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2024-07-05
Toh, i ghiacciai «in estinzione» ora crescono
L’hanno già ribattezzata «la primavera più piovosa del secolo». Una stagione, quella appena trascorsa, che ha portato con sé cospicue nevicate sui ghiacciai della Lombardia. E si parla di numeri tutt’altro che trascurabili: il Centro nivometeorologico dell’Arpa regionale ha registrato i dati più alti degli ultimi dieci anni per quanto riguarda la riserva idrica del manto nevoso, che viene misurata tramite lo Snow water equivalent (Swe). Si tratta, ovviamente, di un’ottima notizia: per tutta l’estate la neve disciolta alimenterà le falde, i fiumi e i laghi, inaugurando un circolo virtuoso anche per gli impianti idroelettrici.
Come ha spiegato l’Agenzia regionale per la protezione ambientale, «tra maggio e giugno, periodo di massimo accumulo nevoso, sono stati registrati valori compresi tra 40 e 20 metri di neve cumulata sui bacini glaciali lombardi, equivalenti a 4.201 e 1.975 kg/m² di riserva idrica del manto nevoso». Tanto per rendere l’idea: nella zona del Bernina, dove è stato raggiunto il picco dei 40 metri, è come se ci trovassimo di fronte a un palazzo di neve alto dieci piani. Inoltre, specifica l’Arpa, «se si considerano gli ultimi dieci anni, si può confermare che l’ultima stagione è stata caratterizzata da un innevamento nella media durante l’inverno e nettamente superiore nei mesi primaverili su tutte le montagne lombarde». Alla faccia del riscaldamento globale…
Questi dati eccezionali, ha commentato la glaciologa Antonella Senese, citata da Repubblica, confermano che «finalmente i nostri ghiacciai stanno “mangiando”, dato che la neve costituisce a tutti gli effetti il loro alimento». La neve di oggi, ha proseguito l’esperta, «tra cinque o dieci anni diventerà ghiaccio. Questo non significa che tutti i problemi siano risolti», ma si può comunque guardare con rinnovato ottimismo al prossimo futuro: negli ultimi anni, ha ricordato la glaciologa, «di questi tempi, le propaggini inferiori dei ghiacciai erano già rimaste scoperte, mentre quest’anno non solo c’è ancora tanta neve, ma è possibile che ne cada altra, dato che le previsioni meteo non paiono per ora indicare un’esplosione dell’estate torrida». E questo, osserva la Senese, «è importante perché la protezione data dalla neve ritarda l’ablazione del ghiacciaio, cioè il momento in cui il ghiaccio rimane scoperto e incomincia a fondere, sottoponendo di fatto il ghiacciaio a un dimagrimento forzato, per proseguire con la metafora dell’alimentazione».
La stima del contenuto idrico della neve, del resto, è cruciale nel bilancio idrologico, perché «rappresenta una riserva idrica che ha capacità di rilascio graduale ed è al tempo stesso un fattore da monitorare nella catena di controllo e di allertamento idrogeologico», evidenzia sempre il Centro nivometeorologico di Arpa Lombardia. Che poi aggiunge: «Il calcolo dello Swe si basa sulla valutazione dell’estensione della copertura nevosa e sulla misurazione dell’altezza e della densità del manto nevoso». Come detto, i valori massimi si sono registrati sul massiccio del Bernina, con i suoi 40 metri di neve cumulata. E pensare che nel 2016 non si era andati oltre i 10 metri e che nel 2023, cioè l’anno scorso, ci si era fermati a 17.
Tra l’altro, come puntualizza la Senese, buoni livelli di innevamento sono essenziali anche per un altro motivo: «La neve fresca ha un’ottima albedo, ossia la capacità di riflettere la radiazione solare. Ne riflette ben il 90%, assorbendone solo il 10%». Questo fatto, prosegue la glaciologa, «impedisce ai ghiacciai di riscaldarsi e attenua le condizioni di fusione del ghiaccio. Per questo, allargando lo sguardo dalla scala regionale a quella globale, i Poli sono fondamentali: rappresentano i due giganteschi specchi della Terra ed evitano che si riscaldi molto più di quanto sta già accadendo. I nostri ghiacciai hanno la stessa funzione, ovviamente su scala ridotta».
Al di là di questi aspetti tecnici, comunque, è sorprendente il modo in cui questa (bella) notizia è stata data dalla stampa progressista. E cioè in maniera asettica, impersonale, quasi piatta. E quindi, ovviamente, sospetta. Il fatto è che «la primavera più piovosa del secolo» rappresenta un bell’impaccio per gli strilloni del riscaldamento globale. Di certo, è qualcosa che disturba la loro narrazione a senso unico, la quale dipinge l’uomo come il colpevole di qualsiasi cambiamento climatico.
