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2024-07-05
Toh, i ghiacciai «in estinzione» ora crescono
L’hanno già ribattezzata «la primavera più piovosa del secolo». Una stagione, quella appena trascorsa, che ha portato con sé cospicue nevicate sui ghiacciai della Lombardia. E si parla di numeri tutt’altro che trascurabili: il Centro nivometeorologico dell’Arpa regionale ha registrato i dati più alti degli ultimi dieci anni per quanto riguarda la riserva idrica del manto nevoso, che viene misurata tramite lo Snow water equivalent (Swe). Si tratta, ovviamente, di un’ottima notizia: per tutta l’estate la neve disciolta alimenterà le falde, i fiumi e i laghi, inaugurando un circolo virtuoso anche per gli impianti idroelettrici.
Come ha spiegato l’Agenzia regionale per la protezione ambientale, «tra maggio e giugno, periodo di massimo accumulo nevoso, sono stati registrati valori compresi tra 40 e 20 metri di neve cumulata sui bacini glaciali lombardi, equivalenti a 4.201 e 1.975 kg/m² di riserva idrica del manto nevoso». Tanto per rendere l’idea: nella zona del Bernina, dove è stato raggiunto il picco dei 40 metri, è come se ci trovassimo di fronte a un palazzo di neve alto dieci piani. Inoltre, specifica l’Arpa, «se si considerano gli ultimi dieci anni, si può confermare che l’ultima stagione è stata caratterizzata da un innevamento nella media durante l’inverno e nettamente superiore nei mesi primaverili su tutte le montagne lombarde». Alla faccia del riscaldamento globale…
Questi dati eccezionali, ha commentato la glaciologa Antonella Senese, citata da Repubblica, confermano che «finalmente i nostri ghiacciai stanno “mangiando”, dato che la neve costituisce a tutti gli effetti il loro alimento». La neve di oggi, ha proseguito l’esperta, «tra cinque o dieci anni diventerà ghiaccio. Questo non significa che tutti i problemi siano risolti», ma si può comunque guardare con rinnovato ottimismo al prossimo futuro: negli ultimi anni, ha ricordato la glaciologa, «di questi tempi, le propaggini inferiori dei ghiacciai erano già rimaste scoperte, mentre quest’anno non solo c’è ancora tanta neve, ma è possibile che ne cada altra, dato che le previsioni meteo non paiono per ora indicare un’esplosione dell’estate torrida». E questo, osserva la Senese, «è importante perché la protezione data dalla neve ritarda l’ablazione del ghiacciaio, cioè il momento in cui il ghiaccio rimane scoperto e incomincia a fondere, sottoponendo di fatto il ghiacciaio a un dimagrimento forzato, per proseguire con la metafora dell’alimentazione».
La stima del contenuto idrico della neve, del resto, è cruciale nel bilancio idrologico, perché «rappresenta una riserva idrica che ha capacità di rilascio graduale ed è al tempo stesso un fattore da monitorare nella catena di controllo e di allertamento idrogeologico», evidenzia sempre il Centro nivometeorologico di Arpa Lombardia. Che poi aggiunge: «Il calcolo dello Swe si basa sulla valutazione dell’estensione della copertura nevosa e sulla misurazione dell’altezza e della densità del manto nevoso». Come detto, i valori massimi si sono registrati sul massiccio del Bernina, con i suoi 40 metri di neve cumulata. E pensare che nel 2016 non si era andati oltre i 10 metri e che nel 2023, cioè l’anno scorso, ci si era fermati a 17.
Tra l’altro, come puntualizza la Senese, buoni livelli di innevamento sono essenziali anche per un altro motivo: «La neve fresca ha un’ottima albedo, ossia la capacità di riflettere la radiazione solare. Ne riflette ben il 90%, assorbendone solo il 10%». Questo fatto, prosegue la glaciologa, «impedisce ai ghiacciai di riscaldarsi e attenua le condizioni di fusione del ghiaccio. Per questo, allargando lo sguardo dalla scala regionale a quella globale, i Poli sono fondamentali: rappresentano i due giganteschi specchi della Terra ed evitano che si riscaldi molto più di quanto sta già accadendo. I nostri ghiacciai hanno la stessa funzione, ovviamente su scala ridotta».
