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2024-07-05
Toh, i ghiacciai «in estinzione» ora crescono
L’hanno già ribattezzata «la primavera più piovosa del secolo». Una stagione, quella appena trascorsa, che ha portato con sé cospicue nevicate sui ghiacciai della Lombardia. E si parla di numeri tutt’altro che trascurabili: il Centro nivometeorologico dell’Arpa regionale ha registrato i dati più alti degli ultimi dieci anni per quanto riguarda la riserva idrica del manto nevoso, che viene misurata tramite lo Snow water equivalent (Swe). Si tratta, ovviamente, di un’ottima notizia: per tutta l’estate la neve disciolta alimenterà le falde, i fiumi e i laghi, inaugurando un circolo virtuoso anche per gli impianti idroelettrici.
Come ha spiegato l’Agenzia regionale per la protezione ambientale, «tra maggio e giugno, periodo di massimo accumulo nevoso, sono stati registrati valori compresi tra 40 e 20 metri di neve cumulata sui bacini glaciali lombardi, equivalenti a 4.201 e 1.975 kg/m² di riserva idrica del manto nevoso». Tanto per rendere l’idea: nella zona del Bernina, dove è stato raggiunto il picco dei 40 metri, è come se ci trovassimo di fronte a un palazzo di neve alto dieci piani. Inoltre, specifica l’Arpa, «se si considerano gli ultimi dieci anni, si può confermare che l’ultima stagione è stata caratterizzata da un innevamento nella media durante l’inverno e nettamente superiore nei mesi primaverili su tutte le montagne lombarde». Alla faccia del riscaldamento globale…
Questi dati eccezionali, ha commentato la glaciologa Antonella Senese, citata da Repubblica, confermano che «finalmente i nostri ghiacciai stanno “mangiando”, dato che la neve costituisce a tutti gli effetti il loro alimento». La neve di oggi, ha proseguito l’esperta, «tra cinque o dieci anni diventerà ghiaccio. Questo non significa che tutti i problemi siano risolti», ma si può comunque guardare con rinnovato ottimismo al prossimo futuro: negli ultimi anni, ha ricordato la glaciologa, «di questi tempi, le propaggini inferiori dei ghiacciai erano già rimaste scoperte, mentre quest’anno non solo c’è ancora tanta neve, ma è possibile che ne cada altra, dato che le previsioni meteo non paiono per ora indicare un’esplosione dell’estate torrida». E questo, osserva la Senese, «è importante perché la protezione data dalla neve ritarda l’ablazione del ghiacciaio, cioè il momento in cui il ghiaccio rimane scoperto e incomincia a fondere, sottoponendo di fatto il ghiacciaio a un dimagrimento forzato, per proseguire con la metafora dell’alimentazione».
La stima del contenuto idrico della neve, del resto, è cruciale nel bilancio idrologico, perché «rappresenta una riserva idrica che ha capacità di rilascio graduale ed è al tempo stesso un fattore da monitorare nella catena di controllo e di allertamento idrogeologico», evidenzia sempre il Centro nivometeorologico di Arpa Lombardia. Che poi aggiunge: «Il calcolo dello Swe si basa sulla valutazione dell’estensione della copertura nevosa e sulla misurazione dell’altezza e della densità del manto nevoso». Come detto, i valori massimi si sono registrati sul massiccio del Bernina, con i suoi 40 metri di neve cumulata. E pensare che nel 2016 non si era andati oltre i 10 metri e che nel 2023, cioè l’anno scorso, ci si era fermati a 17.
Tra l’altro, come puntualizza la Senese, buoni livelli di innevamento sono essenziali anche per un altro motivo: «La neve fresca ha un’ottima albedo, ossia la capacità di riflettere la radiazione solare. Ne riflette ben il 90%, assorbendone solo il 10%». Questo fatto, prosegue la glaciologa, «impedisce ai ghiacciai di riscaldarsi e attenua le condizioni di fusione del ghiaccio. Per questo, allargando lo sguardo dalla scala regionale a quella globale, i Poli sono fondamentali: rappresentano i due giganteschi specchi della Terra ed evitano che si riscaldi molto più di quanto sta già accadendo. I nostri ghiacciai hanno la stessa funzione, ovviamente su scala ridotta».