La notizia dei ghiacciai lombardi, beninteso, non implica assolutamente che questo cambiamento sia frutto di invenzione, ma (ri)solleva un enorme problema di metodo: non bisogna mai dimenticare che la meteorologia è una scienza molto complessa. Come una rondine non fa primavera, così un inverno caldo non fa un’apocalisse climatica. Il che è esattamente la tesi, tra gli altri, di Franco Prodi, che è forse il massimo esperto italiano di meteorologia e fisica dell’atmosfera. Ma che, per ovvi motivi ideologici, è stato spernacchiato dall’intero star system progressista. Il quale, anziché rivedere il proprio fanatismo ambientalista, pare abbia adottato una tattica tipica delle facce di bronzo: mettersi a fischiettare.
Reti elettriche, allarme congestioni
Le congestioni sulle reti elettriche sono in aumento e i costi rischiano di diventare enormi, se non si pone rimedio. Questo il messaggio che l’Acer (Agency for the Cooperation of Energy Regulators, il regolatore europeo del mercato energetico) ha lanciato nel suo rapporto «Transmission capacities for cross-zonal trade of electricity and congestion management in the Eu», pubblicato due giorni fa.
Nello studio, Acer rileva come sulle reti elettriche europee siano in aumento le situazioni di congestione. In pratica, facendo un’analogia con il traffico automobilistico, le strade su cui fluisce l’energia in alcuni punti non sono abbastanza larghe per far passare tutto il traffico, rappresentato dai volumi di energia. Questo succede in particolare nelle connessioni tra zone di mercato diverse. Il termine zona si riferisce alla più vasta area geografica all’interno della quale i partecipanti al mercato possono scambiare energia senza allocazione di capacità, cioè senza superare i limiti della rete.
In Italia, ad esempio, ci sono sette zone geografiche di mercato. In altre parole, la rete di trasporto dell’energia elettrica non ha la medesima capacità su tutto il territorio. Se in una zona c’è più produzione di energia elettrica di quanta ne viene consumata, quell’energia può andare verso altre zone, ma solo se la rete che connette le zone tra di loro è abbastanza capiente da riuscire a farla passare. Per riprendere la similitudine con il traffico, è un po’ come se si formasse una coda al casello di uscita di un’autostrada. Quando questo succede, l’energia non può passare per via dei limiti fisici dei cavi, per cui si innesca la procedura di ri-dispacciamento. Cioè, il programma di produzione stabilito con il meccanismo delle offerte viene modificato per rendere possibile il transito fisico dell’energia sulla rete, e questo ha dei costi.
Il rapporto segnala che lo scorso anno i costi legati alle situazioni di congestione sono stati in Ue pari a 4,3 miliardi di euro. Cifra in calo rispetto al 2022 (quando furono 5,2 miliardi), ma solo perché i prezzi medi elettrici sono scesi di molto nel 2023. In termini di volumi, infatti, la quantità di energia che ha dovuto subire il processo di ri-dispacciamento è aumentata del 14,5%. La più grande parte di questo volume (24,6 miliardi di kilowattora) è in Germania, dove vi sono stati altri 5,9 miliardi di kilowattora di riacquisti, per un costo per il sistema tedesco pari a 2,53 miliardi di euro, il 60% del totale europeo.
In pratica, dice l’Acer, con l’aumento della diffusione delle fonti rinnovabili si verifica sempre più spesso il fenomeno dei colli di bottiglia: l’eccesso di generazione elettrica non può essere portato alle zone dove c’è domanda, perché le reti non si sviluppano e non riescono a portare tutta l’energia prodotta/richiesta. Questo costringe il gestore della rete a «tagliare» l’energia programmata, aggiustando la produzione reale con costi aggiuntivi. Il minimo di capacità che i gestori dovrebbero mettere a disposizione a regole attuali (70%) non è rispettato quasi da nessuno.
Nel 2023 10 miliardi di kilowattora in Germania prodotti da rinnovabili non sono stati utilizzati (cioè sono stati «tagliati» dai gestori delle reti) perché fisicamente non potevano passare sui cavi. Volumi che rappresentano il 4% della produzione rinnovabile in Germania. Secondo uno studio recente della Commissione europea, citato proprio da Acer, se non si corre ai ripari al 2040 i costi delle congestioni saliranno oltre i 100 miliardi. Ma anche nell’ipotesi migliore, cioè di uno sviluppo armonico della rete rispetto alle nuove produzioni da fonte rinnovabile, comunque i costi di congestione saranno superiori ai 35 miliardi al 2040.
