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2018-09-20
Attivista Lgbt inguaia il cardinale: «Ha benedetto la mia unione gay»
Ansa
«Siccome l'ha fatto, probabilmente sarà d'accordo che io possa parlarne». Lo ha detto Gery Keszler, 55 anni, noto attivista gay austriaco, in una conversazione pubblica con il vescovo Benno Elbs di Feldkirch, a proposito della benedizione che il cardinale di Vienna Christoph Schönborn avrebbe riservato a lui e al suo compagno lo scorso 15 agosto. In rete si può trovare il video di questa rivelazione.
Keszler, amico personale di Schönborn, ha raccontato che nel giorno della Festa dell'Assunta il cardinale lo ha raggiunto nella sua casa di Güssing, a circa 160 chilometri da Vienna, nel Burgenland. In quell'occasione, presente il compagno di Keszler, il porporato, dopo una preghiera di ringraziamento, «all'improvviso ci ha benedetto». «Per me è stato fantastico», ha aggiunto l'attivista Lgbt. Dopo la «benedizione», a suggellare il momento, tutti insieme hanno stappato una bella bottiglia di champagne. E lo champagne lo ha portato «un “intimo" di Schönborn», come ha scritto il vaticanista Marco Tosatti riportando la notizia nel suo blog Stilum Curiae.
Quella che avrebbe improvvisato il cardinale
Schönborn, insomma, sembrerebbe essere proprio una benedizione informale di una coppia gay. Una notizia destinata ad agitare ulteriormente le acque in una Chiesa già scossa dalle rivelazioni dell'ex nunzio Carlo Maria Viganò. La richiesta di procedere a tali benedizioni è già stata formalmente perorata anche dai vescovi tedeschi per voce del vicepresidente della Conferenza episcopale, monsignor Franz-Josef Bode, vescovo di Osnabrück. Se è vero che le relazioni omosessuali sono generalmente considerate «un peccato grave nella Chiesa, dobbiamo tuttavia pensare a fare delle distinzioni», ha detto Bode in un'intervista del gennaio scorso con il quotidiano Osnabrücker Zeitung. Perciò, si chiedeva il presule, «non dovremmo essere più equi, dato che vi è molto di positivo, giusto e buono in tutto questo? Non dovremmo, ad esempio, prendere in considerazione una benedizione, qualcosa da non confondere con una cerimonia matrimoniale?».
Secondo il racconto di
Keszler il cardinale di Vienna, già allievo prediletto del cardinale Joseph Ratzinger, è passato per le vie brevi e ha realizzato una sua personale benedizione alla coppia gay. Peraltro lo stesso Schönborn è stato uno dei più pronti ad abbracciare e sostenere teologicamente il cambio di paradigma impresso da papa Francesco con l'esortazione Amoris laetitia. Quell'approccio inclusivo che dal punto di vista pastorale apre l'accesso all'eucaristia alle coppie di divorziati risposati conviventi more uxorio, ma più in generale si incammina sul bene possibile riscontrabile nel vissuto di ognuno, probabilmente anche delle coppie gay. Proprio sulla via del «bene possibile» il cardinale Schönborn durante il doppio sinodo sulla famiglia (2014 e 2015) aveva dichiarato al Corriere della Sera che anche nelle coppie omosessuali si possono riconoscere «i valori umani e a volte veramente cristiani che si vivono». Ricordava di aver conosciuto a Vienna «due uomini di tendenza omosessuale che convivono da tempo, hanno fatto un patto civile. E ho visto come si sono aiutati quando uno di loro è caduto gravemente malato. È stato meraviglioso, umanamente e cristianamente, come uno si è occupato dell'altro, restandogli accanto. Sono cose da riconoscere. […] Tante volte, anche se non approviamo questa forma di sessualità, possiamo inchinarci davanti a comportamenti umani esemplari».
Keszler, che è l'organizzatore del Vienna Life Ball, probabilmente il più grande spettacolo di propaganda omosessuale austriaco, è un amico personale di Schönborn. Insieme nel 2017 hanno organizzato un evento che aveva al centro l'omosessualità nella cattedrale di Vienna. Salvo smentite, non c'è quindi da meravigliarsi se il cardinale ha benedetto Keszler e il compagno in una situazione conviviale durante la Festa dell'Assunta. È chiaro che il Catechismo della Chiesa ancora ritiene «intrinsecamente disordinati» gli atti omosessuali e che «non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati».
