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2018-09-20
Attivista Lgbt inguaia il cardinale: «Ha benedetto la mia unione gay»
Ansa
«Siccome l'ha fatto, probabilmente sarà d'accordo che io possa parlarne». Lo ha detto Gery Keszler, 55 anni, noto attivista gay austriaco, in una conversazione pubblica con il vescovo Benno Elbs di Feldkirch, a proposito della benedizione che il cardinale di Vienna Christoph Schönborn avrebbe riservato a lui e al suo compagno lo scorso 15 agosto. In rete si può trovare il video di questa rivelazione.
Keszler, amico personale di Schönborn, ha raccontato che nel giorno della Festa dell'Assunta il cardinale lo ha raggiunto nella sua casa di Güssing, a circa 160 chilometri da Vienna, nel Burgenland. In quell'occasione, presente il compagno di Keszler, il porporato, dopo una preghiera di ringraziamento, «all'improvviso ci ha benedetto». «Per me è stato fantastico», ha aggiunto l'attivista Lgbt. Dopo la «benedizione», a suggellare il momento, tutti insieme hanno stappato una bella bottiglia di champagne. E lo champagne lo ha portato «un “intimo" di Schönborn», come ha scritto il vaticanista Marco Tosatti riportando la notizia nel suo blog Stilum Curiae.
Quella che avrebbe improvvisato il cardinale
Schönborn, insomma, sembrerebbe essere proprio una benedizione informale di una coppia gay. Una notizia destinata ad agitare ulteriormente le acque in una Chiesa già scossa dalle rivelazioni dell'ex nunzio Carlo Maria Viganò. La richiesta di procedere a tali benedizioni è già stata formalmente perorata anche dai vescovi tedeschi per voce del vicepresidente della Conferenza episcopale, monsignor Franz-Josef Bode, vescovo di Osnabrück. Se è vero che le relazioni omosessuali sono generalmente considerate «un peccato grave nella Chiesa, dobbiamo tuttavia pensare a fare delle distinzioni», ha detto Bode in un'intervista del gennaio scorso con il quotidiano Osnabrücker Zeitung. Perciò, si chiedeva il presule, «non dovremmo essere più equi, dato che vi è molto di positivo, giusto e buono in tutto questo? Non dovremmo, ad esempio, prendere in considerazione una benedizione, qualcosa da non confondere con una cerimonia matrimoniale?».
Secondo il racconto di
Keszler il cardinale di Vienna, già allievo prediletto del cardinale Joseph Ratzinger, è passato per le vie brevi e ha realizzato una sua personale benedizione alla coppia gay. Peraltro lo stesso Schönborn è stato uno dei più pronti ad abbracciare e sostenere teologicamente il cambio di paradigma impresso da papa Francesco con l'esortazione Amoris laetitia. Quell'approccio inclusivo che dal punto di vista pastorale apre l'accesso all'eucaristia alle coppie di divorziati risposati conviventi more uxorio, ma più in generale si incammina sul bene possibile riscontrabile nel vissuto di ognuno, probabilmente anche delle coppie gay. Proprio sulla via del «bene possibile» il cardinale Schönborn durante il doppio sinodo sulla famiglia (2014 e 2015) aveva dichiarato al Corriere della Sera che anche nelle coppie omosessuali si possono riconoscere «i valori umani e a volte veramente cristiani che si vivono». Ricordava di aver conosciuto a Vienna «due uomini di tendenza omosessuale che convivono da tempo, hanno fatto un patto civile. E ho visto come si sono aiutati quando uno di loro è caduto gravemente malato. È stato meraviglioso, umanamente e cristianamente, come uno si è occupato dell'altro, restandogli accanto. Sono cose da riconoscere. […] Tante volte, anche se non approviamo questa forma di sessualità, possiamo inchinarci davanti a comportamenti umani esemplari».