Al di là di questi aspetti tecnici, comunque, è sorprendente il modo in cui questa (bella) notizia è stata data dalla stampa progressista. E cioè in maniera asettica, impersonale, quasi piatta. E quindi, ovviamente, sospetta. Il fatto è che «la primavera più piovosa del secolo» rappresenta un bell’impaccio per gli strilloni del riscaldamento globale. Di certo, è qualcosa che disturba la loro narrazione a senso unico, la quale dipinge l’uomo come il colpevole di qualsiasi cambiamento climatico.
La notizia dei ghiacciai lombardi, beninteso, non implica assolutamente che questo cambiamento sia frutto di invenzione, ma (ri)solleva un enorme problema di metodo: non bisogna mai dimenticare che la meteorologia è una scienza molto complessa. Come una rondine non fa primavera, così un inverno caldo non fa un’apocalisse climatica. Il che è esattamente la tesi, tra gli altri, di Franco Prodi, che è forse il massimo esperto italiano di meteorologia e fisica dell’atmosfera. Ma che, per ovvi motivi ideologici, è stato spernacchiato dall’intero star system progressista. Il quale, anziché rivedere il proprio fanatismo ambientalista, pare abbia adottato una tattica tipica delle facce di bronzo: mettersi a fischiettare.
Reti elettriche, allarme congestioni
Le congestioni sulle reti elettriche sono in aumento e i costi rischiano di diventare enormi, se non si pone rimedio. Questo il messaggio che l’Acer (Agency for the Cooperation of Energy Regulators, il regolatore europeo del mercato energetico) ha lanciato nel suo rapporto «Transmission capacities for cross-zonal trade of electricity and congestion management in the Eu», pubblicato due giorni fa.
Nello studio, Acer rileva come sulle reti elettriche europee siano in aumento le situazioni di congestione. In pratica, facendo un’analogia con il traffico automobilistico, le strade su cui fluisce l’energia in alcuni punti non sono abbastanza larghe per far passare tutto il traffico, rappresentato dai volumi di energia. Questo succede in particolare nelle connessioni tra zone di mercato diverse. Il termine zona si riferisce alla più vasta area geografica all’interno della quale i partecipanti al mercato possono scambiare energia senza allocazione di capacità, cioè senza superare i limiti della rete.
In Italia, ad esempio, ci sono sette zone geografiche di mercato. In altre parole, la rete di trasporto dell’energia elettrica non ha la medesima capacità su tutto il territorio. Se in una zona c’è più produzione di energia elettrica di quanta ne viene consumata, quell’energia può andare verso altre zone, ma solo se la rete che connette le zone tra di loro è abbastanza capiente da riuscire a farla passare. Per riprendere la similitudine con il traffico, è un po’ come se si formasse una coda al casello di uscita di un’autostrada. Quando questo succede, l’energia non può passare per via dei limiti fisici dei cavi, per cui si innesca la procedura di ri-dispacciamento. Cioè, il programma di produzione stabilito con il meccanismo delle offerte viene modificato per rendere possibile il transito fisico dell’energia sulla rete, e questo ha dei costi.
Il rapporto segnala che lo scorso anno i costi legati alle situazioni di congestione sono stati in Ue pari a 4,3 miliardi di euro. Cifra in calo rispetto al 2022 (quando furono 5,2 miliardi), ma solo perché i prezzi medi elettrici sono scesi di molto nel 2023. In termini di volumi, infatti, la quantità di energia che ha dovuto subire il processo di ri-dispacciamento è aumentata del 14,5%. La più grande parte di questo volume (24,6 miliardi di kilowattora) è in Germania, dove vi sono stati altri 5,9 miliardi di kilowattora di riacquisti, per un costo per il sistema tedesco pari a 2,53 miliardi di euro, il 60% del totale europeo.
