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2024-07-05
Toh, i ghiacciai «in estinzione» ora crescono
L’hanno già ribattezzata «la primavera più piovosa del secolo». Una stagione, quella appena trascorsa, che ha portato con sé cospicue nevicate sui ghiacciai della Lombardia. E si parla di numeri tutt’altro che trascurabili: il Centro nivometeorologico dell’Arpa regionale ha registrato i dati più alti degli ultimi dieci anni per quanto riguarda la riserva idrica del manto nevoso, che viene misurata tramite lo Snow water equivalent (Swe). Si tratta, ovviamente, di un’ottima notizia: per tutta l’estate la neve disciolta alimenterà le falde, i fiumi e i laghi, inaugurando un circolo virtuoso anche per gli impianti idroelettrici.
Come ha spiegato l’Agenzia regionale per la protezione ambientale, «tra maggio e giugno, periodo di massimo accumulo nevoso, sono stati registrati valori compresi tra 40 e 20 metri di neve cumulata sui bacini glaciali lombardi, equivalenti a 4.201 e 1.975 kg/m² di riserva idrica del manto nevoso». Tanto per rendere l’idea: nella zona del Bernina, dove è stato raggiunto il picco dei 40 metri, è come se ci trovassimo di fronte a un palazzo di neve alto dieci piani. Inoltre, specifica l’Arpa, «se si considerano gli ultimi dieci anni, si può confermare che l’ultima stagione è stata caratterizzata da un innevamento nella media durante l’inverno e nettamente superiore nei mesi primaverili su tutte le montagne lombarde». Alla faccia del riscaldamento globale…
Questi dati eccezionali, ha commentato la glaciologa Antonella Senese, citata da Repubblica, confermano che «finalmente i nostri ghiacciai stanno “mangiando”, dato che la neve costituisce a tutti gli effetti il loro alimento». La neve di oggi, ha proseguito l’esperta, «tra cinque o dieci anni diventerà ghiaccio. Questo non significa che tutti i problemi siano risolti», ma si può comunque guardare con rinnovato ottimismo al prossimo futuro: negli ultimi anni, ha ricordato la glaciologa, «di questi tempi, le propaggini inferiori dei ghiacciai erano già rimaste scoperte, mentre quest’anno non solo c’è ancora tanta neve, ma è possibile che ne cada altra, dato che le previsioni meteo non paiono per ora indicare un’esplosione dell’estate torrida». E questo, osserva la Senese, «è importante perché la protezione data dalla neve ritarda l’ablazione del ghiacciaio, cioè il momento in cui il ghiaccio rimane scoperto e incomincia a fondere, sottoponendo di fatto il ghiacciaio a un dimagrimento forzato, per proseguire con la metafora dell’alimentazione».
La stima del contenuto idrico della neve, del resto, è cruciale nel bilancio idrologico, perché «rappresenta una riserva idrica che ha capacità di rilascio graduale ed è al tempo stesso un fattore da monitorare nella catena di controllo e di allertamento idrogeologico», evidenzia sempre il Centro nivometeorologico di Arpa Lombardia. Che poi aggiunge: «Il calcolo dello Swe si basa sulla valutazione dell’estensione della copertura nevosa e sulla misurazione dell’altezza e della densità del manto nevoso». Come detto, i valori massimi si sono registrati sul massiccio del Bernina, con i suoi 40 metri di neve cumulata. E pensare che nel 2016 non si era andati oltre i 10 metri e che nel 2023, cioè l’anno scorso, ci si era fermati a 17.
Tra l’altro, come puntualizza la Senese, buoni livelli di innevamento sono essenziali anche per un altro motivo: «La neve fresca ha un’ottima albedo, ossia la capacità di riflettere la radiazione solare. Ne riflette ben il 90%, assorbendone solo il 10%». Questo fatto, prosegue la glaciologa, «impedisce ai ghiacciai di riscaldarsi e attenua le condizioni di fusione del ghiaccio. Per questo, allargando lo sguardo dalla scala regionale a quella globale, i Poli sono fondamentali: rappresentano i due giganteschi specchi della Terra ed evitano che si riscaldi molto più di quanto sta già accadendo. I nostri ghiacciai hanno la stessa funzione, ovviamente su scala ridotta».
