cuore del socialismo» per «andare avanti con l'evangelizzazione e il lavoro pastorale» (n. 2), una trasposizione piuttosto bizzarra del concetto di inculturazione del Vangelo. E se per qualche cattolico cinese i «valori al cuore del socialismo» non fossero al cuore della sua fede? Viene spontaneo chiedersi anche come avverranno lo sviluppo di pensieri teologici «con caratteristiche cinesi», la rilettura della storia della Chiesa in Cina dal punto di vista della sinicizzazione (n. 5), o ancora la sinicizzazione delle opere architettoniche, pitture e musica sacra (n. 8).
Qualcuno intravede all'orizzonte un controllo non solo fisico, ma persino del pensiero dei fedeli. In questo quadro non si comprende come la firma di un accordo possa davvero giovare alla libertà religiosa dei cattolici in Cina. Perché, come scriveva papa
Benedetto XVI nella sua lettera ai fedeli cinesi del 2010, da una parte è ovviamente auspicabile un superamento dei conflitti con le autorità, «nello stesso tempo, però, non è accettabile un'arrendevolezza alle medesime quando esse interferiscano indebitamente in materie che riguardano la fede e la disciplina della Chiesa».
La situazione è talmente paradossale che alcuni osservano come forse l'accordo sia voluto più dal Vaticano, e da papa
Francesco in prima persona, che dalla Cina. Al ministero degli Esteri cinese l'accordo potrebbe essere gradito, magari per ingraziarsi l'opinione pubblica mondiale nel contesto di un difficile braccio di ferro sui dazi in corso con gli Stati Uniti. Una guerra, questa, che è sì commerciale, ma ha orizzonti più ampi di natura militare per il controllo dell'Oceano Pacifico tra le due superpotenze. Però ci sono altri organi del regime, quelli che sono più a diretto contatto con la vita quotidiana dei cinesi, tra cui appunto l'Associazione patriottica, il ministero degli Affari religiosi e il Fronte unito, che del controllo degli spazi spirituali hanno fatto un affare piuttosto ingente e che difficilmente saranno disposti a mollare.
A ciò si aggiungano le difficoltà di
Xi Jinping all'interno del partito: anche volendo considerare una volontà da parte sua di firmare l'accordo con la delegazione vaticana, il presidente cinese dovrà pensarci bene per evitare di ferire la sensibilità di molti compagni pronti a toglierselo di torno. Ecco perché l'ennesimo annuncio di un imminente accordo potrebbe concludersi con un nulla di fatto, nonostante il Vaticano.
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Il paladino austriaco delle cause omo svela lo strappo al catechismo dell'amico Christoph Schönborn: «Ha pure portato lo champagne». L'arcivescovo di Vienna, già pupillo di Ratzinger, è ora teologo di riferimento di Francesco. In arrivo l'accordo capestro tra Cina e Vaticano? Ennesimo annuncio del giornale «voce» del regime comunista. Critici i cattolici del dissenso: così Roma si svende a Pechino. Lo speciale contiene due articoli. «Siccome l'ha fatto, probabilmente sarà d'accordo che io possa parlarne». Lo ha detto Gery Keszler, 55 anni, noto attivista gay austriaco, in una conversazione pubblica con il vescovo Benno Elbs di Feldkirch, a proposito della benedizione che il cardinale di Vienna Christoph Schönborn avrebbe riservato a lui e al suo compagno lo scorso 15 agosto. In rete si può trovare il video di questa rivelazione. Keszler, amico personale di Schönborn, ha raccontato che nel giorno della Festa dell'Assunta il cardinale lo ha raggiunto nella sua casa di Güssing, a circa 160 chilometri da Vienna, nel Burgenland. In quell'occasione, presente il compagno di Keszler, il porporato, dopo una preghiera di ringraziamento, «all'improvviso ci ha benedetto». «Per me è stato fantastico», ha aggiunto l'attivista Lgbt. Dopo la «benedizione», a suggellare il momento, tutti insieme hanno stappato una bella bottiglia di champagne. E lo champagne lo ha portato «un “intimo" di Schönborn», come ha scritto il vaticanista Marco Tosatti riportando la notizia nel suo blog Stilum Curiae. Quella che avrebbe improvvisato il cardinale Schönborn, insomma, sembrerebbe essere proprio una benedizione informale di una coppia gay. Una notizia destinata ad agitare ulteriormente le acque in una Chiesa già scossa dalle rivelazioni dell'ex nunzio Carlo Maria Viganò. La richiesta di procedere a tali benedizioni è già stata formalmente perorata anche dai vescovi tedeschi per voce del vicepresidente della Conferenza episcopale, monsignor