Al di là di questi aspetti tecnici, comunque, è sorprendente il modo in cui questa (bella) notizia è stata data dalla stampa progressista. E cioè in maniera asettica, impersonale, quasi piatta. E quindi, ovviamente, sospetta. Il fatto è che «la primavera più piovosa del secolo» rappresenta un bell’impaccio per gli strilloni del riscaldamento globale. Di certo, è qualcosa che disturba la loro narrazione a senso unico, la quale dipinge l’uomo come il colpevole di qualsiasi cambiamento climatico.
La notizia dei ghiacciai lombardi, beninteso, non implica assolutamente che questo cambiamento sia frutto di invenzione, ma (ri)solleva un enorme problema di metodo: non bisogna mai dimenticare che la meteorologia è una scienza molto complessa. Come una rondine non fa primavera, così un inverno caldo non fa un’apocalisse climatica. Il che è esattamente la tesi, tra gli altri, di Franco Prodi, che è forse il massimo esperto italiano di meteorologia e fisica dell’atmosfera. Ma che, per ovvi motivi ideologici, è stato spernacchiato dall’intero star system progressista. Il quale, anziché rivedere il proprio fanatismo ambientalista, pare abbia adottato una tattica tipica delle facce di bronzo: mettersi a fischiettare.
Reti elettriche, allarme congestioni
Le congestioni sulle reti elettriche sono in aumento e i costi rischiano di diventare enormi, se non si pone rimedio. Questo il messaggio che l’Acer (Agency for the Cooperation of Energy Regulators, il regolatore europeo del mercato energetico) ha lanciato nel suo rapporto «Transmission capacities for cross-zonal trade of electricity and congestion management in the Eu», pubblicato due giorni fa.
Nello studio, Acer rileva come sulle reti elettriche europee siano in aumento le situazioni di congestione. In pratica, facendo un’analogia con il traffico automobilistico, le strade su cui fluisce l’energia in alcuni punti non sono abbastanza larghe per far passare tutto il traffico, rappresentato dai volumi di energia. Questo succede in particolare nelle connessioni tra zone di mercato diverse. Il termine zona si riferisce alla più vasta area geografica all’interno della quale i partecipanti al mercato possono scambiare energia senza allocazione di capacità, cioè senza superare i limiti della rete.
In Italia, ad esempio, ci sono sette zone geografiche di mercato. In altre parole, la rete di trasporto dell’energia elettrica non ha la medesima capacità su tutto il territorio. Se in una zona c’è più produzione di energia elettrica di quanta ne viene consumata, quell’energia può andare verso altre zone, ma solo se la rete che connette le zone tra di loro è abbastanza capiente da riuscire a farla passare. Per riprendere la similitudine con il traffico, è un po’ come se si formasse una coda al casello di uscita di un’autostrada. Quando questo succede, l’energia non può passare per via dei limiti fisici dei cavi, per cui si innesca la procedura di ri-dispacciamento. Cioè, il programma di produzione stabilito con il meccanismo delle offerte viene modificato per rendere possibile il transito fisico dell’energia sulla rete, e questo ha dei costi.
Il rapporto segnala che lo scorso anno i costi legati alle situazioni di congestione sono stati in Ue pari a 4,3 miliardi di euro. Cifra in calo rispetto al 2022 (quando furono 5,2 miliardi), ma solo perché i prezzi medi elettrici sono scesi di molto nel 2023. In termini di volumi, infatti, la quantità di energia che ha dovuto subire il processo di ri-dispacciamento è aumentata del 14,5%. La più grande parte di questo volume (24,6 miliardi di kilowattora) è in Germania, dove vi sono stati altri 5,9 miliardi di kilowattora di riacquisti, per un costo per il sistema tedesco pari a 2,53 miliardi di euro, il 60% del totale europeo.
In pratica, dice l’Acer, con l’aumento della diffusione delle fonti rinnovabili si verifica sempre più spesso il fenomeno dei colli di bottiglia: l’eccesso di generazione elettrica non può essere portato alle zone dove c’è domanda, perché le reti non si sviluppano e non riescono a portare tutta l’energia prodotta/richiesta. Questo costringe il gestore della rete a «tagliare» l’energia programmata, aggiustando la produzione reale con costi aggiuntivi. Il minimo di capacità che i gestori dovrebbero mettere a disposizione a regole attuali (70%) non è rispettato quasi da nessuno.