Keszler, che è l'organizzatore del Vienna Life Ball, probabilmente il più grande spettacolo di propaganda omosessuale austriaco, è un amico personale di Schönborn. Insieme nel 2017 hanno organizzato un evento che aveva al centro l'omosessualità nella cattedrale di Vienna. Salvo smentite, non c'è quindi da meravigliarsi se il cardinale ha benedetto Keszler e il compagno in una situazione conviviale durante la Festa dell'Assunta. È chiaro che il Catechismo della Chiesa ancora ritiene «intrinsecamente disordinati» gli atti omosessuali e che «non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati».
L'attivista gay austriaco si è detto «molto molto felice» e ha ammesso che raccontare l'episodio è stato «un po' forzare l'outing» di
Schönborn. Non sappiamo se sia questa l'interpretazione del cardinale sul «bene possibile», anche se papa Francesco a una domanda su come vada letto il discusso capitolo 8 di Amoris laetitia ha detto: «La guida migliore è la presentazione che ne ha fatto Schönborn, un grande teologo, membro della congregazione per la dottrina della fede, molto esperto della dottrina della Chiesa».
In arrivo l’accordo capestro tra Cina e Vaticano?
L'accordo tra Cina e Vaticano di cui si discute da mesi sarebbe a un passo, questo almeno stando a quanto annuncia il
Global Times, organo di stampa solitamente utilizzato da Pechino per far sapere le sue mosse a livello internazionale. Il giornale cinese cita imprecisate fonti «che hanno dimestichezza con l'argomento», secondo le quali una delegazione vaticana si dovrebbe recare a Pechino alla fine di settembre per firmare l'atteso accordo che ha il suo scoglio maggiore nella nomina dei vescovi.
Da chi e come verranno nominati i vescovi? Il Papa avrà davvero l'ultima parola? È su queste domande che si gioca la partita, anche se la Santa sede pare orientata a un accordo a tutti i costi con lo scopo di dare un po' di ossigeno ai cattolici cinesi, costretti a vivere in un contesto non proprio favorevole. Ma i critici, come il cardinale
Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, intravedono un gioco al ribasso che svenderebbe di fatto la Chiesa cinese al partito comunista, soprattutto la cosiddetta Chiesa clandestina, quella che fino ad oggi ha lottato contro persecuzioni durissime e non ha mai accettato di entrare nella Chiesa «patriottica» riconosciuta da Pechino. In fondo la differenza più importante tra le due chiese si è misurata proprio sulle nomine dei vescovi.
Di fronte a un balletto che sta assumendo le forme della commedia (l'accordo è stato dato per imminente più volte dal novembre 2016), il
Global Times scrive che questa volta, «se l'incontro andrà bene, l'accordo potrebbe essere sottoscritto». Come riportava anche il Wall Street Journal venerdì scorso, la sostanza sarebbe una sorta di scambio. Da una parte la Cina riconoscerebbe il Papa «capo della Chiesa cattolica in Cina», dall'altra il Vaticano «riconoscerebbe 7 vescovi scomunicati», eletti e ordinati senza il mandato papale. Alcune fonti vaticane confermano alla Verità che le voci di una delegazione pronta a partire per la Cina sono verosimili. E per quanto si insista che l'accordo cercato non è politico, ma di natura religiosa, è proprio su questo piano che sono maggiori le difficoltà. Anche se si trovasse una soluzione che garantisse il Vaticano sulle nomine episcopali (una sorta di ultima parola lasciata al Papa dopo una «elezione» approvata dal Partito), resta il fatto che la politica cinese continua a stringere lo spazio della libertà religiosa.