Franz-Josef Bode, vescovo di Osnabrück. Se è vero che le relazioni omosessuali sono generalmente considerate «un peccato grave nella Chiesa, dobbiamo tuttavia pensare a fare delle distinzioni», ha detto Bode in un'intervista del gennaio scorso con il quotidiano Osnabrücker Zeitung. Perciò, si chiedeva il presule, «non dovremmo essere più equi, dato che vi è molto di positivo, giusto e buono in tutto questo? Non dovremmo, ad esempio, prendere in considerazione una benedizione, qualcosa da non confondere con una cerimonia matrimoniale?». Secondo il racconto di Keszler il cardinale di Vienna, già allievo prediletto del cardinale Joseph Ratzinger, è passato per le vie brevi e ha realizzato una sua personale benedizione alla coppia gay. Peraltro lo stesso Schönborn è stato uno dei più pronti ad abbracciare e sostenere teologicamente il cambio di paradigma impresso da papa Francesco con l'esortazione Amoris laetitia. Quell'approccio inclusivo che dal punto di vista pastorale apre l'accesso all'eucaristia alle coppie di divorziati risposati conviventi more uxorio, ma più in generale si incammina sul bene possibile riscontrabile nel vissuto di ognuno, probabilmente anche delle coppie gay. Proprio sulla via del «bene possibile» il cardinale Schönborn durante il doppio sinodo sulla famiglia (2014 e 2015) aveva dichiarato al Corriere della Sera che anche nelle coppie omosessuali si possono riconoscere «i valori umani e a volte veramente cristiani che si vivono». Ricordava di aver conosciuto a Vienna «due uomini di tendenza omosessuale che convivono da tempo, hanno fatto un patto civile. E ho visto come si sono aiutati quando uno di loro è caduto gravemente malato. È stato meraviglioso, umanamente e cristianamente, come uno si è occupato dell'altro, restandogli accanto. Sono cose da riconoscere. […] Tante volte, anche se non approviamo questa forma di sessualità, possiamo inchinarci davanti a comportamenti umani esemplari». Keszler, che è l'organizzatore del Vienna Life Ball, probabilmente il più grande spettacolo di propaganda omosessuale austriaco, è un amico personale di Schönborn. Insieme nel 2017 hanno organizzato un evento che aveva al centro l'omosessualità nella cattedrale di Vienna. Salvo smentite, non c'è quindi da meravigliarsi se il cardinale ha benedetto Keszler e il compagno in una situazione conviviale durante la Festa dell'Assunta. È chiaro che il Catechismo della Chiesa ancora ritiene «intrinsecamente disordinati» gli atti omosessuali e che «non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati». L'attivista gay austriaco si è detto «molto molto felice» e ha ammesso che raccontare l'episodio è stato «un po' forzare l'outing» di Schönborn. Non sappiamo se sia questa l'interpretazione del cardinale sul «bene possibile», anche se papa Francesco a una domanda su come vada letto il discusso capitolo 8 di Amoris laetitia ha detto: «La guida migliore è la presentazione che ne ha fatto Schönborn, un grande teologo, membro della congregazione per la dottrina della fede, molto esperto della dottrina della Chiesa». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/attivista-lgbt-inguaia-il-cardinale-ha-benedetto-la-mia-unione-gay-2606295519.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-arrivo-laccordo-capestro-tra-cina-e-vaticano" data-post-id="2606295519" data-published-at="1769719839" data-use-pagination="False"> In arrivo l’accordo capestro tra Cina e Vaticano? L'accordo tra Cina e Vaticano di cui si discute da mesi sarebbe a un passo, questo almeno stando a quanto annuncia il Global Times, organo di stampa solitamente utilizzato da Pechino per far sapere le sue mosse a livello internazionale. Il giornale cinese cita imprecisate fonti «che hanno dimestichezza con l'argomento», secondo le quali una delegazione vaticana si dovrebbe recare a Pechino alla fine di settembre per firmare l'atteso accordo che ha il suo scoglio maggiore nella nomina dei vescovi. Da chi e come verranno nominati i vescovi? Il Papa avrà davvero l'ultima parola? È su queste domande che si gioca la partita, anche se la Santa sede pare orientata a un accordo a tutti i costi con lo scopo di dare un po' di ossigeno ai cattolici cinesi, costretti a vivere in un contesto non proprio favorevole. Ma i critici, come il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, intravedono un gioco al ribasso che svenderebbe di fatto la Chiesa cinese al partito comunista, soprattutto la cosiddetta