Al di là di questi aspetti tecnici, comunque, è sorprendente il modo in cui questa (bella) notizia è stata data dalla stampa progressista. E cioè in maniera asettica, impersonale, quasi piatta. E quindi, ovviamente, sospetta. Il fatto è che «la primavera più piovosa del secolo» rappresenta un bell’impaccio per gli strilloni del riscaldamento globale. Di certo, è qualcosa che disturba la loro narrazione a senso unico, la quale dipinge l’uomo come il colpevole di qualsiasi cambiamento climatico.
La notizia dei ghiacciai lombardi, beninteso, non implica assolutamente che questo cambiamento sia frutto di invenzione, ma (ri)solleva un enorme problema di metodo: non bisogna mai dimenticare che la meteorologia è una scienza molto complessa. Come una rondine non fa primavera, così un inverno caldo non fa un’apocalisse climatica. Il che è esattamente la tesi, tra gli altri, di Franco Prodi, che è forse il massimo esperto italiano di meteorologia e fisica dell’atmosfera. Ma che, per ovvi motivi ideologici, è stato spernacchiato dall’intero star system progressista. Il quale, anziché rivedere il proprio fanatismo ambientalista, pare abbia adottato una tattica tipica delle facce di bronzo: mettersi a fischiettare.
Reti elettriche, allarme congestioni
Le congestioni sulle reti elettriche sono in aumento e i costi rischiano di diventare enormi, se non si pone rimedio. Questo il messaggio che l’Acer (Agency for the Cooperation of Energy Regulators, il regolatore europeo del mercato energetico) ha lanciato nel suo rapporto «Transmission capacities for cross-zonal trade of electricity and congestion management in the Eu», pubblicato due giorni fa.
Nello studio, Acer rileva come sulle reti elettriche europee siano in aumento le situazioni di congestione. In pratica, facendo un’analogia con il traffico automobilistico, le strade su cui fluisce l’energia in alcuni punti non sono abbastanza larghe per far passare tutto il traffico, rappresentato dai volumi di energia. Questo succede in particolare nelle connessioni tra zone di mercato diverse. Il termine zona si riferisce alla più vasta area geografica all’interno della quale i partecipanti al mercato possono scambiare energia senza allocazione di capacità, cioè senza superare i limiti della rete.
In Italia, ad esempio, ci sono sette zone geografiche di mercato. In altre parole, la rete di trasporto dell’energia elettrica non ha la medesima capacità su tutto il territorio. Se in una zona c’è più produzione di energia elettrica di quanta ne viene consumata, quell’energia può andare verso altre zone, ma solo se la rete che connette le zone tra di loro è abbastanza capiente da riuscire a farla passare. Per riprendere la similitudine con il traffico, è un po’ come se si formasse una coda al casello di uscita di un’autostrada. Quando questo succede, l’energia non può passare per via dei limiti fisici dei cavi, per cui si innesca la procedura di ri-dispacciamento. Cioè, il programma di produzione stabilito con il meccanismo delle offerte viene modificato per rendere possibile il transito fisico dell’energia sulla rete, e questo ha dei costi.
Il rapporto segnala che lo scorso anno i costi legati alle situazioni di congestione sono stati in Ue pari a 4,3 miliardi di euro. Cifra in calo rispetto al 2022 (quando furono 5,2 miliardi), ma solo perché i prezzi medi elettrici sono scesi di molto nel 2023. In termini di volumi, infatti, la quantità di energia che ha dovuto subire il processo di ri-dispacciamento è aumentata del 14,5%. La più grande parte di questo volume (24,6 miliardi di kilowattora) è in Germania, dove vi sono stati altri 5,9 miliardi di kilowattora di riacquisti, per un costo per il sistema tedesco pari a 2,53 miliardi di euro, il 60% del totale europeo.
In pratica, dice l’Acer, con l’aumento della diffusione delle fonti rinnovabili si verifica sempre più spesso il fenomeno dei colli di bottiglia: l’eccesso di generazione elettrica non può essere portato alle zone dove c’è domanda, perché le reti non si sviluppano e non riescono a portare tutta l’energia prodotta/richiesta. Questo costringe il gestore della rete a «tagliare» l’energia programmata, aggiustando la produzione reale con costi aggiuntivi. Il minimo di capacità che i gestori dovrebbero mettere a disposizione a regole attuali (70%) non è rispettato quasi da nessuno.