Il Partito comunista ha messo in atto una vera e propria strategia di sinicinizzazione della Chiesa cattolica. I vescovi hanno dovuto stilare un piano nazionale (2018-2022) «per portare avanti l'adesione della Chiesa cattolica in Cina verso la sinicizzazione». Il tutto deve avvenire sotto lo stretto controllo dell'Associazione patriottica nazionale (Ap), lunga mano del partito sulla Chiesa, e del Consiglio dei vescovi istituito nel suo seno. Nelle 15 pagine diffuse dall'Associazione patriottica, che mettono i paletti su come deve realizzarsi questa sinicinizzazione, viene messa in evidenza, tra l'altro, la necessaria «applicazione dei valori al cuore del socialismo» per «andare avanti con l'evangelizzazione e il lavoro pastorale» (n. 2), una trasposizione piuttosto bizzarra del concetto di inculturazione del Vangelo. E se per qualche cattolico cinese i «valori al cuore del socialismo» non fossero al cuore della sua fede? Viene spontaneo chiedersi anche come avverranno lo sviluppo di pensieri teologici «con caratteristiche cinesi», la rilettura della storia della Chiesa in Cina dal punto di vista della sinicizzazione (n. 5), o ancora la sinicizzazione delle opere architettoniche, pitture e musica sacra (n. 8).
Qualcuno intravede all'orizzonte un controllo non solo fisico, ma persino del pensiero dei fedeli. In questo quadro non si comprende come la firma di un accordo possa davvero giovare alla libertà religiosa dei cattolici in Cina. Perché, come scriveva papa
Benedetto XVI nella sua lettera ai fedeli cinesi del 2010, da una parte è ovviamente auspicabile un superamento dei conflitti con le autorità, «nello stesso tempo, però, non è accettabile un'arrendevolezza alle medesime quando esse interferiscano indebitamente in materie che riguardano la fede e la disciplina della Chiesa».
La situazione è talmente paradossale che alcuni osservano come forse l'accordo sia voluto più dal Vaticano, e da papa
Francesco in prima persona, che dalla Cina. Al ministero degli Esteri cinese l'accordo potrebbe essere gradito, magari per ingraziarsi l'opinione pubblica mondiale nel contesto di un difficile braccio di ferro sui dazi in corso con gli Stati Uniti. Una guerra, questa, che è sì commerciale, ma ha orizzonti più ampi di natura militare per il controllo dell'Oceano Pacifico tra le due superpotenze. Però ci sono altri organi del regime, quelli che sono più a diretto contatto con la vita quotidiana dei cinesi, tra cui appunto l'Associazione patriottica, il ministero degli Affari religiosi e il Fronte unito, che del controllo degli spazi spirituali hanno fatto un affare piuttosto ingente e che difficilmente saranno disposti a mollare.
A ciò si aggiungano le difficoltà di
Xi Jinping all'interno del partito: anche volendo considerare una volontà da parte sua di firmare l'accordo con la delegazione vaticana, il presidente cinese dovrà pensarci bene per evitare di ferire la sensibilità di molti compagni pronti a toglierselo di torno. Ecco perché l'ennesimo annuncio di un imminente accordo potrebbe concludersi con un nulla di fatto, nonostante il Vaticano.