In pratica, dice l’Acer, con l’aumento della diffusione delle fonti rinnovabili si verifica sempre più spesso il fenomeno dei colli di bottiglia: l’eccesso di generazione elettrica non può essere portato alle zone dove c’è domanda, perché le reti non si sviluppano e non riescono a portare tutta l’energia prodotta/richiesta. Questo costringe il gestore della rete a «tagliare» l’energia programmata, aggiustando la produzione reale con costi aggiuntivi. Il minimo di capacità che i gestori dovrebbero mettere a disposizione a regole attuali (70%) non è rispettato quasi da nessuno.
Nel 2023 10 miliardi di kilowattora in Germania prodotti da rinnovabili non sono stati utilizzati (cioè sono stati «tagliati» dai gestori delle reti) perché fisicamente non potevano passare sui cavi. Volumi che rappresentano il 4% della produzione rinnovabile in Germania. Secondo uno studio recente della Commissione europea, citato proprio da Acer, se non si corre ai ripari al 2040 i costi delle congestioni saliranno oltre i 100 miliardi. Ma anche nell’ipotesi migliore, cioè di uno sviluppo armonico della rete rispetto alle nuove produzioni da fonte rinnovabile, comunque i costi di congestione saranno superiori ai 35 miliardi al 2040.
Praticamente, se non si investe sulle reti per fare in modo che l’energia possa fluire senza ostacoli da dove è prodotta verso dove viene richiesta, questi costi aumenteranno. Quindi occorre investire sulle reti o pagare gli oneri di congestione. In ogni caso, qualcuno, da qualche parte, dovrà sostenere dei costi.
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Rapporto dell’Arpa lombarda smentisce i catastrofisti: «Mai così tanta neve negli ultimi dieci anni, possiamo tirare un sospiro di sollievo». Merito di una primavera ricca di precipitazioni «nell’anno più caldo di sempre».Il traffico eccessivo di energia fa lievitare i costi che nel 2023 sono stati nell’Ue di 4,3 miliardi di euro, tutti finiti in bolletta. E andati ad arricchire i tedeschi.Lo speciale contiene due articoli..L’hanno già ribattezzata «la primavera più piovosa del secolo». Una stagione, quella appena trascorsa, che ha portato con sé cospicue nevicate sui ghiacciai della Lombardia. E si parla di numeri tutt’altro che trascurabili: il Centro nivometeorologico dell’Arpa regionale ha registrato i dati più alti degli ultimi dieci anni per quanto riguarda la riserva idrica del manto nevoso, che viene misurata tramite lo Snow water equivalent (Swe). Si tratta, ovviamente, di un’ottima notizia: per tutta l’estate la neve disciolta alimenterà le falde, i fiumi e i laghi, inaugurando un circolo virtuoso anche per gli impianti idroelettrici. Come ha spiegato l’Agenzia regionale per la protezione ambientale, «tra maggio e giugno, periodo di massimo accumulo nevoso, sono stati registrati valori compresi tra 40 e 20 metri di neve cumulata sui bacini glaciali lombardi, equivalenti a 4.201 e 1.975 kg/m² di riserva idrica del manto nevoso». Tanto per rendere l’idea: nella zona del Bernina, dove è stato raggiunto il picco dei 40 metri, è come se ci trovassimo di fronte a un palazzo di neve alto dieci piani. Inoltre, specifica l’Arpa, «se si considerano gli ultimi dieci anni, si può confermare che l’ultima stagione è stata caratterizzata da un innevamento nella media durante l’inverno e nettamente superiore nei mesi primaverili su tutte le montagne lombarde». Alla faccia del riscaldamento globale…Questi dati eccezionali, ha commentato la glaciologa Antonella Senese, citata da Repubblica, confermano che «finalmente i nostri ghiacciai stanno “mangiando”, dato che la neve costituisce a tutti gli effetti il loro alimento». La neve di oggi, ha proseguito l’esperta, «tra cinque o dieci anni diventerà ghiaccio. Questo non significa che tutti i problemi siano risolti», ma si può comunque guardare