Praticamente, se non si investe sulle reti per fare in modo che l’energia possa fluire senza ostacoli da dove è prodotta verso dove viene richiesta, questi costi aumenteranno. Quindi occorre investire sulle reti o pagare gli oneri di congestione. In ogni caso, qualcuno, da qualche parte, dovrà sostenere dei costi.
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Rapporto dell’Arpa lombarda smentisce i catastrofisti: «Mai così tanta neve negli ultimi dieci anni, possiamo tirare un sospiro di sollievo». Merito di una primavera ricca di precipitazioni «nell’anno più caldo di sempre».Il traffico eccessivo di energia fa lievitare i costi che nel 2023 sono stati nell’Ue di 4,3 miliardi di euro, tutti finiti in bolletta. E andati ad arricchire i tedeschi.Lo speciale contiene due articoli..L’hanno già ribattezzata «la primavera più piovosa del secolo». Una stagione, quella appena trascorsa, che ha portato con sé cospicue nevicate sui ghiacciai della Lombardia. E si parla di numeri tutt’altro che trascurabili: il Centro nivometeorologico dell’Arpa regionale ha registrato i dati più alti degli ultimi dieci anni per quanto riguarda la riserva idrica del manto nevoso, che viene misurata tramite lo Snow water equivalent (Swe). Si tratta, ovviamente, di un’ottima notizia: per tutta l’estate la neve disciolta alimenterà le falde, i fiumi e i laghi, inaugurando un circolo virtuoso anche per gli impianti idroelettrici. Come ha spiegato l’Agenzia regionale per la protezione ambientale, «tra maggio e giugno, periodo di massimo accumulo nevoso, sono stati registrati valori compresi tra 40 e 20 metri di neve cumulata sui bacini glaciali lombardi, equivalenti a 4.201 e 1.975 kg/m² di riserva idrica del manto nevoso». Tanto per rendere l’idea: nella zona del Bernina, dove è stato raggiunto il picco dei 40 metri, è come se ci trovassimo di fronte a un palazzo di neve alto dieci piani. Inoltre, specifica l’Arpa, «se si considerano gli ultimi dieci anni, si può confermare che l’ultima stagione è stata caratterizzata da un innevamento nella media durante l’inverno e nettamente superiore nei mesi primaverili su tutte le montagne lombarde». Alla faccia del riscaldamento globale…Questi dati eccezionali, ha commentato la glaciologa Antonella Senese, citata da Repubblica, confermano che «finalmente i nostri ghiacciai stanno “mangiando”, dato che la neve costituisce a tutti gli effetti il loro alimento». La neve di oggi, ha proseguito l’esperta, «tra cinque o dieci anni diventerà ghiaccio. Questo non significa che tutti i problemi siano risolti», ma si può comunque guardare con rinnovato ottimismo al prossimo futuro: negli ultimi anni, ha ricordato la glaciologa, «di questi tempi, le propaggini inferiori dei ghiacciai erano già rimaste scoperte, mentre quest’anno non solo c’è ancora tanta neve, ma è possibile che ne cada altra, dato che le previsioni meteo non paiono per ora indicare un’esplosione dell’estate torrida». E questo, osserva la Senese, «è importante perché la protezione data dalla neve ritarda l’ablazione del ghiacciaio, cioè il momento in cui il ghiaccio rimane scoperto e incomincia a fondere, sottoponendo di fatto il ghiacciaio a un dimagrimento forzato, per proseguire con la metafora dell’alimentazione».La stima del contenuto idrico della neve, del resto, è cruciale nel bilancio idrologico, perché «rappresenta una riserva idrica che ha capacità di rilascio graduale ed è al tempo stesso un fattore da monitorare nella catena di controllo e di allertamento idrogeologico», evidenzia sempre il Centro nivometeorologico di Arpa Lombardia. Che poi aggiunge: «Il calcolo dello Swe si basa sulla valutazione dell’estensione della copertura nevosa e sulla misurazione dell’altezza e della densità del manto nevoso». Come detto, i valori massimi si sono registrati sul massiccio del Bernina, con i suoi 40 metri di neve cumulata. E pensare che nel 2016 non si era andati oltre i 10 metri e che nel 2023, cioè l’anno scorso, ci si era fermati a 17.Tra l’altro, come puntualizza la Senese, buoni livelli di innevamento sono essenziali anche per un altro motivo: «La neve fresca ha un’ottima albedo, ossia la capacità di riflettere la radiazione solare. Ne riflette ben il 90%, assorbendone solo il 10%». Questo fatto, prosegue la glaciologa, «impedisce ai ghiacciai di riscaldarsi e attenua le condizioni di fusione del ghiaccio. Per questo, allargando lo sguardo dalla scala regionale a quella globale, i Poli sono fondamentali: rappresentano i due giganteschi specchi della Terra ed evitano che si riscaldi molto più di quanto sta già accadendo. I nostri ghiacciai hanno la stessa funzione, ovviamente su scala ridotta». Al di là di questi aspetti tecnici, comunque, è sorprendente il modo in cui questa (bella) notizia è stata data dalla stampa progressista. E cioè in maniera asettica, impersonale, quasi piatta. E quindi, ovviamente, sospetta. Il fatto è che «la primavera più piovosa del secolo» rappresenta un bell’impaccio per gli strilloni del riscaldamento globale. Di certo, è qualcosa che disturba la loro narrazione a senso unico, la quale dipinge l’uomo come