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Il paladino austriaco delle cause omo svela lo strappo al catechismo dell'amico Christoph Schönborn: «Ha pure portato lo champagne». L'arcivescovo di Vienna, già pupillo di Ratzinger, è ora teologo di riferimento di Francesco. In arrivo l'accordo capestro tra Cina e Vaticano? Ennesimo annuncio del giornale «voce» del regime comunista. Critici i cattolici del dissenso: così Roma si svende a Pechino. Lo speciale contiene due articoli. «Siccome l'ha fatto, probabilmente sarà d'accordo che io possa parlarne». Lo ha detto Gery Keszler, 55 anni, noto attivista gay austriaco, in una conversazione pubblica con il vescovo Benno Elbs di Feldkirch, a proposito della benedizione che il cardinale di Vienna Christoph Schönborn avrebbe riservato a lui e al suo compagno lo scorso 15 agosto. In rete si può trovare il video di questa rivelazione. Keszler, amico personale di Schönborn, ha raccontato che nel giorno della Festa dell'Assunta il cardinale lo ha raggiunto nella sua casa di Güssing, a circa 160 chilometri da Vienna, nel Burgenland. In quell'occasione, presente il compagno di Keszler, il porporato, dopo una preghiera di ringraziamento, «all'improvviso ci ha benedetto». «Per me è stato fantastico», ha aggiunto l'attivista Lgbt. Dopo la «benedizione», a suggellare il momento, tutti insieme hanno stappato una bella bottiglia di champagne. E lo champagne lo ha portato «un “intimo" di Schönborn», come ha scritto il vaticanista Marco Tosatti riportando la notizia nel suo blog Stilum Curiae. Quella che avrebbe improvvisato il cardinale Schönborn, insomma, sembrerebbe essere proprio una benedizione informale di una coppia gay. Una notizia destinata ad agitare ulteriormente le acque in una Chiesa già scossa dalle rivelazioni dell'ex nunzio Carlo Maria Viganò. La richiesta di procedere a tali benedizioni è già stata formalmente perorata anche dai vescovi tedeschi per voce del vicepresidente della Conferenza episcopale, monsignor Franz-Josef Bode, vescovo di Osnabrück. Se è vero che le relazioni omosessuali sono generalmente considerate «un peccato grave nella Chiesa, dobbiamo tuttavia pensare a fare delle distinzioni», ha detto Bode in un'intervista del gennaio scorso con il quotidiano Osnabrücker Zeitung. Perciò, si chiedeva il presule, «non dovremmo essere più equi, dato che vi è molto di positivo, giusto e buono in tutto questo? Non dovremmo, ad esempio, prendere in considerazione una benedizione, qualcosa da non confondere con una cerimonia matrimoniale?». Secondo il racconto di Keszler il cardinale di Vienna, già allievo prediletto del cardinale Joseph Ratzinger, è passato per le vie brevi e ha realizzato una sua personale benedizione alla coppia gay. Peraltro lo stesso Schönborn è stato uno dei più pronti ad abbracciare e sostenere teologicamente il cambio di paradigma impresso da papa Francesco con l'esortazione Amoris laetitia. Quell'approccio inclusivo che dal punto di vista pastorale apre l'accesso all'eucaristia alle coppie di divorziati risposati conviventi more uxorio, ma più in generale si incammina sul bene possibile riscontrabile nel vissuto di ognuno, probabilmente anche delle coppie gay. Proprio sulla via del «bene possibile» il cardinale Schönborn durante il doppio sinodo sulla famiglia (2014 e 2015) aveva dichiarato al Corriere della Sera che anche nelle coppie omosessuali si possono riconoscere «i valori umani e a volte veramente cristiani che si vivono». Ricordava di aver conosciuto a Vienna «due uomini di tendenza omosessuale che convivono da tempo, hanno fatto un patto civile. E ho visto come si sono aiutati quando uno di loro è caduto gravemente malato. È stato meraviglioso, umanamente e cristianamente, come uno si è occupato dell'altro, restandogli accanto. Sono cose da riconoscere. […] Tante volte, anche se non approviamo questa forma di sessualità, possiamo inchinarci davanti a comportamenti umani esemplari». Keszler, che è l'organizzatore del Vienna Life Ball, probabilmente il più grande spettacolo di propaganda omosessuale austriaco, è un amico personale di Schönborn. Insieme