Nel 2023 10 miliardi di kilowattora in Germania prodotti da rinnovabili non sono stati utilizzati (cioè sono stati «tagliati» dai gestori delle reti) perché fisicamente non potevano passare sui cavi. Volumi che rappresentano il 4% della produzione rinnovabile in Germania. Secondo uno studio recente della Commissione europea, citato proprio da Acer, se non si corre ai ripari al 2040 i costi delle congestioni saliranno oltre i 100 miliardi. Ma anche nell’ipotesi migliore, cioè di uno sviluppo armonico della rete rispetto alle nuove produzioni da fonte rinnovabile, comunque i costi di congestione saranno superiori ai 35 miliardi al 2040.
Praticamente, se non si investe sulle reti per fare in modo che l’energia possa fluire senza ostacoli da dove è prodotta verso dove viene richiesta, questi costi aumenteranno. Quindi occorre investire sulle reti o pagare gli oneri di congestione. In ogni caso, qualcuno, da qualche parte, dovrà sostenere dei costi.
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Rapporto dell’Arpa lombarda smentisce i catastrofisti: «Mai così tanta neve negli ultimi dieci anni, possiamo tirare un sospiro di sollievo». Merito di una primavera ricca di precipitazioni «nell’anno più caldo di sempre».Il traffico eccessivo di energia fa lievitare i costi che nel 2023 sono stati nell’Ue di 4,3 miliardi di euro, tutti finiti in bolletta. E andati ad arricchire i tedeschi.Lo speciale contiene due articoli..L’hanno già ribattezzata «la primavera più piovosa del secolo». Una stagione, quella appena trascorsa, che ha portato con sé cospicue nevicate sui ghiacciai della Lombardia. E si parla di numeri tutt’altro che trascurabili: il Centro nivometeorologico dell’Arpa regionale ha registrato i dati più alti degli ultimi dieci anni per quanto riguarda la riserva idrica del manto nevoso, che viene misurata tramite lo Snow water equivalent (Swe). Si tratta, ovviamente, di un’ottima notizia: per tutta l’estate la neve disciolta alimenterà le falde, i fiumi e i laghi, inaugurando un circolo virtuoso anche per gli impianti idroelettrici. Come ha spiegato l’Agenzia regionale per la protezione ambientale, «tra maggio e giugno, periodo di massimo accumulo nevoso, sono stati registrati valori compresi tra 40 e 20 metri di neve cumulata sui bacini glaciali lombardi, equivalenti a 4.201 e 1.975 kg/m² di riserva idrica del manto nevoso». Tanto per rendere l’idea: nella zona del Bernina, dove è stato raggiunto il picco dei 40 metri, è come se ci trovassimo di fronte a un palazzo di neve alto dieci piani. Inoltre, specifica l’Arpa, «se si considerano gli ultimi dieci anni, si può confermare che l’ultima stagione è stata caratterizzata da un innevamento nella media durante l’inverno e nettamente superiore nei mesi primaverili su tutte le montagne lombarde». Alla faccia del riscaldamento globale…Questi dati eccezionali, ha commentato la glaciologa Antonella Senese, citata da Repubblica, confermano che «finalmente i nostri ghiacciai stanno “mangiando”, dato che la neve costituisce a tutti gli effetti il loro alimento». La neve di oggi, ha proseguito l’esperta, «tra cinque o dieci anni diventerà ghiaccio. Questo non significa che tutti i problemi siano risolti», ma si può comunque guardare con rinnovato ottimismo al prossimo futuro: negli ultimi anni, ha ricordato la glaciologa, «di questi tempi, le propaggini inferiori dei ghiacciai erano già rimaste scoperte, mentre quest’anno non solo c’è ancora tanta neve, ma è possibile che ne cada altra, dato che le previsioni meteo non paiono per ora indicare un’esplosione dell’estate torrida». E questo, osserva la Senese, «è importante perché la protezione data dalla neve ritarda l’ablazione del ghiacciaio, cioè il momento in cui il ghiaccio rimane scoperto e incomincia a fondere, sottoponendo di fatto il ghiacciaio a un dimagrimento forzato, per proseguire con la metafora dell’alimentazione».La stima del contenuto idrico della neve, del resto, è cruciale nel bilancio idrologico, perché «rappresenta una riserva idrica che ha capacità di rilascio graduale ed è al tempo stesso un fattore da monitorare nella catena di controllo e di