Chiesa clandestina, quella che fino ad oggi ha lottato contro persecuzioni durissime e non ha mai accettato di entrare nella Chiesa «patriottica» riconosciuta da Pechino. In fondo la differenza più importante tra le due chiese si è misurata proprio sulle nomine dei vescovi. Di fronte a un balletto che sta assumendo le forme della commedia (l'accordo è stato dato per imminente più volte dal novembre 2016), il Global Times scrive che questa volta, «se l'incontro andrà bene, l'accordo potrebbe essere sottoscritto». Come riportava anche il Wall Street Journal venerdì scorso, la sostanza sarebbe una sorta di scambio. Da una parte la Cina riconoscerebbe il Papa «capo della Chiesa cattolica in Cina», dall'altra il Vaticano «riconoscerebbe 7 vescovi scomunicati», eletti e ordinati senza il mandato papale. Alcune fonti vaticane confermano alla Verità che le voci di una delegazione pronta a partire per la Cina sono verosimili. E per quanto si insista che l'accordo cercato non è politico, ma di natura religiosa, è proprio su questo piano che sono maggiori le difficoltà. Anche se si trovasse una soluzione che garantisse il Vaticano sulle nomine episcopali (una sorta di ultima parola lasciata al Papa dopo una «elezione» approvata dal Partito), resta il fatto che la politica cinese continua a stringere lo spazio della libertà religiosa. Il Partito comunista ha messo in atto una vera e propria strategia di sinicinizzazione della Chiesa cattolica. I vescovi hanno dovuto stilare un piano nazionale (2018-2022) «per portare avanti l'adesione della Chiesa cattolica in Cina verso la sinicizzazione». Il tutto deve avvenire sotto lo stretto controllo dell'Associazione patriottica nazionale (Ap), lunga mano del partito sulla Chiesa, e del Consiglio dei vescovi istituito nel suo seno. Nelle 15 pagine diffuse dall'Associazione patriottica, che mettono i paletti su come deve realizzarsi questa sinicinizzazione, viene messa in evidenza, tra l'altro, la necessaria «applicazione dei valori al cuore del socialismo» per «andare avanti con l'evangelizzazione e il lavoro pastorale» (n. 2), una trasposizione piuttosto bizzarra del concetto di inculturazione del Vangelo. E se per qualche cattolico cinese i «valori al cuore del socialismo» non fossero al cuore della sua fede? Viene spontaneo chiedersi anche come avverranno lo sviluppo di pensieri teologici «con caratteristiche cinesi», la rilettura della storia della Chiesa in Cina dal punto di vista della sinicizzazione (n. 5), o ancora la sinicizzazione delle opere architettoniche, pitture e musica sacra (n. 8). Qualcuno intravede all'orizzonte un controllo non solo fisico, ma persino del pensiero dei fedeli. In questo quadro non si comprende come la firma di un accordo possa davvero giovare alla libertà religiosa dei cattolici in Cina. Perché, come scriveva papa Benedetto XVI nella sua lettera ai fedeli cinesi del 2010, da una parte è ovviamente auspicabile un superamento dei conflitti con le autorità, «nello stesso tempo, però, non è accettabile un'arrendevolezza alle medesime quando esse interferiscano indebitamente in materie che riguardano la fede e la disciplina della Chiesa». La situazione è talmente paradossale che alcuni osservano come forse l'accordo sia voluto più dal Vaticano, e da papa Francesco in prima persona, che dalla Cina. Al ministero degli Esteri cinese l'accordo potrebbe essere gradito, magari per ingraziarsi l'opinione pubblica mondiale nel contesto di un difficile braccio di ferro sui dazi in corso con gli Stati Uniti. Una guerra, questa, che è sì commerciale, ma ha orizzonti più ampi di natura militare per il controllo dell'Oceano Pacifico tra le due superpotenze. Però ci sono altri organi del regime, quelli che sono più a diretto contatto con la vita quotidiana dei cinesi, tra cui appunto l'Associazione patriottica, il ministero degli Affari religiosi e il Fronte unito, che del controllo degli spazi spirituali hanno fatto un affare piuttosto ingente e che difficilmente saranno disposti a mollare. A ciò si aggiungano le difficoltà di Xi Jinping all'interno del partito: anche volendo considerare una volontà da parte sua di firmare l'accordo con la delegazione vaticana, il presidente cinese dovrà pensarci bene per evitare di ferire la sensibilità di molti compagni pronti a toglierselo di torno. Ecco perché l'ennesimo annuncio di un imminente accordo potrebbe concludersi con un nulla di fatto, nonostante il Vaticano.