nel 2017 hanno organizzato un evento che aveva al centro l'omosessualità nella cattedrale di Vienna. Salvo smentite, non c'è quindi da meravigliarsi se il cardinale ha benedetto Keszler e il compagno in una situazione conviviale durante la Festa dell'Assunta. È chiaro che il Catechismo della Chiesa ancora ritiene «intrinsecamente disordinati» gli atti omosessuali e che «non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati». L'attivista gay austriaco si è detto «molto molto felice» e ha ammesso che raccontare l'episodio è stato «un po' forzare l'outing» di Schönborn. Non sappiamo se sia questa l'interpretazione del cardinale sul «bene possibile», anche se papa Francesco a una domanda su come vada letto il discusso capitolo 8 di Amoris laetitia ha detto: «La guida migliore è la presentazione che ne ha fatto Schönborn, un grande teologo, membro della congregazione per la dottrina della fede, molto esperto della dottrina della Chiesa». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/attivista-lgbt-inguaia-il-cardinale-ha-benedetto-la-mia-unione-gay-2606295519.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-arrivo-laccordo-capestro-tra-cina-e-vaticano" data-post-id="2606295519" data-published-at="1781025745" data-use-pagination="False"> In arrivo l’accordo capestro tra Cina e Vaticano? L'accordo tra Cina e Vaticano di cui si discute da mesi sarebbe a un passo, questo almeno stando a quanto annuncia il Global Times, organo di stampa solitamente utilizzato da Pechino per far sapere le sue mosse a livello internazionale. Il giornale cinese cita imprecisate fonti «che hanno dimestichezza con l'argomento», secondo le quali una delegazione vaticana si dovrebbe recare a Pechino alla fine di settembre per firmare l'atteso accordo che ha il suo scoglio maggiore nella nomina dei vescovi. Da chi e come verranno nominati i vescovi? Il Papa avrà davvero l'ultima parola? È su queste domande che si gioca la partita, anche se la Santa sede pare orientata a un accordo a tutti i costi con lo scopo di dare un po' di ossigeno ai cattolici cinesi, costretti a vivere in un contesto non proprio favorevole. Ma i critici, come il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, intravedono un gioco al ribasso che svenderebbe di fatto la Chiesa cinese al partito comunista, soprattutto la cosiddetta Chiesa clandestina, quella che fino ad oggi ha lottato contro persecuzioni durissime e non ha mai accettato di entrare nella Chiesa «patriottica» riconosciuta da Pechino. In fondo la differenza più importante tra le due chiese si è misurata proprio sulle nomine dei vescovi. Di fronte a un balletto che sta assumendo le forme della commedia (l'accordo è stato dato per imminente più volte dal novembre 2016), il Global Times scrive che questa volta, «se l'incontro andrà bene, l'accordo potrebbe essere sottoscritto». Come riportava anche il Wall Street Journal venerdì scorso, la sostanza sarebbe una sorta di scambio. Da una parte la Cina riconoscerebbe il Papa «capo della Chiesa cattolica in Cina», dall'altra il Vaticano «riconoscerebbe 7 vescovi scomunicati», eletti e ordinati senza il mandato papale. Alcune fonti vaticane confermano alla Verità che le voci di una delegazione pronta a partire per la Cina sono verosimili. E per quanto si insista che l'accordo cercato non è politico, ma di natura religiosa, è proprio su questo piano che sono maggiori le difficoltà. Anche se si trovasse una soluzione che garantisse il Vaticano sulle nomine episcopali (una sorta di ultima parola lasciata al Papa dopo una «elezione» approvata dal Partito), resta il fatto che la politica cinese continua a stringere lo spazio della libertà religiosa. Il Partito comunista ha messo in atto una vera e propria strategia di sinicinizzazione della Chiesa cattolica. I vescovi hanno dovuto stilare un piano nazionale (2018-2022) «per portare avanti l'adesione della Chiesa cattolica in Cina verso la sinicizzazione». Il tutto deve avvenire sotto lo stretto controllo dell'Associazione patriottica nazionale (Ap), lunga mano del partito sulla Chiesa, e del Consiglio dei vescovi