L'attivista gay austriaco si è detto «molto molto felice» e ha ammesso che raccontare l'episodio è stato «un po' forzare l'outing» di
Schönborn. Non sappiamo se sia questa l'interpretazione del cardinale sul «bene possibile», anche se papa Francesco a una domanda su come vada letto il discusso capitolo 8 di Amoris laetitia ha detto: «La guida migliore è la presentazione che ne ha fatto Schönborn, un grande teologo, membro della congregazione per la dottrina della fede, molto esperto della dottrina della Chiesa».
In arrivo l’accordo capestro tra Cina e Vaticano?
L'accordo tra Cina e Vaticano di cui si discute da mesi sarebbe a un passo, questo almeno stando a quanto annuncia il
Global Times, organo di stampa solitamente utilizzato da Pechino per far sapere le sue mosse a livello internazionale. Il giornale cinese cita imprecisate fonti «che hanno dimestichezza con l'argomento», secondo le quali una delegazione vaticana si dovrebbe recare a Pechino alla fine di settembre per firmare l'atteso accordo che ha il suo scoglio maggiore nella nomina dei vescovi.
Da chi e come verranno nominati i vescovi? Il Papa avrà davvero l'ultima parola? È su queste domande che si gioca la partita, anche se la Santa sede pare orientata a un accordo a tutti i costi con lo scopo di dare un po' di ossigeno ai cattolici cinesi, costretti a vivere in un contesto non proprio favorevole. Ma i critici, come il cardinale
Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, intravedono un gioco al ribasso che svenderebbe di fatto la Chiesa cinese al partito comunista, soprattutto la cosiddetta Chiesa clandestina, quella che fino ad oggi ha lottato contro persecuzioni durissime e non ha mai accettato di entrare nella Chiesa «patriottica» riconosciuta da Pechino. In fondo la differenza più importante tra le due chiese si è misurata proprio sulle nomine dei vescovi.
Di fronte a un balletto che sta assumendo le forme della commedia (l'accordo è stato dato per imminente più volte dal novembre 2016), il
Global Times scrive che questa volta, «se l'incontro andrà bene, l'accordo potrebbe essere sottoscritto». Come riportava anche il Wall Street Journal venerdì scorso, la sostanza sarebbe una sorta di scambio. Da una parte la Cina riconoscerebbe il Papa «capo della Chiesa cattolica in Cina», dall'altra il Vaticano «riconoscerebbe 7 vescovi scomunicati», eletti e ordinati senza il mandato papale. Alcune fonti vaticane confermano alla Verità che le voci di una delegazione pronta a partire per la Cina sono verosimili. E per quanto si insista che l'accordo cercato non è politico, ma di natura religiosa, è proprio su questo piano che sono maggiori le difficoltà. Anche se si trovasse una soluzione che garantisse il Vaticano sulle nomine episcopali (una sorta di ultima parola lasciata al Papa dopo una «elezione» approvata dal Partito), resta il fatto che la politica cinese continua a stringere lo spazio della libertà religiosa.
Il Partito comunista ha messo in atto una vera e propria strategia di sinicinizzazione della Chiesa cattolica. I vescovi hanno dovuto stilare un piano nazionale (2018-2022) «per portare avanti l'adesione della Chiesa cattolica in Cina verso la sinicizzazione». Il tutto deve avvenire sotto lo stretto controllo dell'Associazione patriottica nazionale (Ap), lunga mano del partito sulla Chiesa, e del Consiglio dei vescovi istituito nel suo seno. Nelle 15 pagine diffuse dall'Associazione patriottica, che mettono i paletti su come deve realizzarsi questa sinicinizzazione, viene messa in evidenza, tra l'altro, la necessaria «applicazione dei valori al cuore del socialismo» per «andare avanti con l'evangelizzazione e il lavoro pastorale» (n. 2), una trasposizione piuttosto bizzarra del concetto di inculturazione del Vangelo. E se per qualche cattolico cinese i «valori al cuore del socialismo» non fossero al cuore della sua fede? Viene spontaneo chiedersi anche come avverranno lo sviluppo di pensieri teologici «con caratteristiche cinesi», la rilettura della storia della Chiesa in Cina dal punto di vista della sinicizzazione (n. 5), o ancora la sinicizzazione delle opere architettoniche, pitture e musica sacra (n. 8).