Nel 2023 10 miliardi di kilowattora in Germania prodotti da rinnovabili non sono stati utilizzati (cioè sono stati «tagliati» dai gestori delle reti) perché fisicamente non potevano passare sui cavi. Volumi che rappresentano il 4% della produzione rinnovabile in Germania. Secondo uno studio recente della Commissione europea, citato proprio da Acer, se non si corre ai ripari al 2040 i costi delle congestioni saliranno oltre i 100 miliardi. Ma anche nell’ipotesi migliore, cioè di uno sviluppo armonico della rete rispetto alle nuove produzioni da fonte rinnovabile, comunque i costi di congestione saranno superiori ai 35 miliardi al 2040.
Praticamente, se non si investe sulle reti per fare in modo che l’energia possa fluire senza ostacoli da dove è prodotta verso dove viene richiesta, questi costi aumenteranno. Quindi occorre investire sulle reti o pagare gli oneri di congestione. In ogni caso, qualcuno, da qualche parte, dovrà sostenere dei costi.
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Rapporto dell’Arpa lombarda smentisce i catastrofisti: «Mai così tanta neve negli ultimi dieci anni, possiamo tirare un sospiro di sollievo». Merito di una primavera ricca di precipitazioni «nell’anno più caldo di sempre».Il traffico eccessivo di energia fa lievitare i costi che nel 2023 sono stati nell’Ue di 4,3 miliardi di euro, tutti finiti in bolletta. E andati ad arricchire i tedeschi.Lo speciale contiene due articoli..L’hanno già ribattezzata «la primavera più piovosa del secolo». Una stagione, quella appena trascorsa, che ha portato con sé cospicue nevicate sui ghiacciai della Lombardia. E si parla di numeri tutt’altro che trascurabili: il Centro nivometeorologico dell’Arpa regionale ha registrato i dati più alti degli ultimi dieci anni per quanto riguarda la riserva idrica del manto nevoso, che viene misurata tramite lo Snow water equivalent (Swe). Si tratta, ovviamente, di un’ottima notizia: per tutta l’estate la neve disciolta alimenterà le falde, i fiumi e i laghi, inaugurando un circolo virtuoso anche per gli impianti idroelettrici. Come ha spiegato l’Agenzia regionale per la protezione ambientale, «tra maggio e giugno, periodo di massimo accumulo nevoso, sono stati registrati valori compresi tra 40 e 20 metri di neve cumulata sui bacini glaciali lombardi, equivalenti a 4.201 e 1.975 kg/m² di riserva idrica del manto nevoso». Tanto per rendere l’idea: nella zona del Bernina, dove è stato raggiunto il picco dei 40 metri, è come se ci trovassimo di fronte a un palazzo di neve alto dieci piani. Inoltre, specifica l’Arpa, «se si considerano gli ultimi dieci anni, si può confermare che l’ultima stagione è stata caratterizzata da un innevamento nella media durante l’inverno e nettamente superiore nei mesi primaverili su tutte le montagne lombarde». Alla faccia del riscaldamento globale…Questi dati eccezionali, ha commentato la glaciologa Antonella Senese, citata da Repubblica, confermano che «finalmente i nostri ghiacciai stanno “mangiando”, dato che la neve costituisce a tutti gli effetti il loro alimento». La neve di oggi, ha proseguito l’esperta, «tra cinque o dieci anni diventerà ghiaccio. Questo non significa che tutti i problemi siano risolti», ma si può comunque guardare con rinnovato ottimismo al prossimo futuro: negli ultimi anni, ha ricordato la glaciologa, «di questi tempi, le propaggini inferiori dei ghiacciai erano già rimaste scoperte, mentre quest’anno non solo c’è ancora tanta neve, ma è possibile che ne cada altra, dato che le previsioni meteo non paiono per ora indicare un’esplosione dell’estate torrida». E questo, osserva la Senese, «è importante perché la protezione data dalla neve ritarda l’ablazione del ghiacciaio, cioè il momento in cui il ghiaccio rimane scoperto e incomincia a fondere, sottoponendo di fatto il ghiacciaio a un dimagrimento forzato, per proseguire con la metafora dell’alimentazione».La stima del contenuto idrico della neve, del resto, è cruciale nel bilancio idrologico, perché «rappresenta una riserva idrica che ha capacità di rilascio graduale ed è al tempo stesso un fattore da monitorare nella catena di controllo e di allertamento idrogeologico», evidenzia sempre il Centro nivometeorologico di Arpa Lombardia. Che poi aggiunge: «Il calcolo dello Swe si basa sulla valutazione dell’estensione della copertura nevosa e sulla misurazione dell’altezza e della densità del manto nevoso». Come detto, i valori massimi si sono registrati