con rinnovato ottimismo al prossimo futuro: negli ultimi anni, ha ricordato la glaciologa, «di questi tempi, le propaggini inferiori dei ghiacciai erano già rimaste scoperte, mentre quest’anno non solo c’è ancora tanta neve, ma è possibile che ne cada altra, dato che le previsioni meteo non paiono per ora indicare un’esplosione dell’estate torrida». E questo, osserva la Senese, «è importante perché la protezione data dalla neve ritarda l’ablazione del ghiacciaio, cioè il momento in cui il ghiaccio rimane scoperto e incomincia a fondere, sottoponendo di fatto il ghiacciaio a un dimagrimento forzato, per proseguire con la metafora dell’alimentazione».La stima del contenuto idrico della neve, del resto, è cruciale nel bilancio idrologico, perché «rappresenta una riserva idrica che ha capacità di rilascio graduale ed è al tempo stesso un fattore da monitorare nella catena di controllo e di allertamento idrogeologico», evidenzia sempre il Centro nivometeorologico di Arpa Lombardia. Che poi aggiunge: «Il calcolo dello Swe si basa sulla valutazione dell’estensione della copertura nevosa e sulla misurazione dell’altezza e della densità del manto nevoso». Come detto, i valori massimi si sono registrati sul massiccio del Bernina, con i suoi 40 metri di neve cumulata. E pensare che nel 2016 non si era andati oltre i 10 metri e che nel 2023, cioè l’anno scorso, ci si era fermati a 17.Tra l’altro, come puntualizza la Senese, buoni livelli di innevamento sono essenziali anche per un altro motivo: «La neve fresca ha un’ottima albedo, ossia la capacità di riflettere la radiazione solare. Ne riflette ben il 90%, assorbendone solo il 10%». Questo fatto, prosegue la glaciologa, «impedisce ai ghiacciai di riscaldarsi e attenua le condizioni di fusione del ghiaccio. Per questo, allargando lo sguardo dalla scala regionale a quella globale, i Poli sono fondamentali: rappresentano i due giganteschi specchi della Terra ed evitano che si riscaldi molto più di quanto sta già accadendo. I nostri ghiacciai hanno la stessa funzione, ovviamente su scala ridotta». Al di là di questi aspetti tecnici, comunque, è sorprendente il modo in cui questa (bella) notizia è stata data dalla stampa progressista. E cioè in maniera asettica, impersonale, quasi piatta. E quindi, ovviamente, sospetta. Il fatto è che «la primavera più piovosa del secolo» rappresenta un bell’impaccio per gli strilloni del riscaldamento globale. Di certo, è qualcosa che disturba la loro narrazione a senso unico, la quale dipinge l’uomo come il colpevole di qualsiasi cambiamento climatico. La notizia dei ghiacciai lombardi, beninteso, non implica assolutamente che questo cambiamento sia frutto di invenzione, ma (ri)solleva un enorme problema di metodo: non bisogna mai dimenticare che la meteorologia è una scienza molto complessa. Come una rondine non fa primavera, così un inverno caldo non fa un’apocalisse climatica. Il che è esattamente la tesi, tra gli altri, di Franco Prodi, che è forse il massimo esperto italiano di meteorologia e fisica dell’atmosfera. Ma che, per ovvi motivi ideologici, è stato spernacchiato dall’intero star system progressista. Il quale, anziché rivedere il proprio fanatismo ambientalista, pare abbia adottato una tattica tipica delle facce di bronzo: mettersi a fischiettare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arpa-ghiacciai-2024-2668688295.