il colpevole di qualsiasi cambiamento climatico. La notizia dei ghiacciai lombardi, beninteso, non implica assolutamente che questo cambiamento sia frutto di invenzione, ma (ri)solleva un enorme problema di metodo: non bisogna mai dimenticare che la meteorologia è una scienza molto complessa. Come una rondine non fa primavera, così un inverno caldo non fa un’apocalisse climatica. Il che è esattamente la tesi, tra gli altri, di Franco Prodi, che è forse il massimo esperto italiano di meteorologia e fisica dell’atmosfera. Ma che, per ovvi motivi ideologici, è stato spernacchiato dall’intero star system progressista. Il quale, anziché rivedere il proprio fanatismo ambientalista, pare abbia adottato una tattica tipica delle facce di bronzo: mettersi a fischiettare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arpa-ghiacciai-2024-2668688295.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="reti-elettriche-allarme-congestioni" data-post-id="2668688295" data-published-at="1720126630" data-use-pagination="False"> Reti elettriche, allarme congestioni Le congestioni sulle reti elettriche sono in aumento e i costi rischiano di diventare enormi, se non si pone rimedio. Questo il messaggio che l’Acer (Agency for the Cooperation of Energy Regulators, il regolatore europeo del mercato energetico) ha lanciato nel suo rapporto «Transmission capacities for cross-zonal trade of electricity and congestion management in the Eu», pubblicato due giorni fa. Nello studio, Acer rileva come sulle reti elettriche europee siano in aumento le situazioni di congestione. In pratica, facendo un’analogia con il traffico automobilistico, le strade su cui fluisce l’energia in alcuni punti non sono abbastanza larghe per far passare tutto il traffico, rappresentato dai volumi di energia. Questo succede in particolare nelle connessioni tra zone di mercato diverse. Il termine zona si riferisce alla più vasta area geografica all’interno della quale i partecipanti al mercato possono scambiare energia senza allocazione di capacità, cioè senza superare i limiti della rete. In Italia, ad esempio, ci sono sette zone geografiche di mercato. In altre parole, la rete di trasporto dell’energia elettrica non ha la medesima capacità su tutto il territorio. Se in una zona c’è più produzione di energia elettrica di quanta ne viene consumata, quell’energia può andare verso altre zone, ma solo se la rete che connette le zone tra di loro è abbastanza capiente da riuscire a farla passare. Per riprendere la similitudine con il traffico, è un po’ come se si formasse una coda al casello di uscita di un’autostrada. Quando questo succede, l’energia non può passare per via dei limiti fisici dei cavi, per cui si innesca la procedura di ri-dispacciamento. Cioè, il programma di produzione stabilito con il meccanismo delle offerte viene modificato per rendere possibile il transito fisico dell’energia sulla rete, e questo ha dei costi. Il rapporto segnala che lo scorso anno i costi legati alle situazioni di congestione sono stati in Ue pari a 4,3 miliardi di euro. Cifra in calo rispetto al 2022 (quando furono 5,2 miliardi), ma solo perché i prezzi medi elettrici sono scesi di molto nel 2023. In termini di volumi, infatti, la quantità di energia che ha dovuto subire il processo di ri-dispacciamento è aumentata del 14,5%. La più grande parte di questo volume (24,6 miliardi di kilowattora) è in Germania, dove vi sono stati altri 5,9 miliardi di kilowattora di riacquisti, per un costo per il sistema tedesco pari a 2,53 miliardi di euro, il 60% del totale europeo. In pratica, dice l’Acer, con l’aumento della diffusione delle fonti rinnovabili si verifica sempre più spesso il fenomeno dei colli di bottiglia: l’eccesso di generazione elettrica non può essere portato alle zone dove c’è domanda, perché le reti non si sviluppano e non riescono a portare tutta l’energia prodotta/richiesta. Questo costringe il gestore della rete a «tagliare» l’energia programmata, aggiustando la produzione reale con costi aggiuntivi. Il minimo di capacità che i gestori dovrebbero mettere a disposizione a regole attuali (70%) non è rispettato quasi da nessuno. Nel 2023 10 miliardi di kilowattora in Germania prodotti da rinnovabili non sono stati utilizzati (cioè sono stati «tagliati» dai gestori delle reti) perché fisicamente non potevano passare sui cavi. Volumi che rappresentano il 4% della produzione rinnovabile in Germania. Secondo uno studio recente della Commissione europea, citato proprio da Acer, se non si corre ai ripari al 2040 i costi delle congestioni saliranno oltre i 100 miliardi. Ma anche nell’ipotesi migliore, cioè di uno sviluppo armonico della rete rispetto alle nuove produzioni da fonte rinnovabile, comunque i costi di congestione saranno superiori ai 35 miliardi al 2040. Praticamente, se non si investe sulle reti per fare in modo che l’energia possa fluire senza ostacoli da dove è prodotta verso dove viene richiesta, questi costi aumenteranno. Quindi occorre investire sulle reti o pagare gli oneri di congestione. In ogni caso, qualcuno, da qualche parte, dovrà sostenere dei costi.