sul massiccio del Bernina, con i suoi 40 metri di neve cumulata. E pensare che nel 2016 non si era andati oltre i 10 metri e che nel 2023, cioè l’anno scorso, ci si era fermati a 17.Tra l’altro, come puntualizza la Senese, buoni livelli di innevamento sono essenziali anche per un altro motivo: «La neve fresca ha un’ottima albedo, ossia la capacità di riflettere la radiazione solare. Ne riflette ben il 90%, assorbendone solo il 10%». Questo fatto, prosegue la glaciologa, «impedisce ai ghiacciai di riscaldarsi e attenua le condizioni di fusione del ghiaccio. Per questo, allargando lo sguardo dalla scala regionale a quella globale, i Poli sono fondamentali: rappresentano i due giganteschi specchi della Terra ed evitano che si riscaldi molto più di quanto sta già accadendo. I nostri ghiacciai hanno la stessa funzione, ovviamente su scala ridotta». Al di là di questi aspetti tecnici, comunque, è sorprendente il modo in cui questa (bella) notizia è stata data dalla stampa progressista. E cioè in maniera asettica, impersonale, quasi piatta. E quindi, ovviamente, sospetta. Il fatto è che «la primavera più piovosa del secolo» rappresenta un bell’impaccio per gli strilloni del riscaldamento globale. Di certo, è qualcosa che disturba la loro narrazione a senso unico, la quale dipinge l’uomo come il colpevole di qualsiasi cambiamento climatico. La notizia dei ghiacciai lombardi, beninteso, non implica assolutamente che questo cambiamento sia frutto di invenzione, ma (ri)solleva un enorme problema di metodo: non bisogna mai dimenticare che la meteorologia è una scienza molto complessa. Come una rondine non fa primavera, così un inverno caldo non fa un’apocalisse climatica. Il che è esattamente la tesi, tra gli altri, di Franco Prodi, che è forse il massimo esperto italiano di meteorologia e fisica dell’atmosfera. Ma che, per ovvi motivi ideologici, è stato spernacchiato dall’intero star system progressista. Il quale, anziché rivedere il proprio fanatismo ambientalista, pare abbia adottato una tattica tipica delle facce di bronzo: mettersi a fischiettare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arpa-ghiacciai-2024-2668688295.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="reti-elettriche-allarme-congestioni" data-post-id="2668688295" data-published-at="1720126630" data-use-pagination="False"> Reti elettriche, allarme congestioni Le congestioni sulle reti elettriche sono in aumento e i costi rischiano di diventare enormi, se non si pone rimedio. Questo il messaggio che l’Acer (Agency for the Cooperation of Energy Regulators, il regolatore europeo del mercato energetico) ha lanciato nel suo rapporto «Transmission capacities for cross-zonal trade of electricity and congestion management in the Eu», pubblicato due giorni fa. Nello studio, Acer rileva come sulle reti elettriche europee siano in aumento le situazioni di congestione. In pratica, facendo un’analogia con il traffico automobilistico, le strade su cui fluisce l’energia in alcuni punti non sono abbastanza larghe per far passare tutto il traffico, rappresentato dai volumi di energia. Questo succede in particolare nelle connessioni tra zone di mercato diverse. Il termine zona si riferisce alla più vasta area geografica all’interno della quale i partecipanti al mercato possono scambiare energia senza allocazione di capacità, cioè senza superare i limiti della rete. In Italia, ad esempio, ci sono sette zone geografiche di mercato. In altre parole, la rete di trasporto dell’energia elettrica non ha la medesima capacità su tutto il territorio. Se in una zona c’è più produzione di energia elettrica di quanta ne viene consumata, quell’energia può andare verso altre zone, ma solo se la rete che connette le zone tra di loro è abbastanza capiente da riuscire a farla passare. Per riprendere la similitudine con il traffico, è un po’ come se si formasse una coda al casello di uscita di un’autostrada. Quando questo succede, l’energia non può passare per via dei limiti fisici dei cavi, per cui si innesca la procedura di ri-dispacciamento. Cioè, il programma di produzione stabilito con il meccanismo delle offerte viene modificato per rendere possibile il transito fisico dell’energia sulla rete, e questo ha dei costi. Il rapporto segnala che lo scorso anno i costi legati alle situazioni di congestione sono stati in Ue pari a 4,3 miliardi di euro. Cifra in calo rispetto al 2022 (quando furono 5,2 miliardi), ma solo perché i