Qualcuno intravede all'orizzonte un controllo non solo fisico, ma persino del pensiero dei fedeli. In questo quadro non si comprende come la firma di un accordo possa davvero giovare alla libertà religiosa dei cattolici in Cina. Perché, come scriveva papa
Benedetto XVI nella sua lettera ai fedeli cinesi del 2010, da una parte è ovviamente auspicabile un superamento dei conflitti con le autorità, «nello stesso tempo, però, non è accettabile un'arrendevolezza alle medesime quando esse interferiscano indebitamente in materie che riguardano la fede e la disciplina della Chiesa».
La situazione è talmente paradossale che alcuni osservano come forse l'accordo sia voluto più dal Vaticano, e da papa
Francesco in prima persona, che dalla Cina. Al ministero degli Esteri cinese l'accordo potrebbe essere gradito, magari per ingraziarsi l'opinione pubblica mondiale nel contesto di un difficile braccio di ferro sui dazi in corso con gli Stati Uniti. Una guerra, questa, che è sì commerciale, ma ha orizzonti più ampi di natura militare per il controllo dell'Oceano Pacifico tra le due superpotenze. Però ci sono altri organi del regime, quelli che sono più a diretto contatto con la vita quotidiana dei cinesi, tra cui appunto l'Associazione patriottica, il ministero degli Affari religiosi e il Fronte unito, che del controllo degli spazi spirituali hanno fatto un affare piuttosto ingente e che difficilmente saranno disposti a mollare.
A ciò si aggiungano le difficoltà di
Xi Jinping all'interno del partito: anche volendo considerare una volontà da parte sua di firmare l'accordo con la delegazione vaticana, il presidente cinese dovrà pensarci bene per evitare di ferire la sensibilità di molti compagni pronti a toglierselo di torno. Ecco perché l'ennesimo annuncio di un imminente accordo potrebbe concludersi con un nulla di fatto, nonostante il Vaticano.
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Il paladino austriaco delle cause omo svela lo strappo al catechismo dell'amico Christoph Schönborn: «Ha pure portato lo champagne». L'arcivescovo di Vienna, già pupillo di Ratzinger, è ora teologo di riferimento di Francesco. In arrivo l'accordo capestro tra Cina e Vaticano? Ennesimo annuncio del giornale «voce» del regime comunista. Critici i cattolici del dissenso: così Roma si svende a Pechino. Lo speciale contiene due articoli. «Siccome l'ha fatto, probabilmente sarà d'accordo che io possa parlarne». Lo ha detto Gery Keszler, 55 anni, noto attivista gay austriaco, in una conversazione pubblica con il vescovo Benno Elbs di Feldkirch, a proposito della benedizione che il cardinale di Vienna Christoph Schönborn avrebbe riservato a lui e al suo compagno lo scorso 15 agosto. In rete si può trovare il video di questa rivelazione. Keszler, amico personale di Schönborn, ha raccontato che nel giorno della Festa dell'Assunta il cardinale lo ha raggiunto nella sua casa di Güssing, a circa 160 chilometri da Vienna, nel Burgenland. In quell'occasione, presente il compagno di Keszler, il porporato, dopo una preghiera di ringraziamento, «all'improvviso ci ha benedetto». «Per me è stato fantastico», ha aggiunto l'attivista Lgbt. Dopo la «benedizione», a suggellare il momento, tutti insieme hanno stappato una bella bottiglia di champagne. E lo champagne lo ha portato «un “intimo" di Schönborn», come ha scritto il vaticanista Marco Tosatti riportando la notizia nel suo blog Stilum Curiae. Quella che avrebbe improvvisato il cardinale Schönborn, insomma, sembrerebbe essere proprio una benedizione informale di una coppia gay. Una notizia destinata ad agitare ulteriormente le acque in una Chiesa già scossa dalle rivelazioni dell'ex nunzio Carlo Maria Viganò. La richiesta di procedere a tali benedizioni è già stata formalmente perorata anche dai vescovi tedeschi per voce del vicepresidente della Conferenza episcopale, monsignor Franz-Josef Bode, vescovo di Osnabrück. Se è vero che le relazioni omosessuali sono generalmente considerate «un peccato grave nella Chiesa, dobbiamo tuttavia pensare a fare delle distinzioni», ha detto Bode in un'intervista del gennaio scorso con il quotidiano Osnabrücker Zeitung. Perciò, si chiedeva il presule, «non dovremmo essere più equi, dato che vi è molto di positivo, giusto e buono in tutto