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="reti-elettriche-allarme-congestioni" data-post-id="2668688295" data-published-at="1720126630" data-use-pagination="False"> Reti elettriche, allarme congestioni Le congestioni sulle reti elettriche sono in aumento e i costi rischiano di diventare enormi, se non si pone rimedio. Questo il messaggio che l’Acer (Agency for the Cooperation of Energy Regulators, il regolatore europeo del mercato energetico) ha lanciato nel suo rapporto «Transmission capacities for cross-zonal trade of electricity and congestion management in the Eu», pubblicato due giorni fa. Nello studio, Acer rileva come sulle reti elettriche europee siano in aumento le situazioni di congestione. In pratica, facendo un’analogia con il traffico automobilistico, le strade su cui fluisce l’energia in alcuni punti non sono abbastanza larghe per far passare tutto il traffico, rappresentato dai volumi di energia. Questo succede in particolare nelle connessioni tra zone di mercato diverse. Il termine zona si riferisce alla più vasta area geografica all’interno della quale i partecipanti al mercato possono scambiare energia senza allocazione di capacità, cioè senza superare i limiti della rete. In Italia, ad esempio, ci sono sette zone geografiche di mercato. In altre parole, la rete di trasporto dell’energia elettrica non ha la medesima capacità su tutto il territorio. Se in una zona c’è più produzione di energia elettrica di quanta ne viene consumata, quell’energia può andare verso altre zone, ma solo se la rete che connette le zone tra di loro è abbastanza capiente da riuscire a farla passare. Per riprendere la similitudine con il traffico, è un po’ come se si formasse una coda al casello di uscita di un’autostrada. Quando questo succede, l’energia non può passare per via dei limiti fisici dei cavi, per cui si innesca la procedura di ri-dispacciamento. Cioè, il programma di produzione stabilito con il meccanismo delle offerte viene modificato per rendere possibile il transito fisico dell’energia sulla rete, e questo ha dei costi. Il rapporto segnala che lo scorso anno i costi legati alle situazioni di congestione sono stati in Ue pari a 4,3 miliardi di euro. Cifra in calo rispetto al 2022 (quando furono 5,2 miliardi), ma solo perché i prezzi medi elettrici sono scesi di molto nel 2023. In termini di volumi, infatti, la quantità di energia che ha dovuto subire il processo di ri-dispacciamento è aumentata del 14,5%. La più grande parte di questo volume (24,6 miliardi di kilowattora) è in Germania, dove vi sono stati altri 5,9 miliardi di kilowattora di riacquisti, per un costo per il sistema tedesco pari a 2,53 miliardi di euro, il 60% del totale europeo. In pratica, dice l’Acer, con l’aumento della diffusione delle fonti rinnovabili si verifica sempre più spesso il fenomeno dei colli di bottiglia: l’eccesso di generazione elettrica non può essere portato alle zone dove c’è domanda, perché le reti non si sviluppano e non riescono a portare tutta l’energia prodotta/richiesta. Questo costringe il gestore della rete a «tagliare» l’energia programmata, aggiustando la produzione reale con costi aggiuntivi. Il minimo di capacità che i gestori dovrebbero mettere a disposizione a regole attuali (70%) non è rispettato quasi da nessuno. Nel 2023 10 miliardi di kilowattora in Germania prodotti da rinnovabili non sono stati utilizzati (cioè sono stati «tagliati» dai gestori delle reti) perché fisicamente non potevano passare sui cavi. Volumi che rappresentano il 4% della produzione rinnovabile in Germania. Secondo uno studio recente della Commissione europea, citato proprio da Acer, se non si corre ai ripari al 2040 i costi delle congestioni saliranno oltre i 100 miliardi. Ma anche nell’ipotesi migliore, cioè di uno sviluppo armonico della rete rispetto alle nuove produzioni da fonte rinnovabile, comunque i costi di congestione saranno superiori ai 35 miliardi al 2040. Praticamente, se non si investe sulle reti per fare in modo che l’energia possa fluire senza ostacoli da dove è prodotta verso dove viene richiesta, questi costi aumenteranno. Quindi occorre investire sulle reti o pagare gli oneri di congestione. In ogni caso, qualcuno, da qualche parte, dovrà sostenere dei costi.