istituito nel suo seno. Nelle 15 pagine diffuse dall'Associazione patriottica, che mettono i paletti su come deve realizzarsi questa sinicinizzazione, viene messa in evidenza, tra l'altro, la necessaria «applicazione dei valori al cuore del socialismo» per «andare avanti con l'evangelizzazione e il lavoro pastorale» (n. 2), una trasposizione piuttosto bizzarra del concetto di inculturazione del Vangelo. E se per qualche cattolico cinese i «valori al cuore del socialismo» non fossero al cuore della sua fede? Viene spontaneo chiedersi anche come avverranno lo sviluppo di pensieri teologici «con caratteristiche cinesi», la rilettura della storia della Chiesa in Cina dal punto di vista della sinicizzazione (n. 5), o ancora la sinicizzazione delle opere architettoniche, pitture e musica sacra (n. 8). Qualcuno intravede all'orizzonte un controllo non solo fisico, ma persino del pensiero dei fedeli. In questo quadro non si comprende come la firma di un accordo possa davvero giovare alla libertà religiosa dei cattolici in Cina. Perché, come scriveva papa Benedetto XVI nella sua lettera ai fedeli cinesi del 2010, da una parte è ovviamente auspicabile un superamento dei conflitti con le autorità, «nello stesso tempo, però, non è accettabile un'arrendevolezza alle medesime quando esse interferiscano indebitamente in materie che riguardano la fede e la disciplina della Chiesa». La situazione è talmente paradossale che alcuni osservano come forse l'accordo sia voluto più dal Vaticano, e da papa Francesco in prima persona, che dalla Cina. Al ministero degli Esteri cinese l'accordo potrebbe essere gradito, magari per ingraziarsi l'opinione pubblica mondiale nel contesto di un difficile braccio di ferro sui dazi in corso con gli Stati Uniti. Una guerra, questa, che è sì commerciale, ma ha orizzonti più ampi di natura militare per il controllo dell'Oceano Pacifico tra le due superpotenze. Però ci sono altri organi del regime, quelli che sono più a diretto contatto con la vita quotidiana dei cinesi, tra cui appunto l'Associazione patriottica, il ministero degli Affari religiosi e il Fronte unito, che del controllo degli spazi spirituali hanno fatto un affare piuttosto ingente e che difficilmente saranno disposti a mollare. A ciò si aggiungano le difficoltà di Xi Jinping all'interno del partito: anche volendo considerare una volontà da parte sua di firmare l'accordo con la delegazione vaticana, il presidente cinese dovrà pensarci bene per evitare di ferire la sensibilità di molti compagni pronti a toglierselo di torno. Ecco perché l'ennesimo annuncio di un imminente accordo potrebbe concludersi con un nulla di fatto, nonostante il Vaticano.
@Petronas
Searah integra portafogli, competenze industriali ed esperienza regionale complementari, con l’obiettivo di creare valore di lungo periodo e rafforzare l’eccellenza operativa nei due Paesi. La nuova piattaforma parte con 19 asset di produzione e sviluppo gas, di cui 14 in Indonesia e 5 in Malesia. La produzione iniziale sarà superiore a 300.000 barili equivalenti di petrolio al giorno, con l’obiettivo di superare i 500.000 barili al giorno di produzione sostenibile entro i prossimi tre anni.
La costituzione della joint venture è stata completata dopo l’ottenimento di tutte le autorizzazioni regolatorie, governative e dei partner in Indonesia e Malesia, insieme al soddisfacimento delle condizioni sospensive previste.
Per Eni, Searah rappresenta una nuova applicazione della propria strategia, basata sulla creazione di società focalizzate, efficienti e capaci di accelerare la crescita degli asset. L’amministratore delegato Claudio Descalzi ha sottolineato che «Searah riflette la nostra consolidata strategia satellitare, volta a creare business mirati e di qualità, in grado di coniugare dimensioni, efficienza e crescita». Descalzi ha aggiunto che la nuova società sarà «una nuova e solida entità nel Sud-Est asiatico, la prima e la più grande del suo genere nella regione», nata per sostenere lo sviluppo delle risorse energetiche in Indonesia e Malesia, con attenzione alla tutela dell’ambiente e alla crescita locale.