A Cornate d’Adda scatta l’Alps Open, apertura italiana del tour 2026 con oltre 130 professionisti. In Lombardia il golf vale fino a 185 milioni di euro tra circoli, turismo ed eventi, e si rafforza come leva strategica per attrarre investimenti e valorizzare il territorio.
Nel cuore della Lombardia, tra il verde del Parco dell’Adda e un sistema economico sempre più attento alla leva sportiva, il golf torna protagonista. Da domani all’11 aprile il Villa Paradiso Alps Open inaugura la stagione italiana dell’Alps Tour, portando sul campo del Golf Club Villa Paradiso oltre 130 professionisti provenienti da diversi Paesi.
L’appuntamento, aperto al pubblico, si inserisce in una strategia più ampia che vede Assolombarda puntare sul golf non solo come disciplina sportiva, ma come strumento di promozione territoriale e occasione di sviluppo economico. Il torneo rientra infatti nel progetto Open Horizons: Lombardia, Capitale del Golf, pensato per rafforzare il posizionamento della regione come punto di riferimento nazionale e internazionale del settore. I numeri raccontano un comparto tutt’altro che marginale. Secondo lo studio L’indotto del golf in Lombardia, il valore complessivo generato oscilla tra i 165 e i 185 milioni di euro. Una cifra che tiene insieme più livelli: dai ricavi diretti dei circoli, stimati tra 59 e 62 milioni, fino all’impatto turistico, che rappresenta la quota più consistente con un range tra 103 e 118 milioni. Più contenuto, ma comunque significativo, il contributo legato alla vendita di attrezzature e abbigliamento, mentre i grandi eventi continuano a incidere, con l’Open d’Italia che in regione vale tra 8 e 9 milioni a edizione.
La Lombardia, del resto, è già oggi il principale polo golfistico italiano. Con 65 circoli affiliati alla Federazione Italiana Golf — pari al 18% del totale nazionale — e oltre 26 mila tesserati, quasi un terzo dei golfisti italiani, la regione si colloca davanti a realtà consolidate come Piemonte, Veneto e Lazio.
In questo contesto, il progetto Open Horizons mira a costruire una rete stabile tra istituzioni, club e imprese. L’obiettivo è quello di trasformare il golf in un sistema integrato capace di generare valore lungo tutta la filiera: dallo sport al turismo, fino alle relazioni economiche. Un’impostazione che punta a superare la dimensione puramente sportiva, per diventare leva strategica di attrattività. Accanto al circuito professionistico, si muove anche il calendario dedicato al mondo imprenditoriale. Nei giorni scorsi è partita infatti l’edizione 2026 del Assolombarda Golf Tour, un percorso in cinque tappe che toccherà alcuni dei principali circoli lombardi e farà nuovamente tappa proprio al Villa Paradiso l’8 maggio. Un’iniziativa che ha recentemente ottenuto un riconoscimento agli Italian Golf Awards, premiata per il suo rilievo nazionale tra i circuiti a brand golfistico.
Il filo conduttore resta lo stesso: utilizzare il golf come piattaforma di connessione, capace di mettere in relazione sport, territorio e impresa. Un modello che, almeno in Lombardia, sta provando a trasformare una disciplina di nicchia in un asset economico sempre più strutturato.
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