allertamento idrogeologico», evidenzia sempre il Centro nivometeorologico di Arpa Lombardia. Che poi aggiunge: «Il calcolo dello Swe si basa sulla valutazione dell’estensione della copertura nevosa e sulla misurazione dell’altezza e della densità del manto nevoso». Come detto, i valori massimi si sono registrati sul massiccio del Bernina, con i suoi 40 metri di neve cumulata. E pensare che nel 2016 non si era andati oltre i 10 metri e che nel 2023, cioè l’anno scorso, ci si era fermati a 17.Tra l’altro, come puntualizza la Senese, buoni livelli di innevamento sono essenziali anche per un altro motivo: «La neve fresca ha un’ottima albedo, ossia la capacità di riflettere la radiazione solare. Ne riflette ben il 90%, assorbendone solo il 10%». Questo fatto, prosegue la glaciologa, «impedisce ai ghiacciai di riscaldarsi e attenua le condizioni di fusione del ghiaccio. Per questo, allargando lo sguardo dalla scala regionale a quella globale, i Poli sono fondamentali: rappresentano i due giganteschi specchi della Terra ed evitano che si riscaldi molto più di quanto sta già accadendo. I nostri ghiacciai hanno la stessa funzione, ovviamente su scala ridotta». Al di là di questi aspetti tecnici, comunque, è sorprendente il modo in cui questa (bella) notizia è stata data dalla stampa progressista. E cioè in maniera asettica, impersonale, quasi piatta. E quindi, ovviamente, sospetta. Il fatto è che «la primavera più piovosa del secolo» rappresenta un bell’impaccio per gli strilloni del riscaldamento globale. Di certo, è qualcosa che disturba la loro narrazione a senso unico, la quale dipinge l’uomo come il colpevole di qualsiasi cambiamento climatico. La notizia dei ghiacciai lombardi, beninteso, non implica assolutamente che questo cambiamento sia frutto di invenzione, ma (ri)solleva un enorme problema di metodo: non bisogna mai dimenticare che la meteorologia è una scienza molto complessa. Come una rondine non fa primavera, così un inverno caldo non fa un’apocalisse climatica. Il che è esattamente la tesi, tra gli altri, di Franco Prodi, che è forse il massimo esperto italiano di meteorologia e fisica dell’atmosfera. Ma che, per ovvi motivi ideologici, è stato spernacchiato dall’intero star system progressista. Il quale, anziché rivedere il proprio fanatismo ambientalista, pare abbia adottato una tattica tipica delle facce di bronzo: mettersi a fischiettare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arpa-ghiacciai-2024-2668688295.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="reti-elettriche-allarme-congestioni" data-post-id="2668688295" data-published-at="1720126630" data-use-pagination="False"> Reti elettriche, allarme congestioni Le congestioni sulle reti elettriche sono in aumento e i costi rischiano di diventare enormi, se non si pone rimedio. Questo il messaggio che l’Acer (Agency for the Cooperation of Energy Regulators, il regolatore europeo del mercato energetico) ha lanciato nel suo rapporto «Transmission capacities for cross-zonal trade of electricity and congestion management in the Eu», pubblicato due giorni fa. Nello studio, Acer rileva come sulle reti elettriche europee siano in aumento le situazioni di congestione. In pratica, facendo un’analogia con il traffico automobilistico, le strade su cui fluisce l’energia in alcuni punti non sono abbastanza larghe per far passare tutto il traffico, rappresentato dai volumi di energia. Questo succede in particolare nelle connessioni tra zone di mercato diverse. Il termine zona si riferisce alla più vasta area geografica all’interno della quale i partecipanti al mercato possono scambiare energia senza allocazione di capacità, cioè senza superare i limiti della rete. In Italia, ad esempio, ci sono sette zone geografiche di mercato. In altre parole, la rete di trasporto dell’energia elettrica non ha la medesima capacità su tutto il territorio. Se in una zona c’è più produzione di energia elettrica di quanta ne viene consumata, quell’energia può andare verso altre zone, ma solo se la rete che connette le zone tra di loro è abbastanza capiente da riuscire a farla passare. Per riprendere la similitudine con il