questo? Non dovremmo, ad esempio, prendere in considerazione una benedizione, qualcosa da non confondere con una cerimonia matrimoniale?». Secondo il racconto di Keszler il cardinale di Vienna, già allievo prediletto del cardinale Joseph Ratzinger, è passato per le vie brevi e ha realizzato una sua personale benedizione alla coppia gay. Peraltro lo stesso Schönborn è stato uno dei più pronti ad abbracciare e sostenere teologicamente il cambio di paradigma impresso da papa Francesco con l'esortazione Amoris laetitia. Quell'approccio inclusivo che dal punto di vista pastorale apre l'accesso all'eucaristia alle coppie di divorziati risposati conviventi more uxorio, ma più in generale si incammina sul bene possibile riscontrabile nel vissuto di ognuno, probabilmente anche delle coppie gay. Proprio sulla via del «bene possibile» il cardinale Schönborn durante il doppio sinodo sulla famiglia (2014 e 2015) aveva dichiarato al Corriere della Sera che anche nelle coppie omosessuali si possono riconoscere «i valori umani e a volte veramente cristiani che si vivono». Ricordava di aver conosciuto a Vienna «due uomini di tendenza omosessuale che convivono da tempo, hanno fatto un patto civile. E ho visto come si sono aiutati quando uno di loro è caduto gravemente malato. È stato meraviglioso, umanamente e cristianamente, come uno si è occupato dell'altro, restandogli accanto. Sono cose da riconoscere. […] Tante volte, anche se non approviamo questa forma di sessualità, possiamo inchinarci davanti a comportamenti umani esemplari». Keszler, che è l'organizzatore del Vienna Life Ball, probabilmente il più grande spettacolo di propaganda omosessuale austriaco, è un amico personale di Schönborn. Insieme nel 2017 hanno organizzato un evento che aveva al centro l'omosessualità nella cattedrale di Vienna. Salvo smentite, non c'è quindi da meravigliarsi se il cardinale ha benedetto Keszler e il compagno in una situazione conviviale durante la Festa dell'Assunta. È chiaro che il Catechismo della Chiesa ancora ritiene «intrinsecamente disordinati» gli atti omosessuali e che «non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati». L'attivista gay austriaco si è detto «molto molto felice» e ha ammesso che raccontare l'episodio è stato «un po' forzare l'outing» di Schönborn. Non sappiamo se sia questa l'interpretazione del cardinale sul «bene possibile», anche se papa Francesco a una domanda su come vada letto il discusso capitolo 8 di Amoris laetitia ha detto: «La guida migliore è la presentazione che ne ha fatto Schönborn, un grande teologo, membro della congregazione per la dottrina della fede, molto esperto della dottrina della Chiesa». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/attivista-lgbt-inguaia-il-cardinale-ha-benedetto-la-mia-unione-gay-2606295519.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-arrivo-laccordo-capestro-tra-cina-e-vaticano" data-post-id="2606295519" data-published-at="1781731463" data-use-pagination="False"> In arrivo l’accordo capestro tra Cina e Vaticano? L'accordo tra Cina e Vaticano di cui si discute da mesi sarebbe a un passo, questo almeno stando a quanto annuncia il Global Times, organo di stampa solitamente utilizzato da Pechino per far sapere le sue mosse a livello internazionale. Il giornale cinese cita imprecisate fonti «che hanno dimestichezza con l'argomento», secondo le quali una delegazione vaticana si dovrebbe recare a Pechino alla fine di settembre per firmare l'atteso accordo che ha il suo scoglio maggiore nella nomina dei vescovi. Da chi e come verranno nominati i vescovi? Il Papa avrà davvero l'ultima parola? È su queste domande che si gioca la partita, anche se la Santa sede pare orientata a un accordo a tutti i costi con lo scopo di dare un po' di ossigeno ai cattolici cinesi, costretti a vivere in un contesto non proprio favorevole. Ma i critici, come il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, intravedono un gioco al ribasso che svenderebbe di fatto la Chiesa cinese al partito comunista, soprattutto la cosiddetta Chiesa clandestina, quella che fino ad oggi ha lottato contro persecuzioni durissime e non ha mai accettato di entrare nella Chiesa «patriottica» riconosciuta da Pechino. In fondo la differenza più importante tra le due