Anche Petronas attribuisce all’operazione un valore strategico rilevante. Il presidente e amministratore delegato del gruppo, Tengku Muhammad Taufik, ha evidenziato che la costituzione di Searah è in linea con «una maggiore disciplina nello sviluppo delle risorse», con «un impiego del capitale più agile» e con una maggiore attenzione alla creazione di valore sostenibile lungo l’intera catena del gas. Facendo leva sui portafogli e sulle capacità complementari dei due gruppi, Searah punta a rafforzare profondità operativa, resilienza finanziaria e capacità di crescita, contribuendo alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici di Indonesia e Malesia.
A sostegno dei piani industriali, Searah ha ottenuto una linea di credito revolving da sei miliardi di dollari, segnale della fiducia dei mercati finanziari nella nuova piattaforma. Gli investimenti previsti superano i 20 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni e saranno destinati allo sviluppo di oltre tre miliardi di barili equivalenti di petrolio di risorse scoperte, oltre alla valorizzazione di un potenziale esplorativo addizionale stimato in diversi miliardi di boe.
La nuova società punta, inoltre, a generare sinergie significative, soprattutto in ambito logistico e tecnologico, grazie a un modello operativo indipendente e integrato. Tutto il personale di Eni Indonesia e Petronas Indonesia è confluito in Searah, mentre in Malesia è stata costituita Searah Malaysia Sdn Bhd, società dedicata alla gestione delle attività locali.
Il lancio di Searah segue le recenti decisioni finali di investimento relative ai giacimenti Gendalo e Gandang, nel South Hub, e Geng North e Gehem, nel North Hub, annunciate da Eni nel marzo 2026. Questi progetti contengono quasi 283 miliardi di metri cubi di gas inizialmente in posto e circa 550 milioni di barili di condensato associato. La produzione è attesa dal 2028, con un plateau previsto entro il 2029 pari a 56,5 milioni di metri cubi di gas e 90.000 barili al giorno di condensato.
Alla crescita futura contribuirà anche la scoperta del pozzo Geliga-1, nel blocco Ganal, all’interno del bacino del Kutei. La scoperta è stimata in circa 140 miliardi di metri cubi di gas e 300 milioni di barili di condensato in posto. Il pozzo ha mostrato un’elevata qualità del giacimento, con capacità produttiva indicata in circa 5,7 milioni di metri cubi di gas e 10.000 barili al giorno di condensato.
In particolare, per il cane a sei zampe, presente in Indonesia dal 2001, l’operazione segna un nuovo capitolo di crescita all’interno del gruppo, che può fare affidamento su un portafoglio diversificato di attività di esplorazione, sviluppo e produzione, con una produzione netta di circa 90.000 barili al giorno.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 giugno 2026. Il generale Giuseppe Santomartino, docente di intelligence, spiega perché in Medio Oriente la situazione è pericolosissima.
Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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Francesca Michielin (Getty Images)
Ne hanno tutto il diritto, intendiamoci: ciascuno si impegna per le battaglie in cui crede e, se è davvero motivato, fa bene a sostenerle perché la democrazia funziona bene proprio grazie all’impegno dei singoli e appassisce nell’indifferenza. Il problema, però, è nella gran parte delle «lotte per i diritti» della sinistra odierna c’è ben poco di alato ideale e molto di concreto tornaconto. Più che l’onor, insomma, può il digiuno o il timore del digiuno, cioè la paura di restare senza soldi.
Assistiamo in queste ore alla mobilitazione del consueto gruppo di artisti, Vip e presunti intellettuali contro il ddl Valditara sul consenso informato, una norma sacrosanta che introduce per i genitori la possibilità di difendersi da intrusioni ideologiche di varia natura nelle classi dei loro figli. L’esercito degli impegnati non ha perso un momento, è subito sceso in campo con furore.