traffico, è un po’ come se si formasse una coda al casello di uscita di un’autostrada. Quando questo succede, l’energia non può passare per via dei limiti fisici dei cavi, per cui si innesca la procedura di ri-dispacciamento. Cioè, il programma di produzione stabilito con il meccanismo delle offerte viene modificato per rendere possibile il transito fisico dell’energia sulla rete, e questo ha dei costi. Il rapporto segnala che lo scorso anno i costi legati alle situazioni di congestione sono stati in Ue pari a 4,3 miliardi di euro. Cifra in calo rispetto al 2022 (quando furono 5,2 miliardi), ma solo perché i prezzi medi elettrici sono scesi di molto nel 2023. In termini di volumi, infatti, la quantità di energia che ha dovuto subire il processo di ri-dispacciamento è aumentata del 14,5%. La più grande parte di questo volume (24,6 miliardi di kilowattora) è in Germania, dove vi sono stati altri 5,9 miliardi di kilowattora di riacquisti, per un costo per il sistema tedesco pari a 2,53 miliardi di euro, il 60% del totale europeo. In pratica, dice l’Acer, con l’aumento della diffusione delle fonti rinnovabili si verifica sempre più spesso il fenomeno dei colli di bottiglia: l’eccesso di generazione elettrica non può essere portato alle zone dove c’è domanda, perché le reti non si sviluppano e non riescono a portare tutta l’energia prodotta/richiesta. Questo costringe il gestore della rete a «tagliare» l’energia programmata, aggiustando la produzione reale con costi aggiuntivi. Il minimo di capacità che i gestori dovrebbero mettere a disposizione a regole attuali (70%) non è rispettato quasi da nessuno. Nel 2023 10 miliardi di kilowattora in Germania prodotti da rinnovabili non sono stati utilizzati (cioè sono stati «tagliati» dai gestori delle reti) perché fisicamente non potevano passare sui cavi. Volumi che rappresentano il 4% della produzione rinnovabile in Germania. Secondo uno studio recente della Commissione europea, citato proprio da Acer, se non si corre ai ripari al 2040 i costi delle congestioni saliranno oltre i 100 miliardi. Ma anche nell’ipotesi migliore, cioè di uno sviluppo armonico della rete rispetto alle nuove produzioni da fonte rinnovabile, comunque i costi di congestione saranno superiori ai 35 miliardi al 2040. Praticamente, se non si investe sulle reti per fare in modo che l’energia possa fluire senza ostacoli da dove è prodotta verso dove viene richiesta, questi costi aumenteranno. Quindi occorre investire sulle reti o pagare gli oneri di congestione. In ogni caso, qualcuno, da qualche parte, dovrà sostenere dei costi.
Vladimir Putin (Ansa)
Fatto sta che ieri, nelle sue comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio Ue del 18 e 19 giugno, il presidente del Consiglio, reduce dall’irritante esclusione dal vertice E3 con Volodymyr Zelensky, ha espresso chiaramente la sua preferenza per un’iniziativa diplomatica comune nei confronti di Mosca: «L’Unione europea», ha detto il premier, «deve essere pronta a guidare questo dialogo, mentre farebbe un errore a subirlo». Sia se a guidare le danze fossero gli Stati Uniti da soli, sia se, per le manie di protagonismo di certi leader nazionali, si procedesse «a tentoni, con formati variabili» che producono «frammentazione, confusione, debolezza». «Ma per farlo», ha aggiunto l’inquilina di Palazzo Chigi, «una volta stabilito quale sia, dal nostro punto di vista, l’obiettivo finale del negoziato, occorre individuare chi possa rappresentare gli interessi europei nel tavolo negoziale». È un aspetto su cui si registra una convergenza più rara che unica con Sergio Mattarella, secondo il quale è «molto opportuno che l’Unione europea, nei confronti dell’Ucraina e della Russia, si presenti con una voce sola». Opinione che, non a caso, il presidente ha espresso al pranzo di ieri con il premier. Ma ora che pure Francia, Germania e Regno Unito si sono decisi a intavolare una trattativa, tanto che, ieri, hanno spedito i loro ambasciatori al ministero degli Esteri russo, la sfida complicata è proprio quella di scegliere una figura adatta, che metta d’accordo tutti gli Stati membri dell’Ue e magari pure Londra.