Secondo Messina, l’offerta, sostenuta anche da una componente in cassa, rappresenta un elemento rilevante per scoraggiare eventuali rilanci da parte di altri operatori. Il manager ha inoltre evidenziato il ruolo della partnership con Unipol per affrontare gli aspetti legati all’antitrust e rafforzare i coefficienti patrimoniali.
L’operazione, ha aggiunto, consentirebbe di creare valore per gli azionisti e di «stabilizzare il sistema bancario italiano», mantenendo il controllo del risparmio all’interno di grandi gruppi nazionali.
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Giuseppe Conte e Luca Di Donna (Ansa)
La testimonianza resa ieri dall’imprenditore Marco Spadaccioli, general manager della Adaltis Srl, alimenta nuovi dubbi sull’attività degli avvocati Luca Di Donna (legale vicino a Giuseppe Conte - lavorava nello stesso studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier) e Valerio De Luca, sospettati di aver messo in piedi un sistema di «facilitazioni» di finanziamenti pubblici e affari con Invitalia e la struttura commissariale di Domenico Arcuri per l’ottenimento di ricche commesse statali sui dispositivi medici. In virtù di cosa? Le informative dei carabinieri e gli stessi articoli della Verità, che segue la vicenda delle presunte provvigioni sin dal 2021, sono precise. E altrettanto preciso è stato ieri Spadaccioli, che ha raccontato che la Adaltis, nel periodo dell’emergenza pandemica, ha versato a Di Donna e De Luca ben 454.000 euro per la loro «consulenza»: «Un compenso estremamente importante», ha riconosciuto l’imprenditore, non ascoltato dalle opposizioni che sono uscite dall’Aula prima della sua testimonianza.
I fatti: tra giugno e dicembre 2020 la società aveva effettuato due forniture alla struttura commissariale di Domenico Arcuri. Oggetto delle forniture erano i kit molecolari. Un colpo straordinario per la Adaltis, che non aveva mai ricevuto altre commesse dalla struttura commissariale di Arcuri e non aveva neanche mai partecipato a nessuna gara pubblica. Come riuscì ad aggiudicarsi l’appalto? «Avevamo un kit che era stato molto gradito dagli operatori», ha dichiarato l’imprenditore. Prima di presentare le offerte, però, l’azienda si era premurata di blindare l’operazione siglando due accordi di consulenza (uno a maggio e uno a dicembre 2020) con Di Donna e il suo socio, incaricati di «predisporre e presentare tutta la documentazione necessaria per la partecipazione alla gara pubblica indetta dalla protezione civile presso la Presidenza del Consiglio, commissario straordinario dottor Domenico Arcuri». I due contratti stabilivano all’articolo 5 che il compenso dei due avvocati dovesse essere «pari al 10 per cento dell’importo del prezzo effettivamente incassato dalla società Adaltis».
Era un «compenso a successo», o «success free», ha spiegato Spadaccioli: «Noi ci preoccupavamo di incassare quanto dovevamo incassare, loro ci seguivano nell’incasso e sarebbero stati pagati a incasso avvenuto». Fatto sta, però, che nel corso dell’audizione il manager della Adaltis ha ammesso che i due professionisti non si occuparono affatto della predisposizione o del caricamento dei documenti per la prima gara da 800.000 euro, procedure gestite interamente dagli uffici interni di Adaltis. Di Donna e De Luca si sarebbero limitati a verificare la corretta iscrizione sulla piattaforma telematica e la sussistenza dei requisiti richiesti. «Altre cose non ne ricordo. Anche perché i documenti li abbiamo caricati noi, fisicamente». Per questo controllo durato appena tre giorni (dal giorno della stipula, 15 maggio, alla scadenza della gara, 18 maggio 2020) i legali hanno incassato ben 93.288 euro». Per quale attività? «Avranno controllato i documenti che c’erano da predisporre e che le nostre caratteristiche fossero coerenti e condivisibili».