La fondazione «Una nessuna centomila» ha inviato al ministro una lettera di protesta firmata da Fiorella Mannoia, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Noemi, Tosca, Lino Guanciale, Gigi D’Alessio, Ermal Meta, l’immancabile Piero Pelù, Caterina Caselli, Ferzan Özpetek, Carolina Crescentini, Francesca Michielin (quella che voleva lasciare l’Italia per colpa dei fascisti), Giuliano Sangiorgi, Paola Turci, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Claudia Pandolfi, Edoardo Leo, Brunori Sas, Cristina Comencini, Serena Dandini e ci fermiamo qui per evitare svenimenti. Sono sempre i soliti, quelli che militano per tutte le buone cause, i travet della firma e della mobilitazione politica.
«Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere, l’eduzione sessuoaffettiva», dicono gli eroici combattenti. E spiegano che «ostacolare il cambiamento culturale significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti».
Inutile stare a spiegare che nella scuola italiana esistono già miriadi di progetti di educazione sessuale, affettiva, ai diritti... Inutile pure ribadire che è un diritto consentire alle famiglie di esprimersi sull’educazione dei figli. La verità è che ai nostri Vip della firma pronta non interessano realmente né i cambiamenti culturali né la libertà di espressione né tantomeno il benessere di questo o quell’altro. La ragione della protesta è una sola: i soldi.
Il ddl Valditara di certo non danneggia i ragazzi e nemmeno impedisce che siano trattati a scuola argomenti delicati. Rischia, però, di fare perdere a qualche associazione e cooperativa incarichi remunerativi. Ecco perché suscita tanta rabbia: perché qualche attivista finora abituato a entrare nelle classi col generoso finanziamento degli istituti pubblici potrebbe vedersi tagliato il budget. Per questo ogni volta, attorno ai temi dell’educazione, si sviluppa tanta accorata attenzione: perché c’è in ballo il grano che foraggia gli amichetti del quartierino.
Tra coloro che in queste ore si scagliano contro Valditara c’è Silvia Salis, sindaco di Genova. Dura e un po’ destrorsa in materia di sicurezza (come ha notato ieri Giacomo Amadori), ma sempre bene attenta a garantirsi l’appoggio arcobaleno. La giunta genovese, infatti, ha annunciato lotta dura senza paura: «Non cancelliamo nulla: se il ddl Valditara vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia di educazione ai diritti: ce lo chiedono le famiglie, gli insegnanti, è un nostro impegno», dichiara Rita Bruzzone, assessore al Diritto all’istruzione, alle pari opportunità e alle politiche di genere. «Ora interpelleremo il Garante dei diritti dell’infanzia, sia comunale che regionale, e ovviamente l’ufficio scolastico regionale, ma non abbandoneremo il nostro percorso».
L’iniziativa che il Comune intende difendere a ogni costo è una sperimentazione partita all’inizio dell’anno scolastico in quattro scuole dell’infanzia che coinvolge 300 bambini tra i 3 e i 6 anni. Non ci sarebbe nemmeno da perdere tempo a commentarla: parlare di educazione sessuo-affettiva a bambini di 3 o 4 anni è una totale assurdità, una idiozia dolosa che va fermata. E se nel progetto non c’è «niente di sessuale», come ribadisce l’assessore Bruzzone, una ragione in più per non farlo. A insegnare ai bambini le «competenze relazionali» basta quel che già si fa normalmente nelle scuole italiane, senza stravaganti integrazioni utili a compiacere questa o quella associazione di pedagogisti.
In fondo, è sempre la solita vecchia storia, già ampiamente vista ai tempi del ddl Zan. Anche allora il vero tema non era tanto la difesa delle minoranze quanto, piuttosto, la possibilità per attivisti e sedicenti formatori di ottenere preziose prebende dagli istituti. Non c’entrano la libertà e i diritti, ma il potere e il denaro. L’egemonia culturale tanto discussa, dopo tutto, è solo il corollario di una più profonda e pervasiva egemonia senza cultura basata sull’occupazione degli spazi e l’utilizzo dei fondi.
A questo punto, tanto varrebbe che i progressisti lasciassero perdere l’educazione affettiva per concentrarsi sull’educazione finanziaria: mostrerebbero maggiore onestà intellettuale.
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