È escluso che l’incarico possa essere ricoperto dall’Alto rappresentante di Bruxelles, Kaja Kallas. Oltranzista nei confronti del Cremlino, nonostante il passato sovietico della sua famiglia, adesso è ulteriormente delegittimata da chi briga per liquidarla, prendendo atto della sua irrilevanza. Il Financial Times ha infatti svelato che Parigi e Berlino, stizzite per l’«inefficacia» del servizio diplomatico Ue, sarebbero pronte a ritrasferire il grosso delle sue competenze alla Commissione, o in capo agli Stati membri. E, soprattutto, a sottrargli un budget da oltre un miliardo di euro. L’autorevolezza per andare da Vladimir Putin, la Kallas non ce l’ha affatto; anzi, la sua parabola certifica che l’Unione europea rimane priva di una politica estera. E questo è un ostacolo serio, se l’obiettivo è raggiungere un accordo ampio, superando le coalizioni ristrette.
A fine maggio, il quotidiano britannico aveva messo in cima alla lista dei potenziali mediatori il sempreverde «nonno» della Repubblica italiana: Mario Draghi. Affidargli un ruolo del genere potrebbe avere un qualche impatto anche sulla successione al Colle, nel 2029. L’ex banchiere potrebbe trovarsi impelagato in un lungo e difficile processo politico, che finirebbe per tenerlo lontano dal Quirinale. Il che lascerebbe campo più libero a un’alternativa più organica al centrodestra - ammettendo che il centrodestra si trovi, fra due anni e mezzo, nella posizione di dare le carte. Addirittura, un eventuale fallimento della mediazione potrebbe bruciare per la seconda volta l’ascesa di Draghi; la prima, era bastata la ricandidatura di Sergio Mattarella. Viceversa, un successo storico lo renderebbe la scelta naturale per subentrare all’attuale capo dello Stato. E la Meloni potrebbe intestarselo, facendo valere i buoni rapporti che ha intrattenuto con il suo predecessore.
Al di là dei risvolti e dei calcoli di politica interna, il limite alla missione di Draghi sarebbero le sue scarse credenziali nei confronti dello zar. La Federazione russa ha mandato segnali contraddittori. Ha biasimato l’Europa per la rinuncia al dialogo, ma poi ha bocciato ogni papabile interlocutore, a eccezione dell’ex cancelliere tedesco socialdemocratico, Gerhard Schröder, che ha il problema opposto: è troppo compromesso con Mosca per avere la fiducia dell’Ue.
Fermo restando che le intenzioni di Putin, come da tradizioni di Oltrecortina, non sono cristalline, e che la Russia potrebbe semplicemente considerare Bruxelles troppo ininfluente per sedersi a un tavolo che verrebbe gestito solo dalle grandi potenze imperiali, un altro ex capo del governo proveniente dalla Germania è stato più volte tirato in ballo: si tratta di Angela Merkel, la principale artefice del vecchio asse Berlino-Mosca, fondato sulle forniture energetiche a basso costo, ma anche responsabile e rea confessa del matrimonio infelice con un «nemico dell’Europa», come lei stessa definì lo zar nel 2024. La Russia, per di più, le rimprovera di aver propiziato gli accordi di Minsk, con cui si pose fine alla prima guerra nel Donbass, dodici anni fa: lungi dall’aver posto le basi per una pace duratura, quei patti, secondo Putin, consentirono a Kiev di beneficiare di una tregua tattica, che l’Ucraina ha utilizzato per prepararsi al successivo scontro con Mosca. Inoltre, meno di un mese fa, la stessa Merkel, pur dicendosi rammaricata perché l’Europa non stava «facendo sufficiente uso del suo potenziale diplomatico», aveva escluso di poter intervenire in prima persona: riferendosi al precedente negoziato, aveva precisato che esso era stato possibile «solo perché avevamo il potere politico, perché eravamo capi di governo. C’è bisogno di quel potere». Lei, ora, è fuori dai giochi.
Gli altri nomi circolati nelle ultime settimane sembrano di secondo piano. E se ciò, da un lato, li libera da eredità pesanti, dall’altro li rende poco credibili al cospetto di Putin: l’ex presidente finlandese, Sauli Niinistö, o il premier in carica, Alexander Stubb. L’inviato europeo, ha concluso ieri Antonio Tajani, «non lo decide né Putin né i Paesi da soli, ma tutta l’Unione europea».
Ci sarebbe, in effetti, da scongiurare l’ipotesi forse più indigeribile: che Emmanuel Macron, in uscita dall’Eliseo, ai giardinetti preferisca una dacia, pur di continuare a nutrire il suo ego.