Lo schema si è ripetuto quasi identico a dicembre dello stesso anno per una seconda commessa da oltre 2,4 milioni di euro, con il paradosso che il nuovo contratto di consulenza con i due avvocati fu firmato addirittura una settimana dopo l’invio dell’offerta di Adaltis, subito dopo un incontro in cui l’imprenditore riceveva ampie rassicurazioni sul buon esito della pratica. «Sono andato allo studio dell’avvocato Di Donna», ha raccontato Spadaccioli, «e mi ha detto: “Sì, potete partecipare tranquillamente, vi aiuteremo, vi supporteremo nel seguire le pratiche di incasso di questa fornitura, state tranquilli”». Dopo le rassicurazioni di Di Donna, la Adaltis si è aggiudicata l’appalto.
A chiudere il cerchio delle tensioni in commissione Covid è stata l’audizione dell’avvocato Nicoletta Spaziani, all’epoca praticante nello studio di Di Donna, che davanti alle domande incalzanti dei commissari ha opposto un muro invalicabile di «non ricordo», liquidando la vicenda come una serie di questioni strettamente personali.
«Durante la pandemia», ha spiegato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, «sarebbe esistito un sistema di affari che ruotava attorno alle commesse affidate dalla struttura commissariale di Arcuri, nominato da Conte. Oggi abbiamo audito un altro imprenditore che ha pagato 454.000 euro agli avvocati Di Donna e De Luca e ha ottenuto le commesse relative a dispositivi sanitari. Questi fatti sono in correlazione? Se lo fossero, emergerebbe allora che, se gli imprenditori pagavano questi consulenti, ottenevano le commesse con la struttura commissariale di Arcuri, altrimenti restavano con un pugno di mosche in mano. Si trattava quindi di un sistema di affari consolidato che ha coinvolto la struttura commissariale di Arcuri e il governo Conte? Gli italiani devono sapere. Conte venga a riferire in commissione Covid anziché continuare a fuggire».
Non si è fatta attendere la replica del leader del Movimento 5 Stelle. L’ex premier, nel rivendicare la trasparenza del proprio operato, ha cercato di incrinare l’unità della coalizione di governo, elogiando la «maggiore dignità politica» di Forza Italia e il parziale distacco della Lega, accusando invece il partito di Giorgia Meloni di «indagare sul nulla». «Non perdete tempo, perché non troverete mai una mia attività illecita», ha detto Conte.
Uno scontro istituzionale durissimo che, al di là dei risvolti politici parlamentari, attende ora eventuali e definitivi chiarimenti da parte della magistratura.
Tegola sugli obblighi vaccinali Covid
Quattro anni ci sono voluti, per sentirsi dire che non doveva essere sospeso dall’Azienda sanitaria locale nella quale lavorava come amministrativo. Si è conclusa bene, ma con un rilevante costo psicologico e materiale, la tormentata vicenda di un dipendente romagnolo tenuto a casa senza stipendio perché non voleva vaccinarsi contro il Covid. Una sentenza della Cassazione gli ha finalmente dato ragione e ora in molti sperano che altri giudizi di primo grado sfavorevoli vengano rivisti in appello.
Siamo a metà 2026 e ancora ci sono tante persone che scontano scelte fatte durante la pandemia, contro diktat privi di logica. «Otto amministrativi di aziende sanitarie a Reggio Emilia, otto a Brescia solo di miei assistiti si sono visti respingere tutti i ricorsi e aspettano l’appello. I giudici non vogliono sentire ragioni», fa sapere l’avvocato Paola Soragni. Immaginiamoci i numeri in tutta Italia, e quanti avranno rinunciato a procedere in giudizio per non accollarsi altre spese dopo aver perso fino a un anno di retribuzione.
Speriamo che la Cassazione, intervenuta nel caso di Francesco (nome di fantasia), possa segnare un percorso diverso. In servizio presso la Gestione giuridica risorse umane dell’Ausl della Romagna, il lavoratore venne sospeso dal 1° gennaio al 1° novembre 2022 per inosservanza dell’obbligo vaccinale.