(IStock)
Don Chichì ha un’idea. «Tornare alle origini, a Cristo e ai suoi Apostoli che portavano alle genti sofferenti la parola consolatrice di Dio! Passare casa per casa, bussare a tutte le porte, interessarsi di tutti i problemi dei fedeli, intervenire attivamente dove è possibile. Trasformare il prete-burocrate in amico». Naturalmente l’idea di don Chichì, che poi è quella della Chiesa del post Concilio, fu un fiasco.
E rischia di esserlo ancora di più ora che la Cei - come si legge nel documento finale del suo consiglio permanente (quasi fosse la Cgil) - «ha demandato alla Presidenza la costituzione di gruppi di lavoro per lo studio di linee orientative e indicazioni per la riconfigurazione territoriale delle comunità parrocchiali e l’affido della partecipazione alla cura pastorale di una comunità a un diacono o un’altra persona non insignita del carattere sacerdotale o a una comunità di persone, e anche per lo studio degli aspetti teologici, antropologici e pastorali relativi all’accoglienza di persone omoaffettive e transgender».
Proviamo a tradurre il burocratese della Conferenza episcopale: nel documento si chiede che ogni comunità parrocchiale abbia un fedele, sia esso diacono o laico, che si possa occupare dell’inclusione di persone omosessuali o trans. Bene. Anzi, male: perché la Chiesa oggi pare interessata a tutto fuorché a far arrivare il maggior numero di anime possibili al Padreterno. Per cui parla di tutto - del clima, dei trans, della disoccupazione e del fatto che non esistono più le mezze stagioni - ma mai (o quasi) della fede. Eppure quello dovrebbe essere il cuore di tutto.
Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, faceva una cosa molto semplice. Si alzava la mattina e si chiudeva nel confessionale, dove rimaneva per ore e ore. I fedeli accorrevano da ogni dove per dirgli i peccati che avevano commesso, certamente, ma pure le loro difficoltà. E lui ascoltava tutti e li assolveva nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Promettevano di non peccare più, ma poi ci ricadevano lo stesso. E allora indietro dal curato d’Ars, che non si muoveva mai da quell’inginocchiatoio di legno. Era, lui, un prete-prete. Non il prete amico di don Chichì, prototipo di tanti preti-amici che oggi sono vescovi e cardinali. Che hanno perso il centro e che a furia di cercare chi era lontano hanno perso chi si trovava più vicino. Basta entrare in una chiesa per rendersene conto. Non c’è più nessuno che prega. A volte qualche vecchina, come una sentinella solitaria, che sgrana il rosario. A volte qualcuno che chiede un miracolo per sé o per qualche caro.
La primavera del Concilio, come ha detto Paolo VI, si è rivelata un gelido inverno. Che ha ghiacciato le anime. E ora, per provare a portare qualcuno in chiesa, si punta ad aprirsi ulteriormente, a colpi di psicologia e sociologia. Ma ciò che serve davvero è qualcuno che parli fede. Qualcuno che parli meno di questo mondo e più dell’altro. C’è bisogno del Cristo dell’altare maggiore, che indica la via, e di preti come don Camillo, che abbiano mani come badili per rimetterti in carreggiata. E che siano in grado di scaldare il nostro vecchio cuore di marziani, come direbbe Giovannino Guareschi.