Per il momento, se l’Ue non ha avuto il coraggio di dissociarsi dai volenterosi («In effetti i negoziati stanno avvenendo in diversi formati, in diversi luoghi, anche a diversi livelli», si è limitata a confermare ieri una portavoce della Commissione), la Russia li ha ricevuti per umiliarli: i membri dell’E3, ha tuonato Maria Zakharova, «stanno perseguendo una linea d’azione volta a impedire la creazione delle condizioni per i negoziati su una pace veramente globale, giusta e duratura». Sicuri ci si debba rammaricare che la Meloni sia uscita dal gruppo?
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Poiché il nodo della difesa aerea è fra i più importanti, l’Unione europea ha aperto al finanziamento dell’acquisto di missili antiaerei e antimissile americani Patriot, stando al portavoce della Commissione europea, Balazs Ujvari: «Se c’è interesse per attrezzature che vanno oltre i droni, siano sistemi antimissile o da difesa aerea, è una possibilità da mettere sul tavolo». A monte, i ripetuti appelli del presidente Volodymir Zelensky per aiuti in difesa aerea.
Fa pensare che, dopo i 6 miliardi di euro per i droni, l’Ue si prepari a pagare nuovi costosi Patriot, sebbene scarsi essendo dirottati nel Golfo Persico per contrastare i missili iraniani. Ma Kiev guarda anche a missili europei, come l’Aster 30 di fabbricazione franco-italiana, coprodotto da industrie fra cui Mbda e la nostra Avio. Un missile con raggio d’azione di 120 km e quota massima di 22 km, imbarcato anche su navi della Marina italiana.
Ne hanno parlato ieri il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov e la ministra francese delle Forze armate, Catherine Vautrin. L’Ucraina, dalla notte all’alba, ha affrontato incursioni di 221 droni e due missili balistici Iskander lanciati dai russi. La difesa avrebbe «abbattuto 195 droni», ma molti dei velivoli telecomandati russi non erano Shahed d’attacco, ma tipi usati come esca, dunque per distrarre le difese, come Parodia e Italmas. Inoltre non sono stati intercettati i missili Iskander, che essendo balistici ipersonici sono ardui da fermare. Fra i bersagli, un deposito di locomotive nella regione di Sumy, dove il bombardamento ha ucciso una ferroviera e ha ferito quattro suoi colleghi. I russi affermano di aver conquistato due villaggi, Okhrimivka, nella regione di Kharkiv, e Rozkishne, in quella del Donetsk già per la maggior parte annessa alla Russia. Il sito di mappatura ucraino Deep State non ha finora confermato queste avanzate russe ed è difficile discriminare fra la vera occupazione integrale di un territorio e l’infiltrazione di avanguardie.
L’Ucraina ha colpito con droni l’ennesima raffineria russa, ad Afipsky, dove è scoppiato un incendio. Altri droni hanno ucciso due persone nella parte occupata dai russi della regione di Zaporizhzhia. Altro obiettivo è stato un convoglio di 50 camion militari russi carichi di carburante e munizioni ad Armyansk, in Crimea, dove le forze di Mosca hanno gettato ponti galleggianti. Kiev ha celebrato ieri per la prima volta una festa istituita da Zelensky, la Giornata delle Forze dei Sistemi a pilotaggio remoto. Per l’occasione il presidente ucraino ha affermato che «il 90% delle perdite russe sul campo di battaglia è dovuto ai droni».
E secondo il comandante della Forza droni ucraina, Robert Brovdi, detto «Madyar» («magiaro») perché d’origine ungherese, «dall’inizio del 2026 la forza droni ha ucciso 50.900 militari russi e colpito 176.500 obbiettivi». Brovdi ha spiegato alla Reuters che si sta bombardando l’autostrada Novorossiya per isolare la Crimea dalla Russia: «La campagna ha ridotto di due terzi, nell’ultimo mese, il traffico sull’autostrada Novorossiya, via di rifornimento russa che traversa l’Ucraina meridionale occupata fino alla Crimea. Entro un mese, l’Ucraina avrà il controllo della strada. Isoleremo la Crimea. Colpire i veicoli è facile come sparare alle pernici in un campo aperto». Se i droni sono l’ultimo grido, i vecchi razzi Grad di origine sovietica vengono ancora usati dai soldati di Zelensky, come ieri sul villaggio russo di Belaya Berezka, nella regione di Bryansk, dove è stato ucciso un civile. Installazioni della Marina Russa a Sebastopoli sono stati invece colpiti con missili Neptune di fabbricazione ucraina.
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Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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