prezzi medi elettrici sono scesi di molto nel 2023. In termini di volumi, infatti, la quantità di energia che ha dovuto subire il processo di ri-dispacciamento è aumentata del 14,5%. La più grande parte di questo volume (24,6 miliardi di kilowattora) è in Germania, dove vi sono stati altri 5,9 miliardi di kilowattora di riacquisti, per un costo per il sistema tedesco pari a 2,53 miliardi di euro, il 60% del totale europeo. In pratica, dice l’Acer, con l’aumento della diffusione delle fonti rinnovabili si verifica sempre più spesso il fenomeno dei colli di bottiglia: l’eccesso di generazione elettrica non può essere portato alle zone dove c’è domanda, perché le reti non si sviluppano e non riescono a portare tutta l’energia prodotta/richiesta. Questo costringe il gestore della rete a «tagliare» l’energia programmata, aggiustando la produzione reale con costi aggiuntivi. Il minimo di capacità che i gestori dovrebbero mettere a disposizione a regole attuali (70%) non è rispettato quasi da nessuno. Nel 2023 10 miliardi di kilowattora in Germania prodotti da rinnovabili non sono stati utilizzati (cioè sono stati «tagliati» dai gestori delle reti) perché fisicamente non potevano passare sui cavi. Volumi che rappresentano il 4% della produzione rinnovabile in Germania. Secondo uno studio recente della Commissione europea, citato proprio da Acer, se non si corre ai ripari al 2040 i costi delle congestioni saliranno oltre i 100 miliardi. Ma anche nell’ipotesi migliore, cioè di uno sviluppo armonico della rete rispetto alle nuove produzioni da fonte rinnovabile, comunque i costi di congestione saranno superiori ai 35 miliardi al 2040. Praticamente, se non si investe sulle reti per fare in modo che l’energia possa fluire senza ostacoli da dove è prodotta verso dove viene richiesta, questi costi aumenteranno. Quindi occorre investire sulle reti o pagare gli oneri di congestione. In ogni caso, qualcuno, da qualche parte, dovrà sostenere dei costi.
iStock
Tutto nasce dalla volontà, assolutamente legittima, del governo e della Lega calcio di mettere una pezza a una delle piaghe dilaganti del calcio italiano: «Il pezzotto». Migliaia di tifosi che anziché pagare un regolare abbonamento per guardasi comodamente seduti davanti a uno schermo il match della loro squadra del cuore, preferiscono collegarsi a qualche emittente pirata. Tant’è che la legge del 2023 prevede proprio che questi siti debbano essere oscurati entro 30 minuti dal momento in cui vengono colti in flagranza.
Il punto è chi debba farlo. E qui entrano in scena Cloudflare e l’authority che regola, vigila e sanziona su tutto quello succede nel settore delle telecomunicazioni.
L’Agcom ha chiesto al colosso della rete guidato dall’ad Matthew Prince di intervenire per stoppare i collegamenti alle piattaforme illegali. In buona sostanza deindicizzare i siti pirata. Non solo. Perché l’input è quello di fornire i dati relativi ai clienti che si adoperano per bypassare illegalmente gli abbonamenti.
Risposta. Non se ne parla nemmeno. E non da adesso. Il secco diniego è reiterato e non ha mai lasciato trasparire possibilità di ripensamenti.
Motivo? Innanzitutto c’è una questione di merito e di salvaguardia dell’integrità della rete. Censurare dei siti non è il mestiere di Cloudflare che se dovesse acconsentire alle richieste italiane si esporrebbe a potenziali richieste simili anche da parte di governi autoritari. Perderebbe quindi un’arma difensiva fondamentale per garantire la neutralità di Internet. La nostra credibilità - è il concetto espresso dall’amministratore delegato Matthew Prince - deriva proprio dal fatto di non essere influenzati dalle decisioni dei singoli esecutivi.
Poi c’è un problema tecnico non indifferente. L’operazione invocata dall’Agcom potrebbe bloccare centinaia di altre piattaforme assolutamente in regola. Il punto è che si agisce sugli indirizzi IP e non solo sui domini e quindi se dovessero essere oscurate anche le applicazioni digitali perfettamente in regola, la credibilità dell’intermediario ne uscirebbe demolita.
E infine il dilemma economico. Il giro d’affari di Cloudflare in Italia è di circa 7 milioni di euro, che equivale allo 0,5% del fatturato globale dell’azienda. Insomma, è il ragionamento dei vertici del gruppo, ci stanno chiedendo di rivoluzionare un sistema che funziona senza intoppi in tutto il mondo per un mercato marginale e rispetto al quale c’erano anche importanti piani di sviluppo?