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(Ansa)
La riforma consta di otto articoli, sull’ultimo dei quali - «Disposizioni transitorie» - tornerò alla fine. Gli altri sette modificano gli articoli 87, 102, 104-107 e 110 della Costituzione. Sembrerebbe la modifica di sette articoli e infatti le lamentele del Comitato per il No esordiscono proprio così: «Questa legge modifica sette articoli della Costituzione». Il che, pur apparentemente vero, è sostanzialmente sonoramente falso e fuorviante. Il Comitato per il No esordisce manipolandovi col trasmettere il messaggio angoscioso che la riforma governativa stravolgerebbe la Costituzione. Una comunicazione levantina che da sola basterebbe a togliere ogni fiducia a chi invita a votare No.
La verità sostanziale è che si modificano solo due articoli, mentre gli altri sono solo adeguati per coerenza. Per esempio, visto che nei due veri articoli modificati si istituiscono due magistrature governate, ciascuna, dal proprio Consiglio superiore, l’articolo 87 - che attualmente recita: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm» - diventa: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm giudicante e il Csm requirente». Simili considerazioni valgono per gli articoli 102, 105, 106 e 110. Gli articoli veramente modificati sono il 104 e il 105. La riforma disciplina tre cose.
L’esordio dell’articolo 104 - «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» - diventa: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». È finalmente introdotta la separazione delle carriere: così come l’avvocato che vi difende non è collega del giudice che deve emettere sentenza, anche la pubblica accusa non lo sarà più. Ove l’articolo vecchio continua assegnando la presidenza dell’unico Csm al capo dello Stato, quello nuovo si adegua, istituisce due Csm e mantiene il capo dello Stato a presiederli entrambi. Ecco attuato il principio del giusto processo, in ottemperanza all’articolo 111 della Costituzione.
Secondo il vecchio articolo, gli altri componenti (attualmente 24) sono «eletti» per 2/3 dai magistrati e per 1/3 da una lista che il Parlamento compone tra professionisti di lungo corso del diritto. Nell’articolo modificato dalla riforma, la parola «eletti» è sostituita con le parole «estratti a sorte».
L’articolo 105 attuale recita: «Spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Il nuovo articolo 105 è molto più lungo, col primo comma quasi coincidente con l’intero articolo vecchio: «Spettano a ciascuno dei due Csm le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati». Come si nota, le parole «le promozioni» sono sostituite con le parole «le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni»; e sono state soppresse le parole «provvedimenti disciplinari» del vecchio articolo. Cosa significa? Significa, intanto, che ove la vecchia legge parla solo di «promozioni», la nuova parla di «valutazioni di professionalità». Ora, non voglio qui rivangare la brillante carriera dei giudici che hanno distrutto la vita di Enzo Tortora, solo perché non voglio dare l’impressione che quella del caso Tortora sia l’eccezione che conferma una regola: temo che sia invece la regola. Ancora: a leggere l’attuale articolo 105, suona quanto mai bizzarro che eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti di un magistrato siano affidati a coloro che quel medesimo magistrato ha eletto. E, infatti, come osservavo a mo’ di esempio, quelli coinvolti nel caso Tortora, lungi dal subire provvedimenti disciplinari, fecero invece brillante carriera. Nel resto del nuovo art. 105, la riforma istituisce allora un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici professionalmente qualificati: «Tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica» e gli altri 12 sono, di nuovo, tutti estratti a sorte: sei sono della magistratura giudicante, tre della magistratura inquirente e tre da un elenco di professionisti di lungo corso del diritto nominati dal Parlamento. I membri dell’Alta Corte non possono essere membri di nessun Parlamento (regionale, nazionale o europeo) né possono esercitare professione di avvocato. Infine, chi è soggetto a provvedimenti dell’Alta Corte può impugnarli solo dinanzi alla medesima Corte e, in questo caso, essa giudica in assenza dei componenti che hanno concorso alla decisione impugnata.
La prima lamentela del Comitato per il No è che la riforma assoggetterebbe il Csm al governo e/o al Parlamento. Ora, ditemi voi, come possa mai accadere che, passando da un meccanismo elettivo a una estrazione a sorte, chicchessia possa meglio influenzare sull’esito finale. Anzi, l’estrazione a sorte tra i titolati a far parte dei due Csm o dell’Alta Corte è l’unica cosa che garantisce che la scelta dei componenti sia avvenuta senza alcuna influenza esterna. Allora, chi vi dice che la riforma introduce, rispetto alla vecchia legge, maggiore controllo del potere politico, vi sta manipolando, vi sta mentendo, e vi sta togliendo il potere di scegliere. Né è vero che gli scelti per votazione sono i più «bravi»: sono solo quelli che hanno avuto più voti.