chiese si è misurata proprio sulle nomine dei vescovi. Di fronte a un balletto che sta assumendo le forme della commedia (l'accordo è stato dato per imminente più volte dal novembre 2016), il Global Times scrive che questa volta, «se l'incontro andrà bene, l'accordo potrebbe essere sottoscritto». Come riportava anche il Wall Street Journal venerdì scorso, la sostanza sarebbe una sorta di scambio. Da una parte la Cina riconoscerebbe il Papa «capo della Chiesa cattolica in Cina», dall'altra il Vaticano «riconoscerebbe 7 vescovi scomunicati», eletti e ordinati senza il mandato papale. Alcune fonti vaticane confermano alla Verità che le voci di una delegazione pronta a partire per la Cina sono verosimili. E per quanto si insista che l'accordo cercato non è politico, ma di natura religiosa, è proprio su questo piano che sono maggiori le difficoltà. Anche se si trovasse una soluzione che garantisse il Vaticano sulle nomine episcopali (una sorta di ultima parola lasciata al Papa dopo una «elezione» approvata dal Partito), resta il fatto che la politica cinese continua a stringere lo spazio della libertà religiosa. Il Partito comunista ha messo in atto una vera e propria strategia di sinicinizzazione della Chiesa cattolica. I vescovi hanno dovuto stilare un piano nazionale (2018-2022) «per portare avanti l'adesione della Chiesa cattolica in Cina verso la sinicizzazione». Il tutto deve avvenire sotto lo stretto controllo dell'Associazione patriottica nazionale (Ap), lunga mano del partito sulla Chiesa, e del Consiglio dei vescovi istituito nel suo seno. Nelle 15 pagine diffuse dall'Associazione patriottica, che mettono i paletti su come deve realizzarsi questa sinicinizzazione, viene messa in evidenza, tra l'altro, la necessaria «applicazione dei valori al cuore del socialismo» per «andare avanti con l'evangelizzazione e il lavoro pastorale» (n. 2), una trasposizione piuttosto bizzarra del concetto di inculturazione del Vangelo. E se per qualche cattolico cinese i «valori al cuore del socialismo» non fossero al cuore della sua fede? Viene spontaneo chiedersi anche come avverranno lo sviluppo di pensieri teologici «con caratteristiche cinesi», la rilettura della storia della Chiesa in Cina dal punto di vista della sinicizzazione (n. 5), o ancora la sinicizzazione delle opere architettoniche, pitture e musica sacra (n. 8). Qualcuno intravede all'orizzonte un controllo non solo fisico, ma persino del pensiero dei fedeli. In questo quadro non si comprende come la firma di un accordo possa davvero giovare alla libertà religiosa dei cattolici in Cina. Perché, come scriveva papa Benedetto XVI nella sua lettera ai fedeli cinesi del 2010, da una parte è ovviamente auspicabile un superamento dei conflitti con le autorità, «nello stesso tempo, però, non è accettabile un'arrendevolezza alle medesime quando esse interferiscano indebitamente in materie che riguardano la fede e la disciplina della Chiesa». La situazione è talmente paradossale che alcuni osservano come forse l'accordo sia voluto più dal Vaticano, e da papa Francesco in prima persona, che dalla Cina. Al ministero degli Esteri cinese l'accordo potrebbe essere gradito, magari per ingraziarsi l'opinione pubblica mondiale nel contesto di un difficile braccio di ferro sui dazi in corso con gli Stati Uniti. Una guerra, questa, che è sì commerciale, ma ha orizzonti più ampi di natura militare per il controllo dell'Oceano Pacifico tra le due superpotenze. Però ci sono altri organi del regime, quelli che sono più a diretto contatto con la vita quotidiana dei cinesi, tra cui appunto l'Associazione patriottica, il ministero degli Affari religiosi e il Fronte unito, che del controllo degli spazi spirituali hanno fatto un affare piuttosto ingente e che difficilmente saranno disposti a mollare. A ciò si aggiungano le difficoltà di Xi Jinping all'interno del partito: anche volendo considerare una volontà da parte sua di firmare l'accordo con la delegazione vaticana, il presidente cinese dovrà pensarci bene per evitare di ferire la sensibilità di molti compagni pronti a toglierselo di torno. Ecco perché l'ennesimo annuncio di un imminente accordo potrebbe concludersi con un nulla di fatto, nonostante il Vaticano.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.