Impossibile evitare lo scontro. Che è deflagrato con la multa da circa 14 milioni di euro che ha fatto andare su tutte le furie Prince, il manager del gruppo che ha prima denunciato una deriva da censura. Quindi ha promesso azioni clamorose. Che partono dalla rimozione dei servizi gratuiti alle città italiane e dei progetti di investimento sul nostro Paese e arrivano fino allo stop alle operazioni di cybersecurity legati alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Con tanto di coinvolgimento di Musk e Vance.
Insomma, la questione rischia di diventare di politica internazionale. Per Prince infatti sarebbe in gioco la libertà di parola e di espressione che sarebbe attaccata da «un gruppo di decisori politici europei fuori dal mondo e molto disturbati».
Stati Uniti contro Europa. Uno schema che è molto caro all’amministrazione Trump e in particolare al vicepresidente Vance. Diciamo pure che la situazione sta sfuggendo di mano e per evitare che deflagri sarebbero necessari interventi di mediazione a un livello elevato.
Ci sta provando il senatore della Lega Claudio Borghi che nelle ultime ore ha cercato di gettare acqua sul fuoco: «Ho letto il messaggio di Prince con grande preoccupazione. L’Agcom è un’autorità indipendente: la sanzione non è quindi una decisione del governo. È tuttavia possibile che il provvedimento derivi dall’applicazione della normativa antipirateria, pensata per contrastare i siti illegali che replicano piattaforme di pay-TV. È impossibile, per un governo o per il Parlamento, impartire indicazioni operative a un’autorità indipendente. Posso però assicurare che faremo tutto il possibile per verificare se vi siano stati fraintendimenti in merito al ruolo di Cloudflare...». Mentre le verifiche sono in corso però la polemica non si placa. E c’è la quasi certezza che quella descritta sia solo la prima puntata di una serie che nessun sito pirata riuscirà ad oscurare. Con Cloudfare che starebbe valutando diversi scenari di risposta alla multa.
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«I sette quadranti» (Sky)
Eppure, per le ragioni di cui sopra, per il traino che la coppia Chibnall-Christie saprebbe assicurare a qualsivoglia prodotto, non c'è nemmeno un'ombra di noia ad oscurarne l'arrivo. I sette quadranti, al debutto su Sky nella prima serata di giovedì 15 gennaio, è accompagnata dalla promessa di regalare a chiunque, amante del whodunit o meno, una parvenza di felicità. O, senza tanta enfasi e poesia, un po' di intrattenimento degno di questo nome.Lo show, creato ancora una volta da Chibnall e interpretato, tra gli altri, da Helena Bonham-Carter e Martin Freeman, rilegge la storia così come Agatha Christie l'ha scritta.
Torna indietro, dunque, all'Inghilterra ricca e sfarzosa del 1925, ad un'immensa villa di campagna, teatro di una vacanza d'élite. Erano partiti con il solo intento di proseguire la loro vita d'agi altrove, lontano dalla città, i ragazzi protagonisti della serie. Erano ricchi, di nobile lignaggio. Si conoscevano e giocavano. E di giochi avrebbero voluto parlare per l'intera durante del weekend fuoriporta, se solo la morte non avesse fatto irruzione nella villa. Uno dei giovani, preso in giro dal gruppo perché pigro la mattina, viene trovato morto nel suo letto, accanto a lui sette sveglie. I ragazzi inorridiscono. L'amico è morto, circondato dagli stessi orologi con i quali, una di quelle mattine, avrebbero voluto giocargli uno scherzo. Da piani, avrebbero dovuto essere otto. Invece, quella mattina sarebbero state sette.
Perché, per come, è tutto da vedersi.Sulla morte, per nulla accidentale, comincia ad indagare la giovane protagonista de I sette quadranti, versione tv: Lady Eileen Bundle Brent, giovane, brillante e curiosa, dotata di un istinto fuori dal comune. Tocca a lei rivelare che quel delitto non è colposo, ma premeditato, parte di un complotto ben più ampio. Il tutto, mentre segreti, false piste e intrighi politici emergono uno dopo l’altro.
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Maurizio Belpietro commenta la generosità e l’affetto dimostrato dagli italiani nei confronti del vicebrigadiere Emanuele Marroccella. La raccolta fondi della «Verità» ha già raccolto 238.000 euro in quattro giorni.