Le «Disposizioni transitorie», poi, prevedono che le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare siano adeguate entro un anno alla nuova norma costituzionale. Allora, non solo con la nuova legge l’ingerenza della politica sulla magistratura è ridotta, ma codesta presunta ingerenza non è di alcun beneficio all’attuale esecutivo, che sarà a scadenza a ridosso dell’entrata in vigore della riforma.
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Una seduta del Csm (Imagoeconomica)
Battute a parte, resta la notizia e cioè che ieri il Tar del Lazio ha dato torto ai criticoni: il referendum si terrà nella data fissata dal governo, quindi domenica 22 e lunedì 23 marzo. Per i giudici amministrativi le preoccupazioni del No non avevano senso, non c’era alcuna prevaricazione e soprattutto il tempo per informare i cittadini è assolutamente congruo. Del resto, lo stesso capo dello Stato Sergio Mattarella non aveva avuto problemi a firmare la delibera che fissava la data, alla quale si era giunti dopo una mediazione di equilibrio.
Pertanto non ci saranno sorprese: si va dritti sul 22 e il 23 marzo, nel senso che la decisione del governo, secondo il Tar, non è un atto «lesivo e illegittimo» e non «rappresenta di fatto l’espropriazione del diritto dei cittadini di raccogliere le firme». La decisione dei giudici amministrativi è tanto più importante se si pensa che è avvenuta con sentenza e non con ordinanza, il che - per dirla in soldoni - rafforza la stessa, poiché non si ferma al solo congelamento del ricorso (cioè la richiesta di sospensione cautelare) ma entra anche nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi che avevano promosso l’iniziativa. Insomma il governo e il fronte del Sì vincono abbondantemente su tutta la linea.
Questo ci permette allora di riprendere quanto nei giorni scorsi Alessandro Sallusti aveva già scritto, illuminando un aspetto fondamentale. Perché - si domandava - così tanto affanno da parte dei promotori nel chiedere la sospensione cautelare rispetto alla data fissata dal governo? Perché chiedere il posticipo, denunciando lesioni di diritti a danno dei cittadini? Ecco, Sallusti ci indicava una ragione che alla luce della sentenza del Tar del Lazio si fa ancor più condivisibile. Al fronte del No, quello che sta raccontando di pm che verrebbero assoggettati al potere politico (da qui la campagna pubblicitaria nelle stazioni e non solo…), interesserebbe arrivare al rinnovo del Csm con le vecchie regole; perciò spingeva a posticipare il referendum: buttare la palla in tribuna e guadagnare tempo.
In effetti, quand’anche il referendum convalidasse la riforma del governo - come sembra dai recenti sondaggi - poi ci sarà bisogno dei decreti attuativi, cioè di quelle leggi che «fanno camminare» le buone intenzioni legislative. Una vittoria del Sì il 22 e il 23 marzo velocizzerebbe tali norme blindandole in un calendario favorevole al rinnovo del Csm secondo le nuove regole. Un posticipo del referendum avrebbe invece ritardato tali tabella di marcia. Ci sono dieci mesi circa per impostare il rinnovo del Csm che va a scadenza tra un anno: se tutto filerà liscio a quel punto avremo un Csm per i giudici e uno per i pm, con l’azzeramento dei giochi tra le correnti perché gli organi di autogoverno sarebbero compilati secondo il sorteggio.
Ritardare il referendum avrebbe vanificato questa operazione anche in caso di vittoria dei Sì perché le procedure di rinnovo sarebbero state fatte con le vecchie regole e quindi… Buonanotte ai suonatori. La decisone del Tar del Lazio - che ripeto è entrato nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi promotori spazzandole via - dà indirettamente ulteriore smalto ai promotori del Sì e ci consentirà di entrare nel vivo della campagna al netto degli allarmismi creati ad arte. Questa riforma è un passo avanti in una ridefinizione della giustizia rimettendola su binari più consoni, facendo invece deragliare (con la procedura del sorteggio) il treno del correntismo togato. La riforma del Csm è il cuore della legge costituzionale su cui ci esprimeremo e - ora più che mai - siamo convinti che proprio per questo le anime più politicizzate stanno dicendo e facendo cose bizzarre, dai post del segretario alla richiesta di rinvio del referendum.
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