Francesco presentò ricorso, ma il 18 ottobre 2022 il Tribunale di Forlì lo respinse. Un anno dopo, il 16 ottobre 2023, la Corte d’Appello di Bologna rigettava il suo ricorso e l’avvocato Giorgio Contratti, che difende l’amministrativo assieme al collega Riccardo Luzi, si rivolse alla Cassazione.
A fine dicembre 2025, gli ermellini hanno ritenuto quella sentenza di secondo grado «non conforme» ai principi di diritto, rimandando gli atti al tribunale di ordine inferiore. Così, la scorsa settimana, praticamente in quarto grado, la sezione Lavoro della Corte d’Appello di Bologna è stata «costretta» a rivedere la sua precedente sentenza e a dichiarare «illegittimo il provvedimento di sospensione adottato» nei confronti dell’amministrativo. Potete immaginare il tempo e i soldi inutilmente spesi?
Interessante è come la sezione Lavoro della suprema Corte di Cassazione, presieduta da Caterina Marotta, bacchetta i giudici di merito per le conclusioni a cui erano giunti nel rigettare i vari ricorsi, «andando contro la legge pur di salvare i provvedimenti delle Ausl», osserva Contratti. L’articolo 4 ter del decreto legge 44 del 2021, dal titolo «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-Cov-2, di giustizia e di concorsi pubblici», non intendeva «estendere l’obbligo vaccinale a tutti i dipendenti delle aziende operanti in campo sanitario e sociosanitario, a prescindere dalla qualifica posseduta e dalla natura dell’attività lavorativa espletata», dichiarano gli ermellini.
L’obbligo era per coloro che lavoravano in strutture quali ospedali, ambulatori, centri riabilitativi dove i servizi venivano svolti «a contatto con persone in situazioni di fragilità», con ciò «escludendo il personale non sanitario per qualifica operante in “luoghi non destinati all’erogazione delle prestazioni sanitarie o socio sanitarie”». Il dipendente sospeso era in una sede dell’Ausl Romagna puramente amministrativa, dove non c’erano pazienti o degenti, eppure gli venne tolto il diritto al lavoro.
Tribunale e appello, poi, rigettarono il suo ricorso, ma per la Cassazione era «fondato» ed è significativa la tirata d’orecchi che gli ermellini fanno ai giudici di Bologna: «La Corte territoriale ha dato un’interpretazione che mortifica il tenore letterale della legge, la quale si riferisce con chiarezza, non all’attività sanitaria o socio sanitaria svolta in generale dal datore di lavoro, bensì alla natura delle prestazioni erogate dalle singole strutture delle quali il soggetto, pubblico o privato operante nel campo sanitario, si avvale».
La sentenza impugnata «non risulta conforme a tale principio di diritto e va pertanto cassata con rinvio alla Corte di Appello di Bologna», scrivono i supremi giudici. La scorsa settimana, i magistrati del capoluogo emiliano presieduti da Susanna Mantovani hanno dovuto mettere la parola fine a questo assurdo iter giudiziario, dichiarando finalmente illegittima la sospensione dell’amministrativo.
La nuova sentenza, diametralmente opposta a quella emessa nel 2023 dalla stessa sezione (ma con giudici diversi), «condanna l’Ausl della Romagna a pagare» la retribuzione che il lavoratore avrebbe percepito negli undici mesi «anche ai fini della tredicesima, delle ferie e della progressione in carriera», oltre a rivalutazione e interessi legali.
Ultima amarezza, o beffa finale. Dei 13.200 euro di spese legali conteggiati dai giudici d’Appello, l’Ausl Romagna dovrà pagare solo il 60%. I rimanenti 5.200 euro sono a carico del lavoratore, oltre a quello che ha dovuto sborsare in questi anni per quattro gradi di giudizio. «Abbiamo dovuto lottare, perché non gli fossero accollate tutte le spese», precisa l’avvocato Contratti. «I giudici di Bologna, infatti, riconoscevano la buona fede dell’Ausl Romagna nell’interpretare la legge, interpretazione confermata da due giudici di merito».
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